Giovanni Pascoli

Pensieri e discorsi

[1914]

Edizione di riferimento

Pensieri e discorsi di Giovanni Pascoli, MDCCCXCV-MCMVI seconda edizione, Nicola Zanichelli editore, Bologna MCMXIV

La ginestra

Imaginiamo d’essere trasportati al 1835, e di conoscere di Giacomo Leopardi quello che allora il pubblico poteva conoscerne, cioè quanto ne abbiamo fin ora [1] alle stampe, meno il Tramonto e la Ginestra. Leggiamo l’ultima delle operette morali: il dialogo di Tristano e un amico. Già il dialogo è alla sua fine. Dice Tristano: “Se ottengo la morte, morrò così tranquillo e così contento come se mai null’altro avessi sperato nè desiderato al mondo. Questo è il solo beneficio che può riconciliarmi al destino...„

L’amico tace. Egli sente sopra il capo senile del giovane poco più che settilustre il ventilare delle ali della bellissima fanciulla. La fronte dell’aspettante è eretta, il suo cuore ha gettato da sè ogni vana speranza. La fanciulla che sottoporrà dopo due anni il suo vergineo seno a quel volto esile e smunto, la fanciulla non ha per mano il suo gemello, ch’ella gode

 

Accompagnar sovente;

E sorvolano insiem la via mortale.

 

Tristano continua e conclude: “Se mi fosse proposta da un lato la fortuna e la fama di Cesare e di Alessandro netta da ogni macchia, dall’altro di morir oggi, e che dovessi scegliere, io direi, morir oggi, e non vorrei tempo a risolvermi„.

L’amico tace. Ma ogni lettore di Giacomo Leopardi si sente a questo punto di prendere le parti di quel freddo personaggio di giudizio, e parlare al poeta. Io voglio parlare per lui. Il poeta è presente nell’opera sua, usque recens. Voglio parlare al poeta, e dirgli:

I.

— O Tristano, o tetro amante della morte, sei tu davvero così morto spiritualmente come affermi? è vero proprio che in cotesto desiderio di morte, non ti turbano più, come solevano, la ricordanza dei sogni della prima età e il pensiero d’essere vissuto invano?

Altra volta ciò ti parve, o Tristano, e il cuore ti parve perduto e morto, incapace di provare pure il dolore. Quella volta non potevi nemmeno più piangere la sparizione degl’inganni primi, dei dolci inganni, delle vaghe immagini. La tua vita era un deserto allora, come ora. La dicevi allora spogliata, esanime. Mancavano allora

 

all’ anima

Alta, gentile e pura,

La sorte, la natura,

Il mondo e la beltà;

 

sapevi che l’infelicità umana era immedicabile, che la natura era sorda e nemica, che gli uomini non ti volevano e potevano dare nè la gloria nè la pietà, e che vano, in ultimo, vano era anche l’amore. Nè ti ricredesti, so bene, ma il tuo cuore riacquistò la potenza di rimpiangerlo, quel beato errore; e il dolore, secondo una tua parola di grande virtù nelle nostre anime, ti venne a consolare. E da quel rimpianto noi avemmo nova gioia di canti; gioia: perchè il dolore del poeta è di così mirabile natura che anche quando il suono ne è triste, l’eco ne è dolce.

E ora? Aggiungi che ora, o Tristano, si appressa il momento che tu dormirai per sempre. E noi vogliamo la tua ultima parola. E sappiamo che questa, che hai pronunziata or ora, non è per essere utile, come certo non è dolce ai tuoi fratelli. Ma dei poeti grandi come sei tu, è somiglianza col frumento della terra, che solo dopo battuto e franto, dà il pane di vita. Dà a noi, o poeta, che abbastanza, credo io, sei stato battuto e franto dalla natura e dagli uomini, dà ora a noi il pane di vita, il supremo ammonimento del tuo dolore. Ma sarà possibile? Tu sei morto spiritualmente, dici.

II.

