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Edizione di riferimento
Francisci Petrarchae, Poëmata minora quae exstant omnia Nunc primo ad trutinam revocata ac recensita, Vol. I., Mediolani excudebat societas typographica classicorum Italiae scriptorum MDCCCXXIX
Poesie minori del Petrarca sul testo latino ora corretto, volgarizzate da poeti viventi o da poco defunti, vol. I., Milano, dalla Società Tipografica de’ Classici Italiani, MDCCCXXIX
Due famiglie illustri, ricche e potenti, i Colonnesi e gli Orsini, si disputavano a que’ dì la signoria di Roma, avendogliene porta occasione i Papi medesimi coll’aver trasportato la sedia Apostolica in Avignone. Sotto il nome di Marzio si vogliono intendere i Colonnesi, come quelli ch’erano di spiriti ardenti, guerreschi, e addetti a Marte. Apizio figura i secondi: nam Apitius (così il Donato nel suo comento inedito sull’Egloghe del Petrarca) idest calvus, sine crinibus, et ipse Ursus animal sine cauda est; et sic Apitius pro ipsa domo Ursina accipitur. Benvenuto da Imola (altro comentatore dell’Egloghe) ravvisa pur esso gli Orsini in Apizio, quantunque diagli un’altra etimología. I Colonnesi volevano, quando toccava loro il mensuale governo di Roma, giudicare della pubblica cosa in Campidoglio a San Marcello, come già praticavasi per lo addietro. Gli Orsini all’opposito pretendevano, in loro vicenda, che ciò accader dovesse di là dal Tevere a Castel Sant’Angelo, alla propria e privata abitazione. Roma è simboleggiata nella loro madre comune, vecchia, gemebonda, e presso che ridotta all’estremo. Mentre i due pastori s’intrattengono nel sostenere ciascuno la sua pretesa, eccoti a comparire in iscena Festino, vale a dire un messaggier frettoloso, ad avvisarli che cessino qualsivoglia gara e dissidio, perchè il terzo loro fratel minore, Cola di Rienzo, si è insignorito della somma delle cose. Questo messaggiere arriva molto animato da belle speranze di generale ristaurazione delle cose patrie, e con molta enfasi favella di quel fratello ristauratore, de’ suoi pregi, delle prime sue gesta, e del pronto applauso che da ogni dove gliene procura la fama.
Mar. Di che la veneranda genitrice
Duolsi, o germano? E che le avvenne mai
Degno di sì gran duol? Perchè recenti
Lagrime piove da’ suoi mesti lumi,
E i nostri non ne versano una sola? 5
Ap. Divoran tutto i rapid’anni; tutto
Doma il tempo indomabile; alla madre
La beltà venne meno e la fortuna,
E all’arida vecchiaja omai dà loco
La fresca gioventù.
Mar. Più guarda attorno 10
Quante vecchie durar fiorenti e verdi
Scorgonsi all’urto dell’etade: altronde
E’ convien dir che origin tragga il lutto
Ed i sospiri di quell’alma offesa.
Che noi scopriamo le cagioni occulte, 15
E svelate che sien, de’ suoi destini
Al rigore opponghiam costante petto,
Cel persüade amor, pietà lo vuole,
Pur dell’altrice lo richiede il merto,
Dell’educar, del partorir la cura, 20
Il travaglio, i fastidi e i lunghi affanni.
Ap. Violenza non patè la natura.
Sebbene incontro a lei sorga ogni petto,
Sebben l’umana razza ogn’arte adopri,
Ogni pensier per atterrarla, pure 25
Ella scotendo la cervice invitta,
Qualsiasi freno prenderassi a scherno.
Mar. Questa natura vuol che quasi uguali
Tenuti sieno i nostri padri ai Numi.
Ap. Ma questa istessa ne divieta ancora 30
Il capovolger della vita il corso,
E delle cose lo sturbar le leggi.
Non può la madre ingiovanir: più d’una
Avvi pietà: cura ciascun si prenda
Della propria consorte , e a’ pargoletti 35
Suoi figli di soccorrere si studi.
Mar. E niuna cura della madre? Sola
La desolata a’ miei pensieri in cima
Ella si sta: nulla è di lei più caro,
Nulla al mio cor.
Ap. Chi l’esser pio ne toglie? 40
Parole blande un lieve uficio sono.
Questi omeri ella sola e queste mani
E queste braccia ella ne diè; fruisca
Ella sola il suo dono. Io non ricuso
Di seguir lei, d’esserle a fianco, ovunque 45
Di chiamarmi a lei piaccia, e qual mi sia
Sostegno offrir di sua senile etate.
Mar. Di senno affè, quando sereno il cielo
Più risplendea, larghi a te fur gli Dei.
