Giovanni Pascoli

Pensieri e discorsi

[1914]

Edizione di riferimento

Pensieri e discorsi di Giovanni Pascoli, MDCCCXCV-MCMVI seconda edizione, Nicola Zanichelli editore, Bologna MCMXIV

LA MESSA D’ORO

hominibvs bonae volvntatis

Messa! non messe.

Chi pensò a una messe d’oro, ricordò che io sono poeta contadino, e poi disse: Che ha a vedere lui, con la messa?

In verità, io ricordo appena come è quel rito...

Un sacerdote è all’altare. Egli s’inchina, s’inginocchia, incrocia le mani e le dita, alza gli occhi al cielo, si rivolge ai presenti, segna e benedice, si batte il petto, sfoglia un libro, medita, sospira, bisbiglia... Con chi parla, così a bassa voce, con tono di confidente dolore? Parla, segretamente, con l’invisibile. A quando a quando si ascoltano parole più chiare, umili e sublimi, meste e solenni: non son degno!... i cuori in alto!... anche a noi peccatori! pregate, o fratelli!

Un mistero si compie col pane e col vino, col primo domestico alimento dell’uomo e con la bevanda che l’uomo, a sciogliere il suo dolore primordiale, aggiunge all’acqua dei fonti e dei fiumi. Il pane diventa carne, il vino diventa sangue. E la carne d’un Dio fatto uomo, che palpita nel sogno sacro. È il sangue d’un Dio straziato e ucciso, che scorre, misto al suo siero, in una mensa che è un patibolo, in un martirio che è una cena.

Ecco: l’uomo si ciba di Dio ! l’uomo beve l’eterna vita !

I.

Ricordo, ricordo questo rito. Nè soltanto perchè quei colloqui segreti con l’invisibile ronzino ancora in qualche cantuccio della mia anima, rimasto tal quale era nella lontanissima fanciullezza: un cantuccio in cui qualcuno che mutava, di posto, tutto, non entrò, perchè pieno di memorie troppo dolci e troppo meste! No: ho assistito alla messa qualche volta anche dopo. Una volta, ricordo, nel 1887...

Ero in un paese quale io non so se nessun altro meglio compendi il bel paese: così tra monte e mare, tra i faggi e gli aranci: nella piccola Massa dipinta. E si diceva una messa per la morte purpurea di quattrocento giovani nostri, avvenuta a un tratto in un deserto lontano. Erano caduti in un mucchio: erano stati scannati, stracciati, evirati. Il gentil sangue latino era divenuto preda delle iene.

Dacchè l’Italia s’era integrata con Roma, quello era il primo fatto d’armi dopo tre lustri di pace inquieta.

Erano morti da qualche anno il Re e il Dittatore. Era morto chi l’aveva, ai suoi inizi, benedetta, questa terza Italia; chi l’aveva suscitata dalle sue antiche memorie, si era spento anch’esso, il misterioso apostolo e profeta, qui in Pisa.

L’Italia era sola, sola con Roma. Con Dogali cominciava la sua nuova storia Romana. Con un auspicio di sangue e di sventura.

Il sacerdote era all’altare. Un battaglione era schierato nella chiesa. Il popolo ogni tanto correva con gli occhi a quelle file... Così erano quelli di laggiù. Così, anzi, erano morti: allineati, si diceva: al comando. Erano quei medesimi, anzi; e immobili e tetri assistevano al loro funerale. Nel mezzo del tempio, solo scuro fiero, il comandante. E il prete parlava in segreto con l’invisibile... “Ci hanno preceduto... dà a loro luogo di refrigerio di luce e di pace... ti preghiamo... dà loro pace... dà loro pace... dà loro pace eterna... riposino in pace...

Ed ecco in un silenzio profondo, cui appena turbò un concorde movimento d’armi, ecco sonare, come sospirate, le parole: “Prendi su, Padre... questa vittima senza macchia...„ Le fronti si piegavano. I giovani soldati tenevano sul fucile i visi in un atteggiamento di preghiera, quasi di rimpianto supremo... Il sacerdote alzava l’uomo a Dio; alzava in un calice il sangue della vittima al cielo della gloria.

