Maria Pascoli

Lungo la vita di Giovanni Pascoli

Memorie curate e integrate

da  AUGUSTO VICINELLI

con 48 tavole fuori testo

Edizione di riferimento

Maria Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, Memorie curate e integrate da Augusto Vicinelli, con 48 tavole fuori testo, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1961

PARTE QUINTA

«ULTIMA LINEA»

(1912)]

CAPITOLO I

IL RAPIDO TRAMONTO

L’ADDIO A CASTELVECCHIO (FEBBRAIO 1912)

Come dopo uno sforzo nervoso superiore alle forze viene quasi l’accasciamento, cosí pare avvenga al Pascoli al chiudersi dell’anno sacro. I segni del malessere, della stanchezza sono stati dominati dal fervore, dalla passione: ma ora l’uomo – anche se nolente – deve cedere al destino.

Abbiamo già sentito l’intermittente accenno alla indebolita salute, e cogliemmo quelle malaugurate parole che parvero, in un giorno di tristezza a causa del fratello, segnare la sua predestinazione (pag. 959). Stranamente questa idea, anzi ora quasi un presentimento, ritorna in una lettera al Cian dell’11 novembre, quando pur ricominciava il fervore per la Grande proletaria: «Sono malato e triste, mio caro Vittorio. L’Africa mi consuma e l’Europa vile mi farà morire del mal di Napoleone»; e facendo abbattere vecchi alberi nel suo orto, malinconicamente scherzava dicendo che cosí l’orizzonte attorno alla sua tomba, presso San Niccolò, sarebbe stato piú aperto. Ma per i medici il sospetto era già certezza, anche se Giovanni e Maria non ne sapevano niente. I timori del dottor Caproni avevano avuto già piena conferma dai professori Bianchini e Ceci, come questi poco dopo rivelò al Cian. I due discorsi politici di Barga lo avevano scosso e stancato maggiormente: il 13 settembre 1911 scriveva di essere lancinato da dolori, che si credevano reumatici; e il 3 dicembre chiudeva laconicamente la lettera al Francolini con un: «Non sto bene». In queste condizioni non si parlava di andare a Bologna; e quasi piú nemmeno di altre cose; c’è tuttavia del 12 gennaio una breve lettera di ringraziamento, dopo la Grande Proletaria, al Marradi, e c’è per Giovanni l’ultima lettera del Pistelli – 24 gennaio – anche lui in Africa, tra gli Arabi presso Cirene, a cercar papiri ... ma a lavorare anche «per qualche altra cosa che vale di piú... Viva l’Italia!»

Purtroppo però a distrarre Giovanni dalle cure e a ritardare l’utile partenza c’era adesso nella casa di Castelvecchio una piú immediata preoccupazione e un gran dolore. Gulí, il caro Gulí, il «dottor» Gulí, quello che non era un cane ma Gulí, stava morendo. Ho ascoltato molto dopo, nella sala da pranzo di Castelvecchio, su quel divano dove il vecchio amico morí, Maria parlare ancora commossa di lui e ripetere un profondo motto di Giovanni: «Se un cane potesse conoscere Dio, come lo amerebbe!»; e ricordare quella fine e il seppellimento, compiuto lei assente per non farla soffrire troppo, nell’orto ove già erano Merlino e la caprina... Altro momento dell’incredibile e chiusa sensibilità domestica che fu in quella piccola famiglia (nel loro quasi pauroso pudore non vollero nemmeno che si sapesse che Gulí era morto: onde si inventavano bugie!), e che pur spiega qualche cosa anche della finissima originale sensibilità poetica di Giovanni e del profondo ripetersi di certi motivi. Gulí spirava il 21 di gennaio, a tarda sera: e una lettera al Marcovigi ne canta quasi l’elegia.

Caro Biondino, ieri sera alle ore 9 3/4 il povero nostro Argo, l’amato nostro Gulí è spirato addormentandosi sotto le mani dei suoi due amici che lo vegliavano. Io non credevo d’averne a provare cosí grande dolore! Un cane... Già: un cane che ama non vale infinitamente piú di quasi tutti i nostri fratelli uomini che non amano o che odiano o che né amano né odiano? Per me, questa stretta cerchia dell’umanità e del nostro pianeta terracqueo mi comincia a soffocare. Al largo! Al largo! Ora Gulí dorme nel piú bel posto del nostro boschetto, tra odorosi bussoli, sotto lauri regii e allori, cullato dal canto mite e gentile degli sgriggioli e rotondo e pieno delle capinere. È in casa sua. Non andrà piú ramingo pel mondo come fu sempre il suo destino, che gli aveva messo nel cuore il continuo atroce dubbio di essere lasciato e abbandonato da noi: donde i suoi bruschi risvegli con visite ansiose a tutti e due... Povero Gulí!

Noi siamo sempre indisposti e puoi capire che la cosa non ci ha fatto migliorare. Tuttavia tra due o tre giorni partiremo. Sappiamo che hai avuto l’influenza, ma speriamo che tu sia guarito. Abbiamo bisogno di varie cosette. Prima di tutto non dire a nessuno della sparizione del nostro povero umile compagnino. Secondo: va dall’Erminia, o fa venire in casa tua l’Erminia, dicendo che faccia fuoco alla stufa dello studio bello tutti i giorni. Domandale anche se è venuto l’avviso della tassa di Gulí. Se sí, fattela portare e di’ a lei, e agisci poi presso il Municipio dicendo, che siccome Gulí, già vecchietto, lo lasciamo qua in casa nostra in custodia all’Attilia, cosí non dobbiamo piú pagar tassa. Che se in tempo non abbiamo dato disdetta, nemmeno in tempo abbiamo ricevuto intimazione di tassa. Insisti presso l’Erminia nel particolare che Gulí lo lasciamo in custodia dall’Attilia, per risparmiarmi le pene dei viaggi e la reclusione in casa; in modo che l’Erminia lo dica anche ai padroni di casa e a chi le capita. Tu dillo ancora a Zanichelli. Ricordati che Zanichelli è chiacchierone. Usa prudenza. Noi siamo stati trattenuti da malattia specialmente mia, che sarà convenientemente testificata da un documento e, credo, dal mio aspetto. Se l’Erminia ha bisogno di denaro per il carbone, falla andare dallo Zanichelli. Scusa la fretta. Saluta la signora e Tina, e abbi tanti saluti da Manzi e un abbraccio dal tuo   GIOVANNI PASCOLI

Castelvecchio, 22-1-1912

In quella scomparsa il Pascoli – che a ciò era ben disposto – avrebbe forse potuto intuire il mistero di un simbolo: anche Gulí, come tanti altri personaggi nei suoi canti, si identifica col padrone e ne segue quasi la parabola della vita poeticamente operosa: dalle prime glorie di Livorno alla fine. E l’ansioso poeta dà a Gulí quasi le sue stesse ansie! La malattia del piccolo amico aveva confermato Giovanni nella decisione del ritardo per l’andata a Bologna; ed ora egli credeva di poter partire, tanto da far riscaldare lo studio dalla Erminia, la donna che a Bologna faceva loro alcuni servizi. Ma non gli fu possibile. Ai primi di febbraio il male mostrò tutta la sua gravità al medico curante, l’amico Alfredo Caproni, che subito chiamò per telegramma il ben noto professore Severino Bianchini, romagnolo e amico dalla giovinezza di Giovanni, e adesso direttore dell’ospedale di Lucca. [1] «In pochissimo tempo era decaduto. Nel silenzio dei fenomeni si era ordita la malattia insidiosa che, sorta nello stomaco, andava diffondendosi al fegato ... Una visita brevissima bastò a rendermi conto della situazione tragica ..., e ci dicemmo con lo sguardo le parole fatali: "Giovannino è finito". Una vita di continue apprensioni, di lavoro incessante e sedentario, le ansie dell’estro, i dolori suoi, i dolori di tutti dovevano avere operato su quell’organismo...» (Già nel settembre del 1897 sappiamo che aveva scritto a Ugo Brilli: «Sarà nevrastenia, sarà autosuggestione, sarà effetto della vita forzatamente casta e orribilmente mesta, ma io passo certe ore, magari certi giorni in cui mi pare di dover morire di lí a un minuto, perché il cuore mi si frange all’improvviso».) Ma né Giovanni né Maria sospettavano nulla di ciò; e il poeta cominciava il ritornello dolorosamente fisso di tutti quegli ultimi giorni: «Guariscimi presto... Ho tante cose da fare ancora».

L’11 febbraio Maria avvertiva l’Ida: ma al solito, vivamente Giovannino si preoccupa per lei.

Carissima, in tutta fretta e con mano tremante. È vero che Giovannino, il nostro adorato è malato. E la malattia non è leggiera, e nei giorni passati non accennava a risoluzione. È forse necessario che ti dica l’ambascia e la disperazione mia? Ieri il prof. Bianchini, che viene di Lucca un giorno sí e un giorno no, lo trovò migliorato un po’ e, appena il miglioramento sarà piú sensibile, i medici hanno idea di ricondurlo a Bologna. E io spero e anche Giovannino, poverino, spera che sia presto.

Il giorno 22 gennaio Giovannino ti scrisse unendo alla lettera un ventino. Non raccomandammo. Vedendo che tu non dici nulla di ciò, ci é venuto il dubbio che tu l’abbia avuta. È possibile mai? Dunque a te non possono giungere lettere semplici? L’indirizzo era Santarcangelo per Santa Giustina (prov. di Forlí). Sappimi dire qualche cosa. Ti accludo il cinquantino di marzo.

Tanti baci a tutte e quattro dal carissimo mio malatino e dalla tua MARIÚ Speriamo di rivederti a Bologna.

Giovannino mi dice di aggiungere altre 20 lire dubitando della dispersione delle altre.

La notizia s’era già rapidamente diffusa. Il collega platonico e cristiano Acri mandava il 10 un nobilissimo telegramma: «Francesco Acri, in nome dei suoi scolari in filosofia, a Giovanni Pascoli cosí dice: Platone, rimossi gli altri, te avrebbe confermato nella sua repubblica. Possa la tua salute, non altrimenti che la tua poesia, rifiorire di perpetua giovinezza!»; e il D’Annunzio da Arcachon il 12 a Maria: Leggo stamane notizie che mi rendono inquieto. Prego telegrafarmi assicurandomi. Dica a Giovanni che gli sono vicino. Lo abbracci per me. GABRIELE D’ANNUNZIO». Il 13 giunse da Roma il sottosegretario all’Istruzione on. Vicini per presentare, anche a nome del Governo, gli auguri di guarigione: e quando – ricevuta una copia de La grande proletaria con la dedica – partí, fu seguito da un telegramma del Pascoli: «Sempre sotto l’impressione del suo bacio italiano, spero che esso mi sia di augurio e forza a riprendere la mia vita. Grazie». Anche la regina Margherita chiese più volte notizie e ricevette un telegramma di Maria, cui fa riscontro il marchese Guiccioli con una lettera del 29 febbraio.

Più che per fare la diagnosi (egli, come scrisse poi al Cian nel principio di aprile, confermò subito quella peggiore di un tumore maligno fatta dal Bianchini) e, più che per dare una vera cura, per tentare un qualche sollievo all’infermo, venne da Pisa il prof. Ceci che, forse il 14, fece una leggera paracentesi: e al malato rimase impressa «la piccola mano del chirurgo dal dolce tocco, che lo aveva alleviato (sia pure con un bene effimero) senza farlo soffrire».

Mariù intanto l’assisteva e pregava. Racconta il rettore Don Barré: «Giovanni insieme a Maria promisero di regalare una pianeta bianca alla Chiesa se avessero ottenuto la grazia della guarigione. Il 16 febbraio fui chiamato in casa Pascoli e Mariù mi disse: "Giovannino non è ancora guarito, però il male gli permette di fare il viaggio per Bologna e quindi manteniamo la promessa". Mi consegnò una pianeta bianca di raso, con tramezzo lavorato a punto croce. Uní una pergamena fatta da Alberto Magri, con epigrafe del poeta, che io ho messo in cornice presso l’altare della Madonna». L’epigrafe dice: «Una donna – che non vuole si sappia il povero nome – provata fin dai primi giorni della cuna dal più grave dolore – consolata poi – confortata – elevata dal bene che vuole e dal bene che le è voluto – dona alla Chiesa di Castelvecchio di Barga – questa pianeta segno di festa, di gioia, di resurrezione – augurando che su questo buon popolo – aliti sempre lo spirito d’amore – che con sé reca tutta la felicità – che è possibile nel mondo».

Ormai tutto era pronto; anche l’automobile e la vettura ferroviaria speciale, avendo accelerato la pratica l’amico ministro Rava. E la mattina del 18 febbraio Giovanni lasciò la sua Caprona. «Castelvecchio era in lutto, e io gli portai il saluto augurale a nome della popolazione ed egli mi rispose col pianto» ricorda don Barré. E il prof. Bianchini: «Appoggiato a me e a Caproni scese sino all’automobile (che l’attendeva sulla strada maestra). Prima di entrare nella vettura rivolse uno sguardo alla sua casa, e guardò la veranda vestita di edera, donde Egli aveva sfogliato tante volte il libro dell’infinito». E avrà ripensato ai momenti sereni della sua vita lassù, fra i canti degli uccelli e il suono delle campane, nel lieto abbandono coi suoi amici campagnoli, con lo Zi Meo, col «maestrino» che gli riattava la casa, con l’Attilia...; ma anche ad altri momenti, a un altro Castelvecchio epico ispiratore, quando dalla finestra aperta verso i monti ben vide (e lo disse al Nomellini) «le nubi rosse che salgono e compongono figurazioni eroiche: Garibaldi cavalca la bianca giumenta e brandisce la spada di fuoco; lo seguono le legioni, lo seguono Mameli e Manara. Spicca nella lontananza la Nave dei Mille. Rivedo i Bandiera..., e uscire i Carbonari dalle foreste cupe...»