Vediamo. La gloria non ti sorride dunque più? Eppure, a me pare che questo sogno di fanciullo ti debba rimanere. Da fanciullo, meno che ventenne, professavi: “Io ho grandissimo, forse smoderato e insolente, desiderio di gloria„. Certo poi, sett’anni dopo, la gloria che sola t’era concesso di cogliere, quella “a cui si viene talora colla sapienza e cogli studi delle buone dottrine e delle buone lettere„, ti parve tale da essere tenuta “in piccolo conto per comparazione alle altre„, e ti parve che fosse ben difficile a conseguire tra i viventi, e non senza compenso di fastidi e dolori, e pur difficile a ottenere e conservare tra i posteri e senza tuttavia alcun frutto di felicità. Ti parve che ella portasse a’ suoi cultori il destino di “condurre una vita simile alla morte, e vivere, se pur l’ottengono, dopo sepolti„. Ironia! E dopo ancora t’accorgesti che il tristo secolo non apprezzava ingegno e virtù, e che pur questa inutile gloria mancava ai degni studi. Non ostante mi parrebbe che ora tu dovessi sentire nella pallida fronte la ventata dell’avvenire: il soffio che viene dall’isola lontana la quale interrompe l’infinito mare della morte.

No. Se ti si offrisse invece di questa gloria inferiore, che viene dallo scrivere, quella maggiore che nasce dal fare, e ti si offrisse in sommo grado e senza alcuna macchia, e ti si desse a scegliere tra quella e la morte, tu sceglieresti la morte. La gloria è vanità.

III.

Ma invero c’è qualche cosa di meglio. Tu dicesti, quattr’anni sono: “Io non ho bisogno di stima, nè di gloria, nè d’altre cose simili, ma ho bisogno d’amore!„ E per il tuo cuore basterebbe, credo, anche quello che tu, così vivamente, chiamasti “amor di sogno„, simile a quelle meteore spirituali che scoppiano nel silenzio del sonno, e lasciano, al ri-sveglio, l’anima rinverdita e rinnovata come dal refrigerio d’una tempesta. Al tuo cuore basterebbe dell’amore il lampo, che da lontano esso, nuvola temporalesca e fecondatrice della nostra vita, manda, quel lampo che è illusione, o quell’ombra che getta pur da lontano, trascorrendo via, quell’ombra che è dolore. Ti basterebbe ripensare, con un risveglio di palpiti, quella cara beltà che ti appariva, quand’eri poco più che fanciullo, ti appariva, ma sempre lontana e nascondendo il viso; ti basterebbe sperare che quando puro spirito movessi per vie inusitate ad ignoto soggiorno, ella ti si facesse incontro, viva, e venisse con te compagna. Ti basterebbe risentire l’affetto acerbo e sconsolato nel ricordare il suono della voce e il rumorio del telaio di Silvia; ti basterebbe riprovare i palpiti della rimembranza acerba, rivedendo la finestra deserta, nei cui vetri si riflettono le stelle, e donde già ti parlava Nerina! O vorresti ritornare alla ancor recente primavera di Firenze, quando tra i novelli fiori ti apparve novo ciel, nova terra? ti apparve l’allettatrice, vestita di viola,

inchino il fianco

Sovra nitidi pelli e circonfusa

D’ arcana voluttà?

E nella tua mente dileguarono tutti gli altri pensieri, e solo quel pensiero d’amore vi stette come una torre, e quel pensiero vi verdeggiò come un’oasi, e quel pensiero vi dominò come un incantesimo meraviglioso che t’inalzava a un’immensità nova! Sogno, sì, anche quel dolce pensiero, ma di natura divina:

 

perchè sì viva e forte

Che incontro al ver tenacemente dura,

E spesso al ver s’adegua,

Nè si dilegua pria, che in grembo a morte.

 

Solo con quel pensiero la vita poteva vincere in gentilezza la morte... sebbene quanta, per quello, era pur la gentilezza del morire! Ecco la morte prendere la figura della donna apparsa nella prigione a Socrate, e le ali dell’angelo, e il seno del Redentore in cui volontieri si riposa. Tutto ciò che di più grande, di più alto, di più santo, imaginarono, sognarono, soprasentirono gli uomini, tu lo richiamasti al tuo pensiero, per adornarne la sorvolatrice della nostra via, la compagna dell’amore. Oh! tu la desiderasti sempre, la bella morte, sin dal cominciar degli anni, quando contemplavi la fontana con gli occhi pensosi della fine; ma il tuo desiderio si mescolava poi al pianto amaro. Poi no: il desiderio nasceve languido e stanco insieme con l’affetto d’amore, ed era gran parte della soavità di quello. Ma anche cotesta dolciura dell’anima passò: sottentrò la notte senza stelle, invernale. Era un inganno e tu ti accorgesti con ira dell’errore e dello scambio. Aspasia era una figlia della tua mente...

