Maria Pascoli

Lungo la vita di Giovanni Pascoli

Memorie curate e integrate

da  AUGUSTO VICINELLI

con 48 tavole fuori testo

Edizione di riferimento

Maria Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, Memorie curate e integrate da Augusto Vicinelli, con 48 tavole fuori testo, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1961

PARTE IV

CAPITOLO II

IL 1911: L’ANNO SACRO

ULTIMI BAGLIORI D’ISPIRAZIONE E DI SACRIFICIO

I POEMI DEL RISORGIMENTO - INNI A ROMA E A TORINO
LA GRANDE PROLETARIA

Siamo a quell’anno che il Pascoli, nella sua nuova ispirazione e volontà, poneva quasi al culmine o al centro della sua opera, in armonia con la Nazione stessa; e fu solo il culmine della vita, prima del precipizio. Da ormai qualche anno si preparava a questo: e alla fantasia e al lavoro aveva sacrificato tutto, a cominciare da sé, fattosi chiuso e solitario: ché vedeva sempre più vaste e alte «molte sue visioni fantastiche ondoleggiare». Forse era giunto il grande momento in cui il perfetto «fanciullino», che si trova tra la folla, «getta la sua parola, la quale tutti gli altri, appena l’ha pronunziata sentono che è quella che avrebbero pronunciata loro». Gli eventi esteriori parvero adeguarsi al sogno: il 1911, «l’anno santo», il «cinquantenario della patria» — dell’anno cioè in cui «il re d’un paese appiè dell’Alpi ... era proclamato re d’Italia»; e in cui il 27 di marzo 1861 «dal parlamento d’Italia Roma era dichiarata capitale», onde cominciava veramente «la storia della nostra Italia» quell’anno cinquantenario si conchiuderà con una guerra ormai vittoriosa, che al poeta sembrava non solo restituire terre romane all’Italia, ma ben anche preparare nuova e miglior vita al popolo italiano nobilmente povero, faticosamente emigrante, ingiustamente disprezzato. Gli pareva che si fosse fatto vicino il giorno che profeticamente augurava, quando nessuno più dei suoi figli avrebbe maledetto la Madre, la povera Italy, quando

vi chiamerà l’antica madre, o genti;

in una sfolgorante alba che viene,

con un suo grande ululo ai quattro venti

fatto balzare dalle sue sirene.

E ogni momento di quell’anno fu intonato a questo desiderio, a questa speranza: perfino le piccole, assidue burrasche di villaggio, che già anche troppo lo travolsero, sono trasfigurate in un nuovo concorde trionfo sulla piazza di Barga, prima sfuggita per quattro anni, e poi in un impeto di poesia eloquente che, per miracolo della parola, dona a una piccola città una eco umana, universale. Perciò, al disopra di ogni concreta attuazione, quest’anno pascoliano è pur bello; e splende anche più, per la fiamma dell’imminente sacrificio. Pareva quasi un simbolo, che proprio il primo di gennaio egli avesse celebrato un gran volo precipitato nella morte: Chavez.

Subito fu preso dall’impeto: già dai primissimi del gennaio era inchiodato «in casa a far . . . il discorso urgentissimo per il IX gennaio», diceva al Marcovigi, uno degli amici specialmente dei primi e degli ultimi tempi. [1] E come nel primo anno d’insegnamento sulla grande cattedra, cosí proprio nel suo ultimo inaugurava i corsi universitari nella celebrazione solenne. Nel Cinquantenario della Patria fu l’argomento del commosso discorso che chiedeva alle città e ai grandi della storia d’Italia, da Palermo a Venezia, dai pensatori e guerrieri del Risorgimento su su fino a Virgilio e Orazio, l’oblio «degli anni ignavi o tristi» e il ricordo soltanto dell’«anno, il giorno, il momento eroico»: e con spirito, più che civile, religioso, ché il sentimento di patria che tutti accomuna (anche i ribelli) è religione, se «religione è il lento divenir più umano, sí che la società degli uomini si faccia via via più una comunione di fratelli». E l’entusiasmo lirico della parola alata riesce quasi a far dimenticare la insistenza dell’enumerazione.[2]

Ma anche più del discorso, fatto non senza «malavoglia», lo esalta la visione tuttavia informe dei suoi Poemi del Risorgimento, in un momento che ancora non s’accorda del tutto con quello delineato poi da Maria, e che già ricordammo: due anzi tre i volumi adesso predisposti: con 7 o 8, e poi 2 o 3 tricromie ognuno; da uscire, il primo all’inizio di giugno, il secondo il 20 settembre; il terzo... non ha ancora data. E il primo andrebbe dal 1815 al ’48, da «Napoleone» ai «Fratelli Bandiera»; il secondo comprenderebbe il ’48 e il ’49, il terzo doveva andare dal ’59 al ’70. Questo si intravede nelle due lettere al pittore Plinio Nomellini, una di poco dopo il discorso (28 gennaio), l’altra di non molto posteriore, scritta per suggerire e coordinare le tricromie: [3] vi si sente la fantasia tutta in confuso fermento.

Caro Plinio, la scuola mi ruba il tempo che è irreparabile. Prima, parliamo di materia. I poemi saranno in due volumi. Io non ho ancora dato l’edizione del lavoro allo Zanichelli-Bemporad; ma sono in parola. Tuttavia voglio che i patti siano chiari. M’interessa perciò che ti paghino bene. Vedo che lo Zanichelli nicchia un po’ e vorrebbe ridurre le tavole a colori; ma noi vogliamo in ciò piena libertà. Dice il medesimo che se a te avvenisse di capitare a Bologna, l’intendersi sarebbe facile. Io dico che sarà facile anche se tu non vieni; perché se lui Zanichelli non acconsente a ciò che noi esigiamo, troveremo un altro editore. Al che egli sobbalza e dice che farà come noi vogliamo. Dice (e qui è ragionevole) che a riprodurre disegni a colori ci vogliono due mesi. Dunque affrettiamoci. Tu puoi star certo che i tuoi patti saranno accolti, quali unque siano. Bisogna che tu ti metta all’opera. Ti mando certe pagine di prova, con versi di Carducci e d’altri, per le dimensioni. Se le dimensioni non ti vanno, esprimi il tuo desiderio. Le pagine sono troppo piene e le nostre non conterranno tante righe.

Altri soggetti (io direi che su ogni vol. ne andassero 7 o 8).

1. Napoleone  a colori

           »         frontoncino, bianco e nero.

2. Galoppata spettrale verso Novara del principe giovane...

    frontoncino (ci penserò e ci penserai. Ma ci dovrebbe essere qualche oscura scena di prigione o d’esilio – dei carbonari vittime – o una scena fantastica, come io l’esprimo in versi, di cospirazione carbonara: selve, baracche, gufi, carbone sotterrato che fuma etc.)

3. Garibaldi ragazzo a Roma. Io faccio che ci vada per il Tevere.

   a colori. Garibaldi sulla prua della tartana, i capelli al vento, che guarda nella desolata campagna che ha butteri e bufali e grandi rovine...

   bianco e nero. Garibaldi a Roma.

        Egli si trova all’ultimo là sul Gianicolo nei luoghi delle sue future eroiche battaglie, avanti il Vascello etc. etc. Nella sera scoppia il grande frastuono delle campane, che gli dice che egli è nella Roma dei papi, non in quella delle sue memorie e dei suoi sogni.

Potresti mutare; a colori questa, a disegno la prima. O fare qual altro vuoi. Perché, bada! Le mie sono timide proposte, al tuo epico pennello!

Non continuo regolarmente. Spigolo alcuni soggetti nelle farragine...

a.  (Garibaldi in America, il gaucho, il matrero con tanti bovi che conduce in città...

     Garibaldi in America coi suoi selvaggi corsari, faccie di filibustieri eroici... per mare.

Le nozze di Garibaldi tra il folgorare delle artiglierie... Qui si può fare quel che si vuole! L poesia primitiva.)

b. Mazzini, cupo disperato, tra le rovine di Roma antica, dopo che la sua Roma è già nelle mani di Monsignor Oudinot. Tu farai vedere il suo viso: la sua persona, vestita dei nostri brutti vestimenti, la puoi nascondere tra cippi e basi o che so io...

c. Sul crinale dell’Appennino, a Bocca Trabaria, una notte di vento, sul finir di luglio Garibaldi è lassú (puoi mettere il chiarore sanguigno della sera) col poncho svolazzante, che esplora. Di qua e di là i nemici invisibili. Nella lontananza (noi li vediamo, anche se gli orbi umani non li vedono) il mar Tirreno e il mar Adriatico...

d. Qui (se fai questo soggetto) vorrei il frontoncino corrispondente. Il livido e tragico viso di Carlo Alberto sul guanciale di morte. È spirato proprio allora. Garibaldi lassú... Carlo Alberto, martire redento, là sull’Atlantico... 28 luglio.

 

Per ora assai lavoro hai, credo. Questi disegni non si riferiscono che al primo volume.

Lavora! Oh! non avessi tanta scuola! e tanto difficile! e tanto misconosciuta!

Un abbraccio dal tuo      GIOVANNI PASCOLI

Bol., 28-1-1911

Nei patti, metti che rivuoi i disegni originali. Almeno uno ne voglio io!

E in un’altra di poco dopo:

Caro Plinio, siamo intesi su questo punto.

Invece di due volumi se ne faranno tre: ognun d’essi avrà, oltre i frontoncini e altri fregi a bianco e nero, due tricromie, fuor che il primo che ne avrà tre. Io aggiungo, di mio (ma son certo del fatto mio), che, se ti cadrà in taglio di farne una di piú anche negli altri due volumi, la faremo accettare, a tutti i costi, a gli editori.

I tre volumi saranno cosí divisi.

Il primo dal ’15 al ’48, conterrà la preparazione di congiure, prigionie, supplizi, tentativi. Il primo poema di esso volume è «Napoleone», che vorrei intitolare col semplice N in facsimile da una delle terribili firme dell’uomo. Avrà dunque la tua prima tricromia sul bel principio. L’hai preparata o pensata o fatta? L’ultimo poema un po’ in grande sarà: «Fratelli Bandiera», seguito da una specie di eroica e sonante appendice: «La battaglia di Sant’Antonio» (di Garibaldi, in America).

Questo primo volume dovrebbe esser pronto per i primi di Giugno. Siccome dicono che per le tricromie ci vogliono due mesi, bisognerebbe che tu ti affrettassi. Ora dei soggetti che io enumeravo e che mi parve tu gradissi, in questo volume andrebbe bene quello di Garibaldi giovinetto mozzo a Roma. E un altro che bisognerebbe distanziare da questo, per l’economia del volume, potrebbe essere preso dai poemi di Garibaldi in America o da quello dei fratelli Bandiera. Ma su ciò vorrei intendere tua risposta. A me non piacerebbe rinunziare alla tragica cavalcata verso Novara dei reggimenti di cavalleria col giovane principe colpevole forse soltanto di debolezza ma detto poi traditore. Ma siccome questo sarebbe a poca distanza sí da Napoleone e sí da Garibaldi giovinetto, io, per l’economia come sopra, dovrei sacrificare o Garibaldi mozzo o Carlo Alberto giovine. Dimmi tu a quale sei piú propenso. Ricórdati anche che se si sceglie poi l’altro soggetto da Garibaldi in America, non sarebbe bene fare due soggetti garibaldini in un volume cosí complesso. Quindi, se tu non hai già fatto, o cominciato a fare, Garibaldi mozzo io farei soggetto d’un quadrettin .a bianco e nero, e a colori farei la lugubre galoppata notturna... Aspetto tue nuove.

Il secondo volume comprenderà il ’48 e ’49. Uscirà il 20 settembre. C’è un po’ piú di tempo per pensarvi. Il terzo ’59-’70.

Salute e solitudine e lavoro!

Un abbraccio dal tuo           GIOVANNI PASCOLI

Più particolarmente, rinnovando la richiesta fatta prima, invano, al Bianchi per il suo Garibaldi fanciullo, scriveva il 10 febbraio a Giovanni Ricci, allora capitano e provvisoriamente a Roma per certe questioni di carriera di cui avrà informato anche il Pascoli.

Mio caro Capitano Gianin, sono cose che a me che amo l’esercito e amo te, danno doppio dolore!

Alla prima buona occasione ti dedicherò qualche cosa (una poesia o che so io) con una lettera nella quale dirò apertamente altamente ardentemente chi sei tu. Non posso far altro. Ma gli esami e i concorsi sono la rovina dell’Italia, perché... perché mancano gli esaminatori e i giudici.

Ora fammi un piacere. Trovami qualche cosa che mi illumini pittorescamente sul tragitto per fiume da Fiumicino a Roma. Quanto tempo ci vuole su una tartana? E cosí via via. Un’altra cosa anche piú importante. Va’ sul Gianicolo a Porta S. Pancrazio, trova un punto da cui si veda il Vascello, Villa Corsini, e il Vaticano [questo è cancellato anche nell’originale], la cupola di San Pietro. S’intende, che devi supporre le cose come potevano essere l’anno ’24 o ’25 del secolo scorso.

Vacci la sera. Dimmi gli effetti del tramonto sulle cupole e sugli altri edifici ricordevoli e su Monte Mario etc. etc. Dimmi l’effetto del suono a quell’ora, delle campane di Roma. Sii lungo e minuto nella narrazione della tua gita... Tuo piú che mai  GIOVANNI PASCOLI

Bol., 10 Febb. 1911

Ma i maggiori e più precisi progetti per le illustrazioni del Nomellini saranno immaginati alcuni mesi dopo, come si vedrà.

