Maria Pascoli

Lungo la vita di Giovanni Pascoli

Memorie curate e integrate

da  AUGUSTO VICINELLI

con 48 tavole fuori testo

Edizione di riferimento

Maria Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, Memorie curate e integrate da Augusto Vicinelli, con 48 tavole fuori testo, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1961

PARTE QUARTA

LA TURBATA VITA BOLOGNESE

E IL MOMENTO EPICO-STORICO DELLA POESIA (1906-1911)

CAPITOLO I

PENE E GLORIE DEL «SUCCESSORE»

I - IL 1906: GLI INIZI SULLA CATTEDRA CARDUCCIANA
E UN NUOVO CICLO POETICO

Il giorno due gennaio il Pascoli, affrettando la partenza, lasciava Castelvecchio e passava da Lucca «nascosto come un fuggitivo, tanto gli premeva di non trovare a Bologna alcuno alla stazione»: così il Caselli.

La narrazione dell’arrivo è continuata direttamente da Maria, in un frammento per le Memorie.

Il due gennaio, con un treno della sera, giungemmo a Bologna. Era sparito da pochi giorni, senza piú speranza di rivederlo quaggiú, l’amico Severino Ferrari. Quale malinconia nel rientrare in quella città cosí soli, senza che nessuno ci aspettasse all’infuori di un vecchietto della libreria Zanichelli ch’era incaricato dal comm. Cesare di venirci a indicare la casa a cui dovevamo approdare! L’appartamentino era ancora tutto in disordine, mancavano i lumi, e i letti non avevano i loro arredamenti, perché i bauli erano tuttavia chiusi. Quante segrete lagrime! Che voglia di ritornare donde eravamo mossi!

Con lo sgomento nel cuore pigliammo su, e via a cena. Nei nostri imbarazzi era una delle nostre risorse andare a mangiare. Con quale appetito? Nessuno. Ma la luce, l’andirivieni, la vista di altre persone ci sollevavano. Andammo alla Corona d’oro, dove Giovannino si ricordava che ci andava pure il nostro papà nelle sue gite a Bologna. Lí ci venne a cercare e ci trovò il prof. Giovanni Federzoni buon amico e valente letterato. Si cominciò a sapere e a travedere qualcosa. Non finimmo col rasserenarci, ma un po’ di calma ai nostri nervi ci parve di acquistare. Al nostro ritorno a casa ci preparammo alla meglio per dormire. Il riposo ci fu dato e nel mattino seguente eravamo molto rinfrancati. Ma c’era da fare: la prolusione per il 9; la visita al Carducci e alla famiglia Ferrari; un atto di presenza all’Università; rintracciare i libri; riordinare un po’ tutto. Con cosí poco tempo, e con tanti dubbi che avevamo in cuore! Primo dovere per Giovannino era di recarsi dal Carducci, ma non ostante che il comm. Zanichelli gli avesse scritto fin dal 17 ottobre 1905 che il Carducci gli aveva detto la mattina vedendolo: «Sai, mi ha scritto il Pascoli (e gli occhi gli si inumidirono) e se tu gli scrivi digli che ho molto caro che venga a Bologna, digli che non posso scrivergli, ma che voglio vederlo appena verrà», lo stesso Zanichelli gli fece capire che fin che non gli avessero detto di potervi andare, se ne astenesse perché bisognava preparare la cosa.

Come mai? Senza tanti discorsi, ma con un gran contrasto nell’animo suo, Giovannino ubbidí. Andò solo in casa di Severino e poi ritornò con l’idea di dedicarsi esclusivamente al lavoro. Ma sí! dieci minuti di seguito non li aveva a sua disposizione. Chi può ridire la gran gente che venne in casa nostra in quei primi giorni? Tra i pochi e discreti amici, affluivano i curiosi, gli stoccatori e persino dei sedicenti parenti. Eravamo alla disperazione. Giungemmo in tal modo all’otto gennaio. Ma il giorno non fu diverso dai precedenti. Restava la notte. E nella notte buttò giù la sua prolusione; con due intervalli però, uno alle 22½ per l’arrivo d’un amico da Firenze, e uno alle 2 perché proprio non ne poteva piú. Andò sul suo letto e fece un sonno di tre ore. Intanto io per timore di non esser pronta a chiamarlo alle cinque me ne restai alzata. Alle 5 eravamo tutti e due pronti, e alle 9 del giorno 9 gennaio andò a leggere, all’Università, Il maestro e poeta della terza Italia.  Dopo gli fu concesso di rivedere il Carducci. L’incontro fu commovente e al suo ritorno a casa Giovannino si dimostrò contento sí dell’accoglienza del pubblico si di quella del Carducci. I giornali del giorno fecero la cronaca abbastanza fedele e io ora non mi perderò a ripeterla.

Della confusione di quei primi giorni parla anche una lettera di Maria alla sorella: è del 4 gennaio, e dice tra l’altro: «Abbiamo ormai perso la testa ... Siamo qui da due giorni in mezzo a un disordine che fa paura e a un freddo indiavolato. Giovannino ha tutto il suo lavoro ancora Da fare e non può fare quasi nulla dal freddo e dalle seccature ... E abbiamo tanta malinconia, ma tanta specialmente per non aver trovato piú il nostro povero Severino. Stasera andremo a vedere la povera Ida che ci ha mandato a chiamare per consolarsi (o piangere) con noi. Poverina! che disgrazia per lei! che colpo improvviso! Abbiamo un gran freddo, credo che il mio cervello si sia gelato ... Ti scriverò meglio in seguito; per ora sono sbalordita e intirizzita». [1]

Il presso che improvvisato Discorso che inaugurava i Corsi universitari (ricordiamo che il poeta lo mise quasi sotto la protezione della dolce Isabellina di Castelvecchio, perché egli lo dettò «la notte che fu l’ultima per l’Isa» e quando lo recitò «con molto successo, l’Isa era già lassù, e aiutava noi che le avevamo voluto bene»; si veda a pag. 784) è una divagazione più lirica che di pensiero, la quale accosta – nel passato e nel futuro – il Risorgimento italiano con la poesia carducciana, traendo l’occasione dalla consegna dei premi augurali «nel nome del re che ci diede una patria», Vittorio Emanuele II. [2]

«Nessuno scrittore è stato cosí perfettamente compagno della sua patria, e in un decorso di storia cosí mosso e vario di grandi vicende, come Giosuè Carducci fu dell’Italia, della quale ha veramente in sé patita la storia novissima ... Quanto amò e quanto sofferse! O uomini, non invidiate il vate sacro che non mancò ai nostri eroi e ai nostri martiri: egli ha le stimmate della patria!». Tale la lirica sintesi del discorso.

L’assemblea affollatissima accolse con grandi applausi il discorso e con applausi accompagnò all’uscita il poeta, in quel momento «soddisfattissimo».

Della visita al Carducci, avvenuta nel pomeriggio del giorno stesso della Prolusione, ci ha lasciato una vivacemente spontanea narrazione il Caselli, che non volle mancare a questi giorni di malinconico trionfo del poeta: la scrisse il 15 gennaio, appena tornato a casa.

Egli — sapendo che il Pascoli non amava avere i suoi intimi presenti ai discorsi — aveva deciso di non andare a Bologna: poi non seppe trattenersi e arrivò il 9, proprio quasi all’ora della Prolusione. Tutto il racconto è ingenuamente efficace, nei suoi trepidi ma precisi quadretti.

L’AVVENTO DI G. PASCOLI ALLA CATTEDRA DI BOLOGNA

Io arrivai pochi minuti prima delle 10; avrei fatto in tempo per sentire la prolusione, ma preferii andare subito in casa sua: c’era la povera Mariú tutta appassita e tremante, assieme alle signore Giuseppina e Ida Ferrari, madre e sposa del povero Severino: eppoi c’era nella stanzetta il sole, un gran bel sole primaverile, che aveva invaso tutta la stanzetta da desinare, tutta la tavola piena delle mie caramelle, e di qualche umile gingillo di latta che io gli avevo mandato il giorno innanzi: a Giovannino piace molto di avere di questi balocchi primitivi da pochi centesimi che si trovano alla fiera; a mandarne di quelli belli, pretenziosi, da signori, si direbbe che gli garbano meno: ci ha piacere di avere di queste cose, perché dice che da ragazzo non n’ebbe mai e solo li vedeva nella bottega del bazar; ma piú ancora ci ha piacere di averli; perché ... a Castelvecchio, si godono il doppio nel regalarli a poco a poco a quei poveri bimbetti, specialmente a quelli malati.

Entrai dunque commosso in quella stanzina piena di sole e di dolore! perché davvero io rimasi impietrito nel vedere quel gruppo di tre donnette vestite di nero, raggruppate alla stufa che pareva fossero riunite da uno stesso dolore comune: come non pensare che l’avvenimento solenne di quell’ora, all’Università, sarebbe toccato per il povero Severino?

La Mariú volle addirittura che aspettassi Giovannino, che infatti verso le 11¾ arrivò, accompagnato da Angiolo Orvieto e dalla signora sua, anche troppo sfarzosamente vestita; c’era anche A.G. Bianchi, del «Corriere», ed un dottore di Faenza, vecchio compagno e amico del Pascoli [il dott. Del Prato] ...

Era vestito bene, tutto di nero, a Dottore, con un bell’abito attillato fatto fare da un sarto, naturalmente di Barga. Pensai subito che avesse bisogno di calma, di silenzio e di pace, e cercai di dare il buon esempio licenziandomi da lui; egli mi portò in cucina a vedere i tortellini preparati dalla Mariú, pregandomi a rimanere; ma io insistei piú di lui, promisi di tornare di lí a poco, e me ne andai, portandomi via tutti quanti gli estranei.

Dopo aver fatto colazione ... verso le 3 passai a salutare Zanichelli, prima di andare da Giovannino. Zanichelli, invece, mi aveva mandato a cercare, e pieno di entusiasmo mi presentò al dott. Boschi, al Dallolio e ad altri signori che non rammento il nome ...; si trattava di portare Giovannino dal Carducci: il medico del Carducci [il dottor Boschi] ... era venuto apposta dal Zanichelli per dire che il Maestro aveva detto di rimanere in casa, perché «forse oggi viene il Pascoli». Fui dunque pregato di andare a prendere subito subito Giovannino e di portarlo lí nella bottega Zanichelli, da dove sarebbero andati dal Carducci ...

Non si erano veduti da 10 anni, e il Maestro aveva abbandonato con apparente freddezza il suo Allievo prediletto: Giovannino, quando si sfogava con me, era proprio afflitto e desolato di questo abbandono... Ora io a queste cose soffrivo ... ; egli sempre, e poi sempre, trovava da calmarmi col dire la sua incrollabile convinzione che tutto questo non dipendeva dal Carducci, che erano in due a soffrirne; che la Massoneria specialmente aveva circondato il Maestro di persone intransigenti che non vedevano di buon occhio il Pascoli: eppoi c’erano alcuni colleghi di Giovannino, i non arrivati, che per un sentimento umano e naturale, cercavano almeno di allontanare Giovannino dal Maestro. Ma il Pascoli m’ha detto sempre, eppoi sempre che era troppo sicuro in cuor suo che il Maestro gli voleva un gran bene ...

Pieno di santo entusiasmo, volo in casa di Giovannino, dove erano sempre le povere signore Ferrari assieme alla Mariú, e in quattro e quattr’otto, come fosse cosa di già discussa e convenuta, l’aiuto a mettersi il pipistrello nero dicendogli che il Maestro non era uscito quel giorno alla abituale sua passeggiata e che aveva detto al dottore: «forse oggi viene il Pascoli». Mi disse soltanto un po’ brontolando: «Ma chi ci sarà ora?». Dal Zanichelli era aspettato da molti signori: io cercai con energia di rimanere in bottega ad aspettarlo, ma Giovannino mi agguantò per un braccio e volle che entrassi con lui in carrozzella: vennero pure il Comm. Dallolio e Zanichelli ...

Venne incontro alla porta il dottor Boschi, e il fido segretario dott. Bacchi della Lega, ed entrarono tutti nella stanza grande dello studio: erano le 5½ precise: ed erano 10 anni che non s’erano veduti!

Ecco com’è la stanza da studio:

Il dottor Boschi annunciò il Pascoli, dicendo: «Professore! Professore! ecco il Pascoli!». Io vidi sollevarsi dalla poltrona quella bella testa piena di capelli bianchi arruffati: si sollevò con le braccia, quasi con tutta la persona, e rimase lungamente abbracciato a Giovannino, per piú minuti secondi: nessuno certo osava parlare: e si sentiva un leggero sussulto di quelle due grandi anime abbracciate.

Eran sempre aperti gli scuri delle finestre, che davano sul tramonto rosso... Fu il Dallolio primo a rompere l’emozione, parlando con una voce che pareva naturale e tranquilla: qualcuno disse anche al Pascoli che intendeva di fare, e Giovannino rispose: «lo ho sempre avuto davanti agli occhi l’opera del Maestro: mi pareva di vederla intera, di averla misurata nella profondità sua: ma ora che le sono vicino e che vorrei trattarla, sono avvilito dalla mole enorme e me ne dispero: se mi aiuta lei, Maestro?...» E il Maestro ebbe un assalto di commozione, di pianto ... un senso di grande solennità empiva la stanza, empiva i cuori di tutti ... Il Maestro ha coscienza esatta della mancanza delle parole, e aumenta i movimenti delle braccia, anche delle dita ...

Parlarono poi, anzi Giovannino disse che dopo l’opera Carducciana intendeva fare un corso sull’avvento di Roma; eppoi anche a proposito di Dante, che voleva trattare di un certo Della Lana che io intesi essere uno dei primi commentatori di Dante ...Parlarono poi della Maremma e di Brilli e di Tigrin della Sassetta: e sovente ci fu cagione di brevi emozioni e di brevi sorrisi da parte del Maestro: [3] il quale tutto a un tratto esclamò: «Dov’è la Contessa, dov’è la Contessa? vo’ presentarti»; e la Pasolini che si trovava nella stanza accanto, dov’era ritirata assieme alle Sigg. Elvira e Bice, entrò molto gaia, in presenza del Maestro, il quale disse: «Presento la Contessa Pasolini. Questo è... è il mio...» e qui ebbe un’altra crisi di emozione, e si prese la testa fra le mani sussultando.

La Contessa fu estremamente amabile ... e disse che da tempo desiderava l’onore di conoscere il Pascoli ... Dopo circa un’ora uscirono, ed io con loro: appena in carrozza, Giovannino, sempre emozionato, scattò, contento, dicendo: «Lo vedete, che lui mi vuol bene! mi ha sempre voluto bene!». Andammo a casa che era già buio, e volle che restassi anch’io intimamente con loro due e le signore Ferrari a cena.

15 gennaio 1906   Alfredo Caselli

Quante emozioni in quel 9 gennaio! le riecheggia il poeta anche in una lettera al Bianchi dell’11, che non è fra quelle conservate a Brera: «Lessi il tuo resoconto [sul Discorso]. Mio povero Agi, hai detto molte bugie [ma lo ringrazia dell’«articolo-preconio» scritto prima: per esso piansi tanto, che me ne sentii rinfrescata e ... rasserenata l’anima»]. Molto molto commovente l’incontro col povero grande Maestro. Ci siamo molto baciati: anche le mani!» Per quasi tutto quel giorno egli volle con sé anche la madre e la vedova di Severino.

Ma la profonda delusione e la tristezza mai più cancellata di quel trasferimento e di quei primi giorni è pur sempre ricordata (nei citati appunti per le Memorie) dalla sorella quasi con fatale presagio.

Aggiungerò a questa mia breve e incolore narrazione dei primi sette od otto giorni bolognesi, le parole, con cui talvolta Giovannino, rivangando il passato, qualificava questo breve periodo. «È uno di quei dolori, che a differenza di tanti altri che tornano grati alla memoria quando sono completamente passati, io non posso ricordare se non con un’amarezza sempre maggiore».

Cominciò poi col giorno 17 gennaio il tram tram delle lezioni. Un tram tram faticoso, non per la preparazione, ma per lo stato d’incertezza e di timore; un tram tram che gli spossava il corpo e gli affievoliva il fervore dell’anima. Oh! quanti rimpianti! oh! la sua vita oscura alle Università di Messina e Pisa! oh! il suo cantuccio d’ombra romita!

Laula della sua scuola era sempre gremita. Curiosi, forastieri, signore e studenti. Forse i meno erano gli studenti. Era una fatica grave grave per uno come lui nemico del gran pubblico. Pur tuttavia si faceva coraggio e sperava di vincere la diffidenza e di trionfare dei malevoli. E dopo un anno già gli pareva d’aver superata la prova, quando, tutto a un tratto, sorge alla morte del Carducci, una tempesta da farci rimanere storditi.

Anche questo ci dirà, a suo tempo, la dolorosa parola di Maria; né sarà bastato a confortare Giovanni la bella lettera di Capodanno del Pietrobono: «pare che la tua tristezza si faccia più profonda ancora...; ma il tuo dovere è di vivere...»; la lettera restò senza risposta.

Piú importante o almeno più intima dell’ufficioso Discorso del 9, è la sua Prelezione, la lezione fatta il 17 gennaio (la data è scritta sulla minuta autografa a Castelvecchio che conserva gran parte della lezione e da cui traggo i passi seguenti). Cominciava: «Questa madre alma degli studi, la quale mi allevò e mi avviò per la santa via del lavoro ... questa madre mi ha chiamato perché suo alunno, e perché suo alunno io ho obbedito». Se non era tale parzialità di madre, tale officiosità di figlio, altri avrebbe dovuto salire quella cattedra: e per primo «un poeta che a ogni suo canto vola sempre più in alto», il quale «ha saputo ricostruire intorno a Francesca i tempi di Dante, e intorno a Cola di Rienzo ha... dipinto e scolpito ... i tempi del Petrarca: Gabriele D’Annunzio». Non sa perché «a tale terribile successione» sia stato scelto lui «nell’opacità della sua sera ormai tranquilla e silenziosa»; lui invece di Brilli, Federzoni, Bertoldi, Foffano, Panzini, Albertazzi ... e dei due fratelli Frati . . . Ma lí egli vorrà rappresentare la scolaresca di Giosue Carducci. E fra i degni discepoli del Maestro ricorda anche il martire Giorgio Imbriani, l’apostolo Andrea Costa ..., ma, più di tutti, il suo «fratello Severino»: ragazzi, essi dovevano leggere insieme Orazio e invece leggevano Carducci e Panzacchi. «Senza lui io sono smarrito e tristo». Che farà dunque? «Mi proverò a dirlo. Se avrò tre anni di vita e di forza, io vorrò fare il Comento della Divina Commedia... Questo il mio corso triennale...» [4]

Oltre a queste due prolusioni, per fortuna del nuovo professore ce ne fu una... terza, quella di cui il 30 gennaio dava notizia al Caselli, invitandolo per il «lunedì 5 febbraio, ore 19, trattoria Semprini» a «un bel banchetto di amicizia» coi colleghi: «quella è la vera prolusione».

Il lavoro scolastico si accrebbe subito e intenso, perché dallo stato di servizio (e dalla lettera del Preside del 10 aprile) appare anche «incaricato dell’insegnamento di Letterature Neolatine»; e perché presto attese (e per qualche tempo con gioia) al Corso pedagogico per i maestri, annesso all’Università: è nota la bella Prolusione Ai maestri elementari, fatta nel 1906 e già pubblicata dal poeta; ci restano inediti (pur se preparati per la stampa) vari corsi di Lezioni raccolte da alunni del corso e rivedute dal maestro. [5]

Il trasferimento a Bologna, non senza intenzione, coincise anche con la sollecitata pubblicazione della «maggiore» opera del Pascoli: Odi e Inni, cui dettava la Prefazione proprio il 21 di febbraio. E questo trasferimento lo rimise a contatto con vecchie conoscenze. Oltre che con la vedova e la madre di Severino (che gli mandano alcuni doni-ricordo, per i quali il poeta ringrazia) anche, per esempio, con Enrico Ferri, professore e agitatore politico notissimo, cui il 10 febbraio dedicava dei versi (ora in Poesie varie) stampati nel numero unico del 25 marzo nel XXV anno del suo insegnamento». Nel febbraio, in luogo di mons. Bonomelli, venne a salutarlo a Bologna un suo segretario, mons. Emilio Lombardi, e il vescovo il 18 febbraio gli scriveva scusandosi di non essere andato di persona; il 22 di ottobre poi Giovanni mandava al prelato l’epigrafe per l’Ospizio degli emigranti a Domodossola, accompagnandola con una buona lettera che dedicava il suo scritto alla «mia patria santa e povera». E se pur lentamente, il poeta continuava a incuriosire anche all’estero: nel febbraio ebbe un «invito tedesco» a mandare sue notizie biografiche; servendosi del Caselli (2 marzo) rispose frammentariamente e quasi ironicamente, inviando alcune date su gli studi («ebbi la laurea – più che per altro, per manco di denaro a pagare le tasse – soltanto nel 1882») e sugli insegnamenti; e aggiungeva qualche commento: «Amici. Non mi arrischio di dire quali amici abbia perché alcuni che avevo e amavo di tutto cuore, ho poi saputo che non mi ricambiavano . . .». Ma poi: «Vada a farsi friggere quel tedesco con quel metodo schedale. Le biografie si hanno a fare morto l’uomo. La vita dopo la morte: cosí è bello e buono. Io spero in quel giorno, in quel dopo quel giorno. Vorrei lasciare qualcosa da dire in quel giorno, e voi vorreste dir tutto prima?...». [6]

E come già Barga (ai cui «concittadini» inviò un telegramma dopo la Prolusione) anche Lucca, la... capitale, volle mostrare che si era accorta di avere da quelle parti un grande uomo: e nell’occasione univa maestro e discepolo nell’onore della cittadinanza onoraria; onde Giovanni telegrafava: «Ringrazio altissimo onore specialmente perché sono in esso accomunato grande Maestro ... Possa io finire vicinanza illustre città, ispiratrice sempre poesia e lavoro».

Tuttavia nella vita esterna di Castelvecchio ogni cosa continuava a essere piccina (nei documenti che conservò Maria se ne sente anche troppo di frequente l’eco); eppure Giovanni per quei fatti di lassù fremeva, anche in quei già non lieti primi giorni bolognesi. Le campane del borgo, che ora gli assordavano lo spirito, continuavano a ossessionarlo anche lontano; e ripeteva i propositi di venir via. Chiedeva al Caselli il 30 gennaio 1906: «Conosci nessuno del Genio civile di Lucca? Ho bisogno che s’impedisca al pretaccio di mettere il campanone destinato a turbarmi, oltraggiarmi, mandarmi via! E ti giuro che andrei via davvero ... Mi vado disamorando. Ho sentito buccinare qualche cosa. Il prete vuoi cacciarmi. E sia! Si tengano don Mancini ed espellano Pascoli . . .». Cosí anche la cittadinanza onoraria lucchese giunse «in mal punto», quando lí a Castelvecchio (come avrebbe detto «il vescovo Maffi alla signora Schiff») per le solite trame dei contadini sfrattati c’è il caso che mi ammazzino a furia di popolo»! Meno male che aggiungeva: «sono bugie», essendo anche a Castelvecchio «molto piú i buoni che i cattivi...»; ad ogni modo, ripete al Caselli il 24 febbraio, «penso di sloggiare da Castelvecchio». Intanto «comincio col non ritornare per carnevale»: come davvero fece, restando a Bologna fino a Pasqua. Per tutto ciò il Caselli, che ben conosceva l’amico, doveva accoratamente parlare al Bianchi di «un Giovannino condannato dal destino a fare da boia a se stesso, o martirizzarsi notte e giorno, vittima di brutti sogni o di brutte chimere ... Perché ... per poter difenderlo e scusarlo con maggior impeto, è bene che tu lo sappia come egli sia un’anima condannata a soffrire» (6 ottobre). Il confidente amico sembrava del resto soltanto confermare quello che un giorno, nel settembre del 1897, ricordiamo che il Pascoli aveva detto di sé al Brilli.

A Bologna intanto seguitava a lavorare per la grazia ai condannati Murri, interessandosi a ciò pure il vecchio e buon rivoluzionario Buggini (cui scriveva il 17 aprile). Ma specialmente, come si vedrà, badava a mandare avanti i suoi volumi in composizione a Lucca e trattava col De Carolis per le illustrazioni. Da qualche tempo non era più entusiasta di quelli del «Corriere della Sera» (al Caselli 10 febbraio); il Giacosa taceva; e poi quel Pastonchi! Scriveva al Bianchi il 24 marzo: «fa che quel poeta che poco fratellevolmente stronca i poeti nel "Corriere" rispetti le Odi e gli Inni ... tacendone ... Se mai, può come per i Poemi (conviviali) imitarli...». E sappiamo da lui stesso che c’erano state nel «Guerin Meschino» canzonature ai modi pascoliani: «il Pascoli piange, la signora Maria piange, la cavallina piange, la portinaia piange . . .», e nell’agosto si ridoleva per la «inumana parodia» della Cavalla Storna: «non posso ricordarlo senza fremere»; tanto piú che se ne approfittavano i suoi nemici barghigiani (come scriveva al Bianchi e in principio d’anno e il 30 agosto).

Un’altra preoccupazione poi ora lo teneva, non piccola se pur di riflesso. Si era da poco assestato e anzi fatto amico con l’editore Zanichelli, quando parve che tutto andasse all’aria: cosí veniva meno un’altra delle ragioni per cui aveva «tanto a mal in cuore accettato di venire a Bologna» (al Caselli, 9 marzo). Un dissesto che minacciava il buon Cesarino si diceva che avesse imposto la «cessione» della Ditta (vedremo che si trattava di Bemporad). Ciò «ha inflitto a me il piú dannoso degli oltraggi ...: la gente dice che lo Zanichelli, che aveva tanto guadagnato col Carducci, ci rimetteva troppo col suo successore! E invece in due anni e mezzo ha esitato tre edizioni di Canti, due di Poemi conviviali, una di Poemetti! Una bazzecola di guadagno di 10.000 lire annue» (id., 24 febbraio; e 9 maggio). [7] Ma anche questa ansia, come non di rado altre del Pascoli, svanì senza che avesse vero fondamento.

La nuova posizione universitaria gli imponeva poi, a Bologna e fuori, obblighi di rappresentanza, specialmente oratoria (anche se non sempre graditi): il 20 marzo nel Teatro Duse commemorò con gran lode il compagno e amico Enrico Panzacchi, il rinnovato Guido Guinizelli de’ Principi («Egli era veramente dei principi, a vederlo e udirlo, e fu veramente maestro di rime d’amore ... per tutto ciò che è bello e grande, cioè gentile»). E il suo lirico discorso (analisi dei motivi poetici del Panzacchi, non senza il ricordo della sua partecipazione alla grande commemorazione carducciana di Garibaldi) fu anche l’espressione dei propri concetti di poesia, con echi del Fanciullino (non è per i soggetti della poesia che è «piccolo o grande il poeta: egli è poeta se li vede e li fa vedere»). Alle poesie del Panzacchi nell’edizione zanichelliana Giovanni dettò poi nel 1907 la Prefazione; certo con sincerità, se già il 16 gennaio 1901 sappiamo aver scritto alla Corcos: «Forse nella mia povera educazione artistica, egli entrò più del Carducci stesso» (p. 266).

Finalmente per le vacanze pasquali si indusse a tornare a Castelvecchio restandovi fino alla fine del mese. Il 24 aprile avvertiva però il Caselli della prossima partenza: ché già ai primi di maggio – non ostante incertezze: ma forse si sarebbe pentito «di aver lasciato un’occasione sí bella per veder la patria del mio poeta» – lo richiamava altrove un’altra solenne e cara occasione oratoria. Il 6 nel Teatro Sociale di Mantova, per l’inaugurazione della bandiera e il premio nazionale della «Dante Alighieri», pronunciava il grande discorso Una festa italica, che – nel ricordo di Virgilio e Dante e Garibaldi, di Mantova e di Ravenna le città dei grandi morti – sembra iniziare e già ispirarsi a quel secondo tempo che vagheggiava per la sua poesia di storico-simbolica suggestione nazionale; e nel pensiero della «giovane Italia», simboleggiata dalla «bambina» che gli offrí «un mazzolino di fiori» e che egli baciò «sulla fronte pura e ardita», il poeta-vate ripete con Virgilio le parole del conforto e della speranza agli esuli, agli emigranti, augurando il giorno del sicuro lavoro per tutti.

Il 6 stesso, da Mantova, inviava un saluto al Caselli; e dopo un pellegrinaggio a Pietole («Quanti alberi di Virgilio», i pioppi, «per tutta la campagna! E ognuno, quel giorno sereno di maggio, aveva il suo usignolo che cantava: qualis populea maerens philomela sub umbra...»), il 9 era già a Bologna, dove restò fino alle vacanze estive.

Ma ormai il suo desiderio, non ostante tutto, lo risospinge a Castelvecchio. Verso la metà di maggio doveva andare lassù il Bistolfi per studiare, anche sui disegni del padre Ghignoni, la sistemazione della cappellina: Giovanni ne avvertiva il Caselli (il 9) e poi chiedeva notizie della visita (il 21). Ma lo scultore ancora non vi era andato a metà giugno, quando il Pascoli – sempre col pensiero di prepararsi qualche agio a Castelvecchio, magari chiudendovisi «come in un bozzolino» – scriveva all’Attilia.

Cara Attilia, noi non abbiamo ricevuto se non la tua lettera che conteneva anche le misure del maestrino. Dunque se n’è perduta una ... Imposta la lettera dove e quando sei sicura che non la rubino e non l’aprano. S’è ridotto un certo paese!... E mettici l’indirizzo, specialmente se indirizzi a Mariú, cosí Via d’Azeglio 702. Bologna (una z sola ad Azeglio!). Intanto siamo contenti del fieno, e ci lusinghiamo nella speranza che resti qualche pestellina di piselli e baccello di fava per noi ...

Noi saremo a casa gli ultimi del mese. Ti avviseremo in tempo. In tanto fa incetta di gallettini. Il pane questa volta lo vorremmo buono, croccante, salato, cotto. Se Demetrio non ce lo fa e non ce lo può fare, ricorreremo all’altro panaio ...

Potremo vivere in pace quest’anno? Ci romperanno i timpani con le loro campane? Si sentono per i giornali certe brutte cose di giovani falsari e truffatori ... Basta: non vorrei! ... Parrebbe che di questi giorni dovesse venire a casa nostra il famoso scultore Bistolfi col signor Caselli. Se vengono, sai già come li devi trattare: meglio, molto meglio, che se fossimo noi. Oh! come sospiro alla mia chiesina!

Fiori? Gli alberetti miei? I kaki? I peschini? I giuggioli e i lazzeruoli? Gli albicocchi? Me li avrete smoccolati tutti, col fieno. Hai bisogno di soldi? È vero che stiamo poco a venire, e verremo pieni. Ma quanto ho faticato! Che voglia ho di riposare, in pace, in santa pace, in tutta pace! ... Vogliamo goderci, ma in pochi pochi. Pochi ma buoni... Noi ci stringeremo e faremo il bozzolino. Comincia a ripulire la casa. Un po’ per giorno, ti riesce comodo comodo. Il vostro presciutto lo incignate subito, si suppone! Io ne ho molta voglia, del vostro. Il mio è ancora verde. Mariú ti abbraccia, e ti bacia.      Giovanni Pascoli

Bologna, 12 giugno 1906

Come sarà venuto il nostro vino? Che voglia ne ho! Qua si stenta molto molto! La vigna nuova è bella? ... Scrivici subito una lettera di otto facciate. Tuo GIOVANNI

charra tiglia io sobbravo dacquanto te e ti salto e abbracio. Gulí

Pare che sperasse di salire ai suoi monti verso la fine di maggio (al Caselli, il 21) cioè subito al termine delle lezioni e in quell’occasione, il 2 giugno, fece spedire il seguente telegramma al Maestro: «Antichi e nuovi scolari oggi al termine delle lezioni leggendo con profonda commozione ode a Garibaldi a Lei ripetono “oggi l’Italia ti adora”, a Lei ridicono “gloria a te, padre!” GIOVANNI PASCOLI, DOMENICO FERRETTI, STERNBERG triestino, SIROLA fumano per tutti gli studenti». [8] Invece restò a lavorare a Bologna durante il giugno: le ragioni Maria le dice all’Ida il 14: e aggiunge importanti notizie sulla mai diminuita diffidenza per la Romagna.

Carissima Ida, la fatalità si è messa di mezzo: noi non possiamo e non dobbiamo venire da codeste parti. Tralascio ogni ragione di lavoro (Giovannino ha sette tesi di laurea, che sono sette volumi, da rivedere per discutere poi con gli scolari negli ultimi giorni del mese), tralascio un’indisposizione intestinale di Giovannino e un forte batticuore mio: avremmo con uno sforzo di volontà superati questi impedimenti. L’insuperabile è che in Romagna una forte corrente contraria a Giovannino spia le sue mosse e attribuisce ad esse un significato assurdo e totalmente falso. Si sa da un prof. di Università che si sta attenti se Giovannino va a Santarcangelo: se ci va é segno che vuol piantare la sua candidatura politica. Capisci che storie? E già da mesi hanno cominciato a fargli una guerra strana. La «Romagna», periodico imolese .. . trova il suo pascolo nel dargli addosso piú che può. [9] Si sospetta che circolino dei soldi insanguinati. Figurati se Giovannino si vuol buttare proprio in mezzo a quei furfanti! Già, come senza nessun motivo fecero la prima vittima, cosí potrebbero fare la seconda. Poi, lasciamo andare, c’è una freddezza anche negli amici che accora. Non è tempo, oh no! di venire costí. Tu che ne pensi? Ti avremmo proprio vista volentieri prima di partire, ma come si fa? Mitiga il nostro rammarico dandoci tue buone notizie ...

Anche a Castelvecchio non pare che ci sarà gran quiete; e non abbiamo grande idea di starvi tanto quest’anno. E che bisogno di riposo, di serenità, di pace! Quante volte Giovannino si pente d’esser venuto a Bologna! Sii tranquilla e contenta. Tu sei fuori da tanti nostri dolori. Tanti baci alle bambine e a te da   Giovanni e dalla tua Maria

Forse, non andando i fratelli in Romagna, venne a Bologna l’Ida: questo almeno pare da quanto Giovanni le scriveva il 29, inviandole le solite 50 lire: «Domani partiamo. Abbiamo molto caldo. Non sappiamo nulla del tuo viaggio di ritorno». Di piccoli lavoretti a lui chiesti e della data per lasciare Bologna dava poi notizie in tre telegrammi al Bianchi: e finalmente il 30 partiva.

Le vacanze estive furono forse più disperse che feconde; e anche abbastanza calme (c’era però sempre quel già temuto scampanio fatto... a suo dispetto; e l’ira lo faceva sparlare perfino col religioso Caselli: «Suonano! Io ho toccato con mano la vituperosa essenza del cattolicismo o paganesimo-senza-bellezza [10] che dir si voglia!»...; e pensare che era il dolce cantore proprio di quel campaniletto!); «ma ho trovato la mia via e vedrai che il popolo italiano ha trovato il suo educatore!» (22 settembre).

In complesso però, tolti questi scatti, era abbastanza sereno: il 6 luglio scriveva al Bianchi che stava «sul punto di conquistare il pareggio» (a piú che 50 anni!) e non voleva comprometterlo. E poi tutto quel nuovo ciclo di grandi canti di alto simbolismo nazionale gli si configurava sempre piú preciso, come secondo tempo poetico: perciò diceva all’amico milanese che stava studiando come comprare i volumi della Storia civile dell’edizione F. Vallardi...

A rallegrarlo e a distrarlo giunse poi il 17 luglio cla Bologna, per l’intervento di Giulio Vita, il desiderato (e allora celebre) piano melodico Racca. Della gioia fu subito eco l’Ave Maria di Gounod, e una lettera all’amico.

Barga, 18 luglio 1906

Mio caro Giulio, ieri sera ebbi in casa il piano. Stamattina abbiamo sonato l’Ave Maria di Gounod, la portentosa sinfonia della Semiramide, e due o tre volte quella divinissima Prière d’une vierge, che mi ha suggerito i piú alti e profondi pensieri. Io e Mariú siamo risorti a nuova vita. Il Racca è un benefattore dell’umanità a piú buon diritto di qualunque scopritore e inventore di comodità e medicine. Egli viene in soccorso degli appassionati – dei bisognosi – della musica, i quali, come molte altre cose, cosí non poterono da ragazzi apprenderne l’arte consolatrice e sublimatrice. Vorrei avere il ritratto di questo industriale per metterlo accanto a quello dei poeti che piú m’hanno ispirato e giovato! Non ha espressione il suo strumento? Io credo che lí dentro ci sia un’anima di qualche aedo morto che frema o pianga o s’esalti o si adima! Non vedere il, sia pur capelluto e pallido, virtuoso che arrossa o imbianca, si disvincola o si sviene, picchiando sulla tastiera, per me è un bene. A me pare che lí dentro ci sia del mistero, dell’oltreumano. Insomma dacché ho il musico strumento, io vivo il doppio di prima. Siano grazie a te, mio buon Giulio, che da questa prova vedo che mi vuoi sempre il bene dei nostri giovani e poveri anni!

È bellissima ventura che il Puntoni dia a noi la grammatica. Spero molto. E probabilmente lo vedrò prima di ritornare a Bologna, e lo ecciterò a fare altri lavori, anche piú piccoli ma non meno utili. Presto manderò molto di concreto per la nostra grande impresa. A me sopra tutto occorre un gran paravento di nomi serii... Presto ti manderò una gran lista di libri. Tra due o tre giorni manderò a Enrico il mio primo librettino – per il Giornalino – di poesie e prosa. Per reggere le mie ali, ci vuole quello che ho solo da 16 o 18 ore: il piano Racca. Presto manderò anche una forte commissione di cartoni al Racca. Ho il loro catalogo.

Albertazzi non ha ancora i Poemetti? Non comincia ancora i Canti? Va a vedere che cosa fa...

Un abbraccio dal tuo consolato   Giovanni Pascoli

Le belle parole sono segno dell’interesse, anzi della passione che il poeta aveva per la musica; ancora nel 1908, invitando a Castelvecchio il Pistelli, scriveva: «Venga ... Abbiamo anche il Piano Melodico con, tra gli altri, divini pezzi del Rossini. E c’è anche la marcia funebre di Chopin, che soniamo per... consolarci...». Dei suoi gusti particolari (abbastanza vari) può essere indizio un elenco dei cartoni, o pezzi, che possedeva per il suo piano [11] e che è opportuno conoscere.

Possiedo: Inno di Garibaldi; Inno di Mameli; Marseillaise; BELLINI: Casta Diva; DONIZETTI: Spirto gentil; VERDI: Miserere e duo, Lux aeterna, Come rugiada, Agnus Dei, la vergine degli angeli, Traviata Preludio IV, Salce! Salce!; MASSENET: Werther duetto; GOMEZ: Sinfonia Guarany; WAGNER: Mercé cigno gentil, Marcia del Tannhäuser; ROSSINI: Otello Assisa a piè, Sinfonia Gugl. Tell, Sinfonia Semiramide, Preghiera del Mosè, Cuius animam, Eia mater; BIZET: Arlésienne; LISZT: Rap. Ungh. II; CHOPIN: Marcia funebre; SMITH: Sur le lac; FUMAGALLI: La pendule; BADARZEWSICA: Prière; GOUNOD: Ave Maria; SCHUBERT: Ave Maria; Inno a S. Cecilia.

Dalla seconda parte della lettera al Vita sembra che davvero l’udire quella musica gli avesse eccitato l’entusiasmo del lavoro: dopo gli elogi alla Grammatica greca del Puntoni, accenna a una grande «impresa» editoriale sua (quale?) e ai da tempo promessi lavori per ragazzi destinati ad Enrico Bemporad, nonché alla ristampa dei Poemetti e dei Canti di Castelvecchio cui, per Zanichelli, attendeva la Tipografia Zamorani e Albertazzi».

E davvero in quel tempo aveva «diversi lavori a mano: corsi, discorsi, odi, inni, poemetti e poemi»; onde chiedeva al Caselli speciale e varia carta da scrivere: «bisogna che anche la carta sia diversa per non fare tanta confusione» (tavoli e carta diversi: ecco la... meccanica della multiforme e contemporanea produzione pascoliana!). Continuava cosí a pagare, e verso più parti, le seccature per la... nuova celebrità. Milano, che aveva l’esposizione (e il poeta aveva fatta l’epigrafe per la medaglia commemorativa ricavandone anche un esemplare d’oro), pensava a una grande adunata degli antichi costumi italiani, con discorso del Pascoli... Il Bianchi andò fino a Castelvecchio a parlargliene e pareva che il poeta fosse contento: aveva quasi preparato le linee del discorso e vi si era allenato (3 agosto), anche se (come scriveva) «Milano mi spaventa». Ma intanto a Milano si facevano altre proposte, e si progettava per il Pascoli un discorso su Cristoforo Colombo, o addirittura su libero argomento (al Bianchi, 26 sett.); ma un po’ per colpa della città e un po’ del Pascoli, festa e discorso finirono in niente: il poeta pensava che, più che di un vero discorso, si trattasse di una sua «presentazione», e ciò lo irritava: «questo pensiero mi fa smaniare le notti, sí che non dormo se non all’alba... Absit! Absit!» (al Caselli, 22 sett.).

D’agosto si era fatta avanti anche Torino per un altro discorso e anche questo già il Pascoli vagheggiava nella fantasia, e anche questo non sarà fatto (ma certe idee si concreteranno anni dopo nell’Inno a Torino). Interessa su ciò una lettera al Marcovigi, il Biondino.

Caro Biondino, avevo si cambiato d’umore, ma verso me, non verso te poverino! Avevo ricevuto invito dal Villa d’andare a Torino a fare il discorso per lo scoprimento della Patria... Nel tempo stesso che vedevo ogni giorno piú le difficoltà d’andare a Torino, di fare il discorso all’aria aperta etc. etc., ogni giorno ogni ora ogni momento piú mi si disegnava d’una bellezza immensa e ineffabile il discorso, un discorso che sarebbe stato un programma e nello stesso tempo una sinfonia potente, piena di dolci note e di fremiti sopraumani: un capolavoro, il capolavoro!

E vedevo che non avrei potuto e pativo, pativo. E il caldo snerva opprimente. Mi dirai perché non lo fai lo stesso? È inutile se non c’è l’occasione, se non c’è lo stimolo reale e presente, un discorso di quel genere non si fa! E cosí rinunziai. E cosí vidi – come ho a dire? – morire prima di nascere un figlio, il figlio che sapevo misteriosamente che sarebbe stato bellissimo e fortissimo, che già amavo e adoravo. Non so se tu comprenda questi dolori. Imagina che fosse morto a Carducci, cosí, il discorso su Garibaldi. Figurati che un affare promettentissimo ineffabile... Ma via! che paragone infame e insultante stavo per fare! Il giorno stesso venne il Vita. Ma il giorno dopo Mariú mi si ammalò seriamente. Ebbi una gran paura. Temevo l’infezione, ma assurdamente. Ora è quasi ristabilita...

Dopo la ricordata protesta per il modo di pagamento del piano melodico, continua:

E Bemporad che dà a Vita, insieme agli altri, del pasticcio Zanichelli, non so quante migliaia di lire, a me che sono stato ben piú efficace autore della sua successione allo Z ...  a me lesina in quel regalo da me non chiesto! ... Presto verrà per i due volumi in corso di stampa (Primi Poemetti 4° e Canti di C. 4°) la questione della firma sul dietro del frontespizio. Io accennai per iscritto al Vita questa mia esigenza. Ma in ciò né il Vita né il Bemporad hanno mai pensato. Ora io non so, se faccio bene o male a insistere. Certo se avessi dalla mia l’Albertazzi potrei fare a meno di mostrarmi diffidente. E l’Albertazzi mi ha scritto, a proposito del discorso di Mantova, con deferenza... Dovrebbero essere 3300 non di piú. O che cosa mi consigli?

Un po’ oltre la noia del discorso nato morto, mi dispiacque che il Vita venisse quando tu andavi... E poi non credo abbia una grande idea di me. Credo che come tutti i bolognesi anch’esso creda che il mondo letterario italiano muoia col Carducci. Tutto questo in gran confidenza... Un abbraccio dal tuo fedele    Giovannino

C. V. di Barga, 29 ag. 1906

La lettera rivela che, nella crisi Zanichelli, mancò poco che tutti i diritti sulle edizioni pascoliane non passassero al Bemporad, il quale, insieme alla nota tipografia editrice «Zamorani e Albertazzi», sembrava dovesse sostituire la vecchia casa in crisi. Più tardi, a novembre, lo desideravano a Roma per la «Dante»: e questa volta, pur con dispiacere, rifiutò senz’altro: «Io m’astengo anche di rispondere no alle persone che m’invitano ... perché temo che mi stampino la lettera e allora sarebbe peggio» (al Valli, 29 novembre). Fu invitato a loro liete cerimonie anche dai Romagnoli a Bologna per l’inaugurazione della bandiera, e dai Frignanesi riuniti a banchetto; ad essi mandò le sue adesioni in agosto e in dicembre. Anche per le epigrafi, lo assillavano da tutta l’Italia; e di quest’anno, private o pubbliche, ve n’è un discreto numero: più note quelle a Mazzini per San Mauro, pensata fra il maggio e il settembre come mostrano le sue lettere, e quelle per l’Isabellina e lo Zi Meo.

Eppure queste... pubblicità creavano, non soddisfazione, ma un altro motivo di contrasto nel suo spirito: ne scriveva il 26 settembre al Bianchi: «Io non sono nulla, io non mi credo nulla, non mi voglio dare a credere per qualche cosa. Non è modestia, è coscienza. E oltre ad essere coscienza è anche prudenza. Io non voglio prestare nuove saette avvelenate all’informe masnada borghese che fa il socialismo e all’immonda canaglia letterata che magari approverebbe l’assassinio, quando si tratta di un disgraziato che ha cercato nella poesia qualche conforto della sua vita in tutti i modi straziata . . . Anche amore di tutto ciò che mi resta a dire! che è il più! che è il tutto! e che voglio dire!»

Tante distrazioni e occupazioni non esauriscono però il suo spirito raccolto e meditativo. Cosí in quei giorni d’estate, e proprio il 10 agosto, scrisse il suo secondo «testamento olografo», testamento anche di memorie: un altro modo di confessione e di colloquio con se stesso.

TESTAMENTO OLOGRAFO DI GIOVANNI PASCOLI

del fu Ruggero, scritto il 10 agosto del 1906

Oggi dieci agosto dell’anno millenovecentosei, nella mia casa di Castelvecchio, scrivo di tutto mio pugno le mie estreme volontà.

Istituisco mia erede universale la mia sorella Maria Santa: sorella d’amore e di dolore, i quali nella nostra vita sono stati continui. Premetto che ella possiede, investite ora nelle terre e nella casa mie, tre-mila lire che erano, compresi i frutti, la sua povera eredità materna. Su questa somma ella non deve pagare tassa di successione. Tutto il resto è mio, salvo s’intende i suoi mobili e oggetti personali, e lo lascio a lei. Con ciò che possiedo di mobile e immobile, lascio a lei la proprietà dei miei scritti tutti, e tutti i miei manoscritti. Prego lei di dare un ricordo al mio amatissimo fratello Raffaele e alla mia amatissima sorella Ida. Prego lei di far testamento con qualche sollecitudine dopo l’apertura di questo, e di farlo bensí a modo suo, ma di pensare alle persone, piú o meno disgraziate, discese con noi dal martire santo Ruggero e dalla martire santa Caterina, dai nostri genitori! Poverini! L’uno ucciso dalla malvagità freddamente calcolatrice di uomini, l’altra uccisa a strazio dal dolore! Se io non avrò fatto a tempo, Maria provveda, potendo, a una memoria di loro, insieme ai nostri infelici fratelli morti in fanciullezza o gioventú, e ai due figlioletti, pure morti, del nostro povero Giacomo: alla memoria di Ruggero Pascoli, Caterina Vincenzi Alloccatelli, Ida (la piccina), Carolina, Margherita, Luigi, Giacomo, Giacomo (il piccino), Ruggiero (il giovinetto). Se la buona Attilia Caproni di Bartolomeo sarà ancora con noi, pensi Maria a lasciarle nel suo testamento la selva di là del Rio dell’Orso. Esorto l’Attilia sopra detta a non lasciar sola Maria. Mando un saluto a tutti i buoni amici. Designo come esecutori testamentari l’avv. Giulio Vita e l’avv. Raffaello Marcovigi, tutti e due esercenti a Bologna.

Addio! Addio! Un bacio, mia pura e santa Maria; e abbi pazienza, e vivi! Il mio pensiero sia sempre con te! Il tuo, lo so, sarà con me.

Fatto tutto di mia mano addí 10 agosto 1906, in Castelvecchio di Barga.  Giovanni Pascoli del fu Ruggero

Durante le vacanze – turbate, ma brevemente, da una malattia di Maria e un poco preoccupate anche dagli interventi per far avere la pensione privilegiata alla vedova Ferrari – vennero via via a distrarlo o a rallegrarlo anche le visite di alcuni conoscenti: già il 21 luglio era passato per Lucca, senza però fare la promessa visita a Castelvecchio, il D’Annunzio; e telegrafava: «Passando per l’arborato cerchio ti mando il mio più caldo saluto; ma quando ti rivedrò? Ricordami a Mariú». Prima sappiamo che era venuto il Bianchi con altri, poi il Marcovigi; e per affari editoriali passò l’avv. Giulio Vita; e per qualche giorno venne nella seconda metà d’agosto anche il fratello Raffaele; in quell’anno fu due volte a desinare il p. Semeria suscitando un poco di gelosia nel p. Pistelli per certi «cosi neri» che prima «non sapevano se esisteva» il Pascoli e adesso... lo scoprivano (ma io, gli scriveva il poeta, «nei preti e nei frati cerco... la somiglianza che hanno con lei... e con me; con me cui la vita è stata un sacrifizio continuo dolcissimo...», (lettere dei due amici, 24 e 27 luglio). Il p. Semeria, certo come eco dei colloqui avuti, scriveva verso la fine dell’anno al «caro frate Iohannes» come ambasciatore di un gruppo di giovani che avevano sentito il suo invito al «partito dei giovani» e che volevano fare una «Rivista mensile», per dirgli che essi invocavano la sua parola «nel campo della scienza, dell’arte e della vita» e perciò aspettavano che parlasse a Milano... dove troverebbe «A. Manzoni che verrà incontro col suo sorriso bonario...»: ma naturalmente il Manzoni non ebbe bisogno di scomodarsi. Il Pistelli invece, più arditamente, gli aveva scritto il 27 luglio: «Verrò... E getteremo le basi d’una anarchia cristiana della quale Zvani sarà il grande poeta e il vate ..., e io il cronista».

