FRANCESCO PETRARCA

EGLOGA VII.

Grex infectus et suffectus - Il gregge infetto

Volgarizzata dal signor Gio. Antonio Roverella da Cesena

Edizione di riferimento

Francisci Petrarchae, Poëmata minora quae exstant omnia - Nunc primo ad trutinam revocata ac recensita, Vol. I., Mediolani excudebat societas typographica classicorum Italiae scriptorum MDCCCXXIX

Poesie minori del Petrarca sul testo latino ora corretto, volgarizzate da poeti viventi o da poco defunti, vol. I., Milano, dalla Società Tipografica de’ Classici Italiani, MDCCCXXIX

ARGOMENTO

Questa Egloga prosegue a certo modo il tema della precedente. Partito Panfilo, e rimasto solo Mizione, sopraggiugne Epi, l’amica di quest’ultimo, alla quale accenna l’amarissimo dialogo avuto poc’anzi con quello. Ad onta della intrepidezza con cui fece fronte ai rimproveri ed alle minaccie di Panfilo, pare tuttavia che Mizione si sentisse bisognoso di qualche conforto e di qualche giustificazione per l’animo suo e pel suo poco pastorale contegno. Il perchè invita l’amica sua di passare seco lui a rassegna i condottieri del suo gregge, onde vedere quali riforme fossero tuttavia per esservi convenevoli. Essa di subito gli ricorda, essere essi omai ridotti a poco numero; indi li passa in revista, facendone pittura per quasi tutti sommamente contumeliosa. Poscia consiglia l’amico Mizione di fare scelta di nuovi giovani e prodi condottieri; al che egli acconsente, ordinandole soltanto di non obbliarvi un tale ch’era ben degno di essere aggiunto agli ottimi. Ma essa non pare disposta a secondarlo.

Il labirinto dell’allegoría se era intricato nell’Egloga sesta, nella settima è intricatissimo. Ciò non di meno se n’esce anche senza il filo d’Arianna. Era nel 1351 ridotto a soli 14 il numero de’ Cardinali: onde Clemente VI si risolvette di procedere a nuova e numerosa promozione, scegliendo gl’individui a lui più grati fra i suoi parenti; fra i teologi, i canonisti ed i religiosi francesi; non dimenticando gl’italiani del tutto, e quelli proposti dalle corti di Francia e di Spagna. Due soli furono questi ultimi, e due pure gl’italiani: cioè Nicola Capochio, vescovo di Urgel, e Renato Orsini. Questa promozione fu fatta colla tendenza di favorire sempre il clero e la corte francese, e di allontanare quanto più fosse possibile ogni influenza di quelli d’Italia, secondando così il voto ed i consigli della corte, della curia e della città allora festevole di Avignone, la quale qui è raffigurata dalla ninfa Epi, amica del pastore Mizione, ossia del papa Clemente VI.

Tutti dunque i barbuti condottieri del gregge che qui sì acremente si descrivono dalla ninfa, sono i Cardinali e vecchi e nuovi che al tempo della morte di Clemente formavano il sacro Collegio. Potrà dirsi forte ed esaltato oltre il vero il colorito di quella pittura; ma falso e calunnioso non già, posciachè la storia di que’ tempi e di quelle persone ce ne fa piena fede. Quello che può esserci di troppo, è da ascriversi alla necessità dell’allegoría. Imperciocchè, posto che dalla vita, dai costumi e dagli oggetti pastorali aveansi da trarre le similitudini, impossibile quasi diveniva l’esprimere il vero con altra pittura o con maggiore moderazione.

L’abate de Sade dice (T. III, p. 149 e 276) ch’egli potrebbe facilmente offrirci la chiave per decifrare tutti i misteri di quest’Egloga; cioè di trovare nella storia gli originali dei ritratti contenutivi; ma che se ne astiene, perchè nulla si aggiungerebbe o torrebbe al vero della corruttela di que’ tempi, e dello sdegno che ne avea e ne spiegava il Petrarca. Ned io diversamente ne sento, se non che egli e quivi ed altrove taccia troppo francamente il Petrarca di parzialità contro i Francesi e di entusiasmo per gli Italiani. Taccia sì fatta sarebbe da tenersi per giusta, quando questa supposta parzialità non avesse in sua difesa la stessa verità della storia; o quando non si sapesse che il nostro Poeta, se da un canto biasimò i difetti di Clemente, non ommise poi dall’altro di lodarne a tempo e luogo le buone qualità.

