GIULIO CESARE PAROLARI

Della Religiosità di Francesco Petrarca

Edizione di riferimento

Francesco Petrarca, Del disprezzo del mondo, dialoghi tre, prima versione italiana del rev. prof. Giulio Cesare Parolari, coi tipi di Luigi di Giacomo Pirola, Milano 1857.

Filosofia è amor di sapienza; vera

sapienza egli è amare Gesù Cristo.

F. Petr. Epist. fam.

AVVERTENZA.

Questi dialoghi di Francesco Petrarca intorno al disprezzo del mondo furono stampati sin dal 1839 a Venezia in una Collezione di opere di religione diretta ed illustrata dal ch. prof. d. Federico Maria Zinelli.

Ricompariscono ora alla luce in miglior veste ed emendati dal traduttore, il quale stimò non disdicevole cosa il premettervi un suo discorso che tratta della religiosità del Petrarca. Troppo poco si conosce sotto questo riguardo il famoso cantore di Laura, e l’operetta di lui che ora ripubblichiamo ben meritava, a così dire, un commento che chiarisse l’animo cristiano e gli ortodossi principia d’ un sì peregrino ed elevato intelletto.

Il valore di questi dialoghi, ignoti ai più fra gli stessi ammiratori del Petrarca, sarà apprezzato, speriamo, condegnamente da quanti hanno senso di quella bellezza e di quella verità che non consiste nella vernice di ornate parole, ma nella candida rivelazione de’ più reconditi e sacri misteri dell’anima umana. E il pieno ossequio alle religiose credenze che apertamente si legge nelle pagine che il pentimento de’ passati errori dettava ad uno de’ più illustri luminari del nostro cielo sarà nuovo suggello che sganni la turba de’ moderni filosofanti.

Della Religiosità di Francesco Petrarca

Francesco Petrarca, splendidissimo lume del secolo XIV, ebbe ed ha tuttavia gran nominanza in Italia e fuori, presso i letterati e gr illetterati dei pari. Ma una fama tanto durevole ed universale sovra qual fondamento principalmente s’appoggia? Tranne l’amore che sì a lungo lo tenne avvinto al carro della bella Avignonese, poco altro si conosce e si loda dell’uomo insigne che, onorato da pontefici e da re, levato a cielo dai dotti contemporanei, fatto segno all’ammirazione sin dell’infimo popolo, fu detto e riguardato come miracolo di sapienza. Della quale insolita celebrità, meglio assai che al Canzoniere, andò allora debitore il Petrarca alle opere scritte nel latino idioma, alle quali la sconoscenza dei posteri preparava sol rade e tenebrose edizioni. Ma quanti, anche fra gli eruditi, si contano adesso che abbiano domestichezza, co’ suoi trattati di filosofia morale e di religione? chi mai nelle epistole sue studiò quella parte di storia che ha rispetto alle condizioni civili, politiche e letterarie del tempo? Odo sì a quando a quando acclamarla benemerito ristoratore della classica antichità, spenta quasi dalla passata barbarie; ma nessuno, ch’io sappia, pesando il valore del benefizio, si tolse il carico di retribuirlo a misura condegna. Non è a stupire pertanto se, nell’opinione comune, per poco non s’affiguri il Petrarca nato solo e vissuto a spasimare per Laura.

Difficile, se non forse impossibile impresa raddrizzare i torti giudizii, radicati da generazioni: nè certo io così presumo dell’ingegno mio che lo stimi sufficiente a levar di mezzo la vecchia e recente ingiustizia. Mi adopererò sibbene in quella vece ad esaltare Francesco Petrarca di cosa che a parecchi sarà cagione di maraviglia e a qualche semplice pietra di scandalo; ma non per questo io mi consiglio a tacerne, quando l’amore di ciò che tengo per vero ed argomenti più alti che non sono gli umani mi persuadono a favellare.

Dico adunque che, quantunque i tempi volgessero procellosi e a religione non troppo propizii, e fossero le corti nido di corruttela e di tirannia, ed il mal costume pubblico e privato avesse poco o niun ritegno da leggi manchevoli o impotenti, il Petrarca, scevero d’ogni umano riguardo, si mostrò egregio credente, e, non che sommettere l'eminenza del suo peregrino intelletto in ossequio alla fede, bandì con parola potente e con atti cristiani praticò il vangelo di Gesù Cristo. Gitti la prima pietra colui che, senza peccato, in una vita sì onorata e pietosa si compiacesse di razzolare alcun fatto contraddente alle professate dottrine. Per me in questa vita medesima ravviso tante parti virtuose e cristiane veracemente che non credo lecito a cuore di nobili tempre il commentar qualche detto, il ripescare qui e colà ne’ suoi dettati disparate testimonianze, il frugare nel segreto dell’altrui coscienza, per infamare un’anima passata da secoli al giudizio di Dio.

Toccare, per sommi capi, della sua vita; dagli studii, dall’indole, dai costumi di lui comporre un’imagine che rappresenti con verità quanto e quale egli fosse ne’ pensieri, negli affetti, nelle opere; sottoporne da ultimo a severo esame gli scritti: sono questi i principali argomenti con cui mi propongo di rendere manifesta e provata la religiosità di Francesco Petrarca.

I - VITA

Trasse i natali in Arezzo l’anno 1304 da famiglia agiata e di gentile lignaggio. Il padre suo, perchè della fazione de’ bianchi, esiliato da Firenze, non tenendosi abbastanza sicuro nella città sua natale, divisò di trasferirsi a Pisa e qualche anno dopo in Avignone, sede allora della corte pontificia. Acutezza d’ingegno, tenacità di memoria, amor vivo allo studio, apparivano insolite e grandi in Francesco, non più che novenne; perciò, mandato ad apprendere lettere e filosofia nella vicina Carpentrasso, fu maraviglia di maestri ed alunni. Lo che non avvenne a Mompellieri e a Bologna, ove mal suo grado si condusse per addottrinarsi nella scienza del diritto. Poesia ed eloquenza, non Digesti e Pandette, a sè traevano potentemente l’animo del giovane caldo ed imaginoso. In sui vent’anni, orfano di padre e di madre, facea ritorno in Avignone; e, omai libero di consecrarsi a’ prediletti suoi studii, si ritrasse a Valchiusa, presso le fonti del Sorga. Fosse sentimento di cuor religioso ovver desiderio di maggior sapere, che di quella stagione s’adunava pressochè tutto nel chericato, aveva già egli vestite le insegne d’uomo di Chiesa, senza però che mirasse ad ascendere agli ordini sacri; da cui per riverenza si tenne sempre lontano, anche quando gli si profferirono dignità e vescovadi. Innamorò poco stante in madonna Laura, donna di bellezza e virtù singolare; e quest’affetto gli visse fermo nel cuore per oltre a quattro lustri. Riveduta l’Italia, nel 1337, s’indugiava alquanto in Milano; donde, rivalicate le Alpi, s’arrese a malincuore agli inviti di papa Giovanni XXII, che ambiva d’averlo nella sua corte: ma non lui, sì meglio s’addisse alla famiglia dei Colonnesi. Amava egli in loro l'indole magnanima, le virtù generose, gli specchiati costumi; e ne fu riamato del pari. Ispirarsi all’aspetto delle naturali bellezze, visitar genti e paesi nuovi a studiarne le particolarità e i costumi, gli fu diletto desiderato e frequente. Lasciata quindi Avignone, mosse verso Parigi, viaggiò per la Fiandra e lungo le sponde del Reno. Ma Roma finalmente l’accolse; e baciandone la polvere e abbracciandone i monumenti, rivisse nella sua passata grandezza, la quale gli avea preso l’animo d’amore sì forte da non istimare impossibile la pazza impresa di Cola da Rienzi. Leggiamo ancora le calde parole onde l’encomia e consiglia al buon reggimento degli ordini antichi, rinovati dall’ardito tribuno. Tanto traveggono anche i sovrani intelletti!

L’amore della solitudine e il bisogno d’una quiete operosa lo richiamarono non guari dopo in Valchiusa, ove si trattenne qualche anno, tutto immerso nella meditazione e nello studio; e a strapparlo da quel nido di pace non ci volle meno che le replicate istanze de’ suoi da Colonna: vinto dalle quali, non però persuaso, si pose a’ servigi del pontefice. Decorosi uffizii, ricche prebende e maggiori promesse non seppero peraltro adescare a lungo il Petrarca. Che se per non so quale arrendevolezza lo vediamo condiscendere talora alle preghiere dei signori di Milano, di Parma, di Padova, che si brigavano d’averlo vicino; a ristorarsi dalle noie principesche, quanto prima gli era assentito, correva a chiudersi ne’ suoi romitorii della Certosa, di Selvapiana, d’ Arquà.

