FRANCESCO PETRARCA

EGLOGA III.

Amor pastorius - L’amore pastorale

Volgarizzata dal sig. Professore Antonio Mezzanotte da Perugia

Edizione di riferimento

Francisci Petrarchae, Poëmata minora quae exstant omnia - Nunc primo ad trutinam revocata ac recensita, Vol. I., Mediolani excudebat societas typographica classicorum Italiae scriptorum MDCCCXXIX

Poesie minori del Petrarca sul testo latino ora corretto, volgarizzate da poeti viventi o da poco defunti, vol. I., Milano, dalla Società Tipografica de’ Classici Italiani, MDCCCXXIX

L'amore pastorale

STUPEO . DAFNE

Stup. Visual fine avran le mie preghiere, e i passi

De la tua fuga, o mia diletta? Arresta,

O Dafne, il piè, ten prego, e alfin ti parli

Pietade al cor.

Daf.                            Chi non potrà ritrosa

Spregiar colei che spregiò Febo? Ah, cerca                        5

Altre cure: importuno in amor sei.

Stup. Ecco onde anelo, ed ardo, e tremo, e voci

Mando interrotte: ah, ch’io respiri alquanto!

Violenza, ed inganni, e insidie omai

Cessan: deponi ogni timor, t’assidi,                                    10

E gli amorosi udir miei lunghi affanni

Non isdegnar.

Daf.                            Dunque favella; e serba,

O cupido amator, modesti modi.

Stup. Te sola io vidi in solitario loco

La prima volta, o Dafne, e in cor dubbiava                       15

Se donna innanzi mi vedessi, o Dea:

Fiammeggiava così di vivo murice

L’aurea tua veste, e il ciel così dintorno

Empiea d’odore insolito e soave.

I dolci lumi tuoi mettean celesti                                          20

Faville, e sovra gli omeri le sparse

Nitide chiome l’àura ti lambía.

Gelar m’intesi (mentre indarno il Sole

Vincer tentava i raggi tuoi), chè tutte

Splendean tue vaghe dilicate membra                               25

Di sovrumana luce. Allor temei

Che non ne ardesser , te veggendo, i Numi,

E non rapisser te pria che le mie

D’amor ferite conoscessi, e i lunghi

De l’agitato seno occulti ardori.                                          30

A te m’appresso; e, disvelar bramando

Del grave mio malor l’origin prima,

Su l’aride troncar fauci mi sento

a fioca voce. Tu severa, e pochi

Confusi accenti mormorando allora,                                  35

Da me volgesti ratta il piè : sdegnata

A l’andar ti conobbi, che sepolti

Restâr gli accenti a te nel cor profondo.

Misero! io spargo amaro pianto, e spessi

Traggo dall’imo sen caldi sospiri.                                       40

Di me pietade alfin ti prenda (il puoi,

Dafne, tu sola); di me allevia i duri

Mali, se giusto è il prego, e non ignoti

D’amore affanni oggi a narrarti imprendo.

Daf. Che piacquer mie sembianze, e fûro a molti             45

Di tormento cagion bramosi amanti,

Io non dirò: piacquer sovr’altre a Febo.

Egli tutt’oro il crine, egli sì chiaro

Per fulgid’arco e per sovrano ingegno,

Re de la cetra, e de l’Egíoco padre

Superbo figlio, un dì spregiato ei stesso                             50

Da me partissi: del canuto e curvo

Mio genitor n’è testimone ancora

La conscia riva, e tra i paterni flutti

Memori ancor ne parlano le Ninfe.

Qual merto hai tu, sì che di mover questo                         55

Mio cor tu speri, come selce duro?

Stup. Chïunque sei tu che di saldo amore

Goder securo brami e d’aurea pace,

Fuggi chi a te sovrasta, e a troppo eccelsa

Meta non spinger tuoi desiri ardenti.                                 60

Ivi il duro disprezzo, ivi commiste

Risse e querele, ive atre nubi e irati

Perpetui venti. Fuggi ancor (nè orecchio

Porgi del vulgo al vaneggiar) chi nacque

Uguale a te. Sia del tuo cor regina                                     65

Donna di te minor, dove costante

Fe’ troverai, vigile ossequio, e umíli

Carezzamenti a dolce tema uniti,

Rare delizie manifeste a pochi.