Per giudicare poi rettamente dell’Egloga presente e della precedente, penso doversi considerare il tempo in cui e la mira per cui furono scritte ambedue, le quali, come ci assicura il loro comentatore Benvenuto da Imola, non erano dapprima che un’Egloga sola, poscia, per la troppa sua lunghezza, divisa in due dall’autore istesso. Nella nota 9 dell’Egloga sesta ho già accennato che quella fu scritta dopo la morte di Clemente VI, e fu dopo l’elezione d’Innocenzo VI ricorretta. Qui poi soggiungerò essere io di sentimento che il Petrarca le scrivesse ambedue onde influire indirettamente sul Conclave che avea da tenersi per l’elezione del successore di Clemente; cioè per rendere odiosi coloro, ch’erano indegni di occupare la sede dell’Apostolo S. Pietro. Per conseguire questo santissimo scopo introdusse egli l’Apostolo stesso come riprensore degli abusi, e giusto minacciatore dell’ira divina. Perciò lo pose in dialogo coll’ultimo Papa, come quegli di cui viva e fresca era la memoria pel bene e pel male che meritava. Perciò presentò misteriosamente ma fortemente il vitupero di coloro che avevano prossimo diritto a succedergli, e meritavano di essere smascherati. E se del resto si astenne da fare elogi a quelli che avrebbero meritato la tiara, penso che saggiamente vi adoprò, da che al profano non competeva di preoccupare gli animi ed i consigli del sacro Collegio per l’elezione dell’ottimo, bastando fargli conoscere i vizi od i difetti dei più. Che infatti l’effetto corrispose all’intenzione, è tanto certo che il sacro Conclave fu unanime nel conoscere la necessità di scegliere un successore che avesse e volontà e capacità di riformare i disordini. Il limosino Giovanni Birel, generale de’ Certosini, fu quegli su cui la maggioranza del Conclave propendeva; ma ne fu distolta per la preponderanza che avevavi il cardinale de Taleirand. Ciò però non impedì che l’elezione tuttavia cadesse sopra d’un soggetto d’integerrimi costumi, di buona fama, e capacissimo di riformare e coll’esempio e colle leggi la contaminata disciplina. Questi fu Stefano Alberti, cardinale d’Ostia, che assunse il nome d’Innocenzo VI. S’egli spiacque al nostro Petrarca, perchè non era uomo dotto, poco importa e nulla toglie alla verità della mia osservazione circa lo scopo che questi ebbe scrivendo queste due Egloghe: scopo che da nessuno potrà disapprovarsi, e che fu santificato dall’effetto salutare che ne venne alla Chiesa per opera di quegli stessi cardinali che in esse furono sì acremente pennelleggiati: effetto che non fu passeggiero, perciocchè Urbano V (fu abate di S. Vittore di Marsiglia, Guglielmo Grimoard), che nel 1362 succedette ad Innocenzo, era egualmente degno di essere elevato alla Santa Sede, e fu dal Petrarca molto aggradito anche perchè tentò almeno e sostenne per qualche anno il ristabilimento della Sede pontificia in Roma, ove Gregorio XI la ricondusse irrevocabilmente nel 1377, cioè 3 anni dopo la morte del nostro autore. E che questo veramente e non altro fosse lo scopo del Petrarca tanto meno potrà dubitarsi, quanto che essendo egli stato religiosissimo mai sempre in tutti gli stadj della sua vita e delle sue venture, non potrà sinistramente giudicarsi delle sue intenzioni anche quando sdegnosamente riprende o morde coloro che della religione abusavano. E chi per questo suo sdegno gli diede o gli dà la mala voce, non può ch’essere stato od essere superficialissimo conoscitore dell’intelletto e del cuore degli uomini; ovvero maligno invidiatore della giusta fama di quelli che grandi e benefici si dimostrarono verso i loro contemporanei; o forse calunniatore avido di trarre da difetti ed abusi individuali argomenti generali contro la santità della Chiesa e del Pontificato.

Il gregge infetto

Mizione . Epi

Miz. Di queste selve e della molle erbetta

A me più dolce, del ruscel sonante

E di quest’antri a me più cara, vieni,

Mia nobil Epi, or ch’io son solo.

Epi.                                                        I nostri

Amorino Mizion, niun tempo infranga,                   5

Niun giorno svelga dall’amato grembo

Questo tuo capo: desiosa e presta

Io vengo, e teco sempre io fia, nè mai

Sarà che di mia voglia men diparta.

Miz. Poichè s’allevia afflitto cor parlando,                        10

Di’, mia speme, qual credi io m’abbia in petto

L’animo, e quanto fiel sparso vi annidi?

Me incauto di rampogne aspre pur dianzi

Mordacemente Panfilo percosse,

E ben dentro mi punse, minacciando                       15

Giusto giudizio del lontan Signore;

Ma sul finir, me intrepido veggendo,

Suo favore m’offrio: contra quel forte

Questa fronte fortissima si stette.

