Giovani Pascoli

Pensieri sull'arte poetica

1896

Edizione di riferimento

Giovanni Pascoli, Poesie e prose scelte, Progetto editoriale, introduzioni e commento di Cesare Garboli, 2 tomi, collaboratori Giuseppe Lonelli, Anthony Oldcorn, Filippomaria Pontani, I Meridiani, Arnoldo Mondadori editore, Milano 2002

introduzione

«Il Marzocco», 17 gennaio 1897 (paragrafo i); 7 marzo 1897 (paragrafo II); 21 marzo 1897 (paragrafo III); 11 aprile 1897 (paragrafo IV). Le date di pubblicazione sul «Marzocco» indicate dal Pascoli in nota alla ristampa e alla rielaborazione degli articoli in Pensieri e discorsi (1907), riprodotte tali e quali dal Vicinelli in Prose I, p. 323, sono incomplete: non è segnalato l’articolo del 21 marzo. Imprecise anche le date fornite dal Perugi Sully, p. 227.

Si tratta della fulminea ’aesthetica in nuce’ pascoliana: ’in nuce’ due volte e in due sensi; primo, perché anticipa e prefigura il tema della poesia come ’conoscenza per intuizione’ che trionferà nell’Estetica del Croce; secondo, perché il Pascoli ritornerà sul motivo del fanciullo che abita nel profondo di ciascuno di noi ampliando e rielaborando le proprie idee nel notissimo saggio o trattato che figura, col titolo Il fanciullino (cfr. il secondo tomo), nei Miei pensieri di varia umanità (1903) e nei Pensieri e discorsi (1907). Rispetto alla più loquace e ambiziosa trattazione definitiva, le pagine che qui seguono altro non sono che un incunabolo, l’embrione che aspetta la sua forma compiuta.

Il pensiero del Pascoli s’iscrive in un sistema già in corso nell’estetica romantica; né il richiamo alla fanciullezza del mondo e ai valori favolosi e primitivi dell’immaginazione poetica intesa come forma aurorale e infantile di conoscenza poteva passare, dopo il Vico, come una novità; ma nuova e originale è la riduzione pascoliana di questo tema al comportamento della psicologia infantile quale si manifesta, con le sue garrule meraviglie e i suoi virginei stupori, nell’uomo adulto di grigia e soffocante educazione borghese. Altro elemento che merita attenzione è l’interesse pascoliano, nel 1897, ai valori infantili non solo come strumento vergine di linguaggio, ma come condizione sempre imprevista dello spirito: interesse che solleva l’esperienza pascoliana dal ristretto e angusto terra-terra psicologistico attirandola nell’orbita delle coeve indagini sull’inconscio, e soprattutto avvicinandola alle tematiche novecentesche sullo ’straniamento’ come funzione propria dell’arte, strumento essenziale per vedere le cose nella loro vera natura, al di fuori del loro apparente ordine logico e causale: “come se le vedessimo perla prima volta”.

Oggetto di non poche ricerche – al di là delle analogie e di certe generiche concordanze con altri sistemi d’idee – sono state le fonti alle quali il Pascoli si sarebbe ispirato. Uno dei primi posti spetta al saggio del Barzellotti sull’educazione e la prima giovinezza di Schopenhauer (NA 1881), già preso a modello di carpenteria nonché fonte primaria della conferenza sul Sabato del villaggio. Grande importanza viene assegnata dal Barzellotti al rapporto poesia-fanciullezza, quando “la vita con quanto essa ha in sé di più significativo, ci si presenta ancora così nuova, così fresca prima che le sue impressioni siano rese ottuse in noi dal troppo ripetersi” (Barzellotti come Sklovski). Ma non va dimenticata la koiné estetica tardoromantica, di provenienza anglo-sassone, che porta in cima il nome di Carlyle e si sviluppa nel segno di Pater e Ruskin. Questa corrente d’arte e di pensiero fu importata in Italia dai cosiddetti “nobili spiriti” di elezione fiorentina, nutriti di sospirosi e innamorati entusiasmi per la bellezza, riuniti intorno al «Marzocco». Tra costoro il “dolce filosofo” seguace e amico di d’Annunzio, Angelo Conti, l’autore, nel 1900, della Beata riva, la “piccola bibbia dell’estetismo italiano fin de siècle”, per dirla col Gibellini, edita da Treves in sintomatica concomitanza col Fuoco. Il secondo capitolo della Beata riva si apre col tassativo enunciato: “L’artista è come un fanciullo a cui tutte le cose producono un senso di maraviglia”, formulazione che ha tutta l’aria di togliere al Pascoli quel che il Conti, probabilmente, pensava che il Pascoli, qualche anno prima, avesse tolto a lui. Come si legge in Gibellini (p. 19 nota), dove si riassume lo stato delle ricerche relative al rapporto di priorità fra il Pascoli e il Conti, già nel Giorgione (1894) il Conti aveva affermato che “l’arte è lo specchio limpido del mondo, è lo spettacolo della scena naturale e umana contemplata con occhi infantili, con ingenuo e profondo sguardo”. Particolare curioso, il Gibellini attinge agli studi di Oliva sui “nobili spiriti” la segnalazione di una paginetta del de Sanctis nella «Strenna dell’Associazione della Stampa» (1881), ripubblicata dal Croce negli Scritti vari, dove si può leggere: “Dice Platone, che il bambino è ricordevole; io dico che ricordevole è l’artista; perché nessun grande artista è veramente, che non senta in sé del bambino. E il bambino è quella bonomia e semplicità che si chiama il segreto del genio e rende amabile e ingenuo il lavoro inconscio della creazione”.

