Giovanni Pascoli

Regole di metrica neoclassica

Edizione di riferimento

Giovanni Pascoli, Poesie e prose scelte, Progetto editoriale, introduzioni e commento di Cesare Garboli, 2 tomi, collaboratori Giuseppe Lonelli, Anthony Oldcorn, Filippomaria Pontani, I Meridiani, Arnoldo Mondadori editore, Milano 2002

PRELIMINARI

1. I VERSI NEOCLASSICI devono essere pronunziati con intensità d’accenti, scolpendo e prolungando le sillabe legittimamente accentate.

NOTA. Ciò si deve fare pure nella metrica usuale. Un verso nostrano non è verso, se a certe sillabe non si dà maggior virtù. In questa metrica neoclassica, si deve dare quella virtù a tutte le sillabe accentate.

2. IL RITMO DEI SINGOLI VERSI neoclassici deve essere, però, conosciuto dal lettore, per queste due principali ragioni: per distinguere tra due sillabe grammaticalmente accentate quella che deve avere anche l’accento ritmico, ossia l’arsi o percussione o ictus; per mettere, occorrendo, quest’arsi in sillaba che non abbia l’accento grammaticale forte o non l’abbia affatto. Vedi r. 4. [1]

3. UNA SILLABA ACCENTATA non può essere disaccentata dal ritmo.

NOTA. E nella metrica nostrana, sì, può. Si legga questo verso Manzoniano:

cheti e gravi oggi al tempio moviamo.

Primamente (vedi r. 2) bisogna conoscere il ritmo del verso per pronunziarlo a dovere. Si pronunzi: occorre disaccentare cheti e oggi. Siccome le parole senza accento si appoggiano alla parola accentata che segue o precede, formando come un tutt’uno con essa; così ecco saltar fuori la parola chetegràvoggial. Vedete: più legittimo sarebbe questo pasticcio che or vi ammannisco io. Figuratevi che il poeta dica a uno: “Io non voglio

che ti gravi di muovere al tempio”.

Metricamente, il verso va meglio così, perché che ti essendo parolette proclitiche, non hanno nemmeno nel discorso comune l’accento. Pure il ritmo, per quella nostra legge, toglie l’accento alla parola cheti, riducendola così (e non è bene) a che ti, ossia ad altro suono e altro senso.

Codesta licenza di disaccentare non si concede ai verseggiatori neoclassici. I lettori sono avvertiti.

4. UNA SILLABA ATONA può, in certe condizioni (vedi per ciò il capitoletto Posizione), essere pronunziata tonica; solo però dove e quando ciò è permesso nella metrica usuale.

NOTA. Si legga il verso:

con la test’álta e con rabbiosa fame.

Si leggerà generalmente:

cón la test’álta e con rabbiósa fáme.

Con questa pronunzia (non dico che sia l’unica possibile) l’atona proclitica con è pronunziata una volta con l’accento e una volta senza. Gli esempi si potrebbero moltiplicare. Ricordo tra tanti:

questi è divino spirito che né la,

e quest’altro

e men d’un mezzo di traverso non ci ha.

In quest’ultimo la proclitica ha disaccentata la parola a cui si doveva appoggiare: ha cambiate le parti con essa.

5. L’ARSI OSSIA L’ACCENTO DEL RITMO segno, per convenzione, con l’accento acuto. L’accento grave serve a indicare le sillabe che accentate o semiaccentate nella parola, non hanno però l’arsi nel verso; le sillabe, per dirlo tecnicamente, lunghe in tesi. Per in-tenderci, questi segni non uso a questo fine, se non ne’ versi italiani in corsivo. Per esempio, scrivo:

Ívano in órdini pári ed il ré càntávano in córo.

Si osservino gli accenti in re e cant.

