Giovani Pascoli

Il ritorno

1896

Edizione di riferimento

Giovanni Pascoli, Poesie e prose scelte, Progetto editoriale, introduzioni e commento di Cesare Garboli, 2 tomi, collaboratori Giuseppe Lonelli, Anthony Oldcorn, Filippomaria Pontani, I Meridiani, Arnoldo Mondadori editore, Milano 2002

 

 

introduzione

 

Prolusione all’incarico di Grammatica greca e latina all’Università di Bologna, letta il 21 gennaio 1896; parzialmente utilizzata nell’articolo Pensieri scolastici pubblicato sulla «Rassegna scolastica» del 16 dicembre 1896, pp. 122-24, e poi ristampato da Maria in Antico sempre nuovo (1925): cfr. Prose I, pp. 636-44. Da notare subito il trapianto nel corpo conclusivo della prolusione di un ispirato passo della Prefazione a Lyra romana dell’ottobre 1894 (incipit: “Non invidiamo loro il dilettoso monte”, explicit: “a’ piedi dell’albero”, cfr. qui indietro). Qualche argomento appena toccato nella prolusione – l’insegnamento del greco, il ruolo della scuola secondaria – verrà ripreso nell’articolo E ancora il greco del settembre 1896 indirizzato al ministro dell’Istruzione Ferdinando Martini («La vita italiana», poi col titolo La scuola classica in Pensieri e discorsi, 1907, cfr. Prose I, pp. 138-54).

Il testimone autografo si conserva in LXXI 4, ff. 51-68; i ff. 51-55 contengono solo appunti, mentre numerati dal Pascoli da 1 a 12, a eccezione del f. 11 mancante, sono i ff. 56-68 che contengono la prolusione: la Soprintendenza ha numerato col n. 67 un foglio volante, trascurando il fatto che esso contiene non una frazione della prolusione ma soltanto degli appunti. Particolare di un certo interesse: il passo della Prefazione a Lyra romana citato più sopra, il quale occupa parte dei ff. 9-10 (= 65-66) della stesura autografa, non sembra di mano del Pascoli, sembra piuttosto un apografo di Maria, la quale non si sarà certo sottratta a un sacro ruolo di copista. Inedita per quasi un secolo, la prolusione è stata pubblicata nel 1986 su «Filologia e critica», pp. 245-62, da Marinella Tartari Chersoni.

