FRANCESCO PETRARCA

Egloga II.

Argus - Argo

Volgarizzata dal signor Giuseppe Salvagnoli Marchetti da Empoli

Edizione di riferimento

Francisci Petrarchae, Poëmata minora quae exstant omnia - Nunc primo ad trutinam revocata ac recensita, Vol. I., Mediolani excudebat societas typographica classicorum Italiae scriptorum MDCCCXXIX

Poesie minori del Petrarca sul testo latino ora corretto, volgarizzate da poeti viventi o da poco defunti, vol. I., Milano, dalla Società Tipografica de’ Classici Italiani, MDCCCXXIX

Argo

ARGOMENTO

Era mente del nostro autore lo cantare le lodi del defunto re Roberto di Napoli, suo grande Mecenate; e volendolo fare ampiamente senza cadere in sospetto di parzialità e di adulazione, ci presenta di subito il pacifico e prospero stato in cui trovavasi quel regno al momento della morte di lui; e ci dipinge la subitanea procella, la quale, nunzia di grandi sciagure, fin da quell’istante incominciò minacciosa ad infierire. Il trono di Napoli fu da lui destinato a Giovanna, figlia di suo figlio Carlo duca di Calabria, e ad Andrea figlio minore di Caroberto re d’Ungheria. Dalla morte di Roberto (16 gennajo 1343) fino al settembre del 1345 continue e sempre crescenti furono le macchinazioni di due partiti cortigiani dominanti sui due giovani sposi e sul regno. Una donna plebea, già nutrice di un figlio di Roberto, stava alla testa della fazione della Regina; mentre quella del Re aveva per capo un frate zoccolante, già pedagogo di lui. La prima trionfò facendo perire Andrea due giorni prima che ne seguisse la coronazione lungamente procrastinata dal Papa. La morte proditoria di quell’infelice, e lo spavento e la desolazione del regno che vi susseguivano, venendo allegoricamente accennate e descritte, formano l’intermezzo della pittura, per la quale gli animi vie meglio si predispongono a sentire ed a confermare le lodi del vecchio re Roberto.

In quest’egloga monologica parla sempre Idèo, ma dal verso 29 in poi riferisce il dialogo di altri due pastori, i quali, senza vedersi, proseguono l’argomento medesimo, prima ed in vario modo compiangendo il regno ed il Re assassinato, indi cantando a vicenda ed estesamente le lodi del vecchio Re. L’unico soggetto che oltre a Roberto viene qui personalmente accennato, è la vedova di lui, la regina Sancia. Nulla per lo contrario allude personalmente ai moltissimi tristi personaggi che figurarono in quell’avvenimento; anzi neppure alla regina Giovanna, cui la storia non potè mai purgare da ogni sospetto di complicità nel regicidio. Questo silenzio prova, secondo il mio sentimento, moltissima delicatezza da parte del Petrarca, il quale, non potendo smentire quei sospetti, nè convenendo fare per questi contumelia alla fama di una regina, schivò prudentissimamente di farne cenno alcuno.

Ideo . Fitia . Silvio

Ide. Già l’aureo Sol volgerà al mauro lido,

E a trapassar la via con facil corso

Affrettava i cavalli. Per le selve

Tanta quiete non avea regnato

Mai da molti anni. Satolli gli armenti                                5

Qua e là giacean: con loro in dolce sonno

Non pochi de’ pastori; altri i bastoni

Forbian da’ rami; altri frondoso serto

Tesseano, ai boscarecci usati canti

Sciogliendo il labbro; ed altri argute canne,                      10

Facili a modular, untano insieme.

Quando una fosca e procellosa nugola

Velò Febo lucente: molla e celere

L’addensò notte innanzi sera; l’aere

Parea temere alla terribil grandine:                                    15

Imperversaro a gara e venti e pioggia;

Sceser da rotti turbini le folgori.

Il cipresso maggior da furia tanta

Svelto dalle radici a terra cadde

Rovesciato; al cader si scosse il colle,                                   20

E ne tremò la valle: ahimè! ’l cipresso

Amor del sole un giorno, un dì soave

Cura del sole! Nè l’amor del sole

Pur valse a distornar dall’alber sacro

Il fatal caso, e vinse dura sorte                                            25

Il pio favor. Troppo presago vate,

Ah! tu dicesti, o Febo: un giorno agli altri,

A sè quest’alber fia cagion di pianto.