Or tu, cara compagna, che sì dolci                            20

E sì lieti d’amor giorni hai divisi,

Meco dividi ancor quel che soprasta.

Le pecorelle non ti gravi e gli irci

Noverar meco, s’anco a noi ritorni

Questo accigliato, o quel tremendo forse;                 25

Con mentita favella asconder lice

Colpe pur vere : or questo a noi non manchi,

Ferma fronte, e nel dir l’usato stile.

Epi. Quanto servar del tuo gregge lanuto

Solevi un dì, morte ne tolse, o fero                             30

Morbo travaglia; e quel che sorte in vita

A noi serbò, va di straniero lido

L’erba pascendo: inerte febbre, immonda

Tenace scabbia e vïolenta tosse

I vuoti campi già diserta intorno.                              35

Sudor mucoso i rabbuffati velli

Stringe del gregge, e da pungenti rovi

Sono i dorsi trafitti: a noi salute

Fora più certa lunge aver gl’infetti;

Che, serpeggiando per gli ovili ascosa                      40

La pestilenza, non ammorbi il poco

Che del gregge ne resta. Aperto e chiaro

Tutt’altro apprender puoi sol che tu volga

Qua gli occhi tuoi.

Miz.                                  O mio sommo diletto,

O mia speme, prosegui, e il ver mi schiudi               45

Epi. Ve’ quel dal fulvo tergo a giuochi intento,

Che lungi va con fronte alta e superba,

Cui barba di color misto ricopre

Le guance e il muso, ben crudel si estima

Per tutti i paschi, e frondi strugge ed erbe.               50

Timor han di costui le capre accese

D’amoroso desio, a coprir suole

Adulte e giovinette, e sì con furia

Stendasi ai dorsi, e col pesante corpo

Tutto sovr’esse incombe: di lascivia                           55

A null’arte perdona, e alla compagna

Che per color, per segni è a lui simile,

Non più pigro marito indi si mostra:

Logoro per etade, e per lungo uso

D’immoderata venere fiaccato                                   60

Invecchiò; ma tenace in sua natura

Ferve vecchiezza, e ad or ad or ribolle.

Ve’ l’altro che, sebben procace avvampi

Di pari fiamma, non però di forze

Sortì pari il vigor: ei furibondo                                  65

Pone sossopra ogni presepe, e a niuna

Capra concede, quando annotta, il sonno:

Non di sangue bollor intorno al chiuso,

Ma sol desio di lascivir lo tragge;

E mentre ai colli ruvidi l’appiglia,                             70

Vedi che i denti non ben fermi infrange

A mezzo i baci, e vien meno sua voce.

Quante fiate fra spineti il miro

Correr fiacco a furtive e spesse nozze,

Batter mi sento per lo riso i fianchi;                           75

E, ai piaceri di Venere anelando

Ad ogni istante con gelide nari,

Inameno d’intorno odor tramanda.

Ve’ il terzo armato di ritorte corna

Ch’atra lussuria spira; ei non fa grazia                     80

Neppur a capri giovinetti : il gregge

Quanto debba a costor grato rimembra;

E lor mercè se agli stallaggi intorno

D’agili nati noveriam le mandre,

E le molte famiglie de’ nipoti.                                    85

Quello macro ed inerte è per vecchiezza;

Ma pur costui d’intere forze un giorno

Iva in tresche furtivo, e non solea

Torcer la vista dalle verdi fronde:

Ora si giace, e al cielo guata. Freme                          90

L’altro, e superbo sui vetusti rami

Entro la selva dominar si piace.

Questi per valli e per rimote terre

S’aggirando penetra. Avido è quello

De’ rovi; su chiare acque immoto pende,                  95

E tal sete l’adugge, che sua voglia

Tutta non sazieria l’onda del Tago.

Quello è d’alma feroce, e ne minaccia

Col torvo aspetto. Or drizza il guardo, e vedi

Or là que’ due che coll’opposte corna                       100

Guerreggiando s’incalzano; ne’ boschi

Spesso duri tumulti un dì costoro

Destaro, ed or anco a più gravi cose

Son presti, e tutto volgono sossopra.

Vedi que’ due che son da morbo presi:                     105

Negro l’uno riposa, e bianco l’altro

Si tace, e gratta la vetusta scabbia.

Quel che miri pel campo andar solingo,

Fu d’alma generosa; ma la propria

Gramigna non isbruca: ei taciturno                          110

Ed inquieto tragge a stranie lande.

Magnanimo nemico incontro ei s’ebbe;

Ma per etade infranto, uno ne tolse

Morte, e d’ambo troncò l’aspra tenzone;

Nè il ritenne timor le tumid’acque                            115

Varcar de’ fiumi, e superar d’alpestri

Monti gli aerei gioghi: della greggia

Fu duce allor che noi volonterosi

Lasciammo i nostri paschi; ei segnò primo

Fra perigliose vie rapido il corso,                               120

Rincuorando i compagni; indi seguillo

Il resto della turba, onde noi sgombri

Di pensier lieta pace e lunga avemmo.

