Giovanni Pascoli

Pensieri e discorsi

[1914]

Edizione di riferimento

Pensieri e discorsi di Giovanni Pascoli, MDCCCXCV-MCMVI seconda edizione, Nicola Zanichelli editore, Bologna MCMXIV

L’AVVENTO

Donne gentili, fedeli della pietà, che avete il cuore all’infanzia abbandonata, che siete qui adunate per dare cibo e ricovero ai piccoli dell’uomo che non hanno ciò che hanno i piccoli della bestia:

È l’avvento! Sta per nascere l’infante che sarà involto di cenci e deposto nella mangiatoia d’una capanna.

— Non c’era luogo per essi nell’albergo. —

Ho sentito sonare la zampogna dei monti. Non era cominciato il crepuscolo mattutino. S’udiva sul lastrico appena appena qualche scalpiccio che pareva d’uomini già stanchi sin dal primo principio della faticosa giornata. In uno di quei fondi ove, oltre tutto il resto, manca l’aria, ardeva un lume rosso. Di là dentro veniva quel dolce suono d’organo pastorale antico come gli antichi pastori che erravano con le greggi prime addomesticate. Ne usciva la voce mesta e soave della fanciullezza del genere umano, della fanciullezza d’ognun di noi con quell’accorarsi non si sapeva perchè, con quello sperare non si sapeva di che, con quel bisogno improvviso di godersi a piangere al collo della madre, chi l’aveva ancora.

Le stelle brillavano ancora nel cielo così bello e puro. Quel canto di zampogna pareva dovesse avere un’eco nel firmamento. Quel focherello di quaggiù, così umile e rossastro, pareva avere un perchè di cui le stelle di lassù, così limpide e d’oro, fossero consapevoli.

Di lì a poco le stelle impallidirono e scomparvero insensibilmente. Il lumino si spense e la sinfonia pastorale si tacque e il piccolo rito finì. E all’apparire dell’alba cominciò il tramestio e lo scalpitio soliti, con quel doloroso sforzo di voci strascicate, di piedi strascicati, di vite strascicate.

Era giorno, e tutto era come prima: l’oggi come il ieri e il domani.

O povero ciaramellaro dei monti, perchè hai dunque sonato l’avvento? l’avvento di che? che cosa è questo regno che ha sempre da venire e non viene mai? questo regno che ha da essere in terra come in cielo? questo regno che ha da fare un cielo nella terra? Oh! come ogni anno si dice che verrà? come ogni secolo si dice che è per venire? come ogni millennio si dice che non è venuto? Mai dunque? mai? Vano è dunque sperare, vano sognare, vano pensare; chè gli uomini, e singoli e insieme, sono condannati a patire o fame o rimorso; a patire l’odio che loro si porta, e, peggio, l’odio che portano agli altri; a patire, oltre il male che la natura ci ha assegnato, anche quello che ci fanno i nostri fratelli, e peggio quello che facciamo noi ai nostri fratelli? Povero ciaramellaro, perchè canti così dol-cemente e inconsciamente l’avvento del regno che non può avvenire? Non vedi, nel tugurio dove suoni l’organo silvestre dell’umile rito, non vedi forse un infante involto appena in cenci, deposto su peggio che una mangiatoia? non sai che quell’infante è destinato forse a non aver pietra su cui posare la testa, a non aver forse cibo nè per il suo corpo nè per la sua anima, esser forse col tempo incatenato e segregato, privato della sua libertà dagli uomini che gli negarono la sua educazione, spogliato del suo nome dalla società che gli negò il suo pane? Ciaramellaro, riponi la tua ciaramella.

Noi non ci crediamo più!

I.