A tutte queste suggestioni di fatto, si aggiunsero anche due care lettere del Pietrobono, di conforto e di incitamento ideale, fra le polemiche per Odi e Inni. «Non aspettarti che tutti ti intendano alla bella prima ... I predicatori, i profeti e i poeti come te il mondo li ha crocefissi ..., cacciati in esilio, perseguitati ... Canta ai giovanetti e alle vergini: quando saranno cresciuti t’intenderanno»; «segui, dunque, interroga il tuo cuore, cosí ricco di motivi, perché ricco di amore ... Gl’italiani futuri si meraviglieranno che sia accusato di oscurità un poeta cosí naturale e schietto» (2 agosto, 26 ottobre).

Appunto questa semplicità pascoliana, ma viva di profondo amore, si manifesta in quel cosí umano poemetto Zi Meo che sappiamo accompagnò il funerale campestre del buon vecchio: il quale pareva sollecitare egli stesso la fine del mortorio: «Andate – alla vendemmia non ancor finita». Un cosí saggiamente umile consiglio di sacro lavoro parve al poeta della vita buona quasi un contrapposto ideale alla violenta tragedia dannunziana del superuomo, Piú che l’amore, rappresentata il 29 di quello stesso mese di ottobre; perciò dopo quella recita diede una copia della poesia al direttore della «Corsonna» perché la ristampasse.

In questo spirito aveva dettato anche l’epigrafe che sul contrastato libro di Odi e Inni scrisse per l’amico francescano p. Teodosio da San Détole: «Dulcissimo fratri – in Sancto Francisco – Teodosio a Sancto Digito – frater Joannes a Sancto Mauro – minoris minimus. – Bononiae, nonis aprilis MCMVI».

Per tutto il mese di ottobre rimase a Castelvecchio, e nel seguente tornò a Bologna. Tenne all’Università la prima lezione dell’anno il 27 novembre, commemorando il Carducci, mentre nell’aula si inaugurava il busto, opera del Golfarelli: cominciava cosí la anche troppo lunga serie dei suoi discorsi carducciani. [12] Non volle invece accettare la commemorazione del Gandino, cui in dicembre l’aveva insistentemente invitato la Facoltà.

Ai primi di dicembre era in corrispondenza col Barzellotti e col Novaro, al quale mandava qualche sua poesia; e ne concedeva, a fine d’anno, anche al Federzoni per la «Strenna delle colonie scolastiche». Ma per Natale fuggiva di nuovo verso il suo cantuccio romito: e rispondendo a una letterina d’augurio scrittagli da un’alunna dell’Istituto di Santa Elisabetta, Ida da Prato, anche a nome delle suore e delle compagne, diceva parole dolcemente alte.

Cara Ida gentile, ringrazio dei buoni auguri te e gli altri cuori affettuosi che presero te per interprete. E non potevano scegliere meglio: ricordo sempre i tuoi occhi, dai quali si affacciava un’anima cosí bella, cosí pura, cosí piena d’amore per il bene. Sii felice, bambina! Cioè sii buona, studia e lavora! La felicità di cui possiamo godere noi ha principio e fine nella nostra coscienza ...

Tuoi GIOVANNI PASCOLI e MARIA

Cosí, nell’espressione di un nobile, affettuoso pensiero ormai conchiudeva l’anno.

Per l’attività poetica del Pascoli, il 1906 segna, almeno nelle sue intenzioni cui già accennammo, la fine di un primo ciclo e l’inizio di un altro: in tale anno – con prefazione del 21 febbraio e con le ultime bozze rimandate al Caselli nel marzo per le correzioni dello stampatore Marchi – esce l’ultimo (idealmente) dei volumi di questo gruppo: Odi e Inni, che del resto già segna un passaggio alle più solenni e complesse intenzioni del nuovo ciclo e che il poeta sollecita anche per farlo coincidere con l’avvento alla sua piú alta pubblica posizione (per compiere il primo gruppo manca solo l’integrazione dei vecchi Poemetti che coi Nuovi si conchiude nel 1909). Egli ora già vedeva in edizione definitiva le Myricae (la VII è del 1905) e i Conviviali (con la II del 1905); attendeva adesso alla definitiva dei Canti di Castelvecchio (la IV del 1907) e pure alla IV dei Primi Poemetti (1907): e pensava a una raccolta piú vasta di queste sue Poesie in un volume unico, che il Giusti avrebbe dovuto fargli coi disegni dei tre pittori delle Myricae: «Cosí potrò presentare all’Italia la mia opera poetica nella sua interezza e nel suo ordine. E parrà un’altra» (30 aprile, all’editore Mario Giusti). E dirà che aveva ancora da fare «i due terzi buoni» dell’opera sua:

Che cosa serve quel misero terzo? Mi hanno rubato troppi anni. Quasi venti» (a Pirozz, 10 febbraio 1907; come già aveva scritto circa sette anni prima alla Corcos o nel settembre 1900 al Caselli, lamentando il dolore, impedimento alla poesia).

La lettura di Odi e Inni disorienta alquanto i pascoliani «idillici» ma insieme i cultori di poesia «storica» (e poi c’erano anche quei metri: quelli della lirica greca monodica, più noti, nelle Odi; ma più nuovi quelli della lirica corale, negli Inni; e «l’ode sta all’inno come l’aria alla sinfonia»: al Caselli, 31 gennaio 1902). Naturalmente la critica non fu molto benevola; il 2 agosto il Pietrobono si preoccupava del dispiacere che avranno procurato al Pascoli gli articoli «dei Grugliasco [Pastonchi], dei Betteloni e degli Scherillo...» (l’invito al Bianchi – 24 marzo – perché il «Corriere» inducesse il Pastonchi a disinteressarsi del nuovo volume non valse).

Ma a certi... maltrattamenti era abituato, e pareva che qualche volta ci tenesse! Il 30 aprile, per esempio, scrisse da Bologna a uno sconosciuto critico questa lettera:

Egregio Signore, s’ella è, come suppongo, giovane, questa lettera è per lei e solo per lei (io ho fatto voto di non litigare per la mia poesia avanti il pubblico): se non è giovane, strappi e bruci la lettera che non è per lei.

Voglio rettificare una sua affermazione, che è anche d’altri. Non è mica vero che la critica mi cominci a maltrattare ora! La critica, caro giovane, mi è stata sempre poco favorevole nel suo complesso; sempre. Cominciò a dir bene delle Myricae quando volle dir male delle opere successive. Ora anche di quelle si prova a dire il peggio che può.

Quando poi ella, a proposito di me, parla di carattere e di Bisanzio, creda sin d’ora quello che a ogni modo col tempo vedrà da sé, che ella è tentata di pensare proprio il contrario di ciò che è la verità e la giustizia. Non altro.

Sia felice. Suo   Giovanni Pascoli

Ma, nota Maria, «scritta, chiusa ed affrancata la lettera, disse: "No, no! nemmeno così. Dicano quello che vogliono"; e la lettera rimase lí». Anche per le critiche dell’Inno a Mazzini egli diceva nella bella lettera, in parte esplicativa, scritta (senza data precisa) al Gargàno: «Mio caro romito, io non stamperei l’esposizione in prosa per bella, esatta che sia. Chi è che impedirà ai critici di dire che buio via buio fa buio? Sono troppo velenosi i critici, specialmente i critici-poeti. Quel Pastonchi poi dalla poesia trae lucro...» E quanto alle osservazioni del Mantovani, specialmente sulle odi africane, scrivendo il 17 aprile pure al Gargàno osservava: «Stavo per rompere il voto di non rispondere ai critici» (dicendo che non poteva aver valore la «presuntuosa ignoranza» confessata da quel critico, che invece avrebbe dovuto studiare per capire specialmente le parole meno facili): «ma insomma il voto non l’ho rotto». Senza segno rimase, almeno nella corrispondenza nota, anche l’articolo dell’«Avanti» (25 agosto) che, attaccando «la funzione della compassione» nella poesia del Pascoli, lo diceva «pacifista, conservatore, borghese, egoista» (anche questo!) ed... elegantemente notava che «in ogni sua poesia c’è un po’ di puzzo di morto...» (bella forza!).

Un altro dispiacere, e finora presso che ignorato, ebbe quest’anno a proposito di premi, pei quali – in Italia; per fortuna non all’estero – era proprio disgraziato. L’Accademia reale delle Scienze di Torino, nella seduta del 28 gennaio, fece pubblica la «Relazione della Commissione dei Premi Gautieri per gli anni 1902-04»: per il premio si proponeva (coi voti dei soci Manno e Ruffini, relatore) «il lavoro sull’Alfieri di Emilio Bertana»; e restava in minoranza la proposta del socio Ferrero che metteva avanti i Canti di Castelvecchio e i Poemi Conviviali. Questa volta non era... l’illuso critico dantesco a essere sconfitto, bensí proprio il poeta. Ma mette conto, per la storia della critica pascoliana, ricordare queste parole della relazione di maggioranza: «Un assentimento più spontaneo e più pieno essi avrebbero dato [per il Pascoli] quando fosse stata questione di premiare, anzi che le due raccolte citate, le Myricae», perché «non sanno nascondere il senso come di scontento e a volte quasi di smarrimento, che va guadagnando l’animo loro e di molti altri ... man mano che si ravvisa farsi più radi, nelle opere nuove, quei frammenti di una grande poesia, che nelle antiche abbondano, e la vena già sí limpida ... intorbidirsi ... fra singolarità di forme troppo preziose e viluppi troppo intricati di pensiero». Frammentismo accademico... avanti lettera; a meno che non sia una scusa del campanilismo piemontese («Sai tu la storia dei premi Gautieri?» chiedeva Giovanni in una lettera al Gargano: «Il Pastonchi e la compagnia dei poeti piemontesi riuscirono a impedirmi un piccolo beneficio! E il Pastonchi ha avuto centinaia di migliaia di lire da sparnazzare!»)

L’attività del 1906 fu piuttosto varia come indica anche qualche appunto di quei Repertori in cui sappiamo che Giovanni annotava opere e sogni. Ecco un esempio (e non completo) tolto a qualche pagina che fortunatamente è datata, o che poi a quelle si accosta.

      Pasqua del 1906

Poesie: Il sabato .. .

Poemi: I bovi. Le tre Odi... Dante. Empedocle. Virgilio.

Drammi: Mefistofele. Aasvero.

Prospetti di libri scolastici (vari, specialmente danteschi). La Pietà.

Poemetti socialisti. Poemetti eroici: Maggio a Gaeta. Garibaldi. Le novantanove pecorelle.

(Tracce di inni) A Prometeo... (e di poemi) La danza dello scheletro, I due gridi...

A Pietole: Lora di Belfiore, Lora di Calvi, Ode a Virgilio ...

È facile, a chi appena conosce l’opera del Pascoli dal 1906 vedere che cosa rimase sogno e che cosa fu compiuto.

In particolare, quanto alle poesie, oltre a rimetter mano ai versi per le stampe in corso (per es. mandava al Caselli il 30 gennaio Il ritorno e Il sogno di Rosetta), seguí spesso le occasioni esteriori: diede Gli eroi del Sempione al «Resto del Carlino» (20 marzo) e i versi A G. Giacosa alla «Lettura» dell’ottobre; abbiamo ricordato le poesie per Enrico Ferri e per lo Zi Meo; scrisse anche Il muratore di ritorno (e in una lettera al Pollazzi, direttore della «Scena Illustrata», aggiungeva che era «la triste canzone dell’emigrato che uccide. Fu alla stazione di Milano. Un giovane romagnolo ... fu preso da un accesso di pazzia furiosa. Un eroico giovane, figlio del già deputato Zavattari, cercando di frenarlo ne ebbe la morte. Sopra tutto commovente il grido di quel buono e forte Zavattari padre: “Non fategli male – all’uccisore del figlio! – Non vedete che è pazzo?”»); e forse per qualche motivo particolare scriveva anche La pietà (che mandava nel maggio al Novaro augurandosi le illustrazioni del Nomellini); e Calendimaggio...; altre poesie minori per Maria o per album... sono in Poesie varie. C’è anche una cartolina al Caselli del 9 aprile, con otto belli e malinconici distici: «Lontano vagisce il pavone – come un bambino di culla ...». Solo verso la fine dell’anno (in vista dei Nuovi Poemetti) ritorna a più libera ispirazione: e il «Marzocco» ha una parte di Bellis perennis, e Pazienza (Il prigioniero) e Il naufrago...; [13] continuava anche (e ne scriveva al Novaro) l’elaborazione del Piccolo Vangelo... Ma, come indica lo stesso Repertorio ora visto, egli con la fantasia vola piuttosto alle sognate opere del ciclo futuro, più grandioso e nazionalmente simbolico.

Né basta ancora: dal 1906 compone – secondo i progettati lavori per i ragazzi – anche il racconto La cunella, stampato nel «Giornalino della Domenica» il 2 dicembre. Per il teatro, che non lo occupa ormai più, corse allora voce (per qualche frase generica detta al comm. Re Riccardi) che stesse scrivendo una tragedia: la celebre attrice Teresa Franchini si offrí subito come protagonista; ma egli dovette risponderle che la notizia non aveva fondamento: il sogno era antico, ma per attuarlo «mi occorrerebbe qualche mese, in cui non avessi altri pensieri, sí che io potessi vivere fra il tacito tumulto del dramma, la vita dei miei personaggi».

Si compiacque non poco, ora, anche di versi latini: conchiudeva idealmente con Ultima linea la vita di Orazio e il Liber de poetis (ed ebbe l’aurea medaglia) e con Rufius Crispinus (la morte del piccolo figlio di Poppea: pure premiato) le Res Romanae: e nella malinconia che pervade il mondo pagano si sente il prevalere del poeta dei Pomata christiana. Compose con abile acutezza anche sette scritti minori, specialmente dediche per amici (da Hartmann al Pietrobono) e quello per la incendiata Biblioteca di Torino che risorge con doni delle consorelle...

Sono ormai ridotti al silenzio sia creativo che polemico gli Studi danteschi (anche per i minori lavori progettati per la Scuola): né c’è più voglia per l’ultimo volume, La poesia del mistero dantesco; ora ha solo un articolo su Matelda, in un numero unico d’occasione, che ricordava il Concilio di Guastalla (e si sostiene che Matelda storicamente è la Contessa di Canossa). [14]

Insisteva sulle sue idee dantesche in molte lezioni dei Corsi universitari, accompagnate con altre sul Carducci o su più dispersi argomenti; invece, meno di Dante e più varietà (anche se non sempre originalità) hanno le lezioni per il Corso pedagogico ai maestri. [15] Restano anche non pochi pareri su tesi di laurea presentate dagli alunni; interessanti per una certa novità di argomenti sui quali il Pascoli è costretto a parlare. Della sua pubblica attività oratoria, che la nuova famosa cattedra fa aumentare, si è già parlato (le più solenni lezioni; la commemorazione del Panzacchi; il Discorso di Mantova...); e anche delle epigrafi, fra le quali meno nota una per l’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna; notissime e già ricordate quelle per l’Ospizio bonomelliano degli emigranti, e per Mazzini a San Mauro; affettuosissime, e pure già note, quelle per l’Isabellina Caproni e il nonno Zi Meo a Castelvecchio. [16] E in quella attività, Giovanni doveva qualche volta anche aiutare Maria. Quando ella fece l’abbozzo di un’epigrafe per Elisa Menconi nei Favali» morta il 13 dicembre 1905, sotto, il fratello scrisse: «Maria Nemorina scripsit, e fece un capolavoro epigrafico». E come in nota: «Sbaglio ... volontario».

Molto lavoro ma, specialmente nell’anno del mancato premio Gautieri e delle critiche a Odi e Inni, non portatore di serenità: e il poeta, applicando a se stesso un suo nobile pensiero, si elevava scrivendo al Gargàno («il soave e profondo romito») che, pur sapendo «di quanto danno, anche materiale, sia stato e sia quel voto» di non rispondere ai critici, quel voto era sacro: «io non sono una bestia da ubbidire alla legge della lotta: io sono un Homo humanus, non un pithecantropos». La sognata «palingenisia» cominciava almeno da lui!

II - IL 1907: PATEMI IN MORTE DEL CARDUCCI
LE CAMPAGNE ELETTORALI DI BARGA E DI SAN MARINO
I DISCORSI DI PIETRASANTA E DI SAN MAURO

La crisi bolognese del Pascoli si aggrava inaspettatamente nel 1907, per la morte del Maestro; e fra le polemiche si leva presto ad amareggiarlo anche la parola di Benedetto Croce, dalla lunga eco.

Pareva cominciare grigio l’anno con pochi biglietti indifferenti al Bianchi e al Caselli; e a Ruggero Tognacci («bravo! R. T. falegname, nome forte, cognome onorato, titolo di nobiltà...»); o con una curiosa lettera a un giovane poeta, cui aggiunge qualche... privata-mente savio consiglio al D’Annunzio...! [17] C’era stata anche una festicciola della Befana a Castelvecchio, alla quale, come racconta nella lettera del 7 all’incisore Vico Viganò, era ritornato nella bella acqua-forte del «piú vivificante bulino d’Italia» anche ... lo Zi Meo: «Ieri .. . c’erano in casa mia, dello Zi Meo, la moglie, la figlia, due sottofigli (come diceva lui) bambini; che si godevano un po’ di befana. Quando venne anche lui ... che guardava innanzi sí fiero ..., come faceva dopo aver pronunciato una delle sue umili e alte sentenze ... e aver gridato che ci voleva la scola! la scola!»

Tornò a Bologna riprendendo contatto con la scuola e gli alunni verso la metà di gennaio, [18] e per il 28 invitava lo scultore Golfarelli a mangiare lo zampone di Castelvecchio; il 10 febbraio si compiaceva con Pirozz di alcune belle fotografie di luoghi di San Mauro, con allusioni ai suoi versi, ricevute anonime da Roma: onde, pur malaticci lui e Maria, egli sognava una corsa primaverile in Romagna, alla Torre e qua e là «a pensare e fare il poema georgico Bovi della Romagna, Bi e Ro: tutta la storia italiana, il bove indigeno e il bove straniero»...

Ma ecco il 16 febbraio muore Giosue Carducci. Il Pascoli, alla notizia, scrive al Pietrobono: «Puoi figurarti come io sia ora immerso in questa morte»; e mentre l’altro grande, Gabriele, il 16 stesso, gli telegrafa magniloquente dalla Versilia: «Non ho cuore di venire a Bologna, mio vero fratello; ma dalla terra ove egli nacque, ti prego di baciare per me la fronte veneranda. Oggi sembra che la Versilia sua sia illuminata da un giorno santo; il suo vespero si perpetui nella vastità di questo mare. Vorrei che tu fossi vicino, e potessimo insieme parlare di lui lungo i lidi e fra gli olivi. Ti abbraccio forte. Ricordami a Maria. GABRIELE»; e subito afferrava la fiaccola che, dice, il gran defunto gli commette, e grida: «l’agiterò sulle più alte vette»; il Pascoli, in un improvvisato scritto comparso sul «Carlino» esalta (pure a suo modo) solo il maestro d’Italia: e con quell’idealistico sincretismo che gli suscita in cuore il sogno della concordia (come quella che c’è al di là, «nel mondo degli spiriti magni»), raduna attorno al Carducci, Mazzini e Saffi, re Vittorio e la regina Margherita, i socialisti, i monarchici e i clericali, Satana e il suono dell’Ave Maria; e ciò proprio mentre quella morte e quel funerale erano utilizzati come manovra politica e massonica, in un riaccendersi di irose passioni. Purtroppo questo non doveva allora piacere «ai settari iniqui – rossi, neri, verdi – d’Italia», come dirà alla sorella Ida; perché se si afferma un’ideale unità nell’opera e nella vita del Carducci, «si è sgraditi a tutti...» (al Pietrobono, 24 febbraio).

E il travaglio bolognese riprese da allora più aspro a limare la vita del poeta; non sono ipotesi: ce lo dice Maria, in appunti per le Memorie.

Dopo un anno già gli pareva di aver superato la prova, quando, tutto a un tratto, sorge una tempesta da farci rimanere sbalorditi. Il 16 febbraio muore il Carducci. La morte era preveduta da tutti all’infuori di Giovannino. Fu per lui un colpo tremendo. Richiesto piú e piú volte, sia per mezzo di messi non sempre discreti, sia con lettere e biglietti, dai redattori e piú specialmente dal Direttore del «Resto del Carlino», di un articolo in tale circostanza, egli, dopo aver molto ricusato non bastandogli l’animo, per aderire in qualche modo a quella insistenza scrisse la notte stessa della catastrofe un articolo. Bellissimo articolo che in una brevità meravigliosa mostrava tutta l’anima e l’arte del Carducci. Non l’avesse mai fatto! Quali atroci ingiurie, quante contumelie in quella dolorosa circostanza furono risparmiate a Giovannino? Ci fu persino «La Stampa» di Torino, che poté avere, per mezzo del suo corrispondente Luigi Ambrosini che venne da noi in qualità di discepolo e amico, una breve letterina di Giovannino diretta alla famiglia Carducci; e pubblicandola con infiniti errori e senza interpunzione, la qualificò come opera d’un cervello che non funzionasse piú! Come restammo, per questo e per altro che troppo lungo sarebbe narrare, come restammo accorati e avviliti! Persino nell’ambiente universitario ebbe a riconoscere una maggiore freddezza e indifferenza. Tacque però e tra noi due soffocammo le nostre lagrime amare. Soffocammo tutto nei nostri due poveri cuori. Ma da quel tempo la sua salute fu scossa e, pur continuando con apparente disinvoltura il suo ufficio d’insegnante, non poté riacquistare piú la serenità e la fiducia né verso i colleghi né verso la piú parte degli studenti. Si appartò anche maggiormente e solo con pochissimi e fedeli amici conservò immutati l’animo e il viso. Certe brutte impressioni, è inutile volersi suggestionare, non si cancellano.

Quale fosse ora davvero il suo stato d’animo, di indimenticabile travaglio, lo rivela con uno sforzo quasi segreto all’amico Bianchi, in una lunga e triste lettera di questi giorni, ma senza data: merita di essere conosciuta presso che nella sua integrità.

Caro Agi, ieri venne Gaio [Arturo Orvieto] ... finalmente un cuore amico e un intelletto libero. Ho passato tre o quattro ore felici; dopo tanta... solitudine. Mi ha detto che a te sono state riferite molte inesattezze dal Caselli ... Al Caselli avrei voluto parlare di una cosa, non scrivergliene perché ha il maledetto vizio di leggere in pubblico ... le lettere anche intime. La scrivo a te, codesta cosa, perché ... la sappia tu.

Eccola. Il Caselli ha un corrispondente qui, altamente sospetto. È un giovane scolare che, tra le altre, ha insultato in casa mia la povera Mariú. È legato, pare, ai clericali e al loro organo immondo di qui. È livido d’odio contro me, ma lo nasconde quanto può, ma non può. Tra le altre bugie tendenziose, pare che abbia scritto al Caselli che io sono avvilito, che brontolo degli attacchi che mi hanno mosso etc. etc. e che invece, dovrei decidermi a star zitto o polemizzare a viso aperto. La verità è che fuor di casa mia non parlo d’immondezza. In iscuola, per dovere, denunziai un giorno le parole inverosimilmente infami dello Scherillo, pronunziate in una scuola, chiedendo ai giovani se io avevo mai a voce o in iscritto dichiarato o insinuato che io continuavo o rappresentavo Carducci. Io non ho fiaccole in pugno, soggiunsi; e non ho mai detto o lasciato sospettare d’averne! Fedele, sí, sono come avete a essere voi, alle sante parole che andrebbero incise in quest’aula: nella vita preferir l’essere al parere, il dovere al piacere; nell’arte la semplicità all’artefizio, etc. etc. E conclusi: Quanto alle ingiurie, io non ho ingiurie con cui rispondere. Del resto faccio le mie lezioni, sebbene sia stato malazzato d’influenza a tre o quattro riprese, serenamente e fortemente, spesso felicemente qualche volta, sino a 3 ore al giorno. Esamino, per corso d’italiano, la vita e le opere di Giosue Carducci. Ho interrotto per ciò il mio corso dantesco. Vieto che si parli di me nei giornali e perché le cose vengono sempre travisate o dall’ignoranza o dalla mala fede, e per non dare niuna esca all’incendio delle basse passioni divampate alla morte del maestro. Non che io non sia profondamente addolorato! C’è di che! Ma come potrei polemizzare? C’è chi ha detto che io ho il cervello piccolo e l’anima piccolissima ... ; che cosa devo o posso dire in difesa del mio cervello e della mia anima? C’è chi ha stampato, cosí scorretta che non c’è piú senso alcuno, una mia lettera. Li avrei potuto rettificare i periodi sbagliati. Ma no! Il giornale aveva messo alla lettera, male trasmessa o a posta sciupata, un cappello in cui parlava dello sfacelo della mia mentalità... Non c’era buona fede o credevano alla disgrazia orribile d’una mia incipiente pazzia, e non ... avrebbero dovuto empiamente denunziarla cosí, mandando poi a me il giornale; o credevano a guasti nella trasmissione, e dovevano chiedere delucidamenti, rettifiche etc. etc. C’è chi ha messo in ridicolo — il Pascoli piange, la signora Maria piange, la cavallina storna piange, la portinaia piange — tutto ciò che ho amato e amo ... E che polemiche dovrei fare su ciò? E c’è — è il giornale clericale di Bologna — chi ha scritto: «Serenamente, dopo la commemorazione del Pascoli e quella di ieri (dello Schinetti), bisogna far venire a Bologna chi possa degnamente commemorare il sommo poeta etc.». Cosí presso a poco. Ora io non ho fatto commemorazione: tutti lo sanno. Sono stato, però, scartato qui a Bologna e privato del farla ... Ieri lessi il telegramma del Ponti, che faceva eco a questa improvvisa e imprevista patente d’inabilità assoluta a me .. . Sono cose che feriscono il cuore. Ma dove è materia in ciò di polemica? Come faccio a ispirare la fede in chi non l’ha?

Tutto questo è molto doloroso ... Ma sai che cosa m’è doluto piú? Una notizia, al tutto falsa, stampata dal «Corriere», in quei primi giorni: una stupidaggine non si sa per qual imbroglio di memoria o per qual lavorio d’invenzione bettoliera e triviale messa insieme dal Salveraglio ... Avrei voluto rettificare ... Ma che? Si attirava di più l’attenzione, in quei momenti, sull’immondezza. A tempo e luogo! Del resto l’attendibilità del Salveraglio fu dimostrata subito a proposito della scimunita e diffamatoria esposizione che egli fece dei guadagni del Carducci ... Roba da un annetto di reclusione! Come mai il Simoni abbia potuto raccattare quella roba, per me è un mistero — di quei dolorosi, del Rosario.

Come avrei caro di vederti a Bologna! Ma per passare qualche ora serenamente e dolcemente, non per rimestare tante sozzure! Non vedo l’ora d’essere o un po’ o molto o del tutto libero per fare... i tre quarti dell’opera mia. Come avrei bisogno di campare un po’!

Non usare questa lettera se non assolutamente per te.

Salutami tanto Icilio e sorelle e mamma. Un abbraccio dal tuo

Giovanni Pascoli

P.S. Circa l’insulto a Mariú, non ti fare idee esagerate. Le mancò di rispetto ricusando di prenderla — un giorno che io non potevo — come trasmettitrice delle sue parole etc. etc.

Pareva davvero che le cattive vicende di quei giorni l’avessero eccitato e confuso, nella sua ipersensibilità e nella scontrosità inaspettata di quel mondo bolognese, ancora nuovo per lui. Per il momento lo consolò il 18 febbraio una prima visita di Renato Serra, venuto per i funerali del Carducci, e allora giovanilmente non ostile alle idee dantesche del Pascoli; ma l’eco di tutti quei travagli si continua in una lettera del 22 febbraio al Panzini, che gli aveva telegrafato perché mettesse «la sua voce autorevole per far cessare i ludi funebri e le conferenze».

Mio caro e buon compagno, ma che autorità vuol che abbia io? Starò pago a non farne io, di conferenze, e ne ho infatti rifiutate quattro o cinque, e a fare della mia scuola piuttosto letture di Carducci che lezioni su lui. Oh! ella ha detto bene: ludi funebri: con relativo accoltellamento di gladiatori e azzannare di bestie feroci. Noi intanto, contempliamo da noi o narriamo ai pochi quale Egli volle essere e non quale vogliono che fosse gli altri; che a sé piacciono tanto che a loro somiglianza vorrebbero riplasmare persino Giosue Carducci! Carini!

Naturalmente rifiutava anche l’invito del Pietrobono a parlare a Roma; invece (e sappiamo che cosí avvenne) «farò — ed è dovere — subito un corso carducciano all’Università ...» (impedendo ogni pubblicazione...). Ma «se sapessi i dispiaceri! le offese! le birbonate in questo soffiar su di miasmi settari!» (19 febbraio). Quasi sola in quell’urlio si leva, sempre cavallerescamente generoso, la voce del D’Annunzio: una cartolina del 24 febbraio da Ripafratta, in Lucchesia, esaltava il poeta di fronte ai critici, e specialmente a Luigi Lodi, il «Saraceno», e a Diego Angeli.

No! Dal Parini al Foscolo, al Leopardi, al Manzoni, al Carducci! E dal Carducci a Giovanni Pascoli! E abbasso tutti i saraceni e tutti gli angeli della cristianità!   Gabriele

Tra quelle tempeste si fece udire anche la... olimpica parola di Giove: nel fascicolo I e II (20 gennaio e 20 marzo) della «Critica» era pubblicato lo studio del Croce sul Pascoli, scritto nel 1906.

In quel suo concetto della poesia e non poesia, le pagine sono in gran parte una somma di citazioni, le quali però sembrano scelte quasi a fare un’antologia della non poesia, di ogni canto per lo piú citando o calcando le parti che — specialmente cosí staccate dal vivo — appaiono meno belle; [19] e vi si riduce l’ansia complessa del Pascoli all’idillio; e quella sua originalità di meno classicheggiante creatore di forme e toni espressivi, al gioco verbale di «un grande-piccolo poeta, o se piace meglio, un piccolo grande poeta». Il Pascoli non ebbe forse allora la percezione della lunga eco («una specie di guerra dei trent’anni» la definí un critico) che quello scritto avrebbe avuto; e al Pietrobono che gliene faceva cenno il 21, rispondeva il 24 febbraio: «Non ho vedute le censure del Croce; e non le vedrò: non me ne do piú pensiero. La poesia s’ama o non s’ama: se si analizza è segno che non s’ama; e se non s’ama non si può trovare bella. Etc. Etc.» (gli etc. avranno il loro sviluppo nel poemetto I due vicini, già qui prevenuto, cui lavorava almeno nei primi del 1908 e che ha la data «Marzo del 1908»). Per allora sconsigliava Pietrobono, Gori, Siciliani dall’entrare nella lotta contro (si notino però le irate espressioni) quella «critica masturbatrice che nulla può generare»: anche se il primo non obbedí; e Giovanni poteva dire a Gigibono: «molti che udii... plaudono alla tua risposta al Croce» (13 aprile); onde poco dopo («Critica», fasc. IV, 20 luglio; ma datata «30 maggio») ne venne un nuovo scritto crociano, piú che altro a difesa del proprio metodo. [20]

Tuttavia il Pascoli si sfogò alquanto – pur senza far il nome del critico – con il Marcovigi: in una cartolina del 20 marzo diceva: «Ora rimastico! rimastico! rimastico!» (le offese fatte al suo amor proprio, anzi al suo onore): e di peggio ancora aggiunse pochi giorni dopo. [21]

Ma anche prima de I due vicini, dalla polemica il Pascoli fu forse mosso a un’altra piú nobile... vendetta. Egli sentiva di poter scrivere al Bianchi il 7 ottobre: «Del resto Croce, voglia o non voglia, molto ha attinto nella sua magna Estetica da quel dialoghetto che nella sua parte essenziale è molto antico» (e davvero Il fanciullino risale al 1897, la prima Estetica è del 1902). Perciò proprio ora, forse, gli balena il pensiero di far piú nota e di confermare quella derivazione, e pensa a una ripresa dello scritto: già dal 27 maggio chiedeva al Bianchi l’estratto di una rivista «sul fatto che ogni fanciullo è un poeta, fatto che non è tanto vero quanto l’altro che ogni vero poeta è un fanciullo»; e il 7 ottobre, precisava: «Il dialogo Il fanciullino presto sarà sviluppato in un bel libro scolastico con esercizi, e si vedrà fra la critica ... che nulla può generare e l’esame dei fatti, quale avrà la vittoria». Forse a tale lavoro si riferiva anche il 23 dicembre accennando a voler finire quel suo «volumetto sintetico e chiaro, da essere tradotto in tedesco e in inglese».  [22]

Per tutti questi polemici rancori, anche personali, il Pascoli sente sempre più penosa e umiliante la sua situazione di tollerato... successore. «I bolognesi hanno l’aria di prendermi per intruso, e si seccano a veder riportato il mio nome sui giornali ... Oh! triste disinganno! Oh! come vorrei tornare addietro! come vorrei infectum factum ... Noi non dobbiamo godere»; «Compiangi il mio destino di professore, e professore, come sai, sorvegliato e diffidato che deve fare il suo compito e lasciare da parte la sua poesia . . .» Ma anche quella sua poesia era bistrattata: già, «le myricae» dello «scolaro» del Carducci «bruciacchiate» dalla critica astiosa... Qui però sapeva reagire: «verrà poi la pioggia, e le pianticelle strinate rinverzicheranno ...» (al Bianchi, lettere tra marzo e giugno).

In questo torbido e forse torpido stato d’animo, al solito gravato dai contrasti intimi verso il Maestro, il Pascoli – dopo i primi rifiuti – dovette cedere alle insistenze di commemoratore ufficiale. Scrisse dapprima un breve passo che ricordava Lultima lezione da lui udita nel 1896 in occasione del primo Giubileo del Magistero; poi comincia l’onda lunga dei discorsi, che affiancano o continuano, come egli ci ha detto, il corso universitario del Maestro: ma per quel suo stato d’animo ambiguo (e forse contribuiva un poco anche sentirsi il... poeta minore) egli in quei discorsi, sia pure commossi, svagava nella biografia e nella politica, poco parlando del poeta come artista; e poi pareva quasi anche giudicare e combattere se stesso commemoratore. «Sino a ora il negozio Zanichelli pareva la "macelleria Carducci". Non vi si vendeva che del Carducci. Il Carducci pendeva qua e là in tocchi, in quarti, . . . a pezzetti. Ora la macelleria s’è trasformata in pizzicheria. Non ci sono che salami, salsiccie, mortadelle grandi, cosí cosí, piccine ... Oh povero ... maestro! finire cosí ... Perché all’ultimo si griderà da ogni parte; Basta! Basta! È troppo ...» Cosí reagiva al «Marzocco» che appunto aveva chiesto anche a lui «un articolo réclame per un salsicciotto carducciano» (al Pistelli, primi di giugno). Tuttavia non volle o non poté esimersi dalla grande commemorazione nazionale nella terra nativa, a Pietrasanta.

Dice Mariù in un altro abbozzo per le Memorie:

Nonostante l’osceno contegno della stampa di tutta Italia, e la mancanza d’una voce autorevole che si levasse dalla sua Università per protestare contro lo strazio che si faceva d’un insegnante piú che ligio al suo dovere e d’un lavoratore indefesso, pochi giorni dopo la perdita del Carducci, fioccarono le richieste per le commemorazioni. Ne ricusò tante! E se avesse badato all’irritazione sua e mia, non ne avrebbe accettata nessuna. Ma la guida di tutte le sue azioni era il dovere. In nome del dovere dunque accettò di parlare del suo maestro nel suo paese natale. E il 7 aprile 1907, con la sicurezza di creare a sé nuovi guai, si recò a Pietrasanta e con grande commozione mostrò al gentile popolo versiliese il suo poeta, togliendo e aggiungendo a quella grande figura ciò che le avevano potuto aggiungere di falso e ciò che le avevano tolto di splendido e di sublime. Ma, lo sapeva già, questo presentare il Carducci come era, dispiacque ai partiti perché ognuno si lusingava di poterlo avere per sé. Pazienza, pazienza ancora e sempre!

La cerimonia era fissata per il 7 aprile: e per prepararsi meglio si era rifugiato a Castelvecchio, dove già nel marzo aveva avviato il grande discorso, uno dei più ampi e solenni del Pascoli. Gli era balenata una visione patetica e poetica: quella del Carducci malato, teso nella lunga meditazione fantastica della Canzone di Legnano; ma al solito era preoccupato perché, sapendo di una commemorazione che avrebbe fatto a Milano Gabriele, temeva che lo precedesse nell’idea: e si confidava con l’amico Caselli (22 marzo); finché si acqueta avendo visto che il 24 marzo ciò non avvenne. Eppure, non ostante la sua buona volontà, in quel suo stato d’animo lo scrittore andava lento; ai primi di aprile confessava al Bianchi che il discorso era ancora da fare e chiedeva libri, come li aveva chiesti al bibliotecario Briganti; e diceva: «Mi sento molto infelice in questo momento, anzi da molte settimane. Fossi andato io, e lui rimasto!».

Arrivò a Pietrasanta il giorno prima con Maria e il Caselli; c’era anche il Bianchi: e andò a visitare la casa natale del poeta a Valdicastello; poi – dopo una cena ... movimentata, per le critiche e gli elogi di chi mangiava nella sala – ancora una volta lavorò a dar ordine e forma al discorso, quasi tutta la notte. Finalmente la cerimonia solenne: il 7 aprile alle 11 «in un grande atrio claustrale» fu fatta la lettura, presente il ministro Rava, la rappresentanza ufficiale del Senato e della Camera, generali, prefetto, uomini di cultura, studenti e gran popolo... Anche il poeta e professore Pascoli era ormai un personaggio ufficiale!

Il discorso si svolge in un crescendo oratorio e passionale, fra erudizione geografica e abbandoni georgici, fra curiosità biografiche e impeti patriottici, per conchiudersi in un augurio di rinnovamento sociale; a queste parole si intreccia un cenno di storia contenutistica e formale della poesia carducciana; e le anima quella che è la pascoliana ispirazione essenziale. «Oh! come complesso e complicato e contraddittorio! Semplicissimo. Era uomo. Era l’uomo poeta .. .»: e cosí, in Carducci e nel discorso, ancora egli unifica Mazzini (l’antichissimo Pensiero) e il Conte di Torino difensore de «l’onor d’Italia» (la nuova Azione), paganesimo e cristianesimo, pur riuscendo a colorare l’impetuoso poeta come «buono», idillico, infelice: ed ecco il deluso cantore di Legnano e del Carroccio..., nella cui triste celebrazione ormai sembra che il Pascoli riviva un poco se stesso e quasi senta l’ispirazione per continuare il poeta maestro nelle Canzoni di Re Enzio, esaltazione del Comune. Nel crescere del sentimento e della forza della dizione, il discorso trionfò: ebbe una lunga ovazione e subito l’onore della stampa nel «Corriere della Sera» e nel «Carlino», e poi una bella edizione zanichelliana (di cui il 4 maggio, dedicava una copia alla sorella: «Alla sua Mariù – condolente e congioente (ma troppo più condolente) – Giovanni»; ed ebbe, fra altri, anche i rallegramenti del Pietrobono e del Pistelli per il «grande successo»; e dopo aver donato l’autografo al Sindaco di Pietrasanta, meritò da quel Comune la cittadinanza onoraria. «Tutto mi pare un bel sogno» scriveva il 10, tornato per poco a Castelvecchio, al Caselli.

La giornata di Pietrasanta ebbe anche un forse inaspettato e sempre protratto (ricordiamo qualche protesta di Falino) episodio familiare: c’era là anche il fratello Raffaele con la sua famiglia, e solo allora la moglie e i figli fecero la conoscenza del «gran parente» e di Maria: subito l’8 di aprile Falino scrivendo se ne mostrava grato. Altro spunto personale, che ebbe un affettuoso anche se non durevole sviluppo in quell’occasione, fu l’accenno agli Scolopi, maestri comuni al Carducci e al Pascoli, e l’intenzione rinnovata di Giovanni di scrivere su padre Francesco Donati, Cecco frate; ma l’opera non fu mai fatta. [23]

Giovanni si trattenne, per le insistenze del buon Tonino Garfagnini, due o tre giorni in Versilia; e il 10 aprile, tornato a Barga, gli descriveva l’avventuroso ritorno: «Ier sera a due chilometri da casa ... fummo fermati da una tempesta ... Pernottammo in un albergo campestre. Stamane, con un bel tempo sereno siamo venuti a casa ... Penso anche a quel libro educativo-necessario. Ne riparleremo...».

Ma poco poté fermarsi a Castelvecchio, che fra quelle più vibranti giornate resta sempre un’oasi nostalgica: «Caro Agi ... Questa primavera, questi giacinti e narcisi, queste tante violette, le margheritine ... Sono venute due rondini esploratrici ... Presto giunge la tribù». E il Bistolfi collaborava sempre con lui per la cappelletta, e forse presto per il «monumento funebre» ai suoi, presso San Mauro... Ma il 15 passava a Lucca dal Caselli, diretto a Bologna.

Certo la pace della casa e il riposo dopo tante esaltanti e faticanti emozioni gli fecero rivedere quasi più bella la sua dimora bolognese, [24] un poco appartata e fuori della strada, al secondo piano in via dell’Osservanza, allora in zona ancora meno abitata e più rustica che adesso, e che sappiamo affacciata alla piccola valletta dell’Aposa, ai piedi del colle un po’ campagnolo dell’Osservanza e con a fronte la verde collina di San Michele in Bosco; poco più su della casa s’alzava «una grande croce» cui non di rado sostava il poeta: si fermava «a quella croce che è il grande segnacolo dell’umanità ... ; la grande città si stendeva ai piedi di quella croce ... Si distinguevano le grandi masse dei templi e le alte torri. Qua e là un fioco e dolce suon di campane pareva la voce della poesia sull’immobilità della storia ...» (Odi e Inni). Li aveva anche quel suo «studietto ineffabilmente bello» pieno di sole, ornato con acqueforti del Viganò, che il 19 aprile descriveva con gioia al Bianchi, quello «riservato alla poesia», dove ora poteva riprendere il suo nuovo, intenso e, a suo giudizio, più alto lavoro poetico: e amava quello studiolo più che l’altro di rappresentanza, quasi sempre chiuso.

Ormai la sua poesia sembra mirasse a quel nuovo contenuto, di cui già ci accennò le più recenti ispirazioni. Ora «mi sorriderebbe una settimana garibaldina . . .». Prose e versi: «carmina non prius audita» (19 aprile); e piú preciso, il 5 giugno: «Sto facendo il primo dei miei cento o dugento poemi patriottici ...» (quei «due terzi» ancora da scrivere!). «Pur che non venga troppo presto quella che mi ha detto Venio...»; perciò mandava al Bianchi un curioso elenco di domande su Garibaldi giovane che scende per il Tevere a Roma, [25] su particolari realistici di luoghi e parole («Come erano vestiti nel 1834 i marinai? Come si chiamano le barche che s’usano nel Tevere? D’estate quali colori ha la terra, quali fiori... quali uccelli? ... ombre nel fiume? odore?...»). E tardando il povero Bianchi a rispondergli (da Milano!) protestava il 30 fra il mesto e l’irato: «Attendo...»; ma «non c’è da pensare ad eroismi altrui! Bisogna essere eroi – come umili – per conto suo...»! Forse Giovanni era eroe solo nel chiuso del suo animo (che non è poco): e alquanto piú tardi, il 3 settembre, scriveva lapidariamente a Pirozz da San Mauro: «Farai bene a non permettere conferenze su me a quello né ad altri; almeno per ora, almeno su uno vivente. Perché mi giudichino, bisogna che io abbia finito. E la morte può essere vicina, ma la fine no».

Ai lavori dello... scrittore Pascoli (e nel giugno licenziò anche con la loro Prefazione i Pensieri e Discorsi, usciti poi nel luglio) soccorse in questo tempo un mezzo davvero nuovo: ai primi di maggio riceveva dal Bianchi il regalo di «una stilografica». Ma, poco fortunato anche qui, la penna scriveva male, grosso (e i caratteri della lettera lo mostrano): onde con un poco di malizia diceva: «Dovrei diventare per forza, come vedi, un dannunziano, per giunta opsigrafo, cioè tardo scrivente»; rimandava quindi la penna a Milano e ne riceveva una nuova di cui era soddisfatto; e pascolianamente il 22 commentava: «mi pare di avere nella vita un tiranno di meno ora: il calamaio»! [26]

Ma se fra i non lontani trambusti carducciani Giovanni si era addolorato, Maria ne fu addirittura tormentata: tanto che si ammalò; ne fa cenno lei stessa in un appunto per le Memorie.

Intanto la sua cattedra non poteva lamentare nessuna vacanza abusiva. Eravamo nel periodo delle ferie pasquali. E dopo alcuni altri giorni di permanenza a Castelvecchio ritornammo a Bologna, ed egli riprese le lezioni. Nel maggio e nel giugno io ebbi a sostenere una feroce lotta contro un gran esaurimento nervoso prodotto dall’aver visto soffrire tanto e cosí ingiustamente Giovannino, e questo stato mio accresceva i suoi crucci. Di quante cure e di quante tenerezze mi fu prodigo! Dal suo grande amore io riebbi la salute.

Oltre al Bianchi (il 22 maggio) Giovanni diede notizia della malattia anche all’Ida (la lettera è però senza data): e faceva qualche sogno romagnolo per il futuro.

Cara Ida, va benino, proprio benino. Mariú dovrà stare a letto ancora due o tre giorni, ma già da oggi è ammessa a un genere di cibo piú sostanzioso e solido. Non cè bisogno che tu venga e lasci cosí le bimbe. Ci vediamo il 26, poiché la cerimonia si può protrarre senza inconvenienti.

Non so se ti siano arrivati gli oggettini di Nannina. Se non ti piacessero, ossia se tu capissi che sano inferiori a quelli che avrà Myriam dalla sua madrina, parla ora liberamente, ché rimedieremo...

Sta dunque tranquilla ... Non tutto il male viene per nuocere, dice il medico. Maria aveva bisogno di cacciar via dalle sue viscere tutti i sedimenti cattivi lasciativi, piú che da cibi non buoni, dalle pessime persecuzioni a cui siamo stati fatti segno dai settari iniqui – rossi, neri, verdi – d’Italia. Non ci va mai bene! La morte di Carducci poteva, a lungo andare, riuscir funesta alla povera Mariú che con Carducci... che aveva da fare? Cosí si è purgata o, meglio, purificata. Sta allegra, senza pensiero. Verremo per quest’altra settimana. Rassicura le bimbe. Un abbraccio dal tuo Mariú e da    Giovanni

Il regalo era un braccialettino d’argento. In Romagna però non andarono; e certo anche per le notizie della salute di Maria, l’Ida l’8 giugno corse d’improvviso a Bologna. Come non di rado, nei rapporti coi parenti, Giovanni ne è un poco seccato; e cosí, fra altre cose, dà il 10 la notizia alla «buona cara amata» Attilia: «Quanta differenza coi parenti! Ieri è venuta non aspettata non sospettata l’Ida. Ma comincia (o continua) a darci molto pensiero, perché non conta che su di noi, e quello che le diamo non le basta più, non ne fa conto, è come se non dessimo nulla. E non s’è curata per nulla del gran male che ha avuto Mariù, come se si fosse trattato d’un’estranea. Tu invece le vuoi bene, alla nostra Mariú! Oh potessimo essere costí con te!»

La gioia la sogna dunque in quel benedetto Castelvecchio: ma ci sono anche là i soliti più o meno gravi dispiaceri; per esempio la lettera del 12 all’Attilia dice: «Quanto alla Chiesa e al campanile, lascia che facciano. Ci mettano su anche mille campane, io non ci metto bocca più. S’impicchino ... Oh! potessimo riposare in pace queste vacanze, tra noi, senza far male a nessuno! Ma ce ne faranno, del male, a noi! Non dubitare! Oh! i preti! i preti! i preti! Mariù non sta ancora bene, bene! Quella visita non le giovò!»

Verso la fine di giugno Maria non era ancora guarita del tutto: un’affettuosa pseudo-cartolina, col francobollo disegnato da lui, la saluta nell’ora del riposo. «A Mariú-Camariú (Mariuchora). Mia povera Mariù, sto per andare anch’io a riposare. E ti mando un caro saluto. Guarisci presto. Giovanni – mezzanotte, fra il 21 e 22 di giugno del 1907, essendo malata Mariú».

Così si fermarono a Bologna almeno fino al 30; e a Caprona salirono ai primi di luglio. Le vacanze dovevano essere di pace e sereno lavoro (il 20 luglio aveva anche finito di pagare la sua casa e insieme ne aveva difesa la proprietà anche per il futuro di fronte a un deputato socialista, come ricordammo nel 1902); ma questa volta le inquietudini, e grosse, se le cercò proprio lui.

Appena arrivato, si era rimesso d’impeto alla nuova attività poetica, per ora soprattutto garibaldina: e chiedeva aiuti alla biblioteca del Prodittatore, scrivendo l’11 luglio – e altra lettera è del 22, accompagnante Pensieri e Discorsi – al figlio Nello (o Leonardo) Mordini ad Albiano di Barga.

Caro signor Nello, vuol vedere se ha nella sua biblioteca i seguenti libri?