Tosto atterriti dall’immenso strepito

Della rovina fuggono i pastori,                                           30

Che all’ombra amica tutto il dì secura

Vivean la vita: questi torna al monte,

Quegli alla soglia del fidato ostello:

Altri s’asconde in le capaci grotte.

Al medesimo scoglio e Silvio e Fitia                                    35

Volsero a caso il piè veloce, e trepidi

Ristettero e gementi in doppio speco,

Come se fosse in due spechi diviso.

Poi quando sciolti un poco e nembi e nubi,

Si dileguò via la tempesta, e tacque                                    40

Il mormorio del cielo, in tali detti

Proruppe Fitia lacrimando: « O Giove,

Se di nostro fallir è questo il merito,

Se noi rozzi pastori tieni a vile,

Per noi non ti preghiam, perdona al misero,                     45

Abbi pietà dell’innocente ovile.

Propizio aduna le caprette, e movanti

Le poppe in cui lasciasti di tue labbia

Tenere il segno, se il celeste nettare

Pur quel latte in oblio posto non t’abbia:                           50

La tua nutrice fu di questa greggia! »

E tali cose lamentate, tacque,

E si percosse con la mano il petto,

E fece onta alla guancia. Udita Silvio

Di dentro all’altra speco la querela                                     55

(Che di mirarsi a lor non concedea

Piccolo schermo di frapposta selce

E di frondoso ramo), sì risponde

Agitato la mente, e dentro il petto

Rattenendo i sospiri: « O Fitia, o Fitia,                               60

Io t’apro il vero, in pria m’accorsi gli astri

A noi infelici minacciar disastri,

Quando vidi sanguigni i rai di Marte,

E star Saturno in nugolosa parte;

E vidi Giove dai pianeti avvinto,                                         65

E volger, biechi i rai la Dea del cinto.

Fischiando i venti oltre l’usato, un velo

Di nebbia forse dal palustre limo

Non surse, e tutto ricoperse il cielo?

Le fuggitive gru forse non vidi                                            70

Scompòr la riga, e i turpi smergi e i corvi,

E le vaganti folaghe sui lidi?

Non mirai forse per la bruna vôlta

Dei cieli splender pallide le stelle,

E tramontar la Luna in nembi avvolta?                             75

Forse non vidi tutti quanti i foschi

Indizi certi di futuro danno

Detti dai vecchi abitator de’ boschi?

Ma pur forza, è il soffrire, amico Fitia:

E questo il duro fato a cui l’uom cresce;                             80

Sì feroce Fortuna a suo talento

Le liete cose alle dolenti mesce.

Noi giovi esperienza, e tutte cose

Seguano l’ordin dell’antica legge.

Qualunque sorte avversa il fato appresti,                           86

Quella dee sostener misero il gregge. »

«O sovra gli altri a me sempre diletto,

O Silvio, o dolce amico, ai tuoi consigli

Pur cesserò le lacrime, soggiunse Fitia:

ma tu, se n’hai, porgi di carmi                                            90

Alcun conforto, che gli acerbi danni

Opportuno rattempri, e il grave caso

Fughi da nostra mente... A te si spetta,

Anzi l’altro interruppe, i dolci carmi,

Che serbi ascosi, a me far noti. Dafni                                 95

A ragione cantaro in queste selve

Un dì i pastori: il grande Argo si canti

Ora da te. — Qual cosa mai ti aggrada,

Che a me non piaccia? — a lui Fitia: ma forse

Intonare l’argèo cantico, o Silvio,                                        100

A te non ben si addice? umil di troppo

Chiudi il tuo labbro. — Or via tu dà principio:

Forse il mio dir ti seguirà; se pure

Non mi toglie baldanza il dolce canto,

— Dissegli Silvio, delle tue parole. —                                 105

E quei, rotti i sospir, con alta voce:

— Argo di quante cose avean qui vita,

Argo decoro e lume, or lutto e pianto;

Argo dolor della selva romita:

Dunque morte potè tal crudo vanto,                                  110

Menar sovra il tuo sacro umano velo,

E l’ardir giunse della terra a tanto?

