Giovanni Pascoli

Pensieri e discorsi

[1914]

Edizione di riferimento

Pensieri e discorsi di Giovanni Pascoli, MDCCCXCV-MCMVI seconda edizione, Nicola Zanichelli editore, Bologna MCMXIV

L’ UOMO GIUSTO DI BARGA

Conoscete, o cittadini e forestieri, l’angolo più quieto della quieta Barga, l’angolo fatto perchè chi abbia segreti motivi di gioia o tristezza, vi si fermi ad assaporarla, la sua tristezza o la sua gioia? Strada erbita, vecchie case, soglie consunte...

Man mano che si va innanzi, la via è più raccolta e silenziosa. In vero ella è come la Via sacra che conduce al sacro Clivo, alla piccola Acropoli, al Castello, di Barga; al Castello col Duomo, i Lavelli e l’Arringo: l’antico tempio, il vecchio sepolcreto, il verde sagrato, dove all’ombra della chiesa, accanto ai loro morti, i vostri antenati, o Bargei, si raduna-vano a far loro partiti di pace e guerra in difesa della cara libertà e in onore della dolce patria. Ora nell’Arringo ruzzano in qualche ora del giorno i vostri ragazzi: nei Lavelli non sono più nemmeno le vecchie ossa — il camposanto è morto anch’esso —: solo il Duomo raccoglie in sè tutte le vostre memorie e glorie, e parla a tutta la valle con la voce soave e profonda delle sue campane. Ai piedi di quel vostro Campidoglio villereccio, che ha pur la sua storia e la sua poesia, è dunque la Via sacra, e nella Via sacra una casa che, per quanto rammodernata e ripulita, chiama più d’ogni altra il passeggiero a sostare un poco e a sognare un riposato e bello viver di cittadini, che può, sì, esserci ancora... Sosta il passeggero, fra la bella casa romita e una ringhiera avvolta dal glicine. A destra gli è l’Appennino folto di selve; egli vede Tiglio in alto godersi il sole; vede a mezza costa la chiesina di Giunceto. A basso scende la fosca Val di Latriani. Non vi sono, là in faccia, che viotterelli per pedoni o, tutto al più, per muletti. Le casine rivolte a Barga sembrano ammiccare per dire: Siamo soli, tra noi: possiamo ragionare. E forse, nel gran silenzio, il passeggero sente un fruscio e uno scalpiccio, appena distinti: è una vecchierella che entra nella chiesuola lì daccanto a guardare, sperando, un sepolcro in cui non sono rimasti che fiori: la divina Morta sale al cielo. O sente a un tratto un calpestìo più minuto e più vivace: sono le vostre belle Gian-nine e Mariannine che escono dalla scuola del convento. O rimbomba, ecco, sul suo capo il suon dell’ora, che gli dice, È presto, oppure, È tardi; ma lo sveglia, e a ogni modo, ricordandogli che si vive nel tempo, a tempo. Appunto: quanti di noi, da quella doppia aerea voce, come d’un portentoso misterioso cuculo, non fummo ammoniti a rivolgerci alta bella casa lì dietro, e a passarne, con onesta fretta, la soglia! Perchè pochi davvero o nessuno di noi (dico noi, ora: ci sono entrato in quella buona casa, e spesso e con tanto utile, anch’io), pochi o nessuno sono tra noi, che non abbiano per quella Via sacra cercata, a piedi del Clivo sacro, quella casa dove era colui che Antonio Mordini chiamò l’uomo giusto.