Biografia di Giuseppe Garibaldi compilata da G. B. Cuneo, Genova. – Garibaldi di Alberto Mario. – La vita di Giuseppe Garibaldi narrata dal P. Giuseppe da Forio, Napoli 1862. – La Italia, Storia di due anni (1848-49) di C. Augusto Vecchi, Torino 1856 2a ed.

Al banchetto in Londra, 17 maggio (?) 1864 assisteva anche Antonio Mordini (dice il Guerzoni). Ricorda egli in qualche lettera o memoria l’emozione immensa dei brindisi di Mazzini e Garibaldi? Ha lei libri di Herzen e d’altri in proposito? (Il Guerzoni l’ho anch’io e cosí la Mario). Il prof. Rosi ha un libro sulle società segrete. Come à intitolato? dove stampato? L’ha lei? Ha lei qualche cosa (del Blanc, per esempio) intorno ai Sansimoniani e al Sansimonianismo? Io ho qualche suo prezioso opuscolo e un libro – da Ulisse a Panurgo – che le manderò quando mi capiti qualche messo.

Tanti auguri dal suo   Giovanni Pascoli

11 luglio, Castelvecchio.

L’aiuto bibliografico venne «prestissimo» (onde il 22 mandava al «carissimo signor Nello» il nuovo volume di Pensieri e Discorsi): e noi sappiamo che tra i canti garibaldini dei postumi Poemi del Risorgimento c’è, di fatto, anche Garibaldi coi Sansimoniani e Garibaldi in cerca di Mazzini (questo fantasticare garibaldino farà poi associare Garibaldi a Carducci anche nel Discorso di San Marino, cui proprio nel luglio era invitato, rispondendo il 24 al prof. Belloni per accettazione). A queste grandi visioni si affiancava sempre, non meno grande, il piano degli altri poemi, quelli latini: e in attesa del compimento («devono formare un libro della Vita dei Romani, in pace e in guerra, in città e in campagna nei diversi tempi di Roma dal principio alla fine») negava a Odoardo Gori – tramite il Pietrobono, 31 luglio – l’autorizzazione a tradurre quelli fino allora finiti. Stava anche elaborando (ma non le finí) due epigrafi per i genitori di Giacomo Puccini: oltre ad alcune lettere scambiate col maestro, ne restano gli abbozzi. [27]

Ma ecco la novità, e l’improvviso rivelarsi a Barga di un altro Pascoli, quasi in una reincarnazione di Zvanì giovane: cioè il politico attivo, polemico, non più solo il propagatore di idee astratte. Dopo gli ardori dell’Internazionale, egli aveva votato una volta sola, da giovane, nelle elezioni politiche; era stato eletto consigliere comunale a Livorno (1893-95 a intervalli) ma quasi senza sua partecipazione; a Messina rifiutò simile proposta: come rifiutò le offerte ripetute di candidato politico nel Collegio di Santarcangelo, ove durava il suo Gino Vendemini; aveva vinto le elezioni comunali a Barga nel 1905, ma l’elezione fu tosto annullata: «ci rimasi male», ma sappiamo che non fece grandi proteste. Questa volta, che l’avevano lasciato stare..., si offese proprio per questo.

Per il 28 luglio erano indette le elezioni comunali e provinciali a Barga; due parti lottavano: la «lista del popolo» e la «crema»; quella sostenuta dalla «Gazzetta di Barga», questa da «Il» (anzi ormai, e per volere del poeta) da «La Corsonna». Fu presentata solo la «lista del popolo», che confermava il sindaco prof. Giuliani; e il Pascoli non vi fu compreso. Già nell’aprile «La Corsonna» aveva cominciato a polemizzare sui due punti basilari per il poeta: la questione della scuola e quella dei medici condotti. C’erano anche altri punti più particolari: la strada verso la stazione, da fare con un tracciato o un altro, e l’acquedotto: ma nella polemica per questi il Pascoli non entra. [28] Può darsi che a queste precise insistenze sue e degli amici, non del tutto fuori di aspri fatti personali (cosí dirà l’appello dei Barghigiani al poeta), o ad altri motivi non chiari forse nemmeno allora, si dovesse l’esclusione dalla lista (però quelli del «popolo» dicevano che... fino dal 1905 aveva rinunziato lui!; e in una spiegazione postuma aggiunsero che quelle erano «elezioni di battaglia e non si potevano proclamare candidature incolori»); [29] altre ragioni crederà poi di poterci dire il Pascoli stesso: ad ogni modo il 28 con la votazione si ebbe il fatto compiuto. Questa volta il carattere impulsivo del poeta scattò; pensava: «... nel 1905 fui eletto perché ineleggibile, questa volta mi rifiutano; si conferma dunque che quella del 1905 fu una beffa ...»; e perciò il 30 luglio mandò subito una lettera al Sindaco con la quale rinunziava addirittura alla cittadinanza barghigiana, conferitagli con tanto onore fin dal 1897: «Due anni sono, quasi tutti i voti, quest’anno nessuno ... E perciò sebbene creda di non meritare questo spregio e quindi non me ne curi, non si turbi la S. V. ill.ma se anche per mia parte io respingo e rinunzio quella cittadinanza d’onore . . .; gli elettori hanno tacitamente ma chiaramente detto che nessun onore Barga riceve da me e che nessun onore io merito da lei. Sia. Resto contribuente».[30] La nuova Giunta (e ciò mostra l’intervento di fatti personali) rispose con una davvero offensiva freddezza burocratica: una breve lettera d’ufficio, su carta intestata e protocollata, scritta dal solito amanuense, e indirizzata al «Cav. Prof. G. Pascoli, Castelvecchio di Barga».

5 agosto 1907

La Giunta Comunale, alla quale comunicai nell’adunanza di ieri la lettera di S. V., riaffermando la propria stima al Poeta illustre, confida che vorrà ancora considerarsi cittadino onorario di Barga. Con ossequio. Il Sindaco  Giulio Giuliani

Più spontanea la addolorata reazione dei cittadini: e il 2 agosto cominciò a circolare per Barga e a coprirsi di firme un appello al poeta.

Illustre Giovanni Pascoli. La rinunzia... ha prodotto in Noi dolore profondo. Giuste le lagnanze ... Perché giuste, piú profondo il rammarico, la vergogna... Non apparve il Vostro Nome, perché non potevamo soffrire che in momenti di lotte, rese troppo pungenti da elementi estranei, potesse il Nome vostro per Noi sacro, amato, anche indirettamente patirne offesa... Barga, che ammira la grandezza del Genio Vostro, e conosce la Bontà Vostra, vuole ricambiarla con devoto, sincero, affettuosissimo omaggio.

Barga, 2 agosto 1907

E seguivano piú che 160 firme dei maggiori (il clero, i medici, le principali famiglie locali) e anche di umili barghigiani. E ci fu chi propose che una via di Barga si denominasse da lui. Personalmente si fecero vivi molti amici dei più influenti, e medici famosi, e varie Sezioni dell’Associazione dei Medici condotti... A molti il poeta aveva personalmente mandato il numero del 18 agosto della «Corsonna», che vedremo. Ma la piccola questione di paese, certo per il nome del Pascoli e per ciò che egli allora scrisse, divenne un fatto nazionale, di carattere sociale: grandi giornali (oltre quelli locali) e grandi firme entrarono nella polemica: il «Giornale d’Italia», la «Tribuna», il «Corriere della Sera», la «Nazione», il «Nuovo giornale», perfino il «Guerin Meschino» con una umoristica intervista fatta al poeta...; e scrisse poco favorevole al Pascoli anche Paolo Mantegazza.

A Barga la polemica si inasprì e involgarì, passando proprio ad attacchi verso il Pascoli. La «Gazzetta di Barga» dell’11 agosto pretendeva di mettere «le cose a posto» divulgando la risposta del Sindaco e commentando qualche postilla di giornali; allora il poeta si abbandonò al piú ampio, dominato e nobile sfogo di quei giorni di lotta, elevando davvero la bega di campanile a problema universale: questo, nella lunga lettera ai Barghigiani scritta il 14 e pubblicata nella «Corsonna» del 18 agosto: proprio scritta per liberarsi il cuore.

Cari amici della terra e del territorio di Barga, parliamo chiaro e liberiamoci il cuore:

[Rifà la storia dell’elezione annullata del 1905.] Ci rimasi male. Sospettai che mi avessero dato il voto soltanto perché... vano. Attesi queste elezioni generali: (ed è accaduto quel che si sa). Il che dimostra che allora fecero per burletta... Il mio sospetto diventò certezza... Passiamo ad altro.

Perché pubblicamente mostrai di accorgermi dell’ingiuria ricevuta? ... Io volli richiamare l’attenzione del buon popolo nostro, su quello che gli si fa fare. (Essi ebbero la lista già fatta e ubbidirono.) Perché cosí ciecamente ubbidivano? ... Nessun interesse pubblico, nessun pericolo. Il programma delle due parti era uguale uguale. Era dunque soltanto questione di persone. Per amor di alcune persone si oltraggiò la mia persona! La mia contava tanto poco in confronto di quelle altre?

Si dice peraltro che una vera questione c’era e c’è a dividere gli elettori in due partiti: la questione sanitaria... Sembra, in vero, che molti degli elettori fossero spinti da questo solo pensiero: diminuire o togliere a se stessi la spesa di assistenza medica, e accrescere, cosí, il lavoro dei medici condotti senza accrescerne in proporzione lo stipendio. Ebbene, come uomo di studi, come uomo di cuore, come uomo che accoglie e asseconda ogni progresso nella umanità e nella civiltà, io protesto. Tutti i salari crescono; e voi volete che solo lo stipendio degli operai del pensiero non cresca o magari diminuisca? ...

Per questo bel programma, si fecero tante cosette poco o punto convenienti. Si è predicato il vantaggio dell’ignoranza, e si è pubblicamente portato ad esempio un Comune che ha, si è detto, il sindaco analfabeta. Quel Comune, si è detto, ha un avanzo di migliaia di lire ... Sfido: nell’istruzione non spenderà troppo! ... Perciò io che amo disinteressatamente e veramente sí la piccola città sí la bella campagna, di Barga e di Castelvecchio ..., io levo sin d’ora la voce: È dovere, è amore.

Quanto bello e quanto buono c’è qui! Sono dodici anni che lo cerco e lo trovo e l’ammiro e lo ridico! Ma sapete voi qual è, delle cose nuove di questi posti, la piú buona e la piú bella? Lo spedalino! Quello spedale, che anni sono era quel ch’era (tutti lo sapete), ora è uno specchio di pulizia, un modello di modernità, una provvidenza pei miseri, un onore per il paese. Ebbene, è anche (tutti lo sapete) un miracolo d’amore... dei due bravi e forti giovani medici, dei dottori Carradini e Caproni, contro i quali s’appunta il programma... di chi? del popolo! Oh! no! Il popolo non risponde cosí male a chi gli vuoi cosí bene!...

E vorrei, avrei voluto, da devoto amico, imitarli. Quando fu fatto sul mio nome quel cosí detto plebiscito – cosí ridicolo – io entrai in un pensiero, che dileguò allora, e poi tornò, e ora se n’è andato per sempre. Pensai di mostrare a tutti che la maggiore necessità di questo paese, in cui gli uomini sono quasi tutti separati per l’Oceano dalle loro famiglie, era di migliorare, accrescere, edificare le scuole, scuole che fossero per i bimbetti degli emigranti anche asili e ricreatorii. Pensai che se il bilancio comunale non mi avesse offerto che poco e nulla per questo fine, io sarei ricorso ... alla carità di tutti e alla generosità degli emigranti ricchi... mi sarei rivolto a tutte le buone volontà d’Italia, mi sarei ingegnato, insomma, in tutti i modi...

Anici campagnoli, io pensavo specialmente a voi. Ai vostri bimbi specialmente io pensava, o amici emigrati nella lontana America. A proposito: voi vedete di mal occhio quelli che a vostra detta vogliono fare l’America in Italia... Avete torto. In Italia vogliamo farla tutti, noi e voi, l’America, col tempo, se la fortuna e il senno ci assisteranno! ... Ma sapete da dove bisogna rifarsi? Dalle scuole! Se Colombo non sapeva leggere e leggere bene, non avrebbe letta e capita una lettera del Toscanelli, e l’America non l’avrebbe scoperta. Volete fare un monumento a Colombo? Fate una scuola. Fate una scuola, una almeno per ora, dove i bimbi dei nostri americani possano educarsi ed istruirsi, e divenire simili a quelli altri bimbi, figli degli americani veri..., che i nostri emigrati guardano là, nella terra dell’esilio e del lavoro, con una stretta al cuore, pensando ai propri, lontani, che vanno treppicando, coi loro zoccoletti a scuola in una stamberga... Che differenza eh? Fate di toglierla questa differenza, piú presto e meglio che potete! E lasciate le discordie e le chiacchiere una buona volta!

Con questo consiglio e col proposito di non parlare e scrivere piú su questo increscioso argomento, mi dichiaro l’amico degli amici e nemico di nessuno.   Giovanni Pascoli

Castelvecchio di Barga, 14 agosto del 1907

I medici e la scuola: l’assistenza fisica e morale; era davvero un programma universale, che preveniva tante provvidenze future; e il poeta ebbe ragione di farlo pubblico. E l’eco che partiva dalla bicocca di Caprona fu cosí vasta che se ne interessò perfino il Capo del Governo che pur era Giovanni Giolitti. Al Pascoli giunse infatti questa lettera (a differenza da quella del piccolo Sindaco) autografa.

Bardonecchia, 21 agosto 907

Pregiat.mo Sig.re, Le sono grato di avermi mandato il suo scritto che è opera buona; cosí fossero seguiti i suoi consigli. Mi creda devotissimo             GIOLITTI

Triste è ripetere oggi le risposte tentate dalla «Gazzetta di Barga» il 25 agosto, con un numero tutto sull’argomento; già il titolo vuol essere pungente: «All’ex concittadino Pascoli». E si dice: «Lei scrive che gli elettori offesero la sua dignità... Ma che autorità ha lei di imporsi? Non vogliamo czar di nessuna sorte» (oh! umile Giovannino!)... «Andiamo, professore, continui pure a fare delle poesie, è la sua occupazione ..., ma lasci di fare l’avvocato... Sogni, sogni pure nel suo eremo . . . dolce cosa è sognare...»

Cosí per costoro, l’assistenza sanitaria e la scuola erano sogni... Tuttavia egli pareva aspettare con corrucciato silenzio, come lascia intendere una pacata lettera di questo tempo a Leonardo Mordini. «Io voglio bene a Barga e ai Bargei come prima, e sono devoto più di prima alle sue grandi memorie e affettuosamente grato alle buone antiche qualità, al buon antico linguaggio, alle buone antiche usanze del paese. Ma mi par venuta l’ora d’incamminare il paese per altra via, da quella che gli si vuol far percorrere ora».

Cosí appartato, per quattro anni non risalí a Barga; anche di Castelvecchio si era disamorato; e seguitò per tutto l’anno a protestare col Bianchi contro «il clericalismo e l’anticlericalismo ... pagani e materialisti tuttedue», contro «l’invidia letteraria» che lo perseguitava fin lassù per opera di certi «professori i quali tradiscono la causa della civiltà e dell’umanità per il loro sordo livore di bozzacchioni (=susine rimaste imperfette sull’albero)», tanto più che anche il sindaco Giuliani era un professore. Ma a poco a poco vide che gli si dava ragione: la parte vincente, diretta da un degno amico del Pascoli, il prof. Cesare Biondi dell’Università di Siena, andava attuando il di lui programma; ma solo dopo quattro anni verrà... la sua vendetta, con un nuovo trionfo a Barga. Per ora la vendetta morale e psicologica la prende idealmente a San Marino, esaltando quasi uno Stato perfetto; e praticamente a San Mauro, ritornando cioè verso la Romagna e facendo il consigliere comunale nel suo paese!

L’invito a San Marino gli diede occasione per partire presto da Castelvecchio verso Bologna, donde salí al Monte Titano già cantato da tempo in bei versi latini. A quella commemorazione del Carducci, inaugurandosi un suo busto in bronzo del Golfarelli, era stato invitato dal luglio: incerto in una lettera del 24 («fare una commemorazione tra una solenne assai fatta a Pietrasanta e un’altra più solenne da fare a Bologna, mi riesce difficile..., quanto il farla a San Marino mi sarebbe graditissimo ...»), si decide però ad accettare con un bel telegramma: «Dopo lunga esitazione forzano ad accogliere l’invito l’amore della regione natia e l’ammirazione per la Repubblica, fior di poesia nella severa via della storia»; ma prima di partire scherzosamente scriveva all’amico Giuseppe Gori alludendo alle feste preparate: «Caro Peppino, che i moschetti e i cannoni mi lascino salvo. La Repubblica è paese di salute e non di morte». Di quella giornata Maria lasciò traccia negli appunti per le Memorie.

Dietro replicati inviti e preghiere e pressioni, si era impegnato a fare una nuova commemorazione del Carducci a San Marino. Fu fissata per il 30 settembre. Cosí egli in mezzo alle sue vacanze autunnali dovette lasciare il suo Castelvecchio e recarsi verso la metà del mese a Bologna per preparare il suo discorso (aveva tutti i libri là) e nella sera del 29 giungere a San Marino. Con lui partiva da Bologna un’eletta schiera d’invitati e d’amici.[31] Tra tuoni e lampi giunsero sul glorioso cucuzzolo e il giorno dopo parlò per la seconda volta del suo maestro. Erano accorsi ad udirlo molti suoi amici dai paesi vicini. Ebbe lí per lí molte soavi soddisfazioni, ma poi, al solito, lo ferirono molte spine. Una cosa, tra le ricordevoli del giorno, fu il ritorno a Bologna, dove l’aspettavo ansiosa io. Un bravo signore di Bologna, l’Alberani, si compiacque di fargli posto sulla sua automobile. Giunse cosí a casa con parecchie ore di anticipo. Come godeva dell’improvvisata fatta a me e come ne ero felice io! Poi si divertiva a raccontarmi coi colori piú vivi, sí che mi terrorizzava, la scesa vertiginosa dall’alto cucuzzolo tra le innumerevoli giravolte sui profondi precipizi. «Ebbi, per tutto il tempo che si scendeva, le budelle in un catino, ma ridevo e non mostravo nessuna paura». Nell’attraversare la pianura romagnola poco mancò che non succedesse una tragedia tra il conduttore dell’automobile e un barrocciaio che non intendeva scostarsi. Quante insolenze furono dirette a tutti da quel villano; ma l’Alberani frenò l’ira e adoperò prudenza. Prese il volante e con una sterzata si fece largo. Erano con Giovannino altri quattro signori. A uno a uno (il primo fu l’Alberani nel 1908) morirono tutti. Sí che al quarto, che fu il console di San Marino Santi nel 1911, Giovannino disse: «Sono rimasto solo io di quella compagnia: adesso tocca a me!». Era presente anche Marcovigi, quando disse queste parole e credo che facessero anche a lui una triste impressione.

Ad accettare, superando le esitazioni del «soggetto», lo aveva forse indotto anche la particolare idea per il suo sviluppo: l’accostamento di Garibaldi a Carducci, ispirato, fra l’altro, certo anche dai Canti garibaldini cui allora attendeva. E davvero quel Discorso sente dell’ispirazione lirica pascoliana; e per questo è uno dei piú commossi e commoventi: la sua terra romagnola, Garibaldi, Carducci, la libertà, il dovere, la stessa religione sono per lui sinceri motivi di canto; e di essi si anima il Discorso. All’antica Repubblica egli scopre vero augure il poeta della patria libertà, colui che, «riassunta tutta la storia, la poesia, la religione della nostra gente, consacrò il palagio comunale “nel nome di Dio ottimo, massimo”»: del Dio che è Dovere, come «insegnò Mazzini e credé Carducci». E come provò Garibaldi, «il filibustiere», il quale per merito dei Sammarinesi che l’ospitarono «fu chiamato ancora il Generale Garibaldi. Questa è la grandezza del-l’opera dei maggiori vostri!» Anche il Pascoli si commosse parlando, «al punto di lasciare in abbandono sul tavolo le cartelle, e continuare con impeto lirico» cosí da far «piangere e fremere ad un tempo», disse uno dei presenti; e della popolare commozione si fece eco al ministro Rava con un telegramma il poeta stesso. Egli donò il manoscritto alla Repubblica con bella dedica: «Alla Repubblica grande – che fu rispettata da Napoleone – e che salvò Garibaldi – e fu celebrata dal Carducci, GIOVANNI PASCOLI» (e, altra prova dell’attuale interesse eruditamente storicheggiante, ne preparava un’edizione completa di dati e particolari, scrivendone a Pietro Franciosi il 24 ottobre: «sono tutto immerso in quella mirabile storia»); onde la Repubblica il 5 novembre lo creava cittadino onorario (Pascoli ringraziava: «Sono vostro concittadino: cosí sempre resto, piccolo sí, ma libero come la nostra Repubblica»). Anche dopo qualche tempo scrivendo al Gori ricordava «la vertigine di quel giorno»; ed era grato ai «buoni Sammarinesi, i quali mi si son fatti amare per la loro delicatezza di non farmi commendatore» (al Pietrobono il 12 novembre).

Come sappiamo, il giorno stesso tornava a Bologna: e vi si indugiò, dicendone subito il 1° ottobre le ragioni all’Attilia, mentre le dava i consigli per la vendemmia: «Di ritorno dalla Repubblica di San Marino, devo fermarmi qui a Bologna qualche altro giorno, un po’ per qualche incomodo che il viaggio strapazzoso m’ha lasciato, un po’ perché mi ripugna a tornare tra le ignobili chiacchiere di costí. Sto molto più volentieri, capisci, dove mi si rispetta e mi si ama, che dove mi s’insulta e mi si oltraggia in tutti i modi». [32]

E anche al Bianchi il 4 novembre scriveva: «Non abbiamo più voglia di ritornarci. E ci ho speso tutti i miei risparmi. E ci avevo sperato pace, rispetto e gratitudine! E di chiudere gli occhi io, lasciando qualche lacrima ... attaccata ai cigli dei vicini ... Ma io ho lavorato e lavoro. E ho nel mio segreto qualche grande consolazione ...»: certo quel suo nuovo poema del Risorgimento. «Quanto ai poemetti della patria... devono fare un gran poema nella forma che la modernità soltanto permette: un poema di poemi a sé ...»; per ciò non vuole pubblicarne qualcuno a parte (e come sappiamo adesso, ad animarlo c’era poi anche il rinnovato libro de Il Fanciullino, da far valere di fronte al Croce: 7 ottobre).

Nella seconda metà di ottobre fu a Castelvecchio, ma per poco; e della comune tristezza di quei giorni è segno un foglietto autografo di Giovanni, tutto corretto e confuso (ma altrove è meglio trascritto da Maria) che dice: «Maria che riversò nel suo fratello Giovanni – tutto il suo amore – di figlia e di madre – il quale non poté bambina non poté donna – far pago mai altro che in lui ... Questo spunto d’iscrizione dettò Mariú nella notte del 17 ottobre 1907 in Castelvecchio di Barga». E nel retro: Maria Nemorina iscriptionum scriptrix ornatissima perpulchrarum.

Tutto il novembre fu passato a Bologna: [33] e l’1 e il 2 del mese vi cominciava quel Diario autunnale che rimpiange di celebrare con la sorella le feste dei Santi e dei Morti lontano dalla «muta altana», dai loro fiori e dalle loro campane: «Non torna più! mormora la campana ... – Ma le cincie: Sí! Sí! Ritorneranno!»

In questo tempo si preparava l’altro avvenimento importante, che doveva compensare un poco il Pascoli delle passate umiliazioni: il nuovo «ritorno a San Mauro» e un suo... trionfo politico! Il 18 luglio nei giorni dell’esclusione dalla lista di Barga, Giovanni aveva telegrafato: «Soltanto per segno d’amore alla mia cara piccola patria accetto candidatura al Consiglio». Alla lista socialista, gli avversari pensarono abilmente di contrapporne una capeggiata dal Pascoli: protestò un giovane socialista, Ruggero Tognacci, della famiglia amica e vicinale dei vecchi Pascoli a San Mauro; e ne ebbe una amichevole risposta il 21 luglio: «Non so nulla delle vostre liti... So che non ci dovrebbero essere. Io... ho accettata la candidatura, piú che altro formale ... credendo che ella non fosse altro che un visibile a tutti segno d’amore tra me e la mia terra... Ciò che dici, posso supporre che non avvenga per vostro manco d’affetto...» [34] Cosí correva il pericolo di essere trascinato in polemiche anche a San Mauro; ma riuscí a liberarsene. Alle elezioni la lista del Pascoli vinse, e il poeta fu consigliere.

Per la seduta di insediamento del 10 novembre egli da Bologna tornò finalmente in Romagna, nella sua terra. Fu accolto gloriosamente: «Avessi visto! Avessi sentito!» scriveva all’Attilia. «Banda da per tutto. Tutto il paese m’accompagnò alla stazione ...» Ma non volle alloggiare nella casa non piú sua, e andò, secondo un vecchio desiderio, a riposare alla Torre. «Quei ragazzi che correvano quella sera e dicevano fra di loro Zvani ...» forse gli fecero rivedere l’antico Giovannino: già nell’altro Ritorno a San Mauro aveva detto: «Il fior caduto ravvisò lo stelo; – io nel fanciullo ravvisai me stesso ...». La sua silenziosa meditazione notturna egli echeggiò con mirabile sommessa voce, piena di musica, in quel «notturno» che nel Diario autunnale porta la data «Torre di San Mauro. Notte dal 9 al 10 novembre». E dice: «Dormii sopra la chiesa della Torre. – Cantar, la notte, udii soave e piano ... – Era la messa, Santo! Santo! Santo! – Ma sul mattino ecco garrir gli uccelli ... – E i vecchi alberi: “Il tempo, come corre! ...”». (Oggi, dopo la devastazione della guerra, nemmeno i begli alberi della Torre parlano piú; e anche il palazzo minaccia rovina, o peggio!). Fu quasi la preparazione ai discorsi del giorno dopo.

Quella prima seduta del Consiglio, il 10 novembre, aveva veramente un ordine del giorno... pascoliano: «Provvedimenti per l’acqua potabile, per i Vecchi e l’Ospedale. Apertura della Scuola di Disegno. Impianto del telefono. Sussidio per i danneggiati del terremoto... Acquisto di un’azione del Comitato parlamentare per le onoranze al Generale Garibaldi». E in questa seduta parlò anche il poeta; fra l’altro disse:

Ringrazio il Sindaco, il Consiglio, il popolo. Ci vediamo a lunghi intervalli, tanto che io ogni volta vedo cresciuti ed alberi e rampolli che venivan su dalla ceppa del vecchio tronco. E sulla testa dei miei coetanei vedo conce in uno specchio i miei capelli sempre piú grigi e piú bianchi. È un riflesso di neve ... che importa? Sotto la neve è il grano...

O mia piccola patria! Venendo qui io mi confermo ed esalto sempre piú nell’amore della patria grande; nell’amore piú santo e piú sacro che ci ragioni al cuore ...

Ci rivedremo ancora? Speriamo. E sarà cresciuta la neve e sarà sotto la neve cresciuto il vicendevole affetto. Oh! io non cerco né da voi né da altri ammirazione, ma amore, amore soltanto. E ne sono, posso assicurarvene, ben degno. Io sono rimasto nelle mie traversie e nelle mie (le abbiamo a chiamare cosí?) fortune, sempre quel desso: un buon paesano vostro, un buon romagnolo. Non ho mai adulato i potenti, né pochi né molti... Non ho mai guardato da qual parte fossero piú voti, ma da quale stesse il diritto e forse la sventura.

E amatemi dunque, se ho conservato in me, schietto e sincero, il carattere della nostra vecchia stirpe.

E accennò, pare, anche «a quel bel sogno dell’asilo» come scrisse poi a Pirozz. Parlò pure, all’aperto, al popolo compaesano onorando il sindaco Leopoldo Tosi:

Saluto la piccola patria, che pur è un caro paese, forte paese di lavoratori; in cui ogni operaio ha due o tre arti alle mani, in cui il lavoro ha – per una fortuna, a dir vero, rara – sopra e accanto a sé piuttosto il socio che lo sfruttatore, il fratello piuttosto che il nemico, e piuttosto che il tiranno ha il maestro illuminato che lo guida e lo sorregge. Ho con queste parole nominato l’ingegnere Leopoldo Tosi, che né voi né io possiamo, né potremo piú disgiungere dal pensiero della nostra patria da lui beneficata e onorata.

Di queste brevi parole restò l’autografo; [35] del discorso in Consiglio c’è fra i presenti chi dice che lo leggesse: ma le cartelle (esse passavano via via in mano a un vicino) andarono perdute; e forse il bravo Pirozz Guidi, segretario comunale, cercava di ricostruire quelle parole per gli Atti comunali, dove non ce n’è traccia; ma nemmeno l’oratore le ricordava bene. E scriveva il 14 dicembre al Guidi: «Ho cercato e cercato nella mia memoria per rievocare il principio del mio discorso sammaurese e non l’ho trovato. Lo ricordi tu? Scrivimene almeno un cenno a Barga, dove mi reco a riposare da gravi fatiche durate fin qui. E mi porrò tutto col pensiero a quel bel sogno dell’asilo. Saluta tanto il nostro Poldo e digli che io sono sempre con lui alla Torre e a San Mauro. Quei ragazzi che correvano quella sera e dicevano fra di loro Zvaní! Un abbraccio».

Tornato a Bologna, vi si ferma fino a presso Natale: e pare che la poesia melanconicamente agreste del ritorno a San Mauro l’accompa gni ancora a Bologna e nella sua casa presso le colline della città: nel suo Diario autunnale [36] il 14 novembre vede la luna salire per narrare alle stelle la pietà dell’Istituto Rizzoli di San Michele in Bosco; e il 20 ascolta la voce «trista» del torrente Aposa che, pure, a marzo insegnerà il canto all’usignuolo; e il 12 dicembre accompagna il lamento dei narcisi di serra anelanti il loro fiorire – e morire – ma secondo i tempi delle stagioni... Il 12 novembre sognava col Pistelli di fare «in un giorno di pace (ma ne ho pochi o punti) la sua poesiina del Bambino; e alla prima nevicata ... un raccontino già disegnato». Insomma sembrano giornate di desideri idillici: cui naturalmente si mescola il pensiero di Castelvecchio. Ecco che cosa, da padrone bonario, scrive all’Attilia il 13 novembre.

Cara Attilia, le noci, con la tua solita testaccia smemorata, ti dimenticasti di rivoltarle, sicché sono tutte mezze buone, mezze secche; e quelli ai quali le abbiamo regalate ce l’hanno fatto osservare con nostra vergogna. Ci voleva tanto?? Ora bada alle olive! Non mandare a male anche quelle! Mandaci le pere spinelle e anche le altre, fuori che quelle che sono già spappolate e quelle che sono dure e possono aspettare il nostro ritorno. Mandaci anche un sacchetto di castagne secche e uno di farina dolce: a suo tempo. Leva le sborge dalle damigiane di vin buono, e guarda se c’è l’olio, e se non c’è, aggiungilo. Cosí fa ai fiaschi. Rincolma le botti, e tappale bene. Mandaci una damigiana (la piú grande) del vino migliore dell’anno passato: travasalo prima. Prima di rimettere i limoni, fa un cerchio più grande a quel limoncino che ha i rami troppo lunghi. Manda anche un salame di quelli vecchi. Tieni il pozzo chiuso, che non ci vadano foglie secche. Fa accomodare i tetti e il camino del caminetto con la sua bandierina. Quanto sono avanti i muratori? Non badare alle chiacchiere del Poppo e degli altri. Sono cose indegne di turbare le orecchie dei galantuomini. L’altro giorno fui nel mio paese nativo. Avessi visto! Avessi sentito! Banda da per tutto. Tutto il paese mi accompagnò alla stazione. Degli evviva che andavano al cielo! Posso proprio farne a meno della stima del Poppo e degli altri. Rimanderemo le quattro damigiane tutte insieme.

Per tuo comodo ripeto quel che ci hai da mandare ... e quel che hai da fare ...: scrivere di tutto, e specialmente dei nostri lavori; mutarti (ma questo non sarà facile) quella testaccia. Saluta il Nanni ..., il Maestrino, il tuo Poldino ... I piú cari li riceverai da Maria e da Giovanni Pascoli

Il 18 novembre si ricordava anche del Caselli (ma per lui quest’anno non resta quasi niente); il 22 riceveva la richiesta di un piccolo prestito, garantito da titoli, dal fratello Raffaele, che stava costruendo la sua casa a Pisa; e a dicembre avviava i preparativi per salire a Caprona: onde altri ordini dati scherzosamente all’Attilia il 5 dicembre (è proprio un momento sereno per Giovanni!).

Attilia! noi aspettiamo tutti i giorni una tua lettera, che non viene mai! Noi forse potremmo venire costà anche prestino, tra pochi giorni; ma come si fa, se tu non scrivi, se tu non ci dici a che punto troveremmo la casa e i suoi lavori? Noi veniamo per riposare, mica per essere seccati uggiti disturbati a ogni momento ... Tu aspetti che ti scriviamo noi ... Ma di che ti dobbiamo scrivere? Dobbiamo darti le notizie delle mie lezioni, dei miei esami, dei miei libri? A te questa roba non interessa: sono scioccate, tu diresti. Dunque scrivi tu. Sí: abbiamo ricevuto le pere, assai ben condizionate, e poi il cotechino e la salsiccia e il salame ... Ma potevi bene immaginare che noi le avevamo ricevute quelle cose. Noi invece come possiamo immaginare se il piantito sia fatto, se le finestre sono messe etc. etc.? Sgrànchiati, sgrànchiati quelle ditaccia, o tagliatele, che sono ormai inutili! Scrivi! Scrivi! Se non dobbiamo venire, la colpa sarà tua! Il peggio è che ti berrai tutto il mio vino. Già uno mi ha scritto che sei sempre ciucca. E poi da un pezzo sappiamo che ci hai piacere, che non torniamo. Ma abbi almeno riguardo alla nostra salute! Noi abbiamo bisogno di prender l’aria dei nostri monti; e tu ce lo impedisci! Non potevi far cominciare i lavori prima? E stare attorno perché facessero presto? Ma sappiamo anche che fai l’amore con uno di loro ... [37]

Dunque scrivi. Saluta tutti ... l’Amabile, Willy (come studia?) ... , il Maestrino mio caro ..., tutti i buoni amici; e i più cari li riceverai dai tuoi  GIOVANNI e MARIA PASCOLI

L’arrivo a Castelvecchio è fissato per la domenica 15; qualche giorno prima, l’avvertimento: e, nel ricordo di altre passate (una anche col Marcovigi) c’è un sapido pregustare di future felicità buongustaie; e certo nella lettera si sente l’esperienza e la curiosità di Maria.

Brava Attilia! ho ricevuto, e ti ringrazio. Bravi muratori, bravo maestrino. Sono molto contento. Domenica sera 15 saremo a casa. Se non ricevi altro avviso, è segno che quella sera arriveremo. Manda la solita carrozza a due cavalli a Bagni di Lucca ...Per la sera prepara una bella sfoglia di quattro o cinque uova, per far la pasta asciutta. Provvedi un po’ di burro, ammazza un pollo che terrai per il giorno dopo, compra un mezzo chilo di carne, acquista un coteghinetto, e mettilo a cuocere a fuoco lento, in modo che non si rompa, e che si spappoli proprio in bocca. Il tuo era squisito. Lo cocemmo cosí, e lo mangiammo ieri sera col dott. Cavazzi e con l’avv. Biondino pelacchiato. Dunque per la sera di domenica, sfoglia di pasta, un po’ di burro, il coteghino al fuoco. Cuoci anche sette o otto patate lesse, e lasciale calde. Quella sera mangeremo le tagliatelle al sugo (il sugo lo faremo noi col sughetto e il fegatino del pollo e con un po’ di carne magra) e il coteghino con la purée (la faremo noi con le patate lesse e il burro e il latte). Per il giorno dopo, resta la carne da brodo e il pollo. Fissa il latte in buona quantità e qualità per la mattina e la sera. Va subito a disdire la posta, in modo che te la portino costí. I giornali serviranno per tante cose, anche se nessuno li legge ...Per la vigilia di Natale è assicurato del gran buon pesce da Livorno. Godremo. Non ti dicevo mica che non badassi alle chiacchiere, per esempio, del Poldino e delle Poldine, e non ci riferissi quei bei fattarelli allegri, dicevo che tu non dovevi occuparti del Poppo e delle sue furfanterie. Dalle tue lettere non abbiamo capito se sia morto anche il Mere, e cosí si siano dilungate le nozze di quella brava giovinotta, che avrebbe fatto l’amore con un reggimento di soldati! Vedi che cosa vuol dire imparare a metter le virgole e i punti. Dalla tua lettera non si capisce nulla: son morti tutti e due, il Papini e il Mere; o il primo solo? Basta: per questo ti tirerò gli orecchi quando saremo costà! Bada: possiamo venir prima e dopo. In questi casi ti telegrafiamo con espresso pagato ...Tu sii accorta e non fare, al solito, l’imbecilla. Dunque arrivederci presto... I piú cari li riceverai dal tuo GIOVANI PASCOLI e MARIÚ

Anche al Caselli, il 14, preannunziava il passaggio da Lucca; e il 15 Giovanni arrivava a Castelvecchio, finalmente per un poco di riposo, di cui aveva mostrato, partendo, tanto desiderio a Pirozz. All’arrivo una sorpresa: i suoi quattro peri — era il 15 dicembre — erano fioriti: se ne meraviglia e li descrive in Nellorto del Diario autunnale. «A casa mia giunto sul vespro alfine – io vedo un sogno ch’è pur cosa vera. — I quattro peri che piantai nell’orto – a circondar la conca d’arenaria, — vedo fioriti! E il cielo è bigio e smorto ... – Marzo a decembre, alba somiglia a sera! – Eppure altro è il principio, altra la fine...»

In quel riposato e dolce ostello (cosí avrà pensato con Dante) desiderava la musica; e protestava col Bianchi, il 23, perché quei del «Carlino», cui aveva chiesto «per compenso un po’ di musica per il piano melodico», non gli avevano dato nulla. «Io ho bisogno della musica per ispirarmi qua, e per velare il suono delle campane che rintuonano spesso a dispetto e non a gloria»: per ispirarsi nei sempre risognati Poemi del Risorgimento (e niente esclusivismo: c’è Garibaldi ma c’è Cavour, c’è Mazzini ma c’è Carlo Alberto ...»); [38] e anche per distrarsi durante il lavoro per un vagheggiato «Dante per le scuole» e per quel «volumetto sintetico» di estetica fanciullina...

Cosí sul finire dell’anno, attendendo il Natale, riposava lavorando e meditava sorridendo. E proprio nel numero di «Natale 1907», 15-25 dicembre, la «Scena illustrata» pubblicava quelle ingegnose, gentili e garbatamente scherzose Confidenze di salotto, che rivelano tanto del suo carattere.

La principale linea del mio carattere – La fedeltà, mi pare.

La mia passione dominante – Sarebbe l’amore: è... il fumo!

La dote che preferisco in un uomo – L’allegria.

La dote che preferisco in una donna – La tenerezza.

La mia migliore virtú – La pazienza... se è una virtú.

Il mio difetto principale – La pazienza... se è un difetto.

La mia occupazione favorita – Pensare.

Il mio sogno di felicità – Non faccio di codesti sogni.

Quale sarebbe la piú grave sventura – Premorire.

Ciò che vorrei essere – Un grande benefattore, o anche piccolo.

Il paese dove vorrei vivere – Sull’Aspromonte.

Il colore che preferisco – Il rosso.

Il fiore che preferisco – Impossibile decidersi: rosa di macchia? pervinca? violetta? giacinto? bucaneve? etc.

L’animale che preferisco – Gulí (un cane).

I miei autori favoriti in prosa – Platone e Manzoni.

I miei poeti favoriti – Omero Virgilio Dante e Leopardi.

I miei musicisti favoriti – Rossini e Verdi.

I miei eroi favoriti nella finzione – Achille.

Le mie eroine favorite nella finzione – Elissa.

I miei eroi favoriti nella vita reale – Garibaldi.

Le mie eroine favorite nella vita reale – Anita.

Bevanda e cibo che preferisco – Vino e pane.

Ciò che detesto di piú – Il tradimento.

La sport che preferisco – Ahimè... tutti!

Il genere di locomozione che prediligo – L’automobile dell’Alberani.

La riforma che credo piú utile – L’abolizione della ricchezza privata.

Il dono di natura che vorrei avere – Sonare e cantare.

Come vorrei morire – Senza rimorsi.

Stato presente al mio spirito – Lietezza e confidenza.

Stato dominante al mio spirito – Preoccupazione.

Errori che inspirano piú indulgenza – Proprio tutti.

Il mio motto – Sub arbuto (bianco e verde nel verno). [39]

Un poco piú amaramente quest’anno stesso aveva tracciato un pensiero che Maria ci ha conservato: «Ora non ho bisogno di nulla. Un tempo di tutto. Ma allora non ci fu nessuno per me. Ora mi tengo il molto male che nessuno piú può togliermi, e il poco bene che nessuno può attribuirsi». E un poco piú confidente, parlando di alcune poesie che voleva fare, si chiede: «Perché? Per nessun fine ... Però un tempo si leggeranno, si ameranno ... e l’umanità ne sarà consolata. Ora io sono lieto nel fare ciò come se ci fossi presente. Allo stesso modo che Dio non predestina (ma) sa quello che noi diciamo prevedere, il poeta vede ciò (che) gli ha concesso Dio. Ebbene io vedo. Questa coscienza è ciò che fa compagnia e coraggio». [40]

Ed ecco il Natale: e il 21 dicembre, alle prime melodie delle ciaramelle, conchiudeva il suo Diario autunnale: e ancora una volta con una poesia che è fatta e vale quasi solo per la musica:

Io sento il suono dell’antica avena

su l’alba ancora scialba ma serena...

canta l’antica sacra cantilena! ...

Dice: «Era il sole per fuggir dal cielo.

Oggi s’è fermo e tornerà pian piano.

Piccolo è il seme, ma fa lungo stelo ...

Tutto finisce e tutto ricomincia, come il giro del sole e l’anno. Ma, ripetiamolo pure, «altro è il principio, altra la fine».

III - IL 1908: LA MISTERIOSA MALATTIA
L’INCIDENTE UNIVERSITARIO COL BARBI - PASCOLI PROFESSORE

Il 1908 si presenta, oltre a tutto il resto, come l’anno delle malattie, e delle incomprensioni sospettose a quelle connesse. Partiti da Castelvecchio, passando il 10 gennaio da Lucca, poco dopo l’arrivo a Bologna Maria si mise a letto. Ecco le malinconiche anche se pittoresche notizie date all’Attilia il 14 del mese.

Cara Attilia, Mariú s’è allettata domenica e non so quando si leverà. Ha una forma benigna leggera ma di scarlattina... Volevo telegrafarti, ma a che? Ti saresti ammalata subito per consenso se non per contagio. Io sono sempre in casa e sempre solo. Si sentono gli organetti sonare nella strada; e a me viene una melanconia da non dire. Fortuna che abbiamo ritrovata la servetta dell’anno passato; ma poco può e sa fare. Pazienza! Anche qua fa bello e... freddo! Io sto nell’anticamera con uno scaldino, vicino alla mia Mariú. Non faccio nulla, perché non ci ho la testa. Ieri avemmo le damigiane e la cassetta ... Aspetto il formaggio che con questo pane buono fresco mi andrebbe molto. Del tuo maiale non far niente per noi. Solamente fa fare dal Biella, nel modo dell’ultima volta, un kilo tutto al piú di salsiccia bonissima, e mandala subito, sí che io l’abbia fresca fresca. Non pensare a far zamponi! Fa qualche salame di piú.

Scrissi al dottore una lettera lunga e poi una cartolina. Speriamo che le cose di costà si accomodino, si che io possa covare in pace i miei dispiaceri. Godo che i limoni e i mandarini stiano al calduccio ... Fa che il maestrino faccia le serrature del salotto nuovo. Scrivimi tue notizie e tutto quello che ti salta in testa. Consolaci un po’ coi tuoi sprepositi! Oggi, a veder la tua lettera, speravamo di divertirci Dio sa quanto; ma hai scritto poco e perciò meno male.

I piú cari li riceverai da Mariú e da   GIOVANNI PASCOLI

Delle mie lettere, che riponi per far qualche soldo col tempo, conserva – ti raccomando – anche le buste!

Come si vede nelle lettere ai suoi paesani si compiaceva delle parole popolaresche; è un altro esempio dei noti rapporti linguistici. Cosí nella lettera che segue, la quale aggiungeva pure istruzioni al Maestrino per lavori nei soffitti della casa. È del 24 gennaio.

Cara Attilia, finalmente Mariú è in convalescenza ma debole sfinita, e ha bisogno di molti riguardi... Ma a che te ne scrivo? Mi pare che a te ne sia importato ben poco, ché non hai scritto nemmeno una volta per domandar notizie. E non hai mandato nemmeno due o tre ova, sapendo che quelle di qua Mariú non le vuole, e ha ragione di non volerle. E non hai mandato quel kilo di salsiccia, che a me, obbligato a far molto da me, avrebbe molto giovato per fare un desinarino in fretta e bonino. Niente! Ma temo che ti sia successo qualcosa, e perciò non aggiungo altro. Ora che la salsiccia sarà dissugata, non la mandar piú: cosí non mi piace ... Io non so piú che dirmi; che è successo a voi altri? Tuo GIOVANNI PASCOLI

Resta anche fra le Agende annuali, saltuariamente scritte da Giovanni ma specialmente da Maria – e da tuttedue continuate fin presso la loro morte – quella del 1908, che ha intercalati alcuni foglietti con poesie, anche di Sibylla (Maria), accenni a lezioni, appunti, disegni vari... Il 14 gennaio Giovanni scrisse: «Mariú a letto! Soffre! Poverina! Io vo qua e là, senza far nulla, con tanta tanta tristezza!» Dopo il 20, però, Maria è guarita e riprende a scrivere lei l’Agenda; Giovanni intanto lavora: oltre al «poemetto semigeorgico e lievemente satirico» de I due vicini per la «Lettura» (del quale corresse con varianti le bozze il 31 marzo), compí «una cotale Vertigine, poemetto filosofico, ispirato da una notizia ... del Corriere», ma invece che al «Corriere» volle pubblicarla nella «Rassegna» romana il 1° gennaio (al Bianchi, 18 gennaio); e sta meditando «un canto di emigrazione, sacro anch’esso, come Italy, all’Italia raminga»: il titolo è LArpa, ma diverrà Pietole (stampato poi sul «Corriere della Sera» il 9 luglio 1909). Ispiratore è Virgilio, l’umanissimo amico del libero lavoro dei campi, che in questo stesso 1908 suggerirà pure il poemetto latino Ecloga XI sive ovis peculiaris. Scrisse anche, il 9 giugno, la Prefazione alla Miscellanea tassoniana, edita dal Formiggini. Ma nella fantasia e nel cuore aveva ora le Canzoni di Re Enzio, di cui quella dell’Olifante era già finita nel maggio e quella del Carroccio nell’ottobre; e piú ancora i nuovi Poemi della patria (o del Risorgimento), anche se voleva che se ne parlasse poco nel timore «non paresse che volessi emulare la Canzone di Garibaldi del D’Annunzio e le Rapsodie del Marradi» (del suo poema garibaldino, anzi, rivendica il 27 marzo col Bianchi la priorità sul D’Annunzio); e aveva anche i Poemetti latini, che avrebbe voluto stampare, contemporaneamente – se pur in altro volume – alla loro traduzione: fatta però o da lui stesso o da Maria. Molti dei poemetti però mancavano; gli occorreva «quiete e tempo» e qualche viaggio... archeologico: per ora «dunque silenzio! silenzio! silenzio!»

Prometteva anche un’iscrizione a Pirozz il 31 marzo; e seguiva la sua «Biblioteca Universale»: anzi il 18 gennaio inviava al Bianchi per la recensione nel «Corriere» il volume tradotto di quel Whitman che egli, però, nella Lettera a Giuseppe Chiarini non aveva molto lodato come poeta del verso libero: specialmente poi non dimenticava i ragazzi, per cui ora finalmente terminò la «novellina invernale», Pin, già disegnata nel 1906 e inviata al Pistelli il 25 febbraio 1908 per il «Giornalino della domenica». L’invio coincideva con la fastosa ranpresentazione a Roma della tragedia La Nave di D’Annunzio: e il Pascoli – fra l’umile e il malizioso — commentava: «Possa piacerle Pin, la mia nave, oh! come piccolina!» Comparsa in brutta forma nel «Giornalino» del 15 marzo, suscitò l’irritazione dell’autore: «Ahimè! che porcheria! .. . L’ho stracciata, sai!»

Ma nemmeno il lavoro bastava a distrarlo: quella povera casa di Bologna adesso non era tranquilla. La prima notazione di Maria, guarita, nell’Agenda è del 23 gennaio: «In casa un pò di nervosismo ... prodotto da roba scolastica. Che dobbiamo salutarti, o Bologna?»; e del 3 febbraio, queste altre righe, pure di Maria (e cosí caratteristicamente sue): «Il prof. Acri, e i maestri seccano maledettamente Giovanni. In quella scuola per i maestri mi pare un re che dalla sua splendida reggia vada a far l’amore con certe donne... Ognuno al suo posto». Eppure Giovanni, a quel Corso pedagogico, diceva di tenerci tanto!