NOTA CONCLUSIVA. La metrica neoclassica differisce dalla volgare in ciò che tien conto anche degli accenti secondari della parola, e non omette alcuno dei principali. Ella pretende che gl’Italiani leggendo queste parole (faccio un esempio un po’ strambo), dì, qua, là, notte, ossia qua c’è giorno, e là c’è notte, le pronunzino o le debbano pronunziare diversamente da quando valessero e sonassero, di qua la notte: ossia la notte è di qua. E così pretende che gl’Italiani diano o debbano dare maggior rilievo, per es., alla sillaba riin ridevo che in rifatto. Queste le pretese maggiori; usa ce ne sono altre.

 

SILLABE

6. LE SILLABE, rispetto a questa versificazione neolassica, sono lunghe, semilunghe, brevi, comuni ovvero ancipiti, che si possono, cioè, usare come lunghe come brevi.

NOTA. Non ha invero la lingua italiana sillabe lunghe e brevi, sì allungabili e no. Ma una sillaba allungabile si può con la convenevole recitazione (vedi r.

1) protrarre sino al doppio d’una breve. Quindi siamo nelle stesse condizioni dei Greci e dei Latini.

 

SILLABE LUNGHE

7. SONO LUNGHE LE SILLABE TONICHE d’ogni parola non proclitica o enclitica.

 Esempi (segno con l’arsi le sillabe lunghe): amóre, trépido, cantó.

8. LE SILLABE TONICHE della prima parte d’un composto, non ostante la nostra tendenza a poggiar più sull’accento della seconda parte e menomare l’intensità della prima. Esempi (metto in corsivo queste sillabe): occhiazzurra, belbello, quas.

NOTA. Vedi, per la scrittura, il capitoletto delle Distinzioni grafiche.

9. LE INIZIALI di parola quadrisillaba piana, o trisillaba tronca, o pentasillaba sdrucciola, in particolare quando siano metatoniche, specialmente se ancora complicate.

Metatoniche chiamo le sillabe avanti l’accentata, che, in altra forma più semplice della parola o nella parola da cui l’altra deriva, hanno l’accento. Così sono metatoniche (le metto in corsivo) le prime sillabe di queste parole: ridevo (rìdo), ridicolo (rìdo), risibile (rìso), bonissimo (buòno), bon (buòno) etc.

Complicate sono le sillabe che terminano in consonante. Libere, al contrario, sono quelle che si chiudono in vocale. Così complicate (le metto in corsivo) sono le prime sillabe di forza, forzato, morte, mortale; libere (item) quelle di libero, libertà etc.

Or dunque metatoniche complicate saranno le prime sillabe di forzato (fòrza), mortale (mòrte), bon (buòno).

Infine iniziali di parola quadrisillaba piana o trisillaba tronca o pentasillaba sdrucciola, metatoniche, sono le prime (al solito, in corsivo) di queste parole: ridanciano (rìdo), bonaccione (buòno), libertino (lìbero); riderà, libertà; liberissimo. E sono oltre che metatoniche, anche complicate, queste altre: armatura (àrma), sforzavamo (fòrza, sfòrzo) e simili; armerà, sforzerà e simili; forzatissimo e vai dicendo.

 

NOTA. Ciò che si dice delle iniziali di parole quadri-sillabe o equivalenti, deve intendersi anche di quartultime o equivalenti, di parole di più che quattro sillabe. Sia per es. lavoratore. La quartultima vo è lunga, perché metatonica da lavoro.

10. ANCHE LE SILLABE avanti l’accento, dei nomi proprii antichi, se sono lunghe. Esempi: Messapo, Enea, Peleiade. Ciò però non si vuol intendere a rigore.

 

SILLABE SEMILUNGHE.

11. LE SILLABE SEMILUNGHE sono quelle fornite d’accento secondario, che si può far sentire con meno o più sforzo, con più o meno forza. Le distinguo in semilunghe forti e semilunghe deboli.