Miz. Che mai non toglie col fuggir dell’ore

La lunga etade? Ecco scemarsi il gregge:                 125

Qual nostra colpa, quale error? già nulla

È all’uomo eterno, e noi preda di morte

Noi pur saremo: in allegrezza i giorni

Condur fia meglio, e non perdere inerti

Una sol’ora del tempo che fugge;                              130

S’altro, mia cara, in tuo pensier non volgi.

Epi. Teco a un modo sent’io; quello che resti,

Quale fia meta ai mali, a noi chi il dice?

Ben con ambiguo favellar colui

Grave nel volto or le minacce ed ora                         135

Le promesse del giudice ricorda;

Ma l’evento ancor pende, e giova intanto

Viver fra scherzi e giuochi ognor la vita

Togliendo a morte la sua prima parte.

Quanto saggia, mi taccio, ma pur fida                     140

Sempre ti fui consigliatrice e sola,

Come del ben presente usar dovessi,

E goderne, lasciando, la dimane

Al fato, e con assidue carezze

La gioventude richiamar che fugge,                         145

E con man rattenerla, e saggio ogni arte

Oppor contro vecchiezza che s’avanza.

Ove amor della greggia il cor ti tocchi,

(Se pudor non tei vieta) i femminili

Consigli ascolta.

Miz.                             Ah parla, o mia diletta,                  150

Del mio talamo onor, o mio riposo.

Epi. Di questi nati t’arricchir feconde

Le madri: a che brama ti cuoce ancor

Di stranio, armento? le novelle corna

Inghirlandar potrem d’antico serto,                          155

E fia de’ nostri fior: la frode ascosa

Panfilo stesso ignori; nè di razza

Tralignante son essi, nè di gregge

Umíl serban indizio. Di lascivia

Questo avvampa e si sface: se d’opimi                      160

Paschi e di molte mogli il rendi lieto,

Pieni ei solo farà tutti i stallaggi.

Quel s’affatica a superar nel corso

I vecchi erranti; e ad un medesmo arringo

È l’altro, che lasciò ben lunge il gregge                     165

Dietro a sue spalle. Vedi là quel tumido?

Ei volge in mente d’assalir col morso

I tronchi, e sferza colle corna ardito

Le vuote aure. Lo segue altro più mite

In vista; ma crudel, mel credi, ei d’irto                      170

Cinghial più truculenta alma racchiude.

Dianzi rapir l’altrui compagna il vidi

Io stessa, e sua la tien sotto le curve

Nari e il ritorto piede, e fra dirupi

Cacciò il tapino pavido marito.                                  175

Questi d’ogni saver digiuni e vili.

Fan mostra di celarsi: uso gli addestri,

E tesoro faran d’alta dottrina

A queste scuole. Alle dolci uve infesti

Sono que’ due che vedi infino al gozzo                     180

Già di vino satolli: allor che a Bacco

Sacra la Trïeterica [1] ritorna,

Discuoiati anzi all’ara ambo li reca

A placar l’ira dell’offeso Nume.

Eccoti nuova coppia: or qui ragione                          185

Serva all’amor; ben degni ambo gli onoro,

Sebben d’agnello umíl più miti in vista.

Ma di contrarie tempre altre ne giunge:

Quel rode il campo con modesto dente,

L’altro i rami divora a fauci aperte;                           190

E tal è, che il tuo gregge e te medesmo

Potria stancar con quel suo rauco metro,

E volger me da questi côlti in fuga

Col suo strepito informe, spumeggiando

E digrignando fieramente, in tutto                            195

Somigliante ad iroso orso battuto.

Costoro a te mandò l’erba pasciuta

Alle selve Romulee: tutt’altra

Letizia tua da’ nostri boschi viene.

Da questi verran altri ed altri ancora,                       200

Che l’ovil faran pieno: ai desir nostri

Fia che sorte s’inchini e ne secondi.

Miz. Orsù, vanne, o reina delle selve,

Eccelso onor del gregge; insiem lo aduna

E di fior rosseggiante ne circonda                             205

Le corna: appien concorde e un gregge solo

Farassi; ma costui posto in non cale

Or per te veggio; e tu quel degno aggiungi

Agli altri ancora.

Epi.                              In abborrita terra

Nacque, e protervo spregiator de’ nostri                   210

Campi lo diè fiorita valle a noi,

Sì ci sforza il voler della rivale;

Ei vegna pur, ma moribondo e solo

Vegna e non compia di breve anno il giro.

