Giovanni Pascoli

Pensieri e discorsi

[1914]

Edizione di riferimento

Pensieri e discorsi di Giovanni Pascoli, MDCCCXCV-MCMVI seconda edizione, Nicola Zanichelli editore, Bologna MCMXIV

L’EROE ITALICO

C’era molta gente, e, dietro essa, sotto molte bandiere, una fila d’uomini vestiti di rosso. I bruni ragazzi d’oltre e citra Faro li contemplavano. A un tratto squillarono le trombe, pronunziando l’allarmi; e continuarono col canto della risurrezione italica. Era il 2 Giugno...

È assai quest’inno a commemorare Garibaldi. Non è vero, Camicie rosse? L’inno risuona: si scopron le tombe, e Garibaldi risorge.

I

Egli s’è addormito nella sua isola. Due bambine sue gli fanno compagnia. Il mare instancabile si muove azzurreggiando intorno a quell’immobilità, e s’alza e s’abbassa, e s’alza ancora e sempre, come per vedere che è. Nulla! Nulla! E il mare non cessa mai di parlare intorno a quel silenzio, sciusciuliando (come dite voi) sulla sabbia e gemendo tra le scogliere. E forse lo vuol destare, il suo mare, e gli dice con ripetìo eterno:

— Vieni, vieni su me! andiamo a combattere sull’Atlantico, andiamo a sognare sul Pacifico! Vieni ad arrampicarti sulla snella alberatura della Costanza, che era così bella! La tua giovinezza l’abbelliva. Tu non sapevi allora che c’era una patria da redimere; ma il nome del brigantino era già l’augurio della tua vita. Vieni sulla Speranza! La Speranza che ti ricondusse in Italia, si culla ancora nei mari d’Italia: vieni a issarvi la tua bandiera, vieni a cantarvi il tuo canto ! Torniamo al Fiume di argento. C’è tanta Italia che lavora sulle rive del gran fiume! Si amano, colà, tra loro, Italiani e Argentini, e lavorano concordi, parlando le due lingue, che tu, amigo, conosci bene, tutte e due. Navighiamo alle porte del Tevere: andiamo a vedere coloni più vicini, i coloni di Ravenna, che mietono. Ti farà piacere vederli: sono tuoi soldati che hanno la vanga invece del fucile. La tua vista farà loro dimenticare la febbre. Tanto più che non vedono ormai un altro, il tuo amico Re, che andava a stringere le loro mani incallite... Andiamo anche più presso: andiamo a Spezia: non ti fermerai al Varignano. Vieni, col tuo gran cuore marino i cui palpiti sono alisei e monsoni, ad esultare avanti la Regina Margherita... Una nave d’Italia, non la donna d’Italia: avanti questa, povera donna, ormai si piange... Ma esulterai avanti la più grande e bella nave del mondo, che porterà “la nostra bandiera alle feconde lotte della pace e del lavoro„, e sì, quando occorra, “anche ai pericoli delle battaglie, ove siano dritti da difendere e glorie da conquistare„, Sono parole che ha mandate la donna alla nave, da lontano, ove ella sta tra una culla che ieri cominciò a tremare [1], e una immobile tomba... Andiamo! andiamo al Faro! Ti ricordi? Era tutto fiorito di camicie rosse, nell’anno sessanta. Eri entrato nella fiera Messina, la città fedele, che chi le si dà, non lo rende se non sepolto, se mai, sotto le sue rovine. Eri entrato nella testa di ponte dell’unità italiana. Ti ricordi? Il cavallo di Bosco, tra le gambe di Medici, come faceva sonare !’unghie di ferro sul lastrico della via!... Andiamo al Faro. Ti ricordi? Dalla Torre guardavi e guardavi verso Aspromonte... Ah! è vero... Non ricordarti. O guardiamo, guardiamo pure, ma senza avvicinare con le lenti del rancore le cose lontane. Guarda così, e dimmi se vedi quel bosco e quella cascina e quel sangue. Oh! no: tutto si fonde in un solo limpido azzurro, come di cielo che abbia dimenticate le nuvole, come di mare che abbia perdonato alla tempesta. —

Così sussurra il mare, e s’alza e s’abbassa, e torna ad alzarsi, mollemente ed eternamente, per vedere che è quel silenzio e quell’immobilità.

E a volte brontola e mormora e si ostina e grida e urla: — Déstati: c’è da fare! Lontano lontano c’è una conca tra aride ambe, una valle tutta sangue! sangue nostro! Non sono de’ tuoi; sono di quelli del Re; ma c’è tanto sangue, tanto rosso, che si crederebbero tue camicie rosse. E poi, chi sa? Pare che a un Castel Morrone che si chiama Amba-Alagè, sia risuscitato il tuo Pilade Bronzetti, per rimorire subito. È il maggior Toselli: non è de’ tuoi? E senti che frenetici scoppi! Non sono le batterie di Bezzecca? No: sono le batterie siciliane; ma è lo stesso. Vieni! Vieni! Vieni a dire la gran parola: s’ha da restare, colà in Africa, o venir via? avanzare o retrocedere? Parla, e l’Italia dirà “obbedisco„, perchè un tuo consiglio di ritrarsi non può essere interpretato abbandono, e un tuo comando di avanzare non può essere considerato sacrifizio. Senza il tuo avviso, gl’italiani sono perplessi, e il nome italiano ne patisce, dovunque è il lavoro italiano, cioè in tutto il mondo... Oh! che sogno fa il tuo gran mare! Garibaldi che conduca in qualche terra del fuoco una dura colonia di lavoratori enotrii con la camicia rossa sotto la blusa! una primavera sacra che fiorisca oltre gli Oceani! un popolo nuovo di domatori di cavalli selvaggi, che si chiami garibaldino o italiano, che è lo stesso! Destati, c’è da fare, molto da fare, sempre da fare. La gioventù nostra è spersa, incerta, inerte. Non potresti fare udire uno squillo di quella che tu dicesti “la tromba del dovere„ ? —

E poi l’eterno mare torna a parlare sommesso, come volesse, bensì, destare il vecchio eroe, ma lasciar dormire le piccole sue compagne. — C’è bisogno di te: c’è bisogno di ideale e di fede, sempre mai, più che mai. —

E non tace mai, e nell’isola piena di sacro sonno erra l’odor salso di viaggio e d’ avventura. Fiammeggiano i gerani rossi ch’egli piantò, e ronzano le api de’ suoi bugni, e s’ode qualche belato tremolante di capre che pendono dai dirupi. Tratto tratto qualche colpo di cannone dall’estuario o dalle navi da guerra bombisce ed echeggia a lungo. E poi torna a sonare, uguale e continuo, il gridio delle cicale di sui lentischi e di sui mirti e di su le acacie che dovevano servire al rogo dell’eroe. E tra lo stridere delle cicale e lo sciusciuliare del mare, si levano con l’accento di chi domandi alcunchè, le voci di sufolo delle capinere ch’erano presso la sua finestra, quando morì..

