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Edizione di riferimento
Francisci Petrarchae, Poëmata minora quae exstant omnia - Nunc primo ad trutinam revocata ac recensita, Vol. I., Mediolani excudebat societas typographica classicorum Italiae scriptorum MDCCCXXIX
Poesie minori del Petrarca sul testo latino ora corretto, volgarizzate da poeti viventi o da poco defunti, vol. I., Milano, dalla Società Tipografica de’ Classici Italiani, MDCCCXXIX
Gerardo, il minor fratello del Petrarca, fattosi certosino a Montrieu circa la fine del 1342, e visitato nel 1347 dal fratello, tentò persuadere quest’ultimo di abbandonare le cose e gli studi mondani, e di seguirlo nel chiostro. Il fratello poeta, cui un consiglio sì fatto non andava troppo a genio, tosto compose, e forse spedì allo zelante fraticello la prima delle sue dodici egloghe.
In questa Silvio, cioè il Petrarca, parla del suo genio natio per la poesia; spiega come vi si formò e dedicò interamente; quale entusiasmo in lui destarono Virgilio (Partenio) ed Omero; ed esalta l’importanza e la bellezza de’ loro poemi. Monico, cioè Gerardo, gli contrappone l’eccellenza de’ poemi del salmista Davidde, e la preferenza dovuta a Dio, protagonista di quest’ultimo. Ma Silvio gli soggiunge: Experiar, si fata volent: nunc ire necesse est; ed indi, a richiesta di Monico, spiega qual sia la necessità che altrove lo spinge, cioè l’intrapreso suo poema sulle gesta di Scipione Africano. Allora Monico, vedendo perduto il ranno ed il sapone, lo congeda dicendogli: I sospes variosque viae circumspice casus.
Essendo Partenio il titolo assegnato a questa prima egloga; e volendo il poeta sotto quel nome accennarci Virgilio, potremo arguire ch’egli volesse prendersi questo quasi per modello della sua Bucolica, come ci fa ben intendere di averlo per guida anche nella sua Scipíade.
Sil. Monico, or come a solitario speco
Ti se’ raccolto in tutta pace, e il gregge
E lo studio de’ campi hai derelitto?
Io frattanto per colli aspri e foreste,
Infelice! m’aggiro... Or chi diverso 5
Fato ponea tra duo fratelli? Al mondo
Gli partoría sola una madre; ed una
Medesma terra a lor non sarà tomba ?
Mon. O Silvio, a che mi tenti? a che ti duoli?
De’ tuoi travagli a te fabbro se’ solo. 10
Chi ti travia? Chi mai ti forza ai gioghi
D’inaccessibil monte, e per deserti
A perigliar ti mena, te fra dirupi
Verdeggianti di musco, e a le riviere
Romorose?
Sil. Me misero! (benigna 15
Così adorata mi protegga e guardi
La nostra Pale) Amor di tutto questo
Sola è cagione. A me, fanciullo ancora,
Dolce Partenio un dì cantar solea
Qui, dove dal lucente alveo dell’acque 20
Sue proprie un cristallin fiume dispiega
Bellissimo il Benaco. In vigor d’anni
Poscia cresciuto ardia, senz’altrui guida,
Gir per l’opaco orror de’ boschi e i chiusi
Abitati da belve aspri covili; 25
Emulo anch’io di vana fama, e tocco
Di sua tanta dolcezza, a nuovi modi
Formai la voce trasmutata. Ignoto
Da peregrine piagge (e di che valle
Dirti non so) sorvenne un generoso 30
Pastor cantando, e con soavi accenti
Di straniera armonia si fe’ signore
Della mia mente, e mi commosse il petto.
Tutto io quindi ebbi a vile, e sol di carmi
E di numeri solo il cor pascea. 35
Che più? Crebbe ognor sempre rinforzando
L’amor concetto; e quel che udito avea,
Insegnai nel mio canto, ed alle Muse
Fatta forza, notai di che fontana
Bevuto avesse il pastorel venuto. 40
Nè manco in lor de’ carmi esser ravviso
La coltura e la grazia: amendue grandi,
Degni amendue di laude, e del favore
D’elettissime Ninfe. Or de’ cantori
Seguo io quindi le schiere; e da codesti 45
Tormi non so nè il posso; e già mi prende
Maraviglia che l’orride foreste
E gli alti monti ancora al canto mio
Non movano. E lorquando accolte ho tutte
Le mie forze, dai gioghi all’ime valli 50
Soglio venir, dove a’ miei versi il fiume
Plaude correndo, e l’eco dalle ignude
Rupi e dagli antri a me sempre risponde.