Chè egli era l’uomo a cui tutti ricorrevano e di cui nessuno poteva fare a meno. Egli era, in certo modo, il distributore dei buoni campetti, delle buone selve, ai forti e serii contadini di qui, che dopo essersi trasformati oltre Alpi e oltre Oceano in commercianti e industriali di città, e aver detto yes o ja per lunghi lunghi anni, tornavano a ridire il natio dolce sì, e riprendevano, ma da padroni, liberi e indipendenti, il domestico marrello e il vecchio pennato. Egli era il principale ministro, così retto così accorto, della pacifica rivoluzione, la quale questo territorio o, meglio, questa provincia, e forse, come è nostro presentimento e nostro voto, tutta l’agricola parca modesta Italia, insegneranno col tempo al mondo: una rivoluzione che emancipa il lavoro senza abolire la libertà, e crea un grande tranquillo onesto popolo d’uguali; lo crea senza scosse, lo conserva senza violenza; una rivoluzione fatta con non altre armi che quelle, appunto, del lavoro... Egli era, quell’uomo giusto, il fido consigliere di tutti voi, o reduci dal lavoro al lavoro, dal lavoro liberatore (e voi soli potete dire a prezzo di quante fatiche e quali rammarichi e dolori), dal duro lavoro liberatore al lavoro libero, come buono! come santo! come agevole! come dilettevole! E ognun di voi, nel fare quel trapasso, è passato per le sue mani; non è vero? rimanendo con tanta gratitudine in cuore per il paesano vostro sapiente e paziente. E come paziente! Tutto il giorno egli era nello studio, e a tarda sera vi si trovava ancora: la cena freddava, e la sua gentile consorte perdeva un po’ lei, la pazienza! Sapiente poi... Basti che col fatto egli, avvocato, diceva sempre a tutti: Meglio un tristo accomodo che una grassa sentenza! In quella stessa via è la Pretura: si direbbe che la casa romita e raccolta, lì in fondo, ne fosse il correttivo. Più si consumava la soglia del consigliere, e più cresceva l’erba su quella del giudice.

E si consumava davvero! Chi ha vissuto un poco a Barga, e non ha conosciuto quell’uomo che aveva il buon augurio nel nome e nel cognome? O Salvo Salvi, tu eri, con colui che abbiamo commemorato poche settimane sono, il Genio del luogo: tu imper-sonavi Barga, l’austera e leale, modesta e fiera Barga dei tempi andati. Tra te e Mordini sempre e in tutto congiunti, vi dividevate le parti: Mordini era per i suoi paesani l’Italia; per noi forestieri, tu, Salvo, eri Barga.

E nel suo gran da fare, ben presto i suoi concittadini di Barga e di Coreglia lo ritrovarono, e vollero per loro buona parte della sua attività. E così egli, che dal 1870 al 1887 fu anche vicepretore nel suo mandamento, questo mandamento dovè rappresentare nel Consiglio provinciale, per circa venti anni. E vi fu vicepresidente, e fu anche deputato provinciale e vicepresidente della deputazione: tanto era apprezzata a Lucca la sua esperienza, la sua rettitudine, il suo sano intuito, la sua savia parola. Ma a voi, o cittadini, non bastò tale opera che per voi egli sottraeva al suo privato lavoro: lo voleste sindaco. E per sette anni, dal 1887 al 1895, Salvo fu Sindaco o piuttosto il padrefamiglia della terra. Per tre o quattro ore del giorno egli era in uffizio. Il tempo che per voi egli prendeva al suo tempo, lo raccattava poi la sera e la notte. E amministrò con antica parsimonia, disegnando nel suo pensiero (e non posso dire se avesse ragione o torto) di frenare le spese piccole e molte, quanto si voglia utili, per serbarsi all’unica e grande e necessaria. E quando per sua, non vostra, volontà lasciò il Comune, voi e gli altri elettori del Collegio sognaste ch’egli vi potesse rappresentare alla Camera. Ma l’uomo modesto e puro, presentendo forse che il suo tempo era ormai contato, rispondeva: La Camera è per me la famiglia!