Anche l’ amore, vanità!

IV.

Ma ti restavano con la loro infinita bellezza la terra e il cielo. Non ricordi, Tristano, gli occasi del tuo borgo, fiammeggianti dietro monti lontani, e la siepe dell’ermo colle, e la luna pendente su esso, e la pioggerella mattutina che picchiava alla tua villetta, e le stelle dell’Orsa scintillanti sul giardino, e le lucciole erranti per le siepi, e lo schiarirsi del cielo dopo la tempesta, e il suo incupirsi dopo il crepuscolo, e il ritornare sotto la luna le ombre sparite allo sparire del sole? Non ricordi i gorgheggi dell’usignolo nell’ozio dei campi; e il canto del passero solitario dalla torre: il canto che erra in disparte nella valle, mentre nel borgo è il rombare delle campane e il crepitare dei mortaretti: e il cadenzato gracidìo delle rane, e lo stormire dei cipressi, e i silenzi altissimi dei meriggi, e il cantarellare di donna che sfaccenda nella casa serrata, e la canzone che nella notte del dì di festa muore a poco a poco lontanando per i sentieri, e i tocchi della campana che veniva a farti compagnia nelle notti di veglia e di paura? Ricordi, certo. Ma ora giaci sull’erba, neghittoso e immobile; guardi il mare, la terra e il cielo; e sorridi d’un sorriso amaro.

Vanità anche quest’infinite bellezze.

V.

Non c’è che la morte.

Ed anche la morte non è più la bellissima fanciulla alata che ti apparve in quella scossa d’amore. La donna che sognò Socrate, era ammantata di bianco. Ora tu la dici velata di neri panni, cinta di ombra trista. Ella ti conduce a Ftia zollosa, al porto; ma il porto tu lo dici piú spaventoso d’ogni tempesta.

E poi se chi muore può dirsi libero del peso della vita e si ha da considerare avventurato, che ne è di chi resta? di chi rimane senza sè stesso, e si vede portar via

 

la diletta persona

Con chi passato avrà molti anni insieme,

E dice a quella addio senz’altro speme

Di riscontrarla ancora

Per la mondana via?

 

E quella è diventata polvere e scheletro, ossa e fango, fango e ossa: vista vituperosa e terribile da nascondersi agli occhi di chi pur l’amò. Tu dicevi che agli uomini non era stato dato di bello che l’amore e la morte. L’amore era un inganno, l’estremo inganno. Perì. Nè speranza più, nè desiderio. Non restava che il morire, dunque. Tu dicevi:

 

al gener nostro il fato

Non donò che il morire.

 

Ora anche il morire è infelice e la natura anche in questo è crudele. Tu non lo sapevi poco fa, quando pur suggerivi al tuo cuore stanco:

 

Ornai disprezza

Te, la natura, il brutto

Poter che, ascoso, a comun danno impera,

E l’ infinita vanità del tutto.

VI.

Del Tutto. E la tua patria italiana, o Tristano, la tua patria, per la quale ardevi d’amore ringraziando il cielo d’averti fatto italiano, quella a cui, ventenne, nel compiere anzi il ventesimo anno, dicevi con voce di delirio: “O patria, o patria mia: non posso spargere il sangue per te, che non esisti più„; quella a cui, nella tua veemente canzone, auguravi la gloria e il ferro, a cui consacravi il tuo sangue, che doveva essere foco agl’italici petti; quella tua patria che intanto ha cautamente, lentamente, alzata la faccia di tra le ginocchia, e s’è guardata attorno, e s’è provata di alzarsi su due piedi, e s’è alzata, e già fa tintinnire le catene di cui è avvinta? Più tardi dicevi che dalle donne non poco aspettava la patria, e volevi la nuova stirpe amante del pericolo e della virtù, della sudata virtù; e, con una penetrazione dell’avvenire meravigliosa in un giovane conte dello stato pontificio, cresciuto nell’ombra della biblioteca e della chiesa, sotto lo sguardo d’un uomo ligio al governo clericale e nemicissimo d’ogni novità, volevi educazione forte, e armi.

