Fernanda Pivano

Cesare Pavese

Edizione di riferimento

Fernanda Pivano, I miei quadrifogli, Frassinelli, Piacenza 2000

1.1 Profilo dell’autore

“Vero è che non bastano i suoi libri a restituire una compiuta immagine di lui: perché di lui era fondamentale l’esempio di lavoro, il veder come la cultura del letterato e la sensibilità del poeta si trasformavano in lavoro produttivo, in valori messi a disposizione del prossimo, in organizzazione e commercio d’idee, in pratica e scuola di tutte le tecniche in cui consiste una civiltà culturale moderna.”

Italo Calvino [1]

1.1.2 La biografia: esistenti ed eventi del mestiere di vivere

Cesare Pavese nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo (Cuneo), paese natale del padre Eugenio – cancelliere al Tribunale di Torino –, in cui i Pavese sono soliti trascorrere le estati. La madre, Consolina Mesturini, “proviene da una famiglia di ricchi commercianti di Ticineto Po” [2]. La sorella Maria è di sei anni maggiore (altri tre figli – una femmina e due maschi –, prima di Cesare, erano nati e prematuramente morti). Il 2 gennaio 1914, quando Cesare ha solo sei anni, muore il padre Eugenio per un cancro al cervello. La madre, d’ora in avanti, sommerà alla sua figura quella del padre, operazione che segnerà nel profondo l’indole sensibilissima dello scrittore bambino. Nell’autunno Maria si ammala di tifo; per somministrarle le cure adeguate la famiglia non fa ritorno a Torino e Pavese frequenta la prima classe elementare a Santo Stefano Belbo. Seguono gli anni (1915-1921) della formazione a Torino: le scuole elementari all’istituto privato Trombetta, in via Garibaldi; il ginnasio inferiore presso l’Istituto ‹‹Sociale›› dei Gesuiti, il ginnasio superiore al liceo Cavour. Nel 1916, per difficoltà economiche, viene venduta la Cascina di San Sebastiano, dove Cesare era nato, e viene acquistata una casa a Reaglie, sulla collina torinese. Risale al 1922 la strage di Porta Susa [3], avvenimento che impressionerà fortemente Pavese adolescente, anche per gli effetti che sortirà (il clima teso porterà il 10 dicembre 1926 Elioo Baraldi, compagno liceale di Pavese, a spararsi un colpo di rivoltella insieme con la sua ragazza, che ne rimane però solo ferita). Gli anni tra il 1923 e il 1926, sono quelli del liceo D’Azeglio, dove Pavese incontra Augusto Monti, suo professore di italiano e di latino, figura carismatica ed esemplare. L’indirizzo a cui è iscritto è quello moderno, senza greco, che studierà da autodidatta nell’estate seguente alla maturità. Si collocano, in questa fase, le poesie giovanili, accompagnate dai primi innamoramenti: nel 1925 si invaghisce di Pucci, una giovane ballerina, a causa della quale si ammalerà di pleurite rischiando di essere rimandato [4]; nel 1927 della soubrette Milly (alias Carla Mignone). Il 2 dicembre 1927 nasce la ‹‹Confraternita››, che riunisce sotto di sé gli ex-allievi del D’Azeglio. In seno a questo gruppo Pavese stringe nuove amicizie e ne rinnova di precedenti con alcuni personaggi che di lì a poco avrebbero occupato la scena culturale e politica, tra gli altri ricordiamo: Franco Antonicelli, Giulio Cesare Argan, Ludovico Geymonat, Renzo Giva, Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Mario Sturani, Federico Chabod, Giulio Einaudi, Remo Giacchero, Massimo Mila, Enzo Monferini, Vittorio Foa. Nell’inverno di quell’anno, Pavese dà lezioni private di letteratura a Carlo Pinelli, fratello di Tullio.

Il 1928 è l’anno della definitiva acquisizione del verso libero a cui Pavese perviene anche grazie all’influenza di Whitman – autore importantissimo per l’evoluzione della sua scrittura – e, dello stesso anno, è la composizione della Pornoteca, operetta in versi scritta a quattro mani con l’amico Sturani, la cui diffusione avviene all’interno della confraternita. Gli anni 1927-1930 comprendono il periodo universitario, che termina il 20 giugno 1930 con l’acquisizione della laurea in Lettere con una tesi su Walt Whitman – dapprima respinta perché tacciata d’essere di stampo crociano, poi, per intervento di Leone Ginzburg, accettata e discussa di fronte al professor Ferdinando Neri, con una valutazione finale di 108 punti su 110. Due eventi importanti sono l’avvio, nel 1930, della corrispondenza con Antonio Chiuminatto [5] e la commissione affidatagli da Arrigo Cajumi, direttore della rivista ‹‹La Cultura››, di tradurre, per i tipi dell’editore Bemporad di Firenze, il romanzo Our Mr Wrenn di Sinclair Lewis: inizia cioè il periodo (fra il 1930 e il 1933) di Pavese traduttore [6]. Evento traumatico è la morte, il 4 novembre 1930, della madre.

