FRANCESCO PETRARCA

EGLOGA I.

Parthenias - Partenio

Volgarizzata dal sig. Professore Cesare Arici da Brescia

Edizione di riferimento

Francisci Petrarchae, Poëmata minora quae exstant omnia - Nunc primo ad trutinam revocata ac recensita, Vol. I., Mediolani excudebat societas typographica classicorum Italiae scriptorum MDCCCXXIX

Poesie minori del Petrarca sul testo latino ora corretto, volgarizzate da poeti viventi o da poco defunti, vol. I., Milano, dalla Società Tipografica de’ Classici Italiani, MDCCCXXIX

PARTENIO

ARGOMENTO

Gerardo, il minor fratello del Petrarca, fattosi certosino a Montrieu circa la fine del 1342, e visitato nel 1347 dal fratello, tentò persuadere quest’ultimo di abbandonare le cose e gli studi mondani, e di seguirlo nel chiostro. Il fratello poeta, cui un consiglio sì fatto non andava troppo a genio, tosto compose, e forse spedì allo zelante frati­cello la prima delle sue dodici egloghe.

In questa Silvio, cioè il Petrarca, parla del suo genio natio per la poesia; spiega come vi si formò e dedicò in­teramente; quale entusiasmo in lui destarono Virgilio (Par­tenio) ed Omero; ed esalta l’importanza e la bellezza de’ loro poemi. Monico, cioè Gerardo, gli contrappone l’ec­cellenza de’ poemi del salmista Davidde, e la preferenza dovuta a Dio, protagonista di quest’ultimo. Ma Silvio gli soggiunge: Experiar, si fata volent: nunc ire necesse est; ed indi, a richiesta di Monico, spiega qual sia la necessità che altrove lo spinge, cioè l’intrapreso suo poema sulle gesta di Scipione Africano. Allora Monico, vedendo perduto il ranno ed il sapone, lo congeda dicendogli: I so­spes variosque viae circumspice casus.

Essendo Partenio il titolo assegnato a questa prima eglo­ga; e volendo il poeta sotto quel nome accennarci Virgi­lio, potremo arguire ch’egli volesse prendersi questo quasi per modello della sua Bucolica, come ci fa ben intendere di averlo per guida anche nella sua Scipíade.

SILVIO . MONICO

Sil. Monico, or come a solitario speco

Ti se’ raccolto in tutta pace, e il gregge

E lo studio de’ campi hai derelitto?

Io frattanto per colli aspri e foreste,

Infelice! m’aggiro... Or chi diverso                            5

Fato ponea tra duo fratelli? Al mondo

Gli partoría sola una madre; ed una

Medesma terra a lor non sarà tomba ?

Mon. O Silvio, a che mi tenti? a che ti duoli?

De’ tuoi travagli a te fabbro se’ solo.                         10

Chi ti travia? Chi mai ti forza ai gioghi

D’inaccessibil monte, e per deserti

A perigliar ti mena, te fra dirupi

Verdeggianti di musco, e a le riviere

Romorose?

Sil.                       Me misero! (benigna                            15

Così adorata mi protegga e guardi

La nostra Pale) Amor di tutto questo

Sola è cagione. A me, fanciullo ancora,

Dolce Partenio un dì cantar solea

Qui, dove dal lucente alveo dell’acque                      20

Sue proprie un cristallin fiume dispiega

Bellissimo il Benaco. In vigor d’anni

Poscia cresciuto ardia, senz’altrui guida,

Gir per l’opaco orror de’ boschi e i chiusi

Abitati da belve aspri covili;                                       25

Emulo anch’io di vana fama, e tocco

Di sua tanta dolcezza, a nuovi modi

Formai la voce trasmutata. Ignoto

Da peregrine piagge (e di che valle

Dirti non so) sorvenne un generoso                           30

Pastor cantando, e con soavi accenti

Di straniera armonia si fe’ signore

Della mia mente, e mi commosse il petto.

Tutto io quindi ebbi a vile, e sol di carmi

E di numeri solo il cor pascea.                                   35

Che più? Crebbe ognor sempre rinforzando

L’amor concetto; e quel che udito avea,

Insegnai nel mio canto, ed alle Muse

Fatta forza, notai di che fontana

Bevuto avesse il pastorel venuto.                               40

Nè manco in lor de’ carmi esser ravviso

La coltura e la grazia: amendue grandi,

Degni amendue di laude, e del favore

D’elettissime Ninfe. Or de’ cantori

Seguo io quindi le schiere; e da codesti                     45

Tormi non so nè il posso; e già mi prende

Maraviglia che l’orride foreste

E gli alti monti ancora al canto mio

Non movano. E lorquando accolte ho tutte

Le mie forze, dai gioghi all’ime valli                         50

Soglio venir, dove a’ miei versi il fiume

Plaude correndo, e l’eco dalle ignude

Rupi e dagli antri a me sempre risponde.

