Maria Pascoli

Lungo la vita di Giovanni Pascoli

Memorie curate e integrate

da  AUGUSTO VICINELLI

con 48 tavole fuori testo

Edizione di riferimento

Maria Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, Memorie curate e integrate da Augusto Vicinelli, con 48 tavole fuori testo, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1961

PARTE TERZA

CAPITOLO V

SERENA VITA PISANA

(Fine 19031905)

I  -  DALL'ARRIVO A PISA ALLA FINE DEL 1904

Giovanni e Maria giungevano a Pisa, finalmente con una certa intenzione di stabilità, il giorno 17 novembre 1903 ed entravano nella casa di via Magenta 3, in «un primo piano soleggiato che dava, oltre la via, sopra un grande orto ricco di verde»; dimora per quasi due anni cara al poeta e forse rimpianta: luogo e tempo serenamente operosi, come la videro alcuni colleghi e pochi amici, fra cui i Giorgini; «son diventato borghese, o quasi», scriveva il 16 gennaio; e fu l'ultima oasi cittadina feconda di complessa e studiosa attività.

Di là usciva la mattina del 19 per la Prolusione che aveva suscitato «ingiustificata aspettazione» e che quindi gli dava «tanto pensiero»; e ciò maggiormente perché già risentiva le punture della malignità se, essendo ritornato dalla cattedra di letteratura latina a quella di grammatica latina e greca, subito «un famoso imbecille mi chiamava "grammatico" su un giornale di Torino» (al Cian). Cosí appunto La mia scuola di grammatica (e forse nell'insistere sui limiti del suo compito c'era un po' di rassegnazione) intitolò quella Prolusione che egli cominciò alle 10 antimeridiane; essa da una difesa del latino passava a lodare le traduzioni, quelle che non travestono ma danno «una veste nuova», con varietà di lingua e stile appropriata ai singoli poeti; ma, di «grammatico» fattosi umanista originale, voleva esser obbligato «dagli antichi a cercare il nuovo» e studiava in Socrate Cristo, in Virgilio Dante, nell'antichità il germe cristiano. Si sente che va compiendo i Poemi conviviali (1904). [1] Alla fine del discorso, come ricordava il collega Carlo Formichi, «l'uditorio era elettrizzato». Ma piú dirette impressioni le dà Maria scrivendo subito alla sorella.

Carissima Ida, ieri fu una gran giornata. Giovannino nelle prime ore del mattino sospirava e piangeva. L'aspettazione all'Università era enorme. Persino qualche giorno fa i giornali avevano riportato un colloquio del Re col Rettore dell'Università in cui si rallegrava per la nomina di Giovannino e per l'acquisto che con lui faceva questo Ateneo. Figurati, tutte cose belle e buone, ma che lo mettevano in un'agitazione tremenda per l'obbligo di corrispondere alla sua fama.

E se Dio vuole ha superato l'aspettazione e sé stesso. L'accoglienza degli studenti dei professori e del pubblico non poteva essere piú spontanea e piú grande. Mi si dice che mai ci fu in altre occasioni tanta folla. Gran parte di pubblico dovette rimanere nei corridoi. Fu accolto in principio da applausi i quali si ripeterono via via nella conferenza e in fine si prolungarono fino a che non salí in carrozza per venire a casa. Quanta emozione! Era pallido, poverino, ma si vedeva subito che era contento!

Poi ci fu, proprio quando Giovannino era a pochi passi da casa, una gradita sorpresa. Giungeva, dall'altra parte della strada, il servizio dei Pacchi postali e si fermava al nostro uscio. Era la tua salsiccina che arrivava a portare il tuo pensiero, i tuoi auguri e i tuoi rallegramenti al nostro affaticato poeta. Appena usciranno i giornali te li manderemo. Tua    MARIA

Pisa, 20 novembre 1903

Tante grazie, poverina, dal tuo    GIOVANNI

Pisa dunque gli si prometteva bene: anche se in quei giorni buoni gli giungevano dall'Ida Ferrari tristi notizie di Severino; e anche per la morte di sua sorella Ottavia, cui poco prima Giovanni aveva mandato auguri. Scriveva Giovanni il 25 novembre all'amico: «Ricordo ...i giorni dell'Alberino, cosí lontani, e i piú vicini di Bologna ... Io credeva che il nostro destino fosse di trascorrere insieme gli ultimi anni .. . E invece non c'è dato che di vederci allo sportello d'un treno che fugge! Senti accanto a te il mio cuore che batte per te, e per i figli e il compagno della povera nostra buona Ottavia...»

Ma Severino era di nuovo malato («non è ancora guarito, sai, ogni tanto soffre. Da un pezzo il dolore non ci lascia. Io temo sempre di qualche nuova sciagura»): perciò rispose a Maria la moglie Ida, presentendo la non lontana tragedia anche per loro.

Giovanni intanto si era dato subito con impegno alle lezioni: ma era assiduo anche alla poesia continuando l'opera di Castelvecchio – gli erano ora aperti il «Marzocco», la «Riviera ligure» e «La Lettura» — pur se in quelle lezioni trovava col Caselli la scusa di non aver potuto compiere per la «Lettura» quel «poemetto che gli promisi sul papa nuovo», ma che vedremo non fu fatto per altre ragioni.

Manda invece, commosso dall'occasione, una poesia a «La Scena illustrata» accompagnandola con questa interessante lettera del 5 dicembre:

Eccole, Sig. Pollazzi, la trista canzone dell'emigrato che uccide. Fu alla stazione di Milano. Un giovane romagnolo, muratore, figlio di padre alcolizzato, tenerissimo della sua madre povera e lontana, fu preso da un accesso di pazzia furiosa. Un eroico giovane, figlio del già deputato Zavattari, cercando di frenarlo ne ebbe la morte. Soprattutto commovente il grido di quel buono e forte Zavattari padre: «Non fategli male (all'uccisore di suo figlio!). Non vedete che è pazzo?».

Scusi la pochezza. Suo    Giovanni Pascoli

Le vacanze natalizie riportavano i fratelli a Castelvecchio dove mangiano il panettone inviato dal D'Annunzio, inaugurano con gioia il buffet» e nello stesso gennaio compiono, come sappiamo (pag. 688 e 689) le ultime pratiche per l'acquisto della casa («Ora sono possidente di casa, vigna, oliveti, selva di castagni, pometo, prati, terreno lavorativo . . . e di molte poesie e di molta poesia» quasi grida scrivendo a Luigi Bonati)... Tuttavia il 5 gennaio Giovanni rinunzia per lettera, forse anche per un'influenza, ad una festicciola presso il Rettore di San Niccolò, mentre continua ad interessarsi insieme col Caselli e col Pietrobono (che per Pasqua doveva mandare «i candelieri, le carteglorie e il Crocefisso») a «la chiesina, da santificare delle dolci preghiere di Mariú», in cui «voglio raccogliere le memorie dei miei morti» sotto lo sguardo di S. Giovanni Battista e di Maria addolorata, ossia «l'umanità santificata» nel profeta e nella madre «di colui che addolcirà nel dolore l'animo selvatico degli uomini» (1 febbr.); anche la Corcos e una nobildonna sua amica contribuivano all'arredamento. Per la fine dell'anno il Caselli (come proprietario della cava di marmo paonazzetto) gli prometteva le «pile» dell'acqua santa, e Giovanni il 24 lo ringraziava entusiasta: «Le pile! Chi ci pensava? Com'è bello!» Non dimenticava però il camposanto di San Mauro: e il 24 febbraio chiedeva notizie a Pirozz su di «una specie di cripta» nuova «ove si vanno a deporre le ossa di quelli che ogni decennio saranno dissotterrati». «Io penso ai miei morti, e vorrei sapere qual sorte corrono le loro povere ceneri.» (Il monumento a quelle ceneri nel cimitero «tra San Mauro e Savignano» verrà non poco dopo).

Nei primi mesi del 1904 la vita si alternò fra Pisa e Castelvecchio, fermo a Pisa specialmente nel marzo: lo mostrano le frequenti lettere al Caselli e almeno una al Rettore del suo S. Niccolò, in cui, invitandolo alla città, chiedeva gli portasse «un fiasco del suo, ma asprettino non dolce». Ebbe nel febbraio una rapida visita del Pietrobono, cui l'8 marzo chiedeva («io poeta dei Maggiori d'Italia, Toselli, Galliano, Masotto ...») una raccomandazione per un barghigiano. Cominciava anche a familiarizzare coi colleghi e con gli studenti: [2] ricorderemo poi, fra gli altri, i professori Cian, Formichi, Biadene, D'Ancona; e a nome degli studenti scriveva il 19 marzo un invito al D'Annunzio perché andasse a leggere i suoi canti pisani:

Caro Gabriele, gli studenti e tutto il popolo di Pisa che li seconda, vogliono sentire le dolci lodi di Pisa dalla tua bocca ...» Ma Gabriele era in giro per l'Italia dietro la sua Figlia di Jorio; e non andò; rispose tuttavia amichevolmente. [3]

La tua cara lettera mi raggiunse qui a Settignano. Grazie delle fraterne parole. Sfortunatamente per ora non posso venire a Pisa, dove sopra ogni altra gioia m'aspetta quella di riabbracciarti. Ti scriverò fra breve. Saluta e ringrazia per me i tuoi giovani generosi. Amarvi come io t'amo. Tuo   Gabriele

Mandò poco dopo a Giovanni l'8 aprile due cartoline illustrate da Perugia, con due rapidi «Ave». Ma già in principio d'anno aveva offerto all'amico le Laudi nell'edizione allora uscita (II e III Laudi) con la dedica: «All'ultimo figlio di Vergilio questo libro salmastro nato dal Tirreno è offerto con fraterna tenerezza. Gabriele d'Annunzio. i. mcmiv».