Coprì la terra te, che solo il cielo miravi?

Ahimè! dell’età nostra è questa

La gloria ed il favor? Sei polve e gelo.                                115

Chi più da lungi in aria la tempesta

Saprà predire, e al suon di sua parola

Seco trarrà le belve e la foresta?

Chi canterà la notte? e chi la gola

Farà strigner dai veltri al fier cignale,                                 120

E insidierà la snella capriola?

Chi invischierà degli augelletti l’ale?

Chi fìa che tolga col pietoso ufizio

D’immergerlo nell’onda al gregge il male?

Chi dirà di Cibele il sacrifizio                                              125

E di Febo, cui piacque esser umíle

Pastor d’Admeto, che gli diede ospizio?

Chi nella notte guarderà l’ovile?

Chi sarà noto sulla rupe alpestra

All’agne, ai cani, all’amica gentile?                                    130

Chi, rinnovando l’agile palestra,

Secondo il patrio stil solenni giochi

Sul lido ordinerà con forte destra?

Da chi fia che consiglio ai dubbi invochi,

E con divino oracolo ritorno                                                135

Faccia l’abitator di questi lochi?

Bellissima Argo, delle Driadi un giorno

Amore, or pianto, a chi mai gl’infelici

Ne’ tempi avversi andran supplici attorno?

Che senza te foreste, antri, pendici?                                   140

Chi vivrà dopo te? starsi trai vivi

Senz’Argo è morte: mei credete, amici.

D’intorno omai vedrem le fonti, i rivi,

Gli stagni, i laghi perdere gli umori,

E i mari stessi di lor flutti privi.                                           145

Altro il soffiar dei venti; altri colori

Nell’erba, ed altro olezzo nei fioretti;

Avran le poma, i frutti altri sapori.

Non più nei prati i fior, nei ruscelletti

Non più l’acque ; nè avran la lana e i velli                         150

Mai più le pecorelle ed i capretti.

D’opime spiche più non fieno belli

I campi; che il suo guardo sol mettea

In tutte cose di vita i suggelli.

Lui prence, i boschi far securi: avea                                    155

Sulla fronte la pace, e i nembi in fuga

A un sol detto volgeva. Andonne: e rea

La fortuna ora i suoi maltratta e fruga.

Mi sforzi a lacrimar: nè già m’è dolce

Viver senz’Argo; ma ubbidir si debbe                                160

All’astro pur, che nostra vita regge.

Tu vuoi fuggir, ben lo conosco, o Silvio:

Ma senza versi non andrai; da pria

Canta, e poi vanne. I tuoi danni rammenta.

Argo era re di quanti avean l’armento:                              165

Cent’occhi e cent’orecchi avea veglianti,

E cento braccia e mani ed arti cento.

Solo una lingua aveva; ai dolci canti

Svelleva gli orni, dava ai sassi il moto,

E fea piegar le fiere a sè davanti.                                        170

Fu sempre chiaro nelle selve, e noto

Per tutti i paschi; e in tutti campi e ville

Delle belle fanciulle a lui devoto

Fu il canto allora che pasceano i mille

Greggi pei prati, e allor che della fonte                              175

Si dissetavan con le dolci stille.

Ma stanco alfin de’ boschi, al ciel la fronte

Erge; a non più tornar via s’incammina,

E ratto vola per dirupi al monte.

Di là dall’alta piena il guardo inchina                                180

Alle cure, ai tumulti nostri, e vede

Quanta è l’angustia, e quanto sia meschina

La selva in cui regnava; e Giove inchiede

Di soccorso e l’ovil vedovo e gli agni

Gli confida. Argo, vale: in breve il piede                            185

Movrem noi pure, e ti sarem compagni. —

Parton, sì detto. Fitia move ai campi

Della patria Sulmona, ed alle selve

Etnische l’altro : io sol rimasi

Piangente e mesto sull’afflitto lido.                                     190

ARGUS

Ideus . Phytias . Sylvius [1]

Ide. Aureus occasum iam Sol spectabat, equosque

Pronum iter urgebat facili transmittere cursu;

Nec nemorum tantam per saecula multa quietem

Fidem ulla dies; passim saturata iacebant

Armenia, et lenis pastores somnus habebat;                          5

Pars teretes baculos, pars nectere serta canendo [2]

Frondea pars agiles calamos. Tum fusca nitentem

Obduxit Phoebum nubes, praecepsque repente

Ante expectatum nox adfuit; horruit aether

Grandine terribili certatim ventus et imber                           10

Saevire, et fractis descendere fulmina nimbis.

