Giovanni Pascoli

Pensieri e discorsi

[1914]

Edizione di riferimento

Pensieri e discorsi di Giovanni Pascoli, MDCCCXCV-MCMVI seconda edizione, Nicola Zanichelli editore, Bologna MCMXIV

ANTONIO MORDINI IN PATRIA

Eccolo dunque ai piedi del cedro del Libano: puro spirito bensì, ma a cui la divina arte del Romanelli diede un corpo visibile e ammirabile per secoli e secoli. Egli è ritornato alla sua terra, nè già da Firenze, da aver sommosso a libertà il popolo; nè già da Palermo, da avere esercitato l’antico imperio repubblicano; nè già da Napoli, in cui fosse entrato trionfalmente col Re e con l’Eroe; nè già da Roma, dove avesse e consigliato e giudicato per il bene della nuova Italia; non da una condanna, non da un esilio; non da una battaglia, non da una rivoluzione: egli ritorna da luoghi più lontani e da più solenne avvenimento; ritorna dalla morte. Nel sacro silenzio della morte risuonano distinte, tanto è alto quel silenzio, le voci impercettibili d’un severo e sereno giudizio. Ora le coscienze de’ suoi conterranei e dei suoi connazionali, della sua patria e del suo re, hanno richiamato dalla morte Antonio Mordini, e gli hanno detto: Vieni, e siici esempio !

Ed egli è venuto; ed eccolo a’ piedi del cedro; sul bastione, di fronte al fosso; e lo circondano il fosco Apennino e le cerulee Panie, tra cui si snoda il Serchio che corre rapido come per la impazienza di fare il bene, e brontola in corsa come per il malumore che non si veda ancora tutto il bene che può fare. E si affolla in conspetto al reduce, più grande che uomo, una moltitudine varia e concorde, dove si possono ravvisare, tra i noti visi degli abitanti delle due storiche terre gemelle, Barga e Coreglia, tra i robusti Gallicani e i solerti Bagnaioli, il pensoso pastore delle nostre Alpi e l’arguto navicellaio del nostro Tirreno, l’ispido cavatore della pittoresca Garfagnana e il sapiente agricoltore della fertile Lucchesia. Ne manca, con onorevoli deputati e senatori e magistrati provinciali e comunali, il Governo del Re nella persona d’un uomo altamente benemerito, che dà, alla festa di gratitudine e d’amore della Val di Serchio, il visibile carattere di solennità dell’Italia intera.

I.

 Oggi dunque gli applausi e gli evviva e gli inni e le bandiere e le fanfare, e quel subitaneo soffiar di memorie nel cuor dei vecchi e di propositi nel cuor dei giovani... Di qui a pochi giorni il solito silenzio, il silenzio che in questa terra sembra più grande al pensatore, perchè succeduto a un inverosimile tumulto di storia. Questa terra, che ebbe privilegi dalla contessa Matilde confermati dall’imperatore Barbarossa, difese la sua libertà di Comune con secoli di guerra. Spesso intorno a queste mura furono costruiti battifolli e bastite per prendere la terra; e bellissime zuffe furono appiccate nelle vicinanze per liberarla. Battagliarono arditamente in questi luoghi or le genti del re Giovanni, ora i masnadieri di Francesco Castracani, ora le barbute di messer Piero Farnese. E il vostro capitano, o cittadini di Barga, Benghi del Tegghia Buondelmonti fiorentino qui ruppe la Compagnia Bianca dell’inglese Bosco-di-falchi, che noi chiamiamo Aguto (Hawkwood), ricuperando Gragno, Seggio, Loppia, Albiano e Castelvecchio... i nostri bei paeselli! E nel Pian grande cozzarono i più reputati condottieri del tempo, Francesco Sforza e Niccolò Piccinino; e i vostri antenati, o Bargei, del secolo XV (era il 10 ottobre del 1437) uscirono in numero di duemila dalle porte della terra assediata, e assalendo il Piccinino assediante diedero battaglia vinta ai fiorentini dello Sforza e di Neri Capponi, che erano venuti a liberare Barga.

