Giovanni Pascoli

Pensieri e discorsi

[1914]

Edizione di riferimento

Pensieri e discorsi di Giovanni Pascoli, MDCCCXCV-MCMVI seconda edizione, Nicola Zanichelli editore, Bologna MCMXIV

L'era nuova

È un giorno come un altro il dì che chiude un secolo e ne apre uno nuovo? [1] Si deve, quel dì, inalzare al sole, al vecchio e giovane dio di nostra gente, un inno più fervido e più alto?

 

Sol di vita che con il fiammeo carro

porti e celi il giorno, che sempre un altro

e sempre quello sei, non veder di Roma

nulla piú grande !

 

Ecco: per ripetere o rinnovare quell’inno, bisognerebbe aspettare la fine non solo d’un secolo, ma d’un anno mondano, dopo la quale è la palingenesia; dopo la quale

 

Torna la Vergine già, il buon tempo è già di Saturno:

genere d’uomini nuovo dai ceruli culmini scende;

 

con la quale

 

Fede e Pace, Onore e Costume antico ed

osa la negletta Virtù tornare e

già si mostra l’ universal Ricchezza

piena di doni.

 

È da aspettarsi col nuovo secolo questo rinascimento? la giustizia e la pace, la bontà e la ricchezza? Nessuna Sibilla ha parlato. Oppure ella scrisse in foglie di palme il suo vaticinio, e le pose in ordine; ma il vento le confuse e portò via. Chi potrà iungere carmina più? Non io, nè altri; e tanto io quanto altri, nel cercare di indurre da idee e fatti del secolo che muore, un preconio del secolo che nasce, sembreremo leggere l’una dopo l’altra le foglie d’un vaticinio disperso dal vento. Su questa si legge pace, su quella guerra, su un’altra amore, su un’altra lotta; ancora, scienza, ancora, fede. Che sarà? Noi sappiamo che avremo dei ludi secolari, più grandiosi di quelli che celebrò Augusto e che cantò Orazio; avremo a Parigi (nella Roma nuova?) la festa del lavoro universale. E prima della fine del secolo avremo, convocata dal Cesare Russo (dall’Augusto nuovo?), la conferenza sul disarmo. Il secolo muore bene, il secolo nasce bene:

 

Fede e Pace, Onore e Costume antico ed

osa la negletta Virtù tornare e

già si mostra l’ universal Ricchezza

piena di doni.

 

Oh! gli uomini si guardano attorno, cercando l’Orazio migliore che canti l’Augusto più benefico e la Roma più magnifica... E questo poeta non osa ancora, forse, staccare la cetra dal chiodo, e siede in disparte e crolla il capo glorioso e mormora: Non forse il mio inno, lento e sublime, sarà interrotto da ululati d’odio? Non forse il sacro tintinno delle corde sarà concluso da rombi di cannone? E il poeta continua a meditare: Canterò il trionfo della fede antica? Ma se ella in tanti secoli non è riuscita a distruggere il lievito cattivo per il quale sono ora temute a un tempo guerre coloniali, nazionali ed etniche; di che ha ella trionfato? Canterò il vanto della scienza nuova? Ma se ella, con altri suoi mirabili e benefici ritrovati, ha pur fabbricato i battelli aerei, per cui deve piovere la distruzione dal cielo, e i battelli sottomarini, per cui dal fondo del mare la distruzione ha da erompere, di che, di che mai ella può vantarsi?

I.

No! no! il poeta aggiunge: io non potrei cantare con vera, profonda, sopraumana ispirazione, se non la bontà, se non l’integrazione del genere umano, se non l’ammansamento vero e perpetuo dei miei fratelli semiferi. E voi non siete meno fiere, o miei fratelli, perchè, con l’aiuto della Scienza, prolunghiate con l’acciaio del pugnale e della spada la portata delle vostre unghie, o aumentiate e allarghiate, col fragore funereo della bomba o del siluro, la potenza del vostro ruggito. E non siete meno fiere, o miei fratelli, se, col pur soave suggerimento della fede, rendete vana la scoperta che da fiere vi fece uomini: la lugubre ma benefica scoperta... che siete mortali.