Presentiva... E sentì lo strale della morte. La morte doveva essere crudele, come mite era stata la vita; tuttavia egli capì che aveva qualche mese avanti sè; mesi di strazio e martirio, ma anche di lavoro. E assentì a che lo strazio e il martirio crescesse, pur che il lavoro potesse essere più lungo. Egli preparò le sue cose come un viaggiatore, con sollecitudine tranquilla (tranquilla tra le orribili lacerazioni del male!), per essere pronto il giorno e l’ora della partenza... Egli partiva per sempre, abbandonando la sua donna e i suoi figli!... Preparò tutto. Pensò ai suoi clienti. Le quisquilie, gl’interessucci di questo o quello di noi, gli parvero assai importanti anche in quei giorni in cui sapeva di dover morire. Il suo Peppino, il nostro bravo avvocato Giuseppe Salvi, era da lui minutamente informato, istruito, preparato a esserne il degno successore. Io che vi parlo, occupai molte delle sue ultime ore. La casa in cui sono vostro cittadino, o Barghigiani, mi era cara, perchè acquistata col mio lavoro; mi divenne sacra, perche assicurata dal pensieso d’un morente!

E fece i suoi saluti, i suoi commiati. Ma così, senza farsi scorgere, non volendo addolorar troppo, volendo, il dolore, tenerselo tutto per sè. Mostrò un giorno il desiderio di vedere le bimbette della sua figlia. Con quanta suprema tenerezza le guardasse, senza forse abbracciarle e baciarle, chi può ridire?

Perchè le guardava deliberatamente per l’ultima volta. E non si affrettò a richiamare i suoi ultimi figli, Guido e Cosimo, e i diletti figli della sorella, quei forti e modesti giovani fratelli Magri, destinati, o Barga, alla gloria: studiavano, non conveniva turbarli troppo presto!

E un giorno di primavera, quando il sole ricomincia ad accarezzare la terra senza riscaldarla troppo, e gli occhi delle piante fanno occhiolino per accertarsi se è ora, sì o no, di venir fuori; per la soleggiata Via Nova io mi fermai presso una carrozza che si era fermata. C’era dentro esso, il mio buon consigliere e protettore, e fece anche a me il suo ultimo saluto. Oh! anche a me senza farsi scorgere: con un sorriso... E io che sapevo tutto e che miravo con pietà e timore quel volto emaciato, terreo, di moribondo; che rivedevo devastato dall’improvvisa vecchiaia della morte quel volto poco prima fiero della serena maturità della vita; ecco, al lampo di quel sorriso che illuminava le profonde rughe del dolore che si vuol celare, ecco io vidi apparire Salvo giovane, Salvo forte, Salvo garibaldino!

Ricordai, anzi vidi, che Salvo nel 1866 aveva fatto parte di quell’esercito che fu il miracolo epico del nostro risorgimento. Sì: un miracolo come negli antichi miti. Era un esercito che spuntava come di terra, all’improvviso, alla parola, al cenno del dito, alla battuta del piede, d’un Eroe. Spuntava, e pareva una primavera di fiori rossi. E questa sacra primavera si moveva, empiva di sè il piano e il monte, cantando e cantando e cantando. Erano senza provviste e senza zaino, come ragazzi scappati di casa: avevano in dosso la camicia sola, dormivano a cielo scoperto, pigliandosi su guazza e brina e pioggia e tempesta. Mangiavano dove e quando e quel che potevano. E cantavano e cantavano... E andavano all’assalto e morivano allegramente. A vederli nelle file, guarda! lì era il vecchione dalla barba bianca già nonno, vicino a un giovanetto senza un pelo sul viso, cui forse la mamma aveva cercato per casa con una vetta in mano! [1] Ne era capo un uomo che in gioventù aveva preso al laccio i cavalli selvaggi, ma ora a stento poteva alzare una mano... Ma se l’alzava!... I battaglioni fuggenti si riordinavano sotto il fuoco, si lanciavano ruggendo ad arma bianca, i cannoni tonavano quasi fossero la sua voce. Come a Bezzecca.