Il Pascoli era stato chiamato a Bologna con decreto del 26 ottobre 1895 firmato da Guido Baccelli (non dal Codronchi come spesso si legge: cfr. L. Pescetti, Il primo insegnamento del Pascoli a Bologna, sul «Telegrafo» dell’ottobre 1937); i tempi erano ormai maturi per ’sistemarlo’ nelle scuole superiori, sia per i successi di Amsterdam sia per il lungo tirocinio (più di quindici anni) in quelle inferiori, cui si aggiungevano la recente apparizione di Lyra romana (1895), che era pur sempre un ’titolo’, e, più scomoda e più ingombrante, la terza edizione di Myricae (1894). Non si dimentichi che il Pascoli veniva dalla privilegiata scuola carducciana, che non lasciò mai orfani i figli. Già nel 1893 era stato chiamato a Roma dal Martini, ministro dell’Istruzione, per una tavola rotonda sull’insegnamento del latino nei ginnasi e licei; e in due altre occasioni, nel 1894-95, vi tornò comandato al Ministero, sperando di ottenervi un incarico (Lungo la vita, p. 397 e la Cronologia). Ma accontentare il volubile Pascoli non era facile, come si vede dalla lettera che gli scrisse, il 2 maggio 1895, il potente impiegato della curia ministeriale Giuseppe Chiarini, capoispettore centrale, arbitro di comandi e di ruoli: “Caro Pascoli, lei mi pare che non voglia ormai più saperne di venire a Roma, dove, come io le dissi, avrebbe avuto la diaria... Quanto a lei [...] s’era pensato [...] ad una cattedra universitaria. Ma prima di tutto bisogna che sia contento lei. Mi dica dunque francamente: che cosa le andrebbe meglio, un posto di professore-straordinario ad una Università (p.e. a Torino), od un posto di Preside di un piccolo Liceo (p.e. Fano, Massa, o qualche altro)?” (Lungo la vita, p. 417). S’ignora che cosa il Pascoli rispondesse a quest’ineffabile missiva vescovile. Maria aggiunge che “Giovannino da alcuni giorni non era più lui, aveva tutt’altro per la testa che andare a Roma! Era stato chiamato a Sogliano per presenziare il fidanzamento dell’Ida! [...] Aveva delle forti crisi di pianto e di desolazione [...] soffriva, soffriva indicibilmente” (Lungo la vita, p. 417). Visti in prospettiva, i fatti dell’Ida spiegano largamente il cattivo decorso del primo insegnamento bolognese degli anni 1896-97. Quando gli giunse la nomina, nell’ottobre del ’95, il Pascoli si era installato da poco a Castelvecchio e vi cercava pace, cioè guarigione, da un male psicologico, dopo le nozze del 30 settembre a Livorno e il trauma che ne seguì (cfr. Nelle nozze di Ida); il trasferimento a Bologna, oltre a distoglierlo da quella pace, sommava al trauma dell’Ida anche il trauma del “ritorno”. Accettò l’incarico a malincuore; e lo tenne controvoglia, svolgendo il corso senza entusiasmo, e spiegando poi lo scarso rendimento con le ragioni addotte da Maria nelle memorie, cioè la concorrenza professionale del Puntoni, titolare di letteratura greca, e del Gandino, titolare di quella latina: cattedre che, secondo Maria, gli toglievano spazio (Lungo la vita, pp. 476, 480 e 507; e cfr. la lettera del Pascoli all’Ascoli dell’11 maggio 1900, riportata da Biagini2, p. 258). In realtà per tutto il ’96 il Pascoli rimase sotto shock per il ’tradimento’ dell’Ida, con burrascosi esiti famigliari durante la primavera e dubbi metastasiani fra il restare con Maria, definitivamente, o maritare anche questa sorella e, a sua volta, ammogliarsi, non senza comiche rincorse e peripezie del terzetto fra Emilia e Romagna, con avvicendamenti e colpi di scena che riempiono uno dei capitoli più movimentati di tutte le memorie di Maria (Lungo la vita, pp. 473 sgg.). Di mezzo c’era anche un altro problema, di natura economica. Indebitato, il Pascoli si era impegnato con Raffaello Giusti, l’editore livornese delle Myricae, per l’onerosa collezione scolastica «Nostrae litterae”, di cui era già uscita la Lyra ed era in corso di lavorazione l’Epos, cioè il primo, come numero d’ordine, dei testi programmati. Il Giusti sollecitava le consegne e Maria, per conto di Giovanni, teneva carteggio con l’editore lamentando i debiti contratti per il matrimonio dell’Ida: “ha dovuto accettare qua e là di prestare l’opera sua con dei lavori, che però non hanno a che vedere né con la Collezione latina che fa per lei, né con il libro di versi Myricae di sua proprietà. Il pensiero di accomodare alla meglio questi affari e di preparare un corso per l’Università di Bologna, l’avevano momentaneamente distratto dall’Epos che tanto ama e che ora ha ripreso vigorosamente” (da Castelvecchio, 19 dicembre 1895, cfr. Pescetti, cit.). La mediazione di Maria era chiamata a fronteggiare un momento di crisi: il Pascoli prendeva soldi dal Giusti, ma si era anche impegnato col Bemporad per una Grammatica latina, e intanto aveva dato al «Convito» del De Bosis, nel giugno del ’95, la prima puntata di Minerva oscura; di qui i sospetti e le recriminazioni dell’editore di Myricae e di Lyra, e le proteste pascoliane: “sa in quali strette familiari io mi trovi. D’altra parte io né oralmente né altrimenti ho preso impegno di dare a lei... tutto quanto potessi scrivere” (28 giugno 1895, Carteggio Pascoli-Giusti, in GIF n.s., 31 luglio 1970, pp. 80-126, che integra Pescetti, cit.). Se si pensa che, nel ’95, il Pascoli ha già messo mano ai “poemi conviviali”, che i Poemetti Paggi vedranno la luce nel ’96, e che degli ultimi mesi del ’95 sono Cena in Caudiano Nervae e Castanea, ci sipuò fare un’idea del carico della nuova ’officina di Castelvecchio’ pur mo’ nata. Non è improbabile che a questo periodo, se non a qualche mese più tardi, risalga la stesura definitiva dell’elegia Sorella di MY 18974, che segna la presa di possesso istituzionale della vita di Giovanni da parte di Maria: “essa sa i miei bisogni e miei desideri meglio di me stesso” (al Giusti, 1895, GIF, cit., p. 88). L’autografo di Sorella si conserva a Castelvecchio, fra le carte di Maria (XLV 8), insieme a un cartiglio significativo: “Mio caro angiolo Mariù, ti prometto su loro [i morti] che lavorerò. La poesia Sorella è quasi terminata. Domani avrà la sua compagna. Domani riprendo Bemporad e Giusti. Lavorerò molto. Rifarò tutto il tempo perduto” (Lungo la vita, p. 469 nota). In mezzo a tanti impegni, si può capire come il corso universitario, nei primi mesi del ’96, potesse diventare pesante oltre ogni previsione. Il Giusti era sempre là, coi suoi acconti, a fare da cattiva coscienza. “La Prolusione è per lei: siamo intesi. Ma io dovendomi circoscrivere nell’ambito breve di un’ora, la feci troppo corta, e l’argomento, L’avvenire della scuola secondaria classica, meritava d’essere svolto assai più. Sicché ora lo svolgo più e meglio, e a giorni manderò il ms. con buona parte del Virgilio [leggi Epos]” (da Bologna, 28 gennaio 1896, il Pescetti, cit.). La prolusione non fu poi stampata dal Giusti ma fu parzialmente utilizzata alla fine dell’anno, come s’è vi sto, sulla «Rassegna scolastica”, ridotta al tema essenziale con rigorosa e ovvia esclusione del preambolo retorico si ’ritorno’ a Bologna costruito stancamente sulla falsariga del ritorno omerico di Odisseo in patria. Questa parte della prolusione è tanto più interessante quanto più suona bugiarda la frettolosa invenzione, il pathos esteriore, il facile prestito omerico ci aiutano anzi a stanare le vere ragioni per cui il Pascoli subiva di malavoglia l’incarico bolognese, ansioso solo di fuggirne. Nel giugno del ’95, a Roma, comandato al Ministero, il Pascoli vi aveva conosciuto il d’Annunzio, tramite il De Bosis, e l’incontro, nella molle aria romana e nell’aura del «Convito”, era stato come una scossa elettrica, una scintilla in un momento buio: “Siamo avvinti, ormai, da forte amicizia. A star con lui si impara ad amarlo e ad amare di più l’arte sua” (al Giusti, cfr. L. Pescetti, Pascoli e D’Annunzio, sul «Telegrafo» del 20 luglio 1932). Le implicazioni culturali di quest’incontro diventano chiarissime alla luce della lettura pascoliana de Le Vergini delle rocce, apparso nei primi numeri del «Convito», e dell’improvviso entusiasmo manifestato al De Bosis un paio di mesi prima dell’incontro romano: “ho sentito l’odor salso dell’immenso [...] vedo e sento il capolavoro. O glorioso Gabriele, come ne trionfo! ’Tu?’: sì, io; perché da anni io odio in segreto la letteratura professorale [non “professionale”, come legge Maria], cattedratica, che sa di lezione, di appunti e ristretti. E questo mio Gabriele ora me la sfolgora e me l’annulla. Secol si rinnova” (al De Bosis, da Livorno, 24 marzo 1895; cfr. Lungo la vita, p. 412). “Secol si rinnova”: è la stessa formula, lo stesso pensiero della prolusione e poi dei Pensieri scolastici, ma trattato all’inverso, come una stessa chiave che apra due serrature. Il ’ritorno’ a Bologna avveniva proprio nel momento in