Giovanni Pascoli

Pensieri e discorsi

[1914]

Edizione di riferimento

Pensieri e discorsi di Giovanni Pascoli, MDCCCXCV-MCMVI seconda edizione, Nicola Zanichelli editore, Bologna MCMXIV

UNA FESTA ITALICA

   alla bambina mantovana

socia della “ dante alighieri „

 Io non ricordo il tuo nome. Ricordo che, dopo il discorso, mi aspettasti con altre persone, tra le quali la tua esile figurina spariva, e mi offristi un mazzolino di fiori. Seppi allora che tu non eri ricca, che eri figlia di buoni operai, e che ti eri ascritta da te alla Società Dante Alighieri, e che pagavi di tuo la quota annuale, e che la Società non aveva tra i suoi socii un capo più gentile e un cuore più ardente, un’anima più ebbra di sacrifizio e più invasa di amore, che la tua!

Non ricordo il tuo nome, o santa fanciulla, perchè... Perchè allora e poi io ti pensai e ti invocai e ti amai e ti adorai sotto un altro nome, sotto il tuo vero nome. Tu sei, nata dal lavoro e arrisa dall’ideale, piena di baldezza e leggiadria, d’ingenuità e fortezza, l’Italia! l’Italia vergine, l’Italia nuova, l’Italia che speriamo e in cui crediamo, che ci fu promessa, che è già per essere, che già è!

Io t’ho baciata sulla fronte pura e ardita, o giovine Italia!

 

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Alla bandiera che oggi s’inaugura, spetta già la corona civica. Dell’italica compagnia che si assembra nel nome di Dante, sacra compagnia della vita, santa compagnia dell’avvenire, il vostro drappello, o gentili donne e cittadini di Mantova, quest’anno è il primo. Voi aveste prima la vittoria che la bandiera. Vuol dire che il segno nel quale vinceste, prima v’appariva nel cielo. Voi vedevate forse, oltre il verde del piano e il bianco dell’Alpi, un cerchio di foco, un vallo di ferro rosso; e avanti quelle mura vermiglie vedevate due grandi larve impedite nel lor fatale andare; e udivate quella che era innanzi, dire all’altra:

Non sbigottir, ch’io vincerò la prova! [1]

E sì: Virgilio ha vinto, e Dante passa. Passa di là del ferro, passa traverso il fuoco, passa a dispetto dei demoni, passa cavalcando i mostri, s’avvalla nella caligine, per risalire alla luce e alla beatitudine. Questo è il segno che vedeste e in cui vinceste.

I.

Il tempio

Oh! fossi quel che non sono, o cittadini di Mantova: poeta! Ma io ho del poeta un solo tratto: quello di non far la posta all’attimo fuggente. Il poeta sa che ciò che è desiderabile, è sempre addietro o avanti.

Egli non cura l’onda che passa ai suoi piedi, intento al chiocchiolìo della fonte o al frastuono della foce. O meglio: il poeta ha sotto gli occhi quell’Arari di così incredibile lenità, che non si vede da qual parte scorra; ciò che egli ode, non sa se sia il canto di ciò che fu o l’inno di ciò che sarà. Oh! fossi io un antico poeta dell’avvenire! Io sarei venuto, a questa solennità augurale, dal sepolcro di Dante. Ben sarebbe ragione. E il sepolcro non sarebbe dove è. Io lo vedo ove dovrebbe essere: nella pineta di Classe, poco lontano dalla basilica di Apollinare. Vedo, sì, l’ antica arca lapidea, ma la vedo tra i grandi pini della foresta spessa e viva. Quella foresta è il tempio di Dante, solo tempio degno di lui. Molte lunghe navate, sorrette da alte colonne di pini vivi, s’irraggiano d’intorno all’altare. Un’ombra piena di mistero è per gl’intercolunnii, sotto verdi volte. Il folto musco del terreno attuta il rumor dei passi. Si esala d’ogni parte odor d’incenso e di fiori. Il sacro rito vi si celebra continuamente e da per tutto; e non si vede dove e da chi. Un bisbiglio, un sussurro, una melopea solenne e dolce risuona, portata da un alito assiduo. Sotto l’ombra perpetua si muovono acque brune brune, invitando alla purificazione, ad obliare ogni male, a lasciarsi portare a ogni bene. E il vento dell’aurora porta l’effluvio dell’instancabile mare, e sveglia mille gridi, stridi, trilli, gorgheggi di piena letizia.