Nel mezzo, il comandante (era fosco, aquilino, severo) aveva abbassata la spada. La croce s’alzava, la spada s’abbassava.

Quel comandante era ebreo.

II.

Io vorrei essere più lontano dalla fede nel Cristo, che quel Maggiore ebreo, per assistere con più significazione e non meno venerazione che gli altri, a un’altra messa, tra pochi giorni, il due di giugno !

E vorrei avere la voce assai dolce per dire, “Venite anche voi!„ a quelli che non hanno fede e non conoscono misteri; per dire ad essi: “Non vogliate usare da sola la ragione, che voi non potete isolare da tutto ciò che costituisce la nostra umanità! Venite con me! Vorreste voi negarvi a vedere e godere il sole che nasce o il sole che muore, perchè voi non credete che egli nasca o sorga, e muoia o cada, e anzi sapete per certo che è la terra la quale girando incontra quei raggi e si nasconde a quella luce? Venite a una cosa bella, a una cosa che fa bene al cuore. Questa messa è d’oro; sì, come una bell’alba; come, anzi, un puro tramonto...„

E vorrei avere la voce ben alta per trovare, più lontano, tra le leghe dei mietitori che si preparano a non mietere, i compagni, i miei compagni d’un tempo, e dire ad essi: “Venite anche voi, a messa, o compagni: a questa messa!„ E a un loro moto di selvatico dispetto, soggiungere: “Non è già vostro nemico il falegname di Nazareth, il martire del Golgotha„. E alla loro risposta “Non lui, sì i preti suoi che lo falsano„, rispondere: “Ma chi dirà questa messa, in cinquanta anni di sacerdozio mai non mancò ai precetti del Cristo, e sempre dall’alto ripetè fedelmente il suo sermone della montagna. Egli elevò sempre l’anima su tutte le bassure, e sempre distese le mani su tutte le sventure! E la messa, questa, d’un buon vecchio lavoratore. Venite!„

E vorrei avere la voce molto forte per fare balzar su da ogni parte d’Italia tutti quelli che all’Italia hanno consacrato il pensiero, l’azione, la vita, dai veterani, se ancora ne sorvivono, che siedono desolati, ai giovinetti, se ancora ne rinascono, che leggono con taciti sussulti i libri delle nostre battaglie; e dire a tutti: “Venite a questa messa italica!„; e se esitassero, gridare; “Sono ammesse le bandiere tricolori! Le trombe del nostro riscatto squilleranno alla elevazione! All’ultimo, il celebrante benedirà le corone dei martiri nostri!„

E vorrei avere la voce divina, quella che scopre le tombe e fa levare i morti, per portare avanti gli intransigenti e intolleranti che vi fossero, tra gli austeri ricusatori della fede e i fieri lottatori di classe e i memori difensori della patria, la testimonianza rediviva del gran morto di quel due giugno; e dire a lui: “Non è egli un, come tu dicesti d’un altro, vero prete di Cristo? O generale, questa tua Italia, egli la ama anche nella sua miseria, la segue anche nel suo esilio, la solleva caduta, la consola disperata: terge il sudore e le lagrime ai suoi lavoratori raminghi, riscatta dalle infernali officine i suoi nudi piagati famelici bambini venduti...„

E sopraverrebbe colui che qui in Pisa parve uscire dal mistero per entrare nella morte, sopraverrebbe dalla sua immortalità, a dire: “Più di mezzo secolo fa, nel mio esilio di Londra, io denunziai la tratta dei bianchi, e biasimai il clero che potrebbe, volendo, impedirla...„ E tutti e due, quel volto di leone calmo, in cui è dipinta l’azione, e quell’altro volto che sembra fatto di solo pensiero, s’inchinerebbero avanti il prete che volle redimere e redense.