Un’altra grande idea si interseca rapida con questa, conforme a quel suo concetto di rintracciare nelle storiche città d’Italia la gloria sinfoniale di quell’anno: sentimmo questo essere il tema del Discorso del IX gennaio, e tale sarà quello dell’altro a Livorno: Italia. Di qui la remota ispirazione degli inni alle due città madri della vecchia e nuova Italia, Roma e Torino. E lo sospinge un’occasione: il 10 maggio 1910 il Consiglio Comunale di Roma approvava la proposta di un Concorso internazionale di poesia latina, col tema «Roma»; il 4 novembre usciva il Bando, che fissava come ultima data di presentazione dei lavori il marzo 1911; il Pascoli nel novembre era stato invitato «a essere uno dei giudici», ma rinunziò, e il 20 febbraio era nominata la Commissione giudicatrice: Guido Baccelli, Luigi Ceci, Giuseppe Albini. Forse il Pascoli aveva pensato di concorrere; ma «l’invito a essere giudice mi parve un divieto ad essere parte» diceva poi il 23 aprile; credette che il concorso fosse per novellini e «non pensai più alla cosa» trovando ciò ragionevole. Finché il 17 o 18 febbraio ebbe una lettera da un «valentissimo poeta» che aveva concorso e diceva non essere stato mosso da ambizione: «feci il mio dovere d’italiano e mi basta». Allora il Pascoli, dice, fu preso come da rimorso; «e disegnai ed eseguii alla meglio, fino al 23 marzo» (cioè in cinque o sei giorni al massimo) «una specie d’inno omerico a Roma»: si giovò di leggende note ma anche di suoi motivi, come quello del feretro tricolore di Pallante ne Il corbezzolo. «Mia sorella fece le tre copie richieste, nei giorni 23 e 24»; e una quarta da conservare, cui il poeta appose questa nota: «Eseguita dalla sorella Mariù la sera del 23 febbraio 1911, giovedí grasso, mentre gli uomini tutti si divertono ed urlano per la strada». Che il gesto pascoliano fosse davvero più d’omaggio che per concorso è provato dal particolare cosí caratteristico che, nella busta chiusa da aprire dopo il giudizio, egli non mise, come era prescritto, il suo nome, ma ripeté solo il motto: «Numine divae». [4]

I concorrenti furono ben 150 (e perciò si aggiunsero due altri commissari: Felice Ramorino e Giacomo Giri); sette canti figurarono come migliori; e il 21 aprile, in solenne cerimonia sul Campidoglio, fu fatto pubblico l’esito e vennero conferiti i premi. La relazione stesa dall’Albini dice: «Si segnala su tutti i carmi presentati quello che si intitola Hymnus in Romam: composizione elegantissima, ingegnosissima, che in 100 esametri accoglie particolari e avviva scene dell’origine e della fondazione dell’Urbe, e tra i molti elementi della leggenda tesoreggia anche i trovati della ricerca e penetra la materia con spirito di poesia. Per altro il fulgido carme, che pur si può dire rinchiudere in sé la significazione del fato e dell’avvenire di Roma, non facendo luogo in maniera esplicita alla storia recente, non è parso rispondere a ciò che in un concorso bandito per il cinquantesimo italico naturalmente si desiderava ... Sicché, pur giudicando che Hymnus in Romam è degno di premio, non si crede potergli assegnare il primo premio, al conferimento del quale non si fa luogo... L’autore non si è rivelato ... Comunque non è certamente senza piacere e favore della dea ispiratrice che il Natale di Roma in questa solennità ... possa venire salutato con una voce che è quasi una pura e nobile eco di Virgilio, del poeta divino che associò ed espresse in maniera incomparabile nei suoi carmi la grandezza romana e la umana gentilezza».

Certo l’Inno, nella sua stesura originale, che ha come tre parti distinte dal diverso nome della città — Amor (v. 1-41), Flora (v. 42-75) e, posto a chiusa del carme, Roma (v. 76-100) — insiste nelle due parti I e III quasi solo sul mito di Pallante; e l’autore stesso, allora costretto dalla fretta, dice che l’inno «doveva essere certamente svolto di più». [5] La relazione ebbe dunque una sua puramente occasionale e formale giustificazione, anche se, come fu notato, il bando non chiedeva esplicitamente un contenuto moderno; e nelle ultime parole lascia forse intendere che la Commissione sospettò che autore ne fosse il Pascoli. (Del resto la voce correva dappertutto: «già la mattina del 21 i giornali di Bologna portavano la supposizione che l’Inno fosse di Giovannino, dalla supposizione alla certezza corsero poche ore. La casa nostra fu assaltata da giornalisti e da amici che volevano essere assicurati; egli si difendeva e negava, ma non era capace di negare una cosa vera, e dovette cedere alle insistenze». E il 22 anche da San Mauro chiedeva Pirozz: «È vero che il carme latino per la nascita di Roma è tuo? Non credo di essere indiscreto se te lo chiedo. Sarò muto. Contentami»).[6]

Il concorso, come scrisse Maria al Vannucci, ebbe in pratica questo esito: «Il secondo premio doveva essere ed era di 500 lire. Non v’era nessuna medaglia d’argento. Il fatto è che un giorno, poco dopo, Giovannino si vide arrivare una assicurata con 500 lire. Immediatamente rimandò il denaro al Sindaco di Roma scrivendogli ch’egli non aveva concorso mirando ad alcun premio, ma col solo fine di fare onore alla patria. Gli mandarono poi una bella Lupa d’argento che egli fece appena in tempo a vedere, e che io gli tengo nella cappellina».

Naturalmente il Pascoli, se non fu contento, non fu meravigliato dell’esito: egli — come ci confermerà Maria — aveva motivo di sospetto sui tre commissari: sul Baccelli, quello del «latino nuovissimo» (si veda a pag. 632); sul Ceci, col quale una volta la polemica era giunta fino a uno scambio di querele (1897, v. pag. 570); e perfino sul collega Albini. [7] Tuttavia volle prendersi una piccola vendetta e subito dopo il giudizio, dettò quell’articolo-intervista che fu pubblicato nel «Corriere della Sera» già il 23 aprile. Ivi, fatto il cenno già visto sulla composizione del carme, aggiunge: «L’inno ... doveva certamente essere svolto di piú ... Se avessi tempo lo svolgerei ora nelle sue tre parti, ciascuna di cento versi, secondo i tre nomi che Roma aveva».

A far piú clamoroso l’incidente, ecco, col suo impeto gladiatorio e in questo caso col suo entusiasmo amico, balzar fuori il D’Annunzio: e parla (nel «Corriere» del 3 maggio) con ironia e con ammirazione.

Alludo alla piú miserevole e ridevole testimonianza di sordità e di meschinità data da una Commissione solenne, sul monte ove il Petrarca fu laureato poeta latino. Un amico mi scrisse avere udito tutta la notte le Oche custodi starnazzare e gracidare, non si sa con qual sentimento. Pensi: Giovanni Pascoli è il piú grande poeta latino che sia sorto nel mondo, dal secolo di Augusto a oggi. Non v’è umanista diserto che possa reggere al paragone, in purità di lingua, in vigore di numero, in splendore di stile. Nei suoi piú alti poemi egli non è un imitatore ma un continuatore degli Antichi. Dopo Catullo, dopo Orazio, dopo Vergilio, egli continua il secol d’oro; voglio dire — quasi incredibile a dirsi — che lo arricchisce e lo affina. Egli ha colto il genio della lingua nel punto in cui stava per decadere, e lo ha sospinto in alto ancor d’un grado. Là dove un commissario capitolino non si meraviglia, il cantore dell’Eneide si meraviglierebbe ... E il latino pascoliano è riconoscibile pur da un mediocrissimo latinista, come quel di Orazio, per un sapore e per un colore che non si ritrovano in alcun altro. Or bene, in Italia e in Campidoglio, è possibile che una Commissione investita d’ogni autoritá e dignità si disonori conferendo a un Carme di Giovanni Pascoli il «secondo premio»! Vedo di qui il mio amico scuotere il gran capo e un pochettin sorridere com’egli suole...

Dello stato d’animo in casa Pascoli in quei giorni ci parla – anche qui, come altre volte, quasi integrando le Memorie – una lettera di Maria scritta anni dopo al Vannucci. [8]

La storia del concorso per l’Inno a Roma sarebbe bella e lunga, ma io mi limito a rispondere alle sue domande.

I. Il poeta non ebbe nessuna impressione del trattamento da parte della giuria. Sapeva che ne facevan parte l’Albini e il Baccelli, dei quali diffidava e diffidavo anch’io. Egli mandò il suo lavoro anonimo ripetendo, sulla busta chiusa e sul biglietto che doveva portare il nome dell’autore, il motto posto in capo al poema. Ma il sospetto che fosse opera di Giovannino lo ebbero i signori giudici!!! Tanto che l’Albini tornò a Bologna con una copia dell’inno chiedendo all’amico intimo di Giovannino, l’avv. Raffaele Marcovigi, se sapeva che Giovannino avesse concorso. Marcovigi non sapeva niente e non poté levargli la curiosità. Certo è che l’avevano immaginato.

II. Il D’Annunzio scrisse, dalla Francia dove era, un articolo di protesta, di ironia contro quei giudici che qualificava Oche del Campidoglio (c’era anche l’illustrazione: il Baccelli che dormiva, l’Albini che leggeva e un terzo che non so se fosse il Sindaco di Roma. Il Baccelli e l’Albini erano proprio somiglianti). Ci fece ridere molto il D’Annunzio! io ne fui tanto contenta. Qui in casa c’è tutto l’incartamento, ma io non posso mettere sotto sopra tante cose in questo periodo che non sto bene e non ho aiuto.

III. Il carme di cento esametri fu dal poeta composto all’ultimo momento per il concorso, e ne fece sospendere la pubblicazione che avrebbe fatta il Comune, perché aveva l’idea di fare un vero inno, allargando quello che ne limitava l’espansione. Cosí da 100 esametri si passò ai 444.

Anche l’ampliamento fu affrontato subito col consueto entusiasmo, pur «tra mille altre brighe e beghe e doveri e uffici» come Giovanni scriveva il 18 giugno: e dai cento esametri originali, dai trecento prefissati (secondo le frequenti simpatie architettoniche e simboliche del poeta), si travalicò a un numero ben maggiore, seguendo l’ispirazione epico-mistica che va sempre piú prevalendo nella sua lirica storica (anche qui poeseos et religionis communionem?), da Lantica madre (1900) all’Inno a Mazzini, al discorso Italia, ai due grandi inni A Roma e A Torino e a tutti i Poemi del Risorgimento. E il 24 giugno, per San Giovanni, poteva essere pubblicato dalla Casa Zanichelli: Hymnus in Romam, Anno ab Italia in libertatem vindicata quinquagesimo; c’era anche la traduzione italiana in 669 endecasillabi, distinta sotto 24 titoli, e con questa spiegazione... linguistica: «Carmen composuit latina lingua, tum vetere tum recenti Iohannes Pascoli» (inutile spiegare che il latino recente ò l’italiano!) C’è qui finalmente l’attuazione di un’idea che – scrivendo, come sappiamo, al Rava – diceva essere la traccia di tutto quel libro della sua poesia latina che, col titolo Roma, preparava per il 1911: l’Urbe «dai suoi principi pastorali e selvaggi alla lampada accesa nel sepolcro di Pallante nella fosca età di mezzo ...». Anche di questa ricomposizione parlò il poeta in un articolo sotto l’apparenza di intervista, pubblicato ancora sul «Corriere della Sera» il 26 giugno; e ne parlava nella festa di San Giovanni, mentre mostrava la prima copia del volume a Fulvio Cantoni «nel suo studio» con ornamentazioni tricolori e in mezzo ai fiori ricevuti per l’onomastico. E nello scritto, ne diede una poetica sintesi che giova qui in parte ricordare. [9]

Roma aveva tre nomi: nei misteri si chiamava Amor, in terra Roma, in cielo Flora. L’inno comincia invocandola sotto il suo nome misterioso: e si narra come ella era amata anche prima di nascere. Era amata, e si moriva per lei. Il suo primo eroe, caduto per lei, fu il giovanetto Pallante ...

Quei luoghi erano allora e furono poi pasture di pecore e giovenche. Ma venne un Aprile, un di quei pastori arava in quadro attorno al Palatino. Segnava le mura d’una città. Alcuni di quei pastori volevano farsi cittadini, altri rimaner nomadi ... Sulla sera si sparse sangue. Sin qui è il cominciamento. [10]

Ora viene la parte centrale. L’ascia che fu tinta, quella sera, di sangue, fu consacrata alla Terra. Da per tutto i romani la posero. La incidevano nei massi delle loro enormi costruzioni, e cosí placavano la Madre da loro offesa e ferita. Ché per tutto il mondo Roma si fece strada ... L’Impero cosí si estendeva, Roma si segnava i suoi passi, che ne comprendevano mille dei passi degli uomini, con un grande cippo sulla sua grande orma. Un uomo solo governava il mondo... Quando egli non ci fu allora quegli che non poteva chiamarsi altrimenti che, al mondo antico, un re dei riti, un re dei sacrifizi, prese la corona di terra e la pose in capo di guerrieri transalpini ... Questo era invero il destino di Roma: l’Imperio. Solo ad un Dio si mostrò poco benevola e ospitale. Eppure fu questo “dio si umilmente dio” che prese il posto di Giove. [11] Come mai? Lo affermò nelle favisse (cioè ripostiglio per idoli e arredi fuori d’uso) la antichissima profetessa Carmentis: E il dolore umano! Non cadrà mai! Ma anche Roma non cadde... [12]

L’inno, qui, finita la parte centrale, si rivolge al suo cominciamento. Dunque, Roma non cadde. Provarono bensí ad abbatterla, la saccheggiarono, la bruciarono, invano... (Ma versava sempre dal cielo, in aprile «i fiori che sono suoi, quella che in cielo è Flora»: questo, non piú la vittoria, si chiedeva a Flora: i fiori e le messi).

