Giovanni Pascoli

Nelle nozze di Ida

1895

Edizione di riferimento

Giovanni Pascoli, Poesie e prose scelte, Progetto editoriale, introduzioni e commento di Cesare Garboli, 2 tomi, collaboratori Giuseppe Lonelli, Anthony Oldcorn, Filippomaria Pontani, I Meridiani, Arnoldo Mondadori editore, Milano 2002

È un regalo di nozze del Pascoli alla sorella, andata sposa il 30 settembre 1895 a Salvatore Berti di Santa Giustina di Rimini. La cerimonia, cui il Pascoli non assistette, si svolse a Livorno nella chiesa del Soccorso; e nella stessa data uscì, edito dal Giusti, l’opuscolo commemorativo, ristampato poi da Maria in Limpido rivo con la nota: “Questo scritto pieno di lagrime fu stampato nel 30 settembre 1895 in pochissime copie non commerciabili. C’era troppo dolore, sebbene in occasione di gioia, per dargli pubblicità. Lo metto ora in questa raccolta per voi, o giovinette, perché non dimentichiate che le gioie più grandi della vostra vita, possono avere nel cuore di coloro che vi vogliono bene, un’eco, molto spesso, di dolore”. Dopo le nozze di Ida, il Pascoli non seppe trattenersi a Livorno più di quindici giorni. Resistette nella casa di via Micali, che ancora risuonava dei passi e delle risa di Ida, solo il tempo di fare i bagagli. Durante l’estate, in previsione del ’tradimento’, aveva affittato il rustico di Castelvecchio di Barga; e là si diresse, con Maria, il 15 ottobre, “la mattina prestissimo... con Gull e coi nostri uccellini in una gabbietta fatta fare apposta per il viaggio” (Lungo la vita, p. 466). Il nido livornese si disfece con la partenza di Ida; ma nello spazio di pochi giorni la vita che aveva sottratto un bene ne inventò subito un altro, sostituendolo non si sa se con più perfidia o pietà: dal dolore vennero Castelvecchio e la gloria, e dalle rovine di via Micali nacque Giovanni Pascoli. Scendere nei sottofondi emotivi, affettivi, sentimentali che si nascondono sotto la superficie retorica di questo testo pieno di amore e di gelosia sarebbe impresa vana. La capacità di modulazione raggiunta in queste pagine si rivela debitrice al bisogno di cifrare e di ammansire in termini di bontà, censurandola, una passionalità di tutt’altro segno, risentita e violenta, fatta d’insofferenza per l’egoismo e l’ingratitudine della sorella, di rimpianto per “il gorgheggio che sapea d’aurora”, di acre piacere sadomasochista carico d’infinita, derisoria amarezza (“No: non era amore: è vero. Era solo bene”), che non sa rinunciare al ricatto (“Ricordi, Ida, quella Pasqua?”). Analoghi sentimenti nella lettera a Ida del 30 aprile 1895 (cfr. la Cronologia, a questa data). Per la connessione di questa prosa d’amore col mito di ’reginella’ si veda la premessa alle Famigliari e soprattutto quella alla pseudoalcaica Ida. Riproduco il testo edito da Maria in Limpido rivo.

I

Addio dunque, Ida sorella di Maria! tu parti, e noi restiamo. Tu ritorni alla dolce patria, e noi ce ne allontaneremo, presto, anche più. La carrozza aspetta alla porta. Non si deve perdere il treno: addio. Quei treni come sono noiosamente puntuali! come, nel-l’impazienza, fischiano e si scrollano! E impaziente è anche quel giovane biondo e snello: Andiamo, Ida! Egli ti dice: Andiamo, Ida; e noi ti diciamo: Ida nostra, addio! Qual cambiamento, o Dio della mia fanciullezza nel quale torno a credere tutte le volte che piango, come piangevo da fanciullo. Qual cambiamento! Un altro dice: Andiamo, Ida mia; e io, io e Maria, diciamo: Ida nostra, addio! addio! addio! Egli è impaziente, noi ci sciogliamo in lagrime. Egli ha ne gli occhi e nelle labbra tutti i segni della gioia, e a noi non ne manca uno di quelli del dolore. “Sii felice, lontana da noi!” Chi ce l’avesse detto che di noi tre uno potesse provare e gli altri augurare la felicità lungi dagli altri due! Eppure è così. E intervenuto l’Amore, cosa gentile e terribile, che uccide e crea: che agli uomini dà la gioia presente, unico, e, unico, conserva agli uomini il dolore per il profondo avvenire!