III.

Perchè colui che celebrerà questa messa d’oro, dopo cinquanta anni di sante preghiere e buone opere, è il buon vescovo confessore d’Italia, Geremia Bonomelli.

Io imagino d’entrare nella chiesa. E amo di figurarmi, contro, forse, verità, una chiesa campestre e umile di villaggio; di Nigoline, forse, suo villaggio nativo: tutta odorata di spigo e di garofani. Là, io penso, si deve compiere il dolce rito anniversario... Ma, sul vestibolo, alcuni, ossuti, mi sembra, e tetri, che nascondono con le nere persone il lucciolìo, là dentro, dell’altare, mi fermano e mi chiedono: “Che vieni a far qui tu? Credi tu?... Speri tu?...„

Io abbasso tristamente gli occhi, cercando in fondo al cuore una risposta; e poi alzo gli occhi e il mento, e interrogo io:

" E voi credete? E voi sperate? Il rapido sì che risulta da un vostro cenno sdegnoso, m’empie di confusione. Voi in vero credete e sperate anche meno di me, pur presumendo molto più. Al posto delle due luminose virtù, voi avete la cieca superbia, voi che dovreste essere imitatori del Dio che discese e si umiliò. Perchè voi mostrate di non ricordare che virtù sono codeste fede e speranza che vi arrogate con tanta semplicità; e superbia è arrogarsi le virtù, quali unque siano; che se sono poi virtù difficili, laboriose, eroiche, attribuirsele con un gesto di spregio, è orgoglio di Satana impazzito. — Se siamo eroi?! Eccome! Perfetti, siamo, sicut dii; e non solo sappiamo il bene e il male, ma non facciamo il male mai, e il bene facciamo sempre. E senza fatica. Chi potrebbe, in vero, avanti tale sostanza di cose sperate, preferire le vane e fuggevoli parvenze di quaggiù? Per noi questa peregrinazione di prova è senza pericoli e senza timori; questo esilio nella valle delle lagrime, noi lo dormiamo tutto sognando d’essere in patria. All’ultimo, Gesù, il Dio in procinto di svincolarsi dalla umanità e riprendere la divinità, mormorava: Passi da me codesto calice! Noi, più certi e più forti e più Dio di lui, diremo: Qua il calice della morte, che io vi beva l’immortalità! — Questo è compreso nel vostro sì che nemmeno avete proferito!„

Ed essi rispondono:

“ Per essere cristiani, bisogna avere quella fede e quella speranza. Le hai tu?„

E io rispondo:

“ Voi non richiedete in me ciò che importa più! In tutti, e sempre, voi richiedete quello che importa meno! Voi non cominciate dal principio! Voi non andate alla sorgente! Voi giudicate che un fiume è, da un poco d’acqua limacciosa e verdastra che vedete luccicare al sole; e non vi cale che ella non venga, no, da una pura polla perenne, e che ella generi i sonnolenti miasmi e le stridule zanzare mortifere! È uno stagnare dell’anima, codesto; non un correre vivo e fecondo al suo mare! Il principio, il fonte, la virtù precipua è la carità, l’agàpe, l’amore! Lo dice l’apostolo delle genti, Paolo di Tarso: Fede, speranza, carità: son tre; ma la maggiore è la carità (ad Cor. XIII 13). Date retta a colui che diceva la verità in Christo, e non mentiva, avendo il testimone della sua coscienza (ad Rom. IX I).

Egli diceva in vero con sue alate parole: — Se parlo con le lingue e degli uomini e degli angeli, ma non ho l’agàpe [1], io sono bronzo che squilla o cembalo che tintinna. E se ho la profezia, e conosco tutti i misteri e tutta la scienza, e se ho tutta la fede, sì da tramutare i monti, ma non ho l’agàpe, nulla io sono... L’agàpe (egli continua) tutto soffre, tutto crede, tutto spera... —

Voi dovete, o severi custodi dell’adito cristiano, guardare in me e in tutti, se c’è questo divino segno di redenzione: l’amore.