M’avveggo io ben che la pietade or regna: 50
Ha la pietade i dritti suoi; tu nutri
Sensi di vero figlio. Di conserto
Vuoi che la madre, angustiata tanto,
Per noi si giovi di conforto e aita?
Ap. Parla; che indugi? Ogn’indugiar conquide 55
Un amoroso cor.
Mar. Odimi adunque.
Sovra colle boscoso ella possiede
Ampia magion, cui lungo tempo i nostri
Magnanimi fratei devotamente
Abitando onorar: cognita allora 60
Per ogni dove era la madre; troppo
Invidïata per le selve tutte,
Avventurosa pe’ suoi parti, altera
Per campereccia e pastoral fortuna,
E possente de’ boschi imperatrice. 65
Invida morte alla infelice i figli
Rapio; periron le fraterne salme,
Ma la lor rinomanza ancor verdeggia.
Noi gioventude se oggidì spiriamo,
A nostra il siam onta maggior: sen’ giace 70
La fama, e nelle tenebre è sepolta,
Della sua casa si cambiò l’aspetto
Sotto di noi; la sua fortuna, integra
Pel volger di tant’anni, venne meno,
Reggere non potendo ai furor nostri. 75
Questa magione restaurar si debbe;
Cosa più grata non sarà per farsi
Alla madre giammai, se non mirasse
Innanzi a sè risorgere improvviso
Gli estinti figli dalle tombe infrante, 80
E ritornare il prisco onor de’ tempi.
Ap. Innumerabil gli uomini, infinite
Sono pur sempre le lor cure: ognuno
Saggio è sol per se stesso. Onde tai sogni
Pel capo ti si aggirano, o fratello? 85
A’ mortali è gravissima fatica
Il discacciar la povertà, che sempre
Toglie ogni speme di riposo. Noi
Per sorte avversa alle foreste in mezzo
Con qualch’arte possiam vivere appena; 90
E cose conte a te, germano, io parlo.
Ora giovano solo alle rapine
Commisti i furti, e dalle piene mandre
Tolte le prede ; e nuovi erger ti accingi
Tetti alla madre al rovinar sì presso? 95
Mar. Non ergerne de’ nuovi, io sol de’ vecchi
Gli sconci guasti riparar vorrei.
Dammi mano, o fratel, dallami, o caro;
E spontanea e viril parte vi prendi:
L’invincibil pietà vinca il travaglio. 100
Moviam concordi della madre nostra
Ad asciugar le lagrime, e l’afflitto
Suo petto a consolare, onde tai figli
Non dolgasi d’aver dati alla luce.
Ap. Del soverchio il desio t’agita il core, 105
E si dilegua omai quella speranza
Di nostra schiatta, che avea tutti i paschi
Pieni di sè, che d’abituri angusti
Non si appagava, nè di picciol campo.
Tutto è ridotto, come or vedi, a pochi. 110
Ci pasceranno di un terren Silvestro
Coccole e bacche; e basterà che un qualche
Antro capace a doppio volto e varco
Accôr ne possa, e, mentre il cielo tuona,
Dalle pioggie difendaci e da’ venti, 115
Ove la madre alternamente i giorni
Quinci e quindi trarrà tra prandi e feste,
E del gemino onor godrassi in pace.
Mar. Anzi spregiata e conculcata fia
Dalle spose superbe, e delle nuore 120
Anco l’impero a sofferir costretta.
Piègati alfin; e, qual sei pure accorto,
Al consiglio miglior che non t’appigli?
Sì, l’uno e l’altro della madre i chiostri
Abitar debbe, e venerando e pio 125
Quella soglia adorar, cui li sacrati
Toccarono suoi piè. Gravoso incarco
Io non propongo; e a giovin core è poi
Dolce il servir la genitrice annosa.
Io, quanto a me, sull'albeggiar del giorno 130
Non mi vergognerò della gran donna
Presentarmi al vestibolo, aspettando
Ansioso i suoi cenni. E perchè mai
Ricuseremo di fermar la stanza
Ne’ suoi recinti soliti? I nepoti 135
Là suoi comandi attendano; fia questa
Una sola magione, una famiglia,
E non scisso il poter, nè mai diviso
Sarà l’onor fraterno; ogni vicino
Ci tremerà dal veder noi congiunti, 140
Che più si teme de’ fulminei brandi
Vera virtude. Orsù, mano all' impresa.