Estranei all’ideazione e alla stesura delle pagine sul «Marzocco” sono gli Studies of Childhood del Sully (1895), testo di psicologia infantile al quale ha dato grandissima importanza il Perugi, considerandolo non a torto come fonte primaria sopravvenuta a colmare, in processo di tempo, “buona parte dello iato che separa i Pensieri sull’arte poetica dalla redazione definitiva del Fanciullino” (Perugi Sully, p. 226). Il Pascoli ebbe tra le mani il Sully a partire dal 1898, data della traduzione francese del Monod, Etudes sur l’enfance, che figura fittamente annotata nella biblioteca di Castelvecchio. Un certo interesse riveste anche l’intertestualità che si vede irrompere involontaria, con scintille impreviste, tra le pagine marzocchesche e altri messaggi occultati nelle sedi del Pascoli meno conosciuto, per esempio il motivo, a chiusura del trattatello, del sentimento poetico “che pone un soave e leggiero freno all’instancabile desiderio, il quale ci fa perpetuamente correre con infelice ansia per la via della felicità”. Questa idea della poesia come freno del desiderio, come capacità di appagarsi e di contentarsi di quel che si ha, verrà sviluppata e sostenuta con più forza e con argomenti insoliti, grazie a un’allegoria tutta controcorrente di Circe, nelle pagine d’introduzione a Sul limitare (si veda il secondo tomo).

Una novità di grande rilievo, nel passaggio dai Pensieri del ’97 al Fanciullino, è rappresentata dall’inserto, al termine del primo capoverso del primo paragrafo, del tema ispirato alla vecchiaia e al rantolo del mare. Sembra al Perugi che il testo aggiunto, a tacere di altri riferimenti e citazioni, sia in parte debitore, come gli altri interventi posteriori al ’97, alla costante presenza sotto gli occhi degli studi del Sully, così che un movimento di frase del tipo: “E se uno avesse a dipingere Omero, lo dovrebbe figurare vecchio e cieco, condotto per mano da un fanciullino, che parlasse sempre guardando torno torno”, nasconderebbe il francese: “Si nous étions appelés à dessiner le portrait type du petit garcon, nous le représenterions debout, les yeux tout grands ouverts ["gli occhioni” dice il Pascoli], contemplant quelques nouvelles merveilles ou écoutant les explications de sa mère sur les choses qui l’entourent” (Perugi Sully, p. 230). Ma è anche probabile che il repentino spostamento d’interesse sul mare, documentato da un appunto autografo, sia uno di quei movimenti di penna che nascono dal rileggersi sulla stampa a distanza di anni o di mesi, come appoggiare in terra la zampa della gru rimasta allora sollevata. L’interesse del Pascoli si è spostato verso la vecchiaia, in funzione del rapporto, che gli è entrato nella mente e nel cuore, “cecità-veggenza”, “vecchiaia-infanzia”, chiasmo omerico per il quale si veda nel secondo tomo La schilletta di Caprona, nella scelta dai Canti di Castelvecchio. Il mare viene dal “ruscello”, in antitesi, e l’alternativa è posta senza curarsi che s’intraveda la cucitura. Al Pascoli importava introdurre il tema della vecchiaia, il rantolo contro il mormorio. Superfluo ricordare che la convergenza di vecchio e fanciullo è uno dei motivi erasmiani dell’Elogio della follia.