II.

Il sepolcro

 E l’altare è quell’arca. L’arca posa su colonnette di porfido: quelle che sorreggono il tolo [2] che la protegge, sono di diaspro verde. Capitelli e fregi, di varie età e di genti diverse, vi sono armonizzati con l’ingenuo e forte sentimento col quale esso stesso, il sepolto, nell’oltremondo virgiliano e platonico vedeva i neri cherubini con le sferze e con i raffi, e i bianchi angeli ventilanti con le ali. Chi esamina a parte il monumento, riconosce là il fior del loto e qua la foglia d’acanto, e altrove una danza di caudati satiri attici, e altrove una teoria di estatiche vergini bizantine, e in un angolo l’aquila coi fulmini tra gli artigli e in un altro l’agnello con l’aureola e la croce, e le rose del giocondo triclinio e i grappoli della vigna sacra, e qualche unciale imperiosa d’un’ara e il misterioso monogramma d’una basilica; chi s’appressa vede che le parti del monumento semplice e uno vennero da ipogei inaccessibili alla luce e da obelischi riscintillanti al sole, da ruderi di più età, da rovine di più mondi: ma chi la contempla nella solenne penombra del suo tempio vegetante coi secoli, ammira purissime linee che circoscrivono tre colori un po’ stinti i quali non si sa se siano quelli dell’antica Beatrice, impalliditi per il tempo, o quelli, non ancora fiammeggianti, dell’Italia avvenire.

Presso il sacello è un grande ulivo che abbraccia con l’ombra le reliquie sante.

III.

Il rito

E ogni anno nel mese di maggio, nel quale nacque il poeta, un poeta, inferiore ma non indegno, che durante l’anno avesse inalzato il più persuasivo canto di concordia o il più animoso poema di conforto o il più sublime inno di gloria, in pro’ di questa Italia che non si sa se più giustamente si chiami la vecchia Italia pensosa di memorie o la giovine Italia vibrante di speranze; quel poeta dovrebbe muovere per quell’ombra chiara, in quel silenzio vivo, tra quel rito invisibile, a quell’arca che è un’ara, e recidere all’ulivo sacro un ramo, e portarlo a quell’accolta dei figli di Dante che più nell’anno avesse operato per la italianità. E così quest’anno a voi sarebbe venuto quel ramo, simbolo di pazienza e di forza, di pace sì ma anche di gloria, di copia sì ma anche di luce, di balsamo sì ma anche di fiamma.

IV.

Ciò che non è e ciò che è

 Ma non quello che dovrebbe essere, è. L’ arca dell’ esule non è nella foresta dove egli credè vedere, vide, la sua beatitudine; dove il dannato al rogo, al taglio della mano, al taglio del capo, il macro fuoruscito vile divenuto agli occhi di molti, il peregrino, il mendico, legno senza vela e senza governo, che aveva lasciato tutto ciò che gli era più caramente diletto, che non aveva più pane suo e casa sua; si sentì poeta in pieno possesso dell’arte sua e del suo poema; si sentì, l’odiato della fortuna, amato dalla sapienza beatrice [3]. L’ ara non è nel suo tempio, e l’ulivo non l’abbraccia con l’ombra. E nessuno taglia quel ramo. E io non sono il poeta che ve lo porterebbe. E un sogno. Ma c’è una cosa di vero. E la realtà che resta è il meglio del sogno che è svanito: resta che tu, o Mantova, hai vinto il premio dell’ italianità.

E qui accade fatto che mi sveglia nell’animo un profondo senso d’amore. Ravenna non vuol darsi per vinta. Il suo Comitato riassume le cifre, le ragiona, le proporziona, e somma e conclude altrimenti. Ciò che commuove, in tale industre calcolo e in tale accesa protesta, è che, a guardare in fondo, la mia Ravenna insiste perchè si riconosca non tanto che ella possiede un diritto, quanto che ella ha adempiuto un dovere. Ella non cede se non a Udine: alla fiera sentinella del confine. A Mantova, no; sebbene cederle non sia disdoro per altri e non sia senza giusto compenso per lei; però che ella sia stata in mano allo straniero, con altre città e terre del quadrilatero, nella più angosciosa condizione di ogni altra città d’Italia; nella condizione dei fanciulli cremaschi, legata con le sue mura e i bastioni, avanti i colpi dei fratelli e padri.