Perchè fu quella, per usare una parola cara a uno degli ultimi e più soavi poeti della fede, fu quella la vostra ascensione; un’ascensione che, com’è il fatto di tali parole, non sapremmo dire se fu per il su o per il giù; vi trovaste sopra i bruti per il pensiero, e sotto, per la felicità. Oh! e voi aspiraste a discendere; e sempre, a quando a quando, avete richiamato a terra il vostro pensiero fuggitivo, come sciame d’api dall’arnia, col suon dei cembali e dei timpani de’ vostri baccanali. Oh! voi voleste dimenticare la infelice scoperta; e sempre, ad ora ad ora, vi stordite e dimenticate; e così vi rifate simili ai bruti e, nell’oblio della morte, date la morte. Ogni volta che scendete dall’inamabile altezza, alla quale eravate ascesi, voi vi trovate nelle dita i vecchi artigli e nelle mandibole le vecchie zanne e nel cuore la vecchia ferocia di cannibali. Come il gigante della favola, nel toccar terra cadendo, riprendete la vostra forza pugnace; e non vi ricordate se non di essere bruti, e credete di non essere nati, come essi, se non a combattere.

E ora, ora che si poteva credere che aveste messe le ali a dirittura, ora che si poteva sperare che le cadute dall’alto e i ritorni al bruto avessero a esser sempre più rari e singolari, ora... eccovi là tutti per terra, quanti uomini, quante classi, quanti popoli, quante razze siete, eccovi là per terra, rotolare, ansimare, bramire nello spasimo dell’odio! Questa è l’antica ascensione!

II.

Un poeta del nostro secolo non credo che possa parlare altrimenti che così. E credo che ad esso alcuno potrebbe rispondere dicendo: Ma ne hai colpa tu, di codesto: tu e i tuoi compagni. Sei tu poeta, e non altri, colui che deve spogliare gli uomini della loro ferità! Tu sei un Orfeo che siedi ozioso sotto un albero di Rodope: qualcuno ti si appressa e ti domanda, perchè non canti; e tu rispondi: perchè le fiere sono fiere. Ma devi tu, Orfeo, ammansarle, condurle dietro te, queste fiere, e renderle uomini con la virtù persuasiva del tuo canto. In verità se la condizione morale degli uomini nel nostro secolo non ha migliorato, sì che una proposta di disarmo si può considerare come un’occasione, voluta o no, di guerra, e una festa universale del lavoro non si può credere se non una sosta avanti la rincorsa, un momento di silenzio avanti l’uragano, l’ultima esitazione avanti la strage e lo sterminio; se tale è lo stato degli spiriti umani in questa sera e in questa alba di secolo; la colpa nè va data principalmente a chi ha la missione di sacerdote e di pacificatore. E questo è il poeta e la poesia. S’intende che non bisogna limitare troppo il concetto di poeta e poesia; non bisogna incarnarlo in questa o quella troppo lieve parvenza; bisogna anzi dimenticare molte cose e persone, e molti molti molti versi, e ricordare, anzi, una cosa sola: che il poeta è quello e la poesia è ciò che della scienza fa coscienza. La scienza può dire alla poesia: Io ho lavorato, e tu no: dal mio lavoro non è nato tutto il bene che doveva, ed è nato anche del male che non doveva, perchè tu non hai cooperato con me. Io ho dato il grano; ma tu non ne hai fatto il pane. Io ho pòrto il grappolo; ma tu non ne hai spremuto il vino. Io ho fornita la verità; ma tu non ne hai nutrite le anime. Io non posso far tutto io sola.

III.

In vero la scienza ha lavorato nel secolo che sta per morire! Intorno ai suoi principii l’uomo conquistava l’aria e domava la folgore. Un poeta esclamava allora:

 

Umano ardir, pacifica

filosofia sicura,

qual forza mai, qual limite

 il tuo poter misura?

