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Edizione di riferimento
Francisci Petrarchae, Poëmata minora quae exstant omnia Nunc primo ad trutinam revocata ac recensita, Vol. I., Mediolani excudebat societas typographica classicorum Italiae scriptorum MDCCCXXIX
Poesie minori del Petrarca sul testo latino ora corretto, volgarizzate da poeti viventi o da poco defunti, vol. I., Milano, dalla Società Tipografica de’ Classici Italiani, MDCCCXXIX
Pietro Roger, nato nel 1291 nel castello di Maumont della diocesi di Limoges, fu monaco Benedettino, facendo rapidi progressi negli onori e nelle dignità. Divenne Provvisore della Sorbona, Arcivescovo d’Arras, Guardasigilli di Filippo di Valois; nel 1329 Arcivescovo di Sens, poi di Rouen; nel 1338, sotto Benedetto XII, Cardinale; e nel 1342 Pontefice, assumendo il nome di Clemente VI.
Era uomo dotto, di bello spirito, magnifico, generoso, di maniere gentili e cortigiane; e fu per queste qualità molto lodato ed amato dai Francesi e dal clero, il quale ben tosto seppe abusarne per arricchirsi, ed impunemente seppellirsi nel vizio. Quelle qualità medesime pertanto lo resero odioso a coloro cui stava a cuore la sana disciplina ecclesiastica; perciocchè lo portarono ad un tenore di vita poco confacente alla pontificia gravità, e lo trassero ad una eccessiva prodigalità per lauto vivere e per lo splendore di una corte di lusso smodato e di profani passatempi. Ad onta però del suo molle carattere e della sua dottrina, usò da un canto singolare durezza contro Ludovico il Bavaro, e promosse così molti mali alla Chiesa ed all’autorità pontificia; mentre dall’altro abbandonò ai disordini ed all’anarchia gli affari d’Italia e di Roma. Al che tutto forse non poco contribuì l’essere egli rimaso sempre troppo ligio alle volontà di Filippo di Valois, per cui sacrificò i tesori della Chiesa, siccome dice Matteo Villani (lib. III, cap. 43). Egli morì nel 1352.
Egli è chiaro a vedersi che, sotto un Papa di tal tempra, l’animo forte del Petrarca sentivasi spinto a sfogare la santa sua ira contro gli abusi ed i vizj della curia e della corte di Avignone; valendovisi dell’allegoria pastorale, onde non offendere la dignità e la venerabilità del pontificato e della religione, come avrebbe potuto credersi qualora avesse svelatamente esposto i suoi sentimenti.
Scrisse egli dunque quest’Egloga per dare sfogo al suo sdegno contro quegli abusi; e le assegnò il titolo: Pastorum pathos, ch’io stimo doversi tradurre: Le cure pastorali; perciocchè in essa stanno a forte contrasto le cure che per le loro greggie ebbero l’antico Panfilo (S. Pietro) e Mizione (Clemente). Il primo rimprovera al secondo il mal governo che fa del suo gregge, e l’abbominio della sua vita non già da pastore ma da re; laddove il secondo se ne gloria, ne descrive le ricchezze e le delizie, e taccia quello di semplicità, rinfacciandogli perfino le stragi del suo gregge, e l’abbandono che ne avea fatto fuggendo. Panfilo bene vi risponde, ed incalza con minacciosi argomenti il traviato pastore; ma questi non se ne sgomenta, e ben lungi dal convertirsi resta saldo ne’ suoi principj; e conchiude, dicendosi forte e disprezzatore de’ mali presenti, non che poi de’ lontani, che spaventano gli animi vili soltanto.
Pan. E chi cacciò que’ capri maladetti
A guasto della selva? A tal serbati
Fur dunque i boschi ove piovean sì pingui
Le divine rugiade, e cui di dolce
Onda fea lieti la mia scinta e scalza 5
Moglie, e il pastor che vita ebbe dal foco,
E quei che le corone avea nel nome?
E per che rabbia la crescente messe
Fu tronca in erba, e lungo i vani solchi
Sfiorì la spene che ridea sì bella 10
Ne’ giorni dello aratro, in che l’Ibero
Pastor gentile a’ crepitanti lauri
Di suppor non temea le accese braci?
Quando a lui già mezz’arso il destro Apollo
La man distese, e lui campò nel sacro 15
Aereo balzo dell’eterno Olimpo.
Miz. Ahi sorte iniqua de’ pastor! Frenate
L’agnelle; i greggi non ben domi a dura
Verga traete: — ogn’uom sì gracchia: e intanto
Chiede e vuol che di latte ogni venosa 20
Mamma e ogni coppa di latte trabocchi.
Qui d’uopo è incanto: e incantator non sono. —
Or che vuol questo vecchio senza pace,
Tutto armato di pietre e chiavistelli,
Che grida eterno, e ’l capo al ciel tentenna? 25
Le bestemmie, onde fioca have la strozza,
Deh! piovan tutte in quel suo capo irsuto!
Che se ferro e venen pur giova al tristo,
Caggia il tristo sotterra in mala morte,
Ostia cara al suo ferro e al suo veneno. 30
Ma vo’ l’aspro blandir con dolci detti. —
Ove, Panfilo? donde? di qual piaggia
Stanza ti fai? E a che sì tardi al chiuso
Or ti rimeni? A che se’ in ira? e quale
Sulle labbra ti siede amara bile? 35
Pan. Mizïon, forca, tu fra noi? La terra
Non ti s’apre di sotto, e non t’inghiotte?
Meraviglia non è se bosco, messe,
Mandra, ogni cosa ed ogni spene è a nulla.
Cui dava io folle di miei côlti [2] e mie 40
Capanne cura? cui a pascer dava
La casta greggia? Ecco repente gli agni
Cascar tra via; ecco gli stanchi buoi
Spirar pe’ solchi, e restar soli a vita
Gl’irci male odorati e i ciacchi impuri. 45
E quanti in ozio, in fogna e in marcio strame
Traggon la inerte vita, or per le piagge
Trescan disciolti; menan guasto: i freschi
Rami brucian col morso, e i dolci e queti
Paschi cloaca d’ogni puzza han fatto. 50
Miz. Note rampogne, ed aspettate e gravi,
Pastor, son queste; e da gran tempo in core
Meco tacitamente i’ le volgea;
Che avviso m’era qual sana tra noi
Reduce un dì quel rabbuffato e turbo, 55
Che ad orecchio di servo non perdona,
Non a femmina mai, non mai la scura
Fronte d’un lume di pietà consola.