Ma bisognava partire. Invece che alla stazione di Fornaci (sulla linea Lucca-Bologna) si scese alla più vicina, piccola, detta del Salice (colmando rapidamente col lavoro volontario dei montanari un ripido dislivello che aveva fino allora reso impraticabile quella strada). Ivi il treno era pronto. Ancora una volta, l’ultima, «si fermò»; ancora una volta «con uno sguardo lungo, profondo . . . abbracciò tutto quello che era intorno: le case di Barga e di Castelvecchio, il bel San Niccolò, e tutte le cose a Lui famigliari che avevano rivelato cosí intimamente e cosí profondamente alla sua anima le loro voci più recondite. Poi lo sguardo ai posò sui monti a Lui tanto cari... In quel momento il cielo, che era coperto, si illuminò per uno squarcio nelle nubi. Si trattenne ancora, e parve dicesse: "Lo so che è l’ora, lo so che è tardi; – ma un poco ancora lascia che guardi . . ."» Istintivamente viene da ricordare san Francesco che, presso la fine, fa fermare la barella che lo trasportava alla Porziuncola (anche per lui, il luogo della morte) e volge gli occhi verso l’altura di Assisi, e saluta ancora la città e la benedice.

Poi salí sul treno con Maria e i due medici: appena dentro nel saloncino per malati «ebbe un lampo quasi gioioso, di quella sua gioia che sembrava infantile» nel vedere quella vettura quasi camera da letto, nuova per lui. Si adagiò sul lettino: erano circa le undici e tre quarti. A Lucca salí a salutare e a portare i soliti piccoli doni il Caselli; il viaggio fu compiuto senza disagio; verso le 18 si arrivò a Bologna (erano alla stazione alcune delle autorità bolognesi, lo Zanichelli, studenti...) e poi la casa in via dell’Osservanza. Non fu messo nella sua stanza da letto, la prima a destra sul corridoio, verso la facciata, ma in quella più grande e ariosa, di fronte ad essa, dove solitamente dormiva Maria, e che dava sul giardino e verso il monte, con la vista di San Michele in Bosco. La stanza aveva una «ottomana» sulla quale ora, vestita, riposava Maria per l’assistenza al fratello. Cosí nemmeno la morte sarà avvenuta nel letto proprio del poeta.

Ma «il male incalzava senza tregua»; «il giudizio del grande maestro Murri, che lo visitò varie volte, confermò le nostre terribili previsioni. Il tumore maligno, svoltosi insidiosamente nello stomaco, aveva invaso il fegato, che andava dissolvendosi» (e a torto si parlò di cirrosi epatica: «neoplasma maligno all’addome» corresse il prof. Ceci nel «Giornale d’Italia» in aprile). Nemmeno adesso Maria era conscia del male: e non voleva nessuno ad aiutarla; più frequentemente però, oltre allo Zanichelli, era accolto ora in casa un amico di giovinezza, il Marcovigi. E vi giunse anche, esso pure riapparendo dalla lontana agitata giovinezza, il vecchio rivoluzionario Berardi, che poté solo carezzargli i capelli. Lo stato d’animo dei Pascoli ci appare da questa lettera all’Attilia scritta certo non molto dopo l’arrivo a Bologna.

Carissima Attilia, ho ricevuto la sua. Grazie. In verità si riscontra in Giovannino qualche miglioramento: forse si trova in uno stato migliore d’animo. Ieri venne a visitarlo, di sua spantanea volontà, il prof. Murri. Non trovò nulla di grave e di allarmante: tutti gli organi sanissimi. La malattia fu da lui qualificata epatite interstiziale, non cirrosi epatica come dicevano costi. Disse che la malattia non sarà tanto breve, che si tratterà di giorni e di settimane, ma che tutto andrà bene. Che commozione, Attilia, quando si sono visti! Come si sono abbracciati e baciati! Quella visita, sebbene improvvisa, ha fatto molto bene all’animo di Giovannino e al mio. E ieri sera eravamo molto lieti e la notte è andata bene. Solo che oggi nell’alzarsi ha sentito che poco o punto, per ora, può star su. Soffre dove ha avuto quella puntura e gli pare di gonfiarsi. Appena a letto s’è sentito meglio. Speriamo che in seguito possa stare levato qualche ora senza fatica e ciò gli gioverà.

Io sono sola e per ora nan ho cercato nessuno. Per Giovannino basto, e questo è tutto. È quella benedetta porta che mi ammazza! Non ha idea della gente che viene per notizie!

Ora basta: ora corro di là da Giovannino. Se crede mandi un po’ di frutta, di fagioli bianchi, di salsiccia nostra, un salame e quello che crede. Mi piace d’avere la casa un po’ fornita, specialmente se mi capita gente. Saluti al Nanni e a tutti di sua famiglia e al nostro caro e buon Rettore. Sua  MARIA PASCOLI

Quanto alla dieta il latte è quasi abolito; invece minestrine leggere e frequenti in brodo di manzo.

Ai primi di marzo, in queste condizioni, egli faticosamente compone l’ultimo suo lavoro impegnativo: la lettera Per Augusto Murri, inviata al prof. Luigi Silvagni avendo per data «la sera del 4 marzo 1912»: cosí, con animo grato, l’infermo poeta partecipava all’omaggio che la Società medica chirurgica rendeva al grande clinico nel 35° anno del suo insegnamento. Nella bella lettera, che sembra raccogliere luce dal colle di San Michele in Bosco levantesi fra il brullo e il verde davanti agli occhi stanchi del poeta, egli unisce il ricordo del prof. Codivilla, direttore del celebre Istituto Rizzoli per bambini «imperfetti» sorto su quel colle, e la grata lode al Murri maestro grande: ritornando poi, nella sua commozione, a chiedere al «re giovane», quasi a nome della milizia che «muore senza uccidere», i medici, che fosse reso al padre il figlio carcerato. «Questo, caro amico, avrei voluto dire tra voi se non me lo impedisse il malore che cosí mi si rende cento volte piú grave».

Una piccola fortunata scoperta rende ancora piú palpitante di vita dolorosa questa pagina. In una delle Agende pascoliane, quella del 1912, ho trovato faticosamente abbozzata in appunti autografi mal connessi e mal scritti a matita lungo il breve spazio dei singoli giorni dal 1° all’8 di marzo – da un venerdí all’altro! – la lettera; sotto la data del 29 febbraio Maria premise poi la nota: «Appunti per la lettera per Augusto Murri sui quali dettò dal suo letto la lettera a me. Maria Pascoli». Gli appunti toccano solamente ciò che riguarda la morte del prof. Alessandro Codivilla: leggiamone qualche parola.

Giorni sono avevo un amico che non avevo mai udito né veduto. Stava a piè d’un bel bosco del quale seguivo ogni anno le vicende –

rinverdiva... arrossava tutte le foglie, tornava brullo aspettando l’eterna vicenda –

Sul colle un bel tempio e un bel convento che ardea nel tramonto e la piú bella porpora luminosa che si poteva vedere –

Là era l’amico che non conoscevo ... Era un grande operatore di miracoli. Le madri gli portavano i figli –

Bologna la buona

Ne aveva uno che gli aveva detto Babbo –

Io a letto. Campane insolite ... Era un caso? E poi uno stropiccio. Erano i suoi stroppiatini? ...

E una gran voce aveva proclamato: Tutti dovrebbero piangere ...

Su questi appunti egli dettò a Maria una prima minuta della lettera, che, con qualche correzione ancora, fu da lei ricopiata e mandata al Silvagni. [2]

È il quint’ultimo scritto segnato dalla penna del poeta. Le due lettere al marchese Guiccioli, gentiluomo di corte della regina Margherita, del 10 e dell’11 marzo, rispondendo a domande che il Guiccioli aveva fatto sulla famiglia Pascoli, sono solo dettate a Maria: esse richiamano in questi giorni ultimi il ricordo dei primi, offuscati dal tragico delitto (e Maria le pose in principio delle Memorie). «Così di morte in morte, io che ero il quarto sono diventato il primo, e Maria è restata quella che era, l’ultima . . . Cosí ci facciamo compagnia, primo ed ultima, finché non venga il giorno della pace. Il quale però non vorrei venisse prima che avessimo compiuto le due migliori opere della nostra vita». Agli anni della giovinezza lo richiamava anche una delle ultime sue lettere, inviata già alquanto prima, ma nel 1912, alla scrittrice Lia (Clelia D’Anal Salmi) in cui, indicandole il luogo di certi versi dei Conviviali, ripensa a Urbino: «E gradisca un saluto dall’urbinate di educazione e di fanciullezza, cioè di poesia, cioè di tutto». E a quel «tutto» della poesia guardava quasi con pauroso desiderio da anni, e fino agli ultimi giorni, nel risorgere ormai continuo di quell’idea fissa che fin dal 1908, il 25 marzo, aveva manifestata al Bianchi: «...certo e sicuro che, campassi anche un secolo, morirei coi semi in corpo: semi di fiori, piú o meno belli, ma fiori».

Alcune altre brevi ma intime parole tracciò con incerta grafia il 14 marzo, dopo l’attentato al re Vittorio Emanuele. Un altro tentativo di scrivere qualche cosa, l’ultimo come poeta, fu del 22 marzo, quando provò a iniziare Il Tricolore, ma purtroppo quasi fallí. Alcune note sul concorso di poesie latine di Amsterdam, invece, le dettò alla sorella il 28. Il 1° aprile, richiesto dal Bianchini, scrisse una dedica per il prof. Grocco; il 3 aprile segnava le ultime parole, faticando per mettere la firma sotto il Testamento.

Ma di tutto questo parlerà Maria stessa, che di questi ultimi giorni volle tenere commossa memoria: così, con la semplice intimità della sua parola diretta, come al principio, ella ci accompagna verso la fine del fratello. Ma pur in mezzo alla tristezza, potrà ricominciare con un ultimo ricordo di gioia.

UN’ULTIMA GIOIA: LA 13a MEDAGLIA D’ORO PER «THALLUSA»

Eravamo alla sera del lunedí, 11 marzo. [3] Nel mattino, dopo la lettura dei giornali, Giovannino mi aveva dettato un breve supplemento alla lettera del giorno prima al marchese Guiccioli, e poi nel corso della giornata – lui sereno e paziente nel suo letto di sofferenze, ed io quasi continuamente presso di lui – avevamo avuto nel pensiero sempre la stessa cosa, senza che nei nostri discorsi vi alludessimo mai. Il perché era che in quel giorno, secondo molte esperienze da noi fatte, si doveva nella lontana Amsterdam pronunziare il verdetto dei giudici intorno alla gara internazionale di poesia latina, e nel medesimo giorno comunicare telegraficamente al vincitore della gara la sua vittoria. Tra i gareggianti, di solito molti, c’era anche la nostra cara e povera schiava Thallusa.Or bene: poiché egli non diceva nulla in proposito, io credevo che non ci pensasse, e mi guardavo dal ricordarglielo per non creare in lui un’aspettazione che poteva in fine restare delusa; ed egli pure arguiva dal mio silenzio che me ne fossi potuta dimenticare, e per lo stesso mio motivo non voleva mettermelo in mente. Cosí eravamo giunti alla sera, all’ora in cui altre volte ci era pervenuta una di quelle consolanti notizie. Ma quella di Thallusa non giungeva. Egli continuava a non dar segno di pensarci, ed anch’io non ne davo. Ma il mio cuore palpitava forte. Come pregavo Dio e la dolce madre Maria che volessero farci arrivare la buona novella, dalla quale io mi ripromettevo un benefico effetto nella salute di lui! A un tratto, mentre cominciavo a disperare, sento un passo accelerato su per le scale, una fermata all’uscio e una forte scampanellata. Dio mio! che sussulto! Tuttavia, come se mi aspettassi una noia in quell’ora serale, mi muovo lentamente e vado ad aprire. Era proprio l’invocato telegramma, che conobbi subito dall’indirizzo in lingua francese. L’apro però, e lo leggo per essere più sicura, e trionfante lo porto a lui. Che bel momento! Quanti baci ci demmo! Come ne fummo tutti e due consolati! «Ricordavi tu che era oggi il giorno decisivo?» «E come!» «Anch’io, ma non ne parlavo credendo di essere solo a pensarci». E ci raccontammo la segreta e timorosa aspettazione che avevamo avuta ognuno di noi in tutto il giorno, e la cura che avevamo messa nel dissimularla. Non era una cosa nuova per noi quel premio, ma ci recava sempre tanto piacere. La notte ci passò tra brevi sonni e dolci conversari. Ogni tanto egli mi chiamava - io, di notte, non lo lasciavo mai, non andavo mai a letto, mi adagiavo soltanto a quando a quando sopra un’ottomana nella sua camera, vestita e sempre all’erta per dargli le medicine - mi chiamava, ora per dirmi: «Mariú, chi è stato che ha avuto il premio?» ora: «Mariù, che diceva quel telegramma?» ora: «Mariú, non ti pare che abbia lavorato benino?» ora: «Mariú, sei contenta di me?». Oh sí! io ero molto contenta! e mi lusingavo che quella scossetta di gioia potesse riuscirgli benefica alla salute.