Ma grata ancor, siccome è il desir mio,

Questa voce non suona, abbenchè a cielo                 55

Lodinla spesso con amor le Ninfe.

Chè quando alla memoria mi soccorre

Quel che dice e che fa codesto estrano

Pastore, invidia cuocemi, e con mente

Infiammata rinselvomi fra i monti.                           60

Così vo, così torno e m’affatico.

Se mai per caso alcun dolce al mio petto

Spirassero le Muse, e degno un canto

Che a me stesso ed a’ colli ardui e al lucente

Etere piaccia : allor non fia che manchi                    65

Lieve dell’acque il murmure, nè cura

Di studio, o bello ardir. Che se la mente

Fia ritrosa, se i fati mi stan contra,

Di tutti i miei travagli ultimo e solo

Fine esser dee la morte, o fratel mio.                         70

Mon. Oh! se dato tentar ti fosse il duro

Passo... Perchè ritrarti? e perchè bassa

Chini la fronte, e di vergogna arrossi,

Paventando i securi ozj e le umili

Quete celle? Nessuno a forza i nostri                        75

Sottentra alberghi, e molti indarno ancora

Per uscirne contendono pentiti.

Sil. Timor non fu. Ma ben se maraviglia

Ti fa che orecchio avvezzo alla dolcezza

De’ carmi, il triste abborra ed inameno                    80

Ermo silenzio, ti rammenta ancora

Che il lungo uso diventa in noi natura.

Mon. Oh! fosse pur che meco un’altra volta

Alcun tuo giorno traducessi, e il suono

Vinto alfin delle cose a te dintorno

Si tacesse e il tumulto! Oh come caro                               85

Come più dolcemente a mezzo il corso

Della notte udiresti altro pastore

Inneggiando cantar! Certo di tutto

Dimentico, di che tu sospiroso

Or mi ti mostri, a lui solo, che toglie                         90

Qualsiasi cura, canteresti allora.

Sil. Dimmi chi ei sia, ti prego; e che lamento

Lo indugia a sì tard’ora. Udii ben mille

Querelarsi e cantare anch’io pastori,

Ma nessuno io n’udii che non cedesse                       100

De’ nostri al paragone.

Mon.                                       Udisti mai

Di che monti derivi una sorgente,

Capo a due fiumi? o, come da gemelle

Fonti derivi un fiume, e il sacro capo

Con rinomanza de’ suoi flutti innalzi?                      105

Sil. Udito ho ben, siccome alle sue rive,

Di peli e d’irte lane ispido il corpo,

Lavasse un giovinetto entro a quell’acque

Le dive membra d’un verace Apollo.

Avventurose Ninfe, a cui fu dato                               110

Terger d’un tanto Iddio le belle membra!

Quel fiume, a quel che sento, per li campi

Move dell’arse ceneri le ultrici

Onde . . .

Mon.                Or là dunque con tanta dolcezza

Canta il pastor di che ti narro. Ei nacque                 115

Colà: tu fanne prova, e fia il migliore.

Sil. Anch’io conobbi un tal che i cittadini

E le mura ricorda dell’umíle

Gerusalem; nè mai quindi sen parte

Dal ricordarla, ov’ei non pianga, e molto                 120

Parlandone dal petto imo sospiri.

Questi altri or Roma cantano, or di Troja

L’esizio [1], ora de’ regi le battaglie;

Quel che puote il dolor, quel che l’acerbo

Impeto d’ira, e quel che le stagioni                            125

Governa e i venti e i chiari astri del cielo.

Pingon altri i sortiti alterni regni,

L’indole varia de’ fratelli il sommo

Scettrato Giove, e suo sguardo sereno;

Quindi il possente Enosigèo [2], supremo                     130

Moderator del pelago, dai foschi

Cerulei crini; e il suo minor fratello

Tenebroso, al cui fianco, in atti acerba,

Siede la sposa; e quel della palude

Tartarea nocchier, che per le gravi                            135

Di pece onde tragitta eternalmente.