 

E la pacifica filosofia ha fatto di tutto, e fa, per attenere quelle promesse. Non posso io certo enumerare le conquiste del secolo decimonono: accenno solo che la folgore, la quale suggerì nei primi tempi l’idea d’una mano invisibile e infinita che di tra le nuvole saettasse quaggiù, la folgore, veramente mansuefatta, reca da una parte all’altra della terra la parola umana, la fissa e la riproduce, e già porta, a gara col vapore d’acqua (la nuvola temporalesca asservita agli uomini, col suo carro di vapori e coi suoi cavalli d’elettricità) vertiginosamente per il globo la... infelicità umana. Forse è in queste parole — infelicità umana — la ragione della nota discordante nell’inno che la scienza meriterebbe, alla fine del secolo della sua più grande operosità? Perchè, anzi, l’inno non è cominciato ancora, e già nella folla circola la voce che vuol impedire che si cominci: come in un teatro. La voce è: La scienza ha fallito!

Ha fallito! In che? In questo che doveva essere illimitabile, e ha trovato il suo limite? In questo, insomma, per dirlo con le parole dello stesso grande poeta, che non ha potuto

 

infrangere

anche alla morte il telo,

e della vita il nettare

libar con Giove in cielo?

IV.

In questo. Sì: noi diciamo; in questo! Che c’importa del rimanente? La morte doveva ella cancellare. Viaggiare più velocemente, sapere più presto e dare le proprie notizie, aver qualche agio di più, che cosa è mai se non un rimpianto maggiore per chi deve morire? Il morire doveva essere tolto dalla scienza; ed ella non l’ha tolto. A morte dunque la scienza! Noi torniamo alla fede che (è verità? è solo illusione? ma illusione, a ogni modo, che ci vale per verità) che non solo ha abolita la morte, ma nella morte ha collocata la vita e la felicità indistruttibile!

E così alla scienza, sulla fine del secolo del suo maggior lavorìo, è fatto, invece dell’inno che poteva aspettarsi, il rimprovero più amaro. Non solo essa non ha fatto nulla di bene novello al genere umano, ma ha tentato di togliergli il bene che già possedeva. Anzi glielo ha in parte tolto. È vero, si dice, che noi torniamo disingannati e uggiti, alla fede settica; ma qual cambiamento! Le acque del già purissimo lago, che era nella nostra anima, in cui si specchiava il cielo stellato: il lago così piccolo, il cielo così grande, il cielo con tutte le sue stelle: quelle acque sono intorbidate o almeno mosse: le parvenze vi sono offuscate, o girano girano, si alzano, si abbassano. Non c’è più la tranquilla immobilità. Noi siamo costretti (da te, scienza crudele e inopportuna) a interpretare le parole d’un nostro sacro libro in un modo affatto nuovo. Siamo costretti a pensare che quel libro contiene la verità, sì, ma una verità che cambia col tempo, che va interpretata secondo i progressi delle altre umane conoscenze: verità che era vera a un modo per Dante, a un altro per noi, omiciattoli che non siamo Dante. Siamo costretti a sofisticare con tuoi colori, o scienza, gli ingenui prodotti della fede. Siamo costretti a prendere in prestito da Crookes le fotografie degli spiriti immateriali e materializzati, per rinforzare la vecchia metafisica: a far la riprova con un tavolino che gira, della sublime visione di Ezechiele [2]. Oh! tu sei fallita, o scienza: ed è bene: ma sii maledetta, che hai rischiato di far fallire anche l’altra! La felicità, tu non l’hai data, e non la potevi dare: ebbene, se non distrutta, hai attenuata, oscurata, amareggiata quella che ci dava la fede.

V.