Morì? Due squilli, due gridi: si scopron le tombe, e Garibaldi è avanti noi.

II.

È un giovane marinaio biondo, in una locanda di Taganrok, nel Mar Nero, che si stringe al cuore chi prima gli ha parlato di Giovane Italia. È un vecchio moribondo, tutto bianco, che viene, prima di morire, a sentir sonare i Vespri a Palermo. È un gaucho che par nato a cavallo, e cavalca per foreste vergini con una donna a lato e un suo bambino in un fazzoletto a tracolla; e scalda al seno e con l’alito quel piccino che ha il nome d’un martire. È un capo di legioni, sporco di polvere e rosso di sangue, acceso in viso per la battaglia ad moenia, che sale il Campidoglio e si presenta così al Senato. È un mandriano delle Pampe, che dorme all’ombra del suo cavallo accosciato, il quale sembra vegliare su lui; ed egli, intanto, sogna l’Italia lontana. È un buon agricoltore che pota le viti nel suo sassoso possesso di Caprera. È il guerriero, ii cui gran cuore ondeggia qua e là nel petto, prima di partire per la guerra; e va solitario lungo la spiaggia del mare instancabile, e sta lunghe ore immobile e taciturno. È il dittatore che muove con un gesto tutte le anime d’un popolo, come il vento, con un soffio, tutte le foglie d’una foresta. È l’esule che fa candele a New-York, e non trova lavoro come marinaio o facchino nel porto. E il grande straniero, che Lincoln voleva a capo dell’esercito dell’Unione contro gli schiavisti. È il condottiere atteso in vano, a lungo, dai suoi dispersi nelle praterie dell’agro Romano; e un’alba del mesto ottobre, in mezzo alla nebbia, vestito d’una maglia di lana greggia, come un vecchio pastore, egli si mostra. Un urlo immenso e poi silenzio improvviso. Si sente per l’aria il rombo d’ali degli avvoltoi romulei. Egli stende il braccio, e con la sua voce soave, soave come di donna, manda su quelle mille teste una sola parola: a Roma! Ed è, ahimè, il condottiere che ritorna, nella sera di Mentana:

Il Dittatore, solo, a la lugubre

schiera d’avanti, ravvolto e tacito,

cavalcava: la terra e il cielo

squallidi, plumbei, freddi intorno.

Del suo cavallo la pesta udivasi

guazzar nel fango: dietro s’udivano

passi in cadenza, ed i sospiri

de’ petti eroici nella notte.

O aedo degno dell’eroe, Giosuè Carducci!

È l’eroe che marciando verso la battaglia, si ferma a sentire il canto d’un usignuolo. È l’eroe che sa il cammino delle stelle, e muove le sue schiere notturne, con gli occhi al cielo. È l’eroe che scrive: Obbedisco; che rampogna: Dove andate? il nemico non è qui; che ammonisce: Che dite, Bixio? qui si muore!; che “pallido, rauco, cupo, invecchiato di venti anni, ulula: Sedetevi e vincerete!„

A tutti egli è presente e caro per alcunchè di intimo e personale. Per tutti è colui che ci redense nel sangue e nella gloria; ma più familiar ricordo di lui è in ogni ordine e grado di cittadini: nel Re, che nacque a Napoli che l’eroe restituì a sè stessa e all’Italia; nei lavoratori, dei quali egli conobbe la vita e soffrì la fame; nell’ esercito, che l’ebbe generale a Varese; nell’armata, che l’avrebbe voluto ammiraglio a Lissa; nella nobiltà, che gli forniva le guide per le sue schiere; nei preti... anche nei preti, sì, che gli dettero il più alto de’ suoi martiri, Ugo Bassi, e il più efficace de’ suoi salvatori, Giovanni Verità: un frate e un prete; clero regolare e secolare. E fuori della patria, gl’ Italiani nel suo nome si stringono, e nella sua memoria si consolano, quando sono spregiati, perseguitati, linciati, essi che ebbero Garibaldi, Garibaldi che là avrebbe potuto prender posto vicino a Washington e a Lincoln, ed essere Ulisse Grant, e non volle e non potè, perchè doveva in Italia restar... Garibaldi, ed esservi, magari, ferito, imprigionato, rinnegato! E nelle fazendas del Rio Grande, i nostri infelici Iloti, nel loro esule terribile lavoro di sradicar selve e dissodar terre altrui, ne’ delirii della fame e della febbre, sentono, gli Iloti, galoppare nelle notti, per le piccade, il divino Filibustiere.

III.

Egli è però la visione patria, che apparisce da per tutto sull’Alpi e presso i laghi, intorno a cui battagliò in tre guerre e vinse invano; sugli Apennini che fendè con una fuga più mirabile d’ogni vittoria; sui mari che corse tutti dalla fanciullezza sino alla vecchiaia, e su cui diresse il Piemonte e il Lombardo; nelle isole, tra cui riposava, sublime corsaro in agguato e in attesa dei movimenti de’ popoli; tra i giunchi d’ una palude dove spariva con la sua donna in braccio, inseguito a cannonate; nella cascina d’un monte, dove sedeva insanguinato e prigioniero; sulla vetta del Gianicolo donde trionfa. Ed apparisce a tutti, nelle officine e nelle campagne, nelle caserme e nelle scuole.