V.

Ravenna e Mantova

 O Ravenna! O Mantova! meste città! Le cinge una pianura interminata, nella quale sono acque inerti o pigre. E nelle acque si stendono e galleggiano le ninfee, e ne escono i gigli gialli e i lunghi calami della tifa[4]. E strillano su esse i piombini, [5] e d’ogni parte gracidano le rane la loro cantilena che era vecchia già ai tempi del Poeta [6]. E qua, lontano muore, come dice un vostro malinconico cantore d’oggi [7], la voce del pescatore, tremando su l’acqua con un lamento; e là, lontano si perdono le romanelle delle risaiole, immerse a roncare nella marcita.

O due sante città, Mantova e Ravenna! Presso Ravenna è una solitaria fattoria con una grande aia. Là, respinto dal mare a cannonate, Garibaldi portò Anita a morire. E l’Eroe ebbe, in quella rustica e romita casa di coloni, odorata di spighe da poco battute, l’intendimento della morte, accerchiato come era dagli stranieri armati; e lì vide, nella triste notte, dileguare le imprese future, e la terza Italia, dopo essersi mostrata qua e là nei colli veneti, nei piani lombardi, alle porte di Roma, svanire finalmente nel luogo dove si spense l’impero. Ma il popolo degli inermi volle che Garibaldi vivesse e l’Italia fosse.

E presso Mantova e, lungo lo specchio iridescente del lago, il Calvario delle dieci croci donde fu insegnato agli italiani — divino insegnamento di risurrezione e vita — morire, E l’Italia nuova adora il sacrificio di cui un dolce prete sconsacrato tornò a insegnarci la santità, inginocchiato avanti la forca, benedicendo, con le dita di cui erano stati raschiati i polpastrelli, i suoi compagni di martirio.

O meste, o sante, o sacre città! Presso Ravenna è la selva donde forse prese le mosse il poema sacro; la selva piena d’oscurità e difficoltà per l’uomo che non sa volere, che non vuole essere libero, e ogni sterpo gli è catena, e ogni macchia di luce che fa la luna tonda passando tra le chiome degli alberi, gli pare fosso; ed ecco la selva notturna di morte si è mutata in una viva foresta che tempera un nuovo giorno, e l’uomo vi si aggira a suo agio, libero dritto e sano, restando pur silvano qual prima era, ma come se si fosse per ciò inabissato nel baratro dell’inferno, fosse riuscito per un foro sotterra agli antipodi, e si fosse arrampicato per un monte così alto quanto era profondo l’abisso.

VI.

Virgilio e Dante

 Al limite di quella selva selvaggia si era presentato all’uomo un altro che uomo era stato: un’ombra che veniva dall’oltremondo. Virgilio si mostrò a Dante. Un lungo silenzio lo aveva occupato. Continuarono bensì a vivere, propagandosi l’uno dall’altro, i lunghi pioppi cipressini della sua verde pianura. Un d’essi era stato piantato nel suo dì natale, e s’era slanciato su tutti gli altri: ma da gran tempo le incinte e le puerpere non facevano e scioglievano i voti all’albero di Virgilio[8]. Virgilio era letto e imitato, ripetuto e guastato: come se da un albero non si tagliassero i rami se non per arderli, invece di consegnarne qualcuno alla terra sì che rigermogliasse in nuova pianta. Dante vedeva che Virgilio era un grande poeta in quanto nascondeva sotto veste di figura un verace intendimento. Noi pure non assentendo ad altri e a Dante in tutto, riconosciamo per certo che Virgilio non scrisse ecloghe e poemi per il gusto di scriverli e di farsene onore presso Pollione, e Varo e Gallo e Mecenate e Augusto; e nemmeno che l’amor della vita pastorale o quello dell’agricoltura lo ispirò, senz’altro, a cantare gli amori e i diverbi dei pastori e le fatiche dei contadini; e nemmeno che la glorificazione della gente Giulia e dell’erede Augusto fu il fine della sua Eneide. Certo, in tutte e tre le opere del nostro Poeta suona alto, sulle avene boschereccie, sui rustici carmi, sulle buccine di guerra, l’abbominio della discordia civile e l’invito alla pace. Nessun poeta moderno ha cantato più persuasivamente di lui la dignità e la santità del lavoro. Egli è il Poeta dell’oggi: che dico? Egli canta ciò che ancora non è; egli canta, se veramente egli è, come fu creduto, profeta, canta ciò che sarà. Per Dante, Virgilio non solo fu il profeta inconsapevole del Cristo, ma il suo proprio, il profeta di Dante — perciò, dell’Italia —. A Dante parve che il Poeta di Mantova avesse, in certo modo, rappresentato nel suo Enea profugo, in cerca di patria e di pace e di gloria, l’esule Dante che cercava appunto la gloria e la pace e la patria. L’incendio di Troia, l’errare per ogni mare, le guerre che ancora aspettavano l’eroe nel luogo assegnatogli dal fato, raffiguravano, così, l’anarchia medioevale in quel tragico momento in cui si spengeva l’impero senza lasciare la libertà; chè i comuni si preparavano già a piegare sotto le signorie. L’imperium sine fine vaticinato in quei tempi doveva pure adempiersi nei tempi nuovi! Allora Virgilio parlava latino: era nato sub Iulio. Ora avrebbe parlato lombardo. Con le prime parole l’Ombra si annunzia come figlio di parenti lombardi, ambo e due di Mantova: di Mantova la città edificata sopra l’ossa morte d’una indovina. Così il profugo nuovo uscito dall’onda perigliosa d’un pelago, come l’antico, e che, come l’antico, è aspettato da più gravi pericoli nella terra, segue, come l’antico, un profeta nell’oltremondo, per riportarne l’annunzio della grande concordia umana. E se l’annunzio di tale universale beatitudine è riuscito vano, sappiamo però e riconosciamo e significhiamo che Dante, seguendo Virgilio, sulla caotica accozzaglia di popoli vani venuti dal mare e dal monte a soprapporsi ai vari popoli che prima erano tra l’Alpi e il mare, pronunziò la parola per cui l’Italia fu, è, sarà.