cui più deciso e intimo era l’addio a Bologna, al Carducci e al Ferrari ("da anni io odio in segreto la letteratura [...] che sa di lezione"). Involuto e intorcinato, il Pascoli sognava Roma come una liberazione e la sospirava da innamorato: “Oh! mi faccia comandare a Roma! [...] potessi per quest’anno ancora evitare la grammatica latina e greca” (a Felice Barnabei, 24 novembre 1895, cioè un mese dopo la nomina; «Pegaso”, maggio 1933). Si preparava dunque a insegnare con quest’animo; e non sorprende che tutto l’anno scolastico passasse o in diversivi, o in lunghe vacanze, o in altri impegni, ai quali s’aggiunsero fra l’altro anche il viaggio a Recanati e la conferenza fiorentina del Sabato. Ma non basta. Alla ripresa dei corsi universitari, nel novembre 1896, il Pascoli non esitava a chiedere al Carducci (a San Giosue, sempre invocato nel bisogno) di ottenergli una dilazione per le ultime correzioni all’Epos (e intanto addolciva la preghiera con la dedica del volume): “Mi dica: quando s’aprono le scuole? Subito subito non so se potrò venire [...] Bisognerebbe che io finissi, tanto più che se non finisco non ho i mezzi per procurarmi l’appartamentino a Bologna e di cominciare regolarmente e tranquillamente la mia vita Bolognana. Vuole ella farmi schermo contro il giusto risentimento del caro ma severo Preside? Non dubiti: ho già fermate le mie lezioni e quest’anno farò del mio meglio e non sarà gran male se tralascio anche, per necessità, le poche lezioni avanti Natale” (Lungo la vita, p. 501). La dilazione fu accordata, l’Epos raggiunse le librerie, ma alla ripresa dei corsi, nel gennaio del ’97, scaduto il permesso, il Pascoli non si mosse da Castelvecchio e anzi rassegnò con clamore le dimissioni dalla cattedra bolognese, perché, dicono tutti i biografi, era scoppiata inattesa la ’seconda tragedia famigliare’ dopo quella dell’Ida: il fratello Giuseppe, Peppino, il ’Paglierani’, il fratello ’cattivo’ (in ogni famiglia c’è un capro espiatorio) si era installato a Bologna con la figliastra Adele. Sembra che il cattivo Peppino sfruttasse il nome del meglio noto fratello per scroccare da conoscenti e da amici. Per questa ragione, senza pensarci sopra due volte, il Pascoli comunicò le dimissioni dalla cattedra al ministro Gianturco, con lettera personale, e un’altra nobile lettera scrisse al Carducci, serrando il pianto e ricacciandolo in gola con fiero e virile vittimismo. Può darsi che la presenza del fratello a Bologna fosse oggettivamente fastidiosa. Ma il sospetto che il Pascoli abbia agito, in questa circostanza, né più né meno come avrebbe fatto Peppino, prendendo a pretesto il fratello per disfarsi con un bel gesto dell’incarico sgradito, e che in realtà la cosiddetta tragedia famigliare, proprio come ogni tragedia, fosse debitrice a parecchia teatralità se non proprio a una messinscena di quelle di cui Peppino era maestro (il sangue non è acqua), sembra legittimato non solo da un’attenta lettura dei documenti ma anche dalle conseguenze stesse della vicenda. Il Pascoli si tenne lo stipendio, e, in fondo, ebbe quel che voleva. Le dimissioni furono respinte, e l’incarico evaso. Alle orecchie del Carducci giunse un grido che era il rullo di un tamburo, una piccola ’eroica’: “Mentre le casse de’ miei libri sono già a Bologna, mentre i mobili sono per arrivare, mi giunge un’oscena notizia che mi ha costretto a presentare, come ho presentato, le dimissioni al Ministro. Non verrò dunque più. A 41 anni io piango piango col povero angelo che non mi può più consolare perché non si può consolare. Abbiamo saputo (da una lettera di lui stesso, il più ignominioso documento umano che torbida fantasia possa immaginare) che il mio fratello Giuseppe (non aggiungo epiteti) si è venuto a installare (è la parola) a Bologna. Io non volevo venire a Bologna l’anno passato, sebbene tante dolci memorie e la sua cara immagine mi invitavano, appunto perché troppo accessibile a quel vivente disonore mio e del mio nome. Non mi aspettavo però quello che sta succedendo. Esso è venuto a Bologna con la sua figliastra (gli è morta la moglie da poco più d’un anno)... Non aggiungo parole. È venuto per sfruttare quel disonore a mie spese, a spese del mio posto, del nome, non dico mio, ma di codesta illustre Università. Io mi salvo alla meglio. Vedrò di guadagnare la vita con articoli, poesie, libri scolastici (grama vita), rimanendo qua” (10 gennaio 1897; Lungo la vita, p. 512). Però nell’ottobre del ’96, più o meno nello stesso giro di giorni in cui il Carducci era richiesto di accordare la dilazione per l’Epos, Maria aveva tenuto col Giusti discorsi più prosaici: “Viviamo con 50 lire mensili. Rimanendo nelle stesse condizioni, Giovannino aveva intenzione di dimettersi dalla sua indecente cattedra bolognese. Così avrebbe lavorato molto per lei facendo almeno due fogli la settimana e avrebbe aspettato pazientemente un posto d’ordinario. Ma occorrerebbe (perché l’idea non l’ha smessa) che Ella assicurasse un tanto mensile, come egli assicurerebbe un tanto di lavoro. Che ne dice?” (cfr. L. Pescetti, La sorella buona, sul «Telegrafo» del 22 novembre 1938, ristampato sul «Messaggero” del 20 novembre 1942). Può anche darsi che il Pascoli agisse d’impulso e, nello stesso tempo, calcolasse d’istinto il proprio tornaconto: il Pascoli amava recitare la virilità nella sventura, e tutto fa pensare che sapesse recitare questa parte con sincerità e spontaneità. È anche probabile che la ’promiscuità’ del fratello con la figliastra (il sangue non è acqua) gli fosse veramente intollerabile e odiosa. Fatto sta che il 1897 fu per il Pascoli dimissionario un anno di operosi soggiorni a Castelvecchio, di ispezioni e ritorni in Romagna, e di comandi a Roma; un anno trascorso in cocciuta attesa della sospirata cattedra appunto romana: “A Roma non si riesce a trovarmi un posto. E io ci andrei lo stesso chiedendo l’aspettativa o che so io, e attendendo poi pazientemente che qualche posto si rendesse vacante... Là ho forti protettori ed amici, cominciando dalla prima gentildonna d’Italia” (Carteggio Pascoli-Giusti, cit., pp. 92-93 nota). Le sirene erano ormai il d’Annunzio e il De Bosis; e poco mancò, alla fine, che tutta la vicenda non si concludesse secondo sogni e strategie. Diversa fu solo la sede. Il 27 ottobre 1897 il Pascoli era nominato ordinario di Letteratura latina all’Università di Messina, con decreto firmato dal ministro Codronchi il quale agì su iniziativa personale e d’autorità, con procedura insolita ma prevista dalla legge, cioè senza indire il concorso ma con una nomina per meriti speciali. Così la tragedia famigliare si rivelava, più che mai, una tragedia ’all’italiana’; e la prolusione di Bologna, che avrebbe dovuto fare del Pascoli un grammatico, fu il preludio di un cambiamento radicale di abitudini e di vita e il primo segnale di attività di un letterato quasi ’d’assalto’, se si pensa che il biennio 1896-97, così decisivo, vede il Pascoli impegnato nella collaborazione al «Marzocco” e alla «Vita nuova”, nella teoria del Fanciullino e nella polemica con Ojetti e perfino in prove di narratore (la novella Il ceppo), senza contare la pubblicazione di Epos e dei Poemetti, la quarta edizione di Myricae e gli esercizi di lettura e di critica (Il sabato e Eco d’una notte mitica). Anche sotto questo punto di vista, come meditazione e ripensamento culturale di problemi attinenti all’istruzione e alle materie d’insegnamento nelle scuole secondarie, la prolusione del ’96 non è una conferma d’interessi ma una svolta e un addio La tematica della lingua morta, che occupa il centro della prolusione, e vi è forse più sviluppata di quanto poi sarà nel futuro e più noto omaggio al Vitrioli (Un poeta di lingua morta), non vi figura e non vi è trattata con interessi autentici di scuola, cioè come nodo di domande sociali che aspettano una risposta funzionale. Questa è solo la superficie. In realtà l’interesse del Pascoli si distrae dagli eterni e insolubili problemi delle scuole secondarie, e si concentra sulla sopravvivenza delle lingue morte in relazione al proprio tecnicismo e sperimentalismo di poeta solitario, separato e misteriosamente bilingue. Per il Pascoli non solo la lingua della poesia è sempre una lingua morta, ma ogni lingua è “morente”, e il farsi del linguaggio è visto con efficacia suggestiva, da poeta interessato alla coesistenza di ’una cosa per un’altra’, cioè del suono vivo col segno morto, come lo scorrere della linfa naturale nella pianta da cui la foglia ormai “accartocciata e scabra” si stacca nello stesso istante in cui sta spuntando, dalla gemma, la “fogliolina gommosa e tenera” (secondo il bellissimo passaggio poi soppresso nella redazione a stampa della «Rassegna scolastica»).