Dal 1 settembre cambia di indirizzo – da via Ponza 3 a via Lamarmora 35 – e si stabilisce con la famiglia della sorella Maria, una situazione che manterrà fino al giorno prima della morte. Sogna di ottenere una borsa di studio alla Columbia University di New York, ma il sogno non si avvera.

Nel 1933 Giulio Einaudi fonda la casa editrice Einaudi e adotta il logo dello struzzo [7]. Pavese diverrà, nel maggio del 1934, a seguito dell’arresto di Leone Ginzburg, direttore responsabile della rivista [8]. Per mantenersi dà lezioni in scuole private e serali della provincia (Carmagnola, Bra, Saluzzo, Vercelli e Torino) finché, nel luglio 1933, dietro consiglio della famiglia, prende la tessera del Partito nazional fascista e può così insegnare al D’Azeglio. Nel 1932 si innamora di Battistina Pizzardo (Tina), meglio nota come «la donna dalla voce rauca», un’insegnante di matematica, di cinque anni più vecchia, e militante comunista. Per causa sua (Pavese aveva acconsentito a far recapitare al suo indirizzo lettere per Tina, che erano «pericolose» perché di contenuto sovversivo al regime, regime il cui apparato di censura vegliava meticolosamente su determinati carteggi e persone) viene arrestato il 15 maggio 1935 e condannato a scontare tre anni di confino a Brancaleone Calabro. Tuttavia il 13 marzo dell’anno seguente Pavese ottiene il condono e fa ritorno a Torino, dove scopre che Tina si è appena sposata. Finalmente, nel ’36, Pavese poeta vede l’esordio con la pubblicazione, nelle edizioni di Solaria, delle poesie di Lavorare stanca. Sono anni molto attivi: scrive molti racconti, traduce, insegna; del ’38 sono le traduzioni Fortune e sfortune della famosa Moll Flanders di Daniel Defoe e L’autobiografia di Alice Toklas di Gertrude Stein, con relative prefazioni. Il 16 aprile '39 termina Il carcere, suo primo romanzo edito l’anno successivo nel volume Prima che il gallo canti; traduce per Einaudi La storia e le personali esperienze di David Copperfield di Charles Dickens; è costretto, per il troppo carico di lavoro, a rifiutare ripetute proposte di traduzione dell’editore Bompiani; prepara il trasloco della casa editrice in piazza San Carlo. Nel ’40, a seguito del confino di Leone Ginzburg a Pizzoli, vicino a L’Aquila, Pavese viene a rivestire, all’interno dell’Einaudi, un ruolo di maggiore responsabilità per quanto concerne “l’avvio di nuove collane, nella ricerca e nei contatti di nuovi collaboratori” [9]. Inizia, in quest’anno, la corrispondenza con Elio Vittorini che s’impernia attorno al comune mestiere di traduttori; continuano le traduzioni: Benito Cereno di Melville, Tre esistenze di G. Stein accompagnate dalle relative prefazioni. Scrive tra il 2 marzo e il 6 maggio La bella estate (originariamente il titolo era La tenda), tra il 27 giugno e il 2 luglio Vocazione, racconto che entrerà a far parte del volume Feria d’agosto; inizia, il 6 novembre, la stesura del romanzo La spiaggia, portato a termine il 18 gennaio dell’anno successivo; scrive poesie per Fernanda Pivano – sua allieva al D’Azeglio, che nel ’41 si laurea in Lettere con una tesi su Melville e che Pavese incalza a tradurre – a cui chiede, una prima volta, di sposarlo.

Nel 1941 traduce Il cavallo di Troia di Christopher Morley; esce il romanzo Paesi tuoi; escono a puntate sulla rivista romana ‹‹Lettere d’oggi›› i primi cinque capitoli di La spiaggia; collabora con prose e racconti al quotidiano romano ‹‹Il Messaggero››; propone la ripubblicazione, questa volta da Einaudi, di Lavorare Stanca, in versione arricchita e rivista. L’anno successivo lo vede intensificare il lavoro in casa editrice (si reca, nel febbraio, qualche tempo a Roma per incontrare i redattori della sede), e, nel giugno, fare ritorno al suo paese, Santo Stefano. È pubblicata un’altra sua traduzione, il romanzo Il borgo di William Faulkner, e il suo La spiaggia vede la pubblicazione completa; scrive prose che dà in stampa ai giornali, e che saranno comprese in Feria d’agosto.