Il mattino seguente mandammo a chiamare il buon amico Raffaello Marcovigi volendo metterlo a parte della nostra intima soddisfazione. [4] Venne premurosamente. Appena Giovannino lo vide entrare nella sua stanza gli disse: «Tu non sai perché ti ho fatto chiamare. Te lo dico subito. Fino a poche settimane fa, noi avevamo Gulí, che ci dava sempre il preavviso, con certe sue espansioni e allegrie straordinarie, di qualche buona cosa che stava per avvenirci. Ora esso non c’è più, poverino! Ieri, all’ora in cui esso ci avrebbe fatto festa intorno, c’eri tu allietandoci con la tua cara compagnia. Non ti rincresca questo ravvicinamento; per me, l’essere avvicinato a un cane buono e fedele, non è un’offesa». «Anzi, anzi!» disse Marcovigi ormai rassicurato che nessun motivo doloroso c’era stato nella chiamata. «Ebbene, nell’ora su per giú che tu eri qui, mi veniva spedito da Amsterdam questo telegramma. Leggi». Il telegramma diceva: «Votre poème Thallusa a remporté la médaille d’or. Karsten secrétaire Academie». Marcovigi lo lesse e proruppe in una serie di esclamazioni esultanti. Come si rallegrò per quella nuova vittoria: era la tredicesima che riportava all’estero il suo amatissimo amico! E come si compiacque di aver fatto le veci di Gulí, e di aver avuto per primo la lieta notizia! Domandò poi il permesso di comunicarla ai giornali locali, insistendo molto per ottenerlo, essendo Giovannino contrario a tali pubblicazioni che a lui – lo sapeva per prova – non potevano procurare che delle noie e dei dispiaceri. Ma infine Marcovigi ebbe il desiderato consenso e se ne andò tutto allegro e soddisfatto. Il giorno dopo però ritornò da noi tutto sconvolto e furioso. Il perché era che un giornale – mi pare che fosse «L’Avvenire d’Italia» – aveva aggiunto alla notizia da lui data che il prof. Albini aveva pure riportato altra volta lo stesso premio, il che non era vero, non avendo fino allora l’Albini ottenuto nei vari concorsi olandesi a cui aveva preso parte, se non delle menzioni onorevoli. Marcovigi si affannava a dire che bisognava smentire l’aggiunta e che se ne incaricava lui. Ma Giovannino non volle saperne né di smentite né di rettifiche.

GLI  ULTIMI GIORNI

Poco dopo, il 14 marzo, ci fu a Roma l’attentato contro il nostro re Vittorio Emanuele III, che cagionò a Giovannino un dolore indicibile. Quanto si agitò e quanto si commosse! Io gli dicevo che non c’era motivo di contristarsi cosí, essendo il re rimasto illeso, che piuttosto c’era ragione di rallegrarsi che fosse scampato al grave pericolo. Ma sí! egli non poteva darsene pace e diceva se io non capivo quanto fosse nefando, vile, enorme quell’attentato in quei momenti che l’Italia era impegnata in Africa in una guerra coloniale, e il re era la sua personificazione. Quanto amava la sua patria! Venne poi nello stesso giorno un redattore del giornale «Il Resto del Carlino» per avere qualche cosa da lui per il giornale. Io feci osservare che non poteva scrivere essendo a letto e molto prostrato per quel fattaccio. Il redattore insisté perché andassi a dirglielo. E andai, dicendogli anche che non ero riuscita a cavarmela senza portargli l’ambasciata. Egli si levò un po’ sul letto e disse: «Dammi un foglio di carta e la penna». E con impeto nervoso, attraverso il foglio, scrisse queste parole:

Ha tirato contro l’Italia!          GIOVANNI PASCOLI

La frase apparve in facsimile nel «Resto del Carlino».

Intanto la malattia di Giovannino seguiva il suo corso; cosí dicevano i medici e cosí pure mi suggeriva lui di rispondere a coloro che chiedevano sue notizie. Il miglioramento che io m’era ripromesso dal telegramma di Amsterdam, non si era prodotto. Tutto continuava come prima. Di rado poteva levarsi e rimanere qualche ora su. Un giorno, neanche mezz’ora dopo aver lasciato il letto, avvolgendomi in uno sguardo di grande tenerezza, mi disse: «Ti dispiacerebbe, Mariú, se ritornassi a letto?» «No, no» gli risposi io, «mi dispiace soltanto che tu soffra». Mi affrettai a rifargli il letto e a scaldarglielo. Subito egli vi ritornò dicendo che cosí si sentiva bene. Io ero, sí tutta contenta – a lui certo non doveva sfuggire quella mia contentezza - quando lo potevo vedere in piedi, specialmente poi quando egli si sentiva di levarsi prima di mezzogiorno per fare colazione con me; ma non lo sollecitavo mai per farlo alzare, lasciavo che si regolasse da sé, con le sue forze, perché essendo molto debole c’era il pericolo che gli potesse venire uno svenimento. Cosí qualcuno mi aveva detto. Ma il medico condotto, dott. Lamazzi, in una sua visita, ebbe a dire, rivolgendosi a me, che lo facessi alzare per qualche ora tutti i giorni, se no aveva paura che s’impoltrisse. A me quelle parole entrarono da un orecchio e uscirono da quell’altro; a lui però restarono impresse: e ricordo che nel pomeriggio, dopo aver mangiato una minestrina e un po’ di pesce lessato, mi disse con un sorriso triste: «Bisognerà ora che mi alzi e che cerchi di stare un po’ su, se no si dirà che impoltrisco». Io mi opposi comprendendo bene che non poteva. E poiché paventava le ciarle e le false notizie che purtroppo apparivano anche nei giornali che egli leggeva, gli dissi, perché stesse tranquillo nel suo letto, che se il dottore avesse chiesto se si era alzato, avrei risposto di sí. Ma non chiese nulla e la piccola bugia fu risparmiata. Del resto il prof. Murri, che dirigeva la cura, non aveva mai dato né ordini, né suggerimenti, né consigli in proposito.

In quei giorni gli fu fatta un’altra paracentesi – la terza – essendoglisi riprodotto del liquido che cominciava a dargli noia. Gliela fece il dott. Lamazzi; Giovannino sopportò fiducioso e sereno quell’atto, senza però guardare mai quello che facevano i medici, perché la vista dei preparativi e anche dell’atto operatorio lo impressionava. Stette sempre rivolto a me che intanto gli tenevo circondata la testa con le mie braccia. Tutto andò bene, ed egli se ne sentí sollevato.

Ma nella notte avvenne un incidente che ci fece molta paura. La ferita della paracentesi lasciò uscire acqua; e Giovanni, sentendosi bagnato, spaventato mi chiamò. Io saltai giú dall’ottomana che era nella sua stanza, dove mi adagiavo qualche po’ sempre vestita, per essere pronta a dargli le medicine. Tirai in disparte le coperte, e intuii immediatamente ciò che era successo. «È acqua» gli dicevo, «è acqua...» «O Mariú, io sono un vile. Non ho mai avuto il coraggio di guardare per la paura che fosse sangue!» «Sangue? Ma come ha potuto venirti quell’idea, essendo cosí naturale capire subito di che si trattava?» Si persuase prima alle mie parole, indi all’evidenza che era troppo manifesta, e gli parve anche di sentirsi meglio. La stessa paura sua avevo avuta io pure, tenendola però segreta a lui; e aspettai che venisse giorno per mandare a chiamare il medico, avendo un gran timore di qualche non buona conseguenza.. Appena venne il dottore gli raccontai tutto l’accaduto, che gli dispiacque molto. Disse però che ciò che era successo non doveva preoccuparci, non potendo portare nessun nocumento. Rifece a Giovannino la tappatura della piccola ferita e lo rifasciò con ogni cura. Verso le ore 10 venne l’amico prof. Bianchini, ed entrando nella stanza disse: «Avete avuto paura eh? Ma state pur tranquilli che non è stato niente di male». Però per vari giorni il malato non poté levarsi nemmeno per poco, essendo rimasto molto debole.

Appunto in quel frattempo giunsero le bozze del suo lavoro premiato; io gliele portai a letto, ed egli vi dette subito una scorsa soffermandosi su due punti annotati come oscuri, dicendo: «In questi due versi i giudici olandesi trovano dell’oscurità; eppure a me sembrano chiarissimi». Rilesse ancora il tutto e si mostrò molto soddisfatto della sua Thallusa; poi mi rese le bozze rimandandone la revisione a quando si fosse potuto mettere al lavoro. Anelava, poverino, quel giorno! spasimava di potersi dedicare alle tante cose che aveva in mente di fare, e non aveva bisogno che d’un po’ di tempo! «Se morissi ora, sarei pieno di semi come una zucca!» diceva, come già altre volte aveva detto. E diceva anche: «Non posso morire ora perché mi trattengono i miei lavori e Mariú!». [5] Oh! Mariú era ben lontana dal pensare che potesse succedere ciò che poi è successo! Ma lui talvolta, nell’intimo dei suoi pensieri, qualche triste presentimento, forse, doveva averlo. Ricordo che una notte io sentivo che non dormiva e che faceva dei sommessi raschietti, che per me significavano pensieri molesti; sicché dall’ottomana gli chiesi: «Non dormi? che cosa hai?» «Niente» mi rispose; e dopo un momento: «Perché?» «Perché sento che fai certi raschietti a me noti, facendoli anch’io quando mi viene alla mente qualche cosa che mi turba». «È vero, è proprio cosí. Pensavo a quello che ha detto oggi il Murri, che posso mangiare di tutto. Capirai che quando si dice cosí a un malato è segno che non c’è...» «Ma via! che cosa ti metti in testa ora? Il Murri non ha detto affatto come dici tu. Ha detto che puoi mangiare vermicelli al burro, bistecchine, pesce bianco lessato e anche, se ti piace, qualche po’ di cioccolata essendo essa assai nutriente; e ciò perché tu non puoi sopportare il latte, il quale, del resto, anche lui, come gli scienziati tedeschi, non crede che sia un sistema di cura indispensabile». «Tu hai inteso cosí?» «Ho inteso cosí ed è cosí». «Allora non ci penso più, e dormo».

Ricordo pure che un giorno, dopo essere stato un po’ solo, mentre io facevo non so che cosa per casa, quando rientrai in camera mi disse: «Sai di chi siano questi versi?: "E tutta in pianto desolata e pia – sotto la croce non mutò Maria"? Non sai se siano del D’Annunzio?» «Del D’Annunzio?» risposi io: «ma il D’Annunzio ha delle poesie dedicate alla Madonna? io non lo so proprio». «E allora di chi possono essere?» «Mah!» «Pensaci». Ebbi un bel pensare; nella mia mente non trovai nulla. La sera tardi mi disse: «Dammi qualche immagine ipnogogica che mi possa conciliare il sonno». E io pronta: «Pensa di chi possono essere quei versi». «Oh! allora poi !...» Compresi che quella era un’immagine che gli avrebbe invece allontanato il sonno, e gli suggerii qualcuno di quegli espedienti comuni, come quello di contare e contare, che a volte giovano. Non so se esperimentasse i miei espedienti; ma poco dopo dormiva.

Dei due versi egli non parlò più, e neppur io, e nemmeno io vi pensai più allora. Ma quando mi trovai nell’inconcepibile dolore della sua inaspettata dipartita, quanto quanto ci ripensai! E cercai nei rimarii dei grandi poemi per vedere se in qualcuno ci fossero stati. Non c’erano. Solo in Dante, nella Divina Commedia, c’era questa terzina che nel primo e nel terzo verso poteva avere un po’ di parentela con essi per il ritmo, non però nel significato:

e Beatrice sospirosa e pia

quelle ascoltava sí fatta, che poco

piú alla croce si cambiò Maria. [6]

Di chi dunque potevano essere? «Perché, chiedevo tra me e me, egli mi doveva aver nominato il D’Annunzio come se potesse credere che fossero i suoi, mentre certamente sapeva che non erano? E perché quando mi chiese qualche imagine ipnogogica che lo facesse dormire, al mio suggerimento di pensare di chi potevano essere quei due versi, si mostrò cosí contrariato come se proprio fossero quelli che gli ritardavano il sonno?» A questi perché, non potei trovare che una risposta: che i due versi doveva averli fatti lui stesso in un momento di sconforto. Chi sa che, poverino, non fosse stato assalito dal triste presentimento della sua prossima fine e dal timore che io non avessi sufficiente forza d’animo per potervi resistere? E volesse con quei versi mettermi sulla via di pensare al sublime sacrifizio della Madre Divina dolorante e forte ai piedi della croce? Già il timore che mi potesse venir meno la resistenza fisica per continuare ad assisterlo me lo aveva espresso e me lo esprimeva spesso dicendomi: «Mangia, Mariù, se no non puoi durarla». E voleva che andassi a mangiare presso il suo letto per esserne sicuro. Ma essendo il mio cibo quasi sempre insalata (ero priva d’appetito) egli mi diceva: «Ma sempre insalata? Mangia un po’ di carne, qualche ovo, qualche cosa di sostanzioso. Come vuoi fare cosí a resistere?» Insomma io mi sento convinta che i due versi fossero suoi, qualunque potesse essere la segreta intenzione che glieli aveva dettati.

Mi ero accorta da un po’ di tempo che egli aveva uno dei denti sul davanti che gli si muoveva molto, sí che sembrava potesse andargli via senza nemmeno che se ne avvedesse; ma poiché non ne parlava lui, io non avevo coraggio di avvertirlo temendo che gli dispiacesse. Un giorno, mentre mangiava una bistecchina, gli cadde dalla gengiva. Immediatamente mi guardò con occhi cosí confusi che vedo tuttora. «Non è niente» gli dissi io, «non ti preoccupare, si fa rimettere subito. Si vedeva che voleva cadere». Seguitò ancora un pochino a mangiare, poi disse: «Ti dispiace molto, Mariù?» «Di che?» «Di quel dente». «Ma che! è una cosa che si rimedia tanto facilmente; non ci pensare, tu». Mi conosceva troppo bene Giovannino per non capire che quel suo dente mi era caduto sul cuore! Era il primo che gli andava via e sanissimo e proprio nel davanti ! Si pensava di farlo rimettere, e incaricammo il comm. Zanichelli, che veniva due o tre volte al giorno, di sentire un dentista se era possibile fare quel lavoro in casa. Era possibile, sí, e sarebbe venuto un bravo dentista. Ma il tempo propizio per tale operazioncina non si presentò.