A tutti. Non meraviglia che venga anche a me, povero pensatore solitario. Ieri levai la mano da uno studio sull’ Alighieri e mi posi a scrivere di Garibaldi.

La penna correva come per sè stessa mossa. Non c’era alcun distacco tra scrivere del Generale e scrivere del Poeta. E non vi faccio ora uno di quei soliti paragoni nei quali l’industria della parola, qua limando là saldando, fa qualunque viso simile a qualunque altro. No. Dite voi. Qual è il nome che proclamereste in faccia a chi misconoscesse la vostra patria? Quale? O l’uno o l’altro di questi due: del poeta o dell’eroe. In vero dove non giunse l’eroe, abbiamo posto il poeta!

Se lo straniero magnificasse la civiltà della sua nazione in confronto a quella della vostra, e v’enumerasse i suoi inventori, scrittori, pensatori; voi rispondereste: Dante! E se lo straniero esaltasse le glorie delle sue conquiste e i fasti delle sue rivoluzioni e le fortune de’ suoi imperi; voi rispondereste: Garibaldi! Uno de’ due nomi scegliereste, per esser brevi; chè tanti altri ne avreste; ma bastano essi a dir tutto.

Dante, lo scultore d’anime, comprende Michelangelo; Dante che alza le vele per acque non mai corse, somiglia a Colombo; Dante che tiene gli occhi ora fissi alle stelle ora chini al punto a cui si traggono i pesi, prepara Galileo.

E Garibaldi? Garibaldi non solo comprende, ma purifica in sè ed emenda tutte le vostre passate glorie politiche e militari. Egli è un Mario senza crudeltà, un Cesare che combatte per la libertà e non per l’imperio, un Carmagnola o uno Sforza che vuol conciliare, anche quando li uccide, i fratelli; un Ferruccio che non solo sa morire ma sa anche vincere; un Ariosto che vive il suo mirabile poema; un Machiavello ingenuo e più profondo dell’antico, che trova alfine il suo Principe forte ma galantuomo!

Tra questi due nomi scegliereste, a seconda che il vostro orgoglio fosse offeso a proposito (per parlare il linguaggio scolastico di Dante, che m’avvince a sè) a proposito o della vita contemplativa o della vita attiva. Ma se all’Italia, in vostra presenza, si negassero i pregi di tutte e due codeste vite — ma usiamo la formula rinnovata da colui che diede all’eroe vinto e accogliente in sè il fremito giovanile di mille eroiche vite spente nei secoli, diede a Garibaldi vivo l’amplesso di Dante morto; la formula rinnovata da Giuseppe Mazzini — se si negasse all’Italia la gloria e la perfezione del Pensiero e dell’Azione, voi allora accoppiereste, saltando agevolmente su venti generazioni, i due grandi nomi: il pallido pensatore e il rosso guerriero, il poeta dell’oltremondo e l’eroe de’ due mondi, l’esule di Ravenna e il solitario di Caprera; che non hanno l’uno se non una penna e l’altro se non una spada, e fanno una grande vendetta cioè un’eterna rivendicazione: Dante e Garibaldi.

IV.

Ma io anche più agevolmente di voi sento la somiglianza e l’unione, nel mio spirito, dei due nomi e delle due anime, dell’eroe del pensiero e del poeta dell’azione. Io li ho, si può dire, veduti insieme, li ho uditi parlare! Sì: fu in una grande selva di pini. Fu in un’ombra tutta odorata di resina e di mare, in un silenzio solenne e religioso, appena turbato da qualche strillo d’uccello impaurito e dagli scatti delle cavallette, che schizzavano di tra gli aghi inaspriti dei pini, via via che il piede avanzava. E a quando a quando la brezza marina faceva di ramo in ramo un lungo brivido e sussurro.

In quella selva antica errò Dante ed errò Garibaldi. Quella selva fu, come è probabile, modello della divina foresta. In essa, forse, Dante raffigurò lo stato perfetto della vita attiva, la conclusione d’un esercizio assiduo di virtù contro il nemico interno e i turbamenti esterni, che lo rifece innocente e imperturbabile. Dante giungeva ad essa, alla Pineta di Ravenna, da una vita di stenti e di rischi; con una condanna ad aver tagliata la mano ed essere arso vivo; nell’esilio amaro che non doveva mutare se non nella morte; dopo aver lasciata ogni cosa diletta più caramente. E ad essa giungeva anche Garibaldi. Vi giungeva da Roma, che aveva difesa invano, vi giungeva dopo le traversie d’una marcia fra quattro eserciti nemici, dopo aver lasciata la terra per il mare, dopo essere stato ributtato dal mare nelle sterili arene del lido Adriano; vi giungeva come una rapida e serpeggiante meteora che dalle ripe del Tevere fosse caduta, lasciando un gran solco rosso, sulle foci del Po, e vi si fosse infranta.

E fosse svanita d’un tratto. Fu un accorrere là di infiniti nemici; era un formicolio di squadre austriache per ogni parte in quei luoghi dove s’era spezzato ed era sparito l’eroe d’Italia. Dov’era? Lo cercavano i nemici d’Italia, per addossarlo a un muro o a un albero, e finirlo a colpi di fucile, s’egli già non era stato ingoiato dalla palude.