VII.

Il poeta dell’emigrazione

 O figlia della Parola, Italia, come il Dio fatto uomo! Noi dobbiamo religiosamente leggere i libri della buona novella italica, consultarli nelle dubbiezze e nelle traversie e nelle sventure nazionali. Vi troveremo sempre un conforto che ha del sopranaturale, accenni che sanno di vaticinio, consigli che sembrano della divinità. Gentili donne e cittadini di Mantova, voi avete inaugurato oggi una bandiera che significa un quarto di secolo speso da voi per l’italianità. Ma di tutto ciò che faceste, niente è più bello, più nobile, più sublime d’un librettino — oh! veramente umile e alto — che nel vostro anno vittorioso faceste e ora divulgate. Chi ispirò all’ignoto autore questo vademecum pio, minuto, insistente, sussurrato all’orecchio, singhiozzato, tutto bagnato di lagrime invano volute ribevere, tutto agitato da uno spasimo di dolore che si rivela soltanto col tremor del mento? Volete emigrare? Ecco le due prime parole: la domanda fatta con meraviglia accorata, che pur vuole nascondersi. Ma è una madre, una madre che parla ai suoi figli! ai suoi figli che devono, più che non vogliano, lasciarla! Chi, o anonimo compilatore, ti ha alitato nel cuore quest’anima di madre?[9]

Virgilio. Se colui che egli guidò, fu il poeta esule, il dolce padre fu il poeta dell’esilio. A capo della sua opera è il triste idillio del contadino che emigra:

Nos patriae fines...

Lasciate che ripeta le parole di Virgilio in latino: esse hanno il sacro della preghiera. Abbiatele a mente, o Italiani!

Nos patrie fines et dulcia linquimus arva.

Nos patriam fugimus...

Di quali parla il Profeta? emigranti di qual tempo? Si è detto pochi giorni sono: “Non è più l’emigrazione, è la fuga„ una “fuga silenziosa attraverso l’oceano e l’Europa„. Si è aggiunto: “Si direbbe che un imperioso si salvi chi può, spinga centinaia di migliaia d’italiani a staccarsi dalla madre patria... “[10] In vero nel 1905 l’emigrazione rispetto a quella dell’anno precedente aumentò di 245,381 capi. Crescesse quest’anno nelle medesime proporzioni; quest’anno UN MILIONE di italiani fuggirebbe la patria: emigrerebbe l’Italia, non più gl’italiani! Nos patriam fugimus, potremmo dire, generalizzando veracemente.