Del resto egli non dava mai segno d’inquietudine, non si lagnava mai, e mai perdeva la pazienza che aveva in modo straordinario. Una volta che la persi io, per il ritardo di un medico che doveva portare istruzioni per una medicina ordinata dal Murri, egli con tutta dolcezza mi disse: «Pazienzina, Mariù, pazienzina!» Era elevatissimo di spirito; coi suoi medici e coi suoi amici ragionava a lungo e volentieri di questioni sociali, morali, politiche e sopra tutto della guerra coloniale di Libia che era una vera passione per lui. Coi più intimi poi, specialmente col suo prediletto Marcovigi, anche scherzava e motteggiava come aveva sempre fatto in buona salute. Un giorno questo suo caro amico capitò mentre egli stava terminando di mangiare degli spicchi di mele cotte nell’acqua con lo zucchero. Lo accolse con lietezza e gli disse: «Non ti pare, Biondino, che ci sia un gran gusto avere ogni tanto un po’ di male? Si è trattati con ogni riguardo, si è careggiati e sembra anche di essere più amati. Quando tu sei malato, chi ti prepara e chi ti porta il mangiare a letto?» «La donna di servizio» rispose candidamente Marcovigi. «La donna di servizio? O perché non la tua moglie?» «Capirai che...» «Vedi, per questo rispetto io mi trovo meglio di te. A me prepara e mi porta tutto Mariú il mio povero stronconcino di sorella, e mi fa, come vedi, anche le mele giulebbate». «Capisco, capisco; ma per me è un’altra cosa». E risero tutti e due allegramente. Quando era solo con me nelle ore pomeridiane faceva di buona voglia una o due fumatine in una piccola e nuova pipa di spuma che io gli caricavo leggermente e gli tenevo con ogni cura pulitissima. Non s’annoiava mai. Se io gli dicevo che qualche suo amico avrebbe potuto venirgli a fare un po’ di compagnia in quelle ore, mi rispondeva: «Ma essi non possono mica stare di continuo qui! hanno da fare». Terminava la lettura dei giornali e poi parlava con me che ero sempre nella sua camera, e lavoravo. Una volta mi chiese: «Che cosa stai facendo?» «Dei calzerotti per te, da rinnovare a Pasqua». «Brava! brava! lavori per me!» [7]

Dopo alcuni giorni di continua permanenza a letto, il 22 marzo, nel pomeriggio, volle provare di levarsi per misurare le sue forze. Infatti si levò, fece tutte le sue pulizie personali, e poi si recò con premura nello studio riservato alla poesia – un altro ne aveva per ricevere gli studenti – trattenendosi a riguardare gli appunti dei Poemi del Risorgimento specialmente quelli del poema già cominciato che voleva eseguire subito, anche per mandare avanti la stampa del volume. Nella prima pagina di un libro di carta bianca — che l’editore Zanichelli gli aveva portato per mostrargli la qualità della carta per le ristampe e i lavori futuri — ne scrisse il titolo preceduto dalla data di quel giorno:

22 marzo del 1912

IL TRICOLORE

credendo forse di poterlo continuare. Ma purtroppo non poté nemmeno scrivere i pochi versi già fatti! [8] Fu sorpreso da un gran travaglio di stomaco che lo costrinse a deporre la penna e ogni pensiero di potere andare avanti. Mi fece una pena, una compassione indicibile! Egli, invece, poverino, compassionava me dicendomi parole quasi di scusa per quella piccola faccenda che mi aveva procurato. Quanto era mai buono! Poi lo accompagnai a letto: dal quale non si levò più.

A letto non si sarebbe detto che fosse malato, tanto si manteneva pieno di spirito e s’interessava di tutto. [9] Ogni giorno leggeva parecchi giornali: «Il Resto del Carlino» «La Tribuna» «Il Corriere della Sera» e altri, seguendo con sempre maggior ansia le notizie della guerra di Libia che a volte non trovava troppo soddisfacenti, e se ne addolorava. Auspicava con ardore immenso il trionfo delle nostre armi, ma non voleva che da parte dei nostri soldati si commettessero crudeltà. Si occupava anche delle piccole cose del suo Castelvecchio e della sua casa cui anelava. Uno di quei giorni sentendo un cinguettio di rondini, mi chiamò e disse: «Tornano le rondini! Bisogna scrivere a casa che badino di non distruggere i nidini sotto la nostra grondaia, perché qualcuno mi fece l’osservazione che gli escrementi che ne cadono insudiciano le piante che sono al muro. Per me non è affatto un sudiciume quello!» Io gli dissi che stesse tranquillo, che nessuno si sarebbe azzardato di toccarli, sapendo già che lui ci teneva tanto. Tuttavia presi la penna e intestai la lettera; ma in quel momento venne gente e dovetti lasciar stare. Desiderava anche che scrivessi a un nostro fornitore perché ci provvedesse dei tappi buoni e soffici per il vino destinato agli amici, che solevamo imbottigliare il venerdí santo.

Carissima Attilia, che le debbo dire? Giovannino è sempre in pieno corso di malattia non ostante le falsissime notizie dei giornali. Forse domattina il prof. Ceci, che trovasi a Bologna, farà una nuova paracentesi. Ci sarà pure il prof. Bianchini, nel quale Giovannino ha piena fiducia. Ci vorrà ancora del tempo e della pazienza. È molto debole e smagrito; ma, superato il male, la debolezza si vincerà presto. Intanto dica al nostro rettore Barré di seguitare a pregare di cuore.

Volevo dirle di fare le bottiglie il venerdí santo e di tener dietro bene a tutto ... Mandi una bella schiaccia e non faccia come l’anno scorso. Di quella potrà mangiarne anche Giovannino ... Io sono sola, e per ora riesco a servir bene Giovannino e questo è tutto.

La saluto e bacio ... Un riverente saluto al Rettore che avrà, spero, benedetta bene la nostra casa ... Stia sana, preghi, scriva senza tanta avarizia di notizie e mi creda sua  Maria Pascoli

Io non avevo il più lontano pensiero che non dovesse guarire e non potevo nemmeno capirlo dai sanitari, i quali anch’essi, forse, si illudevano. Basti questo: il 28 marzo venne a visitarlo, come altre volte, il prof. Silvagni, aiuto del prof. Murri, e rimase cosí soddisfatto del come lo trovava che nell’uscire di casa incontrandosi per le scale col prof. Pullè, che veniva a trovar Giovannino, gli disse che non avrebbe mai creduto di fare cosí presto a debellare il male; che si andava proprio bene. Nella sera dello stesso giorno, Giovannino, che fino allora aveva avuto visite, mi dettò senza stanchezza e con molta serenità una nota intorno al concorso di poesia latina di Amsterdam, che gli aveva chiesto con urgenza il prof. Sorbelli per la «Rivista d’Italia». Sembrava davvero sulla via della guarigione. Soltanto la nostalgia di Castelvecchio talvolta lo rendeva un po’ triste. Diceva: «Non capisco perché mi abbiate voluto condurre a Bologna dove non posso muovermi di casa. Se fossi rimasto a casa mia tra i miei fiori e i miei alberi, nell’aria pura e ossigenata, a quest’ora sarei rimesso».

Il 30 marzo, sabato, [10] ci fu detto che il giorno dopo sarebbe venuto a Bologna l’illustre prof. Ceci (quello che gli aveva fatto la prima paracentesi a Castelvecchio) per un esame di libera docenza, e che avrebbe desiderato di fare una visita al suo caro amico Pa-scoli. Subito Giovannino entrò nell’idea di fargli eseguire una nuova paracentesi, essendoglisi riprodotto del liquido dopo la terza che gli era stata fatta da circa una quindicina di giorni. Diceva che ormai all’infuori di quell’acqua non aveva più alcun male, che tutte le funzioni del suo organismo si erano riattivate benissimo. Sopraggiunse il prof. Bianchini che constatò non essere ancora tempo di fare una nuova paracentesi, non essendo molto il liquido che si era riprodotto. Ma Giovannino gli rammentò le parole che aveva detto il Murri: «Meglio togliere spesso l’acqua, piuttosto solo in parte, per evitare che gli dia noia e che lo indebolisca troppo». Cosí convinse anche il Bianchini di profittare della venuta del Ceci. Ricordò pure all’amico una promessa dicendogli: «Tu promettesti a quella buona popolazione di Castelvecchio che a Pasqua mi avresti ricondotto là...».

«Ti ricondurrò» disse il Bianchini «ci sono ancora parecchi giorni a Pasqua!»

La domenica, domenica delle Palme (31 di marzo), gli portai un bel ramo d’olivo benedetto, a cui egli fece molta festa e volle che lo mettessi a capo del suo letto, cosí com’era, con tutti i suoi ramelli. Gli preannunziava la grande solennità della Resurrezione che tanto sentiva ed amava. Era lieto e fiducioso; parlava della sua prossima convalescenza che voleva in parte trascorrere a Viareggio, per godersi un po’ al mare senza noie, e in parte a Castelvecchio, dove era atteso ed amato. Mentre faceva i suoi pro-getti, verso le ore 10, sentimmo un passo lento e pesante su per le scale, e io dissi: «Il passo è certo di persona anziana; che sia il prof. Acri?» Egli senz’altro credé che fosse lui, e se ne mostrò tutto contento. Allo squillo del campanello io andai, con quell’idea, lesta ad aprire. Ma non era l’Acri! Era invece, affannato ed ansante, il senatore Finali. Come ne fu contrariato Giovannino! Sebbene ci fosse da tempo una scambievole e buona amicizia tra lui e il Finali, in quel momento avrebbe fatto volentieri a meno della sua visita. Forse doveva avere preparata l’anima sua a una dolce conversazione, come altre volte, col suo molto amato e ammirato filosofo cristiano. Il fatto sta che il Senatore si trattenne parlando del più e del meno fino a passato mezzogiorno, stancando l’ammalato e rendendolo nervoso. Io non avevo potuto nemmeno preparargli la sua minestrina, avendo dovuto rimanere sempre presente, come egli voleva in generale per tutti; tranne che per Marcovigi, suo confidente, e per pochi altri.

Verso le ore 15 ebbe la bramata visita del prof. Ceci, che promise l’opera sua per la mattina seguente. Circa alle ore 7½ del lunedí, 1° aprile, tutto fu pronto per l’atto operatorio. Erano presenti, oltre il prof. Ceci, il prof. Bianchini — ritornato espressamente da Lucca — il prof. Nigrisoli, il prof. Silvagni e il dott. Lamazzi. Giovannino era di umore eccellente, scrisse una dedica sopra una Grande proletaria che gli chiedeva il prof. Bianchini per il prof. Grocco, parlò della guerra che cominciava a disgustarlo leggendo nei giornali che gli aeroplani facevano vittime innocenti, si compiaceva della mattinata piovigginosa che per lui era tanto poetica e, durante la paracentesi, scherzò e rise continuamente come se il fatto non fosse suo. Ma il suo scherzare, secondo me, era tutto nervoso, era uno sforzo che faceva su se stesso per distrarsi e non lasciarsi prendere dalla paura e sopportare da forte, senza farle conoscere, le sue sofferenze. Io ero presso il suo letto, non però cosí vicina a lui per potergli tenere la testa rivolta a me, come le altre volte, in modo da impedirgli la vista di ciò che si faceva dal lato opposto su lui, sapendo che egli non poteva sopportare di veder fare nemmeno una puntura. C’era invece di me un assistente, il prof. Silvagni che, non sapendo questa cosa, guardava e teneva dietro solo a quello che faceva l’operatore. Quanto penai io! Terminata l’operazione (il liquido estratto fu in minor quantità del solito) i medici fecero una più accurata e minuziosa visita palpando per tutti i versi. Volò qualche parola che insospettí l’ammalato sí che, quando i medici si ritirarono in altra stanza, egli mi disse: «Va a sentire quello che dicono, se dicono come mi trovo !» Andai e dissi al prof. Bianchini che Giovannino voleva sapere in che stato l’avevano trovato e che andasse a dirglielo, se no lo facevamo pensar male. «Ecco» disse il Bianchini entrando nella camera «ecco il tuo stato. Il fegato va bene, ma c’è un indurimento più sotto che sparirà. Stai meglio». Fu persuaso? Il fatto è che il giorno lo passò bene, mangiò con assai appetito una bistecchina che lodò, conversò con gli amici nel pomeriggio, e ripigliammo tutti e due a fare i nostri soliti progetti. [11]

Ma sulla sera divenne un po’ agitato, chiese il calmante che talvolta prendeva, e volle che gli allentassi la fasciatura che era troppo stretta e gli ostacolava il respiro e sconcertava lo stomaco. Tuttavia io non dubitavo di nulla, perché anche nelle precedenti paracentesi gli aveva dato molta noia questa fasciatura; e anzi prevedevo una buona e tranquilla notte tanto per lui che per me. Mi ripromettevo di riposare con più agio che nelle notti scorse, sempre però vestita, nell’ottomana della sua camera. E fino alle tre ci fu tranquillità. A quell’ora egli scese di letto per una sua necessità, ma tremava...; era in preda a una gran debolezza. Io fui subito presso di lui, e facendo uso di tutta la mia forza, lo rimisi nel suo lettino e gli rimasi accanto fin che non fu giorno. E fu di nuovo tranquillo. Alle 8 circa mi domandò se era ancor venuto il medico; io gli dissi di no; se però lo voleva, lo facevo chiamare, oppure se desiderava, potevo telefonare al Murri. Accettò per il Murri; ma il Murri era fuori Bologna. Aspettammo ansiosi fino alle 10 passate. Vennero allora il prof. Silvagni e il dott. Lamazzi e constatarono la grande debolezza. Gli ordinarono un cordiale da prendersi a cucchiaiate, e con quello a poco a poco riprese alquanto le forze e si rianimò. Ma lieto non ritornò. Non volle più veder giornali dicendo: Non voglio saper più nulla». Tollerava male la luce, amava di essere lasciato quieto, ma non sí che non volesse continuamente me presso il suo letto e non mi dicesse tante cose. La mente aveva lucidissima e chiedeva con insistenza di Marcovigi.

