FRANCESCO PETRARCA

EGLOGA IV.

Daedalus - Dedalo

Volgarizzata dal sig. Marchese di Tommaso Gargallo Castellentini da Palermo

Edizione di riferimento

Francisci Petrarchae, Poëmata minora quae exstant omnia  Nunc primo ad trutinam revocata ac recensita, Vol. I., Mediolani excudebat societas typographica classicorum Italiae scriptorum MDCCCXXIX

Poesie minori del Petrarca sul testo latino ora corretto, volgarizzate da poeti viventi o da poco defunti, vol. I., Milano, dalla Società Tipografica de’ Classici Italiani, MDCCCXXIX

ARGOMENTO

Un Francese, ch’io credo essere stato il cardinale Bernardo d’Albi, dedicandosi in età già molto provetta alla poesia, volea che il Petrarca ve lo istruisse. Ma questi, conoscendo e potendo ben giudicare dell’incapacità di quello, scrive quest’Egloga per dimostrare come per divenire poeta bisogni esservi chiamato dalla natura, ed applicarvisi nel fiorir dell’età; e come il sapere e la virtù poetica non si comprino, nè v’abbia mezzo per infonderli a chi non vi nacque già predisposto.

Quel Francese (Gallus), quasi invidiando al Petrarca (Tyrrhenus) la sua virtù e la sua fama poetica, viene colle interrogazioni, colle preghiere e colle promesse di larghe ricompense chiedendogli da chi abbia avuto la sua cetra, e poi volendo che egli gliela ceda a qualunque prezzo. Ma il Petrarca gli narra d’averla avuta in dono da Dedalo, il quale fin dalla sua nascita gliela avea promessa. Gli esalta i pregi ed i vantaggi della sua cetra; poi gliela nega, qualunque gran prezzo volesse dargliene; indi lo dissuade di pensarci nemmeno, non convenendone l’uso all’età sua; e finalmente lo consiglia a contentarsi dell’esser suo, anzi che volersi fare poeta a dispetto delle Muse.

Non è ben certo chi intendasi figurato nella persona di Dedalo. Io v’intendo la Natura quale autrice o donatrice delle attitudini intellettuali e morali dell’uomo, e quindi del genio e dell’ingegno poetico.

DEDALO

GALLO . TIRRENO

Gal. Dimmi, o Tirren, chi fu di tanto ingegno,

Chi fu de l’uso d’un tal don l’autore,

Che ’l candido compose avorio ’n cetra,

E v’aggiunse di nervi ordin loquace,

E metro ed armonia? Dedalo forse,                           5

O alcun che n’eredò la destra e l’arte?

Tir. Dedalo; nè t’inganni ’n tuo presagio.

Egli di quanti fur, sono o saranno

Artefici stupor; de la possente Dotta

Natura ei maraviglia, o Gallo,                                   10

Di quest’ arguta cetra a me fe’ dono,

E del plettro e de’ modi.

Gal.                                             A tanto amore,

A così bello guiderdon qual opra

Merto a te diè?

Tir.                            Nissuna. Amor mi chiese

Da se stesso egli ’l primo; ei che tra’Numi                15

Annoverar dovrien gregge, pastori

E queste selve intorno.

Gal.                                        Ove incontrasti

Sì ridente fortuna?

Tir.                                    Aerea selva

Folta di querce ergesi al ciel; fresc’ombra

Il giorno n’allontana; ardente raggio,                       20

Fiato di Borea, orma di greggia o d’uomo

Non temon ivi i fior d’april: due fiumi

Da fonti avverse la circondan; l’onde

De l’un fendon l’Etruria, indrizza l’altro

Ver la città de’ sette Colli il corso.                              25

Quivi, de l’avvenir quasi presago,

Mille meco io volgea pensier dolenti

Non senza lacrimar: tra faggi annosi

Me scorge assiso Dedalo da l’alto,

Mi s’appressa, e la cetra in man recando,                 30

Prendila, disse, è tua; prendila, o figlio:

Questa a’ tuoi casi sia conforto, oblio

Di tue cure sia questa.

Gal.                                        Ahi lasso! e dove

Errando io giva allor? Che a me tal sorte

Sana forse toccata; a me la cetra                               35

Dato Dedalo avría, poi ch’egli appieno

Me conobbe, e talor mostrò d’amarmi.

Tir. Questa no; forse un’altra: ei n’ha ben mille,

E largo a tutti le comparte e dona.