12. SONO SEMILUNGIIE FORTI le sillabe metatoniche complicate. Esempi: piombare, metteva.

NOTA. S’intende che le metatoniche, complicate o no, che siano nelle condizioni della r. 9, sono lunghe a dirittura.

13. ANCHE LE INIZIALI terzultime complicate, per fognamento della protonica che seguiva. Esempio: cervello.

14. ANCHE LE METATONICHE libere in a, i, u. Esempi: marino, ridicolo, mutevole.

15. ANCHE LE LIBERE in e e o, quando conservino lo stesso suono della radicale. Esempi: venato (véna, con e stretto), rodendo (ródo, con o stretto).

16. ANCHE LE LIBERE in ie e uo, quando questo suono è pur nella metatonica. Esempi: pienezza, riedeva, vietava, vuotava.

17. SONO SEMILUNGHE DEBOLI le libere in e o o stretto, quando la radicale sia larga. Esempi: sonare, perire.

18. ANCHE LE PROTONICHE complicate. Esempi: sorriso, sorviene.

19. ANCHE LE PRIME di proclitiche disillabiche. Esempi: sopra, della.

20. ANCHE LE ULTIME di parola bisdrucciola. Esempi: precipitano, rendimelo.

NOTA. Noi invero sentiamo un secondo accento ben distinto in quest’ultime sillabe.

 

SILLABE BREVI

21. SONO BREVI le sillabe che non sono né lunghe né semilunghe. Perciò

22. LE POSTONICHE. Esempi: á-mano, á-ma.

23. LE SILLABE avanti l’accento che non siano o prime di composti o metatoniche o altrimenti lunghe o semilunghe (le scrivo in corsivo). Esempi: lavoratore, mietitore.

24. LE PAROLE ENCLITICHE d’una sillaba o di due. Esempi: mi, ti, ci etc., me lo, te lo.

25. LE PAROLE PROCLITICHE d’una sillaba. Ciò sono: gli articoli (il, la, i, un etc.), le preposizioni (di, a, da, con, su, tra), pronomi e avverbi come mi, ti, vi, ne, lo, si etc., certe congiunzioni (e, o, che) non intensive.

SILLABE COMUNI O ANCIPITI

26. SONO COMUNI o ancipiti le sillabe che noi possiamo accentare fortemente, o pronunziare proclitiche, secondo il loro diverso significato o secondo il contesto.

NOTA. Così un noi pronunziamo accentato o senza accento, secondo che è numero o articolo, su, secondo che è avverbio o preposizione. E anche pronunziamo io forte o debole secondo il valore che questa parola ha nel nostro discorso, secondo che è semplice e superflua accompagnatura del verbo, o è in opposizione ad altra persona etc.

27. SECONDO IL VALORE, sono comuni un, su, tra (tra per una cosa e per l’altra) etc.

28. SECONDO IL CONTESTO, i pronomi personali io, tu, voi, noi; gli aggettivi possessivi mio, tuo, suo, miei, tuoi, suoi etc.; le congiunzioni ma, se, di cui vogliamo accentuare o no la forza avversativa o condizionale; certe forme del verbo essere, secondo ch’elle siano puro nesso o valgano a esprimere l’esistenza etc.

NOTA. Vedi il capitolo delle Distinzioni grafiche.

 

USO METRICO DELLE SILLABE

29. LE SILLABE LUNGHE non possono mai essere usate come brevi.

NOTA. Questa regola equivale alla r. 3.

30. LE SILLABE SEMILUNGHE sono usate regolarmente come lunghe in tesi.

31. DELLE SILLABE SEMILUNGHE devono essere usale preferibilmente come lunghe quelle forti.

32. LE SEMILUNGFIE DEBOLI devono essere preferibilmente usate come brevi.

33. LE SEMILUNGHE FORTI di cui le rr. 14 e 15 possono essere usate o come brevi o come lunghe. Così quelle della r. 18.

34. LE SEMILUNGFIE DEBOLI di cui la r. 20 devono essere usate come lunghe nel ritmo dattilico (vedi Esametro e Pentametro) e brevi nel ritmo peonico.