Tra questa maretta universitaria, egli doveva curare anche la grande commemorazione del Carducci che lo Studio bolognese faceva nel primo anniversario della morte. Ne aveva scritto fin dal 23 dicembre al Bianchi: «Il 16 febbraio si farà a Bologna la solenne commemorazione di G. Carducci: la farò io, e cosí al solito, Carducci sarà glorificato e il povero Zvani calpestato. Ma è curiosa, non è vero?, che vogliono Carducci a modo loro, e non come era veramente! O allora, la loro stima dove va? Robaccia!» Anche al Pistelli in febbraio, scusando il ritardo nell’invio della novellina, diceva: «...Ho la commemorazione (quinta mi pare; e non sono il canarino!) di G. C. da fare. E tante ingiurie da buscare...». Il «canarino», per i discepoli del Carducci, era Guido Mazzoni. Cosí preparato, il 16 febbraio nell’Aula Magna, presente l’onorevole Sindaco, il magnifico Rettore, cittadini, colleghi, studenti e signore – fra queste le figlie del Maestro – lesse il discorso: Il poeta del secondo Risorgimento. Anche questo è – nel consueto lirismo pascoliano, di tono e di accostamenti – una esaltazione dell’uomo-poeta Carducci fuso nel-l’alone della storia ultima d’Italia, e quasi demiurgo di essa, egli che giungeva a Bologna a cominciare il suo compito quando cominciava quest’Italia, e anzi quello stesso 10 novembre in cui Garibaldi approdava a Caprera: onde ecco Carducci e Bologna, Carducci e Roma, Carducci e l’Italia: a fianco, Garibaldi, non assenti Mazzini e il Re; e la seconda Roma volgente alla terza «che distribuisce la libertà a tutte le genti e la giustizia a tutti gli uomini»; ma sempre in nome della Patria, ché solo per essa – che è prima – si giunge all’umanità.

Dopo questi discorsi egli sentiva più forte attorno a sé il contrasto, l’ostilità, e la pena dei confronti («i clericali, amici della Regina Madre, in nessuna delle cerimonie del passaggio della biblioteca carducciana etc. etc. hanno tenuto conto di me...» 15 apr., al Caselli; ciò mentre altri diceva che era «clericale», onde ne scherzava col Pistelli). Per questo, brontolava contro tutte le specie di critica: la quale non gli piaceva «né quando solo loda, né quando solo biasima, né quando un poco loda e un poco biasima, né quando né loda né biasima» (a Ettore Cozzani); e per questo egli «successore...» ma «come l’aceto del vino» (15 aprile, al Caselli), sognava la liberazione. «Io, in questo mio penoso litigioso tedioso laborioso uffizio – oh! non desiderato! – di successore, non ho il tempo che ad altri abbonda, di esprimere tutto ciò che d’indefinito – e d’infinito – ho nell’anima»: cosí si rivelava conscio della propria ispirazione: ma doveva aggiungere: «Tristo destino passare per imitatore de’ suoi imitatori! E m’è già toccato altre volte. E vorrei non mi toccasse più. Ché per un poeta questo è il destino più tristo. Un poeta o è lui o non è» (al Caselli, 27 marzo). Esperti dello sviluppo dell’arte italiana negli anni seguenti, non si può che sentire la verità di queste intuizioni: anche se egli particolarmente si riferiva al Pastonchi, uno degli «innumerevoli scimmiotti» suoi (25 febbraio). Più villanescamente, da Barga – come faceva sapere al Caselli il 19 febbraio – gli arrivavano cartoline canzonatorie anonime: ché «per due sante parole dette a favore dei medici condotti e della civiltà, continuano anche oggi a insultarmi davanti al popolo ... Ma badate! ai miei funerali non voglio né lucchesi né barghigiani». Cosí Barga correva un bel rischio! Ma qui c’entrava specialmente, per dir cosí, la politica. [41]

Anche i due distici latini da mettere nell’atrio della ricostruita basilica di San Paolo a Roma, cui l’aveva invitato il Rava e cui lavorava durante quest’anno (e la «Corsonna» di Barga li riproduceva il 25 ottobre), per le opposizioni ideali e formali (e certo anche per quelle personali) non furono scolpiti. Non senza qualche ragione, egli ricollega tutti questi fatti alle proprie idee, mal ascoltate: «Riconosco che sono più avvezzo (sebbene ci patisco pur tanto!) alle contumelie e alle ignominie che alle carezze . . . Ma via! Facciamo quel che ci chiede il nostro dovere! ... Ma accidenti ai partiti! Hai veduto quanto ha tolto al De Amicis, di compianto e di lode, la sua conversione al socialismo?» (al Bianchi 25 aprile).

 

Parve che davvero per tutto questo gli si perturbasse il sangue: e adesso, dopo Maria, si ammalò lui. La malattia (una fistola) covava da un poco e se n’era già parlato a Castelvecchio; ma peggiorò e, pur ritardato fino alle vacanze pasquali, fu necessario un intervento. Il 23 marzo Giovanni aveva annunziato al Caselli: «tra poco speriamo di andare nel nostro romitaggio a lavorare...»; ma il 31 marzo comunicava a Pirozz l’impossibilità almeno per un mese di fare una richiesta commemorazione carducciana a Santarcangelo; e il 1° aprile doveva scrivere all’Attilia il contrario che al Caselli.

Cara Attilia, non possiamo venir cosí presto. Io devo curarmi, e per cominciare la cura devo aspettare la fine delle lezioni che continuano ancora. Potremo tornare per qualche giorno? Non lo sappiamo. Del resto, fuori che per te e per il dottore, poco male! Ci hanno avvelenata la vita costà!

Bisogna oggi stesso (1° aprile) pagare il Nello. Hai cento lire tu? Se mai, pagalo. E subito mandami il conto di quanto io ti devo, oltre coteste cento lire. Ma lavora il Nello? Il mio fine, nel prenderlo, era di avere sempre in assetto la nostra Chiusa e le vigne; di non aver sempre tutto sbandato e sempre tutto da fare, come fossimo i piú abbandonati  e i piú disperati di tutti. Siamo, quest’anno, avanzati in nulla? O tutto è come gli anni passati? Dimmi un po’ come vanno le cose. L’orto va bene? Che cosa c’è di seminato? Le api come si trovano? Hanno cominciato a lavorare? Ma non ci andate attorno troppo; se no, incrostano di propoli (ti spiegherò poi cos’è) il vetro, e dopo non si vede piè nulla.

Quant’olio abbiamo avuto? Mandami subito quello che è rimasto di vino vecchio, se ce n’è una damigiana. Se no, una di vino nuovo ... A te tanti baci da Maria e se vuoi anche dal tuo Giovanni Pascoli

Il giorno 7 fu operato; l’Agenda porta nella data questa nota di Maria: «Operazione a Giovannino, fatta dal prof. Negrisoli. Grande strazio»; e veramente l’operazione e la malattia si mostrarono più gravi del previsto: Maria si affrettava l’8 a darne notizia.

Carissima Attilia, non so se glielo abbia detto il suo cuore. Ieri 7 aprile alle ore 14 e mezza, Giovannino è stato operato di quel disturbo che le accennai, e che vide anche il dottor Caproni. Era cosa piú grave di quello che non si credeva. L’operazione è stata dolorosissima tanto da far uscire dalla bocca di Giovannino qualche alto gemito disperato. Io non le so dire di me. Ero in un’altra stanza con Gulí e nel sentire la voce dolorosa di Giovannino ero diventata come una furia. Gulí abbaiava disperatamente. Che brutto e triste momento! non me lo posso levare dalla mente! Hanno preso parte all’operazione tre bravissimi dottori. Ed ora, or l’uno or l’altro se lo curano con un amore indicibile. È una vera gara di sollecitudine e di affetto. A Castelvecchio sarebbe stato impossibile fare tutto quello che occorreva, sí per le disinfezioni, sí per la quasi continua assistenza. Abbiamo dovuto fare qui, ed ora bisogna che aspettiamo che la ferita si rimargini un po’. Io credo piú di no che di sí per la nostra venuta pasquale costí. Ma Giovannino spera. Intanto è a letto, e come! Se tutto seguiterà a andar bene, come spero che la mia Madonnina mi farà grazia, per la guarigione completa occorrerà piú d’un mese. Però a Castelvecchio con molti comodi ci potrebbe venire fra una diecina di giorni. Ma ci converrà? Che ci consiglia lei? Ci saranno dispiaceri ad attenderci?

Noi restiamo sorpresi per la lentezza del Nello. Eravamo piú avanti l’anno scorso. In quanto all’opre che lui dice, noi non intendiamo affatto di pigliarne per la zappatura delle viti. Diavolo! Un po’ per giorno non deve riuscirci da sé? ... Se non potremo venire nemmeno per fare la Pasqua costí, le scriveremo le istruzioni per il vino da imbottigliare. Intanto lei preghi per Giovannino e faccia pregare la santa Isabella e gl’innocenti bambini.

Temiamo che il dott. Caproni si sia avuto a male dell’ultima lettera di Giovannino. Ma in verità è stato solo Giovannino a pigliarsi insulti e derisioni dai giornalisti di Barga senza una qualsiasi riparazione. E a lui, conte lei sa, non importa affatto se fanno questa o quella strada, e non ha nessun vantaggio da ciò che fanno o non fanno i barghigiani. [42] Basta, Giovannino ha sofferto molto per le barghigianate e sente un santo orrore per quel paese. Dal quale è escluso completamente il nostro dott. Caproni, al quale tutti e due vogliamo tanto tanto bene. Ci aveva promesso di fare una corsa a Bologna, ma non s’è mai visto. Pazienza! lei saluti tutti i buoni amici e la sua cara famiglia e si abbia lei un bacio da me e uno da Giovannino. Sua   MARIA

Lentissima fu a rimarginarsi la profonda ferita; anzi il sangue continuava ad uscire. «Sono levato, ma la mia ferita non so quando rimarginerà e mi lascerà libero di uscire a camminare» (13 aprile); «la mia ferita di tre centimetri di profondità sarà rimarginata Dio sa quando»; per fortuna che era assistito con tanto affetto «da Mariù suora di carità, ma cristiana, non paolotta!» (15 aprile). Anche in maggio, sempre al Caselli, che sappiamo proprietario di una cava di marmo, diceva scherzando che lui aveva una «cava di sangue» (7 maggio); e trattenuto a Bologna pensava a Castelvecchio, alle statue dei Santi, ai disegni di Bistolfi e Ghignoni per la cappellini, al salotto nuovo da far dipingere insieme col vecchio («Casa mia! Casa mia! [43] senza prosternazioni e favori e carità, mia! Mia e di Maria! E tua»: 15 apr., 7 maggio); e ciò pur se «anche economicamente ci va male; non guadagno più nulla fuori della scuola» (7 maggio).

E purtroppo in tutte le cose sue, belle o brutte, gli pareva si levassero anche delle complicazioni a perturbare sempre più quella sua già apprensiva natura. Questa volta la colpa della complicazione è data all’amico Bianchi. L’11 marzo era morto il De Amicis. Pascoli ne disse brevi parole subito il 12, prima della lezione universitaria; e altre pure brevi ne scrisse, [44] pur rifiutando un ricordo al «Giornalino della Domenica», chiestogli dal Pistelli. Certo per suggerimento del Bianchi, il poeta fu invitato dal sindaco senatore Ponti a farne il 10 maggio la commemorazione in quella Milano che lo spaventava: ed accettò (ne davano notizia anche i giornali di Barga). Ma sopraggiunse la malattia; il Pascoli, forse nemmeno del tutto addolorato, dovette avvertire della necessaria rinunzia. Resta la minuta a matita della lettera al Sindaco scritta, nell’aprile, da Maria sotto dettatura e da lei ricopiata.

Onorevole Senatore, non scrivo (e scrivo con la mano di mia sorella) al Sindaco di Milano. Mi rivolgo per ora al gentiluomo amato e venerato.

Non disdegni questa breve storia di mie umane miserie. Quando accettai il grato invito di commemorare de Amicis a Milano, mi preparai subito a subire un piccolo atto chirurgico che da un pezzo mi era necessario e senza il quale non avrei potuto intraprendere il desiderato viaggio. L’operazione, secondo i medici, non mi avrebbe preso che tre o quattro giorni del mio tempo. Cosí aspettai che cominciassero le vacanze pasquali, feci le ultime lezioni e mi sottoposi ai ferri del chirurgo. Ma i medici mi avevano pietosamente nascosto, come il dolore dell’operazione, cosí la durata della cura. Ora so che la ferita non sarà rimarginata che tra un mese o giú di lí.

Che debbo fare? Attendere che venga il giorno stabilito per la commemorazione e dire allora che non posso farla? No. Dire sin d’ora che può darsi il caso che io non la faccia? Nemmeno. Mi sembra che il mio dovere sia di pregare sin d’ora la S. V. di ricorrere ad altro oratore. Tanto piú che, tra letto e lettuccio, non posso avere tanto d’agio e di calma che valgano a preparare un’orazione meno indegna del grande educatore e della nobile Milano. Mi piange il cuore a pensare che la S. V. resti malcontenta di me e creda che io manchi d’amore e di rispetto alla città alla quale lei presiede. Ho bisogno di una parola buona che compatisca e consoli. Per questo le ho scritto.

Aprile 1908

Il sindaco «fu nobilissimo e assentí con gentile telegramma»; ma il Bianchi, che conosceva per esperienza i tentennamenti e le paure del Pascoli, pensò forse a una scusa: tanto piú che la qualità del male – la cui specificazione non si trova mai in nessuna lettera – si cercava di velarla con un po’ di segreto pudore, anzi si parlava, come con il Pistelli, di «un certo maluzzo». Cosí avvenne che il Bianchi «diede prova di diffidenza ... scrivendo per informazioni al dott. Cavazza», mentre non si curava d’altro: e Milano «teneva uno sdegnoso silenzio». Già, «non mi è permesso nemmeno di star male!» (al Caselli, 7 maggio). E ne era «molto indignato» tanto piú che il «Corriere» o la «Lettura» avrebbero dovuto «per umano riguardo» dargli «quel poco che vogliono darmi, ora che ne ho bisogno»; anche perché, sí, egli è il ... successore di Carducci, ma non ha del Carducci e nemmeno del Ferrari i vantaggini e i vantaggioni»: nemmeno dal «Carlino», pur quando gli diede il testo del discorso carducciano, chiese (o ebbe) qualcosa . . . Allora però Milano si mosse, e giunsero 500 lire; e questo lo rassicurò; ma gli pareva che continuassero a tenergli «il broncio: e io ne ho dispetto incredibile» (14 maggio). Già, quel benedetto Bianchi che vuol polemizzare»; e lui, Giovanni, dovrebbe avere «il male e il torto...»; come è «stufo di dover sottostare ai giudizi di una persona che non m’è nulla, e tuttavia s’arroga d’essere il mio tutore e il patrono . . .» (povero Bianchi!). Invece si parlava perfino di dover rifare l’operazione (14 luglio, al Caselli). Cosí che il 17 giugno scatta in un sincero, quasi ingenuamente fanciullesco sfogo proprio col Bianchi: certo è malato, e sogna di andare a rimettersi a Castelvecchio per «quest’anno di grandi fatiche e di grandi angoscie . . .». Ma c’è chi non crede alle sue malattie, e ha scritto a un altro «per vedere se dicevo... la bugia! Io, le bugie!? Non ne ho dette mi nemmeno da piccino, e la prima cosa quando mi dovevo confessare e cercavo, senza trovare, nella mia anima allora cosí bianca e limpida, e mi sovveniva questo perpetuo ammonimento di non dir bugie, ne dicevo una, dicendo: Ho detto le bugie! Care memorie queste ...»

Anche a Milano però non avevano tutti i torti, se seppero che il 2 (non il 4) maggio lesse un discorso Ai medici condotti nella clinica di SantOrsola di Bologna, a chiusura di un corso tenuto per loro: discorso caro e sentito, perché rientra in quella sua viva campagna per i medici condotti e per i loro parchi stipendi. Era elogiato per primo «il maestro», Augusto Murri «che vi ha porto il primo saluto... e vi ha detto:... Gioia con voi, esso che non sa piú gioia, che sia...» E il Murri 1’8 maggio commosso ringraziava il poeta:

Signor Professore, tutti questi giorni la voce sua m’è rimasta nell’orecchie, l’immagine sua negli occhi, la generosità sua nell’anima: è come un’ossessione, di cui non mi so liberare e vorrei. Vorrei, perché non è tutto godimento il mio: è anche rimprovero, è vergogna della mia insufficienza: io non le seppi dire neppure grazie! Certo ella lesse nel mio smarrimento. Ma tutto non può aver letto, nonostante gli occhi lincei, perché io le dissi della bontà de’ miei colleghi, ma non ebbi calma, né modo per soggiungere ch’essi furono i piú generosi. Che parola avrei dovuto usare per lei, che per legami non di collega, ma per quelli altissimi d’uomo nobile verso uno sventurato non mi fu men generoso di loro? E io non le dissi nulla e questa è la ossessione mia! Obbligatis.o    A. MURRI

In giugno però scriveva agli amici di star meglio: andava anzi a pranzo «dal Belletti, fuori di San Mamolo» a mangiare il brodetto fatto col pesce ricevuto da Pirozz (11 giugno), e prima del 20 pensava di fare una corsa di qualche giorno a Bellaria. [45] Il 12 giugno mandava una delle solite vivaci lettere all’Attilia, già coll’animo nella sua Chiusa, anche se con la solita ira contro il povero «Rettore» di San Niccolò, che egli immaginava sempre come causa dei dispetti paesani.

Cara Attilia, avverti il Rosso che ritiri a Borgo a Mozzano via via quel che arriva ... Avemmo il vino (come buono! sí quello della piccola e sí quello della grande damigiana!) e le uova e i fiori. Brava, povera Attilia, tu sei la nostra consolazione.

Noi torneremo sull’ultimo del mese, e t’avvertiremo a tempo. Che voglia abbiamo della nostra casa e di voi altri! Io ho altre notizie intorno alla cura del marito dell’Amabile. Ma ne parleremo costí. Ti basti che un bravissimo specialista mi fece intendere che per la cura non avrebbe preso nulla... Oh! i medici mi vogliono bene! E anch’io però combatto per la loro causa, sebbene il tuo cugino Caproni mi dia molto dispiacere... Basta. Non vedo l’ora di vedervi! Speriamo di poterti portare un regalino. Intanto lavoro, sebbene non stia bene, lavoro per i soldi. Come è dura la vita! Come si starebbe bene costí a mangiar polenta, se anche costí non ci fossero tanti vigliacchi e il prete! Oh! il prete! il prete! il prete! ... Gli uomini non avranno pace, fin che ci siano i preti. La religione, cioè la bontà e l’amore, non trionferanno se non quando non ci sarà piú un prete su questa terra.

Quanto all’imbianchino, faremo quando saremo venuti. Vuol dire che se mai prenderemo le gambe per quindici giorni e andremo a passare qualche giorno in riva al mare, al Forte de’ Marmi o a Massa ... E speriamo di trovare galletti e pollastrine. Speriamo di trovare un bell'orticello verde. Non risparmiare l’acqua se c’è nella cisterna. Vuoi che non piova piú? Qua ha fatto fresco a un tratto, e poi caldo come prima ... Scrivi subito. Facci compagnia in questi giorni che son lunghi e caldi. La coda è la piú dura a scorticare, sai. Guarda se quel canettaccio del pretoccolaccio s’è avvezzato a venir dentro la Chiusa. Se mai, sgomentalo. Gulí ha bisogno di far le sue passeggiatine in pace ...

Io ho una gran voglia di belle merendine, con un bicchier di vino buono ... Arrivederci presto. E perché dunque non scrivi a me? Perché scrivi sempre a Mariú che non scrive mai? Sei molto ma molto altezzosa! I piú cari li riceverai dal tuo    GIOVANNI PASCOLI e i meno cari da Mariú

Bologna 12 giugno 1908

Quel tisicuzzo dell’avvocatino tirchino e biondino, qui presente, ti manda un saluto, ma regali punti. Il saluto non costa nulla: i saluti sceccan le botti.

Giovanni poteva ormai anche scherzare, e questa volta ne facevano insieme le spese l’Attilia e l’amico Marcovigi. Il 30 però dovette scrivere a Pirozz: «Mi trattengo ancora, perché non sto ancora bene». Ma ai primi di luglio finalmente partivano; e quasi appena arrivato a Castelvecchio (il 10) scriveva – come caro saluto – quell’articolo per «La Prensa» argentina, che è un’umanissima e poetica visione della sua terra barghigiana: Meditazioni d’un solitario italiano. Un paese donde si emigra. Qui per una certa ingegnosa ma commossa insistenza di accostamenti fra le... due Americhe, la sociologia diventa fantasia e forse poesia: e non solo di parole, ma di contemplazione e di sentimento trasfiguratori. Egli descrive quella «bella piccola America» toscana, un’«America abbreviata» piena di poesia, e che dà il grano, il granturco e specialmente il castagno, «il nostro albero del pane»; che è piena di chiese e scarsa di scuole; con molte donne e fanciulli e pochi uomini, che sono oltre Oceano: ma gli abitanti della grande e della piccola America possono ben dirsi fratelli: «o pionieri delle terre vergini stringete la mano ai raspatori delle terre esauste: i vostri animi sono della medesima tempra». Ed egli è salito lassù «per fare un po’ di preparazione al... passaggio»; ché anche lassù certo ci sono tanti difetti, «ma c’è una cosa buona . . ., che il lavoro non è concepito come una pena, e che il premio che uno sogna ... con l’assiduo lavoro di tutta la vita è un poderetto da lavorare ... ma sul suo, ma in libertà. Lavoro e libertà: non è questo il grande grido dell’America grande?»; ma è anche il grido che si leva qui. [46] O povero grande Giovanni: basta un colpo d’ala – e un grande sogno – per levarti in alto dalle quotidiane miseriole che troppe volte ti opprimono e talvolta anche ti immiseriscono!

A Barga intanto avvenivano alcuni fatti pubblici che l’avranno interessato: il sindaco Giuliani (quello che aveva poco garbatamente risposto alle sue dimissioni da cittadino) è ora costretto lui alle dimissioni, anche se lo sostituisce il dott. Lazzeroni, «un medico crumiro», che il Pascoli aveva un giorno enumerato al Caselli fra quelli che gli erano ostili; vi andavano però esercitando troppo influsso, per il loro denaro, i reduci «americani», con «egoismo feroce, con orgoglio smisurato ... e punta moralità e probità»; «l’ignoranza e la villania vuol sopraffare la vecchia città colta e cortese: Materialismo anzi Concimismo storico in azione» (al Caselli, 27 ott.).

E perfino la critica, come la religione a causa di quel rettore di San Niccolò, gli pareva farsi politica: anche qui, si sa... tutti contro di lui. Un articolo di Ferdinando Paolieri su La Canzone dellOlifante e la poesia epica italiana, che se la prendeva anche col Manzoni, e cui il 7 agosto rispose il Pistelli, non solo gli ispirava la velleità («mi basti voluisse») di «tentar di ridurre la critica ne’ suoi confini e cosí, discorrendo, di far tornare i giovani che vogliono arrivare a furia d’insultare e vituperare gli altri, a retta e sana coscienza», ma gli faceva pensare a un fatto veramente «curioso», che cioè l’articolo fosse stato scritto «per commissione del Pellerano», il deputato che già gli aveva scritto l’anno prima, «il quale combatte me, qua dove vivo ... severissimamente segregato ... raccogliendo gli articoli contro le mie poesie ...» per convincere i contadini «che io non sono un professore, e che sono anzi un asino» (al Pistelli, 9 agosto).

Ma anche in Europa, con quelle mosse dell’Austria che finge ritirarsi dal Sangiaccato... E in questa irritazione politica, locale o europea, come aveva per uno tirato in ballo tutti i preti, cosí per una nazione poneva allo sbaraglio le altre: «Meglio sarebbe in questo momento una gran guerra anche rovinosa. L’Italia risorgerebbe dopo, la prima volta»! Cosi il vecchio discorso Allecto del 1897, pare ricongiungersi profeticamente agli anni del 1915-18 (se non, forse, purtroppo, a quelli di dopo il 1940-44!).

Quanto a lui, realmente, continuava a soccorrere con l’aiuto anche del Caselli, qualcuno dei poveri conterranei, e a ornare di simboli, mediante piccole statue sacre, la sua casetta (un San Lorenzo, cui avrebbe voluto dare come insegna, non la graticola, ma le stelle cadenti del 10 agosto; e più piccole, appena di un mezzo metro, ancora quelle già desiderate di S. Giovanni e Maria vergine); e seguitava a studiare sui disegni la ricostruzione della cappellina. Pensava anche ai suoi medici, e ringraziandoli di un banchetto che gli offrivano il 17 settembre in Castelnuovo, auspicava – per il bene della terza Italia – «l’unione di tutte le categorie generate dalla scuola» non solo per il bene dei medici, ma perché quell’unione, «come da una immensa cascata di idee e di sentimenti, farà una gran luce, produrrà un gran movimento ... a utilità di tutti».

Oltre che col lavoro, egli cercava di nuovo di consolarsi con la musica: e invitava il Pistelli a mangiare i buoni «fungi», e a sentire «il piano melodico con, tra gli altri, i divini pezzi di Rossini. E c’è anche la marcia funebre di Chopin, che soniamo per... consolarci».

Il lavoro e la musica, forse, lo rappacificarono (o quasi) anche con la paurosa e... irraggiungibile Milano. Inviava a Renato Simoni per «La Lettura» la raccolta La fiorita (preparata per i Nuovi Poemetti; 27 nov.); e già aveva terminato nel settembre la Canzone del Carroccio e pensava appunto di destinarla a Milano come «prova che ne’ miei mancati discorsi non c’è entrata la mia volontà»; e l'11 ottobre aveva spedito al Bianchi manoscritta la dedica appunto A Milano..., composta l’8; ma faceva questa osservazione, appena giustificata nella sua contraddizione dal suo umore politico del momento: la dedica, che si conchiude nell’invettiva contro «lo stesso perpetuo eversore di termini...», i tedeschi, «farebbe suppore che la Canzone fosse impostata diversamente, come oh! fosse! Ma invece il Carroccio nella mia Canzone non gioca la sua parte bella: va incontro al papa! . . .». Almeno però il 22 aggiungeva: «il fatto è che la Canzone è discreta». Nel novembre poi e nel dicembre c’era il progetto di un grande coro patriottico da cantare nella capitale lombarda, e dell’incarico di comporre le parole era molto compiaciuto. E già – col consueto simbolismo – pensava a tre cori: «il coro grave dei veterani, del passato, il coro lieto e baldo dei giovani d’ora, del presente, il coro aereo e divino, tutta alata speranza, dei fanciulli dell’avvenire ...» fusi nel gran pieno finale. Per la musica era proposto il Franchetti; ma il Franchetti rifiutò (e Giovanni pensò fosse per diffidenza a lui), onde propose M. Enrico Bossi «lombardo» allora a Bologna (non il Mascagni che «pur essendo cosí geniale, diffida come niun altro della poesia»): ma realmente consigliava al Bianchi di dire al Sindaco «che se son io che guasto . . . pulitamente mi ritiro, magari protestando di non essere da tanto». Il gentiluomo Pascoli qui gareggiava davvero con «quel gran gentiluomo» del Sindaco di Milano: e come scrisse, realmente preferiva servire alla patria piuttosto che all’ambizione. Tuttavia, nemmeno quella volta Milano e Pascoli s’incontrarono.

Ma era, questo, l’anno della musica! Nel settembre gli fu chiesto dal Caselli «un libretto» per un promettente musicista, il maestro Luporini. Volevano un libretto «idillico e paesano»; ed egli si provò «anche diverse volte: ma sempre in vano. E sai perché?». Ed ecco l’interessante e personalissimo perché, spiegato il 26 settembre al buon Caselli: «Per una ragione generale, che non tocca il Luporini più che il Puccini, e il Giordano piú che il Mascagni. Ed è questa, che il regno della musica per me comincia dove finisce la realtà pensabile e si apre la misteriosa regione dell’ultra-poesia... Soggetti di drammi musicali, a parer mio, non si trovano che o nella poesia primitiva epica, dove li trovò, per la maggior parte, Wagner, o nell’eterna poesia popolare della fiaba e della novellina, dove li trova, credo, Debussy, o in qualche altra landa elisia illuminata da un suo sole e da sue stelle piú grandi e piú vere delle nostre ... Ebbene, né io mi sono creduto da tanto da viaggiare questo paese che è al di là delle solite conoscenze, né mai ho creduto che il pubblico d’Italia fosse per accettare da un maestro italiano, specialmente ai suoi inizi, una tal musica, una tal poesia...». Il passo... rinunciatario ci aiuta però a capire qualche cosa proprio della poesia piú caratteristica del Pascoli, nelle sue affinità simbolistiche, e specialmente della sua suggestiva musicalità, per la quale egli invece tentò e anche seppe viaggiare quel paese che è al di là della solita conoscenza.

Per tali lavori, e per altri cui voleva attendere, è naturale che il Pascoli rispondesse con questo telegramma del 18 ottobre al ministro Rava, che lo voleva nominare a far parte del Consiglio Superiore dell’Istruzione: «Per ragioni che esporrò per lettera e meglio esporrei a voce, devo non accogliere onorevole proposta che resterà nell’intimo del mio cuore motivo di perenne gratitudine per chi la fece. Affezionato e devoto G. PASCOLI» (la minuta — diversa dalla redazione che altri pubblicò — si conserva a Castelvecchio); la lettera di pari data spiegava poi appunto con le opere che voleva compiere le «ragioni» della rinunzia.

Tornò a Bologna forse ai primi di novembre. Ma in questo tempo maturò una crisi di prestigio universitario che per tre o quattro anni fu tra le preoccupazioni pascoliane, e che poteva portare a gravissime conseguenze, come nel 1897: a ricordare anche questo episodio si conserva a Castelvecchio un grosso pacco di documenti, che porta questa soprascritta: «1905-09. Di una parte poco delicata della Facoltà di lettere di Bologna a proposito della reiterata chiamata del prof. M. Barbi alla cattedra di Stilistica dopo la morte del Carducci. M. P.». (Ripeto che niente mi spiacerebbe di piú, che l’accusa di correre dietro a pettegole minuzie: questa – come dimostrano le gelose conservazioni e il commento diretto di vari gruppi di documenti – erano gravi problemi o intime crisi per la nervosa e solitaria psicologia del o dei Pascoli; e conducevano anche a grossi eventi).

Già con Michele Barbi, se pur contro la di lui intenzione, c’era stato l’incidente della recensione che il Pistelli pubblicò nel 1901 a Minerva oscura nel «Bullettino della Società Dantesca», diretto appunto dal Barbi. Poi anche questi era stato a Messina, e piú tardi fu tra i tragici scampati al terremoto. Da tempo il Barbi desiderava lasciare quella sede, e dal 1° giugno 1905 si inizia un carteggio col Pascoli: al quale, già nominato a Bologna, il professore da Messina chiede aiuto per il trasferimento: e nella lettera del 14 settembre per la prima volta c’è un accenno alla cattedra bolognese di stilistica, ormai abbandonata dal Ferrari, chiuso in Casa di salute.

La questione si intreccia con quella di Silvio Pieri, che pure con l’aiuto del Pascoli – stimato ora potente, anche per l’amicizia col ministro dell’Istruzione Rava – desiderava una cattedra di letterature neolatine. Ne nasce tutta una trama di rivalità, di preferenze, di sospetti che intorbida alquanto il piccolo mondo della Facoltà, ma piú agita il Pascoli. Quanto al Pieri, lucchese (nell’Agenda del 1908, al 29 ottobre il Pascoli scrisse: «Il sospetto diviene certezza? Grande meraviglia. Povero Pieri»), la questione fu piú chiara: nel concorso fatto nel 1907, mentre era incaricato a Pisa, egli non entrò nella terna: e scriveva al Pascoli sperando che il Consiglio superiore annullasse il concorso. Ma il ministro Rava doveva rispondere il 28 ott. 1907: «Il Pieri tuo non posso nominarlo. La nomina illegale non avrebbe corso alla Corte dei Conti». [47] Confermato l’esito del concorso, con la «mostruosa ingiustizia», dal Consiglio superiore, ancora il 12 novembre il Pieri ricorreva all’amico per aiuto presso il Ministro: «nessuna parola varrà meglio della tua»; e l’aiuto fu poi efficace. Ma nella sua irritazione il Pieri poteva anche lui – e sia pure in buona fede – contribuire alla campagna antipascoliana. Intanto anche la situazione Pascoli-Barbi doveva trovare una decisione. Il problema era psicologico, e quindi di ben piú difficile risolvimento. Per le richieste e per la buona fama del Barbi, la Facoltà domandò nell’ottobre 1907 la sua nomina alla cattedra di stilistica, da qualche tempo definitivamente vacante per la morte di Severino: e ciò per l’art. 69, cioè per merito speciale. Il Pascoli dapprima non si oppose; poi entrò nel sospetto che quella chiamata (ripetuta tre volte) e la nomina del Barbi senza concorso sottintendesse una trama, e una prova di sfiducia, a suo danno. Allora si impuntò e, come spesso, passò a decisioni... eroiche o catastrofiche.

Raccolgo qui alcuni dei ricordati documenti inediti, che illuminano la vicenda dal punto di vista del Pascoli, ormai radicato nel suo sospetto, anche per chiacchiere di colleghi e di giornali in un ambiente a lui non poco ostile. Il 28 ottobre 1907 il Rava gli comunicava: «Ho mandato le carte al Consiglio superiore come vuole la legge». Giunti cosí all’ultimo passo, prima della venuta del Barbi, il Pascoli prese una piú decisa offensiva. Ci sono tre sue minute di lettere o comunicazioni, abbozzate e piene di correzioni: nella prima egli sembra si limiti a proporre un suo passaggio ad un’altra cattedra; riducendola un poco a discorso corrente, essa dice:

Gradirei sapere se la Facoltà ha inteso la mia intenzione di passare ad altro insegnamento, se cioè ella stessa ha creduto, ciò che altri crede, che io non sia adatto al posto al quale ella pur mi ha chiamato – errare humanum est – e ha fatto la proposta per la terza o quarta volta, e in vista dell’assoluta necessità in cui verso ... se ha fatto conoscere la mia ... [48] al Ministero. Perché, se mai, muterei da oggi o domani il corso che io avevo incominciato della introduzione allo studio di... [49] cosa che approvò tanto il mio maestro, non volendo lasciarlo interrotto incompleto e non volendo lasciare i giovani nella falsa posizione di dover subire esami avanti ad altri radicalmente avversi, e perciò anche feroci ... Ripeto che ... abbraccerei l’uffizio con lo stesso cuore con cui l’accettai per un sentimento di dovere e di dignità. Io non sapevo che Carducci non era... della mia chiamata. [50]

Certo è che il Consiglio superiore il 21 gennaio 1908 diede parere favorevole al trasferimento del Barbi e per l’art. 69; e pur se all’Università si dichiarava che egli si sarebbe limitato a fare «esercizi preparatori» all’insegnamento del professore di italiano, la Facoltà, di fronte alla protesta del Pascoli, non sapeva più che fare: il 28 gennaio il preside Bertolini comunica al poeta che se ora non sembra più conveniente la venuta del Barbi, la Facoltà ha deciso di sospendere le deliberazioni fino a che egli non abbia dichiarato il suo pensiero. Ma proprio ora un’altra pagina di minuta, più ordinata, prospetta pur in modo velato ai colleghi le sue eventuali dimissioni (ancora come nel 1897, avrà pensato il preside Bertolini!).

Comunico alla Facoltà una condizione di cose che fa peggio ancora che togliere serenità al mio animo, e rendere penosa la mia opera d’insegnante.

Il prof. Barbi è stato dichiarato dal C.S. idoneo, per l’art. 69 della C. C., ad occupare la cattedra di stilistica e lessigrafia in questa Facoltà, lasciando quella di lettere italiane che occupa a Messina.

Si dice che l’applicazione dell’art. 69 in questo caso è non piú che una «finzione amministrativa». Il male è che tale finzione, come non persuase la metà meno uno dei membri del C.S., cosí non persuaderà alcun altro, né degli studenti né dei cittadini di questa città nostra e dell’Italia tutta. Per tutti questi il Barbi viene non tanto a supplirmi quanto a sostituirmi.

Vero è che io, quando, ancor vivente il Maestro, venni trepidando a parlare e insegnare di là dond’egli aveva sparso tanto lume di sapienza, assecondando il desiderio del Barbi, proposi il Barbi a mio compagno e in certa guisa a collaboratore; ma ben presto m’avvidi che, respinta la prima proposta, insistervi ancora, e ripetere e replicare era un trasformare la convenienza e l’opportunità in necessità assoluta e urgente. E feci noto il mio pensiero. Ora poi, che il trasferimento avviene, per l’art. 69, da una cattedra di lett. It. come la mia a quella di stilistica accanto alla mia, io sento che tutti sentiranno con me che si è chiamata la persona a prendere il posto della vanità.

Io venni qui (i miei colleghi lo sanno) contro ogni mia aspettativa, contro ogni mia ambizione, contro ogni mio interesse. Venni ubbidiente a quella che mi pareva la voce del Dovere, nella quale da principio credei fusa quella del Maestro amato. Venni, e soffersi quanto si può soffrire: contumelie e vituperi, o gridati ferocemente al pubblico o chiusi rabbiosamente in lettere anonime.

Sarei passato oltre, sereno e fidente; ma questa che sembra ora (e sembrare è ora come essere) una sanzione alta e definitiva data dalla Facoltà stessa che mi ha chiamato e dal C.S. della P.I., alle vociferazioni dei miei oltraggiatori, mi fa perdere d’un tratto il coraggio che avevo conservato integro dopo tante prove.

Alla Facoltà dunque io rappresento la angosciosa contraddizione in cui mi trovo e da cui devo pur uscire; non volendo impedire in alcun modo al prof. Barbi il soddisfacimento de’ suoi desiderii o bisogni e l’adempimento di quello che ormai è un suo diritto; non accettare in alcun modo di restare io con tale diminuzione di autorità e dignità; e perciò senza la possibilità di fare quel che credo d’aver fatto finora e che vorrei pur fare sino all’estremo, il mio dovere verso la scuola e la patria.

Subito dopo deve essere stata scritta la chiara lettera di dimissioni al Ministro: anche di questa resta la tormentata minuta che pure riduco a discorso continuo.

Eccel. Dopo la decis. del C.S. con la quale si applicava l’art. 69 al prof. di lett. ital. perché venisse a insegnare la stilistica a Bologna, io sia che il Cons. Sup. abbia creduto di favorirmi dandomi un valido aiuto o di offendermi dandomi un sostituto, io sono nel dovere di ritirarmi sin d’ora dal posto che non ambii, che esercitai con modestia e con religione, con devozione e da cui non ebbi che l’amarezza di contumelie pubbliche e d’ingiurie anonime.

Prego perciò l’E.V. di collocarmi a riposo e ammettermi a far valere i miei diritti di pensione, che ho dopo 26 anni. Che se questo non si potesse, accettare senz’altro le dimissioni che presento in via subordinata, preferendo di perdere 26 anni di lavoro piuttosto che fare un minuto di piú ciò che non è conveniente con la mia dignità.

Assicuro l’E.V. che non trovo nell’animo mio, pur provato da molte sventure, la forza di presentarmi piú quale insegnante ai miei scolari. Vedo che io ho qualcosa da fare per la mia cara Patria che credo utile e nobile. Ho bisogno perciò di conservare nel cuore inalterato il fervore e l’amore.

Nell’altra pagina c’è un’aggiunta:

Questa nomina, se non avveniva subito, doveva fatalmente sembrare destinata a riparare alla mia insufficienza; se andava al C.S. doveva per forza essere giustificata con anche piú che la mia insufficienza. E cosí si poté vedere il collega calunniare il collega e disonorare l’Università per avere una cattedra di piú.

Ai margini della prima pagina si leggono queste note, in parte mal decifrabili.

Ogni giorno aggiunge uno strato di marmo alla mia volontà. L’invidia, a forza di guardar bieco, perde la vista e non vede se ciò (che) guarda con... non (sia) per caso la fatica il dolore e la sventura.

Sono scritti in cui ben si rivela la umiltà... orgogliosa del Pascoli.

La pratica ora stagna fra sollecitazioni e proteste. Il paziente on. Rava si giustifica dicendo il 1° novembre 1908 al Pascoli che il Barbi era stato chiesto tre volte dalla Facoltà; e l’8 insiste che la Facoltà quando invitò il Barbi si disse d’accordo con lui; e cerca di convincerlo che non c’è nessuna diminuizione per lui: «Tu sei il Maestro»! Ma non si osa prendere ancora una decisione. E ai primi del 1909 – aggiuntasi per il Barbi la pena del terremoto – si ripigliano le trattative; di adesso c’è questa bozza di comunicazione, più temperata ma evasiva, alla Facoltà.

La mia intenzione, se il numero 2 veniva in discussione, era di dichiarare, con lettera, alla Facoltà:

1° che io, per parte mia, avevo assoluta fiducia nella scienza e nell’attività del prof. Lovarini; e che facevo i voti piú ardenti ch’egli ottenesse quell’incarico, utile alla Facoltà e in specie al mio insegnamento;

2° che io invitava la Facoltà a considerare come, rispetto a tale cattedra di stilistica e lessigrafia, se n’era già in altri tempi parlato. Io, avvenuto il disastro di Messina, aspettavo che se ne riparlasse; e allora avrei detto, quel che dico ora: che nessun impedimento, come nemmeno, a dir vero, allora, cosí non ora, poteva esserci a un invito da farsi al prof. Barbi, nulla parendomi piú atroce che pretendere che, quando che sia, riprendano il loro posto a Messina uomini che vi hanno perduto, in un attimo terribile, figli, moglie, genitori, compagni, amici.

Cosí le trattative continuavano, alternando la proposta di chiamata al Barbi con quella di conferma dell’incarico al prof. Emilio Lovarini, libero docente; e anche l’11 marzo scrivendo al Caselli il Pascoli diceva: «Da tre o piú anni si cerca di menomarmi mettendo in una cattedra, fatta apposta perché Carducci potesse continuare a essere in servizio senza far lezione, un professore molto stimato che, a detta dei sullodati filologi filosofi critici e professori d’Italia, sarebbe il vero professore in cambio di questo inutile e disutile successore del Carducci...» A dargli materia di altre irose apprensioni si faceva avanti anche il Pieri, il quale aveva pur ottenuto la conferma del comando, come il Ministro comunicava al Pascoli nel luglio; da Roma il 18 settembre 1909 il Pieri gli diceva: «Caro Pascoli, tu mi scrivi un biglietto non troppo gentile, e io sto combattendo delle battaglie epiche per difenderti dalla diffamazione generale (segnatamente dei tuoi bolognesi; siano o no di Bologna)!». Il povero Giovanni si affretta a mandare da Castelvecchio questa testimonianza... del delitto al rettore Puntoni, il quale, con quel cordiale equilibrio che è sempre nella sua umanissima natura, gli risponde una bella e cara lettera, che chi sa se sarà valsa a calmarlo un poco.

Bologna, 2 ott. 1909

Caro Pascoli. Ieri sera ritornato a Bologna trovai giacente presso il mio neghittoso portiere di casa la tua carissima del 19 settembre. Ti rimetto il biglietto del Pieri, il quale esagera forse, ma in sostanza dice la verità: tu hai, com’è naturale, molti nemici. Dico «com’è naturale», perché tu ora subisci nelle menti dei tuoi ammiratori quello che gli psicologi chiamano processo di idealizzazione. Ora figurati se i tanti cervelli di passero, rinchiusi in altrettanti crani di malevoli, vogliono lasciare indisturbato codesto processo. Faranno di tutto per farlo abortire. Ma l’esperienza c’insegna che simili tentativi non son mai riusciti. Dunque infischiatene! E va avanti!

Io, che non son te, non potrei fare altrettanto; ma arrivo anch’io per altre vie e per altra ragione allo stesso resultato. Io non son nulla e neppure voglio essere qualche cosa: chi m’attacca lavora dunque sulla cena.

Abituato a sentirne di tutte non mi meraviglierei neppure se qualche calunniatore, profittando della bontà d’animo del candido Pieri, riuscisse a persuaderlo che fra i tuoi nemici ci sono anch’io. Sarebbe grossa; ma bada che c’è chi è capace di tentare anche questo, perché già ha fatto qualche cosa di simile ...

Tanti affettuosi saluti dal tuo    V. PUNTONI

Ma piú che le parole, a calmarlo saranno valsi i fatti: il Barbi non venne a Bologna, e il Pascoli rimase nella cattedra carducciana.

Che poi il professore Pascoli fosse contento di quella cattedra e che gli scolari fossero contenti del professore Pascoli è altro discorso. Certo la cattedra di italiano non era quella per cui egli, dotto e appassionato di latino e greco, fosse piú preparato e meglio disposto: e poi c’era quella fissazione dantesca che anche dalla cattedra incombeva con una certa monotonia, pur sui discepoli. Quanto al valore dell’insegnamento pascoliano è naturale che ci fosse discordia: egli era insieme da porre sull’altare o quasi nella polvere. Non che ormai egli non fosse, in complesso, assiduo alle lezioni, che teneva il lunedí, il mercoledí e il venerdí; e anche i giudizi sulle tesi di laurea, diligentemente scritti e conservati, confermano la serietà dell’impegno. Con interesse oscillante, svolgeva il giovedì e la domenica la letteratura al Corso pedagogico per i maestri, cui l’Acri teneva le esercitazioni d’italiano, e talvolta anche lo sostituiva. Ma le qualità didattiche e la profonda preparazione del Carducci inducevano a un troppo fresco confronto col... successore. Il Carducci nella sua quadratura razionale e morale (oltre che nella specifica cultura) era davvero professore; e professore sapeva essere anche Severino. Pascoli – ed è qui la sostanza del giudizio, che si deve sempre ripetere – è essenzialmente, anzi solamente poeta: come in tutto nella vita, anche sulla cattedra. Quando egli fu maestro stimato e quando fu contento delle sue lezioni? Fino a che queste poterono coincidere con la poesia che egli sentiva: si leggono ancora certe lezioni di liceo: Un esercizio di prosodia e metrica; Da una lezione di storia letteraria...; di lezioni sono certo eco i due mirabili scritti: La poesia lirica e La poesia epica in Roma; [51] e per quelle di Messina e Pisa sentiamo qualche volta anche nelle sue lettere la soddisfazione: allora egli poteva vagare nella lettura del suo Orazio, del suo Virgilio o di altri poeti e sapeva illuminarli, illuminando anche gli alunni. A Bologna parve che la materia – e il maestro – si facessero sordi: dei tre argomenti principali dei suoi corsi, Dante si aggrovigliava di faticose, soggettive interpretazioni e di accostamenti minuti; Carducci non gli si confaceva come poeta; Manzoni forse poteva essere il meglio: ad ogni modo, anche sulla cattedra portava sé e i suoi interessi: fra Dante e il primo Ottocento, tutti quei secoli intermedi gli parevano estranei. E in genere gli appunti o le dispense delle lezioni – se pur rivedute dal professore – appaiono grige e non profonde. Certo ben di rado (e forse meglio per il piú libero e vario Corso pedagogico) fanno sentire quel che sarà stata la momentanea accensione, l’intuizione viva, la compenetrazione poetica – sia pure fugace – che erano «le perle» del suo discorso. I più notavano invece le «lunghe digressioni» cui s’abbandonava, «quasi soliloqui», mentre «l’ora passava senza che il programma avesse avanzato d’un passo...». Onde i ricordi contrastanti dei discepoli, sia pure al difuori della malignità dei veri... professori. Già alcuni ricordano quella sua figura un po’ goffa, quel fare incerto e quasi timido; e che «si annoiava e ci annoiava»; e si diceva che non era «oratore», anche se questo poteva essere un segno d’originalità e un pregio dell’antiretorico e anti-tradizionalista maestro; però è ricordata quella sua voce «spesso smorzata, a volta lievemente stridula», con «note sue proprie, fonde, dolenti»: con quella voce – e quasi con l’anima – leggeva mirabilmente la poesia. Cominciava a discorrere «con un fil di voce», poi questa si affermava «pastosa con improvvise spezzature»; credo avrà parlato cosí come con soggettiva divagante personalità scrisse, per esempio, la prosa dei suoi libri danteschi; non di rado balenava «pungente arguzia e squisito umorismo»; e non c’era mostra di erudizione, e la dottrina minuta spesso si trasfigurava in simbolo e poesia; e ci illuminava di rapidi baleni.

Queste cose possiamo intuire leggendo anche quelle sue piú tarde quasi lezioni sul Lucus Vergili o su Il cocomero (ma ritorniamo sempre al latino). Più che ai vari scolari, parlava ai pochi giovani che avevano il gusto di comprenderlo cosí come era, a quelli che «sentissero il bisogno di raffinare la propria sensibilità estetica» gustando la «geniale intuizione, l’acutezza di un rilievo critico...»; e alcuni, proprio per lui, vollero passare da Pisa a Bologna. Certo non era il tipico «professore»; ma – come nel suo canto – poteva essere il maestro «creatore di anime», colui cioè che sa mandare «una scintilla che riaccenda il sentimento dell’amore» per ciò che è «eterno e vero». [52]

Ma come il più degli alunni, come molti dei colleghi, egli stesso non era contento; scriveva il 30 giugno del 1907 al Bianchi: «Compiangi il mio destino di professore, e professore sorvegliato e diffidato, che deve fare il suo compito e lasciare da parte, in un cantuccio, la sua poesia»; e c’era anche la fatica, seguita da scarsi scolari, del corso straordinario di letteratura romanza, e quella maggiore ma un poco umiliante del Corso pedagogico, che traluce nella nota di Maria che leggemmo nell’Agenda del 1908... Cosí si capisce quel continuo desiderio di lasciare l’insegnamento e di andare anche lui a riposo, per fare tutt’altro lavoro. E col declinare della salute sarà stato ancora un’ultima volta meno assiduo alle lezioni, [53] e forse di nuovo e ancor più rinchiuso in sé e, tranne che nell’abbandono dei versi, svogliato e stanco. Quel suo stato d’animo traspare come per confessione in alcuni frammenti lasciati fra le sue carte. In un foglietto si legge: «A insegnare all’Università ci si copre di fastidio. Ahimè! sono i successori che ti stanno attorno, ti vivono addosso, ti stanno attaccati (a pelle), ti pinzano, ti solleticano, ti martoriano, non ti lasciano pace né dí né notte... Quanti pidocchi si prendono a insegnare all’Università! Più che a dormire sulla paglia!». E piú tristemente, a margine della minuta per le dimissioni al Ministro, sappiamo aver scritto che l’invidia non vede se, ciò che ella guarda, «... non sia la fatica il dolore la sventura...»