Torino è bombardata duramente e di continuo; si ricorre al trasloco degli archivi della casa editrice in un rifugio. A causa dell’inasprirsi della guerra, l’Einaudi, e Pavese con lei, si trasferiscono a Roma (1943), ma già nel luglio Pavese è di ritorno a Torino in cerca di una collocazione sicura per gli archivi; la Masoero scrive al riguardo: “Le lettere del periodo testimoniano le condizioni disperate e disperanti in cui Pavese si trova a operare, sempre però sorretto da una straordinaria volontà e da un’indomabile ostinazione. Con lucidità, intelligenza, coordinazione e freddezza porta avanti collane vecchie e nuove, tiene fila con tutti i collaboratori esterni, legge, approva e respinge opere di vario tipo” [10]; brano che testimonia della sua operosità e intraprendenza. Si rifugia presso la sorella, sfollata a Serralunga di Crea, dove sotto lo pseudonimo di Antonio De Ambrogio trova ospitalità nel convitto di Trevisio dei Padri Somaschi. Questa tappa permette allo scrittore di confrontarsi con la dimensione religiosa, percorso in cui lo accompagna padre Giovanni Baravalle.

Il 5 febbraio 1944 Leone Ginzburg muore nel carcere di Regina Coeli sotto tortura dei nazisti, Pavese viene a conoscenza del ‹‹delitto›› solo un mese dopo, il 1 marzo. Anche Tullio Pinelli, nell’autunno, viene ferito in un agguato. Pavese inizia a tormentarsi di sensi di colpa per non aver preso parte alla resistenza armata. Nel 1945 è impegnato a rinsaldare l’Einaudi, Pavese è ora direttore editoriale. Da luglio a novembre si trasferisce, stabilmente, a Roma, dove coordina la ripresa. Collabora all’ ‹‹Unità›› e, nell’autunno, si iscrive al Partito comunista. Scrive poesie per Bianca Garufi, sua nuova compagna; nel novembre esce Feria d’agosto, e a dicembre inizia a stendere i primi tre testi per Dialoghi con Leucò. Nel ’46 fa ritorno a Torino e prosegue la stesura dei Dialoghi (fine della relazione con la Garufi). L’anno successivo continua, a ritmi serrati, il lavoro presso l’Einaudi, a Torino; nella primavera termina i Dialoghi; le nove poesie scritte per la Garufi vengono edite con il titolo La terra e la morte; inizia la stesura della Casa in collina e mostra i primi segni di disagio nei confronti del Partito. Nel 1948 scrive Il diavolo sulle colline; Il carcere è alla sua decima ristampa; Pavese continua con fervore e completa investitura di sé il lavoro all’Einaudi e si interroga sul mito e sul rapporto tra letteratura e società. Nel ’49 l’attività editoriale è sempre frenetica, la collana viola curata da Pavese, che comprende studi di etnologia e antropologia, «decolla»; vengono composti Tra donne sole – ultimo romanzo breve che viene a comporre, insieme al Diavolo sulle colline, la triologia de La bella estate –, e La luna e i falò, ultimo romanzo dello scrittore.

Il ’50 è l’anno dell’ultimo amore sfortunato: questa volta è un’attrice, Constance Dowling, conosciuta a Roma a Capodanno; per lei scrive le poesie di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. A maggio entra nel comitato di redazione di ‹‹Cultura e Realtà››, rivista di nuova formazione che è malvista dagli esponenti del Partito. Il 24 giugno gli viene assegnato il Premio Strega per il volume La bella estate; trilogia che comprende, oltre al racconto da cui prende titolo, i due romanzi brevi: Il diavolo sulle colline e Tra donne sole. Scrive una serie di saggi e continua il lavoro in casa editrice. L’8 luglio fa ritorno, un’ultima volta, a Santo Stefano. Ad agosto è a Bocca di Magra, dove vive l’ultima avventura con una ragazza di nome Pierina. Poi, il “proposito di suicidio, enunciato fin dagli anni dell’adolescenza, divenuto un ‹‹vizio assurdo›› in seguito alle delusioni amorose e al progressivo disadattamento esistenziale, si traduce in ‹‹un gesto›› nella notte tra il 26 e il 27 agosto, a Torino, in una camera dell’albergo Roma («Scelse, per morire, un giorno qualunque di quel torrido agosto; e scelse la stanza di un albergo nei pressi della stazione: volendo morire, nella città che gli apparteneva, come un forestiero», Ritratto cit., NG, 803). Sul comodino una copia dei Dialoghi con Leucò su cui verga, tra l’altro, la raccomandazione: «non fate troppi pettegolezzi».” [11]

