Giovani Pascoli

La siepe

1897

Edizione di riferimento

Giovanni Pascoli, Poesie e prose scelte, Progetto editoriale, introduzioni e commento di Cesare Garboli, 2 tomi, collaboratori Giuseppe Lonelli, Anthony Oldcorn, Filippomaria Pontani, I Meridiani, Arnoldo Mondadori editore, Milano 2002

La siepe

Nell’estate del 1897, prima che i rapporti tra i due si guastassero (per poi ricomporsi di lì a qualche anno), regnava fra il Pascoli e il d’Annunzio un idillio sincero quanto pubblicamente recitato. In gennaio il Pascoli aveva complimentosamente chiesto al d’Annunzio il permesso di dedicargli un “magno articolo”, un trattato di metrica in forma di lettera responsiva a una richiesta di chiarimento circa il modo di tradurre i greci (si veda qui indietro la premessa alle versioni da Saffo e da Orazio e nel secondo tomo quella alla Lettera a Giuseppe Chiarini), e il d’Annunzio aveva acconsentito, sia pure storcendo il naso di fronte alla prospettiva di figurare come un dedicatario che avesse mendicato aiuti e consigli. Ma, anche se guardinghi, i rapporti fra i due, cementati dalla comune amicizia col de Bosis, erano di reciproca ammirazione e di fratellanza apertamente dichiarata. Si può anzi parlare, a partire dal 1895, di progressiva attrazione pascoliana nell’orbita dannunziana del «Convito», con parallelo allontanamento dal Carducci e da Severino.

In questo clima idillico cade l’articolo in forma di lettera “A Gabriele d’Annunzio” che il Pascoli pubblicò sulla «Tribuna» del 31 agosto del ’97 col titolo La siepe, e che tanto irritò Severino (cfr. qui indietro la Cronologia). Meno ’a destra, ma del tutto inaspettato e un po’ simile a quei soccorsi portati in aiuto del vincitore, l’articolo del Pascoli era di fatto interpretabile come una presa di posizione solidale con il famigerato ’discorso della siepe’, pronunciato da d’Annunzio il 22 agosto in veste di candidato alle elezioni politiche nel collegio abruzzese di Ortona a Mare (eletto il 30, d’Annunzio rimase poi deputato fino al 1900). Individualismo, arte, bellezza, latinità, energia imprenditoriale: tutti gli eterni luoghi comuni della destra italiana erano chiamati a raccolta da d’Annunzio e figurati col simbolo, l’immagine, l’icona della siepe, “tenace e folta e spinosa e viva”. Il Pascoli condivide, applaude, ma corregge il tiro. Sotto il profilo politico, non ha torto il Vicinelli (Omaggio, pp. 389-91) nel ricondurre l’ambiguo intervento pascoliano, diviso tra elogio della proprietà privata (il campetto) e odio antimprenditoriale (l’affarismo), all’ideologia nazional-socialista, mistica e guerriera, del coevo testo Allecto, anch’esso inviato alla «Tribuna» (rimasto inedito fino alla pubblicazione sulla «Nuova Antologia” nel 1927), prefigurazione del futuro discorso La grande proletaria si è mossa.

Ma il Vicinelli ha intravisto nella Siepe anche un sottile e irrinunciabile bisogno di rivendicazione letteraria. Uno dei moventi di questa prosetta, per così dire, militante, risiede nel bisogno di far sapere al d’Annunzio, e non solo a lui, che la ’siepe’ ha un marchio di fabbrica pascoliano, documentato non solo da un’attivissima produzione georgica di cui viene allegato, per l’occasione, un prototipo (cfr. nel secondo tomo La siepe, penultima sequenza dell’Accestire, P 1900), ma anche dal vecchio sonetto myriceo La siepe (MY 18922, qui indietro antologizzato in Nozze Rossi-Quadri). Proprio nell’incipit, citando tra virgolette d’Annunzio e riportando le sue “alte e dolci parole” intorno alla siepe: “Io l’amo, se fiorisca di bianchi fiori, se risplenda di rosse bacche”, il Pascoli gli sventola sotto il naso la fonte: “Qualche bacca sui nudi ramicelli/ del biancospino trema nel viale”. Si sente nella prosetta anche la cultura del professore di liceo che legge e commenta i classici: a tacere della silhouette di Alfio, l’uomo d’affari, ne è spia la “pulverulenta strada maestra”. Più ricercato di “polveroso”, o “pieno di polvere”, l’aggettivo di derivazione virgiliana “pulverulento” ha dalla sua una forza descrittiva superiore, quasi materializzasse il sollevarsi e lo stazionare insieme immobile e in movimento della nube di polvere sulla strada. Per la sua efficacia rappresentativa, il Pascoli lo usa appena può, in prosa e in verso, perfino nelle carte autografe della Piada (“chi del cembalo tuo pulverulento”, LI 11, f. 3). Cfr. il Glossario.