Salvo, io pensava, era del nono reggimento, uno di quelli appunto che a Bezzecca combatterono e vinsero l’ultima battaglia. Fu il 21 di luglio. Garibaldi il 24 era poco discosto da Trento; Medici era a Borgo il 22; le bande Cadorine già davano la mano a Medici... Il Trentino era nostro... Ho detto era, badate; non, è. Io rispetto la storia e la... diplomazia. Era, dunque. Ancora un giorno, due giorni; e i rossi cacciatori di Garibaldi da una parte e i bruni bersaglieri di Medici dall’altra, di corsa, si sarebbero incontrati a Trento... Chi sa? Si sarebbero incontrati, mescolati, confusi, i giovani bruni e rossi, nel luogo (io amo pensarlo!) dove ora sorge il monumento al Poeta sacro! Ma l’incontro che già nel sessanta era avvenuto, non si ripetè nel sessantasei. Garibaldi il 25 rispondeva: obbedisco; e sgombrava il Trentino che era nostro. Là ora è Dante che grida, accennando con l’eterna mano: Suso in Italia bella... in Italia! Diciamo, dunque, del Trentino, rispettando la diplomazia e la storia, che non è nostro, se nemmeno vogliamo o dobbiamo dire che era, però, nostro, e che sarà, a ogni modo, nostro: questione di tempi, anzi di tempo: ma ripetiamo e proclamiamo con Dante che là è l’ Italia.

Il sorriso del garibaldino morente sparì. — Andava, è vero? a godersi ii solicello di primavera per la strada di Castelvecchio, che io aveva udito chiamare, con ardita iperbole, la Nizza del Barghigiano? — Il sorriso riapparì. — Sì; ma voleva anche vedere il lavoro del suo fattore, di quel bravo Menichino. — Ah! bene; avevo veduto. Un bel lavoro! Quel Covo, quel Ciavatta, quel Quarra, lo sanno maneggiare proprio da maestri lo zappone! Li conosco, gli ulivetti di Aquilea! Sarà un bel vedere, proprio sul cominciare di Castelvecchio, quella costa tutta coperta del pallor glauco degli ulivi! E ne verrà un bel fruttato, col tempo! — Col tempo, con molto tempo: ulivo di mi’ nonno, castagno di mi’ padre e vite mia: nemmeno, dunque, per il nostro Peppino, o per Sandrino che in quel giorno sedeva al fianco del padre: non per i figli, ma per i figli dei figli. Eppure Salvo, Salvo che doveva morire di lì a pochi giorni, e lo sapeva, Salvo andava a vedere gli ulivetti appena allora piantati!

Così va fatto! Le nostre opere non devono mirare solo al presente, ma all’avvenire, non a noi soli, ma ai discendenti nostri. E allora i discendenti, anche lontani, prenderanno un poco d’olio degli ulivi che noi abbiamo piantato per loro, e ne governeranno la lampada, che arda sul nostro sepolcro. E anche se non lo prenderanno, che importa? Si muore dolcemente quando si è pensato a tutti, anche a quelli non nati ancora; quando si pensa, e in quest’ultimo pensiero ci addormentiamo, che morti e disfatti e inceneriti e dimenticati, noi continueremo a fare il bene come ancora viventi.

E tu, o Salvo, in questo pensiero ti addormentasti dolcemente, dopo gli strazi e i martirii. Ma noi, noi, non ti dimentichiamo! Noi l’abbiamo accesa la lampada sulla tua tomba, prendendone la luce alle tue buone opere! Noi abbiamo fatto incidere le tue sembianze dall’arte che accompagna i morti alla radiosa immortalità! E quel ricordo te l’abbiamo consacrato oggi, 20 settembre, in cui anche l’Italia piantò il suo ulivo che durerà nei secoli! il suo grande ulivo di pace!