Non era stato ingoiato dalla palude. Egli aveva sì lasciato ogni cosa più caramente diletta; ma viveva. La sua Anita dormiva sotto le sabbie malfide; e i cani vaganti fiutavano già là intorno, e già raspavano là sopra. Ma egli viveva. La Romagna silenziosa aveva accolto il profugo tra le sue braccia invisibili, e lo avviluppava nella grande ombra in cui si ricoverò già il grande impero di Roma e in cui ebbe già pace il grande esule di Firenze. Tutta l’Italia era in angoscia. I romagnoli in tanto, taciti, quasi indifferenti, senza fretta e senza paura, si facevano passare di mano in mano, tramutavano di paese in paese, di casa in casa, di capanna in capanna, d’albero in albero, l’ospite loro; il dono che loro faceva la sventura d’Italia, e che essi volevano conservare per la sua fortuna. Tutti, là, sapevano: popolani e nobili, patrioti e clericali, carbonari e preti; e tacevano tutti, e nessuno tradì. La Romagna ti conservava, o Sicilia, il tuo liberatore. Don Verità, un prete di Modigliana, assicurava lo sbarco di Marsala. Iuffina, un popolano di Ravenna, preparava Calatafimi. Somarino, un bracciante di Sant’Alberto, che non si sfamò certo mai in vita sua, e che non volle vendere per una buona somma un cappello che gli restò del Generale, un cappello che conservato allora poteva procurargli sei palle di piombo nel petto, e venduto poi gli poteva dare un po’ di sollievo per la sua famelica vecchiaia — ebbene per questa umile scorta che il soprannome vi dice qual poteva essere, per il bracciante Somarino, voi lo vedeste, o Siciliani, il Dittatore cavalcare da Marsala al Faro, voi lo vedeste, Bruzziani, Lucani, Campani, trascorrere da Reggio al Volturno; e il mondo ammirò, e l’Italia fu.

V.

Così Dante e Garibaldi si trovarono, a distanza di secoli, l’uno e l’altro nella Pineta, esule l’uno e l’altro fuggiasco, con una sentenza di morte, l’uno dietro sè, l’altro tutto intorno. E vissero tutti e due, per compiere l’opera immensa che avevano nel pensiero. E a me pare che io li abbia veduti là ambedue e uditi parlare. La loro ombra era ancora in quella solitudine, le loro voci echeggiavano ancora in quel silenzio. E le ombre s’incontravano e le voci si rispondevano. E l’una parlava di Roma che piangeva, e di Roma che piangeva, parlava l’altra. Ciò che di essenziale è nel pensiero di Dante riguardo alla ragion pratica, ciò che ne esce di nudo, dopo che lo spogliate delle contingenze del tempo, è che Roma doveva essere, come della vita contemplativa, così la fonte e il principio e la sede della attiva: doveva albergare la giustizia legale e la prudenza regnativa, e sia pure che col re vivesse là anche il pastore: ma una via assegnava al pastore; e un’altra al re, sì che non potessero incontrarsi e impacciarsi e offendersi. E da Roma tale giustizia doveva frenare il mondo, tale prudenza doveva illuminare il mondo. Per quanto il pensiero di Garibaldi andasse da Roma a Italia piuttosto che da Roma al mondo... E tuttavia, no: Mazzini, il suo maestro, esclamava: il mondo! — Roma deve essere la maestra delle genti, come fu la conquistatrice; deve di nuovo accogliere tutti i popoli in un immenso ideale di giustizia e di pace. — Bene; ma insomma il guerriero recava da Roma, le cui mura fumavano ancora, concetto più semplice e parola più breve: o Roma o morte ! E intanto in questo s’accordavano l’esule e il fuggiasco, i due gloriosi banditi, i condannati da Baldo d’Aguglione e da Gorzkowski, s’accordavano nell’avere ambedue, in cima al loro pensiero, Roma.

Ma un’altra idea informa tutto il poema dell’uno e tutta l’azione dell’altro. Che cercava in vero Dante per i suoi tre regni? Lo dice Virgilio a Catone, che cosa cercava il viatore dell’oltremondo: “Libertà va cercando, ch’è si cara, Come sa chi per lei vita rifiuta

E l’altro, col suo breve modo d’uomo di fatti e non di parole, l’altro avrebbe detto con le parole dell’inno: O morte o libertà! Libertà è la suprema aspirazione d’ambedue; e Dante la trovò lasciando, con l’incoercibile pensiero, la vita feroce e schiava del mondo, e rifugiandosi di là della morte; e Garibaldi, per tutta la vita la cercò, combattendo e soffrendo per lei, e tornando appena potesse, alla sua solitudine nella piccola isola rupestre. E tutti e due lo riacquistavano quel prezioso dono che non è conosciuto se non da chi talor lo perde: l’uno a forza di pensiero, l’altro a forza d’azione.

Ma, per intenderci, io vi dirò che è questa libertà, voluta e ottenuta sì dall’imperiale Alighieri e sì dall’antimperiale Garibaldi; e ve lo dirò significandone gli effetti e i segni. Dante fu libero, ossia ridivenne libero: da che si vede? Da questo: il cacciato dei Neri, si fece parte per sè stesso. A chi si riferiscono queste parole? Non sembrano scritte per Garibaldi?

In vero qual è la parte o, come si dice ora, il partito di Garibaldi? Mazziniano? — Se il Generale avesse voluto! — è l’ultimo pensiero del maestro di Garibaldi. Dunque il guerriero non aveva voluto ciò che il pensatore voleva. Non fu dunque mazziniano. E dunque fu monarchico? L’aver combattuto per il segnacolo — Italia e Vittorio Emanuele — non fa di lui un monarchico, più che non faccia di lui un tiranno essere stato generale e dittatore. Patriota a tutti i costi? italianissimo, come dicono i clericali? Egli salutò il sole dell’avvenire che avrebbe illuminato una sola patria per tutti i popoli. Dunque socialista, internazionalista? Oh! egli combattè tutta la vita per qualche popolo e nazione, nè soltanto il suo e la sua, contro qualche altro e altra. Partigiano della guerra? Egli amava la pace. Partigiano della pace? Egli faceva la guerra. Dunque non sapeva che cosa volesse, tra la monarchia e la repubblica, tra il nazionalismo e l’internazionalismo, tra la pace e la guerra? Nessun carattere ci pare più coerente del suo. Nessuno, ch’io sappia, vorrebbe a quella sua figura, nota a tutti come nel suo aspetto così nella sua anima, togliere nulla, aggiunger nulla, mutar nulla.

VI.