Un cenno a parte merita la farcitura poetica che chiude il terzo paragrafo, le sestine “A te né le gemme né li ori”. È un testo, per tante ragioni, di grandissima importanza. Parte dal Parini della Gratitudine – “Oro né gemme vani/ sono al mio canto” – per regalare subito, al secondo verso, un complimento al d’Annunzio del Canto novo, “dolce ospite”. Ma la sua importanza è nel metro: un inno, diviso in due serie triadiche (strofe antistrofe epodo), contrassegnate A e B e costituite ciascuna da sei novenari chiusi da un sottomultiplo (senario), nonché rigorosamente contrappuntate ("non [...] ma"), e con epodo, al modo oraziano, di misura uguale alla strofe e all’antistrofe. Metro pindarico, ma, come si vedrà nel secondo tomo, trattato nel ritmo feriale, per così dire, dei novenari di Castelvecchio. Originariamente l’inno portava il titolo “La poesia al poeta”, e così figura nell’elenco autografo di inni (LXXIII], quaderno Luigi Francesco, p. 75), databile ai dintorni del 1897, che comprende, fra gli altri titoli, “Principe Giorgio” (= A Giorgio navarco ellenico), “Fratti” (= Ad Antonio Fratti), e “Rane” (= Le rane, cfr. Il ritorno a San Mauro). Il 1897 è l’anno dei Pensieri. I conti tornano: metrorum ratio mutabilem sequitur vitam. Siamo lontani dai metri delle Myricae. Anche formalmente, il Pascoli si sta incamminando per tutt’altra strada.

Molto fragili, a proposito dei rapporti tra infanzia e poesia, gli indizi in favore non tanto della figliazione, che non sarebbe facilmente dimostrabile, ma dell’analogia di pensiero tra il Pascoli e il Leopardi. Nei Pensieri sull’arte poetica linteresse del Pascoli si concentra sulle categorie psicologiche del fanciullo, sulla freschezza e integrità delle sensazioni infantili, non ancora logorate dall’uso pratico e quotidiano e dalle necessità della vita adulta; mentre l’interesse rivolto dal Leopardi ai rapporti tra poesia e infanzia, soprattutto nel Discorso di un italiano sulla poesia romantica, che il Pascoli dei Pensieri del ’97 non conosceva, ha per oggetto d’intelligenza un percorso antropologico, il cammino dell’umanità dalle favole antiche alla ragione, e dallo stato di natura alla civiltà. Al Leopardi interessa la fanciullezza del mondo, al Pascoli la psicologia dei bambini. C’è una bella differenza.

Ma su questo argomento, già toccato nelle premesse al Sabato del villaggio e a MY 18922, non è forse inutile fare un po’ d’ordine e chiarezza. Visibilissimo nelle pagine delle due conferenze sul Sabato del villaggio e sulla Ginestra, emerge anche nei confronti del Leopardi quel meccanismo, o, se si preferisce, quel fenomeno che non finiva mai di stupire il Valgimigli, consistente nella tendenza pascoliana, involontaria in un temperamento dalle straordinarie virtù mimetiche, ad appropriarsi e a ridurre a sé, trasformandolo e adattandolo alle proprie misure, tutto quello che venisse a cadere nel raggio dei suoi interessi e delle sue idee – nella musica, per così dire, del proprio più intimo modo di pensare e d’esprimersi. Ma il fenomeno della mimesi pascoliana può essere fuorviante, e causa di non pochi equivoci. Si pensi che la redazione completa e definitiva del Sabato, quale si legge nelle raccolte pascoliane del 1903 e 1907, si conclude non soltanto con quell’immagine di “un fanciullo macilento, dal viso pallido e senile, coi capelli neri e gli occhi azzurri”, che, non fossero i colori, sarebbe la prefigurazione di Giovannino, ma con il fermo enunciato, in sintonia con la poetica del Fanciullino: “in lui [nel Leopardi] la fanciullezza fu tutta la vita. E per ciò egli è il poeta a noi più caro, e più poeta e più poetico, perché è il più fanciullo; sto per dire l’unico fanciullo che abbia l’Italia nel canone della sua poesia”. Mio dio, in ogni enunciato abita sempre qualcosa di vero. Ma se ai poeti non basta il vedere e l’udire, se hanno bisogno, per essere poeti, anche di testa, il meccanismo della mimesi pascoliana, davanti al Leopardi, s’inceppa, urtando contro una solidissima resistenza a lasciarsi trasformare e tradurre.

Riproduco i paragrafi del «Marzocco” già citati in apertura. Quanto al commento e alle note del Pascoli, si consulti nel secondo tomo il testo integrale del Fanciullino nell’edizione messinese del 1903.