Altior aethereo penitus convulsa fragore

Corruit, et colles concussit et arva cupressus: [3]

Solis amor quondam, solis pia cura sepulti; [4]

Nec tamen evaluit fatalem avertere luctum                           15

Solus amor; vicitque pium sors dura favorem.

Praescius heu nimium vates tum, Phoebe, fuisti, [5]

Dum sibi, dumque aliis erit haec lachrymabilis arbor,

Dixisti! Ingenti strepita tremefacta ruinae [6]

Pastorum mox turba fugit, quaecumque sub illa                 20

Per longum secura diem consederat umbra.

Pars repetit montes, tuguri pars limina fidi:

Pars specubus terraeque caput submittit hianti.

Sykius et Phytias scopulum fortassis eundem [7]

Praecipiti petiere grada, geminisque cavernis                       25

Occuluere ambo trepidi, nec pauca gementes.

Post, ubi laxatis tempestas fracta parumper

Nubibus et coeli siluerunt murmura fessi,

Incipit illachrymans Phytias: « O Iupiter alme, [8]

Si scelus hoc nostrum meruit, si rustica sordet                      30

Pastorum pietas, sylvis ignosce precamur! [9]

Innocui miserere gregis, meliorque capellas

Collige dispersas. Teneris signata labellis

Ubera te moveant, nisi forte oblivia lactis

Illius astrigerae nectar ubi suggerit aulae:                              35

De grege nempe fuit nutrix tua! » Talia questus,

Subticuit, pectusque manu percussit et ora,

Sylvius, audita rupis de parte querela.

(Nam neque se coram cernebant obice parvo

Praetentae silicis ramoque comante dirempti),                      40

Concussa sic mente refert, gemitumque cohercens:

« O Phytia, Phytia, fateor, sic astra minori [10]

Iampridem adverti, postquam flammanda Martis

Lumina, et imbrifera Saturnum parte morantem,

Obsessumque Iovem, et Venerem transversa tuentem,         45

Sibila ventorum postquam peregrina notavi.

Non ne procul nebulas limo exalante palustri [11]

Surgere, et in nostrum delatas vidimus axem?

Non ne grues profugas, turpesque ad litora mergos?

Num corvos, fulicasque vagas? num sydera moesta             50

Vidimus, et nymbo velatam abscedere Phoeben? [12]

Tum quae multa olim nascentis signa procellae

Sylvicolae cecinere senes; sed ferre necesse est.

Haec est vita hominum, Phytia! sic laeta dolendis

Alternat fortuna ferox! Eat ordine mundus                            55

Antiquo, nobis rerum experientia prosit.

Quo grex cumque miser ruerit, consistere pulchrum est. »

Chare mihi imprimis et semper maxime Sylvi,

Respondit Phytias; oculos, te consule, tergam.

Tu modo, si quod habes damni solamen acerbi,                    60

Tempestiva graves relevent oblivia casus.

Immo, ait ille, tuum est, quae condita carmina servas

Mecum partiri. Daphnis pastoribus olim, [13]

Et ubi nane ingens merito cantabitur Argus.

Quid tibi, non nobis? Phytias: nunc te quoque carmen         65

Argeum vocitare libet? nimis omnia celas.

Incipe, forte sequar, nisi vox tua terreat, inquit

Sylvius. Ille alta fregit suspiria voce:

Arge, decus rerum, sylvae dolor, Arge, relictae!

Hoc licuit rapidae sacro de corpore morti,                              70

Hoc ausa est tellus? te, qui stellantis Olympi

Tam solus spectator eras, humus obruit atra?