Il resto è incluso„.

IV.

Ora io non so, nella mia imaginazione, se siano rimasti sulla porta quelli a cui chiesi d’entrare, e se siano venuti dietro me quelli che invitai ad assistere al rito. A questi, ora, mi rivolgo, incerto se io non parli al vento: al vento che porta ora odor d’incenso, dalla chiesuola, ora profumo di rose, delle ultime rose di maggio, dalla campagna. Agli uomini della scienza io mi rivolgo: “A quante cose noi crediamo a cui essi credono! L’uomo, noi crediamo, è un continuo divenire da un qualche cosa d’inferiore a un qualche cosa di superiore. Ciò, e nella sua vita singola e nella sua vita complessiva. Considerando l’uomo, sì nell’individuo e sì nel genere, noi troviamo, risalendo o i brevi giorni o gl’ineffabili millenni, la bestia e la pianta. Ed essi? Vi dirò col pensiero del poeta del cristianesimo, del poeta che è nel tempo stesso, il nostro poeta e il Genio nostro, vi dirò, in breve, col suo pensiero, che cosa credono essi. L’uomo, da semplicemente vegetante, divien animale. Ma dalla animalità, che ha comune con le bestie, egli vuole ascendere. Parrebbe un corto andare, questo; ma l’uomo è, pur troppo, spesso costretto ad altro più lungo e fiero viaggio! Egli deve concepire o rafforzare l’orrore per la bestia che ha in sè. Egli discende in sè stesso, e vede, nell’abisso della sua coscienza, tutte le bestie più immonde e più feroci. Vede, e rilutta e rifugge, e così acquista la forza per risalire di quanto egli discese: come l’acqua che per l’impeto medesimo con cui precipitò nel baratro, zampilla pura e diritta al cielo.

Questa è bensì filosofia morale, ma quale unica può scaturire dalle vostre scientifiche premesse di antropologia. Sì: ella nasce dal vostro unico principio della conservazione propria. L’uomo deve conservare la sua umanità, la quale non è un essere, ma un divenire, non uno stato, ma un moto di regresso continuo dalla propria origine, sì, dalla propria origine che l’uomo apprende come una colpa... colpa involontaria, bensì, perchè l’immobile e inconsapevole vegetare della selva oscura non ce l’ho messo io nel mio essere, ma non per questo non è in me; nè io ho racchiuso nella mia natura tanti bestiali émpiti e bramiti, e non posso farne carico ai miei genitori, nè essi ai loro; ma non per ciò io sento meno il loro strepito, che giunge dai lontanissimi primordi sino a me, perchè è in me, e si compone di tutti i gridi, dal gorgogliare del batraco allo squittire del piteco, dal grugnito del ciacco al ruggito del leone e all’ululo del lupo. Noi fuggiamo... sono millenni che il nostro genere fugge per diventare umano, fugge da sè per trovar sè, riconoscendo, spontaneamente, la colpa, sempre più colpe, nella sua natura. O non credete voi a questo, biologi e antropologi? E non è quel medesimo a cui credono quelli là dentro?„

V.

E quelli sono forse di nuovo appariti sul vestibolo, e io continuo a parlare tra l’odor d’incenso e il profumo del sole:

" Una forza, una ananke [2], una soave ananke ci conduce. È la virtù maggiore di San Paolo, è la guida di Dante: l’amore. Io non so con qual nome voi, uomini della scienza, possiate chiamare questa necessità, che voi, illustratori della legge d’evoluzione, riconoscete. Forse differenziazione? La parola è aspra e lunga. Vorrei nella mia nuova audacia, nel mio semplicismo filosofico, proporvene una breve e molle, e terribile: odio. Odio di sè, odio per ciò che, di sè, dispiace, non confà, non... si ama. È inutile: odio è l’altra faccia di amore: non si può dire odio e non dire amore! Ebbene, o uomini della chiesa, io voglio farvi un paragone. La nostra anima o psiche è detta e figurata come una fanciulla. Ora rappresentatevi due bambine che giocano avanti casa. A un tratto apparisce al canto della via una bestia, un mostro... Le due bambine ne sono atterrite, tutte e due; ma l’una rivolta le spalle in un subito impeto, e fugge, vola con le braccia tese, verso l’uscio di casa sua; l’altra, no, non volta le spalle, ma indietreggia con gli occhioni spaventati, fissi sul mostro ovvero bestia; indietreggia, facendo, come si dice, il passo del diavolo, indietreggia sempre... verso dove? verso l’uscio di casa sua. L’una nel tragitto fatto all’indietro, non ha veduto, non ha potuto vedere, quel che ha veduto l’altra, nel suo, fatto volando in avanti: non ha veduta la dolce madre che è sull’uscio, accorsa alle grida... Ma credete voi che ella, la dolce madre, non abbraccerà l’una, come abbraccia l’altra? Pur che essa riesca a lei, sì, non è vero? E se arretrerà, invece, verso qualche precipizio che ella non veda, la mamma farà qualche passo, volerà anzi verso la sua bambina che si perde senza volere e senza sa-pere! Non è vero, o uomini della chiesa, la cui anima fugge, inorridita, dal male e vola verso Dio, non è vero, che anche l’anima di costoro, pur camminando all’indietro, senza vedere ciò che voi vedete, fa lo stesso cammino e riesce al medesimo fine, quando giunge alla porta dopo cui ormai si è sicuri? E ciò, perchè ella è guidata da un sentimento eguale al vostro, di odio al male che è lo stesso che amore del bene?

A ogni modo, o anime che volate dritte, o anime che fuggite a ritroso, nel comune tragitto che è del bene, sino alla porta che vi nasconderà tutte, non vogliatevi male! Quel tragitto è proprio un volo e una fuga, e dura così poco!

VI.

Non vogliatevi male; anzi date la prova che all’amore ubbidite, sì voi uomini di chiesa, si voi uomini di scienza, amandovi gli uni gli altri...

Ma gli uomini di scienza interrompono:

" Non è l’amore, se non esclusivamente di sè, quello che governa come il genere umano così ogni altro genere animale. Con quest’amore di sè, l’uomo anch’esso, come tutti gli altri generi, combatte la sua battaglia di vita...„

E io dico: “L’ uomo è dunque ora così come era ai suoi primordi? Eppure quasi tre millenni fa un poeta greco diceva: “E tu dà retta alla Dike, e dimentica al tutto la Bie, chè questa è la legge ordinata agli uomini dal creatore. In vece ai pesci e alle fiere e agli uccelli volanti, legge è mangiar l’un l’altro; poichè non è Dike in essi„. Dike è ciò che mostra un cammino che non è quello della Bie, ossia della violenza; della spinta vitale, direi. No, voi dite, è sempre la Bie a cui l’uomo dà retta: vis est vita, come diceva un altro poeta che, come romano, di forza doveva intendersi. Ma badate! è questione di parole. Se per forza, se per fortezza, se per energia, se per eroismo, se per imperialismo, negl’individui e nei popoli, intendete seguire gl’impulsi della natura, voi adoperate molto male le parole: le adoperate per l’incontrario. Esaminate, per un attimo, voi stessi: se si va a seconda, si possono alzare i remi: contro corrente, bisogna far forza!

Fortezza è il silenzio, non il grido, la rinunzia, non l’assalto, il sacrifizio, non il delitto! Un uomo o un popolo è forte in quanto non già domina, ma si domina, in quanto odia, non già ama, il suo esclusivo interesse! Quando, per esempio, voi giovani ardenti alzate l’aquila imperiale e dal suggesto pronunziate le concioni cesaree, voi dovete considerare che l’imperialismo che voi ammirate e consigliate, o è durevole, e allora è opera di supremo altruismo, o è una egoistica bramosia di dominio, e allora è efimero. Voi vorreste, senza dubbio, non gl’imperi di Attila e di Tamerlano, ma quello del buon Augusto. Ebbene questo, di Roma, l’impero degli imperi, non fu che la dedizione di Roma ai popoli conquistati, non fu che il dono che di sè fece l’Urbe all’Orbe. Per appena un terzo della sua storia, l’impero fu nelle mani d’imperatori non dico romani ma italici.