Panfilo! Oh quanto lieve è il dosso altrui
Picchiar di ferze! e quanto fíati duro 60
Campar tua spalla! Or di’: credi, te duce,
Più cortese la morte, e lento il lupo
Correre al sangue de’ tuoi greggi? or vieni:
Vana vedrai questa tua verga e questo
Pauroso visaggio: invan vorrai 65
L’aspra da te cessar rigida bruma,
Men rigida di te; nè ’l dubbio Aprile
Daratti loco, nè ’l morbifero Austro,
Nè la state bogliente: all’auree spighe
Vedrai siccome nullo augel perdoni, 70
Null’ombra aggrappi, niun rodente capro
A’ nuovi arbusti, e nulla alle recenti
Erbe giovenca.
Pan. E che? Pastor non era,
Non l’era io di que’ di che la vergogna
Del mal seme dell’uom l’aspro Nereo, 75
Pascendo i tauri dall’opposta rupe,
Col ventre a terra trascinommi, e tutto
Pose a ferro ed a ruba il bello armento?
Pur seco in pugna venni; allor ch’ei forte
Più assai di me, tutto mi trasse insino
Il ruvido mantello, e sì lasciommi 80
A nudo cuojo.
Miz. E che non dici quante
In picciol tempo furon morte agnelle?
Pingue è ancor di quel sangue, ancor ne fuma
Caldo ogni solco; e nelle cieche grotte
Ossa sovr’ossa ancor biancheggian poste: 85
Stringe mite pietà chi mira il loco.
Nè in quel macello almen tua fame cupa,
E nè tua sete in quel bollor vermiglio
Sazia festi. Quel sangue e quelle polpe
Fur di lupi e lïoni un sacro pasto. 90
Pan. Ohi mal ti prenda. Se l’armento giacque,
Non il pastor giaceva, e non i rochi
Cani eran muti. Larga sol di tanto
N’era l’aspra fortuna entro quel caso;
Che allor le lane almen tendemmo, almeno 95
Le care pelli alla città servate
Pender fur viste in olocausto a Dio.
Ma tu, che traggi d’esta greggia morta,
Che serbi ’n fuor di vuote corna e poche?
Miz. Che n’ho, mi dici? che ti serbo? L’oro, 100
L’oro divin ti serbo. Io già nel trassi
Dal mercato che fea de, stupid’agni;
E tazze n’ebbi aspre di gemme e d’oro:
Poiché lo schivo labbro mio non fassi
Più all’umil faggio, in che suggean poc’acqua 105
De’ rozzi padri miei le agresti bocche.
Ve’ com’è l’uso de’ pastor versato
In regio stile. Ecco il non più calloso
Piè si costringe in femminil coturno
Pinto in tanti color, di quanti infiora 110
L’ago stranier le barbare regine.
Ecco le calve tempie un dì contente
A poca lana per la ghiaccia e ’l sole,
Risplender cinte di turrite cuffie
E d’accesi piropi. Ecco sdrusciti 115
Saj mutati in gran manti, e per tre volte
Purpurei fatti entro ’l venen di Tiro.
Di poco latte a prezzo a me consorti
Ecco i gran prenci: in molle seta, in ostro,
In serpeggianti al collo ampli monili, 120
La donna mia, l’amica mia lampeggia;
E meco giace sotto la dolce ombra
Delle tiepide notti; e non più trema
Al verno, non più suda al molto sole,
Qual fe’ la vecchia tua sozza mogliera 125
Ne’ dì che per le grotte egra giacea.
Non vo’ più moglie da pastor: da reggia
Io moglie vo’, se re i pastor son fatti.
Già gli almi capri, a cui la lunga barba
Misura il prezzo, pascono la selva 130
Divinamente pingui: già la santa
Voluttà ficca dentro ’l brago [3], e voltola
I ciacchi [4] beatissimi. Non avvi
Pastor sì forte nel pugnar, che valga
A tòrsi il loco mio; quindi securo 135
La gran seggia acculano, e rido, e gonfio
Sotto coltre mi giaccio, e russo in piuma,
E la diman non curo: e or dico al vento
Parolette moltissime d’amore;
Or mi piaccio in mirar con cupid’occhio 140
Il premer de’ montoni; or l’ire accendere
Ch’ardon fra ’l pazzo a me fidato armento.
Tu intanto, o vecchio, mastro sol di lai,
Qui statti, e piagni; o col cagnesco dente,
Come rabbia t’incita, afferra e mordj. 145
Pan. Osceno! E tu colle mie spine intrecci
L’oro vil delle tue vili corone?
E in tal vergogna la tua sposa hai tratta,
Ben d’altro ornata che di gemme e d’ostro?
Lasso! il mio tanto affaticar che valse ? 150
A far che tu non più pastor, ma fatto
Santo peso di letti e faldistori [5]
Corcassi in piume l’inclita ventraja
Tolta a duri covacci [6] : e intanto un breve,
Un tronco sonno ti scendesse al ciglio 155
Colle larve e ’l pavento [7] de’ tiranni,
A far che sorga dalle colme tazze
Sete sempre novella, e al timor cento
Si schiudano vïaggi per le aurate
Case, ed i begli arredi. Ahi! sudor vano, 160
Perchè t’accatti a pregio d’or la morte?
Perchè alla fója della moglie incesta [8]
Altercar col drudo l’adulterio? E tanta
Sostener onta infin sul sozzo lino
Del tuo letto? E palpar chi ti si dice 165
Amico, allor che alla tua donna invola
Del facil pudor suo l’ultima dramma?
Vedi? A te pur s’annoda un laccio: leva
Quel tuo viso gravato anco d’esterno
Bacco e di sonno. Ulula forte il lupo 170
Lungo le stalle; e vigilando stanno
A cerchio i ladri sovra l’ôr che ascondi
Nelle sagre caverne.
Miz. Io già co’ ladri
Giurai gran patto: di scannata porca
Col sangue immondo suggellai quel giuro; 175
E il re de’ morti lo scolpío pe’ negri
Altari dell’abisso. Odibil forse
Fu a’ Celesti, ma grato a’ Numi inferni,
E a quanti ingordi Dii, cui placa e volge
La più bella d’ogni ostia, il lucid’oro. 180
Non io se tutti infranga i miei stallaggi.