Pensieri sull'arte poetica

I

È dentro noi un fanciullo che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano, che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra; e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena meraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello. Il quale tintinnio secreto noi non udiamo distinto nella età giovanile forse così come nella più matura, perché in quella occupati a litigare e perorare la causa della nostra vita, meno badiamo a quell’angolo d’anima donde esso risuona. E anche, egli, l’invisibile fanciullo, si perita vicino al giovine più che accanto all’uomo fatto e al vecchio, ché più dissimile a sé vede quello che questi. Il giovine in vero di rado e fuggevolmente si trattiene col fanciullo e ne sdegna la conversazione, come chi si vergogni di un passato ancor troppo recente. Ma l’uomo riposato ama di parlare con lui e di udirne il chiacchiericcio e di rispondergli a tono e grave; e l’armonia di quelle voci è assai dolce ad ascoltare, come d’un usignolo che gorgheggi presso un ruscello che mormora.

Ma è veramente in tutti il fanciullino musico? Che in qualcuno non sia, non vorrei credere né ad altri né a lui stesso: tanta a me parrebbe di lui la miseria e la solitudine. Egli non avrebbe dentro sé quel seno concavo da cui risonare le voci degli altri uomini; e nulla dell’anima sua giungerebbe all’anima de’ suoi vicini. Egli non sarebbe unito all’umanità se non per le catene della legge, le quali o squassasse gravi o portasse leggiere, come uno schiavo o ribelle per la novità o indifferente per la consuetudine. Perché non gli uomini si sentono fratelli tra loro, essi che crescono diversi e diversamente si armano, ma tutti si armano, per la battaglia della vita; sì i fanciulli che sono in loro, i quali, per poco d’agio e di tregua che sia data, si corrono in contro, e si abbracciano e giocano.

Eppure è chi dice che veramente di generi umani ve ne ha due, e non si scorge che siano due e che l’uno attraversa l’altro, sempre diviso ma sempre indistinto, come una corrente dolce il mare amaro. Vivono persino nella stessa famiglia, sotto gli occhi della stessa madre, e vivono in apparenza la stessa vita germinata da uguale seme in unico solco; e questi sono stranieri a quelli, non d’un solo tratto di cielo e di terra, ma di tutta l’umanità e tutta la natura. Essi si chiamano per nome e non si conoscono né si conosceranno mai. Ora se questo è vero, non può avvenire se non per una causa: che gli uni hanno dentro sé l’eterno fanciullo, e gli altro no: infelici!

Ma io non amo credere a tanta infelicità. In alcuni non pare che egli sia: alcuni non credono che sia in loro: e forse è apparenza e credenza falsa. Forse gli uomini aspettano da lui chi sa quali mirabili dimostrazioni e operazioni: e perché non le vedono, o in altri o in sé, giudicano che egli non ci sia. Ma i segni della sua esistenza e gli atti della sua vita sono semplici e umili. Egli è quello, dunque, che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai: che popola l’ombra di fantasmi e il cielo di dei. Egli è quello che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione. Egli è quello che nella morte degli esseri amati esce a dire quel particolare puerile che ci fa sciogliere in lacrime, e ci salva. Egli è quello che nella gioia pazza pronunzia, senza pensarci, la parola grave che ci frena. Egli rende tollerabile la felicità e la sventura temperandole d’amaro e di dolce e facendone due cose ugualmente soavi al ricordo. Egli fa umano l’amore, perché accarezza esso come sorella (oh! il bisbiglio dei due fanciulli tra un bramire di belve) accarezza e consola la bambina che è nella donna. Egli nell’interno dell’uomo serio sta ad ascoltare, ammirando, le fiabe e le leggende, e in quello dell’uomo pacifico fa echeggiare stridule fanfare di trombette e di pive, e in un cantuccio dell’anima di chi più non crede, vapora d’incenso l’altarino che egli ha ancora conservato da allora. Egli ci fa perdere il tempo, quando noi andiamo per i fatti nostri, ché ora vuol vedere la cinciallegra che canta, ora vuol cogliere il fiore che odora, ora vuol toccare la selce che riluce. E ciarla intanto, senza chetarsi mai, e, senza lui, non solo non vedremmo tante cose a cui non badiamo per solito, ma non potremmo nemmeno pensarle e ridirle, perché egli è l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente. Egli scopre nelle cose le somiglianze e relazioni più ingegnose. Egli adatta il nome della cosa più grande alla più piccola, e al contrario. E a ciò lo spinge meglio stupore che ignoranza, e curiosità meglio che loquacità: impiccolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare. Né il suo linguaggio è imperfetto come di chi non dica la cosa se non a mezzo, ma prodigo anzi, come di chi due pensieri dia per una parola. E a ogni modo dà un segno, un suono, un colore, a cui riconoscere sempre ciò che vide una volta.