Eppure se si fosse chiesto a lui vivo ciò che ancora chiediamo a lui morto, qual aggiunto dovremmo appiccare al suo nome, come par necessità che si debba appiccare sempre e a ognuno; qual aggiunto di parte o partito, perchè in vero chi è tale da non patir quell’aggiunto, non ha carattere, non è uomo, non è nulla, è un degli ignavi di Dante, nè vivi nè morti; e mettiamo ancora che sia un angelo, ma è di quelli nè ribelli nè fedeli... Ma Dante taglia qui la parola al suo fratello dell’azione, e risponde prima esso, dal volume eterno, e dice:

— Confondereste voi me che feci parte per me stesso, con i neutrali del vestibolo, che non ebbero insegna? Sono io simile a coloro sdegnati dalla giustizia e misericordia? Cieca direste e bassa la mia vita? Direste che il mondo non lascia esser fama per me?

Quel destino di oscurità, cecità, nullità nella vita e nella morte, io l’ho fuggito attraverso l’inferno, per il baratro e per il monte e per le sfere, passando per il fuoco mistico e per la sventura vera, io: io sono il supremamente diverso da quelli che restano nell’atrio, io sono il contrapposto perfetto di colui che fece il rifiuto per viltà: io sono Dante Alighieri e quello è l’innominato. Eppure, sì, è vero, nè egli ebbe parte nè io.

Ma io era libero, perchè la mia voce sicura, balda e lieta sonava la mia volontà! io aveva tagliato con non so quale spada quel nodo che ne impaccia dentro, nodo che io mi spiego in una guisa e voi vi spiegate in un’altra, ma che c’è veramente, retaggio, per me, d’una colpa primitiva, per voi, d’un’antica bestialità.

Ebbene io lo tagliai, quel nodo, con una spada che arrotai alle cote[2] della sventura, e così fui libero, e (ciò che gl’ignavi non seppero o poterono fare) io volli volere, e mentre colui che fece il rifiuto, non fu nulla e non ha nome che lo distingua, io fui io. —

E sottentra il poeta dell’azione, Garibaldi, il quale, interrogato in suo vivente, di che parte o partito fosse, come avrebbe risposto? — Io mi feci parte per me stesso — avrebbe risposto. Io sono io — avrebbe risposto. In verità, egli aveva quella spada affilata, e tagliò via via il nodo che impacciava la sua anima. Egli congiurò contro Carlo Alberto, e ne fu bandito e condannato a morte ignominiosa; ed egli combattè per Carlo Alberto. Egli aveva, a bordo della sua nave da traffico, bevuto il verbo de’ nuovi cristiani; e offriva il suo braccio al pontefice de’ cristiani vecchi. Egli aveva a Marsiglia stretto la mano di Giuseppe Mazzini, e ora gli aveva detto, e sempre s’era sentito rispondere; e a Teano salutava Vittorio Emanuele, col grido: Salute al Re d’Italia! Dopo la battaglia del Volturno, si rivolgeva “a coloro a cui Dio confidò la santa missione di fare il bene„, e proponeva gli Stati uniti dell’Europa e la fine di ogni guerra. Da un congresso per la pace, moveva le armi contro Roma e per Roma. E sul suo capo incanutito in quaranta battaglie, e in nove e più fra insurrezioni e guerre, mandava i suoi placidi raggi “il sole dell’ avvenire„.

VII.

O giovani, io so il dramma segreto delle vostre anime; e lo so perchè l’ho provato e lo provo. Giovani lavoratori delle arti intellettuali e giovani lavoratori delle arti manuali, è questo.

Prima ancora che voi abbiate determinato qual arte scegliere, prima che sappiate fare l’arte che non vi nutrisce ancora; voi, gli uni e gli altri, già pensate quale ha da essere il vostro pensiero nelle questioni che dividono gli uomini, volete stabilire quale ha da essere il vostro posto nelle lotte che inimicano gli uomini. Non ve ne rimprovero: non se ne può forse fare a meno, e io lo so e tutti lo sanno. Voi, nella vostra felice età, non cercate ora se non l’idea più generosa. Ponete il problema così: Come e dove si può essere più martiri e più eroi? Il dramma comincia.

Dice una voce che ha la soave persuasione della voce materna: “Sii fedele, e ama ciò che io amo„ o (e la voce è allora tenera e profonda) “ciò che amai! Sii forte e professa alla luce del sole la tua religione, che altri beffeggia, deridendo la speranza che tu hai, di rivedere i tuoi morti! Sii generoso, e sta coi vinti!„

E dice un’altra voce, che ha il furore della tempesta: “Sii giusto, e pensa a quelli che soffrono! Guarda che raspano la terra, che scavano sotterra, che picchiano sul ferro e sul fuoco, che non hanno mai riposo e hanno sempre fame! Guardali legati dalla catena, non sempre invisibile, dalla necessità sociale, alla gleba, all’incudine, alla gogna, al ceppo! guarda quant’è il sudore della lor fronte, e come piccolo è il pane che bagnano con esso! guarda come iniquamente da loro si esige che sian buoni, quand’essi, soffrendo non possono veder se non cattivo intorno a loro! guarda come stolidamente si lascia che non sappiano nulla e si pretende poi che sappiano appunto questo, che essi devono rispettare la società che li trascura o li rinnega! guarda come assurdamente non si fa nulla per toglierli dal fango o si fa qualche cosa per gettarveli e per tenerveli, e si pretende che siano puliti!„

E la voce continua col soffio dell’uragano: “Sta coi deboli e con gli oppressi! Unisciti a quelli che si uniscono! Senti il grande scalpitio sordo dell’universale esercito degli scalzi? Sii generoso, e va coi tuoi fratelli infelici!„

E dice un’altra voce, che è annunziata da squilli di tromba arrochiti dalla lontananza: “Sii grato, o giovinetto! Ricordati, appunto, che giorno è questo. Se tu puoi deliberare ora che cosa tu voglia essere, se tu potrai, per la tua parte, far le leggi cui ubbidire, e scegliere gli uomini che ti governino, fu per noi! Noi abbiamo combattuto per te, per voi, nostri figli e figli dei nostri figli; e ora che non avete più bisogno di noi ci rinnegate? Ed è poi vero che non avete più bisogno, non di noi morti, ma del nostro ideale vivo? Voi credete chiusa la nostra missione storica, e impazienti, in così pochi anni, d’essere un popolo unito e singolo, aspirate a fondervi nella grande umanità... Ma se non formate nemmeno tutto e intero quel popolo! E poichè la terra patria non basta più ai suoi abitatori, e ogni popolo si spande dove, nel mondo, c’ è posto per lui, e specialmente a voi non basta la terra, e specialmente voi vi spandete dovunque sia lavoro e martòro; vedete: gli altri popoli, che sono tutt’ altro che stanchi d’essere uniti e singoli; anche dove le braccia che lavorano son nostre e nostra è la lingua nella quale là si geme e si piange, là piantano la loro bandiera e intimano le loro leggi e impongono la loro lingua... E la nostra missione storica è finita?„

E la voce s’appressa, e gli squilli chiareggiano, e passano ondate di guerrieri, ora nere, ora vermiglie: il flutto alivolo[3] dei bersaglieri, la striscia di sangue dei garibaldini.