Ma questa cetra era, assai pria che ’l bosco              40

Mettesse fronda, o Gallo, a me promessa;

Promessa sin d’allor che tra le angosce

Languia la madre del parto, e anelando

Invocava Lucina. Al primo raggio

Di questa infausta luce ignaro i lumi                        45

Mentr’io già già schiudeva, a noi Fortuna

Trasse il pietoso Dedalo, che udendo

Misto a’vagiti un gemer lungo, il passo

Incontanente su l’aperta soglia

Sostando, e tutto in se commosso, ad una                50

De le ministre disse: Al nato germe,

Se un garzoncel sarà, bella una cetra;

E se fanciulla, a bel monile aggiunto

Terso specchio io prometto. — Il disse e sparve.

Memore poi di sua promessa, ei venne                     55

A farmen lieto.

Gal.                            Confessar m’è forza,

Che di nobile invidia è simulacro

Fervida emulazione, onde si aggiugne

Caldo stimolo a l’anima. — Tirreno,

Cetra simíle ad acquistar mi struggo,                       60

Se ceder questa (che mi fôra oh quanto

Più grata!) non volesti. Ho io di molli

Lane dovizia e di capretti: a cosa

Di picciol conto, stabilir gran prezzo

Quando ancor vogli; il tuo voler sia legge.               65

Tir. Gran prezzo a cosa di vil conto? Ah troppo

De la cetra i piaceri, o Gallo, ignori!

Di pregio immenso, ove a te fosser noti,

La chiameresti. Le nojose cure

Ella indolcisce; ella i languenti spirti                         70

Scalda e rinfranca; l’amistà conforta;

Richiama al cor la gioja, il duol ne sgombra;

Rasciuga il pianto; il gemito raffrena;

Riconduce la speme, ’l timor fuga;

D’alma serenità gli aspetti infiora.                             75

Gal. Ma chi vieta agguagliar cose ancor grandi

Con prezzo vie maggior?

Tir.                                     Non dico agnello

O molle lana; ma nè armento alcuno,

Quanto pur sia, dovunque sia ch’ei pasca,

O vello ei vesta o setola, fia prezzo                            80

Per quella cetra. Non s’a te di campi

L’Ermo ampio giro accerchi, e di dorate

Gli ammelmi a gorghi scintillanti arene.

A me che giovan le dovizie, e’ muti

De l’oro acervi? Il mio tesoro è questo:                      90

Con questa cetra in man de la ribelle

Fortuna io vinco le frequenti pugne;

Del mondo rompo gli affannosi ceppi;

Non curo povertà: spesso con questa

L’alpi inospite io varco, e la solinga                           95

Boscaglia; infra le tacite notturne

Ombre securo innoltro il piede: intorno

Plaudon gli augei, la rupe echeggia, i tristi

Si sperdon tra le nubi atri pensieri.

Gal. Tua lode irrita in me l’ardor; cortese                          100

Di soccorso mi sii! la man deh stendi

Miei voti a coronar! Memore vivo

Me avrai del tuo favor, memore estinto.

Tir. Qual ne l’animo calda a te divampa,

Ma tarda brama? Il breve fior già sparve                 105

Di giovinezza: la stagion quell’era.

Le discipline, ch’era bello allora,

Ora è turpe imparar. Così di freno

Indocile l’età fugge, e le cose

Tutte in sua fuga seco trae. Contento                        110

A la tua sorte, vanne dunque, e lascia

La cetra a que’ che sepper da’ prim’anni

Di suave armonia temprarla al suono.

Gal. S’implora aita, e dâi consigli? Ai fatti

Meco ne vieni, e le parole agli altri                            120

Serba, cui movon le parole. Io questa

Avido bramo: al paragon di questa

Cosa più bella non ha ’l mondo.

Tir.                                                         Agli occhi

Fa incanto ciò che bello sia, ma giova

Quel ch’è adatto a chi ’l gode, e parte forma            125

Del piacere il pudore e ’l moderato

Desio che spunta in cor.

Gal.                                             Oh te felice,

Tirren, del cielo a’ sommi Numi caro!

Daedalus [1]

Gallus . Tyrrhenus

Gal. Tale quis ingenium, tanti quis muneris usum,

Ut niveum compegit ebur, nervosque loquentes

Addidit ac numeros, die, o Tyrrhene, quis ille?