Il 14 marzo ebbe l'ottava medaglia d'oro d'Amsterdam, con il Paedagogium: e anche se l'evento gli fu amareggiato, fino a indispettirlo, per un accenno del «Resto del Carlino» che, annunziando il premio, faceva anche non esatte lodi all'Albini, decise di far festa a Pisa, dove allora era, e inviò subito al Caselli un telegramma: «Celebre poetessa Octavia van Utrecht annunciami venuta. Prego nome santa amicizia venire domani coadiuvarmi. Imbarazzato accoglienza. Non mancare. Non parlare». [4] La «bionda signora Octavia», come dice un'altra lettera del 18 marzo, era – negli scherzosi enigmi cari a Giovanni – l'ottava aurea medaglia; e con uno scritto del primo d'aprile (si nota la data) avvisa dell'arrivo della «poetessa».

Intanto, oltre al resto, il Pascoli ora attendeva alla stampa specialmente dei Poemi Conviviali e dei rinnovati Poemetti, nonché alla composizione di poesie che entreranno nella 3a edizione dei Canti di Castelvecchio, tutto per l'editore Zanichelli: il quale, pur esso, fedele carducciano, talvolta lo scontentava. Anche lavoretti minori per amici lo distraevano, come quella «iscrizione latina» per una targa chiesta dal De Bosis, cui non trovava «un motivo adatto» (ne parla in due lettere del febbraio). Seguiva anche con le solite alternanze umorali gli echi fluttuanti della sua «gloriola»: mostrava di cedere appena all'invito del Cian perché mandasse sue notizie al giovane critico francese Haguenin che voleva scrivere di lui (9 genn., 26 maggio: «ho bisogno di fare, non di pensarmi»), si compiaceva della lettura di sue poesie che il Pietrobono faceva a Roma nell'aprile, presente la regina; ma si adirava col Novaro che nella «Riviera ligure» gli aveva sciupato una «canzone che doveva occupare una pagina da sé» (al Caselli 5 marzo, e poi al Novaro stesso). E in quest'anno rispondendo a una richiesta del giovane Renzo Boccardi affermava: «Io amo i giornali e i giornalisti e mi piacerebbe tanto di scrivere sui giornali... Ma in questo caso non vorrei già scrivere di ciò che succede a me, di ciò che mangio o bevo, né ... descrivere la mia casa . . . Avrei ben altro da dire. E cosí dunque penso che i giornalisti abbiano ben altro da dire che certe povere cose sul mio povero me!»

Invitato dal Pietrobono, questa volta accettava di tenere una conferenza a Roma, e pure davanti alla regina: una conferenza dantesca nel collegio Nazzareno. Grandi i dubbi del... «contadino» Pascoli sul modo di presentarsi; e l'8 maggio, pur accettando, chiedeva al «caro Gigibono»: «Ma dimmi subito, con espresso, si deve arringare in frak? si deve portare la bomba? Per me è una cosa seria seria ...» La domenica 22 nel pomeriggio lesse su Il canto trentesimoterzo del Purgatorio, una delle piú sintetiche e in parte piú liriche esposizioni pascoliane su Dante, in cui si sente colui che sta preparando l'ultimo e mai fatto volume La poesia del mistero dantesco: ormai l'autore della Commedia da apostolo diventava poeta, specialmente per opera di Matelda, l'arte: e poeta del pensiero, del mistero, della rivelazione nel «simmetrico e euritmico ... suo sublime tempio delle tre cantiche dei cento canti», lui che «in quel momento – pensiamo – era in esilio, era un condannato ...»

A Roma con l'amico dovettero parlare anche delle deboli speranze per il premio del Lincei; e pur della recente rivelazione o «burletta» romana delle poesie di Giulio Orsini, contro cui vedremo si imbizzisce subito il 27 maggio (già tornato a Pisa) col Caselli e il 28 col Pietrobono; e forse anche della Figlia di Jorio e dei suoi trionfi: il 10 aprile lo scolopio aveva già scritto al Pascoli: «Non ti esaltare per la Figlia di Jorio»; ma il poeta, poco dopo tornato da Roma, mandava a Gabriele un suo saluto: cosí il D'Annunzio rispondeva il 7 giugno da Settignano: «Rientro ora nella casa e trovo il tuo caro saluto che mi ristora. Grazie grazie. Ricordami a Maria. Ti abbraccio teneramente. Il tuo GABRIELE».

Negli ultimi giorni di Pisa e nei primi di Castelvecchio (dove arrivò verso la metà di giugno) ci fu un altro di questi piccoli fatti che non meriterebbe conto di ricordare se non fosse che spingono Giovanni all'ira anzi alla disperazione (e talvolta alla inattività): ne sono eco molte lettere al Caselli. Un certo Torri, ora tenente, aveva avuto, forse per altri, una somma dagli amici di Giovanni: ma non si faceva vivo a restituirla e adduceva disguidi postali per il vaglia: è un «terribile affare»; si tratta, per il Torri, «di galera; se scrivo, è rovinato per sempre ... Il mondo è cattivo ...», solo i poveri danneggiati sono pazienti: «Nel popolo e nel monte è ancora Dio». Ma, come non di rado, il grande allarme improvvisamente cessa: il 21 giugno ha «ricevuto il vaglia»: tutto va bene!

Alla fine del mese tornano brevemente a Pisa, dove li raggiunge lo Zi Meo, venuto a cercare un «carrozzino» (o carretto) che però non trova e il 29 manda alla figlia Attilia una cartolina: «Ti scrivo da Pisa il giorno di S. Pietro ... Ho trovato il professore e Mariù con un diavolo per capello, il piú buono era Gulí che ha fatto ire la coda. Io alle 5 parto; essi partiranno il 1° di luglio ... Tuo padre magrissimo Bartolomeo Caproni». E poco dopo tornato a Barga, lo Zi Meo ricevette una scherzosa lettera da Giovanni, un poco canzonatoria per l'Attilia o Mattilia, cui per solito il poeta scriveva (e scriverà) per le cose di casa:

Caro Zi Meo, io sono professore e fo lezione agli altri, ma l'Attilia fa lezione a me. Essa mi ha voluto dire che io devo scrivere agli uomini e non alle donne; a voi, non a lei. Dunque ringrazio la professorina e scrivo a voi.

Dunque, caro Zi Meo, vi siete messo a fumare a pipa? Badate, che vi può far male, specialmente se fumate le cicche. E poi il legno del ciliegio brucia la lingua ...

Noi non possiamo venire che, forse, Venerdi. E non possiamo trattenerci che una decina di giorni, e dopo dobbiamo ritornare a Pisa e poi ritornare a Castelvecchio. Vedremo di essere a casa Venerdi a mezzogiorno. Speriamo, anzi contiamo per certo, di avere un bel galletto allo spiedo con insalata dell'orto, e patatine in ghiotta, come le sa fare quella cara ragazza che non vuole che io scriva a lei e non vuole scrivere a me! Che superbia!

Dunque, caro zio, il pressutto lasciatelo stare, perché fa male a chi ha i caccheri nel piòlo. E i piú cari li riceverete dal vostro aff.mo

GIOVANNI PASCOLI

Durante questi andirivieni e nella piú lunga pausa estiva a Castelvecchio dopo la prima settimana di agosto – anche le beghe coi contadini erano finite – tornano piú frequenti i titoli delle poesie che va compiendo.