35. LE SEMILUNGHE di cui la r. 19 possono essere usate come brevi solo dopo sillabe lunghe di lor natura e non di posizione soltanto. Ad esempio, di sopra sarà sempre un anfibrachi (breve, lunga e breve); dì sopra può essere anche un dattilo, oltre che un antibacchío (due lunghe e una breve).

36. I DITTONGHI propri o impropri valgono a mezzo del verso come una sillaba sola.

POSIZIONE

37. UNA SILLABA BREVE può essere allungata, per la sua posizione nel verso, a queste condizioni:

a) che formi una parola proclitica;

b) che non sia seguita da sillaba lunga di natura sua, o di lunghezza, a ogni modo, maggiore che essa sillaba breve.

38. UNA SILLABA SEMILUNGA può essere usata come lunga in arsi: piómbàr.

39. UNA SILLABA ANCIPITE è usata convenevolmente per breve specialmente avanti vocale.

40. UNA SILLABA BREVE può essere allungata (in tesi) avanti un gruppo di consonanti difficili a pronunziare.

DISTINZIONI GRAFICHE

41. DISTINGUO certe proclitiche quando le uso brevi, da quando le uso lunghe, con l’apostrofo e lo scempiamento. Così de’ è una breve, usata per breve, dei è una breve usata per lunga; de la, de’ li due brevi; della, degli, lunga e breve.

42. DISTINGUO certi composti, secondo che li uso con l’arsi sulla prima o sulla seconda, con scriverli separati nel primo caso e uniti nel secondo: qua giù, là su hanno l’arsi sulla prima, quaggiù, lassù sulla seconda; man mano, pian piano, arsi sulle prime, manmano, pianpiano sulla seconda.

NOTA. Più altre distinzioni si potrebbero fare, accentando per esempio il monosillabo su quand’è avverbio etc. Ma giova non moltiplicare questi vezzi che sarebbero ostici ai più. E ce n’è di vecchi, che pur non uso. Però s’intende che quando uso mio, tuo, tuoi, miei, io, voi, noi e simili, come brevi (r. 28), io ho in mente la pronunzia popolare mi’, to’, me’, i’, vo’, no’. Non quand’è proclitica si pronunzia nun, un, n.

 

PIEDI

43. I PIEDI del genere pari sono:

a) il dattilo (una lunga e due brevi): cú/mine, cántano.

b) lo spondeo equivalente al dattilo, o discendente (una lunga con l’arsi e un’altra in tesi): quá giù.

e) l’anapesto (due brevi e una lunga): rimorí.

d) lo spondeo equivalente all’anapesto, ascendente (una lunga in tesi e un’altra in arsi): quàggiú.

44. I PIEDI del genere doppio sono:

a) il trocheo (lunga e breve): cánta, ríde, péro.

b) il giambo (breve e lunga): peró, levó.

c) ionico a maiore (due lunghe e due brevi): ármássero.

d) ionico a minore (due brevi e due lnghe): de’ le gráme è.

e) coriambo (una lunga, due brevi e una lunga) strépiterá.

45. I PIEDI del genere sescuplo, o penico, sono:

a) il peone primo (una lunga, tre brevi): dóndolano.

b) il peone quarto (tre brevi e una lunga): glie ne sará.

c) il cretico (una lunga, una breve e una lunga): cánterá

d) il bacchìo (una breve e due lunghe): divérrá.

e) l’antibacchìo (due lunghe e una breve): vérránno.

46. I GIAMBI E TROCHEI si misurano a dipodie. La dipodia trocaica ha più forte la seconda arsi, la giambica la prima. In quella il secondo piede può essere uno spondeo discendente, in questa il primo può essere uno spondeo ascendente.

Dipodia trocaica: sópravérrà.