"Quel che volete, o figli e figli de’ figli! Ma è un grande ideale, quello per cui si muore! quello per cui si è innocenti quando s’uccide e si è contenti quando si è uccisi! E ora quell’ideale è morto? Non c’è più la guerra? Fosse!... Ma che fa laggiù Dewet?... Se uccide, è innocente; s’è ucciso, è felice, e sì quando sarà ucciso e gli scaveranno la fossa, l’impero britannico sarà più grande che mai e si estenderà, oltre che nell’Europa, Asia, America e Australia, anche in Africa, perfettamente da Alessandria al Capo; ebbene quella fossa sarà più grande di quell’impero!„

E la voce si fa sempre più vicina e gli squilli raddoppiano, e si sente lo scalpitare dei cavalli, e suona la fanfara di Filiberto, e passa Vittorio Emanuele. "Fioeui, qualche cosa ho fatto anch’io, credo! Re ho sfidato tutte le Corti di Europa, cominciando dai miei primi parenti. E infine, scendendo stivalato da cavallo, mi sono andato a mettere a sedere, imperturbabile, là, dove nessuno voleva che andassi, nella Roma dei Cesari e dei Papi. E ci sono restato! Fioeui, vi raccomando mio figlio, buono e forte!...„

Dov’è suo figlio?

E passa una raffica ardente che travolge tutto in un anelito infinito d’amore e di gloria; passa la bandiera tricolore d’Italia che ci rapisce in alto, tra mille grida — Alpi! Mare! Goito! San Martino! Varese! Calatafimi! Custoza e Lissa... Mentana e Porta Pia! Fratelli Bandiera! Pisacane! Mazzinil Cavour!... — E noi vediamo due cavalieri giganti, uno fosco come il destino, l’altro rosso come la vita e il sangue, che di là della vita e del destino tornano a incontrarsi e a stringersi la mano nel cielo della patria.

VIII.

Queste e altre voci vi risuonano nel cuore, o giovani, ora, nella vostra giovinezza docile e nobile. E voi siete commossi or dall’una or dall’altra, se non da tutte. Lo so, perchè lo provai; e lo provo ancora e ne soffro. La ragione via via mi dice, per esempio: Se tu odii la guerra, perchè ti commovi al passaggio d’un reggimento che scintilla d’armi omicide e va d’un sol passo e ha un cuore solo? E se vuoi gloria per quella bandiera lacera, che passa, come pretendi giustizia per i lavoratori più laceri ancora? Se vuoi la fratellanza delle nazioni, perchè sospiri d’amore geloso per la tua nazione? Se vuoi rotte le barriere tra popolo e popolo, come mai pendi con l’anima dalle sentinelle dell’Alpi che vegliano in armi alle porte della patria?

Oh! dico io: Te felice, o scomunicato dal sinodo e sorvegliato dalla polizia, romito lavoratore, Leone Tolstoi! Te felice; nè solo perchè tanto alto è di te l’ingegno, e l’opera così efficace e così pura la gloria; ma specialmente perchè tu puoi liberamente assecondare la tua coscienza animosa e veggente, e guerreggiare contro la guerra! Tu puoi vedere e detestare in ogni cosacco della tua nazione un futuro incosciente omicida, e ritrarre l’occhio offeso e il cuore ribelle dalle grandi squadre armate, che passano respirando la strage futura, come immense bande di masnadieri! Tu così puoi giudicare e sentire, perchè nessuno e nulla minaccia la grande Russia, ed ella può scegliere tra l’odio e l’amore, tra la pace e la guerra; ed ella sceglie quello che è così atroce scegliere!

Quanta differenza fra te e il barbaro poeta del sangue che solletica e fa ruggire la belva immane che sta accovacciata nell’altro grande impero, che aveva la fulgida e limpida gloria d’aiutare tutti i popoli, ed ora aspira all’altra sanguinosa di turbarli tutti; e nel tempo stesso manda più di dugento mila uomini contro una piccola nazione di agricoltori e pastori, e prepara l’abolizione della nostra lingua in un’isola che da solo un secolo è dell’Inghilterra, mentre questa lingua risuona, forte e soave, più forte e soave che mai, in Trieste, dopo quattro secoli che vi domina l’Austria! O Garibaldi, nostro eroe, che amavi tanto l’Inghilterra, per poco meglio che una mezz’ora di rispitto a Marsala, dillo tu, se è giusto! La tua camicia rossa non si vide laggiù, sul Vaal e sull’Orange, ella che è stata veduta per tutto, in America e in Europa, in Francia di rincontro alla Germania, in Polonia contro i Russi, in Creta, in Erzegovina e in Tessaglia contro i Turchi; non c’è divisione etnica in Europa, i cui militi non abbiano veduto contro sè queste eroiche schiere, e non abbiano, nella battaglia, udite le voci eroiche della nostra lingua; nè Latini, nè Tedeschi, nè Slavi, nè Finni; e no, gli Anglosassoni, non hanno sentito, nella nostra lingua, che parole amiche; e le camicie rosse non sono accorse là dove galoppava il Garibaldi boero, rifatto nell’Africa mandriano come era nelle Pampe d’America; e ora proprio l’Inghilterra vuol cancellare da un’isola italiana i segni della sua italianità, e sommuovere col piede il termine nazionale — che noi non coronavamo di memori fiori —? Ma noi porremo, invece dell’umile termine ammuffito e corroso, noi porremo la statua di Dante anche là; come a Trento. Porremo anche là Dante, come a Trento, perchè tenga il posto finchè non ci vada, nei secoli o negli anni, tu, o Garibaldi! E intanto la lingua si purgherà delle traccie arabe, che offesero il delicato orecchio di Chamberlain... Del resto c’è dell’arabo anche nel vostro linguaggio, o messinesi. Messinesi, bombardati dai Borboni, messinesi elettori di Mazzini, non siete voi italiani?