Poco meno di duemila anni fa, Virgilio parlava di noi dolenti. Rappresentava il popolo come un povero uomo che si parava innanzi il suo gregge di capre, e una se la trascinava dietro, chè aveva allora allora figliato. Tanti altri, come quello, emigravano verso i quattro punti cardinali, verso l’Africa e la Scizia, verso l’Oaxe e la Britannia, in capo al mondo. D’ogni parte erano deserti i campi. “Io non canterò più„ esclama il popolo che emigra. E il poeta dell’esilio inalza per lui il canto di suprema dolcezza. Canta i campi della patria, i suoi alberi, le sue mandrie, le sue api. E quelle api il cui sussurro nella siepe a confine risuona col desiderio già del ritorno, desiderio così amaro in chi parte, quelle api per le quali egli aveva forse un domestico culto, devono nel suo pensiero richiamare gli esuli o raddolcirne l’esilio[11]. Egli canta l’amor della terra, la copia e bontà dei suoi prodotti, goduti da chi li procacciò col lavoro, canta le dolcezze delle feste e dei giochi e dei rialti campestri, quelle gite in città o al mercato con l’asinello carico di pomi, quelle veglie dandosi qualcosa da fare col fido pennato, mentre la moglie tesse cantando o schiuma il paiolo dove fa bollire le sue conserve, quel felice tepore della casa sua tra i suoi figlietti e presso la feconda campagna. Così canta colui che trasse la miglior parte della vita tra due sogni di rigenerazione umana; canta, ed ecco la schiavitù è cessata, è dileguata. Gli strumenti vocali, cioè gli schiavi, che coi semivocali come gli animali domestici e i muti come le zappe e gli aratri, costituivano per un romano gli strumenti coi quali si esercita l’agricoltura; gli strumenti vocali non esistono in Virgilio[12]. Ne ha egli inteso nel cuore palpitante di pietà la dolente voce, ben più triste del cigolìo del plaustro o del muglio dei bovi? Può essere: Virgilio è veramente un precursore. Dante ha ragione. Egli guidò lui e continua a andare innanzi a noi. Nelle sue campagne non sono nemmeno i mezzadri. Ci sono soltanto i piccoli possidenti, che godono in pace la mediocrità sufficiente del loro bene, lavorandolo da sè. E ciò non impedisce, anzi ciò fa che il Comune sia grande[13]. E il poeta celebra le grandi e belle città, i centri d’abitazione costruiti con grande fatica e artifizio sui monti scoscesi, e le ciclopiche mura, e i sicuri porti coi moli gettati nell’acqua, e le miniere di metalli, e sopra tutto i grandi uomini e semplici e forti e perseveranti. E dice, con un sentimento che ancor oggi ci scuote il cuore e inumidisce gli occhi, la sublime lode d’Italia, della terra di giustizia, d’uguaglianza, di pace: saturnia tellus; la lode in cui sono uniti, dalla divina ingenuità del fanciullo che vede l’eterno, i covoni di grano, i dogli di vino, i coppi d’olio, i canestri di frutta, i favi di miele — opes variae — e i difensori della patria. Perchè Virgilio, a quel punto, non concepisce la guerra se non a difesa, giustamente celebra il suo Cesare perchè ha allontanato dai colli di Roma il pericolo orientale già imminente. Eppure egli ha veduto le discordie, le persecuzioni, le stragi civili, ha veduto e vede tanti che cambiano con l’esilio la casa, alla cui soglia così dolcemente si torna tante volte al giorno, e che cercano una patria che giaccia sotto un altro sole! Anche il sole è un altro! L’emigrazione, voluta o no, è il grande continuo dolore del vostro Poeta!

VIII.

Il poema dell’emigrazione

E da quel dolore è tutto solcato e pervaso il suo maggior poema. È una turba d’uomini e donne — matres — raccozzata nell’alba dopo il disastro, per l’esilio; volgo miserando, preparato a recarsi dove il destino vorrà. Ed errano in fatti per lunghi anni maria omnia circum, per tutti i mari, respinti man mano di là dove si fermano, ora da prodigi, ora dalla pestilenza, ora dalla fame, ora dalla voce del dovere che li chiama altrove. E il loro condottiere deve lacerarsi il cuore per seguire il suo fatale andare, e giunto alla meta, trova l’avversione e la guerra, e ha avanti a sè la promessa bensì della gloria infinita di Roma, ma anche il presentimento della sua fine tragica, in cui scorrerà il suo sangue come egli dovè spargere l’altrui. Questo eroe, a cui è vaticinata Roma come nuova patria, porta nel cuore la sua antica. Egli porta con sè i simboli religiosi di lei e il fuoco del suo focolare.