Quo favor et nostri rediit, quo gloria saecli?

Quis tempestates praenoscet ab aethere longe? [14]

Quis mihi voce feras, quercusque et saxa movebit,                75

Aut longam dulci traducet Carmine noctem?

Quis terrebit apros? quis tendet retia damis?

Quis visco captabit aves? Quis flumine mergens

Ah miseras curabit oves? Quis sacra Cybeles,

Atque humilem Admeti famulantem in gramina Phaebum  80

Rite canet? Quem nocturnus trepidabit abactor?

Quem noscent dociles alia sub rupe capellae

Quem vigiles fidique canes, quem dulcis amica?

Quis mihi solemnes statuet per litora ludos,

Insuetam patrio renovans ex more palestram?                      85

A quo consilium dubii, divinaque late

Sylvestres responsa firent? Quis tempore in aneto

Supplicibus praestabit opem? Pulcherrime quondam

Arge, amor oc luctus Dryadum, quid sylva, quid antrum,

Quid sine te colles? et post te vivere quisquam                      90

Aut volet, aut poterit? Pastores credite, mors est

Vivere post Argum. Iam nunc arescere circum

Stagna, lacus, fontes, ipsumque videbitis aequor

Spiritus alter erit ventis; color alter in herbis;

Floribus alter odor; solitos nec poma sapores                        95

Servabunt, nec prata comas, nec flumina lymphas,

Vellera nec pecudes, nec opimas campus aristas:

Omnia namque oculis unus (nec fallimur) ille

Laetificare suis et fecondare solebat.

Illo sylva fuit semper sub principe tuta:                                105

Pax inerat fronti; purgabat nubila verbo,

Ille abiit: fortuna suos mutata fatigat!

Extorques lachrymas; nec iam mihi vivere dulce est [15]

Post Argum; sed vivaci parebimus astro.

Effugis agnosco; nusquam sine Carmine,                      110

Sylvia si libet ire, cane; post i. Tua damna recense.

Pastorum rex Argus erat, cui lumina centum

Lincea, cui centum vigiles cum sensibus aures,

Centum artes centumque manus, centumque lacerti;

Lingua sed una fuit, cum qua rupesque ferasque                 115

Flecteret, et fixas terme divelleret ornos.

Ille diu clarus sylvis, perque omnia notus

Pascua, formosis cantatus ubique puellis

Mille greges niveos pascens per mille recessus.

Postquam pertesum est nemorum longique laboris [16]       120

Irrediturus abit, volucrique per avia salta

Evolat in montes; illinc de vertice summo

Despicit, et nostras curas nostrosque tumultus,

Regnataeque videt quanta est angustia sylvae: —

Alloquiturque Iovem, et viduum commendat ovile.             125

— Arge, vale: nos te cuncti, mora parva, sequemur.

His dictis, abeunt; patrii Sulmona ad arva

Contendit Phytias; sylvas petit alter hetruscas: [17]

Solus ego afflicto moerens in litore mansi.

 

Note

________________________

 

[1] Uno solo è veramente, come già dissi, l’interlocutore di quest' egloga, cioè il pastore Ideo; nel quale intendesi allegoricamente rappresentato Giovanni Barili, napolitano, amico del Poeta, al servigio militare della corte di Napoli. Egli si fa narratore de’ canori lamenti di due altri comuni amici, Barbato da Sulmona (qui nominato Fitia) e del Petrarca, nascosto nel nome di Silvio. Ella è di quell'egloghe nelle quali il dialogo è riferito da uno, non già proferito da tutti gl’interlocutori: forma la quale, sebbene più o meno usitata da tutti gli egloghisti, non è troppo commendabile, perchè repugna alquanto alla ragione drammatica, cui (secondo i miei principi ) l’egloga dee assolutamente appartenere.

