Cesare Pavese

 

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

 

Copyright 1951 by Giulio Einaudi editore

 

 

 

Edizione di riferimento

Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Giulio Einaudi editore, Torino 1951

 

 

 

 

Sono qui raccolte le poesie che Pavese ha scritto dopo Lavorare stanca. Le poesie del primo gruppo, La terra e la morte, scritte a Roma nel '45, sono state pubblicate nella rivista « Le Tre Venezie » nel '47. Le poesie del secondo gruppo, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, sono state scritte a Torino nella primavera del '50: salvo La casa, che è del settembre '40 e che non era rientrata nella raccolta di Lavorare stanca. Le poesie di questo secondo gruppo sono tutte inedite: sono state trovate, in duplice copia, fra le carte di Pavese dopo la sua morte, nell'ordine stesso in cui le presentiamo, e c'era anche (datata solo nella minuta) La casa.

 

 

La terra e la morte

(1945-1946)

 

 

 

Terra rossa terra nera,

tu vieni dal mare,

dal verde riarso,

dove sono parole

antiche e fatica sanguigna

e gerani tra i sassi ‒

non sai quanto porti

di mare parole e fatica,

tu ricca come un ricordo,

come la brulla campagna,

tu dura e dolcissima

parola, antica per sangue

raccolto negli occhi;

giovane, come un frutto

che è ricordo e stagione ‒

il tuo fiato riposa

sotto il cielo d'agosto,

le olive del tuo sguardo

addolciscono il mare,

e tu vivi rivivi

senza stupire, certa

come la terra, buia

come la terra, frantoio

di stagioni e di sogni

che alla luna si scopre

antichissimo, come

le mani di tua madre,

la conca del braciere.

27 ottobre '45

 

 

Tu sei come una terra

che nessuno ha mai detto.

Tu non attendi nulla

se non la parola

che sgorgherà dal fondo

come un frutto tra i rami.

C'è un vento che ti giunge.

Cose secche e rimorte

t'ingombrano e vanno nel vento.

Membra e parole antiche.

Tu tremi nell'estate.

29 ottobre '45

 

 

Anche tu sei collina

e sentiero di sassi

e gioco nei canneti,

e conosci la vigna

che di notte tace.

Tu non dici parole.

 

C'è una terra che tace

e non è terra tua.

C'è un silenzio che dura

sulle piante e sui colli.

Ci son acque e campagne.

Sei un chiuso silenzio

che non cede, sei labbra

e occhi bui. Sei la vigna.

 

È una terra che attende

e non dice parola.

Sono passati giorni

sotto cieli ardenti.

Tu hai giocato alle nubi.

È una terra cattiva ‒

la tua fronte lo sa.

Anche questo è la vigna.

 

Ritroverai le nubi

e il canneto, e le voci

come un'ombra di luna.

 

Ritroverai parole

oltre la vita breve

e notturna dei giochi,

oltre l'infanzia accesa.

Sarà dolce tacere.

Sei la terra e la vigna.

Un acceso silenzio

brucerà la campagna

come i falò la sera.

30‒31 ottobre '45

 

 

Hai viso di terra scolpita,

sangue di terra dura,

sei venuta dal mare.

Tutto accogli e scruti

e respingi da te

come il mare. Nel cuore

hai silenzio, hai parole

inghiottite. Sei buia.

Per te l'alba è silenzio.

 

E sei come le voci

della terra ‒ l'urto

della secchia nel pozzo,

la canzone del fuoco,

il tonfo di una mela;

le parole rassegnate

e cupe sulle soglie,

il grido del bimbo ‒ le cose

che non passano mai.

Tu non muti. Sei buia.

 

Sei la cantina chiusa,

dal battuto di terra,

dov'è entrato una volta

ch'era scalzo il bambino,

e ci ripensa sempre.

Sei la camera buia

cui si ripensa sempre,

come al cortile antico

dove s'apriva l'alba.

5 novembre '45

 

 

Tu non sai le colline

dove si è sparso il sangue.

Tutti quanti fuggimmo

tutti quanti gettammo

l'arma e il nome. Una donna

ci guardava fuggire.

