Domenico Rossetti di Scander

POESIE MINORI DEL PETRARCA

Egloghe

Edizione di riferimento

Francesco Petrarca, Canzoniere, Trionfi, Rime varie, a cura di Carlo Muscetta e Daniele Ponchiroli, ed. Einaudi, 1958

Edizione di riferimento

* Francisci Petrarchae, Poëmata minora qvae exstant omnia - Nunc primo ad trutinam revocata ac recensita, Vol. I., Mediolani excudebat societas typographica classicorvm Italiae scriptorum MDCCCXXIX

* Poesie minori del Petrarca sul testo latino ora corretto, volgarizzate da poeti viventi o da poco defunti, vol. I., Milano, dalla Società Tipografica de’ Classici Italiani, MDCCCXXIX

Delle poesie latine del Petrarca

e dei loro volgarizzamenti

Discorso preliminare

dell’editore d.r Domenico Rossetti di Scander, Avvocato triestino

I primi versi latini che uscirono dalla penna del Petrarca ed alquanto si divulgarono, fecero altamente stupire tutti coloro i quali n’ebbero conoscenza: ed appena seppesi essersi egli nella sua solitudine di Valchiusa accinto a comporre un epico poema, che già tutti, da eccesso di maraviglia compresi, non ebbero voce sufficiente a proclamarne la gloria ed a propagarne la fama, prima ancora che il suo lavoro fosse ito molto innanzi, e che ne avesse fatto conoscere qualche sua parte, avea quella sola fama già bastato a convincere i Dotti e di Francia e d’Italia ch’eccellente esser dovesse quell’opera, e tale da meritarne all’autore la poetica corona. Nè andò guari che di questa fu realmente insignito, perciocchè nel 1341, anno 37.° dell’età sua, gli fu dessa in Roma con pompa nuova e solenne pubblicamente conferita.

Questo suo poema, Africa intitolato, e diviso in nove libri la sua Bucolica, composta di dodici egloghe; il suo poetico Epistolario, il quale in tre libri contiene 67 epistole dirette ad illustri personaggi o ad amici suoi, alcuni pochi epitafi ed altri esametri, i quali sparsi ritrovanti nel suo Epistolario familiare e senile, ed altri pochissimi versi inediti: questi sono il tutto de’ versi latini ch’egli, per quanto sappiasi, compose; nè v’ha ragione di credere che altri, da lui scritti, fossero poscia andati smarriti, tranne quelli che avrà forse egli stesso distrutti, siccome sappiamo avere fatto di molte sue lettere. Ma questi sono appunto quelle opere sue le quali quanto vivente lui ebbero rinomanza, altrettanto furono col progredire degli anni neglette, indi posposte ad ogni altro suo lavoro, poscia affatto dimenticate, ed ultimamente sprezzate del tutto, quasi fossero indegne di un tanto autore. Coloro che talvolta ed alcun poco se ne occuparono, null’altro v’ebbero per iscopo che qualche storica notizia di lui, o de’suoi tempi. Al che certamente si apposero bene assai; se non che poteano farvi messe ben maggiore di quella che vi fecero, e farne generalmente conoscere un po’ più l’intrinseco loro merito, anzi che accrescere la comune opinione svantaggiosa che se ne avea. I soli che alquanto più di proposito vi si dedicarono, furono due che vollero tentare il volgarizzamento dell’Africa, e due che la Bucolica cementarono. Ma di questa e dell’Epistolario più d’uno si valse frammentariamente e per via di estratti; e sopra tutti l’abate de Sade, il quale più spesso e più utilmente d’ogni altro, esaminò e tradusse qualche brano e della Bucolica e dell’Epistolario, ma sempre per lo storico suo divisamente, e meramente in prosa; sebbene fosse sua intenzione di pubblicare poi (il che non fece mai) tutte le dodici egloghe con un esteso comento storico, onde farle bene intendere, ed illustrare per esse alcuni istorici avvenimenti di quel tempo (Vedi Mem., tom. II, pag. 354) [1] . Ma Ginguenèe penetrò assai meglio nello spirito e nel merito di queste poesie latine, e ne fece più ponderato giudizio, esibendoci l’analisi di alcune, assai sommaria, ma però giudiziosamente (Histoire littèraire d’Italie, tom. II, pag. 429-44).

Piacendo a me di onorare questo nostro illustre Italiano a modo diverso degli altri suoi veneratori, e volendo quindi fare risorgere quello che altri più o meno direttamente affaticaronsi seppellire; dopo avere illustrato il libro delle Vite degli Uomini illustri [2], pensai dedicarmi a tentare altrettanto circa le poesie latine di quello. Altra via però giudicai doversi percorrere onde raggiungerne utilmente la meta: quella cioè del loro volgarizzamento scortato da brevi storiche illustrazioni degli oggetti e soggetti in quelle contemplati. Come mi vi accinsi, e come riuscii in un’impresa che veramente ardua appariva, dirò più sotto e qui dovendo io ragionare ordinatamente del testo di tutte queste latine poesie, e da prima della maggiore, ch’è l’Africa, onde giustificare le ragioni per le quali, ad onta del qui accennato mio proponimento, questa appunto ne rimane esclusa del tutto. E queste ragioni si faranno manifeste collo spiegare primieramente una singolare letteraria apparizione che circa questo poema si avverò, ed è per varj, motivi notevolissima e meritevole di particolare e più estesa considerazione.

Parve la Scipíade fin dal suo nascere un miracolo di perfezione tanto al suo autore, quanto ai suoi contemporanei, ma poscia ambidue ne ricredettero a tale che il primo se ne vergognò, e gli altri la neglessero, finchè i posteri loro o la dimenticarono o l’ebbero decisamente in disistima. Onde rettamente giudicare di queste contrarie opinioni e loro effetti, stimo necessario a considerarsi prima il carattere dello spirito del Petrarca, indi la storia di questo suo poema.

La morale dell’uomo e della civile società empiva l’animo del Petrarca, e fu la storia uno de’ primi e più intensi suoi studi; quindi storia e morale, con tutte le loco diramazioni, una gran parte costituivano del suo vasto e profondo sapere. Ma la fantasia, di cui era egli pure e non iscarsamente dotata dalla natura, giugnere non potendo all’assoluto predominio dell’animo suo, nè da essa potendosi emancipare l’intelletto di lui, al genio storico-morale quella si chinò ed affratellò per modo che tutte le creazioni della mente del nostro autore non potevano ch’essere germogli di questo combinamento.

Intelletto, fantasia e volontà sono le primarie potenze dell’essere dell’uomo; ed il giusto equilibrio di queste tre, elevate che sieno al massimo punto della umana possibilità, forma l’uomo veramente perfetto. La minore loro elevazione e la diversa proporzione fra loro costituiscono una infinita progressiva graduazione di preponderanze o di equilibrj, onde vediamo nascere da un canto tanti esempi di relativa eccellenza del sapere, del fare e del volere, come dall’altro altrettanti ne vediamo di egualmente relativa pravità.

Prescindendo affatto da tutte le intermedie innumerabili proporzioni, e considerando quella solamente che al presente proposito appartiene, agevolmente intenderassi: come in tali proporzioni consista l’indole ovvero il carattere proprio dell’essere di ogni umano individuo: come l’eccesso assoluto e quindi la preponderanza di una delle suddette tre potenze formi il carattere grande: come il combinato eccesso di due di loro produca altro e maggiore carattere, che elevato vorrei appellare: e come raro esser debba in natura non solo il perfetto equilibrio del massimo di quelle tre potenze, onde verrà il carattere perfetto, ma ben anco quello di due sole di esse. Non è però la grandezza o l’elevatezza di un carattere che basti a porgerne l’idea dell’eccellenza o della pravità. Queste dipendono sempre dalla proporziona maggiore in cui la volontà stassi colle altre due potenze: quindi eccellente sarà il carattere nascente dall’equilibrio dell’intelletto colla fantasia, aventi assoluta preponderanza sulla volontà, forte sarà quello in cui così stanno intelletto e volontà preponderanti sopra la fantasia, laddove sempre perverso quello riuscirà, nel quale fantasia e volontà, o questa ultima soltanto, hanno il predominio sull’intelletto. Quando poi la preponderanza di una di quelle potenze sia tale da ridurre le altre a compiuta nullità, cessa ogni proporzione, cessa ogni equilibrio, manca l'idea di ogni carattere, e nasce la mentale aberrazione; della genesi e graduazione della quale non è qui certamente a trattarsi.

Premessi questi principj generali, potrò forse determinare il carattere dello spirito del nostro autore, e sarà quello di elevatezza delle tre potenze, con equilibrata preponderanza d’intelletto e fantasia. Da ciò segue che il suo intelletto non poteva a meno di pendere all’ideale nella storia e nella morale, e quindi nel sapere e nel fare; laddove la sua fantasia dovea egualmente chinare alla verità degli affetti e degli avvenimenti: onde, frenata mai sempre, ondeggiare dovea la sua volontà fra la verità e la bellezza della realtà e dell’ideale.

Determinato così il carattere dello spirito del Petrarca, agevolmente vedremmo quale egli fosse ed essere dovesse nelle opere del suo intelletto, cioè in quelle di storia e di morale; quale in quelle della sua fantasia, ossia nelle poetiche sue creazioni; quale finalmente in quelle della sua volontà, ch’è quanto dire nella sua vita sociale. Se non che ommetto di considerarlo sotto il primo ed il terzo di questi suoi aspetti, non appartenendo questi al presente argomento, e mi limito unicamente al secondo, di cui qui esclusivamente si tratta.

Egli potè essere, e lo fu veramente, sommo nel suo erotico Canzoniere; perciocchè il combinamento ed il perfetto equilibrio della forza della fantasia e dell’eccellenza dell’intelletto circa la verità dei fatti e degli affetti è possibile, senza che l’una alla preponderanza dell’altra si assoggetti. Potea essere grande altresì in quel genere di poesia epica,nella quale (bene distinta dall’epopeica) predomina l’entusiasmo grafico, sia poi desso pittorico o morale, encomiastico o detestativo e ciò appunto perchè lo stesso è da dirsi di lui, come storico e moralista. Imperciocchè, non potendosi egli mai sottrarre del tutto all’impero della fantasia, quel certo grado d’entusiasmo, ora imaginoso, ora morale, vi spiegava, per lo quale, se da un canto dalla semplicità della storica o della morale verità dovea alquanto allontanarsi, dovea dall’altro elevarsi vieppiù all’ideale, ossia alla purezza di ambidue, e farsi ammiratore ed encomiasta della grandezza dei fatti e della virtù de’ costumi.