Dopo si ritorna al primo eroe e martire di Roma. Roma non c’è piú. È come quando non c’era ancora. Sul Palatino ci sono pastori come a quei primi tempi. E sono, come a quei primi tempi, anche predaci. [13] Esplorano una spelonca... C’è un lume acceso... È quella lampada di vita, che c’è ancora... Non è sempre quella lampada, che arde tuttora e arderà inestinguibile? [14]

Del suo nuovo Inno, e dell’edizione illustrata specialmente con riproduzioni classiche favoritegli da dotti archeologi, il poeta adesso era contento: anche la critica non fu ostile; e il Pascoli si sentiva ancora piú incitato all’altro grande inno per Torino.

Ma anche qui (oltre a quelli già avuti per il premio) ci doveva essere il piccolo sospetto e il piccolo dolore. Da un personaggio importante di San Mauro, che scriveva con carta intestata del Comune, ricevette una lode, secondo cui l’inno a Roma «lo poneva fra i piú puri e più valenti latinisti d’Italia»; egli parve poco convinto della sincerità dell’elogio, e scrivendo il 28 giugno al buon Pirozz diceva con un po’ di ironia: «Veramente dodici medaglie d’oro Amstelodamensi mi avevano dato già quel posto... e forse ... anche piú su mi avevano messo ... Ma ti confesso che, dopo certe stupidissime ... manovre» dei nemici, «quelle parole mi hanno fatto impressione». Quindi lo invita a scoprire «pulitamente» l’intimo pensiero «di chi mi ha scritto non per esaltarmi ma, credi, per degradarmi...». Forse il sospetto faceva ormai parte della sua malattia.

Poiché, pur in quell’attività, la salute non era del tutto buona: già vedemmo le impressioni del D’Annunzio nell’ultima visita; il Serra — e sia pure che volesse darvi anche un senso simbolico — il 20 maggio scriveva a un amico parlando acremente di «vecchiaia ambiziosa e querula» [15]. - C’è una dolorosa lettera a Pirozz («Bol., 18 apr. 1911»), non fra quelle note di San Mauro, che, rinnovando un’antica preoccupazione, ha una frase finale che ci fa spavento. Era tornato a importunarlo a Bologna, «a elemosinare, a minacciare», il fratello Giuseppe; e il 18 aprile diceva che per rimandarlo, oltre a spendere, aveva dovuto mettere di mezzo l’avvocato Marcovigi, e chiedeva se era stato a San Mauro. E tristemente riecheggiava le dolorose parole del 1897, quando era quasi fuggito dall’Università.

Come capisci, io non posso piú reggere. Sarà assai se rimango in ufficio tutto quest’anno scolastico. Dopo me ne andrò ... Non so altro da San Mauro ... Temo di domandare notizie perché temo abbiate corso troppo, facendo fare tante copie di quel discorso su Garibaldi. Presto spererei di poter mandare un’idea, un disegno, del primo asilo d’infanzia eretto in Italia con senso d’arte e di poesia e di utilità pratica che trascenda l’educazione prima dei bambini e si estenda all’educazione morale di tutta una popolazione...

Ma ecco la frase di chiusa, scritta pensando all’ultima visita:

Oh! se non avessi quel cancro! Avessi invece un cancro vero e proprio invece di quello lí! [16]

Purtroppo il male forse operava già davvero, come lascia intendere poi, in una lettera al Cian dell’aprile 1912, il chirurgo Antonio Ceci. Ed è strano come nel poeta, attento a tutte le misteriose suggestioni, tornasse l’immagine di questo destino: «L’Europa vile mi farà morire del male di Napoleone» scriveva durante gli insulti per l’impresa libica.

Non ostante l’appassionato lavoro, c’è qualche momento anche per l’attività domestica. Verso la fine di gennaio Giovanni e Maria aspettavano da Santa Giustina (dove la famiglia era tornata dopo Cesena e la partenza di Salvatore) le due maggiori nipotine per una non lunga visita; ne scriveva il 23 la zia all’Ida, alludendo anche a uno scherzoso disegno di Giovanni: «Sabato aspettavamo e anche oggi abbiamo aspettato le due colombelle viaggiatrici. Supponevamo che non avrebbero preso il biglietto d’andata e ritorno. Cosí invero devono fare ... Dunque, presto, colombelle viaggiatrici ... La vostra mamma s’è avuta a male d’essere stata raffigurata con lo scaldino?»

Pur nell’assillo della cambiale di don Maggioli, cui anche qui allude, aveva qualche voglia di scherzare: almeno nei disegni! Le nipoti però verso la metà di febbraio non erano ancora arrivate; nemmeno la valigia preannunziata era giunta (13 febbraio, all’Ida). E anche con l’Attilia continuava a scherzare; la quale doveva fare perfino la dottora e la latinista, e non senza ragione scambiava le opere e i tomi; intanto era attesa anche lei a Bologna, ma dopo Pasqua.

Cara Attilia, abbiamo spedito 11 colli tra bottiglie e damigiane a Borgo a Mozzano ... Avvisa il Rosso. Spedimmo anche la macchina al dottore, per pacco postale.

Mi tengo ancora i fianchi dal gran ridere per le grandi bestialità che mi dici nella tua lettera intorno a Virgilio. Credo che tu abbia messo la mano proprio nel libro che volevo, sebbene io non ricordi le dediche che mi riferisci. Ma volta pagina e se trovi P. Vergili Maronis e tante altre cose, puoi star sicuro che è quello che desidero. Ma, gran bestia che sei! Io li voglio tutti e quattro i volumi o tomi, ché tutti e quattro insieme formano Virgilio o le opere di Virgilio. Non ne voglio uno solo, grandissima orecchiutissima miccia che sei e sempre sarai! Quando dico « alto» io intendo la statura, non la grossezza. Quando dico il libro più alto intendo tutti e quattro i tomi che formano un libro solo. Ma circa lo spedirli o portarli, sarò meglio tu li assicuri o faccia assicurare in una cassettina ben fatta, con molta carta, in modo che non si sciupino, e ci metta anche bene impacchettate le carte del cassetto di mezzo del tavolino di mezzo. E li spedisca a grande velocità, a domicilio, Osservanza 2, prof. Giovanni Pascoli. Però non ti dar tanta pena. Quando ti capita, mandali. Con te è meglio tu porti altra roba.

Quanto al venir qua, confermo la mia ultima. Non ti voglio disturbare per Pasqua. Resta pure in famiglia. Vuol dire che noi rimanderemo la Pasqua a dopo... L’appartamento proprio nostro, prima di partire, sarà bene tu lo chiuda bene, porta e finestre ... Avremo tempo a scriverti ancora. Ma a ogni modo siamo intesi. Vedrai il mio studio bello qua a Bologna. La schiaccia e le uova verranno a tempo anche dopo Pasqua... Il mandorlo ha fiorito? I fiori hanno allegato? ...

I conti mandali subito; ma mica in particolare; fa le somme, e scrivi quanto dobbiamo mandare per te e quanto per gli altri. Questa è la cosa piú urgente. Senza questa, guai! Scrivi subito e manda dunque l’indicazione di questa somma. I piú cari li riceverai da

Bol., 4 Apr. 1911                                                                           GIOVANNI e MARIA

Continuava tuttavia il persistente malessere e in questo stato – ma non dimenticando i piccoli doni di dolci e di tabacco a parenti e amici, e sollecitando un invio di vino si preparava al discorso di Livorno (5 aprile):

Cara Ida, in fretta e furia! Il mio maletto va meglio, ma non è ancora sparito... A Livorno io vado nella notte tra Sabato e Domenica (ho ancor da fare il discorso!) e torno nella notte tra Domenica e Lunedi. Mariú resta sola. Se tu vuoi venire a farle compagnia con una delle bimbe, saresti certo gradita oltre ogni credere. Se no, resterà, la poverina, col suo poverino. Anche se tu venissi Domenica mattina, per ripartire il Lunedi, Mariú avrebbe assai di compagnia. S’intende che con ciò non ti si limita il tempo del venire e dell’andare.

Ma se non puoi, sia per non detto. Ho, anzi, riaperto la lettera per dirti questo. Non ci pensavamo a scomodarti e a metterti forse in impiccio, con codeste paure che sono perfettamente assurde. Ma una frase, riletta, della tua lettera ci ha fatto pensare, che forse tu ci pensavi. Baci alle tre bimbe e a te da           MARIÚ e da GIOVANNI

Anche questo dire e non dire, invitare e no, penare per le pene di Maria e per quelle di Ida è una sempre più chiara rivelazione e della finezza di Giovanni e delle sue ansiose perplessità. Solo il lavoro, e ormai un dato lavoro, aveva la forza di eccitarlo.

Ed ecco il nuovo compito: il discorso all’Accademia navale in una città che gli era stata e gli era cara, e di cui aveva la cittadinanza: Livorno. Fin dal dicembre sapeva del discorso; ma al solito fu lento a prepararsi, riducendosi ancora una volta agli ultimi giorni. Partí il sabato, sembra però non di notte. Se la sera precedente il discorso i vecchi scolari gli offrivano un cordiale pranzo (e Mariú è a Bologna con Gulí» nota Maria nell’Agenda dell’anno, dove sono interfogliati anche alcuni schizzi di ritratti di amici là incontrati). La domenica 9 aprile, «nella grande sala di studio della R. Accademia navale», ci fu il solenne discorso alla presenza dell’ammiraglio comandante Filippo Baggio Ducarne, che presentò il poeta.

Il discorso, bene intitolato Italia, è tutto rivolto ai giovani allievi ufficiali: colorita, poetica sintesi dell’origine d’Italia e del suo nome, rapidamente riallacciata ai giorni del Risorgimento, quando appena cinquant’anni innanzi era sorta «la terza Italia. No! No! la prima ... quella che mai non fu ed ora soltanto è»; quell’Italia cominciata il 27 di marzo 1861 «che ha dietro sé millenni e avanti sé millenni...» e che, proletaria fra i popoli, porta nel mondo la sua civiltà e il suo lavoro. Il discorso, a lampeggiamenti lirici, collega l’antico cupo scritto di Allecto, del 1897, al prossimo quasi trionfale su La grande proletaria . . . Certo, in questi ultimi discorsi l’oratoria del Pascoli, senza lasciare il suo naturale lirismo, va acquistando (a differenza e quasi in vantaggio sulla poesia) una sua saldezza di espressione e di forma, un vigore di sintesi e di sintassi che forse viene da quella sua volontà di «mira in alto»; fra i periodi per solito rotti o quasi affannosi della sua prosa, qui uno, per esempio, si svolge in larga, ben ritmata e vigorosa sinfonia travalicando tutta la pagina. E il discorso, finalmente, in un elogiativo confronto col Fogazzaro e il D’Annunzio, fu lodato – nelle idee e negli accenti schietti — perfino dal Croce ne Lultimo Pascoli; e già ne aveva citato sulla dotta «Critica» una pagina come esempio del modo giusto «d’intendere l’unità della storia d’Italia»! L’orazione fu presto pubblicata dallo Zanichelli, e sulla copia dell’opuscolo donata a Maria c’è questa dedica: «Alla mia Mariú – alla quale questo discorso – recò qualche dolore – e poi grande gioia; Giovanni 23 apr. 1911».

Tornò a Bologna subito; e sempre in non ottimo stato di salute. Questo e gli altri lavori, come non lo fecero andare per Pasqua a Castelvecchio, gli fecero ricusare un invito a parlare a Venezia per giugno o luglio, sul quale, scrivendogli, insisté tutto l’aprile il Pistelli; e un altro a commemorare a Roma il Fogazzaro («ti voleva tanto bene; e una sera in casa di un signore qui di Roma mi parlò a lungo della tua poesia con entusiasmo. Ti intendeva lui...») fattogli dal Pietrobono il 7 aprile. Ma del Fogazzaro, morto il 7 marzo, egli, e sembra proprio il 7 stesso, volle fare un breve, commosso cenno davanti agli scolari, quasi a conferma di quanto aveva detto di lui nel Fior da fiore.

Con l’aurora la morte. Per lui che morí nella fede, il chiuder gli occhi fu veramente un aprirli alla luce.

Fu buono; oggi, in questa povera Italia maltrattata da un vento di odio che ci spinge gli uni contro gli altri, vale assai piú la lode di bontà che di grandezza. Io di questo morto serbo nell’anima delle parole, che ricorderò meglio dei vituperi altrui.

E fu sovrattutto un forte: forte senza gesticolazioni. Egli davanti all’autorità del Vicario di Cristo si chinò reverente, ma nulla ritrasse delle cose dette perché nate dall’intimo convincimento dell’anima e del pensiero.