L’uomo è imbarazzato, e chiama albero il pioppo che gli fa ombra, e uccello il volatile che squittinisce tra la siepe. Ecco un alito di vento, e il pioppo scossa le sue foglioline e l’uccello vola via spaurito e mostra un suo rosseggiare come di ruggine. Il fanciullo chiama «tremoto» quell’albero e «pettirosso» quel volatile.

C’è dunque chi non ha sentito mai nulla di tutto questo? Forse il fanciullo tace in voi, professore, perché voi avete troppo cipiglio, e voi non lo udite, o banchiere, tra il vostro invisibile e assiduo conteggio. Ma in tutti è, voglio credere. Ed è perciò anche in me, posso dire. Anzi io parlo spesso con lui, e qualche volta severo e grave. Come l’altro giorno, in cui volli chiarirmi una volta per sempre, e ragionai a lungo così:

II

Fanciullo, che non sai ragionare se non a modo tuo, un modo fanciullesco che si chiama profondo, perché d’un tratto, senza farci scendere a uno a uno i gradini del pensiero, ci trasporta nell’abisso della verità — oh! non credo io che da te vengano, semplice fanciullo, certe filze di sillogismi, sebbene siano esposte in un linguaggio che somiglia al tuo, e disposte secondo ritmi che sono i tuoi! Forse quei ritmi ce le fanno meglio seguire, quelle filze, e quel linguaggio ce le fa meglio capire; o forse no, ché l’uno, abbagliando, ci distrae, e gli altri, cullando, ci astraggono; sì che il fine del ragionatore non è ottenuto come sarebbe, senza quelle imagini e senza quella cadenza. Ma mettiamo che sia: ora il tuo fine non è, credo, mai questo, che si dica: Tu mi hai convinto di cosa che non era nel mio pensiero. E nemmeno: Tu mi hai persuaso a cosa che non era nella mia volontà. Tu non pretendi tanto, o fanciullo. Tu dici in un tuo modo schietto e semplice cose che vedi e senti in un tuo modo limpido e immediato, e sei pago del tuo dire, quando chi ti ode, esclama: Anch’io vedo ora, ora sento ciò che tu dici e che era certo anche prima fuori e dentro di me, e non lo sapeva io affatto o non così bene come ora! Soltanto questo tu vuoi, seppure qualche cosa vuoi dal diletto in fuori che tu stesso ricavi da quella visione e da quel sentimento. E come potresti aspirare ad operazioni così grandi tu con così piccoli strumenti? Perché tu non devi lasciarti sedurre da una certa somiglianza che è, per esempio, tra il tuo linguaggio e quello degli oratori. Sì: anch’essi gli oratori ingrandiscono e impiccoliscono ciò che loro piaccia, e adoperano, quando loro piace, una parola che dipinga invece d’un’altra che indichi. Ma la differenza è che essi fanno ciò appunto quando loro piace e di quello che a loro piaccia. Tu no, fanciullo: dici sempre quello che vedi, come lo vedi. Essi lo fanno a malizia! Tu non sapresti come dire altrimenti; ed essi dicono altrimenti da quello che sanno che si dice. Tu illumini la cosa, essi abbagliano gli occhi. Tu vuoi che si veda meglio, essi vogliono che non si veda più. Il loro insomma è il linguaggio artifiziato d’uomini scaltriti, che si propongono di rubare la volontà ad altri uomini non meno scaltriti; il tuo è il linguaggio nativo di fanciullo ingenuo, che tripudiando parli ad altri ingenui fanciulli.

Non è così? — fanciullo, dunque, che non ragioni se non a modo tuo, dicendo di quando in quando le sentenze più comuni e più sublimi, più chiare e più inaspettate, tu puoi per altro, in ciò che ti riguarda più da presso, e intendere la mia e dire la tua ragione. Per questo ti parlo con più gravità che io non soglia, e vorrei avere da te una risposta meno — come ho a dire? Infantile? — poetica che tu non costumi. Tu sai che io ti amo, o mio intimo benefattore, o invisibile coppiere del farmaco nepenthes e acholon, o trovatore e custode d’un segreto tesoro di lagrime e sorrisi. E sai ancora che io non ti credo, come fanciullo, così irragionevole né stimo un perditempo l’ascoltarti quando detti dentro? Oh! no, molto ci corre. Sebbene, qualche volta, a vedere le tiritere isosillabiche e omeoteleute (non ti spaventare! è come dire «versi rimati») con le quali certi orecchianti vogliono far credere di far l’arte tua, anch’io rischio di pensare, come molti, che codesto parlare cadenzato e sonoro non è naturale né ragionevole. Ma è un momento. Dimentico quelle tiritere, e dico a te che per quel momento mi fissi tra spaurito e malcontento con codesti occhi che vedono con meraviglia; dico a te:

No no, non temere. Tu sei il fanciullo eterno, che vede tutto con meraviglia, tutto come per la prima volta. L’uomo le cose, interne ed esterne, non le vede come le vedi tu: egli sa tanti particolari che tu non sai. Egli ha studiato e ha fatto suo pro degli studi degli altri. Sì che l’uomo poi de’ nostri tempi sa più che quello dei tempi scorsi, e, a mano a mano che si risale, molto più e sempre più. I primi uomini non sapevano niente; sapevano quello che sai tu, fanciullo. Certo ti assomigliavano, perché in loro il fanciullo intimo si fondeva, per così dire, con tutto l’uomo quanto egli era. Meravigliavano essi, con tutto il loro essere indistinto, di tutto, ché era veramente allora nuovo tutto, né solo per il fanciullo, ma per l’uomo. Meravigliavano con sentimento misto ora di gioia ora di tristezza, ora di speranza ora di timore. Se poi tale commovimento volevano esprimere a sé e ad altri, essi traevano fuori dalla faretra, per dirla con te, certi preziosi e numerati strali, di cui non si doveva far gettito. Pronunziavano essi, con lentezza uniforme, con misurata gravità, le difficili parole, che stupivano volassero e splendessero e sonassero, e fossero loro e doventassero d’altri, e recassero attorno l’anima di chi le emetteva dopo la lunga silenziosa meditazione. Oh! non le gettavano essi, come cose vili che soprabbondano, le parole pur mo nate, legate coi più sottili nodi, segnate con le più vive impronte, lavorate coi più ingegnosi nielli! Ne vedevano essi tutti i pregi, e il peso e il timbro del loro metallo, e il suono col quale in principio rompevano dalle labbra schiudentisi e quello col quale in fine ronzavano nelle orecchie aperte. Or tu, fanciullo, fai come loro, perché sei come loro. E in ciò è ragione perché è natura. Tu sei ancora in presenza del mondo novello, e adoperi a significarlo la novella parola. E in ciò è il mistero della tua essenza e della tua funzione. Tu sei antichissimo, o fanciullo! E vecchissimo è il mondo che tu vedi nuovamente! E primitivo il ritmo (non questo o quello, ma il ritmo in generale) col quale tu, in certo modo, lo culli e lo danzi! Come sono stolti quelli che vogliono ribellarsi o all’una o all’altra di queste due necessità, che paiono cozzare tra loro, veder nuovo e veder da antico e dire ciò che non s’è mai detto e dirlo come sempre si è detto e si dirà! E si ribellano, gli uni con schifi gesti di pedanti: Questa metafora non è in... (e qui a mano a mano il nome d’un poeta più recente); gli altri con pugnaci atteggiamenti di novatori: Questo non è assai inaudito e inaudibile! Quelli sono in generale vecchi che nella vecchiaia credono riposta ogni autorità; e questi, giovani che nella giovinezza imaginano insita ogni forza; più noiosi questi di quelli, perché l’un vanto è sempre con impertinenza e l’altro non è mai senza tristezza, e perché se gli uni non intendono più, per senile sordità, l’arguto chiacchiericcio del fanciullo, gli altri non lo intendono ancora, per quello schiamazzare che fanno, miseramente orgoglioso, intorno al loro io giovane. E, in verità, giovani non sono, ché d’essere, se fossero, non si accorgerebbero. D’essere vecchio uno s’accorge sì, qualche volta, e allora si veste, si tinge, grida a giovane. È forse il caso di voi, vecchiastri?