[2] Questi primi versi ci descrivono la quieta e felice situazione in cui il re Roberto lasciò il suo regno di Napoli, dopo averlo lungamente ma saggiamente e con felice successo governato. I versi che vi susseguono ci danno il quadro simbolico delle turbolenze civili e politiche che incominciarono da che Giovanna, nipote di Roberto e moglie di Andrea secondogenito del re d’Ungheria, ascese collo sposo al trono di Napoli. Certo Roberto, ungherese egli pure e frate zoccolante, era allora il ministro imperante a quella corte, mentre una femmina, detta la Catanese, governava l'animo e le potenti passioni della giovine, bella e spiritosa regina Giovanna; la vita della quale potrebbe essere assai utilmente trascelta per argomento di uno di que' romanzi storici alla Walter-Scott, pe’ quali è oggidì sì comune ed applaudito il gusto ed il sistema. Chi, avendovi talenti ed attitudini, vi si accinga e vi riesca, me ne avrà buon grado; e forse che da molti sarò per questo mio istantaneo suggerimento lodato più che per la faticosa mia presente impresa.

[3] Nel sublime cipresso di repente troncato  ravvisiamo   l’infelice re  Andrea,  assassinato in  Aversa  ai 18 di settembre del 1345, non senza sospetto di qualche complicità della regina Giovanna.

[4] Il Sole, l’amore ed i favori del quale fecero prosperare quel cipresso; allude al re Roberto che amò il mentovato Andrea suo nipote, il quale non potè neppure per questa ricordanza sottrarsi alla dolorosa sua catastrofe.

[5] Come nel verso 3 e nei seguenti a car. 26, così in questi due accennasi il presagio che il nostro Petrarca (Fam. lib. V, ep. 3) avea fatto di sciagure, di delitti e di rovine di quella corte e di quel regno, allorché nel 1343 vi fu mandato da Clemente VI e dal cardinale Colonna.

[6] Strangolato l’infelice Andrea, sommo fu lo spavento e lo scompiglio de’ grandi del regno; onde molti presero volontario esilio, e molti si tennero appiattati. E vi avevano ben ragione quelli d’ambidue i partiti, cioè i complici del regicidio, per la punizione che dovevano aspettarsene dalla Regina, s’essa non v’ebbe parte ; e nel caso contrario i partigiani dell’ innocente Andrea.

[7] Nel settembre del 1345 trovavasi il Petrarca a Verona, da dove passò ed arrivò ad Avignone, ove già lo attendea una lettera di Barbato da Sulmona, che lo informava di ciò che a Napoli era avvenuto. La lettera 5 del lib. VI delle Familiari del Petrarca è quella che risponde al funesto racconto del Sulmonese, e che porta la data del 1 luglio 1346; nel che secondo il De Sade (Mém. T. II, pag. 252) dovrebbe essere errore di data. Sappiamo intanto che Barbato scrisse di questo avvenimento al Petrarca entro al 1345; che questi a lui ne rispose almeno nel giugno 1346 e che, essendo probabile eziandio che Gio. Barili gliene abbia scritto egualmente poco dopo il settembre 1345, avvi tutta ragione da stabilire che in questo spazio di tempo sia stata composta quest'egloga, nella quale questi tre soggetti appunto intervengono a ragionare dell’ oggetto e dei soggetti medesimi. Benvenuto de Rambaldi da Imola, nel suo Comento sull’Egloghe, dice che cum unus, scilicet Petrarcha, staret in Italia, alter ultra montes, sed audiebat alter alterum mutuis lit-leris. Però non dubito potersi con sana critica stabilire la ipotesi che il Petrarca, avendo dai due suddetti amici suoi ricevuto la nuova di quegli avvenimenti, abbia ad ambidue risposto contemporaneamente; al Barili con guest’egloga, ed al Barbato coll’epistola suddetta, mandando però e l’una e l’altra al primo, acciocché ne faccia poi parte al secondo. — Vediamo infatti in questo verso e nei seguenti che il Barili (Ideus) stando in Napoli finge sentire i lamenti dei due amici i quali, l’uno di qua l’altro di là dell’Alpi, senza vedersi compiangono le sciagure di quel regno dopo la morte del buon re Roberto, di cui cantano alternamente le lodi. Pare dunque che il Petrarca (il quale era allora in Avignone, e non già in Italia, come dice erroneamente il comentatore Benvenuto) conscio delle comunicazioni che delle cose sue facevano fra loro e il Barili e il Barbato, ne fingesse quello per relatore. E così appunto il tutto bene si combina col tempo in cui dice il Poeta avere Fitia e Silvio incominciato il loro dialogo, cioè: laxatis nubibus, e dopo che coeli siluerwit murmura fessi; vale a dire quando i tumulti si calmarono.