E compagno assiduo, carissimo gli veniva dappertutto lo studio: il giorno e più la notte, a letto, a mensa, sino a cavallo, non abbandonava mai i suoi libri. E la rinomanza del nome suo, che per Europa sonava grande e onorato, con nuovo esempio gli apprestò insolito e clamoroso trionfo. L’università di Parigi, la prima allora del mondo, e il romano senato a gara si contesero il vanto di coronarlo solennemente d’alloro. Egli prescelse Roma e, con pompa meglio che da re, nel giorno di pasqua del ’54 fu salutato poeta in Campidoglio.

Laura morì qualche anno appresso, mentr’egli dimorava in Verona; ed a serbarne memoria, sulle pagine d’un suo prediletto Virgilio notò queste parole:

«Laura, illustre per virtù propria e celebrata a lungo ne’ versi miei, mi si mostrò agli occhi la prima volta nel dì sesto d’aprile, anni del Signore MCCCXXVIII, di mattina, in chiesa a s. Chiara d’Avignone, mentr’io era ancor giovanissimo. E nella città, nel mese, nel giorno medesimo, di mattina e nell’anno MCCCXLVIII fu rapita alla luce del giorno, quando io dimorava in Verona, inconsapevole, ahi! del mio fato. La dolorosa nuova mi giunse a Parma per lettere del mio Lodovico, nell’anno stesso, nel mese di maggio, la mattina del giorno diciannove. Il suo corpo castissimo e bellissimo fu deposto al convento de’ frati minori, nel dì della morte, in sulla sera. L’anima poi, come dell’Africano disse Seneca, io mi credo che ritornasse al cielo, donde prima era discesa.» E volli tenerne memoria, commista a non so quale amara dolcezza, qui dove ho per costume di portare gli occhi sovente, acciocchè nulla mi rimanga nel mondo che più debba piacermi. Così, spezzato il laccio più saldo, è omai tempo ch’io fugga da Babilonia! E, se la grazia divina m’aiuti, tornando spesso col pensiero sovra la fugacissima brevità della vita, mi sarà agevole l’apprezzare condegnamente e virilmente le cure inutili del tempo passato, tante vote speranze, tanti casi inattesi.»

Non seguiremo il Petrarca nelle sue peregrinazioni diverse, nelle splendide ambascerie che sostenne, nelle onorificenze a lui tributate, quali forse non ebbe mai verun uomo di lettere; di questi e degli altri suoi fatti ne vanno piene le storie. Le inquietudini che vengono dalla vita esteriore, i clamori, le vanità non erano cibo per animo della sua tempra: passandole adunque sotto silenzio, mi piace di notare ciò che rispondesse ad un tale che lo interrogava del perchè cambiasse tanto spesso di luogo. «Non per fuggire la morte, dic’egli, io mi tramuto a tal modo, ma per trovar pace, se pure in terra ve n’ha.» (Senil. l. 1. ep. 6.)

E questa pace gli arrise negli ultimi anni di vita, quando, ritrattosi nel suo eremo d’Arquà, così scriveva:

«Su questi colli euganei, non lontani da Padova che dieci miglia, poco discosto dalla chiesa, mi fabbricai una casa non grande, ma dilettosa» e modesta. La circondano vigne ed uliveti, che bastano a sostentare la mia famigliuola; e sebbene infermo nel corpo, pur sereno dell’animo, io leggo o scrivo del continuo, ringraziando Iddio tanto dei beni quanto dei mali, cui, se non erro, io riguardo meglio come prova che come pena. E in questo mezzo supplico a Cristo acciocchè renda buono il fine de’ miei giorni e, nella sua misericordia, perdoni, anzi dimentichi i peccati miei giovanili. (Ad Gherardum fr., Senil. I. 14. 6. Fr. Petrarchae op. omn. Basileae 1554, p. 938.)

Con sentimenti di tanta pietà, fra digiuni, macerazioni e preghiere, chiuse d’improviso la sua mortale carriera il Petrarca nel 18 luglio del 1374. I vescovi di Vicenza, di Verona e di Treviso, con altri prelati, ne decorarono le esequie.

II

INDOLE E STUDII

Sbozzata ne’ principali suoi fatti la vita del Petrarca, passiamo ora a tracciarne le morali sembianze, a pingerne in iscorcio l’indole ed i costumi. Sortiva da natura un’anima ardente, pia, generosa; e così buone tempere affinò alla cote d’una passione grande, ma nobile, che n’ebbe a signoreggiare quasi tutta la vita. « Fui travagliato, dic’egli, d’amore unico, non però turpe.» (Epist. ad posteros.) La qual parola a me val meglio delle tante e sì svergognate, spese da maligni o da stolti a lacerar la sua fama.

Non già che il Petrarca non sentisse la gravezza di quella legge sotto il cui giogo, sebbene diversamente, gemettero Paolo ed Agostino; che anzi con tutto candore ei confessa, ma non per Laura, le fragilità sue, affermando peraltro che a quarantanni l’abborrimento ad ogni lascivia divenne in lui molto maggiore di qualsiasi falso diletto provato da prima. A fine ben più nobile e degno seppe volgere il Petrarca l’alta potenza d’amore che chiudeva nel petto; e noi lo vediamo agitarsi sovente fra le brighe della vita civile, ne’ carichi a cui mal suo gradò si sobbarcò, e per via d’azioni vive o di scritti consigliare, persuadere, promovere le virtù religiose e cittadine. E l’uomo privato non ismentiva, come accade spesso, l’uom pubblico; poichè, «bramoso oltre ogni credere delle oneste amicizie, con tutta fede le coltivò;» (Epist. ad post.) e « quantunque facile all’ira, dimenticava presto le ingiurie, e i benefizii scolpiva nella memoria. Veleno d’invidia non capì mai nell’animo suo; e per esempio altrui, non in sè, ebbe a provare che volesse dire superbia. » (Ibid.)

Cupido sì di lode e non freddo agli applausi, ma rigido libratore del saper proprio, che diceva di tenue peso e di lega non pura; affabile fin coll’infimo volgo, cogli eguali modesto, dignitoso coi posti in cima dalla fortuna. Nè discese a piaggiarli mai, per munificenza ed onori che ne ricevesse; e chi legge le parole liberissime e gravi con che ne riprende i mancamenti ed i vizii, non potrà di prima giunta comprendere come egli fosse tanto cerco ed ambito dai grandi. Nemico alle ricchezze, che dispensava volentieri fra gli amici ed i poveri, sobrio, frugalissimo, avverso agl’immoderati piaceri, innamorato della solitudine anche fra i tumulti del mondo, delle osservanze che comanda la religione, custoditore severo. È questa la bella testimonianza ch’egli rende a sè stesso e che con voce unanime gli fu confessata da’ suoi contemporanei.

Se non che da quel primo amore due altri rampollando come rivi da fonte, gl’inaffiarono largamente tutta quanta la vita. Un vivo desiderio di gloria insorgeva talvolta ad agitarne le sudate vigilie; e per quanto egli lo combattesse co’ sensi di cristiana umiltà di cui vanno pieni i suoi scritti, non giunse però mai a domarlo, sicchè a quando a quando non esclamasse: «Vorrei» lasciare a’ posteri alcuna memoria del nome mio! Che se tanto io non consegua, vivrò noto al mio secolo e, sè non più, agli amici. Potessi almeno conoscer me stesso! ma ne dispero. » (Sen. lib. X, ep. 15.) Ma d’affetto assai più intenso amò l’antichità e i reggimenti civili e i costumi e i famosi uomini che la posero in eccellenza. Perciò diceva: «La presente età sempre m’increbbe; e, se non fosse il bene che porto a’ miei, torrei d’esser nato in qualsivoglia altra stagione da questa in fuori: ond’è che, studiandomi a dimenticare i presenti, a null’altro intesi che a conversare coi passati.» (Epist. ad post.) Le quali parole non sono già il grido d’un’anima gentilesca o misantropa; poichè quant’egli sentisse addentro le bellezze sublimi del cristianesimo e come s’adoprasse al bene de’ suoi fratelli è cosa troppo palese: ma si deggiono risguardare piuttosto quale una viva espressione del dolore onderà crucciato all’aspetto dello scompiglio e della corruzione che dominava allora tanto negli ordini ecclesiastici quanto ne’ laicali. Per questo, ricoverandosi col pensiero, come ad un nido di pace, ne’ secoli in cui la romana virtù strinse in pugno i destini di tutta la terra, aspirava a diventar cittadino d’una repubblica ricca, forte, onorata, qual si mostrò Roma a’ suoi buoni tempi.