Vero! Ma di chi la colpa? Non della scienza, ma della poesia. E qui, contro questa recisa affermazione, si pronunziano nomi e si riferiscono fatti, con sicura meraviglia; tanti quanti contro l’altra affermazione pur recisa del fallimento della scienza. Come? non sono poeti Goethe, Shelley, Tennyson, Byron, Lamartine, Hugo, Musset? Zorrilla e Campoamor, Manzoni, Leopardi, Carducci, Mickiewitz e Tolstoi? Certo, e tali e tanti, che si può dire, a ragione, di questo secolo, che è il secolo della poesia, come annoverando tali altri e tanti altri scienziati, da Volta a Roentgen — io non mi arrischio nemmeno a tentarla, questa enumerazione — si può dire che è il secolo della scienza. Eppure... Eppure dico subito che, non ostante qualche accenno, qualche preparativo e qualche tentativo, quella tanta luce di poesia è un rossor di tramonto, come quella tant’altra luce di scienza è un albore d’aurora; e che quella chiude una giornata dell’umanità, con tutte le fiamme, rosse, purpuree, cangianti, d’una sera che ha, qua e là, nel cielo purificato e intenerito le nuvole d’un temporale; e che questa ne apre un’altra, un’altra giornata che quanto, quanto ha a essere serena, non sappiamo, ahimè! non sappiamo: vi sono nel cielo larghi spazi sereni e sono anche nuvole, nuvole che ricoprono il sole o lo riflettono, che fanno sperare o temere, che sono belle e che sono terribili. Quella sera e quest’alba si sono viste, si sono salutate; perchè tutto porta a credere che questo secolo sia nella storia dell’umanità quello che è il circolo polare nel nostro globo: un secolo nel quale il tramonto s’è incontrato con l'aurora e la fine col principio. Ma per un attimo. La vecchia èra sparisce e sorge la nuova.

Ora la poesia del nostro secolo è l’ultima emanazione (giudico che sia l’ultima, oltre che da molte i ragioni, dal suo maggiore splendore) del concepimento primitivo della vita interna ed esterna; concepimento fondato sull’illusione e sull’apparenza. È cominciato il secondo concepimento: quello fondato sulla realtà e sulla scienza. L’emanazione poetica di questa nuova èra del genere umano è cominciata? Non pare, non credo. Qualche bagliore sì, si vede: ma chi mi dice non sia piuttosto un ultimo raggio di tramonto che si spenge, piuttosto che un primo strale dell’alba che nasce...? Siamo di nuovo al polo, vedete. E siamo all’èra prima della poesia: a quella dell’apparenza: perchè il tramonto in realtà non si spenge, e l’alba non nasce e non ha strali. Io sono dei vecchi, anch’io!

VI.

Nell’èra, per dir così, illusiva, il poeta interpretava il fenomeno, ciò che gli appariva, con sue penetranti parole. Ecco. I pastori erano per le steppe. Il sole ogni mattina appariva all’orizzonte, ogni sera spariva dietro quello. Forse nelle notti era un dubbio del pensiero di quei primi, che però vegliavano e presero ad amare la luna che faceva le veci del sole. Ogni mattina il loro dubbio svaniva: ogni sera ricominciava. Come il sole che era sparito da una parte, poteva ricomparire dalla parte opposta?

Quello che ogni mattina sorgeva era dunque altro da quello che ogni sera calava. Ma era pure lo stesso. Era ben lontano da quei primitivi Orazio che pur disse al sole: aliusque et idem nasceris! Tant’è. La parola del poeta de’ primi tempi che rese in una formula memorabile le esperienze di mille e mille suoi compagni d’errore e di dubbio, risonò ben lontana! Ma insomma non si può esser sè ed altri. Il sole era uno, era sempre quello. Come dunque poteva trovarsi all’alba pronto ad alzarsi dal punto opposto a quello donde era disceso la sera? Nella notte certo viaggiava sur una conca, che doveva sprizzare raggi trascorrendo rapida l’oscurità dell’oceano che è sotto i nostri piedi...

Così pensava il pastore e s’addormentava. Il pastore dorme: è assente. Non trova più sè. Si trova in luoghi remoti, dove non è mai stato o dove certo non è. Egli è pur lì dove giace sopra le pelli delle sue pecore. Dunque in lui è qualcuno che va e viene, mentre un altro resta. Dunque è doppio. In vero, questo qualcuno che va e viene insensibilmente ma veramente, è qualcosa d’impalpabile, di nullo, come l’ombra che lo segue o lo precede o gli si sotterra sotto i piedi: come l’ombra, che esso vide, poniamo, al suo Capo, quella notte che errava, per la prateria, al lume della luna, e che andava e veniva con lui. E il Capo morì; cioè, si addormentò d’un sonno più lungo. Il qualcun altro ch’era in lui, e che era come l’ombra, come quell’alito che nelle giornate fredde di caccia vaporava visibile dalla sua bocca anelante, non torna ancora. Aspettiamo. Un giorno, una notte, ancora un giorno, ancora una notte. Si è smarrito. Non torna. Nascondiamo lui sotterra, e poniamo a lui vicini i suoi utensili necessari e gli oggetti suoi cari, perchè allo svegliarsi, ossia al ritorno, li trovi.