1.1.3 Indice delle opere

Si tratta di una bibliografia sommaria, che comprende tutte le opere dello scrittore comparse lui vivente. È importante rimarcare che sovente le opere hanno avuto vicende editoriali difficili (ritardi spesso dovuti alle ingerenze della censura) e alcune hanno trovato stampa solo molti anni dopo la loro stesura. Per una bibliografia più puntuale si rimanda a una di quelle contenute al fondo delle monografie e/o biografie le cui «generalità» si trovano nella sezione Bibliografia. Si ricordi l’importanza delle molte traduzioni pavesiane e degli interventi critici dell’autore, che qui non sono riportati. 

Lavorare stanca; Ed. Solaria, Parenti, Firenze 1936.

Paesi tuoi; «Narratori contemporanei», Einaudi, Torino 1941.

La spiaggia; Ed. «Lettere d’oggi», Roma 1942.

Feria d’agosto; «Narratori contemporanei», Einaudi, Torino 1946.

Il compagno; «I Coralli», Einaudi, Torino 1947.

Dialoghi con Leucò; «Saggi», Einaudi, Torino 1947.

Prima che il gallo canti [Il carcere, La casa in collina]; «I Coralli», Einaudi, Torino 1948.

La bella estate[Il diavolo sulle colline, Tra donne sole, La bella estate]; «Supercoralli», Einaudi, Torino 1949.

La luna e i falò; «I Coralli», Einaudi, Torino 1950.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi [con La terra e la morte] (1951)

Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950 (1952)

1.1.4 L’insegnamento di A. Monti

Da un giudizio di Massimo Mila, altro ex-allievo, apparso sulla rivista «Il Ponte», di cui una parte è riportata nella biografia di D. Lajolo (pagg. 49-51) e che segue trascritta:

 

Quella scoperta dei classici, che in genere si fa per conto proprio dieci, venti, trent’anni dopo la scuola, quando d’essere un arnese di scuola i classici, appunto, hanno cessato, Monti te la faceva far lì, seduta stante, con un insegnamento che ripristinava la vita in tutte quelle cose che la scuola tende a imbalsamare.

Era la scuola della riforma Gentile: analisi estetiche, molto spirito e poco lettura, gran discorrere di “mondo poetico” e pazienza se non sai la data precisa della nascita di Lodovico Ariosto, puoi sempre andartela a vedere sul libro di testo o su un’enciclopedia, ma quell’altro la scuola ti deve apprendere – a leggere l’Ariosto, a gustar l’Orlando e le Satire; l’Ariosto sapere che è – che se tutto ciò non l’impari direttamente da quelle ottave o da quelle terzine, attraverso le parole del maestro, nessun libro te lo potrà insegnare mai. E per questo la lezione di Monti terminava sempre con la lettura del testo; di quel testo che prima era stato smontato, analizzato, descritto, illustrato, ma non per servirsene come d’uno strumento, bensì per servirlo come una realtà compiuta. Immanenza: la somma dell’insegnamento di Monti. In questo caso una sorta di immanenza estetica: ma in realtà immanenza come metodo, come forma mentis. Abituarsi a stare nei termini delle questioni, senza cedere alla comodità di spiegazioni dall’esterno, senza indulgere alla concessione di immagini arbitrarie col risultato di aprire quattro problemi più grossi per cercare di chiuderne uno piccino. Puntare i piedi sulla china rovinosa degli sconfinamenti teologici; costituzionalmente ripugnare a quel modo di pensare secondo cui Dio avrebbe creato l’albero del sughero perché l’uomo ci potesse tappare le proprie bottiglie.