[8] Il comentatore suddetto vuole a questo passo doversi, sotto l’allegoria di Giove e di chi l’allattò, intendere il Redentore e la Vergine Maria. Ma questa ed altre simili interpretazioni de’ comentatori di quel tempo non meritano di essere citate che per dimostrare come lo spirito di coloro i quali vogliono fare ovunque entrare la religione, anzi che venerarla, la sprezzano e, starei per dire, la bestemmiano. L’invocazione che il Poeta mette in bocca al pastore che fingesi (per poetico costume) pagano, dirigesi al maggior nume del paganesimo. Ognuno intende che se quegli fosse stato pastore cristiano avrebbe invocato il vero Dio od il Redentore; e fin qui va bene. Ma la mitologica nutrice di Giove, il latte, il nettare ec. non hanno più senso allegorico, ed il cercarvelo è una pazza puerilità. Mi parve necessaria di qui fare questa osservazione, onde dispensarmi di farne altre molte consimili circa varj passi delle altre egloghe seguenti, nelle quali il nostro buon Benvenuto più volte lambiccasi il cervello cercando allegoria ove non ce n'è, nè abbisogna di avercene.

[9] In alcuni testi leggesi miseris ignosce, che non sarebbe errato; ma il senso sta meglio col sylvis ohe trovo nell’edizione del Giunta, del 1504.

[10] Il nostro messer Francesco, sebbene giurato nemico di tutta Astrologia, mette qui al suo Silvio, cioè a se medesimo, in bocca le avverse combinazioni de’ pianeti Marte, Saturno, Giove e Venere, per giustificare il suo presagio delle sciagure di Napoli; e ne sarà compatito, perchè vi parla coll’intelletto di mitologico pastorello. Ma il comentatore vi si diffonde seriamente rendendo ragione di tutto, come se vi trattasse della dimostrazione di una matematica verità; e volendo perfino che Saturno vi sia entrato per significare che il Papa, ch’era vecchio come lo era certamente Saturno, fosse lento; e che questa lentezza alluda agl’indugi che il Papa intromise alla coronazione di Andrea (che sarebbe seguita ai 20 di settembre 1345, se non vi fosse preceduta di soli due giorni la sua tragica fine). Ecco le parole di Benvenuto: Debemus intelligere Papam qui est super alios homines, et Saturnus est super alios planetas et est senex, laborat per XXX annos ad suum cursum faciendum: ita erat Papa senex, idest tardus ad coronationem regis Andreae; et iste Saturnus erat in signo aquario, quod est malum signum, quia facit diluvia et magnas aquas.— Circa il re Andrea dice egli: Et notavi Iovem obsessum, idest regem Andream optimum per se, sed erat obsessus ab aliis militibus, sicut Iupiter est obsessus a Saturno et ab aliis planetis. Della Regina poi dice l'astrologo comentatore: Per Venerem intellige Iohannam reginam libidinosam tuentem ipsum regem per contrarium et transverse; postquam notavi sibila ventorum habere murmura et subgestiones malorum quas habebat regina, quia dum faciebat consilium non habebat nisi susurrationes et malos homines.

[11] Più saggiamente interpreta Benvenuto l'allegoria ascosa sotto il velo delle nebulas grues mergos corvos —fulicas, — Ecco qui pure le sue parole : Vidimus nebulones procul surgere qui venerunt a Provincia, quae est sterilis terra; cioè gli avventurieri Provenzali venuti in Italia, — Grus est avis pacifica, unde grues, idest homines pacificos et sapientes quaerentes pacem; tunc isti erant expulsi de civitate; cioè tutti gli uomini dabbene mandati od andati in esilio. — Mergi enim nesciunt aliud facere nisi capere pisces, et nihil convertunt in suam utilitatem. Mergi intelliguntur nebulones qui omnia vorabant; e questi saranno stati i curiali, gli scribi ed i pubblicani venuti con gli Angioini dalla Provenza, per la Catanese della Sicilia, e pel frate Roberto dall'Ungheria. — Corvos, idest malos homines alte garulantes; cioè tutta quella peste di uomini faccendieri che nasce, vive prosperosa e muore abbominata in tutti i climi e tempi del mondo. — Fulices vagas, quae sunt uiles aves; unde fulices idest homines viles et loquaces; vale a dire la plebe.