Perciò, a mitigare lo sconforto che gli veniva dalle cose di fuori, con tutto l'ardore dell’animo si dedicava allo studio e con insaziabile avidità pascevasi nella lettura di oratori, filosofi, storici e poeti latini. Cicerone e Virgilio principalmente si propose a maestri d’eloquenza e di poesia, e da Seneca apprese quella parte di stoica dottrina che meglio s’accosta ai dettati della cristiana sapienza. Nessuno ignora in che misera condizione si versassero allora le scienze e le lettere: non già che patissero difetto di caldi e numerosi cultori, come stimano alcuni, non so se imperiti o maligni, che a quella età diedero voce di barbara e sciocca; ma da una parte la scarsezza di buoni codici, dispersi o sepolti nella polvere delle biblioteche, e dall’altra il vagare incerto, irrequieto, sofistico della mente umana per mille sistemi contradittorii e diversi stranamente abbuiavano e mettevan sossopra il pacifico regno delle discipline letterarie e scientifiche. — Nè ad inutili lamentanze soltanto si lasciò andare il Petrarca; poichè, aiutando efficacemente al vivo moto che nel mondo dello scibile e della imaginativa aveva già impresso l’inspirato intelletto dell’Allighieri, s’accinse a ridestar l’amore verso i classici antichi e coll’esempio e la parola additò le norme del bello e del vero. Che se i mezzi ond’egli si valse non tutti conducevano diritti al nobilissimo segno, meglio che a lui, vuolsene dar colpa agli errori del tempo, a cui i sommi eziandio uopo è che paghino un qualche tributo. E quando lo sconforto, non rado compagno alle opere dello ingegno, assaliva lui pure in mezzo agli studii, ed ei disperava di coglierne il frutto sì a lungo desiderato, ricorreva ai libro delle immortali promesse, alla Scrittura Santa, che aveva appresa quasi a memoria. E i padri della Chiesa, massime S. Agostino, gli erano divenuti familiari così da interporne spesso le autorevoli sentenze agli scritti suoi non pur ascetici, ma e di profano argomento. Or, dopo i giorni e le notti vegliate sulle proprie ed altrui fatiche, qual conchiusione traesse m’è bello il soggiungerlo qui colle sue parole medesime: «Filosofia è amore di sapienza; vera sapienza è amar Gesù Cristo. »

III

SCRITTI

Specchio sono dell’animo, co’ suoi pensamenti ed affetti, gli scritti d’un autore. E qualche eccezione in contrario non prova, spezialmente se te produzioni dell’ingegno giovanile concordino con quelle dell’età matura e più tarda, e l’uomo si chiarisca d’indole ingenua, e fra i suoi dettati ed i fatti non si scorga che quella dissonanza la quale origina solo dalle contradizioni molte e diverse in cui si travaglia la corrotta nostra natura. Ciò premesso, diamo mano senz’altro ad aprire il ponderoso volume delle opere di Francesco Petrarca, che partiremo in quattro classi alla prima delle quali appartengono le religiose, le morali alla seconda, quelle d’indole diversa o mista, alla terza, all’ultima le letterarie.

Primo e principale degli scritti suoi religiosi è il trattato veramente Cristiano che intitolò De contemptu mundi. Pigliando ad esempio Boezio, imagina che le sembianze della Verità bellissime gli comparissero innanzi; ed ella, dopo avergli accennato il misero stato dell’animo suo, gli conduce s. Agostino, acciocchè a guarirlo, si compiaccia di apprestargli i rimedii opportuni. Volonteroso abbraccia Francesco il proposto consiglio e per tre interi giorni, di sè e delle cose sue alla presenza della Verità ragionando, s’intrattiene col santo dottore. E tre appunto sono i dialoghi: nel primo de’ quali dalla conoscenza de’ tanti guai onde va piena la vita mortale si viene a dedurre la saviezza di chi dispregia il mondo, non degno dell’affetto di un’anima creata a beni più alti e senza fine maggiori. Pure nessuno vi pensa, e il tempo, primo nostro tesoro, stolidamente si sciupa in vanità da fanciulli. Qual avvi farmaco a cessar tanto male? Il pensier della morte. — Nè l’autore s’arresta, dialogando, sui generali; che anzi discende alle applicazioni che riguardano sè e la vita sua, nel secondo dialogo, segnatamente. Ove, discorrendo de’ pericoli che s’incontrano nel consorzio de’ tristi, s. Agostino, passa ad uno ad uno in rassegna i sette vizii capitali, e in tutti, ove più ove meno, afferma invescato il Petrarca. Niega questi dapprima, poi man mano se ne chiama in colpa, ma con sì umili e sincere parole da acquistarne lode e conforto dal suo santo redarguitore. Il quale, nel terzo, procedendo nella severa disamina, lo dimostra avvinto da due catene d’adamante: l’amore e la gloria. E qui, a svolgere compiutamente l’ordito dell’intero dialogo, gioverebbe trascriverlo tutto da cima a fondo. Però ci basti il notare siccome con vivi e veraci colori vi sia dipinta la forte passione che in sì fieri modi martellò per tanti anni l’innamorato poeta. E tu leggi a nudo nell’affettuoso suo cuore, ne conti i battiti più segreti, ne notomizzi le più riposte fibrille e passo passo con lui t’aggiri per que’ mille avvolgimenti in cui va smarrito l’amore; ma, nell’atto stesso che t’è forza compassionare al misero stato di lui, apprendi lezioni proficue di cristiana sapienza. La quale nelle parole d’Agostino s’impronta di paterna carità e di dolcezza; e se tal fiata, qual padre sollecito e pio, il santo dottore alza la voce a riprendere, no ’l fa che per suggerire al suo discepolo que’ pronti ed efficaci rimedii, dolorosi all’umana fragilità, ma soli atti a sanare le piaghe dell’anima: Ben altre confessioni (che con tal nome o quello di mio segreto piacque al Petrarca d’intitolare codesto suo libro) mi sembrano queste che le tanto famigerate del cinico Ginevrino e superbo. Meglio invece s’accostano nell’indole, non già nella forma, alle pagine che il pentimento dettava all’immortale Ipponese.

Minore di mole, non però di dottrina, è l’operetta a cui assegniamo qui il secondo luogo. Dimorava alcun tempo il Petrarca nella gran certosa di Montrieu, asilo del suo benamato fratello Gherardo; e angeli di Dio in terra gli parvero que’ santi monaci e paradiso vero la sede di tanta pace. Ond’egli, a rimeritarli delle ospitali accoglienze che usate gli avevano e ad encomiarne le virtù, indirizzò loro un discorso, partito in due libri, che disse De otio religiosorum; ozio non già, ma stato pacifico e lieto, che pe’ chiamati a vita perfetta deriva, com’egli mostra, dall’osservanza di quelle parole divine: Vacate et videte quoniam ego sum Deus. La soavità di questa contemplazione di Dio, illuminando la mente intorno al fine ultimo ch’ogni creata esistenza, apporta frutti d’eterna vita. E perocchè il silenzio dell’eremo non basta a frenare l’occulta lotta che incessante ne movono i nostri spirituali nemici, perciò discorre prima delle insidie con che s’attenta di travolgerci al male l’antichissimo avversario dell’uman genere; poi mette in mano a’ cari ospiti suoi le armi più atte a combatterlo e soggiogarlo. Pel disgregamento in cui rimangono dal civile consorzio, stanno ora a maggior sicurezza dal mondo non che dalla carne; ma il passato, colle memorie, può in loro risvegliare l’affetto alle terrene vanità, e, nella solitudine, l’assillo degli inferiori appetiti si ridesta talvolta più acuto. Ricorrano adunque con fede e cristiana fortezza ai mezzi infallibili di che li prevede l’alta lor vocazione, e la vittoria sarà immanchevole e piena. « Ma troppo anche, conchiude, io v’ ho parlato sin qui: il rimanente insegnerete a me voi che riverisco siccome maestri per l’esperienza che ne avete presa in voi stessi. Pertanto, mercè lo stato di pace, affatto libero d’ogni altra cura che non sia quella del cielo, onde v’ho tanto discorso, conoscerete che Dio è il Signor vostro; e provederete alacremente alle cose che sole possono rendervi certa la finale salvezza... Veramente felici, se voi e la felicita vostra apprezziate secondo ragione!»