Ma nella epopea, in cui la fantasia debbe coll’intelletto, per così dire, immedesimarsi, ed in cui dee crearsi la storia e celarsi ad un tempo il sentimento del poeta, ossia l’affetto generante la propria creazione di lui, e quello che da questa è generato: nell’epopea, dico, non potea il Petrarca riuscire nè sommo nè grande, perchè l’eccesso appunto della fantasia creatrice non era in lui. Poteva egli quindi trattare l’epopea con tutta la forza della storica e morale verità, e con quella grafica energia d’imagini e di affetti che circa quella verità medesima somministravagli la fantasia. Ma questa non è epopea che per la forma o per l’intenzione, non mai per la sostanza sua propria. Richiede la vera epopea un potere di fantasia sì assoluto e sì moderato ad un tempo, che quest’ultima giunga a predominare (non a sopraffare) l’intelletto a modo da valersene in tutta la sua integrità per creare di sua posta un vero ideale che dal vero storico non per altro differisca che per la diversità della loro esistenza. Il primo esiste per l’intelletto, perchè lo conosce e giudica come se fosse avvenuto; l’altro esiste per la sperienza, e l’intelletto lo sa perchè avvenuto materialmente nel tempo e nello spazio.

E così potè anzi dovette avvenire che il Petrarca nel fervore degli anni e della fantasia, e nel maggiore sviluppamento dell’intellettuale facoltà per la storica e morale verità, potesse illudere sè stesso; e sentendovisi commosso dall’entusiasmo, si credesse chiamato all’epopea. Ma come un grande intelletto non può mai illudersi lungamente, così ben tosto avvidesi della via fallita; e prima neglesse, poi abbandonò, e finalmente disapprovò e rifiutò l’epopeica sua creazione.

Se, vivente lui e poco dopo la morte sua, così non fu dell’opinione de’ suoi contemporanei, è ben facile a vedersene la ragione. Essi non conobbero che la fama e la intenzione dell’opera, e credevano che, essendovisi cimentato un ingegno sì fatto, essa non potesse che pareggiarsi all’Eneide. E seppure l’avessero conosciuta, in alcuni la prevenzione per l’autore, negli altri tutti la debolezza di ogni poetico criterio avrebbero impedito generalmente di farne più retto giudizio. Quindi quell’entusiasmo che mosse i primi ingegni di quel tempo per la salvezza della Scipíade , che già temevasi condannata alle fiamme dall’autore e dagli esecutori delle sue ultime volontà. Quindi le laudi che susseguirono alla prima sua pubblicazione. E quindi, raffreddatosi l’impeto della prevenzione di quella generazione, vennero le successive a conoscere ciò che il Petrarca avea dell’opera sua già conosciuto fin da quando cessò la prima sua illusione.

II.

Per convalidare quanto fin qui dimostrai, per così dire, a priori, nulla potrà più efficace ed opportuno riuscire di quello che il porgere sommariamente la storia di questo poema del nostro Petrarca: storia che, anche per altri riguardi bibliologici, riescirà forse di non lieve utilità. Nell’anno 1339 (35° dell’età sua) in Valchiusa, ove avea già stabilito la prima sua solitaria dimora, occupavasi il Petrarca dello studio della storia romana, su cui meditava scrivere un’opera ch’egli stesso appella (Vedi l’ediz. di Basilea del 1581, pag. 365) opus immensum temporis et laboris capacissimum e dovea abbracciare la storia tutta di Roma da Romolo a Tito. Così meditando, Scipione Africano, per cui fin dall’infanzia ebbe grandissima venerazione, tale gli si presentò alla fantasia, che parvegli soggetto degnissimo di epopea. Montibus illis vagantis cogitatio incidit et valida, ut de Scipione Africano illo primo cuius nomen mirum, unde mihi a prima aetate carum fuit, poeticum aliquid heroico Carmine scriberem (Ep. ad poster.). Questa istantanea ispirazione bastò, perchè accingasi all’impresa di quel poema della seconda guerra Punica, che Africa intitolò, e di cui poi scrisse: Utinam tam felici exitu claudendus seni, quam magno animo coeptus est iuveni (L. X, Ep. 4 del Cod. Riccardiano, e si confronti coll’Ep. 5 e 12 del Lib. XII del medesimo, e col De Sade, Tom. III, pag. 191.) A questo impulso egli tanto più obbedì, quanto che ignorando l’esistenza del poema di Silio Italico [3] (scopertosi appena dal Poggio nel 1415), il quale epicamente trattò l’argomento medesimo, pensava potervi riescire più felicemente dell’antichissimo Ennio, di cui (Ibid.) disse: Ennium de Scipione multa scripsisse non est dubium, rudi et impolito, ut ait Valerius, stylo. Cultior tamen de illius rebus liber metricus non apparet. De hoc igitur utrumque canere institui.

Per quell’impulso e per questa ragione si mise egli a tutt’uomo intorno all’epopeico suo lavoro; e fuvvi sì indefesso, che in capo ad un anno cotanto vi progredì da udirsene già sparsa la fama d’impresa gigantesca, mirabile e di sicura gloriosa riuscita. Questa infatti gli accelerò ed assicurò l’ambita e desiderata corona poetica, per la quale, invitato a Roma ed a Parigi ad un tempo, andò di preferenza a quella, ma prima per la via di Marsiglia a Napoli, onde farvisi esaminare da Roberto, il più dotto ed il più saggio de’ re di quel tempo. In questa occasione pregollo questo diademato Mecenate di fargli sentire alcun che dell’incominciato suo poema, e di volerglielo dedicare quando sarebbe compiuto. Precibus quas... fundere dignatus est ilicet acquievimus ut Africam sibi Scipioni denique nostro diceremus (Ed. Bas. pag. 460). Obbedì il Petrarca, prima leggendogli una parte di quanto ne avea scritto, e poscia dedicandogli il poema, sebbene il buon Re dedicatario fosse da molti anni già defunto. Altro notevole esempio [4] delle vicissitudini de’ tempi! Re viventi che qual favore domandano la dedicazione di un’opera, ed autori che la dedicano a re che, già defunti, non possono premiarneli più!

Passato dopo la sua incoronazione a Parma, ove erano entrati in dominazione i Correggeschi, e fra questi Azzone l'amico suo, s’invaghì nuovamente della vita solitaria, e trovatosi in selva piana (Die quodam montana conscendens forte trans Entiam amnem Rheginis in finibus, sylvam, quae plana dicitur, adii. Ep. ad post.), sentissi, come eragli prima avvenuto a Valchiusa, spinto dall’estro suo alla continuazione del suo poema. Subito loci specie perculsus ad intertnissam Africam stylum veni, et fervore animi qui sopitus videbatur excitato, scripsi aliquantulum die illo, post continuis diebus quotidie aliquid (Ibid.). Ritornato a Parma, pigliossi a pigione e poi comperò una casetta con giardino presso l’Abazia di S. Antonio, ove con tanto ardore ed assiduità il suo poema proseguì, che fra non molto condusselo a compimento. Tanto ardore Africam meam non magno in tempore ad exitum deduxi, ut ipso quoque nunc stupeam (Ibid.). Ciò tutto avveniva durante la prima sua dimora in Parma, da, dove partì nel 1342 e pare che d’allora in poi lasciasse questo suo poema quale eragli di primo getto uscito dalla penna, senza occuparsene più, senza rivederlo e limarlo, e ponendolo anzi affatto e studiosamente in dimenticanza. Il che forse causò lo smarrimento di uno o piuttosto di due libri interi, perciocchè tra il quarto ed il quinto libro scorgesi ad evidenza una lacuna nel progredimento degli avvenimenti. Il quarto libro finisce col racconto che l’ambasciatore di Scipione, Lelio, fa al re Siface del generoso modo che quegli usò colle donzelle di Cartagena vinta, occultandole all’esercito, e ponendole provvidamente al sicuro d’ogni pericolo od insulto da parte de’ guerrieri vincitori. Il quinto libro incomincia coll’ingresso di Scipione trionfante in Cirta, e coll’incontro suo con Sofonisba, senza che sappiasi nè prima nè poi cosa alcuna dell’esito dell’ambasceria di Lelio, e di que’ molti ed importanti avvenimenti i quali doveano necessariamente precedere l’assedio ed il conquisto di Cirta per la vittoria riportata sopra Siface. Nè v’ha ragione per supporre essere nata questa lacuna per ismarrimento posteriore alla morte dell’autore; perciocchè suo genero, Franceschino da Brossano, facendo subito trarre dall’autografo di quello una copia pel Boccaccio, non avrà certamente ommesso ogni diligenza per farla eseguire fedele e compiutamente. D’altronde, essendosene tosto accorto il Salutati, ne scrisse (Col. Salut. ep. 17) al suddetto Franceschino; e non avendosene giammai avuto più traccia alcuna, dovrà conchiudersi, esserne la perdita attribuibile unicamente all’abbandono ed alla dimenticanza in cui piacque al Petrarca di lasciare questo suo poema. Il quale suo abbandono viemmeglio confermasi dal sapersi che l’autore nulla volle pubblicare mai di questo suo lavoro, e che molto si dolse di Barbato da Sulmona (Ep. Senil. Lib. II, ep. 1) per avere questi pubblicato que’ soli 34 versi che aveagli confidentemente comunicato.

Ma quanto più occultava il Petrarca questa opera sua, quanto più bassamente ne giudicava nell’età sua senile (Africa mea, quae tunc iuvenis notior iam famosior quam vellem, cum postea multis ac gravibus pressa consenuit. Senil. Lib; II, ep. 1), quanto meno volea udirne fin anche parlare (Vedi Squarciafico nella Vita del Petrarca), tanto più n’erano bramosi tutti gli amici suoi. Voleva egli finalmente darla, alle fiamme; ma gliene mancò poi l'animo (Ibid.). Intanto venne, egli a morte (ai 20 di luglio del 1374) ed allora ebbero libero sfogo ed attività le sollecitudini di quelli, e nominatamente del Boccaccio e di Coluccio Salutati, per salvare da ogni pericolo questo desideratissimo poema. Ecco quanto il primo di questi ne scrive (Vedi Mehus nella Vita d’Ambr. Trav. pag. ccv) al suddetto Franceschino.