III

Tu sei savio, e mi contento. Non vuoi né ripetere il già detto né trovare l’indicibile; non vuoi essere né un’inutilità né una vanità. Vuoi il nuovo, ma sai che nelle cose è il nuovo, per chi sa vedervelo, e non t’indurrai a trovarlo, affatturando e sofisticando. Mi contento dunque, a dirla tra noi, vale a dire, tra me... Ma intendiamoci subito: di ciò non ti attribuisco gran lode, perché non ci vedo gran merito. Come? Aspetta e sii paziente, ché mi conviene andar per le lunghe. E prima vorrei farti una domanda. Un fine, l’hai tu? Fuori, s’intende, di quello appunto di dire o dittare? E puoi dirmi, quale? Ho bisogno di saperlo. Non rispondi? Pensi? esiti? dubiti? Imagino che codesto fine non sia, per esempio, quello di dare un po’ d’aiuto, di fornire un poco d’oro al tuo vecchio ospite, che ne ha tanto bisogno. Imagino, anzi so, che tu non conosci altro oro che metaforico, cioè che non si spende. Ridi? Intendiamoci. So per certo che tu non credi di procacciarmi direttamente un utile materiale, ma sospetto che ti figuri di procacciarmelo indirettamente, aggiungendo non saprei che favore alla mia povera persona e che pregio alle mie umili virtù, sì che la industria, che sai che esercito, mi profitti qualche cosa più. Ebbene, ti inganneresti. Sappi che è il contrario e che è ragionevole che sia il contrario. Tu sei un fanciullo; ora non tutti sanno distinguere te fanciullo da me vecchio, e perché mi sentono e vedono bamboleggiare qualche volta, credono volentieri che io bamboleggi sempre, anche quando lavoro sul serio, per guadagnarmi la vita. Per ciò essi meno apprezzano quei lavori seri, e io minor utile ne ricavo. E hanno torto. Sempre? Sappi che non hanno torto sempre. Hanno, per esempio, ragione (né parlo soltanto di me, ma di molti altri), quando tra i miei ragionamenti, che non dovrebbero essere se non giusti e chiari, vedono comparire i tuoi sorrisi e le tue grida. Vedi: i passeri sono graziosi uccelli (anch’essi: perché no?); ma nei seminati i contadini non ce li vogliono, per graziosi che sieno. Le spadacciole sono bellissimi fiori; ma tra il grano sarebbe molto meglio che non ce ne fosse. – Ma fanno così bel vedere! – Non nego che possano dilettare qualcuno: non dilettano però colui che spera l’utile di quel grano. Capisci? Se anche c’è qualcuno a cui piacciono i tuoi frulli e i tuoi lampeggiamenti in mezzo a un ragionare che avrebbe a essere serio, ai più non può essere che non dispiaccia. E sai che cosa succede? Questi trovandoti così fuori di posto, non pensano che tu sia il fanciullo dalla voce argentina, ma credono sentire in te l’uomo roco, l’uomo che parla per ingannare; e gridano: Retorica! Ora per evitare tale scambio a te e tale danno a me, non sarebbe male che quando io bado ai fatti miei, tu te ne andassi lontano e dormissi – nei profondi boschi d’Idalia tra l’odoroso cespuglio dell’amàraco. – Se tu conoscessi Platone, ti direi che come egli ha ragione nel volere che i poeti facciano mythous e non logous, così non ho torto io nel pretendere che i ragionatori facciano logous e non mythous. Ma pur troppo è difficile trovare chi si contenti di fare solo quello che deve. E Platone stesso... ma egli era Platone.

Tornando a noi, dunque, nessun utile né diretto né indiretto mi viene da te, o fanciullo. Checché tu possa dire, nessuno. Quale invero sarebbe? Parla! –

A

A te né le gemme né li ori

fornisco, o dolce ospite; è vero;

ma fo che ti bastino i fiori

 che cogli nel verde sentiero,

nel muro da le umide crepe,

da l’ispida siepe.

 

Non reco al tuo desco lo spicchio

fumante di pingue vitella;

ma fo che ti piaccia il radicchio

non senza la sua selvastrella,

con l’ovo che a te mattutina

cantò la gallina.          

 

Per me tu non ari, o poeta,

né vigne sassose, né grasse

maggesi; ma dimmi se più

di vigne e maggesi s’allieta

quel cupo signore, od il passero

garrulo e tu!

B

Non fragili coppe di Cina

la lampada d’oro t’irradia;

ma tu la tua scabra cucina

tu ami e la provvida madia;

la fiamma che lustra, tu ami,

sui nitidi rami.

 

Non hai che dal ciglio ti penda

né paggio né florida ancella;

ma lieta, ma grata sfaccenda

per te la tua dolce sorella,

che cinge il grembiule, e sorride:

lo stinge e s’asside

 

con te. Per il letto di morte,

che a tutti è sì duro e sì grave,

che cosa ti serbo, sai tu?

Oh! rose al tuo letto di morte,

ma senza più spine; il soave

dolore che fu!