IL TESTAMENTO RINNOVATO

La mattina del mercoledi, 3 aprile, mi domandò di nuovo con ansia mal celata: «Marcovigi non s’è ancora visto?» «No» gli risposi: «perché? lo desideri? Oggi non può mancare non essendo venuto ieri». Soggiunse: «Che non sappia del mio peggioramento?» «Ma che peggioramento» dissi io, «è debolezza che tu hai, che t’è venuta per quella paracentesi un po’ troppo spietata. Bisogna che ti nutra, che tu prenda del latte e qualche ovo». Taceva, col suo dolce viso contrariato. Io temevo (capii poi ch’era vero) ch’egli avesse dei pensieri lugubri, e cercavo di rassicurarlo mostrando di non avere io nessuna apprensione. In verità, io non pensavo affatto a quello che forse pensava lui. Perché cercava il suo fido Marcovigi? Alcuni giorni prima mi aveva tenuto un discorso che a me non era piaciuto. «Vorrei, ma temo che tu ti opponga, parlare con Marcovigi». «Perché mi devo opporre? Non puoi sempre dirgli quello che vuoi?» «Sí, ma se senti certe parole ti allarmi subito, mentre invece si tratta di cosa naturalissima». «Ma che vuoi dire?» «Vorrei fare testamento». «Ma vedi a che cosa vai a pensare! Lo farai quando sarai guarito. E poi, l’hai pur fatto». «Non conta; voglio ridurre in poche parole il mio pensiero. Ma ho bell’e visto: non ne posso parlare». E non ne parlò più fino a quel mercoledi quando sul mezzogiorno venne il tanto aspettato amico. «Ecco» gli dissi entrando con lui nella camera «ecco Marcovigi». Egli aprí le braccia, gliele avvolse al collo e, attirandolo presso le sue labbra, gli disse all’orecchio: «Voglio dichiarare la mia ultima volontà. Lascio tutto a Mariú, tutto: hai capito? E non una parola di più. Fa tutto te, mi raccomando, fa bene». «Ma sí; si fa subito» rispose Marcovigi trattenendo a stento le lagrime «sta tranquillo; è una cosa molto semplice; credevo anzi che l’avessi già fatto». «Sí, ma voglio solo cosí. Cosí! hai capito? solo cosí».

Marcovigi uscí dalla camera e di casa che sembrava fuori di sé. Poco dopo Giovannino mi chiese: «Dov’è Marcovigi?» Gli risposi: «È uscito, ma ha detto che ritorna subito». Egli mormorò un «Ah!» di disappunto. Forse comprese che l’amico era andato a chiamare un notaio, mentre egli aveva creduto che potesse, essendo avvocato, fare da sé quell’atto.

Stette ad aspettare circa tre ore sempre paziente e calmo, rivolgendomi ogni tanto qualcuna delle sue dolci parole. Quando giunsero ed entrarono nella sua stanza e si disposero intorno al suo letto i chiamati da Marcovigi per fare da testimoni e il notaio, Giovannino disse sorridendo: «Ecco il sinedrio». Poi si commosse oh quanto! Come gli brillavano gli occhi notanti nelle lagrime per la grande emozione! Io stavo vicina a lui col cuore che mi scoppiava. Il notaio scritta che ebbe l’introduzione formale, gli chiese quale era la sua volontà, ed egli dichiarò di voler revocare e annullare qualsiasi altro testamento o atto di volontà anteriore a quello (le parole precise non le rammento), poi ripeté con vigore la frase già detta a Marcovigi: «Lascio tutto a Mariú». Intanto che il notaio scriveva disse mestamente: «È ridicolo dire di lasciar tutto quando non si ha niente!» Indi il notaio lesse forte ciò che aveva scritto: «... Revoco ed annullo ogni mio altro testamento od atto di ultima volontà anteriore al presente. Nomino mia erede universale mia sorella Maria». E domandò se stava bene. «Sí, sta bene» rispose Giovannino, «però Maria è conosciuta col nome di Mariú, non vorrei che potessero nascere equivoci».

Si può aggiungere» disse il notaio «detta Mariú». Egli approvò dicendo: «Sí, cosí, Maria detta Mariú». Poi fu il momento della firma. Si sedé sul letto, gli mettemmo dei cuscini dietro le spalle perché potesse reggersi meglio; ma era tanta la commozione e la debolezza che tremava e non riusciva a tener la penna in mano e a far la firma a modo. «Come si diventa!» disse con un sospiro. «Non occorre, non occorre» gli dicevano tutti «bastano le firme dei testimoni». Ma egli: «No». Io gli dicevo, con uno strazio che nessuno al mondo potrà mai imaginare: «Giovannino, lascia stare, firmerai quando sarai alzato, ti strapazzi troppo a stare cosí su con la vita». Ed egli: «Lasciami fare». E risolutamente vergò la sua firma; ma oh! come diversa delle sue solite! Dopo chiese: «Va bene? è tutto valido? c’è nessun pericolo di nullità?» «Sta tranquillo» gli rispose Marcovigi «è tutto fatto in regola». Seguirono le firme dei testimoni: Cesare Zanichelli, Prof. Luigi Siivagni, Raffaello Marcovigi, Prof. Antonio Gnudi, e del notaio Dott. Gaetano Angeletti.

Nel frattempo Giovannino si raccomandava: «Proteggete Mariú! proteggere Mariú!» E rivolto a me, con voce più bassa: «Se puoi, aiuta l’Ida, e dille che le ho sempre voluto bene, dillo anche a Falino e... anche a quell’altro». Che scena d’indimenticabile angoscia! Io non so chi mi reggesse!

CAPITOLO II

LA FINE

(6 Aprile 1912)

I TRE GIORNI DI PASSIONE: GIOVEDÌ, VENERDÌ, SABATO SANTO

Poco dopo partirono i convenuti profondamente commossi anche loro. Rimase solo nel salotto attiguo il dott. Lamazzi che si trattenne fino a tardi. Io detti a Giovannino, secondo l’ordine ricevuto, qualche cucchiaio di caffè, suggerendogli sempre la calma. In quel mentre sentii cantare la civetta. Era la prima volta che l’udivo quell’anno! Rimasi sospesa e terrorizzata; e temendo che l’avesse sentita anche lui, per divergere la sua mente dai tristi pensieri che potessero essergli venuti, gli dissi: «Vuoi che ti legga qualcuna delle tue poesie?» «Non potresti» mi rispose malinconicamente. «Allora» soggiunsi io «pensa ai tuoi nuovi lavori; ti stanno pur tanto a cuore! E prometti a Dio e alla Madonna che, appena sarai in piedi, compirai il Piccolo vangelo e farai l’inno che intendi di fare a Maria». «Sí» egli disse «e senza rispetti umani perché io credo credo credo». E io: «Nessuno può dubitarne; tutta la tua opera e la tua vita lo attestano».

Era venuto buio; la calma era sottentrata all’agitazione di prima. Volle scendere di letto, ma gradí che chiamassi anche il dott. Lamazzi, forse perché dubitava delle sue forze e non si fidava del tutto delle mie. Col nostro aiuto poi risalí in letto. Era debole sí, debolissimo anzi, ma io credevo che un buon sonno l’avesse a ristorare. Nella notte non scese più di letto, dormí a intervalli e fu sempre calmo. Io non abbandonai mai il mio posto alla destra del suo letto.

Al mattino (giovedí santo) non era affatto migliorato. Disse che aveva freddo ai piedi: io glieli riscaldai, presente il dott. Lamazzi, e poi glieli tenni per qualche tempo nelle mie mani calde perché conservassero il calore. Si assopiva spesso, e anche quando verso le ore 10 venne il prof. Bianchini (a cui io avevo telegrafato che venisse, avendomi egli lasciato detto il giorno della paracentesi di chiamarlo se ci fosse stato peggioramento) era assopito. Si destò però subito e fece molta festa al caro amico. Questi gli disse: «Ma tu sei debole, estremamente debole! bisogna che ti nutra, che prenda anche qualche cosa che ti rinvigorisca. Non ti piace lo Champagne?» «Altro se mi piace!» «Bene! allora subito un po’ di Champagne». Gliene dette un bicchierino, e poi là là qualche sorso, e poi un po’ di somatose e poi una tazzina di caffè con un rosso d’ovo sbattuto. Indi sempre qualche cucchiaiata di qualcosa. Io credevo che proseguendo cosí si potesse far presto a domare e a vincere la debolezza. Il Bianchini, mentre con me lo aiutava a sollevarsi, gli ripeteva ciò che altra volta gli aveva detto, che per guarire bisognava volere, e gli ricordava che l’illustre scienziato francese Dubois (non so se scrivo bene questo nome) a tal proposito asseriva che volere è potere. Ma Giovannino ribatté, soffermandosi a ogni parola quasi per farsi meglio intendere: «Volere... volere... e... non potere!»

Sul mezzogiorno vennero a vederlo gli amici avv. Vita e avv. Marcovigi. Egli si era appisolato ma, sentendo la voce del suo prediletto Marcovigi, aperse gli occhi e disse: «O mio Biondino! che ti volevo tanto bene». E dopo un momento di silenzio soggiunse: «Credi che me ne importi? non me ne importa niente». «Di che? di che?» chiese Marcovigi. Ma egli non disse altro. Che cosa poteva essere che non gl’importava? Partiti gli amici, egli allungò le braccia sul letto dicendo: «Io mi distendo». «Ti vuoi muovere?» gli chiesi «sei stanco di stare in quella posizione? Mettimi le braccia al collo che ti aiuto io». Subito me le avvolse al collo appoggiando la sua cara testa sulla mia spalla, e cosí io potei sollevarlo e voltare un po’ dall’altro lato. A quel modo, abbracciato a me, si assopí di nuovo. Io me ne stavo immobile, trattenendo anche il respiro per lasciargli fare quel sonno da cui speravo si potesse risvegliare in migliore condizione. Ma non fu vero! Si distaccò da me sempre nello stesso stato. Era quasi in continuo dormiveglia. Teneva gli occhi chiusi aprendoli soltanto se io lo chiamavo o se sentiva avvicinarsi qualcuno al suo letto. Pronunziava tra sé e sé, sottovoce ma assai distintamente, delle parole che ripeteva molte volte ognuna. Erano: «Sotto terra... sotto terra... sotto terra... Peccata... peccata... peccata... prete... prete... prete... Dio mio!... Dio mio!... Dio mio!... Madre!... Madre!... Madre!... Mariú! ... Mariú!... Mariú!...». Se io gli domandavo: «Che dici?» egli apriva gli occhi, mi guardava, poi li richiudeva e ripigliava a ripetere la parola in cui l’avevo interrotto. [12]

Verso le ore 16 vennero a visitarlo il prof. Murri, il prof. Silvagni e il prof. Bianchini. Egli, sentendo che gente si appressava al suo letto, aperse gli occhi, li girò intorno e vedendo il Murri si riscosse e commosse e disse con profonda amarezza: «Io non sono riuscito; tocca a voi ora, professori, a occuparvi di lui». Alludeva alla lettera che egli aveva dettato il 4 marzo con l’intento di ottenere la grazia sovrana per il figlio del Murri, lettera che non aveva ottenuto nessun effetto. Poverino! Anche in quei momenti pensava a lenire i dolori altrui! Il Murri pure si commosse molto. Io lo osservavo mentre lo visitava per poter capire come lo trovava, ma niente lasciò trapelare del suo pensiero. Dopo parlò così sottovoce col Bianchini che non potei intendere nemmeno una parola. Soltanto all’ultimo, sulle mosse di partire, disse abbastanza forte: «Ora potete fargli delle iniezioni di canfora». Io non sapevo allora che quando i medici ricorrono a quelle iniezioni è segno che non c’è altro da fare; ma Giovannino certamente lo sapeva perché, sentendo quelle parole, si volse subito con la testa a me, che ero in piedi al suo capezzale, dicendomi con tenerezza accorata: Mariucchin! poverina!» Oh! io non pensavo davvero che egli non fosse per superare quella crisi, per quanto grave, di debolezza! Che non dovesse da un momento all’altro dare qualche indizio di star meglio, che non dovesse mostrarmi il suo sorriso! Mi aveva pur detto, mentre già era stato preso dal male: «io non posso morire ora, perché mi trattengono i miei lavori e il mio Mariú!» E io credevo proprio che fosse impossibile.