Oh! credeteci! crediamoci! È l’avvento! Quel regno è cominciato. Era cominciato da prima, ma si è affermato da allora. Da quando? Da quando prima un piccol numero di reietti, poi molti, poi tutti, felici e infelici, civili e barbari (ma quale felicità era la loro, qual civiltà!), si fissarono su quel fatto incredibile dell’Uomo-Dio che nasce in una stalla, che vive non si vede di che, di pesci e di pani che sono troppo pochi alla fame di tutti, di spighe sgranate nei campi, di agnello avuto per carità; e muore su un patibolo, schiaffeggiato, bestemmiato, rinnegato, flagellato, coronato di spine e inchiodato a un legno. Che cosa sono le massime dei Vangeli, per quanto soavi o grandi, pur non sempre chiare, che cosa è la buona novella del Cristo, che cosa sono le predicazioni degli Apostoli e le epistole di Paolo, che cosa sono le dichiarazioni dei Padri e le argomentazioni dei Dottori, rispetto a quell’oggetto continuo di meditazione, che è tale semplice e orribile storia, d’un bambino così privo di tutto, d’un uomo così povero, d’un condannato così innocente e così straziato? e che è Dio? quel Dio da tanto tempo aspettato e annunziato? che pareva dovesse apparire con tanta potenza e gloria, e mostrare tanti miracoli di felicità? Da duemila anni il genere umano fa la sua meditazione su quello strame e su quella croce. E insensibilmente, per così dire, un sentimento nuovo è entrato nei nostri cuori selvaggi. Insensibilmente, ripeto: e lentissimamente, ahimè! Perchè, quando il Cristianesimo trionfò, fu cominciato a eliminare dai supplizi quello della Croce? [1]) Fu religioso rispetto al grande simbolo, o non fu piuttosto inconsapevole vergogna, di dare ad un uomo, anche reo, il martòro per cui si versavano tante lagrime nelle chiese, dove pure il crocifisso splendeva di gloria, di immortalità e divinità? Fu vergogna! vergogna! E gli uomini erano ancora tanto ciechi e bestiali da non comprendere che la forca era una croce con un braccio solo, e che la ruota era una croce posta in piano, e che il rogo che distruggeva e disperdeva il corpo dopo atroci torture, era peggio di quella croce, da cui fu deposto il corpo di Gesù, perchè sua madre l’abbracciasse. Lentissimamente, al nostro parere e credere, il Sole, con tutto il suo corteo di pianeti, tra cui la trista Terra insanguinata, cammina cammina verso una nuova plaga dei cieli; lentissimamente il genere degli uomini procede verso l’umanità. Intanto dopo le forche e le ruote e i roghi dell’Evo medio, dopo l’enorme abuso, o uso che è lo stesso, di morte per guerre e supplizi, che fu fatto anche dopo, anche in quella rivoluzione che proclamò i diritti dell’uomo, anche e specialmente (o antica stolidezza bestiale!) in essa, anche e specialmente dopo, anche ai nostri giorni, e per opera del popolo che si diceva sino a due o tre anni fa il più civile dei popoli; ebbene dopo tutto quello strazio di vite d’uomini, noi riconosciamo che in tanto il genere degli uomini si è spostato di qualche grado verso la sua integrazione. L’ultima forma della croce, la forca, va scomparendo: in Italia (o eterni bestemmiatori dell’umile Italia, ricordatelo!) non c’è più: altrove s’appiatta. E a me giova insistere su questo punto, a preferenza d’altri che pur mostrano il progresso dell’umanità: perchè l’umanità più difficilmente crede doversi affermare in faccia a quella che è bestialità, ossia il delitto! Perchè, dobbiamo noi, si dice, rispettare le bestie feroci? Quel tale, che ha appena qualche segno d’uomo e ne ha tanti di fiera, lo sguardo, il pelame, gli zigomi, la fronte, il cranio, o che so io, è fuori dell’umanità. Ebbene se noi troviamo che l’umanità s’esercita anche verso codesti, noi dobbiamo credere, o sperare, che sia già ben grande, e che abbracci tutti gli uomini, se già s’estende anche alle bestie.

E questo è certissimo. Lasciamo da parte le legislazioni le quali sono pure il prodotto e l’indice delle singole civiltà, e consultiamo la nostra coscienza. Chi di noi non ha sentito un morso di vergogna nel leggere il supplizio dell’assassino del Presidente Mac Kinley? Chi non si è detto: O che Volta ha inventata la pila per sostituire la corda e la mannaia? L’elettricità che deve essere l’anima del lavoro umano, che illumina già le nostre notti e che spinge a corsa i nostri veicoli, e che ci farà volare, voi l’avete stipendiata per vostro boia? La scienza l’ha già applicata per la salute e la vita, e voi ne fate uno strumento di martirio e di morte? Oh! belle descrizioni! Il corpo si tese tutto, scricchiolò, poi si sentì odore di bruciaticcio... Chi avrebbe creduto che gli uomini, avendo potuto strappare dalla grande mano invisibile del Tonante lo strale con cui egli minaccia, l’usassero, essi, in modo più fine e feroce, contro i loro simili? Noi c’indignamo, e pensiamo, a proposito sì di questo sì di altri e di tutti i supplizi così: peggior delinquente del mondo, che uccida lentamente e non di un subito; che si diletti degli spasimi e dei terrori della vittima; che premediti la strage a lungo, e ne dia misteriosi indizi al destinato, sì che egli muoia di cento morti; che lo faccia saper prima alla madre e al babbo, che il loro figlio sarà straziato e finito; che avvisi i fratelli perchè assistano al boccheggiare del fratello; oh! non si trova nel mondo un delinquente, traditore e squartatore, così feroce come codesta legge che con tanta freddezza, con tanta serenità, con tanta arte eseguisce le sue giustizie esemplari! Bell’esempio! Noi, profondando nella nostra coscienza, giudichiamo a nostra volta, che non c’è delinquente pessimo degno di morte, il quale non patisca peggio di quello che ha fatto! E così i popoli veramente civili hanno abolito questo delitto esemplare che mortifica la coscienza degli onesti, i quali non volevano essere protetti a tal patto; e ancora aleggiava la coscienza dei delinquenti, i quali sentivano di poter pagare il debito che facevano, con usura tale, da acchetare ognuno e da indurre più d’uno a dire al fine: Poveretto!...