Immanenza, dunque, e anche essenzialmente, storicismo. Per questo l’immanenza estetica era al riparo dal pericolo dell’estetismo. Tutto l’insegnamento della letteratura italiana era, nella parola di Monti, teso sopra l’arco di una robusta coscienza civile: implacabile la polemica contro il “letterato” e non in nome dei superiori ideali patriottici o sociali, ma semplicemente perché – ancora una volta – “immanenza” estetica, era un fatto documentato, controllabile, che questi esteti puri, questi letterati non d’altro curanti che della perfezione dello stile, proprio sul loro terreno facevan poi di solito cilecca e i loro limiti poetici, estetici, proprio in quella carenza di interessi umani, e magari politici e sociali, andavano ravvisati. Si fa un gran discutere oggi, se l’artista abbia a essere o no “ingaggiato”, se debba partecipare cioè, alle lotte, alle passioni, alle aspirazioni del suo tempo, oppure debba starsene in disparte a foggiare le sue frecce d’oro, scagliarle al sole, guardare, godere e più non volere. Di fronte a questa discussione la confraternita degli allievi di Monti si permette di sorridere con un certo compatimento. “Deve?”, “non deve?” Come se certe cose bastasse volerle. L’artista fa quello che può, e si dà così com’è. C’è chi si “ingaggia” e chi no, perché non è da tanto. Ma a chi vuoi che faccia danno quest’ultimo se non a se stesso? E perciò la sanzione non è mica la scomunica di qualche segretario per la cultura popolare, che gli chiuda le riviste e l’Accademia e gli neghi il premio annuale dello Stato. La sanzione è la differenza che la storia stabilisce tra il letterato ed il poeta, tra le rime perfettissime e mortissime del Bembo e quelle faticate e vivissime del Buonarroti. La sanzione è quella diversa statura che misuriamo tra un Foscolo, sempre “ingaggiato” anche quando cantava le “Grazie”, e un Vincenzo Monti, sempre così desolatamente “letterato”, anche quando volenteroso s’arrabattava a verseggiare i comunicati che gli passavano gli uffici stampa e propaganda dell’epoca, su Ugo Bassville, su Luigi XVI, sulla Rivoluzione e la Restaurazione, sui progressi della scienza e la bonifica delle Paludi Pontine.

Questo ci insegnava Monti (Augusto) con tutta naturalezza, molto ma molto prima che si inventasse la polemica sull’arte ingaggiata. E mentre ci insegnava a stimar Michelangelo più del Bembo, Alfieri più del Metastasio, Foscolo più del Monti, ci insegnava pure a rendere lealmente giustizia al Bembo, al Metastasio, a Vincenzo Monti, e a non misconoscerne i valori. E si dà il caso più unico che raro di un artista “puro” che, sì, diciamolo pure, se ne frega dell’imperatore e del Papa, dell’Italia e della Francia e della Spagna, della religione cattolica e di quella riformata, e tutto questo ed altro discioglie in canto e in favole meravigliose, se si dà insomma l’Ariosto, ebbene, non era certo Monti, nonostante tutte le sue apparenze di “calvinismo”, non era Monti il bigotto che da quella gioia ti tenesse lontano e di fronte al miracolo scandalizzante rifiutasse di cavarsi il cappello. Ed è curioso paradosso che oggi, quando son tanti gli infastiditi cardinali Ippoliti i quali nell’Orlando non scorgono che fanfaluche, sia proprio quella generazione operosa, tirata su da Monti, quella sua falangetta di gente avvezza ad agire e a pagar di persona, che conserva il segreto di quel riso, di quel gioco, di quella distensione. 

1.1.5 La poetica

Pavese scrittore ha le sue fondamenta nell’insegnamento di Augusto Monti, suo professore di italiano e latino al D’Azeglio, con cui anche in seguito, quando non sarà più suo allievo, continuerà a discutere di letteratura. Tuttavia, se per Monti letteratura e vita sono distinte, per Pavese esse costituiscono una cosa sola. Quell’impegno civile del letterato, quell’ “obbligo morale di sfuggire ad ogni autarchia di tipo culturale, nonché a ogni becero provincialismo, per inserirsi […] entro un discorso perlomeno di tipo europeo” [12], perno, comune a entrambi, di una concezione del ruolo che la cultura deve avere, se è per il maestro qualcosa di realizzabile colla semplice immersione in una qualsiasi realtà, in una qualsiasi vita reale, è per l’allievo una méta raggiungibile solo per mezzo di una macerazione, un tormento dello spirito tale, che è certo lontanissimo da qualsiasi naturale inclinazione dell’uomo. Per Pavese vita e letteratura procedono di pari passo, ma se scrivere è l’unica sua salvezza, scrivere è anche la sua condanna perpetua, il suo male incurabile che lo rode dentro e che gli rende impossibile quella sana immersione che Monti sostiene e di cui è l’esempio. Perciò il suo diario Il mestiere di vivere si sarebbe potuto intitolare anche «Il mestiere di scrivere».