E oggi?... Ma non parliamo d’oggi! Il domani terribile sorge, che spezzerà la gioventù della terra, con la dinamite, la panclastite, la lyddite!

Si affaccia ai nostri tempi l’orrenda battaglia universale, che sarà la catastrofe di quello che si chiama il materialismo, e potrebbe chiamarsi il bestialismo, storico. Perchè sì; ai nostri tempi sono accaduti e accadono molti fatti che si prestano mirabilmente a formulare la teorica dell’unico o prevalente interesse, come movente nella storia umana. Ma i nostri sono tempi d’eccezione.

I popoli ora sono come quei viandanti che trovarono il tesoro.

Facevano insieme la loro via, tollerandosi se non amandosi, disposti a mettere in comune il loro viatico, disposti a difendersi dai comuni pericoli, sorreggendosi anche nelle viottole scabrose, e ragionando e confortandosi e consolandosi.

Ma trovarono il tesoro, e meditarono l’uno all’altro la morte.

VII.

O viandanti dell’umano destino, o classi, o popoli, tristo quel tesoro, che a voi scopersero Colombo e Livingstone, che a voi trovarono Watt e Volta, tristo quel tesoro, se fa diminuire e svanire l’amore che già nasceva e cresceva in voi, nel vostro cammino così faticoso! Il popolo che precede, vuol respingere il popolo che segue, e questo vuole ricacciar quello. E ogni popolo ha classi che si sono spinte avanti e classi che rumoreggiano alle spalle delle prime. E tutti, sì i popoli e sì le classi, sembrano preferire la guerra e la lotta al godere il tesoro della pace in pace. E persino le classi dei popoli i quali sono più lontani dal tesoro, che lo intravedono appena nella lontananza dell’avvenire, rissano ferocemente tra loro per contendersi quello che non è ancor loro, che non si sa se sarà mai loro. Più ferocemente degli altri, rissano, mettendo così ancor più in dubbio la sorte di giungere a quel fine! Guerra e lotta! come se ognuno, giudicando da sè, credesse sparito nel cuor dell’altro ogni sentimento che non sia del più lupigno egoismo! Lotta! Per aver giustizia, bisogna gettare la libertà: non c’è altra via! Facciamo come il miserabile che d’inverno procaccia di farsi mettere in prigione per mangiare il pane! Mettiamoci tutti in carcere per avere ognuno, di questo gran tesoro, la giusta parte! E guerra! per proteggere con migliaia e migliaia di cadaveri stillanti in silenzio il loro sangue giovanile, per seppellire sotto la lor morte questo gran tesoro di civiltà, che non sarà mai più loro... nè vostro !

VIII.

Così è. Ma non deve essere, non può continuare ad essere, se è vero ciò che è vero, che l’uomo è l’animale il cui carattere differenziale dagli altri è questo, sublime e unico, di disubbidire, eroicamente ribelle, alla legge della lotta per l’esistenza. La quale silenziosa ribellione, degna, sì, d’un Titano maggiore dell’antico, perchè il nuovo frange da sè le catene che lo avvincono al Caucaso, ora sembra interrotta dalla furia schiamazzante della bestia che corre — energicamente — al pasto. Sì. Per le scoperte geografiche e specialmente per le applicazioni delle forze del vapore e dell’elettricità, l’uomo si ritrova ora come novello in un mondo novello. Ha ricominciato, in certa guisa, la sua evoluzione. E risorto l’atavico egoismo. S’è svegliato il bruto primordiale, oh! non nelle caverne e nelle foreste, ma nelle splendide Babilonie; e s’è trovato sotto mano oh! ben altro che le freccie e le scuri di selce ! La trogloditica scimmia d’allora ora sa maneggiare la folgore

IX.