C’è di più. Alcuni chiamano morboso e immorale questo fatto che si rimprovera particolarmente, credo, a voi siciliani e calabresi, e che è di tutti o almeno di molti. Ecco il fatto. L’autore d’un delitto è subito esacrato: la folla, potendo, ne farebbe giustizia sommaria. Di lì a qualche mese il delinquente aborrito entra incatenato in una gabbia di ferro. Gli si fa il processo. Noi ascoltiamo o leggiamo. Che cosa succede? Penetriamo nella nostra coscienza, e non fermiamoci alla superficie, dove galleggiano le parole che si dicono, ma arriviamo al fondo, dove posano i pensieri che non si dicono: che troviamo? Il nostro odio è sbollito, il nostro orrore è diminuito, quasi quasi sentiamo di tenerla più per la difesa che per la parte civile, quasi quasi facciamo voti per il colpevole che avremmo voluto linciare... Che è? siamo malfattori anche noi? Oh! no: noi non vorremmo vedere quelle catene, quella gabbia, quelle armi nude intorno a quell’uomo; vorremmo non sapere ch’egli sarà chiuso, vivo, per anni e anni e anni, per sempre, in un sepolcro; vorremmo non pensare ch’egli non abbraccerà più la donna che fu sua, ch’egli non vedrà più, se non reso irriconoscibile e ignominioso dall’orrida acconciatura dell’ergastolo, i figli suoi...

Ma egli ha ucciso, ha fatto degli orfani, che non vedranno più affatto il loro padre, mai, mai, mai! E vero: punitelo! è giusto!... Ma non si potrebbe trovare il modo di punirlo con qualcosa di diverso da ciò ch’egli commise?... Così esso assomiglia troppo alle sue vittime! Così andranno sopra lui alcune delle lagrime che spettano alle sue vittime! Le sue vittime vogliono tutta per loro la pietà che in parte s’è disviata in pro’ di lui!

E noi allora sognamo il grande sogno novissimo.

C’è qualcuno che fece il male? Oh! infelice! oh! supremamente infelice! Chi reggerà più alla sua vista? chi oserà più rivolgergli la parola? Egli passa, i bambini fuggono, le madri si stringono al seno l’infante, gli uomini gravi abbassano gli occhi. Egli passa tra il silenzio anelante. Ode appena, quando è passato, un bisbiglio sommesso: “È quell’infelice che ha ucciso! È un povero Caino che non dormirà più! Egli va, cammina e cammina, chi sa? per trovare il farmaco che resuscita i morti, e non si trova in nessun luogo!„.

II.

Questo voltafaccia della psiche popolare che dal compiangere il delitto passa a commiserare colui che l’ha commesso, si considera dai più come una malattia dello spirito. E sia. In verità una scienza nuova, e già gloriosa, cerca negli uomini le traccie della degenerazione; e le trova in quelli che soli esamina; che sono o i geni o i delinquenti. Perchè in questi due ordini d’esseri umani le trova, anzi, ella è giunta a riconoscere una parentela tra loro. Ma perchè non istudia essa l’uomo normale? l’uomo che nè commette crimini da esser chiuso in prigione, nè fa capolavori da meritare il Pantheon? Chi sa? ella troverebbe che non v’è uomo al mondo, per mediocre che sia, nè troppo santo nè troppo cattivo, nè alto nè basso che non abbia alcune delle anormalità da loro segnalate nei delinquenti e nei geni.

D’ognun di noi studiando l’albero genealogico, forse troverebbe qualche figura a cui fermarsi; studiando d’ognun di noi le abitudini, troverebbe qualche particolarità di cui sospettare: dorme troppo, dorme poco costui; piange per nulla, ride di nulla; è distratto, è contratto; esce di notte, non esce di notte; s’adira all’improvviso, ha una calma continua... Io credo che l’uomo normale non esista: e come sarebbe a quei dotti impossibile dimostrare che esiste, cercandolo per tutto il mondo, come colui che cercava l’uomo felice di cui aver la camicia, così è facile a ognuno, con una sola parola, dimostrare che non esiste: non esiste l’uomo normale, perchè questi sarebbe l’uomo non evoluto, ossia il non-uomo ancora. Chiamerebbero essi degenerata la Terra, perchè non è più gas? e in Giove troverebbero essi avanzata e nel Sole già cominciata la degenerazione? È questione di parole. Essi trovano nel tal genio o nel tal delinquente certi strani timori... Ma non sanno essi che l’uomo è l’animale che teme ciò che le bestie non temono? non sanno essi che l’uomo è l’animale che sa di morire? Trovano che il tal altro, genio o delinquente, aveva tenerezza per la sorella e per la madre. Ma non sanno essi che l’uomo è colui che ama la femmina anche all’infuori della spinta sessuale? Trovano in tutti, credo, i geni e i delinquenti, l’epilessia... Ma tutti, tutti portiamo in noi lo squilibrio della fatale ascensione, per cui dal pithecanthropos alalos si svolse l’homo sapiens, e dall’homo sapiens o ragionevole si svolge l’ homo, che io dirò humanus...