Pur miran tutti ad alto segno! Oh, dato                             70

Io tal consiglio avessi a me! Ma il crudo

Amor mi sforza, e vinto e riluttante

Per ardue vie mi tragge: Amor che vinse

Gli stessi Numi, ei che adattar si vide

D’Ercole un giorno a le robuste braccia                             75

Molle conocchia. — O tu che in pace sei

Libera ancor, deh, a te provvedi, o Dafne.

Daf. Laudo i consigli tuoi; ma tu quel taci

Accortamente che a te chiesi in pria:

Di’, qual nudri in amore ultima speme ?                           80

Stup. Io non dirò di questo fido core

Gli affannosi tormenti, ed il trilustre

Duro silenzio, e i gemiti nascosti,

E le vegliate notti, e l’aspre cure

Di crudo amor, cagion di merto forse                                85

A giudice benigno. Or via, si taccia:

Condotto avrammi a sì dolente stato

Il destin di mia vita; il furor primo

De la mal cauta gioventù s’incolpi.

Ma non io tacerò che, mentre oscuro                                 90

Di piacerti io cercava, anco tentai

Se a me l’armonïosa arte divina

Porgesse aita: e ben sapea che il dotto

De le bionde Camene eterno canto,

Non de l’oro il fulgor, te vinta avria.                                  95

Pur credea timoroso anco per questa

Via porre indarno il piede, e mi parea

Rauco mandar suono indistinto: e tale

Fu il mio pensier, sin che le Drìadi amiche

Non isdegnâr miei carmi in un co’ Fauni                          100

Benigne celebrar. Sovente io vidi

Tocche da ignota musical dolcezza

I verdi ramuscei lasciar le capre,

E attonite su me fisar lo sguardo:

Vidi sovente il citiso fiorito                                                   105

Spregiar le pecchie, e taciturne starsi

Ne’ giorni estivi le cicale argute.

I’ ne godea, ma la mia speme l’ali

Non pria spiegò che il sacro a me dicesse

Argo pastore: « Canta omai securo. »                                110

Daf. Ben festi in ver; chè di scior voce al canto

Ei comandar potea, sol ei che l’arte

Già ne conobbe appien. Ma tu, se pronto

Hai nuovo carme, non celarlo a noi.

Stup.         O Dafne, o mia delizia,                                     115

Mia pena e mio ristoro,

Te del mio cor sol arbitra,

Te mia nemica adoro.

Onor di selve ombrifere,

Speranza dei pastori,                                             120

Sola tu sei: te fervidi

Aman gli ascrèi cantori,

E i magni duci, ed ardere

Per te si vide il massimo

D’Olimpo Regnator.                                              125

Ei su te l’ignea folgore

Non vibra, e ti rispetta.

Del faretrato Apolline,

Cura tu sei diletta.

Oggi negletto e povero,                                  130

Duce di scarso armento,

Stupèo delira e struggesi

A seguitarti intento:

Ricco ei sarà, se piacciano

A te suoi carmi, e splendano,                                135

Dafne, del tuo favor.

Daf. Men m’attendea da te: rattienti, il veggo,

Riverènza di noi; ma un altro carme

Aggiugni, e forse n’a che tu non spiaccia.

Stup. Ne l’ora in che più manda ardenti rai                     140

A mezzo corso il sole, e me più invita

Il fresco rezzo, in una selva entrai.

Tosto a l’orecchio mio venne gradita

Voce più dolce d’umana favella,

E attonita ne fu l’alma rapita.                             145

Giù per l’erbose vie limpida e bella

Volveasi l’onda di sonante rio,

E lucidi lapilli ivan con ella.

De l’acque seguitando il mormorio,

Pervenni ad alto loco, e una ridente                    150

Fermò fiorita spiaggia il passo mio.

D’un verde lauro a l’ombra ivi contente

Verginelle tessean vaghe carole,

E parea ne gioisse il ciel plaudente.