Sed quod me potissime angit, est, quod de a se compositis libris, et maxime de Africa illa sua, quam ego coeleste arbitror opus, consumptum sit an siet adhuc, et mansura perduret, an igni tradita sit, quem illi, ut novisti, saepissime severus nimium rerum suarum iudex minatus est vivens. Sentio nonnullus nescio a quo examen tam huius, quam reliquorum librorum fuisse commissum, et quos dignos assererent, eos mansuros fore. Miror committentis inscitiam, sed longe magis suscipientium temeritatem et ignaviam. Quis enim mortalium, quod inclytus praeceptor noster approbaverit, audebit infelici calamo reprobare? Non si resurgat Cicero, non Flaccus aut Maro. Heu mihi timeo ne Iuristis commissum sit, qui quum leges noverint, et eas potissime, quas impudico ore aiunt esse de pane lucrando, se arbitrantur eruditos in omnibus. Videat, oro, Deus, et poëmatibus etc. etc.

Questo brano di lettera, la quale tutta continua su questo argomento, oltre che concorda con quanto ne serbò, come ho detto, lo Squarciafico, è di molta rilevanza anche perchè contiene, starei per dire, il tema di que’ versi del Boccaccio, de’ quali ora per me farassi la prima edizione. Egli pertanto chiedeva istantissimamente da Franceschino una copia dell’Africa, ma non ebbe poi il conforto di vederla neppure, perchè morì (ai 21 di decembre del 1375) prima ancora che fosse finita. Così Coluccio Salutati, vivendo ancora il Boccaccio, stava ansioso di vedere quel poema, e ne scriverà (Col. Sal. ep. 3, 5, T. I) a Benvenuto da Imola; ma tre giorni dopo la morte di quello, dandone il tristo annunzio (Ibidem, ep. (?) al Brossano, pregollo di passare a lui quella copia che non potea darsi più all’amico defunto. E così fu. Franceschino gliela inviò, pregollo volerla correggere, ma vietògli ad un tempo di pubblicarla giammai. Giuntagli appena, avidamente se la lesse in tre notti, e tosto si avvide della mentovata lacuna tra il quarto ed il quinto libro. E da poi che inutilmente tentò, come ho già accennato, di procurarsi da Franceschino il brano mancante, si accinse tuttavia ad eseguire la correzione del manoscritto, associandovisi perfino alcuni altri uomini di lettere, siccome vedesi, secondo il Mehus (Vit. d’Ambr. pag. 231), nel codice cartaceo della Laurenziana num. 35 del pl. XXXIII.

Anzi, vivendo ancora il Petrarca, aveano scritto Domenico di Silvestro, aretino con una epistola in versi (Ib. p. 230) ed il Salutati alcuni versi, i quali esistono (Vedi Mehus, pag. 311) tuttora nella Biblioteca regia di Parigi, così intitolati: Coluccii Pierii Salutati metra ad Petrarcham incitatoria ut Africae suae editionem proderet; ai quali fu (verosimilmente dopo morto il Petrarca) risposto da un anonimo (che il Mehus (pag. 237) suppone essere stato Lombardo della Seta) con altri versi, i quali in due pagine membranacee entro ad un codice cartaceo leggevansi (Ibid. pag. 311) nella Biblioteca di S. Maria in Firenze colla soprascritta: Ad Coluccium Plenum de Stignano Cancellarium Florentinorum, quod Africa non erat edenda vivente Francisco Petrarcha laureato poëta eiusdem Africae auctore refragatoria incipit epistola. Crede il prelodato Mehus (Ibid.) avere il Salutati tuttavia pubblicato questo poema, perciocchè ne trovò due copie. L’una di queste è il codice Gaddiano che sta nella Laurenziana (num. 41, pl. 90 sup.) e che porta una lettera dedicatoria del Salutati a Gaspare de’ Broaspini veronese, nella quale dicesi: Africam Petrarchae nostri, quam, ut recordari te puto, olim carminibus producere conabar, quae complevi, etc. L’altra copia leggesi nel codice num. 1238 della Riccardiana. La esistenza di queste copie, e qualche loro differenza dallo stampato, non danno, certamente prova alcuna per l’asserzione del Mehus; ma bensì che il Salutati avesse fatto ricopiare colle sue proprie correzioni quella che avea conseguito dal Brossano, e che l’avesse mandata in dono a quel poeta veronese. Non può peraltro rivocarsi in dubbio che ciò nondimeno le copie di questo poema ben tosto si moltiplicarono nel secolo seguente alla morte dell’autore, e che nel successivo se ne accrebbe, ma per poco, la diramazione per l’invenzione e per l’uso della stampa. E dico per poco, perciocchè le edizioni che se ne fecero, non sono che sei, e tutte scorrettissime quanto le altre opere che del Petrarca furono allora stampate. Di queste edizioni dell’Africa darò in una nota [5] l’elenco, e spiacemi non potere fare ancora altrettanto de’ codici che n’esistono in numero certamente maggiore.

Come il Salutati esercitò la sua musa per provocare la pubblicazione dell’Africa, così il Boccaccio adoprò pure colla sua a fine di salvarla dal pericolo in cui la temea di essere dannata al rogo. Questi scrisse in 180 esametri a Franceschino da Brossano una specie di apoteosi di quel poema, prima di averne conosciuto forse neppure un solo verso: tanta era la prevenzione che avea per sè il Petrarca, anche presso coloro che intimamente lo conoscevano! Questi esametri sono tuttora inediti, e possono dirsi sconosciuti affatto, perciocchè nessuno ne fece mai parola, tranne il cav. Baldelli, il quale nella sua Vita del Boccaccio (pag. 20’, not. a) gli annunziò come aneddoto che il cav. Morelli avrebbe pubblicato, traendoli da un antico suo codice. Il che poi non si avverò; e come il codice stesso passò nella Biblioteca palatina di Venezia, io ve ne copiai quegli esametri, ed ora, come dissi, li pubblicherò per la prima volta.

Nessuno, per quanto io mi sappia, scrisse comenti intorno all’Africa, nè alcuno ne diede versioni in qualunque lingua si voglia. V’ha bensì due tentativi che furono fatti ne’ tempi a noi alquanto più vicini. L’uno è il volgarizzamento de’ primi tre libri eseguito in ottava rima da Fabio Marretti [6]; l'altro del primo libro soltanto ed in verso sciolto per opera di Egle Euganea (Contessa Francesca Franco da Padova, nata Roberti da Lassano). Qui porgerò per saggio di queste versioni i primi otto versi dell’uno e dell’altro volgarizzamento. Ecco quello del primo:

Il tremendo per guerra, inclito e raro

Per merti antico eroe cantar desio,

A cui l’Africa nobil, che domaro

Armi e valore, il qual d’Italia uscio,

Già diede lo immortal cognome chiaro;

O Musa, o dolce coro intento mio

Favore, onde l’esausto d’Elicona

Sacro fonte gustar possa, a me dona.

Petrarca, Poes. Min. vol. I.

Quello della seconda è il seguente :

I merti illustri tu mi narra, o Musa ,

Di lui sì formidabile ne l’armi,

Cui diede un tempo l’Africa distrutta

Da le sponde Latine eterno il nome:

Anzi voi tutte, o mia soave cura,

Lasciate, o Dive, che nel sacro fonte

Spenga l’avida sete il labbro mio:

L’alte cose e a voi grate a dir m’appresto.

La barbarissima traduzione del Marretti pare fatta a bello studio per istancare e mettere il lettore alla disperazione. Quella della Franco è infinitamente migliore, anzi superiore ad ogni confronto colla prima. Tuttavia il lavoro di questa, ben lungi dallo scemare i difetti del testo originale, riesce più freddo e poco soddisfacente. Nè migliore effetto potea sortirne giammai il volgarizzamento di chi non fossevi guidata e spinto dal proprio entusiasmo generato da un animo poetico veramente anzi che versificatore soltanto.

Se v’ebbe eccesso prima nel presagire, poi nel preconizzare l'eccellenza e la perfezione di questa Scipiade, nulla fuvvi successivamente di meglio nel dimenticarla e nel vilipenderla. In questo, come per lo più in tutti gli umani giudizj, mancò sempre quel punto medio nel quale solo trovasi la rettitudine, ed appellasi beato appunto perchè egli è a cogliersi difficile assai più che le contrapposte estremità. Non dirò già d’avere io còlto in questo segno, ma bensì quello che penso di quest’opera del Petrarca; e dirollo brevemente assai. Essa non è epopea, è però poesia la quale, se non ha merito per la favola e per l’insieme, ne ha tuttavia per gli suoi particolari d’imagini, di descrizioni, di sentenze, e talvolta di affetti. Essa, quale l’abbiamo, non è nemmeno in questi particolari quale avrebbe potuto essere, qualora l’autore non se ne fosse trovato egli stesso scontento a segno da negarle ogni cura ed ogni lima, e d’abbandonarla piuttosto tal quale gli uscì di primo getto. Ma qualunque ella sia, credo potersi dire francamente ch’egli era più facile a scriversi a’ tempi di Augusto e coll’epopeico ingegno di Virgilio una Eneide, di quello che dall’anno 1339 al 1342, e senza questo ingegno, questa Scipíade di cui ora favelliamo.

Da tutto questo inferirò che, se da un canto ammetto essere la Scipíade tale poema che per volgarizzamento comunque magistrale nulla guadagnerebbe nel merito suo sostanziale e veramente epopeico, v’ha tuttavia tali parti le quali, recate da mano maestra in nostra lingua, piacerebbero anche oggidì. Ma questa scelta non potrebbe farsi che da un poeta volgarizzatore il quale solo e ad un tempo si assoggettasse alla lunga e tediosa fatica di ridurre prima a corretta lezione tutti i nove libri del poema, onde poterne poi per ponderata lettura estrarre que’ frammenti qua e là sparsi che degnissimi sarebbero d’essere ringioviniti. Ma come sì fatto metodo sarebbe spiaciuto, non meno che il volgarizzamento dell’intero poema, a chiunque vi avessi voluto e potuto invitare, sarà omai manifesta la ragione per la quale dovetti abbandonare ogni idea di volgarizzamento di questa maggiore latina fatica poetica del nostro autore.

III.

Passando ora a trattare delle latine poesie minori, e particolarmente delle Egloghe e delle Epistole, rammenterò quanto più sopra spiegai circa il carattere dello spirito del Petrarca, onde, considerandone le osservazioni premesse, ognuno convincerassi che desso in questi poemi potea riescire eccellente, appunto perchè sono di genere affatto diverso dell’epopea. Infatti nessuno, per quanto io so, trovò nell’Egloghe e nelle Epistole alcuno di que’ difetti che giustamente si rimproverano alla Scipíade; nessuno loro negò con ragione determinata quel merito che hanno realmente, ma tutti, parlando genericamente e talvolta senza averle mai lette, le condannano come barbare o poco meno; quando entrano tuttavia ne’ particolari di un critico esame, le tacciano di altri loro proprj difetti, per gli quali credono non potervisi a’tempi nostri trovare lettura nè istruttiva nè piacevole. Io pertanto qui farommi a noverare tutti questi difetti, ed a discorrerne nel tempo stesso con critica imparzialità, tentando per tal via di sgombrare o rettificare quelle erronee opinioni che su questo argomento credo essere invalse.