E qui, dame gentili, io mi rivolgo a voi, perchè temo che vi sembri già che io non abbia accolto il vostro pio invito, se non per farvi ascoltare una lezione d’empietà. No, dame gentili. Io vi ricorderò alcunchè del libro sacro a cui credete, e vedrete, che ciò che io ho detto, non contradice a ciò che là è scritto.

Non è, questo, un vano esercizio di arte sofistica: trovare il nesso e la somiglianza tra le idee e i sistemi e le credenze più disparate, è servire fedelmente la causa della concordia dell’irrequieto genere umano che non si pacificherà, credete, con la soppressione di questo o di quello, ma con la persuasione di tutti. Dice dunque la Bibbia, che l’uomo fu creato in istato di grazia e di libertà. Subito però (i teologi computano questo tempo a poche ore) fu cacciato dall’Eden; e ciò che si racconta di lui, dopo che fu cacciato, è subito l’uccisione del fratello commessa dal fratello. Non vi è antropologo il quale non debba ammettere che la bestia che diventò l’uomo, era potenzialmente uomo anche quand’era bestia. Era una bestia quella che aveva in sè il suo destino futuro. Nata dal limo, aveva in sè il soffio di Dio. Ma, non ostante questo soffio, ella si mostrò più bestia delle bestie le quali non uccidono così facilmente le loro simili. Si mostrò più bestia delle bestie, non ostante che edificasse le case e le città. Perchè la Bibbia appunto seguita a narrare che fu Caino, la bestia che uccise il fratello, che edificò le prime città!

“O dunque era molto sapiens questa bestia primitiva? E non era cioè bestia, ma homo!„ così obbiettate. E avreste ragione, se l’homo sapiens, svoltosi dalla bestia primitiva, fosse l’uomo veramente uomo. Non era, non è.

È un vecchio concetto, codesto, e non vero, che sia l’intelligenza che distingua l’uomo dal bruto. Non è vero: le case le edifica anche la rondine, e di fango impastato come noi; e la lucciola ha saputo, con lunga esperienza, scegliere tali sostanze con cui aver luce nelle sue notti, e con lunga esperienza ha saputo l’ape scegliere tale cibo con cui fare il miele e la cera; e le formiche hanno i loro granai, e i castori hanno le loro città. L’intelligenza e la conservazione della vita sono tra loro in tal nesso, che se chiamate istinto naturale quest’ultima, dovete chiamare istinto anche quella prima. E istinto vuol dire qualcosa a cui non possiamo sottrarci e che s’impone come una necessità. E non c’è mirabile opera umana, non c’è macchina, non c’è traforo di monti, non c’è navigazione di mari, non c’è volo tra le nubi, non c’è asservimento di forze cieche e libere, che, considerati da esseri più perfetti, i quali dimorino in altri pianeti, non facessero loro pensare che noi abbiamo ubbidito, con ciò, alla stessa necessità a cui i conigli, che so io, gli uccelli e gli insetti alati, le lucciole e i ragni. Quando e dove l’abitatore dei pianeti lontani comincerebbe a pensare che noi siamo essenzialmente diversi dai ragni tessitori e dalle lucciole fosforescenti?

Quando e dove vedesse, che noi facciamo qualcosa contro quell’istinto, quando e dove riconoscesse che noi abbiamo conquistato o andiamo conquistando che cosa? — La libertà! quando cioè e dove stupisse, che alle madri degli uomini non basta dare il loro latte ai loro piccoli e provvedere al loro sostentamento, fin che non siano atti a fornirselo da sè; ma vogliono anche educarli, istruirli, tremare e piangere e tribolare per loro tutta la vita; che ai padri degli uomini non basta aver fecondata la femmina, ma si trattengono presso lei, e non solo l’aiutano ad alimentare i piccini, ma diventano i loro più attivi, più pensosi, più solleciti guardiani e maestri; che, cosa più mirabile ancora, queste madri e questi padri pensano ai figli degli altri; che, cosa da esaltarsene in sè, quel figlio più puro dei cieli, ci sono tra gli uomini quelli che rinunziano a godere, perchè altri non pianga, a mangiare, perchè altri non digiuni, a vivere, perche altri non muoia. Ora, come mai — quell’essere superiore esclamerebbe — come mai in questa povera razza d’esseri deboli, caduchi, efimeri, ha potuto fiorire questa pianta inseminata della volontà? come questo genere d’animali bipedi senza ali ha potuto liberarsi dai legami della egoistica e cauta e fredda ragione? Chi ha portata la pietà in terra? Quando l’homo, così sapiens, ha potuto, non in virtù della sua sapienza, ma contro contro contro la sua sapienza stessa, tanto superiore a quella degli altri animali terreni; quando l’homo sapiens ha potuto divenire homo humanus? Per qual miracolo è avvenuto in questo selvaggio pianeta, dopo il fiero regno della ragione, il dolce regno del sentimento?

Ecco l’avvento! Quel che è cominciato già, sebbene non abbia ancora conquistata tutta la terra, è il regno della pietà, cioè della volontà, cioè della libertà! Tutto lo dice e lo grida.