VII.

Esso non è certo finito nel nulla. Ieri comparve nel sonno del suo amico,

 

simile a lui sì di grandezza e ne’ suoi belli occhi,

sì ne la voce, e vestia tal quali a le membra le vesti.

Stettegli dunque sul capo dicendogli queste parole:

Dormi, e di me sei tu già fatto dimentico, Achille?

Tu mi curavi da vivo, ma tu mi trascuri da morto...

 

Essere morto non voleva dire non essere. Tra essere morto ed essere vivo c’era bensì differenza:

 

Oh! ma mi sta più presso: stringendoci un attimo solo

l’uno con l’altro, tra noi ci si goda il lamento di morte!

Detto ch’egli ebbe così, gli si tese con ambe le mani

ma non lo prese; chè l’anima sua, qual fumo, sotterra

con uno strido vanì. Sbalzò su attonito Achille...

 

C’era una differenza! E quale! Il vostro amato morto, la vostra madre, il vostro padre, non li potete abbracciar più, quando sono morti... Non si abbraccia l’aria, il fumo, l’ombra. I morti tornano a noi, ma in sogno soltanto, e da qual delle due porte essi escano, o da quella che è d’ avorio, come i denti, o da quella che è di corno, come l’occhio, parlano bensì e si vedono; ma non altro: non si toccano. O infinitamente soavi poeti dell’illusione, quale scopritore di mondi, quale banditore di verità, quale inventore di farmachi può all’uomo fare benefizio che pareggi e compensi quello che voi recaste al figlio che aveva perduto la madre, alla madre che aveva perduto il figlio? Oh!Certo la folgore, condotta su fili metallici, può annunziarmi con rapidità di baleno: quella tua cara persona muore! E il vapore, costretto in una caldaia, può condurmi con rapidità di procella, al letto di quella che muore. E l’aria decomposta nei suoi elementi, può fornirmi di che prolungare la vita, per un’ora, per un giorno, di quella che mi muore... Ma voi, o infinitamente benefici, non me la facevate morire, me la facevate vivere e per sempre, sia pure intangibilmente. Che cosa potranno fare i poeti sacerdoti della scienza o della realtà che non sia nè l’ombra del bene che facevano gli altri? Che cosa faranno?

VIII.

Direi: quello che non hanno fatto ancora, e che dovevano fare, per impedire che la scienza fosse quello che è sinora, un sole senza calore, Luce, e non vita. Essi devono far penetrare nelle nostre coscienze il mondo quale è veramente, quale la scienza l’ha scoperto, diverso, in tante cose, da quel che appariva e appare. Per un esempio: il sentimento, che proviamo alla visione del cielo stellato, è in noi molto diverso da quello che era nel nomade dei primi tempi? Esso fissava l’occhio in qualche gruppo di stelle che facevano un disegno ricordevole. Unendo i punti luminosi trovava che quel gruppo assomigliava a una bestia o a un uomo o a una cosa: bestie, uomini, cose del suo vicinato. In questa lenta e oziosa operazione l’occhio del pastore che disegnava nel ciclo, si velava e si chiudeva. Quando si riapriva, dopo qualche po’ di tempo, trovava che il suo leone o il suo plaustro [3] o il suo cacciatore aveva viaggiato. Si trovava in un luogo diverso del primo. E così vedeva che il cielo si moveva incessantemente. Non anche per noi si muove il cielo, e noi restiamo immobili? Chi di noi, pur sapendo di astronomia molto più di me che non ne so nulla, sente di roteare, insieme col piccolo globo opaco, negli spazi silenziosi, nella infinita ombra constellata? Ebbene: è il poeta, è la poesia, che deve saper dare alla coscienza umana questa oscura sensazione, che le manca, anche quando la scienza gliene abbonda. E non dico che la poesia non ci si sia provata; ma in parte ed ancora in modo imperfetto. Ricordo un punto sul quale si esercita la poesia: la infinita piccolezza nostra a confronto dell’infinita grandezza e moltitudine degli astri. Ricordo il Leopardi e il Poe, e potrei ricordare molti altri. Tuttavia sulle nostre anime quella spaventevole proporzione, non ostante che i poeti nuovi fossero aiutati, nel segnalarla allo spirito, dai poeti della prima èra, quella spaventevole proporzione non è ancora entrata nella nostra coscienza. Non è ancora entrata... perchè, se fosse entrata, se avesse pervaso il nostro essere cosciente, noi saremmo più buoni.