Ma grata ancor, siccome è il desir mio,
Questa voce non suona, abbenchè a cielo 55
Lodinla spesso con amor le Ninfe.
Chè quando alla memoria mi soccorre
Quel che dice e che fa codesto estrano
Pastore, invidia cuocemi, e con mente
Infiammata rinselvomi fra i monti. 60
Così vo, così torno e m’affatico.
Se mai per caso alcun dolce al mio petto
Spirassero le Muse, e degno un canto
Che a me stesso ed a’ colli ardui e al lucente
Etere piaccia : allor non fia che manchi 65
Lieve dell’acque il murmure, nè cura
Di studio, o bello ardir. Che se la mente
Fia ritrosa, se i fati mi stan contra,
Di tutti i miei travagli ultimo e solo
Fine esser dee la morte, o fratel mio. 70
Mon. Oh! se dato tentar ti fosse il duro
Passo... Perchè ritrarti? e perchè bassa
Chini la fronte, e di vergogna arrossi,
Paventando i securi ozj e le umili
Quete celle? Nessuno a forza i nostri 75
Sottentra alberghi, e molti indarno ancora
Per uscirne contendono pentiti.
Sil. Timor non fu. Ma ben se maraviglia
Ti fa che orecchio avvezzo alla dolcezza
De’ carmi, il triste abborra ed inameno 80
Ermo silenzio, ti rammenta ancora
Che il lungo uso diventa in noi natura.
Mon. Oh! fosse pur che meco un’altra volta
Alcun tuo giorno traducessi, e il suono
Vinto alfin delle cose a te dintorno
Si tacesse e il tumulto! Oh come caro 85
Come più dolcemente a mezzo il corso
Della notte udiresti altro pastore
Inneggiando cantar! Certo di tutto
Dimentico, di che tu sospiroso
Or mi ti mostri, a lui solo, che toglie 90
Qualsiasi cura, canteresti allora.
Sil. Dimmi chi ei sia, ti prego; e che lamento
Lo indugia a sì tard’ora. Udii ben mille
Querelarsi e cantare anch’io pastori,
Ma nessuno io n’udii che non cedesse 100
De’ nostri al paragone.
Mon. Udisti mai
Di che monti derivi una sorgente,
Capo a due fiumi? o, come da gemelle
Fonti derivi un fiume, e il sacro capo
Con rinomanza de’ suoi flutti innalzi? 105
Sil. Udito ho ben, siccome alle sue rive,
Di peli e d’irte lane ispido il corpo,
Lavasse un giovinetto entro a quell’acque
Le dive membra d’un verace Apollo.
Avventurose Ninfe, a cui fu dato 110
Terger d’un tanto Iddio le belle membra!
Quel fiume, a quel che sento, per li campi
Move dell’arse ceneri le ultrici
Onde . . .
Mon. Or là dunque con tanta dolcezza
Canta il pastor di che ti narro. Ei nacque 115
Colà: tu fanne prova, e fia il migliore.
Sil. Anch’io conobbi un tal che i cittadini
E le mura ricorda dell’umíle
Gerusalem; nè mai quindi sen parte
Dal ricordarla, ov’ei non pianga, e molto 120
Parlandone dal petto imo sospiri.
Questi altri or Roma cantano, or di Troja
L’esizio [1], ora de’ regi le battaglie;
Quel che puote il dolor, quel che l’acerbo
Impeto d’ira, e quel che le stagioni 125
Governa e i venti e i chiari astri del cielo.
Pingon altri i sortiti alterni regni,
L’indole varia de’ fratelli il sommo
Scettrato Giove, e suo sguardo sereno;
Quindi il possente Enosigèo [2], supremo 130
Moderator del pelago, dai foschi
Cerulei crini; e il suo minor fratello
Tenebroso, al cui fianco, in atti acerba,
Siede la sposa; e quel della palude
Tartarea nocchier, che per le gravi 135
Di pece onde tragitta eternalmente.
Tergemino colà valido latra
Cerbero, orrenda in tutto e nuova fiera.