IX.

Se tra un popolo grandissimo e potentissimo, come l’inglese, alligna meglio Kipling che Tolstoi; se un popolo, che fu il difensore della libertà e dell’indipendenza degli altri popoli, e si onorò sempre di combattere per il diritto contro la forza, se persino esso vuol ora conquistare e assorbire e annullare; possiamo noi che da quel popolo che fu più amico di tutti, ricevemmo l’ingiuria che non ricevemmo dal più nemico; possiamo noi abbandonarci alla dolcezza contemplativa della pace e fratellanza universale?

Io credo, o giovani, io voglio credere che il grande grido “Operai di tutto il mondo, unitevi “sia per distruggere i calcoli degli imperii che già si formano e già minacciano e già cominciano l’opera loro. Io credo che quest’internazionalismo (e pare sulle prime assurdo) sia per proteggere le nazioni e conservarle. Chè noi non possiamo, nè altri può aspirare all’ineffabile felicità della pacificazione e unione universale a quel patto che la religione ci assegna per l’acquisto della beatitudine eterna: la morte! Noi non vogliamo morire! un popolo non può desiderare di morire! E d’altra parte è contro ciò che la scienza ha di più sicuro, affermare che l’unità umana sia per ottenersi con la fusione, dirò così, nel gas primigenio e omogeneo, sì che non ci sia più che una lingua e un popolo.

Le varietà si moltiplicano via via e non cesseranno mai di moltiplicare. Ci sono stati e ci sono e ci saranno, oh! se ci saranno, dei tentativi mostruosi, degli sforzi immani, per arrestare e cambiare la natura. Si faranno, e pur troppo già si fanno, dai mostruosi imperii tali sforzi per annullare in sè i singoli popoli. Ma non c’é forza che prevalga contro la natura! E noi vediamo già quale sarà la forza che si opporrà alla forza. Quando il più grande degli imperii, che si vanno formando, o un immenso trust di essi, si apparecchierà con la violenza dell’armi ad assoggettare e struggere e fondere... le armi cadranno a terra; e i preparati a uccidere e morire, si stringeranno le destre. E i grandi imperi sfumeranno come nebbia, lasciando sereno in un attimo il cielo dell’umanità. Ma le evoluzioni degli esseri coscienti hanno un elemento in più che quelle degli altri esseri. Quest’ultime sono fatti della natura; quelle prime sono macchine, le quali si muovono, sì, con certe leggi che non facciamo noi; ma le macchine stesse le facciamo proprio noi. La volontà è la macchina con cui gli uomini fabbricano il loro avvenire.

Or dunque poichè il nazionalismo conserva il carattere e l’essenza dei singoli popoli, e l’internazionalismo è per impedire le guerre che cancellerebbero quel carattere e distruggerebbero quell’essenza dei singoli popoli; ebbene, bisogna voler essere nazionalisti e internazionalisti nel tempo stesso, o, come dissi già con frase molto combattuta, socialisti e patrioti!

X.

Come si fa? Certo, si soffre. In noi sono due anime. Due anime erano in voi, o generosi socialisti, che andaste a combattere coi palicari di Creta, e poi a fianco degli euzoni dell’Oeta! Chi vi chiamava, o socialisti generosi, quella volta, chi v’invitava a cotesta che era una battaglia con voi stessi, prima che con Edhem pascià; era l’Ombra di Garibaldi. E chiediamo dunque all’Ombra stessa, come fece egli a solvere quel nodo, a dirimere quella battaglia interna, a essere, con tanta semplice coerenza, socia-lista e patriota e anche credente (oh! credeva all’anima delle farfalle e dei fiori, e supponeva che due uccellini fossero le tombe canore e alate delle sue bambine), chiediamo al nostro eroe che c’insegni e c’ispiri. Noi vogliamo poter amare ciò che tu amasti, Mazzini e il re Vittorio, il popolo e i popoli, la guerra e la pace, il dolore de’ miseri e la gloria dei forti.

Ed egli ci direbbe:

“Siate liberi! La vostra mente non si chiuda a quel tanto di vero che si trova unito a ciò che pur credete il torto. Il vostro cuore non si serri a quella tanta umana simpatia, che si trova anche in ciò che vi sembra a principio ripugnare del tutto. Non ponete i parocchi al vostro intelletto; non ponete lo zaino al vostro sentimento. Se non si scusa, che con le necessità della difesa, il prendere dei giovani, e vestirli d’una veste uniforme, e assoggettarli a una disciplina di ferro, e armarli di ferro micidiale; qual necessità giustifica questo reclutare d’anime, questo uniformare e abolire volontà, questo inutilizzare intelligenze? Se le evoluzioni in piazza d’armi, di cento e cento, al rauco grido d’un solo, hanno del meccanico e perciò quasi dell’indegno d’uomini; come chiameremo degne e umane le tattiche dei partiti? Altro è avere idee, altro, essere d’un partito. Essere di un partito vuol dire aver rinunziato ad averne, dell’idee; e significa credere che l’intelletto umano si sia a un tratto isterilito in modo, da non produrne più, dell’idee! Significa, per esempio, aver giurato che il lume a olio è il più chiaro dei lumi, a odiare perciò, con tutto il vigore del nostro fermo carattere, il partito del gas e della lampada elettrica. Ogni riforma utile deve trovar sempre occhi aperti a ricevere la dimostrazione di quell’utilità e cuori pronti a consentirla e attuarla! Non mettete le bende a quelli occhi! non mettete le catene a quei cuori!„

E continuerebbe, l’Ombra del magnanimo, con più grave accento: “Voi mi amate tutti, non è vero? E amerete in me l’Italia che amai. E non c’è ancora tra voi giovani (perchè io non credo a clericali giovani!) il partito di disfarla. E anche voi, che vi scaldate al sole dell’avvenire, volete come io volevo, che i popoli si colleghino e l’umanità si unisca, ma non volete certo che il popolo, che io redensi, abbia il triste privilegio di sparire, mentre quelli contro i quali già dovemmo combattere, rimangano.