Era il suo, come è stato detto da un discepolo che l’amò, «un tramonto luminoso e stanco», e in quel suo tono di maestro «sembrava recasse dischiuso il segreto della sua poesia: tutto il dolore umano in un animo sensibilissimo, non abbastanza forte da sopportarlo con eroica fierezza, ma felice sí da tramutarlo in musica».

Ogni tanto, però, la sua parola universitaria si scaldava dietro occasioni particolari, piú vivamente sentite. Quest’anno 1908, il primo di dicembre, interrompendo per un momento il suo corso carducciano, ricordò agli alunni, con un discorso insolitamente intimo, due figure di suoi amici: Un uomo di pensiero e un uomo di azione, il «letterato e poeta insigne» Giuseppe Chiarini, e Gian Maria Damiani «dei Mille, capitano delle Guide, poi economo dell’Università»: sono due vivi, affettuosi ritratti fisici e morali, colti nelle loro differenze e in ciò che di grande ebbero comune.

L’anno era ormai finito: si erano da poco risistemate, dopo tante paure, anche le cose della Zanichelli, e con Cesarino era tornato «nell’antica amicizia», onde verranno delle curiose trattative anche per il Caselli... E già predisponeva, insieme a Maria, i lavori, le provviste e... le chiacchiere natalizie di Castelvecchio. La lettera all’Attilia dopo i più compassati periodi di Maria, è (da «Per i lavori» in poi) tutta una ridda scherzosa e curiosa di domande giovannine, da ricordarci quelle su Garibaldi fanciullo fatte, ma quelle da poeta, al Bianchi; e vanno dal dott. Caproni alle galline ecc.

Cara Attilia, lei è molto avara di lettere e di notizie. Or bene, se non risponde e subito a tutto ciò che le domandiamo, noi restiamo per Natale qua. Il dottore si è rimesso del tutto dell’indisposizione che ha fatto tanto temer lui e godere i nemici? Non era niente. La parola della scienza anche qui a Bologna è pienamente e assolutamente rassicurante. Ora bisogna che stia allegro e che non pensi piú alle furfanterie degli intriganti. Glielo dica da parte anche di Giovannino ...

Chi è venuto nella casa del Peppone vicino a noi? A proposito: faccia fare subito dal fabbro un’altra chiave del portone, uguale a quella che lei porta via tutte le sere lasciandoci chiusi contro ogni prudenza e tranquillità. Cosí ne avremo una per uno. Dica anche alla posta che non rimandino a noi piú nulla, e specialmente non rimandino qualche pacco al nostro indirizzo.

Per i lavori, almeno almeno è stato messo il cancellino alla muretta e la porta alla concimeria? È stato piantato il bussolo? Sono stati piantati i castagni? Questo specialmente c’interessa. È stata bella la festa di S. Nicolò? Sta a sentire la notte avanti la Concezione per quanto tempo suonano; e sappilo ridire. Willy studia? è obbediente? ha calata la cresta il galletto? È disposto a essere buono e modesto? È tornato nessuno dei tuoi dall’America? ... Sono ravvenate le polle? Ha piovuto? Il pozzo era stato ripulito prima? Che stagione fa? È caldo o freddo? Piove? Neve? Tira vento? Cade la brina sull’alba? Le vacchine stanno bene? Danno latte? Le galline fanno l’ova? Hai preparato o stai preparando un bel formaggio, che squàqqueri di latte non sburrato? Pensi mai a noi? Il tu’ damo ti piglia? O gli piglia... un accidente? Il magliale cresce e ingrassa? Le castagne hanno buttato bene? Quante centinaia di sacca ne ha avute il tu’ Poldino bello? A quante decine di lire l’una, le ha vendute? ... La baracca è finita? Il Memmo sta allegro? Il maestrino lavora? Il Fortunato s’è piú rivisto? La viti sono potate e legate? La Mattilia è divenuta matta a dirittura? Credo di sí. Poverina!

Il fatto è che se non rispondi a tutto, e subito subito, e se non distruggi i topi, se ce n’è, noi non veniamo per Natale. E i più cari li riceverai dal tuo   Giovanni Pascoli e da Maria

Bologna, 6 Xbre 1908

Erano da non molto a Castelvecchio quando – proprio nel chiudersi del 1908 – salí fino lassù l’orrore improvviso per la distruzione di Messina, città che pur gli era stata cara e dove aveva tanti amici.

IV - IL 1909: II, TERREMOTO MESSINESE
IL SUICIDIO DEL FIUMANO HODNIG E LA TRAGEDIA DI FERRER

Una drammatica ridda di telegrammi – al solito bene conservati fra le carte del Pascoli – si agita nella casa romita tra la fine e il principio dei due anni, con l’eco del rombo sollevato il 28 dicembre dal terremoto di Messina, una città già pascoliana. È Cesare Zanichelli che già prima della fine di dicembre lo avverte a Castelvecchio e gli passa affannose incerte notizie: nomi e nomi si susseguono nella trepida ansia; gli stessi cugini dell’editore, che stavano laggiù, sono interrogati «inutilmente» (31 dic.). Poi si sa che è salvo il collega Restori; e anche Salvemini già dato per morto: ma, e gli editori Muglia? (1 e 2 genn.); l’hanno scampata anche Michele Barbi, e il grecista Michelangeli pur ferito (il 3); e finalmente cominciano notizie dirette attraverso il prof. Virgilio La Scola: sono salvi e profughi anche i Muglia, ma avendo perduto tutto, e anche il buon portinaio Sgroi, con i suoi (il 6 e l’8); morti invece Dandolo, Cesca e altri... Ecco l’eco diretto di uno almeno di questi telegrammi, del 5 gennaio, a risuscitare quelle emozioni: «Straziatissimo ruinosa travolgente ora trovomi dedicato infaticabile opera comitati salvezza ventimila messinesi feriti e profughi onde Palermo rigurgita. Qui tutti cooperano per il bene di tutti. Città offre gloriosissimi esempi di fraterna pietà e generosa insuperabile carità. Il momento è sublime. Dopo ostinate difficilissime ricerche presso nostri migliori editori e presso alcuni professori messinesi riesco or ora apprendere salvezza editore Muglia. Esso trovasi delirante lastrico: cosí fu visto giorni sono a Messina. Nulla finora fratello di lui. Insisterò indagini completando desiderate informazioni. Grazie delle sue commosse affettuosissime parole e attendo da Bologna quale un ristoro la lettera che ella gentilmente mi promette. Spedisco giornali e insisto ricerche. Disponga di me; abbraccio lacrimando. VIRGILIO LA SCOLA».

A questi telegrammi si alternano lettere del Pascoli, né tutte ci restano. Il 3 gennaio scriveva a La Scola: «Qua sono dovuto rimanere piú morto che vivo, aspettando d’ora in ora conferma o smentita di sventure orribili... Ho sofferto quanto si può soffrire ... O mia Sicilia! ... Appena mi sarò riavuto a Bologna, vedrò quel che posso fare... Il mio dolore è di figlio, che avrebbe voluto tornare quest’anno alla madre, rivivere in lei. E ci sarebbe forse invece morto. E chi sa non fosse stato meglio». Ebbe poi da un giovane «membro del comitato studentesco», Alfonso Tropia, notizie fin allora chieste invano su Giovanni Sgroi, il deforme e monocolo «Polifemo», portinaio della casa dove abitava: e il 10 subito, per raccomandata, rispondeva con una doppia lettera. [54]

Caro giovane, eccole una lettera per Mastro Giovanni Sgroi con un piccolo soccorso di cinquanta lire. Me ne dia, se non le dispiace, altre notizie. Bravi, cari studenti, accoglieteli bene i vostri fratelli di Messina. È stato un grande spettacolo di dolore, ma anche un sublime esempio di amore che la Sicilia ha dato. Noi siamo con voi, piangiamo con voi e con voi saremo consolati della rinascita di una cosí bella città.   GIOVANNI PASCOLI

 

Caro Mastro Giovanni, l’avete scampata bella, vero? L’Angiola è ancora con voi e con i suoi figliuoli? E Nina come sta? Fatevi coraggio. Pensate che le rovine si riempiranno col tempo di fiori, e che da questa grande sventura qualche gran bene ha pur da venire. Vostro

GIOVANNI PASCOLI

Più lungamente poi il 20 riscriveva indirizzando direttamente a «mastu Giovanni», e augurava che Messina risorgesse «più bella di prima... Voi ci tornerete e ci tornerò anch’io. Il palazzo Sturiale è crollato? ... Viva la Sicilia, cosí buona, cosí bella, cosí forte!»

E il 24, raccomandando a La Scola «un buonissimo e sventuratissimo giovane», rifletteva: «Vede: gli amici vecchi o non sono più tali o non ci sono più ..., sicché mi son detto... amici nuovi niente ... Ebbene no: ecco un amico nuovo che m’è venuto dalla mia adorata Sicilia, e in un’ora cosí tremenda. Oh! ben venuto, mio buon Virgilio La Scola».

Tornato a Bologna impaziente, il 4 gennaio, al ripigliare delle lezioni, ricordò agli studenti la sciagura: XV giorni dopo il cataclisma di Messina. Sotto il telegramma ricevuto da La Scola l’8 gennaio aveva gettato giù qualche parola di appunti, certo per il breve di-scorso: «O terra atroce... o terra... della fratellanza e della uguaglianza... Regina infirmorum ... O Panitalica Messina! O dove successe il grande schianto, esplosione d’amore...». In quel ricordo ai giovani, letto il 12 gennaio, di cui resta con alcune lacune di nomi l’autografo, fra qualche lirico sentimentalismo e nel ricordo di qualche amico, il pensiero si fa filosofico, ispirato ad alcune parole di uno dei maestri defunti, Giovanni Cesca, che consuonavano con pensieri pascoliani, anche de Il Ciocco: «egli affermò che non è morte quella che è limitata agli individui e non estesa a tutta la specie». E ripetendo un’altra sua idea di questi tempi, pareva – dice – necessaria per l’Italia una guerra: «porremo il costo d’una guerra a riedificare le nostre città distrutte» e rifatte piú belle e più adatte alla vita. «Messina panitalica»: cosí sarà compensata l’eroica fatica dei soldati diseppellitori, di «un re caposquadra, una regina infermiera....». L’emozione di quei giorni era tale che questa pur «breve commemorazione» dovette essere «interrotta e non continuata poi, per un malessere sopravvenuto» a uno degli studenti ascoltatori.

L’eco familiare e intimo della rovina è in questa lettera di Maria alla sorella.

Carissima Ida, dopo la tremenda catastrofe di Messina e delle Calabrie, è oggi la prima volta che prendo la penna in mano. Ricorderai che noi fummo per cinque anni là e puoi quindi imaginare gli amici e i conoscenti che ci avevamo lasciati. Come abbiamo trepidato e tremato per loro! Ma purtroppo alcuni con le loro famiglie sono rimasti sotto le macerie. Restori, il caro amico di Giovannino, è salvo ed è già arrivato a Bologna e stamattina l’abbiamo finalmente riveduto. Che racconti orribili di orribili strazi e di disperazione! Speriamo che il tempo cancelli, almeno in parte, le impressioni di questi giorni di dolore e che ci risorga il coraggio di vivere questa povera vita che ad altri è stata troncata cosí duramente e bruscamente.

Ti mandiamo il cinquantino di gennaio. Possa esso giovarti nel modo migliore.

Qui c’è neve e gelo e freddo. Ma che sono questi inconvenienti in confronto di quel cataclisma? La casa che abitavamo noi a Messina è rasa al suolo: se c’eravamo non ci ritrovavano piú nemmeno morti.

Dacci notizie tue e delle bambine e fatevi coraggio e siate serene. Un bacio da Giovannino e dalla tua    MARIA

Noi venimmo a Bologna il quattro: non potevamo piú reggere per le difficoltà della posta e del telegrafo in mezzo a gente che poco o nulla s’interessava della tremenda sciagura. Avemmo il tuo dono graditissimo; ma l’appetito era troppo lontano da noi per potergli fare il dovuto onore.

Bologna, 11 del 1909

Il pensiero della morte che piomba improvvisa suggeriva a Giovanni di scrivere già il 3 gennaio al Bianchi: «Sono terribilmente percosso ..., ho il terremoto addosso, nel cuore...» (ma improvvisamente, forse per i suoi benefici interventi, la lettera termina con «Viva Milano! Viva! Viva!» staccato da tutto il resto); e lamentando la propria povertà, aggiungeva: «Vorrei pure mettere insieme di che continuare a far vivere la mia sorella dopo la mia morte (non posso lasciarle pensione) e di che continuare all’altra sorella l’assegno che le do vivendo...»; e il 18, badando a distinguere dalla Zia Mariú del «Corriere dei Piccoli» («una vecchia zia, che non sa esser madre»), la sua Mariú «cosí amorosa, cosí pronta al sacrificio, cosí amante della vita», che «accettò l’iniquità sociale che le ha negato un cencio di marito» perché «le povere del suo ceto non si maritano», gridava: «Rispettate la nostra silenziosa infelicità che si nutre di lacrime segrete ... Oh! non è il terremoto che fa paura a noi! C’è qualche cosa di peggio del danno e della morte che recano le forze cieche: è quello che è recato dalle forze che hanno gli occhi!»

Cosí nelle parole del Pascoli si perpetua, anche soggettivo, l’eco e quasi il rombo di quelle tristi giornate. [55]

Pur fra queste amare riflessioni, mandava al Bianchi un telegramma (3 gennaio) aderendo alla sottoscrizione per un monumento al Carducci, e continuava le lezioni; ma proprio adesso soffriva, come maestro, di un altro dolore.

Racconta il Pascoli nella bella Prefazione – scritta nell’aprile del 1910 e, come altre, presso che sconosciuta – all’opuscolo del colonnello Francesco Sciavo Brevi cenni in memoria di Giovanni M. Damiani dei Mille, cioè dell’economo dell’Università che il poeta aveva commemorato l’anno prima, questo episodio:

G. M. Damiani [da garibaldino fatto economo] che cosa maneggiava con quella destra avvezza alla sciabola? ... Un giorno, numerando quei foglietti, levò d’un tratto ver me la luce del suo sguardo, e mi domandò: «Sa l’ungherese?» «Io?» «Ho un discorso sul Generale in quella lingua. Non ci ho capito che una parola.: questa (e me la indicò): Damiani. Vede?» «Sí; quella parola la capisco anch’io». «Dunque?» «Non conosco l’ungherese, ma conosco persone che lo conoscono...» «Davvero?» ... «e che conoscerebbero volentieri lei. Le vado a prendere; che sono qui, a pochi passi».

Uscii dall’Economato, andai ne’ corridoi, chiamai: «Studenti di Fiume!» Tre o quattro studenti di Fiume uscirono dalla folla sussurrante. Si unirono a loro altri studenti di Trieste e di Zara. Di lí a poco era pronto un plotone d’irredenti, il quale guidai al veterano che aveva fatto le campagne del ’48, del ’49, del ’59, del ’60, del ’66, del ’67; che aveva lottato a corpo a corpo per la bandiera dei Mille, che aveva caricato al Volturno salvando Garibaldi, che aveva imprecato, sciabolato, nabissato a Bezzecca.

«Ecco giovani di Trieste, di Fiume, di Zara, che vogliono vedere lei, Cavaliere (d’armi! aggiunsi rivolto ai giovani, della Patria!), e poi tradurranno il suo discorso».

Il cavaliere della Patria, dritto di tutta l’alta persona, da dietro al suo banco, rassegnò con un’occhiata in giro, carezzevole eppur severa, il plotone degli irredenti, fissi in lui, come proprio militi nel capitano. E il capitano a me e a loro a un tratto parve ringiovanire, fiorir tutto nell’azzurra e snella divisa di guida, sollevarsi piú e piú, guardare, non da dietro il banco sparso di carte, ma da un bello e grande caval baio fermo sulle quattro zampe.

Ma ridiscese... e disse del discorso magiaro e porse l’opuscolo. Lo prese, timidamente, un giovinetto che aveva l’aria di fanciulla, dal sorriso imbarazzato e mesto, pallido, occhi dolcissimi, capo lievemente inclinato come fiore, pur di pochi e lievi petali, ma troppo greve per il gracile stelo... Prese l’opuscolo, e lesse in italiano il passo dove si trovava la parola che sola intendevamo il cavaliere e io: Damiani. L’oratore ungherese parlava dell’elenco dei Mille, che il Damiani compilava ogni anno e ogni anno mandava ai superstiti piú breve ...

Il giovinetto che tradusse il periodetto che riguardava l’autore dell’elenco dei Mille, e poi voltò in italiano tutto il discorso, facendolo avere al Damiani, nitidamente trascritto; quel giovinetto da Fiume ... che si chiamava Amedeo Hodnig, e che era una delle piú care e certe speranze della scuola e della patria ..., qualche mese dopo la morte del cavaliere di Calatafimi, gettava anch’esso, qui a Bologna, in una notte d’inverno, la sua giovane vita. Perché? Perché anche l’adolescente dopo il vecchio? perché anche l’irredento dopo il redentore?

Fu il 24 febbraio del 1909, alla sera, davanti al suo scrittoio su cui erano aperte le Ricordanze del Leopardi: con una palla nel cuore. Un gruppo di studenti salí alla casa dell’Osservanza per comunicare al maestro la tragedia; e lo pregarono di scrivere qualche cosa sul giovane sparito alla Iacopo; più che Ortis, Ruffini. E, come racconta uno di quei giovani, «commosso e ispirato» egli scrisse di getto su alcuni fogli e della sua preferita carta azzurra di Fabriano» un messaggio di amore e di dolore che fu portato subito al «Resto del Carlino» perché lo stampasse a ricordo del giovane irredento. Disse fra l’altro, e molto bene, il poeta:

A me, nel vederlo, si presentava l’immagine che Iacopo aveva lasciato di sé nel cuore di Mazzini: lilium convallium, fiore tutto petalo, tutto bianco, che si rivelava con l’ardore. Chi mi avrebbe detto che anche questo giglio doveva striarsi di rosso? Egli era, come Iacopo, un figlio ardente, puro della Giovine Italia . . .; giovine, ossia che non è, ma che sarà... Mio povero Hodnig... che hai fatto? ... Come hai potuto sottrarre a noi ciò che per noi era l’inestimabile pregio, il tuo ingegno ..., il tuo cuore? ... Ma perché rimproverare un morto, un cosí gentil morto? Tu hai bisogno di essere consolato, o fanciullo irredento. Fu un punto che ti vinse, lo sappiamo. E poi forse pensavi che, per noi e con noi, non ci fosse altro da fare. Vedevi tanta indifferenza: tanto scoramento! O puro e ardente figlio della Giovine Italia, dell’Italia che non è ma che sarà, ne abbiamo colpa noi della tua morte. Consolati. Dormi in pace! [56]

Il maestro inviò alla famiglia dello scolaro anche una breve iscrizione da incidere sulla tomba: e dieci anni dopo lo studente che scrisse questi ricordi tornò a Fiume come legionario ed «ebbe la fierezza di consegnare personalmente al fratello di Amedeo la lettera autografa e inedita con la quale il Pascoli aveva accompagnato al giornale il messaggio». [57]

A Bologna, come accennammo, si erano intanto rasserenati i rapporti, già causa di timori, con lo Zanichelli. Risistemata la Casa e ridivenuti amici, veniva a riaprirsi però un’altra discussione: come stabilire i diritti del Caselli di fronte all’editore bolognese per aver curato presso il Marchi a Lucca la stampa degli ultimi volumi delle poesie di Giovanni. La cosa pareva tanto piú urgente, perché il Caselli s’era impegnato nel grosso acquisto di quella cava di marmo (onde scherzosamente il poeta lo chiamava «Paonazzetto») e pareva che l’affare non andasse troppo bene. Il Pascoli, a piú riprese, gli offrí anche qualche aiuto di denaro (se pur «piccole somme»: il 7 e 12 ott. 1908); e cercava incoraggiarlo (26 maggio); intanto aveva scritto allo Zanichelli perché si decidesse a compensare l’amico: ma questi... voleva compensarlo con «prodotti della sua ditta», cioè con libri! Il Caselli invece, questa volta, aveva desiderio di soldi: dalle 6 alle 10.000 lire. Giovanni, fra i due amici, non sapeva che cosa fare: pensava di tirarsi indietro dalle trattative, non volendo essere d’impaccio alle esigenze del Caselli ora che era tornato amico dello Zanichelli (al Caselli 28 dic. 1908); ma lo Zanichelli insisteva, proponendo, in aggiunta alla collezione delle Opere del Carducci, anche «un oggetto artistico»! Il Pascoli forse si mostrò un poco seccato col Caselli, dicendo che si rivelava troppo incerto, e che fissasse in fine quello che «pretendeva»: ed è qui che si palesa il nobile, devoto — e in parte incompreso dallo stesso Pascoli – animo del buon droghiere lucchese. Egli scriveva al poeta nel dicembre: «Non ti faccio carico» di nulla: «se mai non avresti dovuto far uscire dalla penna delle parole tanto amare per me, domandando quanto pretendevo... Mando al diavolo Zanichelli ... Ma evitami dei libri in regalo ... Io vorrei in baratto una copia delle tue Prose edite a Bologna ... Tu mi chiedi i conti ...; io ho la coscienza di essere ora e per sempre il tuo legittimo debitore: pronto a vendere la camicia per vederti sorridere! Aspetto per il primo dell’anno nuovo una cartolina col tuo sorriso». Davvero piccolo grande animo!

Nella sua perplessità il Caselli ebbe un’altra idea: trasferirsi a Bologna anche lui, accanto al Pascoli, e lí trovare altro da fare. Niente affatto entusiasta e persuaso della cosa, Giovanni risponde con una lunga lettera ragionante, l’11 di marzo: «Dunque, caro Paonazzetto, eccoci finalmente a ragionare». E vi si prova lanciando un’altra proposta. L’editore Bemporad suggerisce al Caselli di aprire a Lucca «una libreria» con succursale a Massa, con edizioni di vari editori – Bemporad, Zanichelli, Hoepli, Treves, e altri – ed il Pascoli è favorevole, anche per una ragione personale che, se qui forse è un poco calcata per convincere meglio, rispecchia lo stato d’animo di quel tempo. Dice di fatti:

Io a Bologna non sono certo di rimanere piú che quest’anno. Ho nemici tutti i filologi, e i professori; piú tutti gli estetici e filosofi, piú tutti i giornalisti di tutti i colori, d’Italia.

E c’è sempre in ballo la questione del professore... surrogato ...

Sono stanco e disanimato di resistere a questa guerra, mentre l’andarmene e dedicarmi tutto ai miei molti lavori, oltre che provveder meglio alla mia fama, fornirebbe infinitamente piú danaro ai miei modesti bisogni. Nel caso, dunque, probabile che quest’altro anno io non sia piú professore a Bologna, in te, oso credere, l’entusiasmo per Bologna diminuirebbe... L’essere poi invece per buona parte dell’anno a Castelvecchio, e di quando in quando qualche settimana a Lucca per studi in biblioteca e, meglio ancora, passare il mese piú rigido del verno a Massa..., ti farebbe, fin d’ora, apparire piú bella la libreria a Lucca con succursale a Massa, o viceversa ... E poi che libreria! Il tuo buon gusto d’artista ... chi sa che delizioso ritrovo potrebbe fare della tua bottega cinquecentesca! ...

A me, quest’idea, comunicatami ieri, a letto, dove mi trovavo con la febbre (m’è già venuta altre volte; e la ragione, oltre che il freddo continuo insopportabile, è anche nella mala contentezza dell’anima), mi ha fatto l’effetto di un grande odore improvviso di fiori. E vero che i libri che avresti in deposito sono per la massimissima parte brutti cattivi dentro e fuori; ma anche il cognac che vendi ora non è sempre il Cognac, e il rum non è spesso di Giammaica: direi, anzi, giammai! Dunque? ...

Dunque, addio vecchia Bologna? Non bisogna fidarsi dei propositi dei poeti: fra poco sarà invece Castelvecchio a far le spese della sua ira; certo è che né il Caselli né il Pascoli mutarono sede e vita; né la libreria sostituí la drogheria.

Del resto, anche se non entusiasta di Bologna, Giovanni non aveva i motivi di superumana irrequietezza che lo facevano amichevolmente compassionare da Gabriele, ora, per poco, lontano dall’«eremo» della Capponcina e nomade in Francia per il compimento e la rappresentazione della Fedra (9 marzo). A una lettera del Pascoli, cosí di fatti rispondeva da «Cap Martin Hotel, grès Menton» il 6 marzo:

Mio caro Giovanni, la tua lettera mi raggiunse su questo promontorio irsuto di mirti e di rosmarini, magro e robusto come un promontorio ellenico; e mi dà una gran gioia inattesa.

Ti penso con rammarico nella neve di Bologna; e ti vorrei avere qui all’ombra dei pini, davanti al Tirreno che fiorisce sotto il maestrale. Quando ti vedrò? Or è pochi giorni, laggiú nel mio eremo, mi fu dolce parlare di te con un uomo che molto ti ammira ed ama. Non avevo ancor compiuta la mia tragedia; e pensavo, e dicevo: «Se piacesse a lui solo, sarei pago». Te la manderò. Mandami tu il tuo canto. Non deludere la nostra aspettazione. Taluno di quei creditori raccoglie nel Mugello un miele «indicibile». Farò ch’egli te ne offra un bel vaso. Ricordami alla sorella. Ti abbraccio teneramente. Il tuo   Gabriele

Il volume della tragedia fu davvero mandato al Pascoli e si conserva a Castelvecchio con la dedica che echeggia una frase della lettera: «Al divino Aedo dei Poemi Conviviali – G. D’ANNUNZIO. “Tu mi sei testimonio. Altri non degno”. Aprile 1909». Giovanni allora preparava il «canto» su Re Enzio (1908...) e i Nuovi poemetti.

Durante le vacanze di carnevale il poeta non andò nel suo eremo: «Resterò qui; Castelvecchio mi seduce poco per ora»; vi andò in aprile per Pasqua; ma indugiò assai a salirvi per l’estate. Anche perché altre beghe complicavano la vita barghigiana. A Castelvecchio era tornato con molti soldi dal Brasile, non si sa come», un tale, amico dei suoi nemici, specialmente del Poppo: «alla larga! sono nipoti di un prete» (al Caselli, 8 febbraio: cosí si spiega meglio la invettiva poco prima fatta contro gli «americani»). E poi c’erano altre elezioni, quelle politiche: «Lassú è aperto il mercato dei voti. Qualche cosa rosicchieranno tutti ... Almeno sono lontano». I due contendenti erano il moderato on. Pellerano e il repubblicano Augusto Mancini, professore nella cattedra pascoliana di Pisa; l’uno e l’altro pareva volessero tirare per sé il poeta: «il bello è che il Mancini ... mio amico e successore» s’appoggia «nel fatto ai miei nemici piú luridi...; e che il Pellerano, mio nemico insieme col Giuliani etc... ha avuto bisogno di destare una grande acclamazione al nome Pascoli. W Pascoli, da una parte e dall’altra. Ma io attenderò a venire ...» (11 marzo). La vittoria fu per il Pellerano: ma Pascoli era scontento del sistema: «Dittatura ci voleva per la massima parte d’Italia, e non costituzione! Io sono in ciò, come in molte altre cose, garibaldino» (al Caselli, 14 febbraio).

Eppure Castelvecchio era sempre l’oasi del suo miraggio; per il lavoro e per il riposo sognante; tanto piú che pareva che finalmente i faziosi avessero fatto «una gran pace» ufficiale. Intanto c’era quella allegrona dell’Attilia, che strappava un sorriso anche nei grigi e freddi giorni bolognesi... Sentite quel che capitò ai polli mandati da lei.

Cara Attilia, abbiamo ricevuto e stiamo allegramente mangiando, facendone gran caso, la gallina e il galletto. Ma siamo rimasti stupiti avanti un vero miracolo di natura. Tra tutti e due avevano tre maghetti e nemmeno un fegato! La cosa c’è sembrata cosí straordinaria che abbiamo chiamati diversi professori dell’Università, per decidere di che si tratti. Hanno studiato e studiato, hanno consultato molti libri, hanno spediti telegrammi agli scienziati di tutto il mondo. Nessuno ci capiva niente. Finalmente si sono accordati a dire che è uno scherzo di natura prodotto da una malattia organica alla gola... dell’Attilia che aveva voglia di pasta asciutta buona, e s’è tenuti i fegatini per sé. È giusta? Amerei sapere il tuo parere.

Siamo contenti dei lavori. Brava Attilia... Gli alberi della Chiusa io direi di farne potare – e nemmeno troppo – la metà!: metà di peri, metà di meli, quest’anno; l’altra metà quest’altr’anno. Cosí non si perde il frutteto tutto: anzi se ne perde poco, specialmente se la potatura non è troppo spietata. Fa pure dunque cosí ... Presto ti manderemo o ti farò mandare semi di fiori. Tu ogni riparto che farai, ci metterai una cannuccia con un cartellino, per riconoscere le piantine ...

Godo che tu ti faccia rispettare dalle Capronesi e specialmente dalla mistress (cosí si scrive, e non misis) ... Vorrei sapere da te come è andata la faccenda della gran pace ... Io ricomincio ad amare casa mia e il mio paesello, Caproni, Castelvecchio, Ponte di Campia... Questo è il mio mondo. Del resto non me ne importa un fico secco.

Hai fatto l’olio? Hai bisogno di soldi? Scrivici ogni tanto che ci fai rallegrare. Saluta tutti quanti gli amici. I piú cari li riceverai da Mariú, che ha avuto un po’ di influenza, e dal tuo Giovanni Pascoli

Bol. 22-11-1909

Gli pareva poi che lassiú avrebbe lavorato ben meglio. E ritornava all’idea fissa di questi anni: «Vorrei un po’ di pace e di serenità per non lasciare del tutto incompiuta e anzi, si può dire, non cominciata, l’opera mia. Devo proprio essere venuto al mondo in vano?» E poco dopo, sempre da Bologna: «Lavoro, ma siamo assai tribolati e addolorati. E tuttavia pensando che al mondo c’è tanto bello, di cielo e terra e acqua e alberi e animali, escluso l’uomo, e fiori, non desideriamo d’essere liberi dal nostro dolore e dalla nostra tribolazione» (al Caselli, 8 febbr. e 18 giugno). Contemplazione della bellezza e della bontà del mondo attraverso un velo di malinconia: è l’ispirazione del suo canto.

Anche la Romagna lo interessa in questi mesi: intanto, qui pure, per le elezioni. C’è in una lettera a Pirozz un risoluto intervento negativo, contro chi pensava di proporre lui a deputato se si fosse ritirato l’amico Vendemini; anzi prende parte diretta con una lettera pubblica inviata all’amico dott. Antonio Dal Prato, il 4 marzo, che suscitò forte eco nei giornali del tempo. È il Pascoli con le sue note idee che parla da Bologna.

Caro Dal Prato. Vorrei avere due voti, uno a Lugo, l’altro a Cesena, e recarli a Umberto Brunelli e a Ubaldo Comandini. Ma l’uno è socialista, e l’altro repubblicano... Che importa? Le bandiere son due, una la causa... nell’uno sono tutti i medici condotti, nell’altro tutti i maestri elementari d’Italia... O medici e maestri che siete accosto accosto alle orecchie e alle anime del popolo, siete voi che dovete fermare la base ... di questa nostra Italia, che ha non uno ma tutti e due i piedi di creta... Lasciamo alla chiesa la sua libertà e le sue parrocchie; ma anche lo Stato... deve avere queste estreme aggregazioni, in cui si imparino le parole che ci facciano buona compagnia per tutta la vita e ci consegnino sereni all’inevitabile morte ... Vittoria a questi due nomi, Brunelli e Comandini... [58]

Ma la Romagna ormai, tolto questo slancio momentaneo, grava su Giovanni e Maria piuttosto come causa di tristezza. Nel numero di febbraio-marzo di «La Romagna» comparve lo scritto del Serra su Pascoli, che addolorò il poeta e Mariú, memori di un primo buon incontro con Renato: e quando il Serra agli ultimi di aprile venne con altri per invitare Giovanni a una commemorazione patriottica a Cesena, l’incontro fu freddo, anzi con velati rimproveri alla Romagna; ma certo anche nella impulsività romagnola del Serra covavano istintive antipatie, se poté scrivere sull’incontro una lettera ad un amico che rasenta la deformante e forse indegna caricatura. [59]

Ma piú personalmente ancora seguitavano a non andar bene le cose nella famiglia dell’Ida: a preoccupazioni finanziarie si aggiungono, come è facile, dissapori domestici. C’è anche un trasferimento dell’Ida a Cesena... E Giovanni deve intervenire con i consigli («È il padre, lui! È il marito...» come poi vedremo che le dirà) e anche con aiuti straordinari; e grossi e – quel che è piú sintomatico – di nascosto di Maria. Ecco, quasi affannate, una lettera e una cartolina del fratello indirizzate appunto a Cesena.

Cara Ida, ho veduto piangere due volte Mariú pensando a te, nel freddo inverno. Io tenevo segrete queste centocinquanta lire, che ti mando, sicuro d’interpretare il cuore dolcissimo di quella che soffre con me e piú di me. Ma capisci che non devi far cenno né scrivendo né parlando di questo danaro che ella non sa che io avevo da parte e tenevo chi sa mai perché. Il perché, eccolo.

Procura di aver giudizio molto molto molto: noi non siamo fortunati e io presto mi ridurrò alla sola pensione, povero e infelice e oggetto dell’invidia e dell’astio di tanti! Tuo   Giovanni

Bol. 16 marzo 1909

Alla signora Ida Pascoli Berti, Piazza della Fontana 25, Cesena (Farli). — Cara Ida dalla serenità della tua ultima mi par d’arguire che tu hai ricevuto una mia raccom. diretta, per errore, a Piazza della Rocca, 17. A ogni modo non sono certo. Ora tu rispondendo al pacco e alla lettera della nostra adorata Mariú, comincia la lettera con Grazie! tre volte ripetuto, e io capirò che hai ricevuto anche la mia con quel che c’era.

Del resto, silenzio con tutti e prudenza con le piccine. Sta allegra e scrivi serenamente. Lascia i dispiaceri e i rammarichi a noi. Tuo   G.

Se non hai ricevuto la sopra accennata, reclamala, fanne ricerca.

Contemporaneamente, anzi proprio negli stessi giorni dei dispiaceri per l’Ida, c’è la definitiva conferma del già negato acquisto della casetta di San Mauro (fu nel 1904), ma anche la rinunzia alla fondazione dell’Asilo, cui pure aveva accennato. E certi pensieri più aspri verso l’amico della giovinezza goliardica vanno illuminati anche da questo stato d’animo di crisi antiromagnola. In una lettera senza data scriveva a Pirozz: «Io rinunzio ad acquistare la mia dolce casina»; non gli par bello «aspettare che una persona alla quale auguro cento anni di vita, muoia, per prenderne il posto ... Rinunzio ora per allora»; e, dopo mandati alcuni volumi per la Biblioteca del paese, il 19 marzo aggiungeva per il proposto asilo di San Mauro:

Vorrei che tu rinunziassi perfino alla vaga lontana speranza che a te sorride ancora mentre a me non sorride piú. C’è già qualche mio buon amico che mi odia e invidia di tutto cuore, che, avendo forse trapelata la vostra idea, s’adopera ora a tutt’uomo perché nell’Alberino sorga un asilo infantile intitolato a Severino Ferrari, a quel mio amico di giovinezza che, come seppi dopo, m’era stato negli ultimi anni suoi ferocemente e insidiosamente nemico. Sai ancora che alcuni cari romagnoli, in un loro giornale destinato alle glorie della patria Romagna, per un pezzo hanno insinuato e proclamato che io ero un imitatore, e nulla piú, di Severino Ferrari; e immagini, se non sai, che io mi son taciuto per religione ai sepolcri e per disdegno delle vigliaccherie viventi; ma che ho le prove del contrario, appunto del contrario. Ora se a San Mauro si facesse mai un asilo infantile Pascoli non rifuggirei alla taccia, dei soliti romagnoli teneri dell’onor di Romagna, d’essere anche in questo un concorrente del Ferrari. Sicché pace! Lasciamo il pensiero. Penserò, per i miei morti, a qualche altra cosa, poiché questa, la piú degna la piú poetica la piú gentile, m’è impedita. E forse in questi momenti mi sarebbe stato difficile spendere...

Pensava, di fatti, d’andare in pensione come Pirozz. Passando «ad altro» ripete la promessa di invio di suoi libri: «quando verrò poi, ti annoterò le mie cose, sicché tu possa spiegarle autorevolmente ad altri» (peccato che non sia stato fatto!); e in fine accennava alle elezioni a San Mauro e a Barga, dove tutti – anche i poco fidi – vogliono appoggiarsi a lui. E quindi un ultimo colpo di questa dura lettera: «Che politica in Italia! Che abbiezione! Che letamaio! Che pantano! Ora viene il ruffianesimo del Tittoni all’Austria! Povera Italia! Pure, prima di morire, spero che per parte mia un po’ di sangue vivido e rosso circolerà di nuovo nelle vene bluastre di questa Nazione nata rachitica...». Va cosí – anche nell’ira – idealmente maturando il pensiero e la poesia fra il 1910 e il 1912, la poesia dell’Anno sacro della Patria e della Grande proletaria.

Con questi sentimenti, il 2 aprile prometteva a Decio Sabbatini, segretario del Comune di Sogliano, di andare nel caro paese a inaugurare una lapide garibaldina: solo, diceva, «non voglio parlare all’aria aperta. Né improvviserò o fingerò d’improvvisare una delle solite pappolate col pomidoro rosso. A me non importa di sembrare lí per lí oratore quanto di commuovere durevolmente». Ma né lapide né discorso ebbero poi concreta realtà. Passato il trambusto elettorale i fratelli ai primi d’aprile andarono a Castelvecchio (il 4, Giovanni prometteva di là al Bianchi la poesia Pietole); vi rimasero fino ai primi di maggio, [60] avendo il professore chiesto al collega Acri, allora preside di Facoltà, un rinvio per salute, con l’aggiunta di un certificato medico del 23 marzo, attestante «febbri da infezione reumatica». Bellissima la lettera di risposta del platonico filosofo amico.

4 aprile 1909

Una sorrisa paroletta breve del Pascoli, val piú che cento rogiti di notaio; la salute del Pascoli, val piú che cento sue lezioni; una lezione del Pascoli, val piú che cento.

Dunque rimando il certificato; con sdegno, o con stupore, non so. Addio. Farò come crederò meglio; e tu abbi fede nel tuo non ancor ben conosciuto            Francesco Acri

che venera in te ciò che in te è divino (1.)

(1) Quel tal certificato non è divino.

Di lassù sarà partita anche una risposta negativa a questo invito del Fogazzaro.

Vicenza, 24 aprile 1909

Illustre caro signore, la Società Docenti della Città e Provincia di Vicenza sta per celebrare il 25° anniversario della sua fondazione. I soci, presi uno ad uno, sono persone modeste, discrete quanto altre mai; messi insieme diventano un polipo ambiziosissimo. Sognano d’avere lei per conferenziere. Sono venuti a domandarmi d’essere messaggero a Lei dei loro voti. Io ho accettato perché veramente Ella parlerebbe nella sala più degna di Lei che abbia, oso dire, l’Italia. Parlerebbe nel Teatro Olimpico, opera d’Andrea Palladio, magnifica rievocazione dell’antico. Il grande emiciclo sarebbe affollato di popolo. Quale scena per un poeta che ha nelle vene tanto sangue degli antichi e cosí ricco sulle labbra, quando vuole, il linguaggio del popolo!

Si aveva in animo di tenere l’adunanza solenne il 20 maggio, ma se per aver Lei si dovesse differire, qualunque dilazione verrebbe accettata.

Se verrà, come speriamo, vorrà, spero, accettare la modesta ospitalità mia. Aspetto! Suo A. Fogazzaro

Il 5 maggio erano a Bologna: su questo tempo ci lascia gettare uno sguardo una lettera di Maria all’Ida, in cui si allude anche all’altro fratello, il minore. [61]

Carissima Ida, ti scrivo da Bologna dove siamo tornati da due giorni. Potevo scriverti prima, ma prima non avrei potuto includere il cinquantino perché lo stipendio giaceva qui. La nostra campagna è stata piena di lavoro per Giovannino, e per me piena di nervosità. E il lavoro all’uno e la nervosità all’altra ci hanno dato molte notti insonni. Inoltre abbiamo di quei dispiaceri famigliari sempre all’ordine del giorno su cui non ti voglio intrattenere per non amareggiare anche te. Ti basti che nella nostra provvidenziale assenza quel tale è stato a cercarci a Bologna per avere... si sa: un migliaretto di lire. Cosa da nulla per lui! Nel duro letto della nostra vita non sappiamo come voltarci per non soffrire tanto.

Avemmo la tua lettera a Castelvecchio coi saluti e gli auguri di mano delle bambine. Ringraziamo tutte quattro ora e vi ricambiamo con gran cuore il bene che ci augurate. Adesso Giovannino è tutto perduto nella scuola: dormiranno per un poco i suoi lavori particolari, che, sebbene gli affatichino la mente, sono però l’unica fonte di qualche soddisfazione per lui e per me. Dopo verrà l’estate e il gran caldo non è propizio, come pure il gran freddo, a lavori d’ispirazione.

Spero nell’aiuto supremo, aiuto che m’avvedo non ci viene meno mai. E tu sta serena. E il padre delle tue bambine fa che sia amato e rispettato da esse. È un dovere per te e per loro.

Quando scriverai, che spero subito, scrivi serenamente: non aggiungere anche tu la tua stilletta amara al nostro bicchiere che già trabocca. Un bacio a tutte quattro da Giovannino e dalla tua MARIA

Bologna, 7 maggio 1909

Ma, certo a seguito delle vicende domestiche, i due fratelli di casa Pascoli rimasti «vergini», come già disse Giovanni scrivendo al fratello (pag. 662), assumono funzioni paterne e si prendono per un poco in casa l’ultima nipotina Lulú (o Luisa, che aveva allora circa sette anni).

Padre e madre... per incarico ma amorosi ci si divertivano; ecco una vivace scenetta descritta in una cartolina.

Posta, fuori d’Azeglio, ore 19, prima di tornare a casa. Mariú e Lulè hanno fatto tre giri in giostra, l’una sull’automobile, l’altra a cavallo, baldanzosa e lieta. Forse era un po’ melanconica... Speriamo riacquisti del tutto la sua allegria. Tanti baci, o care Ida Nannina e Myriam dai vostri   GIOVANNI e MARIA

Tanti baci a tutte e tre dalla vostra  LULÚ

Ci si divertivano, ma si affannavano anche; specialmente la inesperta Mariú. Lo dice Giovanni all’Ida, deciso a non continuare la prova con l’altra nipote Giovannina, a Castelvecchio, tanto più che c’erano quei dissapori domestici che potevano dar motivo a non buone interpretazioni...

Cara Ida, Lulè t’ha scritto e, come vedi, si diverte e ci gode un mondo. Ogni giorno vuole una distrazione nuova. Solo qualche volta, come per la birreria, continuerà anche oggi quel che ha fatto ieri. È molto graziosa, quando fa la birreria! Ma io poco posso badarle. Ho già in casa sette volumi manoscritti da leggere e giudicare per le lauree; ho da terminare due importanti lavori. Avanti pure!

Ma quest’improba fatica mi toglie la speranza di prender subito la Nannina con noi. Già forse non andremo subito a Castelvecchio: a ogni modo, abbiamo bisogno di riposo perfetto. E oltre me, Mariú che non gode piú la sua salute e la sua serenità d’altri tempi, che poco può dormire, che mangia poco o nulla, che digerisce male, che è affranta di fatica per quel dover fare tanti kilometri al giorno in casa senza uscire, per andare di stanza in stanza, per correre alle sonate del campanello, ora deve riposare e restar calma. Perché non puoi figurare come sia apprensiva. Tutta la notte è desta a ogni momento a veder se Lulè dorme – dorme nel lettino dell’ottomana – s’impaurisce se Lulú accusa un dolorino di pancia, come ier sera, se Lulú è nel giardino ella trema che non le succeda di cadere. Insomma non ha pace. E questa tensione di nervi sarebbe a dirittura spaventosa, se dovesse prolungarsi e continuare a Castelvecchio, a tanta distanza da voi, lontani da medici e farmacie, con poco o punto servizio, circondati come siamo da nemici chiusi e implacabili. Ci toccherebbe tener sempre in casa la Nannina, e non perderla d’occhio un minuto. Aggiungo che non va assolutamente ch’essa venga senza saputa e magari contro il volere del padre e, a ogni modo, per proteggerla contro lui. È il padre, lui! È il tuo marito! E noi non vogliamo mettere il dito né tra moglie e marito né, molto meno, tra padre e figlia.

E là, d’estate, prima che provvedano (e per ora non provvederanno) c’è una siccità assoluta, e bevono acque marcie, e nulla è piè facile che scoppi una vera epidemia. Ma il fatto è che, anche senza epidemie, tutti sono sporchi lerci incrostati pullulanti di microbi... È inutile: per ora non prendo questa responsabilità e non posso mettere anche piú in forse la salute e la vita della mia Mariú, che ha bisogno delle lunghe mattinate quiete, dei silenziosi pomeriggi, di fare i suoi lavoretti nell’ombra e nella pace perfetta. Capisco che Nannina è un fiorellino di bontà, e farebbe di tutto per non levare Mariú dalle sue abitudini. Ma l’apprensione di Mariú sarebbe superiore a ogni riguardo della bimba. Sicché differiamo la venuta di Nannina. Tanto sai che a Bologna dobbiamo tornare durante le vacanze. Ti scrivo la cosa sin d’ora, perché tu ti prepari e prepari Nannina in tempo, in modo che non abbiate una brusca delusione. Posso aggiungere varie difficoltà di primo ordine, perché là, per ora, Mariú non può andare a messa né condurvi o lasciarvi condurre Nannina... Vedi che sarebbe uno scandalo per lei e per gli altri. E aggiungo anche che noi siamo demoralizzati da un nuovo impensato e piú forte degli altri assalto di quel tale ... C’è ad aiutarlo la moglie, un arciprete e chi sa quanti altri metterà ancora addosso a noi. Minaccie di suicidio etc. etc.! Che vita deliziosa! E c’è Falino col matrimonio della figlia! In qualche modo dovremo farci vivi. Se Nannina fosse allora con noi, Falino attribuirebbe a te e a lei il nostro scarso interesse e intervento alla sua felicità familiare.

Siamo disgraziati. A me, per non perder la testa, occorre occuparla sempre e a ogni costo in lavori e studi. Mariú non ha sempre questa risorsa, e si consuma in un segreto immedicabile dolore. Un abbraccio, cara Ida, con tanti baci per Nannina e Myriam, dalla povera cara Mariú e dal tuo    GIOVANNI

Bol., 9 giugno 1909

È un’analisi penosa, di quelle che rivelano Giovanni come torturatore di se stesso, anche se è un poco aggravata dallo scopo che voleva raggiungere.

Ma «per non perder la testa» il ... padre putativo ebbe in questo 1909 (o poco prima) forse anche – e sia pure per un momento – un altro pensiero: di nuovo cioè l’idea di un matrimonio (a 54 anni!). E il fatto è certo importante per la persona cui si riferisce e per la fonte, questa volta sicura, da cui la «voce» deriva (sembra che prima l’avesse diffusa il malizioso fratello Giuseppe). Nell’inverno del 1909 giunse anche a Firenze la diceria che Giovanni stava per sposare nientemeno che la vedova di Severino Ferrari! La notizia è, con vivacità commossa e un poco ... gelosa, narrata dalla fedelissima signora Corcos in una lettera, ancora inedita, di quell’anno, senza data precisa (ma di un «venerdí»!). Alla «chiacchera» accennò per primo scrivendo alla Corcos il Pascoli; allora lei si fece coraggio e scrisse: «Io la seppi quest’inverno, in un giorno, da tre differenti persone. Primo fu Ugo Ojetti ...: "Ha sentito? il nostro Giovannino prende moglie". "Prende moglie?!!!" ... E, non so perché, diventai rossa ... "Sicuro, il nostro Giovannino sposa la vedova di S(everino) F(errari); e perché no? ... Finalmente ci darà delle poesie d’amore" ... Poi fu il figlio di Biagi, ragazzo di Liceo, che mi domandò se era vero ... "E te da chi l’hai saputo?" "Lo dicevano stamani a scuola, credo che avesse portato la notizia il Gerunzi". "Dopo tutto, dissi io per indagare l’opinione di questi ragazzi che hanno un’adorazione per Lei, anche il Pascoli è un uomo". "No, disse il Pimpi, (il figlio della Corcos), è un poeta; ora è nostro, e se prende moglie mi pare che non sia più nostro". "O D’Annunzio?" E Gigi Biagi rispose: "Chi ha mai sentito che D’Annunzio fosse nostro?" "E finalmente il Mazzoni: "Ha sentito?!..." Mi rincorse per la strada: "Non ci crede? Anzi è una bella cosa, la successione in tutti i termini!" E si allontanò scodinzolando. Da allora ogni tanto mi hanno parlato di questo ... Ma ringrazio Dio che non sia vero"». La notizia tuttavia era durata forse troppo a lungo perché non ci fosse nulla di vero...; e quando fu superata ogni incertezza e ritornata la malinconica solitudine interna, Giovanni si indusse ad accennarvi.

Ad accrescere ora ansie e dispetto c’è perfino il fratello; e il rettore della chiesa col quale non vogliono avere contatti; e, per questa volta, anche il buon borgo di Caprona diventa... microbico. Eppure – poeta del dolore e della speranza, della morte ma con l’anelito alla vita – quasi negli stessi giorni aveva al disopra del dolore del mondo avviato col Caselli l’inno a quanto «al mondo» c’è di «bello» che è «tanto»! (p. 899) . E poi, egli poteva sempre occuparsi «coi lavori e studi»: ora aveva ormai pronto «il III volume delle Poesie» (i Nuovi Poemetti) e l’altro «delle Canzoni del Re Enzio» che si può considerare l’ultimo: i Nuovi Poemetti hanno nella Prefazione la data del 24 giugno, e compiono del tutto il primo ciclo delle sue poesie.