Tigre digiuna, o se dal negro cielo
La grandin caschi e n’abbian scempio e morte
Messi ed armenti, non per ciò vivrommi
A scarso farro. Tanto già d’annona, 185
Tanto d’auro fidai alle furtive
Mie sante fosse.
Pan. Cessi ’l guardo mio
Dal sacrificio orrendo, onde la fronte
Tinsero di vergogna il sole e Dio.
’Ve turpe è ’l dir, quivi ’l tacere è bello: 190
E mi taccio. Ma di’: pastor già fosti:
Or chi t’ha di pastor fatto merciajo?
A che lo argento dall’un lito all’altro
Traggi e ritraggi, nè pastor fra tanto
Nè merciajo? O fals’uom! Le selve e l’agne 195
Lascia e le case degli agresti, ed osa,
Osa peregrinar per liti estrani,
E ’l mar ti veggia in mezzo a gran procella
Credere a’ venti le cupide vele.
Quella dolente che ti fu già donna, 200
Nuda erra e scalza pe’ monti solinghi;
E abbandonò il su’ ostello, e delle nozze
Il bel letto pudico. Le succede
Vil femmina da conio, e seco ha quanti
Fiutano il lezzo ch’ella spira, e i molti 205
Fetidi becchi, cui la putre giova
Erba crescente a fior dell’acqua morta.
Miz. Padre, a che ’l petto di sì torti e ascosi
Strali mi squarci? Onde sermon sì lungo?
Onde ne turbi i miei dolcissimi ozj 210
Di sì laido garrito [9]? Or di’: ti sfoga;
Ma breve di’: quanto ti manda al labro
L’offesa mente e l’ira.
Pan. Ohi che ti stringa
Prima un ceppo, e poi mani e piè ti chiavi
Un legno a croce. Ma le ferze [10] e ’l ferro, 215
E tutto a par di tanto strupo [11] è nulla.
Nè il potría pareggiar delle dolenti
Case il mal sempiterno, o s’avvi cosa
Che vinca il mal delle dolenti case.
Va, reo servo e rubello, ingrato al cielo. 220
Miz. Va, sordo veglio, a te s’addice i polsi
Strigner nel ceppo, e dalle inverse croci
Pender chiavato. Da gran tempo fatto
Tu se’ de’ boschi e delle ville il riso;
E canta ognun qual di Nereo dal ciglio 225
Fuggivi il dì che orbo lasciasti il gregge;
E il gregge ne pena, se nel viaggio
Non ti scendea col fero volto un Dio,
Che all’ovil ti rivolse i piè mal franchi,
E le mal volte spalle. Il più mi taccio: 230
Ch’ogni uom ben sa come ne’ casi estremi
Per te si vide il tuo Signor qual era:
Onde appreser da te le tarde genti
Colpa esser lieve un pecoril deserto.
Pan. Se tu del fuggir mio meni tal grido, 235
Che non lo meni del tornar puranco?
Tornai: sostenni del pastor tiranno
Il cospetto e i flagelli; e vinta giacque
La facil tema, e in grande onda di pianto
La gran macchia lavai del mio peccato. 240
Ma te a fuggir chi trasse? E perchè i queti
Ovili n’abbandoni? Non t’arresta
La dolce carità del natio loco?
E a che barbare piagge arrechi, stolto,
Le belle chiavi? qui le poni, e lascia, 245
Se maggior delle spalle è il grande incarco:
Ch’altri verrà di miglior lena armato,
Che gli sparsi pel bosco agni riduca.
Miz. Che di chiavi, che d’agni mi ragioni?
Altra cura mi grava, altra mi cuoce. 250
Misera sempre, e servo sempre, e in vile
Capanna io viver, qual già tu vivevi?
A suon di dolci canti a me la cara
Ninfa si stringe. A studio di vaghezza
I’ sto degli antri dilettosi all’ombra. 255
Non più m’abbruna il vivo sol la pelle,
Ma più tersa la fronte, e molle il braccio
Fo de’ liquidi fonti al chiaro argento.
Il bizantino Coridon già diemmi
Quest’alto speglio, in che mi guardo e piaccio. 260
Sel vede, e ’l soffre la mogliera antiqua.
E dritto è ben; che le sue dure voglie
Anch’io vidi e soffersi. Or tienti e lauda
Tu la tua sozza e scapigliata fante:
Me la mia ninfa stringa; e fra le ignude 265
Braccia di lei m’arda una fiamma eterna.
Pan. La putta infame a mille amanti infesta
T’abbracci e t’arda. Quel pastor da chiassi [12]
Cadde primiero nel suo laido amplesso.
Poi per ville e città traea ne’ cocchi 270
La ben mutata moglie; e non più cosa
Da greppi, cosa la dicea da reggie.
Sì la pulcella trepida dal nudo
Casolar pose in ben dipinti e molli
Giardin del riso e degli amori albergo. 275
Ma quel profano a tutte genti in ira
E scherno venne insin ch’e’ visse: e spento
Non appena si fu, che le bramose
Cagne ne sperperar le polpe e l’ossa,
E su vi sparser tutte dalle gravi
Vesciche una fumosa onda fetente, 280
Di cadaver sì pio ben degno incenso.
Ne men sinistro il ciel girò per gli empj
Che venner poscia. Onde la bella or godi
A tutti druda, ed a te sposa; e l’alto
Speglio di Coridon serbi e vagheggi. 285
Reo Coridon! Ch’ei pianger possa eterno
Nella fiumana dell’eterno pianto!
Ei che primo a’ pastori in dote iniqua
Diè d’un trono le pompe e i gran delitti!
Ma tu, ch’ogni arte ed ogni ingegno hai posto 290
In bello farti, che il cocuzzol calvo
Cigni e ricigni di corone imposte
Sovra corone, (immenso pondo, e ignoto
De’ tuoi vecchi alle sante ignude zucche)
Tu che i tuoi sassi di be’ fior colori, 295
Che godi il rozzo pastoral vincastro
Imporporar di rosa pellegrina,
Tu le cose più eccelse al fondo hai vôlte.
Tengon maligne stelle il campo in cielo;
Una iniqua fortuna il suol governa, 300
E nulla è omai dell’aver cura al gregge,
E del guardar prati ed ovili è nulla.