II.

Ora non più badalucchi e battaglie e congiure e fazioni e assedii. Nei monti dove s’aggiravano Francione e Del Fante e Cesare (che fu squartato) e Guerracchino, ora le guardie forestali, ministri severi di legge qui troppo severa, e altrove troppo corriva, accorrono al focherello d’un pastore che si riscalda, o al belo tremulo d’una capra che si lamenta d’esser proscritta dove è permessa la pecora e la vacca, che fanno anch’esse, come lei, e come tutti i buoni, col gran bene anche il piccolo male. E dalla rocca ormai diruta di Sommacolonia non discende più a preparare qualche scelleratissimo eccesso contro i barghigiani medicei il repubblicano capitan Galletto: discende coi muletti carichi di carbone il... Diavolo: un buon diavolo, però; manso. E tutte queste buone genti, senza chieder nulla a nessuno, fanno la spola attraverso l’Oceano, vengono e vanno tra i due mondi, portano fuori la loro ingegnosa attività, riportandone qua di che comprare qualche campetto, qualche campetto che vangarono come mezzaioli e che ora vangheranno come padroni, con più gusto, certo, ma cocendo in tanto nell’antico paiolo la polenta di prima. E questa Barga libera e schietta, questa, per così dire, repubblica di San Marino dell’occidente (ella ha il suo rude San Cristofano che passava i fiumi, come San Marino passò il mare), questa Barga riposa dalla sua lunga storia di peste fame e guerra, e sogna guardando, colaggiù colaggiù, al Serchio: sogna che un buon vento le rechi un rumore... il rumore rotto, come si sente talora, del Serchio in piena, dopo le grandi pioggie... ma no, il cielo è sereno; solo una nuvoletta corre colaggiù, si fa e sfa continuamente; una nuvoletta vaga... e il rumore non dura continuo come quello del Serchio, ma s’interrompe; e un debole fischio, col buon vento di ponente, arriva sino al Giardino, sino al Fosso, sino all’Arringo... E la vaporiera. O sogno di tutta la valle! o voto supremo di Antonio Mordini!

III.

Domani Barga sarà tornata alla sua pace operosa, la quale del resto era cominciata da quando Firenze, da cui ella era Comune piuttosto protetto che soggetto, ebbe la signoria o supremazia di tutta Toscana. E la pace divenne, anzi, al fine sonnolenza, appena scossa, a un tratto, dal turbine della rivoluzione francese e dalla meteora Napoleone. Visse sino alla più tarda età, a Castelvecchio, un vecchiettino sarto che aveva militato in Russia, e che morì, egli scampato all’incendio di Mosca e ai ghiacci della Beresina, di freddo, avanti il focolare in cui egli non era riuscito, per la gran debolezza, a rattizzare il fuoco. A che questo ricordo? Non so. Forse m’è venuto perchè il Mordini amava quel buon vecchio, e lo voleva, dicono, accanto a sè nelle feste patrie. Quel vecchio era il ricordo vivo di quella tempesta, che, se poi si trovò benefica nei suoi effetti, fu allora esecrata. E nel 1814 ne fu in Barga molto festeggiata la fine... Chi sa? In occasione di quella festa venne portato a Barga, per ornamento di qualche chiesa o di qualche sala, che cosa? quel cedro, che un vecchio Bargeo ora morto mi affermava avere la sua età. Ora il vecchio era nato nel quattordici. E il cedro vegetò molti anni in una conca, poi in un orto; infine qui sul bastione, dal 1836, spiega le sue forti braccia, sfidando i venti e le folgori, e albergando i passeri. In poco men d’un secolo la pianticella s’è fatta un bell’ albero, un grande albero. Ma sapete, o cittadini di Barga che considerate il cedro del Libano come vivo stemma della vostra terra, e che avete voluto che alla sua ombra stesse colui che della vostra terra fu il presidio ed è l’onore, sapete che cosa in quello stesso intervallo di tempo crebbe anche più di quel cedro, e da più infelici cominciamenti, e attraverso più dure vicende? Cittadini, l’Italia!