Ad uomo esperto appajon lievi alcune
Difficili opre; se voler conforme
In noi la madre scorgerà, la stessa 145
Aita ne darà, che da lei pasco
Hanno le agnelle, e pasco hanno i giovenchi
Onde siam noi doviziosi. In vero
È sola de’ fanciulli arte e costume
La propria madre avviluppar d'inganni. 150
Alcunché della pristina fortuna
Pur avanzò alla madie. Ha pure un alto
Di sal terrestro acervo, ond' essa un tempo
Celatamente, palpeggiando il gregge,
Appagarlo solea, quando co' suoi 155
Spruzzi gli fea più savorose l’erbe.
Aggiungi: i giardin veteri, le ombrose
Tempe [1] e le case che abitò Saturno,
E quelle terre che al di là tenemmo,
Uno stranier che dalla Lidia venne, 160
Ahi! tutto occupa, e lo si gode in pace.
Da un alto giogo il rapido torrente
Cade, che, mentre a riveder sue ville
Move la madre, cogli avversi flutti
Alla impotente il ritornar divieta. 165
Ebben, fu quivi per le man de’ santi
Avoli nostri un ponte eretto, infino
A questi dì serbato illeso. In esso
Fur già scoperti da un pastore arguto
Fra le notturne tenebre ladroni, 170
Che stragi al gregge e l’ultima rovina
Giano alle selve maturando; e tronca
Meritamente ebber que’ rei la testa.
Ruppe tua destra questo ponte istesso
(Cose non nuove io parloti ), e nell’onde 175
Tumide rovesciollo; e mentre a’ miei
Danni ti affretti, e te e la madre nostra
E gli armenti e le selve in un danneggi.
Ma cessino i parlari ingiurïosi.
Questo ponte domanda ora la nostra 180
Opra consorte; ed io per me, quantunque
Scevro da colpa io sia, di sottostare
Teco non mi rifiuto al grave incarco.
Ap. Fu il lungo orgoglio tuo che me sospinse
A cotal fatto. Ma se alcun si trova 185
Che il fiume pur di valicar desii,
Piccola cimba [2] all’uopo basta; e poi
Breve è la villa che al di là sen giace.
La fortuna restringe i campi vasti,
E confin tali ora prescrive a noi 190
Appunto quali a que’ fratelli antiqui
Tra lor si ben, come il siam noi, concordi.
I limiti de’ primi angusti fûro,
Que’ degli ultimi al par tornaro angusti.
In mezzo e’ fu dell’uno e l’altro estremo 195
Che i nostri vecchi rallargâr lor ville.
Brillanti sì ma non costanti eventi
Partorisce l’audacia. Eccoti alfine
Tutte cose converse al primier segno,
E la pazza fortuna ognor c’illuse 200
Assisa stando sull’instabil ruota.
A che ti lagni? Perchè senza il ponte
Non viviam più sicuri in questa ripa?
Intempestivo e tardi anco a me sembra
Il fabbricar novelle case in tempo 205
Che la madre è per scendere la tomba.
Fest. A che sperdete in vane ciance l’ore?
Le selve occupa già quel terzo vostro
Minor fratel che voi spregiar solete.
Ei di nuove magioni intanto gitta 210
Le fondamenta nella patria sede;
La genitrice alla sua fe’ commise
E ville e greggi, e del figliuolo in grembo
Tranquillamente si riposa. A lui
Tutto ubbidisce; egli, impugnato un ferro, 215
Volve in giovane cor pensier canuti;
E qua e là per gli arbori sospese
Lacci, onde sieno degli augei gli artigli
Premuti a un tempo, e de’ ladron le strozze.
Forti steccati dagl’ingordi lupi 220
Assecuran le pingui imbelli mandre;
L’orso malvagio ulular più non s’ode;
Non il cinghial crudele incrudelisce;
Non fischia l’angue, no alla preda usata
Furibondi si scagliano i lioni, 225
Nè l’aquile raggiransi pel cielo
Ad artigliar gli agnei. Sur alto ciglio
Soavissimi carmi il mandriano
Cantando sta: taccion securi i paschi.
Que’ carmi udio già l’uno e l’altro lito; 230
De’ Liguri gli udirono i recessi,
Ed il Cálabro estremo e ’l non lontano
Dal mar diviso ondifrago Peloro.
Se avvenga mai ch’ei più la voce estolla,
A turbar giugnerà fin l’Indo, il Mauro, 235
Le nevi Artoe, le ardenti Australi arene.
Ei vi comanda d’infrenar la lingua:
Gitene a casa a tondere le vostre
Povere capre. L’alma genitrice
Giura che nunqua dal suo alvo usciste, 240
E che le siete ambo supposti pegni.
Te qua mandò la prossimana valle,
Onde protervi Spoletani armenti
A mieter vanno i verdeggianti prati
Posti dell’Apennino infra le selve; 245
E te del Reno il suol lontano e i paschi.
