Giovanni Pascoli

Pensieri e discorsi

[1914]

Edizione di riferimento

Pensieri e discorsi di Giovanni Pascoli, MDCCCXCV-MCMVI seconda edizione, Nicola Zanichelli editore, Bologna MCMXIV

UN POETA DI LINGUA MORTA

Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni. Ululano ancora le Nereidi obliate in questo mare, e in questo cielo spesso ondeggiano pensili le città morte.

Questo è un luogo sacro, dove le onde greche vengono a cercare le latine; e qui si fondono formando nella serenità del mattino un immenso bagno di purissimi metalli scintillanti nel liquefarsi, e qui si adagiano rendendo, tra i vapori della sera, imagine di grandi porpore cangianti di tutte le sfumature delle conchiglie. È un luogo sacro questo. Tra Scilla e Messina, in fondo al mare, sotto il cobalto azzurrissimo, sotto i metalli scintillanti dell’aurora, sotto le porpore iridescenti dell’occaso, è appiattata, dicono, la morte; non quella, per dir così, che coglie dalle piante umane ora il fiore ora il frutto, lasciando i rami liberi di fiorire ancora e di fruttare; ma quella che secca le piante stesse; non quella che pota, ma quella che sradica; non quella che lascia dietro sè lacrime, ma quella cui segue l’oblio. Tale potenza nascosta donde s’irradia la rovina e lo stritolio, ha annullato qui tanta storia, tanta bellezza, tanta grandezza. Ma ne è rimasta come l’orma nel cielo, come l’eco nel mare. Qui dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia.

E in questo paese, sino a pochi giorni sono, era il poeta. Chi me ne parlò quando io era ancora giovinetto — ahimè! più di trenta anni fa — in collegio, a Urbino? Un vecchio frate che conosceva anch’esso i doni delle Muse, il padre Giacoletti, il cui nome non s’aggira più, che io sappia, che in qualche melanconico chiostro di seminario. Quel nome era allora illustre per poemi latini sull’ottica, niente meno, e sul vapore.

Il vecchio frate per il quale noi avevamo una ammirazione quasi paurosa, parlava spesso di un poeta, d’un latinista, appetto al quale egli era un nulla; che abitava lontano lontano nell’estremo lembo d’Italia.

Io non dimenticai più quelle parole di lode suprema e quel [1] cenno (il buon frate trinciava l’aria come il Galdino Manzoniano), quel cenno di distanza infinita.

Sì che quando, or sono pochi mesi, mi trovai in quel lembo d’Italia, io ripensai subito al poeta, al Genio del luogo. Egli era bene un poeta, e il poeta, sapete, è quasi un creatore, poichè è colui che con le parole — fiat lux — illumina d’un tratto l’oscurità che ne circonda. Certo la stella e il fiore, la serenità e la tempesta erano anche prima che il poeta ne parlasse, e voi avevate gli occhi per vederle; ma voi non guardavate, e le cose belle erano come se non esistessero: la sua parola fu che per voi le creò. E così io pensava a questo poeta dell’estrema Italia, dove le onde greche si fondono con le latine, come a uno spirito misteriosamente remoto che da un suo speco vegliasse a creare questo mondo fantastico con le Nereidi ululanti dal mare e con le città morte pendenti nel cielo. Mi aveva l’aria, questo poeta segregato dal mondo, se m’è lecito dirlo, d’un Proteo vecchio marino verace, che sapesse i gorghi di tutto il mare.

I.

 E vecchio era e solitario, e schivava il consorzio e la vista degli uomini. Raccontano che si facesse portare solo in luoghi solinghi, dove scendeva e passeggiava: per che cosa se non per ascoltare ciò che gli avrebbero sussurrato le creature de’ suoi poemi? per ritrovarsi nel mondo suo, cui discinde dal nostro l’inguadabile oceano della morte? Perchè egli era veramente un antico, un evaso al passato, un superstite alla rovina della poesia pagana; e provava lo spasimo del passato non senza mostrare ai lieti o indifferenti del nostro tempo, nostro e non suo, quel corrugamento della fronte, che pare disprezzo ed è dolore. Diceva sorridendo d’essere già vissuto tra Cicerone e Virgilio, e che si piacque di rivivere ora. Ma io risalirei più lontano. In lui era il Greco; e qualche sua poesia sente la mollezza ardente dell’antichissimo suo concittadino Ibyco. E non importa soggiungere che poetava anche in greco con elegante facilità. Ma, greco o latino, egli sdegnava il presente, nè solo in letteratura e filologia, sì un poco in tutto. Anche scrivendo l’italiano, egli non voleva essere de’ nostri, e usava la lingua del cinquecento. In somma egli viveva di cose svanite, e il suo pensiero aveva continuamente bisogno di risuscitare bellezze morte.