I passi affretto: allor una che suole                              155

Del bel numero scior canto più chiaro,

Volge benigna a me queste parole:

Se a noi destin ti guida eccelso e raro,

Sappi che Dive or qui tu miri: — e lieta

Per man mi toglie in atto amico e caro.

Ogni tema affannosa in me s’acqueta,                       160

E comincio: Perdòn, Dive, se a voi

Il crudo Amore perdonar non vieta.

Amor mi tragge cogl’inganni suoi

L’orme a seguir di dura e bella Fera

Che per tormento il ciel concesse a noi.              165

Ella mi fugge, nè saper l’altera

Vuol miei martiri. Sorridendo allora

La Vergin disse: ti conforta, e spera.

Tutto io so: Dafne tua che t’innamora,

Dafne Tessala or tu segui, colei                            170

Che ne le aonie selve è nota ancora.

Vanne securo: scemerà di lei

L’aspro rigor; ma questo ramo in pria

Da me ricevi, che a me caro sei. —

Disse, e colse con man tenera e pia                              175

Di sacro alloro un ramuscel frondoso,

E il porse a me che lei cupido udia.

Va (soggiunse ), e dirai: vidi il famoso.

De le nove sorelle inclito coro

Al vulgo ignaro ed ai profani ascoso.                   180

S’altro chieggan da te, dirai: coloro

Vid’io, cui romper guerra ognor si feo

Di periglio cagione e di martoro:

E ’l mostrò giù cadendo Pirenèo

Da l’alta torre, e l’insegnar le impronte                185

Misere Piche nel cimento reo.

Narra che noi pel sacro aonio monte

Vagar vedesti, o presso l’odorato

Ondoso margin del castalio fonte ;

Che col piè scaturir fece l’alato                                      190

Indomito destrier Pegaso, un giorno

Da la cervice di Medusa nato.

Di che a questi cantar colli dintorno

Udisti noi de l’alme i varj affetti

Con vario stil soavemente adorno.                         195

E dì a che tragga per canori detti

Di fama il dolce amore: e il lusinghiero

Suon che sorge da bei numeri eletti:

A che l’umano studio: ed a che il fiero

Vigor d’alto intelletto: a che il tenace                     200

Dotto cerèbro in meditar severo:

A che l’estro focoso: a che il sagace

Fedel giudizio: a che d’eterea mente

Lo scerner acutissimo e verace :

E a che il poter di molcere le intente                              205

Orecchie col gentil canto che alletta

Armonïoso, e a l’anima si sente.

A Dafne alfin dirai: volgi, o diletta,

Gli sguardi a me: già diemmi in don gioconda

Del vocal coro la Reina eletta                                   210

Questa ch’ella cogliea nitida fronda,

E ch’io la mostri a te m’impon la figlia

Di Giove e di Mnemòsine feconda;

E alfin te il piede a soffermar consiglia

Dopo l’Emonia fuga perigliosa:                              215

Vedrai che, fise in te le vaghe ciglia,

Quantunque ferrea, si farà pietosa.

Daf. E già pietosa ti son io: mi segui

Affrettiamci a quel colle.

Stup.                                          Or mi precedi :

Teco, mia Dafne, salirei l’Olimpo.                                  220

Daf. Sai tu qual colle ascendi ? E quanta il loco

Ove tu siedi maestade accolga ?

Stup. Signoreggiar sovra i minori colli

L’imperioso vertice mi sembra:

Sotto l’aperto cielo oh come intorno                               225

Suggette mira le chiomate selve!

Daf. Qua (men sovviene ancor) già lieta io vidi

Tornar pastori, l’onorata fronte

Di vittrici ghirlande adorni, e tratti

Ai sacri templi sovra eccelsi cocchi                                  230

Da bei destrieri più che neve bianchi.

Io presente solea mirar giuliva

Co’ duci loro in servitù ridutte

Le greggie e i mesti tori, e la gran preda

Che s’adducea da peregrini monti,                                  235

E fra il tumulto la fremente pompa.

Qua venne ad alto onor, vòlto a grandi usi,

L’oro a forza rapito agi’iperborei

Grifon custodi. Qua le spoglie opime

Portò de l’Asia combattuta e vinta                                  240

E le ondeggianti minacciose torri

L’indica belva da l’informe dorso.