Promise invece all’amico Francolini, ma poi non mantenne, di andare d’estate a Rimini «per onorare le buone e sapienti memorie di Luigi e Carlo Tonini», ottimi maestri e esperti letterati (8 maggio e 21 giugno).

Ma a queste minori rinunzie, piú che la salute lo sollecita l’orgasmo del lavoro poetico. Le visioni oratorie si accavallano, come nubi luminose moventisi in un cielo di tramonto, con quelle poetiche dei canti patriottici. Continuava a dar vita a spunti lirici, sognandoli nella fantasia o già scrivendone i versi: e immaginava altri veri quadri tumultuanti, che l’amico Nomellini avrebbe tradotto in realtà. Dal maggio cominciò a inviare al pittore, sulle sue pagine di carta azzurra tagliate a metà per il lungo – alle volte anche con qualche piccolo schizzo – le concitate istruzioni per i disegni, i frontoni, i finali, e vi metteva tutto, quello che ci poteva essere e quello che no, e i colori del tempo, e perfino i suoni.

Caro Plinio, farai un frontone con l’Isola Sacra, a la foce del Tevere, con una tartana, e il giovinetto Pepin sul Gianicolo, cui inonda e sopraffà, nell’ore della sera, il grande immenso concerto delle campane di Roma.                                                                                G. P.

Caro Plinio, farai: Garibaldi giovane, secondo a bordo di una goletta, che medita in una bellissima notte orientale: ha in mano la barra del timone. Sopra coperta sono, addormentati, dodici sansirnonisti esuli e peregrinanti. Questi, s’intende, non li potrai mettere.

Frontone. Mazzini nel carcere di Savona, che progetta la «Giovine Italia». – Finale da farsi: Ora e sempre. Mazzini con due esuli, i Ruffini, immersi nel dolore. Mazzini è in atto di consolarli virilmente e di confortarli con alta ispirazione; entra il Marinaro.

Frontone. Faccie truci, faccie apostoliche, faccie eremitiche, faccie selvaggie di esuli d’America; tra loro, la divina maestà del volto di Garibaldi, coi lunghi capelli e la lunga barba, che sembra parlare a quei feroci ed ammansirli nel tempo stesso, e spingerli a cimento piú fiero di quelli fierissimi da loro affrontati (vorrei vedere solo le teste; ma dovrebbero parere a bordo di un corsaro). – Oppure Garibaldi dorme all’ombra del suo cavallo. – Oppure Garibaldi «gaucho» che galoppa con una grande torma di cavalli nudi.

Finale. Garibaldi, che para innanzi una mandra di bovi, che deve poi vendere. Bella figura di divino armentario.

Frontone. Guarda se è possibile un trittico. In uno, Mazzini che esamina il cielo (a Londra) per le sue lezioni d’astronomia; atteggiamento ispirato ed estatico. Nell’altro, Carlo Alberto, che indaga pure il cielo, nubiloso quasi, nell’atto di dire: J’atans mon astre. Garibaldi, a bordo di una goletta, che contempla veramente la sua stella: Arturo. Finale. Anita a cavallo che galoppa, galoppa, galoppa... [17]

Faceva talvolta da modello, sulle sponde del lago di Massaciuccoli caro anche al Puccini, il futuro pittore Lorenzo Viani, che per l’occasione indossava un’autentica montura garibaldina.

Le lettere piú tardi scendevano anche da Castelvecchio; e qualche volta dall’altra parte della Pania, dalle sponde del lago era il pittore che saliva a Castelvecchio: il poeta, avvistato l’amico dall’altana, lo accoglieva con l’Inno di Garibaldi suonato dalla sua pianola. E insieme poeta e pittore dimenticavano le frecciate della critica (o della «Critica»).

Caro Plinio, se avessi tempo, vorrei dire il fatto mio alla Critica: qualcosa ho detto nel miglior dei miei poemi italiani: I due vicini, cioè un ortolano (il poeta) ed un vasaio (l’artista delle arti figurative) e l’asino, che hanno in comune (la Critica): lo ristamperò e te lo manderò. Ma in alto.

Quello che t’ho da dire è che, pur essendo una fotografia, e non buona a tuo giudizio, quel Quarto è un capolavoro eterno. È, col tuo Garibaldi a cavallo, la infinitamente migliore poesia che sia stata fatta intorno all’Eroe. Nessun grande pittore del passato ha trasfigurato dal Tabor il Cristo, come tu là, in vetta, Garibaldi, cosí piccolo e cosí immenso. Io piango solo, avanti tali capolavori, d’esser sempre povero; e solo per avere quelli vorrei non essere quel che non mi dispiace per altre ragioni, prima delle quali è che la ricchezza non è buona quando intorno a noi è la povertà.

Di nuovo, silenzio assoluto. Come si lavora bene in silenzio.

De I fratelli Bandiera non posso darti particolari, non avendo ancora schizzato il poema. Puoi fare uno dei fucilati che, dopo la scarica, si rialza e resta in piedi, ferito a morte, e grida: «Fuoco di nuovo, viva l’Italia». È Lupatelli...

Trascinato cosí dietro alle grandi visioni garibaldine (e con impeto perfino ridondante dettò anche l’iscrizione che a Lucera ricorda come Garibaldi un cinquantennio prima «risaliva l’Italia dal mare – a incontrare l’Italia dell’Alpi») non aveva tempo per altre poesie forse piú sue.

Tuttavia, dopo averne finito adesso due dei tre, si affrettò – forse indotto dal clima cinquantenario: «Maggio 1911»; e già 1’11 maggio ne inviava una copia al Pietrobono – a pubblicare in un volumetto zanichelliano «Tre poemi italici», come dice il colophon lasciando intendere la incompiutezza del volume. Nei Poemi italici c’è, già celebre, Paulo Ucello; e poi Rossini e Tolstoi, vaganti sempre piú in un’ondeggiante misticismo simbolico che accanto a quei grandi fa affiorare san Francesco e Dante e Garibaldi...; e si volle in essi vedere «tre allegorie... di tre concetti informatori dell’estetica pascoliana: che il poeta, pur non possedendo nulla, tutto possiede; che la poesia è rivelazione dell’intimo in armonia con l’anima del mondo; che deve sempre avere una suprema utilità morale e sociale». È l’ultimo volume edito vivo il Pascoli: e manchevole, ché egli pensava anche – come ci disse un Repertorio – a un Marsilio Ficino (forse a fianco o a contrasto di Paulo Ucello: e appunti per esso ci sono fra gli autografi nella Biblioteca comunale di Bologna, con note su «la terza essenza» e accenni al Paradiso degli Alberti; ivi, anche altri titoli ma che sono quasi certamente appunti per letture: Vespucci, Fiorenzuola, Pulci...); e un Jacopo da Pontormo (l’altro strano e solitario pittore) e un Galileo; e in un foglietto autografo di Castelvecchio si trovano confusamente questi titoli: «Sul letamaio di Giobbe Giotto Carlomagno Michelangelo Ficino Re Enzio Napoleone leroe indoeuropeo Arya»...

Accenno di altre poesie sono, per esempio, nella lettera del 20 marzo ad Arnaldo Cervesato: «Io ho sempre – nel pensiero ma non in carta ancora – il mio poema per lei La sorella di Psiche ... Quando potrò farlo, questo che vorrei fosse il meno peggio dei miei poemi d’intonazione classica, almeno almeno lo dedicherò a lei . . .». Più tardi, in agosto, rinunziò a una vagheggiata poesia, dopo che il Gargano gli aveva dato notizie su la leggenda di Santa Beatrice trattata dal Maeterlinck, ché troppo affini apparivano i due temi (20 e 30 agosto); ma ne era dolente, tanto piú che – e forse il dispetto momentaneo contribuiva al giudizio – «il Maeterlinck è guastatore di ogni cosa bella!»

E gli avvenne, rispondendo a uno che gli aveva posto un quesito, di rimeditare e quasi giudicare la sua antica poesia: «Quanto al D’Annunzio risponderò che per lui il mio meglio è nei Poemi conviviali o nelle Canzoni di Re Enzio. Altri preporrebbe con Myricae, i Canti; altri i Poemetti. Quanto a me . . ., come un estraneo . . . risponderei che ciò che ho fatto di meglio è ciò che gli altri non si sono nemmeno provati d’imitare. E questo ciò potrei indicarlo...». [18] Ma belle e buone parole sulla poesia pascoliana sono specialmente quelle che il 14 maggio chiudono il carteggio del Pietrobono col Pascoli: «Sia benedetto Gabriele che ti capisce; ma quei benedetti maestri non ti capiscono mai. Ma tu devi andare innanzi per la tua via e cantare, cantare, cantare ... Nessuno te lo deve insegnare; lo sai meglio che tutti: sei unico nella nostra letteratura; la tua voce è tutta tua, non somiglia a quella di nessuno . . .». Questa voce commossa avrà fatto dimenticare gli echi che un po’ prima e un po’ dopo giunsero dal Thovez (1911) o dal Cecchi («Tribuna» 27 maggio). Anche il Pietrobono, però, aveva intanto sentito dire «di non so che malessere...».

Ma ora al poeta sembrava bello e doveroso far squillare le trombe – o meglio le bùccine – patrie: tanto piú che anche particolari occasioni continuavano ad adescarlo, e pareva che il solenne latino gli offrisse migliore strumento. Ecco l’ode Ad Victorem Regem, per l’inaugurazione del grande monumento romano (con una dedica pure in versi nella copia data Mariae sorori); i distici Roma per un bassorilievo con un trionfo romano, ed Aemilia per il padiglione regionale nell’Esposizione di Roma; e, non compreso nei Carmina, il motto per il sommergibile Foca: «Merses profundior, pulchrior exiet». Meno eroici i distici su una copia di Pomponia Graecina dedicata Ad Gasparem Finalium, o Ad Tancredum Maiolium; e quello Ad Iosephillam Ravam per il fidanzamento. Bello, e ingegnoso al solito, il «monostichum» De vi elettrica. In latino doveva certo essere anche un’iscrizione che preparava per un dotto orientalista sammaurese, frate Agostino Antonio Giorgi, morto nel 1797, l’intento della quale si fa manifesto in una interessante lettera scritta al sindaco del paese il 18 giugno.

Mio caro Sindaco, per l’iscrizione al Giorgi mi levi un dubbio. Il Giorgi è conosciuto col nome di Antonio Agostino o Agostino Antonio. La lettera del Comune fa menzione di Giorgi col nome di Francesco Maria. È molto probabile che Antonio Agostino sia il nome del Giorgi assunto in religione. Ma vorrei essere certo. Hanno costà notizie nell’archivio parrocchiale intorno al Giorgi? Nulla della sua famiglia? Il personaggio è degno non solo della lapide, ma di studio e di rifiorimento di fama. È un precursore di studi che solo nel secolo scorso ebbero vita e gloria, per esempio delle antichità egiziane, della lingua e della religione indiana buddistica e brahmanica; soprattutto, interessa noi, l’essere egli stato un polemista contro i Gesuiti e le loro profanazioni del culto cristiano e le loro brutte ereticali invenzioni del sacro cuore. Clemente XIV tuttavia, egli che cacciò i Gesuiti, non ebbe coraggio di far cardinale il loro ardente avversario. Io ho molto lavorato, e uno di questi giorni manderò alla biblioteca dell’Agostiniano nemico dei Gesuiti e della loro sozza carneficina rituale due o tre miei nuovi prodotti, e l’iscrizione. Un abbraccio dal suo

GIOVANNI PASCOLI

I concetti della lettera sono ripetuti nella dedica dell’Hymnus in Romam inviato alla Biblioteca di San Mauro allora appunto intestata al Giorgi: «Alla Biblioteca dell’Eremita Agostiniano che combatté i Gesuiti e il loro culto sanguinante e atroce»!

Anche la sua Università lo impegnava in cose minori: come la complessa e solenne iscrizione latina per il sen. Giovanni Cappellini posta nel Museo geologico; e, fatta certo con grato animo, quella italiana in onore del rettore Vittorio Puntoni, nell’atrio della sede universitaria. E non dimenticava i maestri elementari, a lui cari sempre: più tardi, nel-l’agosto, dettò l’iscrizione per la medaglia d’oro che essi offrirono a Ubaldo Comandini, presidente dell’Unione Magistrale italiana: «Nel fronte della scuola resti il nome che incidemmo nell’oro...» Né forse gli spiacque di fare anche l’iscrizione per la medaglia del circuito aereo nazionale che si tenne a Bologna dal 17 al 20 settembre: Anno sacro ... otto Bononiam appellunt heroes – latini de coelo (otto eroi latini approdano dal cielo a Bologna).

Aveva però anche proprio delle brighe d’ufficio, pur se affrontate con sereno impegno: tale l’ispezione compiuta il 16 maggio per ordine ministeriale sull’«insegnamento di lingua italiana presso la R. Scuola di commercio» di Bologna, sulla quale scrisse una direi affettuosa relazione datata il 13 giugno, notevole anche per la misura elegante della ponderata espressione con cui si loda il titolare, che era il dottor Ugo Scoti-Bertinelli.

Alla fine di giugno poté liberarsi degli impegni e, come aveva scritto a Pirozz il 28, si apprestava a partire fra 2 o 3 giorni; e dava il nuovo indirizzo postale: «Gallicano - Campia (Massa)» Il 2 luglio, di fatti, era a Castelvecchio; né certo poteva prevedere in che modo, per l’ultima volta, ne sarebbe ripartito!