I sette salmi penitenziali, composti ad imitazione di quei di Davide, ci suonano quale il grido doloroso d’un’anima che, sola davanti a Dio, sente, deplora chiede pietà de’ suoi falli. Ed eccone un saggio, (salmo V) «Le notti mi scorrono nel dolore, agitandomi con ispaventi innumerevoli; non trovo sonno nè pace, lacerato dalla coscienza de’ miei peccati. E se velo gli occhi al riposo, sono turbato da mille fantasmi; e non ristoro, ma ne ritraggo stanchezza. Levati in mio soccorso, o Signore, e dilunga il pericolo che mi sta sopra; giacchè io già sento la morte vicina. I giorni mi passarono nelle amarezze, le immortali mie cure mi distrussero fino alle ossa, e l’atroce guerra che ho nell’anima non conobbe mai tregua. Curvo e trascinandomi dietro il peso del corpo infermo, ecco io cammino e mal mio grado tengo fisso a terra lo sguardo. Fuori e dentro son fatto grave a me stesso: nemici domestici da un lato e dall’altro mi straziano ferocemente. Ond’è che, atterrate le mura della mia casa, stranii persecutori ne han pigliato possesso. Ed io, assopito e mal cauto, di mezzo le tenebre della notte, caddi in mano a tiranni. Ned ho speranza altra, altro rifugio che nella tua misericordia. Affrettati, o Signore, in aiuto mio, moviti a compassione e soccorrimi!» Ed una manifestazione sì schietta di pietà e di fede potrà da taluno aversi in conto d’un esercizio da scuola? ovvero supporsi una larva con cui egli, già sì grande, mirasse ad accaparrarsi il favore dei potenti o il suffragio di qualche divoto? Sciocca ed infame calunnia!

Maggiori per volume e per numero sono le sue opere morali. — Vissuto in un’età in cui la filosofia era fatta a brani dalle scuole dei così detti nominali e reali, dei platonici e degli aristotelici, de’ scotisti e degli avveroisti, non è meraviglia che il Petrarca, distratto anche in tanti studii diversi, non si creasse un sistema di speciali e ben ordinate dottrine. Non s’attenne però a veruno dei motti che avevano allora maggior seguito e parte; e lasciate le vane astrattezze, abbracciò, come notammo, lo stoicismo mezzo cristiano di Seneca, purificandolo coll’innesto de’ principii cattolici. Lo che più chiaramente apparisce nel suo trattato De remediis utriusque fortuna, che ne sembra il principale fra quelli che s’aggirano su morale argomento. Discorre prima della prospera, poi dell’avversa fortuna; e sempre per via di dialogo. E cominciando dal mettere innanzi le condizioni più generali e comuni in cui l’uomo fortunato di leggieri inorgoglisce e si gonfia, la Religione, venuta a colloquio col Gaudio e colla Speranza, per cento guise s’ingegna a dimostrare l’aspetto vero sotto cui voglionsi riguardare non pur le mondane, sì ancora le cose celesti; e prescrive in pari tempo le norme che conducono a moderazione e saviezza. Ma, viventi solo dell’ora che rapidissima vola e pasciuti di dorate chimere, gli avversarii di lei non rispondono che ripetendo a volta loro il primo argomento; e, senza prove tutto affermando e del pari tutto negando, si lasciano governare dal fascino che li ammalia e trascina al peggio. — Egual contegno, nella seconda parte, tiene il Dolore; che di assidue querimonie e non altro riempie le orecchie della sapiente maestra: la quale, ad agguerrirlo contro le avversità, indarno si sforza a ministrargli buon cibo di rimedii e conforti. Siccome a que’ due primi si vestiva la terra in primavera eterna e il firmamento rideva ne’ colori della rosa e dell’oro, così a questo secondo l'universa rassembra ergastolo di martirio incessante che gli si turbini sopra il capo in paurosa procella. Soffolta [1] dalla sana filosofia, la Ragione grida a’ ciechi mortali di tenersi ad un modo lontani dagli opposti estremi, talchè l’animo nè per troppo di fortuna s’aderga ne per sinistri casi s’atterri. E, guida amorosa e sicura, le va innanzi la Religione, che, dissigillando il libro della vita, ne svela i sublimi ed arcani destini. — A maggiore intelligenza non che del concetto, della forma altresì dell’opera ond’è discorso, stimo opportuno di mettere innanzi a’ leggitori un intero dialogo che si nomina appunto Della religione. (Par. I, dial. XIII.)

Interlocutori sono la Ragione, il Gaudio, la Speranza.

Gau. Io mi glorio di religione perfetta.

Rag. Una sola è la religione ottima e perfetta, che nel nome di Cristo si fonda sopra solidissima pietra. Tutte le altre son vane superstizioni, piene d’errori e traviamenti che menano a perdizione ed si morte, non momentanea, ma eterna. Oh quanti uomini, che pure in ogni cosa sovrastarono agli altri, non ebbero notizia della vera religione! Ed essi ne gemono ora eternamente, mentre tu hai cagione a goderne e rallegrartene; e non in te, ma in Lui che, nell’affare più di tutti importante, degnava di anteporli a’ tuoi maggiori. Nè dono più prezioso o di più squisita eccellenza poteva egli farti. Che se il celeste lume della religione non irradiasse quasi l’intero universo, ben volentieri ne terrei adesso lungo discorso.

Gau. Ed io sono iniziato alle cose sacre.

Rag. Alta riverenza vuolsi prestare alle cose sacre di cotesta religione, mentre quelle d’ogni altra si hanno a tenere in conto di pazzie e di sacrilegii. Ma l’esservi iniziato non basta. Opera è questa dolcissima; assai più ardua però che non pensi, anche ad anima buona. Chi rimanesse contento d’acquistar notizia di Dio, avrebbe fatto assai poco: giacchè lo conoscono anche i demonii, che l'odiano. Amarlo adunque ed osservarne le leggi perpetuamente; ecco ciò che rileva. Ed oh adempissero i mortali a cosifatti doveri, siccome ne hanno contezza?

Gau. Io mi compiaccio d’appartenere alla vera religione.

Rag. Il compiacersi d’una cosa non è insuperbirne? Ma la religione, che te rilega a Dio e Dio a te, persuade alle pie menti umiltà, ne sradica ogni orgoglio. Così ti è lecito però di goderne che quanto meglio la tieni in pregio e della tua religiosità ti rallegri, e tanto tu divenga migliore e ricco d’opere buone; ringraziando a Lui che in questa vita mortale ti guidò per la via che mena alla beatitudine eterna.

Gau. Io, la Dio mercè, riposo in grembo della vera religione.

Rag. Bene sta la tua riconoscenza. Cotesta religione peraltro vuolsi custodirla da ogni errore, dalla negligenza, dai peccati. E posto che possedi un tanto tesoro, t’adopera, secondo che conviene, a giovartene a grande tuo pro, cessando dalle controversie che poco sopra agitammo. Giacchè sta scritto nelle Lettere Sacre; Pietà è sapienza; ed altrove: Principio di sapienza è il timor di Dio. Nè tengono altro avviso da questo gli stessi autori profani, secondo che ne fa menzione Lattanzio nel II libro delle Istituzioni. == Afferma, dic’egli, Ermete che coloro i quali conobbero Iddio, non solo se ne vivono al coperto dagli assalimenti de’ mali spiriti, ma sì eziandio non soggiaciono alle leggi del fato. «— Vedi adunque che, nelle costui parole, unica guardiana dell’uomo è la pietà; cosicchè nè i pessimi demonii nè il fato stesso abbiano impero sovra gli animi pii, vegliando Iddio ad allontanare da loro ogni danno. È la pietà il solo, il vero bene che possedono i mortali. E che s’ intenda con questo nome, si dichiara là dove è detto: = La pietà consiste nella scienza di Dio. = La qual sentenza si spiega altrove più largamente da Asclepio con ornato discorso. Per tal guisa due de’ più caparbii fra’ pagani attestano ciò che insegna a noi la religione: tanta è la forza del vero che sovente a confessarlo non si mostrano restie le lingue degli stessi nostri nemici. »