[...]

Il ritorno

Nulla, miei giovani amici (poi che a voi alunni dei due primi anni di lettere mi rivolgo, non riputandomi degno di più grave uditorio; e anche da voi aspetto indulgenza e amore, più che non mi aspetti lode e ammirazione): nulla, miei giovani amici, di più dolce a pensare, nulla di più triste a provare che il Ritorno. Oh! il fumo dei patrii comignoli! Il molto-sopportante divo Odysseo pensava forse che sino il fumo balzante di sui tetti gli avrebbe fatto riconoscere la sua terra: poi quando nella sua terra si svegliò, inconsapevole “piangeva la patria Rependo lungo la riva del sonante mare Molto lamentando” [1]. Così mutata appare sempre al Reduce la patria che fu sempre la stessa nei sogni del desiderio! Poi il Reduce la riconosce, bacia la campagna fertile di zea... ma la caligine che la nascondeva, non si dissipa per tutti, come per il figlio di Laerte Odysseo. Tutto agli occhi è ancora velato ma sono forse velati gli occhi, di lagrime. Discorrono i dolci amici: come mutati anche loro! e il Reduce indovina al fine, specchiando nelle loro le sue rughe, dal loro mutamento il suo. La patria è quella d’un tempo: esso non è più quello. Il Ritorno ha interrotto d’un tratto l’insensibile procedere dell’aevo occulto; e il Reduce nel momento che si rivede fanciullo, si vede vecchio. Leva la testa dal fimo, avanti la porta, il fido cane Argos, ἐπίπλειος κυνοραιστέων [2]; scodinzola, getta giù anche le orecchie; ma non può appresso venire al suo signore che piange in tanto. O Passato! solo allora tu ti mostri veramente il Passato! e allora, o fido Argos, tu muori!