Dipodia giambica: àrmásserò.

 

NOTA. Per quella ultima semilunga, vedere n. 61 a.

47. PER I DATTILI ciclici equivalenti a trochei e per la τονή non ho che a ricordare che ciò che poteva il musico fare delle sillabe antiche, potrà fare delle nostre.

SCHEMI METRICI DI PAROLE

48. DO DI SEGUITO alcune parole italiane dalle più brevi alle più lunghe, aggiungendo la denominazione metrica:

la: sillaba breve

là: sillaba lunga.

glie lo: (due sillabe brevi) pirrichio.

così: (breve e lunga) giambo.

canto: (lunga e breve) trocheo.

cantò: (semilunga e lunga) spondeo ascendente.

qua giù: (lunga e semilunga) spondeo discendente.

ridere: (lunga e due brevi) dattilo.

vanità: (lunga, breve e lunga) cretico (abusivamente anapesto).

sorverrà: (tre lunghe) molosso (abusivamente bacchìo, eretico, anapesto).

timone: (lunga tra due brevi) anfibrachi.

cantando: (semilunga, lunga e breve) antibacchìo (abusivamente anfibrachi).

cantastorie: (lunga breve, lunga breve) ditrocheo, che, pronunziando l’ultima sillaba sciolta, può essere un trocheo e dattilo (musicos).

canterino: (come sopra) ditrocheo.

cantavamo: (lunga, semilunga, lunga e breve) epitrito quarto (abusivamente, nel genere doppio, dipodia trocaica).

oblioso: (lunga, semilunga, lunga e breve) epitrito quarto.

strepiterà: (lunga, due brevi, lunga) coriambo.

ebrietà: (come sopra) coriambo.

sensibilità: due lunghe o semilunghe, due brevi e una lunga; ossia spondeo e anapesto: amebeo.

 

NOTA. A proposito di quest’ultima parola e d’altre di più che quattro sillabe, che formano schemi con inutili e strane denominazioni (vedi anche quella di cantastorie), osservo che tanto si dà la pronunzia sénsibilità, quanto sensibilità. Quale la più corretta? Non saprei decidere: mi pare, la seconda. Ma mi pare che nell’apprezzamento di tali accenti, sia equo e giusto lasciar libertà all’orecchio del verseggiatore. Ché, a ogni modo, né l’uno né l’altro di quei due accenti (su sen- e -si) si perde.

 

VERSI

Esametro dattilico

49. L’ESAMETRO è composto di cinque dattili o spondei, e un trocheo (o spondeo).

L’Opera férve, ed il miéle hà un gràn fràgr ire di tino.

NOTA. Lo spondeo in fine è raro necessariamente il) italiano, pur non negato.

50. IL PENULTIMO PIEDE può essere spondeo, e l’esametro allora si dice spondaico. Esempio:

Stridula a’ piédi di léi l’òndàta le pàtùllàva.

51. L’ESAMETRO deve avere cesura. Può averla

a) dopo la terza arsi:

L’Opera férve, ed il miél’ | hà un gran fràgráre di tímo.

b) dopo la settima [ma quarta] arsi, nel qual caso è bene che ci sia anche dopo la terza [ma seconda]:

Tútti d’un cólp’ | e con fórte tenágli’ | afférrano il férro.

c) dopo il terzo trocheo, e questa, nella nostra lingua baritonica, è necessariamente la più comune:

Túffano il brónzo: rimbómba | d’un suón d’àncúdine l’Étna.

d) può avere una dieresi (che si dice bucolica) dopo il quarto piede che deve essere dattilo:

Víve, la rána, da ré, quèi gióvani! ‖ Cerca dimólto,

léi, chi mésca da bere! Ce n’ha che le ‖ giúnge a’ la góla!

52. I DATTILI conferiscono rapidità al verso. Esempio:

Écco con quádruplo tónfo gli zóccoli péstano il cámpo.