1.° Latinità impura. Chi ponesse a confronto la luce del sole con quelle della luna e di un pianeta, se ha fior di senno, dovrà confessare: che il primo luca veramente da sè e per natia sua proprietà: che la seconda riluca assai più del terzo, ma che questi ultimi due privi di propria luce natia, non si facciano belli se non se per riverbero di quella dell’astro, maggiore. Sarebbe fanciullesco impegno quello di chi sprezzasse la lucentezza de’ pianeti e de’ satelliti loro, perchè nulla a paragone di quella del sole. Nè meno biasimevole direi colui il quale avesse a vile quella de’ pianeti, perciocchè la luna, a noi vicina più di quelli, agli occhi nostri più lucente apparisce. Presso che così parmi potersi dire della parte maggiore di coloro che tennero giudizio della latinità del Petrarca. I più si contentarono di confrontarla con quella dei classici poeti ed oratori romani, e non esitarono di dannarla come barbara. Altri più discreti ne istituirono il paragone con quella degli autori italiani che scrissero latinamente dal 1500 in poi, e stabilirono doversi dire purissima questa ed impura quella del nostro autore. Nessuno però nel maturare questi giudizi pensò: che tutti coloro i quali scrissero, scrivono e scriveranno in lingua morta, non possono nè potranno giammai avere altra lucentezza che quella di riflessa (ossia per istudiata e faticosa imitazione), non avendovi luce propria, cioè di natia nazionale scaturigine: e che il massimo della perfezione in quella conseguibile sta unicamente nello schivare il barbarismo, e nell’acquistarvisi una abituale franchezza. Così e nulla di più avrebbero conseguito e Omero e Demostene e Virgilio e Cicerone, se ciò che scrissero ai tempi loro e nelle vive loro lingue, scritto lo avessero dal mille a questa parte nelle lingue medesime, ma allora come ora già morte.

Ammetterò che negli scrittori anche di lingue morte possa e debba conoscersi ed accordarsi uua maggiore o minore bellezza ed eleganza, ma non già una differenza di purità. Imperciocchè questa ultima consiste dell’osservanza della grammatica e dell’uso di vocaboli e di modi veramente latini, ed è il contrapposto alquanto modificato del barbarismo, nel quale non solo la grammatica ed i vocaboli, ma ben anco molte frasi e molti modi sono stranieri vestiti alla latina. Gli scrittori dunque ne’ quali nessuno incontrasi di questi difetti, potranno essere non belli e non eleganti, non però barbari od impuri latini. Nulla trovasi nella latinità del Petrarca, che non sia veramente latino, nulla di straniero, nulla di sgrammaticato, siccome lo si trova assai frequente in tutti coloro che a’ suoi tempi scrissero nella lingua del Lazio. Non gli si potrà dunque negare purezza di questa lingua, a meno che non diasi a questo vocabolo un significato del tutto diverso.

2.° Stile più manierato che poetico non può dirsi quello del Petrarca, se non se mettendolo a confronto colla classica latinità. Esso tale bene spesso apparisce per la concorrenza di due ragioni. Prima perchè egli è tutto proprio dell’autore, e non servile imitazione dello stile altrui; [7] poi perchè adoprato in lingua non assorbita col latte, ma succhiata dai libri e dalle scuole. Il manierismo di lui, sia maggiore sia minore di quello vigente in altri secoli latinizzanti, non meriterà per sè stesso rimprovero, da che egli fa difetto utile a schivarne degli altri e maggiori di assai. E quanto qui dico della maniera dello stile in generale, valga in particolare del poetico, il quale ha nel Petrarca, come in tutti indistintamente coloro che non nacquero latini, lo svantaggio eziandio della prosodia, dell’armonia e della pronuncia. Può una lingua intendersi a perfezione, e la si può scrivere con possesso, franchezza e purità singolari. Ma chi non vi nacque, e non ne sentì le prime cantilene dalla sua nutrice, non saravvi mai poeta versificatore perfetto. L’armonia dello stile poetico sarà entro a lui; ma egli non troverà mai il pertugio o la corda, per cui il fiato o le dita possano farla risuonare netta e misuratamente. Quindi nasce la necessità di un’armonia per così dire convenzionale, cioè nascente per arbitrario accordo della vigoria del pensiero colla debolezza dello strumento che dee manifestarlo. E questo accordo appunto costituisce il manierismo.

3.° L'affettazione di figure e di modi rettorici è un vizio che nell’Africa ed in alcune prose del Petrarca troviamo frequenti, e forse quasi esclusivamente. Ma esso non è inescusabile; anzi tale n’è la scusa da non poterlasi rifiutare: essa è quella della necessità relativa. Era l'affettazione nella prima metà del secolo xiv necessaria e benefica assai più di quello che per l’italiana lo fosse quella dei trecentisti del secolo xviii e xix. Il barbarismo non era per la lingua nostra giunto a quell’estremo in cui trovavasi la latina ai tempi del Petrarca. Eppure tengo per fermo che la moderna trecentistica affettazione, anzi che biasimarsi cotanto, era necessaria e merita riconoscenza, perciocchè ella fu l’unica molla capace di rilevare l’italiana favella da quell’imbarbarimento cui andava a gran passi precipitandosi incontro.

Quel dire seminato di allusioni storiche e mitologiche e di sentenze morali, che per le posteriori cognizioni e per l’universale erudimento piglia adesso l’aspetto di affettazione e pedanteria, era allora vera e nitida erudizione sparsa provvidamente ed utilmente accolta. Esso fu il seme di quei moltissimi germogli del sapere, per gli quali questo, che a pochi spiriti privilegiati fioriva a tutti si propagò ed accomunò. Quale contraddizione e quale sconoscenza! Lodare il germoglio ed il frutto, e dimenticarne o sprezzarne perfino il seme!

4.° Anche il vizio di contorcimento e di oscurità darassi forse allo stile delle opere delle quali favelliamo. Credo però che se ne cesserà tosto che abbiasi sotto agli occhi un testo di quelle corretto con tutto l’apparato della moderna ortografia. A que’ tempi l’autore ed il lettore doveano avere l’ortografia in sè, e non sulla carta. Dovea il lettore immedesimarsi col senso e coll’espressione dello scritto; altramente ne uscivano veci, ma non periodi, non sentimenti dell’orazione. Noi per ischivare questa altrettanto penosa che superflua tortura, abbiamo il comodissimo strumento dell’ortografia ridotta a sistema, per cui usando a tempo e luogo pochi e semplicissimi segni, i quali, senza essere voci e nulla significando da per se soli, fissano con chiarezza in cento modificazioni, per così dire, la melodia del pensiero, del sentimento e delle articolate loro reciproche inflessioni. Ora la massima parte de’ due difetti qui contemplati come nasce da mancanza d’ortografia, così sparisce per l’applicazione di questa. E dico della massima parte; perciocchè quello che, ad onta di ogni ortografica correttura, fosse per rimanervene tuttavia, sarà ora mero ed inevitabile effetto dell’adozione di una lingua che non è la materna dell’autore; ed ora proprietà di uno stile severo e stringato figlio di pensamento energico, il quale spicca per proprio impulso, anzi che uscire filato fra le dita di chi se lo trae dalla conocchia altrui.

5.° La negligenza ed il difetto di eleganza sono derivazioni dei precedenti, anzi che difetti di particolare e propria natura. E tali appunto li sostengo e provo coll’osservare che ambedue talvolta si manifestino congiunti col manierismo e coll’affettazione; il che non potrebbe avvenire giammai per quella ragione medesima per cui è impossibile la coesistenza dell’essere positivo e negativo dell’oggetto medesimo. D’altronde nelle poesie minori, delle quali qui si discorre, potrebbero questi difetti stessi bene spesso scambiarsi colla disinvoltura e colla lodevole semplicità dello stile e della lingua.

6.° La scorrezione dei testi e manoscritti e stampati non è l’infimo de’ motivi per cui tutti si sgomentarono della lettura non che della illustrazione qualunque di questi poemi del nostro Francesco. Ma quella lordura non essendo a questo imputabile, dovea necessariamente essere tolta del tutto prima di fare giudizio di lui. Senza tale osservanza, nessuna quasi delle opere de’ classici e greci e latini sarebbeci nota per altro che di nome, perciocchè nulla vi avea di più guasto e corrotto di tutti i testi che fino ai tempi del Petrarca ne esistevano, siccome egli stesso ce ne assicura. Se le imperfezioni e la mostruosità degli scritti bastassero per la condanna e per la dimenticanza delle opere contenutevi, non saprei perchè facciasi tanta gloria della restituzione de’ palinsesti, dello sgomitolamento de’ papiri, e del deciframento de’ geroglifici operato od almeno felicemente tentato dallo Champolion. Le immense difficoltà di queste ultime operazioni dovrebbero essere argomento di rossore per chi sgomentasi di quello studio e fatica che basta per correggere la lezione di un testo leggibile in molte stampe, ed in codici ancor maggiori di numero. Se tanto fecesi e si va facendo tuttora per que’ geroglifici, per que’ papiri e per que’ palinsesti, dei quali tutti non può nè indovinarsi pure l'argomento da scoprirvisi, non doveva poi spiacere cotanto il farne la milionesima parte per depurare la lezione de’ poemetti de’ quali favello. Anzi se tutti coloro i quali oziosamente lagnaronsi di questa loro imperfezione, avessero dedicato qualche giorno od almeno qualche ora per correggere ciascuno una dozzina di versi di quelli, il loro intero testo sarebbe omai ridotto a tale nitidezza da poterselo leggere ed intendere anche ad occhi socchiusi. Eppure nulla fecesene finora, laddove infinito è il numero de’ lodatori e de’ lodati per le nuove edizioni che del Canzoniere dell’autore medesimo si fecero alquanto più corrette di quelle che lo precedettero.

Qui debbo tuttavia rendere giustizia a due almeno de’ contemporanei del Petrarca, cioè a Benvenuto Rambaldi da Imola ed a Donato degli Albanzani da Pratovecchio, i quali composero ciascuno un comento della Bucolica [8], per cui vengonsi non solo a conoscere le allegorie delle dodici sue Egloghe, ma eziandio a restituirsi ed a correggersi almeno in gran parte le mostruosità de’ loro testi e scritti e stampati.