Così ho riveduto di questi giorni, dopo quasi quattordici anni, questa inclita Madre di studio, questa mia patria nobilissima. Mia patria, in quanto a Bologna, come quasi a metropoli, guarda la mia nativa Romagna, come a emporio, come a meta, come a esempio di fortezza e sapienza: mia patria, perché la mia anima, quale che ella sia, qui si formò e si svolse: mia patria, perché qui ebbi e ho un compenso e un conforto del dolore, di che fu lacerata la mia vita sin dal suo principio. Ho riveduta questa mia patria, “quando la dea dissipò la caligine”, così come la amai nel tempo giovanile ora assai lontano; ho riveduta cogli occhi dell’Esule questa maestosa sede della Scienza; ho riveduti, col cuore del figlio, i miei Maestri che mi abbracciarono come fratello. Il che ognuno comprende che io ricordo a loro lode, poiché ciò attesta quanta serena giovinezza sia di necessità nelle loro anime agitate dalla vita intensa e molteplice dell’Ideale. Giovani io li vedo i miei nobili Maestri, pur sotto i capelli bianchi; e più giovane di tutti il grande quanto buono Giosue Carducci, voce della Patria latina. E per molti anni, per molti ancora auguro a noi che possiamo udire da essa, con l’indicibile fremito che incammina l’ascoltatore per la via che seguirà poi sempre nella vita, la parola che allevia, se è destino, ma oh! non sia, la sventura e abbella (sia sia presto!) il trionfo. Con gratitudine nuova aggiunta all’antica saluto Francesco Bertolini, narratore eloquente e giudice acuto, G.B. Gandino, per cui non ha segreti la lingua e lo stile latino, Edoardo Brizio, il cui pensiero si associa sempre in me con grotte popolate di semiferi e con sale abitate da statue, l’anima candida di Celestino Peroglio, l’ingegno severo di Francesco Acri.

Mancano tra esse due venerande figure di vecchi... Dove sono quegli occhi azzurrissimi che sognavano l’Oriente? Dove è quel sorriso arguto che sottolineava con verità rediviva l’interrogare del figlio di Sofronisco? Il dolore del non trovarli più tra noi è temperato dal vedere, a me guida più che collega, Vittorio Puntoni, che per l’erudizione agguaglia gli eruditi Tedeschi e per la genialità li supera, e... Severino Ferrari, critico e poeta, non indegno del Maestro, dolce amico mio de’ tempi migliori e dei tempi peggiori.

Voi vedete, miei giovani amici, che la mestizia del Ritorno dové presto mutarsi nel mio animo in gioia profonda e lunga; e che i quattordici anni di lontananza non mi parvero poi tanti, se dopo essi potei trovare presso quasi tutti i miei Maestri il mio antico posto, lascino essi che io lo ripeta, di discepolo devoto.

Quattordici anni! Io ho, nel ripensarli, solo un rimpianto: di non avere peregrinato abbastanza per le provincie d’Italia! Io non vidi che parte della scabra Basilicata e per compenso poi Massa dove l’arancio fiorisce, e in fine Livorno, in cui molto mi piacque vivere con quei cittadini la cui anima è commista di fierezza Romagnola e gentilezza Toscana. Tre luoghi: cari ma pochi al ricordo. A voi, giovani allievi, quando sarà il vostro tempo, non rincresca ubbidire a chi vi mandi e tramuti per l’Italia e vi faccia “di molti uomini vederle città e conoscere la mente”. O soli o con l’unanime piccola famiglia peregrinare vi sarà utile allora e dolce poi rammemorare quando sarà venuto il νόστιμον ἦμαρ [3]. Sopra tutto non avreste sempre in bocca il biasimo del vitto e dell’albergo strani: fanciullaggine ancora di molti, o a dir meglio, senilità! Andate senza preconcetti; e tornerete con qualche buon vanto. Perché a voi, più che a ogni altro, si porge l’occasione di fare il bene, poiché è la scuola secondaria che fa l’artista e lo scienziato, quale sarà. L’alunno di essa (voi potete esserne i testimoni) sceglie quasi sempre tra i suoi professori di Ginnasio e di Liceo uno al cui modello vuol formarsi e cui ascoltare e seguire. Il vostro insegnamento andrà poco oltre gli elementi: ma l’allievo ha un libro, tra i molti imperfetti e superficiali, che crede o sa eccellente e che legge sino all’ultima pagina: il maestro che ama più. Oh! la scuola secondaria, e specialmente la classica, e in particolare per i maestri di lettere, non è né facile né lieta sempre. Lo sapete, lo so. Dispiace in essa il sentirsi troppo consigliati, troppo comandati: si legga il tale autore, si dichiari col tale proposito e fine e col tal metodo! È un po’ troppo. Quando si è certi che l’insegnante sa, bisogna lasciarlo insegnare quel che sa e come sa: e sarà eloquente ed efficace. Poi i consigli e i comandi variano troppo spesso, e la varietà è spesso troppa. E poi non sempre si può seguire il consiglio ed eseguire il comando: manca il tempo, sempre, a volte a chi insegna, a volte, a chi impara. Il maestro deve insegnare tante cose e assicurarsi tante volte che l’alunno le abbia apprese, e gli alunni sono tanti! E si deve dare a ogni momento giudizio affrettato e preciso (come si ha) di tutti; e qui si deve combattere con molti buoni babbi e con molte buone mamme, i quali e le quali dopo aver tutto l’anno alleata la loro indulgenza all’ignoranza de’ loro figli, si fanno all’ultimo campioni e mallevadori della scienza de’ medesimi. Questi e altri guai della scuola, dalla quale uscite alunni per tornarvi insegnanti, voi li sapete, e sapete i rimedi che a mano a mano si propongono e si attuano. Un male è molto grave e non vedo come si possa o si voglia sanare: l’affluenza soverchia. Il male è grave e non tanto perché tali scolari siano molti, quanto perché tali studi sono di pochi. Così è, e non giova parlare qui di uguaglianza sociale dove è disuguaglianza naturale. E poi perché non si afferma ancora che tutti abbiano le medesime attitudini al disegno e non si pretende che tutti abbiano a riuscire pittori? e musici? e architetti? Per non dire altro, che diletto sarebbe più d’un’arte, se tutti la esercitassero? Si risponde: la scuola secondaria classica non insegna un’arte o una scienza speciale; ma prepara a tutte. Bene; ma pur richiede attitudini speciali, perché è secondaria bensì, ma classica.