IV.

L’Italia nel 1814 aveva salutato con sollievo, anzi con gioia, il ritorno degli antichi principi e delle vecchie cose. E i principi, tornando dall’esilio, avevano l’aria di dire: — Eh? avete veduto che cosa ci si guadagna con le novità? — In vero Bonaparte era stato il tetro contraveleno della rivoluzione: pensavano. E i popoli respiravano. E nessuno, tra essi, più che il toscano; che ricordava il buon Pietro Leopoldo; e non ultima, in Toscana, la nostra Barga. Eppure subito dopo la sparizione e riapparizione e l’ultima eclissi del gran Corso, ecco un oscuro fermentare di sette, e un grande lavorare di sbirri e d’inquisitori, ed ecco, nel venti, levarsi, nel mezzogiorno, il tricolore carbonaro, azzurro rosso e nero, e nel settentrione, l’anno dopo, dalla città edificata dai comuni italici contro il tedesco, da Alessandria, inalberarsi un altro tricolore, il nostro, bianco rosso e verde, al grido: Viva lItalia! E il tricolore cadeva, calpestato dall’Austria; e dieci anni dopo Modena lo riprendeva e lo riinalzava, proclamando: LItalia è una sola, la nazione italiana una sola. Lacerato anche questa volta dalla medesima aquila bicipite, mentre tutto era fuga, esilio, prigionia e forca, tacitamente distribuiva i tre colori ad alcuni giovani Giuseppe Mazzini; nel trentatre; e diceva: — Diventate molti, diventate tutti, e siate la giovine Italia! Aprite il vostro cuore gli uni agli altri! A chi vi chiede: Che ora è? rispondete: L’ora della lotta! Non chiedete la costituzione, di Francia o di Spagna, ai principi; non fornite ad essi gli elementi vitali per sussistere!

Noi vogliamo l’unità, e perciò non vogliamo i principi, e perciò faremo la repubblica! — E Mazzini cominciò col muover guerra a quello dei principi che era parso, prima di salire al trono, più propenso alla costituzione: a Carto Alberto. Nè più depose le armi; e l’Austria e i suoi principi vassalli furono inretiti e sconvolti da questa invisibile guerra di ogni giorno, d’ogni ora... Che ora è? L’ora della lotta... da questa guerra in cui vincevano i prigioni, i caduti, gl’impiccati e i fucilati, da questa guerra, una cui battaglia campale fu vinta contro i Borboni e più contro l’Austria, nel vallone di Rovito, il 25 luglio del 1844, da nove, nove soli, nove fucilati: ma tre d’essi erano ufficiali della marina austriaca, e di questi, due, figli d’un ammiraglio; i fratelli Bandiera e Domenico Moro; e morirono gridando: Viva l’Italia!

V.

Due anni dopo un papa pronunziava la parola del perdono, e poi benediceva l’Italia, e poi, volente o nolente, la sollevava tutta a una nuova crociata contro i barbari. Il popolo per la prima volta faceva sentire il suo ruggito, e in cinque giornate di combattimento, nel marzo del quarantotto, cacciava lo straniero da Milano. E il re Carlo Alberto — quegli da cui Mazzini aveva cominciata la sua guerra — tirato fuori delle sue dubbiezze dalla benedizione del papa e dalla gran voce del popolo, passava il Ticino. Egli da lunghi anni aspettava il suo astro: l’ astro era di là; ma egli non lo vide scintillare che poco e breve, e poi oscurarsi tra le nuvole della sconfitta...