II

Vai, nostra cara, con lui. È diritto, è dovere. Vai: noi piangiamo, ma in fondo al cuore siamo lieti. E quando la letizia è in fondo in fondo al cuore, zampilla, a quel che pare, in lagrime. Vai: egli ha edificata per te una casa, per te l’ha recinta d’alberi, per te l’ha adorna e fornita d’ogni bello arredo. Per te, ha fatto rispettare ai monelli le rondini le quali vi avevano già fatto il nido, poi che seppero la cosa. Esse vi aspettano ora per insegnarvi come il nido si fa tiepido e morbido, dopo averlo costruito. Dopo avervi insegnato, andranno. C’è un po’ di tempo ancora alla loro partenza. Ma voi, partite, andate; è ora. Addio.

III

Ricordi un’altra carrozza? un altro viaggio? Ma quella era una partenza per tutte e due, o mie piccole Ida e Maria; questo per te, Ida, è un ritorno. Allora la vostra zia Rita, che vi faceva da madre, singhiozzava nel vedervi partire, e voi piangevate partendo. Anche quella volta però un giovane vi diceva “Andiamo”, un poco impaziente: e quel giovane era anch’esso, allora, quasi biondo e quasi snello. Anch’esso vi aveva adornata una casa e ci aveva posto tutta la sua diligenza e tutto il suo amore. Quanti fiori vi aspettavano a Massa! le rose borraccine e le passiflore; gli oleandri ancora in boccia e gli aranci tutti carichi e olezzanti. La passiflora e il fior d’arancio...

IV

La casa e le cose non erano così belle, come io avrei voluto. Ma io era appena uscito dal duro tirocinio della vita. Ne ero uscito un poco leggiero in arnese, come un cavaliere derubato per via. E così sprovvisto di tutto, quel povero cavaliere, veniva da voi, care bambine a prendervi e portarvi seco nella bella casina presso Massa. Non così bella, come codesta che t’aspetta, o dolce Ida, presso Rimini; ma anche quella era fatta dall’amore. No: non era amore: è vero. Era solo bene. Voler bene è volere il bene, volerlo, desiderarlo soltanto; d’altri: amare è essere e fare felici. Oh! altra cosa.

V

Ricordi? la siepe... ricordi?...

di rose era tutto un bottone;

e larghi s’aprivano i fior di

passione!

Ricordi? nel cielo... ricordi?...

di cincie era un’ampia canzone.

Cantava una vergine: Fior di

passione!

VI

Tre ore dopo mezzanotte. La stazione di Bologna. Molte file nere parallele di carriaggi, che si movevano tratto tratto, quale avanti, quale indietro. Ogni tanto uno scossone e un fracasso di ferraglie. Due parti d’un grande treno si agganciavano. Più lungi una lunga fila nera, immobile. Era un treno stanco, disorganato, affumicato, spento; che guardava gli altri prepararsi alle loro corse disperate per i quattro venti. Pareva guardarli e compatirli e dire tra sé: Voi non sapete. Sbuffi, scrolli, gemiti, sibili, raffiche. Tra tutto quel nero, quel ferro, quel fumo, tra tutti quegli occhiacci tondi e rossi, io traevo voi due, che avevate due bei cappuccetti neri. Un amico mi vide in quell’atto, disse poi quel giorno: “Ho veduto il Pascoli (bastava questo nome per dire un novizio della vita, uno sfortunato e anche una testa balzana, forse un poeta): il Pascoli con le sue due sorelline. Parevano due colombelle spaurite”.