Toglietele la sua base classica, e la scuola secondaria non preparerà a nulla: lasciategliela, e la scuola secondaria non sarà per tutti.

Di qui non s’esce. Ora voi sentirete che il gravissimo dei mali che affliggono la scuola secondaria classica è lo scoramento che all’insegnante deriva dalla diffidenza degli scolari, de’ loro parenti, di tutti. Non si crede più, non che alla necessità, all’utilità dello studio del latino e del greco. È cominciato il lavoro di demolizione: levata una pietra, un’altra cadrà, un’altra crollerà. E così via via. Tolto il greco, che ragione ci sarà di conservare, non dico il latino, ma l’italiano antico? Cacciato Omero, come resterà Virgilio? E Virgilio perché non si condurrà seco il suo discente? Perché la guerra è contro le lingue morte, contro l’Ideale, contro gli studi liberali, in nome del presente, del pratico, del reale, dell’utile. Ora secondo certi criteri, non potrebbe chiamarsi morta, come la lingua d’Omero al tempo di Pericle, come la lingua di Livio Andronico al tempo d’Orazio, così la lingua di Dante al tempo del Manzoni? non è sempre anzi una lingua morta quella della poesia? e cosa curiosa a dirsi: è essa una lingua morta che si usa a dare maggior vita al pensiero! Dove dunque si giungerebbe, quando si cominciasse? E si vuol cominciare. Sembra a quasi tutti di vivere in una tal quale pienezza di tempi, ora, nel secolo dell’elettricità; in un’ora solenne dei millenni umani, in cui si debba avverare, ciò che non si è veduto mai e nemmeno pensato; in cui si affermerebbe volentieri vano e insufficiente ogni dato storico, se appunto dall’esame di essi non si inducesse l’eccezionale condizione della nostra età! Con quali argomenti dunque difenderà il giovane professore la ragione del suo culto e della sua arte, per non dover confessare a se stesso d’essere sacerdote d’un dio bugiardo e artefice d’una ciurmeria disutile? Si appagherà col dire: per ora va, e così andrà ancora per un pezzo: dopo, sarà quel che sarà? No.

 

Lessi in non so più qual autore, d’un poeta. Era un poeta, indagatore dell’anima, un osservatore delle stelle auree del cielo. Diceva il Poeta: Infelice lo scultore di statue. Il marmo è sì duro; ma il vento lo può abbattere, la pioggia lo può consumare: dopo duemila anni al più, la statua di marmo non sarà più. Egli ha lavorato in vano. [Infelice il pittore di tavole e di tele: i suoi colori sono sì vivi e floridi: ma col tempo si stingono; la tavola s’intarma, la tela si sdrucisce. Dopo mille al più, la tela colorita non sarà più. Egli ha lavorato in vano.] Io invece affido il mio canto all’immortalità: egli sarà sempre nelle bocche degli uomini. Passa il tempo, mutano le lingue... Omero è sempre vivo, e sempre vivrà. Se io non credessi che il mio canto durasse come Omero e come il sole, non canterei. E l’osservatore delle stelle gli disse: Non cantare dunque, perché anche Omero morrà: vivrà bensì più d’una tela, più d’una statua: vivrà quanto il sole; ma anche il sole morrà. Tra un milione d’anni s’estinguerà. Io lo so. Il poeta si ricordò che l’astrologo diceva il vero: anch’egli lo sapeva, ma se ne era dimenticato. E si chiuse nel silenzio e +++ per sempre: perché cantare oggi se domani – dopo una vigilia d’un milione d’anni – il mio canto sarà morto?

 