Io, senza essermi giammai esercitato a simil genere di lavori, dovetti accorgermivi per la Vita del Petrarca scritta dal Boccaccio, e da me già pubblicata, non che per que’ versi che di quest’ultimo ora per la prima volta pubblicherò. Questa operazione, sebbene tediosissima, convinsemi che le difficoltà di correggere simili testi non siano poi sì grandi ed insuperabili, come di prima giunta pajono comunemente. Se io vi riuscii, come credo, discretamente abbastanza per questi due opuscoli, de’ quali non esistono, per quanto io mi sappia, nè stampe nè altri manuscritti oltre a quello del codice Morelliano, di cui mi valsi, ben meglio assai vi sarebbe quegli riuscito per tutte le latine poesie, il quale avesse potuto consultarne i moltissimi ottimi codici che sparsi ritrovansi nelle italiane biblioteche.

7.° Queste censure e quelle che per avventura potessero ancora farsi alle latine poesie del Petrarca, vengono a concentrarsi in una sola, cioè: ch’egli avrebbe a sè ed agli altri giovato assai più scrivendole piuttosto in lingua italiana. Ma qui pure mi opporrò. Egli, preferendo l’uso della lingua latina in tanti e sì varj generi di prose e di versi, talmente di questa lingua s’impadronì, da farla rivivere a dirittura. Nessuno in tutto il suo secolo e nel susseguente sì perfettamente la possedette, nessuno gli si avvicinò nello scriverla con proprietà e franchezza. Generale divenne pel suo esempio l’emulazione, sicchè tutti d’allora in poi preferirono il verso e la prosa latina alla stessa lingua italiana, sebbene questa fosse già allora salita a sì alto grado di perfezione. Così avvenne che, mentre quest’ultima fino al xvi secolo restò stazionaria ed anzi retrocedette, la rinata lingua latina potè sempre più illustrarsi, e darci nel secolo xvi e successivamente que’ migliori Latinisti novelli, de’ quali fecesi e fassi tuttora sì gran conto. Nulla di ciò sarebbe avvenuto, se il Petrarca non avesse cotanto e sì bene scritto nella lingua del Lazio. Tutti i difetti qui sopra rilevati del suo stile non escludono punto lar certezza del suo assoluto e pienissimo possesso di quella, sebbene altre cause meno perfetto gliene rendessero l’esercizio. Egli in somma, dopo un assoluto ed universale imbarbarimento, sapeva e scriveva il latino latinamente, quanto italianamente lo sapevano e scrivevano e Dante e il Boccaccio, tutti i loro contemporanei, e la massima parte di coloro che prossimamente li susseguirono.

Una delle principali ragioni per cui egli, ad onta di quel possesso, tanto lasciò a desiderare nel suo stile, sta circa alle sue opere poetiche non solo nella già accennata circostanza di scriverle in lingua non viva, ma ben anco nel genere ed in altre intrinseche qualità di quelle. L’Africa, ancorchè scritta l’avesse in lingua italiana, non sarebbe mai riuscita una buona epopea, perciocchè in lui non ne ferveva il requisito primario, quello dell’entusiasmo epopeico. Chi di questo va privo, comunque possegga perfettissimo strumento per esprimerlo, non può sortirne l’effetto, e resta sempre inferiore a sè stesso. Ecco il perchè tutti gli accennati difetti cotanto spiccano nella Scipíade, e perchè l’autore stesso nella senile sua età pentivasi perfino di averla scritta.

8.° Nella sua Bucolica non intervenne questa causa medesima, ma altra bensì, che non fu molto minore. Le Egloghe, che la compongono, trattano oggetti, nessuno de’ quali è veramente pastorale, sebbene vestiti di pastorali allegorie. L’altezza e l’importanza di gran parte dei loro oggetti e soggetti sono continuamente violentate a prendere forme e modi assolutamente contrarj alla loro natura. Gli affetti che allora bollivano nell’animo dell’autore, e chiedevano uno sfogo conforme all’indole ed alla forza loro, doveane poi uscirne rimpiccioliti ed inviliti a fine di potere stare sulla bocca di quegli imaginari suoi pastorelli. Tale doppio contrasto mette necessariamente le pastoje al più prode corsiere e penso che neppure Virgilio avrebbe scritto versi degni di sè, qualora avesse trattato cotali argomenti velati di pastorali allegorie. Se i pensieri, gli affetti e l’entusiasmo ch’erano allora in lui, si fossero manifestati con libertà, senza allegorici velami, od almeno con allegorie elevate al pari di quelli, queste sue Egloghe sarebbero riuscite altrettanti mirabili poemetti latini, alcuni dei quali avrebbero forse gareggiato colla canzone Italia mia, ed altri con altre sue bellissime canzoni. Egli dunque nella scelta del genere formale errò grandemente; nè so per altro iscusarnelo che per la necessità di sfogare la santa ira sua senza accrescersi il numero già grande abbastanza de’ suoi piccoli, ma tuttavia o pericolosi o molesti nemici; non che per avere egli forse creduto che, come Virgilio allegorizzò alquanto nella sua Bucolica, potesse egli pure imitarlo; non badando alla differenza sostanziale che di avvenimenti e di passioni passava fra i suoi ed i virgiliani pastori. Se gli argomenti di alcune di queste sue egloghe, cioè della V, VI, VII, VIII e XII, fossero da lui stati trattati quali staccate scene drammatiche di storica gravità, non dubito punto di asserire che avrebbe facilmente conseguito il vanto di avere tentato la restaurazione anco della drammatica poesia. E così credo io per lo contrario che se dell’egloga e dell’allegoria pastorale egli si fosse valso per tramandarci drammatizzate alcune scene della sua passione e vita amorosa, esempi avrebbeci dato bellissimi ed inimitabili di latina poesia erotica, tutta soavissima e casta, quale forse non se n’ebbe giammai. Ed un qualche saggio ne abbiamo nelle egloghe III ed XI [9].

Ciò non di meno dovrà da ognuno concedermisi che l’Egloghe stanno senza paragone e sommamente al di sopra dell’Africa, appunto perchè il genio morale era in lui naturale e fortissimo, e quindi vero e sublime quell’entusiasmo che lo movea a questi suoi poetico-allegorici sfoghi. E finalmente avremo qui pure una prova manifesta del danno che viene alla poesia ed a tutte le arti della fantasia e del cuore, quando grandissimi ingegni s’illudono, sia nel tentare quello cui la natura non gli ha predisposti, sia nel farsi imitatori altrui là dove potrebbero sorgere creatori.

Tutte però queste considerazioni non giustificano punto l’obblio e la disistima in cui tiensi generalmente la Bucolica del Petrarca. Questa ci fa conoscere in lui assai largamente la grandezza e la forza del suo carattere, del suo civismo e di quel suo morale entusiasmo di cui nel Canzoniere non abbiamo che pochi saggi. Per essa veggiamo una qualche parte della storia secreta de’ suoi tempi e de’ vizj degli uomini di tutti i secoli. Come dunque in quasi tutte le egloghe sue nulla v’è di fittizio e di frivolo, fuorchè l’apparenza che loro ne dà l’allegoria, ma tutto è verità di fatti, e talvolta di fatti grandi e di generale interesse; meriteranno esse ogni attenzione, e nulla possono perdere del sostanziale loro merito per quei difetti che sono della forma e dei tempi, e non già dell’argomento o dell’autore.

9.° Le Epistole sono quel terzo genere di latina poesia in cui il nostro Petrarca potè tutto spiegarsi, perchè vi agiva liberamente il suo genio morale, e perchè la varietà degli argomenti trattativi scopertamente ce lo presentano in tante situazioni di affetti e di oggetti, i quali sempre giovano a dilettarci, a conoscerlo più intimamente e ad amarlo. In questo genere di poesia veggiamo più compiutamente il possesso ch’egli avea della lingua, e la franchezza e la facilità con cui sapea maneggiarla. In alcune di queste epistole, chi attentamente le legge, troverà un non so che di sale e di energia che potrebbero anche dirsi oraziani, se non ci fosse pericolo di essere male intesi: cioè che v’abbia chi credavi perciò o imitazione o parità con quelli di Orazio. Il che da me non vuol dirsi certamente [10].

La storia finalmente della vita del nostro poeta, non che quella di tanti de’ suoi contemporanei più o meno illustri, guadagnano moltissimo per la conoscenza che viene a farsi di ciò che quegli pensò e sentì in varj tempi e circostanze mentre loro scriveva. E perciò tanto più imperdonabile sarà la dimenticanza ben lunga in cui furono lasciati finora questi poemi, i quali tutti hanno merito certamente maggiore di molte serventési e di non pochi sonetti che con superstiziosa fedeltà si conservano e centuplicano colle perpetue ristampe del Canzoniere.

10.° Le altre poesie minori del Petrarca sono troppo poche e di sì poca importanza, che non per altro vanno qui mentovate, se non che per nulla ommettere, e per ricordare ch’esse trovansi inserite nell’Epistolario. Quello che può giovare a sapersene, dirassi particolarmente di ciascuna nella corrispettiva sua illustrazione [11].

IV.

Il mio programma del 6 dicembre 1826, sebbene stampata, non ebbe mai destinazione alcuna di pubblicità. Tuttavia circolò per le mani di molte persone, e porse quindi occasione di formare diversi giudizj circa la intenzione ed il merito della mia impresa di raccogliere e pubblicare i volgarizzamenti delle poesie minori del Petrarca. Io per la stima che ho di tutti que’ soggetti che que’ giudizj proferirono, credomi tenuto di riscontrarli.

Di quelli i quali me ne lodarono ed approvarono assolutamente il mio intendimento, altro non dirò, se non che di esserne loro sommamente riconoscente, e di desiderare che l’effetto pienamente corrisponda alla intenzione del mio proponimento. Degli altri tutti andrò qui riferendo e sciogliendo gli obbietti ed i dubbj; e spero di potere a tal modo prevenire insieme non pochi di quelli che saranno forse per oppormisi successivamente.