Mar. Ciò da vecchi bifolchi io pure un tempo
Narrare udia, me lo rammento ancora,
Mar. Quid genitrix veneranda dolet, germane? Quid illi
Accidit hoc dignum gemito? Quorsumve recentes
Moesta pluit lacrymas, nec lumina nostra madescunt?
Ap. Cuncta vorant anni volucres; domat omnia tempus
Indomitum; cecidit matris fortuna decorque, 5
Arentique virens senio dat terga iuventus.
Mar. Aspice, quot circum stabiles urgentibus annis
Et virides cernuntur anus: aliunde profecto
Luctus, et offensi veniunt suspiria cordis.
Quaerere nos causas, fatisque obstare repertis 10
Suadet amor, pietasque iubet, meritumque reposcit
Altricis partusque labor, fastidia, curae.
Ap. Vim nescit natura pati. Licet omnia certent
Pectora ab adverso, cunctas licet advocet artes
Humanum genus, et studio contendat inani, 15
Invictum caput illa ferens contemnet habenas.
Mar. Haec prope Diis natura pares iubet esse parentes.
Ap. Haec eadem prohibet cursum praevertere vitae,
Et rerum turbare vices. Iuvenescere mater
Nostra nequit: varia est pietas: de coniuge quisque 20
Cogitet, et parvis studeat succurrere natis.
Mar. De genitrice nihil? Sed enim mihi maxima matris
Cura subest viduae: nil hoc mihi carius usquam.
Ap. Quis vetat esse pium? Munus leve, dulcia verba.
Hos numerosa has illa manus, haec brachia nobis 25
Sola dedita donisque suis ea sola fruatur.
Non comes esse sibi, quascumque vocarit in oras,
Abnuo, nec fragili baculum me ferre senectae.
Mar. Dii tibi consilium coelo tribuere sereno.
Nunc pietas sua regna tenet, sua possidet arma; 30
Filius es; matri vin subveniamus egenti?
Ap. Fare; quid expectas? Omnis mora torquet amantem.
Mar. Est domus ampla sibi, nemoroso condita colle,
Dudum magnanimi quam longo tempore fratres
Obsequiis coluere piis; tum cognita late 35
Mater erat, saltus nimis invidiosa per omnes,
Felix et partii, et silvestribus inclita gazis,
Ac nemorum regina potens. Mors invida natos
Praeripuit miserae; perierunt corpora fratrum
Fama viget; nos ludibrio dilata iuventus 40
Spiramus, sed fama iacet, tenebrisque sepulta est
Sub nobis mutata domus; fortuna tot annis
Incolumis, nostros cecidit non passa furores.
Haec matri reparanda domus; nil gratius illi,
Ni quos fata premunt, fractis consurgere bustis 45
Aspiceret natos, et tempora prisca reverti.
Ap. Millia sunt hominum, curarum millia mille:
Quisque sibi sapiens. Unde haec tibi somnia, frater?
Pellere pauperiem labor est mortalibus ingens,
Cui nunquam speranda quies; nos sorte maligna 50
Vivere per silvas vix ulla possumus arte.
Et tecum, germane, loquor: nunc furta rapinis
Mixta iuvant, praedae plenis ab ovilibus actae.
Tu nova tecta paras ruiturae attollere matri?
Mar. Non nova, sed veterum turpes reparare ruinas. 55
Da, frater, da, care, manus; partemque virilem
Sponte subi; vincat pietas invicta laborem.
Siccemus pariter lacrymas, et moesta parentis
Pectora (ne tales doleat genuisse) levemus.
Ap. Cura supervacui pectus quatit, et cadit illa 60
Spes sobolis talis, quae cuncta repleverat arva,
Nec muris contenta suis, nec cespite parvo.
Ad paucos reditum. Pascent nos avia baccis
Arboreis ; duplicisque capax testudinis antrum,
Dum tonat, excipiet, ventosque arcebit et imbres, 65
Mater ubi alternis convivia festa diebus
Hic aget atque illic, geminoque fruetur honore.
Mar. Coniugibus despecta quidem et calcata superbis
Ac dominas habitura nurus; quin flectere tandem,
Et monitus meliora vide. Genitricis uterque 70
Tecta colat, limenque pius venerator adoret,
Quod sacri tetigere pedes. Non aspera mando;
Dulce est annose iuvenem servire parenti.
Non in vestibulo pudeat me mane videri
Sollicitum, quid mandet anus. Quin septa laremque 75
Molimur, solitas sedes? Hinc iussa nepotes
Accipiant, hic una domus, nec scissa potestas,
Nec fratrum divisus honos. Vicinia iunctos
Horrebit; virtus gladio plus vera timetur.