Verso sera disse: «Ho fame». Il cuore mi si allargò! Gli detti subito un biscotto, che egli mangiò volentieri facendolo scricchiolare coi denti, poi un caffè con ovo sbattuto, che prese molto bene. Indi si assopì. Nel frattempo venne il dottor Lamazzi con un uomo in giacchetta bianca che era, mi disse il dottore, un infermiere che aveva l’incarico dell’assistenza notturna e di mettergli un lenzuolo ripiegato sotto per poterlo con facilità sollevare in ogni occorrenza. Io ne fui sorpresa, e più di me fu sorpreso Giovannino allorché riaprendo gli occhi vide quel fantasma bianco nella stanza. «Chi è? chi è?» domandò quasi spaventato. «È un infermiere» gli risposi io «che deve metterti un telo attraverso per agevolarti i movimenti; lascia fare». Ma quando il dottore e l’infermiere si accostarono al letto, egli tutto conturbato mi disse: «Bisogna pagarlo, bisogna pagarlo». «Sí, sí, lo pagheremo» dissi io, «non te ne preoccupare ora». Poverino! Forse prevedeva prossima la sua fine, e chissà quanti dolorosi pensieri gli si aggiravano per la mente in quei suoi, da noi creduti, assopimenti! Chi sa che non lo tormentasse anche il pensiero (come si può supporre da quelle sue parole: «Bisogna pagarlo») delle difficoltà finanziarie in cui sarei rimasta io! Dopo messo il telo, parlai in disparte col dottore e gli feci capire che la presenza di quell’uomo aveva fatto trista impressione a Giovannino, che si era agitato, disturbato. Il dottore lo licenziò, e rimase egli stesso di là nel salotto. Più tardi il mio poverino girando lo sguardo inquieto per la stanza mi chiese: Dov’è quell’uomo?» «È andato via» gli risposi: «non c’era altro da fare per lui. Sta pur tranquillo, che non c’è nessuno». Poi, pensando alla sua riluttanza per l’infermiere, che poteva anche provenire dall’essere quell’uomo un estraneo, gli chiesi se desiderava che facessi venire per qualche giorno l’Ida. «No!» mi rispose «che vorresti che facesse?» Allora gli chiesi se piuttosto desiderava di avere Falino fino a che non gli fosse ritornata un po’ di forza. Ma egli: «No, no! per che fare? che bisogno c’è?» Tacque un poco, poi soggiunse: «Bada, Mariù! bada, Mariù!» Queste ultime parole dovevano essere certamente l’espressione di qualche suo intimo pensiero che io non afferrai allora. Capii soltanto dall’insieme che non gradiva alcuno. Io non lo contrariai, anzi gli dissi che anch’io non vedevo che ci fosse necessità di far venire altri, mentre avevamo di continuo a nostra disposizione l’Erminia che era pratica di tutto.

Circa le ore 22 vennero in camera il prof. Bianchini e il dott. Lamazzi per fargli la prima puntura di canfora. Egli non l’avrebbe voluta e diceva e ripeteva agitandosi nel momento che gliela praticavano: «No: quelle non ci vogliono!» Ma poi si rimise quieto e non tardò ad appisolarsi. Mi dissero di lasciarlo riposare. Indi il Lamazzi, che era in casa da parecchie ore, andò via, e il Bianchini si ritirò nel salotto da pranzo dove poté adagiarsi sopra un sofà. Io restai al mio posto presso il letto di Giovannino sorvegliandolo tacitamente per non disturbarlo. Sulla mezzanotte vidi che si voltava da sé verso il lato destro dove ero io, ripetendo nel girarsi: «Dio mio! Dio mio!» poi, quando con la sua testa quasi a toccare la mia si fu posato, a un tratto esclamò con gioia: «Sei qui? oh! chi c’è qui!» «Sí, son qui» dissi io «appoggiata al tuo guanciale. Non dubitare che non mi muovo di qui». Non disse altro e si riaddormentò placidamente. Nell’averlo veduto girarsi da sé, nell’averlo sentito pronunziare quella frase con tanta lietezza, io mi ero tutta consolata, sembrandomi che fosse già notevolmente migliorato.

Quella frase! Quanto ci ho mai ripensato! Allora credei proprio che fosse rivolta a me; c’ero solo io nella stanza; ma in seguito, considerando e meditando bene e come e quando fu detta, mi sono ricreduta, e mi sono invece convinta che egli sentisse e vedesse, per divina bontà, la sua dolce madre. Sí, lei, tanto da lui amata, accorsa al suo letto doloroso per assisterlo e confortarlo. Non era essa sempre accorsa nelle ore tristi e desolate di questo suo martoriato figlio per infondergli lena e coraggio? Non lo dice egli stesso ne La voce? Non aveva egli preveduta la presenza della madre nel momento «che a tutti è sí duro e sí grave?» Nell’Ultimo sogno cosí dice:

Era spirato il nembo del mio male

in un alito. Un muovere di ciglia;

e vidi la mia madre al capezzale:

io la guardava senza meraviglia.

Libero!... inerte sí, forse, quand’io

le mani al petto sciogliere volessi:

ma non volevo ...

E anche ne La mia sera: «Mi sembrano canti di culla, – che fanno ch’io torni com’era... – sentivo mia madre... poi nulla . . .».

Certo quelle parole erano rivolte alla madre sua adorata! L’aveva invocata nel giorno e, allo scendere della notte, essa era venuta a lui...

Si riaddormentò, dunque, placidamente. Intanto io non lo perdevo di vista. Circa un’ora dopo cominciò ad agitare il braccio destro. Provai più volte di tenerglielo fermo, ma non ci riuscivo: il braccio mi sfuggiva di mano con forza. Stavo per andare a dire la strana cosa al prof. Bianchini quand’egli venne da sé per accomiatarsi, dovendo partire col treno delle 3 per Lucca. Gli feci osservare quei movimenti: «Non li deve fare» disse, «bisogna fargli un’altra iniezione». Non potendosi più oltre trattenere per eseguirla, mandò subito l’Erminia a chiamare il dott. Lamazzi che abitava in quei pressi. Questi, appena giunto, fece la nuova puntura di canfora, e il braccio cessò di agitarsi. Giovannino non si accorse di quella seconda puntura, non si destò. E non si destò mai, e mai si mosse nel resto della notte, e nemmeno il giorno seguente venerdí. Possibile che fosse naturale un sonno cosí lungo e un’immobilità cosí assoluta? Ma i medici, che erano parecchi quel venerdí sempre al suo letto (c’era anche il primo medico che l’aveva curato a Castelvecchio, il dott. Alfredo Caproni venuto da Barga), non mi spiegavano niente; sicché io, sebbene fossi terribilmente impressionata, stavo lí credendo e sperando che il male fosse per dar volta e risolversi felicemente. Non mi staccavo un istante da lui; gli tenevo sempre una mano nella mia anelando di sentirla muovere, lo guardavo sempre nel viso aspettando che da un momento all’altro aprisse gli occhi. Niente! Soltanto vedevo che, sotto le palpebre chiuse, quegli occhi suoi, cosí buoni, si aggiravano incessantemente, e sentivo che il suo respiro, che era sempre stato lievissimo e calmo, si andava facendo grave e affannoso. Che angoscia tremenda! E cosí si giunse alla sera.

In serata arrivò da Castelvecchio l’Attilia cui il dott. Caproni – suo cugino – aveva telegrafato sollecitandola a venire. Io mi ero opposta a quella chiamata, pensando che la presenza di ospiti in casa in quei momenti non poteva essere se non d’imbarazzo. Ma per essa mi sbagliavo. Infatti cominciò subito a rendersi utile. Ricordo che aveva portato la tradizionale «schiaccia pasquale» casalinga che tanto piaceva a lui! Arrivarono pure l’Ida dalla Romagna e Falino da Pisa. Io restai non so come nel vederli! In pari tempo mi si avvicinò l’amico Marcovigi, che era entrato con Falino, e non potei astenermi dal chiedergli, piano piano, all’orecchio, come mai erano venuti potendo cagionare chi sa che effetto a Giovannino quando si destava, perché proprio la sera avanti, richiesto da me se aveva piacere che qualcuno di loro venisse, mi aveva fatto capire chiaramente di no. Il buon amico mi rispose che essi avevano incaricato lui di avvertirli nel caso di qualche peggioramento, e che perciò aveva dovuto far loro sapere che il male si era aggravato. Cosí erano venuti tutti e due. Falino si fermò alcuni minuti impressionato e silenzioso presso quel letto di dolore; poi, con altri, passò di là nel salotto. L’Ida volle rimanere con me e mi si mise accanto, rivolgendomi via via qualche sommessa parola di tenero affetto e d’incoraggiamento. Fino a tarda ora ci fu nella stanza un andirivieni di sanitari, colleghi e amici.

Intanto Giovannino non si svegliava, non si moveva e il suo respiro diventava sempre più grosso e affannoso. Che si poteva fare, che ci poteva essere per interrompere quel sonno che durava già da più di una ventina d’ore? Nella stanza c’erano tante imagini sacre, sul suo guanciale avevo puntata una medaglina della Madonna, sul petto egli aveva la crocettina di suo padre, nel mio cuore c’erano infinite invocazioni a Dio e a Maria. Ma non si svegliava. Nel mio atroce spasimo pensai di fargli dare una benedizione. Mandai senz’altro l’Attilia, che si trovava con me e con l’Ida, a dire all’Erminia che inviasse alla svelta qualcuno al Convento dell’Osservanza per far venire subito il Padre Paolino, francescano, [13] che era, più che conoscente, amico di lui. Il messo partí immediatamente. Ma avendo saputa la cosa Falino, non si peritò di mandargli dietro un altro individuo con un suo contr’ordine, non volendo che venisse il sacerdote. Non so davvero qual diavolo lo istigasse per fargli compiere un’azione tanto deplorevole! Egli era, sí, un fratello e anche beneamato da noi, ma non aveva alcun diritto d’imporsi in casa nostra e, sopra tutto, di frapporsi ai nostri intimi sentimenti. Io ne provai un disgusto e una amarezza che non saprò mai esprimere. Mi vennero alla mente, e mi parve di averne la prima interpretazione, quelle parole che non erano certamente dette a caso: «Bada, Mariù! bada, Mariú!» Ecco come e da chi fu impedita la presenza del sacerdote al letto del mio Giovannino. Il quale chi sa quante volte l’aveva desiderata, non azzardando di manifestare quel desiderio per timore di fare impressione a me; come per questo stesso timore poco mancò che anche le sue ultime volontà non restassero se non nel suo pensiero. Ma Dio vede nei cuori e tien conto di tutti i desideri buoni. [14]

L’assistenza medica per il resto della notte fu affidata a un sanitario che, se ben ricordo, era il prof. Facchini; ma non ci fu nulla da fare. Lo stato penoso di Giovannino durò immutato fino a oltre il mezzogiorno del Sabato Santo. Io sperando disperatamente non mi ero mai scostata da lui, sempre tenendogli una mano nella mia, e spesso inumidendogli le labbra, povere labbra che il grave affanno prosciugava e arsiva! Ma ecco che, mentre le campane sonavano a festa annunziando la gloriosa Resurrezione del Redentore – la solennità cristiana prediletta da lui e da lui profondamente sentita – ecco che le dita della mano che tenevo io cominciarono a muoversi, ed anche un po’ a dischiudersi gli occhi. Dopo 36 ore si svegliava! Balzai in piedi con un sussulto di esultanza! E subito a baciarlo e a dirgli: «Giovannino, Giovannino, mi senti? Giovannino, Giovannino, mi senti?» Mi sembrava che intendesse ed anche rispondesse: «Sí... sí...!» Ma respirava con grande fatica e più che mai affannosamente. Gli sollevai con tutta delicatezza un pochino le spalle e la testa per agevolargli il respiro, ma non valse. Il prof. Silvagni che era lí, ma che non vide il mio atto essendosi in quel momento voltato a dir qualcosa ad altri presenti, allorché riportò gli occhi su lui domandò, con aria meravigliata e disapprovante, chi l’aveva mosso. Risposi che ero stata io perché potesse respirare meglio. Stette zitto. Forse non volle togliermi ancora dalla mia illusione, perché purtroppo m’illudevo. Non avevo capito che il mio adorato Giovannino, uscito finalmente da quel sonno in cui era rimasto 36 ore, era entrato in agonia! [15] E m’illusi fino all’ultimo. Tre ore ebbe d’agonia come Gesù sulla croce! Alle ore 15 e qualche minuto del Sabato Santo – 6 aprile 1912 - a un tratto egli aprí del tutto i suoi dolci occhi, sollevò e abbassò convulsamente le braccia con un alto grido, poi reclinò da una parte la sua cara testa, emise tre brevi respiri e poi... più nulla.

«Giovannino Giovannino Giovannino!» urlai disperata. Ma egli, il mio tutto, non poteva più udirmi, era partito, aveva reso la sua anima buona al Creatore, portando con sé interamente il mio cuore pieno di affetto per lui. Chi potrà mai comprendere il mio strazio, la mia desolazione?

I FUNERALI E LA SEPOLTURA

«Morí a 56 anni come Dante, come Beethoven...; niente è a caso nel mondo», fu scritto con uno di quegli accostamenti misteriosi che sarebbero piaciuti al Pascoli. [16]

Alla sua morte si compirono manifestazioni d’onore quali mai egli ebbe in vita. I giornali d’Italia e di Europa – e anche di fuori – ne fecero ampia memoria: ne esistono raccolte alle Biblioteche Universitaria e Comunale di Bologna e a Castelvecchio. Con telegrammi e giudizi parteciparono al lutto i maggiori rappresentanti della politica, della cultura, dell’esercito; e, con larga adesione, il popolo stesso, anche sparso per le campagne, specialmente di Romagna e Toscana. Il re mandò un suo telegramma. Celebri le parole del D’Annunzio: «Arcachon, 6 aprile – G. Pascoli è il piú grande e originale poeta apparso in Italia dopo il Petrarca. Questo sarà riconosciuto quando l’Italia rinnoverà anche le vecchie tavole dei valori poetici. G. D’ANNUNZIO»; e al direttore del «Giornale del Mattino» scriveva fra l’altro: «La mia devozione per lui era fatta specialmente di gratitudine, perché egli mi dava la gioia rarissima di poterlo ammirare ed amare nel medesimo tempo con intero abbandono». E subito dopo componeva le belle pagine della Contemplazione della morte, cominciando: «Anche una volta il mondo par diminuito di valore».