Era l’astro d’Italia, e non doveva risplendere che sulla sua tomba. A mezzo l’anno seguente, l’Italia, che era tutta sobbalzata alla speranza e s’era avventata alla battaglia crociata, era tutta ricaduta, fuor che Roma e Venezia. E Venezia e Roma resistevano in nome di Dio e il Popolo. Tra il Popolo e Dio, nessun intermediario: nè re nè papa: repubblica. Cadevano anch’esse; con un immenso fulgor di gloria; ma cadevano: e tornavano papa, re, stranieri: come prima. E allora si ricominciò. Ma il quarantotto aveva dimostrato che per ottenere l’unità e indipendenza dell’Italia, c’era, forse, un altro mezzo, oltre quello, chiarissimo, di Mazzini, che consisteva nel detronizzare tutti i re: c’era quello di avere un re solo. E il re esisteva: era avvolto nel tricolore, sotto cui il suo padre era stato vinto: gli risplendeva sul capo la stella che aveva irraggiata la tomba di Carlo Alberto. E aveva accanto il genio di Cavour, e aveva un alleato, oltre l’Alpi. E quando venne l’ora, ed egli ascoltò le grida di dolore che salivano d’ogni parte d’Italia, e si fece primo soldato dell’indipendenza, tutti furono con lui, e il popolo gli disse: — Tutti! Eccoti Garibaldi. — E il popolo, ossia tutte le coscienze risvegliate da Mazzini, ossia tutte le volontà infiammate da Garibaldi, ora lo seguì, nei campi di battaglia di Lombardia e del Veneto; ora lo invitò a venire, con le rivoluzioni, nei ducati, in Toscana, Bologna e Romagna e Marche; ora lo precedè, nelle due Sicilie, ora lo punse e eccitò, come ad Aspromonte e Mentana, ora lo spinse, spinse i suoi ministri riluttanti se non lui, come nel settanta, a Roma!

E l’Italia è.

VI.

E tu, o Barga, o piccola pacifica Barga, tu che eri, come sei, la terra più tranquilla della tranquilla Toscana, all’Italia desti l’uomo che col Guerrazzi fu il più potente ed eloquente sommovitore della Toscana, e che la costrinse a non accontentarsi di riforme, l’uomo che propose e caldeggiò la costituente, l’uomo che proclamò nel solenne comizio fiorentino dell’8 febbraio del quarantanove la caduta della casa di Lorena. E voi, alcuni di voi, o cittadini, lo vedeste bensì, dopo ch’era stato ministro, come prima era stato combattente, lo vedeste cauto, scollettando avanti giorno, tornare fuggiasco e bandito ad Albiano ed a Barga; e lo sapeste poi, in sicuro, esule di terra in terra, e condannato in contumacia all’ergastolo: ebbene dieci anni dopo, nel bel maggio del cinquantanove, egli ritornava, quando i vinti di Novara, di Roma, di Venezia, prendevano la loro rivincita; e, cacciatore delle Alpi con Medici, in Lombardia, e nell’anno seguente, colonnello con Medici in Sicilia, egli il 7 novembre del 1860 entrava in Napoli libera dal Borbone, in Napoli nostra. Gli era accanto Giorgio Pallavicino, che aveva patito gogna catene e fame negli ergastoli dello Spielberg, di Gradisca e di Lubiana. I due condannati all’ergastolo, l’uno dal Lorenese di Toscana, l’altro dal Lorenese d’Austria, l’uno dal principe quasi nostrano, l’altro dal dominatore straniero, le vittime della duplice calamità italiana, sedevano dirimpetto a Vittorio Emanuele e a Giuseppe Garibaldi! Tutti i martiri d’Italia, incatenati, affamati, bastonati nelle galere ; impiccati, decapitati, fucilati sui patiboli, per le vie, ai muri dei camposanti; finiti d’angoscia nell’esilio, caduti gridando, Avanti! nei campi di battaglia, trionfavano quel giorno nei due prodittatori di Garibaldi.

VII.