Miz. Non fia mai questo il voler mio: tu l’ira                    215

Affrena, o cara, e ti riponi in calma,

Ch’opra grave per noi fu già compita.

Se Panfilo pur torni, per nostr’arte

Tolte veggendo sue giuste querele,

Consumi dentro sè con la sua rabbia.                       220

Epi. Assai donammo a gravi cure, e l’ora

Della dolce quiete a sè ne invita.

Su via, t’affretta; ispido gelo i monti

Aggravi, e noi fra cari abbracciamenti

Posiam trescando a molle erbetta in grembo.          225

Grex infectus et suffectus [2]

Mitio . Epy

Mit. Dulcior his silvis, et gramine dulcior arvi,

Gratior his antris, et gratior amne sonoro,

Huc modo, dum sum solus, ades, mea nobilis Epy. [3]

Epy. Nulla dies, Mitio, nostros abrumpat amores,

Nulla dies gremio caput hoc disiungat amato:                            5

Ultro adsum, semperque adero, nec sponte revellar.

Mit. O mea (nam dulce est animum exonerare loquendo)

Quid mihi nunc stomachi reris? praecordia quantum

Fellis habent sparsi! mordax modo Pamphilus acri [4]

Perculit incautum, penitus pupugitque querela,                       10

Multa minans absentis heri; sub fine favorem

Obtulit intrepido: fortem fortissima contra

Frons stetit haec: nunc, cara comes, tot dulcia mecum,

Tot laetos partita dies, partire quod instat;

Ne pigeat; numeremus oves, numeremus et hircos. [5]            15

Seu gravis iste redit, seu forsitan ille tremendus,

Vera licet fictis praetexere crimina verbis:

Stet modo frons eadem, conceptaque formula fandi.

Epy. Lanigerum quodcumque pecus servare solebas [6]

Mors rapuit, vel morbus habet: per gramina ripae                  20

Pascitur alterius quicquid superesse dedit sors.

Febris iners, scabiesque tenax, violentaque tussis

Iam vacuos populantur agros: premit horrida sudor

Mucidus, et rigidi configunt tergora dumi.

Tutius abfuerint, ne furtim rara pererret [7]                              25

Maesta lues capita, et serpens per ovilia pestis.

Cetera nosse datur, refer hoc tua lumina tantum.

Mit. Perge meum culmen, mea spes, mea tota voluptas.

Epy. Ille, procul fulvo quem cernis ludere tergo

Vertice conspicuum, setis cui discolor albis                              30

Barba genas, mentumque tegit, per pascua late

Noscitur immitis, frondisque petulcus et herbae.

Hunc edam cupidae metuunt perferre capellae,

Sic duras, tenerasque tegit, sic pondere toto

Irruit incumbens miseris, veneremque nec ullam                    35

Respuit: haud propriae fit segnior inde maritae,

Quae paribus signata notis, et concolor illi est.

Ipse quidem luxu immodico lassatus et annis

Iam senuit, sed dura fero recalensque senectus.

Ille procax, parili totus licet ardeat aestu,                                  40

Viribus haud paribus fruitur; tamen omnia turbat

Septa furens, nullasque sinit dormire quietas

Somnifera sub nocte capras: sed ovilia circum

Hunc animus, non sanguis agit; dumque aspera prensat

Colla, parum stabiles fregisse per oscula dentes                       45

Cernitur et vocis paulatim perdidit usum.

Quem quoties video, subitus quatit illa risus,

Ut fragilis dumeta petit crebrosque hymenaeos,

Et venerem gelidis ardentem naribus omni

Tempore suspirans, inamaenum spargit odorem.                   50

Tertius ille autem distortis cornibus, atra [8]

Luxuria effervens, teneris male temperat haedis.

His multum debere memor grex ipse fatetur:

Horum namque licet cireum praesepia natos

Enumerare leves, atque agmina multa nepotum.                    55

Ille piger senio torpet; tamen integer olim

Ludere clam solitus, virides nec spernere frondes: [9]

Nunc iacet, et coelum spectat. Fremit arduus ille

Proceris gaudens per silvam insistere ramis:

Permeat hic valles, longinquaque rara peragrat. [10]              60

Esurit ille rubos, fulgentibus imminet undis,

Nec foto satianda Tago sitis arida fervet: [11]

Ille ferox animi est, et torva fronte minatur.

Ecce duo, obnixis qui se se cornibus urgent

Saepe graves silvis olim excivere tumultus:                              65

Nunc multo graviora parant, atque omnia turbant.

Ecce duo morbo impliciti: niger iste quiescit,

Candidus ille silet, scabiem fricat ille vetustam.

Ille quidem toto quem cernis ab agmine solum,

Natura generosus erat; sed non sua tondens                            70

Gramina, sollicito tacitus terit avia gressu.