Traggon con man dalla conocchia i fili
Le fatali sorelle; e nell’eterna 140
Delle stigie tenèbre orribil notte
Canta le Furie anguicrinite, e i templi
Acheronte, della città di Dite.
Altri canta le selve, armi ed eroi.
Mon. Questi, per contra, un Dio solo ne canta: 145
Quel Dio cui trema innanzi e si confonde
Vinta la turba degli dei: che il cielo
Tempra, e move col guardo onnipossente;
E libra il liquid’etra [3], e lievi sparge
Le rugiade e le gelide pruine [4], 150
E dalle nubi all’erbe sitibonde
Schiude salubri e desiate piogge.
Questi è quel Dio che suona, e con la rapida
Folgor l’esterrefatto aere percote:
Che pone i tempi e le stagioni e i semi 155
Alla terra comparte; e che comanda
A le procelle, e stabili fe’ i monti.
Egli diè stato alla materia, essenza
Alla spirto; cui diede esser capace
Dall’origine sua d’arti infinite. 160
Questi le veci della vita alterne.
E della morte apprese, e quel che a’ stanchi
Mortali colassù prepara il cielo,
Egli la via del ciel ne mostra, e spesso
Con iterati avvisi a sè ne chiama. 165
Di tal verace Iddio canta il pastore
Di che ti parlo; e se l’udrai, mi spero
Che non ingrato ti verrà il suo carme.
Piena e possente n’è la voce, e l’animo
D’una latente incognita dolcezza 170
Penetra e molce. A dritto, dunque ei tiene
Fra i patrj nostri campi il primo onore.
Toccò pur egli i confin vostri ancora
E le vostre foreste, e del suo canto
Han nome dell’Eridano, e del Tebro 175
E dell’Arno le ville; e quei che il Reno
Bagna e il Rodano insieme e l’Oceáno,
Tutto è pien del suo nome e de’ suoi carmi.
Sil. Mi proverò a suo tempo, ove da’ fati
Siami concesso: or proseguir m’è forza. 180
Mon. Dimmi, deh! dove irne ti ostini? e quale
Maggior cura, o che stimolo ti punge?
Sil. Amor mi punge delle sante Muse:
Perocchè, non è molto, a dir m’intesi
Come d’Africa ai liti erga alle stelle 185
Chiara la fama un giovine divino
Della stirpe de’ Numi, e di sue geste
E del suo nome i paschi intorno adempia.
Te, come intorno è grido, entro le tue
Spelonche, o Polifemo, a giacer pose 190
Con le sue mani; e i libici leoni
Agitò nella fuga, e i lor covili
Arse l’audace con sopposte fiamme.
Questo le nuore italiche e i fanciulli
Plaudono, e i vecchi dall’opposto lido 195
Di sue virtudi attoniti. Nessuno
Con sacro carme ancora un valor tanto,
Che pur premio domanda, ha celebrato.
Io dubitoso di me stesso, impresi
Questo lavoro: proverò il mio ingegno. 200
Forse (oh che spero!) impetrerò, seguendo
Innanzi l’opra, anche d’Orfeo la voce:
Se pure adesso coll’umil zampogna
Il mio lodato eroe a cantar prendo.
Mon. Vanne salvo, o fratello; e della via 205
Nuova che tenti, i casi osserva e nota.
Syl. Monice, tranquillo solus tibi conditus antro,
Et gregis et ruris potuisti spernere curas!
Ast ego dumosos colles sylvasque pererro
Infelix: quis fata regit diversa gemellis? [5]
Una fuit genitrix: at spes non una sepulchri! 5
Mon. Sylvi, quid quereris? cunctorum vera laborum
Ipse tibi causa es. Quis te per devia cogit?
Quis vel inaccessum tanto sudore cacumen
Montis adire iubet, vel per deserta vagari,
Muscososque situ scopulos, fontesque sonantes? 10
Syl. Hei miki! solus amor: sic me venerata benigne
Aspiciat spes nostra, Pales! Dulcissimus olim [6]
Parthenias mihi iam puero cantare solebat [7]
Hic, ubi Benachus vitreo pulcherrimus alvo
Persimilem natum fundit sibi. Venerat aetas [8] 15
Fortior; audebam, nullo duce, iam per opacum
Ire nemus, nec lustra feria habitata timebam?