La pietà vuole entrare, dove le era precluso l’adito: oltrepassa le gabbie di ferro, tenta le massiccie porte del carcere, sulla cui soglia sta la giustizia in armi. “Sono vittime anch’essi, i tuoi re, o Giustizia, come le loro vittime. Portano la pena di questo movimento intimo, che ha scosso i nervi dell’antico bruto, che ha insegnato a lui spasimi e dolcezze nuove, che gli ha appreso a ridere e a piangere! È un disordine nell’anima di tutti: le fibre del cervello non hanno più in alcuno quella loro primitiva regolarità. Il sentimento, cosa nuova, porta come il suo bene, così il suo male. Non essere così ragionevole, o Giustizia. Perdona più che puoi„. — Più che posso? — Ella dice di non potere affatto. Se gli uomini, ella soggiunge, fossero a tal grado di moralità da sentire veramente quell’orrore al delitto, che tu dici, si potrebbe lasciare che il delitto fosse pena a sè stesso, senza bisogno di mannaie e catene, di morte o mortificazione. Ma... Ma non vede dunque la giustizia che quest’orrore al delitto gli uomini lo mostrano appunto già assai, quando abominano, in palese o nel cuore, il delitto anche se è dato in pena d’altro delitto, ossia nella forma in cui parrebbe più tollerabile?

III.

La pietà ha edificato tanti ospedali! tanti asili! tanti ricoveri! La pietà bussa alle grandi sale dorate, e tende le mani, e alza il suo lamento tra il soave fragor delle musiche e il blando avvolgimento delle danze! La pietà non permette già più di cenare in pace, perche Lazaro piange alla porta del banchetto! La pietà non permette già più alla madre di contemplare in pace, tra i candidi merletti, il suo angioletto addormentato... Oh! il suo sonno è così leggero: e nell’ombra, troppo vicino suona il querulo incessante innumerevole vagito dei bimbi che non hanno culla, che non hanno latte, che non hanno madre...

Oh! non vi può esser più felicità per uno, se non c’è per tutti. Il regno della schiavitù, della guerra, della conquista, dello sfruttamento, cioè della ragion sola, sta per chiudersi. La pietà ha indotto la ragione a escogitare strumenti e sistemi di salute e felicità non più per le città, non più per le nazioni, non più per le razze, ma per tutti, ma per la società, ma per tutto il genere umano.

Il socialismo! Senz’altri argomenti e fatti, basterebbe questo, del sorgere del socialismo, a dimostrare che il regno della pietà è già inoltrato. Esso è un fenomeno d’altruismo. Quali ne furono i messia e gli apostoli? quali ne sono i predicatori e i confessori? Tutti (poichè di classi si è costretti ancora a parlare) tutti, o nobili o borghesi o, se operai, tali però che per l’ingegno e per l’abilità o sono usciti o potrebbero uscire dalla classe degli operai propriamente detti.

Si avvera anche per il socialismo il fatto storico che l’elevamento delle singole classi è per opera della classe superiore. E un fatto dunque di carità e d’amore. Sono uomini, codesti predicatori e confessori, che rinunziano già volontariamente ai beni della loro classe, perchè non è bene quello che coincide col male degli altri. O sublime follia di Carlo Cafiero, il quale fuggiva dal raggio di sole che penetrava nella sua camera d’ammalato, perchè non c’era sole per tanti altri nelle miniere, nelle officine, nelle stive, nelle prigioni! “Io non voglio sole che non sia di tutti!„

È la follia della croce, dunque; è la follia di S. Francesco. Una parte del genere umano si scalza, perchè l’altra parte è scalza. La seconda grande fase della storia è già aperta: l’homo humanus sta per prendere il posto dell’homo sapiens.

Secol si rinnova.

Ma gl’ingrati! oh! gl’ingrati! I figli di pietà o carità rinnegano la dolce loro madre! Essi dicono di non conoscere se non la giustizia, quella ferrea donna che veglia sulla soglia del carcere; che impugna anche la scure, che stringe il laccio, che sprigiona il fulmine addomesticato per dar morte a un uomo; che ha mosse tante guerre, che ha voluto la schiavitù, che persino talvolta ha esposti su o gettati da una rupe, non si sa bene, i figlioletti degli uomini! Giustizia o Carità?

Essi rispondono, Giustizia; e io dico, Carità.

La giustizia non è che a mano a mano la moralizzazione del nostro egoismo.

È cosa contingente e mutabile: non affida. Se noi dobbiamo per giustizia rispettare la vita degli uomini, come mai la giustizia non ci vieta di ammazzare il bove e l’agnello? È un sofisma questo? Eppure certe legislazioni vietavano, per esempio, di macellare bovi da lavoro, eppure certe coscienze hanno bandito dalle loro mense la carne degli animali! La giustizia presso questi individui e presso questi popoli vuole svolgersi logicamente. E dunque svolgetela anche voi, cotesta vostra giustizia, logicamente. Se il vostro sistema non si basa se non sulla giustizia, ebbene rispettate oltre il bue di lavoro, oltre il mite agnello e il festoso capretto, tutte tutte le vite: non uscite a passeggiare, per non calpestare le formiche, non vi muovete, non respirate, non vivete. La vita d’un essere è ineluttabilmente causa della morte di altri esseri.