Huic hostis generosus item, sed fractior aevo,

Contigerat; mors alterius certamen utrinque

Conclusit. Non ille vadum torrentis aquosi,

Nec ioga saxosi timuisset carpere montis.                                75

Dux gregis ille fuit, dum nostra relinquimus ultro [12]

Pascua: primus iter rapidum per lubrica flexit

Hortatus socios: mox celera turba secuta est;

Unde diu laetos vacui deduximus annos.

Mit. Quid non longa rapii saeclis fugientibus aetas ?                      80

Decrevit grex ecce situ. Quae culpa? quis error? [13]

Immortale homini nihil est: moriemur et ipsi.

Ludere consilium nec euntis temporis horam

Perdere segnitiae, curasque repellere inanes;

Ni forsan tibi nunc aliud, dilecta, videtur.                                85

Epy. Prorsus idem: quid enim restet? quae meta malorum? [14]

Ambiguum licet ille gravis promissa, minasque

Iudicis inculcet, res pendet: ludere praestat

Interea, et primam morti subducere partem.

Quam sapiens sileo, semper tibi fida profecto                          90

Hortatrix, atque una fui; praesentibus uti

Et gaudere bonis; fato mandare futura;

Blanditiis profugam assiduis revocare iuventam,

Et retinere manu; properanti obstare senectae.

Sed si tangit amor pecoris, muliebribus aurem                        95

Consiliis adverte tuam; nisi forte pudori est.

Mit. Dic mea, dic, requies, thalami dic gloria nostri.

Epy. Hos tibi foecundae matres peperere: quid haeres [15]

Sanguine in externo? veteri nova cornua serto

Floribus ex nostris ornabimus: ipse latentem                           100

Pamphilus haud noscat fraudent; nec degener istis

Sanguis inest, humilisque gregis vestigia servant

Liquitur hic luxu: non pinguia pabula desini

Coniugiumque frequens, implebit ovilia solus.

Errantes studet ille senes iranscendere cursu,                           105

Et facit: ille gregem longe post terga reliquit.

Aspicis hunc tumidum? meditatur prendere truncos

Mordicus, et vacuas corna iam verberat auras.

Mitior hunc vultu sequitur: mihi crede, sed ille est

Saevus, et hirsuto multum truculentior apro.                           110

Me spectante, parem spoliavit coniuge nuper, [16]

Et potitur camuris lame naribus ac pede torto;

Illum inopem, pavidumque procul per saxa fugavit.

Hi turpes rerum indocti latitare, videntur;

Sed sine, consuescant: discent tot multa magistris.                  115

Hi duo, quid reris? fatales dulcibus uvis, [17]

Iam pingues, mustoque graves, hos pelle revulsa

Persolves: laeso venient Trieterica Baccho.

En tibi par aliud, ratio famuletur amori,

Dignum laude, licet blandis prope lenius agnis,                      120

En quoque par longe varium: pratum ille modesto

Dente metit; ramos patulo vorat alter hiatu, [18]

Teque tuumque gregem rauca qui voce fatiget,

Meque fugare locis informi murmure posset

Spumeus et frendens, tunsoque simillimus urso. [19]               125

Hos tibi Romulei miserunt gramina saltus:

Cetera de nostris veniunt tibi gaudia lucis.

Hinc alii, atque alii accrescent: sors prona favebit.

Mit. O pecudum decus eximium reginaque silvae,

Perge, age, iunge greges, et cornuta flore rubenti                    130

His quoque circumda: grex esse videbitur unus.

Hunc tamen oblita es, numeris adscribe merentem. [20]

Epy. Invisa regione satum, quem florea vallis [21]

Paverit, et nostri spretorem nuserit arvi:

Pellicis imperio premimur: moribundus et unus                      135

Introeat, spatiumque brevis non expleat anni.

Mit. Iram frange, precor: nihil unquam tale iubebo. [22]

Iam tranquilla redi, quoniam res magna peracta est.

Pamphilus ut redeat, iustas licet arte querelas

Abstulimus, tacitam maestus sibi sorbeat iram.                       140

Epy. Multa quidem curis dedimus, iamque hora quietis

Nos vocat. Accelera: glacies premat hispida colles,

Brachia nos nexi molli iaceamus in ulva.

 

Note

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[1] trieterica sacra, era la festa triennale di Dioniso- Bacco, che si celebrava a Tebe ogni tre anni .

[2] Intorno a questa osserverò lo stesso metodo che fu tenuto dal volgarizzatore dell’egloga sesta, riferendo cioè le stesse parole del comentatore Imolese ovunque abbiavi bisogno di qualche schiarimento. — L’Editore.