IV

Bene! Tu hai cantato e detto: hai cantato strofe e detto verità. E mi viene in mente che oltre codeste verità, diremo così, usuali, di cui io ti sono testimone, ci sia sotto il tuo dire una verità più riposta e meno comune, cui però la coscienza di tutti risponda con subito assenso. Quale? Questa: che la poesia, in quanto è poesia, la poesia senza aggettivo ha una suprema utilità morale e sociale. Chi ben consideri, comprende che è il sentimento poetico, il quale fa pago il pastore della sua capanna, il borghesuccio del suo appartamentino ammobiliato sia pur senza buon gusto ma con molta pazienza e diligenza; e via dicendo. O è il contrario? E il pastore che, parando le pecore, sogna una bottega da avviare nel borgo vicino e il borghesuccio che fantastica d’un palazzo in città, grande e rumoreggiante, sono, essi sì, poeti fantasiosi e sognatori, e gli altri no? Già, per me, altro è sentimento poetico, altro è fantasia; la quale può essere bensì mossa e animata da quel sentimento, ma può anche non essere. Poesia è trovare nelle cose, come ho a dire? il loro sorriso e la loro lacrima; e ciò si fa da due occhi infantili che guardano semplicemente e serenamente di tra l’oscuro tumulto della nostra anima. A volte, non ravvisando essi nulla di luminoso e di bello nelle cose che li circondano, si chiudono a sognare e a cercar lontano. Ma pur nelle cose vicine era quello che cercavano, e non avervelo trovato, fu difetto, non di poesia nelle cose, ma di vista negli occhi. Direte voi (non parlo a te, ora, o fanciullo, ma a cotali fanciulloni), direte voi che il sentimento poetico abbondi più in chi, torcendo o alzando gli occhi dalla realità presente, trovi solo belli e degni del suo canto i fiori delle agavi americane, o in chi ammiri e faccia ammirare anche le minime nappine color gridellino, della pimpinella, sul greppo in cui siede? E non voglio dire che non abbondi nel primo, quel sentimento, e non si trovi anzi unito ad altre virtù di scienza e di fantasia che lo facciano giustamente ammirabile; sebbene, come più agevolmente muove, così più presto annoia il suo lettore, e, a ogni modo, poiché le cose assenti, o non viste mai, sono sempre a tutti meravigliose, egli fa come l’uomo che pretenda d’aver rallegrato con sue novellette l’uditore che, pure ascoltando, abbia bevuto largamente del vino letificante. Egli è stato, forse, arguto e festevole; ma chi rallegra con la parola sua schietta, senza bisogno di calici, ha maggior merito.

Or dunque intenso il sentimento poetico è veramente in chi trova la poesia in ciò che lo circonda, non in chi non la trova lì e deve fare sforzi per cercarla altrove. E sommamente benefico è tale sentimento, che pone un soave e leggiero freno all’instancabile desiderio, che ci fa perpetuamente correre con infelice ansia per la via della felicità. Oh! chi sapesse rafforzarlo in quelli che l’hanno, fermarlo in quelli che sono per perderlo, insinuarlo in quelli che ne mancano, non farebbe per la vita umana opera più utile di qualunque più ingegnoso trovatore di comodità e medicine? E non so dire quanto la comunione degli uomini ne sarebbe avvantaggiata; specialmente in questi tempi in cui la corsa verso l’impossibile felicità è con tanto fulmineo disprezzo d’altrui in chi è avanti, con tanta disperata invidia in chi è addietro. Già in altri tempi vide un Poeta (io non sono degno nemmeno di pronunziare il tuo santo nome, o Parthenias!), vide rotolare per il vano circolo della passione, le quadrighe vertiginose; e quei tempi erano simili a questi, e balenava all’orizzonte la conflagrazione del mondo in una guerra di tutti contro tutti e d’ognuno contro ognuno; e quel Poeta sentì che sopra le fiere e i mostri aveva ancor più potere la cetra di Orfeo che la clava d’Ercole. E fece poesia, senza pensare ad altro, senza darsi arie di consigliatore, di ammonitore, di profeta del buono e del mal augurio: cantò, per cantare. E io non so misurare qual fosse l’effetto del suo canto; ma grande fu certo, se dura sino ad oggidì, vibrando con dolcezza nelle nostre anime irrequiete. O rimatori di frasi tribunizie, o verseggiatori di teoriche sociali, che escludete dall’ora presente ogni poesia che non sia la vostra, vale a dire, escludete la POESIA, ditemi: Era o non era al suo posto, nel secolo d’Augusto, il cantore delle Georgiche? Sì, non è vero? Egli insegnava ad amare la vita in cui non fosse lo spettacolo né doloroso della miseria, né invidioso della ricchezza: egli voleva abolire la lotta tra le classi e la guerra tra i popoli. Che volete voi, o poeti socialisti, che dite cose tanto diverse e le dite tanto diversamente da lui?

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 19 gennaio 2008