I temi cari a Pavese che sempre ricorrono e si rincorrono nella sua opera – quasi si trattasse di una cadenza monocorde, la cui insistenza è segno di approfondimento (“Una delle caratteristiche di questo scrittore è […] l’insistenza «imperterrita» […] o il pervicace, monotono scavare uno stesso filone, […] la monotonia, il ripresentarsi di temi, situazioni tematiche, motivi, non è solo questione di identità ripetuta. […] nel corso dell’opera [assistiamo] a un approfondirsi e variegarsi dei vari temi in concomitanza della maturità artistica dello scrittore e del suo lavoro di ispessimento culturale delle proprie ispirazioni. [13]) – sono il ritorno al paese e il mito dell’infanzia, il contrasto città e campagna, la scoperta del selvaggio, l’incomunicabilità tra esseri umani, il prevalere psicologico della donna sull’uomo, la solitudine e il valore del lavoro, assunto a religione.

Parlare della poetica di questo scrittore significa tenere presente l’ampia influenza che hanno avuto sull’evoluzione della sua ricerca artistica quegli autori americani che nel decennio 1930-1940 ha tradotti e chiosati e che gli hanno aperto e a volte rivelato nuove strade, nuove problematiche, nuove soluzioni espressive e formali. Non si può allora non ricordarne alcuni: da Sinclair Lewis a Sherwood Anderson, da Herman Melville a William Faulkner, da John Dos Passos a Walt Whitman. E altri autori – alcuni attinenti alla psicanalisi, altri all’antropologia, altri all’etnologia, ambiti che Pavese approfondì abbastanza tardi, lui già maturo, e al cui interessamento era mosso anche in funzione delle edizioni della collana viola, da lui diretta per l’Einaudi, di saggi e studi etnologici, antropologici, ecc. – come James Frazer, Lucien Lévy Bruhl, Ernst Cassirer, Sigmund Freud, Carl Gustav Jung, Kereny, Giambattista Vico, Thomas Mann, James Joyce. Attraverso queste letture Pavese chiarisce e sviluppa ulteriormente i suoi temi, perviene alla teorizzazione del «mito» secondo cui l’infanzia è un tempo mitico, sede di tutte le esperienze future, per cui l’uomo è rinchiuso nel suo carcere e non può che assolvere un destino che è stato scritto una volta per sempre ed è racchiuso nelle sue origini (si manifesta qui un collegamento con la branca del pensiero deterministico della psicanalisi). Alle origini è legata la scoperta del selvaggio, inteso come la presenza dell’inconscio nell’uomo, la manifestazione degli istinti primordiali, la componente drammatica del sesso. Così – secondo i due poli, città e campagna, onnipresenti e antitetici, attorno ai quali si polarizzano tutti i temi e le suggestioni dell’opera pavesiana – la donna-collina è collegata alla dolcezza, la donna-terra alla violenza (ecco la misoginia di Pavese: “La sensualità femminile divoratrice, spietata – intesa a schiacciare il maschio, ad avvilirlo. Quest’elemento sopraffattorio, che attrae e respinge, e rende il desiderio caparbio e pieno d’angoscioso allarme […] dietro ogni bellezza avida, lo scrittore intravede, per spregiarla e quasi per difendersene una animalità infida, abnorme.” [14]).

Alla città sono connessi principalmente i temi della sopraffazione della donna sull’uomo, dell’incomunicabilità, della dissolutezza, della solitudine, del dovere e impegno politico, della maturità; alla campagna sono connessi i temi dell’infanzia, miti della vegetazione: terra = donna-sesso, collina = donna-dolcezza. Parallelamente ai temi si organizzano alcune costanti immaginative della rappresentazione; alla città si collegano l’inverno e la notte, e elementi figurativi come le strade, i lampioni, la pioggia, il tabacco, il whisky, la droga; alla campagna, che è intesa come regno della superstizione e del selvaggio, l’estate, ed elementi come il grano, il sole, la luna, i falò, i sacrifici umani, le radici, i cespugli, lo spacco della terra.

Va rimarcata – ciò è stato finora solo sottointeso – la forte componente autobiografica dell’opera, componente inevitabile se si ricorda cosa detto in principio: letteratura e vita sono per Pavese inscindibili. Si tratta cioè di una «letturizzazione» della vita. Così la Guiducci conchiude: “nel profondo dell’opera, la spinta autobiografica agisce nel senso, più segreto e decisivo (e altamente aggressivo e riparativo) di commutare la imbarazzante femminilità in un valore simbolico, negativo, ma primario. Con ciò, i due poli città e campagna, onnipresenti, sono ora fortemente strutturati e strutturanti. È come riconoscere che, nel suo perseverante esercizio di monotono scavo e macerazione sulle proprie ossessioni profonde, lo scrittore ha portato a un massimo di trasfigurazione, o allusività simbolica, una dicotomia iniziale che, alla fine, perduta, insanata; resta, alla radice, tragicamente biografica; e sull’opera proietta, più che la luce scoperta d’una dissociazione universale della sensibilità moderna, l’ombra di una scissione interna, di un dramma personale disperatamente innalzato ad altezze metaforiche.” [15].