Daedalus, an ne alias dextrae successor et artis? [2]

Tyr. Daedalus ipse fuit; nec falleris omine, Galle.                           5

Artificum stupor aeternus, quem docta potensque

Miratur natura virum. Mihi maximus ille

Argutam dedit hanc citharam plectrumque modosque.

Gal. Cuius amor meriti? Cuius pulcherrima merces?

Tyr. Nullus; sponte sua ille meum quaesivit amorem;     10

Dignus quem sylvae, quem grex, quem pastor adoret.

Gal. Qua tamen haec regione tibi sors obvia venit?

Tyr. Est nemus aërium, trabibus quo frigida quernis [3]

Summovet umbra diem : non illic aura nec aestus;

Non gregis aut hominum vernos premit ungula flores;        15

Fontibus adversis circum duo flumina surgunt;

Hoc secat Etruscos, petit illud gurgite Romani:

Heic, quasi venturi praesagus, millia mecum

Tristia volvebam, flebam quoque: vidit ab alto

Daedalus annosas inter considere fagos;                                 20

Accessit, citharamque ferens, puer, accipe, dixit:

Hoc casus solare tuos, hac falle laborem.

Gal. Infelix! Ubi tunc aberam? Fortasse dedisset, [4]

Haec fortuna alii, citharam mihi Daedalus illam.

Novit enim egregie, atque interdum visus amare est.           25

Tyr. Hanc minime; fortasse aliam: nam millia multa

Ille habet et large partitur munera in omnes,

Galle; sed ante diu, quam praesens sylva vireret

Haec fuerat promissa mihi. Ex quo nam anxia partu

Mater anhelanti Lucinam voce rogabat,                                30

Et moestum ignarus lucis iam limen adibam.

Attulit ecce pium fors Daedalon: haud mora; mixto

Vagitu gemituque gravi concussus, apertas

Substitit ante fores; deque obstetricibus uni,

Si puer est, citharam dabimus, si nata monile,                      35

Dixerat, ac speculum; subitoque evanuit. Inde

Polliciti redit ille memor; factoque beavit

Gal. Utilis invidiae species, imitatio fervens [5]

Incutiensque animo stimulos, Tyrrhene, fatebor.

Ardeo nunc similem citharam, nisi forsitan ista                     40

(Quod malim) camuse velis. Sunt vellera nobis

Mollia, sunt hoedi. Pretium vel grande licebit

Ipse rei parvae statuas; parebitur ultro.

Tyr. Grande, rei parvae? Citharae solatia nescis;

Rem magnam (si nota) voces. Fastidia mulcet;                      45

Laxatos animos refovet; solatur amicos;

Gaudia restituit pellit de pectore luctum;

Exsiccat lacrymas; compescit flebile murmur;

Spem revehit, frangitque metum, vultumque serenat.

Gal. Quid pretio malore vetat vel magna pacisei?                          50

Tyr. Non mihi setigeri quantumvis pascitur usquam,

Velligerique gregis; nedum leve vellus et agnus,

Sit pretium citharae; non si tibi gurgi latos

Ambiat Hermus agros, rutilisque oblimet arenis.

Quid mihi divitiae, rerum quid mutus acervus?                    55

Nostras cernis opes. Haec est qua crebra rebellis

Praelia fortunae, mundique premenda vincla,

Pauperiemque levo. Rigidas hoc saepe per alpes,

Perque nemus vacuum, perque atra silenda noctis

Fisus eo: plaudunt volucres et concava saxa;                          60

Interea tristes fugiunt per nubila curae.

Gal. Laude sitim cumulas. Fer opera, optatoque potiri

Te duce contingat: vivam memor, emoriarque.

Tyr. Sera animam quae cura subit? brevis ecce iuventae

Flos cecidit; tunc tempus erat; mine discere turpe est,           65

Quod pulchrum didicisse foret. Sic volvitur aetas;

Omnia sic volvit fugiens, ac nescia fraeni.

Sorte tua contentus abi, citharamque relinque.

Est quibus a teneris tractata suaviter annis.

Gal. Poscitur auxilium, tu consulis? Incipe rebus                           70

Mecum. Verba aliis, quos possunt verba movere.

Poscimus hanc avide; toto nil pulchrius orbe est.

Tyr. Pulchra movent oculos, sed prosunt apta fruenti; [6]

In partemque venit pudor, atque modestia voti.