Press’a poco in questo tempo compaiono due altre delle critiche più note alla poesia del Pascoli: quella del Serra nella «Romagna» che già fu ricordata e quella, ancora in articoli di giornali, del Borgese. [62] Non si sa della reazione del poeta: ad essi rispose il fedele Pietrobono (anche «a un tal Renato Serra») ma senza poi pubblicare lo scritto: e chiedeva: «che ne dici? veramente tu non dirai nulla...». Ma a casa Finali si conservano lettere del Pascoli con «sfoghi stizzosi contro Renato Serra».

Nemmeno questa volta i due fratelli hanno fretta o agio di partire presto per Castelvecchio, anche se il 19 luglio Giovanni si informa dal Caselli dei prezzi per salirvi in automobile. Partirono invece – e, come volevano, senza nipoti – alla fine del mese, preannunziandolo il 28 all’amico e, per risparmiare, contentandosi della carrozza nell’ultimo tratto (però l’11 luglio ricordiamo che aveva potuto scrivere all’Attilia: «quest’anno, per i soldi, c’è andata assai bene»).

Vacanze tutt’altro che tranquille e sempre per piccoli fatti locali a sfondo personale e politico (e di mezzo ci andava sempre il povero don Mancini). Diceva poi da Bologna (il 25 ott.) al Bianchi: «M’ero sognato di aver pace a Castelvecchio. Ma i preti aizzando continua-mente gl’ignorantissimi contadini e cittadini dei sobborghi di Barga m’hanno a lungo conteso questo benefizio. Finalmente pareva ci fosse un po’ di tregua ... quando un ambizioso..., per comodo repubblicano» mise lassù la sua candidatura (è il professore che gli era succeduto a Pisa cui già accennammo). «Viva Savoia! grido io», per reazione; e l’unico vantaggio è «il proposito di contribuire quanto più possa all’educazione e istruzione elementare delle plebi specialmente campagnole d’Italia». A ciò – tanto più in questi momenti d’ira anticlericale – gli varrà fra poco l’affare Ferrer: di cui egli allargherà l’eco fino a Caprona.

In quei trambusti, l’attività poetica procedeva lentamente: sempre promette Pietole, e la Canzone del Paradiso è rimandata a ottobre (quando press’a poco finalmente uscí); va delineando i grandi piani per i suoi «lavori del 1911», l’anno sacro (12 ag.); e interviene, come gli accade di rado, nella discussa interpretazione del poemetto La pecorella smarrita con la bella lettera al Gargano, stampata nel n. 35 del «Marzocco»; ma il suo è un lavoro «solitario e sedentario» come scrisse in una lettera all’amico Francolini di Rimini il 30 agosto; e va certo ormai accrescendosi quella specie di isolamento, se non di misantropia, che è caratteristica degli ultimi anni. Oltre che a Maria, si raccomandava per ciò anche al Caselli il 12 del mese: «Proteggimi contro ogni visita che non sia la tua o di familiarissimi, come Severino» (Bianchini). E certo contribuiva a ciò un poco di malessere che sembrava quasi farsi cronico: «sono malato» diceva al Caselli quel giorno stesso. In tale stato di disagio, come aveva ritardato l’arrivo, affrettò la partenza da Castelvecchio: «quest’anno non sono rimasto là piú di due mesi» (25 ott. al Caselli); arrivarono a Bologna di notte il 12 ottobre.

La dimora bolognese – che nel confronto delle pungenti noie di Castelvecchio ora gli appare perfino migliore – aveva però avuto in precedenza qualche preoccupazione: anzi tutto un aumento di affitto da parte del sig. Rossi, il padrone di casa. Una molto diplomatica lettera del poeta il 5 agosto mostra la gentile discrezione del Pascoli... ogni tanto uomo d’affari.

In tali circostanze il meglio che io possa fare è di disdire sin da ora il mio appartamento e di pregarla a voler significare al pubblico sin da ora che quell’appartamento è da locare. Cosí è molto probabile che le inevitabili visite e il susseguente contratto col nuovo affittuario siano già compiuti, quando tornerò. Perché, come lei sa, campando io solo del mio lavoro, ed essendo questo lavoro assiduo e duro, troverei molto imbarazzante dare udienza a tanti che verrebbero a vedere il quartierino. E separiamoci da buoni amici. Ella (io sospetto e il sospetto mi avvelenerebbe il piacere di restare dove sono stato assai bene quattro anni e dove resterò sino al prossimo maggio) ella non si sente libero di proporre l’aumento. E io non voglio esserle d’ostacolo.

Ma la cosa si risolvette in un aumento concordato, e non ci fu trasloco. C’era però ancora il problema di dovere forse prendere, per i suoi studi, l’altra nipote, o di aiutarla in qualche altro modo: di ciò tratta con la sorella Ida il 15 settembre, da Castelvecchio.

Cara Ida, io da un pezzetto non sto piú tanto bene e concentro i miei pensieri nel lasciare tutta la mia impronta nel tempo che fugge e nel lasciar meno male chi amo. Or dunque parliamo seriamente. Ho aspettato sino ad oggi qualche tua spiegazione maggiore intorno all’aiuto che aspetti per Nannina. Bisogna che questa spiegazione tu me la dia, se vuoi che risponda in proposito. Per in tanto, non so che ripeterti vecchie storie: che a mano a mano che vado avanti, il mio lavoro deve per forza crescere e il mio profitto diminuire. Hanno accresciuto lo stipendio, né so quando comincerò a godere l’aumento: per ora mi hanno aumentata la pigione di casa; e non di poco, e ho dovuto fare un bilancio molto maggiore di libri, per le esigenze che verso me crescono di giorno in giorno, mentre le consolazioni e sodistazioni sono al tutto cessate. Dunque scrivimi qualche cosa di preciso. Spero che tu ti sia ristabilita. Un abbraccio dal tuo GIOVANNI e tanti baci alle bimbe e saluti a Salvatore di Mariú e miei.

Ma a distrarlo da tutto, e a dargli uno di quei momenti di esaltazione che rivelano la sempre viva impulsività del suo animo (romagnolo e già rivoluzionario) ecco, come accennammo, la tragedia di Francisco Ferrer.

Il propagandista antigovernativo spagnolo venne fucilato il 13 ottobre 1909 a Barcellona: nella sua veste di apostolo, specialmente per una piú diffusa e nuova istruzione, egli aveva le qualità di assurgere a mito nella fantasia e nel sentimento del Pascoli: onde il suo impetuoso intervento.

Subito con data 14 ottobre era distribuita a Bologna in foglietti e cartoline un’ardente sua epigrafe, che fra l’altro gridava:

Uno scoppio di fucili ... — echeggiò nelle scuole della terra — rimbombò nelle officine del mondo: — e i pensatori levarono gli occhi dal libro — e i lavoratori alzarono il pugno dall’incudine — e si volsero al tramonto — dove era bagliore di fiamma e odor di roghi — FRANCISCO FERRER — era là, caduto in un tetro fossato... — Stringetevi l’uno all’altro avanti questo martirio — o Pensiero e Lavoro Umani! — Quelli che Ferrer non poté redimere con la parola — li redima col suo sangue! – GIOVANNI PASCOLI».

Anche un grande ritratto e delle cartoline postali, pure con ritratto, erano messi in distribuzione con questa epigrafe; e il popolare giornale umoristico «La Rana» del 16 ottobre usciva pure con un ritratto del Ferrer e la epigrafe. Subito Giovanni comincia la sua propaganda mirando – oltre che a San Mauro, verso cui parte un ritratto di Ferrer indirizzato a Pirozz – a Castelvecchio, dove l’aveva tanto irritato il «clericalismo»! Si susseguono due lettere alla... intellettuale Attilia: sono in parte scritte da Maria (ancora una volta concorde col fratello) in parte da Giovanni, il quale distribuisce i suoi ardori alle pianticelle del giardino e al grande Ferrer. Il passaggio dal «lei» al «tu» distingue i due scriventi.

Carissima Attilia, giungemmo a Bologna la sera alle 11 del giorno 12 corrente. Il viaggio fu felice e senza nessun incidente notevole. Qui in casa abbiamo trovato i nuovi lavori del padrone pressocché finiti. Mancava qualche nonnulla che il padrone s’è subito adoprato di sistemare. Ora siamo in pace, e godiamo, a dir vero, una gran pace. Le numerose visite, e spesso anche seccanti, non ci turbano. Se non altro hanno il pregio della brevità. Giovannino s’è rimesso al suo lavoro coraggiosamente, ed è sereno e mangia di gusto. Io ho molte cose da riordinare e da fare. Poco per volta farò tutto. Gulí è abbastanza svelto e fa una gran festa alle uscite coi padroni... La vendemmia ha buttato bene? ... Oggi aspetto la roba dalla ferrovia. Cominciamo ad aver necessità di tutto. Mi dimenticai di mettere nella stanza degli armadi quella cassetta di libri che è su per le scale. La metta lei ché non ci devono andare i topi. E ai topi faccia pure una gran caccia.

Quei vasi dove è il basilico con piantine di salvia trapiantali tali e quali nella concimaia, facendo prima una buca in terra e poi versandovi dentro il blocco di terra di dentro i vasi con le loro pianticelle. Dirada un po’ il basilico e fa che le salvie possano prosperare. E inaffiale. Quelle due rose spinose grandi che sono nel boschetto solito dove erano anche le altre che abbiamo trapiantate, levale di lí nel solito modo e portane una in fondo alla chiusa vicino al cancello dalla parte dell’abetino, non del fico e della pinella; un’altra nella concimaia, dietro la murella di fondo, in modo che si possa poi qualche ramo mandarlo verso il forno. Trapianta pure la glicine che ti mostrai, che era stata calata, e mettila in modo che le bestie non l’abbocchino, dietro la muretta di strada, o dove ti pare, ma in modo poi che qualche bel capo si possa stendere ad arco in alto sulla porta della concimaia.

Noi siamo stati molto addolorati che a Barcellona i preti abbiano fatto fucilare un brav’uomo che voleva propagare le scuole, per togliere l’infame dominio clericale. A Castelvecchio e a Lucca i due Mancini ci avevano avuto un gran gusto! Qua a Bologna si vende un ritratto del povero martire (un uomo di quasi 60 anni!) con l’iscrizione mia. Te lo manderò. Figurati ora come i preti vogliano bene anche a me! Il martire si chiamava Francisco Ferrer.

Saluta i cari amici Maestrino Biella Nanni Poldo e se vai a Campia quel gran buon giovine del Beppino. Tienmi informato della Posta di Campia ...

Ferrer aveva avuto una forte somma per questa sua opera d’impiantare scuole dove s’insegnasse veramente. Ebbene egli viveva poveramente e alle sue figlie povere e da lui amatissime non dava se non quel poco che poteva, per non sottrarre nulla alla somma avuta per le scuole. Qualche anno fa gli chiusero le scuole. Esso allora diffondeva libri con grande spesa. Finalmente hanno soppresso lui, con quattro fucilate, i pretacci infami che in Spagna comandano anche piú che ire Italia; che è tutto dire! Sai come è stato arrestato e poi condannato e giustiziato? Esso stava nascosto, perché sapeva che il governo clericale lo cercava. Poteva fuggire, ma aveva un deposito di 20.000 lire che servivano per le sue scuole e per i suoi libri. Volle provarsi a riscuoterlo, andò alla Banca, e fu scoperto e preso. I preti non le avevano sequestrate, apposta, quelle migliaia di lire, per acciuffare l’uomo che non sapevano dove fosse! che birbanti! che gesuiti!

Dammi notizie della buona Isabella.

Di’ al Nanni e al Celestino e anche alla Mary e al Peppino che se mi promettono di inquadrare e tenere nel loro esercizio il ritratto del Santo, vero vero vero Santo, glielo mando. Tu fagli fare la cornice e tienlo nel salotto. È segno che tu sei delle idee di tuo padre, del tuo povero padre la cui suprema aspirazione – la Scuola – apparisce anche nella sua iscrizione sepolcrale,

I piú cari etc. GIOVANNI e MARIA

Bologna, 16 8bre 1909

Caratteristiche del nervoso modo pascoliano quelle riprese dell’apologia dopo aver già cominciati i saluti; e anche quel fare dell’agitatore politico Ferrer quasi solo un apostolo dell’istruzione. Nella lettera seguente la tragedia si adegua un poco alla piccola scena castelvecchiese (anche qui, il passaggio dal lei al tu segna il cambio di mano fra i due fratelli).

Carissima Attilia, da un giorno abbiamo in casa tutta la nostra roba. Finalmente! Ma ce n’è voluta! E poi le mie raccomandazioni per il domicilio, e l’aver segnato su ogni collo – a domicilio – è riuscito vano tutto. Le merci furono spedite in stazione e per poterle avere ci sono voluti due giorni. S’intende che il Rosso sia duro, ma cosí .. . Non ho trovato i fagioli bianchi tra le noci. Se n’è dimenticata? Spedisca senza nessun indugio le noci all’Ida. Una metà circa di quelle mandate a noi. L’indirizzo è: «Signora e Signorine Berti - Piazza Vittorio Emanuele 25 - Cesena» ... Presto aspettiamo qualche regalo di costí. Di roba nostra, s’intende; ma qua ci sembrano regali ...

Manderemo un rotolo di ritratti di Ferrer a te che li distribuirai a chi li voglia. E tutti lo vorranno ora che son diventati repubblicani e anticlericali. Anche Don Archimede Mancini lo vorrà, per fare una sua festa a suon di campane e di fiaschi di vino, dacché è sostenitore del prof. Augusto Mancini. Sicché ti farai onore.

Non mi hai dato l’idea di quanto bigoncio verrà. E vorrei saperlo. Abbiamo molto gradite le lettere dei due ragazzi, e risponderemo. Prima del 21 farò la lettera per Willy ... I tuoi interessi come vanno? Se mai, va nel mio studio, voltati a sinistra, a quella tavola lunga: apri il cassetto che è più verso la finestra. In quel cassetto troverai subito una lettera del dottore. Prendila, portala a lui, e digli che ti provveda nel tempo che parrà comodo a lui e necessario a te... Godiamo che l’Isabella sia quasi ristabilita. Fa che mangi pochino e benino. E dagli vino sforzato, vin di Spezie, Marsala, quello che a lei gusta più.

I più cari etc.           GIOVANNI e MARIA

Bologna, 22 8bre 1909

Ma lo sdegno irato per l’uccisione del Ferrer porta il Pascoli a tali trasporti sentimentali da dare tinte insolite al suo pensiero. Ne è occasione la polemica che ha col «Corriere della Sera» e col Bianchi. A questi il 25 ottobre scriveva: «Per tua regola, Ferrer è stato fucilato dalla maggioranza spagnola, non dal Maura [il presidente del Consiglio, cattolico]. Voi del "Corriere" fate male ad abbandonare a poco a poco la causa di quel martire della scuola, che voleva togliere dal cielo spagnolo i tristi fumacchi del Medioevo e dalla coscienza del popolo l’orribile catechismo sanzione dimmoralità e dignoranza»; e il 29 (con una leggera attenuazione, forse dopo certe osservazioni dell’amico): «Quanto al Ferrer avete torto. Ogni giorno meglio si capisce che egli è un martire di ciò che forma pure il mio umile programma: visto che il catechismo (transustanziazione, processo ab utroque, etc.) è, per non dir altro, indifferente all’educazione morale: moralizzare le decadute plebi latine con la morale!» [63] Cosí, a poco a poco, con un processo sentimentale-fantastico non unico, e che, per esempio, è a base di alcune sue poesie o della sua critica dantesca, il Pascoli identificava il Ferrer (trasfigurandolo) con se stesso.

Tutto ciò gli dava un ritorno di fiamma per l’attività politica; essa serpeggia nella citata lettera al Bianchi: sognava di darsi «all’educazione delle plebi...»; e pur ripetendo che egli da tempo ha rinunziato «per sempre» a ogni candidatura (anche perché voleva essere al disopra dei partiti), vagheggiava di nuovo l’azione pubblica: «E chi sa che non entri anch’io nella politica presentandomi alla tribuna del giornalismo? In questo caso il «Corriere» mi prenderebbe come suo?» Naturalmente il «Corriere» non lo prese: e il Pascoli non ritornò agitatore politico, anzi mandò una lettera di dimissioni da consigliere a San Mauro, non piacendogli «di tenere un uffizio che non posso adempiere» (a Pirozz 10 ott.). Tuttavia davvero per gli anni seguenti egli si diede a quella che poteva essere la sua azione politica, l’azione del poeta e del maestro esaltatore della Patria attorno all’«anno sacro». Diceva ancora all’amico Pirozz, in segreto, il 10 ottobre: «A che cosa lavoro? A ciò che non voglio si sappia. A un gran libro di poemi del Risorgimento... Comincia ora la mia vita di poeta e di scrittore e di educatore...» Eppure il 16 novembre sembrava momentaneamente confessare al Federzoni: «Sono morto alla Musa»!

Contento era dunque per adesso a Bologna: gli pareva per un poco d’essere tornato in armonia con sé e con la corrente politica e ideale che gli era stata più cara; e gli sembrò si sciogliesse alquanto anche il gelo dell’ambiente bolognese. Si sentiva riportato ancora un poco in alto, più del solito «successore»...; tanto più che ormai la questione Barbi si andava assopendo, anche se qualche flutto delle precedenti ondate polemiche toccavano ancora i suoi piedi, come ci ricorda nell’ottobre il Puntoni (pag. 885). A rallegrarlo vengono anche gli spippoli e il pesce per cui ringrazia non una sola volta Pirozz; a commuoverlo un poco in ricordi alquanto sopiti c’era un biglietto del Pistelli, che il 4 dicembre gli dava un accorato saluto prima di andare a lungo per studi «nell’alto Egitto»; a esaltarlo in questo periodo di ardore nazionale capitò anche l’episodio del generale Asinari di Bernezzo che «levò, giorni sono, un suo bell’inno al tricolore che aveva difeso col suo sangue... e fu mandato a riposare»: e con data «Novembre 1909» Giovanni pubblicava sul «Marzocco» la forte ode A riposo. Di questa più grandiosa ispirazione e forma risente ora anche qualche epigrafe, come quella per Francesco Passino, comandante dell’incrociatore «Piemonte», morto con tutta la famiglia nel terremoto di Messina, «in quel giorno... quando il cielo via passa – la terra entro arde – e tutto dissolve – con lo scoppio di tutte le folgori — e il sibilo di tutti i venti...». [64]

Ma anche scherzava: a Giovanni Ricci, amico e un poco parente, un ufficiale che ora stava a Brescia, l’11 dicembre presentava cosí un collega: «Mio caro Gianni, mettiti sull’attenti e fa il saluto: ti presento il colonnello Ugoletti, che è anche professore, a dir meglio, maestro in codesto Liceo. È stato mio compagno all’Università ... Siigli amico devoto come sai esser tu»; per fine d’anno poi, salutando gli amici sammauresi Tognacci, invitava a Bologna Rico: «Guarisci presto e vieni a trovarmi a Bologna, dove ti accoglierò con giocondi scoppi come di mortaretti... Ma saranno bottiglie». In questa relativa euforia bolognese non sentiva voglia di andare nell’irritante Castelvecchio, nemmeno per le feste: non c’era neppure l’ufficio postale, e quello più vicino, al Ponte di Campia, non lo aprivano mai! Di questi giorni scriveva, sempre scherzando, all’Attilia, o alla Cara sina (sigla che sappiamo, poteva valere «cara signorina» o «cara asina» a scelta).

Cara sina, o allora che vuoi che veniamo a farci? a morir di fame? Noi non amiamo la carne: vorremmo uova, pisellini, fave, insalatine, ravanelli, carciofini colti sulla pianta... Se non hai niente di questo, noi rimaniamo qua. E poi vorremmo non veder piú quel muro malato e bruffoloso lí accanto: lo vorremmo vedere intonacato, con le sue finestre a pietre ben fatte (una, non so se Fortunato ricorda, avrebbe a essere lunga sino al piantito). Invece non vedremo nulla. Io lascerei il lavoro interno, e farei prima quello di fuori. Ma tu non ti sei spiegata, al solito, con quel bravo Fortunato, che lui sí, che è intelligente e diligente; ma bisognerebbe che avesse a fare con chi avesse un po’ di sale in zucca, e tu, cara sina, non l’hai. Insomma noi resteremo qua. Tanto non credo nemmeno che la casa sia per essere arieggiata e pulita. Bisognerebbe che tu avessi mutato la tua testa con quella di qualcun’altra; ma chi vorrebbe barattar la testa con la tua? E poi, scommetto che mi hai fatto seccare i miei melagrani diletti...

Che farabutteria c’è per il mondo! Ma io, di quella costí, non mi voglio occupar piú. Se la godano! Io mi godrei la mia Chiusa, se non ci fossi tu a isterilirmela e sciuparmela.

La posta a Campia l’hanno ancor messa? Rispondi subito. Se no, non ci moviamo. A che? A che tribolar tanto? Preferiamo tribolar qua... Addio. Ci rivedremo quando Dio e tu vorrai. Dio e tu? Già: non vi assomigliate? Non fate miracoli tutti e due? Non capisci le parole non fenite? Invece capisci benone. Guarda: se io scrivo: Attilia, tu se’ la gran b...! capisci o no? ...

Saluta il Maestrino, il Fortunato, l’Isabella, l’Amabile e figli, e tutti.

I piú cari etc.   GIOVANNI e MARIA PASCOLI

E di fatto, cosa unica, a Castelvecchio per quel passaggio d’anno non andò. Certo anche perché ora ben altri sogni sappiamo che agitavano quella sua fantasia, tesa alla maggior fase del suo ciclo; ce n’è nuova eco in una breve lettera mandata a uno sconosciuto impiegato all’Intendenza di Finanza di Milano, il sig. Antonio Bubani, che, dopo letto A riposo, aveva scritto al Pascoli facendo omaggio al suo «genio».

Gentilissimo signore, il genio – che altri chiama fortuna – il quale nasce con noi, poche e torbe gioie mi ha dato; ma se me ne dà una, che da tanto tempo perseguo, oh, sia benedetto il mio triste povero genio! Sia benedetto per tutto il male che mi ha fatto e ha patito con me, se mi concederà sull’ultimo questo bene! Speriamo! Suo .aff.mo

GIOVANNI PASCOLI

E il «genio» in questa fine d’anno s’irradiò luminoso per quella via anche più alta e più consona al poeta che non quella, troppo lunga, dei suoi canti patrii: e lo accostò nella mistica immensità degli spazi a Dante e a Dio. Tornava, come nel 1302, nei gravi giorni del Fiorentino, la cometa di Halley: il Pascoli il 26 dicembre vede l’accenno nel «Marzocco» fatto da R. Davidsohn, e nell’ode Alla cometa di Halley annunziata il 2 e pubblicata il 9 gennaio – scrisse forse il suo migliore commento ideale alla Commedia: un raggio della cometa può annullare la Terra..., ma di quel raggio forse mortale, Dante – l’eroico «peregrino del Mistero» che stava, solo col suo pensiero, «a guardia degli umani» – si fa una via per salire fino a Dio. Cosí l’uomo affrontando la morte vince la Morte.

E immobilmente ascese fra il baleno

delle tue scheggie, ascese senza fine,

come in plenilunio sereno...

Forse mai il Pascoli fu cosí vicino a Dante.

V - IL 1910: L’ULTIMO INCONTRO CON D’ANNUNZIO
IL DISCORSO GARIBALDINO MANCATO A GENOVA
E QUELLO DI SAN MAURO
 - INCIDENTI FAMILIARI - CAVALIERE DEL MERITO CIVILE

Tra i due anni, veramente il Pascoli lavora in grande e con pubblica risonanza: non ostante tutto, non può non esserne un poco contento. Già salito dietro... la Cometa, ecco proprio il 1° di gennaio il saluto al feretro dello storico Francesco Bertolini, preside «a vita» della Facoltà di lettere («Come tristemente ci hai fatto . . . cominciar l’anno! . . . Cominciamo, sí, il nostro lavoro, sempre, come non avessimo mai a finire, e cadiamo; come tu cadesti, a mo’ del buon vecchio aratore, a mezzo il solco!»: e pareva ormai parlasse anche per sé); detta una solennissima epigrafe latina a ricordo dell’integrazione che con la Sezione giuridico-letteraria già aveva ottenuto l’Accademia delle Scienze di Bologna (Anno MDCCCCX - ab Italia armis et iure de integro condita quinquagesimo); e ancora nel gennaio va sognando con Angiolo Orvieto «una grande ode funebre per il primo marzo» a sciogliere il voto «d’un epicedio ai nostri morti di Adua»: e bisognerà che all’invito di quei «gloriosi morti ... risponda alfine e li faccia dormire nell’immensa pace della poesia». Ma come rituffandosi con commossa gioia ora, nella piena maturità – in tutta la propria vita giovanile ne riassume mirabilmente la formazione poetica e patria nella Prefazione a Memorie patrie d’una famiglia romagnola, quella di Decio Sabbatini, suo parente di Sogliano; e la formazione politica, nel Saluto a Andrea Costa che, pur nel gennaio, mandò dalla cattedra all’antico «compagno di scuola» non studente per mancanza di denaro: «era solo uditore; ma udiva Giosue Carducci»; però quando nel 1874 Giovanni entrò all’Università, quel giovane non era presente: «Andrea Costa era in carcere. In carcere italiano ...»; ora invece «quanti diritti riconosciuti al popolo... Tutto questo progresso si deve per gran parte a quel nostro compagno di scuola ...» che il Pascoli volle onorare anche con l’epigrafe sulla tomba di Imola.

Sí, insolitamente, ora continua a essere contento anche a Bologna, anche sulla cattedra: e tutto pare schiarito, mentre crescono invece le nuvole a Castelvecchio. «Non son tornato a Castelvecchio per Natale e non desidero tornarci più. Qui sto bene; qui mi vogliono bene, dove c’è amore c’è tutto!» Non pare nemmeno più il Pascoli, cantore di Castelvecchio, che parli: ha perfino «buone speranze di vendere la casa» di Caprona! «I tuoi crochi» continua col Caselli in gennaio «saranno tra poco gli unici ricordi che avrò di quella terra»; oh! lassù «faranno a meno di me... Io non ci posso godere pace e serenità soprattutto per quella terribile ignoranza che là impera. Io non credo ci sia... cantuccio più ... asinescamente malizioso, più irriducibile e irrimediabile ... di quel paradiso che io ho abitato per 13 o 14 anni ignoto e malnoto»; in fondo, il popolo sarebbe buono; sono coloro che lo guidano... «Bisogna diventare collettivisti per forza. Peccato che, per l’Italia, sia troppo tardi»! Ma «io preferisco d’andare a morire altrove». E di fatto, pur avendo un momento d’indecisione (in marzo), [65] il 13 aprile comunicava da Bologna al Caselli: «Pasqua la faremo qua». Castelvecchio stava dunque per correre il pericolo di San Mauro.

Fra queste fantasie, tornava anche al remoto Urbino, pieno d’incanto e di rimpianto. Al prof. Giovanni Marchigiani, che l’aveva invitato a un gran convegno di ex-allievi, rispose: «Carissimo, non posso, non posso, non posso. E n’ho vero dolore. È il mio sogno rivedere il mio paradiso di fanciullo. Ma non posso, non posso, non posso: perché ho troppo troppo troppo da fare. Compiangimi e voglimi bene, se puoi lo stesso. O Urbino! O mia Urbino! O mio collegio! O miei compagni! O miei Maestri! O mia felicità! GIOVANNI PASCOLI. Bologna, 24 febbraio 1910».

A fare interessanti, anche se un poco preoccupanti, questi giorni a Bologna concorse anche l’incontro col D’Annunzio. Già il 3 marzo il Pascoli accompagnava con un suo biglietto un gruppo di studenti che cercava l’altro poeta (e si noti che Giovanni ancora calca sul «buono»):

Caro Gabriele, ecco alcuni buoni studenti della nostra Università, che ti vogliono vedere, e ti chiederanno qualche cosa che tu, cosí largo donatore, vorrai loro concedere. Essi già sanno che tu sei buono quanto grande. E abbiti un saluto d’italiana riconoscenza di quel che hai sempre fatto e ora fai per l’onore della nostra Patria, dal tuo aff.mo

Giovanni Pascoli

Ma D’Annunzio, ormai mal sicuro signore della Capponcina, era in viaggio; per necessità finanziarie aveva accettato due antipatici contratti: una serie di conferenze aviatorie nelle principali città d’Italia (che dopo poco furono dispettosamente troncate a Genova l’8 marzo) e l’accordo con il «tenace colono» Giovanni Del Guzzo per altre conferenze nell’America del Sud: i due contraenti si dovevano trovare il 10 marzo a Bologna. Il giorno prima, Gabriele v’era già, e – dopo essersi lasciato condurre «dalla malinconia nei luoghi ove ella più potesse» gravarlo – andò in via dell’Osservanza ove per la seconda ed ultima volta saluta Giovanni: e l’incontro, in «una di quelle sere emiliane, umide e cinericce», fu reso memorabile nella Contemplazione della Morte. Certo parlarono dei loro «segreti» d’arte, chiedendone specialmente il D’Annunzio, che dovette mostrare un’acuta comprensione dell’opera del poeta romagnolo; [66] ne è prova una lettera scritta dal Pascoli lo stesso 9 marzo in cui, dopo aver detto che l’amico è venuto a casa sua, aggiunge a scopi editoriali che una «dichiarazione ... sulla unità o connessione necessaria dell’opera sua, sarà facilissimo averla quando che sia ...Né altri può farla che lui, che solo conosce la mia opera, anche quella scolastica».

Durante il colloquio («mi sedetti su la sua sedia dinanzi alla sua tavola. Le sue carte, le sue penne, i suoi inchiostri erano là ...»), il D’Annunzio ebbe occasione di scrivere qualche cosa; e Giovanni staccò poi dalla cannuccia quel pennino che fu infisso nel risvolto della pergamena che legava la Regola e Testamento del Serafico P. S. Francesco nella piccola edizione settecentesca portata spesso dal Pascoli nel taschino del panciotto; [67] e ciò quasi per augurio a piú austera regola di vita per l’allora tormentato Gabriele. Non aveva forse alluso a questo il poeta dell’umile amore, allorché – dopo averlo condotto nella piccola stanza ariosa, quasi una cella di minorita che era come preparata per lui – mormorava al poeta eroico: «Quando sarai qui, allora sí che t’insegnerò un segreto». Ma qualche segreto aveva già intuito l’irrequieto amico entro «quel fagotto di panni stracchi» da cui pur s’era alzato «il braccio possente»; ne aveva sentito «la costanza d’una virtú virile», onde «il suo orgoglio s’era formato a poco a poco nel fondo della sua solitudine come il diamante nell’oscurità della terra ...»: e nella sua grave inquietudine, Gabriele poteva domandarsi anche di Giovanni: «Ahimè, era egli in pace? Non lo travagliava di continuo la stessa abondanza del suo amore?»

Forse dissero di rivedersi; anzi Gabriele aveva promesso a Maria di portarle un libro: ma proprio il giorno dopo, il 10 marzo, egli combinava con il Del Guzzo il viaggio oratorio in America; a suggello, la dedica su Forse che sí forse che no: «Al messia invocato e sopraggiunto ..., Bologna 10 marzo 1910». Davvero «il vento implacabile» lo traeva lontano: cosí non tornò in via dell’Osservanza, e invece del libro inviò a Maria una «tavoletta misteriosa», un calendario lunare in «vecchio avorio» che ancora si conserva. L’accompagnava questa lettera.

Sig.na Maria Pascoli, Via dell’Osservanza 2. Cara sorella, speravo di poter venire io stesso a portare il piccolo libro nella casa remota che per tutti gli spiriti beneficati dalla Poesia è santa in un culto di riconoscenza e di aspettazione. Ma il vento implacabile delle mie sorti mi trae lontano.

Tornerò. E, nel tornare, vorrei fare una sosta men breve. Ho tuttavia nell’anima la dolcezza dell’ora fraterna. Quell’ora è magicamente segnata su questo vecchio avorio che le offro, su questa tavoletta misteriosa.

Dica per me a Giovanni tutto il mio amore. E non mi dimentichi.

Il suo   GABRIELE D’ANNUNZIO

Ma nemmeno questa volta D’Annunzio accolse... il messia. Se ne va a casa a Pescara, presso la madre, e lí improvvisamente decide di partire per l’esilio. Quella visita alla madre è subito annunziata ai Pascoli: «Dal mio focolare dove torno dopo anni di errore mando un saluto lieto e triste a te e alla cara sorella. GABRIELE». Pronta e finalmente viva e commossa la risposta di Giovanni, scritta di suo pugno sul modulo stesso allora ricevuto: «Te felice. Amala anche per noi! Non mai sentimmo la dolcezza infinita di chiamarti fratello come ora che sei accanto alla santa madre tua. GIOVANNI e MARIA». Poi, dopo pochi giorni, con elegante ostentata freddezza, la partenza per «l’esilio» di Francia. Ormai li riavvicinerà solo la morte.

Non mancavano, pur fra il sereno, le solite preoccupazioni: comprese quelle della Romagna. Maria il 12 gennaio aveva scritto all’Ida, anche per Giovanni, annunziando che Zanichelli inviava per Nannina «il vocabolario francese-italiano e l’atlante», e Giovanni un diecino per lei perché si facesse «la gonnella» per il freddo; ed esprimendo la speranza «che tuo marito si sia messo a guadagnare qualche cosa ... Non sarebbe presto, ma meglio tardi che mai». C’era anche un po’ di freddo col Bianchi, dopo le recenti polemiche; e cosí anche con il «Corriere»: e il buon Caselli ci si metteva di mezzo, mentre il poeta aveva e sollecitazioni dal "Secolo"»; ma non gli piace «mutare amicizie». La venuta a Bologna, piú vaste velleità anche poetiche e il tramonto degli interessi danteschi l’hanno via via allontanato anche dai due Scolopi, coi quali la corrispondenza ormai tace; ogni tanto, al più, il desiderio di un saluto, cui il Pietrobono fa seguire nel febbraio una lettera che ricorda la sua fedele attività pascoliana. Nella pausa della collaborazione a periodici maggiori, preparava per «Il Villaggio» il bellissimo e poetico scritto Lucus Vergili, che prometteva imminente al direttore il 28 febbraio (uscí in aprile e maggio), pensando anche, virgilianamente, di cooperare all’educazione dei contadini, ma forse «è tutto inutile» (al Caselli, 30 gennaio).

A smorzargli questo non lungo tempo di soddisfazione euforica, viene purtroppo un’altra serie di fatti ben piú sgradevoli e preoccupanti di quelli finora per quest’anno ricordati. E prima, il mancato discorso genovese, di cui il ricordo è malinconicamente serbato, al solito, fra le proprie carte dal poeta: l’episodio e ciò che il Pascoli pensò e scrisse a questo proposito ci rivelano di nuovo i sentimenti nobilmente illusi del poeta.

Genova si preparava a celebrare il 50° anniversario della spedizione dei Mille: ma nell’urto dei partiti (la destra col sindaco marchese De Passano da una parte, i popolari o democratici dall’altra), ognuno voleva piegare quella cerimonia alla propria fazione: balenò quindi l’idea di chiamare per il discorso un poeta più che un uomo politico, e forse il più conciliatorista fra i personaggi noti. Dopo un invito scritto nel marzo, il Sindaco in persona si recò dal Pascoli: «per ripetermi l’invito», come scrisse in una lettera-articolo al «Carlino» nell’aprile, di cui si legge ancora autografa la minuta. «Mi disse che il dissidio c’era, ma che appunto si contava sul mio nome per farlo cessare». Accettò; e benché ... dubitassi assai del miracolo che il mio tanto e per tutto e da tutti vilipeso nome aveva a fare». E il miracolo non avvenne: perciò «il 12 marzo scrissi la lettera di rinunzia di cui per caso ho copia». Eccola.

Ill.mo signor Sindaco, ho aspettato a lungo che quelli i quali già alle proposte del primo magistrato di Genova e all’accettazione d’un devoto servo della Patria negarono il consenso e il favore della città e del popolo, riconoscessero alfine che io non avrei saputo con cosí modeste forze adempiere cosí alto uffizio se non confortato anche da loro. Tal conforto non essendo venuto, io prego la S. V. ill.ma di accogliere la mia rinunzia con tanta benevolenza con quanta mi fece l’invito, e aver cari insieme i sensi della mia gratitudine per la fiducia che la S. V. mi addimostrò, gratitudine non turbata da alcuna amarezza per ciò che da altri la stessa fiducia non ottenni. Ché in vero io mi conosco; e avrei creduto colpa la mia, d’essermi sobbarcato a commemorare in Genova Garibaldi e i Mille, se prima non sapevo che questa colpa sarebbe stata fatta sua dalla generosa città.

Della S. V. ill.ma dev.mo    GIOVANNI PASCOLI

Bologna, 12 di marzo 1910

Continua la minuta dello scritto al «Carlino»:

Il Sindaco replicò, e io risposi ancora, confermando la rinunzia. Non ho la copia di quest’ultima lettera mia degli ultimi di marzo o dei primi d’aprile. In questa dicevo, mi ricordo, che il pensiero della discordia di Genova in tale momento mortificava assolutamente la mia ispirazione. Il pensiero era questo, non queste le parole. Certo e nella prima lettera, come ognun vede, e nella seconda, come ognuno deve credere, io professava gratitudine e rispetto a quelli che mi avevano invitato.

Ora mi s’ingiuria atrocemente.

Le «ingiurie» piú palesi per il rifiuto furono quelle che in un «violento articolo» col titolo G. Pascoli e i Mille stampò il 25-26 aprile sul «Corriere di Genova» il giornalista F. M. Zandrino. [68] Della reazione bolognese per il Pascoli resta una interessante e fortuita eco nelle Lezioni che gli studenti del Corso pedagogico raccolsero in dispense. La scolaresca il 28 aprile «nell’intervallo fra le lezioni antimeridiane e quelle del pomeriggio» ascoltò un vibrante discorso di protesta dello studente Mario Vivarelli contro lo Zandrino, cui fu spedito questo telegramma: «Voi siete un piccolo cattivo uomo, peggiore giornalista, pessimo italiano. Ben altro scopo ha la vita, altra missione la stampa, altre idealità il patriota da quelle da voi espresse con somma ingiustizia e piú grande scortesia contro il nostro buono, generoso ed illustre maestro Giovanni Pascoli». I maestri studenti spedirono poi una ben studiata e poetica lettera al poeta: «Maestro, morso di piccolo rettile appena ferisce il piè del superbo leone, che via si porta per la foresta sua nobiltà e sua forza ... Gli studenti ... vogliono dire al loro Maestro amato e venerato, che per uno o pochi piccoli cattivi, vi hanno molti e molti cuori devoti ...». Alla lezione pomeridiana, il Pascoli ringraziò nobilissimamente. «Vi devo un caldo ringraziamento per le nobili parole dette per me. Il piacere non fu offuscato da alcun dolore perché gli insulti... non furono resi noti a me. Era qualcuno che tirava nel buio. Fu vivo il piacere ... perché mi veniva dalle persone in cui ripongo la piú alta speranza: dai maestri che ci cresceranno una nazione un po’ meno divisa della presente. Non dico che una nazione debba fare a meno dei partiti...: dico che non ammetto che non si trovi un’ora in cui stare d’accordo ... Io non ho tenuto il discorso, ho dato l’esempio, e mi basta ...»

Lo stesso giorno 29 aprile in cui il «Carlino» faceva un po’ di cronaca di questa manifestazione, anche il poeta indirizzava al giornale un’altra lettera, di cui pure resta la minuta, alquanto diversa – se pure in punti secondari – dal testo pubblicato. [69] Ecco il testo dello scritto al Direttore, copiato, per la prima parte, dalla minuta autografata che rivela meglio l’intenzione di chi lo ha redatto.

Egregio Direttore, leggo nel suo giornale d’oggi, tra due linee che mi sembra vogliano richiamare l’attenzione dei lettori su una specie di riserva ch’Ella faccia, le parole: «l’invito – dapprima accettato –». Ora, non tanto a persuadere Lei, la cui gentilezza equanime ho già sperimentata, quanto a chiarire i lettori nei quali le due innocue linee possano aver fatto nascere qualche dubbio, io insisto e ripeto che l’invito del Sindaco di Genova accettai soltanto nella viva speranza che l’accordo tra i partiti si facesse e per vivo sentimento del dovere che io, come ogni buon cittadino, aveva ed ho, di promuoverlo in tale solenne momento. Come non sperare che il popolo trovi, nel lungo spazio d’un mezzo secolo, un giorno e un’ora per dimenticare le classi e le fazioni e le divisioni, e ricordare soltanto una gloria che tutti irraggia, tutti sublima, tutti conforta? Ma la speranza fu vana.

Non mi si crede? Ebbene a chi non creda che questa sia stata l’unica e legittima ragione della mia condotta, io dico: Non ostante gli insulti, a me nemmeno fatti noti; vincendo la tristezza del mio animo, domando ogni repulsione e amarezza; per quanto il tempo sia breve a colorire il disegno che avevo sulle prime delineato e poi dolorosamente tralasciato; io andrò, se la città di Genova mi vuole, a tenere il discorso del 5 maggio, pur che il dissidio si componga subito. Dev.mo

29 aprile 1910   Giovanni Pascoli

Non tanto per assecondare un cordiale invito che il 28 marzo Alessandro D’Ancona gli faceva per sostituire, quando volesse, Genova con Massa («dove non hai un nemico, ma tutti sono amici e ammiratori»; e dove «ti farò imbandire un frugale pasto, e staremo allegri, obliosi del mondo e della sua pazzia»), ma per soddisfazione propria, dopo un’interruzione ripose mano al «discorso». Ce ne parla in quelle ricordate Lezioni, quando tratteggia ai giovani lo «schema» che aveva pensato. «Lo preparai non appena il sindaco mi invitò ... Fui preso come dalla febbre e delineai la mia orazione. Ma cominciarono i dissidi ed io non ripresi le carte. Le ripresi tre o quattro giorni prima della commemorazione e ne feci un piccolo articolo che pubblicai sul giornale "Il Secolo XIX" di Genova». E di quel discorso illustra alcuni accenni storici particolari, e fa sentire l’ispirazione nata quasi da frasi poetiche dello stesso Garibaldi (egli «non conosceva l’ortografia»: ma «sprigiona dai suoi scritti tale una poesia che i suoi storici noia hanno»); ed è poi tutto didatticamente annotato con ben 64 note. Lo scritto, col titolo I Mille, comparve il 5 maggio: [70] è di anche troppo lirica ispirazione, tutto visioni e voci, come a rivestire ogni episodio di mistero e di miracolo; e il sincretismo pascoliano, qui particolarmente voluto, non è presente solo per le armonie ideali e politiche, ma anche perché i fatti avvennero in Sicilia, dove tutti i popoli e le civiltà s’incontrarono; tanto più che proprio nel giorno in cui Napoleone spariva sconfitto, Garibaldi cominciava il suo cammino trionfale.

Le sue considerazioni personali su questo incidente – che molto spiacque al poeta, e non solo per motivi di prestigio, in questo periodo per lui non senza gloria – il Pascoli le faceva col Bianchi il 10 maggio:

Per Genova non mi turbai troppo. Chi mi insultava non mi mandava il giornale: segno che nemmeno lui ci credeva al male che diceva. Del resto, ebbe torto il Sindaco e i suoi da una parte e i popolari dall’altra. Né gli uni né gli altri mi volevano ...». È la consueta considerazione pessimistica. E concludeva: «Dove dovrebbe essere la solennità del popolo intero, un oratore, se chiamato ad esporre un catechismo di partito, dovrebbe rifiutarsi. Cosí avrebbero sempre i partiti quel che si meritano: una parte sola d’uomo, non un uomo con la sua umanità intiera».

Ma ormai e con più di intimo sentimento, la sua fantasia già correva all’altra commemorazione garibaldina da fare più tardi a San Mauro; e il 25 aprile ne scriveva al sindaco Angelino Vincenzi: «Non avrò potuto fare quello di Genova, il discorso del 5 maggio, principio della spedizione; farò quello del 9 novembre, fine gloriosissimo. L’idea di commemorare l’eroe che ritorna alla sua sterile isola con un sacco di sementi deve ... piacere – Garibaldi nel censimento si dichiarò agricoltore – ... a tutto l’agricolo Comune ...»; era cioè quel Garibaldi che riportava «questo solo dell’epica spedizione, e una gloria immortale» come ripeteva, insistendo sul caro concetto, in una lettera inedita del 29 aprile al signor G. Zoffoli «f. f. di sindaco» da me trovata a San Mauro.

Contemporaneamente un altro colpo – e imprevedibile – cadeva addosso ai due fratelli, nell’inesorabile infuriare delle sorti pascoliane: e poteva mandar all’aria tutte le loro previsioni. Che la pace e il denaro non fiorissero troppo in casa Berti lo capimmo da un pezzo: ma fu a maggio che il fratello dell’Ida dovette restare esterrefatto. Aveva sentito alcune voci di America, o di certi affari del marito Salvatore con un don Maggioli... Insospettito chiese notizie piú precise, e ai primi del mese, ancora nell’umiliazione di Genova, scriveva alla sorella, sempre a Cesena.

Cara Ida, è un pezzo che accenni ad America. Tuo marito anzi mi scrisse chiedendomi alcunché. Non risposi, perché in quei casi non si può né affermare, né negare, né facilitare, nè ostacolare. Ora tu parli un po’ concretamente. Ma dimmi: andate tutti in America? siete certi di trovarvi bene là? O invece dobbiamo supporre che vada solo il marito e padre lasciando qua in Italia, cosí lontane, quattro donne? Maria è sottosopra in questi dubbi amarissimi. La sua salute se ne va. La nostra pace è un pezzo che se ne è andata. L’altro giorno io volevo andare in pensione. Ciò che non feci ierlaltro posso essere costretto a farlo domani. In tal caso tu vedi che cosa succederebbe. Ti basti dire che il terzo della mia pensione somma già ciò che annualmente ti do. Dammi, ti prego, schiarimenti subito. Scusa la fretta. Tuo GIOVANNI

Ma d’improvviso, e proprio mentre il Pascoli il 9 scriveva circa un’altra voce per lui forse anche piú grave, Salvatore Berti partiva: e l’Ida non si era opposta; e i denari, senza saperlo, glieli aveva dati Giovanni! Questo il Pascoli apprendeva e dall’Ida e da don Giuseppe Maggioli. E allora le lettere del 9 e dell’ 11 maggio.

Cara Ida, vorrei sapere subito, a corso di posta, quali relazioni recenti d’interesse può aver avuto tuo marito con un prete – certo Maggioli – che è rettore del Collegio di San Marino. Rispondi subito e di’ tutto quello che sai. Dove si trova ora Don Giuseppe? Noi non stiamo troppo bene. Tuo  GIOVANNI

Bologna, Lunedí 9 maggio 1910

 

Cara Ida, il prete Maggioli mi scrisse due giorni sono che aveva dato duemila lire al tuo marito su una cambiale con mia firma. Sapendo ora che è andato in America, è entrato nel dubbio sulla autenticità della firma e vuol essere rassicurato da me. Io non posso differire piú oltre la risposta. Speravo pia precise e pia larghe informazioni da te. Come mai hai lasciato partire tuo marito senza essere perfettamente certa dello stato in cui abbandonava te e le sue bambine? Non sai nemmeno quanto ha preso dal Maggioli! E non saprai nemmeno a quali patti di scadenza e rimborso sia la cambiale! Insomma, bisogna che tu faccia immediatamente andare don Giuseppe dal Maggioli e o ritirare da lui la cambiale o ottenere che non aspetti risposta da me. Per ritirare la cambiale, bisogna che D. Giuseppe gliela paghi. Per ottenere che non aspetti risposta da me, bisogna che don Maggioli accetti da don Giuseppe un’altra cambiale d’ipoteca, da prima rifiutata come tu scrivi, invece della cambiale che già possiede di tuo marito. Io non so vedere altra soluzione. Bisogna non perdere un minuto. Si tratta di cosa gravissima.

Bacia le bambine per Maria e per  GIOVANNI

Bol., 11 maggio 1910

Per guadagnare un po’ di tempo (Don Maggioli potrebbe anche venire a Bologna!!!) l’avv. Marcovigi scrive a D. Maggioli che io non conosco la sua lettera, che la sua lettera l’ha letta soltanto Maria, che la lettera non mi è stata comunicata per risparmiarmi, in momenti cosí gravi, una pena e una noia. Sei avvertita.

Si profilavano grossi pericoli per i Berti (chi aveva controfirmato quella cambiale?) e per il Pascoli (cambiale da pagare e situazione economica dell’Ida e delle sue figlie). Il buon Giovanni si ammalò; e l’altro fratello, Raffaele, corse a Bologna per aiutare i due malcerti. Ma per ora non trovarono di meglio che ricorrere a ripieghi furbeschi... Anche nella lettera del 18, scritta da Maria, ci si lamentava delle poche notizie dell’Ida, e si augurava che Salvatore non volesse «andare fino in fondo» che anzi presto mandasse «lettere e danari»; si esprime anche la speranza che don Maggioli non «scopra tutto»; concludendo che Falino sarebbe restato a Bologna «fino a vedere un po’ di sereno e migliorato di salute Giovannino». Quanto a Salvatore «dici che non sai dove sia: ma non assicurasti a noi che andava a Boston in una fabbrica di seta con altri suoi parenti? non era vero?». Intanto, anticipavano il mensile di giugno.

Il 21 maggio, agitatissimo, scrive Giovanni.

Cara Ida, nella tua lettera del 18 non vi è cenno che tu abbia ricevuto il mese di giugno che ti mandammo. Anzi dici: danaro non ne avevo e non ne ho. Come mai? Noi non abbiamo avuto lettere dal prete Maggioli né altro da altri. Buio perfetto. E mi fa paura. L’avv. non può scrivere al Maggioli, perché, a quel che dici, Don Giuseppe avrebbe contradetto la sua prima lettera. Ma anche in ciò, non sei chiara: Don Giuseppe ha forse detto che io so? o ha detto solamente che esso, non io, sospetta e crede di sapere? Capisci che la differenza è importante.