Alcuni giornali, in particolare il «Giornale d’Italia», raccolsero testimonianze dei maggiori scrittori in onore del poeta. È una antologia di rapidi giudizi fra i quali bellissimo quello di Arturo Graf: «Con Giovanni Pascoli un’altra luce trasmigra ma non si spegne». E si può ricordare che anche Massimo Gorki, allora in Italia, rispondeva il 25 giugno 1912 a un invito perché dettasse l’iscrizione per la lapide da porre nella sede della Società Operaia di San Mauro, dicendo fra l’altro: «Giovanni Pascoli era una di quelle campane d’Italia che sempre piú forti e più fiere avvisano il mondo per l’avvicinamento di un nuovo Rinascimento ... Memoria eterna a Giovanni Pascoli, all’Uomo che ha ingrandito il tesoro della poesia e la gloria d’Italia». La camera ardente, aperta nello studiolo accanto l’ingresso, fu visitata da gran folla, autorità politiche, culturali, rappresentanti di partiti e umile gente.

I funerali furono compiuti a Bologna il martedi 9 aprile: lunghissimo, commosso corteo, preceduto da un frate francescano, davanti al quale un ragazzo inalberava la croce. La giornata precedente e questa stessa furono tumultuose per le discussioni e le minacce sul luogo del definitivo riposo. La Romagna (forte della tomba familiare «tra San Mauro e Savignano», delle memorie domestiche e di certo un po’ troppo antiche lettere – pag. 547; ma una a Pirozz è del 10 ag. 1900 – cui si aggiungevano alcuni altri accenni, come ne I gigli di Myricae: «Maria mi porti – nella mia casa, per morirvi in pace – presso i miei morti») la Romagna, ardendo del proprio entusiasmo, era partita per portarsi via anche con la forza la salma. «San Mauro, quasi tutto presente a Bologna, avrebbe voluto difendere con un atto di forza quello che era stato un suo sacro diritto. E le autorità ci ammonirono, pena il loro intervento». Cosí il sammaurese Ruggero Tognacci, allora gregario della «spedizione», e ora rivendicatore dei vecchi diritti nel citato opuscolo Zvani, Verona 1956: tanto più che ammette che allora forse li ingannarono, dicendo che Maria conservasse in un tiretto il documento del poeta che giustificava la di lei decisione! Ma Maria fu risolutissima (e non fu smossa nemmeno dalla proposta di tumularlo a Bologna presso il Carducci, o in Santa Croce); ed è veramente da credere che come i Canti di Castelvecchio avevano sostituito i Canti di San Mauro, anche la nuova terra di riposo avesse sostituito nel pensiero di Pascoli il cimitero de Il giorno dei morti. E in varie occasioni, (pur con le abituali oscillazioni momentanee: pag. 870), egli vi fece cenno con allusioni locali a Castelvecchio: forse ne Il Viatico, sentendo le campane di San Niccolò («Quel giorno anche per me, campane – sonate pur cosí ...»); e più chiaro nella Nebbia: «Ch’io veda là solo quel bianco di strada, – che un giorno ho da fare tra stanco – don don di campane...»; e ne Il sepolcro: «Lasciate il sepolcro alla carie – che roda anche il nome a chi giace ... – Lasciate quell’edera ... — Lasciate che ancora l’abbracci – la vecchia mia croce ...». E in quello stesso quasi testamento di Tra San Mauro e Savignano, non lascia egli apposta indeterminato dove sarà la sua sepoltura? «Oh! se qui, con soavi inni, a’ suoi morti – che egli amò tanto, il popolo suo mai – in un giorno d’amor, non lo riporti; – io sarò ...» Ma ben piú chiaramente in una poesia non ancora compresa nei volumi, e che, ispirata al verde liquore «fior di pascoli», canta l’aria, gli alberi, le campane del Barghigiano («Dolci suoni, cari suoni – pieni di malinconia... – Ave, ave, ave Maria!») conclude così: «Ch’io ritorni al campanile – del mio bel San Niccolò – dove l’anima gentile – finalmente adagerò . . .». Ma anche fuori della poesia vi accenna: fino dal gennaio 1902 scriveva al Rettore di San Niccolò: «Io m’ero scelto il posto persino nel camposanto per star sempre vicino a loro ...»; e nel 1906, per la cittadinanza onoraria di Lucca telegrafò: «Possa io finire vicinanza illustre città ispiratrice sempre poesia e lavoro»; vi allude anche col Bianchi il 4 novembre 1907 (pag. 859). Aveva pensato come a suo luogo, a un «cantuccio» nel piccolo cimitero di Castelvecchio nel visitare il quale un giorno aveva scritto – se ne ricordò nel Sepolcro di Odi e Inni? – con immediate impressioni:

Torno torno al piccolo muro grigio, piante di lacrime rosse e di lacrime bianche. In un canto una croce piegata e inchina tra rose e fiori mezzo spogliate, rosse. Sulla croce un’iscrizione sgrammaticata. Croci coperte di latta, croci semplici, piccoli e banali cippi con iscrizioni stinte. Erbe folte, con fiori di trifoglio e altri – che saranno brucate prima dei morti. S’affaccia da un muro il cono ultimo delle Panie, prossimo per la tramontana... Oh! quel cantuccio! ...ronzava un’ape villosa, vellutata ... Come ci sono stato, a incuriosirmi e leggere! «Ceno» (ci sono).

Oh! col tempo verrà qualcuno! Non ci sarà piú memoria, ma una lunga tradizione che dirà: Lui c’era ...

Abbelliscimi, o tempo, o cuore del popolo! Dammi quel che non ho.

Ma aveva anche vagheggiato il riposo in un angolo del suo orto, presso la chiesa, accanto a due salici («Giovanni» e «Maria») di cui seguiva la crescita; e ne aveva allargato l’orizzonte facendo abbattere qualche vecchio albero (e fu un primo progetto reale per la tomba); non pensò alla cappellina (la quale era ancora da riassettare, e vi dovevano sempre lavorare il Ghigneni e il Bistolfi; né forse poteva osare tanto): ma alla cappellina pensò Maria, e pensarono presto gli amici. [17]

Superando con la consueta tenacia ogni opposizione Maria impose il trasporto a Castelvecchio: la incuorava – come racconta nel suo Diario – anche Don Barré, che subito le spedí un telegramma: «Popolazione intera Castelvecchio, addoloratissima grande sventura suo Giovannino, mostra dolore suo profondo unanime, desiderando implorando reclamando ultimo conforto venerata salma ombra salici piangenti». E subito dopo il Vespro di Pasqua, in San Niccolò «fu cantato un solenne Miserere. Le campane suonarono a morto fino al martedi, quando la salma arrivò al cimitero di Barga». Il Rettore, con altri di Castelvecchio, corse a Bologna; Maria e lui ottennero «il trasporto religioso». Fino alla stazione ci fu il frate francescano; «dalla stazione di Bologna fino al cimitero di Barga l’accompagnai io in veste ufficiale».

Finalmente lo stesso martedí con treno speciale la salma partí per Castelvecchio: c’era anche l’on. Credaro ministro dell’Istruzione. In Toscana incominciò il temporale che accompagnò il feretro: ma ad ogni stazione gente e fiori. Si giunse alla stazione di Fornaci di notte: continuava a piovere. Un carro funebre, sotto il vento che spegneva le torce e faceva sfiorire le ghirlande, avanzò – tra una folla silenziosa fino al cimitero di Barga. Gli studenti bolognesi che portarono la salma verso il loculo sembravano osteggiare la benedizione: per timore di incidenti (e si parlava anche di competizioni di candidati politici, che volevano sfruttar la circostanza) il Prefetto diede ordine di far tutto in fretta. «Pieno del mio diritto e per volontà della sorella Maria, che era lí presente, benedii la salma», ma senza le esequie solenni: poi il feretro fu subito, sempre il 9 aprile nella notte, con incredibile furia, rinchiuso nel loculo provvisorio. Il Commissario prefettizio si affrettò a telegrafare alla Prefettura: «Sotto pioggia torrenziale salma Pascoli trasportata cimitero e tumulata ore 23. Nessun incidente. SALERNI». Ancora un motivo di tristezza oltre la morte!

Lí, nel loculo scavato nella parete di una galleria sotterranea nuova e con un’iscrizione che indicava quella come sede provvisoria, Giovanni stette per qualche mese, dentro la «grave cassa di noce» alzata dal pavimento da bronzee zampe di leone e visibile attraverso un cristallo.

Ma la gloria lo risaluta quando il 6 ottobre, dopo una grande commemorazione nel Teatro che pareva ancora risuonare della sua parola, fu trasportato tra fiori, bandiere, lenti suoni di bande e di campane nella cappellina di Castelvecchio («le case erano tutte messe a lutto con drappi abbrunati»). Avendo Maria, per certe parole mormorate da Giovannino negli ultimi giorni, pensato che avesse l’orrore di andare sotto terra, fu stabilito di far una tomba esterna; e prima si immaginò un sarcofago su colonne, come quelli dei Glossatori a Bologna (pare che l’idea passasse poi al monumento ai Caduti presso San Niccolò); ma si decise per il sarcofago nella cappella. Fu deposto in un «rozzo sepolcro in muratura» che stava ove prima era l’altare, il quale fu poi rifatto di lato. E voce che so degna di fede – e la cosa è ben consona agli spiriti di casa Pascoli – sussurrò che, quando fu rinnovata con una traslazione dei defunti la cappella mortuaria della famiglia nel cimitero «tra San Mauro e Savignano», Ida sottraesse piccoli frammenti di ossa dei cari morti e li deponesse nella tomba di Castelvecchio, che cosí diveniva simbolicamente la tomba di famiglia, e ricongiungeva Giovanni (e poi Maria) ai suoi. Ultimo particolare di quella intimità su cui sempre aleggiò la morte: nelle due pareti laterali del sarcofago definitivo Maria volle fosse lasciata una piccola apertura, quasi una fessura, attraverso la quale si potesse toccare la cassa di legno. E ogni sera, quando prima di coricarsi pregava nella cappelletta, ella in tal modo faceva come un’ultima carezza al fratello.

Don Barré aggiunge alcune notizie sulla sia pur poetica religiosità pascoliana, a conferma del giusto seppellimento nella cappellina: «Ogni volta che mandava un suo lavoro a qualche concorso, ne faceva un plico e lo teneva tutta la notte davanti alla Madonna col lume acceso e la mattina lo spediva. Quando ritornava premiato andava subito al piano e suonava l’Ave Maria (di Gounod) in ringraziamento ... È venuto in chiesa alla messa a tempo mio ... Ordinò che si facesse un triduo alla Madonna perché guarisse e mi fece celebrare più volte in suffragio dei suoi morti ... La sera dei Santi, fin dal primo anno per desiderio della sorella Maria, la Processione, prima di andare al cimitero, si ferma alle tombe dei Pascoli, recita una preghiera e il De Profundis, mentre il Rettore asperge il tumulo».

Al principio del 1914 si costituí un Comitato per costruire una tomba degna del poeta, cui il Bistolfi preparò un bozzetto simbolicamente statuario; la raccolta, che si volle di piccole cifre (ma anche con grandi nomi), fu fatta in varie parti d’Italia; la guerra interruppe i preparativi. Finalmente nel 1920, nell’anniversario della morte, la salma posò nel semplice sarcofago marmoreo, pure opera del Bistolfi; la cappella ebbe il nuovo pavimento di marmo e il nuovo altare. E nella cappellina, nello stesso sarcofago, in un piccolo loculo sotto quello del fratello, sta ora per sempre – dopo la fine avvenuta il 5 di dicembre del 1953 – anche Maria.

Dei fratelli sopravvissuti, Raffaele morí a Pisa, dove fu trasferito proprio quando stava per partirne Giovanni, il 13 ottobre 1919 ed è sepolto a San Mauro. Giuseppe, divenuto veneto per le seconde nozze con una maestra del luogo, è morto a Bolzano Vicentino il 6 marzo 1917 ed è sepolto nel cimitero di Vicenza; Ida, ultima di tutti, spirò a Bologna il 26 gennaio 1957 e volle riposare anche lei nel sepolcro di San Mauro. Pure Nannina, cioè Giovannina, la prima nipote del poeta che, divenuta maestra, fu assegnata per l’insegnamento proprio a San Mauro, morí giovane. Continuano il nome alcuni figli di Raffaele e di Giuseppe; hanno il nome di Berti le figlie dell’Ida.

Per la successione nella cattedra si rinnovarono, in parte, le discussioni del 1904-5; si tornò a gridare il nome di D’Annunzio, andando commissioni a sollecitarlo perfino ad Arcachon (ma uno dei suoi telegrammi agli studenti diceva addirittura: «...Io amo assai piú le aperte spiagge che le chiuse scuole, dalle quali vi auguro di liberarvi ...»); la Facoltà propose l’Albini, professore di latino, che saviamente rifiutò; e poi il Barbi che, forse ricordando le precedenti vicende, pure non accettò; finché, dopo regolare concorso, fu nominato Alfredo Galletti.