[12] nymbo velatam abscedere Phoeben, Questa è la luna coperta dalle nubi; ma ci presenta, secondo la giusta interpretazione di Benvenuto, antiquam uxorem regis Roberti, quae, mortuo rege, facta est monacha et sumpsit habitum sanctae Chatarinae eo quod noluit videre tot mala. — Sancia di Aragona, seconda moglie di Roberto, sposata nel 1302, non ebbe prole. Era donna virtuosa, e Roberto (sapendo che non volea assumersi la reggenza dello Stato) la pose soltanto alla presidenza di un Consiglio reggente. Giolanta d'Aragona era stata la prima moglie di Roberto, il quale n’ebbe due figli: l’uno morto fanciullo; l’altro Carlo duca di Calabria, morendo nel 1328, lasciò superstiti due figlie, Giovanna e Maria. La prima è quella di cui ho fin qui parlato, e fu in età di nove anni destinata sposa di Andrea (che ne avea sei) secondogenito di Caroberto re d'Ungheria.

[13] Alludesi per similitudine a Virgilio ed Augusto, intendendosi che, come quegli cantò le lodi di questo da cui fu beneficato, così debba Silvio ossia il Petrarca imitarlo circa il re Roberto. Così rettamente spiega Benvenuto questi due versi, e così segue appunto in questa seconda parte dell’egloga; se non che, dopo un breve reciproco invito di accingervisi l’uno a preferenza dell’altro, incomincia Fitia ossia Barbato, e l’altro continua e finisce.

[14] Qui Fitia va intessendo allegoricamente le lodi del Re, e primamente (secondo l’interpretazione di Benvenuto) lo esalta per le sue cognizioni astrologiche, per la sua prudenza, per l’eloquenza, per la fortezza, per l’accortezza, per l’arte medica, per la scienza teologica, per la giustizia, pel buon reggimento della famiglia, per la politica, pei pubblici spettacoli, non che per la bontà de’ consigli e de’ conforti che dava a tutti gli afflitti; indi compiange i popoli per la sventura di avere perduto i beni che loro venivano dalle virtù dell’ottimo Re.

[15] Questi due versi vengono proferiti da Silvio, senza che Ideo espressamente glieli attribuisca, come avrebbe dovuto fare e fece fin qui; perciocché l’ egloga è veramente monologica. Nei testi stampati però leggesi nel margine il nome dell’interlocutore; siccome avviene dei due versi seguenti per Fitia, ed indi nuovamente per Silvio nel verso 3 a car. 32. Questa indicazione fu da me ommessa, perchè irregolare; ho però distinto la diversità del soggetto coll’andare da capo nel collocamento del primo verso.

[16] Ne’ testi a stampa leggo pertesum—pertaesum; ma in nessun modo, e per nessuna altra affinità di voce mi sta bene questa espressione, perchè sconcordante coll’irrediturus abit. La lascio come sta, confidando che altri la giustificherà o correggerà.

[17] L’espressione con cui il Poeta qui fa conoscere in Fitia l’amico suo Sulmonese, ed in Silvio se medesimo, Sylvas petit alter hetruscas, potrebbe far nascere un dubbio ragionevole circa il vero luogo della sua dimora d’allora, dovendosi supporre che, come il Barbato se n’andò a Sulmona, così egli pure fosse ito a Firenze, lasciando il Barili solo a Napoli. Ma noi sappiamo anzi con certezza che il Petrarca, quando morì Andrea, trovavasi a Verona, e di là passò ad Avignone, ove fermossi fino al novembre del 1347. Pare dunque non aversi dal Poeta voluto qui accennare altro che la patria di quelli; cioè nell’ava Sulmonis quella di Barbato, e nelle sylvas hetruscas quella del Petrarca.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 12 dicembre 2007