1.° Infelice dissero moltissimi il pensiero di formare e presentare al Pubblico un volgarizzamento di tante penne e stili diversi. Questo è il volgarizzamento di 79 poemetti, i quali avvegnachè siano dello stesso autore, sono tuttavia staccati ed indipendenti l’uno dall’altro; tutti o quasi tutti diversi di argomento, di tempo, di persone cui furono diretti, e quindi di stile; per lo che la diversità di quello de’ traduttori parmi, anzi che repugnante, confacentissimo allo scopo del volgarizzamento medesimo. Così adoperando ogni traduttore scelse od ebbe a volgarizzare unicamente quei poemetti i quali sono al suo gusto ed al suo modo di pensare e di scrivere più omogenei. Il che non potea certamente aspettarsi da un solo traduttore. A tal uopo ebbi cura di far sì che ogni volgarizzatore abbiasi possibilmente tutti que’ poemetti i quali, essendo diretti ad uno stesso individuo, sono concepiti d’un tuono, d’un argomento e d’uno stile conforme, o meno fra loro disparato. Quando si conceda che il volgarizzamento in discorso possa riescire utile e piacente, nella varietà degli stili e delle maniere di porgere i pensieri dell’autore altro motivo troverassi di compiacenza. Che seppure così non fosse, resterà sempre incontrastabile essere meglio avere un volgarizzamento di varj colori e sapori, che non averne alcuno. L’autorità finalmente dello stesso Petrarca verrà opportuna in mia difesa contro questo primo obbietto. Egli nell’epistola con cui al Boccaccio invia l’opuscolo De Fide Uxoria, così dice: Stylus, idioma, ipsa quoque rerum levitas (qui piuttosto qualitas), et eorum qui lecturi talia videbantur; refert enim largiter, quibus scribas, morumque varietate styli varietas excusatur.

2.° Fu detto che il mio imprendimento non soddisfarebbe l’amor proprio di alcuno, ed offenderebbe quello di alcuni ai quali non potrebbe piacere di stare in brigata con autori che non credono pari a sè. Se così fu detto pensando che l’amor proprio di nessuno possa dirsi lusingato da un invito venutogli da persona oscura qual io mi sono, non mi ci oppongo. Ma se pensossi che i maggiori si terrebbero avviliti andando di brigata co’ minori poeti, dirò: non essere sì agevole impresa quella di distinguere queste due categorie: farsi ingiuria, anzi che onore, al sapere ed alla fama de’ primi: avere il fatto già smentito quel dubbio: e quelli i quali non accettarono il mio invito, avervi tutti avuto ben altri giusti e reali impedimenti, non mai quello di disdegnare l'invito o gl’invitati compagni. D’altronde l’amor proprio d’ognuno sta nel merito de’ proprj lavori, non già nel timore di perderlo per la materiale vicinanza di cose altrui che tengansi o siano di merito minore. Dicasi piuttosto che la vicinanza loro giovi ad entrambi: ai primi pel risalto che acquistano di contro ai secondi, ed a questi per la emulazione e per l’onore di stare compagni a quelli.

3.° Volendosi ripartire la fatica fra molti, conveniva invitarvi tutti i principali poeti italiani viventi, ancorchè non non fossero per volgarizzamento alcuno. Ad onta di questa non ingiusta osservazione, credo avere bene ed onestamente adoprato limitandomi ai volgarizzatori già noti; perciocchè temetti essere o parere indiscreto col provocare ad una fatica, che non a tutti è geniale, coloro i quali, non essendosi mai occupati di traduzioni, davano già pubblico argomento di supporneli alieni. Potrei piuttosto meritare rimprovero per avere ora messo tanti altri illustri o già noti volgarizzatori, se l’ommissione fosse stata volontaria. Ma confesso (e ne chiedo scusa a tutti gli ommessi) avervi mancato parte per non averli conosciuti allora, e parte per non averne avuto reminiscenza. Del resto confido, anzi tengo per certo che nessuno di questi siasene adontato, perciocchè manifesta prova contraria mi si porge da quelli che volontarj si prestarono, o che di buon animo accettarono l’invito posterriore.

4.° Si disse eziandio: non potersi aspettare dal Pubblico alcun aggradimento per la riproduzione di versi già andati all’obblio, e meno ancora per la traduzione di cose vuote di ogni interesse per la presente generazione. Penso però, che se mai un autore od editore può farsi presago del pubblico aggradimento, tale debba io farmi appunto per la presentazione di cose le quali, essendo omai obbliate del tutto, possono valere per nuove, e sono altrettante utili reminiscenze di fatti che nella civile società non invecchiano mai, e pajono talvolta quelli appunto de’ tempi nostri. Pochi autori del trecento hanno tante sentenze appropriabili al nostro tempo, quante ne ha il Petrarca.

5.° Mi si oppose eziandio: ch’ella sarebbe stata intrapresa migliore ed anzi gloriosa veramente il porgere una nuova completa e correttissima edizione di tutte le opere latine del nostro autore, ovvero quella di tutto l’Epistolario soltanto colla giunta delle lettere inedite, o per lo meno quella del volgarizzamento di quest’ultimo. Non negherò ch’ei sarebbe tempo omai di pensare all’una od all’altra di queste imprese. Ma se i tipografi e gli editori di professione o non vi pensano, o sgomentati ne rifuggono, non meriterà rimprovero un dilettante, qual io mi sono, se non sapendo fare o promuovere cose grandi, limitasi alle piccole piuttosto che non far nulla.

Quanto all’Epistolario finora inedito, nutro speranza di vederlo quanto prima pubblicato per gli studi e per l’opera del prof. Meneghelli [12]. Ma pel suo volgarizzamento intero, credo non potersi venire a capo per opera di un solo volgarizzatore, perciocchè questi dovrebbe dedicarvi poco meno che tutta la vita. Tuttavia, seguendovi il mio consiglio e l’esempio della presente mia edizione, se ne conseguirebbe del pari e compiutamente l’effetto.

6.° E mentre andavasi da un canto così presagendo aggradimento ed applausi a queste imprese maggiori e per ogni titolo più ardue ad eseguirsi, tenevasi dall’altro per ineseguibile e chimerica quella ch’io col mentovato mio programma andava progettando. A me pare pertanto che questi profetanti vadano per ambi i lati errando. Studi ed edizioni di questa fatta debbono necessariamente contentarsi di un Pubblico di numero assai limitato, da che pochi sono fra i dotti e gli eruditi Oggidì coloro che di sì fatte cose si dilettino. Che per altro chimerico non fosse il mio progetto di collegare tale e tanto numero di volgarizzatori «delle latine poesie minori del Petrarca, ella è cosa ornai giustificata col fatto della pubblicazione del presente volume e di quelli che vi succederanno: onde a me non resta che il conforto e la sicurezza di non essermi illuso nella confidenza ch’io nutriva dello zelo e dell’amore de’ nostri Italiani per lo decoro dell’italiana letteratura, e per l’onoranza dell’antico suo ristoratore.

Dirò qui per ultimo che non mi arrischiai da prima di promettere la pubblicazione del corretto testo latino di queste poesie delle quali proponeva il volgarizzamento: non già perchè dubitassi della convenienza, dell’utilità, e, starei per dire, della necessità di produrlo ma bensì ed unicamente perchè non potea prevedere se tutti od almeno i più de’ volgarizzatori fossero per assumersene il tedioso ufficio, e molto meno se fossi per indurvi il tipografo, chiunque ei fosse poi, a duplicare quasi il numero e la spesa de’ fogli d’ogni volume. Vedutomivi però favorito da alcuni de’ traduttori col testo latino da loro corretto; consultato da altri per le varianti di diverse edizioni, necessitato talvolta a farvi da per me qualche studio, onde provare l’attiva mia riconoscenza verso taluno di quelli; determinai finalmente di volere affrontare ogni ostacolo, per dare al Pubblico quanto più compita mai si potesse l’opera in discorso. Per la qual cosa non esitai più di assumermi la correzione di quelli che fra questi poemetti venissero dai volgarizzatori per questa parte a me abbandonati. E così posso io nel presente volume porre a fronte del volgarizzamento il corretto testo latino delle dodici Egloghe, e per ciascuna tutte quelle annotazioni ed illustrazioni che mi vi sono parute indispensabili, oltre a quelle già comunicatemi dai volgarizzatori medesimi [13].

Sono però ben alieno dal presumere una qualsivoglia perfezione nella presente correzione del testo. Essa è solamente la migliore possibile per ora, non avendo io potuto consultare alcuno dei codici che dell’Egloghe esistono ancora. Se i dotti bibliotecarj che ne sono possessori, vorranno farne il confronto, e comunicarmi gentilmente le varianti che vi avranno ritrovato atte al miglioramento del testo, le pubblicherò successivamente ne’ seguenti volumi, quali appendici del presente. E così farò successivamente anche circa le Epistole; per le quali anzi, spiegando adesso il mio desiderio di conoscere anticipatamente dove e quali codici ne esistano, confido di esservi cortesemente secondato.

Perdonerà il cortese Lettore questa mia preliminare non breve dicerìa, considerandola necessaria per giudicare rettamente delle mie intenzioni, e per mettersi in istato di potere senza prevenzione farsi giudice dell’opera che gli presento. Se questa sarà, come spero, aggradita dal Pubblico, il merito ne avrà ben giustamente, non io, ma l’illustre consorzio di dodici italiani Poeti che già per altri e maggiori titoli benemeriti si resero dell’italiano Parnaso. Io pertanto, conscio della cortesia e delle cure di questi, non posso a meno di dedicare loro già in queste prime pagine del libro presente la mia rispettosa e cordiale riconoscenza dell’avere essi secondato i voti di chi per implorare il loro favore e gli studi loro altro titolo non avea fuor di quello dell’amore per la patria nostra comune, e per l’onoranza di colui che tanto studiò ed operò per ristorarvi ogni ramo di quel sapere e fare morale e gentile ad un tempo medesimo, per cui la civiltà presente potè giungere a tal punto, in cui la nostra generazione la trovò per lasciarla sulla via di un felice progredimento a perfezionamento sempre maggiore.

Trieste, il dì 27 di dicembre del 1828.

Dott. Domenico Rossetti.


 

[1] Così scrisse l’abate de Sade: Si le Publique agrèe mon travail sur Pètrarque je me propose de lui prèsenter toutes ses èglogues, avec des notes qui les feront entendre, et dèvelopperont quelques événemens de l’histoire de ce siècle  et surtout l’état de la Cour du Pape sous le pontificat de Clèment VI.

[2] Ciò seguì col mio libro uscito nel giugno 1828 dai torchi di Giovanni Marenigh in Trieste col titolo: Petrarca, Giulio Celso e Boccaccio. Illustrazione bibliologica delle vite degli Uomini illustri del primo, di Cajo Giulio Cesare attribuita al secondo, e del Petrarca scritta dal terzo.