Era, se si vuole, l’ultimo degli umanisti, coi quali aveva in comune, oltre il culto della poesia e della letteratura antica, anche altro: per esempio, se non con molti, almeno con alcuni di essi, la conciliazione nel proprio cuore del paganesimo, se non altro formale, con la devozione cristiana. Ricordo di sfuggita il Poliziano e Pico della Mirandola che vollero essere seppelliti in tonaca di domenicani. E di lui tutti sanno, anche perchè ricordato sul suo feretro in iscrizioni latine, che era piissimo e che diceva molti, credo cinque, rosari al giorno. E nota è anche l’amicizia che lo legava al vecchio Pontefice; amicizia su cui i sentimenti religiosi valevano almeno quanto la comunanza degli studi e del gusto.

Quel gran sacerdote, vecchissimo, smunto, quasi diafano, che regge tanti milioni di coscienze, che sta a guardia inflessibile del passato e accenna a invadere l’avvenire del mondo, e che nel silenzio notturno del Vaticano cesella un’umile preghiera a Maria e i precetti di sobrietà per giungere a una lunga vita! E quest’altro vecchio che errava lungo l’Ionio meditando l’elegia delle rose e dei due scheletri abbracciati in Pompei! S’intendevano, i due vecchi, e si offrivano a vicenda, in nitide edizioni, i loro gracili carmi e si barattavano le loro oneste lodi. Oro con oro cambiavano: non, come accade alle volte, l’uno si faceva spicciolare dall’altro in grosse e molte palanche la sottile unica monetina sua.

E se non unica, era tuttavia oro fine un’opera dell’un d’essi. Nessun lavoro di questi pazienti artefici di latinità aveva mai levato tanto grido quant’uno, il primo forse, del poeta Reggino: lo Xiphias, premiato mezzo secolo fa da quella che ora è la R. Accademia Neerlandica e allora era l’Istituto Belgico. E a me fanciullo si diceva che quel poemetto era il più bel ramo fatto germinare, per dirla col Regaldi, da quell’albero morto che è l’antichità classica. L’età non ha modificato quel giudizio. Sì che io vedendo, pochi mesi sono, quel mare e quel lido, che erano così limpidamente descritti nel poemetto, sì, pensavo con venerazione al vecchio mago che con una lingua morta aveva saputo creare cosa tanto viva.

II.

E avrei voluto vederlo. Solo vedendolo e parlando con lui mi pareva che avrei avuto intera la visione che mi incantava.

Io sentiva la poesia: volevo vedere il poeta: approdare alla terra d’Ibyco con una nave che più assomigliasse alla triere [2]; approdarvi un bel mattino, e recarmi peritoso, ospite tirreno, al poeta greco rifinito dagli anni e colmo di gloria.

E quando il vecchio poeta m’ avesse incoraggiato, gli avrei detto:

— Poeta, perchè scrivete in un linguaggio che più non suona su labbra di viventi? Perchè volete che solo i poeti v’intendano? Se cercate la lode dei più, perchè vi rivolgete ai meno? Se mirate all’utilità di tutti, inducendo, come voi dite, nei petti umani mansueto costume, valor, senno, pietà, oneste voglie, perchè solo alcuni privilegiate de’ vostri ammonimenti armoniosi? perchè cotesta solitudine? cotesta segregazione che sembra rimproverare altrui? Ibyco, il vostro concittadino antico, andava citareggiando d’isola in isola, di terra in terra: voi chiudete le porte, perché lo squillo della vostra cetra non giunga all’orecchio del passante. Poeta, aprite la casa delle Muse. Fateci intendere a tutti, i dolci vostri inni: cantateli nella lingua nostra e presente, sì che tutti possiamo intenderli. Ne abbiamo tanto bisogno! Perchè la nostra anima si deforma per le strette della realtà, e ha bisogno della bellezza, e s’intristisce allo spettacolo della miseria immeritata e della felicità indegna, e ha bisogno della giustizia, e macera d’invidia e si stempera di pietà, e ha bisogno della purificazione. E tu puoi rivelare la bellezza e puoi persuadere la giustizia; puoi compiere la nostra catarsi, o poeta; puoi questo, cioè tutto, e non vuoi? Poeta, fa un passo, solo un passo per scendere sino a noi, e noi, inteneriti, rapiti, saliremo d’uno slancio gl’infiniti gradini che tengono lontana la nostra minimezza dalla tua sublimità. —