Gal. Oh felix, oh chare Deis, Tyrrhene, supernis!                           75

 

Note

________________________

 

[1] Già i nomi di Gallus e Tyrrhenus ci annunziano dovere questi interlocutori essere francese l’uno, l’altro toscano; e Benvenuto da Imola ce lo conferma. Se non che questi vuole che Tirreno sia il Petrarca in virtù di una etimologia per me affatto incomprensibile, dicendo per tyrrhenum intellige ipsum Petrarcham qui fuit tirando. Così leggesi nel suo comento, a meno che non vi sia errore di stampa, e debba leggersi qui fuit tyrrhenus, o per abbreviatura tyrħnz. Egli pretende poi che il Gallo fosse un valente musico francese. Per Gallum intellige quemdam valentem musicum francigenam: et eroi famulus cuiusdā et quotidie infestabat Petrarcham ut doceret eum rhetoricam. Ma nè dal tenore di quest’egloga nè d’altronde trovo argomento per assentire a questa spiegazione; e credo ben anzi doverla tenere per erronea, non parendomi verisimile nè che un musico valente, il quale, come ci dice più sotto l’Imolese, era amico del Petrarca, fosse servo; nè che egli e come servo e come musico volesse farsi ammaestrare dal Petrarca nella poesia; e molto meno che il nostro Poeta per un soggetto sì fatto avesse voluto scrivere un’egloga. Costui doveva essere persona ricca e d’alta sfera, che avea però la debolezza di diventare poeta per forza. E questi sarà certamente quel cardinale Bernardo d’Albi, la di cui metromanía viene dal nostro Poeta seriamente scardassata in due delle sue epistole poetiche. I cenni biografici, circa questo  soggetto  saranno  più   opportunamente  esposti allorché pubblicherò nel II volume le due epistole suddette.

[2] Benvenuto dice che nella figura di Dedalo debba intendersi. Gesù Cristo donatore di ogni grazia. Ma nulla potendoci essere di relativo tra il Redentore ed il dono della poesia; nè essendoci pure o ragione o necessità di una sì inopportuna profanazione, tengo per certo che questo Dedalo, insigne artefice mitologico, altro non significhi o sia che l’allegoria della Natura donatrice del genio e dell’ingegno poetico; perciocché a questa e non ad altri tutte evidentemente si riferiscono non solo le due allegoriche apparizioni di Dedalo, ma tutto eziandio il sentimento e la sentenza dell’egloga.

[3] Qui, secondo il comento di Benvenuto, descrive il Petrarca il paese che circonda la città ove ebbe i natali, cioè Arezzo, prossima agli Appennini, dai quali nascono e l’Arno ed il Tevere. Bisogna dunque credere ch’egli già nell’età di sette anni sentisse il primo suo impulso per la poesia, perché là appunto ove dal settimo anno in poi il Petrarca non dimorò mai più, Dedalo gli apparve, il quale (v. 7 e 8 a car. 63) citharamque ferens, puer, accipe, dixit: Hac casus solare tuos, hac falle laborem. A questa interpretazione si oppone veramente che di un fanciullino di sette anni possa dirsi (ivi, v. 4 e 5) Heic quasi venturi praesagus, tristia mecum Plurima volvebam, flebam quoque.... Ma da che egli è infallibile che l’Arno ed il Tevere non nascono né in Avignone, né a Carpentrasso, né in Monpellieri, né a Bologna, né a Lombes, ove dimorò il Petrarca dal 1313 al 1330; egli è forza di stare a quella interpretazione, e di confessare che qui dee considerarsi la verità poetica e non già la storica.

[4] Questi versi parrebbero alludere a tutt’altro che al poetico genio natio, se non si considerasse che il buon Cardinale, al pari di tutti i metromaniaci, dovea credere che quel genio fosse pure in lui, ma che non gli si potè sviluppare nell’età giovanile appunto perché gli mancò chi glie lo eccitasse e se ne facesse guida.

[5] Tutte le edizioni portano in questo verso mutano fervens, e questa lezione dava veramente gran fastidio all’intelligenza e più ancora alla versione. Ma l’edizione del 1504 del Giunta, portando, imitatio fèrvens, sciolse l’enimma.

[6] Le altre edizioni tutte ci danno in questo verso sed prosunt acta fruenti, ovvero prosunt sed nacta fruenti; ma la Giuntina ci offre una bella e sanissima sentenza col darci sed prosunt opta fruenti; ed a questa ci siamo attenuti.

 

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Ultimo aggiornamento: 12 dicembre 2007