Non ubbìe da misantropo, come opina il Ginguenè (Histoire de la littér ital.), non mistiche aspirazioni da anacoreta dettarono al Petrarca il libro De vita solitaria. L’amore alla solitudine, a lui d’ogni tempo caramente diletta, gli pose in cuore il desiderio di celebrarne i pregi, poco apprezzati o mal noti. E protesta sin dalle prime che non iscrive già egli così per odio che porti agli uomini o al civile consorzio, ma solo per dispetto alle malvagità che vi trionfano ed alle vane sollecitudini che traviano dall’ultimo fine, che è Dio. E poichè dai confronti vivo risalta il valor delle cose, comincia da un dialogo fra il solitario e il mondano, ch’ei chiama occupato. Lieto il primo nel sembiante e negli atti, colla mente attesa alla contemplazione degli eterni veri e pieno il cuore d’affetti nobilissimi e miti, alterna dolcemente le ore fra la preghiera e lo studio. Accigliato, torvo, spirante irrequietezza e noia dalla mal composta persona, chiaro dimostra il secondo come lenti e incresciosi gli passino i giorni, e si grida infelice perchè con sè e cogli altri vive in perpetua guerra. — Enumerati appresso i diversi argomenti (che ad uno ad uno corrobora di buone prove) per cui la pace della solitudine è da preferire ai tumulti del mondo, dall’elogio dei padri nel deserto trapassa a quello de’ patriarchi, de’ profeti, de’ santi dell’antico patto, da Adamo sino a Gesù Cristo. Nè tralascia d’encomiare quegli eroi d’ella fede nostra a’ quali fu cara particolarmente la ritiratezza. Conchiude da ultimo, con esempii tolti alla storia profana, affermando che pochi o nessuno fra coloro che la fama proclamò grandi ed illustri non ebbe ad amare, almeno a tempo, la solitudine. E finisce in queste auree parole:

« Dipartendomi in ciò dal costume degli antichi, che pure in molte cose amo di seguitare, mi tornava assai dolce il frapporre sovente a queste meschine mie pagine il sacro e glorioso nome di Cristo. Il che ove avessero potuto fare quegli archimandriti dell’umano sapere, avvivando la parola terrena nella fiamma celeste; se, anche quali sono, dilettano, diletterebbero assai più. Io non nego che l'eloquenza, bella nello splendore di fiorite parole, non vinca l’animo di prima giunta; ma poichè ella va cieca del vero lume, come abbia lusingate le orecchie, non vale a tranquillare il cuore nè a condurlo a quella stabile e suprema dolcezza alla quale, per quanto la spregino i superbi ed insensati mortali, non si arriva se non per l’umiltà di Cristo. »

Più alto e profittevol tema si svolge ne’ due dialoghi Della vera sapienza, pieni di senno divino ed umano. E le testimonianze recate dalla Scrittura Santa, da Lattanzio, dal Crisostomo, da Agostino e Gregorio, notabilmente ne illustrano la trattazione. Finge il Petrarca che un povero idiota si scontri in un oratore che, gonfio per ammassate dovizie e per sapere cercato nei libri, passeggiava un dì nel foro romano. « E la tua superbia », gli dice, « mi move a stupore; giacchè, rivolgendo, come fai, giorno e notte innumerevoli pagine, l’animo tuo non fu ancora condotto ad umiltà. Lo che senza dubbio deriva dal non pensare che la scienza del mondo, in cui tu credi di sovrastare ad ogni altro, empie il cuore di vento ed è presso Dio nulla più che stoltezza. Dal qual vanto immoderato s’ingenera poi la superbia, che, conscia dell’origine sua celeste, si sforza del continuo a poggiare in alto, donde con maggior ruina tracolla in giù. La scienza vera, in quella vece, umilia l’uomo e gli sgombra la mente da ogni ventoso innalzamento e lo mena a spaziare nell’aria senza pericolo di caduta. Ed io vorrei che a questo tesoro di allegrezza si volgesse l’animo tuo. » L’oratore gli risponde sgarbatamente in sulle prime, ma, grado grado che l’idiota con miti e persuasive parole gli va svelando la faccia del vero, l’altro si rabbonisce così che in fine si confessa per vinto. — I due aspetti della sapienza, in quanto è cosa umana e divina, acquistano in cotesti dialoghi mirabile evidenza e splendore; e chi intendesse a vantaggiarsene, troverà qui entro ammaestramenti e consigli di vita.

Or delle opere che scrisse il Petrarca in argomento diverso ci rimarrebbe a dire non poco; nelle quali sebbene non parli exprofesso di religione e di morale, però dall’indole e dagli studii suoi naturalmente è portato a toccar sovente dell’una e dell’altra. Ma poichè la materia, anzi che scarseggiare, ne sovrabbonda, staremo contenti a trattenerci alquanto intorno alle sue Lettere, che, spartite in parecchi libri, sopravivono alle moltissime che andarono smarrite o dall’autore medesimo furono condannate alle fiamme, (V. la prefazione alle Epist. fam.)

Veramente, quando io penso alla smania con che non pochi de’ nostri letterati si brigano nel leggere o nel tradurre tante meschinità che ci vengono d’oltre monte, piene di borra o di peggio, non so deplorare abbastanza la leggerezza degli Italiani, che non curano e forse ignorano le naturali loro ricchezze per correr poi dietro all’orpello degli stranieri. E fra tante dimenticate ricchezze vuolsi assegnare una parte non ultima alle Lettere del Petrarca: peccato che la lingua del Lazio in che sono scritte e lo stile non ameno od agevole ne allontana il comune de’ leggitori. Non m’intratterrò già io a numerarne i pregi, che sono molti e di ragione diversa; perchè storia, politica, erudizione filosofia vi troverebbero nello studiarle non mediocre guadagno. Solamente, avendo riguardo all’intento che mi sono proposto, resto pago a notare che in queste lettere, da cui traspare nuda ed intera l’anima candidissima del Petrarca, le testimonianze del suo pensare e sentir religioso abbondano tanto che se ne potrebbe mettere insieme un volume di misura non piccola. Io non farò che darne tradotte alcune poche.

Al re Roberto, de immortalitate animae, scrive così. (Fam., IV. 5, p. 629.)