Aria nuova e migliore c’era allora a Caprona: intanto il 19 febbraio era stata «inaugurata» la ferrovia che giungeva per il Serchio fino alla Garfagnana; ed era finalmente stato aperto l’ufficio postale a Ponte di Campia (presso il fiume e la trattoria dove spesso egli scendeva nel pomeriggio; ben più comodo che l’ufficio di Barga): onde la ragione tecnica del nuovo indirizzo. Ma c’era anche un fatto piú importante. Per volontà del card. Maffi, arcivescovo, il povero don Archimede Mancini (che, volente o nolente, aveva per anni irritato il poeta: e questi – per la questione dei contadini che avevano dimora nel suo orto e che egli aveva sfrattato; e per il malinteso delle campane – si era da vario tempo tenuto lontano dalla parrocchia, anzi «da quattro anni non era più uscito di casa») era fatto allontanare da San Niccolò e trasferito a Pisa. Giungeva un nuovo Rettore, giovane e abbastanza colto, don Alfredo Benvenuto Barré, tutto pieno di ammirazione per il Pascoli, che conosceva fin da quando era ragazzo e chierico. Il cambio del Rettore avvenne il 1° luglio; il 2 arrivava anche Giovanni; il 3 subito «prima visita, come parroco, al Poeta Giovanni Pascoli: fummo accolti benissimo nello studio maggiore». [19] Don Barré si adoperò immediatamente a chiarire i malintesi anche verso una parte della popolazione e cercò che «il paese apprezzasse veramente il poeta»; e ci riuscí: «tanto è vero che Egli era più tranquillo e più lieto, e mentre da quattro anni non era più uscito di casa, ora incominciava a uscire e chiamare in casa i paesani». Quasi in cambio, don Barré può dire «di avere avute infinite gentilezze da parte del Poeta, come quella di aver raccolto due palle e di aver murato a sue spese la fontana nella sua selva del Poio, per uso mio esclusivo; e altre ancora, oltre avermi promesso grandi appoggi per i restauri e per il pavimento della Chiesa». Anch’egli però seppe e vide «che da vario tempo era sofferente». Fra le gentilezze fatte dal Pascoli «al giovane Prete, secco e rossiccio, pieno d’entusiasmo» (come scriverà su una copia della Grande proletaria) c’è il dono di un volume delle Myricae: «A don Benvenuto Barré - questi ricordi di una triste fanciullezza e adolescenza e gioventù e vita... G. Pascoli - 15 luglio 1911»; e più lietamente il 29 ottobre, mandando nientemeno che... un foglietto di calendario: «In questo giorno di S. Quintino (che suonava a messa con un tegolo) mi pregio di offrire i miei devoti omaggi al suo vicario in terra Don Benvenuto Barré». Era proprio in vena di... omaggi ora il Pascoli: a Rizieri Bianchini di Barga, ricevitore del lotto e suo barbiere - per cui il 16 luglio scrisse al Pistelli anche una lettera di raccomandazione, l’ultima per lo Scolopio - donò una sua fotografia ripetendo un motto che gli piaceva: «Al mio buon Rizieri Bianchini - Questo è il chiarissimo professore - dell’Università di Bologna - ma - Giovanni Pascoli - non est hic. - Castelvecchio 12 luglio 1911».

Anche verso i suoi pareva ora avere un altro tono più sereno. Ecco una lettera all’Ida.

Cara Ida, scrivo per Mariú che non ne può più dal caldo, che quest’anno ci opprime tutti tre e impedisce noi due dai nostri lavori.

Manzi t’ha spedito un pacco - Rimini S. Giustina - contenente un mezzo formaggio pecorino, ma delle pecore che pascolano in cielo, un salame, che speriamo sia buono, e la stoffa - assai bella - per il tuo vestito.

Ora bada alle condizioni che ti mette. Devi farti un vestito per te, non far ritagli per non fare né un vestito decente per te né altro per altre. Fallo con abbondanza e decorosa signorilità, senza badare alle stupide mode d’oggi giorno. Non far troppo straziare e spezzettare e frastagliare la stoffa. Compra le guarnizioni che ci vogliono, come ci vogliono. Tanto per la fattura quanto per gli accessori, pensa del tutto Mariú. Cosí quest’anno se ci verrai a trovare, farai la tua figura, come eri solita. Speriamo che il 23 ti sia arrivato tutto e tu possa aggiungere alla festa il regalo di Mariú. Inseriamo nella lettera lire dieci sempre per la festa. Non raccomandiamo la lettera, perciò sarà bene che tu ci scriva subito. Desideriamo notizie delle bimbe e del loro genitore. Qua vivono in sospetto del cholera; non noi, avvezzi a tutti gli sbaragli. Nelle immediate vicinanze verso Castelnuovo (al ponte di Ceserana) quattro casi accertati in persone ributtantemente sporche e mal nutrite e pessimamente alloggiate. A Castelnuovo, un caso di persona proveniente da Livorno, dove il cholera infuria, a quel che dicono. Per ora, nel Barghegiano nulla.

Noi con acqua ottima e vino buono e alimentazione sana, non abbiamo paura. Io ho paura soltanto che il caldo continui e m’impedisca ancora dal lavorare, ora che il lavoro mi è vita, ora che il lavoro mi sarebbe facile e carissimo.

Salute discreta di Mariú, buona mia, di Gulí un po’ di debolezza. Fa la cura di noce vomica e arsenico.

Dunque sta allegra con le tue bimbe che bacerai tanto per noi. Speriamo sempre bene. Tuoi

GIOVANNI e MARIÚ

Gallicano - Campia (Massa), 18 ag. 1911

Forse a questo mese può essere riferito il bigliettino cui Maria appose solo una data - 1911 - e che, anche perché ne richiama altri, è cosí caratteristico di quella vita familiare intima ma sorvegliata (facile, a chi appena è pratico di vino emiliano, integrare i puntini!).

Al signore Mariú Pascolino. Mia cara Mariú, non posso sperare questa sera (quanto ho lavorato oggi) una b... di 1...?

GIOVANNI  il disperato

«Quanto ho lavorato oggi...» Ecco, ad ulteriore esempio di questo lavoro, un intenso programma abbozzato per alcuni giorni di agosto, rimasto in un altro dei suoi Repertori: la data «1911» è segnata a fianco ancora da Maria (segno con [?] punti incerti di lettura o integrazioni).

6 agosto                   in un giorno di gran calura: programma.

Dentro il 10            Il re dei carbonari

                                Primissima parte di Pueri

                                Inno a D.[ante?]

                                Articolo Tr.[ibuna?]

perciò

                    7          Inno (Il re           Pueri)

                    8          Inno - Articolo. Pueri

                    9          Inno - Articolo P.[ueri]

                    10        Inno Articolo [?] (Il re. pu.)

Dentro Ag.              Il re

                                Il tricolore

                                A Novara

                                Mezzi g. [?]

Dentro Sett.             Mazzini Shelley [?] Poesie          corso magistrale

                                Pepin

Adesso pensava anche a ornare la casa, ritornata cara. Plinio Nomellini fu invitato a disegnare un modello di fregio che il poeta voleva far dipingere attorno alla stanza dove era il «tesoro», le api. Gli diceva: «il modellino deve essere un ramoscello d’albatro: fiori bianchi, frutti rossi» (il corbezzolo, «albero italiano», tricolore, bene si addiceva a chi scriveva i Poemi del Risorgimento nell’anno sacro). E Plinio salí a Castelvecchio a portargli il disegno, e visse un poco col poeta in quel clima di epica ispirazione. In questa estate ci fu anche un cordiale incontro con Giacomo Puccini che salí a casa Pascoli con il Caselli e il Bianchi.

Ma il sereno si allarga da Castelvecchio a Barga. Dice don Barré nel suo diario: quando il Pascoli riprese ad uscire «potei persuaderlo a ritornare a Barga». Ma l’avvento trionfale nella... capitale, dopo quattro anni d’assenza ha una sua storia.

Le elezioni del 1907, come si sa, avevano fatto vincere «il popolo» contro la «crema»: Giovanni, lasciato in disparte, s’era adontato contro Barga; e dopo aver dato le dimissioni da cittadino onorario, si appartò. Il Consiglio in parte attuò quello che il poeta, pur all’opposizione, aveva chiesto; ma in Giunta non c’era vero accordo, e a un certo momento, nel 1911, anche il sindaco Lazzeroni e parte della Giunta diedero le dimissioni: il 20 agosto fu eletto sindaco il professore di medicina legale Cesare Biondi, di tendenza socialista e che era uno degli amici del Pascoli. Pareva quasi la rivendicazione del poeta.

Ma per il 10 settembre era indetta la elezione del candidato provinciale. Ancora una volta si affrontano le due parti: per il «popolo» che nel 1909 aveva tentato la candidatura politica del grecista Augusto Mancini — è proposto, con la voce della «Gazzetta di Barga», l’avvocato Filippo Bertacchi; per la «crema», più ligia al moderato on. Pellerani, aiutato dalla «Corsonna», Enrico Nardini. Naturalmente, pur prescindendo dai motivi personali e paesani, il Pascoli è come nel 1907 — per la parte del Nardini, e soggettivamente la ragione è una sola: gli sembra che gli avversari diano piú importanza a una strada (fra Barga e Gallicano, per piú pronto congiungimento con la ferrovia) che alla scuola. Ed ecco, quel 10 settembre il Pascoli, pur indisposto, giunge finalmente e quasi d’improvviso a Barga in automobile. Dalla porta della città alla piazza del Comune passò fra grandiose accoglienze. Intanto si distribuiva, preparato con grande rapidità, un Supplemento della «Corsonna», che portava in grande come un manifesto un Saluto a Giovanni Pascoli, che torna a Barga.

G. Pascoli ritorna fra noi dopo quattro anni..., rientra fra le mura... per compiere il suo dovere di elettore. Salutiamo luomo grande e modesto ... che, rinchiuso nel suo giustificato sdegno, ha vissuto nella bicocca di Caprona, solitario e fidente, aspettando il giorno della riscossa... Egli ritorna fra noi ..., luomo della vera democrazia, il poeta insigne delle cose umili. Nel gesto che egli compie noi vaticiniamo unera nuova per la nostra Barga ... Viva Giovanni Pascoli.

Cosí, nel fervore un poco rissoso della lotta, una parte dei barghigiani vedeva o immaginava il poeta. [20]

Poi, improvvisando, Pascoli parlò alla folla «su un panchina presso la sezione elettorale». Disse cose che egli sentiva veramente, cercando di rovesciare la situazione e facendo che quelli che non erano del «popolo» apparissero i veri popolari.

Ritorno a Barga dopo quattro anni di assenza e potrei dire di esilio. Vi torno per un invito d’amore. E come tardar piú ad assecondarlo, questo invito d’amore, dacché Barga è la patria di quasi tutta l’opera mia, qual che essa valga? Il mio nome è indissolubilmente legato a quelli di Barga e di Castelvecchio.

Ma all’invito d’amore già cosí possente e dolce, si unisce il forte appello del dovere. Io dovevo oggi venire a portare il mio voto in favore della scuola: io che appartengo, benché indegno, alla piú antica Università del mondo. Dovevo portare il mio voto contro quelli che hanno posposto il necessario al superfluo, contro quelli che preferivano di costruire una terza strada, per giungere alla ferrovia, a edificare la prima scuola del Comune.

Io che ho accompagnato di mie ardenti parole il supplizio di Francesco Ferrer, martire della scuola e dell’istruzione popolare, io che ho, non molto tempo dopo, inneggiato alla fiaccola luminosa che fu la vita di Andrea Costa del quale fui amico fin dalla prima giovinezza, io che non cedo a nessuno il diritto di parlare di socialismo, io vi dico che i socialisti siamo noi che propugniamo la scuola, che il popolo lo amiamo e difendiamo, noi che ne vogliamo non solo ogni emancipazione ma ogni elevazione.

Io non vengo qui, oggi, a rappresentare la reazione: sí nel senso migliore la rivoluzione: vengo non a dirvi addietro! ma a gridarvi: avanti!

Per il popolo dunque ... per il popolo vero io vengo a portare il mio voto: e perciò nella mia scheda si legge il nome del figlio del popolo Enrico Nardini.

Parlò a scatti, con passione. E certo anche per il diretto intervento del Pascoli, a Barga il Nardini vinse, se pure solo per pochi voti (382 contro 372), ma per non pochi nella circoscrizione (643 contro 477). La Giunta e il Consiglio, sconfitti, si dimisero, e si passò a un Commissario regio: il Pascoli aveva avuto la sua vittoria morale. Ma l’emozione e la fatica accrebbero l’indisposizione: il discorso «fu ricostruito dal poeta e dettato a Mariú il lunedí, dal letto».

Continuava insomma quel latente malessere, che disturbava, anche se non interrompeva il lavoro: quel lavoro che ormai «mi è vita», come aveva scritto nell’esaltazione patria e poetica, all’Ida.

Anche al prof. Antonio Guarnieri, sentendosi di non poter scrivere nulla d’occasione su Francesco Burlamacchi «protomartire d’Italia», del quale parlerà «in un libro che sto pubblicando», aggiungeva (13 settembre): «Sono stato in questi giorni molto addolorato, anzi martoriato ... e lancinato da dolori reumatici lombari e poi perseguitato da una febbretta non gradevole, il tutto interrotto da una doverosa gita a Barga con relativa agitazione».