Ma ecco, prima della metà del mese, mentre è tutto teso nell'aspettazione dei Conviviali, un'altra scena in quell'alternarsi di soggettivi atti tragici che è tanta parte della vita pascoliana: il secondo mancato premio dei Lincei. Già nel 1899 c'era stato un primo giudizio negativo su la Minerva Oscura, pur con «benevole parole»; [5] il Pascoli era tornato in gara nel concorso che si chiudeva nel 1902 (quanto lo allettavano, specialmente dopo il recente contratto per la casa di Castelvecchio, quelle 10.000 lire cosí utili nei progetti di lavori: in particolare per la cappellina, come accennava al Pietrobono); ora aveva inviato alla gara le tre nuove pubblicazioni dantesche, e poco dopo – in bozze – la Prolusione al Paradiso; e della Prolusione spediva poi nel maggio del 1903 quattro copie a stampa per mezzo del Pietrobono (con lettera del 7 maggio). Ma subito questi (12 maggio) scriveva come il segretario dei Lincei gli avesse fatto notare che «neanche le bozze erano giunte in tempo», ma che invierà lo stesso il volumetto ai commissari, ancora da nominare. Nell'ansia, Giovanni il 28 maggio 1904 chiedeva un discreto intervento dell'amico Pietrobono: «Certo non è possibile che io abbia quel premio dei Lincei. E tuttavia è tanta la necessità, tanta, tanta, che qualche volta sogno a occhi aperti ... Ma potresti tu, ... con una diplomazia non da Merry del Val, informarmi subito se sí o no? Perché dal sí o dal no dipenderebbero ora certe mie risoluzioni urgenti».

Conosciuta o no in anticipo, la conclusione stava maturando; il 7 giugno – l'adunanza fu il 5 – il poeta la conobbe per mezzo del Finali, e tacque; ma il giudizio divenne, si direbbe scandalosamente pubblico quando la relazione della Commissione (e Rendiconto dell'adunanza solenne del 5 giugno 1904 onorata dalla presenza di S. M. il Re»; «Relazione sul concorso al Premio Reale di Filologia e Linguistica del 1902») fu stampata e commentata a difesa del Pascoli nel «Marzocco» del 7 agosto. Commissari erano «Comparetti, D'Ovidio, Monaci, Schuchardt [6] e Ascoli (relatore)»; sette i concorrenti; il vincitore («Mandiamo primo»), e con grandi elogi, fu Alfredo Trombetti per i suoi studi sulla monogenesi del linguaggio. La relazione continuava con quello strano stile, dicendo, quanto alla graduatoria cosí : «2. Secondo venga il Crescini ...; 3. Terzo poniamo il Pieri ...; 4. Venga quarto il Flamini». E poi : «5. Il Pascoli viene una seconda volta al giudizio dei Lincei, presentando i seguenti lavori: 1. Sotto il velame . 2. La mirabile visione. 3. Colui che fece il gran rifiuto. 4. In Or San Michele, prolusione al Paradiso. Sulla Minerva Oscura del Pascoli già l'Accademia s'ebbe a pronunciare nella Relazione intorno al Concorso di Filologia e Linguistica, sul quale fu riferito nell'anno 1899, notandone i pregi e i difetti. Ora i nuovi volumi coi quali l'A. non ha fatto che ribadire o svolgere le medesime teorie e col medesimo metodo, né punto né poco mutato, non possono dar luogo ad un giudizio diverso da quello che già l'Accademia fu costretta a profferire». (In nota è riportato il giudizio del 1889). Si aggiungeva poi, riprendendo quella enumerazione: «6. Sesto ora viene Della Torre ... 7. Ultimo viene il Pacini ...» Perciò la Commissione propone il premio al Trombetti, il primo accessit al Crescini, il secondo al Pieri. La Classe però definitivamente approva il premio, ma si dichiara «contraria in massima e astrazion fatta del caso attuale» agli accessit. E il «Marzocco» commentava: «Ora noi domandiamo: perché mai una sentenza cosí sommaria che non dà neppure al pubblico e ai concorrenti la riprova che le opere decapitate siano state discusse e ponderate a dovere? È giusto trattar cosí un uomo del valore e dell'età del Pascoli?... Il sistema del Pascoli è un impasto di assurdità? Demolitelo ... Ma perché non dedicare uno studio apposito a questo sistema tanto personale che si apparta da tutti gli altri? L'originalità è forse un difetto?»

Trascinato in pubblico, il Pascoli scriveva anche lui al «Marzocco» (numero del 14 agosto).

Caro Angiolo, tu sei entrato in un argomento che è per me di molto dolore e rossore. Tuttavia ti ringrazio; perché o presto o tardi dovevo parlare di quella sentenza; dovevo, intendi, per rispetto al mio uffizio e alla mia età. Ma proprio sul cominciare un dubbio m'ha assalito; e pubblicamente lo esprimo, e spero mi sia soluto da chi può; per esempio da Pasquale Villari, già presidente dei Lincei e tuttora padre venerato di noi quanti ci adoperiamo, con vario successo ma con uguale affetto, per l'onore della nostra patria. Lui prego, dunque, perché voglia rispondere a queste due domande:

1a. La relazione dei cinque commissari fu dalla Classe, e perciò dall'Accademia, approvata, oltre che per l'attribuzione del premio, anche per quella inutile e poco amabile graduatoria? [7]

2a. Quella graduatoria [dal secondo all'ultimo] fu presentata alla Classe nell'ordine preciso in cui ora si legge nel Rendiconto?

Questo mi preme sapere, e non ti so dire quanto sarei grato al nostro praesidium et decus se me ne volesse chiarire. Tuo Giovanni Pascoli

8 Agosto 1904

La polemichetta si concludeva nel «Marzocco» con la risposta del Villari al Pascoli (in data 16 agosto, nel num. del 21).

Illustre Professore, rispondo, come posso, alla domanda che mi fa, colla pregiata sua, nel «Marzocco» del 14 agosto.

L'Accademia dei Lincei, udita la Relazione, approvò la proposta del premio, fatta ad unanimità della Commissione. Si dichiarò poi contraria alla proposta degli accessit, «astrazion fatta del caso attuale», che non fu discusso né votato, perché non si voleva in nessun caso concedere accessit.

Trovandomi fuori d'Italia, io non posso esaminare il processo verbale. Credo però di poter rispondere anche all'altra domanda che mi fa, dicendole che la graduatoria cui Ella accenna fu letta dal Relatore, e che su di essa furono fatte alcune osservazioni, senza però venire a nessuna speciale votazione.

Altro non potrei ora aggiungere, illustre Professore. Mi conceda che, con la piú alta stima, io mi dichiari suo dev. obb.  P. Villari

Qualche notizia piú particolare, del retroscena, dà a Giovanni il sen. Finali in alcune lettere del giugno: il 10 diceva che nella prima riunione parecchi commissari erano a lui favorevoli; il Villari lo raccomandò vivamente; ma nella seduta pomeridiana fu eletto presidente il D'Ovidio «a lei niente affatto benevolo»; cosí fu premiato il Trombetti; e già prima, il 7, aveva cercato di rincuorarlo paternamente scrivendogli: «Ma è troppo in alto per far caso dal voto di un'Accademia» [8] Il 29 agosto poi confermava che il Pascoli nella Relazione orale, invece che al 5° posto (veramente il Finali aveva detto al 6° per errore) era stato messo al 4°. E aggiungeva che i commissari praticamente si riducevano a due soli che avessero letto le opere del Trombetti. Naturalmente il poeta, col suo temperamento, non poteva contentarsi dei conforti del Finali e della bellissima lettera che Francesco Flamini gli scriveva il 30 agosto, esaltando i Conviviali e minimizzando l'incidente dei Lincei (anzi, pur non certo accettandone le idee, gli lodava le opere dantesche «cosí poderose, geniali, ricche di dottrina ...»): il poeta (che aveva sperato le 10.000 lire) non poteva che reagire con la sua offesa passionalità, e all'amico Mercatelli scriveva: «Siamo stati vittime di una vera birbonata da parte dei Lincei, della quale ti farò vedere le prove lampanti appena ti vedrò. Non si tratta di apprezzamenti piú o meno sbagliati, ma d'iniquità. Ho le prove che I. L. è un malfattore di prima qualità. Ma che Italia, eh!». Il contraccolpo del giudizio dato dai Lincei non fu soltanto finanziario, bensí anche morale: da allora, dato che il suo «buon nome è stato gettato nel fango dai dotti piú famosi d'Italia», come scriverà al Notarbartolo, l'attività dantesca del Pascoli si può considerare finita: nessun libro, ma solo poche pagine di ripetizione (e, come sfogo, lezioni universitarie) si aggiunsero alle molte già scritte. Ci guadagnò, in compenso, l'attività poetica.