E le piante? credete voi di cibarvene con giustizia? O non sapete che la vita è una unica; sebbene le gradazioni siano varie? La giustizia! ma noi la ripudiamo sempre! Qual cosa direste più giusta del latte che dà la madre al figlio? delle cure di lei intorno alla culla del suo piccino? Ebbene interrogate voi stessi, se voi dite mai che la vostra madre non ha fatto che il suo dovere dandovi il suo petto a suggere e dondolando la vostra culla!

Fu pietà, carità, amore! noi diciamo. Il giorno che noi credessimo che non fu se non giustizia, noi, capite, non riameremmo la nostra madre e con lei tutto ciò che amiamo; non ameremmo più; e l’umanità non tornerebbe ad essere solo quello che già fu, una bestialità, ma diverrebbe una bestialità senza più quel soffio e quella scintilla per cui ella potè divenire l’umanità. L’uomo si rifugierebbe nel suo covo antico; vi si stenderebbe su, non se ne rialzerebbe più.

La giustizia non comincia se non dove giunge la pietà. Non entra la giustizia nel modo nostro di comportarci con le formiche, perché in noi non si sveglia il sentimento di pietà. Non si era desto il sentimento di pietà nelle donne spartane che lasciavano portare al Taigeto i loro bimbi deformi: e perciò non credevano contro giustizia L’orribile cosa. O credete che il più naturale dei sentimenti umani sia stato sempre tal quale? L’infanticida, ai nostri giorni ancora, quando sopprime la sua creatura, non ha avuto tempo e modo di considerare come qualcosa o qualcuno fuori della sua carne e della sua vita l’infante che sopprime. Ella, io credo, crede di far male a sè stessa, a un frusto infelice della sua povera persona. Non l’ha sentito vagire, il piccino, e la sua pietà non s’è desta, ed ella non ha veduto di offendere la Giustizia. La Giustizia poi glielo fa sapere... Ma la Giustizia non s’accorge di esercitare la sua autorità nuova contro una donna di molti millenni prima, non punto dissimile dalla femmina di qualche animale che nega il latte a qualcuno dei suoi piccoli o che a dirittura lo divora.

Alle quali femmine la Giustizia non dà nessuna pena. Alla donna infelice che vi è innanzi, o giudici, è mancato a un tratto il prodotto dell’evoluzione di molti millenni, perchè è mancato un vagito, un sottile vagito, un solo piccolo vagito, che le avrebbe detto, Pietà di me; ed ella non potè udire quel gemito perchè l’ avrebbe tradita. Oh ! se avesse potuto volerlo udire, oh! non ci sarebbe stato bisogno del codice e del tribunale e del carcere per farle comprendere che cosa era giusto che facesse. Dopo il sentimento di pietà, sarebbe sorto il concetto di giustizia.

Ora mi dirà alcuno che anche qui è questione di parole? No, è questione di cose. O apostoli della rigenerazione umana, se voi dimenticate che la base di questa rigenerazione è la pietà e il sentimento, non la giustizia e la ragione, voi andate contro il vostro fine; voi, cioè, agitate, combattete, soffrite, perché non avvenga ciò che voi volete che avvenga. Proclamando presente la giustizia futura, voi togliete la pianta dalla terra onde ella trae il nutrimento per il fiore che forse è già in boccia, voi la separate dalla sua radice; e l’agitate e la mostrate dicendo: Ecco il fiore. E il fiore così non si aprirà più. O spiriti ardenti, il fiammante e soave fiore dell’avvenire, ha bisogno del nutrimento del nostro cuore e della rugiada dei nostri occhi! Il sole dell’avvenire che aprirà in fine quella rossa corolla, si chiama l’amore !

Ecco, io mi provo a leggere nel libro del futuro nascosto: leggo nell’Apocalissi.

IV.

E i proletari del mondo ripeterono:

Noi non vogliamo pietà, vogliamo giustizia!

E primamente cacciarono da sè i loro maestri e apostoli dicendo: — Noi non vogliamo pietà!

Chi siete voi? Voi siete degli altri! Voi dite parole giuste, ma sono elleno anche nel vostro cuore o solo nelle vostre labbra?

A ogni modo, anche se voi sentite quel che dite, noi non vogliamo pietà! Andatevene. —

E i maestri cominciarono ad andarsene.

E presto non vi furono altri proletari che i proletari.

E il genere umano era diviso in due generi... non umani, che si guardavano male.

Ogni tanto qualcuno del genere meglio vestito passava all’altro, e poichè non era certo ispirato dalla pietà, egli era certo dei peggiori di esso; e qualcuno dell’altro genere passava al primo; e questo era dei più valenti se non dei più fedeli.

Dalle due grandi classi si elevavano continuamente le vecchie querele: somigliavano a quelle che in tempi già remoti erano poste, come si diceva, sul tappeto da due nazioni che volessero venire alla prova delle armi.

Querele che erano poi sopraffatte dal fragore delle battaglie e dai gemiti dei feriti; e che, finita la guerra, risorgevano più maligne che mai a preparare la guerra che di regola nasceva dalla guerra, e che si chiamava la rivincita.