Aggrediamur opus, quedam leviora videntur 80
Expertis; genitrix, animos si cernat amicos,
Ipsa aderit; nam pascit oves, pascitque iuvencos,
Unde istas cumulamus opes. Ars fallere matrem
Prima quidem pueris! Fortune frusta vetuste, [4]
Preterea et terre salis altum infodit acervum, 85
Quem cupido quondam pecori blandita latenter
Miscuit et sapidas aspergine reddidit herbas;
Insuper ad veteres ortos, umbrosaque Tempe,
Saturnique domos, et que possedimus ultra
(Lidius at nunc hospes habet) violentus ab alto 90
Lydius at mine hospes habet. Violentus ab alto
Mente cadit rivus, qui, dum sua rura revisit,
Impedit invalidam transverso gurgite matrem.
Pons fuit hic manibus sanctorum structus avorum,
Tempus in hoc solidus; tacitos quo tramite fures, 95
Qui gregibus pestem, sylvis suprema parabant,
Repperit argutus nocturno tempore pastor; [5]
Collaque sic meritis fregit. Tua dextera pontem
Hunc (tibi nota loquor) tumidas effudit in undas;
Dumque nocere mihi properas, matrique tibique 100
Et gregibus sylvisque noces: sed iurgia mitto.
Hic nostram modo poscit opem, sine crimine quamvis,
Non onerum partem tecum tolerare recuso.
Ap. Compulit in facinus tua longa superbia. Verum
Cymba brevis fluvio est habilis transire volenti: 105
Rus breve trans fluvium superest Fortuna solutos
Angustat, finesque locat quos fratribus olim
Tam bene pacatis quam nos sumus. Arcta priorum
Arcta extremorum confinia; at inter utrumque
Laxarunt sua rura senes. Audacia laetos 110
Non stabiles habet eventus. En omnia demum
Ad primas rediere vias sorsque improba gyro
Lusit in assiduo. Quid quod sine ponte manemus
Tutius in ripa? Iam quantum ad caetera, serum est
Aedificare domos sub tempus velle sepulchri. 115
Fes. Quid vano sermone leves consumitis horas?
Tertius ille minor, quem vos calcare soletis, [6]
Sylvas frater habet. Iam fundamenta domorum
Sede locat patria; genitrix sibi rura gregemque
Credidit, et nati gremio secura quiescit. 120
Parent cuncta sibi; curas agit ille seniles
Ense puer stricto, laqueisque sub arbore tensis,
Quis avium furumque pedes et colla premantur.
Pinguibus arentes tenerisque ab ovilibus arcent
Fortia claustra lupos; tristis non murmurat ursus; 125
Sanguineus non saevit aper; non sibilat anguis,
Non rabidi praedas agitant ex more leones,
Non aquilae curvis circumdant unguibus agnos.
Excelso praedulce canens sedei aggere custos:
Pascua tuta silent; audit iam litus utrumque 130
Carmen, et extremus Calaber, Ligurumque recessus,
Undifragi sectique tenens convexa Pelori.
Si vocem extulerit, Mauros turbatit et Indos,
Arctoasque nives, Austrique calentis arenas,
Imperat is vobis linguam cohibere: capellas 135
Ite domum tendere inopes: negat almaque mater
Partem uteri vos esse sui, suppostaque iurat
Pignora falsa sibi. Vallis te proxima misit,
Apenninigenae qua prata virentia sylvae
Spoletana metunt armenta gregesque protervi: 140
Te longinqua dedit tellus et pascua Rheni. [7]
Mar. Nunc memini, audieram veteres narrare bubulcos.
Note
________________________
[1] La Valle di Tempe (in greco Témbi), celebrata dai poeti greci come uno dei luoghi favoriti di Apollo e delle Muse, è l'antico nome di una gola nel nord della Tessaglia, Grecia, localizzata tra il Monte Olimpo a nord, e il Monte Ossa a sud. La valle è lunga 10 chilometri, stretta circa 25 metri e con dirupi profondi fino a 500 metri. Al centro scorre il fiume Peneo, che sfocia nel mare Egeo.
Sul lato destro del Peneo si trova un tempio di Apollo, vicino al quale veniva raccolto l'alloro usato per incoronare i vincitori dei Giochi pitici. La valle di Tempe fu anche il luogo di dimora di Aristeo, figlio di Apollo e di Cirene; in essa venne morsa da un serpente Euridice, moglie di Orfeo, la cui morte causò l'inizio delle peripezie del cantore greco.
[2] cimba: barca.