53. GLI SPONDEI gli conferiscono gravità. Esempio:

Lévano cón gràn forza èssi alto alto le braccia.

54. DA UNA VARIATA CONTEMPERANZA di dattili e spondei viene la bellezza di questo verso. Qui sottopongo alcuni schemi. Indico i dattili con d, gli spondei con s (l’ultimo s è trocheo).

sdddds

Vánno àrmáti; ma lévano un úlulo e fátta la schiéra.

ssdsds

Chiése àllór pesánte di gémme ùn cálice e d’óro.

sssdds

Suóle ùn grán cèspúglio àlzár d’una rádica sóla.

ssssds

Sé, ùrlándo, eùoé, eùoé, tòrcéndo le téste.

dsssds

Lévano cón gràn fórza, èssi álto àlto le bráccia.

dssdds

Guárdano al témpo òr l’úne òr l’áltre, se vénga una scóssa.

dsddds

Líquide párèggiándo con néttare púro le célle.

dsdsds

Trássero a sórte àlcúne di cústòdire le pórte.

dddsd

Túffano il brónzo, rimbómba d’un suón d’àncúdine l’Étna.

ddssds

L’ópera férve ed il miéle hà un grán fràgráre di tímo.

ddsdds

Végliano a’ l’ópra del cíbo àlcúne, e secóndo la légge.

 

Pentametro

55. IL PENTAMETRO è composto di sei piedi anch’esso: il terzo e il sesto sono però catalettici in syllabam, ridotti cioè a una sola sillaba, lunga, con arsi. Tra il terzo e il quarto piede deve esserci dieresi. I primi due piedi possono essere dattili o spondei; il quarto e il quinto devono essere dattili.

56. IL TERZO PIEDE può essere ottenuto con sinalefe o elisione.

57. IL TERZO PIEDE può essere ottenuto con dittonghi in ío, íe, úo, úe etc., aio, oio.

58. GLI OSSITONI in fondo suonano male in italiano senza omeoteleuto, o tra pentametro e pentametro, o tra i due emistichi del pentametro.

59. Eccone tutti gli schemi possibili (c significa sillaba catalettica).

ddcddc

Bérne volére di mén’ ‖ áhi! ed amáre di piú.

dscddc

Mísero fràtél mio ‖ préso nè résomi piú.

sdcddc

Sól’ òh s’ámano i suói ‖ géneri e figli cosí.

sscddc

Ío nòl so: bèn só ‖ tútta la péna che n’ho.

 

Trimetro giambico

60. IL TRIMETRO GIAMBICO (o senario) è composto di tre dipodie giambiche.

61. LE CESURE principali sono:

a) dopo la terza tesi.

Padróne ben che | schiávo non è mén però,

uno, uómo poi chè | úno pur degli uómini.

 

NOTA. Perché la dipodia è mén però equivalga all’altra degli uomini, bisogna che le due atone di uomini siano pronunziate con un certo stacco, aiutato dalla cadenza continuata delle altre dipodie. Si udrà allora sull’ultima quel mezz’accento che è in dondolano e simili (r. 20).

 

b) dopo la quarta tesi, nel qual caso si deve far dieresi dopo la prima dipodia.

Dall’álbero ‖ cadúto | tutti tágliano.

62. IL TRIMETRO CATALETTICO ha l’ultima dipodia accorciata d’una sillaba ed ha (in Orazio) la cesura pentemimerica costante.

Nè il práto albeggia | pér la nevicáta.

 

Coliambo o trimetro giambico zoppo

63. IL COLIAMBO è composto di tre dipodie, giambiche le due prime, l’ultima costituita da un epitrito primo o da un antispasto (giambo e trocheo).

64. LE CESURE sono le medesime che nel trimetro comune.

a) Esempio:

Non séguitar chi | fúgge, non rovínárti.

b) Esempio:

Oh! povero ‖ Catúllo, è | ora, fa senno.