Mutatamque novo frangebam carmine vocem. [9]
Mutatamque novo fingebam carmine vocem,
Aemulus et famae dulcedine tactus inanis. [10] 20
Ecce, peregrinis generosus pastor ab oris,
Nescio qua de valle, canens nec murmure nostro, [11]
Percussit flexitque animum. Mox omnia coepi
Temnere: mox solis numeris et carmine pasci.
Paulatim crescebat amor. Quid multa? canendo 25
Quod prius audieram, didici; Musisque coactis,
Quo mihi Parthenias biberet de fonte, notavi. [12]
Nec minus est ideo cultus mihi: magnus uterque
Dignus uterque coli, pulchra quoque dignus amica.
Hos ego cantando sequor; et divellere memet [13] 30
Nec scio, nec valeo; mirorque quod horrida nondum
Sylva, nec aërii coeperunt currere montes. [14]
Verum ubi iam videor, collectis viribus, olim
Posse aliquid soleo de vertice, montis ad imas
Ferre gradum valles, ubi fons mihi saepe canenti [15] 35
Plaudity et arentes respondent undique cautes.
Vox mea non ideo grata est mihi, carmina quamquam
Laudibus interdum tollant ad sydera Nymphae.
Dum memini quid noster agat, quidve advena pastor,
Uror, et in montes flammata mente revertor 40
Sic eo, sic redeo; nitor, si forte Camoenae
Dulce aliquid dictare velint, quod collibus altis
Et mini complaceat, quod lucidus approbet aether;
Non raucae leve murmur aquae, nec cura, nec ardor
Defuerint. Si fata viam et mens tarda negarit, 45
Stat, germana mori. Nostrorum haec summa laborum.
Mon. O si forte queas durum transcendere limen ! ...
Quid refugis? turpesque casas et tuta pavescis
Ocia? Quid frontem obducis? Nemo antra coactus
Nostra petit: plures redeunt a limine frustra. 50
Syl. Non pavor hic animi fuerat. Si forsitan, aures
Dulcibus assuetas inamoena silentia tangunt,
Miraris? Natura quidem fit longior usus.
Mon. O iterum breve si mecum traducere tempus [16]
Contingat, sileatque fragor, rerumque tumultus! 55
Dulcius hic quanto media sub nocte videbis
Psallere pastorem, reliquorum oblivia sensim
Ingeret ille tibi. Non Carmen inane negabis,
Quod modo sollicitat, quod te suspendit hiantem?
Syl. Quis, quaeso, aut quonam genitus sub sydere postar 60
Hoc queat? audivi pastorum carmina mille,
Mille modos; quemquam nostris acquare caveto.
Mon. Audisti quo monte duo fons unicus edit
Flumina? sive ubinam geminis ex fontibus unum
Flumen aquas sacrumque caput cum nomine sumit? [17] 65
Syl. Audivi ut quondam puer hispidus ille nitentis
Lavit apollineos ad ripam gurgitis artus.
Felices Nymphae quae corpus tangere tanti
Promeruere Dei! Fluvius, si vera loquuntur,
Per cinerum campos ultricibus incidit undis, 70
Mon. Hunc igitur dulci mulcentem sydera cantu
Illa tulit tellus. Licet experiare; iuvabit.
Syl. O ego novi hominem. Cives et moenia parvae
Saepe Hierosolymae memorat, nec vertitur inde.
Semper habet lachrymas, et pectore raucus anhelat. 75
Hi Romam Troiamque canunt, et proelia regum.
Quid dolor et quid possit amor: quidve impetus irae:
Quis fluctus ventosque regat : quis spiritus astra.
Nec non et triplicis sortitos numina regni
Expingunt totidem varia sub imagine fratres: 80
Sceptriferum summumque Jovem facieque serena:
Inde tridentiferum moderatoremque profondi
Caeruleumque comas medium: fuscumque minorem
Torva latus servat coniux: aterque paludis
Navita tartareae piceas redit itque per undas: 85
Tergeminusque canis latrat, tunc dura severis
Pensa trahunt manibus fixa sub lege sorores:
Quin etiam stygias aeterna nocte tenebras,
Anguicomasque simul Furias, templumque forumque,
Tum sylvas et rura canunt, atque arma virosque. 90
Man. Hic unum canit ore Deum, quem turba deorum
Victa tremit: coelum nutu qui temperat almum:
Aethera qui librat liquidum, qui roris acervos,
Quique nives spargit gelidas, et nube salubri
Elicit optatos herbis sitientibus imbres: 95
Qui tonat, et trepidum rapidis quatit aera flammis?