Di fatto, a interessarlo e quindi a distrarlo era imminente la pubblicazione, presso il suo ormai stabile editore, lo Zanichelli (che come si sa da lettere al Caselli venne per ciò nel luglio a Castelvecchio) di un nuovo volume di poesie, diverso dagli altri per contenuto, e quindi di piú preoccupante esito (di fatto la critica a suo riguardo ondeggiò sempre fra gli estremi): i Poemi conviviali, espressione di quel classicismo umanistico cristiano che andava ispirando l'insegnamento, la poesia latina e la recente prolusione del Pascoli. «Lo Zan. pubblicherà i Conviviali il 10 agosto!» scriveva al Cian, il 31 luglio, fissando la dolorosa data simbolica; e il 30 giugno aveva firmato e datato la bella premessa-dedica. I Conviviali (e il titolo e la premessa vi accennano) erano da tempo destinati come omaggio al De Bosis, che aveva chiamato il Pascoli alla gloria del suo «Convito». Ma sappiamo che nel 1903 il D'Annunzio propose di dedicare a Giovanni la Figlia di Jorio (3 sett.), e il 5 il Pascoli accennò a ricambiarlo dedicandogli appunto i Conviviali, da pubblicare forse in ottobre; però gli ricordava il sottinteso di dedicarli al De Bosis. Tuttavia, non ostante la rinnovata promessa del 18 settembre, la tragedia dannunziana uscí con la dedica alla Terra di Abruzzo; e i Conviviali, con la dedica «All'amico Adolfo De Bosis», non senza però il largo accenno della Premessa alla gratitudine dovuta al «gentile» giovane poeta. Una copia del volume fu subito inviata a Gabriele: dopo alcuni giorni – dati alla tragedia La Nave – giunse la entusiastica, sincera effusione di lode che è nella lettera da Marina di Pisa.

Marina di Pisa, 7 settembre 1904

Mio caro Giovanni, ho indugiato a ringraziarti perché il tuo dono eterno mi giunse mentre ero tutto intento a un lavoro difficilissimo. Un soffio improvviso di grande poesia mi avrebbe turbato cosí profondamente, che forse avrei dovuto interrompere per piú giorni il mio sforzo. Seppi resistere al desiderio, e tenni accanto a me il libro chiuso.

Poi, finalmente, diedi a me stesso il premio. Non mi ricordo di aver avuto tanta ebbrezza da alcun altro libro di poesia. Il cuore dell'Ulisside ancora trema, dinanzi all'Ultimo viaggio. Quanto mai il gorgo della malinconia umana si aperse in tanta profondità? Qui il pianto si trasmuta in un cristallo immobile e sublime per entro a cui le pupille veggono sempre piú lontano. Tu hai la potenza di trascendere certi limiti che parevano insuperabili nel mondo ideale. Il poema della Civetta accresce inaspettatamente e indicibilmente nella mia coscienza la commozione ch'io n'ebbi la prima volta dal dialogo di Platone.

Vorrei esser teco, e ragionare di questa divina bellezza.

Ho letto e riletto i Poemi, col buon Annibale, lungo il mare di Circe. Non potendo mandarti un bel tripode, ti mando una piccola catena a cui potrai sospendere quelle medagliette e quei talismani che ti sono cari. Annibale mi parla di non so qual cordoncino da te desiderato per quest'uso. La catena è molto piú solida (io l'ho portata utilmente nelle mie corse attraverso le selve); e v'aggiungo un arnese da campagna fornito di varii ingegni. Perdona al fratello la tenuità del dono.

Spero di poter salire a Castelvecchio, verso la fine di settembre.

Ricordami a Maria. Ti abbraccio, con l'anima traboccante di riconoscenza. Il tuo   GABRIELE

Nella lode si univano D'Annunzio e Annibale Tenneroni: e il duplice dono – che sostituiva il tripode offerto ai poeti vincitori nell'Ellade era una catenina d'oro e «un arnese da campagna fornito di vari ingegni», cioè uno «di quei coltelli ingegnosi» che hanno «dalle cesoie al potatoio», che Gabriele ricordò anche nella Contemplazione della Morte e che tuttora si conserva a Castelvecchio nella camera da letto di Giovanni. Il Pascoli, forse ancora non del tutto rasserenato verso l'altro poeta, questa volta fu commosso e felice; e subito, il 10, scriveva al Caselli: «T'ho da raccontare un dono di Gabriele e da leggere una sua lettera, oh! che consola davvero del livore del signor Lodi bolognese», il giornalista Luigi Lodi che già aveva il 18 agosto suscitato altre proteste pascoliane: «Hai visto come mi trattano a Bologna? Pare impossibile che nessuno si levi a castigare quel giovanastro impudente a.

Ma già sui Conviviali Giovanni aveva ricevuto il 30 luglio un graditissimo telegramma dal De Bosis, cui ne segui presto un altro; e il 1° ottobre giungeva da Roma questa lettera.

Carissimo Giovanni, ho letto piú volte, con l'anima intenta religiosamente, i Poemi Conviviali. Non mi provo a dirti quale soave ebrezza mi tocca il cuore: soave e un poco triste e sovranamente cara, come quella che dice Shelley delle musiche non mai prima udite se non ne' sogni ... Tu sai quanto e come e perché ti amo. E altrettanto la tua arte grande e pura, confortatrice e serenatrice ... Ora, perdona ch'io ti mandi il libro delle mie Liriche sacre all'Amore e al Silenzio. Accoglile benignamente, queste nemmeno corone, ma fogliuzze di appio che Panthide manda al suo glorioso e grande fratello ... Ti abbraccio. Il tuo   ADOLFO

Un'altra non meno interessante lettera, valida a darci la storia di questa prima fortuna dei Conviviali, ci offre poi l'occasione di accostare al Pascoli un altro grande scrittore, il Fogazzaro. Già del maggio 1903 è questa cartolina di saluto: «Poëtae S. D. Antonio Fogazzaro»; e di circa un anno dopo questa lettera. [9]

Vicenza, 8 aprile 1904

Illustre Signore, conosce Lei questo vecchio, fosco, logoro scrignetto di pietre preziose ch'è Vicenza? Conosce il teatro che Palladio vi eresse a imitazione degli antichi con esempio rimasto unico? Se non lo conosce, presterebbe fede a me che lo giudico degno di accogliere Giovanni Pascoli, oratore pregato da un popolo non propriamente ateniese ma insomma conscio dell'alta bellezza di una tale fusione di parole e di linee perfette? Vi parlerebbe Lei, nel giorno che Le piacesse, di Francesco Petrarca? E mi perdona di averle espresso quest'ambiziosa speranza? Dev.mo A. Fogazzaro

La risposta fu negativa; ma la stima mutua non cambiò (il Fogazzaro era stato ben citato nelle due Antologie pascoliane): e il 18 ottobre da Montegalda di Vicenza fu al Pascoli scritto cosí:

Illustre Signore, io son venuto leggendo alla mia famiglia e ai miei amici, nelle serate dello scorso settembre i Poemi conviviali con ammirazione infinita di artista e con purissima gioia d'italiano. Parte del meraviglioso volume lessi anche a stranieri buoni conoscitori della lingua nostra; ad altri stranieri che la ignorano raccontai Anticlo ed ebbi la compiacenza di commovere anche costoro, di vedere la sua poesia uscir vincitrice della maggior prova che possa farsi di una poesia.

Adesso La farò sorridere. I due ultimi versi di Calipso hanno affaticato alquanto il cervello dei miei uditori e, lo confesso, anche il mio. Confessione piú dura: chi li spiegò fu una signora. Mi accade ora di trovare nella «Nuova Antologia» un critico che non seppe venirne a capo. La spiegazione della signora mi pare sicura, tuttavia la sottopongo a Lei. Forse non sarò il primo seccatore che La importuna per quei versi. Abbia pazienza! La spiegazione nostra è questa «nel non esser mai il nulla è maggiore che nel non esser piú, ma vi manca la morte ch'è un elemento del non esser piú».

Mi perdoni, gradisca il saluto riverente e lieto dell'anima mia. Suo d.mo A. Fogazzaro.

Da un altro punto di vista, possiamo poi, quanto ai Conviviali, ricordare quello che Giovanni aveva detto fin dal 31 luglio al Pietrobono, il quale gli aveva regalato «una pianeta bianca». «Se i Poemi andranno bene etc. etc. potrò cominciare i lavori» della cappellina. E veramente i Conviviali, quanto alla vendita, andarono bene: nel 1905 già si faceva la II edizione, di poco accresciuta.

