Giovanni Pascoli

Narrazione fosca

Edizione di riferimento

Giovanni Pascoli, Poesie e prose scelte, progetto editoriale, introduzione e commento di Cesare Garboli, 2 tt., con la collaborazione di Giuseppe Leonelli, Anthony Oldcorn, Filippomaria Pontani, Arnoldo Mondadori, I Meridiani, Milano 2002

Nota introduttiva di Cesare Garboli

Edita nel 1974 dal Nava (II, pp. 256-62); autografo a Castelvecchio, LXX1V 4, nel noto e importante quaderno, più volte incontrato, dal titolo “Adversaria”. È una patetica rievocazione, in forma di abbozzo poeticamente affabulato, delle proprie sciagure famigliari; ideata e concepita nel 1892 come prefazione a una terza e futura edizione di Myricae (che per il Pascoli, come dice il titoletto autografo della prosa, sarebbe stata la seconda, non costituendo il volumetto del '91 un'edizione venale). Il 24 gennaio 1892, negli stessi giorni in cui usciva la seconda edizione di Myricae (cioè la prima venale), il Pascoli informava il Ferrari circa il proposito, mezzo narrativo e mezzo in versi, di erigere una sorta di marmo funerario in ricordo dei propri cari, proposito che anticipa di una decina d'anni il grandioso sepolcreto poi messo in coda ai Canti di Castelvecchio:

"Quest'anno per Agosto stamperò una specie di narrazione fosca dei guai della mia famiglia. Io non voglio morire senza aver fatto un monumento al mio babbo e alla mia mamma. Giacomo ebbe contristata l'agonia dal pensiero che lasciava, per forza, invendicato il babbo: io ne voglio fare la vendetta che posso, o almeno protestare di non poterla fare. Sarà come la prefazione a una sola lugubre poesia: quella donde sono tratte le tre strofe stampate nelle Myricae nella prefazione”

(Lungo la vita, p. 323).

Secondo Maria, la “specie di narrazione fosca” era già in gran parte fatta: “È quella che col titolo Il giorno dei morti precede dalla terza edizione in poi le Myricae” (Lungo la vita, p. 323); mentre è chiaro che la “narrazione fosca” progettata dal Pascoli è una vera e propria narrazione in prosa, e non la nota “visione” di MY 18943, Il giorno dei morti, di cui tre strofe erano già apparse (ricorda il Pascoli al Ferrari) nella prefazione di MY 18922. “Il progetto non ebbe seguito e la ‘narrazione fosca’ rimase inedita nel quaderno, mentre Il giorno dei morti fu pubblicato per intero nell'edizione del 1894” (Nava I, p. ccx). Lo stesso Nava fa ottimamente riferimento agli appunti autografi “Storia di una famiglia”, sempre nel quaderno “Adversaria"; e sottolinea un particolare biografico: “Nella seconda metà del 1892 fu ospite del Pascoli e delle sorelle a Livorno la zia materna Rita Allocatelli in David, che aveva tenuto presso di sé a Sogliano Ida e Maria nella loro prima giovinezza e che ebbe occasione di rinnovare e arricchire le memorie dei tristi anni della morte dei genitori del poeta” (I, pp. cex-ccxi). Ecco il racconto di Maria: “Nei cinque o sei mesi che la zia rimase con noi, quanti e quanti ricordi suscitò e chiarì nella nostra mente della nostra famiglia e della nostra infanzia! Riudimmo dalle sue labbra la scena de La cavalla storna, dell'Un ricordo, del Nido di farlotti. Ci ripeté le parole angosciose della sua Caterina morente, per le due bimbe che non avevano ancora i vestitini d'inverno, mentre già turbinava la neve. Che fecondo tesoro di poesia metteva in serbo Giovannino!” (Lungo la vita, p. 345). Al “fecondo tesoro di poesia”, per usare la sconcertante espressione di Maria, così totalitariamente e cinicamente letteraria, vanno ad aggiungersi nella [Narrazione fosca] anche il presagio del Ritratto (CC), per i frequenti richiami al fratello Giacomo, e di Tra San Mauro e Savignano (CC: “quando verrà nel cimitero... quello!...”); mentre tutta la narrazione si comporta come una sorta di breviario o meglio di serbatoio dei più intimi miti pascoliani, così che sembra di cogliere i frutti di Myricae dai rami che si tendono verso i Canti di Castelvecchio: oltre ai testi già citati, il lettore non faticherà a identificare nella prosa i nuclei generatori di due testi myricei del 18943, Estate (= Patria nelle edizioni successive): “ho veduto i grandi cantieri gialleggianti delle stoppie, e le grandi viti tra gli olmi coi pampani già un poco accartocciati e striduli. Il cielo azzurro con qualche spennellata di nuvole bianche e trasparenti. Una grande calma dappertutto, e il grosso palpito, e la romba cupa in qualche parte di quella grande campagna, d'una trebbiatrice”, e Il lampo: “I pensieri che tu, o padre mio benedetto, facesti in quel momento [...] come un lampo in una notte buia buia”. Ma la prosa chiama in causa anche [...] alcune delle immaginazioni più care al Pascoli e ritornanti come la “sponda del Reno” (La voce) e la strada che qui sale “bianca” di polvere su per il monte, non troppo diversa dalla strada delle Rane, di Commiato, della Cavalla storna, comune strada campagnola e romagnola dell'Italia fra l'Otto e il Novecento, che è anche una delle “bianche” strade medievali della Lombardia di Re Enzio.