[3] Postquam recessit Pamphilus.

[4] Nunc mordax Petrus verbis suis me percussit improvidum, et percussit animum meum aspera exprobratione: ille dico minans multa, et obtulit mihi intrepido ipsum Dei iuditium, nisi emendarem me ab ista vita deliciosa.

[5] Faciemus rationem de subditis nostris, qui sunt praelati, et numeremus hircos, id est cardinales, ut tutius possimus nos defendere, si reverteretur Pamphilus, seu si veniret Christus; et licituni est velare crimina nostra fictis verbis, dummodo eadem custodia vultus et concepta forma loquendi.

[6] Si ego considero, tota curia nostra est inovata. Alii supersunt novi, et antiqui subditi sunt mortui, et venerunt novi subditi praelati..., Curia romana mutata, est in alia loca.

[7] Scilicet, ne isti possent nobis accipere dominium.

[8] propter superbiam et ferventem obscuram luxuriam male temperat se a teneris, et ipsa curia romana multum tenetur ipsis.

[9] solebat optare virides puellas.

[10] et ille alter non discurrit per civitatem Avenionis, sed vadit per alia loca et alias provincias.

[11] et vides tu illum alium; ille multum curat de luxuria, et est avarus ita quod sitit et libenter appetit florenos, et ipse instar splendidis undis, quasi dicat sitit aurum; et est ita ardens sitis istius, quod non posset estingui si haberet Tagum, in quo iacent arenae aureae.

[12] ille fuit dux civitatis romanae quum nos dimissimus Italiani et ipsam Romani? scilicet iste de Ursinis cardinalis, et ille primus flexit iter ut cardinales transirent ultra montes: mox tota curia sequuta est eum.

[13] ecce curia romana diminuta est: nos non sumus in culpa. Deus esse hoc iubet, et etiam nos cito moriemur; et ideo consilium meum est ut quamdiu est, ludere, non perdere horam temporis recedentis pigritia.

[14] nos ignoramus finem nostrum; et ideo quamvis ille frequenter inducat promissa et minas, tu tamen quod scimus nos, ergo melius ludere est, et subducere primam partem mortis.

[15] Tu cognoscis omnes istos supradictos, qui sunt nati ex consanguineis nostris, ideo non cures de praelatis, et non cures facere cardinales italicos, quia possent accipere nobis dominium; et nos ornabimus nova capita superbo capello antiquo ex nostris ornamentis: nos dabimus capellos de partibus nostris: ipse Petrus non cognoscet istam fraudem, et dicit isti iuvenes non sunt degeneres, et isti non servant vestigia hu-milis gregis, sed superbi; et denumerat alios et describit cardinales faciendos.

[16] ego vidi quando rapuit uxorem uni sibi aequali me ridente; et ille talis utitur naribus curvis et torto pede, et expulit illum cui accepit uxorem, et fecit ipsum explorari et baniri a civitate.

[17] illi orti sunt in isto mundo ad destructionem vini, et sunt pingues et graves multo mero sive musto : de istis nos facimus sacerdotes Bachi, et tu persolves triaterica sibi facta sacrificia in anno Deo vini offenso.... nos sacrificabimus illos duos revulsa pelle quando veniet illa festa Bachi, scilicet triaterica.

[18] et iste erit ita audax quum saepe quaeret repellere me, scilicet retrahere curiam romanam in Italiam, et fatigabit te papam, et qui iracundus posset fugare me de illis locis gallicis.

[19] scilicet illi de Ursunis, et herbae pascui romani miserunt tibi illos duos; sed omnes alii sunt de partibus nostris et sylvis et de regnis nostris, et paulatim tu replebis gregem, et fortuna favebit nobis.

[20] tamen tu dimisisti unum quem vellem facere cardinalem, et bonum erit quum faciamus; adscribe illum in numero.

[21] Respondit Epy et dicit: vis tu facere istum italicum quem florentissima regio peperit (*), et vis facere istum quem miserit despecturam nostrarum civitatum et regnorom, et premimur imperio pellicis : ego timeo ne Italia iterum vindicet curiam romanam; ultra intret iste moribundus in mala hora, et ipse non expleat spacium anni.

(*) Il nostro Benvenuto da Imola non ci lasciò cenno alcuno circa quell’Italiano quem florentissima regio peperit, che da Clémeute VI volea crearsi cardinale, se Avignone non ne lo avesse dissuaso. Il chiarissimo volgarizzatore di quest’egloga sospettò potervisi ravvisare il Petrarca medesimo. A me non consta che altri abbiane concepita idea; e però parendomi questa lodevolissima ed importante, non esitai di meditarla, e farne qualche ricerca.