Miz. Altri verrà, se ben mia mente auguria,
Altri appo me verrà, nè lunge è l’ora,
Che tristo, inerte a mie colpe soave 305
Scusa farà co’ suoi fatti feroci,
Bruttando ’l verde della italica erba
Col fango che d’oltr’Alpe a noi deriva,
Pan. Chi fia peggior di te, se pur noi sia
Alcun tuo figlio? Ecco tua conta fede! 310
D’ogni raro tuo merto ecco la cima!
Ove il suol nudra un mostro a te peggiore,
L’ottimo degli umani allor ti estimi.
Questa è virtù; santa innocenza è questa:
Terger macchia con macchia, e a minor colpa 315
Far di colpa maggior velo nefando.
Va: vivi a gioja: in securtà ti posa
Alla grand’ombra delle tue peccata.
Miz. Sol ch’io meni in letizia i giorni miei,
Che val se in doglia mi vedrà la morte? 320
Tu vita e morte in lagrime traesti;
Ne so qual riso ti fruttò lo incerto
Viver futuro, onde tingevi in oro
I sogni tuoi.
Pan. Quant’era il meglio, o ingrato,
Memorar con che pena e che periglio 325
Ti largì questi campi il tuo Signore!
Dilaniato da pungenti vepri
Lui pur vedemmo; e lo smarrito gregge
A gran prezzo mercando ir fra ’l compianto
De’ pastor lassi; ’l vertice d’Olimpo 330
Mutar col fango delle fonde valli.
Membra com’ei vivea di cibo agreste,
Come vil, nudo, iva per ville e selve
Il Signor d’ogni selva e d’ogni villa.
E in esse tu meni tal vampo? in esse 335
Hai regno tu? dov’egli a stento l’orme
Tra le fami e le seti egro premea?
Miz. Lui côlto avea di sè mal degno oblio.
Sia laude al ver: fu pari ad alma avara,
Che per tema del molto al poco guarda, 340
E il meglio perde: ecco: ei dì e notte stride,
E mai non resta, e de’ villan gli orecchi
Introna di selvaggio ululo orrendo.
Ei pon sua legge nel tuffar le inferme
Tremanti agnelle dentro ’l gel de’ fonti; 345
Nel tonderle da crudo insino al cuojo,
Onde ’l vello gentil non se ne stracci
A lappole [13] od a’ stecchi; ei da ogni siepe
I belanti difende irci [14] mariti;
Nè buon citiso, o molli erbe, ma acuti 350
Rovi n’appresta, e macri tamarisci:
Ferino pasto, e duro a’ bruti stessi!
Così l’aspro Signor strigne i suoi cari,
Sì li martella a durissima incude [15],
E lor dice virtù l’esser famelici, 355
Sitibondi ed insonni. Altre minacce
Pongon poi colmo a sì beata vita:
E ogni dolce è delitto; ed ogni amaro
È di ciel dono: e i pieni solchi agli empi,
E a’ buon son poste le vallee deserte: 360
E santo letto è a’ nudi piè la terra
Trista di spine. E questo umano armento
A così riposato, a così bello
Viver dunque si serba? a questo ei nacque?
E chi scrisse tai leggi uomo s’appella? 365
E stupor ti sarà, se inferme e poche
Le gregge son, che per tal via si fanno?
A sì crudo Signor non io m’attergo.
Un soave i’ ne seguo: ei mi fea magno;
Ei dicea che ’l regnar cosa è da numi, 370
Cosa augusta ei diceva il quatar curve
Le fronti in giro, e udir di lode il salmo.
A me tal vita giova; a me disciolto
Viver de’ lacci, e trar nel gaudio i giorni.
A chi tanto di grazia ha ’l ciel versato? 375
A chi biondeggia in tante ariste il solco,
Se il ciel fa legge della fame? Il morso
Di rade e lente agnelle, e come integri
Nudar potrebbe del lor verde i prati
Pascer vi lascia e lascivir puranco 380
La turba de’ mariti, e a’ monton lascia
Il curvar sovra l’agne il dorso in arco.
Sì bello stile io seguo; e dentro il grembo
Di madonna supino, il viver vostro
A voi cedo, e l’onoro, e al mio m’attengo. 385
Pan. Alzi così contra ’l Signor le ciglia?
Misero! mentre in lieta ombra ti posi,
Quel che pende non sai. Verrà ben tosto
Dispergitor d’ogni tuo riso, il pianto.
Miz. Ciance! Un danno lontano è morte ai vili; 390
Ma un mal, benchè sia presso, ai forti è riso.
Pam. Quis nemus omnevagis lacerandum praebuit hircis? [17]
Quid sylvae meruere meae, quas rore superno
Iupiter, et rivis spumantibus horrida coniux
Impiger [18]a, atque olim Pyreus Phaniusque rigarunt? [19] [20]
Quae rabies, furtim segetes dum carpit acerbas, 5
Spes et opes turbavit agri, cui pulcher Hyberus, [21]
Delitiae nostrumque decus, sub tempus aratri
Non timuit prunas crepitantibus addere lauris?
Quis, prope consumpto [22]b, dextram, nisi noster Apollo
Porgeret afflicto, montesque efferret in altos? 10
Mit. Pastorum fors dura nimis! Date frena capellis,
Indomitos cohibete greges, simul ubera multo
Laete fluant semper. Magicas non novimus artes.
Et nunc iste ferox lites et iurgia secum
Instruit; ac saxum et nodosa repagula gestans, [23] 15
Quot maledicta parat? Poterit maledicta mereri ;
Ense perire suo; quod fert reperire venenum!
Blanditiis tamen aggrediar. — Quo Pamphile? et unde?
Quosve locos habitas? Serum tua claustra revisis! [24]
Quid fremis? Inque gravi quid fervetspiritus ore? 20
Pam. Furcifer, hic, Mitio? Nec te durissima sontem
Sorbet adhuc tellus? Iam iam mirabile nullum est,
Si nemus et messes atque omnia versa retrorsum
Spem lusere meam. Cui proh! custodia culti
Credita ruris erat? cui grex pascendus in herba? 25
Intempestivis perierunt mortibus agni;
Defessi perdere boves; hircique supersunt,
Immundique sues, quos luxus et otia tendunt:
Turba nociva satis, nullaque lege per agros [25]
Spargitur insultans, virgultaque dentibus urit; 30
Iam montes infecit odor, nostramve quietem.
Mit. Haud inopina quidem patior convida; dudum
Singula nam tacito tractans sub pectore mecum
Vaticinatus eram: iam turbidus ille redibit, [26]
Nec servi tergo, nec amici parcere famae [27] 35
Doctus, nec rigida pietatem admittere fronte.