Ma altra agitazione lo colse il 29 settembre quando l’Italia iniziava la guerra per la Tripolitania. Nel clima in cui quell’anno egli viveva sentí quelli che erano i motivi belli — politici e umani — dell’impresa: dal passato romano che sembrava aver predisposto quelle terre per l’Italia, al futuro che sembrava preparasse un avvenire alla nazione e al popolo proletario. E nel giorno stesso scriveva a un amico: «Tutto il mio cuore è a bordo delle nostre navi ... L’Italia ha ripreso la sua via ... impresa di civiltà contro la corruzione di decadenza, è impresa di liberazione . . .; e infine patriottica perché... Il perché lo dicono i nostri soldati che anelano di essere sorteggiati; lo dicono nelle piazze i nostri cittadini che non sono piú borghesi e operai, ma italiani soltanto ...». E approvando una capricciosa proposta di un bizzarro bolognese, l’ing. Ceri, che voleva cambiare il nome in Tripolitalia (ma erano ingegnosità verbali che piacevano al Pascoli), gli scriveva il 5 ottobre: «Sì, Tripolitalia è facile e gentile parola: di piú, augurale. Diciamo dunque: Tripolitalia, la nuova Italia dalle tre città ...»; ma non credeva che la bella proposta sarebbe attecchita: o non si seguita a dire faticosamente aeroplano, quando — eppure l’aveva proposto D’Annunzio — nessuno dice «latinamente, sdrucciolevolmentc, alatamente: velivolo»?

Si interessava personalmente di alcuni ufficiali e soldati in Libia (come, il 31 ottobre, di Lionetto Cola, che era dei Carrara che gli vendettero la casa); e dettava un’epigrafe per un Album che raccoglieva le firme degli studenti bolognesi per il generale Caneva e i suoi soldati... Ma c’è una lettera al suo capitano Ricci che molto interessa perché, rispondendo ad alcune cartoline dell’amico, giudica la guerra e in sé (nei suoi vari aspetti) e nei riflessi letterari (specialmente quanto al D’Annunzio, del quale la prima delle Canzoni d’oltremare era stata stampata non senza chiasso e non senza compenso sul «Corriere della Sera» l’8 ottobre). È caratteristica anche di quella frammentaria impulsività, che è nel sentimento e, in qualche modo, nello stile pascoliano.

No, mio Capitano, questa guerra non mi piace. Il nemico è troppo feroce. Ma che mirabile saggio di noi abbiamo dato noi all’Europa! La quale ce ne odia. Sento che l’Inghilterra e forse anche la Francia aiutano in tutti i modi la Turchia e gli Arabi. Lo sento! A ogni modo, questa guerra è il principio d’una nuova Era Italiana. Magnus saeclorum nascitur ordo.

Le due penultime cartoline tue non le ho capite. L’ultima sul Verri ho l’idea di mandarla al «Carlino». [21]

Il D’Annunzio (rispondo alla quartultima) ha il torto di far sí che si creda esercitazione poetica erudita o, peggio, speculazione industriale-artistica, ogni suo nuovo lavoro. Non è vera la cosa; non è giusto il sospetto; ma la musa è come la moglie di Cesare: non deve nemmeno essere sospettata. E poi i giornalisti l’amano troppo. E questo amore fa piú pensare a male che a bene. Tienti queste cose per te. Io mi sono messo a un inno a Torino, che mi è parso del dover mio, delle proporzioni di quello a Roma (le canzoni d’Annunziane sono un po’ quest’inno – omerico, come io dicevo –), latino e italiano. Presto sarà pronto, ma intanto mi ha interrotto nel mio gran lavoro. Vedessi le belle illustrazioni del Nomellini! Ti manderò – se mi prometti il segreto assoluto – presto i primi fogli stampati. E ora devo ritornare a Bologna, dove ho due o tre nemici imboscati nella mia facoltà a uno dei quali devo, a quel che penso, tutte le mie tribolazioni specialmente romagnole (di rumagnôl fêls). Oh! le mosche! ...

L’altro giorno certi miei scolari ora professori mi telegrafarono d’aver iniziato l’anno scolastico, leggendo la Canzone del sangue e il Dovere (la mia ode con Achille e il cavallo parlante). Lo credi. Me la son presa a male. E ciò per quel non so che che ti dicevo. È vero che il Croce dice io non son sincero; ma è altrettanto vero che il Croce non crede a ciò che dice.

Perdona certi sfoghi. Siamo sempre, noi due quassú, cosí soli e amari! Voglio fare una serie di odi ai nostri eroici guerrieri di mare, di terra e di cielo: una cronaca del mio animo in questi giorni dolorosi e gloriosi.

Un bacio mio bravo capitano (non ti curar di mosche!) dal tuo caporale 

GIOVANNI PASCOLI

Certe escrescenze anche putride che sono nell’esercito, sano come le protuberanze della terra, che sono pure montagne e vulcani, altissime e perniciosissime: queste non impediscono che la terra sia tonda, quelle non impediscano che l’esercito sia la sola grande nobile meravigliosa opera della terza Italia! sia la scuola modello! sia il vanto e lo schermo nostro! sia l’Italia!

Castelvecchio di Barga, 31 ottobre 1911

Nell’inno a Torino è ripreso il motivo del Toro o «Italos» nel senso da te intuito. Bravo! Ti farei maggiore, ma sei già, per nobiltà di cuore e di mente.

A integrazione dell’Inno a Roma – superando con la volontà il peso della malattia (il 7 settembre al Novaro: «Non posso dilungarmi: sono malato»; e l’11, ripeteva al Cian: «Sono malato») – egli lavorava dunque intensamente a un Inno a Torino, parallelo all’altro e quasi a compimento ideale della storia d’Italia, passando dal ciclo antico a quello più moderno, simboleggiati nelle due città madri, Roma e Torino.

A Torino egli nel 1910 pensava di dedicare uno dei libri predisposti per il 1911, quello, come allora diceva al Rava, del Risorgimento italiano; ma come il libro di poesia latina Roma, anche questo si risolvette nell’Hymnus in Taurinum. Fu rapidamente composto (certo è notevole sempre, e anche ora che è malato, l’incredibile celerità): e perciò interrompeva l’orditura dei Poemi del Risorgimento: l’inno era ormai pronto, con la traduzione, in novembre: lo annunciava l’11 al Cian, scrivendogli anche il 3 del mese seguente; e il 12 al direttore della «Gazzetta del Popolo»; fu pubblicato, con un ritardo che irritava il poeta, dopo la metà di dicembre. Una copia era mandata al sindaco di Torino il 26 con questa lettera:

On. Sig. Sindaco, gradisca da uno che molto amò l’Italia, e perciò Torino, questo Inno a Torino, gemello dell’Inno a Roma. Roma e Torino! Chi potrebbe essere pari a tale sublime soggetto? Meno di tutti io; ma mi sarebbe parsa una colpa non addimostrare la mia buona volontà in questo anno in cui s’è cominciato a mietere ciò che i nostri grandi avi seminarono a piè dell’Alpi. Tenga la S. V. conto solo di questa volontà, pur senza possa, e del devoto rispetto con cui me Le dichiaro obbligatissimo        GIOVANNI PASCOLI

L’inno ha quasi la stessa misura di quello di Roma, 422 esametri invece di 444; più densa la traduzione, 615 versi invece di 669. Diversamente dall’altro è diviso come in paragrafi in tutt’e due le redazioni (anche qui con un numero significativo: sette); entro però due motivi maggiori (I-IV, vv. 1-302; trad. 1-436; V-VII, vv. 303-422; trad. 437-615). La sintetica potenza storica e lirica del Piemonte carducciano qui si espande in un canto che, secondo piace al Pascoli, pervade la storia di leggenda e di mistero carico di presagi, come sentimmo per Roma. L’inno segue il muoversi del Toro, simbolo della migrante tribù dei Taurini (I); e forse quel Toro era l’Italos, il vitello che diede il nome all’Italia; esso scende fin verso la Sicilia, ritorna, vede creare Roma e risale fermandosi «fra due fiumane» (II). Subito le Matres (forse le Alpi stesse) predestinano la missione dei Taurini, e vedono un re cacciatore che la compirà (III). Comincia il paragrafo più ampio, quello della storia secolare (vv. 121-302; trad. 186-436). La città, baluardo di Roma, inizia il suo compito contro Annibale, e lo continua specialmente quando Cesare fonda Augusta Taurinorum; lí è affidata a Costantino la Croce, segno di vittoria: che rimarrà in quel cielo, trasfigurata in Croce dei Savoia; lí il barbaro Agilulfo, duca e re, consacra la corona ferrea dei re d’Italia; ma nel decadere d’Italia, ecco Emanuele Filiberto che torna in Torino sgombra dai Francesi e ormai capitale dello Stato; la sua spada trecento anni dopo sarà risollevata da un altro re dello stesso nome, che nel Risorgimento compirà la profetata missione (IV).

Fin qui la storia-leggenda del popolo; poi, come in un’altra parte, la visione della città. Dal castrum romano sorge la moderna Torino (V) che continua l’antica forza ma è ormai tutta operosa di sonanti lavori, anche perché un piemontese (Galileo Ferraris) domò il vigore delle acque (VI); per tutta la città è lavoro e pace; e serenità e canto di giovinezza (nel cinquantenario i fanciulli delle scuole d’Italia si radunarono a Torino): il canto grida «Italia! Italia! Italia!» e giunge come saluto agli altri italiani che vegliano e operano in Africa, e al loro «Chi va là?» si ode una nuova risposta: «L’Italia, eroi, che va!» (VII).

Più schietta la redazione latina; più forse piegata qua e là a discorsiva aneddotica e a piú palesi accostamenti di successivi episodi storici la traduzione: costretta anche in un voluto gioco metrico non nuovo al Pascoli, quello del nomos greco, con la lunga parte centrale, la piú importante (la IV), in endecasillabi sciolti; e, prima e dopo, tre parti ritmiche con ordinamento inverso: terzine, quartine e strofe di 5 versi (a, b, c, b, a, collegate a due a due dalla rima del 3° verso) per i gruppi I-II-III, e viceversa digradanti da 5 a 3 versi nei gruppi V-VI-VII. Anche qui, quasi una legge misteriosa! Ma in complesso l’inno è inferiore a quello per Roma: meno alla città e alla storia moderna si addiceva quella compenetrazione di miti e simboli, che più ispirava il Pascoli.

Ma la bella, umana, alta parola dell’anno sacro non l’abbiamo ancora ricordata: e qui può ben porsi, quasi meta d’arrivo. L’impresa libica vedemmo per quanti motivi pascolianamente complessi era sentita dal poeta: e quando, rappacificato con Barga – che del resto ora aveva un neutrale Commissario prefettizio, il ragionier Salerni –, una commissione di amici barghigiani con a capo il dott. Caproni e il direttore della fedele «Corsonna», Italo Stefani, lo pregò di parlare a Barga per i nostri soldati morti e feriti, rispose francamente: «Credete che la mia parola possa giovare a qualche cosa? Se sí, accetto». E il 9 novembre scriveva al Commissario spiegando un’altra intenzione concreta del suo discorso, quello che con parole ispirate intitolò La grande proletaria sè mossa.

Ill. Sig. Commissario. Accetto di dare il discorso a beneficio dei nostri feriti e a onore dei nostri morti. Poiché vorrà farne il maggior utile che si possa per i nostri adorati eroi, l’avverto che farò cosa pensata, non a braccio, come si dice. Bene è stata ispirata Barga, che ha dato la nascita a un prodittatore di Garibaldi, in questo intendimento di mostrare la nostra infinita gratitudine alla perfetta. armata, al glorioso esercito italiano.

E con sincero ardore lirico, pur fra il crescente malessere, si mise a scrivere la nobile, complessa, ardente orazione, che veramente ha ben più di poesia che altri recenti suoi versi storici. È come una storia ideale da Roma alla nuova Italia, all’Italia risorta ormai nel Cinquantenario, quasi fissata in tre grandi nomi-idea: Dante, Colombo, Garibaldi; cosí egli riesce a dar vita a un’idea rivestita di immagini. E si canta una sintesi di resurrezione politica o sociale e umana che riassume un pensiero costante – nel pur umbratile Pascoli – dalla giovinezza alla tramontante maturità: via via nell’antica prosa politica di Allecto, nei discorsi de Lavvento o de Leroe italico o Nel cinquantenario della Patria; e nelle strofe di Italy e, ultimo, nell’Inno degli emigranti italiani a Dante (agosto 1911).

O timonier d’Italia eterno, Dante! ...

Con lui tu fosti: governavi allora

Santa Maria, quando sul limitare

del nuovo Mondo, ella attendea l’aurora.

Prima dell’alba, sul purpureo mare

quasi una grigia nuvola appari...

«Terra» gridò la, ed echeggiare

parve una voce alta infinita: – Sí!