Ed eccolo lì, uno dei due.

Eccolo lì, sotto il grande albero che egli amava, e che ha, presso a poco, gli anni della terza Italia; perchè questa cominciò a essere quando si cominciò a morire per lei. E per lei, per l’Italia libera, indipendente e una, suo sogno sin dagli anni suoi più giovani, Antonio Mordini cospirò, combattè, operò.

Sono sue parole. Sono scritte sulla sua tomba. Egli le ridice dal bronzo della sua seconda vita nella gloria. Ha egli bisogno d’essere difeso perchè mazziniano in gioventù, fu poi...? E che altro fu poi, sino alla morte, se non mazziniano?

Udite!

Il 20 settembre del settanta, quando i cannoni regi aprivano la breccia a Porta Pia, e i bersaglieri entravano di corsa in Roma, in quel giorno che l’Italia diveniva veramente una, forse un uomo solo, in tutta Italia, non seppe, la sera di quel giorno, il più grande avvenimento del secolo. Gli altri, sì, tutti, credo; perchè in tutta Italia il telegrafo annunziò che ciò che tutti con indicibile ansia aspettavano di giorno in giorno, d’ora in ora, era compiuto. E s’invasero i campanili, e tutte le campane sonarono a gloria. Era la Risurrezione della Patria. Anche i prigionieri seppero il fatto, perchè la romba festosa percosse le grigie mura della solitudine e del rammarico. Anche i prigionieri, fuori d’uno, d’uno solo. Egli era nella cella d’un fortilizio sul mare. Egli non udiva che il rumore del risucchio eterno. Nessuno parlava al gran reo (perchè era un gran reo davvero!) di tali cose del mondo, come non lo riguardassero punto o... lo riguardassero troppo. I cannoni vegliavano alle feritoie. Cinque corazzate erano ai piedi, ancorate, di guardia. Roma era nostra, e l’unico che non lo sapesse, era... Giuseppe Mazzini! Ma era esso, il mesto affranto prigioniero, che entrava in Roma! Era la sua idea, era la sua volontà, era la sua passione ispirata a tutto un popolo, che saliva il Campidoglio! Era la sua anima soffiata in un re, che proclamava: A Roma siamo, a Roma resteremo!

Mazzini era prigioniero, ma aveva vinto. Il suo non era più un partito: egli era l’Italia.

VIII.

Oh! certo il prigioniero era profondamente triste; e quando fu liberato, e seppe, la sua tristezza crebbe.

Egli diceva: la mia Roma profanata!... l’ideale della vita sfumato... lasciate che passi questa nerissima nube... E non sorrise più, e morì desolato, poco più d’un anno dopo.

Sì; ma la nerissima nube adombrava e adombra anche altre fronti; anche la tua, adombrava, o Antonio Mordini! E sì e sì: anche la tua, e per la medesima causa che quella del maestro, a cui fosti fedele: l’altra tavola della legge mazziniana, la più sacra, non era osservata. E qual era? Voi potreste suggerire, Repubblica, e non direste il vero; voi potreste correggere soggiungendo, Libertà, e non sapreste forse di dire il vero. Quello che dell’Ideale non si vedeva e non si vede realizzato in Italia, non è la libertà politica, che salvo gli stati d’assedio, maledetti già dal Mordini, si gode con questa leale monarchia, quanto in qualunque repubblica; non è una forma speciale di governo da conquistarsi col diritto di maggioranza o con l’audacia di minoranza: per così poco i più infastidire i meno, o i meno opprimere i più? No: quell’Ideale non riguarda i più e i meno; ma è in potere di noi singoli: ognun di noi può, anzi deve, proclamare la repubblica santa nella propria anima. Perchè la repubblica di Mazzini vuol dire essere per sè, e sentirsi parte d’un tutto, avere diritti imperscrittibili e doveri indeclinabili, difendere fortemente gli uni e tranquillamente adempiere gli altri.