Così gli avrei detto: così non gli dissi; chè egli intanto, il vecchio poeta, moriva, ridestando d’un tratto con la notizia della sua morte la sua fama quasi assopita, come il vento col suo alito incendio che covi. E io non intenderò risposta alle mie parole, perchè, come diceva il suo Ibyco, non si può trovar più per i morti l’erba della vita!

Eppure oso, per non so quale comunione che ha la mia mente piccola con la sua grande, oso imaginarla, la sua risposta.

III.

Egli mi avrebbe risposto: — Ospite, io ti parlerò con antica vecchia semplicità. Tu non mostri dubbiezza sull’arte mia, perchè il linguaggio, che ne è lo strumento, non sia inteso dall’universale degli uomini. Tu sai bene che non potrei usare un linguaggio che fosse inteso da tutti; perchè non esiste... ancora. E non dico solo che non c’è linguaggio comune a tutti i popoli, ma nemmeno ce n’ è che sia intelligibile a tutti, anzi alla maggior parte degli uomini, di un singolo popolo. Nè c’è speranza che si formi da sè, questo linguaggio o universale o nazionale, nè c’è timore che si fabbrichi dai meccanici nostri: la natura va dal semplice al composto, dall’omogeneo all’eterogeneo, e non viceversa; e le lingue e i dialetti moltiplicheranno sempre d’anno in anno e di secolo in secolo. Per questa parte, ospite, tant’è che io usi il latino e il greco, quanto qualunque lingua parlata; anzi, se si computa bene, devo credere di esser per avere più intenditori, in tutto il mondo, del mio latino, che nella sola Italia, del mio italiano. Non è qui il tuo dubbio. In fin dei conti, tu non parli della lingua, cioè della veste sensibile, ma dell’idea, cioè dell’anima intelligibile. Tu osservi che anche nella tua lingua io preferisco la parola antiquata e la costruzione fuori d’uso. Tu metti in relazione il gusto cinquecentistico delle mie Veglie Pompeiane e d’ogni mia cosa volgare col mio culto per le lingue latina e greca nello Xiphia, nelle elegie, negli epigrammi, nelle iscrizioni, nelle epistole, nelle orazioni: la parte massima dell’opera mia. E dici che io rinnego il presente per il passato e che non voglio essere dei miei tempi. Oh! bada. La mia idea è questa. L’uomo combatte continuamente contro la morte. Esso alla morte deve disputare, contrastare, ritogliere quanto può. La nostra vita è gelida e noi abbiamo bisogno di calore; la nostra vita è oscura e noi abbiamo bisogno di luce: non si lasci spegner nulla di ciò che può dar luce e calore: una favilla può ridestare la fiamma e la gioia! Non si lasci morir nulla di ciò che fu bello e giocondo. E consoliamo i banchettanti i quali dopo aver profuso sulla mensa il vino che pareva soverchio da prima, si attristano all’ultimo per la sete insoddisfatta: consoliamoli con l’anfora spregiata che già riponemmo tra le loro risa. E se per ciò la nostra fama non va tanto in alto e tanto per largo, e se la nostra voce non esce dall’ombra delle scuole, pazienza! Io sento che poesia e religione sono una cosa, e che come la religione ha bisogno del raccoglimento e del mistero e del silenzio e delle parole che velano e perciò incupiscono il loro significato, delle parole, intendo, estranee all’uso presente, così ne ha bisogno la poesia: la quale, del resto, anche in volgare, non usò mai e non usa ancora nè la lingua nè i modi nè il ritmo abituali.