Pamphile, quam facile est alienam carpere vitam!
Quam durum servare suam! Te forte magistro, [28]
Segnior haud [29]c gregibus mors ac lupus ingruat albis?
Nequaquam; baculoque minax vultuque venires. 40
Nil tibi tristis hyems (quanquam cessura rigori
Illa tuo), nil ver dubium, nil morbidus auster,
Nil tibi de proprio violenta remitteret aestas.
Non volucres segeti, non mitibus umbra racemis,
Non caper arboribus, non bucula parceret herbis. 45
Pam. Nonne ego pastor eram, dum trux, turpissime rerum,
Nereus, adverso pascens in vertice tauros, [30]
Transversum deiecit humi, et pecus omne parabat
Vi rapere? obluctor donec violentior ille
Exuit hirsutam tunicam, nudumque reliquit. 50
Mit. Quid, potius tractare velim, quot tempore parvo
Tunc nostri cecidere greges? Est sanguine vallis [31]
Pinguis adhuc: coecis raptim congesta cavernis
Ossa iacent: horrore ferit locus ille tuentes.
Non tibi, non aliis libuit [32]d mandare macello 55
Membra boum? sparsere lupi, sparsere leones!
Pam. Dii tibi sint hostes! At non iacuere magistri;
Non rauci siluere canes. Quod saeva sinebat [33]
Extremum Fortuna fuit: spoliare cadentes,
Et niveas urbi [34]e dominoque remittere pelles. [35] 60
Tu mihi quid servas, nisi cornua dempta iuvencis?
Mit. Servo aurum, teneris quod compensavimus agnis;
Servo habiles cyathos. Et agresti urgere labellum
Subere non dignor; rudium miseratque parentum. [36]f
Adde quod ars, duce me, multum pastoria crevit. 65
Discolor en talos tyrrheno ex more cothurnus [37]
Circumit; effulgens obnubit tempora iaspis;
Candida sydonio ter murice veliera tinxi;
Et magnos peperi pro munere lactis anticos. [38]
Sponsa nitet gemmis , collumque monilibus ambit, 70
Et mecum fosca secura recumbit in umbra;
Non glacie nivibusque rigens, nec solibus usta,
Qualis erat tua turpis anus, dum rara tenebas [39]g:
Regia, si spectes, non nostra, videbitur uxor.
Tum passim herbosis ludunt in vallibus hoedi; [40] 75
Inque volutabris segnes innata voluptas
Conglomerat versatque sues. Non umida pastor
Fortior antra subit: sedeo iaceoque supinus, [41]
Multa canens quae dictat amor; nec crastina curans,
Commissique gregis ludos et proelia cerno, [42] 80
Tu, querulus tristisque, mane; tu dente canino, [43]
Qua rabies tulerit, semper mordere paratus.
Pam. Ergo, impure, tuum nostris cum sentibus aurum [44]
Iungis? ut indignos habitus libi praeferat uxor
Rebus onusta suis? ut tu meliore cubili 85
Membra loces, somnumque, animo vigilante, fugacem
Excipias oculis, et turbida visa fatigent?
Concilient ut vasa sitim, causasque timendi
Inveniant et forma domus [45]h et cara supellex?
Heu labor insanus, pretio cumulare periclum! [46] 90
Heu furor extremus, nuptae parere furenti!
Turpis! adulteria, et thalami tot probra pudendi
Dissimulare potes? nempe ii, quos fingis amicos,
Coniugis incestae facilem rapuere pudorem;
Insidiasque parant edam tibi. Lumina tolle 95
Immodico depressa mero. Lupus instat ovili; [47]
Antraque pervigiles circumstant ditia fures,
Mit. Furibus est mecum contractum sanguine porci [48]
Foedus, et inferni descriptum regis in ara;
Invisum superis sacrum fortasse, profundis 100
Acceptum sed iure Deis, quibus aere litatum est
Non ego, ieiunae confringant pinguia tigres
Septa licet, totoque fremens ruat aethere grando,
Armenasque satisque necem ferat acrior annus,
Pauper ero: tantum scrobibus commisimus atris! 105
Pam. Tolle ferum, scelerate, sacrum, quod Iupiter et sol
Erubuit potuitque iubar! Sed acerba relatu
Praetereo. [49]i Qui pastor eros, per litora gazas
Convehis, et neuter perages feliciter. Aude
Linquere iam sylvas, urbesque ridere remotas; [50] 110
Pandere vela notis, tumidas tentare procellas:
Uxor enim ignotis iam pridem in collibus errat,
Et patrium limen thalamumque egressa pudicum,
Illa sequetur ovans meretrix famosa, procosque
Secum aget ardentes et olentes turpiter hircos 115
Herba peregrinae quibus est iam grata paludis.
Mit. Quid, pater, obscuris animos ambagibus imples?
Longaque nunc seris quid litibus otia frangis?
Desine iam moestis alacres incessere verbis.
Dic, age; dic breviter quidquid fert impetus et mens. 120
Pam. Es meritus post vincla crucem, post verbera ferrum.
Supplicium breve! quia potius sine fine dolores
Carceris aeterni, vel si quid tristius usquam est.
Serve infide, fugax, dominoque ingrate benigno.
Mit. Surde senex [51]k, gestare crucem, tolerare catenas, 125
Si nescis, sors ipsa tua est. Vulgata per omnes
Fabula iam saltus, Nerei terrore superbi [52]
Destituisse gregem, medio nisi tristis Apollo
Sistere calle gradum, non vertere terga, iuberet.
Caetera nam sileo, domino quamfidus in arctis 130
Casibus, ut possint desertae ignoscere caulae.
Pam. Et fugi, et redii; timui pastoris iniqui [53]
Verbera; nulla metum facilem damnaverat aetas.
Flamine mox lavi maculas, pavorque recessit
Quae tibi causa fugae? cur claustra quieta relinquis? [54] 135
Cur, longinqua sequens, quercus contemnis avitas?
Quo claves, vesane, rapis, quin (obice rerum
Tantarum si cura premit) per moenia saltu [55]
Errantes cogentur oves sub tecta reverti?