Già da tempo il contadino non salutava più il proprietario: la cosa era sembrata bella agli apostoli scacciati.

Già da tempo gli operai delle officine passavano col berretto in capo avanti l’industriale: la cosa era sembrata magnifica ai maestri ripudiati.

Eppure si era sempre dagli apostoli e maestri e poi dai discepoli predicato, che non gli uomini erano in colpa, sì il sistema. A che dunque l’odio?

Eppure! Eppure! Qualche vecchio contadino si ricordava che aveva amato i figli del padrone che ruzzavano coi suoi! Qualche vecchio operaio si ricordava d’aver tenuto in collo quel grande industriale, quand’era piccino !

I vecchi tentennavano il grigio capo.

“Non sarebbe meglio accomodarsi?„ brontolavano.

“No„ replicavano irosi i giovani “no e no: essi ci derubavano, perchè noi siamo le braccia che fanno la ricchezza; e la ricchezza se la prendevano e prendono loro„.

“Ma„ rispondeva timidamente qualche vecchione che ricordava la favoletta di Menenio Agrippa “se noi siamo le braccia, siano essi lo stomaco, o forse, almeno qualche volta, la testa, voi sapete che un corpo può vivere senza braccia, ma senza testa o anche senza stomaco, no„.

“No: vedrete, o nonno, che non può vivere nemmeno senza braccia„.

Così per un pezzo stettero l’un contro l’altro, i due generi inumani: i bambini piangevano dall’una parte e dall’altra; dall’una parte e dall’altra i giovani si nutrivano d’odio.

I ricchi non avevan già più chi li servisse: fortunate quelle signore che avevano imparato a fare il bucato e la cucina!

I poveri non avevano più scuole, dove mandare i figli, non ospedali, dove essere curati nei loro morbi, non asili per l’infanzia, non ricoveri per la vecchiezza.

L’odio aveva avvelenato tutti i cuori: tutti gli occhi avevano lo sguardo bieco del bandito e del prigioniero.

Sino allora restava anche una terza classe: la classe degli armati: nè mai essi avevano sentito battere tanto di fierezza il cuore: istituiti per la guerra, essi mantenevano la pace.

Ma una pace torbida, inquieta, piena di ululi soffocati.

Finalmente anche quella classe di mezzo sparì, e si fuse parte di qua e parte di là.

E un giorno cessò ogni fragor di macchine, ogni grido d’aratore, ogni strepito di martello. Tutto era chiuso e tacito. La pietà era da un pezzo estinta: s’estinse il lavoro.

E allora venne la guerra: i due generi disumani si avanzarono l’uno contro l’altro con tutte le armi dell’odio...

Avevano due grandi bandiere.

Nell’una e nell’altra si leggeva la stessa parola: giustizia!

Ma perchè continuare nella lugubre lettura? Cerchiamo d’ignorare il rimanente: Chi vinse? fu pace poi? il sangue non fermentò? fu poi uguaglianza? e se fu, l’ingegno umano non si avvizzì? non diventò sterile? nel grande opificio l’uomo non sospirò la libertà? O tutto tornò come prima? non ci furono, di cambiati, che le persone dei proprietari; e tutti i cuori? e infine, nei secoli dei secoli, non si oscurò e raffreddò per sempre il sole, non lasciando sopravvivere sulla terra, divenuta un sepolcreto enorme, nemmen la memoria di quel genere d’animali, che con tanta intelligenza non aveva saputo assettare la sua vita comune, nè come le api e le formiche, che vivono in pace e fratellanza nelle loro arnie e nelle loro caverne, nè come i leoni e le tigri che di tutto fan preda fuorché di leoni e di tigri, nè come le iene che mangiano tutto quel che trovano, ma lasciano vivere i vivi?

V.

O tetra Apocalissi, io non credo in te, perchè credo nella carità! Ecco la base del mio socialismo: il certo e continuo incremento della pietà nel cuore dell’uomo. Tutti i fatti raccolti dai materialisti della storia, non provano che questo: che l’uomo da solo ragionevole è divenuto sentimentale.

Non è stato l’interesse che ha via via suggerite le grandi trasformazioni sociali, ma un sentimento opposto all’interesse. La considerazione della storia a quel modo, è un continuo e facile sofisma.

È stata Roma che ha fatto trionfare la croce, sono stati i padroni che hanno abolita la schiavitù, è la borghesia che predica il socialismo. E sarà il cuore che troverà l’assetto ottimo della società, non il cervello e molto meno il ventre. Non sarà un dies irae il gran giorno: sarà il giorno della pietà!

Io vedo moltiplicato all’infinito per tutta la terra il convito di Elena. Si ricordano, intorno alla mensa, tutti, familiari e ospiti, le loro sventure. Il racconto delle miserie altrui suscita il ricordo delle sue proprie. Il pianto si fa compianto, la passione si fa compassione.

Come potemmo noi odiar voi che tanto avete pensato?

E noi come potemmo dispregiar voi che tanto avete sudato?