Nè credo io che la poesia debba o possa essere l’agitatrice delle turbe, ma la beatrice dei cuori. Ella non gonfia le gote per dar fiato alla tromba; ma attinge brevemente con le dita le corde dell’arpa. Ella non respinge da sè, riempiendo di fracasso e di mania orecchie e cervelli, ma attira a sè con un lontano e fievole tintinno. Ci sono certe musiche che bisogna allontanarsene per gustarle senza esserne intronati: alla poesia bisogna avvicinarsi, per sentirla. Ed ella parla ora a questo ora a quello, qua asciuga una lagrima, là aggiunge un sorriso, con delicata modestia, come una silenziosa benefattrice. Ora gli uomini che attrae la mia lira antica col suo giocondo strepito, e consola e conforta, vengono da tutte le parti del mondo, e verranno finchè si studi la lingua dei Quiriti. Oh! il grande avvenire di quest’arte universale! —

IV.

Questo io penso che mi avrebbe risposto cercando nell’equanimità della sua placida vecchiaia le ragioni della sua poesia. Ma la sua voce io non intesi e non udrò più. Ho riletto, per rifarmene, la sua anima scritta. Ho riletto le elegie Pompeiane, vibranti di passione, gli epigrammi greci e latini dal sorriso amaro, le iscrizioni d’una nobile romanità, le prose, a dir vero, troppo fiorite, l’Asino Pontaniano troppo, a dir vero, acre nella sua comicità pedantesca, lo Xiphia... Rimane questa la migliore opera sua, e gli dispiaceva sentirselo dire e ripetere; ma è così. Il primo fiore che fece la pianta, ricca di tutti i succhi di primavera, fu, come spesso avviene, il più grande e il più bello. Poi era il suo mare che l’ispirava, erano le osservazioni fatte sin da fanciullo che nutrivano la sua ispirazione.

Egli è, in questo suo primo lavoro, verista, per cosa dire; ma la verità da lui veduta e resa ottimamente, egli proietta luminosamente nel passato mitico. Caritone è un giovane pescatore de’ nostri tempi e del nostro mare che conosce tutti i pesci col loro pregio relativo; Umbrone è un vecchio lupo di mare come ce n’è tanti per queste riviere, che sono stati un po’ da per tutto; e Clite è una bella, ardente, faticante ragazza calabrese di nostra conoscenza: ma là in quel fondo lontano, illuminati dall’ arte del poeta, ci sembrano più grandi e più belli.

E opera di mano moderna, e seppellita, in certo modo, perchè prendesse la patina e muffa d’antico; ma la mano è d’un Michelangelo o, meglio, d’un Cellini. Sì che l’illusione è grande; e ci fa dire che pochi poeti Alessandrini e Romani avrebbero saputo concinnare con altrettanta grazia nativa, tra lo stil dei moderni e il sermon prisco, tra le reminiscenze del mondo Omerico ed Esiodeo e le particolarità usuali della casa e della strada, un poema così perfetto.

Il quale oh! avessi potuto intendere dalla tua bocca, o poeta! Dicono che eri recitatore armonioso e persuasivo. Avrei voluto sentirti ripetere questi versi soavissimi, che continuano Virgilio, in faccia al mare che tu hai popolato di ninfe, vedendo le cimbe dei pescatori di pesce-spada, di che hai favellato al mondo. Ma tu ora non reciterai più soave e piano. La morte ha chiuso per sempre la tua bocca di poeta antico. Eppure non sei morto. I poeti non muoiono quando lasciano tanta vita d’imagini.

Queste ricambiano a lui il sacro dono. Vennero alla vita per lui, poichè prima erano confuse nell’oscurità e nel caos, per così dire, della natura e della psiche, ed esso le trasse fuori e soffiò loro sopra, ed apparvero a tutti: ora sono esse quasi l’alito incessante d’una sua seconda vita. E chiunque udrà in questo mare bellissimo, ripercosse dai monti le voci dei pescatori trionfali, chiunque fermerà gli occhi su una paranza immobile ad esplorare, chiunque udrà il tintinnio cadenzato dei cembali, penserà a te, come a vivente, come ad immortale, o poeta sepolto; e vedendo uscir dalla sua grotta di conchiglie iridescenti la fata Morgana e addensare con la spola arguta del vento sull’ordito della bonaccia la sua trama variopinta, e distendere la meravigliosa tela in cui ondeggiano le città e si moltiplicano le cose, ripeterà il tuo nome, come di mago non impari e non diverso, o Diego Vitrioli.

 

Note

____________________________

 

[1] nel testo abbiamo /qual/ [ndr]

[2] trireme (dal greco τριερες) [ndr]

Indice Biblioteca Progetto Giovanni Pascoli

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 19 gennaio 2008