Mit. Iam mihi magna placent: inopis non semper ovilis 140
Servus ero. Dulcem cantando nactus amicam, [56]
Formosus fieri studeo; solemque perosus
Antra umbrosa colo, frontemque manusque recenti
Fonte lavans, speculum Corydon bisantius istud, [57]
Quo mihi complaceo, dono dedit. Omnia novit 145
Et patitur coniux, quoniam sua multa vicissim
Dura fero. Vos ignotas iactetis amicas;
Me mea perpetuis foveat complexibus Epy. [58]
Pam. Infamis mulier, multisque infausta maritis
Te foveat, demens. Prior Epycus ille profanos [59] 150
Lapsus in amplexus, cecinit per rura, per urbes
Quam coniux generosa sibi. Prior ipse puellam
Nactus ad irriguos secum traduxerat hortos;
Ludibrioque habitus vivens moriensque, iacentem
Exedere canes et perminxere sepultum. [60]l 155
Laetius haud [61]m aliis post hunc sed adultera forsan
Fida tibi; fruere; et speculum Corydonis habeto.
Aeternum gemat ille miser, pastoribus aulae [62]
Qui primus mala, dona dedit! Formosus haberi [63]
Dum petis, et capiti circumdas serta nivoso, 160
(Ignotum tot pondus avis) dum floribus antrum, [64]
Dumque pedum delire [65]n rosis silvestribus ornas;
Omnia depereunt. [66]o Quando impia sydera coelo
Impia fors terris superant, intercidit una [67]p
Cura gregis, rurisque labor, studiumque peculi. 165
Mit. Succedet mihi forte aliquis; nec longius hinc iam [68]
(Augurio nisi fallor) abest, qui tristis inersque
Mitia praeduris excuset facta repulsis,
Alvernasque ferat romana in pascua sordes. [69]q
Pam. Quem talem, nisi te genitum fortasse, minaris? 170
En tua tota fides! en laudum summa tuarum!
Peiorem si terra parit, tunc optimus ipse,
Inque nocens, Mitio, si crimen crimine purgas.
Vive late, gaude vitii maioris ad umbram.
Mit. Laetus agam; moriarque dolens: tu tristis utrumque; [70] 175
Nescio quid confusa tibi tua somnia servent.
Pam. Par fuerat meminisse, quibus bonus ille periclis [71]
Ista parant herus, Laniatum vepribus aspri [72]
Vidimus. Heu quanti miserans armento, redemit
Perdita sublimi veniens mercator Olimpo! 180
Quam tenuis victus, quam nulla superbia verum
Ruris habet dominum! Tu luxuriaris in arvis
Illius: ipse sua sitiens oc sobrius aula est.
Mit. Immemor ille sui; et, verum fateamur, avarus [73]
Perdere pauca timet, cum possa perdere multa. 185
Impiger horrendis pastore vocibus implet. [74]
Hinc didicisse potes: semperque in fontibus aegras
Mersat oves, tendere iubens ne vellera lappae
Intricent, prohibens ipsis a sepibus hyrcos;
Ostentatque rubos itidem sterilesque miricas 190
(Pascua dura feris); famulos macieque geluque
Conficit; oc tolerare famem somnumque sitimque
Edocet. Adiungitque minas, atque intonat ore;
Dulcia cuncta vetans, iubet aspera: culta cavebis: [75]r
Aria lustrabis: montes superabis iniquos: 195
Et pedibus nudis tribulos calcabis acutos.
Moribus his hominum quisquam de sanguine natum
Dixerity [76]s aut raros illi miretur amicos?
Centra ego, me memini domino servire potenti: [77]
Perdere magnificum: multis placuisse decorum. 200
Vis ubi nulla premit, quis tot consumet aristas
Quod pecus assiduo peraget tot gramina morsu?
Lascivos errare greges hircosque procaces [78]
Coniugio gaudere sinas. Simul ipse iocabor
Dum mea me coniux, dum me mea suscipit Epy; 205
Vos vestros servate, meos mihi linquite mores.
Pam. Infelix, sic noscis herum? Dum tutus in umbra
Stare putas, aderit praevertens gaudia luctu. [79]
Mit. En verbis terrore paras? Praesentia fortes
Despiciunt; timidos edam distantia terrent! 210
Note
________________________
[1] Ell’era cosa notoria che il conte Giulio Perticari avesse volgarizzato l’Egloga sesta del Petrarca, e che, sebbene non pubblicata mai colle stampe, ne donasse però copia a molti amici suoi. Non poche furono le ricerche che per averne una andai lungamente e per ogni dove facendo; ma ogni mia diligenza andò a vuoto sì che io già temea doversi pubblicare questo volume coll’inserirvi il solo testo latino, non osando quasi sperare che altri volesse fornirmene un nuovo volgarizzamento.
In mezzo a questi miei dubbi e timori giunsemi col messo della posta, non so da dove nè da chi, un plicco a me diretto di carattere da me non conosciuto, con entro un manoscritto portante la soprascritta: Parafrasi della sesta dell’Egloghe di Messer Francesco Petrarca, ed infine la nota: di Giulio Perticari. E questa è quella appunto che io qui consegno al Pubblico tal quale la ricevetti dall’anonimo mio donatore. La lingua, lo stile, i versi porgono certamente forte argomento per non dubitare punto esserne autore quell’illustre Pesarese cui viene attribuita, io però non oso farmene garante; e mi assoggetto piuttosto al giudizio del Pubblico, e di quegli amici dell’egregio defunto autore, i quali ne conobbero l’originale, o ne posseggono copie.
Chiunque sia pertanto l’ignoto donatore, egli non può essere che uno di coloro che videro il mio Programma dei 6 dicembre del 1826, e conobbero quindi il mio desiderio e le mie premure di conseguire questo volgarizzamento. E qualunque esser possa la ragione per cui non volle rendermisi noto, non peraltro potea volermelo donare che a fine di vederlo inserito in questo volume, il che io certamente non potea far a meno di adempire; ed adempiendolo, non mi resta che di rendergli grazie del dono, del quale gli sarà egualmente riconoscente l’Italia tutta.
L’argomento di quest’Egloga è mio lavoro, come lo sono tutte le annotazioni volgari segnate con lettere del piccolo alfabeto. Le latine però non sono che estratti del comento di Benvenuto da Imola, segnate a numeri progressivi nel margine del manoscritto anonimo. — l’Editore.
[2] côlti: campi da coltivare
[3] brago: fango, mota.
[4] ciacchi: porci.
[5] faldistori: Sorta di panchetti portatili che servivano ai prelati che pontificavano fuor della diocesi. (ndr).