Ma questo è come un mito, e non vuol dire tutto ciò che dice: sì meno. Il fatto è che voi non lavorerete sereni, se non avrete fede nella utilità e necessità di ciò che insegnate. E questa fede non l’acquisterete o conserverete con le solite ragioni, così facilmente ribattute. C’è chi dice: il genio della propria lingua si conosce meglio dal confronto con altra, che a lei sia più affine, massime se poi da quella sia derivata. Ma c’è chi risponde: ammettiamo che il detto genio non si giunga a conoscere così bene dal confronto con la lingua francese e tedesca; ma col francese e tedesco l’alunno fa un altro acquisto per la sua vita, che compensa la minore (non si dice la nessuna) conoscenza del genio della propria lingua: tanto più che questa conoscenza è utile a tutti, necessaria a pochi, cioè agli scrittori, anzi ai pochi scrittori che... la credono necessaria: pochini davvero. C’è chi dice: lo studio grammaticale d’una lingua morta è una ginnastica intellettuale quale nessun’altra. E c’è chi risponde: e come non, d’una lingua viva? Anzi queste, come più svolte, presentano all’osservatore fenomeni più complessi; e la ginnastica sarà più attiva: senza parlare delle altre utilità, come sopra. C’è chi dice: lo studio del greco e specialmente del latino ha un grande valore educativo, eleva e nobilita la nostra anima rendendole familiari tanti esempi di costanza e di fortezza: agere et pati fortia. Oh! qui poi si abbonda nelle risposte. Prima di tutti, questi esempi possono essere resi familiari, anzi più familiari, dalle traduzioni. In secondo luogo, c’è più da apprendere di male che di bene da quelle letterature, dalle quali, specialmente dalla Romana, può invece derivarsi un abito malsano di +++, di rissa, di prepotenza. Si diventa sì eroi; ma gli eroi sono tali a spese di quelli che eroi non sono: e convien meglio essere uomini tutti. Ma ammettiamo che se ne apprenda solo il bene, la elevazione morale, la fortezza serena necessaria a tutti per tutto. Ora l’umanità è così feconda di bene che se ne produce a ogni tratto esempi nuovi e perciò migliori. Ricordate? “A quelli degli Elleni che erano alle Termopile primo Megisties il mantis, dopo avere osservate le vitime, annunziò la morte che era per venir loro insieme all’Aurora.” Col risvegliarsi di tutto la loro fine! ἅμα ἠοῑ θάνατον [4]. O leggete la lettera di Toselli della vigilia? vedo i fuochi... sono molti, molti. Che c’è bisogno di Leonida, quando abbiamo Toselli? Ancora: sentii, il tribuno Romano al Console: tu interea, occupatis in ea caede hostibus, tempus exercitus ex hoc loco educendi habebis. Sentite: ego hanc tibi et rei publicae animam do. Sentite: Tribunus et quadringenti ad moriendum proficiscuntur... Bene: ma leggete, leggete i biglietti... Che bisogno di Caedicio, dove è Galliano? Così il tenente colonnello abbia come il suo pari grado l’antico tribunus militum fortunam ex virtute.

In vero a me non paiono ragioni buone quelle di 255 questi nostri difensori. Specialmente l’ultima appaga poco: se c’è negli antichi scrittori il bene, c’è anche il male: se li assumiamo per il bene, dobbiamo rigettarli per il male. Dovremmo fare quello che voleva Socrate in Platone.

Socrate: O se debbono essere forti, non sono da dirsi e queste cose e quali li facessero meno temere la morte? o credi alcuno mai poter essere forte con in sé tale timore? – Adimanto: No, per Zeus – O dunque chi creda alle cose dell’Hade e le crede terribili, pensi tu che egli sia per essere senza timor della morte e nelle battaglie sia per scegliere la morte avanti la sconfitta e il servaggio? – Ad. No – Si deve dunque, a quel che pare, anche intorno a tali novelle ingiungere a quelli che si assumono di insegnare e pregarli di non vituperare così semplicemente a casaccio le cose dell’Hade, sì piuttosto lodare, come quelli che non dicono cosa vera, né utile a quelli che sono per essere battaglieri. – Si deve, sì. – Daremo di spugna adunque, dico io, a tutte sì fatte novelle, cominciando da questi versi:

 

Vorrei opera servire per mercede ad altro

presso uomo povero, cui non vitto molto sia,

che a tutti i morti che si consumano signoreggiare

καταφθιμένοις

e l’altro:

La casa ai mortali e immortali apparirebbe

Orribile, ammuffita, rugginosa di cui rabbrividiscono anche gli Dei

e:

O dei! è sì anche nelle case dell’Hade

Anima, e sembianze: ma mente non vi è no

e:

A te solo aver senno: ma le ombre svolano

e:

L’anima dalle membra volando all’Hade andò

il suo fato gemendo lasciando il vigore e la giovinezza

ἁδροτῆτα

e:

Lanima sotto terra come fumo

se n’andò stridendo

e:

come quando nottole nel buco d’un antro vasto

stridendo volano, poi che alcuno cadde

dalla fila della rupe, dove stavano attaccate l’una all’altra,

così le anime stridendo insieme vanno.

Queste e siffatte cose tutte, con buona pace di Omero e degli altri poeti rigetteremo, οὐχ ὡς οὐ ποιητικὰ καὶ ἡδέα τοῖς πολλοῖς ἀκούειν, ἀλλ’ὅσῳ ποιητικώτερα, αοσούτῳ ἦττον ἀκουσέον παισί καί ἀνδράσιν οὓς δεῖ ἐλευθέρους εἶναι, δουλείαν θανάτυ μᾶλλον πεφοβημένους [5].