Ripropongo il testo edito dal Nava. [...]

2a Ed. delle Myricae

 

 

Fu una giornata come questa: il giorno di San Lorenzo. Solo sono passati 25 anni: un quarto di secolo! pensiamo ad altro: non c'è altro da pensare? Non altro. Difatti, appena levatomi e fattomi alla finestra, ho sentito gli alberi stormire; gli alberi del parco, qui a Livorno; li ho sentiti qui, ma li ho veduti là, alla Torre lungo il Rio Salto. E ho veduto i grandi cantieri gialleggianti delle stoppie, e le grandi viti tra gli olmi coi pampani già un poco accartocciati e striduli. Il cielo azzurro con qualche spennellata di nuvole bianche e trasparenti. Una grande calma dappertutto, e il grosso palpito, e la romba cupa in qualche parte di quella grande campagna, d'una trebbiatrice e etc. etc. Era l'ora in cui il mio padre montava nel carrettino: la mamma chiedeva le ultime istruzioni per la sera, chè s'aspettava un ospite, un pezzo grosso, da Roma, un messo del principe. “Vuoi me per compagnia?” domandava uno de' guardiani, un bel giovane dalla barba fulva. La mamma (a che pensavi, o mamma?) l'avrebbe desiderato: tante storie si sentivano d'assassini per le strade maestre! Il babbo crollò il capo: “Devo ricondurre il Signor X. Saresti di troppo”. Margherita, la pia e candida sorella, la più grande della nidiata: Torni presto, papà! La mamma: abbiti riguardo, Ruggiero. Va bene: tutto è pronto: la cavallina storna scalpita, sbuffa.

Da una parte al sole fiammeggia l'oro della capellatura della piccola Ida, doppiamente cara, perché nata prematuramente. E il babbo accarezza le lunghe anella della sua bambina. Sale. Gira gli occhi: gli manca qualche cosa. Ah! sì: la Mariuccina, l'ultima, che sa appena dire pa-pa, e va come un'anatrina, a onde, colle braccia aperte. Eccola: alto su, niente paura. Un bacio in fronte; e la mamma la raccoglie in seno. Addio. E la carrozza strepita nel selciato del cortile. Addio, babbo; addio Ruggiero. (Il babbo, Ruggiero non tornò più!).