[6] covacci: terra coperta di strame dove dormono gli animali; scherzosamente si intende il letto. (ndr)
[7] pavento: timore, paura. (ndr)
[8] incesta: immorale; incestuosa (nel significato peggiore). (ndr)
[9] garrito: rimprovero, sgridata. (ndr)
[10] ferze: fruste fatte di stisce di cuoio. (ndr)
[11] strupo: stupro. (ndr)
[12] chiassi: postriboli, bordelli.
[13] lappole: pianticelle campestri che producono palline che s’attaccano alle vesti.
[14] irci: becchi (in tono scherzoso)
[15] incude: incudine.
[16] Per Pamphylum intellige Petrum apostolum, et dicitur quasi amans Christum. Per Mitionem intellige papam Clementem, et vocatur Mitio quasi pinguis et mitis.
[17] Regnum laceratum lascivia animalibus: idest cardinalibus et praelatis.
[18]a Impiger leggesi in tutti i testi, e vi sta bene per legge di prosodia; ma sconcorderebbe coll’horrida coniux, se non lo si riferisce all’upiter del verso precedente. Così pure il Pyreos Phaniosque delle stampe dee leggersi Pyreos Phaniosque.
[19] idest Paullus, dicitur Pireus a pir graece ignis: quasi accensus igne, idest Iesu Christi amore.
[20] scilicet Sanctus Stephanus graece corona.
[21] Pulcher Hyberus, idest Laurentius, qui fuit de Hybero, quod est flumen quod transit per Hyspaniam, unde dictus est a lauris semper virens in fide. Christus porrexit auxilium substinendi tale martyrium, et revocavit ad altos coelos.
[22]b In tutte le stampe sta altresì prope consumptus; ma l’ho corretto col consumpto, onde accordarlo coll’afflicto.
[23] Vocatur Petrus a petra, et gestat secum nodosa repagula, idest ipsas claves Paradisi.
[24] idest: Tarde tu revisis Ecclesiam tuam.
[25] Vos, praelati, omnia destruistis, et ista turba hircorum urit omnia virgulta: infamia iam venit ad Deos, et ad me Petrum.
[26] Ego dicebam inter me: Venit iste Petrus turbidus contra me, et nescius parcere.
[27] Il testi ha: Nec servi tergo: ho mutato quel tergo in orecchio , perchè m’ è sembrato che meglio tocchi la briga di S. Pietro con Malco.
[28] Si tu esses hodie papa, tu non posses servare sanctam Ecclesiam, sicut tempore tuo, dum eras papa,... et tuus baculus minax, et tua frons rigida non sufficeret.
[29]c aut trovasi in tutte l’edizioni; ma dee starvi necessariamente haud.
[30] Respondit Pamphilus: Non eram ego papa dum Nero truculentus pascens potentes Romanos in Capitolio contra Ecclesiam, iste Nero deiecit me Petrum ad terram..., et praeliator fui... quousque ille occidit me, reliquitque me nudatum.
[31] Vallis romana adhuc est pinguis sanguine martyrum, et sola ossa sunt congregata in occultis sepulchris.
[32]d Al licuit, portadto da tutti i testi, ho sostituito libuit, che meglio conviene al senso, anzi alla forza della sentenza.
[33] Sed praedicatores fidei non tacuerunt.
[34]e Il testo dice dominoque remìttere pelles. Il parafraste ha qui (v. 6 e 7 a car. 101 del suo volgar.) un po’ arbitrato, dicendo: Le care pelli … Pender fur viste in olocausto a Dio.
[35] Hortabamur animas non timere martyria: et capiebamus animas cadentes, et remittebamus animas albas et puras Deo, et assignabamus ipsi Deo, et caelesti civitati.... sed tu, Mitii, quod servas Diis, et mihi? Tu nihil reportas ad Deo», nisi corona, idest capillos cardinalium, qui redunt ipsos cornutos.
[36]f Rudium miseretque parentum portano costantemente i testi. Ho creduto doversi dire miseratque, perchè il senso richiede l’indicativo presente.
[37] Fero sotulares et coturnos aureos et nobiles, et habentes multos colores.... et tympora sufflata lapidibus praeciosis, et feci mihi vestes purpureas, tinctas sanguine illius piscis qui in Sydonia capitur.
[38] Et ego acquisivi mihi magnos amicos pro dono pecuniae, et Ecclesia tota nitet gemmis, et requiescit mecum in loco obscuro, et secum gaudeo... et non est ita nunc, sicut erat Ecclesia tua turpis... et nunc non videbitur uxor sacerdotis, sed videbitur regina.
[39]g Dum rura teneres non pare star bene, sebbene così leggasi in tutte le stampe. Al qualis erat risponde necessariamente il tenebas, come anche il sentimento della sentenza lo chiede. D’altronde questi due versi sono un po’ arbitrariamente parafrasati: dum rura tenebas si riferisce non già alla mogliera di Panfilo, ma a Panfilo stesso, ed al tempo del suo pastorale governo. Non potea quindi dirsi: Qual fe’ la vecchia tua sozza mogliera Ne’ dì che per le grotte egra giacea. Meno ancora corrispondono al verso: Regia, si spectes, non nostra, videbitur uxor, cioè: « essa, se la miri, parratti moglie di re, anziché mia. » — Il parafraste dicet Non vuo’ più moglie da pastor : da reggia Io moglie vo’, se re i pastor son fatti.
[40] Et tunc isti cardinales lascivi ludunt ubique in herbosis locis, et delectatio volvit istos pigros in coeno, quia sunt pleni divitiarum.
[41] Nullus alius Dominus, ut imperator, vel aljus rex, non poterit intrare speluncam nostram.
[42] Cardinales sicut praeliantur.
[43] Sed tu Petrus semper querulus stas, et tristis semper, et mordere paratus.
[44] O immunde papa!... vis tu facere comparationem auri tui ad labores nostros?
[45]h Qui domus è genitivo invece di domi, e pero la seconda sillaba è lunga.
[46] Stultum est accumulare aurum. Tu, Mitii, nullo modo potes negare totum vituperium camerae dedecorosae et vituperatae: et tu dicis quod acquisivisti multos amicos: certe tu deciperis, quia isti, quos tu dicis esse tuos amicos, rapuerunt honestatem Ecclesiae uxoris non castae: et ipsi parant insidias tibi.