[3] Giovi qui fare ricordo che, ad onta di questa molto posteriore scoperta, il le Febvre de Villebrune nell’edizione che nel 1781 fece di Silio Italico, tacciò il Petrarca di plagio per 34 versi che trovò in un codice parigino attribuiti a Silio, e ch’egli intruse poi a sproposito nel poema di quest’ultimo. Leggasi su quest’argomento il Balzelli: Del Petrarca e delle sue Opere, pag. 199.

[4] Il primo esempio avverossi coll’imperatore Carlo IV. Veggasi la succitata mia Illustrazione del libro degli Uomini illustri, pag. 152.

[5] Tutte l’edizioni che del poema dell’Africa furono fatte fino al presente, sono (per quanto io mi sappia) soltanto le seguenti :

I. Quella di tutte le opere latine del Petrarca che porta nella prima carta Librorum Francisci Petrarche Impressorum Annotatio. In questa, dopo tutte le opere in prosa, Incipit Africam Fracisci Petrarche, Liber primus. I nove libri di questo poema occupano 26 carte in foglio, stampate a due colonne, con 65 versi per ciascuna, ed a caratteri quadrati. Vi seguono l’Egloghe in 8 carte, ed indi in altre 19 i 3 libri dell’Epistole in versi; poscia in 3 carte il testamento, il Privilegium laureae, la Tabula Epistolarum e finalmente l'Impressum Venetiis per Simonem Lapiensem dictum Biuilaquam: impensa domini Andreae Torresani de Asula 17 Junij 1501.

II. La prima carta di questa edizione porta l’annotatio della precedente, egualmente stampata a carattere quadrato, laddove tutto il resto è a caratteri rotondi. Contiene pure tutte le opere latine. Il poema sta in 27 carte a due colonne, a 62 versi l’una. Nella prima: Incipit Africa dńi Francisci Petrarchae. Liber primus. Vi seguono in 20 carte i tre libri dell’Epistole, e nelle tre seguenti il Testamento, il privilegio e la tavola, e finisce: Impressum Venetis per Simonem lapiensem dictum Biuilaquam Anno Domini 1503 die uero 15 Julii. Vi segue poi il Bucolicum Carmen in duodecim eglogas distinctum, cum comento Beneuenuti Imolensis viri clarissimi, ch’è quello stampato per me Marcum horigono de Venet. Annis d. nostri Jesu christi currentibus M.ccccxvi die yii Iulii. (Intendasi 1516) Sebbene qui siaci differenza di tipografo e di 13 anni di stampa, tuttavia appartiene al libro ed all’edizione medesima, perchè questa Bucolica trovasi tal quale notata nell’indice che sta in fronte di tutto il libro col titolo di Annotatio.

III. Questa edizione in 8.° ha il frontispizio seguente: Francisci Petrarchae Fiorentini Poetae et Oratoris clarissimi poëmata omnia recens; quam emendatissime edita. Nempe Bucolicorum Aeglogae XII. Africae, hoc est, de rebus in Africa gestis, sine de Bellis Puncis (sic) X, 6. IX Epistolarum Lib. III. Basileae. M. D. XLI. Il poema comincia alla pag. 94 e finisce alla 373, a 24 versi per faccia.

IV. Francisci Petrarchae, Florentini Philosophi Oratoris et Poetae clarissimi etc. etc. Opera quae extant omnia etc. etc. Basileae excudebat Henriakus Petri. In fine del 2.° tomo leggesi: Basileae per Henrichum Petri Mense Martio Anno M. D. LIII. Ha due vol. in fol. Il poema trovasi nel 2.° dalla pag. 1274 alla 1330, stampato a due colonne in carattere corsivo, a 60 versi per colonna.

V. Francisci Petrarchae Florentini Poetae eruditissimi Bucolica, Africa, Fpistolae. Basileae. M. D. LVIII. 8.° L’Africa incomincia colla pag. 94 e finisce nella 373, con 24 versi per ogni faccia.

VI. La sesta ed ultima edizione è quella col titolo come nella quarta. Francisci Petrarchae etc. etc. Opera quae exstant omnia etc. etc. Basileae per Sebastianum Henricpetri. La data sta in fine. Basileae per Sebastianum Henricpetri, anno a Virginio partu CIƆ. . XXCI. Mense Martio. Tre tomi in un vol. in fol. L’Africa comincia alla pag. 24 e finisce alla 76 del 3.° tomo, ed è stampata a due colonne in carattere corsivo con 65 versi per colonna.

Secondo l’autorità del Panzer dovrebbero esistere altre edizioni ancora, non già dell’Africa sola, ma delle Opera omnia, fra le quali avrebbe per conseguenza da trovarsi questa eziandio. Eccole, quali egli ce le riferisce.

Basileae 1494 fol. Ma questa sua citazione assai vaga si appoggia al Maittaire, il quale la riporta dal Catalogo de M.r de Charm. p. 15, e porta già seco il dubbio della sua esistenza per la giunta che vi fa: Est forte anni 1495 vel 1496?

Daventriae 1494. fol. E parimente notizia del Maittaire. Esisterà; ma io non ne ho nè veduto, nè trovato citato esemplare alcuno.

Basileae apud Magistrum Ioannem de Amerbach, 1495, fol. Il Panzer soggiunge: Sunt forte eiusdem opuscula anni 1496? E così credo io anzi doversi sostenere.

Fr. Petr. opera omnia cum eius Vita per Hieronymum Squarciaficum. Venetiis , 1496, fol. È tratta dal Maittaire sud. ex Cat. Bibl. Barberini, p. 194. Io però sospetto esserci errore di citazione, ed essere questa l’edizione del Bevilacqua del 1503 da me riferita al num. II, perchè questa appunto ha subito in fronte la vita scritta dallo Squarciafico.

Ora quale fede può mai prestarsi a citazioni sì vaghe e sì inesatte? E questo è il vizio generale di tutti i fabbricatori di cataloghi universali, e di gran parte di quelli di biblioteche particolari. Ma così non dee procedere il vero bibliografo; e male si affida il bibliologo se lascia guidare dall’autorità talvolta illusoria di quello.

[6] Una sola è l’edizione di questo volgarizzamento, cioè quella di Venezia del 1570 appresso Domenico Farri, in piccolo 4.° Ha il testo a fronte, ed è di pag. 105 in tutto. Di quello della contessa Franco credo pure non esisterne che una sola, cioè quella di Padova del 1776 per li fratelli Conzatti, in 8.° di sole pag. 45.

[7] L’ab. de Sade ( tom. I, pag. 87 ) dice: A parler exactement, Pétrarque n’a point de style qui lui soit propre. On trouve dans ses écrits un mélange de phrases de Cicéron, de Sénèque, de S. Augustin etc. qui étoient ses auteurs favoris: cependant, tout bien examiné, je crois qu’on peut dire de lui, qu’il approche de bons auteurs du siècle d’Auguste, autant que la rudesse de son siècle a pu le permettre. Ma io soggiungo, che appunto per questa seconda sentenza debba essere falsa la prima; perchè in tal caso dee dirsi che il Petrarca neutralizzò lo stile de’ Classici con quello che dopo lui si formò, ed in questo neutralizzamento appunto consisterà la proprietà esclusiva dello stile del nostro autore.

Il Ginguenèe, che fece vero e profondo studio filologico e critico degli scritti, dei quali diede relazione e giudizio, vide e sentenziò assai diversamente della latinità del Petrarca; e godo di trovarlo meco in gran parte d’accordo. Qui recherò un pajo delle sue sentenze che vengono a questo proposito. Si l’on compare ses vers avec tous ceux qui avaient été faits depuis les siècles de décadence, on y voit une difference telle, qu’il semble avoir retrouvé, du moins en partie, la langue qui paraissait totalement perdue. Les formes, les tours, les expressions, tout semble renaître. Il n’y manque qu’un dégré de plus d’élégance et de poësie de style, mais ce dègré est si considerable, qu’il le sépare presqu’autant de Virgile, que lui-même est séparé des versificateurs du moyen-âge. (Hist. lit. Tom. II, pag. 429.) In fine del capitolo medesimo (pag. 442) così si esprime: Les formes et les tours de la langue latine lui sont aussi familiers que ceux de sa langue naturelle: il ne parait lui manquer que quelques unes de ses grâces. Elles existaient dans les modèles anciens, et sans doute il les sentait, quoiqu’il ne pût entièrement les atteindre; ed io soggiungo ch’egli non poteva arrivarvi appunto perchè la lingua latina non era sa langue naturelle.

[8] Benvenuto Rambaldi da Imola fu contemporaneo del Petrarca; scrisse un comento sopra Dante, e questo sulle Egloghe del Petrarca, del quale non esiste che una sola edizione scorrettissima. Essa è in foglio piccolo, di carattere rotondo, col comento nei margini esterni superiori ed inferiori del testo; senza paginatura e richiami, ed ha 5 ternioni A. B. C. D. E. Porta nella prima carta in carattere quadrato il titolo : Bucolicum Carmen in duodecim eglogas distinctum cum comento Benevenuti Imolensis viri clarissimi. Ha in fine: Petrarchae laureati poetae sub bucolico Carmine recollectionis sub uiro venerando Magistro Beneuenuto de ymola Recollectae foeliciter expliciunt: per me Marcum horigono de Venet. Annis d. nostri Iesu christi currentibus M. ccccxvi die yii Iulii. Finis. Leggasi però l’anno 1516, essendovi occorso sicuro errore di stampa. Questa edizione fa parte del volume di tutte le altre opere latine stampato dal Bevilacqua in Venezia nel 1503, già descritta al num. II dell’Annotazione quinta.

Donato degli Albanzani fu amico del Petrarca, e di lui parlai già estesamente nella succitata mia Illustrazione bibliologica. Egli pure scrisse un comento sull’Egloghe; ma questo è tuttora inedito, e trovasi nella biblioteca Laurenziana in un codice membranaceo in 8.° del secolo xy, segnato col n.° 33 del pl. 52.

Panzer ci riferisce (Vol. VII, pag. 502) un altro comento ed edizione dell’Egloghe; cioè : Francisci Petrarchae Duodecim eglogae cum Badii explanatione. Jehan Petit. Impress. Parrhisiis opera Andreae Boccardi ad VI JJ. April. MDII. 4° Maitt p. 158. Eiusd. Ind. II, p. 155. Questo Badio sarà certamente il noto Badius Ascensius da Asete presso Brussellese il quale promosse molte edizioni di Classici, e comentò le Istituzioni di Quintiliano. Fra le opere di lui, riferite dal Panzer medesimo, non trovo però citata questa explanatio delle nostre dodici Egloghe. Nè di tale edizione incontrai altrove memoria alcuna, e tanto meno potei vederne un qualche esemplare. Forse che altri più felice di me ne verrà a capo, e vorrà essermi cortese dandomene qualche relazione.