1.1.6. Un quadrifoglio per Pavese

Non stava bene, diceva, fumare la pipa davanti alle signorine. Così quando veniva a darmi lezioni di letteratura comparata, dopo il confino, quando gli avevano tolto i diritti civili e non poteva più insegnare nelle scuole pubbliche, gli facevo trovare le sue sigarette in un cassetto della mia scrivania (perduta insieme alla mia vita), così un giorno ha sbagliato, o ha detto di avere sbagliato cassetto, e ha trovato la mia traduzione di Spoon River. L'avevo fatta senza sapere che esisteva quel mestiere, solo perché mi ero innamorata, poco più che bambina, di quel ragazzo al quale, "baciando Mary con l'anima sulle labbra l'anima era volata via".

D'estate andavamo su una panchina di Corso Moncalieri e mi leggeva, mi spiegava, una poesia di Lavorare stanca, una di Ossi di seppia, una di Quasimodo: una sola, se no non l'avrei ricordata. Avrei passato delle ore ad ascoltarlo parlare, con una voce che avrebbe fatto morire di invidia qualsiasi attore, che, pare incredibile, somigliava vagamente a quella di Hemingway; avrei passato ore ad ascoltarlo mentre mi spiegava le sottolineature rosse o nere o blu alle parole di Faulkner del libro che stava traducendo o mi leggeva le lettere di Vittorini infuriato perché la censura gli imponeva di scrivere "cosce" al posto di "seni" nella traduzione di un Caldwell che stava facendo.

Di quel loro periodo eroico sono rimasti solo insulti accademici e diffamazioni di rivali invidiosi. Chissà dove sono i manoscritti sulla "carta da minuta", quella che costava meno. Chi lo sa. Ma dal mio cuore non usciranno mai.

Note

____________________________

[1] Italo Calvino, Forestiero a Torino in Saggi 1945-1985, a cura di M. Barenghi, Mondadori, Milano 1995, pag. 2706.

[2] Mariarosa Masoero, Cronologia, in C. Pavese, Tutti i romanzi, A cura di Marziano Guglielminetti, Einaudi, Biblioteca della Pléiade, Torino 2000, pag. LXVII.

[3] “Il 18 dicembre [1922] le squadre d’azione torinesi, guidate da un ex ufficiale dei bersaglieri, Pietro Brandimarte, danno l’assalto alla Camera del Lavoro, incendiano il Circolo dei Ferrovieri e quello intitolato a Carlo Marx, devastano la sede de ‹‹L’Ordine Nuovo››; la ‹‹strage di Torino›› (undici morti, più di trenta feriti) verrà ripescata nella memoria, ed evocata attraverso le emozioni, le sensazioni visive e uditive di un ragazzo di soli quattordici anni, nella poesia Una generazione, scritta nel 1934.”, M. Masoero (vedi nota 1), pag. LXVIII.

[4] “La ragazza che lo frastorna è appunto una cantante-ballerina, che lavora nel caffè-concerto ‹‹La Meridiana›› […] Una sera, dopo averla sentita cantare, Pavese rompe la sua timidezza, prende il coraggio a due mani, e fissa con lei un appuntamento. Aveva scambiato con la ragazza qualche parola nelle sere precedenti, e ne aveva ricavato l’impressione che non fosse disattenta alle sue premure, fatte soprattutto di sguardi insistenti. L’appuntamento è per le sei del pomeriggio, di fronte alla porta principale del caffè. · Alle sei in punto, Pavese è in attesa. Ma l’attesa si prolunga; la cantante-ballerina non arriva né alle sei, né alle sette, né alle nove. Pavese aspetta sempre, e prolungherà l’attesa fino alla mezzanotte. Non lo fa deflettere dal suo proposito la pioggia insistente che dalle undici gli cade addosso; né si muove quando è certo che la ragazza non verrà più. Soltanto quando un orologio batte i dodici tocchi della mezzanotte, triste, annichilito, si decide a tornare a casa fradicio d’acqua e di freddo. Saprà l’indomani che la ballerina è uscita alle sei in punto, ma da una porta secondaria del caffè, dove la aspettava un meno insistente ma più fortunato spasimante. La notizia, la pioggia, il freddo lo prostrano nel morale e nel fisico. Dopo la prima febbre, si aggrava e lo colpisce una pleurite che lo costringerà a disertare per tre mesi la scuola.”, Davide Lajolo, ‹‹Il vizio assurdo››, storia di Cesare Pavese, Il Saggiatore, Milano 1964, pagg. 54-55.