Ma ora pareva, «era una vergogna o un rischio farsi sentire a dir , come Dante, a dir Terra, come Colombo, e dir Avanti!, come Garibaldi ...». Ed ecco la nazione «proletaria» che non aveva se non il piccone, la vanga e la carriola ... oltre il coltello ... ora appena cinquant’anni dopo la sua unità «si è presentata possente e serena, pronta e rapida, umana e forte ...» dietro «il tuo invisibile spirito o Guglielmo Marconi, che scrive coi guizzi del fulmine ...». E ancora una volta, pascolianamente, le cose grandi si fanno umanamente piccole, e le piccole grandi. Ecco i «soldatini»: ma sono gli stessi «lavoratori che il mondo prendeva a opra. Eccoli con la vanga in mano, eccoli a picchiar col piccone e con la scure ... Con la vanga scavano fosse e alzano terrapieni al solito . . . Ma non sono le grandi strade, che fanno, per altrui: essi aprono la via alla marcia trionfale e redentrice d’Italia . . .». Ecco che «i bambini delle scuole rompono per i feriti il loro salvadanaio»; e «il più povero mezzaiuolo dei dintorni» di Barga «che ha un figlio nelle trincee di Tripoli, dà ai cercatori della Patria i suoi unici due soldi . . .». E fra quei combattenti ci sono «i contadini che Garibaldi non trovò mai nelle sue file ...»; e nell’esercito – «la grande scuola che ci ammaestrò esemplarmente nell’umano esercizio del diritto e nell’eroico adempimento del dovere» (ricordiamo le parole scritte al capitano Ricci) – sono presenti, ma non in lotta d’odio, «le classi»; benché, in vero, «né là esistono classi né qua . . . La classe in cui, con eterna vicenda, si può entrare e se ne può uscire, non è mai sostanzialmente diversa da un’altra classe...»; e «lottiamo dunque..., ma sia ... lotta d’emulazione». E «non si chiami questa retorica»! Certo senza retorica, l’uomo poeta Pascoli, in quel giorno e fra l’umile popolo di Barga commosso, credeva di potere, nella sua sincerità, dire e far ascoltare l’ultima parola. «Benedetti o morti per la Patria. Voi non sapete che cosa siate per noi e per la storia ... L’Italia, cinquant’anni or sono, era fatta. Nel sacro cinquantenario voi avete provato che sono fatti anche gli Italiani». [22]

Il timido, il malato Pascoli s’era trasfigurato, lo spirito vinceva sulla povera carne; e chi lo vide e ascoltò nel piccolo teatro paesano quel 26 novembre dopo le 15, «nel mentre stesso che in Libia avveniva l’avanzata su Ain Zara», ancora oggi ne parla commosso con gli occhi umidi eppure lampeggianti.

Il discorso volò per tutta l’Italia sulle pagine della «Corsonna», e già della «Tribuna» lo stesso 26 novembre. Il Pascoli «ha rivissuto uno dei momenti della sua più felice serenità e verginità dell’eloquio», scrisse il «Marzocco»; e la «Tribuna»: questa pagina «ha parlato al cuore di tutti gli italiani; ogni cittadino vi ha ritrovato la corda più all’unisono con la sua anima»; e da tutte le parti veniva al giornale una «richiesta prepotente» di copie, «che noi non abbiamo più»; finché non giunse in redazione una voce imprevista: «Oh, perché i nostri soldati, che combattono o aspettano ansiosi, non dovranno leggere queste parole del poeta, questa onda di poesia in prosa che fu ispirata da essi, che è per essi?». Allora il giornale stampò per essi a migliaia di copie un foglio-supplemento che corse dappertutto: «e sia pei soldati, dolce e suadente come le parole della mamma». Gustavo Salvini faceva eco rileggendo il discorso nei maggiori teatri, Giuseppe Tarozzi ne lesse alcuni tratti agli studenti di Bologna, facendo commuovere il collega lontano e malato; [23] finché verrà la dedica delle Canzoni dannunziane: «A Giovanni queste dieci canzoni, che non hanno l’ala della sua orazione».

Non è retorica, possiamo dirlo pur noi, ricordare l’emozione di quei giorni a gloria anche del Pascoli: ché qui – certo anche più che negli abbozzati Poemi del Risorgimento – egli adombrò il suo ideale di uomo-poeta continuatore e superatore del Carducci politico: tentare una nuova soluzione italiana alla recente storia e alla lotta sociale in Italia, che veramente congiungesse in sintesi umana Giustizia e Libertà, e che desse modo migliore di vita a milioni di cittadini. Proponeva insomma alla futura generazione italiana, e forse all’Europa, un problema italiano che non è ancora risolto; ma gli pareva di poter sperare la pur lontana vittoria: scriveva il 3 dicembre al Cian, che qualche poco aveva pur contribuito allo sviluppo del pensiero pascoliano: «Il naturalismo (usiamo una parola di grande spaccio) è sorpassato. Avanti! Avanti! Avanti!»

Al discorso assistettero anche la sorella Maria e il fratello Raffaele: ne fa eco la lettera di Mariù all’Ida, il 30 novembre.

Carissima, non voglio che mi passi anche il giorno d’oggi senza dirti che ho ricevuto la tua ultima. Ma siccome il ragazzo parte per la posta cosí non posso trattenermi molto con te. Abbiamo avuto per qualche giorno Falino che assisté anche al discorso di Giovannino a Barga. Lunedí ripartí per Pisa; ed ora fino alla metà dell’anno venturo egli non verrà piú da noi.

Ti ho mandato due «Tribune» perché tu vi legga il discorso. È stato un avvenimento, non solo di Barga, ma d’Italia tutta. Vedessi i telegrammi e le lettere che arrivano di ringraziamento e d’entusiasmo!

La nostra salute per ora è discretina, non cosí quella di Gulí, poverino. Si regge male e deve avere una malattia di reni. È piú d’una settimana che è a latte. Mandiamo a Lulú 10 lire per il suo cappottino. E mandiamo auguri e baci a tutte quattro. Sono con Giovannino, tua

MARIÚ

Giovanni, mentre rifiutava ogni altro invito a discorsi, affrettava da Zanichelli la stampa dell’Hymnus in Taurinum; ma l’editore sembrava preferire la sua Strenna annuale per le Colonie scolastiche bolognesi; scrivendone al Cantoni, l’8 dicembre, Giovanni nobilmente si sdegnava che si pensasse accettar egli qualche compenso per la sua attività patriottica.

Caro Fulvio, mi affretto per l’onor mio e la pace tua, a dirti che sarei l’ultimo degli uomini se avessi preso o prendessi nulla per ciò che faccio umilmente e devotamente in pro della Patria ... Io non sono impegnato a far discorsi all’«Argentina» ... Passando da Zanichelli digli che io sono indignatissimo per la loro negligenza e strafottenza (le bozze ricevute sono senza le correzioni). Evidentemente a loro premono piú i loro almanacchi che l’omaggio a Torino. Accidenti che amor di patria! [24]

Questo disinteresse è confermato da due brevi lettere scritte in quest’anno al direttore del periodico per giovani «Audax»: «Manderò presto qualche cosa all’ “Audax”. Tutto ciò che riguarda l’educazione fisica, intellettuale, morale dell’Italia nuova trova consentimento nel mio cuore. Quanto al compenso ..., se il mio lavoro sarà riuscito bene, ne avrò tanta contentezza che non vorrò chiedere altro premio: se male, ne proverò tanta vergogna, che non oserò davvero pretendere compenso. E auguri alle sue buone imprese». E poco dopo, forse a un sollecito del direttore accompagnato da danaro: «Presto adempirò la mia promessa. Tra poco, in vero, mi porrò di proposito a lavori per la gioventú nostra. Ma per tale specie di lavori, che credo, in qualsivoglia misura, utili alla patria, non prendo denaro. Non le dispiaccia dunque che le restituisca il suo vaglia. E mi creda suo G. PASCOLI». Forse però la promessa di suoi scritti non poté essere mantenuta.

Fra tanti elogi e entusiasmi, ancora una volta il povero Giovanni ebbe modo di sentire qualche spina, quasi dovesse giustificare ad altri, e forse nelle sue incertezze anche a se stesso, il bel gesto compiuto cosí istintivamente a Barga. Un vecchio amico romagnolo dei tempi rivoluzionari, Domenico Francolini (e forse anche sua moglie, donna Costanza Léttimi), fece qualche riserva pacifista su quel discorso; e Giovanni (aggiungendo anche un cenno di pentimento per non aver fatto la commemorazione dei Tonini a Rimini) gli rispondeva il 3 dicembre.

Caro Domenichino, nuovo atteggiamento? sanguinario? oh! donna Costanza non ha letto i miei Pensieri e Discorsi, né tu; né quelli, né questo di Barga. Non mi calunniare in faccia a quella gentile. Di molta parte del resto del mondo non mi curo: ma delle anime buone e pie, sí, molto.

Leggi dunque...

Non sto bene. Tuo   G. PASCOLI

Giustamente egli, nel suo concetto di «socialismo patriottico», trovava una continuità fra i discorsi sociali di Messina e questo recente.

Lo stesso problema o assillo sociale e umano, addolcito dalla speranza cristiana, ispira e illumina anche l’ultimo poemetto latino, scritto fra tanto altro e diverso lavoro prima della fine dell’anno: Thallusa, forse il piú bello dei poemetti latini: «summum cantoris opus eximium, quo vix cogitari quidquam possit praestantius... Aperta scidula prodiit nomen illud nobis notissimum atque ubique terrarum clarissimum Ioannis Pascoli Bononiensis». C’è qualche cosa di virgiliano («coepisti tandem risu cognoscere matrem...») e di manzoniano («Perché baciando i pargoli – la schiava ancor sospira?...»): ma per Thallusa, la schiava che riama nel figlioletto della padrona il suo piccolo che le strapparono via, era ancor troppo presto perché il sogno fosse realtà.

S’accostava la fine dell’anno e il Natale; anch’esso, tra di guerra e di pace. Dettò «il saluto degli studenti universitari d’Italia all’Esercito e alla Marina», dicendo tra l’altro: «Veniamo a gridarvi i nostri nomi di fratelli – a festeggiare in famiglia con voi la festa intima della rigenerazione ... o marinai o soldati o volontari – maestri a noi di semplicità, di umanità, di fortezza, d’eroismo, di martirio»; e compose una delle ultime poesie, La notte di Natale, «Ai marinai e soldati in Tripolitania»: come una nuvola candida passava su di loro «l’Italia, l’Italia che vola!»; e in quella notte «Là tutto è santo ... – Là sono anche i martiri in croce...».

 

A Castelvecchio, cercava ancora di sorridere. Invitava lassú l’amico Marcovigi con l’esca di galletti e beccacce (3 sett., 14 dic.); mandava La grande proletaria e La notte di Natale al suo Rettore («Don Benvenuto Barré – balsamo a una ferita non da me inferta») ma anche uno speciale cotechino: «Don Benvenuto! Le mandiamo un cappelletto di Modena, detto altrimenti cappello da prete, per la sorprendente somiglianza di forma, non però di sostanza. Si cuoce tenendolo dalla sera innanzi immerso nell’acqua tiepida, e la mattina bollendolo per due ore o tre. Cosí viene gelatinoso e tremolante, e a chi piace è buono. Lo gradisca, come tenue compenso al suo buon dolce, e lo mangi... non lo metta. Non è per il capo, è per la gola. Tanti auguri da Mariú e da G. PASCOLI. Natale del 1911».

Con un altro pensiero costante, aveva il 25 ottobre scritto in un album per una signorina di Barga: «Non c’è forse paese al mondo più bello di questo ... Che cosa manca? Manca, tra il verde, qua e là, una linda casetta che non sia una casa, e somigli a una chiesa, che abbia una sua torretta che sembri un campanile, donde venga poco dopo l’aurora un richiamo, e poco prima di sera un commiato ... E di qual casetta o chiesetta parlo io dunque? Della scuola ... come io intendo e come sarà». Non meno in armonia con i suoi desideri, si esprimeva il 23 dicembre in una lettera a Pietro Funai, un «americano» che ora operava a Barga per migliorare il Comune.

Caro Peter ... , mi succede spesso d’essere apprezzato sopra i miei meriti, che non consistono in altro se non in un ardentissimo amore per la mia Patria grande, per la mia Patria piccola, per la mia Patria adottiva, che è questa terra. Oh! se tornasse in essa a rifiorire la pace che, molti anni sono, vi trovai... Questo è l’augurio che faccio a lei e a tutti i Barghigiani e a tutti i campagnoli del monte e del piano, nella vigilia del giorno in cui fu detto «Pace agli uomini!», nei giorni in cui i nostri figli e fratelli festeggiano il Natale della Patria con fuochi che non sanno di artifizio; spargendo per la santa Patria nostra il loro nobile sangue giovanile. Un abbraccio dal suo   GIOVANNI PASCOLI

Il 30 dicembre gli scolaretti di Barga, in una loro passeggiata scolastica, salirono a Castelvecchio e chiesero di fare auguri al poeta; egli non fu in condizione di riceverli, e per mezzo di un maestro li salutò: «Bravi, piccoli Bargei! Crescete degni dei vostri fratelli maggiori che combattono nella Libia! È un augurio che faccio, piuttosto che a voi, alla grande e buona e bella patria nostra, l’Italia. Vi bacia il vostro Giovanni Pascoli». Un coro argentino, «Viva Pascoli, Viva l’Italia», salutò nel tramonto dell’anno e della vita il poeta dei fanciulli.

Ma forse Giovanni, ora, meditava per sé. Donando Mariae sorori la copia di un suo carme, malinconicamente rifletteva sul mal uso che qualche «maligno» aveva fatto di un suo pensiero che aveva fissato anche in un motto per i Canti di Castelvecchio: «Tu bibis, ipse gemo»; e a quel carme preponeva un distico latino.