Uno solo di noi

si fermò a pugno chiuso,

vide il cielo vuoto,

chinò il capo e morì

sotto il muro, tacendo.

Ora è un cencio di sangue

e il suo nome. Una donna

ci aspetta alle colline.

9 novembre '45

 

 

Di salmastro e di terra

è il tuo sguardo. Un giorno

hai stillato di mare.

Ci sono state piante

al tuo fianco, calde,

sanno ancora di te.

L'agave e l'oleandro.

Tutto chiudi negli occhi.

Di salmastro e di terra

hai le vene, il fiato.

Bava di vento caldo,

ombre di solleone ‒

tutto chiudi in te.

Sei la voce roca

della campagna, il grido

della quaglia nascosta,

il tepore del sasso.

La campagna è fatica,

la campagna è dolore

Con la notte il gesto

del contadino tace.

Sei la grande fatica

e la notte che sazia.

 

Come la roccia e l'erba,

come terra, sei chiusa;

ti sbatti come il mare.

La parola non c'è

che ti può possedere

o fermare. Cogli

come la terra gli urti,

e ne fai vita, fiato

che carezza, silenzio.

Sei riarsa come il mare,

come un frutto di scoglio,

e non dici parole

e nessuno ti parla.

15 novembre '45

 

 

Sempre vieni dal mare

e ne hai la voce roca,

empre hai occhi segreti

d'acqua viva tra i rovi,

e fronte bassa, come

cielo basso di nubi.

Ogni volta rivivi

come una cosa antica

e selvaggia, che il cuore

già sapeva e si serra.

 

Ogni volta è uno strappo,

ogni volta è la morte.

Noi sempre combattemmo.

Chi si risolve all'urto

ha gustato la morte

la porta nel sangue.

Come buoni nemici

che non s'odiano più

noi abbiamo una stessa

voce, una stessa pena

viviamo affrontati

sotto povero cielo.

Tra noi non insidie,

non inutili cose ‒

combatteremo sempre.

 

Combatteremo ancora,

combatteremo sempre,

perché cerchiamo il sonno

della morte affiancati,

abbiamo voce roca

fronte bassa e selvaggia

un identico cielo.

Fummo fatti per questo.

Se tu od io cede all'urto,

segue una notte lunga

che non è pace o tregua

non è morte vera.

Tu non sei piú. Le braccia

si dibattono invano.

 

Fin che ci trema il cuore.

Hanno detto un tuo nome.

Ricomincia la morte.

Cosa ignota e selvaggia

sei rinata dal mare.

19‒20 novembre '45

 

 

E allora noi vili

che amavamo la sera

bisbigliante, le case,

i sentieri sul fiume,

le luci rosse e sporche

di quei luoghi, il dolore

addolcito e taciuto ‒

noi strappammo le mani

dalla viva catena

e tacemmo, ma il cuore

ci sussultò di sangue,

e non fu piú dolcezza,

non fu piú abbandonarsi

al sentiero sul fiume ‒

‒ non piú servi, sapemmo

di essere soli e vivi.

23 novembre '45

 

 

Sei la terra e la morte.

La tua stagione è il buio

e il silenzio. Non vive

cosa che piú di te

sia remota dall'alba.

 

Quando sembri destarti

sei soltanto dolore,

l'hai negli occhi e nel sangue

ma tu non senti. Vivi

come vive una pietra,

come la terra dura.

E ti vestono sogni

movimenti singulti

che tu ignori. Il dolore

come l'acqua di un lago

trepida e ti circonda.

Sono cerchi sull'acqua.

Tu li lasci svanire.

Sei la terra e la morte.

3 dicembre '45

 

 

 

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

11 marzo 10 aprile '50

 

 

To C. from C.

 

You,

dappled smile

on frozen snows ‒

wind of March,

ballet of boughs

sprung on the snow,

moaning and glowing

your little « ohs » ‒

white‒limbed doe,

gracious,

would I could know

yet

the gliding grace

of all your days,

the foam‒like lace

of all your ways ‒

 to‒morrow is frozen

down on the plain ‒

you, dappled smile,

you, glowing laughter.