Tergemino colà valido latra

Cerbero, orrenda in tutto e nuova fiera.

Traggon con man dalla conocchia i fili

Le fatali sorelle; e nell’eterna                                      140

Delle stigie tenèbre orribil notte

Canta le Furie anguicrinite, e i templi

Acheronte, della città di Dite.

Altri canta le selve, armi ed eroi.

Mon. Questi, per contra, un Dio solo ne canta:                145

Quel Dio cui trema innanzi e si confonde

Vinta la turba degli dei: che il cielo

Tempra, e move col guardo onnipossente;

E libra il liquid’etra [3], e lievi sparge

Le rugiade e le gelide pruine [4],                                150

E dalle nubi all’erbe sitibonde

Schiude salubri e desiate piogge.

Questi è quel Dio che suona, e con la rapida

Folgor l’esterrefatto aere percote:

Che pone i tempi e le stagioni e i semi                      155

Alla terra comparte; e che comanda

A le procelle, e stabili fe’ i monti.

Egli diè stato alla materia, essenza

Alla spirto; cui diede esser capace

Dall’origine sua d’arti infinite.                                   160

Questi le veci della vita alterne.

E della morte apprese, e quel che a’ stanchi

Mortali colassù prepara il cielo,

Egli la via del ciel ne mostra, e spesso

Con iterati avvisi a sè ne chiama.                              165

Di tal verace Iddio canta il pastore

Di che ti parlo; e se l’udrai, mi spero

Che non ingrato ti verrà il suo carme.

Piena e possente n’è la voce, e l’animo

D’una latente incognita dolcezza                              170

Penetra e molce. A dritto, dunque ei tiene

Fra i patrj nostri campi il primo onore.

Toccò pur egli i confin vostri ancora

E le vostre foreste, e del suo canto

Han nome dell’Eridano, e del Tebro                         175

E dell’Arno le ville; e quei che il Reno

Bagna e il Rodano insieme e l’Oceáno,

Tutto è pien del suo nome e de’ suoi carmi.

Sil. Mi proverò a suo tempo, ove da’ fati

Siami concesso: or proseguir m’è forza.                    180

Mon. Dimmi, deh! dove irne ti ostini? e quale

Maggior cura, o che stimolo ti punge?

Sil. Amor mi punge delle sante Muse:

Perocchè, non è molto, a dir m’intesi

Come d’Africa ai liti erga alle stelle                           185

Chiara la fama un giovine divino

Della stirpe de’ Numi, e di sue geste

E del suo nome i paschi intorno adempia.

Te, come intorno è grido, entro le tue

Spelonche, o Polifemo, a giacer pose                        190

Con le sue mani; e i libici leoni

Agitò nella fuga, e i lor covili

Arse l’audace con sopposte fiamme.

Questo le nuore italiche e i fanciulli

Plaudono, e i vecchi dall’opposto lido                       195

Di sue virtudi attoniti. Nessuno

Con sacro carme ancora un valor tanto,

Che pur premio domanda, ha celebrato.

Io dubitoso di me stesso, impresi

Questo lavoro: proverò il mio ingegno.                     200

Forse (oh che spero!) impetrerò, seguendo

Innanzi l’opra, anche d’Orfeo la voce:

Se pure adesso coll’umil zampogna

Il mio lodato eroe a cantar prendo.

Mon. Vanne salvo, o fratello; e della via                           205

Nuova che tenti, i casi osserva e nota.

PARTHENIAS

SYLVIUS . MONICUS

Syl. Monice, tranquillo solus tibi conditus antro,

Et gregis et ruris potuisti spernere curas!

Ast ego dumosos colles sylvasque pererro

Infelix: quis fata regit diversa gemellis? [5]

Una fuit genitrix: at spes non una sepulchri!                          5

Mon. Sylvi, quid quereris? cunctorum vera laborum

Ipse tibi causa es. Quis te per devia cogit?

Quis vel inaccessum tanto sudore cacumen

Montis adire iubet, vel per deserta vagari,

Muscososque situ scopulos, fontesque sonantes?                   10

Syl. Hei miki! solus amor: sic me venerata benigne

Aspiciat spes nostra, Pales! Dulcissimus olim [6]

Parthenias mihi iam puero cantare solebat [7]

Hic, ubi Benachus vitreo pulcherrimus alvo

Persimilem natum fundit sibi. Venerat aetas [8]                     15

Fortior; audebam, nullo duce, iam per opacum

Ire nemus, nec lustra feria habitata timebam?