A richiamarlo invece a pensieri piú intimi e a quell'ansia morale fatta di bontà, di dubbi e insieme di altissime e forse ingenue certezze (e tutto poi si riconduceva al ricordo del delitto familiare) ci sono nel 1904 alcuni fatti quasi esemplari: essi valgono a farci sentire ancora il piú intimo e forse il piú grande Pascoli uomo, e indirettamente poeta. E qui, ancor piú che quelle al Caselli, serviranno le lettere ad A. G. Bianchi del «Corriere della Sera», che ormai si fanno frequenti dopo il primo incontro e la nuova amicizia. Già il 5 marzo Giovanni aveva scritto di voler mandare alla «Lettura» «un poema sul Papa nuovo» Pio X: «ma in tanto il papa nuovo mi si deforma ..., si mette a condannare questo e quello . . . Peccato! Ci vorrebbe cosí poco a cambiare la faccia al mondo!» (felice semplicità). A rivelare l'anima pascoliana varrà anche ciò che vedremo andar egli scrivendo sul delitto e il processo della famiglia Murri. La prima importante sua presa di posizione, ancora generica, si lesse nella lettera del 29 giugno da Pisa: parla piú forse di sé, e degli altri per analogia. «io ripeto sempre a me stesso le parole del Cristo: Non giudicate ... E vittima, allora e ora e sempre e per sempre, d'un delitto piú atroce di tutti perché delitto a freddo, provo una severa rassegnazione di tutta l'anima al fatto che il delitto non fu potuto, o meglio non fu voluto, scoprire e punire. Non mitigherebbe la mia sventura e il mio dolore per niente il pensiero che ci fossero due o tre persone in una galera a scontare il sangue innocente di mio padre. Lo scontino nella libertà e nella felicità! Qual felicità, qual libertà, con quel sangue nelle mani?»

Ma c'era allora in appello a Firenze un altro processo, che suscitava la partecipazione del Pascoli, e di piú coinvolgeva la Sicilia e - a lui ben nota - la mafia: il processo contro Raffaele Palizzolo accusato come uccisore di Emanuele Notarbartolo e finito il 23 luglio con l'assoluzione dell'accusato. Un altro figlio, il giovane Leopoldo Notarbartolo, privato del padre! E Giovanni, sentendosi quasi fratello nel dolore a quel giovane ufficiale di marina, di cui tanto bene gli avevano parlato i Corcos, proprio il 10 agosto gli scriveva una delle piú umane e meditate sue lettere, che ci svela forse anche i pensieri segreti – e per forza rassegnati – di tanti anni.

Caro nobile cuore, è il 10 agosto. Leggo nei giornali che lei s'imbarca per andare alla sua nave nelle acque lontane. 10 agosto. Ho bisogno di scriverle, mio forte fratello nella sventura. Sono moltissimi anni (quasi tutti quelli della vita cosí piú e cosí mesta della mia sorella) in questo giorno io perdei il mio padre. Fu assassinato nella strada del ritorno (da Cesena a San Mauro), poco prima di arrivare a Savignano, sulla sera, da due uomini (uomini?) in agguato, mentre solo solo sul calessino tornava, ripeto, alla sua famiglia; mia madre e otto figli! Tutta la famiglia fu spezzata, mia madre morí un anno e poco piú dopo, tre fratelli piú grandi di me morirono a non molta distanza; i superstiti quasi tutti o naufragarono nella vita o uscirono appena a riva, ma a una riva desolata, senza essersi potuti accompagnare per via ... Eccoci qui noi due, il fratello rimasto il pià grande e la sorella ch'era la piú piccina; eccoci qui, soli soli, con non altra compagnia che un povero buon canino. La sorella era troppo misera per maritarsi, il fratello troppo tenero di lei per darle una dominatrice della casa, ch'ella mi pulisce e abbellisce da tanti anni! Eccoci qui soli soli, e non le so dire quanti siano stati e siano ancora gli strazi materiali e morali che abbiamo sofferto! Per quanto pensati e ripensati, se ci avviene di parlarne, ci fanno ancora piangere come se fossero stati sofferti da altri, non da noi. Tuttavia alla riva, per quanto desolata, siamo arrivati: ho cominciato ad avere una casa di mio, dalla quale, alla mia morte, la mia sorella-figlia non potrà essere scacciata, come sua madre da un'altra grande casa; ho un buono stipendio, ho un buon nome. Né però la fortuna mi si mostra, nemmen ora! benevola: per questa casa ho vendute le medaglie che m'ero guadagnate ad Amsterdam, il mio buon nome è stato anche poche settimane fa gettato nel fango dai dotti piú famosi d'Italia; mi è stato, da chi meno avrebbe dovuto, fatto un insulto atroce davanti il figlio di quel re che io piansi con un inno di dolore e di gloria ... Ma bisogna contentarsi. Io mi meraviglio sempre di trovarmi salvo, e, le giuro, quando siedo alla parchissima mensa, io ringrazio istintivamente qualcuno, che forse è Dio, che mi dia l'insperata gioia del pane quotidiano. E lo benedico di avermene dato assai anche per la mia sorellina, e anche per altri. Ma insomma, alla mia patria, alla giustizia e alla bontà della mia patria, devo ben poco – non devo nulla.

I due assassini, uno alto con la barba, l'altro piccolo coi baffi, furono veduti da due bambine ... La polizia seppe, probabilmente, tutto; ma non volle approfondire. In Romagna c'era allora uno spirito di setta, dall'apparenza politica e dalla sostanza delinquente volgare, che era tal quale è la mafia, se non peggio. La polizia volle che l'orribile delitto rimanesse impunito. E cosí è rimasto. Quando, giunto a una certa età, volli scoprire qualche cosa io, trovai tutte le traccio disperse, tutte le voci confuse; trovai, è spaventoso dirlo, la polizia nemica, complice postuma. E rischiai la prigione, io!

Per questo verso, la mia è la sua storia. Al tempo del processo di Bologna, ebbi da una signora a me ignota una lettera nella quale mi confidava d'aver sentito esclamare: «L'assassinio Notarbartolo l'abbiamo avuto, molti anni sono, tale quale in Romagna! è l'assassinio del povero Ruggero Pascoli». Ecco perché, o mio sventurato fratello, in questo lugubre anniversario io le scrivo. Perché? Per consolarla! Ripeto a lei i pensieri che faccio tra me. Le dico, come mi dico, che è ine ffabilmente meglio esser figli d'un assassinato che d'un assassino! Le dico, come mi dico, che è cosa da esaltare fino al delirio esser come siamo lei e io, forti e fedeli servi della patria nostra che non fece il suo dovere verso noi! Noi, o patria, la nostra opera e il nostro amore te lo regaliamo, non te lo rendiamo, come devono gli altri. Oh! se un giorno di battaglia per il mare nostro e la nostra terra, ella avesse a cadere col nobile cuore squarciato sul castello di comando della sua nave! Quale profonda sovrumana sovradivina gioia dire, con l'ultimo grido o con l'ultimo respiro: Gratis!

Ecco perché le scrivo. E poi c'è un'altra cosa. A Palermo fecero un comitato pro Sicilia, cioè pro Palizzolo. Mettiamo che tanti (ci ho visti certi alti nomi) credessero all'innocenza di quell'uomo. Ora hanno urlato evviva, hanno delirato ... Ma è sottentrato il silenzio. Silenziosamente il figlio della vittima s'è allontanato. Vedrai, caro fratello, che qualche cosa o qualcuno ora li abbrancherà al cuore ... Una voce griderà loro: Dunque tutto ha da finir cosí? Griderà: Intendete che operare pro Sicilia vuol dire scoprire gli assassini di quella pura e grande esistenza?

E intenderanno. Per moralizzare un popolo ci vogliono delle vittime. Il sangue del padre e il dolore, tacito e virile, del figlio saranno utili al loro popolo.

E con questa speranza l'abbraccia, amato fratello, il suo aff.mo

GIOVANNI PASCOLI

Castelvecchio di Barga, 10 agosto 1904

Che mescolanza di rassegnazione e ribellione, di umiltà e di orgoglio, di dolore e di amore : proprio tutta pascoliana questa lettera! [10]

In tale sua sensibilità avevano, per ora, non piccola parte le amicizie: fossero vecchie o nuove. Il già «biondino» Mercatelli, divenuto «ras» o «console generale del Zanzibar», era tornato a Roma dopo avere spedito omaggi coloniali al poeta: e il 22 agosto Giovanni lo salutava reduce: «Ben tornato ... Ebbi, non è molto, due pelli di leopardo. Cosí ho i leopardi e le gazzelle, simboli, forse, di ciò che è il tuo cuore: forte e mite». A lui il 26 ottobre, da Pisa, pensa di inviare una primizia editoriale, allora uscita: «Ho un altro libro da darti: i Primi Poemetti. Ma prima ... voglio sapere se devo rinunciare alla gioia di dartelo qui, di persona ...». I Primi Poemetti erano la prima delle due sezioni in cui (con La sementa e L'accestire, piú 26 poemetti) ormai divideva, con mutazioni, i vecchi Poemetti del 1897 (La sementa e 11 poemetti) e del 1900 (La sementa e L'accestire, piú 16 poemetti) in attesa dell'altra sezione, i Nuovi Poemetti, che verranno nel 1909. Anche con Angiolo Orvieto continuava l'affetto, e il 26 agosto scherzando gli scriveva: «Forse il Caselli manderà al tuo indirizzo due mie pelli di leopardo. Falle conciare al naturale ... con la loro bella testa etc., come ce ne sarà tanta in casa tua». Amici piú recenti aveva a Pisa: sappiamo del già collega messinese Cian, e di Carlo Formichi: anzi sui professori pisani, fra i quali «serpeggiavano rancori e inimicizie», arrivato il Pascoli, «una misteriosa forza di coesione cominciò ad agire prepotente e non tardò ad affermarsi»; e col Formichi (che lasciò questi ricordi), l'amicizia si strinse di piú quando il Pascoli, col 1905, divenne per turno Preside della Facoltà: «ed essendone io il Segretario, l'andare a casa sua per fargli firmare i verbali era diventato un mio diritto. E sapevo insinuarmi e rubare una e a volte due ore di conversazione. Sapendomi cultore di letteratura inglese mi sottoponeva spesso dei passi di poeti inglesi» per l'esatta interpretazione. «La poesia delle piccole cose, che è grandissima, la hanno avuta, egli mi diceva, gli Inglesi, ed io voglio darla infine all'Italia».