« Uno splendore insolito abbarbagliò gli occhi miei: oh tra le più rare la penna che dettò tali parole! Che loderò prima? La squisitezza della brevità, la eccellenza de’ nobili concetti o la divina leggiadria dello stile? Io non pensava mai, te lo confesso, inclito re, che un argomento sì alto potesse trattarsi con maggior concisione, decoro, ornatezza; nè che l’umano ingegno salisse a tanto. Ed affinchè fosse palese che chiudi in pugno i cuori degli uomini (ciò che è il voto più ardente de’ sommi oratori), tu sospingi l'animo de’ leggitori ad affetti tanto diversi che senza contrasto lo scorgi a seguitar dapertutto le orme tue con prontezza maravigliosa. Ed ecco che, nel primo entrare del severo discorso, mentre con isplendide parole deplori la somma delle miserie nostre, i pungenti e molesti travagli e l’acerbissima necessità del morire, la quale dall’infesta radice trapassa nel tronco e si propaga pei rami, io mi sentiva commosso per modo che spesso, nel leggere, sospiroso ed atterrito nel pensiero di quel passo da cui nessuno può fuggire, odiai questo nome di uomo, e m’increbbe quasi d’esser nato, ed ove noi fossi, non avrei voluto esserlo mai. Bandita perciò la pace dall’animo, io me ne stava perduto d’ogni speranza; se non che quella mano medesima che m’avea trafitto di colpo mortale v’apprestò poco stante il rimedio, e in te ravvisai ad un punto l’autore dell’improvisa mia consolazione e della tristezza. » Nè l’efficacia della eloquenza mi sembrò d’alcun tempo sì grande come allora che tu, entro pagine brevi e potenti, dalla immortalità dell’anime trascorrendo a ragionare del futuro rinovamento, tanto alto levasti il mio spirito afflitto e vacillante che forte mi rallegrai d’esser generato mortale. Dappoichè può egli nè anche imaginarsi cosa più beata per l'uomo di quella trasformazione mercè la quale, svestite le spoglie della carne e sciolto da codesti lacci, lo spirito nostro, nel chiudere il terreno suo corso, volerà a rivestire l’immortalità, dopo che abbia trionfata la morte? e la tunica di questo corpo, imputridita e rosa dalle tignuole e per ogni dove dispersa, sarà ad un punto riformata e rifatta? Ed avvegnachè nessuno de’ filosofi della gentilità s’alzasse a tale speranza, antichissima però è l'opinione intorno alla immortalità dell’anima; nè per noi solamente, ma per quelli ancora che non udirono il nome di Cristo. Ed il sommo Platone (a non dire di Ferecide, che fu presso i Sirii primo autore di tale sentenza, di Pitagora suo discepolo, della pitagorica famiglia, di Socrate e de’ seguaci suoi, pubblicò un’opera rinomatissima in codesto argomento. E l’ebbe in mano, siccome è voce, l’uticese Catone in quell’ultima notte in cui, deliberato a morire, più che mai gli era mestieri di sentire al vivo il disprezzo della vita presente ed infiammarsi nell’ardore del suo prossimo fine. Nè diversamente pensò o scrisse, col divino suo stile, Marco Cicerone nelle Tusculane, nel VII Della repubblica, nel dialogo a Lelio Sulla vera amicizia e nel libro che s’intitola Catone il maggiore, ove difende le ragioni della vecchiezza. Ed in tanti e tanti altri luoghi ne dissertò che ben dimostra come gli stesse a cuore di promulgare nell’universale la evidenza di così alto principio. — Ma a chi insegno io queste cose? Certamente non a tale che sia re solamente, ma re sopra quanti filosofi vivono de’ nostri tempi. E tu perdona, se il calore del discorso mi trasse fuori di me per guisa che la sentenza sostenuta da un pari tuo, a cui io mi professo debitore di tanto, non che abbracciare, con parecchie testimonianze mi feci ad avvalorare. Ma non da queste, bensì dalla tua vigorosa parola riscosso, sursi a nuova speranza; e il dì della morte, formidabile a tutti, aspetto sereno. E la tua nipote, di cui, encomiando, fa cenno il fine della lettera, omai sfuggita alla strettezza di questo carcere, non di lagrime, ma sì mi par degna d’invidia. Spenta, è vero, nel fiore dell’età e della bellezza; pur fu onorata del compianto e delle lamentanze non solo del reame ove nacque e dell’altro a cui venuta cresceva ornamento, ma di pressochè tutto il mondo. Oh quanto è a reputarsi felice! sì perchè, varcato l’orribile limitare di morte, gode ora nelle delizie dell’eterna vita e sì perchè, tu con nobilissimo eloquio l’hai renduta fa» mosa in tutti i secoli. E vi sarà chi s’ardisca a dirla morta? non vive anzi ella di vita gloriosa, mentre Iddio l’ha fatta eterna nel cielo e tu sulla terra? Oh te felice e più che felice, che, in cambio d’una vita temporale ed incerta e fortunosa per mille casi, conseguisti, a dir così, due eternità! onde vai debitrice a due re: l'uno celeste, che è Cristo; l’ltro terreno, che è Roberto. Per ciò tanto più io credo avventurosa cotesta giovine che in cielo ed in terra fu arricchita d’inestimabile tesoro da’ suoi splendidissimi donatori. Forsechè viemaggiormente al dono non s’accresce pregio dalla persona che lo fa? ed il benefizio non diventa tanto più prezioso quanto più è grande colui che lo conferisce? Affinchè poi le forze non vengano meno a chi s’attenta di metter lingua a cose ineffabili, io mi tacciò dell’immortal sorte a cui ella ascese ne’ cori celesti e del suo tramutamento da questo ad uno stato superno. Nè pure m’ardisco a toccare della gloria che le impartivi ragionandone come facesti. Affermo però che, ove il tuo epigramma o epitafio, qual ti piace meglio chiamarlo, sopraviva, come spero, ne’ posteri, con te e co’ nomi più celebrati del mondo dureranno le lodi dell’estinta nipote. Ed avverrà che taluno, stimando la tua laudazione adeguato compenso alla sua morte immatura e al ratto correr del tempo, secondo che di Achille disse il Macedone, fra i sospiri esclami: — O fortunata, che sortisti tal banditore delle tue virtù! — Ma il soverchio mio scrivere l'ha forse ingenerata quella sazietà da cui m’avverte a star lontano il tuo discorso, breve insieme ed ornatissimo. Finisco adunque, pregando Iddio e tutti i celesti, acciocchè serbi a lungo fiorente la serenità tua, cinta del doppio alloro che ti consentono il guerriero e letterario valore. Addio. » (Epist. famil. l. IV, ep. 5, p. 628 cit. ed.)

Condonate alla fantasia del poeta, all’amor grande che portò sempre a re Roberto, all’indole del secolo le iperboli, le esagerazioni, l'ampollosità dello stile, resta ancor molto di bello e di buono in questa lettera; onde apparisce come al Petrarca fosse radicata nell’anima la fermezza della fede e delle cristiane speranze. Or sentiamo in qual modo, scrivendo al grammatico Donato, ragioni della penitenza e de’ libri de’ santi che ne trattano. (Sen. VIII, 1, p. 839 cit. ed.)

«Le due lettere ricevute or ora e da te scritte, nè so ancora se spedite in giorni diversi, mi furono consegnate ad un punto. Lette non senza molto piacere, mi destarono, il prurito di rispondere a lungo; se non che il peso delle mie brighe diverse represse quell’impeto. In una t’intrattieni delle mie cose domestiche; e te ne dirò a parte altra volta, che l'argomento, eziandio di per sè solo, è già troppo. E nell’altra m’apri il segreto dell’anima, quel segreto che io dico cosa tua veramente, mentre ciò che sta al di fuori di noi è fuggevole, perituro, soggetto al volere altrui; alla fortuna non già, che è nulla, come altrove ho dimostrato. E di questo unico, vero e proprio bene, che non può esserti rapito da alcuno ove tu nol consenta, hai fatto l’uso più degno col mondarli nelle acque salutari della penitenza; ond’io meco stesso n’esulto. Intorno alla quale, dappoichè fu scritto a lungo da personaggi santissimi, che potrò dirti io uomo peccatore? tanto più che alle forze del cuore non rispondono quelle dell’ingegno e del tempo. Pure vo’ contentarti al modo che usano gli affaccendati e i poveretti; i quali, se non coll’opera e col danaro, giovano di consiglio gli amici. Mi si accosta dunque, alcun poco coll’animo, che io ti sto non guari lontano, come appo Stazio quella nutrice agli argivi capitani; e m’ingegnerò a scoprirti la limpidissima fonte le cui acque zampillano nell’eterna vita. E non temo no che il mio serpente mi morda, quantunque io non m’abbia nè mitridatici contraveleni nè un Archemoro che mi difenda. E siccome non possedo cosa onde aiutarti del mio, ti affido alla scorta di una coppia beatissima e al Signore diletta; ad Ambrogio, cioè, e ad Agostino, i quali se da mutuo amore furono stretti qui sulla terra, s’abbracciano adesso eternamente in Dio; santissime anime, di cui, sia nello scrivere sia nel parlare, soglio in uno confondere i nomi, perchè, nell’operare e nel parlare instancabili, stillano mele celeste. Composero entrambi sulla penitenza appositi libri che giovano mirabilmente a ben guidar l'uomo nel cammino della vita presente ed a rinfrancarlo nella speranza della futura. Ve n’ha poi un altro di Agostino, intitolata Le Confessioni, in tredici parti: nelle prime nove delle quali s’accusa de’ peccati e degli errori commessi, facendo capo dalla primissima infanzia e dal latte materno; favella nella decima delle macchie ond’ha tuttavia brutta l’anima e dell’attual sua condizione; nelle ultime tre espone i dubbii che lo travagliano, specialmente intorno alle Scritture, dichiarando la propria ignoranza. Ed in queste sue confessioni, se il mio giudizio non erra, si dimostra il più dotto tra quanti furono mai. Che se tu pigliassi l'uso di farne devota ed attenta lettura, io spero che di pie e salutari lagrime non patiresti difetto. Nè vergogno di confessarti com’io n’abbia preso prova in me stesso. Ove dunque con tal libro alla mano ti ponga amorosamente dietro ai passi d’un tanto duce, l’amore agli studii sacri, come accadde a me pure, ti si risveglierà vigoroso nell’anima. Dai quali, per giovanile baldanza, per opinione falsissima che m’aveva del saper mio e per non so quale satanico spirito ond’io era pieno, pur troppo mi tenni lontano, spregiandoli come umili, incolti ed inferiori di gran lunga a quelli degli autori profani Ed ora sì che apertamente intendo il mio fallace giudizio! Adunque codesto libro delle Confessioni mi mutò in altro uomo: non già che mi menasse a volger le spalle alle colpe mie prime, di cui oh fossi puro anche adesso! ma fece sì che non avessi in fastidio nè in abborrimento le lettere sacre e che, a poco a poco rabbonita l'antica avversione che me ne dilungava, m’inducessi a cercarli con difficile orecchio ed occhi desiderosi. Cominciai d’allora a provarne vivo diletto, ad ammirarne le bellezze, a trovare in esse, se non l'apparriscenza de’ fiori, quella vital sostanza di frutti che non si chiudeva negli altri, a me un tempo sì cari. E ben conveniva che un cristiano nelle parole d’Agostino mutasse in meglio i suoi pensamenti; se, com’è ricordato del terzo libro dell’opera predetta, il ciceroniano Ortensio aveva ottenuto sull’anima dello stesso Ipponese un compiuto trionfo. Che se non ti fosse agevole il procacciarti un esemplare di queste Confessioni, tanto amo il tuo bene che te ne fornirò uno io stesso. Se non che potrai averlo del pari e più presto da quell’insigne filosofo, teologo e maestro del quale n’accenni in una delle tue ultime lettere o dal fratello suo; veri lumi entrambi per abito e professione dell’ordine che ha da Agostino il suo nome, ed inclito decoro della padovana città. Ed assai mi pregio dell’amicizia che mi dimostrano, non de’ meriti miei, ma sì figlia della bontà loro; facendo io maggior conto della benevolenza meglio da padri che da giudici onde m’onorano, che delle viperine lingue e de’ fischi de’ miei detrattori. Non avrei creduto mai che tanti e da tante parti e così immeritamente, se non erro, insorgessero a lacerar la mia fama. Ma di ciò altra volta. E perdona, se l’abbondanza della materia, anzichè l’argomento, sospinse la penna a così meste parole, senza che la ragione bastasse a comprimere il conceputo sdegno.