Ma che più dir? Si accolse in questo colle

Quanto la selva d’ogni ben produsse

Ampia e feconda. Qui si assiser gravi                             245

I giusti padri, qui la generosa

Stette robusta gioventù, qui liete

Scherzar le caste nuore. Il pastor sommo

Cadde in questi antri per insidia spento:

Così neppur già un tempo il bello Adone                       250

Potè sottrarsi dei cinghiai crudeli

Al dente feritor. Ma lascio omai

Funeste cose. Che gli stessi Numi

Questa abitasser vetta illustre, è fama:

Questo è dei boschi il re, l’alta magione                         255

Del Saturníde altitonante è questa.

Qui al superbo pastor si fêro aperti

Un dì de la fatidica Sibilla

Gli arcani detti, poichè il caro figlio

La divina Latona al sen si strinse.                                   260

Dietro l’esempio dei grandi avi suoi,

L’eroe che tua già fu cura soave

Quest’arduo colle visitò, tornando

Dalla domata Libia, e così chiara

Crebbe fortuna al glorioso loco.                                      265

Qua col giovin Scipion venia l’antico

Rude cantore; e poscia altri canori

Qua poeti venian, cui lungo fora

Numerar: basti il tuo sovrano vate,

Il Mantovan che modular poteo                                     270

Triplice avena. A questi il sacro alloro

Le chiome ombrava, e a te serto simíle

Io qui darò, quantunque astro diverso

Splenda in diversa etade. Or via, mi porgi

Quel ramuscel che ti donò la Diva                                 275

De le castalidi acque alma regina:

Qui t’abbi il premio che da lei ti viene

E in un da me: poni altre cure in bando,

E nostro sii.

Stup.                     Ben su le dotte carte

Or l’assiduo vegliar giovami: oh quanto                       280

Di mie fatiche la memoria è dolce!

Amor pastorius

Stupeus . Daphne

Stup. Ecquis erit precibus finis, mea cura, fugaeque?

Fige pedem, Daphne, precor, et miserere tuorum!

Dap. Quae Phoebum sprevit, quem non spretura putetur?

Quaere alias curas; fis importunus amando.

Stup. Hinc labor, hinc amor exagitant, coguntque trementem    5

Interrupta loqui: sit respirare parumper!

Vis, dolus, insidiae cessant; depone pavorem,

Et nostros audire sedens dignare labores.

Dap. Fare igitur; cupidasque manus frenare memento.

Stup. Daphne, ego te solam deserto in litore primum [1]        10

Aspexi, dubius hominemne Deamne viderem.

Aurea sic rutilo fragrabat murice palla;

Sic coelum late insolito complebat odore,

Dulcia sydereas iactabant ora favillas,

Ardentesque comas humeris disperserat aura.                 15

Dirigui. Sol cum radiis certabat iniquo

Marte tuis; totum non nostro lumine corpus

Fulgebat; timuique Deos ne, forte videndo,

Arderent, raperentque prius quam vulnera nosses

Nostra, vel occultos incensi pectoris ignes.                         20

Accedo; cupiensque gravis primordia morbi

Fondere, vix sicco vocem pulmone revulsi.

Acris inexpletum vultu indignante locuta

Effugis. Incessus docuit, nam verba profunda

Insedere animo, et liquidis hoc sere medullis.                    25

Ex illo lachrymae et miserum suspiria pectus

Flatibus assiduis tundunt atque imbre repenti.

Tu tandem (quae sola potes) miserere, modumque

Pone malis; si iusta peto, si cognita narro.

Dap. Quot placuit mea forma viris, quot torsit amantes         30

Dinumerare piget; placuit super omnia Phaebo.

Aureus ille coma, nitido spectabilis arcu,

Ingenio citharaque potens, Jove patre superbus,

Spretus et indignans abiit: stat conscia curvi

Ripa senis memorantque patris sub gurgite Nymphae.   35

Tu quid habes, quo posse putes hoc frangere saxum?

Stup. Quisquis amore voles solido tranquillus et alta

Pace frui, maiora fuge, et nimis alta caveto.