 

Dimetro giambico

65. IL DIMETRO GIAMBICO acataletto è composto di due dipodie giambiche. Esempio:

L’antico fratricídio.

66. IL DIMETRO GIAMBICO catalettico ha l’ultima accorciata d’una sillaba.

Mi dícono le dónne.

67. IL TETRAMETRO GIAMBICO catalettico (settenario comico quadrato) è composto d’un dimetro intero di un altro catalettico.

68. Ha generalmente

a) una dieresi dopo il primo dimetro:

Avéss’ío una vérgine, ‖ bellína e tenerína!

b) può avere invece la cesura a metà del quinto p1tde.

E ío godevo a quél tacere | ció mi dava gústo.

 

Settenario trocaico

69. IL SETTENARIO TROCAICO (tetrametro catalettico) è composto di quattro dipodie trocaiche, alla cui ultima è tolto un mezzo piede. Termina perciò in arsi ed è perciò di quelli che in italiano sono difficili e non ben sonanti, se non si aiutano con omeoteleuti. Tra le prime due e l’ultime dipodie deve esserci dieresi.

Esempi:

Ti sarà, questo, argoménto ‖ ne’ tuoi cási sempre ché

tu non cónti sugli amíci ‖ quando puói far da per té.

NOTA. La dipodia Tí sará quèsto, e l’altra quándo puói fàr, hanno lo spondeo nella seconda sede.

 

Versi catulliani e oraziani[2]

70. L’ADONIO è composto di un dattilo e un trocheo.

Orazio (e anche Catullo: l’eccezione tactus aratro est è apparente) non usano in questo versicolo la sinalefe. Questa legge accogliamo in questo senso, che la sinalefe deve essere facile e piana.

Esempio:

Míra ed ascólta.

71. L’ALCAICO DECASILLABO è un doppio adonio; ha cioè due tattili e due trochei. È prediletta la cesura dopo la seconda arsi o la terza o tutte due: rara la cesura trocaica al secondo dattilo, che invece è frequente, per necessità, nella baritonica lingua nostra.

Esempi:

Tácito fiúme | del Líri róde.

Vécchio ma sán’ | e poéta sémpre.

72. FERECRATEO PRIMO acataletto, o Aristofanio. Ha un dattilo e una dipodia trocaica. Esempio:

Lídïa, dí, per tútti.

73. FERECRATEO SECONDO acataletto. Ha, in Orazio, uno spondeo, un dattilo e uno spondeo. In Catullo nella prima sede più comunemente il trocheo, una volta il giambo. Esempi:

Ágitárono il róvo.

Le súe píccole lábbra.

74. GLICONEO. Un trocheo (in Orazio sempre spondeo), un dattilo, e una dipodia trocaica catalettica. Esempi:

Pói ch’all’uómo se’ buóna giá.

Ché dal grémbo di mámma súa.

75. PENTAPODIE: FALECEO o endecasillabo. Un trocheo o giambo o spondeo, un dattilo e tre trochei. Esempi:

Quánte stélle, ne’ l’ómbra tácaitúrna,

védon uómini a cáccia dell’amóre.

76. PENTAPODIE: SAFFICO o endecasillabo saffico. Due dipodie trocaiche con in mezzo un dattilo. La dipodia, che in Orazio è sempre di trocheo e spondeo e in Catullo è anche di due trochei, è di due trochei, per lo più, nella nostra lingua. Le cesure principali sono: a) dopo la terza arsi, b) dopo la seconda e la quarta arsi, c) dopo il terzo trocheo. Esempi:

a) Tútto il bránco è lá | ne’ la piána e rúzza.

b) Chà compágn’ | a Vénere a l’ár’ | antíca.

c) Ogni sélva spárge | per té le fóglie.