La vita posteriore – di raccoglimento, di autorevoli interventi, di trasformazioni edilizie, di pubblicazioni – che si svolse fino al 1953 attorno al romitorio di Castelvecchio e alla sorella solitaria ha narrato in parchi ma continui appunti Maria nelle agende o nei quaderni che quasi giorno per giorno scrisse dal 1912 fin presso alla morte, ed è fissata nella grandiosa mole della corrispondenza ricevuta che, tutta, la sorella volle conservata a memoria di Giovanni Pascoli.

A. V.

 

Note

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[1] La storia medica di questi ultimi giorni di Castelvecchio la scrisse lo stesso prof. Bianchini nel fascicolo Lucca a G. Pascoli, 1924: spesso ripeto le sue parole. Il romagnolo Bianchini venne all’ospedale di Lucca nel 1901: e il Pascoli ne gode (al Caselli; 25 luglio).

[2] La stesura definitiva è compresa nel volume I delle Prose pascoliane a chiusa di Patria e Umanità. La casa del Pascoli sappiamo che era nella quasi valletta fra i due colli dell’Osservanza e di San Michele in Bosco.

[3] [Qui, come si è detto, riprende Maria. Queste pagine sugli ultimi giorni del fratello, come piú importanti, le volle anticipare prima di ultimare le Memorie, ferme a metà del 1897. E fu bene. A quanto essa avrebbe comunicato a Iolanda De Blasi, sembra che le scrivesse verso il 1936, o non molto prima: v. G. Pascoli, Firenze, Sansoni, 1937, pag. 248.]

[4] [Intercalato nell’Agenda del 1912 c’è un cartoncino autografo con alcuni versi: «Scherzo con Marcovigi: Se dissi male perdonal...». Potrebbero collegarsi alla rintensificata amicizia fra i due dopo il ritorno a Bologna del 1906; certo la grafia troppo sicura li fa credere anteriori all’anno dell’Agenda. E di fatto questi versi sono anche in una cartolina illustrata indirizzata al Caselli il 2 nov. 1905. Riutilizzò gli stessi versi poi per il Marcovigi? C’è pure un altro foglietto che contiene una Strofa dellinno alpino: «Tra Paure l’aurora - tra monti i tramonti!...»]

[5] [In appunti preparati da Maria per le Memorie, sul tempo della malattia, la frase che è nel testo ha questa forma: «Mariú, oh! io non posso morire ora, perché due cose mi trattengono qua: Mariú e i miei lavori». Forse riaffiorava confuso anche quel pensiero (che è quasi un giudizio su molti dei moti poetici pascoliani) scritto al Bianchi il 25 marzo 1908: «Certo e sicuro che, campassi anche un secolo, morirei coi semi in corpo: semi di fiori, piú o meno belli, ma fiori». Su un foglio intestato del «Convito» in cui è una data (1896), però si legge, ancora di mano di Maria, quest’altro pensiero: «Non lascerò dei capolavori ma voglio lasciare dei buoni esempi». E in un appunto della sorella: «Una volta gli misi una mano sul petto, dicendo: "Voglio sentire se batte bene il tuo gran cuore". Ed egli: "Oh! Grande davvero Mariú!"».]

[6] [Purgat. XXXIII, vv. 4-6.]

[7] [Naturalmente poco il Pascoli poté fare nei brevi mesi del 1912: e a quel poco che fece o almeno tentò di fare abbiamo già accennato. A pag. 1007 ricordiamo una nota sul Concorso di poesia latina; e la dedica di La notte di Natale a don Barré (16 gennaio 1912, quasi alla vigilia della partenza,). Anche le lettere sono poche: e a lui per solito si sostituisce Maria (all’Ida, all’Attilia). Abbiamo ricordato le lettere al marchese Guiccioli, al Marcovigi, alla scrittrice Lia, al Marradi, il telegramma all’on. Vicini...; ce n’è una anche all’editore Giusti: forse 7 in tutto. Fra le cartoline al Bianchi ce n’è una del 1912, e una nientemeno che del 1913 con due versi: ma sono con data inesatta o apocrifa.

Nel 1912 uscí la V ediz. dei Primi Poemetti, mutando un titolo: Bollono in La bollitura; e anche la VI dei Canti di Castelvecchio nella quale Maria aggiunge Il compagno del taglialegna, La capinera, Il diario autunnale. Con mutazioni si ebbe la III di Odi e Inni (1913) aggiungendo 7 Odi e 1 Inno. In nessun’altra edizione posteriore furono fatte varianti.

Postume (da aggiungere alle opere via via citate) uscirono, nel 1912 Poesie varie, raccolte da Maria, Zanichelli (II ediz., nel 1913, con mutazioni); nel 1913, Poemi del Risorgimento - Inno a Roma - Inno a Torino, in volume unico, Zanichelli; Traduzioni e Riduzioni, Zanichelli (con aggiunte, nell’ediz. Poesie, Mondadori 1948 e ancora 1957); nel 1914, Poemi italici e Canzoni di Re Enzio, in vol. unico, Zanichelli; Patria e Umanità, Zanichelli; Carmina a cura del Pistelli, Zanichelli (con mutazioni a cura del Gandiglio, ed. 1930; e con le traduzioni, a cura del Valgimigli, Mondadori 1951); nel 1915 Conferenze e Studi danteschi, Zanichelli; nel 1923, Nell’anno Mille e schemi da altri drammi, Zanichelli (in parte dall’ediz. per Nozze Marcovigi, 1922, Zanichelli); nel 1924, Limpido Rivo, Prose e poesie presentate da Maria ai giovanetti, Zanichelli; nel 1925: Antico sempre nuovo, scritti vari di argomento latino, Zanichelli.

Ora tutte le Opere del Pascoli si raccolgono nelle edizioni Mondadori a cura di A. Vicinelli: Poesie (1a ed. 1939; nuova edizione, IV, interamente riordinata e accresciuta delle Traduzioni e Riduzioni, 1948; e ricomposta in due sezioni con qualche correzione e aggiunta, 1958); Prose vol. I, Pensieri di varia umanità (Pensieri e Discorsi, Patria e Umanità, Antico sempre nuovo, Regole di metrica classica), 1a ed. 1947; vol. II, Scritti danteschi (Sezione I: Minerva Oscura, Intorno alla Minerva Oscura, Sotto il velame; Sezione II: La mirabile visione, Conferenze e studi danteschi, La poesia e l’interpretazione della D. Commedia; Appendice e Indici a cura di A. V.), la ed. 1952 (la 2a ediz 1957, è accresciuta di un ampio studio introduttivo su «Pascoli e Dante»): e un ultimo vol. di Scritti inediti e sparsi. Tutti questi volumi mondadoriani hanno ampie Introduzioni e Note bibliografiche a cura di A. VICINELLI.

Per le lettere, anche di questo tempo, oltre quelle già a stampa, sparse via via in molte pubblicazioni, e alle molte raccolte in queste Memorie di MARIA, demmo già anno per anno varie indicazioni bibliografiche.]

[8] [Si confrontino questi particolari con ciò che Maria raccontò nella Nota preliminare ai postumi Poemi del Risorgimento: «Aveva già avuti in bozze e corretti una prima volta i primi due poemi: Napoleone e Il Re dei carbonari. Stava eseguendo il terzo...». Di questo, Il Tricolore (o secondo il titolo autografo La Paglia,) riporta in quella Nota preliminare anche i soli quattro versi scritti e la traccia del seguito. Quella data (e non i versi e la traccia, quasi certamente abbozzati prima) può considerarsi l’ultimo tentativo autografo di Giovanni connesso con la sua poesia.]

[9] [Un appunto di Maria, certo preparato per le Memorie e «nella malattia», riporta queste parole di Giovanni: «Curioso il fenomeno di sdoppiamento che sento in me. Io sono sano, non ho nessun male: l’ammalato è un altro». E in una aggiunta non utilizzata la sorella racconta: «Una volta mentre gli accomodavo la fasciatura della paracentesi, egli guardando la crocettina che aveva sul petto disse: "I medici l’avranno vista e la vedranno quando mi visitano". E io: "La vedranno, sí; ti dispiace?" E lui: "Oh no, no! tutt’altro!"]

[10] [Di qui fino all’assopimento tra le braccia di Maria (pag. 1014) resta un’altra redazione delle Memorie, forse una minuta anteriore: ma si differenzia da questa in cose di nessun conto.]

[11] [In un appunto isolato, Maria ha una nota su questo giorno: «10 aprile - lunedí santo: circa alle 9 paracentesi. Lietissimo. Mangia con appetito e loda la bistecchina. Nella notte si trova molto diminuito di forze».

In questi fogli isolati di note per le Memorie, Maria - con la data del 4 aprile - scrisse queste altre dolorose parole del fratello: «Volere... e non potere!»: vedi a pag. 1014.]

[12] [Dalla viva voce di Maria io ho sentito questi altri particolari ricordi: negli ultimissimi giorni, assopito, ripeteva a lungo certe parole: «Madre, madre... sotto terra, sotto terra... peccato, peccato... Dio mio, Dio mio...». Allora, continuava la sorella, «ho pensato che avesse l’orrore dell’andare sotto terra, quindi gli è stata fatta una tomba esterna».

Qualche ricordo sugli ultimi momenti confidò al Pedretti (Vecchia Romagna cit.) anche la sorella Ida, Essa avrebbe detto: «Il Poeta nel suo letto di dolore non si è mai lamentato; ha sofferto in silenzio per non rattristare maggiormente Mariú. Un giorno le espresse il suo dolore di non poter piú scrivere l’inno alla Vergine già completo nella sua mente. Osservandosi le mani, ed accortosi che eran diventate gialle e tremule, mormorò con frase latina: "s’avvicina la morte"». Naturalmente Ida non accenna a quella notizia che neghiamo a pag. 1020 in nota.]

[13] [Padre Paolino Dall’Olio.]

[14] [Qui è ridotta nei suoi veri, semplici termini la questione dell’assistenza religiosa al morente Pascoli, che suscitò aspre polemiche nei giornali, e non esattamente mise in campo e Cesare Zanichelli e la Massoneria assediando la casa. Eppure, anche in queste diatribe, come era lontano il Pascoli! Il quale, veramente, negli anni di Bologna (anche come reazione alle ire col rettore di Castelvecchio) aveva avuto un certo riacuirsi del suo vecchio anticlericalismo, come mostrano scritti e fatti cui accennammo, ma non mutarono sostanzialmente quella sua religiosa ansia di mistero e di infinito, cui - non senza qualche condiscendenza pure a formali pratiche religiose - lo sospingeva Maria, e cui l’amicizia col nuovo Rettore don Barré tolse una particolare occasione contraria (si veda a pag. 967).

La precisa narrazione di Maria circa la data di arrivo della sorella Ida, il venerdí 5 aprile, quando cioè il fratello era già assopito, toglie verosimiglianza ad alcune confidenze cui l’Ida avrebbe accennato tanti anni dopo (poco prima della sua morte) su una... ingenua confessione che morente le avrebbe fatto Giovanni; delle quali confidenze qualche biografia ha ripetuto l’eco. Né Maria si sarebbe allontanata per lasciare quello scambio di confidenze, né certo Giovanni — in quelle condizioni — avrebbe approfittato di una momentanea assenza di Maria per confidarsi su tale argomento all’Ida, con la quale ormai il poeta aveva più scarsa intimità. Per imprecisioni nel ricordo di Ida, v. pure Omaggio a G. P. pag. 6.]

[15] [La stanza della morte, secondo un disegno di quei giorni del pittore Majani (in «Eroica», aprile-maggio 1913), era la seconda da sinistra, nella facciata posteriore della casa verso il giardino. Come dicemmo, non era la camera abituale da letto di Giovanni, ma quella di Maria, in cui durante quegli ultimi giorni bolognesi era stato posto. Si veda la Tav. 42.]

[16] Questa breve aggiunta, come è facile comprendere, è del Curatore.

[17] Interessano per la decisione di Maria a riguardo della tomba, anche alcune notizie presso che sconosciute, che si leggono nel libro Vecchia Romagna, Bologna 1933, del romagnolo Luigi R. Pedretti, il quale ebbe personali contatti con Ida Pascoli. La sorella, vissuta in Romagna, disse che «il Poeta assolutamente non volle essere sepolto a San Mauro». E secondo quanto ci fa noto lo stesso Pedretti, nella Biblioteca dell’Accademia dei Filopatridi in Savignano di Romagna c’è una lettera di Alfredo Caselli (l’amico lucchese forse piú vicino al Pascoli) la quale, in risposta a un romagnolo, dà qualche particolare sulle decisioni di quei giorni della morte (la lettera è del 19 marzo 1913). Dice: «Consenta che io non la segua in un argomento increscioso, ove il cuore può prendere tanta prevalenza, talvolta a scapito della ragione! Nessuno oserà criticare la aspirazione legittima della Romagna; ma troppi esempi, anche recenti, provano che talvolta bisogna cedere agli eventi maggiori. Ella non può ignorare il movimento e il malumore per la morte del Carducci, eppure nato fra noi, maremmano per elezione, che pure non riposa in Toscana... Per quella franchezza di cui Ella mi dà esempio, vo’ dirle soltanto che io non sento nel mio cuore il bisogno di criticare la condotta della povera Mariú, in quella fatale sera del 9 aprile: credo di immaginare la tempesta di quel cuore, in quel desolato ritorno, e non oso muovere rimprovero se non ebbe pensieri per alcuno, tanto piú che, Giovannino vivente, credo che la famiglia del fratello non fosse mai entrata in quella casa. E la signorina Mariú è tremendamente attaccata a seguire le abitudini antiche senza eccezioni... Mi preme dirle che, su tale argomento, io ho sempre tenuto la maggior riserva anche presso la signorina Mariú e cosí con tutti».

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011