Come appare chiaro dallo schema di rime, il testo in versi incistato nella prosa è divisibile in terzine dantesche (cinque nelle prime due sequenze, due nella terza), chiuse da un endecasillabo isolato anch’esso in rima, secondo lo schema di tutti i Poemetti. Nella riedizione di P 1900 (penultima sequenza dell’Accestire), le terzine verranno spaziate, e così anche il verso isolato di chiusa. Il lettore potrà verificare da sé le varianti del testo di P 1900, dove in nota è anche riportata, quando occorra, la lezione di PP 1904.

A Gabriele d’Annunzio

Oh! le alte e dolci parole tue intorno la siepe! Eccomi riecheggiano nell’anima: «Bella e protetta dai Cieli è la siepe che limita il campo lavorato, o Agricoltori. Voi l’amate ed io l’amo, se fiorisca di bianchi fiori, se risplenda di rosse bacche. Ma forse voi medesimi non sapete, come io so, quanto ella sia viva...». Un capoccio, che io conosco, lo sapeva. Egli parla così, in un bell’impeto, intorno al fuoco, a cui siede ancora il suo futuro genero. Ascoltalo con la tua solita benevolenza:

 

Siepe del mio campetto, utile e pia,

che al campo sei come l’anello al dito,

che dice mia la donna che fu mia;

(ch’io pur ti sono florido marito,

o bruna terra ubbidiente, che ami

chi ti piagò col vomero brunito...)

siepe che il passo chiudi co’ tuoi rami

irsuti al ladro dormi-il-dì; ma dài

ricetto ai nidi e pascolo a gli sciami;

siepe che rinforzai, che ripiantai,

quando crebbe famiglia, a mano a mano,

più lieto sempre e non più ricco mai;

d’albaspina, marruche e melograno,

tra cui la madreselva odorerà;

io per te vivo libero e sovrano,

verde muraglia de la mia città.

II

Oh! tu sei buona! Ha sete il passeggero

e tu cedi i tuoi chicchi a la sua sete,

ma salvi il frutto pendulo del pero.

Nulla fornisci a le anfore segrete

de la massaia; ma per te, felice

ella i ciliegi popolosi miete.

Nulla tu rendi; ma la vite dice,

quando la poto a l’orlo de la strada,

che si sente il cuculo a la pendice;

dice: «Il padre tu sei che, se t’aggrada,

sì mi correggi e guidi per il pioppo;

ma la siepe è la madre che mi bada.»

«Per lei vino ho nel tino, olio nel coppo»

rispondo. I galli plaudono da l’aia

e lieto il cane, che non è di troppo,

ch’è la tua voce, o muta siepe, abbaia.

III

Oh! muta siepe, immobile al confine,

tu parli; breve parli tu, ché fuori

dici un divieto acuto come spine,

dentro un assenso bello come fiori,

siepe forte ad altrui, siepe a me pia,

come la fede che donai con li ori,

che dice mia la donna che fu mia!

Sacra è la siepe, e sia pur «tenace e folta e spinosa e viva»; non troppo alta però, da impedire la vista dei bei campi arati e seminati. Che almeno possa pascersi del vederli, il passeggero che non ha terre al sole. Come odio e abborrisco io quelle tavole che coprono i cancelli di certe ville sino a più su che statura d’uomo! Viene di là dentro l’odore amaro del busso, il profumo di tanti fiori, lo stormire di tanti alberi; e non si può veder nulla... Io non posso imaginare un simbolo della disuguaglianza sociale più triste di questo: un povero che allunga invano il collo a uno di questi cancelli. Nemmeno vederla la Terra, madre comune e comune ospitatrice! E se il simbolo avesse a essere non dipinto ma scritto e parlato, porrei nella sera – sarebbe un tramonto che descriverei, con un incendio all’orizzonte di nuvole rosse rosse – porrei una voce stridula di gatto alato che dicesse tratto tratto: Tutto mio! tutto mio!