11 marzo '50

 

 

In the morning
you always
come back

 

Lo spiraglio dell'alba

respira con la tua bocca

in fondo alle vie vuote.

Luce grigia i tuoi occhi,

dolci gocce dell'alba

sulle colline scure.

Il tuo passo e il tuo fiato

come il vento dell'alba

sommergono le case.

La città abbrividisce,

odorano le pietre ‒

sei la vita, il risveglio.

 

Stella sperduta

nella luce dell'alba,

cigolio della brezza,

tepore, respiro ‒

è finita la notte.

 

Sei la luce e il mattino.

20 marzo '50

 

 

Hai un sangue, un respiro.

Sei fatta di carne

di capelli di sguardi

anche tu. Terra e piante,

cielo di marzo, luce,

vibrano e ti somigliano ‒

il tuo riso e il tuo passo

come acque che sussultano ‒

la tua ruga fra gli occhi

come nubi raccolte ‒

il tuo tenero corpo

una zolla nel sole.

 

Hai un sangue, un respiro.

Vivi su questa terra.

Ne conosci i sapori

le stagioni i risvegli,

hai giocato nel sole,

hai parlato con noi.

Acqua chiara, virgulto

primaverile, terra,

germogliante silenzio,

tu hai giocato bambina

sotto un cielo diverso,

ne hai negli occhi il silenzio,

una nube, che sgorga

come polla dal fondo.

Ora ridi e sussulti

sopra questo silenzio.

 

Dolce frutto che vivi

sotto il cielo chiaro,

che respiri e vivi

questa nostra stagione,

nel tuo chiuso silenzio

è la tua forza. Come

erba viva nell'aria

rabbrividisci e ridi,

ma tu, tu sei terra.

Sei radice feroce.

Sei la terra che aspetta.

21 marzo '50

 

 

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

questa morte che ci accompagna

dal mattino alla sera, insonne,

sorda, come un vecchio rimorso

o un vizio assurdo. I tuoi occhi

saranno una vana parola,

un grido taciuto, un silenzio.

Cosí li vedi ogni mattina

quando su te sola ti pieghi

nello specchio. O cara speranza,

quel giorno sapremo anche noi

che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Sarà come smettere un vizio,

come vedere nello specchio

riemergere un viso morto,

come ascoltare un labbro chiuso.

Scenderemo nel gorgo muti.

22 marzo '50

 

 

La casa

 

L'uomo solo ascolta la voce calma

con lo sguardo socchiuso, quasi un respiro

gli alitasse sul volto, un respiro amico

che risale, incredibile, dal tempo andato.

 

L'uomo solo ascolta la voce antica

che i suoi padri, nei tempi, hanno udita,

chiara e raccolta, una voce che come il verde

degli stagni e dei colli incupisce a sera.

 

L'uomo solo conosce una voce d'ombra,

carezzante, che sgorga nei toni calmi

di una polla segreta: la beve intento,

occhi chiusi, e non pare che l'abbia accanto.

 

È la voce che un giorno ha fermato il padre

di suo padre, e ciascuno del sangue morto.

Una voce di donna che suona segreta

sulla soglia di casa, al cadere del buio.

 

 

You, wind of March

 

Sei la vita e la morte.

Sei venuta di marzo

sulla terra nuda ‒

il tuo brivido dura.

Sangue di primavera

‒ anemone o nube ‒

il tuo passo leggero

ha violato la terra.

Ricomincia il dolore.

 

Il tuo passo leggero

ha riaperto il dolore.

Era fredda la terra

sotto povero cielo,

era immobile e chiusa

in un torpido sogno,

come chi piú non soffre.

Anche il gelo era dolce

dentro il cuore profondo.

Tra la vita e la morte

la speranza taceva.

Ora ha una voce e un sangue

ogni cosa che vive.

Ora la terra e il cielo sono

un brivido forte,

la speranza li torce,

li sconvolge il mattino,

li sommerge il tuo passo,

il tuo fiato d'aurora.

Sangue di primavera,

tutta la terra trema

di un antico tremore.

 

Hai riaperto il dolore.

Sei la vita e la morte.