[9] Per giustificare questi miei pochi cenni di critico giudizio intorno alle dodici Egloghe del Petrarca, non sarà inopportuno ch’io qui porga una qualche idea della caratteristica loro essenza.

La I, la IV e V VIII hanno per tema oggetti di genere epico-grafico-morale; la prima piuttosto encomiastico, ma satirico le altre due. La prima e la quarta hanno per oggetto la poesia; laddove quello della ottava è argomento di amicizia, di gratitudine e di volubilità d’animo, misto con amaro disprezzo e detestazione per un oggetto (Avignone) e di amore ed encomio per un altro (l’Italia). I soggetti, i quali sotto l’allegorìa pastorale vi agiscono veramente, sono il poeta, suo fratello Certosino e due cardinali.

La II, la IX e l'XI spettano propriamente al genere elegiaco-callinico. La seconda ha per suo oggetto il compianto per la morte di un re; la nona porge i lamenti per le fisiche calamità d’Europa, e particolarmente per la peste; la undecima piange la morte di un amante. I loro soggetti sono nella seconda l’autore stesso ed i suoi amici Gio. Barili e Barbato da Sulmona; nella nona l’amore delle cose terrene, e quello della vita celeste, ambidue personificati; nell’undecima il dolore dell’autore stesso, l’uomo veramente terreno, e l'uomo illuminato dalla religione e dalla vera filosofia, essi pure personificati.

La III potrebbe dirsi di genere lirico-patetico misto col citaredico; perciocchè vi si ha per oggetto una calda passione non meno che un ideale immaginoso. I soggetti che vi agiscono sono il poeta stesso, e quella Dafne che sia con duplice allegoria, cioè qual donna amata, e quale poesia amata egualmente.

La V, la VI, la VII e la XII appartengono decisamente al genere epico-grafico-morale, più detestativo che satirico. I loro oggetti sono di natura e d’importanza politica, grave e di grande estensione per la civile società d’allora. I soggetti introdottivi sotto vesti pastorali sono nulla meno che due re, due pontefici, due senatori di Roma, il popolo romano, la curia di Avignone.

La X finalmente non potrebbe veramente ascriversi ad altro genere che al didascalico, se non vi avesse tuttavia alcun che di elegiaco-callinico. Il suo oggetto prende le mosse dalla morte di Laura, sta tutto sull’encomio dei meriti di lei, la quale, oltre ad avere reso il Petrarca suo amatore, lo fece divenire poeta. Ma in questa come nella terza Egloga l’oggetto figura sotto duplice allegorìa, di Laurea come donna amata, e come corona poetica. I soggetti sono il poeta ed un confidente amico suo.

Ora per poco che ciò tutto si consideri, vedrà ciascuno che la forma e l’allegoria pastorale stanno in manifesto contrasto coll’essenza del genere e colle qualità degli oggetti e soggetti allegorizzati; e che non ci voleva meno di uno spirito qual era quello del nostro autore per vincere tanti ostacoli ch’egli stesso si creò, e per riuscire a darne tuttavia poemi di sommo interesse, e non privi di proprie loro bellezze. Infatti la II, la III e la XI Egloga, nelle quali meno che nell’altre incontrasi quel contrasto, sarebbero a mio credere le più felici; se non che la verità degli affetti espressivi vi si raffredda di assai nella II per la duplicità dell’allegoria, nella III per l’impossibilità di simboleggiare le virtù di un re in quelle di un pastore, e nella XI per lo sforzo di velare ciò che non avea bisogno di velo alcuno. E così la X riuscì inferiore a tutte, perchè l’autore per esprimere come la sua Laura lo spinse a diventare poeta, ci porge quasi una storia di ogni poesia di ogni tempo e nazione; a che per quanto possa giovare all’erudizione, altrettanto distrugge ogni affetto ed effetto poetico.

[10] Potea tuttavia dirlo più francamente, giacchè ora trovo che altri lo disse prima di me. Questi è il Ginguenée, il quale dopo avere parlato delle Epistole in generale, e dopo averne dato per saggio l’estratto di alcune, così conchiude di tutte: Ce mélange de philosophie, d’imagination et de sentiment règne en général dans toutes ses èpitres latines. S’il n’y a pas atteint l’élégance et la pureté d’Horace, il a cependant cette abondance et cette facilité qui prouvent qu’on est tout-à-fait maitre de l’idiome qu’on emploie. Les formes etc. segue come ho riferito più sopra (Hist. lit, T. II, pag. 442).

[11] Quelle che di queste poesie minori ho finora ritrovato nelle stampe delle altre opere latine del Petrarca, non saranno tutte, e parecchie forse ne troverò ancora proseguendo le mie ricerche. Ma tuttavia gioverà che io preghi quegli eruditi bibliotecarj ai quali giungerà questo volume, di volere esaminare e fare per me trascrivere ciò che d’inedito ne’ loro codici (e particolarmente ne’ miscellanei) ritrovassero di latine poesie del Petrarca, comunque possano sembrare frivole, od a lui attribuite senza averne sicurezza alcuna. Queste, sebbene siano cosucce di poca o niuna importanza, non possono negligersi del tutto per una raccolta qual è la presente, e per lo giovamento che in ogni caso sa trarne la buona critica. Spero pertanto che molti di buon animo seconderanno questo mio voto, siccom’io volonteroso farei per chiunque potesse abbisognare da me circa oggetti che siano di mia messe ed attitudine.

[12] E queste mio desiderio dovrebbe tanto più meritare ascolto in Firenze, quanto che uomo di me ben più degno a dare sì fatti consigli ve le spiegò già sono molti anni. Egli, il chiarissimo Baldelli (nel suo libro: Del Petrarca e delle sue Opere» Firenze, 1797, pag. 144) già esclamava verso i suoi concittadini. « In quanti modi l’antica Atene non onorava i suoi filosofi, i suoi poeti, i suoi oratori!... E noi scorrendo i templi, i portici, le logge della, nostra novella Atene (Firenze), vanamente ricerchiamo un’iscrizione, un simulacro, una dipintura che ci rammenti e ci dica essere Firenze l’avventurata madre di quel figlio immortale. Penetrando soltanto nel santuario augusto della dottrina, monumento grandioso della Medicea munificenza, quivi si discuoprono l’Epistole del Petrarca note appena per fama a pochi sapienti. O Firenze, o concittadini del Cantore di Laura, non siate lenti nella riconoscenza; e se le tele, i marmi tacciono le sue lodi, togliete togliete dall’oblivione quel vivo specchio dell’animo di lui, fate che si diffondano gli onorati documenti d’un tanto ingegno; nè permettete che straniere mani v’involino la gloria di servire alla fama di così illustre concittadino. Pensa, o Firenze, che la memoria de’ tuoi gloriosi maggiori è il più saldo appoggio della moderna tua rinomanza; pensa che col crescere dei lumi, se universalmente scemano i chiari ingegni, se apparisce assennata o troppo avara natura nel riprodurli, non a quella benefica madre può attribuirsi, ma alle scarse e mendicate lodi con cui si onora il sapere, all’avvilimento che opprime i dotti e gli irrita, alla leggerezza del secolo, al contaminato costume. » — Non credo pertanto trovarsi sì di leggieri un prode e perfetto traduttore che solo assumasi l’erculea fatica di volgarizzare tutto intero il corpo dell’Epistole in prosa del Petrarca, compresovi il grosso numero delle inedite. Ma credo potersi avere un esperto e coraggioso tipografo il quale, voglia per quello imitare l’esempio che ora la benemerita Società Tipografica de’ Classici Italiani di Milano ed io gli porgiamo per le Poesie minori del Petrarca medesimo. Il sistema che per riuscirvi dovrebbe tenere, sarebbe a mio credere il seguente :

I. Valgasi degli ottimi suggerimenti che dà il cav. Baldelli nel suo libro: Del Petrarca e delle sue Opere (p. 209 e segg.), e raccolga fedeli copie di tutte le lettere inedite sparse tuttora nei codici dal Baldelli stesso accennate.

II. All’uopo di questa raccolta, e per la correzione delle altre lettere tutte, procuri potere approfittare dell’ampia suppellettile che ne ha messo insieme il ch. sig. professore Meneghelli di Padova.

III. Distribuisca tutte le lettere in tante serie diverse, quanti sono i soggetti ai quali furono scritte; e ne ordini poi ogni serie secondo la progressione delle loro date o espresse o presunte.

IV. Raccolga egualmente tutte quelle traduzioni che di tali Epistole già esistono sparse in varie opere e collezioni, e le aggiunga al loro testo nella serie cui appartengono.

V. Procuri poscia per ogni serie un proprio volgarizzatore, il quale alla versione di quella abbia esclusivamente da limitarsi, valendovisi di quelle già pubblicate, seppure non fossero già tali da abbisognare, di correzione alcuna.

VI. Ciascuno di questi volgarizzatori provvederà contemporaneamente alla correzione del suo originale testo latino, non che a quelle storiche illustrazioni o semplici annotazioni che potessero esservi necessarie.

VII. Se meglio piacesse altra maniera di distribuzione, scelgavisi quella che più piacerà, purchè sia di maggiore facilità o vantaggio.

VIII. Le lettere Sine titolo e quelle Ad illustres quosdam dovrebbero in ogni caso formare due proprie serie separate, ed essere le prime a pubblicarsi.

IX. Il testo dovrebbe sempre pubblicarsi a fronte del volgarizzamento, ed usando ogni possibile esattezza nella correzione ed esecuzione della stampa, anzi che farvi sfoggio di splendidezza di tipi e di superflui ornamenti, per gli quali oggidì si ristringe, laddove vorrebbesi allargare, il commercio librario. Il contemporaneo lavoro di molti volgarizzatori guarentirebbe poi la celerità del compimento dell’edizione qui proposta.

[13] Qui farò ricordo delle correzioni, degli argomenti e delle annotazioni cbe da me furono eseguiti, dichiarando che tutto il resto appartiene ai volgarizzatori di ciascuna delle dodici Egloghe.

Mie sono le correzioni del testo latino nelle Egloghe I, II, III, VI, VIII, IX, XI.

Gli argomenti da me estesi sono quelli dell’Egloghe I, II, III, IV, VI, VII, VIII, IX, X, XI.

Mio lavoro sono altresì tutte le annotazioni dell’Egloghe I, II, IV, VIII, IX, non che quelle che ho aggiunto all’Egloghe III, V, VI, VII, X, XI e XII, e vi sono segnate coll’asterisco.

 

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 29 novembre 2007