Ma sia sacra la siepe. Il pastore che emigra cacciato, compendia i godimenti di quello che rimane, così: “Costì la tua siepe vicinale, che dà sempre alle api di Hybla in pastura i suoi fiori di salice, ti persuaderà spesso con quel leggiero ronzio a fare un sonnellino.” E in verità un dolce sonno, calmo e sicuro, quello che si può schiacciare di qua dalla siepe sua! E dolci sarebbero, a rinnovarle, le feste Terminali, che tu richiami al nostro pensiero, o Gabriele! I due vicini portino ognuno le due ghirlande e le due focaccie, accendano il fuoco su un’ara comune, e bevano e mangino in comune e in santa pace, coi loro bimbi intorno mescolati insieme. E si guardino negli occhi, i due vicini, e vi vedano il sereno della gioia, non turbato nemmeno da una nuvoletta d’invidia. Perché questo era l’ideale di Virgilio: il campetto con siepe e con fossetto de’ nostri proverbi, dove non aver distretta di fame e aver tempo di contemplare, dove gustare la divina tranquillità non avendo mai occasione di rattristarsi di pietà o d’invidia allo spettacolo della miseria e della ricchezza altrui. E questo è l’ideale nostro, io credo, o deve essere.

Oh, ma temo che sia impossibile, come era allora, così ora: totis usque adeo turbatur agris ora, come allora. Non sono ora i veterani di Cesare, che cacciano dai loro poderi i primi possessori: nessun Ottaviano ha partito le terre di trentaquattro città italiche ai suoi militi vittoriosi. Eppure la cacciata è più generale ancora e più miserevole. Sai chi è piuttosto il turbato-re della buona e parca proprietà?

Tu ricordi Alfio, l’uomo d’affari, che fu tentato ai tempi d’Orazio da un capriccio di campagna. Sai con quanta vivezza si rappresentava quella pace e quella gioia campestri, così lontane da lui affaccendato sempre per i Giani del Fòro. Sai che fu un fuoco di paglia: alle Idi, diremmo noi, liquidò per comperarsi il podere; alle Calende, pochi giorni dopo, cercava di rinvestire i suoi capitali. Ebbene, Alfio, che è ora polionimo e anonimo, ha prosperato: egli ha finalmente comprato, e il suo poderetto si estende... per tutta l’Italia! Con chi potrà questo molteplice e invisibile Alfio celebrare le sue feste Terminali, come egli voleva fare uccidendo un’agnella che in quell’occasione, essendo in comune col vicino, gli costava la metà? Non ci sono più vicini d’Alfio, caro amico, e non c’è che un padrone, ed è tutta una siepe, e a noi non resta che la pulverulenta strada maestra!

Così è o così sarà tra breve, in Italia e fuori. Presto tutto il genere umano sarà un’immensa accolta di lavoratori al servizio di quest’Alfio inafferrabile. Tu già li imagini «a simiglianza di quei prigionieri accecati che gli Sciti disponevano con buon ordine intorno ai vasi di legno colmi perché durante il giorno vi agitassero il latte delle giumente con moto eguale». Tali saranno, ahimè, sia che Alfio conservi il suo nome, sia che lo muti in quello di Stato. Con questo mutamento ci sarebbe forse più egualità in quel moto degli agitatori di latte, più silenzio nell’operare, più giustizia nel ripartire l’opera... Guadagno o perdita? Non so; ma la differenza sarebbe poca.

Oh! chi ci rende le siepi che terminano i piccoli campi? chi ci dà il modo di concepire almeno uno stato degli uomini quieto e non inerte, buono ma libero, felice sebbene mediocre? Il modo di concepirlo almeno! Non sarebbe inutile. Ne ragioneremmo nel monotono lavorio, e presto il pensiero si farebbe canzone e la canzone ci darebbe l’oblio e forse la speranza!

1897

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Ultimo aggiornamento: 19 gennaio 2008