Mutatamque novo frangebam carmine vocem. [9]

Mutatamque novo fingebam carmine vocem,

Aemulus et famae dulcedine tactus inanis. [10]                       20

Ecce, peregrinis generosus pastor ab oris,

Nescio qua de valle, canens nec murmure nostro, [11]

Percussit flexitque animum. Mox omnia coepi

Temnere: mox solis numeris et carmine pasci.

Paulatim crescebat amor. Quid multa? canendo                     25

Quod prius audieram, didici; Musisque coactis,

Quo mihi Parthenias biberet de fonte, notavi. [12]

Nec minus est ideo cultus mihi: magnus uterque

Dignus uterque coli, pulchra quoque dignus amica.

Hos ego cantando sequor; et divellere memet [13]                   30

Nec scio, nec valeo; mirorque quod horrida nondum

Sylva, nec aërii coeperunt currere montes. [14]

Verum ubi iam videor, collectis viribus, olim

Posse aliquid soleo de vertice, montis ad imas

Ferre gradum valles, ubi fons mihi saepe canenti [15]              35

Plaudity et arentes respondent undique cautes.

Vox mea non ideo grata est mihi, carmina quamquam

Laudibus interdum tollant ad sydera Nymphae.

Dum memini quid noster agat, quidve advena pastor,

Uror, et in montes flammata mente revertor                             40

Sic eo, sic redeo; nitor, si forte Camoenae

Dulce aliquid dictare velint, quod collibus altis

Et mini complaceat, quod lucidus approbet aether;

Non raucae leve murmur aquae, nec cura, nec ardor

Defuerint. Si fata viam et mens tarda negarit,                           45

Stat, germana mori. Nostrorum haec summa laborum.

Mon. O si forte queas durum transcendere limen ! ...

Quid refugis? turpesque casas et tuta pavescis

Ocia? Quid frontem obducis? Nemo antra coactus

Nostra petit: plures redeunt a limine frustra.                             50

Syl. Non pavor hic animi fuerat. Si forsitan, aures

Dulcibus assuetas inamoena silentia tangunt,

Miraris? Natura quidem fit longior usus.

Mon. O iterum breve si mecum traducere tempus [16]

Contingat, sileatque fragor, rerumque tumultus!                      55

Dulcius hic quanto media sub nocte videbis

Psallere pastorem, reliquorum oblivia sensim

Ingeret ille tibi. Non Carmen inane negabis,

Quod modo sollicitat, quod te suspendit hiantem?

Syl. Quis, quaeso, aut quonam genitus sub sydere postar                 60

Hoc queat? audivi pastorum carmina mille,

Mille modos; quemquam nostris acquare caveto.

Mon. Audisti quo monte duo fons unicus edit

Flumina? sive ubinam geminis ex fontibus unum

Flumen aquas sacrumque caput cum nomine sumit? [17]          65

Syl. Audivi ut quondam puer hispidus ille nitentis

Lavit apollineos ad ripam gurgitis artus.

Felices Nymphae quae corpus tangere tanti

Promeruere Dei! Fluvius, si vera loquuntur,

Per cinerum campos ultricibus incidit undis,                               70

Mon. Hunc igitur dulci mulcentem sydera cantu

Illa tulit tellus. Licet experiare; iuvabit.

Syl. O ego novi hominem. Cives et moenia parvae

Saepe Hierosolymae memorat, nec vertitur inde.

Semper habet lachrymas, et pectore raucus anhelat.                  75

Hi Romam Troiamque canunt, et proelia regum.

Quid dolor et quid possit amor: quidve impetus irae:

Quis fluctus ventosque regat : quis spiritus astra.

Nec non et triplicis sortitos numina regni

Expingunt totidem varia sub imagine fratres:                             80

Sceptriferum summumque Jovem facieque serena:

Inde tridentiferum moderatoremque profondi

Caeruleumque comas medium: fuscumque minorem

Torva latus servat coniux: aterque paludis

Navita tartareae piceas redit itque per undas:                             85

Tergeminusque canis latrat, tunc dura severis

Pensa trahunt manibus fixa sub lege sorores:

Quin etiam stygias aeterna nocte tenebras,

Anguicomasque simul Furias, templumque forumque,

Tum sylvas et rura canunt, atque arma virosque.                      90

Man. Hic unum canit ore Deum, quem turba deorum

Victa tremit: coelum nutu qui temperat almum:

Aethera qui librat liquidum, qui roris acervos,

Quique nives spargit gelidas, et nube salubri

Elicit optatos herbis sitientibus imbres:                                       95

Qui tonat, et trepidum rapidis quatit aera flammis?