O Mariuccina, tu l'hai sempre quel bacio: io lo vedo nella tua fronte bianchissima. E quello che dà tant'aria di mestizia anche al tuo sorriso. Quando la tua fronte si ombra io lo vedo quel povero ultimo bacio contrarsi come in una stretta di dolore, infinito, straziante. È un dolore ben antico, e che non passerà mai, lo vedo bene: o puro bacio. In te baciò tutta la famiglia, e io lo serbo gelosamente, sempre vicino a me, come un tesoro molto prezioso, quel povero ultimo bacio doloroso, che si disvincola in quella cara fronte, e quell'ultima carezza sui tuoi capelli.

Queste cose non le vidi io; pur le rivedo. Io ero in collegio allora, a Urbino.

In quei giorni noi eravamo tra il timore e la gioia. Finiti gli esami, già in vacanza, aspettavamo di giorno in giorno il babbo, che doveva ricondurre a casa, per l'autunno, certo il più grande di noi, e forse anche noi... Quel forse spariva appena ci mettevamo nel pensare a ciò che ci aspettava: la casa nostra, i bagni a Bellaria, dove il mare conserva nelle sue lontananze voci che io non odo in alcun altro mare: voci lunghe, fioche, note — i prati delle rane, dove biancheggiava la tela che la mamma faceva imbiancare alla guazza, le case di contadini, colla loro siepe di tamerici e col grave odor di stalla, dalle aie tutte pigolanti; quelle campagne, dove si sentono cantar le galline con un'allegria che da lontano dà subito l'idea del focolare e della felicità... Quando si pensava a tutto questo, noi eravamo certi di tornare; e dicevamo: domani diremo che domani diremo che... e dopo molti domani diremo, veniva – domani viene il babbo. E così accorciavamo la distanza. E ogni giorno dai finestroni della camerata di San Luigi guardavamo giù nella strada di Pesaro che saliva e si svincolava bianca su per il monte; guardavamo, aspettandoci a ogni momento di vedere una carrozza e in quella carrozza... Avevamo occhi di falchetti, allora. Noi guardavamo quella via bianca: il nostro fratello maggiore, Giacomo, quello che era certo della sua felicità, disegnava da una fotografia il ritratto del babbo, dono e sorpresa destinata.

 

È l'ora del ritorno: la cavalla storna trotta con molto brio sulla strada polverosa. Il babbo è solo. Il signore di Roma non è venuto. La strada non è deserta, è il giorno della fiera a Gambettola. Molte carrozze molti pedoni. Il babbo risparmia le forze della cavalla, un po' capricciosa, che non va che colla sua mano. Non è lontano Savignano: è di poco passato Gualdo. A Savignano ci sarà qualche amico da salutare, qualche persona a cui parlare, qualche affare da sbrigare in un momento: poi una trottata sino a San Mauro e alla Torre. In San Mauro o alla Torre, è certa una sorpresa – aspettata – Vi sarà una bella comitiva di donne e bimbi, venuta bel bello al frescheggiare di quella bella serata d'Agosto. Il babbo prenderà su le bimbe, empirà la carrozza d'una nidiata ridente e rosea, la quale tremerà, aprendo molto gli occhi, quando il babbo frusterà la cavalla per farla vedere correre – poi si fermerà ad aspettare la mamma, e la zia e il nostro giovane cugino. Siamo finalmente a casa, Michele stacca la cavalla. Trattala bene, vogliale bene: è una buona bestia, Michele. Oh! a tavola: che cena gioconda: Margherita canterà con la sua fresca voce argentina un'aria dell'Ernani. E a Urbino? Questo Benedetto X venisse una volta sì che io potessi andare a vedere i miei bimbi lassù: Giacometto lo riporto certo. Gli altri?

La mamma li vuole, lo vedo; ma mi voglio far pregare un pochino perché poi la sua contentezza sia più grande. Povera mamma!

Che è succeduto ora? Nulla: un colpo, che ha sull'istante spezzato quella fronte, quei pensieri, quella vita, quella felicità. Una condanna a morte, data non so da chi, eseguita non so da chi —

In quel momento Giacomo (è vero: si raffrontarono poi le ore) si levava, con grande pianto, dal suo lavoro, e non lo riprendeva più. Non c'era più sorpresa a fare.