IX.

Io dico che l’emanazione poetica della scienza, il giorno che l’avrà, è destinata a render buono il genere umano. O poeti dell’avvenire, voi dovete riuscire in ciò in cui i poeti del passato hanno fallito. Hanno fallito: e questo oppongo a chi dice fallita la scienza. Hanno fallito: perchè, non consolare questo o quello, non tergere qua una lagrima, là abbreviare un brivido, ma dovevano diminuire la somma dell’infelicità umana. A tale somma non si poteva e non si può sottrarre se non quella parte che non è originaria e connaturata; se non il dolore che l’uomo reca all’uomo; se non il male. E in ciò quei poeti non sono riusciti. Dovete riuscire voi, o poeti della nuova èra. E per questo fine voi dovete prendere l’infula [4] e lo scettro di sacerdoti, che quelli si son lasciati strappare dalla fronte e dalla mano. Voi dovete essere sinceri: rinunziare subito, se già nel vostro spirito ne è qualche tentazione, a fingere di credere: voi dovete credere. Ora la vostra sincerità è per me affatto dubbia, quando, dopo tanta luce di scienza, voi vi atteggiate a felici, ad egoarchi, a superuomini. La scienza ha ricondotto le nostre menti alla tristezza del momento tragico dell’uomo; del momento in cui acquistando la coscienza d’essere mor-tale, differì istantaneamente, dalla sua muta greggia che non sapeva di dover morire e restò più felice di lui. Il bruto diventò uomo, quel giorno. E l’uomo differì dal bruto per l’ineffabile tristezza della sua scoperta. Ma non ebbe il coraggio di continuare ad ascendere, di guardare in faccia il suo destino, di essere veramente superiore alla greggia che aveva accanto.

Cercò le illusioni e le trovò. Il bruto non sa di dover morire; l’uomo disse a sè di sapere di non dover morire. Tornarono ad assomigliarsi. E penetrò nella sua coscienza qualche cosa di analogo al lento passeggiare per il cielo dei leoni, dei plaustri, dei cacciatori, composti di stelle. E d’allora in poi la morte, una volta negata, non ebbe più dall’animo dell’ uomo il suo mesto e totale assentimento. L’uomo non temè di contristare il suo simile, non temè di ucciderlo, non temè di uccidersi, perche non sentì più l’irreparabile. Io so il Peisithanatos, [5]qual è. Io so chi persuade a violare, in sè e in altrui, la vita. È chi, nel nostro animo, prima violò la morte.

X.

Ma questa è la luce? Oh! la morte, a fissarla, abbarbaglia. Meglio la penombra nella quale si stende il pianoro Elisio, più utile l’ombra nella quale stridono le Eumenidi. Sì? Ecco uno scellerato che non crede alla morte. Lo imagino oppresso da un suo delitto. Lo vedo anelante di terrore. A un tratto qualcuno sa introdurre nella sua coscienza l’assoluta convinzione che quelle vendicatrici sono fantasmi, e che esso non sarà punito. Lo scellerato respira; mette forse un urlo, non che un sospiro, di sollievo e di gioia. Il qualcuno si allontana. Colui è ora solo, e, poichè l’ altro ha veramente mutata la sua coscienza, sente il nulla.