Là dentro, il buon candido vecchio, giunto all’estremo della sua vita, alza una ostia pura. È un rito antichissimo, più che millenario; d’altri tempi! D’altri tempi, sì, in cui la scienza era molto bambina e la folgore non era, davvero, domata. Eppure... Eppure quel vecchio che alza l’ostia, ha inoltre, per più di settant’anni, alzato sè stesso, elevata la sua umanità, per quel tratto di cielo che i millenni e i millenni fecero superare all’anima nostra, si è affinato e purificato in modo da non veder più e non pensar più la selva oscura e la bestia selvaggia dell’origine, e da sentire, in alto in alto, quel che noi non sentiamo ancora e non sentiremo forse mai... Ma lasciateci, dunque, entrare! Scuotiti dalla tua estasi tu, o sacerdote dell’Alto, e volgiti a dire le parole degli angeli, con le quali essi aprirono l’Era del Cristo, e le quali costoro qui del vestibolo dimenticano: Pace agli uomini di buona volontà! Ognuno entri con la fede che può, con la speranza che sa, pur che in lui sia l’amore; e l’amore vi è in ognuno, s’egli è uomo, perchè l’uomo vuol essere uomo, non ostante che la bestia che è in lui, voglia anch’essa rimaner bestia!

X.

Entrate, dunque, o uomini di buona volontà. Perchè no? Le sue preghiere ci faranno bene. Perche no? Un gesto, un grido che noi facciamo, si propaga per tutto, urta d’un moto, quanto si voglia impercettibile e inconcepibile, le stelle più lontane, fa oscillare l’universo: e il prorompere di così imperiosa volontà di bene da così pura anima sarà in vano? Oh! prega, prega, o santo vescovo! Tu leggi nel vangelo del tuo giorno anniversario : — udrete battaglie e rivoluzioni... bisogna che avvengano... sorgerà razza contro razza, e regno contro regno... — Prega per la nostra Patria...

XI.

Non è felice la nostra Patria, o padre! Ella è ristretta e povera per i suoi figli; e cercò, al pari delle altre nazioni, ma troppo tardi, altre terre per crearvi Italie nuove. E trovò il deserto e trovò Dogali e Abba Garima. Trovò la disfatta dove aveva sognato l’impero, trovò la strage dei suoi giovani eroi dove aveva disegnato le capanne dei suoi industri coloni. E noi malediciamo e bestemmiamo questo e quello, caricandolo di tutti i peccati, senza riuscir più a formarci l’idea, e vedere il fantasma della santa Italia nostra che credeva di far bene a far quello che fece per i suoi figli, e li seppe macellati in un mucchio, tanto lontano da lei! E i figli emigrano a centinaia di migliaia ogni anno, a fiumane di vite; e queste fiumane vanno a perdere il nome, il nome d’Italia, nel mare di nazionalità diverse. Ogni anno le altre nazioni crescono, ogni anno diminuisce la nostra: tanti sono quelli che partono per non ritornar più: per non ritornar più dove non è pane per loro, e non fu scuola che suggellasse a loro l’italianità dell’anima... Non parlare, anzi, o buon vescovo, di nemici della patria... Queste parole, tra tante tue così dolci e così pie, mi ferirono. Si tratta, o buon vescovo, d’una famiglia in cui le cose non vanno bene. Ci sono state sventure, ci sono disastri, non abbonda il cibo, non sempre c’è il lume. Ebbene, scoppiano dissensi e risse per un nonnulla. Ognuno ha dolore acuto nel cuore; e lo getta contro chi ha più vicino; e più vicino ha il fratello, e più vicina ha la madre. Che nemici? Vadano un po’ meglio le cose: si sorrideranno. Vadano un po’ peggio: si abbracceranno.