Di pace? Sì. Già noi ci meravigliamo che non tutti si uniscano a celebrare questa festa dell’ulivo. L’hanno, è vero, piantato i nostri padri, e l’ulivo vuol esser del nonno: pur si comincia a vedere qualche frutto dell’albero paterno! Pensate a quel che succede in questi giorni, anche in questo giorno, in quest’ora, là nell’estremo dell’Italia, nei luoghi, presso a poco, che primi, in tempi remotissimi, si chiamarono Italia. Il nostro esercito, là, combatte: combatte una battaglia che già dura da tanti giorni quanti furono quelli della battaglia di Mukden; e ne durerà tanti e tanti altri! Il giovane capo di questo giovane esercito fu già sul posto. Mi par di vederlo arrampicarsi a Martirano (o nome predestinato!) sul suo muletto. In alto, Re giovane! sempre più in alto! L’esercito combatte senza fine. Forse già è cominciata la stagione delle pioggie! E i nostri soldati si ostinano contro il nemico sovrumano che vomita fuoco col bombire di cento artiglierie a ogni colpo e fa cadere cento paesi con un urto solo. E gli eroi frugano, tra il tremor della terra, le macerie pericolanti; disseppelliscono i morti, curano i feriti, erigono tende e baracche, fanno da ingegneri, da medici, da becchini, da balie. Mi par di sentire l’immenso anelito degli affranti battaglioni che combattono in ordine sparso nell’estrema Calabria, al sole ardente, ahimè! sotto le acquate dirotte. O nostri buoni e forti battaglioni, chiamati a soccorrere tutte le sventure, incendi, inondazioni, pestilenze, tremuoti, e destinati, a quando a quando, a cadere in massa, distrutti in un attimo, come a Dogali e ad Abba-Garima !

Ebbene: se dall’unità, che oggi, trentacinque anni sono, si affermò in Roma, non avessimo avuto altro frutto che quest’esercito, che salva in pace e muore in guerra: e non avessimo avuto, intorno a quello, se non questa cospirazione d’amore in pro’ degli infelici fratelli nostri; non sarebbe già assai?

Ma verranno gli altri frutti dell’ulivo di pace. Di pace? Sì: ripeto. Col tempo si dirà che da quel giorno anche per quelli che sembrarono i vinti, cominciava un’Era nuova, che da allora il cristianesimo romano si apparecchiava, forse, a diventare veramente universale. Chi sa?Cessato non solo il fragore della breve battaglia mattutina, ma anche il clamore della folla delirante nel giorno e nella notte, un Uomo, se pur così è lecito chiamarlo, un Uomo scalzo, vestito di lunga veste, con le traccie del sangue ai piedi alle mani al petto, entrava al lume delle stelle, entrava nel silenzio della città eterna, anche lui entrava dalla breccia di Porta Pia... Reggeva la croce, passava inavvertito tra le sentinelle e i bivacchi.

Risplendevano, al suo passaggio, d’una luce improvvisa i fasci d’armi nelle piazze. Attraversò tutta Roma, varcò il Tevere, penetrò da una porta di bronzo, e stette accanto al suo vicario, e gli pose vicino la sua croce, e gli disse: — Tu vegli in lagrime, o santo vecchio, figlio mio? Prendi questa croce in pace. Io sono il sacrifizio, e non il dominio. La mia corona era di spine, e il mio trono fu il patibolo: questa croce. Prendila, e mi rassomiglierai. Non essendo più re, sarai più me. Le genti vedranno e crederanno. —

Santo sarà, forse, col tempo, per tutte le genti questo giorno della Breccia. Per noi, è santo fin da ora. E bene è che noi lo scegliamo per onorare gli uomini che ci fecero del bene e che bene servirono la patria.

E tu, o Salvo, ne facesti a noi pur tanto, del bene! E tu l’Italia l’hai servita quietamente e modestamente per tanti anni! E nell’anno, che fu per lei di grande dolore, tu eri tra i suoi combattenti. E perciò noi abbiamo scritto nel bronzo il tuo nome che la tua patria ricorderà.

 

Nota

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[1] ramicello verde appena staccato da un albero; anche : piccolo bastone (si chiamava così il bastone più corto del correggiato con cui si battevano le biade fino all'avvento della trebbiatrice)

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Ultimo aggiornamento: 19 gennaio 2008