Ma poi quante cose non dici o dici a metà! Il tuo marito non ti dice nulla di ciò che ha lasciato qua, dietro sé? Non ti doveva mandare il di piú che portava seco, per mostrarlo agli agenti nello sbarcare? Come si scusa dal non averlo mandato? Come può viver tranquillo sapendo d’averti lasciata, con tre bambine, senza nulla?

E, a proposito: quanto ha incassato delle 2000 lire che ha prese in quel... modo? Bisognerebbe saperlo, e per certo, se non altro per giudicare la buona fede del prete che gli ha scontata la cambiale. È possibile che tu non lo sappia? Ora mi sembra che tu e Don Giuseppe v’indugiate. Ma c’è un grave pericolo, sotto l’indugio! O metti che il prete protesti a me professore d’università e noto a moltissimi in Italia, dei quali moltissimi i piú sono nemici, la cambiale? che cosa succederebbe? Bisogna che a tutti i costi la cambiale non sia protestata, almeno a me. Sai che il reato è di azione pubblica. Falino resterà con noi finché questa passione non sia finita.

Noi due, poveri solitari, con tanto da fare e da pensare, abbiamo i nervi in troppo cattive condizioni!

Non dire queste cose alle bambine. Baciale per noi. Informaci subito. Bisogna risolvere la triste cosa non presto ma subito! Un abbraccio da Mariú, da Falino e da   GIOVANNI

Fa che dentro domani Domenica io abbia una tua risposta chiara e rassicurante.

Ma niente si chiariva: ecco un’altra, di quasi un mese dopo: il 15 giugno.

Cara Ida, quanta tristezza! Mariú, che è rimasta male, molto male, per la tua lettera dell’altrieri, non sa, non può scrivere. E le tue lettere seguenti non le hanno dato piú animo. Come nemmeno a me. E tuttavia ti scriviamo tutti e due per mezzo mio.

Le cose sono dunque al punto preciso di piú d’un mese fa! Ma se il Maggioli avesse perduto o perdesse la pazienza? E tuo marito che cosa dice? che cosa suggerisce? Se ne lava forse le mani, ora che è in America? È inutile: bisogna che quella carta scompaia, sia, cioè, ritirata dalle mani di chi ora l’ha, e consegnata a noi e distrutta. Sarebbe una terribile spada di Damocle!

E tuo marito (giova pur saperlo anche a noi!) che cosa ti ha mandato? che cosa ti promette di mandare? che cosa anzi ti dà affidamento di mandare? Bisogna, ora che hai fatto l’errore irrimediabile di lasciarlo andare oltre l’oceano, bisogna che tu regolarizzi e che egli regolarizzi l’esistenza tua e delle tre povere bambine! Quello che urterebbe, anche piú di quel che sian già urtati, i nostri nervi, sarebbe pensare e vedere che egli s’aspetti inerte e indifferente che alle sue creature e al suo onore tutti dovessero pensare all’infuori di lui... Noi abbiamo bisogno di mettere il cuore in pace. Non se ne può piú.

Dover lavorare, e di fino, e avere tali angoscie nel cuore, è un tormento, anzi una tortura, insopportabile. E non stiamo bene. Aspettiamo dunque migliori notizie. Hai riscosso ancora quel vaglia? Di quanto è? Sarebbe pur stata cosa che noi avremmo potuto fare, questa, di anticipartelo! Ma tu ci dai soltanto mezze luci, e noi non sappiamo che pensarci e che fare.

Intanto procura di star meglio che puoi e di darti attorno, vigile e assidua. Quanto a noi, oh! noi non abbiamo davvero chi ci conforti e ci aiuti! Tutt’al piú noi siamo invidiati... della nostra sventura! Eppure ho lavorato e lavoro!

Bacia le bambine. Tuoi  GIOVANNI e MARIA

E il 16 di sera, «in fretta e in furia» con due righe si accompagnavano «cento lire sulle 120 che dovrete riscuotere» forse di un vaglia americano, e si invitava a vegliare su don Giuseppe. La «vigilia di San Giovanni» aveva aggiunto «un diecino per Nannina, che faccia San Giovanni» in allegria; non c’è bisogno che Ida rimandi le 100 lire: le tenga per i mesi di luglio e di agosto. Intanto c’era la vertigine degli esami che gli impediva «di far calcoli preventivi». [71]

Fra queste preoccupazioni a Bologna lo tenne indaffarato anche una grave malattia dell’amico Leopoldo Tosi, già sindaco di San Mauro abilissimo agricoltore. Se ne interessava nella seconda metà di maggio, seguendo l’esito della grave operazione ottimamente fatta dal chirurgo Bartolo Negrisoli; e ne riferiva a Pirozz il 23 e il 25 maggio, assicurando del miglioramento e invitando il paese a fare una concorde manifestazione al ritorno di questo «benemerito non solo della Romagna, ma dell’Italia vergiliana ossia della magna Italia».

Eppure, non ostante tutto, poteva dire all’Ida: «Ho lavorato e lavoro!» Oltre al perenne assillo di compiere i Poemi di Re Enzio e di comporre i Poemi del Risorgimento, scriveva, se pur rara, qualche poesia particolare in italiano e latino, e meditava un grande accresci-mento dei Carmina romana; tutto ormai «per l’Italia giovanissima», ché «l’altra è marcia» (lett. 9 marzo e 4 luglio). Il 5 giugno, festa dello Statuto, aveva portato «il suono della sua terra» parlando in onore del ministro Luigi Rava nell’Archiginnasio quando – dopo varie polemiche, cui, nel 1909, aveva partecipato anche il Pascoli scambiando lettere e telegrammi col Puntoni – gli fu consegnata la medaglia d’oro offertagli dai professori delle Università d’Italia. E il 22 giugno, dopo 4 anni di silenzio, è da salutare l’ultimo degli ormai dimenticati scritti danteschi cui voleva affidata la sua gloria: e ripetendo care idee e pensando alla sintesi che non verrà sulla poesia del poema dantesco, scrisse per le «Memorie della R. Accademia delle scienze di Bologna» le non molte pagine su Virgilio e Dante: e quelle ultime parole virgiliane e dantesche forse volle attribuirle anche a sé: Feror exul in altum.

Più avrebbe fatto se, oltre che dalle pene, non fosse stato distratto da non pochi lavoretti minori: «Non ho se non lezioni, discorsini, iscrizioni italiane e latine, indirizzi etc. etc. da fare. Soffro come un’aquila (altro che cici e zizí!) in gabbia»; e cosí si sentiva svogliato a fare qualche cosa che il Bianchi gli chiedeva sull’aviazione; ma ora pregava l’amico, e quei del «Corriere», di volergli bene (cercava sempre di tornare a far pace) e di non rimproverarlo se aveva dato qualche scrittarello ad altri; e nemmeno per certi scatti politici: «Se anche son muto, non vuol dire che io son mutato. Io non voglio essere sopra i partiti, ma fuori; perché ho un mio programma, che è meramente educativo e un solo grande indomabile amore: quello della mia infelice Italia!». E nella tristezza accomunava anche il ricordo del «povero e buon Rovetta» e «dell’Aganoor con il suicidio di Pompilj ...» (10 maggio).

Di nuovo, per tutto questo egli ricominciava a essere meno contento di Bologna; e gli ribalenava il sogno della pensione, essendo lí lí, come scrisse all’Ida, per chiederla; ma doveva riflettere (e lo faceva in una lettera del 9 marzo) «che se prendeva il riposo per lavorare, gli toccherebbero 2950 lire di pensione, delle quali un terzo almeno impegnato per l’altra sorella». E allora tornava un poco meno aspro il pensiero di Castelvecchio, contro cui aveva già sfogato non poca ira fino a voler vendere la casa... Ma chi può mai essere sicuro dei poeti? Ecco: il Caselli a giugno inoltrato gli manda un telegramma: è tornata l’ape regina nel «tesoro» di Caprona... E allora subito «m’è venuta la nostalgia di quella mia povera Chiusa, asilo di pace in mezzo all’imperversare degli odii e astii clerico-popolari . . . Lí dentro c’è il miele soave, c’è il sommesso ronzio, c’è l’utile lavoro nell’ombra . . .» (parla dell’ape o di sé?): «Cara apina maestra, fra pochi giorni verrò da te» (25 giugno). Di fatti il 1° luglio scriveva all’Ida a Cesena: «Cara Ida, partiamo»; e partono attendendo da lei, e da don Giuseppe, notizie rassicuranti; la salute però era «cosí e cosí; pene di spirito, molte; stanchezza molta; soddisfazioni nessuna...». Ma l’ape gli sarebbe stata maestra.

Cerca di passare l’estate in solitudine. «Sai che vivo in paese résomi nemico. A chi rivolgermi?» chiede il 7 luglio al Caselli; e cosí, in fretta, il 4 agosto. Né questa volta si era interessato delle nuove elezioni parziali, in cui ancora vinse il «popolo», o della lunga polemica ad esse connessa, sempre sulla questione delle condotte mediche gratuite. Amico gli era... quasi solo il barbiere («Che barbiere ho in questo paese! ... e che pomate e cerette», scriveva scherzando il 28 luglio al suo ben piú celebre barbiere di Bologna). Anche poche lettere pare che scrivesse: una al Micheli; un’altra a Cesare Magi, al quale «avrei a scrivere intorno a certi argomenti di educazione», non fu fatta: «Dovrei essere troppo lungo. Se mi limitassi, sarei oscuro e troppo azzannabile dai canotti e canacci e canaglia d’Italia nostra ...» (al Caselli, 7 agosto). Ma ora sono lettere di piccole cose e piccole raccomandazioni, anche le altre al Caselli, dal 16 al 19 agosto; finché la «notte dell’8 settembre» c’è l’ultima lettera che ci resta all’amico che già si era dato tutto a lui. E anche nel distacco epistolare da tanti dei vecchi conoscenti si svela il crescente desiderio di solitudine appartata: vedemmo la fine delle lettere con gli Scolopi e ora di quelle col Caselli; due sole ancora (il 17 novembre, e il 28 giugno dell’anno prossimo) ci sono per Pirozz; e dopo quella al Bianchi del 10 maggio non restano che due brevi cartoline del 1911 e 1912... Né ai vecchi si sostituiscono (o almeno riaffiorano) altri amici, se non alcuni artisti che collaborano ai suoi lavori, specialmente il Nomellini; la corrispondenza va sempre più limitandosi a cenni familiari o a rapporti d’occasione, anche se c’è una ripresa, per es., col Marcovigi... Forse le non piú illimitate sue energie cercavano di non distrarsi dal gran sogno poetico e patrio dell’anno prossimo. E a questa chiusa riservatezza accenna anche la nota che Maria scrisse, riferendosi a questi anni: «"Manocc e nissun elt"; vuol dire: Manoccia (come spesso mi chiamava) e nessun altro. – Mi apparvero queste parole appena cominciai a riguardare trepidante tra le sue carte. Mi ricordai che egli non voleva che alcuno, fuori di me, leggesse nei suoi manoscritti, e quella frase mi fece l’effetto quasi di un comando. Come amo questo pezzetto di carta! È del 1910 quando scriveva il Tolstoi dei Poeti italici. M. PASCOLI». (E chi, anche all’ultimo degli anni di Maria, fu ammesso nella sua casa e sia pure a un momentaneo contatto con le carte di Giovanni sa come a questo comando fu, in vita, obbediente). [72]

È noto, del resto, che il sospettoso e geloso poeta aveva la mania del silenzio: e sui suoi lavori e sui timori di questo tempo ci rivela qualche cosa una delle belle lettere al Nomellini, che continueranno anche l’anno seguente.

Caro Plinio, quant’è che ti volevo scrivere! Ma prima una solenne promessa: silenzio assoluto con tutti, nessuno escluso. Una indiscrezione basterebbe a farmi rinunziare al mio disegno. Parola d’onore, dunque; per ora, un cenno. Quest’altr’anno pubblicherò un libro di Poemi del nostro Risorgimento, che deve essere illustrato da te. Tu devi fare quattro tavole per ogni singola grande parte – sedici tavole in tutto – e forse fregi di testate e di fine, analoghe.

Quando vidi in una nera cartolina il tuo rosso Garibaldi, dissi: Questa è la poesia pia bella che su Garibaldi sia stata fatta. Ora vedo che il tuo spirito àlia sempre sulla medesima Iliade e moderna Odissea.

Dunque mi farai le tavole ... ; c’intenderemo sul modo di comunicarti i soggetti. Intanto, scrivimi subito se accetti o no.

Voglio che accetti. Non c’è altri. Eccoti il verso per l’album Fradeletto. Mandami le fotografie del quadro Garibaldi; non hai qualcosa di meglio della cartolina? Vedrai che soggetto il primo, è proprio da te. Un abbraccio dal tuo               G. P.

P. S. – Specialmente a Lucca: Silenzio! Silenzio! Silenzio!!!

Ma è certo che anche le forze si illanguidivano: in una lettera adespota che si conserva autografa nella Biblioteca di Faenza (scritta il 30 ottobre, per una raccomandazione a vantaggio della sua terra toscana: forse si trattava ancora di ottenere una stazione ferroviaria e la posta a Ponte di Campia, cioè quasi a Castelvecchio, come chiedeva con una lettera al funzionario delle poste Corrado Dei il 29 ottobre) c’era questo poscritto: «Sono stato e sono ancora un po’ malazzato. Mi vado però rimettendo, mercé le cure assidue del mio caro amico dott. Alfredo Caproni, e tra due o tre giorni sarò a Bologna ... ». Invece, non solo celebra a Castelvecchio l’Ognissanti, festa di Maria, con dolci versi ripensanti ai morti di San Mauro, cui fra poco si sarebbe riavvicinato; ma vi rimase oltre il previsto ivi seguendo impulsi occasionali per qualche poesia (per Abba, morto il 6 novembre [73]) e nella preparazione dell’epigrafe e del prossimo nuovo discorso garibaldino a San Mauro.

Ed è nobile che, pur nelle umiliazioni e nella scarsa ricchezza, coltivasse – e l’anno prossimo ne sarà alta prova – la sua dignità di poeta: il 2 e il 14 novembre scriveva allo Zanichelli, che gli parlava di conti, di non volere anticipi: «io non sono voglioso di denaro»; «non sono – mercé un’austerità non vocale né gesticolante – come il mio grande amico Gabriellin de’ Bisognosi ...». E questa dignità e suscettibilità era anche per vantaggi solo morali: si vede nei motivi della tentata rinunzia a una nuova onorificenza. L’amico senatore Gaspare Finali fu ben contento di ottenergli e annunziargli con telegramma del 25 novembre che «Consiglio Ordine merito civile deliberava oggi sua nomina cavaliere Ordine stesso»; ma ebbe la sorpresa di ricevere subito questo telegramma:

Scongiuro far ritirare o almeno sospendere a fine prossimo anno nomina annunciata. Tale grande onore di cui sono gratissimo ammorterebbe ogni mia buona volontà di concorrere risurrezione nostro sentimento patriottico perché toglierebbe ogni efficacia opera mia. Dovrei far sacrifizio maggiore che della vita rinunziando mio lavoro.

Giovanni Pascoli

Il Finali replicò «con brevi ma calorosi argomenti» [74]; e ne ebbe da Bologna questa importante lettera.

Lei non mi interpreta bene. Io non dico che la croce del merito mi impedisca il lavoro, il lavoro senz’altro, il lavoro quel che egli sia; io dico, o dicevo, che mi sembra che tal premio, fuor d’ogni mia aspettazione, tolga riputazione di sincerità ai Poemi del Risorgimento che dentro quest’altr’anno voglio pubblicare. Temo che la gente dica: Scrive... si capisce perché! E invece no: io prèdico da un pezzo che un partito che prescinda dalla rivoluzione italiana è antitaliano, e che la rivoluzione italiana è rappresentata unicamente dal re plebiscitario, e che quindi la republica può raccogliere (e in vero raccoglie) sotto la sua bandiera anche i papalini federalisti o no, e che il socialismo può diventare, e in parte è diventato in certe sue forme, il succedaneo di quella plebe italiana che non prese alcuna parte al risorgimento e che in campagna faceva la spia per l’Austria e in città accordava quasi festosa i patiboli dei martiri. Ora è meglio o era meglio (poiché chino il capo avanti tanto amore quanto Ella mi ha mostrato) che io queste cose continuassi a dirle senza la menoma apparenza d’interesse! So anche, o credo sapere, che alla croce è annessa una pensione o un assegno. E questo mi era particolarmente amaro. Ma ora specialmente, per un accordo con la mia buona povera Mariú, ho trovato come bene spenderlo, e mi rassegno e anzi mi accontento e, se vuole, gioisco. Mi ha fatto, posso aggiungere, piacere grande una lettera del sindaco march. Tanari che prende la cosa per il suo lato piií nobile, vedendo con quella onorificenza onorata la mia diletta Università.

Sicché non posso ormai che dichiararle tutta la mia gratitudine e pregarla di scusare il mio telegramma ed insegnarmi come devo contenermi riguardo a doverosi ringraziamenti ad altri.

Manzi soggiunge lietamente che se lei verrà a Bologna le farà un piccolo banchetto. Saluti i cari suoi tre, e il quarto prenda tanti buoni augurii dai due, dei quali uno ridomanda perdonanza.

GIOVANNI PASCOLI

Bologna, 28 nov. 1910

Cosí, merito del Finali, del Sindaco di Bologna e di Mariú, non fu fatto il gran rifiuto.

Ma ormai entro novembre egli era a Bologna, e in lavoro per la grande festa a San Mauro, non senza però volare e precipitare dietro l’eroico balzo di Chavez «il Dio seduto... – l’uomo alato! che discese – e che sparí...» (Bologna, novembre 1910).

Al nuovo discorso garibaldino pensava già fin da prima che a quello di Genova. Il 25 aprile aveva detto di non poterlo fare il 2 giugno per la scuola e gli esami; proponeva il 9 novembre «data della partenza per Caprera ..., fine gloriosissimo» della spedizione dei Mille. La data, per varie necessità, fu fissata l’11 dicembre; e al discorso si abbinava lo scoprimento dell’iscrizione a Garibaldi, posta a fianco di quella che il poeta aveva dettata nel 1906 per Mazzini. L’iscrizione è veramente tutta lirica: «E sol uno vegliava dormendo ancor tutti – e come in sogno anch’esso – vedeva giovani in arme sopra una rupe – ne udiva nella fresca alba – fremere al vento la bandiera come vela di nave – sonar l’unica tromba come buccina di pastore ...»; e la giustificava con Leopoldo Tosi: «Nell’iscrizione capisci che ho dovuto specialmente mettere in relazione Garibaldi con Mazzini... D’altronde l’iscrizione è... un’iscrizione e null’altro. Le imagini che possono sembrare troppo poetiche sono di Garibaldi e di Mazzini». E doveva esserci nella stesura originale anche altro, perché continua: «Quell’ultimo pezzettino (Nel 50° anniversario, etc.) è troppo lungo e sarà bene tralasciarlo». Il 21 ottobre dava a Poldo altre norme per l’incisione della lapide. «La data è 9 novembre. Incidi come hai disposto: 9 novembre 1860 – 9 novembre 1910. Non vi è cenno nell’iscrizione che conduca il lettore a trovare il perché della data. Ma ci sarà il discorso ...». Quanto al disegno da scolpirvi, «io farei un piccolo trofeo composto d’un remo, d’una zappa o vanga, e d’una spada..., simbolo di Garibaldi e dell’Italia nuova».

Il 21 novembre venne a Bologna Giulio Tognacci a concordare l’ordine della cerimonia: e anche qui ci si rivela il Pascoli. Egli chiese: commemorazione alle 10 del mattino, perché non va bene parlare a pancia piena; banchetto verso le tredici, ma democratico: «macaroan, brasuleti e vein ti buchèl vêird; un brendis soul, sec cmè una sciuptèda» (ché, col romagnolo, parlava in dialetto: maccheroni, braciolette e vino nel boccale verde; un brindisi solo, secco come una schioppettata). Però dell’accordo e della data non si sentiva ancora sicuro, e invitava a Bologna per intendersi bene «in tutto» il «vecchio amico» Pirozz (27 nov.); e quando poi gli parve che le cose prendessero proporzioni diverse, protestò con Poldo Tosi il 7 dicembre: era stata invitata anche l’Ida Pascoli, la quale non potendo andare avrebbe mandato la figlia maggiore: «I sammauresi evidentemente credono che io sia molto portato per il nobile ufficio di zio e che me lo sia scelto di piena e libera volontà ... Insomma si tratta d’una deformazione d’un concetto nobile e serio. Si voleva fare una festa Garibaldina, si è deciso di fare una festa Giovannipascoliana, con contorni di zii e nipoti!» Invece lui vuole scendere a Santarcangelo; Poldo lo porterebbe alla Torre, donde andrebbe a San Mauro nel momento del discorso, per ripartire subito. Tanto più, dice, che «non sto bene».

Ma le cose l’11 dicembre andarono per forza spontanea diversamente. Il poeta giunse da Savignano: in paese l’accolsero la banda e tutti i suoi concittadini in festa; i bimbi gettavano fiori nella carrozza. E Giovanni ne fu contento: pareva ringiovanito, e gli tornava fuori l’arguzia, dicono i presenti. Il banchetto fu numeroso e con vari discorsi; finalmente, alle 15, lo scoprimento della lapide e l’orazione. E davvero l’orazione fu mirabilmente intonata al caro suo agreste Comune; e di Garibaldi – tornante a Caprera con un solo sacco di sementi dopo aver donato un regno – fece un mito patriarcale: «ed era stato corsaro ed era stato detto filibustiere!» Invece – oltre che un eroe – egli era quasi un poeta, quasi un nuovo Virgilio, contento del poco; che è il solo modo in cui tutti, anzi ognuno può essere contento, «perché quello ch’egli ha, se non c’è qua e là chi vuol troppo, ogn’altro può averlo» ... E in quel Garibaldi che dice: «Poter rimanere qui! Ma c’è troppo da fare! tanto da fare» c’è forse il sospirare stesso di Giovanni che, oltre la stanchezza e la pace, è sospinto dall’ispirazione al travaglio sempre rinnovato della sua operosità. Per questo il discorso Ritorno a Caprera è dei più belli del poeta: perfino il voluto accostamento a Napoleone e ai due 5 Maggio si intona a malinconica solitudine. E ancora una volta Zvaní fu semplice quando, chiamato dal popolo ad affacciarsi al balcone del Comune, disse sorridendo al Sindaco prima di mostrarsi: «J’a da vde un bel quel!», hanno da vedere qualcosa di bello!

La giornata romagnola fu per lui tanto più viva perché ormai, contrariamente a quello che in un momento non sereno aveva negato, ora voleva che nel suo San Mauro sorgesse il Giardino d’infanzia, ricordo dei suoi morti. Vi pensava già dall’aprile, e non voleva che fosse la casa materna a trasformarsi, ma che sorgesse un nuovo edifizio il quale «in qualche modo potesse essere considerato come casa da me, in parte, abitata e sacra ai miei genitori infelici, e sede per l’avvenire ... di una piccola biblioteca mia e d’altre mie memorie». Ai mezzi per la costruzione egli destinò l’opuscolo stampato tra il febbraio e il marzo del 1911 dallo Zanichelli col titolo Garibaldi, comprendente due scritti I Mille e Ritorno a Caprera, e un Invito e una bella Prefazione (12 febbraio 1911) che parlava con poetica commozione della casa ove – per amore dei fanciulli – tutti entrerebbero pacificati come fratelli. [75] Cosí Giovanni parve rappacificato con San Mauro: e fu l’ultimo contatto con la Romagna. Né dimenticò ora gli amici del Frignano, per il cui banchetto mandò la cordiale adesione.

Il finire dell’anno lo vide compiere il poemetto latino Fanum Vacunae, medaglia d’oro, in cui Orazio – nuovo proprietario di campagna – pascolianamente, da ricordi piú affannosi e tristi volge a pensieri più sereni (ma c’è ivi uno dei soliti esperimenti di abilità, rifacendo nella satura, con tutti i metri di Orazio nell’ordine stesso in cui si presentano nelle Odi, ciò che nel Catullocalvos aveva fatto coi metri di Catullo).

Il pensiero di poeta però era sempre più al prossimo grande anno; scriveva all’amico Rava: «Per il 1911 sto approntando dei libri: uno di poesia latina Roma dai suoi principi pastorali e selvaggi alla lampada accesa sul sepolcro di Pallante, nella fosca età di mezzo ...» (sarà poi soltanto lHymnus in Romam). «E un altro di poesia italiana, della quale tutti i canti già compiuti sono da me tenuti accuratamente segreti ... Questa è Italia o a dir meglio il Risorgimento italiano, e mi parrà dover dedicarlo a Torino ... Il misterioso delle sètte, il mistico di Mazzini, l’eroico di Garibaldi, il tragico di Carlo Alberto e il sacerdotale dei martiri ...» E già il 22 dicembre preannunciava il grande discorso per l’Italia a Livorno... Cosí occupato, nemmeno quest’anno andò per Natale a Castelvecchio... Eppure fra tanto desiderio di cime, consentiamogli di finire l’anno con qualche semplice sorriso: nell’A-genda del 1911 si conserva (di mano di Maria) un biglietto del 1910 nel quale Gulí «fa gli auguri agli amici di G. Pascoli e partecipa che la sera del 24 dicembre compie il suo diciassettesimo anno»; avendo poi avuto dal signor Dei, funzionario alle Poste, buone notizie per il nuovo ufficio a Ponte Campia, [76] il 29 dicembre gli rispondeva: «Dio degli dei, evviva lei! — Vede che son poeta, quando mi ci metto».

VI - LA NUOVA, INTENSA ATTIVITÀ NEGLI ANNI 1907-1910

Dicemmo già di alcuni nuovi modi di lavoro e di voluta ispirazione nel 1906, il primo anno del «successore» di Carducci: fatiche di professore, impegni di rappresentanza oratoria e commemorativa, pubblicazione di Odi e Inni, quasi come segno di un nuovo ciclo, più epicizzante, della sua poesia. Poi, quanto agli anni fra il 1907 e il 1910, accennammo solo occasionalmente all’attività letteraria del Pascoli. È adesso possibile e opportuno considerare complessivamente il suo lavoro in questo tempo, sia perché esso è al solito ben intenso (e se ne lamentava anche perché aveva troppi impegni minori che lo disperdevano: «Soffro come un’aquila in gabbia», ci ha già detto nel maggio 1910, pag. 928; e poi ormai non stava più bene: «non ti sto a dire i dolori del corpo e dell’anima...») ; ma anche più perché, a differenza degli anni precedenti, quell’attività ha una tendenza quasi concorde, mentre si differenzia complessivamente da quella prevalente fino al 1906. Ma vorremmo anche che, in questa diciamo pure monumentale visione di alto lavoro, quasi dimenticassimo il puntiglioso padrone della Chiusa, e ci apparisse nella sua e non solo sognata forte grandezza l’uomo e il poeta.

Dalle varie e pur contemporanee ispirazioni poetiche anteriori si determinano sei volumi delle opere che abbiamo visto costituire, secondo il Pascoli, la prima parte della sua creazione di poeta: Myricae; i due Poemetti, Canti di Castelvecchio, Odi e Inni, Poemi conviviali, I-VI dei libri cosí ordinati dall’autore (anche se il compimento dei Poemetti è solo del 1909): secondo quanto il Pascoli stesso scriveva proprio nel finire del 1906, si concludono cosí «tutti i lavori della prima parte della mia vita». Ne comincia un’altra che ha un’ispirazione prevalentemente storica, eroica, patriottica, educativa, di «lavori ben più alti, e più utili», e che si accorda con la nuova figura di successore» del Carducci e di pubblico oratore (se pure a forza) nelle commemorazioni garibaldine, carducciane e patrie: fino al grande «anno sacro» del 1911. «Comincia ora la mia vita di poeta e di scrittore e di educatore»: già ce lo disse il Pascoli stesso nel 1909; e gli pareva che, mancando il nuovo ciclo, avrebbe lasciato «del tutto incompiuta e anzi, si può dire, non cominciata» l’opera sua; cosí da sembrare «di essere venuto al mondo in vano»! A che cosa poteva, di fatti, servire quel misero terzo» precedente, quando avesse dovuto «lasciare non fatti i due terzi buoni» dell’opera sua? (febb. 1907; febb. 1909). Tale, almeno, la sua opinione. Cosí oramai, quasi nella scia di Odi e Inni, era tutto nella composizione dei Poemi di Re Enzio, dei Poemi italici e dei Poemi patrii o del Risorgimento; su uno dei quali, proprio nel marzo 1912, cadde la stanca mano.

Questa mutazione nel prevalere di alcuni interessi si nota del resto anche nelle lettere, ché nei più duraturi cicli epistolari ormai ai temi poetici o personali sottentrano spesso argomenti di ispirazione politica e patriottica: e non solo col Bianchi o il Nomellini, ma anche col Caselli e con la stessa Incognita, la Corcos: significativa per questo una lettera al pittore Quinto Cenni, il quale nei quadri e specialmente negli Album di disegni rappresentava tutta una storia dell’esercito italiano, in particolare nel Risorgimento; anche ad essi si ispirava il poeta per le sue nuove poesie. [77]

Ciò che continua o s’ispira ai modi precedenti è quindi ora come accessorio; si rinnovano ristampe e edizioni dei volumi già editi, con qualche integrazione: nel 1907 è la IV edizione dei Canti di Castelvecchio, la definitiva, con 5 poesie nuove ma tutte di prima del 1907, e nel 1910 la V immutata; pure del 1907 è la II di Odi e Inni con 3 poesie nuove di cui 2 recenti: Lanima, La rosa delle siepi; del 1908 è la VIII di Myricae; nel 1909 escono per la prima volta i Nuovi Poemetti con Prefazione «Bologna, 24 giugno 1909», ma su disegno e con il piú delle poesie anteriori al 1907; di dopo, oltre ai gruppi del poema georgico La fiorita (in «Lettura» gennaio 1909) e La mietitura, con aggiunti I filugelli e La vendemmia, si può ricordare La vertigine (gennaio 1908 in «La Rassegna contemporanea», «poemetto filosofico, ispirato da una notizia ormai antica del "Corriere"»; al Bianchi, 18 gennaio 1908); Nannetto, in «Illustrazione italiana» 3 gennaio 1909; Pietole, in «Corriere della sera» 9 luglio 1909 (prima intitolata, nella lettera al Bianchi del 1908, L’arpa: «canto di emigrazione, sacro all’Italia raminga»); nel 1910 – oltre alla V edizione dei Canti di Castelvecchio, che nella VI e postuma del 1912 aggiungeranno tre poesie – di cui due sole recenti, La capinera e Il diario autunnale della fine del 1907 – c’è immutata la ristampa della II edizione dei Conviviali; nel 1913, la III edizione postuma di Odi e Inni, che si aumenta di 6 odi e 1 inno, dei quali recenti A riposo (1909), La cometa di Halley (fine 1909, in «Marzocco» gennaio 1910), A una rocca («Marzocco» 14 agosto), Abba (id. 27 novembre) e Chavez («Bologna novembre 1910», stampata nel numero di Natale e Capodanno del «Secolo XX»).

Come si vede, a ben poco si riduce nei 4 anni il canto secondo le sue antiche (e genuine) ispirazioni intime e cosmiche: e ormai, anche lí si tende solo al filosofico (L’anima, A una rocca, Halley...) o si perseguono, quasi senza progredire, canti iniziati (per il Piccolo Vangelo sognato anche morendo) o si cede alla piccola poesia d’occasione, come in quei versi che si leggono – i piú con le date – nelle postume Poesie varie (Ognissanti, un’altra Romagna...) o anche in alcune cartoline ad amici.

Nel 1908, annunziati dal gennaio al Bianchi e pubblicati ne «La Lettura» del maggio, ecco I due vicini, a garbata e malinconicamente sorridente reazione contro la «critica» e cioè contro il Croce. Già, questi sono anche gli anni che coronano la prima parte delle maggiori discussioni critiche: e ricordammo il Mantovani, il Croce (1907), e Serra (1908-09) e Borgese...; e le difese del Siciliani, del Pietrobono e del Gargano...; ma il Pascoli, che su ciò quasi tace, si adira e protesta nelle lettere specialmente contro quel critico che insieme stronca e imita, il Pastonchi. Sopravviveva tuttavia il desiderio, eccitato del resto da quelli del «Giornalino della Domenica», di scrivere per i fanciulli: ma anche qui concretava poco, sia del Libro uccellino promesso a Tonino Garfagnini fra il 1907 e il 1909, sia del Calendario floreale e poetico già proposto al Novaro, nonché di alcune poesie per ragazzi promesse nel giugno e nel novembre 1907 al «Giornalino». Forse del Libro uccellino avrebbe fatto parte la «novellina invernale» Pin, elaborata fra il 1906 e il 1908, mandata al Pistelli il 25 febbraio e male stampata nel «Giornalino» il 15 marzo 1908. [78]

Affiora, se pur semispenta, qualche velleità teatrale; e si provò nell’estate del 1908 a un libretto per la musica del maestro Luporini: ma sappiamo quali concetti estetici lo fermarono (pag. 879); e nel novembre ci doveva essere la «cantata» per Milano, che pure fallí.

Invece, anche in altre forme letterarie ora tendeva piuttosto all’eroico, da alto educatore. Lo stesso poemetto Pietole, «canto d’emigrazione», è in questa nobile ispirazione, se pur nel mondo georgico-sociale, come in parte il poemetto latino Ecloga XI; e l’articolo Un paese donde si emigra per la «Prensa» 1908; e un poco lo scritto Lucus Vergili, stampato nell’aprile e maggio 1910 in «Il villaggio»; mentre tiene piú del felice divertimento Il Cocomero, mirabilmente nato da una banale richiesta di uno studente d’agraria e stampato nell’agosto 1909. E più ancora hanno questo tono altre poesie epicizzanti: Convito dombre (pubblicata nel gennaio 1907: e sappiamo che pensava a dar pace nella poesia agli eroi d’Africa, pag. 916); A riposo (comparsa nel Marzocco» del 12 dic. 1909); Abba (27 nov. 1910) e Chavez («Bologna», novembre 1910)...

Ma in questa nuova attività, sono ormai le opere di lunga lena quelle a cui egli assiduamente attende: all’ispirazione soggettiva e quasi di lirica pura è sottentrata la suggestione, quando non è l’erudizione, storica: gli occorre quindi piú vasto quadro. Se anche prima c’era un minuto studio della natura, non tanto a muovere quanto a colorire e ad approfondire il suo sentimento, ora è la minuta preparazione culturale che quasi determina o condiziona il canto. E poiché forse adesso anche l’energia creatrice s’è un poco affievolita e come stemperata, dove egli raggiunge ancora una certa larga unità di sviluppo, come nelle Canzoni di Re Enzio, è la storia, il fatto che fanno da cemento; altrove, l’idea si frantuma in episodi, in trasfigurazioni, quasi in allucinazioni, i quali restano poi – certo perché quasi sempre non compiuti, ma non solo per questo – in uno stato frammentario e un poco caotico: dai Poemi italici, agli Hymni, ai Poemi del Risorgimento.

Le Canzoni di Re Enzio (che anche nel loro procedere non parallelo fra la cronologia interna e la composizione mostrano una certa frammentarietà motrice) dovevano formare – intorno all’episodio della prigionia bolognese del figlio di Federico II dal 1249 alla morte – come un ampio poema, sintesi dell’età medioevale, in cinque parti, in ordine storico», piú un epilogo: «prima, La canzone del Carroccio [che sullo sfondo dei due ideali principi medioevali – l’Imperatore e il Papa – fa spiccare il Comune vittorioso]; seconda, La canzone del Paradiso [dedicata alla libertà, concessa dal Comune trionfante agli schiavi, elencati nel volume detto Paradisus; e vi si delinea l’idillico amore di Fior d’Uliva]; terza, La canzone dellOlifante [che fa immaginare al re la sconfitta di Manfredi mentre ascolta un giullare che canta la morte di Orlando]; quarta sarebbe venuta La canzone dello Studio [di cui alcuni versi iniziali e una traccia restano manoscritti nella Biblioteca di Bologna]; quinta, La canzone del Cuore gentile. Il ciclo doveva conchiudere con un soave epilogo, Bianco fiore»: cosí Maria, in una nota. Il poeta cerca mettervi tutti gli elementi di cui sente in qualche modo l’importanza o la commozione: Bologna, che gli ha dato il nuovo prestigio: l’amore e l’eroismo d’ispirazione cavalleresca, eppure popolare; l’idea sociale; il senso patriottico... E si acuiscono e talvolta contrastano i due modi della poesia pascoliana: le minuzie dei particolari, qui eruditi, e il desiderio di simbolismo trascendente: anche il metro, con strofe di endecasillabi chiusi da un novenario, vuol rinnovare le «lasse» dei vecchi poemi francesi. Momenti poetici ce ne sono: complessivamente balena la grande perfezione tecnica; ma a contribuire al giudizio su questi poemi valgano due dati: l’importanza che qui – contrariamente al concetto sempre ripetuto che le poesie non vogliono note – hanno invece proprio le lunghe note (onde questi poemi si accostano quasi a quella che fu la commemorazione «storica» del Carducci a Pietrasanta, indicando ormai una tendenza), perfino con l’invito, consono all’intento didattico del secondo tempo poetico, a leggere sia pure solo quelle; e vale anche un biglietto senza data (ma del 1908) che è nella Biblioteca di Bologna, scritto al giornalista Ugo Pesci inviando LOlifante, nel quale l’autore quasi confessa i limiti lirici dei poemi: «La canzone dell’Olifante è una delle Canzoni del Re Enzio, e non la prima. Presto pubblicheremo la Canzone del Carroccio che si riferisce all’anno 1251, mentre quella dell’Olifante riguarda l’anno 1266. Sono tentativi e saggi epici, ricavati dalla nostra fiera storia medioevale, e hanno, piú che altro, un fine di cultura. Perciò le note abbondano»! Le tre Canzoni (due e l’epilogo, come si è accennato, non sono state fatte) uscirono a stampa in quest’ordine (e segno fra parentesi l’anno cui storicamente si riferiscono): Olifante (1266), prima della metà del 1908 (a maggio era stanco di lavorare); Carroccio (1251), finita da un pezzo nel settembre 1908, e pubblicata circa in ottobre: «è discreta»; Paradiso (1256), pronta solo in ottobre 1909 e allora circa pubblicata (cosí dalle lettere al Bianchi o al Caselli).

Ma il resto dei nuovi canti deve dare il «gran poema» nel solo modo «che la modernità permette» come ci ha detto (ott. 1907): un poema di poemi a sé». E possiamo vederne quasi due gruppi, che sappiamo continuazione ideale di Odi e Inni: i Poemi italici, rimasti a tre: Paulo Ucello (1903) e ora Tolstoi (1910) e Rossini (1911: si veda il Repertorio a pag. 946): in un graduale crescere di quello stemperato e un poco faticoso simbolismo che è l’ultima forma di misticismo pascoliano (anche per questi «italici» c’è qualche altra traccia, per es. nella Biblioteca Comunale di Bologna); e i Poemi del Risorgimento o patrii, che si ridussero a pochi di numero e quindi incompletissimi per il vasto disegno, e i più di essi solo abbozzati, quanto alla definitiva redazione; nove poemi: Napoleone, Il Re dei Carbonari (che dovevano essere i due iniziali), Mazzini, e sei su Garibaldi da «fanciullo a Roma» a «vecchio a Caprera». Ben altro era il sogno...: parlava dei suoi «cento o dugento» poemi patriottici, di cui il 5 giugno 1907 sta «facendo il primo»; dovevano «ridestare negli Italiani il sacro fuoco del ’48, ’49, ’59, ’60, ’66, ’70 ...» (a Pirozz 16 ott. 1909); e naturalmente, già ce lo disse, «niente esclusivismo: c’è Garibaldi ma c’è Cavour; c’è Mazzini ma c’è Carlo Alberto, c’è il cuore dell’Italia del ’48-’49, del ’59-’60, il dolore successivo che punge a guaio» (dicembre); ed è vero quello che affermò nel marzo 1908, che vuol distinguerli dai canti garibaldini del D’Annunzio e del Marradi.

I primi, per il tempo di composizione e l’importanza, sarebbero stati i Poemi garibaldini (o come dice in un Repertorio i Poemi rossi): e nell’aprile del 1907 gli arrideva come «una settimana garibaldina ... prosa e versi ... Carmina non prius audita»; e andava chiedendo precise notizie e libri agli amici (giugno 1907, pag. 850) e già delineava – e durerà anche nell’anno prossimo – le illustrazioni col Nomellini...

Ma quante variazioni: in mezzo a quei canti di Risorgimento, ci ricorda l’amico e parente Giovanni Ricci, doveva balzare «come una fiamma d’amore» anche il Poema dei bersaglieri... E le sue carte i suoi Repertori sono pieni di titoli, «di appunti e di orditure» dice Maria.

A questo tumulto, la sorella cerca di mettere un poco di ordine nella Prefazione ai Poemi del Risorgimento, in alcune pagine che ci danno quasi un’integrazione alle sue Memorie per l’attività di Giovanni in questi ultimi tempi. «X agosto 1910 – Poemi del Risorgimento» egli scriveva, quasi concretando in un preciso titolo precedenti progetti e versi già scritti o da scrivere: e la data era simbolica anch’essa. «In tre volumi avrebbe costretto l’opera sua. Nel primo si doveva arrivare fino al ’48: dall’ultimo imperatore latino (Napoleone) ai Bandiera»: tutti i poemi scritti appartengono a questo volume: mancano, «secondo le sue note, Il Tricolore, I templari, altri poemi Mazziniani, i poemi su Carlo Alberto, quasi tutto il ciclo di Garibaldi in America, che doveva concludersi col ritorno di lui in Italia con Anita e il piccolo Menotti; infine i più vibranti di passione: Nello Spielberg e I fratelli Bandiera. Via via ... dovevano attraversare i volumi con volo lucido e rapido, dei brevi poemetti lirici sul genere di Garibaldi vecchio a Caprera ...; eseguito quasi per prova e per modello». E con l’abbozzo di quello che doveva essere il terzo poema (dopo Napoleone e Il Re dei Carbonari), cioè Il Tricolore (e 22 marzo 1912 – II Tricolore») Maria ci conduce fino al limitare del trapasso.

Dei «volumi che avrebbero seguito questo primo» è facile immaginare il contenuto: «Dal ’48 in poi ce n’è della poesia da estrarre ...». Ma sentiremo quello che poi ci dirà il poeta stesso, fantasticando col Nomellini ancora nel tumulto dell’immaginazione.

Ai poemi in italiano si affiancano, in questo gran disegno, o fanno come da premessa ideale i due Hymni sintetici della storia d’Italia, Roma e Torino, e – dopo i lontani Poemi conviviali d’ispirazione greca – i Carmina del mondo classico e cristiano, anch’essi continuati quasi alternatamente fino alla morte: Ecloga XI (1908) e Fanum Vacunae (1910) che colgono le ultime malinconie pagane, quasi presentimento del cristianesimo; e, a ispirazione cristiana, Post occasum urbis (1907) nelle sue tre parti: Solitudo, Sanctus Theodurus, Pallas, che seguono l’occupazione barbarica di Roma con Alarico, il rifugio del popolo nei primi templi cristiani, ma anche l’eternità di Roma simboleggiata dalla lampada che arde inestinguibile nel sotterraneo sepolcro del giovane eroe Pallante; e i due poemetti che rivivono le ultime ansie di quei tempi nuovi: Pomponia Graecina (1909), la matrona triste fino alla morte per la abiura accettata per amore materno; e Thallusa (ma del 1911), la schiava cristiana che soffre, anch’essa nell’affetto materno, le ultime ingiustizie contro i «servi». Tre ebbero la medaglia d’oro (Pomponia, Fanum, Thallusa) e due la magna laus.

Anche per i Carmina segue un suo gran piano, che espone al Bianchi il 25 febbraio 1908: «Questi poemetti fanno un tutto organico. Descrivono la vita romana antica in tutti i tempi, in tutte le condizioni, in pace e in guerra, in terra e in mare, nella politica e nella domesticità, in città e in campagna, poeti, artigiani, grandi uomini e donne, e piccoli e piccole, e paganesimo e cristianesimo, le origini e la fine non definitiva. Molti di questi poemi mancano, ma molti ce ne sono. Ma ci vuole quiete e tempo, e un po’ d’otium a Roma, a Napoli, in tanti altri posti ...» Solo terminati tutti li pubblicherebbe, in edizione unica. Ma non meno interessante l’aggiunta. «Contemporaneamente pubblicherei, in altro volume, la traduzione, non so se in versi o in prosa, ma mia o tutto al più in parte di Mariù». Non vuole che gli si cerchino i traduttori; ed è quindi chiaro che, alla richiesta di Odoardo Gori di stampare le sue traduzioni, rispondesse il 30 luglio 1907, tramite il Pietrobono: i Carmina «devono formare un libro della Vita dei Romani ... Comprendi quanto verrebbe danneggiata la mia futura pubblicazione da questa acerba mietitura ..., non è un capriccio».

Di tali piani grandiosi, il punto d’arrivo doveva segnarlo sempre l’ «anno sacro» della patria, il 1911. Ad esso concretamente si preparava, come ci disse, «approntando due libri: uno di poesia latina, Roma ..., e un altro di poesie italiane ..., Italia o il Risorgimento italiano»; grande anno, quello, per lui: tanto, forse, da aggravare il male.

Cosí, a fianco dei canti lirici, si va – più o meno coscientemente – allargando quasi un grande poema storico, sacro all’umanità: dalla Grecia madre, coi Conviviali, a Roma coi Carmina; dal M. Evo di Re Enzio al Rinascimento dei Poemi italici, fino al Risorgimento, anzi agli eroi moderni, cui danno voce Odi e Inni.

Ma nel vasto e sempre rinnovantesi immaginare, tutto quel mondo poetico classico e patrio, latino e italiano, pareva anche riplasmarsi in una più intima intuizione estetica, che altri poi determinerà e che pare già andare oltre lo stesso 1911: una poesia che è religione (e non per l’argomento): poeseos et religionis communionem quamdam (pag. 946). Certo non mancavano «semi» nelle istruzioni e nei sogni del poeta Pascoli!

In questa attività si inquadra anche quella oratoria. Già nel 1907 (con Prefazione del giugno) raccoglieva rinnovando i Miei pensieri di varia umanità (si senta l’intimità del vecchio titolo del 1903, nell’edizione Muglia) i suoi Pensieri e Discorsi dal 1895 al 1906: ivi «trasparisce più che non apparisca ... quel ch’io senta intorno alla poetica e alla scuola, e come o tormentino o appacino la mia coscienza le grandi questioni dei nostri tempi». Ma degli anni che qui trattiamo ci sono le grandi celebrazioni garibaldine (anche un articolo sulla «Tribuna», 18 dic. 1910, su Il poema di Garibaldi) e carducciane cui già accennammo, alcune del 1906 ma le più dal 1907, morto il poeta; cui va aggiunto il breve scritto su Lultima lezione; più qualche commemorazione minore o discorsi d’occasione, per es. a medici (di questi vari discorsi, 2 sono nel 1907; 4 nel 1908; 1 nel 1909; 3 nel 1910): con le parole dell’anno sacro si preparava cosí il volume postumo di Patria e Umanità, edito poi nel 1914 e che ha opere dal 1899 al 1912. Alcuni scritti garbatamente eruditi (Il Cocomero e Lucus Vergili già citati, 1909-1910) entreranno invece nell’altro volume postumo di cultura classica Antico sempre nuovo (1893-1910) stampato nel 1925.

Altri minori scritti, di attività oratoria e critica, rimasero sparsi, e in gran parte già vi si accennò: la Prefazione alle Poesie del Panzacchi (1907), alla Miscellanea Tassoniana (1908), ai Trattatisti della famiglia (1909), al libro dell’Abba...; e più personali, gli scritti premessi alle Memorie patrie duna famiglia romagnola (1910) e Brevi cenni biografici di Francesco Sciavo (1910), ricordando il Damiani, «l’uomo d’azione» (p. 893); e anche le bellissime pagine Casa mia e Il Tesoro (1908). Ci sono pure i ricordi del Brizio (1907), quelli per il De Amicis (1908), per il Bertolini, per il Costa (1910) e per gli scolari Hödnig e Ghelli (1909); e pensieri sul Mercantini, qualche altro frammento nel «Marzocco»...

Né qui possiamo enumerare le molte epigrafi italiane e latine, solenni o private, anche se qualcuna già ricordammo (Ferrer, Garibaldi, Passino...; o Dioscuridae Vitalio oper l’Accademia delle Scienze bolognese, 1908, 1910); né le belle e ingegnose dediche di sue opere; né le bazzecole, perfino per il barbiere o sui ventagli... E nemmeno, oltre ai poemetti latini, citeremo i carmi minori o i distici pure in latino: cioè i numeri XLVI, LVII (1907), LI e forse LXIII (1908), XLVIII, LIV, LXV (1910) dei Carmina; e non sono tutti (su Pomposa, per es., oltre i versi leonini c’è anche il motto: Quod fuit erit); o i solenni messaggi, anch’essi in latino, scambiati fra l’Università di Bologna e quella di Berlino, o per la laurea ad honorem in scienze conferita ad Andrea Carnegie...