XII.

Si abbracceranno nel gran giorno, prima di marciare alla morte, per difenderla, la cara madre, tanto nobile quanto povera. E tu parla, in segreto, all’Invisibile, di quel gran giorno, se spunterà, in cui dovremo, difendendo ciò che è già nostro, ripetere ciò che non è ancor nostro. In segreto, o pio, deprecando e pregando, fremendo e piangendo... Ma dì forte al popolo: Sursum corda!

Prepariamoli questi cuori amareggiati! Non si graffino ora, i destinati a morire accanto! Odimi, anzi: alza la tua potente voce d’apostolo, come io ora ho fatto intendere il mio cicaleccio di discepolo: io per la tua Opera d’assistenza, ma tu per la società che ha il nome e il compito dal Genio dell’italianità, Dante Alighieri !

L’Italia ha bisogno di tutti i suoi figli. Tristi i figli che negano soccorso alla madre; più tristi quelli che alla madre che ne ha necessità, calunniano gli uni il dono degli altri, sussurrandole : “Non prenderlo: è veleno! Viene dai preti! Viene dai massoni!„.

XIII.

Ma il buon vescovo pregherà per tutti: per tutti i figli d’Italia e per tutti gli uomini della terra, per tutte le classi e per tutte le razze. Pregherà che sempre più in tutti soffi questo spirito che porta in alto, pregherà per quelli che ascendono e anche per quelli, infelici, che cadono. Egli accorre, noi sappiamo, alle cadute; e stilla sulle grandi ferite il suo balsamo! E pregherà, pregherà per quelli che noi incateniamo, che noi serriamo in una gabbia di ferro, che noi seppelliamo vivi in una cella, a gustare per anni e anni, anche, ahimè!, per sempre, lo stillicidio della morte; pregherà per loro che forse un istantaneo oblio d’amore, un frainteso suggerimento, forse, d’amore, trascinò giù; e per i quali noi, l’amore, lo dimentichiamo per sempre !

XIV.

11 candido vecchio si volge, e ci dice : Andate : la messa è finita.

Noi non andiamo ancora, o buon vescovo. È la tua messa d’oro. Sono cinquant’anni che tu adempi il tuo ministero; e noi ti dobbiamo un premio... No; perdona; l’elemosina. Eccola. Un’elemosina ci vuole alla tua vecchiezza non più tanto valida. Eccoti di che costruirti un Ospizio... per i nostri lavoratori raminghi. Noi ti premiamo, noi ti doniamo, noi ti benefichiamo, così. Quelli ci troveranno ricovero istruzioni assistenza e vitto. Ciò farà bene a te. Deporranno lì i loro picconi coi quali mutano faccia al mondo e pur non guadagnano tanto in tutta la lor vita di lavoro da riposare un anno nella loro ultima vecchiaia; sosteranno, nel loro perpetuo cammino, e riposeranno almeno una notte, in un letto, come si suol dire e qui è così ben detto, cristiano. E ciò farà bene a te. Sentiranno, prima di lasciare la patria, per essere forse travolti da frane, avvelenati da miasmi, infranti da cadute, sentiranno una dolce parola di conforto nella lingua della patria; e la porteranno seco nell’esilio. E ciò farà bene a te. Il bene tuo è quello che si fa agli altri.

Gentili anime che mi avete pazientemente ascoltato, ora, compiuto il suo rito, il santo vescovo ringrazia. Egli, egli, è grato a noi. Imitiamolo. Ritorni a lui la gratitudine di averci ispirato a fare questo po’ di bene. E sia a voi, sia anche a me, gioia, una gioia di quelle che valgono a temperare la tristezza della vita, aver contribuito all’elemosina di questa italica, veramente umana e divina, Messa d’oro.

 

Note

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[1] banchetto comune dei primi cristiani (voce greca) [ndr]

[2] necessità, fatalità, destino (voce greca) [ndr]

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Ultimo aggiornamento: 19 gennaio 2008