Or bene: l’Italia è il popolo più minacciato di questo mondo, ed è nel tempo stesso di questo mondo il popolo forse più povero. Come farà a reggersi per vivere? Dal Gianicolo io vedo ancora deserto l’agro di Roma; da Caprera io vedo tuttora deserta la mia Sardegna: per tutto ov’io trasvolo, odo singhiozzi di miseria e d’angoscia. E nel tempo stesso da Caprera e dal Gianicolo e dall’Alpi e dal Mare, invoco, invoco io per voi, più navi e più batterie.

Ebbene, o giovani italiani, questo dissidio tra due necessità m’è morte nella morte. Come si fa? E io dico che, se farete a tempo, voi, giovani, potrete comporre questo dissidio e consolare la mia tomba, presso cui rimbombano i cannoni non sufficienti della Maddalena. Voi sì, o giovani, potrete risolvere questo problema che sembra insolubile; aver più forte armata e più forte esercito, e spender meno, sì da avere di che seccar le paludi e dissodare i deserti. Chè ciò potrà avvenire sol quando saranno sparite le diffidenze che nascono dall’esser l’Italia un campo, sin ora quasi incruento, di battaglia, in cui le grandi masse dei partiti stanno bensì con l’arma al piede, ma si tengono pronte a combattere della somma delle cose, della vita o della morte. Ora, sarà fatale, non nego, che una nazione sorta dalla cospirazione di idealità politiche varie e diverse non si sia ancora acquetata alla forma di governo che è risultata; sarà fatale; ma allora è anche fatale, che ella non possa, come può la Svizzera che tuttavia parla quattro lingue, armarsi e difendersi con poca spesa. Ed è giusto che tra quelli che non vogliono “la nazione armata„, si annoverino anche quelli che più dicono di volerla.

Ebbene, o giovani, contro questa fatalità ci è un rimedio. Finchè i partiti non cessino di essere, contro la ragione e la scienza, assoluti e antitetici, non entrate in partiti. Conservate alla patria e all’umanità illuminato il vostro giudizio e spassionato il vostro cuore. Non date l’anima vostra a tenere ad altri. Siate liberi!„

XI.

E io ti chiedo perdono, o morto eroe, di farmi interprete di ciò che mi pare il tuo pensiero, sfrondato, per così dire, di quel rigoglio di parole cui fece germinare il calore dell’azione. Io non ho accettato di parlare di te, se non costretto; e non ho parlato per metterti indosso un paludamento di frasi: a te basta la tua camicia rossa. Ho detto ciò che m’è sembrato dovere.

Io sento fierissimo dentro me il contrasto delle due anime; e ho chiesto a te l’ispirazione per trovar pace nel cuore e unità nel pensiero. E tu mi hai addittato — anche tu lasciasti, come Napoleone (quanto simile e diverso!) un aquilotto: un figlio morto giovane, alto, esile e mesto — e tu mi hai additato il figlio della tua solitudine, Manlio.

“In lui„ mi pareva che tu mi dicessi “in lui guarda, e guarda come fa e pensa lui, e avrai la pace e conoscerai la via„. Ebbene Manlio, col cuore pieno delle aspirazioni e rivendicazioni dei lavoratori del mondo, navigava sulle torpediniere dell'Italia. Navigava, ora non naviga più; l'aquilotto dorme vicino alla grande aquila. Dorme, l'incolpabile giovane; cui nè i popolari saprebbero rimproverare di non essere puro, nè il re, di non esser fedele.

Nell'isola solitaria l'eroe non è più solo con le due bambine. Anche Manlio è con lui. E il mare s' alza e s' abbassa, e torna ad alzarsi con metro perenne per chiamare il giovane, se il vecchio non vuole più saperne di navigazione e di vita. Ma nemmeno il bello, alto, esile figlio dell'eroe, può rispondere. Sonno eterno, mare eterno. O giovani, rispondete voi al grande mare. Non siete voi tutti figli dell'eroe?

Fate d'essere tali che s'egli tornasse, potesse trovare in voi i volontari da condurre alle sue postume imprese; fate di poter essere i Mille dell' avvenire.

Un tempo egli chiedeva un milione di fucili. Il milione di fucili c'è. Ora chiederebbe un milione di coscienze. Siate questo milione di coscienze, non offuscate dalla passione, non irrigidite da partiti presi, non assordate da frasi fatte.

XII.

Formate, o giovani, col vostro Re giovane — felice della sua angioletta che col suo piccolo vagito ha la potenza ineffabile di disserrare le ferrate porte del carcere — formate, o giovani, un popolo forte e sereno che sia preparato al destino; che si faccia degno e si tenga pronto ad abbracciare gli altri popoli e a stringersi loro nella auspicata federazione europea, o nella sovrumana fratellanza di tutti gli uomini; quando nella pace e nel lavoro siano un mesto ed incredibile ricordo la fame, il vizio, il delitto, la guerra; un popolo che sia pronto ogni giorno a tale domani, e apra sin d'ora tutti i suoi cuori a tale verbo d'amore; ma sia anche pronto, nelle vicissitudini che ancora sono tra il presente e l'avvenire, sia pronto contro chi volesse togliergli ii suo faticoso presente e il suo laborioso avvenire; dalle officine più liete, dalle scuole rese più sapienti, dalle campagne divenute più floride, sia pronto, ora e sempre, ad opporre tutti i suoi figli sull'Alpi nostre e sul Mare nostro!

Note

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[1] Era il 2 di giugno del 1901.

[2] figur.: stimolo; sprone; incentivo (che rende più acuto o sensibile un sentimento, perfetta o squisita una qualità dell'animo). [ndr]

[3] che vola [ndr]

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Ultimo aggiornamento: 19 gennaio 2008