E bisognerà poi tener conto delle lezioni all’Università e alla Scuola pedagogica, che in parte – in abbozzi o dispense – ci sono conservate (pagg. 835, 983), e dei pareri sulle tesi di laurea... [79] E non trascurava nemmeno la sua «Biblioteca universale», in cui ora entrava il Whitman. Quello che invece ormai scompare, tranne che nella abitudine scolastica, è l’attività dantesca: il 22 giugno 1910, dopo quattro anni di silenzio, uscivano a Bologna le già ricordate poche pagine su Virgilio e Dante; ma l’ultimo volume sulla Poesia del mistero dantesco non fu, né sarà più fatto. A questa impegnativa operosità vanno poi aggiunte le lettere, molte, se non moltissime... [80]

È un quadro di lavoro impressionante: ma a darne come un riflesso diretto e vissuto, si leggano queste note tracciate in un foglio disperso che ho potuto rinvenire fra le pagine dell’Agenda del 1911 (ma che certo è alquanto anteriore – estate 1909? – poiché Pomponia Graecina è di tale anno e il Fanum Vacunae del 1910): c’è insieme l’impeto e la trepidazione, e ci sono anche tanti progetti e sogni; davvero egli vedeva «ondoleggiare per aria le molte visioni della fantasia» e anche a lui era difficile afferrarle tutte.

Idibus septembribus absolutum esse iubeo carmen de Graecina, inchoatum et lineatum Fanum. Quod carmen summa curo voluptate sensim componam, ita ut ante reditum typis describatur.

Interea summam carminum italicorum statuero, et coniurationes, carceres, patibula, sectas, mazz. partes, gar., Karolalbert. Victorianas destribuero.

Post idus aliquid temporis inserviam in lectionibus. Verum dabo minorem parterre poematis italicis ita ut nonnulla reperam absoluta atque perfecta nec non partheniis (vespere in portulo quam dulcia erunt cogitatu!) et maximis carminibus (Rossini, Galilaeus, MichaelAngelus et reliqua) et fabulis et convivialibus ut ita dicam.

In tabellis ad hoc institutis adnotabo quidquid era necesse ut Romae aliisque locis visatur (e. g. Mich. Ang., Pepin, cetera carmina romana, Forum, Primordia, Romae; Marsilius Ficinus, Galilaeus, Florentiae?) Bononiae unum diem lectioni, alterum poematis dabo.

Feriis hibernis conficiam primordia et alfa carmina et parthenia.

Cave, Ioannes! Iubeo te tria vel quatuor poemata parare, quae Kal. decembribus in promptu sint. Haec convivialia? evangelica? parthenia? Lusciniolam, sive poeseos et religionis communionem quamdam et idem fere utramque esse!

Arpa, Lusciniola, ex parvo Evangelio, sint aliquod, Odae, Hymni, Danza dello Sch. [81]

Potremo sentire uno scadimento poetico in questi anni, una maggior sproporzione tra le velleità e l’attuazione, ma non una diminuzione di lavoro e di alte, ansiose ispirazioni: tanto, certo, da preparare a una quasi misantropia, o forse alla morte. E nemmeno questo è un merito da dimenticare pensando al «povero» Pascoli.

 

Note

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[1] L’appartamento occupato dai Pascoli si trovava non molto dopo l’inizio della salita al colle dell’Osservanza (ora via dell’Osservanza n. 2/2), a sinistra, un poco in dentro dalla strada (il piazzaletto esterno è posteriore al tempo del poeta: prima c’era un piccolo cancello e un vialetto a svolta; e la casa rimaneva più nascosta). Era (ed è) al penultimo piano (cioè al secondo, guardando dalla facciata anteriore; nella posteriore — quasi un basso — c’è un piano di più): si componeva di un ingresso, a sinistra del quale erano due studioli uno, diceva, per la poesia (p. 847), l’altro per ricevere gli studenti (i più frequentati da lui, con alti scaffali pieni di libri, ancora ben conservati a Castelvecchio, dove tutti i mobili bolognesi furono poi trasportati); a destra, su un corridoio che aveva un altro piccolo ingresso esterno e che conduceva a un terrazzo, si aprivano le stanze: sul lato destro del corridoio, la camera da letto di Giovanni, non grande, la cucina — allora con la grande cappa — e i servizi; questa parte guardava verso la città, dove campeggiavano le torri («la grande città... cominciava a due passi di lí; eppure pareva tutta quanta lontana: come se io la vedessi in sogno. Non la vedeva tutta, ma quanto vedeva, era essa, si che pareva infinita... Si distinguevano le grandi masse dei templi e le alte torri: proprio in faccia a me il sottile stelo dell’Asinella feriva di tra la nebbietta l’aria turchina...» Pref. a Odi e Inni); sullato sinistro del corridoio erano la camera di Maria, piú ampia, la stanza da pranzo, e in ultimo lo «studio bello» dove riceveva i personaggi importanti, ma che era quasi sempre chiuso; questo lato dava sul verde ondulato di giardini e spaziava verso l’alto colle e la chiesa di San Michele in Bosco, che aveva vicino l’Istituto Rizzoli (c’era lassù «un bel bosco di castagni d’India, del quale io seguivo la perenne vicenda; verzicava, rimpennava, metteva le sue belle spigone bianche, perdeva i fiori, aggrandiva le foglie, arrossava, si spogliava e restava brullo ad aspettare un’altra primavera». Accanto al bosco c’era «un tempio mirabile... Questo tempio pareva raccogliere sul tramonto tutta la luce, tutto il fulgore, tutta la porpora del cielo bolognese»: cosí poco prima di morire dettava a Maria: Prose I, pag. 570).

Tutte queste notizie mi sono state confermate recentemente dalla professoressa Margherita Scarpis, coinquilina, fin da giovanetta, del Pascoli e che ricorda vivacemente tante cose (Gulí sempre al guinzaglio; l’episodio della gardenia, pag. 847; la visita di D’Annunzio accolto nello studio bello; le parche cene spesso fredde, con salumi o simili, non amando Maria - «molto colta» - lavorare in cucina; la morte del poeta nella camera della sorella; aggiunge poi che fu un suo fratellino, ora ingegnere in Ancona, a ispirare la novella Pin).

[2] Oltre che in giornali d’allora fu pubblicata con qualche nota nella Strenna delle colonie scolastiche bolognesi (Zanichelli) nel gennaio 1906; e poi in Patria e umanità e nel I vol. delle Prose pascoliane a pag. 376. L’autografo è ancora in Casa Carducci.

[3] «Tigrin della Sassetta» è uno scherzoso appellativo che i due amici, Giovanni e Severino, amanti di motti, diedero al Carducci: rievoca un fiero personaggio della Faida di Comune, violento punitore dei Lucchesi, vinti dai Pisani.

Anche questa relazione fu pubblicata dal Bianchi (G. Pascoli nei ricordi di un amico, Milano 1922); tralasciò tuttavia gli accenni piú personali (per es. le cause del dissidio fra i due poeti); l’autografo ora si conserva alla Braidense e l’autore, il buon droghiere lucchese, mostra anche qui la sua semplice, cordiale umanità. Su questa giornata si veda anche quanto scrive Angiolo Orvieto, che sappiamo presente, sul «Marzocco» 14-1-1906.

[4] All’Università mancano i registri dell’anno 1905-06; ma dai verbali d’esame risulta che il Pascoli interrogò su Dante, in particolare sulla I cantica, insistendo soprattutto sulle proprie interpretazioni. Iniziando il corso annunziò che nei tre anni avrebbe commentato l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Per altri anni si veda in indice Lezioni. Di una commissione studentesca che nel 1906 andò a fare gli auguri per S. Giovanni, e della accoglienza ricevuta parla Trieste Algardi De Amicis in «Il Ponte», nov. 1955.

[5] Si veda il già citato volume di Scritti sparsi.

[6] Sulla (non vasta) sua fortuna all’estero si legga qualche altro accenno in queste Memorie, e i già citati articoli nell’Omaggio a G. Pascoli. Ma esistono molti articoli su rapporti particolari passivi e attivi. Ricordo qui di aver visto a Castelvecchio un volume del Papping (Helsingor, 1906) che porta la traduzione di alcune sue poesie.

[7] Su ciò si sfogava anche col Caselli, in una lettera da Bologna del 2 maggio 1906, dicendo: «Hai paura che non pareggi i miei conti con te? L’affare Zanichelli è gravissimo per me e per te. Ma io corro al rimedio. Quando riverrai con Severo? Che voglia di riavervi! che voglia di primavera! che voglia di pasqua e di pace! Perché il Marchi ora s’impunta? Sollecitalo! Scuotilo! Ho bisogno di quei pochi: hai capito, sí o no?». Severo era il medico Prof. Bianchini.

[8] I due rappresentanti delle terre irredente sono Federico Sternberg, che divulgò anche le idee dantesche del Pascoli e morí presto, già professore universitario; e Giovanni Sirola che, dopo il 1918, fu preside dell’Istituto tecnico di Fiume. Notizie su di essi ci dà la Trieste Algardi nell’articolo citato poche note piú addietro.

[9] Su questi non ben fondati sospetti, si veda ora A. GRILLI, Serra tra Pascoli e Panzini, Firenze 1956, a pag. 43 segg.

[10] Le stesse parole aveva scritto il 27 luglio al p. Pistelli, nella lettera in cui pur diceva che nei preti e frati cercava «con pietoso affetto la somiglianza che hanno con me»! (pag. 830).

[11] Peccato che anche il piano Racca fosse poi, al solito, fonte di qualche dispiacere. Scriveva nella lettera al «Biondino» (il Marcovigi), del 21 agosto che il piano costava 600 lire e, con lo sconto, 400; ma il Vita gli aveva fatto sapere che, di queste, 200 le aveva messe Bemporad, 200 la ditta Racca: in cambio, però, si voleva che facesse «un articoletto» pubblicitario; ne era indignato: «dunque mi hanno comperato per farsi della reclame?!»

[12] Il discorso, per cui il Carducci fece scrivere parole di ringraziamento (Omaggio a G. Pascoli, cit., a pag. 382) fu pubblicato ne «Lo scrittore in marmo» di Milano il 31 dicembre; e torna nel vol. degli Scritti sparsi.

[13] Delle poesie nuove dell’anno, oltre a quelle citate e date a periodici vari, 5 entrarono nel «Marzocco» e 8 si trovano ora in Poesie varie.

[14] Nei primi tre anni (ma prosegui bene piú a lungo) voleva commentare l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso; dal 1907, morto il Maestro, dedicò varie lezioni a studiare «la vita e le opere di Carducci», destinando anche una delle lezioni settimanali «alla lettura commentata e cronologica delle poesie carducciane». Si soffermò alquanto anche sul Manzoni. Interrompeva non di rado i corsi per l’impeto di celebrare occasioni patriottiche o per particolari commemorazioni (Chiarini, De Amicis, Fogazzaro...) o per l’eco di grandi eventi (il terremoto di Messina...). Si veda per es. La scuola di G. Pascoli di Trieste Algardi in «Ponte», nov. 1955 citato.

[15] Qualche Corso universitario fu raccolto da studenti e piú o meno (forse meno che piú...) riveduto dal professore per le Dispense (si ha per es. memoria delle lezioni per l’anno 1905-06). A Castelvecchio c’è anche un grosso volume dattilo-scritto, preparato per le stampe (curato dagli studenti M. Vivarelli, A. Mingarelli e Pia Maggi) che raccoglie le lezioni del Corso pedagogico per tutti gli anni dal 1905-06 al 1910-11. Tra le carte pascoliane ci sono Appunti e note vari per lezioni (oltre che su Dante e Carducci) su Manzoni, la poesia epica da Omero a Garibaldi, elementi di letteratura... Si vedano anche le mie Note in Scritti danteschi, vol. II delle Prose, ediz. Mondadori pag. 1675-6. Per le epigrafi, l’ampia raccolta è pubblicata nel volume degli Scritti sparsi e inediti.

[16] Restano, a me note, varie lettere (o cartoline o telegrammi) dell’anno 1906: già si sono citate quelle per es. all’Ida, all’Attilia, o a qualche amico particolare. In gran parte ho già ricordato pure quelle scritte al Caselli e al Bianchi (sono 15 e 11); e le lettere a Pirozz, al Pistelli, al Carducci e al D’Annunzio. Va diminuendo la bella corrispondenza col Finali. Varie lettere sono già a stampa (una quindicina); di un’altra trentina, inedite o meno note, ho pure notizia. Piú importanti quelle al Golfarelli (cui manda versi e un’iscrizione), al De Carolis (sui disegni per i volumi), al Gargano, all’Orvieto, al Novaro, al Festa, alla Corcos, al Buggini, al cugino Gaetano Pascoli, al sindaco di San Mauro, al Giusti editore, e alcune sull’errore fatto a proposito di Ciapin (non una persona ma una terra).

[17] Si veda Omaggio a G. P. ed. cit. Mondadori pag. 275.

[18] Si veda la lettera al p. Manni del 7 febbraio, per aiutare lo scolaro Gino Tenti nella sua tesi sul Tommaseo (Vannucci op. cit. pag. 233); e anche «Studi pascoliani» n. III, 1933, Bologna, Zanichelli.

[19] La riprova si può avere confrontando l’antologia di passi o meglio frammenti pascoliani che, ben piú ricca e con scopo opposto, ha raccolto un pur già seguace del Croce, Francesco Flora (Giovanni Pascoli, Prolusione, Bologna 1956), specialmente da pag. 77: Il linguaggio pascoliano.

[20] La Lettera aperta a B. Croce, del Pietrobono, è nel «Giornale d’Italia» del 6 aprile; nella risposta il Croce ricorda tre articoli del Gargano nel «Marzocco» 31 marzo, 7 e 21 aprile, e scritti di F. Pasini in «Palvese» 14 aprile, di G. Sartini «Studium» 30 aprile, di G. Rabizzani, «N. Rassegna» aprile-maggio, e quello della «Rivista di cultura» del 19 maggio. Tutti gli scritti del Croce in G. Pascoli, Studio critico, Bari, ed. ultima 1956. Altre difese del Pietrobono, anche verso Borgese e Serra, vedile accennate in Vannucci, op. cit. pag. 387

Mario Donadoni (benemerito riordinatore delle molte e confuse carte pascoliane di Castelvecchio, per incarico del Sovraintendente bibliografico della Regione toscana) in Ritorno a Pascoli, Città di Castello 1955, a p. 50 afferma che, dopo l’articolo crociano, il Pascoli scrisse al D’Annunzio con frasi dolorose, chiedendo conforto; e Gabriele rispose dicendo anche: «Non ti turbare. Ognuno ha la sua croce. Noi abbiamo anche il Croce da sopportare». E dice di aver avuto tra mano nell’Archivio del Vittoriale la lettera pascoliana, descrivendone i fogli di carta semplice a righe e la calligrafia minuta; e di ciò il Donadoni mi ha dato nuova conferma. La lettera però ora non esiste al Vittoriale, la qual cosa mi è stata di nuovo assicurata dal direttore, il dott. Emilio Mariano; né egli vede la ragione di ammettere che quella lettera sia poi stata sottratta. A riprova della non esistenza della lettera, sta il fatto che a Castelvecchio, dove si conservano le lettere del D’Annunzio al Pascoli, non si ha traccia di quella risposta. Tale coincidenza, e la scarsa credibilità che il Poeta cercasse allora conforto, e proprio presso il D’Annunzio, lascia molta incertezza sul ricordo del Donadoni.

[21] Il carteggio col Marcovigi si conserva presso la famiglia, ed è stato pubblicato solo in parte. Si veda quanto dice P. P. Trompeo nel «Corriere della Sera» del 21 nov. 1954. Molte di queste lettere sono in copia nell’Archivio di Castelvecchio.

[22] Un opuscolo che parve anche troppo acerbo contro il Croce scrisse pure il già scolaro del Pascoli, Pietro Micheli. La polemica Croce-Pascoli ha scarsa eco diretta nelle carte di Castelvecchio; essa ebbe una aggiunta dopo la morte di Giovanni, in un breve scambio di lettere fra Maria (2) e il critico (1). Questi scrisse sull’argomento fino al 1940, e anche in alcune lettere posteriori mostrò di non aver mutato pensiero. Credo interessi leggere una lettera che il Croce scrisse a Bruno Sereni, direttore de «Il giornale di Barga», piú tardi (25-X-48).

«Caro Signor Sereni, sulla poesia del Pascoli esercitai il mio ufficio di critico e pur lodando le cose belle di lui mossi obbiezione alla sua forma poetica, specie dei volumi seguenti alle Myricae. Egli ne fu assai irritato e sdegnato; e io pensavo che, artista com’esso era, dovesse aver qualche coscienza ch’io dicevo cose giuste e il suo dolore fosse dell’aver io messo il dito sul punto dolente. Non mai mi mosse il piú piccolo sentimento di avversione a Lui. Presi in celia un poemetto satirico che egli compose contro di me, nel quale m’impersonava in un asino. E anche dopo la sua morte, quando me n’è venuta l’occasione, ho parlato di Lui come di un brav’uomo dei vecchi tempi rimprovero ai presenti. Questo deve spiegare alla sorella e presentarle i miei ossequi. Molti saluti dal suo B. CROCE».

Non è vero quanto, come pretesa ritrattazione fatta a parole col Pietrobono, fu scritto qualche tempo fa sul «Corriere della Sera»; informazioni da me assunte a fonte diretta smentiscono la notizia. Un chiaro segno del tramonto della fascinazione crociana a danno del Pascoli è stato, con le sue relazioni, il Convegno pascoliano di Bologna nel marzo 1958.

[23] Il momento erudito del discorso ebbe particolare sottolineatura nelle molte Note che si aggiunsero nella edizione stampata dallo Zanichelli «a beneficio del monumento a Carducci» (v. Prose del Pascoli, vol. I pag. 577). Ivi si legge: «Su Francesco Donati ho quasi compiuto una memoria; che mi duole non potere aggiungere qui. Tra breve!...»; per tale «appendice scolopiana» che doveva integrare il discorso (al Pietrobono, 19 aprile), ebbe dal Pistelli «i pochi appunti» che conservava (v. Vannucci, op. cit. 227). Varie carte, per questo lavoro, gli mandò invece «Tonino», cioè Antonio Garfagnini, già a noi noto; ma dopo averle trattenute per due anni, le restituiva il 3 agosto 1909, dicendo: «non farò nulla», anche per un enigmatico «broncio» cui accennava pochi mesi prima di morire al Renier (Tognacci, op. cit. 240). Per le lettere scambiate fra il poeta e il Garfagnini si vedano gli articoli del Pancrazi nel «Corriere della Sera», sett. 1939. Il Pascoli avrebbe anche, idealmente, commemorato volentieri Carducci in Campidoglio: «Come avrei fatto bene... Roma in Carducci. Avrei avuto tutto il materiale pronto, e impeti straordinari» (19 aprile, al Bianchi): ma «la canea» dissuase i promotori. C’è una lettera ai «gentili giovani» che promossero la postuma «incoronazione» del poeta in Campidoglio; e si compiace che sia stato chiamato a parlarne «uno dei suoi grandi eguali», Alessandro D’Ancona.

[24] Sulla casa bolognese e gli «studi» si veda a pag. 812. Ora l’appartamento ha subito alcuni ammodernamenti.

Sono stati ricordati alcuni episodi, anche coi padroni di casa, signori Rossi, e i loro tre vivaci figli che, preavvisati da Gulí, correvano spesso incontro a Giovanni quando rientrava (Alla bambina Elisa Rossi dedicò anche una breve poesia per l’albo). Un gentile episodio fra coinquilini è quello del vaso di cardenie che i fratelli, non osando chiedere il favore, lasciarono davanti alla soglia dei vicini, quando andarono a Castelvecchio. Quei vicini curarono la piantina e la restituirono al ritorno con dei... versi cosí firmati: «La cardenia al ritorno del suo padrone, umilmente». Il giorno dopo Giovanni deponeva di nuovo la cardenia presso la porta del coinquilino, e anche lui... faceva parlare in versi la pianta: «Son la cardenia... Ti lasciai signora, - e da quell’ora piú non vedo il cielo!... – Fosti buona con me nell’abbandono... - Voglio fiorire e rifiorir con te. La Cardenia trovatella» («Corriere Padano» 23 maggio 1942; Tognacci op. cit., pag. 125). Anche dai bottegai lí attorno era conosciuto: e spesso si fermava a far spesa. Certo il tratto fra l’Università e la casa era lunghetto e molte volte lo faceva in carrozza; ma anche a piedi, specialmente da che Angelo Berardi, l’antico internazionalista che aveva aiutato Costa e Pascoli ricercati, divenendo poi famoso ortopedico, l’ebbe curato: onde il 3 ottobre del 1907 l’amico poeta gli scriveva: «Caro Anzullin, mi hai rimesso sui miei piedi. Di qui innanzi voglio fare l’alpinista. A te la gloria se conterò qualche cima. Tuo vecchio amico G. PASCOLI» (sappiamo che fin dall’infanzia aveva un piede non in buono stato). Versi e biglietti scherzosi ed elogiativi diede anche al suo barbiere bolognese (pur esso allora celebre), il quale aveva per primo importato nel «salone», certe poltrone americane: «Questo che sembra arnese di clinica e d’ospizi, - invece è la poltrona del parrucchier Fabrizi...». E il parrucchiere ne fece delle cartoline-réclame che il poeta conservò.

Nella casa dell’Osservanza, ebbe la sua occasione anche la novella Pin, secondo già ci disse una signora che fu coinquilina dei Pascoli (si veda a pagina 813).

[25] Questi appunti, utili per mostrare la preparazione pascoliana ai canti, e quella sua tendenza insieme realistica e trasfiguratrice, furono da me pubblicati integralmente nella «N. Antologia», luglio 1952, facendo il confronto con la poesia che ne derivò: Garibaldi fanciullo a Roma nei Poemi del Risorgimento.

[26] Alla pietà e alla libertà si ispirano anche alcune parole che (durante un processo, e ripetendo ciò che aveva detto per i Murri) mandò al Giornale «I lavoratori del mare» e fu pubblicato il 15 giugno: «L’autore di un delitto è subito esecrato...» e sarebbe linciato; poi al processo prevale in tutti la pietà: non perché siamo divenuti malfattori, ma perché «non vorremmo vedere quelle catene, quella gabbia, quelle armi attorno a quell’uomo...».

[27] Anche questi abbozzi si leggono nel volume degli Scritti inediti. Un accenno ne fece col Caselli (27 ag. 1907). E si veda G. ARRIGHI in G. Puccini nel centenario della nascita, Lucca pag. 89 segg.

Non poche le lettere del 1907 a noi rimaste del poeta: v. la nota a pag. 945.

[28] Eppure fu specialmente viva la discussione sull’acquedotto: ed è curioso segno della mentalità del luogo e del tempo che contro l’acquedotto fosse la parte popolare, la quale diceva tale spesa essere fatta solo per i signori, per i loro bagni... Un motto polemico era: «Noi preferiamo lavarci col vino!». Per la strada di Gallicano si veda la nota a pag. 873.

[29] Si legga «La Voce», 5 ottobre 1911: confronta piú avanti a pag. 971.

[30] Tutti questi documenti sono gelosamente conservati dal poeta e da Maria nell’Archivio di Castelvecchio: e su di essi traccio la storia, che non è priva di interesse: tanto è vero che ebbe anche risonanza nazionale.

[31] Tra gli altri, il rettore dell’Università Puntoni, Giulio Gnaccarini per la famiglia Carducci, il Golfarelli e l’amico Marcovigi. Da San Marino, con data del 30 settembre, resta una cartolina illustrata mandata a Maria.

[32] Il sen. Finali nel manoscritto delle citate sue Memorie ha questo inciso: «Bologna 10 ottobre 1907. Giovanni Pascoli, reduce da S. Marino, da cui ho fatto colazione nella sua casetta suburbana, mi ha amorevolmente esortato a continuare queste memorie... interrotte» (ed. cit. pag. 290).

[33] Tra le carte di Castelvecchio si trova anche questa lettera del Fogazzaro, scritta su carta del «Consiglio Superiore» per l’Istruzione. Essa si riferisce quasi certamente a una richiesta fatta dal Pascoli per l’amico Pieri, come confermano le date.

«Roma, 2 nov. 1907. Illustre e caro Signore. Dura lex sed lex. Il Consiglio Superiore non ha facoltà di correggere i giudizi delle Commissioni di concorso, per quanto iniqui. Può solamente considerare i difetti del procedimento. Difetti però non ci sono e io mi trovo nella dolorosa impotenza di mostrarle a fatti il mio buon volere. Mi creda sempre, caro e illustre signore, con devoto animo suo A. FOGAZZARO»

[34] Vedi il semplice e appassionato opuscoletto, utile per qualche ricordo, scritto da RUGGERO TOGNACCI Zvani, ediz. Tre, Verona 1954; già lo ricordammo.

[35] L’autografo, in Tognacci op. cit. pag. 145, mostra - qual ne sia la ragione - un adattamento iniziale. Lo scritto cominciava: «Caro paese, forte paese... »; poi c’è il nuovo inizio: «Saluto... che pur è un caro paese forte...» (la C maiuscola di Caro è corretta in minuscolo; tuttavia il «caro paese» potrebbe anche apparire cancellato). Nota che nella lettera a Pirozz dell’11 giugno 1908 dice: «Eccoti il discorsivo press’a poco come lo dissi o lo volli dire »; e si riferiva a uno di questi.

[36] A questo Diario collaborò (almeno coi sentimenti) anche Maria: «è un Diario collettivo di me e Maria, ma sarà bene, a evitare le buffonate..., che taciate il nome di lei...» (12 nov., ad A. Orvieto e al Gargano).

[37] Segue qualche scherzo... veristico sui gabinetti, al chiuso e all’aperto.

[38] A consigliar pace pensava anche nel mandare al Caselli un telegramma del ministro Rava (28 dic.), che prometteva d’interessarsi a un «progetto» dell’amico lucchese. E diceva: «Una buona volta mettetevi in pace, o lucchesi di dentro e lucchesi di fori, della pantera e della cucumaggia, tutti uniti però in una adorazione sola... che tu sai di chi è» (e sotto aggiunge: «altri direbbe, odorazione»).

[39] La riproduzione fotografica dell’autografo è malsicura e incompleta (c’è un taglio marginale) per due parole: ricchezza privata (o «pura») e l’ultima, verno. Per l’Alberani v. a pag. 857.

[40] L’appunto fu scritto alla svelta per «fermare un’ispirazione», dietro una lettera del 1907. Maria lo trascrive tale e quale: per chiarire il concetto (del resto già chiaro) ho fatto l’aggiunta di due parolette. Subito sotto, l’autografo continuava: «Poesie - In chiesa».

[41] Il Pascoli ha anche altre volte fatto cenno a varie lettere anonime ricevute. Esse pure furono, almeno in parte, conservate tristemente dai fratelli ed è possibile qui darne qualche saggio. Sono per lo più cartoline. Ecco una... poesia contro il «professore»:

«Com’aquila spennata la tua fama vola.

Ti chiami professore e non fai scola?

Ti dovrebbero mettere alla gogna

ché come stipendiato fai vergogna!

Non lasciarti al posto di Carducci

ma mandarti a pascere li ciucci.

Un tuo ammiratore

che ha un po’ di coscienza e che non capisce - come il Governo ti tolleri all’Università - o ti lasci rubare lo stipendio - e scandalizzare gli studenti e le famiglie!»

Altra cartolina da Venezia tocca il poeta politico:

«Un decadente poeta - de l’anarchia - altro che libertà di pensiero. - Carducci fu ben diverso, o rettorico».

E ce n’è anche per l’autore di iscrizioni (da Torino):

«Al 1° retore d’Italia, meschino in tutte le sibilline epigrafi - L’oblio ti attende, truffaldino di stipendio».

Ci sono poi lettere politiche, specialmente contro il difensore della guerra libica.

[42] La strada verso la stazione a Gallicano costituisce un’altra questione (dopo quelle principali per i medici e per le scuole) che lo faceva disputare con i barghigiani (v. nota a pag. 852).

[43] Proprio in questi ansiosi desideri scrisse la bella prosa Casa mia - sul «vecchio castello» di Castelvecchio, donatogli da Orazio e Virgilio - pubblicata il 16 giugno nella rivista «La casa», con una lettera al direttore Edoardo De Fonseca, auspicando una casa per tutti. Nel settembre c’era un altro scritto sulla sua casa: Il tesoro, cioè l’arnia delle api nel salottino («Giornale d’Italia» 18 sett.); tutte due in Limpido rivo; e poi nel vol. cit. degli Scritti inediti e sparsi.

[44] Sono in Limpido rivo ; e v. la nota precedente.

[45] Nel giugno, come consigliere comunale di San Mauro, riceveva l’invito per una seduta, ma rispondeva al Tognacci il 26, dicendo che, contro il desiderio, non poteva andare, e chiedeva notizie sulla pensione di Pirozz, il segretario comunale; e incitava a provvedere anche lí «al miglioramento delle condizioni dei maestri elementari; l’Era nuova deve trovare già apprezzati... medici e maestri. Se no... l’Era vecchia ci farà troppo cattiva figura». Il 25 agosto, ancora a Pirozz scriveva: «Giulio (Tognacci) vorrebbe parlare della già nostra casa e del progetto di farne un asilo: il tutto sommamente inopportuno. E un sogno ormai tramontato». Ma anche a questo riguardo vedremo le variazioni di Giovanni.

[46] Edito in un opuscolo: Giovanni Pascoli, VI ottobre MCMXII, in occasione della traslazione del poeta nel «romitaggio» di Castelvecchio dal cimitero di Barga (Zanichelli); e si veda il cit. vol. degli Scritti sparsi del Pascoli.

[47] Su ciò si veda anche la nota a pag. 859.

[48] Le lacune qui e dopo indicano alcune parole illeggibili.

[49] Qui lo scritto è incompiuto: forse voleva dire: «allo studio di Dante»?

[50] Forse: «non era consapevole, consenziente della...» Nella stessa pagina sono alcuni appunti di idee critiche per le sue lezioni (« Siamo qui per illustrare, spiegare, commentare, dire il non detto, e dire quel che egli non disse, non poté, non seppe dire...»: anche questo accenna al suo corso su Dante?)

La pagina a fianco ha brevi spunti garibaldini, e l’annotazione: «Istituto Aldini Valeriani» (si accennava forse a una sua ispezione, come in altra scuola nel 1910?)

[51] Per questo si veda Antico sempre nuovo; e si leggano anche le Relazioni sul-l’insegnamento del latino..., o La mia scuola di grammatica... (nelle Prose). La originale capacità di insegnante di italiano si può dedurre dalle nuove antologie Fior da Fiore e Sul limitare. Alcune lezioni bolognesi sono state pubblicate, altre, con i giudizi per le tesi di laurea, saranno nel cit. vol. degli Scritti inediti e sparsi.

[52] Queste testimonianze sono tolte da scritti di discepoli diretti: il Rivalta, il Tenti, il Lugli, il Fatini, la Trieste Algardi... Aggiungo la notizia di un collega, il prof. G. M. Ferrari: quando per il Premio V. Emanuele, che annualmente si dava al miglior laureato, c’erano due concorrenti giudicati alla pari, uno aveva una bella medaglia d’oro, l’altro solo un diploma: ma per vari anni un oblatore (che voleva restare incognito) offrí una somma pari al valore del premio: l’oblatore era il Pascoli (forse memore di quello che era accaduto a lui l’anno della laurea). Alla morte del poeta l’ottimo uso cessò. V. anche COZZANI, Pascoli I, 40.

[53] Si ricordi quanto fu accennato a pag. 792.

[54] Queste due lettere, meno note di quella scritta dopo a Giovanni Sgroi, le pubblicò lo stesso prof. Alfonso Tropia il 18 sett. 1938 nella «Gazzetta di Messina».

[55] L’Associazione degli Artisti italiani di Firenze chiese al Pascoli il 18 febbraio di contribuire al «Numero unico pro Sicilia e Calabria»; in calce, queste righe: «Caro Giovanni, questi amici sperano che la mia parola ti persuaderà a mandare qualcosa. Sarà vero? Il tuo sempre GABRIELE D’ANNUNZIO». Ma pare non mandasse nulla. In questo tempo scrisse invece una lettera-prefazione per un opuscolo sul Manicomio Provinciale di Bologna, Imola.

[56] Anche per queste pagine, si veda il vol. degli Scritti inediti e sparsi. Maria annota che le parole commemorative «furono dette all’Università, prima della lezione». Probabilmente fu fatto l’uno e l’altro uso: la lettura e la pubblicazione come articolo.

[57] Una breve commemorazione di un altro scolaro - che fra stenti frequentò tardi l’Università e raggiunse il sogno di divenire professore... e fu ucciso da un suo alunno - il Pascoli fece pure prima della lezione, e forse in questo 1909. Il suo nome era Camillo Ghelli. Si veda sempre il vol. di Scritti inediti e sparsi.

[58] Anche a Fabio Ranzi «riformatore militare», candidato a Tivoli, mandò un lungo telegramma augurale.

[59] Sugli incontri del Serra col Pascoli, si legga il vol. cit. del GRILLI, Serra tra Pascoli e Panzini.

[60] E di questi giorni l’ultima eco di quelle campane che suscitarono tanti incidenti a Castelvecchio: ma forse si trattò di uno scherzo al povero poeta rintronato, come già si accennò (pag. 775).

[61] Solo in quest’anno 1909 Giovanni finisce di pagare gli interessi per l’antico debito col Cipriani; una nota di Maria dice: «Interessi di Cipriani fino al 1901 al 7%, dal 1901 al 1904 al 6%, dal 1904 al 1909, in cui finimmo di pagare, al 4%». E in una lettera all’Attilia dell’11 luglio vedremo che il poeta può dire: Quest’anno, per i soldi, c’è andata assai bene».

[62] Su tutti gli scritti, anche privati, del Serra per Pascoli si veda di nuovo A. GRILLI, Serra tra Pascoli e Panzini, cit., 1956.

[63] Come si è già visto (anche a pag. 824, 909) in questi anni dal 1907 al 1909 c’è un ritorno di anticlericalismo giovanile e romagnolo: per vari motivi pubblici e, come spesso, personalissimi. Perfino con la fervente cattolica Corcos cedeva a sfoghi: «Bisognerebbe per la salute d’Italia e dell’umanità che i cosidetti anti-clericali e clericali si mangiassero gli uni gli altri, come i due lupi della favola» (10 maggio 1907); pur spiegando che «quando parlo male dei preti, parlo dei funzionari del Sacro Romano Impero ieratico, che domina... nei paesi latini, e li aduggia..., li materializza... Esso Impero conserva gelosamente la vecchia superstizione pagana, peggiorata. Scriverò un libro su questo argomento...»; invece «oh! il p. Pistelli, il p. Pietrobono..., il p. Semeria e il p. Teodosio! Io non amo tra gli uomini nessuno piú di loro...» (5 sett. 1908).

[64] Per tutti questi lavori inediti, e per piú precisi cenni alla loro storia, si veda il sempre citato volume degli Scritti inediti e sparsi.

[65] Potrebbe essere che a questo progettato passaggio a Castelvecchio si riferisse una preoccupata lettera all’Attilia, senza data precisa (un 27), annunziante il possibile arrivo in automobile e col comm. Zanichelli! C’è - a dare un’idea concreta e un poco campagnola e... disorganizzata di quella dimora - tutta una serie di raccomandazioni per il riordino e per la pulizia della casa anche in tutti i suoi remoti accessori, non esclusi i bicchieri fino e in fondo», porti via fiaschi, ciabatte, zoccoli, pennati e altre cose improprie»; provveda stuzzicadenti e candele e petrolio; prepari per il pranzo tagliatelle al prosciutto, trote, pollo arrosto (e se si potesse avere un bel canestrino di fragole!»); Intanto mandava 15 chili di pasta, ma che non la mangino (e al solito») i topi... Per il resto «se non sei del tutto cretina (come ho paura che tu sia) puoi regolarti da te». A vantaggio di Castelvecchio, ora il Pascoli continuava a interessarsi perché fosse aperto l’ufficio postale di Ponte di Campia, piú vicino che quello di Barga (lettera del 15 aprile); ché allora Castelvecchio non aveva né posta né stazione; proprio un eremo.

[66] Di «segreti» soffiatisi all’orecchio, il D’Annunzio, fra elogi al Pascoli, accenna scherzosamente anche ne Le faville del maglio, Il secondo amante di L. Muti, ed. Treves pag. 311 e in Prose di ricerca, ed. Mondadori, vol. II, pag. 193.

[67] È errata la notizia che fosse il pennino con cui fu scritto Paulo Ucello nel 1903; la Regola Giovannino l’ebbe in dono solo nel 1907. Ed è pure leggendario anche il particolare - in troppe occasioni ripetuto - che il D’Annunzio sorprendesse il Pascoli mentre faceva le tagliatelle. Forse piú verosimile la notizia, ripetuta poi dalla moglie di Severino, che il poeta abruzzese, ormai fuggente la Capponcina, voleva salire sotto l’Osservanza a chiedere (non senza simbolo) «del pane fresco fatto in casa e della pura acqua di pozzo», e che prometteva di restare «senza limiti» nella casa del poeta (in «Corriere d’Informazione» 11 agosto 1947 e in «Roma» di Napoli 2 marzo 1938).

[68] L’articolo - quasi lettera aperta - è veramente volgare per il contenuto e il tono (nella smaccata intenzione di difendere il sindaco e la parte): «Voi, povero uomo, non avete capito... niente, e siete meschinamente scappato»; «vi dirò pubblicamente che voi avete sconciamente mentito...». Le proteste, è bene ricordarlo, non esplosero solo a Bologna, ma anche a Genova; perfino alcuni collaboratori del «Corriere di Genova» diedero sdegnati le loro dimissioni; ci fu anche una locale vertenza cavalleresca; e in una certa misura il giornale stesso riparò l’offesa. Giova accostare, come ho potuto fare nel testo, i documenti diorigine bolognese-pascoliana a quelli genovesi.

[69] Della lettera esiste anzi una duplice minuta sostanzialmente uguale. I passi della inedita Lezione (la XVI dell’anno 1909-10) si leggono - fra le altre Lezioni - nel cit. vol. di Scritti inediti e sparsi.

[70] Fu poi ristampato, con l’altro discorso garibaldino tenuto a San Mauro il 14 dicembre, nell’opuscolo dal titolo Garibaldi, Zanichelli 1911, che fu fatto e venduto «a profitto del giardino d’infanzia» ideato per San Mauro come si dirà. Si veda il vol. Prose I, ed. Mondadori pag. 353, 364, 575. In una lettera del 4 maggio preannunzia al sindaco di San Mauro Angelino Vincenzi un’offerta da Genova per il giardino d’infanzia da depositare «non facendo il mio nome» che «ella tacerà con chiunque»; e da Genova (dal «Secolo XIX») giunse un buon assegno di 500 lire. Per la poesia che il Pascoli sentiva negli scritti di Garibaldi, si vedano le Note al Discorso L’eroe italico, nel vol. pascoliano Prose I, pag. 327.

[71] Sul modo come l’affare con don Maggioli finí non ho trovato notizie. In casa dei discendenti dell’Ida si conservano alcune lettere spedite alla famiglia da Salvatore: hanno (almeno quelle che ho visto) un tono pacato e affettuoso, lamentano le scarse notizie che riceve da loro, e manda piccole somme. Il Berti tornò poi dall’America, non certo ricco, soltanto vari anni dopo la morte del Pascoli.

[72] Pur fra questa crescente e documentata solitudine... porgiamo un orecchio alla vana malignità cui nemmeno il riservatissimo Pascoli sfuggí. Poiché si vociferò anche di vari suoi sentimenti amorosi (oltre quelli già accennati in queste Memorie negli anni giovanili a San Mauro, o con la quasi parente Poggi di Bologna, o con la cugina di Rimini, o con la signorina di Livorno o con altre di Messina; o del tentativo comasco del fratello Falino). I venticelli (quasi certo calunniosi) giuntici all’orecchio parlano, oltre che di confidenziale simpatia per l’Attilia, di altri moti sentimentali per la padrona della trattoriola al Ponte di Campia, per una maestra che insegnava anche l’inglese a Barga, per una signora a cui avrebbe scritto lettere assai gentili nel tempo di Bologna dopo il 1906 (per non parlare di altri inopinabili e piú intimi sospetti). E udimmo la «chiacchera» (soltanto?) per un matrimonio con la vedova di Severino (pag. 906)! Ma contro, resta il silenzio che su avventure anche giovanili del Pascoli hanno gli amici bolognesi nelle loro stesse lettere, in cui di tali compagni se ne apprende di ogni genere (quando parlano di Giovannino invece sfiorano appena e solo le affettuose sorelle); stanno quelle malinconiche annotazioni su la sua vita «forzatamente casta» e su i due «vergini» di casa Pascoli (pag. 662 e 904); e sta... l’occhio vigile e diciamo pure geloso di Maria, che tutte quelle amicizie aveva ben modo di sorvegliare e... regolare, pronta se mai a intervenire, come per il matrimonio con la cugina.

Un accenno misterioso, e che (sia pure a torto) si potrebbe interpretare con qualche malizia è in una cartolina illustrata al Caselli (15 nov. 1905) con dei versi: «Sei dunque morto o morente?... — Per quattro o cinque giorni — è stata una pena e una spesa! — Rigurgitava la madia. — Era la madre, — ben sai, — Ros... — E tu non venisti mai...». Il Del Beccaro commenta: «Pensiamo alla Rosa "da’ capelli d’oro..." dei Poemetti. Ma di tale argomento i due amici preferivano parlare, non scrivere».

[73] Passi delle Noterelle Pascoli raccolse, lodandole, in Fior da fiore; e scrisse poi una Prefazione al volume delle Noterelle di uno dei Mille, nell’ediz. Zanichelli.

[74] Su questo episodio si veda la narrazione del Finali nelle cit. sue Memorie, pag. 695, che qui posso integrare coi documenti di Castelvecchio.

[75] Può essere interessante, per la psicologia del Pascoli e per la storia della casa di San Mauro, un breve cenno delle variazioni dell’uno e dell’altra circa l’Asilo appunto di San Mauro. Nel 1899-1900-1901 il Pascoli desidera di comprare la casa materna, ma per sé, forse per stabilirvisi, come mostrano le lettere a Pirozz. Nel 1904 c’è la rinunzia all’acquisto: la madre «ha detto di no»! Sogna piuttosto di edificare sulla spiaggia di Bellaria «una casettina tal quale quella di San Mauro... uguale a quella che non si vede piú» per andarvi a passare qualche mese (a Pirozz, 20 ottobre 1904). Nel 1907 per opera di Giulio Tognacci e del Comune si comincia a parlare dell’Asilo; e anche Giovanni vi accenna favorevolmente nel discorso al Consiglio comunale; ma quando l’anno dopo il Tognacci prepara un opuscolo su ciò (v. Ricordi pascoliani, pag. 238) sappiamo che Pascoli scrive a Pirozz: «Nella prefazione del suo libretto Giulio vorrebbe parlare della già nostra casa e del progetto di farne un Asilo: il tutto sommamente inopportuno» (v. pag. 876) e non è chiaro se si fa difficoltà all’Asilo o alla trasformazione della casa al nuovo uso. L’opposizione propria al-l’Asilo prende poi un colore di momentanea reazione personale nel marzo 1909, quando gli parve che di ciò si volesse fare un’imitazione a quanto si stava preparando in memoria di Severino Ferrari (19 marzo 1909; pag. 901). Ma nel 1910 l’idea dell’asilo rispuntava nel paese: e il Pascoli vi aderisce, ma a modo suo. Non vuole piú sentir parlare della trasformazione della sua casa ormai... quasi profanata: e in una lettera «personale» al Sindaco del 25 aprile fa le sue proposte. «L’asilo o a dir meglio il giardino d’infanzia, che accoglierà nel tempo stesso le nostre memorie, si farà ma con molto minore spesa e molto migliore opportunità altrove. Enrico (Tognacci) m’accennava uno spazio in faccia a quella che fu già casa nostra...» Nella nuova casina «due stanzette destineremo a piccola biblioteca di mia casa... e intanto verremo, io e mia sorella, ad abitare qualche giorno all’anno»; farebbe fare egli stesso il disegno. Asilo dunque e abitazione e museo... ma fuori della casa. A questa idea (ma forse anche a quella dei piú, di fare della vecchia casa - o meglio di una costruzione in quel giardino - l’asilo), egli poi si diede d’impeto dopo il discorso garibaldino di San Mauro del dicembre 1910: e l’opuscolo coi due discorsi garibaldini fu venduto «a profitto del giardino d’infanzia» con la mirabile Prefazione del febbraio 1911 (si veda Prose di G. Pascoli pag. 575). E il poeta si interessava direttamente a quella vendita (lettera a Poldo Tosi, 28 gennaio e 2 marzo). L’asilo e la casa per vecchi accanto alla cara casa materna, e sull’ampio giardino stesso che fu del poeta, sorsero poi molti anni dopo.

Ma dall’episodio di questo asilo si leva una trista eco che tocca i rapporti di Giovanni con Severino. Due periodi d’ombra ci furono specialmente, nel 1894 e nel 1899: lo documentano anche le lettere al Martinozzi e al Valgimigli (pag. 607). Esageratamente agitato nel cruccio delle maligne accuse di chi per deprimerlo innalzava il Ferrari «precorritore», Giovanni attribuí forse piú del vero le parole degli... amici a Severino stesso, e nel 1909 scrisse che, come seppe dopo, «quel suo amico di giovinezza» gli era stato «negli ultimi anni suoi ferocemente e insidiosamente nemico». Certo, ombrosità pascoliana; ma non tutta la colpa è sua. In una lettera del ’99 Severino, per es., scriveva a un amico, dando un giudizio su alcune poesie di un giovane; e con echi forse di pareri carducciani, diceva che quel giovane doveva togliersi dall’imitazione pascoliana: il Pascoli ha ingegno prepotente ed arte... strafinissima, ma (quel giovane) deve... fare arte semplice: e ricordarsi di Vergilio e Omero, di Dante e del Petrarca anche per l’arte artifiziata se proprio gli piace»: che... inteso «me’ ch’ei non ragioni» non era certo un giudizio che al Pascoli potesse piacere (v. FARSETTI BOFFI, in un Discorso per S. Ferrari, tenuto a Foggia nel 1906, Rocca San Casciano, Cappelli 1910). Del resto, già nel 1886, il 10 maggio, il Brilli in una lettera a Severino scriveva: «Quel Pascoli. È smascolinizzato...»; e si faceva forse eco di commenti scambiati con altri del gruppo (si veda Chiorboli, in «N. Antologia», ott. 1950). Vedi anche le note a pag. 265 e 378.

[76] Le lettere del Dei sono parte alla Labronica, parte nel Fondo Piancastelli, a Forlí.

[77] La lettera, nota da poco, dice fra l’altro: «Io vivo spesso con Lei. Per esempio, ho in questo momento vicino a me i due album di Custoza. Peccato non li avessi ancora quando scrissi l’ode ch’Ella conosce! L’avrei fatta piú fervida». E «non si disanimi mai. L’Italia che pare essere risorta per addormentarsi subito sotto un albero, si sveglierà al bene o pel calore del sole o per il passare della tempesta». Cosí da Bologna, il 19 gennaio 1910: v. LUISA SANTANDREA in «Il quotidiano» 13 nov. 1959.

[78] Per lo spunto di questa novella, venutogli da un ragazzo che abitava nella stessa casa del Pascoli a Bologna, si è già fatto cenno a pag. 813.

[79] Per tutto ciò si veda il solito volume degli Scritti inediti e sparsi.

[80] Un rapido quadro delle lettere che io conosco di questi anni (sommariamente calcolate) a stampa o inedite, citate nel testo o no, può essere utile. Per il 1907, scarsa è la corrispondenza domestica: 1 lettera all’Ida e 6 all’Attilia; ce n’è poi 3 al Pistelli e 4 al Pietrobono, solo 3 al Caselli, 4-5 a Pirozz, ben 27 al Bianchi: e sono i corrispondenti piú frequenti (mancano sempre al calcolo le varie lettere - ma anch’esse ora in numero minore - al fratello Raffaele, di cui non posseggo i dati precisi); fra quelle ad altri corrispondenti importanti ricordo le lettere a Manni, Panzini, Rava, Novaro, Golfarelli, Sorbelli, L. Mordini, on. G. Ferri, pittore Viganò, e Gori e Topi e altri di San Marino, e Tonino Garfagnini... Tutte insieme, circa un centinaio. Mancano all’elenco le lettere al fratello Raffaele, non ancora rese pubbliche.

Per il 1908, con le 6 all’Attilia, le 5 o 6 a Pirozz, le 21 al Caselli, le 7 al Pistelli, le 14 al Bianchi, si possono ricordare lettere a Angiolo Orvieto, Bemporad, Sorbelli, Corcos (ma ormai pochissime), Nomellini, Rava, al Sindaco di Milano, all’urbinate Marchigiani, e quelle per l’affare Barbi: fra le 70 e le 80 lettere.

Nel 1909, all’Ida 7 lettere, 4 all’Attilia, 9 al Caselli, 7 al Bianchi, 9 a Pirozz, nessuna al Pistelli o al Pietrobono (si noti come quella corrispondenza che era costante vada assottigliandosi); e le lettere per il terremoto di Messina, o a Mons. Bonomelli, al Gargano su la Pecorella smarrita, a Federzoni, ai Tognacci...: meno di 70 lettere.

Quanto al 1910, all’Ida 10, all’Attilia l; poi 13 al Caselli, 3 a Pirozz, 1 sola al Bianchi e l’ultima alla Corcos...: 2 al D’Annunzio, e altre all’Orvieto, a Nomellini, a Giovanni Ricci, al Finali, a quei di San Mauro per il discorso garibaldino...: circa 70 lettere.

[81] Vi troviamo due noti poemetti latini; uno dei Poemi italici (Rossini) e i Poemi del Risorgimento (fra cui Pepin o Garibaldi fanciullo a Roma, e i canti mazziniani, garibaldini, su Carlo Alberto e Vittorio Emanuele); e le lezioni. E si promettono altri Poemi italici (Marsilio Ficino, Michelangelo, Galileo: si veda qui sopra, e Partenii, Favole (si potrebbe leggere anche tabulis), altri Conviviali (?) e Odi e Inni; e altri canti latini (Forum? Primordia?); e il Piccolo Vangelo, e quegli interessantissimi canti fra la poesia e la religione (Lusignoletto, L’arpa?...) Misteriosa resta quella Danza dello Sch(eletro), titolo che trovammo anche altrove (pag. 834). C’è qualche dubbio di lettura: Haec... ; sint aliquod.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011