77. PENTAPODIE: ALCAICO ENDECASILLABO. Un’anacrusi breve o lunga, una dipodia trocaica, un dattilo, una dipodia trocaica catalettica. Lo stesso verso del precedente, salvo che ha una sillaba di più a principio e una di meno in fine, e ha quasi sempre in Orazio (salvo due volte) la dieresi tra la dipodia e il dattilo.

Esempi:

Più vólte incólum’ ‖ á rivedér il már.

Il póco béne ‖ mío co’ le fórze míe.

78. ENNEASILLABO ALCAICO. Due dipodie trocaiche precedute da anacrusi.

Esempi:

La tázza e préga? nón le méssi.

I cámpi cúi con plácid’ácqua.

79. ASCLEPIADEO MINORE. Uno spondeo (o trocheo), un coriambo, un dattilo e una dipodia trocaica catalettica. Dopo il coriambo, dieresi.

Esempi:

Púr non sóno una tígr’ ‖ ío violénta, nón

ún leone che té ‖ ségua per frángerti!

80. ASCLEPIADEO MAGGIORE O CORIAMBICO. Un verso come il precedente, con di più un altro coriambo dopo il coriambo, con la dieresi (in Orazio) anche dopo quello.

Nón cercáre cosí ‖ ché non si puó ‖ quále a me, quále a te.

81. PRIAPEO. Un gliconeo e un ferecrateo, separati da dieresi.

Ésso pói cos’è lúi, se é, ‖ e sé non é, l’ignóra.

82. GALLIAMBO. Quattro ionici a minore, dei quali ultimo è catalettico, cioè ridotto d’una sillaba. Ma alle due brevi può essere sostituita la lunga, alla lunga possono essere sostituite due brevi. Inoltre per l'anaclasi metà della seconda lunga può farsi appartenere al primo piede, metà al secondo. Senza soluzioni e contrazioni e scambi, eccone lo schema:

E mi duól ció che mi féci, áh ‖ e mi sa mále di già.

Con l’anaclasi prende andatura più trocaica.

83. TETRAMETRO DATTILICO. Tre dattili o spondei e un trocheo o spondeo.

Esempio:

Óh! vòi, pródi ed espérti de ’l péggio.

84. TRIMETRO DATTILICO catalettico in syllabam. Due dattili e una sillaba in arsi.

 Esempio:

Tórnano a ’li álberi giá.

85. GIAMBELEGO. Un dimetro giambico seguito da un trimetro dattilico come il precedente: dieresi tra i due versicoli.

Esempio:

E néve cade il ciélo giù ‖ múggono e síbilanó.

86. ELEGIAMBO. Un trimetro dattilico seguito da un dimetro giambico. Dieresi.

Esempio:

Tú mi dicévi, Ritórna ‖ a cása: un paso avánti ed un

87. ARCHILOCHEO asinarteto. Un tetrametro dattilico acataletto (tre dattili o spondei e un dattilo), e tre trochei (itifallico). Dieresi.

Esempio:

Sciógliesi il gélo del vérno ne’ l’álito ‖ délla primavéra.

88. SAFFICO MAGGIORE. Una dipodia trocaica, un coriambo, un dattilo, una dipodia trocaica. Cesura semiquinaria e dieresi dopo il coriambo.

Esempio:

Sángue víperín | e non há ‖ lívide piú le bráccia.

89. IONICO a minore, decametro, con la dieresi dopo ogni due piedi.

Come tríste è non amáre, ‖ non potér dimenticáre ‖

 

Come si vede, in italiano, questi ionici riescono a trocaici.

NOTA. Quanto ai metri, si vedano nelle note ai Saggi.

 

Note

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[1] La sigla r seguita dal numero, rimanda alla regola; la sigla n, alla nota cirrispondente.

[2] Non voglio, in questo libretto, conseguire che un fine pratico, quello di fornire lo strumento per tradurre i poeti che sono più usati nelle scuole nostre. Quindi tralascio per ora la metrica corale e molte altre cose.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 19 gennaio 2008