E ora dunque, o Tristano? Leggo in una tua lettera: “Sapete che io abbomino la politica, perchè credo, anzi vedo che gli individui sono infelici sotto ogni forma di governo, colpa della natura che ha fatto gli uomini alla infelicità„.

Ad Aspasia scrivevi così. Eppure in altri tempi dalla considerazione dell’infelicità umana traevi ben altre conclusioni. Dicevi che, poichè la vostra vita non vale se non a spregiarla, poichè è beata solo nell’oblio di sè stessa tra i pericoli mortali e nella gioia d’essersi da quelli poi sottratta, il forte non poteva far cosa più a sè utile, oltre che bella, che cimentare quella vita per la patria.

Come la conclusione oggi è così diversa? Perchè quel sogghigno di malaugurio nel vedere 

 

le barbe ondeggiar lunghe due spanne;

 

nell’udire la setta sorta tra i topi ragionar con forza e leggiadria

 

D’ amor patrio, d’onor, di libertade?

 

Non fuggiranno già sempre i topi congiurati! Nè sempre, già allora, erano fuggiti, avanti i granchi! E s’avvicina il tempo in cui apprenderanno a resistere e ad assalire, a morire e a vincere; e molte nobili teste, con le barbe o no, o Tristano, saranno strette dal laccio o recise dalla scure. Sta per fluire, o Tristano, il sangue generoso a fiotti, il sangue che sarà fuoco, fuoco inestinguibile, che ridurrà in cenere il passato di schiavitù e abbiezione, che pur hai detestato con la parola giovanile!

Vanità, vanità: dice il tuo cuore, stanco.

VII.

Vanità i severi economici studi, vanità ogni speranza di miglioramento sociale. Tu ridevi, scrivendo ad Aspasia, della felicità delle masse, perchè aggiungevi: “il mio piccolo cervello non concepisce una massa felice, composta d’individui non felici„. Tu aggiungevi ancora: “I miei amici si scandalizzano; ed essi hanno ragione di cercare gloria e beneficare gli uomini; ma io che non presumo di beneficare, e che non aspiro alla gloria, non ho torto di passare la mia giornata disteso su un sofà, senza battere una palpebra„. E tu confermi queste terribili parole col tuo presente ragionamento e coi gelidi amarissimi versi al candido Gino. Felicità comune? vanità! Scienza? vanità! Progresso? vanità! Anche la poesia, che non può essere utile, che non può cantare

 

i bisogni

Del secol nostro e la matura speme,

 

anche la poesia è dunque vanità.

Tristano! Eppure io non sono come gli altri amici tuoi che si scandalizzano.

Io so il perchè.

E io so che, per grande poeta che tu sia, il tuo tempo non è ancora venuto. Tu non sei il vate delle ardenti rivoluzioni nazionali; tu non sei il profeta delle cupe secessioni sociali. Riconquistati i confini delle patrie, ricostituiti i diritti delle classi, verrà il tuo evo. Perchè in vero tu contempli il genere umano da così sublime vetta di pensiero e dolore, che non puoi scoprire, da così lungi e da così alto, tra gli uomini, differenza di condizioni, di parti, di popolo, di razza.

È un formicolio di piccoli esseri uguali: e se n’alza un murmure confuso di pianto.

VIII.