Attraverso le tempeste di mare e le calamità della terra, porta quei simboli, conserva quel fuoco. Sono essi che fanno sì che l’esilio non sia esilio, ma sia la ricerca d’una patria nuova. Eppure, che strazio lasciare l’antica, la vera! Racconta esso; perciò si contiene; ma tutto fa comprendere, quando narra che fu il vecchio suo padre che diede l’ordine di spie-gare le vele. Esso in tanto piange: piange e guarda la rasa pianura dove già sorgeva la patria.

O Mantova, il tuo poeta è ancora teco. Il poeta dell’esilio ancora qui spira. Chi se non Virgilio ha scritto nel Vademecum dell’ Emigrante Mantovano queste sante parole?

“Non lasciate la patria vostra senza benedirla. Se anche è povera, e se perciò dovete cercare pane e lavoro in paese straniero, lontano dal vostro villaggio e dai vostri cari, amatela ugualmente, fortemente.

Chi rinnega la mamma sua, soltanto perchè è povera e non ha pane da dargli?

Amatela, la vostra patria, che custodisce le ceneri dei vostri vecchi e dei vostri cari; per le sue glorie, per le sue miserie, per il suo avvenire che sarà grande e luminoso ancora„.

X.

L’ Italia fuggente

Sì: la vostra patria ha un grande e luminoso avvenire: non è un lento emanare di fumacchi dal terreno. Ella ha le sue miserie, ma non è condannata dal fato.

Portate, portate con voi il fuoco del suo focolare eterno! Fatela splendere altrove questa luce che due volte illuminò il mondo!

Ma bisogna che l’emigrante si sia già in patria scaldato a quel focolare, che quella Luce l’abbia prima veduta in patria. Bisogna che la sua italianità l’italiano che parte per l’esilio, l’abbia riconosciuta e amata in sè.

Scuole! Scuole! Scuole!

Moltiplicate le scuole in patria, se volete che fuori siano desiderate, cercate e preferite. Fate che ognuno rechi nell’intimo cuore i grandi Dei dell’Italia, che per informi che siano ai suoi occhi, hanno la virtù di fare Italia qualunque terra essi tocchino. I grandi Dei: eroi pensatori, eroi combattenti, eroi martiri.

Va con loro tu, o Dante, che in te riassumi tutti questi Penati, tu, o pugnace poeta scampato al rogo e alla scure, e morto fuori del bello ovile. Tu che sapesti le dure croste del pane altrui e componesti il poema sacro, insegna loro che si può essere miseri e grandi.

Mostra loro che non si parla nel mondo linguaggio in cui siano state fuse più alte idee, che in quello di Dante. Dovunque essi ti collochino, o nostra potente Vesta, o fuoco nostro eterno, o Genio di nostra gente, ricinto dei colori quali erano il velo, il manto, la veste della tua Beatrice immortale, candido verde fiamma viva, là è l’Italia; esule, come fosti tu, ma Italia, come tu fosti Dante : Dante, non sebbene in esilio, ma perchè in esilio.

X.

L’Italia esule

Perchè in esilio. Sulle rive degli Oceani, per le immense estensioni che ora sono steppe o deserti o selve vergini, già sono, e più saranno, paesi dove suona il . Divengano essi, fari, oasi, asili, centri di civiltà e umanità. Da quelli vengano i migliori prodotti del suolo, i più bei saggi dell’arte, i più ingegnosi trovati della scienza, i più acuti pensamenti, i sentimenti più caldi, i più nobili esempi. Sorgano si mantengano e prosperino, a onore del genere umano, le colonie di Dante.

E Virgilio, come è giusto, il poeta dell’esilio e il maestro di Dante, le guidi: egli sa il cammino, egli sa vincere la prova. Egli guidi gli emigranti nelle nuove terre latine, o almeno tra i popoli che dalla latinità hanno tratto le più nobili parole e le più vive ispirazioni.

Egli ha con sè una lampada inconsumabile, che disperde ogni oscurità. Egli parla, ed è inteso, a più genti. Parla anche, ripeto, lombardo...