[3] Due soli comenti, ch’io sappia, esistono della Bucolica petrarchesca. L’uno di Benvenuto Rambaldi da Imola, che fu stampato (sono parole del Tiraboschi nelle sue giunte e correzioni alla Storia della Letteratura italiana) da Marco Origono colla data del MCCCCXVI, ov’è probabile che debba leggersi MCCCCXCVI. All’opposito il cavalier Baldelli nella Vita del Petrarca, dopo di avere asserito alla pag. 210 che è un errore di stampa, com’è cosa di per sè evidentissima, soggiunge, che deve dire naturalmente 1516. Decidano di questa piccola discrepanza gli accurati in bibliografia (***). Giova però, sebbene di passaggio, avvertire che Benvenuto illustrò con suo latino comento non già che le opere del Petrarca, come allo stesso luogo scriveva il Tiraboschi, ma solamente la sua Bucolica. L’altro comento è di Donato degli Albanzani, natio di Prato Vecchio nel Casentino, che inedito si conserva nella biblioteca MediceoLaurenziana di Firenze. Per l’intelligenza dell’egloga ch’è tutta allegorica, giova sommamente questo Donato, il quale essendo stato uno de’molti amici del Poeta, solito chiamarsi da lui col nome di Grammatico Apenninigena, potea ben essere a parte de’ suoi segreti e pensieri. Questo comento infatti, quantunque un po’ troppo minuto e ridolente fors’anco, direbbe taluno, di pedanteria, pur offre di gran vantaggi col ripeter che fa parola per parola il testo, il quale in tutte le edizioni petrarchesche comparisce mai sempre gremito di errori.
(***) Io farommi conciliatore di questa piccola discrepanza, e darò ragione eziandio dell’abbaglio del Tiraboschi circa il latino comento ehe per le opere del Petrarca attribuisce a Benvenuto. — Avrà egli avuto sott’occhio quel grosso volume in fol. che porta in luogo di frontispizio, a caratteri quadrati, Librorum Francisci Petrarche Impressorum Annotatio, cioè l’indice delle ventisette opere ehe vi sono contenute, l’ultima delle quali è Bucolicum Carmen in duodecim eglogas distinctum cum contento Beneuenuti Jmolensis viri clarissimi. Non badò egli forse che col Privilegium Laureae finisca veramente quel volume e quella edizione che ha la data : Impressum Venetiis per Simonem Papiensem dictum Biuilaquam. Anno Domini 1503, die vero 15 Iulii, e che i seguenti cinque ternioni, contenenti la suddetta Bucolica col suo comento, siano di edizione del tutto diversa, e di tredici anni posteriore. L’avere veduto in fine del volume la data per Marcum Horigono de Venet., ed in fine dell’indice, che sta per frontispizio, il cum comento Beneuenuti Imolensis viri clarissimi, può avergli fatto credere a dirittura che quella data e quel comento si riferiscano a tutto il libro ed a tutte le opere contenutevi. E come il manifesto errore dell’anno avrà tratto a sè tutta l’attenzione di lui, così distraerlo dovea al tempo stesso dall’esaminare meglio quali siano veramente le opere comentate. Pensando indi a combinare la correzione di quello, vi supplì coll’aggiunta di un C; se non che lo scrisse dopo l'X, e fece nascere il 1496; laddove se ve lo scriveva prima di quello ne avrebbe riportalo il 1516. Ed a tal modo avrà egli forse supplito, non pensando che a quel tempo il 500 scrivevasi talvolta «correttamente con CCCCC, anzi che con una sola D. — La ragione poi per la quale la data della edizione della Bucolica debbe essere posteriore e non anteriore a quella delle altre opere, è la seguente. Il foglio che porta quel Librorum ec. annotatio non appartiene all’editione del Bevilacqua del 1503, essendone del tutto diversi i caratteri e forse la carta, e perchè non può ammettersi che un’opera stampata nel l503 portasse nel suo indice un libro che fu impresso appena nel 1516. Vorrà dirsi che all’edizione del 1503 potea incorporarsi quel libro, qualora avesse veduto la luce nel 1496, siccome vuole il Tiraboschi; ma in tal caso quell’indice non potea essere stampato da un tipografo del 1503 coi caratteri di quello del 1496. Il carattere quadrato del Librorum ec. annotatio è perfettamente identico con quello che sta nell’antiporta del Bucolicum Carmen ec., sebbene il testo ed il comento di quest’ultimo sia di carattere rotondo, non dissimile, ma nemmeno identico con quello dell’edizione del Bevilacqua. — Da queste osservazioni deduco pertanto: che Marco Origono avendo acquistato forse il fondo del Bevilacqua, vi acquistò eziandio la edizione delle opere del Petrarca; e che trovandola mancante della Bucolica, stampò questa co’ suoi proprj tipi nel 1516, e pose in fronte del tutto quell’indice, che abbraccia tanto le cose stampate dal Bevilacqua nel 1503, quanto la sua propria giunta del 1516, per cui rendevasi completa la raccolta delle Opere latine.