Tempora syderibus qui dat, sua semina terris;
Qui pelagus fluitare iubet, consistere montes:
Qui corpus mentemque dedit, quibus addidit artes
Innumeras geminum cumulans ab origine munus, 100
Qui vitae mortisque vices, quaeque optima fessos
Fert super astra, viam docuit, repetitque moriendo,
Hunc meus ille canit: neu rancura dixeris: oro:
Vox solida est penetransque animos dulcore latenti.
Iure igitur, patriis primum celebratus in arvis, 105
Attigit et vestros saltus; lateque sonorum
Nomen habet: quae rura Padus, quae Thybris et Arnus,
Quae Rhenus Rhodanusque secarti, quaeque ab luit aequor
Omnia iam resonant pastoris Carmine nostri.
Syl. Experiar, si fata volent: nunc ire necesse est. 110
Mon. Quo precor? aut quis te stimulus, quae cura perurget?
Syl. Urget amor Musae: quoniam modo littore in aphro
Sydereum iuvenem genitumque ex stirpe deorum
Fama refert magnis implentem pascua factis.
Te, Polypheme, tuis iam vi stravisse sub antris 115
Dicitur; et lybicos sylvis pepulisse leones,
Lustraque submissis audax incendere flammis.
Hunc simul italidesque nurus, puerique, senesque
Attoniti adverso certatim a littore laudante
Carmine fama sacro caret hactenus, et sua virtus 120
Proemia deposcit. Pavitans ego carmina coepi
Texere. Tentato ingemum; vox forte sequetur
Orphea: promeritum modulabor arundine parva.
Mon. I sospes; variosque viae circumspice casus.
Note
________________________
[1] esizio: eccidio.
[2] Enosigeo: scuotitore della terra, epiteto di Poseidone.
[3] etra: ètere, aria.
[4] pruine: brine.
[5] Tutte le edizioni portano neget. A me pare però dovervi sostituire regit, perciocché l’antitesi delle idee de’ tre versi precedenti e del seguente richiedono questa correzione, mentre il senso ed il tempo del verbo negare male vi si accorderebbero.
[6] Il comentatore Benvenuto da Imola dice che sotto l’allegoria della dea Pale debba intendersi la Beata Vergine Maria.
[7] Il medesimo comentatore spiega che il Parthenias qui nominato sia Virgilio, e che il Poeta così l'appelli quale virum in vita probatum, quia Virgilius fiat vir optimus, excepto vicio luxuriae, quod est communis moribus poètarum.
[8] Intendasi qui Mantova, ove il bellissimo Benaco alvo vitreo fundit naturn ( sottintendasi flumen, cioè il Mincio ) persimilem sibi. Tutte le stampe dicono Per similem; ma certamente per errore che in tutte si propagò, come avvenne di parecchi altri, de’ quali non farò menzione nemmeno, a fine d’ischivare inutili prolissità.
[9] Le edizioni del 1504, 1554 e 1581 contengono questo verso quale qui si legge; ma quelle del 1501, 1516 e 1558 che lo portano egualmente, ve ne fanno precedere un altro che dice Mutatamque novo fingebam Carmine vocem. Se non che con questo finiscono mediante un punto il periodo, e cominciano coll’altro il seguente periodo. A me è paruto potersi con buon garbo tenere la lezione di queste ultime tre edizioni; però cambiando la situazione di questi due versi per modo che prima leggasi quello che ha il verbo frangebam.. Imperciocché credo volere qui il Petrarca farci conoscere, come egli da giovinetto spezzava la mutata favella con nuova maniera diversi, cioè tentava la nuova poesia volgare; come poi firmava la mutata favella co’ nuovi suoi versi, cioè come stabiliva la volgare favella italiana colle volgari sue rime; e come, mentre così adoperavasi, conobbe Omero (Ecce peregrinis generosus postar ab oris, Nescio qua de valle, ec ). Benvenuto veramente non fa contento alcuno né cenno del secondo verso (fingebam), sebbene stia come il primo nel suo testo. Né so se questa mia fantasticheria meriterà l' approvazióne de’ filologi e de' poeti. Credo peraltro che non meriterà biasimo, e che in ogni caso potrà essere compatita; particolarmente da che non potei consultare alcun codice, né l'inedito comento di Donato degli Albanzani.