Illic contemptus et iurgia mixta querelis,

Atraque perpetuis bacchantur nubila ventis.                     40

Quin etiam vitare pares (licet obstrepat error

Publicus) admoheo: fidum tibi iunge minoris

Pectus, ubi obsequium pernox, humilesque vicissim

Blanditiae, dulcisque timor; res cognita paucis.

Alta petunt omnes; utinam mihi tale dedissem                 45

Consilium! sed cogit Amor, perque ardua victum

Luctantemque rapit. Victor fuit ille Deorum,

Molliaque herculeis aptavit pensa lacertis. —

Tu, cui libertas salva est, tibi consule, Daphne!

Dap. Consilium laudo, sed enim quae prima petebam.                50

Prima taces: spes summa tuos quae nutrii amores?

Stup. Praetereo quaecumque tribus mea pectora lustris

Ingenti siluere fide, gemitusque latentes,

Et vigiles noctes, et quae feri plurima secum

Immitis dum saevit amor; quae forte benigno                   55

Iudice sint aliquid, tamen haec periisse sinamus.

Sic erit; attulerit tales mihi vita labores;

Debitus incautae fuerit furor iste iuventae!

Haud tacuisse velim, quod eum mea pauca putarem

Posse piacere tibi, studui si musica forte                            60

Ars mihi ferret opem; quod te sonus atque Camoenae,

Non auri fulgor, caperet. Frustraque timebam

Hanc etiam tentasse viam, raucumque videbar

Nescio quid strepere; donec mea carmina Faunos

Non puduit Dryadesque pari celebrare favore.                 65

Saepe quidem ramum vidi dulcedine tentas

Linquere, et attonitas in me spectare capellas;

Spernere apes cythisum; mutas aestate cicadas.

Laetabar; nec nata prius fiducia nostri est.

Quam sacer ille mihi, cane fidens, diceret Argus.             70

Dap. Et merito; namque ille fuit qui talia posset

Iure iubere suo, nosset qui talia solus.

At tu, si qua recens studium tibi contulit, effer.

Stup. Daphne, nostra quies, noster labor atque voluptas,

Unam ego te dominam, teque hostem affusus adoro.      75

Tu decus es nemorum, tu spes pastoribus ingens.

Te vates magnique duces, te Iupiter altus

Diliga, ac iaculo refugit violare trisulco,

Quo ferit omne nemus, Te, quam pharetratus Apollo,

Quam celebres arsere Dei, nunc Stupeus ardet;                80

Pastor inops, lentusque gregis contemptor opimi:

Dives erit, si pulchra voces sua carmina, Daphne.

Dap. Plus aliquid, quam rebar, eras. Reverentia nostri

Impedit. Adde aliud; poteris fortasse placere,

Stup. Forte die medio, dum me meus urget, amator                85

Sylvae, amor in sylvas, subito vox contigit aures

Dulcior humana. Stupui. Levis unda nitentes

Per pronum herboso volvebat calle lapillos.

Prominet ipse locus; murmurque sequutus aquarum,

Purpurea in ripa laurique virentis ad umbram,                90

Virgineam aspicio, coelo plaudente choream.

Flecto gradum propere; tunc una sonantior omni

Ex numero: si fata tuos hoc tramite gressus

Rara movent, aude divinos cernere vultus.

Haec ait, et dextram tenuit. Tremor omnis abibat,           95

Posse loqui. Incipio: Quin vos mihi parcite, Divae;

Error amorque trahunt! Sector vestigia durae,

Heu mihi! sparsa ferae. Fugit illa, meosque dolores

Nescit. Ad haec, virgo subridens, novimus, inquit,

Omnia. Thessalidem sequeris per confraga Daphnem:    100

Fabula iam pridem aoniis notissima lucis.