Eco di presidenza è anche una scherzosa filastrocca con la quale nel 1905 «Giovanni professore di grammatica – latina e greca, e nel contempo preside» offriva al Cian (o «Khan») un'anitra. E qui si può ben ricordare anche lo scherzoso scambio di ricette per il risotto che avvenne fra il Bianchi e il Pascoli. L'amico milanese gl'insegnò il risotto alla milanese, dando le regole col futuro: «tu farai, tu vorrai, tu saprai ...», e Giovanni, canzonando un poco l'improvvisato poeta, gli diede – dietro consiglio di Mariú – le leggi del risotto romagnolo in belle terzine. [11]

Amico, ho letto il tuo risotto, in... ai.

È buono assai, soltanto un po' futuro

con quei tuoi «tu farai, vorrai, saprai...»

Questo del mio paese è piú sicuro

perché presente...

La ricetta è stata piú volte stampata, ma solo ora è nota di sull'autografo che si trova alla Braidense.

Anche coi giovani dicemmo che aveva incontrato: e trattenuto per i suoi lavori a Castelvecchio, si dolse di non esser presente alla «immatricolazione» del febbraio 1905, e scrive che «il professore Cian oggi presso voi conta per due ... Il mio cuore è oggi nel cuore dell'amico presso voi». Del resto egli conservava con particolare sincerità il ricordo dei giovani già amici o scolari: come fu per i due Gigi (il terzo era il Pietrobono) Siciliani e Valli. Al Siciliani «figlio caro» mandò il 29 novembre 1904 alcuni versi affettuosi:

O figlio caro! o caro figlio!

o il piú Gigi de' miei Gigi!

Tu vuoi dal babbo un buon consiglio?

Fa di seguire i miei vestigi.

Ma quando troverai gli estremi,

 allora non fermarti ... Va!

Non voglio che tu pianga e tremi

su quello che riposerà ...

Allora, avanti! Avanti, allora!

A me il tramonto, a te l'aurora.

Al Valli – detto il «nonnino» per la sua serietà – scriveva pure in quest'anno elogiandolo per un libro «molto alto e profondo ... ; è alla tua vita letteraria e filosofica un ampio magnifico vestibolo ... "Oh, finalmente!" dico tra me e me. Un bacio dal tuo sottofiglio».

A primavera, il 14 marzo, col solito atteso telegramma era giunta la notizia che il poema latino Paedagogium aveva ottenuto ad Amsterdam l'ottava medaglia d'oro. Ciò diede occasione di fare piú intensa un'altra amicizia pisana: quella col venerando e cieco G. Battista Giorgini, e con la sua famiglia, come, parlando delle traduzioni di alcuni poemetti pascoliani, ci racconta Matilde Schiff Giorgini. Il Pascoli mandò l'ultimo poemetto con la dedica: «A G. B. Giorgini, di cui sono familiari amici Virgilio ed Orazio, offre l'umile scolaro di tutti e tre». Sorrise il vecchio a quelle parole: ma la dedica era eco dei colloqui che appunto su Virgilio, Orazio e Manzoni facevano i due gentili umanisti. Due altre dediche aveva scritto in latino per il Giorgini sul Centurio e sul Fanum Apollinis: si leggono nei Carmina e sono del 1905 almeno; anche quella per il Centurio, ché la figlia del Giorgini dice che la data stampata nei Carmina non c'è nell'autografo, e che la dedica fu scritta allorché – avendo sentito che il vecchio cieco andava traducendo il Fanum Apollinis – Giovanni gli mandò dieci dei suoi poemetti, perché li traducesse tutti, mettendo sul primo – Centurio – quelle sue parole.

Anche verso lo Zanichelli, suo nuovo editore, ebbe ora l'occasione per un segno di amica gratitudine, quando seppe che la figlia andava a nozze: e pensava di dedicare agli sposi, come gli piaceva, un canto proprio per loro: ma, come scrisse al Caselli, errò nel prevedere il matrimonio per settembre; e decise a far tirare dal Marchi 50 copie de Le armi, l'elaborato poemetto cui lavorava dal dicembre del 1903 e che aveva finito proprio allora, in agosto inoltrato. Cosí d'urgenza esso uscí a Lucca ai primi di settembre, ma con data «Agosto 1904» e con una premessa di dedica: «Nelle nozze Zanichelli Mazzoni».

A un altro vecchio amico il Pascoli fece nel 1904 il dono di uno dei suoi scritti in prosa piú belli, eppure presso che sconosciuto: la Prefazione a Iscrizioni e versi di Pio Squadrani, un romagnolo cugino del poeta, maestro e direttore didattico, garibaldino in giovinezza. Le pagine della Prefazione sono un rapido e caldo ricordo della giovinezza del poeta, e rivelano un pullulare di motivi dai quali sarà poi determinato tutto il pensiero e l'arte del Pascoli. Gli sembra di rivederlo quale nel 1867 comparve alla Torre per ripartire, garibaldino.

Tu mi apparivi come un guerriero giovinetto, coronato dei tuoi folti riccioli neri e dall'aureola della morte futura... Ma no: partisti e tornasti... Tornasti alla tua scuola, senza né avere né chiedere premio, veterano, a vent'anni, di due campagne di guerra. Quindici anni dopo ti rividi in Argenta ... Andammo a Ravenna ... Ricordi quelle ore antelucane, con quella nebbietta ... Io ricordo in confuso: confusa era anche la visione allora. E piú confusi erano i sentimenti ... D'un tratto mi svegliò, mi scosse ... la voce rotta e brusca di Tunén, che diceva: «Andégna a vdé Dènt?» Già a Ravenna si poteva vedere Dante ... E andammo a vedere il capanno ... ci gettammo nella Pineta ... Là Garibaldi aspettò con Sumarèn, notte e giorno, l'ora della salvazione ... Ricordi Mandriole... , la casa dove Anita morí? Vedemmo anche quella .. .

La scuola, la Romagna, la Pineta, Dante, Garibaldi... quanto di Pascoli in questa rievocazione! E c'è anche l'amore d'Italia, che vedremo ora dare sempre piú decisa impronta nazionale alle sue idee e alle sue opere.

Ai sentimenti dell'amicizia, sensibili fino a rapporti politici, si intrecciano quelli familiari o domestici; ma poco resta, per questo tempo, di corrispondenza fraterna: qualche letterina all'Ida. Quei sentimenti ora, nel nuovo padrone di casa, si concretano soprattutto in progetti e inizi di lavori per la sua «bicocca»: giunse dal Caselli una riproduzione della Madonna del Granduca che fu messa «nella cameretta di Mariù»; sappiamo della cappelletta per la «Vernina», che doveva essere progettata, specialmente nell'altare, dal p. Alessandro Ghignoni, il quale perciò fu a Castelvecchio il 15 settembre a misurare e squadrare; e dal pittore Vittorio Corcos attendeva il quadro della Madonna: «una Madonna di maggio . . .; non è una Madonna addolorata: anzi una madre beata. Ha il suo piccolo in grembo ... mi pare ... ; tante rose e tanti fiori ... , e ci sono uccelli... Presso la Madre beata è un fanciullo addormentato, il piccolo Iohannan... Il bimbo di Maria prende con le mani la canna di pastorello ... la canna a foggia di croce . . . La Madonna guarda . . . con uno sguardo, con un viso . . . Altro che quello di Andromache: larimoso sorridente... Un sorriso! Un dolore!» E vi ci voleva anche due nicchie con le statue in terracotta dipinta di San Giovannino e dell'Addolorata, come già si disse. «Ma questi sono sogni, che mi tengono in vita ...» (lett. alla Corcos, 17 luglio 1904). Il Caselli poi provvedeva la stufa. E intanto nel settembre era stata fatta la vendemmia; cosí beveva il vino «ottimo» della «Chiusa di pascoli e della Vignola». Certo ora il ricordo della Chiusa, liberata da tutti, era finalmente pacifico.