[10] La sola edizione del Giunta del 1504 ha Aemulus et, quella del 1554 ha la particella oc, le altre tutte l’at. Io ho ritenuto la prima lezione, parendomi la migliore, anche perchè mi connette assai bene l’interpretazione che può darsi a questo verso. Qui il Petrarca allegoricamente confessa d' essere stato emulo della dolcezza di una fama vana. Ma chi godeva allora quella fama, la cui dolcezza, ad onta della vanità che qui le attribuisce, lo potesse spingere ad emulazione nella nuova poesia e favella? Non altri certamente che il grande Dante Alighieri. Se così è, e s'io non m’ illudo, qui avremmo la confessione ch’ egli, almeno da giovine, facevasi emulo di Dante; ma che tosto se ne distolse per seguire nella latina favella le orme di Virgilio e d’Omero.
[11] Questo verso ci spiega figuratamente che quello straniero sia Omero, perchè di questo potea dirsi di non saperne la patria (Nescio qua de valle), e che cantasse in lingua non nostra (nec murmure nostro). Così giustamente la intende l’imolese.
[12] Conosciuto Omero, s'accorse il Petrarca a qual fonte Virgilio attinse il suo divino poema. Però, come dice ne’ due versi seguenti, ebbe tuttavia per ambedue la stessa venerazione, e li tenne degni di gloria eguale.
[13] Hos ego cantantes sequor, leggesi in tutte le edizioni. Io però oso sostituirvi cantando, parendomi giusto che il vivo segua cantando le orme de’ poeti morti, anzi che quegli segua questi cantanti.
[14] L'Imolese vuole che la sylva sia l'allegoria degli idioti e del volgo, ed i montes quella del Pontefice, de’ Cardinali e dei Letterati. Ma se così fosse, non poteva qui il Petrarca maravigliare e quasi dolersi che questi non gli corrano dietro; né potea poi dire quanto sta ne’ versi seguenti, e particolarmente nei versi 21 e 22 a cart. 6.
[15] Allude a Valchiusa, ove allora più che altrove davasi alla poesia, e dove incominciò eziandio il poema dell1 Africa.
[16] Da questo verso credo potersi desumere l'epoca in cui l'Autore compose questa egloga. Monico qui dice a Silvio: Oh se tu potessi startene un'altra volta (iterum) per qualche tempo con me, ec. Potrebbe dunque supporsi (se altro non vi ostasse) che il fratello Poeta ed il Certosino erano già prima stati insieme là, dove silet fragor rerumque tumultus, cioè nella Certosa di Montrieu, alla quale Gerardo erasi fin dal 1342 ritirato, ed è quel luogo appunto di cui dice nel verso 9 a cart. 8: turpesque casas et tuta pavescis Ocia? Colà infatti andò il Petrarca a visitare Gerardo, e ciò avvenne per la prima volta nell'anno 1347 secondo il De Sade (Tom. II, pag. 314), sebbene il Baldelli (Del Petrarca e delle sue Opere, pag. 312) metta in dubbio questa prima gita, ed accordi soltanto la seconda avvenuta nel 1353. Non potendosi per altro credere che quest'egloga sia stata scritta dopo la seconda visita, perchè allora il Petrarca ne riportò altra opinione, come vedesi nel libro De ocio Religiosorum, scritto nel 1353, e nell'Ep. 9 del lib. I delle Famil. (De Sade III, p. 393); né che la scrivesse dopo un colloquio altrove avuto col fratello Certosino, perchè in tal caso non avrebbe potuto paventare quelle turpes casas et tuta ocia : è forza il conchiudere che l'opinione del De Sade resti confermata appunto pel passo presente, e che la prima visita fatta alla Certosa nel 1347 abbia al Petrarca porto occasione di scrivere quest' egloga. Se non che sono poi d'avviso che il De Sade vada errato là dove assegna (ibid.) quest'anno per la composizione del libro suddetto, anzi che quello della seconda gita; e dove (ibid. p. 68) fa credere che questa egloga fosse stata scritta nel 1342, cioè poco dopo che Gerardo fecesi certosino.
[17] Ognuno si accorgerà che qui intendesi di parlare del fiume Giordano, del Battista, e di Gesù da lui battezzatovi, ec.
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