[5] “Uno studioso di storia della musica, nato nel canavese, ma residente in America. Dal 1925 al 1929 egli risiedette a Torino, dove conseguì il diploma di magistero di violino, e proprio in quel periodo incontrò e conobbe Pavese; anzi, com’egli stesso ha scritto divenne suo ‹‹maestro›› di slang”, da Gianfranco Colombo, Guida alla lettura di Pavese, Mondadori, Milano 1988, pag. 20.

[6] “Il Pavese ‹‹pubblico›› esordì soltanto a partire dagli anni Trenta non già come poeta e narratore, bensì come traduttore e saggista specializzato nella letteratura americana. Nel 1930 egli tradusse infatti Il nostro signor Wrenn di Sinclair Lewis (Bemporad, Milano 1931), nel 1931Moby Dick di Hermann Melville e Riso Nero di Sherwood Anderson (apparsi entrambi l’anno dopo nei tipi della casa editrice Frassinelli diretta da Franco Antonicelli), fra il 1933 e il 1934 seguirono Dedalus di Joyce (Frassinelli, Torino 1934) e Il 42° Parallelo di John Dos Passos (la versione finita nell’estate del 1933, venne però pubblicata solo nel 1935 da Mondadori). Le traduzioni venivano accompagnate da prefazioni e saggi critici, quasi tutti apparsi sulla rivista ‹‹La Cultura››, fondata da Cesare De Lollis e da poco rilevata dal giovane Giulio Einaudi, della quale Pavese stesso diventò per un anno direttore come prestanome di Arrigo Cajumi quando Leone Ginzburg, che ne deteneva la direzione, venne arrestato nel marzo 1934 sotto il sospetto di appartenere al gruppo antifascista ‹‹Giustizia e Libertà››.”, da Maria de las Nieves Muniz Muniz, Introduzione a Pavese, Laterza, Bari 1992, pag. 13.

[7] “La casa Einaudi nasceva infatti spinta dall’impegno di aprire alle generazioni nuove strade, fornendo più logiche spiegazioni. Il suo simbolo grafico, la sua sigla editoriale era appunto rappresentata un chiodo con accanto il motto: ‹‹Spiritus durissima coquit››; una volontà, cioè, capace di digerire anche i chiodi.· E da Torino, la ‹‹Giulio Einaudi Editore›› varcava i confini interdetti o proibiti dal fascismo. Ai primi libri di economia di origine americana seguirono testi russi, inglesi, fino a offrire, qualche anno più tardi, veri e propri trattati di rivoluzionarismo e di socialismo.”, da Davide Lajolo, ‹‹Il vizio assurdo››, storia di Cesare Pavese, cit., pag. 169.

S’intende la rivista ‹‹La Cultura››, che era stata rilevata da Giulio Einaudi al momento della fondazione della casa editrice, ndr.

M. Masoero (vedi nota 1 e 3), pag. LXXXVII.da uno struzzo nell’atto di ingoiare un chiodo con accanto il motto: ‹‹Spiritus durissima coquit››; una volontà, cioè, capace di digerire anche i chiodi.· E da Torino, la ‹‹Giulio Einaudi Editore›› varcava i confini interdetti o proibiti dal fascismo. Ai primi libri di economia di origine americana seguirono testi russi, inglesi, fino a offrire, qualche anno più tardi, veri e propri trattati di rivoluzionarismo e di socialismo.”, da Davide Lajolo, ‹‹Il vizio assurdo››, storia di Cesare Pavese, cit., pag. 169.

[8] S’intende la rivista ‹‹La Cultura››, che era stata rilevata da Giulio Einaudi al momento della fondazione della casa editrice, ndr.

[9] M. Masoero (vedi nota 1 e 3), pag. LXXXVII.

[10] Ibid., pag. XCII.

[11] M.Masoero, cit., pag. CIII.

[12] Gianfranco Colombo, Guida alla lettura di Pavese, cit., pag. 148.

[13] Ibid., pag. 107.

[14] Armanda Guiducci, Invito alla lettura di Pavese, Mursia, Milano 1972, pag. 119.

[15] Ibid., pag. 120.

Indice Biblioteca Progetto Pavese

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 12 settembre 2010