I certus; lentescet enim: tamen accipe ramum

Hunc prius, et tenero fronde sum pollice ramum

Decerpsit, cupidoque mihi porrexit; et, ibis

Ibis, ait, dicesque novem vidisse sorores,                            110

Quas vulgus spectare nequit, quas nulla profanis

Mens curis imbuta videi. Si plora rogaris,

Die vidisse, quibus vi bella movere dolisque

Quam tutum, praeceps docuit de turre Pyreneus,

Voce vel ingenio Picae docuere loquaces.                          115

Die sacro te monte vagas; die fontis ad undam

Quem pedis impulsa, genitus cervice Medusae,

Alatus perfodit equus; die nexa canentes

Orbibus imparibus, vario modulamine vocum; [2]

Cuncta novem, variosque animorum ex ordine motus.    120

Quid famae praedulcis anior, vocisque levamen;

Quid studium, ingeniique vigor; quid culta cerebri

Ora tenacis agat; post haec quis nam impetus, et quod

Juditium; aethereae quae nam discredo mentis;

Quidve potens mulcere aures in fine fugaces.                   125

Huc, Daphne, die, verte oculos; regina canori

Hunc mihi prima chori ramum dedit arbore vulsum,

Quem tibi monstrarem: volucrem iubet illa monetque,

Hemoniae post signa jugae, consistere tandem, [3]

Ferrea sit quamvis, motam pietate videbis.                       130

Dap. Motaque sum, Sequere; et collem properemus in illum.

Stup. Perge! Labor nullus, tecum iuga prendere Olympi.

Dap. Scis quo colle sedes? maiestas quanta locorum est?

Stup. Imperiosus apex dare circum iura videtur

Collibus et coelo sylvas despectat aperto.                           135

Dap. Huc ego pastores memini victricia sertis

Tempora, et arboreis spoliis ornata referre,

Curribus invectos niveis debubra Deorum. [4]

Intereram iam laeta virens, spectare iuvabat

Cum ductore greges captos, tristesque iuvencos,              140

Exuviasque graves peregrinis montibus actas,

Et longos rerum strepitus, pompasque frementes. [5]

Huc ab hyperboreis per vim custodibus aurum

Gryphibus erectum, magnos pervenit in usus. [6]

Huc Asiae praedas informi squalida tergo,                        145

Huc quoque nutantes tulit indica belua turres.

Quid te multa morer? Quidquid nemus undique pressis

Extulit uberibus, hoc est in monte coactum.

Hic iusti sedere patres, hic viva iuventus;

Hic castae lusere nurus; hoc pastor in antro [7]                  150

Maximus insidiis periit; nec pulcher Adonis

Vulnificos evasit apros. Sed tristia linquo. [8]

Hoc ipsos, est fama, Deos habitare cacumen.

Hoc caput est nemorum; domus haec Iovis amplatonantis.

Hic natum complexa suum Latona, Sibyllae [9]                155

Agnita fatiloquae, pastori ostensa superbo est.

Haec iuga magnanimus, Scipionibus actus eburnis, [10]

(Sic crevit fortuna loci!) tua cura, subactis

Saltibus ex libycis rediens, puer ille revisit,

Et secum rudis ille senex. Post tempore multo [11]            160

Cantantes venere alii, quos dicere longum est,

Partheniasque tuus, triplicis modulator avenae.

Omnibus his viridi frondebant tempora lauro.

Hic ego, dissimili quamquam sub sydere, sertum [12]

Fronde tamen simili faciam tibi. Porrige ramum              165

Quem sacra castaliae regnatrix tradidit undae. [13]

Illius hoc, nostrumque simul, tibi munus habeto:

Linque alias curas, et noster protinus esto.

Stup. Nunc vigilasse iuvat: dulce est meminisse laborum!

 