Se questo frivolo argomento meritasse ulteriori ricerche, potrei forse trovare fatti ed autorità bibliografiche per le quali venga a giustificarsi pienamente quanto ho qui spiegato colla sola scorta della critica bibliologia. —L’Editore.
[4] Nei testi stampati leggonsi questo ed i seguenti due vèrsi con varia e sempre erronea interpunzione, é sempre: fortunae frustra vetustae. Ma tenendosi al comento di Donato, dee leggervisi frusta anzi che frustra; e così anche lo vuole la prosodia, perchè in questo l’ultima sillaba è lunga (Ved. Virg. Georg. I: Hèu magnum alterius frustra spectabis acervum), e non già breve, come qui la richiede il verso. Quel comento così spiega questo passo: « Ars prima quidem est pueris fallere matrem, idest mos esse pueris decipere matrem … Frusta, idest particulae, residua vetustae fortunae scilicet sunt q. d. ipsa mater non est in tantum deserta, quin habeat aliquas particulas antiquae patentiae, et aliquot introitus divitiarum sicut est redditus salis etc. »
[5] Alludesi a Cicerone, alla congiura di Catilina, ed alla pena capitale ch’ebbero da quello i congiurati.
[6] Questo minor fratello è, come accennai nell’argomento, Cola di Rienzo, ossia Nicola di Lorenzo Gabrini; né meglio potrei descrivere l’avvenimento qui contemplato, che porgendolo colle stesse parole del ch. Autore della Storia della Letteratura italiana; « Roma (dice egli) nell’assenza de’ Papi, lacerata continuamente da dissensioni sanguinosissime tra le più potenti famiglie, vide sorgere dentro le sue mura medesime un uom singolare, che dapprima fu avuto in conto di eroe, poscia fu rimirato qual pazzo e frenetico. Parlo del celebre Cola di Rienzo, ossia Niccolò di Lorenzo, che nato da padre di professione Taverniere, e giunto collo studio all’impiego di Notajo, l’anno 1347 prese improvvisamente l’onorevol titolo di Tribuno, e secondato dal favor popolare ardì di cacciare i Magistrati dal Campidogjio, d’esiliare, d’imprigionare, d’uccidere i capi de’ più forti partiti, di citare al suo tribunale l’Imperadore e il Papa, di spedir ambasciate a Principi e di vantarsi insomma liberator di Roma e riformator del mondo. La fortuna per qualche tempo gli fu favorevole; molti Principi attoniti a sì strepitosi successi l’onorarono colle lor lettere e co’ loro ambasciatori, e il Petrarca non potè trattenersi dall’esaltare con somme lodi ed animare ad « imprese sempre maggiori questo eroe da teatro (***). Ma ei non giunse a sostenere la sua dignità e il suo credito fino ai terminare di quest’anno medesimo; e nel dicembre costretto a fuggir da Roma, dopo essere stato per qualche tempo nascosto nel regno di Napoli, rifugiossi nella corte di Carlo IV. Clemente VI volle averlo nelle mani; e il tenne per alcuni anni prigione. Nondimeno sotto Innocenzo VI, tornato l’anno 1354 a Roma, pareva che ricuperato avesse l’antico nome; ma la seconda scena gli fu più fatal della prima, poiché avendo colle sue pazzie irritato il popolo, in un tumulto perciò sollevatosi fu a ucciso.»