Se parla lombardo! E come! Uditelo, a Milano. Al mondo, da Milano, Virgilio, cioè la latinità, perseverante vincitrice eterna, parla lombardo, con lo strepito delle macchine, col fischio dei treni, col muglio delle sirene, con la melodiosa e luminosa eloquenza d’ogni bell’arte, col soltanto visibile fragore perenne dei fiumi italici che Virgilio ammirava:

fluminaque antiquos subterlabentia muros:

i fiumi che già erano l’anima e sono ora la energia, la ricchezza, la gloria d’Italia.

In alto i cuori!

L’Italia ricomincia.

 

Note

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[1] Queste parole di Virgilio a Dante (Inf. VIII 122) sono il a motto “del Comitato mantovano della D. A.

[2] costruzione di forma circolare, cupoletta

[3] Si ricordino le parole di Beatrice all’ “anima cortese Mantovana„ (Inf. II, 61):

l’amico mio e non della ventura.

Il significato, per così dire, soggettivo della Divina Commedia è tutto in questo verso. Dante, che tra le due eterne rivali che sono la Sapienza e la Fortuna, ama la prima, finge d’avere, ha, nell’anno in cui cominciarono le sue sventure, ma prima di poterne aver sentore, la visione perfetta di ciò che è per avvenirgli se sarà non timido amico al vero. E Dante non arretra, e, per consiglio della sua cara primizia, farà manifesta tutta la sua visione, rimossa ogni menzogna (Par. XIII, 118, 199), a salute d’Italia e del genere umano.

[4] Genere di piante della famiglia Typhacee, con lunghe foglie a sagoma lineare, diffusa in ambienti paludosi delle regioni calde e temperate; la specie più nota in Italia è la stiancia (Typha latifolia) [ndr]

[5] detto anche martin pescatore [ndr]

[6] Georg. I, 318: veterem... qnerellam. Quanto Virgilio derivò direttamente dalla visione dei suoi campi e laghi e fiumi nativi e dalla sua città, che fu grande per lui fin che non vide Roma, e dai ricordi della sua prima giovinezza!

[7] Adone Nosari, in un suo libretto “Il Canzoniere Mantovano„

sugar as sent na gran malinconia...

L’è l’anima d’Virgili...

T’ispiri ancora e sempre, o buon giovine poeta, quell’anima! La quale, commossa da tutti i mali sociali, non si sentiva però meno parte della grande anima italica.

[8] Nella Vita scritta da Donato si legge: "Un piantone di pioppo, secondo il costume del paese nelle nascite piantato subito sul luogo, si fece in poco tempo così grande, che agguagliò i pioppi piantati molto prima, e si chiamò l’albero di Virgilio e fu consacrato dalla somma devozione che ne avevano le donne gravide e sgravate, che ivi facevano e scioglievano loro voti„.

Quanti alberi di Virgilio lungo il Mincio e il Po, e per tutta la campagna! E ognuno, quel giorno sereno di maggio, aveva il suo usignolo che cantava. Era giorno di festa: tutti gli usignoli cantavano. Cantavano più che altrove ad Andes. Ricordate, o buoni amici, Scalori, Urangia-Tazzoli, Cottafavi, Finzi, Zilocchi, Cisterni, Chiggiato, Massari, Gorini, Bertolini? Mio buon maestro e collega Bertolini, ti ricordi che te ne mostrai qualcuno, che gonfiava la mirabile gola canora, proprio sui pioppi? E noi con quel severo animoso Gorini, soggiungevamo i versi di Virgilio:

Qualis populea maerens philomela sub umbra.

[9] L’autore di quel Vademecum umido di lagrime e bruciante di amor patrio non m’è più ignoto. È Clinio Cottafavi, segretario e anima del Comitato Mantovano... e ne sia lodato, o, meglio, ne sia amato, o, meglio ancora, imitato.

[10] La terribile parola e imagine (La fuga...) è del nobile giovane scrittore Luciano Magrini, in Rivista Repubblicana, 1 aprile 1906. Le altre di Guido Rubetti in La Vita Internazionale, 20 aprile 1906.

[11] Secondo Donato, il padre di Virgilio e con altro e apibus curandis reculam auxit: accrebbe il patrimonietto del suocero con l’apicoltura. A Ostiglia fu in fiore, non so se ancora sia, non molto tempo addietro.

[12] Vedi in questo medesimo volume a pag. 24 sgg. (Il fanciullino...)

[13] Vedi più sopra a pag. 274. (La mia scuola di grammatica...)

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Ultimo aggiornamento: 19 gennaio 2008