Note

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[1] Nella quistione che fu sì lungamente agitata, cioè circa il preciso luogo in cui il Petrarca vide per la prima volta la sua Laura; questo verso formò grave argomento tanto per coloro che sostenevano doverlosi cercare nella campagna aperta, anziché in una chiesa, quanto per cercare di abbattere l’autenticità della nota trovatasi nel Virgilio che fu già del Petrarca. Fra questi oppugnatori era il sig. De la Bastie, il quale si appigliò a questo verso come prova chiarissima  ed incontrastabile pel suo  assunto. Ma  l’abate De Sade (Mém. T. I. Notes pour les Mém. p. 57) così vi rispose: Enfin, si on veut, le vers de l’églogue troisième, Daphne ego, ec., est plus clair sans doute; mais, malheureusement pour M. De la Bastie, il n’est pas question de Laure dans cette èglogue, qui a pour base la fable d’Apollon et de Daphne. Pétrarque n’y parle que de la Poësie qui étoit négligée depuis plusieurs siècles, et de l’ancien usage de couronner les poëtes de laurier aboli depuis longtemps. C’est ainsi que l’explique Benvenuto da Imola dans ses recolections sur les églogues de Pétrarque, faites du vwant de ce poeta, et dont je crois qu’il a danne lui même ces explications. — Se mi è lecito l’entrare qui per terzo, dirò che ambidue abbiano della ragione e del torto. L’uno va errato nel voler dare ad una espressione meramente poetica la virtù di prova legale; l’altro nel fare assoluta violenza alla stessa allegoria dell’egloga. In questa non avea il Petrarca nè intenzione nè bisogno di citare con diplomatico-storica verità il luogo preciso; perciocché volea dire e disse a Dafne che fin dal primo momento in cui la vide, se ne innamorò, ec. Stupeo è un pastore che fingesi parlare a quella mitologica Dafne che dicevasi figlia del fiume Penéo, amata da Apollo, ec. Costoro non potevano dunque parlare nè di Avignone nè della chiesa di S. Chiara; e bastava accennare un luogo insolito a visitarsi dai pastori, ed in cui l'apparizione di una persona di cui potesse dirsi dubius hominemne Deamne viderem. E tal luogo appunto ci viene indicato da quel deserto in litore. Ciò basta per togliere l’errore De la Bastie, e di chiunque volesse seguitarlo. — L’abbaglio poi dell’Ab. De Sade parmi maggiore ed inescusabile. L’argomento della presente egloga e tutto il tenore di questa convincerà il lettore che il Petrarca, il quale sebbene in tante altre sue poesie confonda ed anzi immedesimi la verità e l’allegoria di Laura, del lauro e della laurea, talmente che n’esce talvolta qualche bisticcio, in quest’egloga appunto seppe e dell’allegoria e della verità formare un tessuto sì bello e sì trasparente, che merita ogni lode, e non può pigliarvisi equivoco. Egli amò Laura come donna, e donna bellissima e virtuosissima. Per amore di lei e par piacerle divenne poeta. E per essere divenuto eccellente poeta, meritò la laurea poetica. Dunque fu Laura (in greco Daphne) la quale non volendo e non potendo qual donna premiare la fede del suo amante, lo premiò facendogli meritare l’alloro la mercè della poesia che per lei esercitò. — Volendo applicare propriamente alla Poesia tutta la descrizione e gli affettuosissimi sentimenti che Stupeo qui spiega a Dafne, sarebbe assai peggio che il cercarvi l’ubicazione della chiesa di S. Chiara d’Avignone. — Benvenuto da Imola (cui non acconsento avere il Petrarca dato la spiegazione delle sue egloghe) non era critico buono abbastanza per potere fare autorità in questo argomento, siccome non lo farà circa la spiegazione dell’etimologia del nome dal Petrarca qui assunto di Stupeus: nome che, secondo lui, deriverebbe dalla stoppa (stuppa): quemadmodum stuppa est apta faciliter incendio, ita Petrarcha incendebatur amore Daphnes.

[2] Per maggiore intelligenza di ciò che si contiene nei versi susseguenti, premetteremo che secondo i migliori interpreti il Petrarca accenna in ordine le nove Muse, ricordando i principali ufficj di esse. Dic quid agat amor praedulcis famae, Clio; vocis levamen, Euterpe; studium, Talia; vigor ingenii, Melpomene; ora culta tenacis cerebri, Polinnia; impetus, Erato; iudicium, Tersicore; discretio aethereae mentis, Urania; potens mulcere aures, Calliope. Così ne’ suoi comenti Benvenuto da Imola, e un codice membranaceo del secolo XV nella Laurenziana, che noi seguiremo anche in appresso nell’illustrar brevemente alcuni oscuri luoghi.

[3] Hemoniae fugae, idest graecae fugae: Calliope iubet te, Daphne, tandem consistere, postquam fugisti Phaebum de Tessalia.