Così il chiarissimo Tiraboschi. Io per lo contrario dirò: che, quanto è a codesto Nicola, doversi anzi dire essere questi stato un eroe, non da teatro, ma più veramente da taverna e da spedale de’ pazzerelli; ma che il Petrarca non esalta con lodi né chiamò ad imprese maggiori un eroe da teatro. Il buon Tiraboschi, che pur disse tanto bene dell’ottimo Petrarca, prima di proferire questa sentenza, dovea ponderarla. Questi esaltò ed animò un uomo straordinario quand’era punitore di assassini, restitutore della quiete, gran promettitore di bene pubblico, e creduto degno di tribuoizia potestà da’ principi che l’onorarono di lettere e d’ambasciate. Ma in questo brevissimo lucido intervallo il Gabrini non era un eroe da teatro, e tale nessuno potea sognarselo per l’avvenire. Quando egli smascherassi, e co’ fatti provossi vile, pazzo ed assassinatore e veramente eroe da teatro, allora il Petrarca lo disprezzò e lo detestò. Dice bensì il Tiraboscbi nel libro II , cap, VI., § III, che « il Petrarca, sorpreso prima alla nuova delle strepitose imprese di Rienzi, si lasciò trasportare ad encomiarlo con altissime lodi, benché poscia, conoscendone la follia, per poco non si vergognasse di essersi troppo facilmente lasciato abbagliare. » — Lo stesso all’incirca ripete il Tiraboscbi nel lib. III, cap. II , § XXX. Ma queste mitigazioni della prima sua sentenza deveano stare con quella a suo luogo, cioè nel capitolo della storia di quel tempo, e non già in quello in cui parlasi degli storici e de’ ricercatori di antichità, ed in quello che tratta di poesia, nè dovea parlarsene in forma dubitativa. Io per me dirò ingenuamente che stimo essersi il Petrarca illuso, ed aversi dovuto illudere. Il carattere del suo spirito, da me già accennato nel Discorso preliminare, portavalo all’ideale della morale e nella storica verità; e qnindi come a frequenti esaltazioni delI’animo nello sperare e nel desiderare il bene, così ad illusioni non meno frequenti. Ma il disinganno vi era pronto egualmente, ed invariabile; il che non avverossi neppure nel Papa; da che, sebbene Clemente Vi avesse tenuto prigione il Gabrini, pure non lo fece nè giudicare nè punire qual uomo reo di sedizione; ed Innocenzo VI fece peggio ancora, mandandolo a Roma, rivestito di pubblica autorità. La quale ultima circostanza non viene accennata dal Tiraboschi. — A questo proposito non posso a meno di riferire, il giudizio che il maggiare de’ viventi storiografi italiani proferì (Stor. de’ popoli d’Italia di C. Botta, trad. it. t. III, pag. 62) circa il nostro Petrarca. — « Petrarca (sono le parole del Botta), dotato del cuore più affettuoso che la Previdenza formasse mai, compì l’opera di Dante, sia co’ suoi versi immortali, sia coll’avere ascoltato più del suo predecessore gli oracoli dell’antica saggezza, sia finalmente coll’averne scoperti di nuovi. Fece anche, sotto un certo rispetto, più di Dante. Questi altro non fu che un uomo di partito, rissoso e cattivo anzi che no, mentre Petrarca fu un vero filantropo, un vero patriotto italiano; egli non mai attese al trionfo di nessun particolare e non era nè Ghibellino né Guelfo, non Bianco, non Nero; il suo unico scopo, quello che aveva sempre dinanzi agli occhi durante tutta sua vita, era il ristabilimento e la libertà dell’Italia. Leggendo alcune sue odi si sente che la nostr’anima si solleva, e siamo costretti ammirare la grandezza del suo carattere. Ci inganniamo a partito qualora ci figuriamo che Petrarca non fosse che un poeta fatto per sospirare e piangere in versi erotici. Nessuno più di lui seppe ispirare l’amore della patria; e, quello ch’è più mirabile, i sentimenti generosi che introduce ne’ suoi versi e nelle sue prose, li metteva costantemente in pratica. Nelle società private, nelle sue missioni diplomatiche frequenti assai, perchè ebbe parte in tutte le transazioni politiche del tempo suo, la sua parola sacramentale, il suo continuo esclamo era: Italia, Italia! Quest’uomo illustre è uno dei caratteri più onorevoli di cui possa una nazione menar vanto. Fu immensa l’influenza sua, e noi godiamo ad ogni istante delle sue beneficenze: dovrebbe essere il suo simulacro collocato nello studio d’ogni uomo dabbene. » — l'Editore.
[7] Questa parlata ci fa fede dell’epoca in cui l’egloga fu scritta, cioè quella dell’anno 1347, poichè all’altra del 1354, quando il Tribuno tornò a comparire sul teatro di Roma, non si adatta punto quanto qui dicesi di lui. Allora infatti il Petrarca, intete le prime nuove di Nicola, tutto sentissi trasportato l’animo a presagire belle venture. Nè ad altro che a questo trasporto appunto può attribuirsi quel dire del messaggiere che Roma non tiene i Colonnesi e gli Orsini per figli da lei veramente partoriti, ma bensì per supposti suoi figli. — Cesserà poi ogni maraviglia del perchè il Petrarca si mostrasse così propenso per Cola, quando si ponga mente che questi era suo conoscente ed amico da qualche tempo, e forse fin d’allora che gli fu dato a compagno con altri illustri soggetti nell’ambasciata solenne che il Senato ed il Popolo Romano destinò per complimentare Clemente VI eletto papa ai 7 di marzo del 1342. Il Petrarca, innamorato giustamente del suo paese natio, credette, perchè desideravalo ardentemente, ch’esso potesse ad un tratto risorgere al suo antico splendore per mezzo, di quell’ardito Romano.
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