Si fa questo in Italia?

Nè in Italia, forse, nè altrove, se non forse in un popolo, molto lontano, diverso da noi di riti, di costumi e di abiti e persino di colore. Là è repubblica... sebbene ci sia un Mikado, che è nel tempo stesso un pontefice e un imperatore.

IX.

O Mordini, tu m’ispiri da sotto il grande albero, tra l’Apennino e le Panie, accanto alla tua piccola terra annidata sul colle, avanti questa folla di montanini che tu conoscevi a uno a uno, tu m’ispiri una dolce speranza. Verrò a ragionare con te, quando non ci sarà che qualche ragazzo nel fosso e qualche passero sul cedro. Nella nostra Italia succedono cose di gran dolore e vergogna. Qui, nella tua terra, no. Per esempio, altrove intere popolazioni devono emigrare e lasciare squallidi i campi che coltivavano. Per esempio, altrove i proletari si stringono tra loro e muovono in lotta contro i borghesi. Qui quali sono i borghesi e quali i proletari? Non li distinguo troppo gli uni dagli altri. Tu pure, o senatore, o tante volte deputato, o prefetto, o ministro, o prodittatore, quando eri in vita, mi empivi sì di riverenza, col tuo tratto, col tuo discorso, coi tuoi occhi; ma nel resto non mi parevi troppo dissimile dai tuoi concittadini nè borghesi nè proletari. Fui nella tua villa: era non altro che linda. Mi assisi alla tua mensa: la tovaglia era di tela di casa, le argenterie erano... di terra giglia, le vivande erano semplicemente cucinate da una brava contadina. Io pensai a Roma... a Roma repubblicana, pensai al motto del poeta che compendia il buono stato di Roma antica. Lo dirò con chiara brevità in volgare: Allora, il mio era piccolo il nostro era grande. Al tempo dei tempi, poco dopo il mille, i barghigiani campavano rosicchiando castagne, e fecero il Duomo. Dicevano: In casa mia ch’io salti anche da un travicello all’altro; benedetta libertà di casa mia!: ma il duomo ha da essere grande, col più bel pulpito di marmo che si possa vedere. Dicevano: Piccolo il mio, grande il nostro. C’era la repubblica anche in Barga, allora. E si è conservata. O non è un grande esempio, questo? nè solo per l’Italia, ma per il mondo? e destinato a ritornare in fiore, quando questa feroce bramosia di ricchezza avrà fatto assai danni, e l’umanità farà senno? E l’Italia, nazione agricola, non farà senno prima delle altre?

X.

Questo io voglio chiederti, e altro. O mio buono ispiratore, verrò quando è l’ora dell’agape meridiana; che ognuno si affretta verso casa sua, ad assidersi al desco suo, tra i suoi figli, presso la cara moglie. Certo qui allora non si troverà qualcuno che resti all’ombra del cedro, fingendo di dormire, perchè non ha casa nè pane... Oh! mi ricordo che quell’albero, nato nel quattordici, trapiantato qui nel trentasei, pochi anni dopo che Mazzini ebbe fondata la Giovine Italia, è di questa giovine Italia, della terza, della nostra Italia, il simbolo verde e perenne! Oh! nessuno, all’ombra della grande Italia, resti senza pane! nessuno manchi di tetto! nessuno sia costretto a pascersi d’odio!

Tu, Antonio Mordini, a me, e a chiunque vorrà interrogarti, risponderai... lo scultore ti ha fatto parlante... risponderai mostrando al cittadino e all’ospite la tua bella valle dove è la pace sociale e l’amor di patria donde partivi per collaborare col grande Eroe e col gran Re, e ritornavi a dar consigli al tuo contadino; e checchè tu fossi nel mondo, ministro o esule, condannato o prodittatore, qua eri fratello e padre.

A te, Antonio Mordini, l’amor nostro e gl’inni della Patria!

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Ultimo aggiornamento: 19 gennaio 2008