Di tale pensosa tranquillità – e in questi momenti sereni come è umano e caro il Pascoli! – c'è qualche riflesso di luci e suoni nelle cartoline poetiche improvvisate per il buon Caselli, ora – fra il 1904 e il 1905 – abbastanza frequenti: e non sono, poeticamente, fra le cose da meno... Eccone una, col soffio primaverile (30 marzo 1904) :

Oh son fioriti i peschi e i peri,

i peri e i susini.

Vi son nuvoli leggieri

rosa, bianchi e verdolini .. .

La caprina avrà il suo redo,

o due caprettine .. . come si spera.

O dolce primavera!

E sotto: «Quanta voglia di rimare». Oppure (la cartolina del 2 novembre, in numeri romani, come spesso faceva quando segnava date di importanza, è scritta tutta di seguito: io stacco i membretti ritmici) :

Caro Alfredo,    l'alberino    color Serchio    è piantato    nel giardino:           ha qualche rosina in cerchio.    O bell'alberino,    mezzo tra l'ulivo e il pino! ... Albero glauco, perché tremi?    perché vedi nuda la vite?    perché vedi cader le foglie?    perché vedi cader le vite?    E nessuno le raccoglie.    Il vento le porta via...    Tutto sarà morto stasera,    l'autunno e la primavera,    anche l'amore, anche la morte;     si chiuderanno le porte:     tutto resterà di là     11 novembre 1904.

E cosí via; ma ce n'è anche per il piccolo Giovannino Briganti (nella Pasqua 1904) e per Maria, per «Santa Maria», quando le regalò i coralli («Diedi i coralli . . .») : «Castelvecchio, 19 ag. 1905»:

... Ella era tutta sorpresa

di quel color rosa.

«Meglio che vada alla chiesa,

Sembrerò una sposa».

Gli occhi avea lustri di pianti.

E non andò piú.

«Voglio restarti davanti

Vedimi sol tu».

Anche i ricordi di Romagna – nel momento forse in cui avveniva il concreto distacco sentimentale con la sostituzione definitiva della dimora – tornano un poco alla memoria. Il 20 ottobre 1904 scriveva: «Caro Pirozz, a te io voglio bene ..., e ai miei compagni di San Mauro e ai loro figli... tutti. Non ti mettere in testa che il mio affetto sia diminuito nemmeno di un punto». Certo «la nostra madre ... ha detto no» per l'acquisto della casa di San Mauro (già fu ricordato a pag. 672) ; ma se la fortuna mostrerà un sorriso «allora io vorrei .. . nel littorale tra Bellaria e Bordonchia ..., [12] edificarvi una casettina tal quale quella di San Mauro ... ; e lí vorrei venire ... a passare qualche mese. Ché n'ho bisogno d'un po' di soggiorno in Romagna; perché ho da fare qualche cosa di bello sulla Romagna...»

Due sole lettere invece, e non importanti, restano di questa fine del 1904 alla sorella Ida. Il 12 ottobre mandava il «mesino», domandando notizie del «maltempo in quel di Rimini»; verso la fine di novembre le chiedeva se aveva avuto una raccomandata e un libro: «il tuo silenzio ci dispiace molto. Due righe costano poco».

Dopo la metà di novembre i fratelli tornavano a Pisa: e il 12 dicembre Giovanni scriveva al De Bosis, chiedendo venia di non averlo ancora ringraziato per il suo libro ricevuto: «ho avuto molte agitazioni in queste settimane, e il cominciamento delle lezioni m'ha gettato nella solita tempesta di nervi, le quali non so dominare». E a Pisa certo era già il 26 novembre, proprio nel giorno in cui partiva da Marina di Pisa il D'Annunzio.

26 nov. 1904

Mio caro Giovanni, lascio stamani la bella Marina e torno a Setti;nano, senz'averti riveduto!

Più volte, in Pisa, ho chiesto di te — sperando. Ma tu sei ancora a Castelvecchio. Mi consolerò leggendo i Poemetti. Poi ti scriverò. E forse tornerò a Pisa, fra breve. Ricordami a Mariú.

Non ti so dire con quanto rammarico io mi allontani dal mare. È là, a due braccia. Iersera rilessi il divino Ultimo viaggio; e le pause erano riempite dal suo fragore.

Ti mando anche una volta la mia riconoscenza.

Ave . Il tuo    GABRIELE

Le lezioni (cioè «la pedanteria ministeriale»: ma proprio solo questo?) gli impedirono di andare a Venezia dove («io e Gabriele solo») era stato invitato a leggere il recente Inno al Dio Termine: lo annunziava al Caselli il 17 dicembre. Ma non gli impedirono di compiere un'opera buona, che ha un suo pregio rivelatore e umano e poetico per capire il Pascoli. [13]

Come sappiamo, era venuta dall'America («da Cincinnati, Ohio») una nipote dello Zi Meo, Isabella, per tentar di riprendere salute: era, il suo, un lento, doloroso deperire. Il poeta, preso da grande pietà per la piccola, s'interessò non solo con sorrisi e cartoline, ma con preoccupati aiuti (anche di roba propria) per farla migliorare. Ricorre ai consigli e alle medicine del celebre professore Ceci di Pisa, e dà paterni anzi talvolta un poco rudi ammonimenti a quei benedetti contadini, che soprattutto non vogliono spendere soldi e non capiscono la necessità di un metodo. Alcune lettere – quelle rimaste – all'Attilia, la figlia dello Zi Meo che ricordammo servire in casa Pascoli, ci mostrano questo vivo interessamento: e ci rivelano anche la cordialità con cui il poeta trattava coi suoi villici di Caprona, diversa dai piú composti riguardi di Maria. Non poche volte il Pascoli scherza con... Mattilia, e spesso, lo ricordiamo, cominciava con una scherzosa ingegnosità le sue lettere a lei: «Cara, sina», che, per quel segno sovrapposto, poteva leggersi: «Cara signorina», come «cara asina». Ecco due lettere quasi consecutive.

Cara Attilia, finalmente ho potuto vedere il prof. Ceci il quale non sempre è a Pisa. Gli ho descritto lo stato di salute dell'Isa, e sopra tutto gli ho parlato dei dolori che la prendono. Il professore mi ha subito chiesto se gli avevate fatte regolarmente le punture. Ho risposto che gliele avete fatte, ma non regolarmente. Questo gli è dispiaciuto molto, perché in quelle punture consiste la cura. Gli ho soggiunto che l'Isa patisce troppo per le punture. Mi ha risposto che a saperle fare le punture non danno dolore; e che ci vuole il medico. Hai capito? In ultimo ha detto che egli ha un ultimo preparato dello Sclavo, che è un rimedio per iniezioni che se non fa quello, niente fa. Ha detto che egli darebbe gratis il preparato, purché fosse assicurato che le punture le facesse un medico, e, preferibilmente, nell'ospedale. Se egli non ha questa assicurazione, preferisce di dare il preparato ad altri che non lo sciupino e che ne facciano conto. Non è necessario per ora che l'Isa venga a Pisa, perché il viaggio le farebbe piú male di quello che le facesse bene la visita.

Dunque, vediamo d'intenderci. Bisogna che il Meo e tu siate seri e vi penetriate della responsabilità che avete, della salute e della vita d'una creatura umana. Voi dovete andare dal dott. Caproni (al quale scrivo) e chiedergli o di tenere per un certo tempo (e pagando) la bimba all'ospedale e farle le punture, o, quanto meno, di venir lui ogni giorno a farle. Se vi mettete d'accordo, tu, Attilia, scrivi subito, e io mi farò dare dal prof. Ceci il preparato unico e che imagino sarebbe costosissimo, se quell'ottimo e bravissimo uomo non lo regalasse.

Tuo    Giovanni Pascoli

Cara Attilia, è un gran freddo e la notte ghiaccia. Io penso ai limoni. Mi raccomando a lei perché li copra bene, fino alle foglie, di paglia, e, se occorre, metta loro sopra qualche telo nella notte. E guardi pure qua e là per il giardino alle pianticelle che possono soffrire per il gelo ... Un bacio dalla sua     MARIÚ e da GULÍ

30 novembre 1904

Cara Mattiglia, ho in casa il medicamento, anzi i medicamenti per Isa: uno per bocca, l'altro per iniezioni: cose preziose e delicate e uniche! Il grande e buon prof. Ceci me le ha date per nulla! Un po' di gratitudine certo non farebbe male; ma siccome è vano sperarla dal tuo Rico, che ha trattato come ha trattato a proposito della visita del Ceci, cosí, in vece di gratitudine, basterà che voi usiate i medicamenti in modo che siano veramente utili alla bambina. Ho anche una lettera del Ceci, il quale ingiunge che le iniezioni siano fatte da un dottore e con tutte le precauzioni antisettiche. Perciò sarà bene che collochiate l'Isa per due settimane (non so quanto tempo ci voglia precisamente) in quel lindo e grazioso spedalino di Barga, a cominciare e finire questa cura. Perché è tutta una cura completa che è nella mia cassettina meravigliosa. E non mi dire che l'Isa ricuserà. Fagli leggere questa lettera. L'Isa è una buona e docile bambina, e farà quel che dice il professor Ceci, per guarire. Che cosa sono pochi giorni d'assenza? Dopo quei pochi giorni tornerà piú allegra al palazzo Caproni e alla bella nostra campagna; come io sono sempre tanto allegro quando torno alla mia Chiusa dopo un mese e anche piú di lontananza. L'Isa invece non aspetterà tanto. E cosí il suo babbo si loderà di lei, che avrà fatto quello che il medico (e che medico! medico di re e principi!) avrà detto. Va bene?