Tristano! Tristano! E tu dunque avrai avuto per tua parte il cuore così nobile, l’intelletto così alto, e così singolare di sventura il destino, senza utile nostro, di noi, che siamo tuoi fratelli in dolore? Abbomini la politica, ridi della felicità delle masse: colpa della natura, ripeti. Non c’è dunque nulla da fare? Non c’è più che da guardare stupidamente in viso questa ridicola esistenza? Vano cercare, come la panacea, così il farmaco che faccia obliare, sia pure per brevi momenti, il dolore e l’ira? che li attenui almeno? Sei tu davvero, ripeto, così morto spiritualmente? Sei tu già davvero di là e come l’Aiace omerico, insensibile alle dolci parole, silenzioso e irato, te ne andrai “tra le altre anime verso l’Erebo dei morti„? —

Questo io imagino si potesse dire al poeta di Recanati, quando de’ suoi canti erano noti quelli dell’edizione del 1835, insieme con le operette morali. Dopo quell’anno egli fu sulla terra altri due anni appena. Non avrebbe dunque risposto all’interrogatore?

Rispose.

Dopo la sua morte, ott’anni dopo, comparvero altre due poesie di lui: il Tramonto della luna e la Ginestra. Fu come se il poeta del dolore e della morte parlasse d’oltre tomba. E in vero sono due canti che hanno della tomba la risonanza solenne, la efficacia persuasiva. Sembrano due supreme testimonianze.

Egli lontanò, per così dire, tra una luce pallida, cui sottentrò il buio eterno. Il paese illuminato dalla luna, già al confine del cielo, era ridente, variato di vaghe ombre. Ma la luna tramontò. Tutto divenne oscuro.

Risuona un canto mesto di saluto all’ultimo raggio. Il viatore è rimasto senza più guida. Così nella vita umana, quando è finita la giovinezza. Gl’inganni, i dolci errori, le speranze che si appuntano in un remoto avvenire, rientrano nell’oscurità. La quale oscurità non sarà mai vinta dall’aurora. Ancora un po’ di notte, poi la tomba. Quali sono quelle lontane speranze? quale l’altra luce e l’altra aurora che è vano sperare dopo il tramonto della giovinezza?

Si allude, forse, a ciò che nell’Amore e Morte già disse:

 

Ogni vana speranza onde consola

coi fanciulli il mondo,

Ogni conforto stolto.

 

Il canto che salutava

 

Con mesta melodia

L’ estremo albor della fuggente luce.

 

è un canto di disperazione. D’oltre tomba il Poeta sembra reiterare le lugubri parole: “Vanità! vanità! Nella vita umama non c’ è di buono che la giovinezza, ed anche in essa il bene non è che l’aspettazione del bene o la interruzione del male. Sparita la giovinezza, in cui non sono pur se non ombre e sembianze al lume della luna, non aspettatevi, o uomini, che sorga l’alba dall’altra parte.

Ombra, inganno, sogno, o uomini la vostra speranza di rivivere morendo! La morte è„.

IX.

Ma non quella fu l’ultima voce del poeta. Il Poeta, lontanando tra la luce pallida della luna occidentale, accennò a una ginestra. Ad essa parlò nella tenebra che cresceva e in cui correva un bagliore d’incendio. Le parole che egli indirizzò agli umili steli sono pur tristi; ma quegli steli hanno un fiore. Come nel Tramonto della luna, tra lo sparir delle ombre, nell’ombra unica e totale e sempiterna, s’inalza quel mesto canto del carrettiere, dalla sua via (dalla via umana, dalla vita); così nell’ultimo lugubre poema, tra una che io direi desolata macerie di pensieri e di imagini sinistre, spicca quel fiore col suo profumo che il deserto consola.

C’è dunque nel deserto della filosofia Leopardiana un fiore gentile che manda il suo profumo d’odore dolcissimo

 

quasi

I danni altrui commiserando, al cielo.

 

Oh! quali danni! Ecco un deserto di lava e di cenere, ecco al ricordo una silenziosa campagna memore d’un impero perduto, ecco su noi un cielo notturno gremito di stelle, ecco sotto noi una terra che ha nel suo seno città sepolte; vediamo uno scheletro di città messo all’ aperto, una fiamma che guizza tra le rovine come una fiaccola misteriosa che si aggiri in un palazzo vuoto. Su tutto domina il simbolo della distruzione: il monte sterminatore. E si hanno un volo e una caduta di una terribilità vertiginosa. Sopra il monte ardente, il cielo stellato. Guardate quelle stelle, poi quella nebbia di stelle, concepitene la grandezza. Ecco, il monte è sparito, la terra non è che un granello di sabbia. Un pomo cade dall’albero, senza sforzo, per la sua maturità. Questo piccolo tonfo vuol dire la rovina d’un popolo di formiche. I boati profondi del Vesevo sterminatore non sono nemmeno comparabili a quel lieve tonfo d’un pomo marcio che si schiaccia a terra. Noi inabissiamo in pensiero, come ci accade talora in sogno, quando ci abbandona a un tratto il peso.