Me malus ille meo dixit gaudere dolore:

Tu scis ut doleant gaudia nostra, soror.

«Tu lo sai come dolgono le nostre gioie, o sorella.» Ma dalla tristezza personale, in dolorosa armonia con gli stanchi presentimenti di quei giorni, gli avvenne di trarre un più profondo pensiero che, poco dopo, Mariù trascrisse per comunicarlo a Don Barré; diceva:

Non c’è serenità se l’uomo non fa gettito di parte della sua vita, e non ne fa gettito s’egli non è persuaso del poco valore di ciò che dura cosí poco, s’egli non è dunque cosciente e pensoso della morte, se non è dunque religioso.

Tali parole apparvero doppiamente vere: ché realmente in quest’anno il poeta aveva fatto gettito di parte della sua vita. [25]

 

Note

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[1] Molto di malavoglia», aggiunge, essendo rivolto con l’animo piuttosto ai suoi Poemi. La lettera al Marcovigi è di condoglianze per la morte del «signor Luigi» che «faceva gustare all’orfano digiuno qualche bella festa...».

[2] In opuscolo fu edito da Zanichelli: «Finito di stampare il dí xx marzo MCMXI».

[3] Quattro tricromie furono fatte e annesse all’ediz. dei Poemi del Risorgimento, Zanichelli: Napoleone, la Cavalcata notturna verso Novara, Garibaldi fanciullo a Roma, Il trombetta del Salto. C’è anche la sigla N di Napoleone.

[4] I documenti per la questione dell’Inno, oltre a quelli ufficiali, sono l’articolo del Pascoli al «Corriere della Sera» del 23 aprile e alcune lettere di Maria al p. Vannucci; le parole del D’Annunzio sono nel «Corriere della Sera» del 3 maggio. Tali documenti sono in buona parte editi dal Vannucci nello scritto G. Pascoli e la curiosa vicenda di un concorso per un «Hymnus in Romam», nella Rivista «L’Urbe», a. XV n. 2 (e in estratto, 1952). Per l’edizione ampliata dell’Inno si veda più avanti.

[5] Il testo originale, che il poeta cercò di non far pubblicare, fu edito, primo dei sette poemetti degni di premio e menzione, nel fascicolo ufficiale: Carmina praemiis et laudibus certamine poetico ornata quod S.P.Q.R. edidit... Romae MCMXI (ciò contrariamente a quanto, non ricordando bene, dice Maria in una sua lettera). È ora riprodotto nel volume dei Carmina ed. Mondadori, pag. 666.

[6] Il tratto «già la mattina... insistenze» è preso da un accenno che Maria aveva inserito in un capitolo della I Parte delle Memorie.

Il clamore cosí sorto forse incuriosí anche la regina Margherita che per mezzo d’un dotto amico del poeta gli chiese la raccolta dei suoi carmi latini. Il Pascoli, non potendo allora far altro, inviò due copie dei quattro ultimi suoi poemetti, pensando di pubblicare per il giugno l’Hymnus in Romam e per il 20 sett. il Liber de poëtis con almeno undici carmi; prometteva poi di mettere a disposizione della Regina la raccolta completa. Per ciò, forse, il 28 aprile mandava il dott. Caproni nella casa di Castelvecchio a cercare nello studio «un mucchio di miei opuscoli latini olandesi... legati da filo in croce, alla meglio...» e di spedirglieli subito a Bologna.

[7] Quanto all’Albini (sul quale il sentimento del Pascoli fu sempre oscillante: più lo studio e più lo ignoro», scriveva nel giugno al Pistelli), si sa che fra i due non corse intimità: questione di carriera nella nomina a Bologna, proteste dell’Albini per non aver il Pascoli fatta una commemorazione di Severino Ferrari (da allora l’Albini non tornò più nella casa del Pascoli)... Si parlò quindi di rivalità anche in occasione dell’Inno a Roma, e certo la Commissione giudicatrice (fra cui era 1’Albini, che pur aveva inviato un’ode oraziana su Roma come concorrente, ritirandola quando divenne giudice) non tenne un contegno immune da critiche: essa volle esaminare lo stesso l’inno dell’Albini e lo giudicò cosí perfetto e mirabilmente ispirato da essere meritevole del premio, se fosse rimasto in concorso». Procedura da far pensare che proprio per questo... il 1° premio non fosse assegnato. Certo l’Albini, come disse poi per giustificazione, lodò il carme del Pascoli e insisté per il premio, anche se quell’inno poteva essere messo in disparte per l’irregolarità del nome; e improvvisò la traduzione che lesse in Campidoglio; soggiunse che ad ogni modo quell’inno aveva qualche manchevolezza (di fatti fu poi quadruplicato). In complesso da allora fu confermato il malumore fra i due colleghi; poco dopo il Pascoli scriveva all’Albini, il quale aveva sentito di proteste del poeta: «chi ti ha informato non ha detto la verità», ma poi, conclude l’Albini, «si lasciò ripigliare da altri». (Queste notizie date dal giudice... accusato, comparvero nel «Resto del Carlino» il 12 maggio 1912.) Un incidente, per colpa del «Resto del Carlino», era avvenuto – come si disse – in occasione dell’ottava medaglia di Amsterdam (14 maggio 1904): il Pascoli irosamente protestò perché pareva si mettesse l’Albini (che non aveva ottenuto altro che alcuni «encomi») a pari col Pascoli; e scrivendo al solito buon Caselli dice che l’Albini «s’atteggia a mio rivale ed emulo... e trova... chi lo ha eletto consigliere provinciale etc. mentre il povero assente, profugo... non è, là, nulla...» (18 marzo: e si veda a pag. 974).

[8] Si veda ancora l’opuscolo del Vannucci citato poco prima.

[9] Lo scritto autografo passato a Fulvio Cantoni, che vi inserí poche interruzioni a fingere l’intervista e lo mutò dal tu al lei, si conserva ancora: è presso il dott. Lionello Manzi a Bologna, liberale raccoglitore di rarità pascoliane. Integro, esso si legge nel cit. volume delle Opere Sparse.

[10] Sono gli esametri 1-111; e, nella traduzione, gli endecasillabi 1-166, coi titoli: Il nome misterioso, Il primo eroe, Lupi e aquile, Laratore, Le voci del fiume e del mare, La rissa.

[11] Si allude a Gesù, e all’avvento del cristianesimo, dell’impero carolingio e della supremazia universale del nuovo impero di Roma papale.

[12] Esametri 112-296, endec. 166-444, coi titoli: L’ascia, Le strade, La legione, I messaggeri, Ai due gemelli, La vergine massima, Il passo di Roma, I due imperatori, Gli dei, Le favisse.

[13] Sono i barbari invasori.

[14] Esametri 297-444, endec. 445-669, coi titoli: Lesecrazione, Il grande sepolcro, Il nome celeste, A Flora, Il primo colle e i primi pastori, Il sepolcro del primo eroe, La lampada inestinguibile, A Roma eterna. Un minuto studio analitico dell’Inno a Roma ha fatto G. B. Pighi in «Lettere italiane», Padova, gennaio 1957: Titolo e partizione degli inni di G. P. a Roma e a Torino.

[15] Peggio ancora egli descriverà il povero Pascoli dopo una visita del 1909 in un passo di lettera del 31 maggio 1909 a Plinio Carli, non reso noto nell’Epistolario del Serra e solo piú tardi pubblicato dal Grilli (op. cit., pag. 57).

[16] C’è la risposta di Pirozz: a San Mauro il fratello non s’era fatto vedere: «È doloroso che tu debba essere cosí tormentato; ma... sei troppo in alto perché possa venirti danno dall’agire di lui». Quanto alla vendita del Discorso, assicura che la cosa va bene; hanno comperato un altro pezzo di terreno e sono pronti per la costruzione dell’Asilo; aspettano il disegno (22 aprile 1911).

[17] Le illustrazioni qui progettate trovano in parte riscontro nei Poemi composti: Ora e sempre, Garibaldi coi Simoniani e in qualche spunto di Garibaldi in America. Ad altre già accennammo. Si veda L. Viani nel «Corriere della Sera» del 13 apr. 1932 e 16 luglio 1934.

[18] In occasione della polemica carducciana, il 18 giugno il Pascoli scriveva una lettera riferita dalla «Rivista di Roma» in cui negava di aver fatto l’equazione Dante-Carducci; e aggiungeva che, per la pienezza classica della lingua e per decoro e rotondità di forma, il primo discepolo del Carducci era il D’Annunzio.

[19] Queste e altre notizie tolgo da una specie di Diario storico tenuto fin dal primo giorno da don Barré, e conservato nella canonica di San Niccolò; ne fui gentilmente messo a conoscenza dall’attuale Rettore don Ruggero Bencivenni. Già subito quasi al principio esso ha una dozzina di pagine dedicate al Pascoli tra la fine del 1911 e il 1912, fino alla morte e ai funerali: dice cose semplici e interessanti.

[20] Non è inutile sapere come lo giudicavano dall’altra parte. Ci fu nientemeno che un articolo ne «La voce» (5 ottobre 1911). Si elogia la parte del popolo, amministrazione piú viva e sensibile ai problemi sociali, contro l’altra ligia al Pellerano che era stato per Pelloux. Essa progettò le Scuole, ma la Prefettura ne ritardò la costruzione perché si stava facendo contemporaneamente l’acquedotto; curò il servizio sanitario (insomma tutto il programma del Pascoli) e volle la costruzione della «terza strada» verso la ferrovia. Il Pascoli si pose loro contro: perché, se proprio gli altri vollero la scuola? e se per la terza strada il Pascoli aveva perfino dettato un’epigrafe? come il Pascoli poté favorire un amico del Pellerano, egli che in Romagna aveva sostenuto a Santarcangelo un deputato repubblicano e a Lugo uno socialista? E si dava come unica (ma certo semplicistica) spiegazione la «mobilità nervosa dei grandi poeti».

[21] Il Verri è Pietro Verri, uno dei primi e piú arditi caduti libici: era stato compagno del Ricci alla Scuola militare. La Canzone del Sangue (cui si accenna dopo) è la seconda di quelle dannunziane; Il Dovere è in Odi e Inni. «Come io dicevo...» si riferisce a un’altra lettera del Pascoli al Ricci. Il primo poscritto si connette a ciò che in alcune delle sue cartoline scriveva il Ricci, capitano fra «ufficiali indegni di vestire la divisa». Queste notizie si desumono da una lettera del Ricci a Maria, che nel dicembre 1925 accompagnava alla sorella la copia dello scritto di Giovanni. «L’uno» dei nemici cui il poeta pensa, potrebbe, nei suoi sospetti, essere l’Albini (pag. 955).

[22] L’edizione del Discorso fu subito fatta in elegante opuscolo dallo Zanichelli; il profitto era, come diceva una premessa, «Per i nostri morti e feriti» nella guerra.

[23] Il Pascoli scrisse il 30 novembre al collega amico: «Grazie ... di aver fatto sentire la mia voce, come di presenza, ai nostri amati giovani. Ho un gran bisogno di trovarmi tra loro e di scaldarmi un po’ l’anima alle loro anime. Tu hai cosí adempiuto in qualche modo al mio ardente desiderio. Grazie ancora! grazie sempre! Viva l’Italia».

Anche i soldati raccolsero presso le trincee di Ain Zara dei fiori selvatici e glieli spedirono quando la malattia si era fatta ormai pubblica, inviando «a Colui che ci ha fatto versare lacrime di commozione e ci è stato di tanto conforto e incoraggiamento» l’augurio vivissimo della guarigione (e Ain Zara, 1° marzo 1912»). Nell’archivio di Castelvecchio si conservano tante lettere che mostrano la grande risonanza del discorso. Anche il Croce, per la seconda volta, ne fece un non breve elogio, ricordandone e il contenuto serio e la chiaro-veggenza», dicendo solo di «cattivo gusto» il titolo (Lultimo Pascoli cit.).

[24] La lettera non è fra quelle citate, edite dal Maioli; ma la pubblicò Luigi R. Pedretti ne «La Pié», n. 7-8, 1952.

[25] I lavori di questo anno abbiamo voluto fusi nelle notizie stesse della vita: anche le poche poesie singole. Nel 1911 (maggio) sappiamo che fu pubblicato (se pur incompleto secondo il primitivo disegno) il volumetto con tre Poemi italici, ed. Zanichelli. E di quest’anno è la IX ed. delle Myricae, e la II dei Nuovi Poemetti, immutate.

Quanto alle lezioni, nell’agenda 1911 ci sono date e argomenti delle lezioni dal 15 novembre 1910 al 30 maggio 1911 (oltre a quelle in dispense già ricordate).

Di lettere, ne restano 5 all’Ida, 2 all’Attilia, una a Pirozz, una al Pistelli, una cartolina al Bianchi; varie ne citammo nel testo (al Nomellini, al Ricci, a quei di San Mauro o Barga, al Gargano, al Cantoni, al Marcovigi...; e anche al Giusti, allo Schoulz, al Di Paola, al Novaro, al Francolini, al Cervesato, al Cian ecc...). A me note, sono fra le 40 e 50. Ci sono anche varie lettere a Fulvio Cantoni (esse vanno dal 1886 al 1912) e le ha raccolte G. MAIOLI nell’opuscolo G. Pascoli a F. Cantoni..., Faenza, 1916.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011