Se consideriamo il verso Hunc tamen oblita es, numeris adscribe merentem, ed i due seguenti invisa regione satum, quem florea vallis Paverit, et nostri spretorem miserit arvi? tutto certamente conviene a farvi vedere accennato il Petrarca, cioè: Avignone che lo dimentica; Clemente che lo ricorda degno di onore sommo: l’Italia odiata da Avignone: la valle florida, ossia Firenze, che gli fu patria: il suo disprezzo per Avignone ztessa. — Ma troppe sono le circostante che si oppongono a questa applicazione. Avea Clemente VI grandissima stima e forse anco affissione pel Petrarca; non trovo però indizio alcuno di tanta predilezine da volerlo elevare cotanto. Il De Sade (Mém. T. III, p. 246 ) mi fa conoscere che l’epistola 4 del libro XIII del codice della Riccardiana ci faccia fede averlo i cardinali di Boulogne e Taleirand tentato, per commissione del papa Clemente, di accettare l’uficio di secretario di quest’ultimo, e ciò nell’anno 1352, nel quale ai 6 di dicembre egli morì. L’offerta di questo posto esclude assolutamente la possibilità di quella del cardinalato sì pel tempo anteriore, perchè non potea poi sì bassamente convertirsi, che pel tempo posteriore, perchè la malattia e la morte troppo immediatamente vi susseguirono, onde il Papa avesse potuto concepirne il pensiero.

Nè egli è tampoco verosimile che il Petrarca abbia mai concepito speranza, non che ambito una sì fatta promozione. L’avere egli rifiutato tutti quegli onori a quagli avanzamenti, e perfino gli ordini ecclesiastici che gli avrebbero fatto scala al sacro Collegio; la sua inimitabile franchezza del dire, dello scrivere e del fare; il suo amore d’indipendenza assoluta, ed il suo genio per la gloria di tutt’altro genere, ci fanno fede ch’egli, come non pensò mai all’acquisto del cappello cardinalizio, così non potea nemmeno avere la debolezza di supporre, e tanto meno di dire che Clemente avesse avuto l’intenzione di conferirglielo. In nessun caso avrebbegli il suo sano intelletto permesso di attribuirgliela in questa egloga, in cui fa tutt’altro che il panegirista di quel Pontefice, il quale, anche per la sola intenzione, avrebbe meritato la sua riconoscenza. — I due versi seguenti poi ce ne disingannano pienamente, nulla avendo che sia da potersi appropriare al nostro Poeta. Quel Pellicis imperio premimur non può appartenergli nè in senso proprio nè in senso allegorico; non intendendosi quale donna o quale potenza fosse al Petrarca sì fattamente vincolata da farsi rivale d’Avignone o della Curia. Quel moribundus et unus introeat non si confà all’età di lui, ch’era allora (1352) ancora freschissima. Tanto meno poi potrebbe convenire ch’egli da sè si facesse il vaticinio di breve vita: spa-tiumque brevis non expleat anni. — Per quanto io dunque sentami convinto che l’individuo qui contemplato debba essere fiorentino, tanto meno saprei persuadermi che del Petrarca, anzi che d’altro Toscano vi si favelli. E qualora avessi da indovinare, direi ch’ei potesse essere quell’Angiolo Acciaiuoli, vescovo di Firenze, fratello del siniscalco Niccolò Acciajuoli con cui venne nel 1348 in Avignone accompagnando la fuggiasca regina Giovanna di Napoli, vedova del re Andrea, ed allora sposa di Luigi di Taranto (De Sade T. III, pag. 178 ec. ). Non so se questo Vescovo siasi d’allora in poi trattenuto continuamente alla corte d’Avignone; ma certo è che por gli affari della Regina e per l’importanza dei maneggi del fratello potea essersi fatto accetto al Papa; e che nel 1352 lo trovo nuovamente in Avignone, però disposto a farne partenza per ritornare in patria. L’ep. 12 del lib. XII delle Familiari del Petrarca (nel codice della Riccardiana) in data di Valchiusa dei 23 di maggio di quell’anno (De Sade T. III, pag. 217) ci fa piena fede di questa circostanza. Se a taluno premesse di determinare più precisamente l’ipotesi o di assicurassi pienamente della verità di quanto venni qui accennando, lo potrà fare indagando gli annali di quel pontificato, non che l’epistolario del Petrarca relativo a quella epoca: indagini che avrebbero costato a me troppo tempo senza profitto alcuno, bastando di avere schiarito il dubbio che n’era insorto circa il Petrarca stesso. — L’Editore.

[22] Noli irasci, nunquam faciam alium; ideo fove mihi, quia nos facimus omnes cardinales amicos nostros, et quamvis Petrus redeat, et quamvis reportet iustas querelas, nos abstulimus; et ideo si indignabitur, habeat sibi damnum.

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