Tempora syderibus qui dat, sua semina terris;

Qui pelagus fluitare iubet, consistere montes:

Qui corpus mentemque dedit, quibus addidit artes

Innumeras geminum cumulans ab origine munus,                  100

Qui vitae mortisque vices, quaeque optima fessos

Fert super astra, viam docuit, repetitque moriendo,

Hunc meus ille canit: neu rancura dixeris: oro:

Vox solida est penetransque animos dulcore latenti.

Iure igitur, patriis primum celebratus in arvis,                           105

Attigit et vestros saltus; lateque sonorum

Nomen habet: quae rura Padus, quae Thybris et Arnus,

Quae Rhenus Rhodanusque secarti, quaeque ab luit aequor

Omnia iam resonant pastoris Carmine nostri.

Syl. Experiar, si fata volent: nunc ire necesse est.                                110

Mon. Quo precor? aut quis te stimulus, quae cura perurget?

Syl. Urget amor Musae: quoniam modo littore in aphro

Sydereum iuvenem genitumque ex stirpe deorum

Fama refert magnis implentem pascua factis.

Te, Polypheme, tuis iam vi stravisse sub antris                            115

Dicitur; et lybicos sylvis pepulisse leones,

Lustraque submissis audax incendere flammis.

Hunc simul italidesque nurus, puerique, senesque

Attoniti adverso certatim a littore laudante

Carmine fama sacro caret hactenus, et sua virtus                       120

Proemia deposcit. Pavitans ego carmina coepi

Texere. Tentato ingemum; vox forte sequetur

Orphea: promeritum modulabor arundine parva.

Mon. I sospes; variosque viae circumspice casus.

 

Note

________________________

 

[1] esizio: eccidio.

[2] Enosigeo: scuotitore della terra, epiteto di Poseidone.

[3] etra: ètere, aria.

[4] pruine: brine.

[5] Tutte le edizioni portano neget. A me pare però dovervi sostituire regit, perciocché l’antitesi delle idee de’ tre versi precedenti e del seguente richiedono questa correzione, mentre il senso ed il tempo del verbo negare male vi si accorderebbero.

[6] Il comentatore Benvenuto da Imola dice che sotto l’allegoria della dea Pale debba intendersi la Beata Vergine Maria.

[7] Il medesimo comentatore spiega che il Parthenias qui nominato sia Virgilio, e che il Poeta così l'appelli quale virum in vita probatum, quia Virgilius fiat vir optimus, excepto vicio luxuriae, quod est communis moribus poètarum.

[8] Intendasi qui Mantova, ove il bellissimo Benaco alvo vitreo fundit naturn ( sottintendasi flumen, cioè il Mincio ) persimilem sibi. Tutte le stampe dicono Per similem; ma certamente per errore che in tutte si propagò, come avvenne di parecchi altri, de’ quali non farò menzione nemmeno, a fine d’ischivare inutili prolissità.

[9] Le edizioni del 1504, 1554 e 1581 contengono questo verso quale qui si legge; ma quelle del 1501, 1516 e 1558 che lo portano egualmente, ve ne fanno precedere un altro che dice Mutatamque novo fingebam Carmine vocem. Se non che con questo finiscono mediante un punto il periodo, e cominciano coll’altro il seguente periodo. A me è paruto potersi con buon garbo tenere la lezione di queste ultime tre edizioni; però cambiando la situazione di questi due versi per modo che prima leggasi quello che ha il verbo frangebam.. Imperciocché credo volere qui il Petrarca farci conoscere, come egli da giovinetto spezzava la mutata favella con nuova maniera diversi, cioè tentava la nuova poesia volgare; come poi firmava la mutata favella co’ nuovi suoi versi, cioè come stabiliva la volgare favella italiana colle volgari sue rime; e come, mentre così adoperavasi, conobbe Omero (Ecce peregrinis generosus postar ab oris, Nescio qua de valle, ec ). Benvenuto veramente non fa contento alcuno né cenno del secondo verso (fingebam), sebbene stia come il primo nel suo testo. Né so se questa mia fantasticheria meriterà l' approvazióne de’ filologi e de' poeti. Credo peraltro che non meriterà biasimo, e che in ogni caso potrà essere compatita; particolarmente da che non potei consultare alcun codice, né l'inedito comento di Donato degli Albanzani.