VII

A Massa le piccole Ida e Maria presero nella loro cura la piccola casa. Andavano, pulivano, movevano. Tutto pareva rifiorire e ringiovanire per i loro agili gesti. A me pareva d’aver due figlie; e l’amore che me le aveva date, aveva lasciato un fondo di delizia nell’intimo del cuore, ma non una traccia nella mente. Era un mistero assai lontano. Beato, io vedeva le mie due giovinette figlie lavorare per me; beato, io lavorava per loro. Che tempo buono quello, o Ida e Maria. Tu eri la maggiore, Ida, e avevi il mazzo delle chiavi: eri la massaia, eri la Reginella. Perché io, guardando te pensavo alla Reginella di Scheria, che chiedeva il carro e i muli al padre Re, per ire a fare il bucato sulla spiaggia del mare. Tu eri la Reginella, a cui erano in cura le tuniche dei fratellini; ma temevo sin d’allora, che qualche bello Straniero si presentasse e ti portasse con sé. Io sarei rimasto con una sola delle due figlie. Perdendo poi anche quell’una, mi pareva che sarei diventato un vecchio Re, senza più il lume delle sue due pupille, e che avrei amato, d’allora in poi, il bianco, visibile solo al pensiero, de’ sepolcri.

VIII

Ricordi, Ida, quella Pasqua? – Io osservava tutte le feste; il Natale con le notti di neve e le campane arrochite; la Befana, con le sue processioni bianche nelle tenebre: la Pasqua d’ovo, la Pasqua di rose. In quelle feste la mensa era coperta dalle tovaglie più fini ed era imbandita delle vivande di rito, le quali t’insegnava a fare... chi, se non la tua mamma? la tua mamma la quale di là veniva a vederci quei giorni? che godeva certo nel vedere il suo Giovanni tra le sue due piccole rinnovare i desinaretti festivi della Torre e di San Mauro? così soli, così lieti, così ciarlieri? In quei giorni tu avevi, Ida, più faccende del solito, e in quei giorni tu mi apparivi più Reginella che mai, e in quei giorni io pensavo con presentimenti più vivi al giovane Straniero. – Ricordi, Ida, quella Pasqua?

IX

Il sacro agnello gira al focolare

sparso di sale e rosmarin silvestre;

e pingue odora tra lo scoppiettare

delle ginestre.

 

La Reginella dalle bianche braccia

pensosa attende al piccolo festino

(brillano rosse, intorno la focaccia,

coppe di vino:

 

vino che il vetro spruzza ed impallina

scendendo rauco rivolo dall’alto,

purpureo della tua verde collina

figlio, Rivalto).

 

O Reginella, e questo è l’ultimo anno

che a noi l’ulivo la tua man dispensa:

quelle tue mani non imbandiranno

più la mia mensa;

 

più non udrò per casa ad ora ad ora

lo sgrigiolìo dell’agile pianella,

non il gorgheggio che sapea d’aurora,

o Reginella:

 

quando movendo già con pia fatica

nell’altra casa sentirai, mistero!

d’aver due cuori... e per la casa antica

non un pensiero.

X

Era un presentimento, ma di cosa lontana, così lontana da non dare se non un’eco di dolore. Oh! e quell’anno, quel giorno, quell’attimo è venuto... Tu devi partire. Il cavallo scalpita alla porta. La vaporiera geme in lontananza. Addio! Addio! Non ti trattengo più. Vai: è diritto, è dovere. Il mio còmpito per te è finito. Padre mio, in quel passaggio instantaneo dalla luce all’ombra tu pensasti alle due bimbe; madre mia, tu nel testamento, che dettasti a lungo con voce fioca di morte, raccomandasti a noi le due bimbe... Il vostro voto per una è adempiuto. Io le ho voluto bene; altri l’ama. O tu che l’ami, conducila tra Savignano e San Mauro, in quel camposanto, dove il padre e la madre con altri loro figli aspettano la buona novella. E tu che sei amata, parla, in quel camposanto, dell’altra, della minore, di quella che lasci singhiozzando, di quella che singhiozzando ti lascia partire, di Maria. Parla loro di lei. E all’ultimo di me domanda loro che, se ho adempiuto con affetto e costanza il loro voto e il mio dovere, mi benedicano e mi consolino.

Addio, Ida. Addio!

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Ultimo aggiornamento: 19 gennaio 2008