Pertanto, comunque tu ti procacci cotesto libro, potrai, ove ti piaccia e lo stimi opportuno, apporvi in fronte un mio distico, di quelli che negli anni andati, per vaghezza scolastica, io co stumava di porre in fronte a’ miei scartabelli. Ed eccolo:

Chi deterger desia con penitenti

Lagrime i carmi d’empietà cospersi,

Ratto s’ accosti a questa fonte e aspro

Cammin che vi conduce ardito sprezzi.

Altri, e non pochi, scrissero all’indirizzo di coloro che aspirano per questa via a conseguire l’eterna salute; le opere dei quali non riempiono di quella scienza che spesso gonfia, ma piuttosto accendono la divozione nei cuori. E tali sarebbero le raccolte dei padri e le loro vite: mirabilissime, non che a giovamento di pietà, ma sì ancora a studio d’eloquenza, perchè al diletto accoppiano l’istruzione. Tal è l'Antonio d’Atanasio, che tornò profittevole a non pochi come specchio di vita e lo fu al medesimo Agostino, com’egli ne racconta nell’ottavo delle Confessioni; il Martino di Severo, Filarione di Girolamo, che scrisse anche il Giovanni egiziaco e il Paolo primo eremita, la cui lettura a ragione ti piacque. V’hanno pure due piissimi libretti del Crisostomo, non so se più pietosi o eloquenti, onde mi parrebbe colpa il tacerne; l’uno dei quali s’intitola dell’emenda d’un caduto, l’altro della compunzione del cuore. E poichè troppo lungo sarebbe l’annoverarli tutti, te li fornirà, se li desideri, la mia piccola bibilioteca. Oh! se tu di tali cibi alimenti il cuore e t’accostumi a siffatte dolcezze, gli aforismi d’Ippocrate, sì buoni a curare il corpo, ti sembreranno un nulla a petto de’ farmachi infallibili che troverai qui entro e delle speranze a guarire le malattie dell’ anima. Nè ti sgomenti l’aver tu differito sì a lungo a imprender cosa di tanta necessità: meglio è riguardare indietro tardi che mai; anzi ciò che si fa bene non arriva mai tardi. Vero è che anche l’indugio non va senza pericolo, ma questo dilegua tosto ove si metta mano al rimedio; il quale se efficace, non giunge mai tardo e trascina via seco il fine dell’indugio e del pericolo stesso. Pensa a quel detto del tragico:

Di virtù il calle faticoso imprendi

Tardi a calcar? Non ismarrirti; a tempo

Giungesti ancora. Se perdono implori,

Tu sembri agli occhi miei quasi innocente.

Pia sentenza e degna d’uomo cattolico! In quanto poi dici che il convivere meco ed il bene che io ti voglio ti gioverebbero a crescimento di scienza e di virtù, a confermarti ne’ nuovi propositi, ad accenderti nell’umore della confessione e della penitenza, Dio volesse che tu parlassi il vero! E forse, perchè ciechi sono gli amanti, tal credi in coscienza. Pure in veruna cosa t’ho fatto bene, se non che nel porgerti semplici e rari, avvegnachè cordiali, ammonimenti. Ma nell’animo nostro covano non so quali faville, sepolte sotto la cenere terrena e celate dal velo della carne; le quali, tostochè sieno ridestate dallo spirito che spira dove vuole e, rimossi gli ostacoli, si avvivino nelle celesti speranze, scoppiano d’improviso in sacro incendio, in coloro massimamente che hanno conoscenza del proprio stato e dei pericoli che vi si corrono. E tu, o amico, sei di tal numero. Mi chiami a parte dell’opera divina: ed oh come vorrei a te e a tutti i miei tornar utile, almeno coll’esempio! Però io non posso levarmi all’aiuto tuo nè in questo modo nè in quello; che anzi temerei piuttosto di recarti nocumento. Che se tu voglia diradare quella nube onde talora van circonfusi eziandio i grandi intelletti, ficcando gli occhi fra le tenebre che ne circondano, vedrai splendere ciò che brilla più chiaro del sole. Ned io, carissimo, parlo così da mia posta; che più volentieri tacerei, oppure ne menerei vanto, ove mi fosse lecito. Ma siccome non v’ha potenza al disopra della verità, ella è che mi costringe a favellarti sì aperto, appunto perchè ti amo. E tu, che nell’estimazione di te medesimo miri sì giusto, bada di non errare sul conto mio. Gli è perciò che libero e schietto io ti favello.

D’una lettera che il Petrarca scrisse al Boccaccio sull’ambizione di certuni (Senil. V. 5. p. 799) recheremo solo una parte, nella quale, dipingendo non so quale incredulo in cui s’abbattè, pare che egli ritragga al vivo uno di que’ tanti filosofisti di Francia che nella seconda metà del secolo scorso d’empie e sciocche bestemmie contaminarono l’intera Europa. Ma sotto al sole v’ha egli cosa nuova?

« E che dirò adesso d’un’altra orribilissima genia di mortali che, mantellando sotto religioso vestimento a niuno e costumi sacrileghi, danno nome ad un Ambrogio, ad un Agostino, a un Girolamo, d’uomini di molte parole anzichè di molta scienza? Io non so da qual parte ci piovano codesti nuovi teologastri, che non la risparmiano nè a dottori nè ad apostoli nè al Vangelo medesimo. Non andrà molto che colla scellerata bocca s’ardiranno d’appuntare anche Cristo, se egli non vendichi l’onor proprio stringendo il morso a codeste indomabili belve. E già presero il vezzo, che, ogniqualvolta odano pronunziare nomi tanto sacri e venerandi, o con beffardo sogghigno o con empie parole insorgono a maledirli. Agostino, vanno dicendo, lesse molto, seppe assai poco. Nè degli altri favellano con maggior rispetto. Mi scontrai non ha molto, in questa biblioteca nostra, in un di costoro, non dirò cristiano sebbene vestito d’abito religioso, che pur si gloria d’appartenere alla setta de’ filosofanti alla moda; gente a cui non sembra d’esser uomini se non vomitano qualche bestemmia contro Cristo e la sua celeste dottrina. Al quale avendo tra il discorrere citato non so che passo di sacro scrittore, con ferino piglio aggrottando la fronte, — Tienti per te, rispose, i tuoi dottoruzzi della Chiesa. Io m’ho cui seguire e so a chi deggio credere. — Pure, soggiunsi, tu usi adesso una frase dell’Apostolo; e così ne avessi anche la fede! — Quel tuo Apostolo, ripigliò, fu un seminator di parole ed un pazzo. — Ben prosegui, diss’io, o filosofo; dappoichè queste tue stesse accuse gli vennero apposte prima da altri tuoi pari e poi da Festo preside della Siria. E certamente egli fu seminatore d’una parola utilissima, la quale, coltivata appresso con salutifero aratro dai successori di lui e inaffiata dal sacro sangue dei martiri, produsse quell’abbondanza di messe in cui ora ci rallegriamo. — Sorrise l’altro di riso maligno e, — Rimanti, aggiunse, se ti piace, un dabben cristiano, che per me non credo a veruna di cotali fanfaluche. Il tuo Paolo, il tuo Agostino e simile bordaglia io li ho in conto di cinguettieri. Ed oh potesse nel tuo cervello capire una stilla della sapienza d’Averroe, che bene t’accorgeresti quant’egli solo sovrasti a tutti que’ ciurmadori che esalti. — Mi divamparono, lo confesso, le gote; e poco stetti che d’ una ceffata non percotessi quell’impura e sacrilega bocca . . . Tal è, o amico, il secolo in cui ne accade di vivere; tal è l’età che ci tocca vedere anche vecchi; così fatti giudici abbiamo: di che sovente meco stesso mi lamento e disdegno. Camminano pettoruti, e dramma non v’ha in loro nè di virtù nè di sapere.»