Bisogna essere persuasi che i nostri studi hanno radice in un sentimento umano, così primitivo e forte, e rispondono a una tale necessità intima del nostro essere che per andar di tempo e per mutar di forme la società non potrà mai escludere dall’educazione de suoi novelli migliori le lingue morte e le letterature antiche. Lingue morte! letterature antiche! Dove è la lingua che nasce viva? non morta o morente? ogni non solo scrittore ma parlante tende a usare le parole del fondo comune in un modo suo proprio: una metafora è per la sua parte già la trasformazione della lingua. Comincia per uno e per pochi, poi per molti, in fine per tutti il trapasso ideologico, per il quale una parola muore per un senso e nasce per un altro. Non parlo dei cambiamenti fonetici: noi non li avvertiamo ma succedono con andare progressivo e continuo. Dove è il presente d’una lingua? πάντα ῥεῖ. Come si potrebbe fissare l’espressione del pensiero, specialmente nei bisogni intellettuali, per la durata almeno d’una generazione, se pur nell’andare avanti non ci volgessimo tratto tratto in dietro? Letterature antiche! antiche e pur sempre nuove e recenti, sempre una letteratura, anzi, sempre quella. Noi seguiamo il serpeggiare di novelline, di canti, di pensieri, d’immagini attraverso molti popoli e luoghi e tempi, finché lo smarriamo nella lucentezza uniforme del crepuscolo umano. Qual letteratura è antica, se il pensiero antico vive, con modi appena mutati, nella nuova: o a dir meglio qual letteratura non è antica se quella che si dice la nuova, a mano a mano, agita ancora l’antica vita? Arrestare a un tratto il fiume tranquillo dei secoli: scindere il passato dall’avvenire: dire “secol si rinnova”, non porterebbe ad altro che a ricominciare. Si avrebbero presto lingue morte e letterature antiche che le anime più umane vorrebbero conoscere, e a cui vorrebbero iniziare i loro figli prediletti. Ma non si potrebbe. Quelle anime attraverserebbero quella lingua e quella letteratura passate a cercare la lingua e la letteratura che passò quando l’altra nasceva... In verità tutto si può tentare: si può abolire il greco, poi anche il latino, poi l’italiano che non sia il parlato — un decreto consta d’un po’ di carta e d’un po’ d’inchiostro – ma in verità io presento che la scuola classica dell’avvenire, piuttosto che non avere quello che ora vi è, avrà anche la lingua degli antichi Indi! Ma non invidiamo in tanto ai nostri figli eletti, che provano un’impazienza, una curiosità, una gioia – così strana per gl’inconsci arroganti rinnegatori del passato – al primo ingresso nel Ginnasio (non è sempre colpa loro se la gioia si muta in noia, se la curiosità cessa per manco d’alimento, se l’impazienza di apprendere cede alla paziente rassegnazione di non comprendere) non invidiamo a quei cari capi la più naturale via d’esercitare le loro facoltà intellettive. Non invidiamo loro il dilettoso monte, donde si scopre non per più largo tratto la pianura e il mare e i fiumi e le città che si lasciarono nel salire, ma tutto un mondo che prima non c’era, un mondo di cui si era sentito parlare, ma come di morto e sparito. E l’anima di quei giovinetti prova allora la sensazione che fa più alteri e più felici e più sereni nel provarla, la sensazione dell’uomo cui si adempiesse quel voto che composto non più che di parola e sospiro, facciamo così spesso: di rinascere. Poiché a poco a poco si svolge in quelle anime da un angolo misterioso e intimo la coscienza del lavorio secolare che ci volle a ridurle così come elle sono: il cuore si stringe per angoscie che lo affannarono quando non era ancora e già palpitava, e si invasa d’un entusiasmo che dura tuttavia mentre la causa svanì da secoli, e si piangono lagrime già piante con altri occhi, e si riconosce col sorriso una madre che ci arrise qualche millennio prima che nascessimo. L’uomo sente allora per quali misteriose fibre sia congiunto all’umanità che fu e a quella che sarà, e comincia a consolarsi non solo dell’esser nato come tanti altri, che morirono, ma anche del dover morire lasciando tanta parte di sé ad altri, che nasceranno. Due foglie dello stesso grande albero, a primavera, l’una, fogliolina gommosa e tenera che spunta dalla gemma, l’altra, vicina a lei, foglia accartocciata e scabra che si stacca dal nodo, se pensassero di essere e avessero la coscienza di appartenere all’albero, forse potrebbero sentire e pensare l’una di nascere e l’altra di morire? L’albero nasce e muore; gli uomini spuntano e si staccano, appariscono e spariscono: foglie, anch’essi, che sentono però di vivere della linfa di cui vissero le altre foglie che ingiallano, che marciscono, che si dissolverono a’ piedi dell’albero.

 

Secol si rinnova. Torna Giustizia e nuovo tempo umano. Sia. Ogni anno che passò nella storia dell’umanità portò seco un’ingiustizia: può venire il grande anno che le porti via tutte? Ma sia. Io imagino nell’avvenire un uomo, un buon vecchio, e un fanciullo. Il vecchio mostra al fanciullo una pietra ammuffita. Vedi? Sì: una pietra sudicia, che io non toccherò. Era d’una casa de’ padri de’ miei padri – Ah! – e il fanciullo prende, tocca, guarda la pietra – Quelle case... come erano fatte? come vivevano quegli uomini? come vestivano? di che si cibavano? come parlavano? come pensavano? E il buon vecchio gl’insegnerà, con grande diletto dell’ascoltatore dai grandi occhi, come erano costruite le nostre case, e narrerà le nostre usanze e la nostra storia e, sempre accrescendo l’attenzione e il diletto, gli rivelerà la nostra lingua e il nostro pensiero.

Anche questa pittura del buon tempo avvenire è d’un classico, di Aristofane, che vuol dare un tratto del buon tempo... antico. Oh! noi possiamo essere certi che i due fanciulli del Ginnasio futuro, se dopo la corsa sotto gli olivi, riposassero su qualche cippo ivi collocato, e parlassero di noi gli ingiusti e i cattivi, essi piangerebbero forse sulle nostre sventure, ma parlerebbero con reverenza di noi: perché quelli che furono sono sempre buoni per quelli che sono.

 

Note

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[1] la patria chiamava/ querulo, errando sul lido del mare dal molto sussurro

[2] gremito di zecche

[3] il giorno del reduce

[4] insieme all’aurora della morte

[5] non come non sianopoetiche e piacevoli a udire ai più, ma quanto più poetiche, tanto meno sono da udire da ragazzi e uomini che devono essere liberi e temere più la servitù che la morte.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 19 gennaio 2008