O padre mio, perché fosti così buono? perché non facesti se non il bene? perché vivesti così tranquillo, che la Giustizia non poté trovare un offeso, anche leggermente, di cui mettersi in traccia?

O tu che sai, non t'arrischiare per quella via. Egli è là sempre fermo. — Tu vai, trottando: a un tratto, vedi in mezzo alla via una carrozza ferma.

 

Levò la mano alla fronte e la mano restò insanguinata e così l'anello, suo come insegna di padre.

Quell'anello è nell'Adriatico: lo perdè il nostro piccolo secondo padre, un giorno che si bagnava. Quanto fu fatto per ricuperarlo: invano. Il piccolo anello se l'è preso il mare e non sarà più d'alcuno. Eppure quando io poi guardavo quell'azzurro e diletto Adriatico, pensavo che in un fondo d'esso fiammeggiava quell'anello insanguinato! E quando mugliava la tempesta, io pensavo al povero anellino del mio padre e del mio secondo piccolo padre, che aveva lasciato in esso il suo cuore. E morì poi anch'esso e anche il suo bimbo, un altro piccolo Ruggiero, un amore, un ingegno, un cuore — morto anche lui, lontano da tutti. Oh! non c'è più l'anello; non ci ha più a essere chi lo dovrebbe portare.

 

I pensieri che tu, o padre mio benedetto, facesti in quel momento, in quel batter d'ala — Il momento fu rapido... ma [i pensier]i non furono brevi e pochi. Quale intensità di passione! Come un lampo in una notte buia buia: dura un attimo e ti rivela tutto un cielo pezzato, lastricato, squarciato, affannato, tragico; una terra irta piena d'alberi neri che si inchinano e si svincolano, e case e croci — Oh! qualche volta io ripenso quel tuo pensiero e mi fremono nella gola le parole che tu non potesti dire — E non le posso dir io: ma mi stringono la gola e il cuore mortalmente.

 

Mi spezzo il cuore. Voglio vedere e sentire i due (perché pare che fossero due — uno con la barba e grande, l'altro più piccolo e senza barba: così almeno disse [. . . . . . . . .]). Come stanno? Dietro la siepe aspettano. Da quando? Certo da qualche tempo: non ci poteva essere ora fissa. Aspettano ben nascosti, forse un poco tremanti. E nel tempo che aspettano, non possono pensare? Oh! fossi padrone del tempo e della volontà umana. Ma pensate, dunque, sciagurati. Pensate: non vi ha fatto nulla, nulla, nulla. Lo conoscete forse solo di vista. E voi lo volete uccidere. Avete una madre e un padre? Avete figli? Ma pensate quel che direbbero e farebbero i vostri figli e la vostra vedova... Sono otto i suoi! Una ha poco più d'un anno. Non hanno che questo loro babbo, otto ragazzini – Ma pensateci dunque! perché lo volete uccidere? Pensate a lui: va a casa fidente, pieno d'amore, avrà qualche regaluccio per i suoi bambini, per la sua santa moglie – voi lo fate rimanere a mezzo la strada. Vedeste una rondine col verme nel becco nell'atto di darlo a' suoi rondinini, non la uccidereste, non è vero? Non siete mica di cuor duro. L'aspettano a cena: non cenerà più. Eccolo. Vedete: in questo momento [il] pensier corre alla sua bambina piccina: non la bacerà più! pensa alle sue carezze, non le avrà più. No: eccolo: voi prendete il vostro infame strumento di mano; lo alzate con precauzione; lo ponete alla spalla; senza affrettarvi, lentissimamente, per mirar bene; mirate alla tempia, un piccolo punto in quella testa di padre. Oh! infami, figli di nessuno.

 

 

La morte di Giacomo – ([. . . . . .])

La famiglia che fa economia –

Sulla sponda del Reno.

 

Quando verrà nel cimitero... quello!...

 

Per questo

Una famiglia che fa economia

La morte del piccolo padre

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Ultimo aggiornamento: 19 gennaio 2008