[4] Questo famoso colle è il Campidoglio, dove il Petrarca fu coronato. Dafne enumerando gli antichi fatti che resero celebre un tal luogo, comincia dal ricordare i solenni trionfi dei duci e degli imperatori che con gran pompa si portavano al tempio di Giove Capitolino.

[5] Dafne assisteva a que’ trionfi, perchè di alloro erano coronati i trionfanti eroi: iam laeta virens, quia multi poetae excellentissimi in illa aetate floruerunt. Si sagrificavano in tale occasione molte vittime agli Dei in rendimento di grazie per le ottenute vittorie, e a ciò possono alludere quelle parole tristesque iuvencos, benché altri pensino riferirsi ad reges ipsos qui captivi sub iugo veniebant.

[6] Si parla delle vittorie riportate dai Romani sui popoli settentrionali, e nell’Asia. Si riferisce ai primi l’oro rapito ai custodi iperborei grifoni: questi sono gli avari popoli del Settentrione, le ricchezze dei quali venute in potere dei Romani si fecero poi stromento di grandi e nobili imprese. Sotto la pastorale allegoria Quidquid nemus extulit pressis uberibus si fa allusione all’alta opulenza di Roma: questa si rendè temuta e potente con le ricchezze che raccolse da tutti i popoli da lei soggiogati.

[7] accennano i senatori, i guerrieri difensori del Campidoglio, e i festivi giuochi fra la pompa dei trionfi.

[8] Tocca il Poeta la morte di Giulio Cesare: la similitudine di Adone tende a mostrare, la crudeltà con cui Cesare fu trucidato dai molti congiurati che su lui si scagliarono come cignali ferocissimi.

[9] Latona fu madre di Apollo, cioè del Sole: il pastore superbo è Augusto: in somma qui accenna il Petrarca la nascita di Cristo, già predetta dagli oracoli sibillini che al tempo di Augusto si videro avverati, allorquando dalla Vergine madre, verace Latona, nacque il vero ed eterno Sole di giustizia. Fama est, tempore Octaviani Augusti imperatoris, Sibillam dixisse Ottaviano se velle ostendere maiorem Dominum quam ipse esset; et capto eo manu dextra, in quamdam speram solis visibiliter ostendit ei Christium parvulum in sinu Virginis Mariae, qui illis diebus natus erat in Betelem: tunc ipse Augustus admiratus creditur adorasse Christium.

[10] In alcune stampe leggesi: Haec fuga magnanimus Scipionibus actus hibernis; in altre eburnis. La prima lezione di questo aggettivo, attribuito agli Scipioni, non può stare, perchè l’Ibernia ossia l’Irlanda null’ha di comune con questi. La seconda dovrà tolerarsi, non già per gli arzigogoli di Benvenuto sul curru eburneo, e sul baculus lingua eburnea (?) Scipio dicitura ma unicamente perchè non v’è altro ripiego.

[11] Il rude cantore antico è il poeta Ennio: Ennius ingenio maximus, arte rudis. Questi celebrò i fatti di Scipione che meritavano di esser cantati da Omero, e accompagnò il giovane eroe nel suo ritorno a Roma, dove ebbe in Campidoglio l’onore del trionfo. — A tutti è noto il poeta modulator triplicis avenae: il solo nome di Virgilio basterebbe a render Roma immortale

[12] Dicendo Dafne al Petrarca faciam tibi sertum, quamquam sub sydere dissimili, vuol dire che quantunque egli non sia noto ai tempi di Scipione, ma in dissimili aetate, non plena laureatorum ducum et poetarum, pure lo reputa degno di quella corona che ornò la fronte di Virgilio, e di altri celebri poeti.

[13] Tutte le stampe dicono: Quem sacra castaliae regnatrix tradidit almae; ma quest’ultimo non ha qui senso alcuno, e rende imperfetto quello della regnatrix castaliae; perciò vi ho sostituito undae, che sana tutto, ed è pienamente conforme anche all’intendimento dell’egregio volgarizzatore.

Progetto Petrarca indice ragionato

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 12 dicembre 2007