Se io sapessi descrivervi la sensazione del nulla, io sarei un poeta di quelli non ancor nati o non ancora parlanti. Non so, non so descriverla; perchè nè anche la mia coscienza (confesso) si è arresa alla scienza. Anche nel mio pensiero la morte è violata. Ma ricordo qualche oscuro e fuggevole momento, nelle tenebre della notte: il vertiginoso sprofonda-mento di un gorgo infinito, senza più peso, senza più alito, senza più essere... Oh! tutto tutto tutto, mi pare che dica lo scellerato, fuorchè l’annullamento!

L’ucciso nel nulla: l’uccisore nel nulla: non resta che il delitto, senza castigo e senza perdono: incancellabile! irreparabile! eterno!

Questa è la luce. La scienza in ciò è benefica, in cui si proclama fallita. Essa ha confermata la sanzione della morte. Ha risuggellate le tombe. Ha trovato, credo, che non si può libare il nettare della vita con Giove in cielo. Il rimprovero che le si fa, è il suo vanto. O meglio sarà, quando da questa negazione il poeta sacerdote avrà tratta l’affermazione morale: il poeta, cioè il fanciullo che d’or innanzi veda, con la sua profonda stupefazione, non più la parvenza, ma l’essenza. Chi sa immaginare le parole per le quali noi sentiremo di girare nello spazio? per le quali noi sentiremo di essere mortali? Perchè noi sappiamo e questo e quello; non lo sentiamo. Il giorno che lo sentiremo... saremo più buoni.

XI.

E saremo anche più mesti. Sia pure. Ma non vedete che appunto nella mestizia l’uomo differisce dalle bestie? e che progredire nella mestizia è progredire nell’umanità? E poi, che gioia è veramente in quell’alcoolismo morale, con cui l’uomo cerca di nascondersi il proprio destino? E poi che gioia è negli ululi dello sfrenato carnovale, con cui l’uomo protesta contro la sua evoluzione? Uomo, abbraccia il tuo destino! Uomo, rassegnati ad essere uomo! Pensa nel tuo solco: non delirare. L’amore, pensa, è ciò che non solo di più dolce, ma di più sacro e e di più tremendo tu possa fare; perchè è aggiungere nuovi sarmenti al grande rogo che divampa nell’oscurità della nostra notte.

Pensiamo dunque, sempre, in tutto, e siamo pur mesti. Ma saremo tutti più mesti. E riconosceremo, a questo segno, a quest’aria di famiglia, a questa traccia di dolore immedicabile, i nostri fratelli per nostri fratelli. E non saremo pazzi di perseguire una gioia, che ridondi a dolore del nostro simile, e che non diminuisca d’una linea il dolor nostro. E i mali che ora ci appariscono come fatali, la lotta delle classi e la guerra dei popoli, saranno tolti.

E sarà dunque una religione, la religione anzi, che scioglierà il nodo che sembra ora insolubile. La religione: non questa o quella in cui il terrore dell’infinito sia o consolato o temperato o annullato, ma la religione prima e ultima, cioè il riconoscimento e la venerazione del nostro destino.

XII.

Quella sarà la palingenesia; la povera e melanconica palingenesia che sola può toccare a questi poveri e melanconici esseri che abitano così piccolo pianeta, il quale è sulla via di tante comete distruggitrici. Avverrà nel secolo che sta per aprirsi? Aspettiamo. Io non oso dire: speriamo.

 

Nota

____________________________

 

[1] Così parlavo presso la fine del secolo già sepolto.

[2] Lo spiritismo, interpretato nel modo metafisico, distruggerebbe le religioni rivelate, perchè la rivelazione è di misteri incomprensibili e rende perciò necessaria la virtù fondamentale della fede. La quale è di “cose non parventi„, che se invece appariscono, non c’è più fede, e se non c’è fede, non ha più luogo rivelazione e religione.

Vi pare? Di Gesù Cristo la discesa e predicazione sarebbe stata superflua! Un tavolino parlerebbe meglio e più del figlio di Dio!

[3] grande carro rustico / poet. indica l'Orsa Maggiore [ndr]

[4] benda di lana bianca o rossa con cui i sacerdoti greci e romani si cingevano il capo [ndr]

[5] Ρεισί-ϑάνατος: colui che persuade a morire [ndr]

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Ultimo aggiornamento: 19 gennaio 2008