E noi non riconoscemmo la vostra mente!

E noi non baciammo le vostre mani !

E sì: dovevamo a voi il pane dei nostri bambini !

Oh! no: noi, noi, lo dovevamo a voi...

Figli, venite a ringraziare il vostro benefattore.

Figli, abbracciate il vecchio operaio che vi alimentò.

No...

Baciatevi, o piccoli, tra voi, che siete fratelli.

Oh! quando penso, che tu non avevi sempre il pane...

Taci: e io che t’invidiavo? Pareva che noi non sapessimo che anche a voi erano lunghi i giorni e lunghissime le notti... e breve la vita!

E ora? Per il meglio lavoreremo anche noi un poco, manualmente: fa bene alla salute e al cuore...

E anche noi avremo un po’ di tempo per l’intelletto.

Io non ho bisogno del superfluo, perche sono certo dell’avvenire dei miei figli, affidati all’amore del consorzio umano...

E io ho già più del necessario, perchè oltre il cibo, il tetto e il vestire, ho l’istruzione per i miei figli e la gioia di questa gran pace.

E dire che io a forza ti volevo negare ciò che è tanto mio utile averti dato!

E dire che io volevo aver per forza ciò che per amore mi avresti dato!

Quanto abbiamo sofferto !

Oh! sì : quanto !

Ed era così facile finirla!

Così facile e così bello!

E la divina Elena verserà nelle coppe di quelli uomini mesti il farmaco contro il dolore e contro l’ira.

Chi mi dirà che questo è lontano e fantastico? Chi mai, al quale io non possa opporre che l’avvenire ch’egli prevede, è anche più lontano e più fantastico?

Qual dato di scienza economica, per esempio; che, per esempio, la ricchezza tende ad accentrarsi e la proprietà individuale a sparire; è più certo della mia semplice intuizione, che l’uomo, il quale ha già asili e ospedali in cambio d’altrettanti ergastoli di schiavi e di gladiatori, tende sempre a migliorare?

E dunque, mi si dirà, ce ne dobbiamo star con le mani in mano ad aspettare l’avvento di codesto regno della carità?

Tutt’altro! Tutt’altro! Tutt’altro! Solamente, bisogna fare, non dire! Noi dobbiamo adempierlo tutti, intorno a noi, il gran sogno dell’avvenire, nel modo che meglio possiamo. Molti fatti anche piccoli, costituiranno un gran fatto; molte parole, anche grandi, non possono formare che un grande discorso. E la durezza dei cuori si frange soltanto con l’esempio, quando si frange.

E sopratutto, io credo non s’abbia a parlare di Lotta, se non di quella che ognuno ha da combattere con sè stesso. Il più e il meglio che possa fare un animoso combattente in pro’ dell’ideale umano è di ridurre sè stesso più che può simile a quello ch’egli afferma dover esser gli uomini futuri.

E in queste parole non è nessuna intenzione d’offesa per quelli che, per tanta parte della mia vita, chiamai i miei compagni, e chiamerei ancora così, se loro non dispiacesse: ho conosciuto, e conosco, tra loro tanti che non solo parlano, ma fanno [2]. O miei vecchi amici, medici dei poveri, avvocati gratuiti, maestri per carità, io non vi ho dimenticati e non vi disconosco! Ma voi non solo nascondete, col pudore del bene, la vostra opera caritatevole, ma la rinnegate a confronto della vostra predicazione! Voi disprezzate e condannate quella che chiamate la filantropia, volgendovi a questi, e la carità, volgendovi a quelli. Ebbene io credo, e questo ho voluto dire, che il fatto d’amore e di carità ha maggior importanza e consistenza, dirò così, scientifica, che le vostre teorie economiche e sociali. Tanto che qualunque uomo sia, qualunque sia la sua fede o il suo sistema, se fa il bene è più vostro compagno che il vostro compagno che il bene non lo faccia, per bene che pensi e dica e scriva.

Tanto che io, o miei buoni eroici compagni della lontana giovinezza, io non vi ho abbandonati, se non credo a ciò a cui voi credete, all’efficacia della lotta di classe e ai prematuri disegni dell’avvenire, ma, se mai, vi ho rinnegati, perchè non obbedisco all’aspirazione a cui voi obbedite, e che è la pietà; ma, se mai, perchè non faccio quel che voi fate, non perchè non dico quel che voi dite; ma, se mai, per l’odio o il disprezzo che io abbia conservato o concepito per uomini più ricchi o più poveri, più potenti o più deboli, più sapienti o più ignoranti di me, buoni o cattivi, onesti o delinquenti, pure infelici e mortali come me e voi tutti: cui solo l’amore può rendere, dandoci fratelli, meno infelici; dandoci figli, meno mortali.

 

Note

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[1] Vedi, per es. Aur. Aug. in Ioh. Ev. 8: Denique modo in poenis reorum non est apud Romanos: ubi enim domini crux honorata est, putatum est quod et reus honoraretur, si crucifigeretur.

[2] nel testo abbiamo: /ma e fanno/ [ndr]

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 19 gennaio 2008