Nessun commento potrebbe farsi più espressivo alla massima funerea

 

da Natura

Altro negli atti suoi

Che nostro male o nostro ben si cura!

X.

Il poeta mette gli uomini tra la tenebra, tò scótos, e la Luce, tò phôs. Essi hanno preferito tò scótos.

"E gli uomini amarono meglio la tenebra che la luce„. Quale è la luce? la sinistra fiaccola che gira nel palazzo vuoto? il baglior della lava? Certo è la verità, e la verità discopre per il Leopardi, la rovina e la morte, la morte totale ed eterna; come quel bagliore,

 

Che di lontan per l’ ombre

Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge,

 

non rivela che macerie, nell’orrore della notte, e vacui teatri e templi deformi e rotte case, uno scheletro di città; rivela che tutto è in balia del caso, che non esiste legge di progresso, che aspra è la nostra sorte e depresso il loco, e tutto passa e tutto muore.

La vita umana è un deserto su cui domina la minaccia eterna dello sterminio. Questo è tò phôs. Ma l’uomo alla luce rivolge il tergo vigliaccamente; gli piace d’illudersi, sogna progresso, libertà, civiltà, grandezza, provvidenza, eternità. Superbe fole! che già cominciate a distruggere, tornano ora a rifiorire. L’uomo ha paura della morte e pargoleggiando si dà a credere di essere immortale. Questo dice l’ultima voce del poeta; e fin qui si può dire che si ripeta. Si può anzi domandargli: — E perchè invidiare la soave illusione a’ tuoi simili, o Tristano? Perchè chiamare, in certo modo, vigliacco il povero bambino che teme del buio? che utile c’è nel confermargli la sua paura? nello accrescergliela? Egli è adunque al buio, il povero bambino, ma pensa: Di là c’ è mamma che ha il lume acceso o lo accenderà a una mia chiamata. No: tu suggerisci al tuo cuore: no, no: non è tua madre, e non è là col lume acceso o da accendersi a un tuo lamento: è la matrigna, matrigna in volere se anche madre in parto; ed è uscita, perchè non si cura di tuo bene o di tuo male, e pensa a tutt’altro. Trema, piangi e dispera: il buio è infinito. L’alba non verrà mai. Quando canterà il gallo, tu ti leverai per adagiarti nella sepoltura. —

O poeta, è questa l’ultima tua parola?

XI.

Ricordiamo una sua frase: “che i miei principii sieno tutti negativi, io non me ne avveggo„. Si sbagliava? Sarebbe inverosimile. Egli sentiva che dalla sua filosofia negativa scendeva una grande affermazione. L’affermazione che egli stupiva non balenasse ai lettori delle sue sconsolate prose e poesie, egli la esprime qui, nel suo poema lugubre e ultimo. Egli dice che la morale risultante dalle credenze religiose non è efficace:

 

superbe foie

Ove fondata probità del volgo

Così star suole in piede

Quale star può quel ch’ ha in error la sede.

 

L’aveva già detto nel dialogo di Plotino e Porfirio, questo, adombrando nelle credenze di Platone altre a lui care nella sua fanciullezza. Egli aveva detto che “quei dubbi e quelle credenze (circa lo stato nostro dopo morte) spaventano tutti gli uomini in sulle ore estreme, quando essi non sono atti a nuocere„, e spaventano i buoni e i timidi, non gli altri. Egli aveva detto che non tali sospetti di pene e di calamità future, ma “le buone leggi, e più la educazione buona, e la coltura dei costumi e delle menti, conservano nella società degli uomini la giustizia e la mansuetudine„. Egli aveva negato insomma che dalle credenze religiose derivasse alcun frutto di virtù per gli uomini, affermando che non ne deriva se non una maggiore infelicità per quelli che trovando insopportabile la vita, avessero voluto cambiarla con la morte.