Sopra la terra nuda

sei passata leggera

come rondine o nube,

il torrente del cuore

si è ridestato e irrompe

e si specchia nel cielo

e rispecchia le cose ‒

e le cose, nel cielo e nel cuore

soffrono e si contorcono

nell'attesa di te.

È il mattino, è l'aurora,

sangue di primavera,

tu hai violato la terra.

La speranza si torce,

e ti attende ti chiama.

Sei la vita e la morte.

Il tuo passo è leggero.

25 marzo '50

 

 

Passerò per Piazza di Spagna

 

Sarà un cielo chiaro.

S'apriranno le strade

sul colle di pini e di pietra.

Il tumulto delle strade

non muterà quell'aria ferma.

I fiori spruzzati

di colori alle fontane

occhieggeranno come donne

divertite. Le scale

le terrazze le rondini

canteranno nel sole.

S'aprirà quella strada,

le pietre canteranno,

il cuore batterà sussultando

come l'acqua nelle fontane ‒

sarà questa la voce

che salirà le tue scale.

Le finestre sapranno

l'odore della pietra e dell'aria

mattutina. S'aprirà una porta.

Il tumulto delle strade

sarà il tumulto del cuore

nella luce smarrita.

 

Sarai tu ‒ ferma e chiara.

28 marzo '50

 

 

I mattini passano chiari

e deserti. Cosí i tuoi occhi

s'aprivano un tempo. Il mattino

trascorreva lento, era un gorgo

d'immobile luce. Taceva.

Tu viva tacevi; le cose

vivevano sotto i tuoi occhi

(non pena non febbre non ombra)

come un mare al mattino, chiaro.

Dove sei tu, luce, è il mattino.

Tu eri la vita e le cose.

In te desti respiravamo

sotto il cielo che ancora è in noi.

Non pena non febbre allora,

non quest'ombra greve del giorno

affollato e diverso. O luce,

chiarezza lontana, respiro

affannoso, rivolgi gli occhi

immobili e chiari su noi.

È buio il mattino che passa

senza la luce dei tuoi occhi.

30 marzo '50

 

 

The night you slept

 

Anche la notte ti somiglia,

la notte remota che piange muta,

dentro il cuore profondo,

e le stelle passano stanche.

Una guancia tocca una guancia ‒

è un brivido freddo, qualcuno

si dibatte e t'implora, solo,

sperduto in te, nella tua febbre.

 

La notte soffre e anela l'alba,

povero cuore che sussulti.

O viso chiuso, buia angoscia,

febbre che rattristi le stelle,

c'è chi come te attende l'alba

scrutando il tuo viso in silenzio.

Sei distesa sotto la notte

come un chiuso orizzonte morto.

Povero cuore che sussulti,

un giorno lontano eri l'alba.

4 aprile '50

 

 

The cats will know

 

Ancora cadrà la pioggia

 sui tuoi dolci selciati,

una pioggia leggera

come un alito o un passo.

Ancora la brezza e l'alba

fioriranno leggere

come sotto il tuo passo,

quando tu rientrerai.

Tra fiori e davanzali

i gatti lo sapranno.

 

Ci saranno altri giorni,

ci saranno altre voci.

Sorriderai da sola.

I gatti lo sapranno.

Udrai parole antiche,

parole stanche e vane

come i costumi smessi

delle feste di ieri.

Farai gesti anche tu.

Risponderai parole ‒

viso di primavera,

 farai gesti anche tu.

 

I gatti lo sapranno,

viso di primavera;

e la pioggia leggera,

l'alba color giacinto,

che dilaniano il cuore

di chi piú non ti spera,

sono il triste sorriso

che sorridi da sola.

Ci saranno altri giorni,

altre voci e risvegli.

Soffriremo nell'alba,

viso di primavera.

io aprile '50

 

 

Last blues, to be read
some day

 

'T was only a flirt

you sure did know ‒

some one was hurt

long time ago.

All is the same

time has gone by ‒

some day you came

some day you'll die.

 

Some one has died

long time ago ‒

some one who tried

 but didn't know.

11 aprile '50

 

 

Francesco Toso stampatore in Torino 28 febbraio 1951

Copyright 1951 e © 1962 Giulio Einaudi editore spa., Torino

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 20 novembre 2004