Ma delle lettere basti. Il poco che ne abbiam sottoposto al giudizio dei leggitori è per altro più che bastevole ad argomentare del rimanente. E chi si facesse a trascorrerle non più che coll’occhio, di leggieri si avvedrebbe come anche ai subbietti meramente profani il Petrarca, senza pur darne mostra, frammischi sensi, concetti e parole di stampa cattolica.

Ultime nella nostra rassegna compariscon le opere letterarie di questo sommo Italiano. Dalle quali troppo lunga materia si trarrebbe al ragionare, se, più che un discorso, mi fossi proposto di comporre un libro, come aveva divisato dapprima. Ma, a condensare il molto in poco, farò di restringermi al suo Canzoniere, che pure è il solo da cui provenne universal fama al nostro poeta; e che, ove si esamini con occhio attento e cristiano, non tanto chiude in sè i germi delle ortodosse credenze quanto rivela le più riposte bellezze della morale evangelica. A dimostrare la qual cosa, mi si consenta che io alleghi le mie stesse parole, scritte anni sono in argomento da questo poco diverso.

« La poesia amorosa, che i Provenzali prima e poi i Siciliani aveano cominciato a detergere dalle macchie di che l’aveano deturpata gli antichi, acquistò per opera dell’Allighieri nuova grazia e purezza; e fu poco stante da Francesco Petrarca condotta a tal grado di perfezione ch’egli ne venisse salutato a principe e fondatore. E certo, per siffatte guise ne rappresenta egli l’amore che non solo vesta altre forme e sembianze dalle greche e romane, ma ancora prenda natura affatto diversa. La sola bellezza fisica, il diletto dei sensi risvegliava in petto degli antichi l’amore; i quali, correndo a bruciare incensi alla Venere terrestre, lasciavano deserto l’altare dell’altra cui Platone chiamò la Venere Urania o celeste. Lo spiritualismo, di che il Petrarca si valse come di principale elemento, mentre non rigetta le imaginazioni platoniche, le rende più gentili e più alte coll’assodarvi le idee religiose. La novella credenza non avea già spente le passioni nell’uomo, ma sì mortificate e rivolte a fine più degno; altri premii, altre speranze confortavano la mortale fralezza, che vedea dischiudersi oltre la tomba un’esistenza immutabilmente beata e sorriderle tutta pura la gioia d’un amore ineffabile. Che ne sapeano di tutto questo gli antichi? la dolcezza delle lagrime sante, la dignità del dolore, l'altezza dei sagrifizii, le battaglie della carne contro lo spirito erano cose affatto ignote a chi nelle voluttà, nell’egoismo, nei materiali interessi poneva il sommo di ogni terrena felicità. Oh la Sublime unione dei cuori che, vivendo l’uno dell’altro, sono affratellati da un vincolo che non si spezza per mote! oh la pura gioia delle menti che, comprendendosi senza parola, s’abbracciano in un solo pensiero! oh l’estasi degli sguardi che in un’ora stessa s’innalzano al cielo a pregar pace, benedizione, interminabile affetto! . . . . Parlate, parlate pure di tanto anche all’uomo che, nato in grembo alla vera fede, sta coll’animo diviso da lei; e ne avrete a risposta un beffardo sorriso o un aggrottare di ciglio, come all’udire di cosa insolita o nuova: troppi sono i pagani di cuore! Ora il Petrarca, educato ai principii d’una severa morale che non patteggia colle sregolate passioni, che predica l’annegazione di sè e ci esorta del continuo a porre in Dio ogni umana affezione; quantunque affascinato da un amore che lo signoreggiò tutta la vita, non si diè vinto alle voci del senso, non idoleggiò questo tipo del bello che da Laura gli era espresso sì al vivo se non come maraviglia di cielo, come simbolo della perfezione e della più sublime virtù. E con che colori finissimi non ne dipinge egli la sua unica donna? Costei, peregrina al tutto e diversa dalle antiche amanti spira dalle caste sembianze una non so qual aura di paradiso che ti consiglia meglio a culto che ad amore profano; ogni suo modo, ogni detto infonde nel cuore il desiderio del bene, e negli occhi di lei singolarmente risplende un lume che inciela e di sè fa beato. Virtù d’eterea tempra ne adornan l’anima bellissima, e regina di queste è l’onestà; onestà delicata tanto che, ben lungi dal rallegrare d’una sola dolce parola l’innamorato poeta, ne teme anzi l'aspetto. E, tacendo ancora, non lascia di farsi a lui consigliera di virtù o di richiamarlo dal cammino dell’errore a quello della verità. Ma la terra, che non era degna di possederla, piange, ahi troppo presto! d’averla perduta: pur, memore la gentile dell’antico affetto, sotto angelica forma, discende talora a consolar le notti del suo fedele; ed ai fraterni conforti avvicendando i consigli, lo esorta e prega a sceverarsi dalla turba volgare, a sollevare l'intelletto alla contemplazione di ciò che dura eterno, a procacciarsi con lodate opere le sovrane sedi in cui ella vive adesso felice nel Signor suo. » (Dei mutamenti operati nella poesia dal cristianesimo, discorso inserito nel VI vol. degli Atti dell’Ateneo di Venezia, p. 262.)

Ed uomini per ingegno e sapere autorevolissimi portarono intorno al Canzoniere del Petrarca eguale sentenza. Fra quali mi basti ricordare il Sismondi (Littérature du Midi) e il Ginguènè (Histoire de la littér. italienne), che affermano siccome l’elemento cristiano infondesse nell’anima del Petrarca quella vena di elettissima poesia che tutti ne irriga ed avviva gli armoniosi concenti, a quel modo che il sangue inaffia le membra del corpo umano. Ed Ugo Foscolo, le cui attestazioni, ove massimamente si tratti di religione, non possono tornare sospette, dichiara « che l’amore sensuale de’ Greci e de’ Romani nulla ha di comune colla delicatezza del Petrarca. Le sue imitazioni più belle sono tratte dalle Sacre Carte — E chi non vede quanto profondamente tutti i suoi pensieri fossero improntati di religione! » (V. Saggi sopra il Petrarca, Capolago, pag. 77.)

Da quanto son venuto sin qui dissertando, ad ogni uomo di ragionamento e di coscienza dotato non può omai esser dubbia la religiosità di Francesco Petrarca. Se non che, prima di chiudere questo discorso, mi sia lecita una domanda. È forse vero che la fede da noi succhiata col latte selletti? — Ben utare questa sciocca bestemmia gli argomenti soverchiano. Ma, quando pure questi mancassero, l’esempio di un tanto uomo non basterebbe per imporre silenzio a’ nostri avversarii? Nè egli è solo il Petrarca, ma mille e mille spiriti eletti, onore della scienza, vanto della umanità, s’aggiungono alla sua schiera. Abbassino adunque per gran vergogna la fronte i baldanzosi detrattori del nome cristiano; o se non hanno cuore ed ingegno a comprenderne la verità e la bellezza, non già di mezzo a noi, ove splende gloriosa la sede della cattolica verità, ove la civiltà non mendace conta tanti cultori e seguaci, ma sì fra gli Irochesi o i selvaggi della remota Oceania sorgano a banditori di assurdità e di miscredenza.

 

Nota

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[1] sostenuta (ndr)

[2] feriati: voce disusata: festivi

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 26 novembre 2007