Troppo più egli dice nella Ginestra, nella quale riassume e compie, e in parte, direi, corregge tutti i suoi principii sparsi nei canti e nelle operette morali. Egli proclama che nella sua filosofia è un principio sul quale può edificarsi un inconcusso sistema di morale; e questo principio è la coscienza della nostra bassezza e fralezza.

Ecco la luce. E il poeta del dolore, il filosofo del nulla, parla ora come un sacerdote: il sacerdote, per così dire, della irreligione.

XII.

Egli aveva detto: Uomini, felice la greggia che giace placidamente al lume della luna! Essa non sa la sua miseria, non sa di dover morire. Voi sì lo sapete, o mortali.

Egli aveva detto: “Laddove tutti gli altri animali muoiono senza timore alcuno, la quiete e la sicurtà dell’animo sono escluse in perpetuo dall’ultima ora dell’ uomo„.

Ora egli dice:

Il solo progresso umano possibile sta nel procedere della conoscenza del vostro destino.

È l’orrore avanti la natura la quale vi minaccia continuamente, e ciecamente vi affligge e stermina, che deve essere base, radice, della giustizia e della pietà. E quest’ orrore bisogna che non lo vinciate dando retta ad ingannevoli promesse; voi lo dovete provare intero e assoluto. Progredire la società umana non può che verso la verità, e la verità è questa: la morte. Avanti dunque verso la morte!

Ma voi volete arretrare.

Ed io vi dico che dovete avanzare, dovete gettare le illusioni, dovete acquistare la coscienza della vostra piccolezza, della vostra solitudine, della vostra miseria, del vostro essere fortuito ed effimero.

Perchè da cotesta coscienza verrà in voi lo appaciamento degli odi e delle ire fraterne, ancor più gravi d’ogni altro danno; verrà il vero amore che vi farà finalmente abbracciare tra voi, porgendo Valida e pronta ed aspettando aita Negli alterni perigei e nelle angoscie Della guerra comune.

Da cotesta coscienza verrà insomma la bontà, come dal deserto di lava e di cenere spunta l’odorato fiore.

XIII.

E guardate le stelle. Pensate, che fu un tempo in cui esse erano credute come appaiono, piccole, atomi di luce.

E la terra allora pareva grandissima al suo abitatore il quale credeva sè stesso dato signore e fine al tutto.

Invece è la terra, piccola, minima, un granello di sabbia. Credere la terra grande e le stelle piccole; o credere, come sono, infinite di numero e di grandezza le stelle e minima la terra: ecco le due religioni, ecco lo scòtos e il phôs, la tenebra e la luce.

Guardate il Vesevo sterminatore, il bagliore di lava fiammeggiante nelle tenebre, la fiaccola che s’aggira in un palazzo vuoto, guardate la morte.

Guardatela in faccia senza piegare codardamente il capo e senza erigerlo orgogliosamente. Voi sentirete la necessità di essere in pace coi vostri simili.

E non dite che sì, che tutti lo sanno di essere mortali, ma che ciò nessuno ha trattenuto mai dal male.

Io vi dico che non basta saperlo, bisogna averne satura l’anima e non avere nell’anima che questo.

Sanno anche, gli uomini, che le stelle sono grandi, o a dir meglio se ne rimettono con ozioso assentimento ai dotti che lo affermano. Lo sanno insomma, ma non lo pensano ancora. Verrà tempo che lo penseranno.

Giova sperarlo per il bene o per il meno male del genere umano; giova sperare che gli uomini i quali cominciarono come la greggia col non sapere di essere mortali e che poi dalla loro greggia si sono distinti, si può dire, per questo solo sapere di essere mortali, ma via via vigliaccamente hanno adombrata o nascosta questa conoscenza, hanno cercato, infelici! di uccidere la morte e di frodare il destino; si rimetteranno coraggiosamente nella loro via: nella via oscura, solitaria, tutta rovina, tutta cenere infeconda, avanti cui guizza la fiamma della morte, su cui splendono le stelle dell’infinito.

Infelici siete, infelici sarete; ma allora i vostri compagni di via, voi li amerete, o uomini mortali !