[47] Sed rex Franciae contra stat: et fures inimici, quos vocas amicos, multum vigilant, ec.
[48] Ego feci confederationem et ligam cum istis furibus, et ita non ipsos timeo: et hoc est contractum sanguine porci, hoc est immunditia mea cum omni turpitudine (quia cum largitionibus immundis): et foedus scriptum est in altari regis inferni.
[49]i Praeterea leggesi in tutte le stampe, ma dee stare Praetereo.
[50] Tu potes bene transportare Ecclesiam romanam, quia iam est diu, quod ipsa reliquit proprias sedes, et errat in collibus ignotis, quia in Avenione est egressa, cameram honestam illam gaudens. Ipsa meretrix famosa ducet porcos secum et amatores, scilicet cardinales, sic hircos fetentes, quibus placet iam mansio Avenionis.
[51]k Nell’edizione del Giunta del 1504 leggesi Crude senex, ma surde nelle altre tutte. E quest’ultima lezione è ritenuta anche dal parafraste.
[52] Si ego male tracto Ecclesiam Dei, tu peius certe, quia negasti eum, et voluisti eam relinquere propter Neronem superbum, nisi Christus testis praeciperet tibi firmare istam fugam in via, et faceret te reverti.... Mala tua sunt tanta, quod non est mirum si ego facio haec.
[53] Si ego fugi, ego reversus fui, et substinui flagella iniqui Neronis.
[54] Tu quam causam habes fugiendi, et cur relinquis claustra Romae? cur deseris loca italica, ubi tui antecessores steterunt: et tu, o demens, ad quem locum trahis claves Ecclesiae?
[55] Tunc nos habebimus alium papam, qui coget populos vagantes per diversa loca reverti sub tecta.
[56] Ego elegi mihi magnifica, et non ero semper servus pauperis aedis, sicut tu: ego acquisivi amicam dulcem voluptando: ego studeo fieri pulcher propter amicam.
[57] idest Constantinus Bizantius imperator, unde Ecclesia habet ista, et substinet ista.
[58] Mea Epicurea, idest Ecclesia: sic Epicurus qui posuit felicitatem in gaudendo.
[59] Prior Epicureus, idest Bonifacius papa lapsus in amplexus iniquos istius Ecclesiae: praedicavit per urbem, quam sponsa Ecclesiae esset nobilis. Ille, dico, Bonifacius adeptus Ecclesiam, dolo et fraude, ipsam conduxerat ad loca delectabilia et amoena, quia nobiliter et amoene vivebat. Sed contigit sibi, quod fuit ridiculum et fabula vulgi, dum vixit, et dum mortuus fuit, fuit carceratus, et illum mortuum canes comederunt, et perminxerunt sepultura.
[60]l In alcuni testi trovasi erroneamente Excedere invece di Exedere, ed in tutti sta sepulchrum. Ma a quest’ultimo ho sostituito sepultum, perchè parmi avere più forza e meglio accordarsi col precedente iacentem.
[61]m Tutti leggono Laetior aut; ma io stimo doversi leggere piuttosto Laetus haud aliis post hunc, cioè: «nè più lietamente la finirono gli altri che vennero dopo lui.» — L’aut in luogo di haud è errore manifesto di stampa.
[62] idest miser Constantinus ploret, et crucietur perpetualiter in abysso, quia primus dedit mala dona praelatis Ecclesiae.
[63] Tu petis haberi formosus, et coronas circumdas albo tuo capiti, ignota tuis praedecessoribus, et quae sunt pondus tibi.
[64] Tu deliras, et devias a via recta et ornans palatium floribus, et virgam pastoralem gattis et divitiis aliunde portatis, permittis omnia mala.
[65]n I testi dicono tutti Dumque pedes debite fuorché la citata edizione Giuntina che dice ottimamente Dumque pedum delire.
[66]o Omnia depereant sta in tutti i testi ; ma il senso chiama qui necessariamente il presente dell’ indicativo; e perciò dico: Omnia depereunt.
[67]p Anche qui il senso richiede il presente medesimo; cioè intercidit una, anzi che il congiuntivo intercidat, che sta costantemente in tutte le stampe.
[68] Post me veniet alius papa... qui reddet me laudabilem... excusabit se a largitionibus, et omnibus dabit repulsam.
[69]q Alvernasque ec. Questo verso può darci un indizio del tempo in cui fu scritta l’egloga presente. Mizione, quasi vaticinando, accenna la patria del suo successore. Questi fu Innocenzo VI, Limosino anch’egli, uomo di vita austera, ma ignorante in tutto fuorché nel Diritto canonico. A lui alludendosi qui, sarà certo che l’egloga fu scritta dopo la morte di Clemente, ma, almeno per questo passo di poetico vaticinio, ricorretta durante il pontificato d’Innocenzo che morì nel 1362.
[70] Tu vixisti triste, et mortuus fuisti triste: et ego nescio quae sit gloria tua in alio mundo.
[71] Aequum et iustum erat tibi revocare ad mentem tuam quot pericula et mala passus est Christus propter Ecclesiam.
[72] idest: ecce nos vidimus ipsum Christum laniatum et incoronatum asperis spinis. Heu quanti praecii ille habens misericordiam redemit humanum genus perditum!
[73] idest Christum non fuit bene memor sui, et fuit nimis avarus.
[74] scilicet Christum implevit praelatos vocibus horrisonis: et mandat semper, quod praelati intendant ad curas animarum, et frequenter iubet immergi peccatores in virtutibus... mandat nos praelatos uti cibariis vulgaribus ... et macerat famulos suos macritudine et gelu... et superaddit minas... vetat cuncta amoena nobis, et iubet aspera: et quod nos non habitemus civitates, et vivamus ad nemora.
[75]r I testi portano concordemente cuncta vetat : iubet aspera: culta cavebis. Ma a me pare potersi leggere cuncta vetans iubet ec. : così il periodo procede più logicamente.
[76]s Vixerit leggesi in tutte l’edizioni; ma io leggo col parafraste Dixerit, perchè meglio corrisponde al senso, ed è richiesto dal seguente miretur.
[77] Ego per contrarium faciam: et recordor me servire diabolo potenti.
[78] idest permittamus cardinales babere uxores multas, et ego ipse papa voluptuabo, dum ipsa Ecclesia mea Epicurea fovet me. Vos, sancti, servate vobis vestros mores.
[79] idest: veniet Christus in iudicio suo pervertens tua gaudia.
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