[10] La sola edizione del Giunta del 1504 ha Aemulus et, quella del 1554 ha la particella oc, le altre tutte l’at. Io ho ritenuto la prima lezione, parendomi la migliore, anche perchè mi connette assai bene l’interpretazione che può darsi a questo verso. Qui il Petrarca allegoricamente confessa d' essere stato emulo della dolcezza di una fama vana. Ma chi godeva allora quella fama, la cui dolcezza, ad onta della vanità che  qui le attribuisce, lo potesse spingere  ad emulazione nella nuova poesia e favella? Non altri certamente che il grande Dante Alighieri. Se così è, e s'io non m’ illudo, qui avremmo la confessione ch’ egli, almeno da giovine, facevasi emulo di Dante; ma che tosto se ne distolse per seguire nella latina favella le orme di Virgilio e d’Omero.

[11] Questo verso ci spiega figuratamente che quello straniero sia Omero, perchè di questo potea dirsi di non saperne la patria (Nescio qua de valle), e che cantasse in lingua non nostra (nec murmure nostro). Così giustamente la intende l’imolese.

[12] Conosciuto Omero, s'accorse il Petrarca a qual fonte Virgilio attinse il suo divino poema. Però, come dice ne’ due versi seguenti, ebbe tuttavia per ambedue la stessa venerazione, e li tenne degni di gloria eguale.

[13] Hos ego cantantes sequor, leggesi in tutte le edizioni. Io però oso sostituirvi cantando, parendomi giusto che il vivo segua cantando le orme de’ poeti morti, anzi che quegli segua questi cantanti.

[14] L'Imolese vuole che la sylva sia l'allegoria degli idioti e del volgo, ed i montes quella del Pontefice, de’ Cardinali e dei Letterati. Ma se così fosse, non poteva qui il Petrarca maravigliare e quasi dolersi che questi non gli corrano dietro; né potea poi dire quanto sta ne’ versi seguenti, e particolarmente nei versi 21 e 22  a cart. 6.

[15] Allude a Valchiusa, ove allora più che altrove davasi alla poesia, e dove incominciò eziandio il poema dell1 Africa.

[16] Da questo verso credo potersi desumere l'epoca in cui l'Autore compose questa egloga. Monico qui dice a Silvio: Oh se tu potessi startene un'altra volta (iterum) per qualche tempo con me, ec. Potrebbe dunque supporsi (se altro non vi ostasse) che il fratello Poeta ed il Certosino erano già prima stati insieme là, dove silet fragor rerumque tumultus, cioè nella Certosa di Montrieu, alla quale Gerardo erasi fin dal 1342 ritirato, ed è quel luogo appunto di cui dice nel verso 9 a cart. 8: turpesque casas et tuta pavescis Ocia? Colà infatti andò il Petrarca a visitare Gerardo, e ciò avvenne per la prima volta nell'anno 1347 secondo il De Sade (Tom. II, pag. 314), sebbene il Baldelli (Del Petrarca e delle sue Opere, pag. 312) metta in dubbio questa prima gita, ed accordi soltanto la seconda avvenuta nel 1353. Non potendosi per altro credere che quest'egloga sia stata scritta dopo la seconda visita, perchè allora il Petrarca ne riportò altra opinione, come vedesi nel libro De ocio Religiosorum, scritto nel 1353, e nell'Ep. 9 del lib. I delle Famil. (De Sade III, p. 393); né che la scrivesse dopo un colloquio altrove avuto col fratello Certosino, perchè in tal caso non avrebbe potuto paventare quelle turpes casas et tuta ocia : è forza il conchiudere che l'opinione del De Sade resti confermata appunto pel passo presente, e che la prima visita fatta alla Certosa nel 1347 abbia al Petrarca porto occasione di scrivere quest' egloga. Se non che sono poi d'avviso che il De Sade vada errato là dove assegna (ibid.) quest'anno per la composizione del libro suddetto, anzi che quello della seconda gita; e dove (ibid. p. 68) fa credere che questa egloga fosse stata scritta nel 1342, cioè poco dopo che Gerardo fecesi certosino.

[17] Ognuno si accorgerà che qui intendesi di parlare del fiume Giordano, del Battista, e di Gesù da lui battezzatovi, ec.

Progetto Petrarca indice ragionato

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Ultimo aggiornamento: 12 dicembre 2007