XIV.

Questo dice Giacomo Leopardi nel suo poema postumo. Che egli dica il vero non voglio affermare nè negare. Ma consideriamo. Egli è un precursore. Egli dopo la caduta dell’impero Napoleonico e prima d’ogni moto italico prorompeva nel suo fatidico grido:

 

l’ armi, qua l’ armi !

 

preannunziando Vittorio Emanuele e Garibaldi. Ma andava anche più lungi. Egli prima ancora che l’Italia si fosse cominciata a fare, sentiva il rumore d’una marea lontana. Quella che noi ascoltiamo ora con profondo terrore, con profonda tristezza, con profonda dubbiezza, egli la sentiva allora.

L’Italia è fatta, e sui nostri capi passa il presentimento d’un disastro; d’un disastro che sta per cogliere il genere umano; d’un disastro contro il quale, aver fatta l’Italia è per noi come per il contadino aver messo al coperto il grano avanti la minaccia d’un temporale che porterà via la casa e tutto.

Egli lo provava sin d’allora questo medesimo presentimento, e gittava, anche per questo, il suo grido fatidico: Non incolpate, o uomini, gli uomini delle vostre miserie! Abbracciatevi, o stolti: amatevi!

Egli c’ invitava a salir con lui a quell’ altezza di pensiero e di dolore dalla quale chi abbassa lo sguardo, non vede che simili.

Ci siamo noi ancora saliti?

Ad ogni modo, io sento che questa è parola che l’umanità deve tesaurizzare, perchè è fatta per sopire l’odio. Ve n’è un’altra, di parole, che ha questo medesimo fine, sebbene venga da tutt’altre premesse. La parola della disperazione e quella della speranza somigliano. Si può solo disputare, quale sia per avere maggior efficacia; ma somigliano.

Io ricordo che per me (non sembri irriverente qui un mio ricordo di fanciullezza) prima che la ginestra fosse il fiore del deserto, il fiore della negazione, era quello che in più gran copia mietevamo, noi fanciulli, per i greppi d’Urbino, nelle feste religiose dell’estate. Quei giorni portavamo nelle nostre passeggiate pomeridiane, dopo la benedizione celebrata nella chiesa del collegio con tanti ceri e fiori e suoni e canti, un non so che di dolce e di solenne, di tenero e di nuovo, come un profumo d’incenso, un’eco di inni, nel nostro cuore pio. Spogliavamo le ginestre, nel nostro cammino, a gara; poi tutti insieme nella strada maestra dipingevamo con gli odorosi petali d’oro una ghirlanda, con in mezzo le sigle così ingenue e grandi: I. M. I. Chi doveva porre il piede su quel tappeto di gloria, fatto da fanciulli, tessuto di fior di ginestra? Tramontava il sole dietro le Cesane e la schiera ritornava al collegio per le vie già ombrate. E il tappeto? Rimaneva là aureo in mezzo alla strada, mentre sui monti ardeva il crepuscolo.

Quando poi lessi là in quella erma terra marchigiana il poema più bello del poeta marchigiano, quando lessi:

 

Tuoi cespi solitari intorno spargi

Odorata ginestra,

Contenta dei deserti,

 

io sentii nell’anima un profumo di religione e d’ amore. Sentii quel non so che di dolce e di solenne, di tenero e di nuovo, come un profumo d’incenso, come un’eco d’inni, di cui era pieno il nostro cuore pio la sera di una festa. Il fiore era sempre quello, e a me non pareva contradizione tra queste parole che pur sono un annunzio di dolore, e altre che erano novella di gioia: tra questa apocalissi e quel vangelo.

Il fiore della ginestra pareva qua attendere nel crepuscolo il piede d’un profeta, d’un apostolo, d’un Dio lontano; là avanti la fiamma inestinguibile della natura distruggitrice, aspettare paziente la sua fine mortale. Ma ne usciva il medesimo profumo, come le due leggi si concludevano tutte e due con un insegnamento di amore, di perdono, di pace!

 

Nota

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[1] Lo “Zibaldone “non era ancora edito, quando scrivevo queste parole.

Indice Biblioteca Progetto Giovanni Pascoli

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 19 gennaio 2008