Ma in tanto io non mi arrischio di mandare la miracolosa cassettina che contiene la guarigione dell'Isa, per posta. Vorrei che capitasse qualcuno. S'intende, che la manderei a Barga, al dottore. Tu, Maniglia, vatti a informare a Barga, se c'è nessuno che arrivi sino a Pisa. Se non c'è nessuno, verrai tu. Ma senti: oggi viene lo ingegnere, il mio fratello, da Como; e resterà con noi sette o otto giorni. Ti scriverò quando sarà andato via, e tu verrai. Procura per altro di trovare qualcuno che possa incaricarsi di portare al dott. Alfredo la cassetta; non un barrocciaio però! non è cosa da barrocciai!

Ma siete usuragli!

Un abbraccio dal tuo    GIOVANNI PASCOLI

Quello che avvenne di Isa, purtroppo si sa dalle lettere seguenti, della prima metà del 1906. Ma si ha anche l'altra scoperta, quella poetica: la trasfigurazione cioè che del fatto familiare e doloroso avvenne nella fantasia e nel sentimento: il buon cantore, prima ancora degli eventi decisivi, farà guarire la bimba (Maria) al sole d'Italia («Italy allora n'ebbe tanta pena»: ottobre 1904) lasciando invece come per legge di natura morire la nonna; e di quel piccolo dramma fece il grande dramma della nostra emigrazione.

A Pisa, come ci ha detto Giovanni, venne adesso anche il fratello Raffaele, forse anche a conoscere l'ambiente per un eventuale suo trasferimento lí; e poco dopo la sua partenza, cioè verso Natale, Giovanni tornava a Castelvecchio. Continua quel momento di inconsueta serenità, che in genere coincide col tempo pisano e che trova espressione non solo negli scherzi e nel lavoro, ma anche proprio nelle parole del poeta. Un tratto di lettera al Bianchi del 10 dicembre delinea tale tempo di lotta psicologica vittoriosa.

Ora, mio buon amico, ti voglio manifestare un mio dubbio, anzi un mio timore. Io temo che tu mi prenda per un psicopate, per un mattoide, per ambizioso permaloso scontroso ... No: io sorveglio la mia anima. Per certi lamenti che ho fatti e faccio e posso fare, e senz'altra intenzione che un po' di sfogo, ho cause adeguate... e non ho, ripeto, punti fissi! ...Dunque, mio buon Agi, non mi creder quel che non sono: io sono sereno, sebbene abbia molti, reali dispiaceri.

Magari fosse davvero sempre stato cosí; ma sentirsi tranquillo padrone di casa e, nella speranza, ormai fuori anche dei debiti accettati per essa (finalmente le poesie cominciavano a andare, e le 10.000 lire non ancora pagate ha diritto di trattenerle per quell'ipoteca fatta dai vecchi padroni) era dopo tanto tempo una grande gioia. E scriveva, sempre il 10, al Caselli: «Che felicità uscir presto dai debiti! Oh casa mia, sudata e angosciata e vegliata con tanto batticuore! O mio buono e bell'asilo procuratomi a pietra a pietra fra tante ostilità di destino e d'uomini! Almeno potessi poi godermelo un poco! Qualche anno mi basterebbe per fare ... qualche capolavoro, e poi morire sicuro dell'immortalità ... e del benessere di Mariù».

Allora, per un amico di Castelvecchio, Luigi Nardini, il poeta della natura, dai misurati desideri, dettava questo pensiero: «Hanno il sole che matura e indora le loro spighe di grano. Lo odiano! Amano la lucciola che erra tra quelle spighe e ha bisogno del buio perché il suo c... risplenda». E il 27 dicembre, godendo un po' di quel sole ideale dentro la fraterna casa di Caprona, scriveva: «C'è molta serenità nei nostri animi ...»

Ma proprio il 25 dicembre, giorno di Natale, il giorno dell'accordo per concludere i conti della casa, partiva da Bologna una lettera fatale, che offuscherà forse per sempre quella serenità.

II -  L'ATTIVITÀ NEL TEMPO PISANO (1904-1905)
GIUDIZI E DISCUSSIONI

In questa pausa della narrazione fra il 1904 e il 1905, come fu fatto per il tempo di Messina, mette conto di dare uno sguardo ai caratteri e all'importanza che il presente periodo ha nell'attività poetica e ideale del Pascoli. Della tendenza filosofico-estetica – il paganesimo precursore dell'età cristiana – accennammo in occasione della Prolusione a Pisa. Quanto a un particolare sviluppo del pensiero sociale e politico, cui pure accennammo e di cui si vedrà qualche riflesso nella poesia, si può notare che ora allontanatosi da Messina, dove era maturato l'apostolo sociale tentando il socialismo patriottico, il nuovo ambiente, i diversi contatti, il mutato clima storico volgente al nazionalismo e qualche influsso personale di amici (forse piú che del Cian quello di Enrico Corradini che era stato direttore del «Marzocco» cui collaborava) lo fanno volgere maggiormente a sentimenti patriottici, nazionali, eroici, pur senza spegnere quel suo senso sociale. Specialmente dal 1900, si precisano quei sentimenti che, già con una primizia piú rivoluzionaria, in Allecto, daranno i frutti maturi nei discorsi su Garibaldi e Carducci, e nell'«anno sacro», come diceva, della Patria e per la impresa libica. Ma proprio nel 1904 quelle idee hanno una loro piú precisa formulazione politica, e anche questa volta in pagine presso che ignote: nella risposta del 31 luglio all'inchiesta sui Rapporti fra l'Italia e l'Austria, promossa dalla rivista corradiniana «Il Regno». Vi parla contro la Triplice: «È notorio che l'Austria ci impose con le minaccie d'una guerra la sua alleanza ossia la nostra dedizione ... La Germania le fu onesta intermediaria ...». Esse si preparano, nel tempo futuro, a prendere parti utili dell'Italia: Trieste e forse «qualche altro bel porto della costa Adriatica, qualche bella città del reame di Federico». E che deve ora fare l'Italia? tenere fede, sì, a questa alleanza, ma preparare un'altra politica. E qui il poeta vagheggia un suo grande sogno: è «cominciato per l'umanità il periodo dei grandi agglomeramenti di razza»; e come c'è un panslavismo, un pangermanesimo, sorga un panlatinismo. La conquista di Tunisi o la perdita di Cuba dovevano essere sentite come conquista o perdita per la latinità. L'Italia deve cercare di fare di tutte le nazioni latine un tutto, una federazione e un impero che, mercé la Spagna e la Francia, si estenderebbe nell'America, nell'Africa e nell'Asia ..., pronto sin d'ora a dare la mano a tutte le altre razze e formare con esse la pacifica e lavoratrice umanità. Un impero, caro Corradini, antimperialista!»

Cosí egli intendeva quell'adesione che, con un telegramma, concedeva appunto al Corradini e alla sua tendenza: «Saluto i cari amici. L'ora di riprendere l'opera eroica, l'ora di riconquistare l'Italia all'Italia». Non c'è dunque da meravigliarsi che anche a Pisa continuasse la propaganda irredentistica, che lo ricongiungeva alla sua giovinezza: vivevano sempre le «due anime» del Discorso del giugno 1901.

Di questo orientamento, ecco qualche influsso nella poesia. Dopo la primavera originalissima delle Myricae germinate in Romagna, e dopo i buoni anni di Messina che, in una ripresa di canti personali e georgici, vedono anche maturare l'ispirazione sociale e cosmica, non senza influsso dantesco: il nuovo periodo – quello pisano – ormai risente piuttosto delle ravvivate ispirazioni eroiche e di contenuto storico e patriottico (anche se sentite con mistica fantasia analogica), per ora favorite da quel senso di umanesimo cristiano che la cattedra pisana gli riscalda e che si rivela pure nei nuovi poemi latini. Di questa mutazione è del resto cosciente egli stesso (ricavandone – anche oltre la realtà – grandi speranze); e si vedrà da due fatti: il desiderio di riordinare tutta la sua opera poetica fin qui compiuta, e l'affermazione che ora è terminato il primo grande periodo delle sue poesie e sta cominciando il secondo. Avrà contribuito a ciò l'età piú matura e quindi mutate, e forse meno spontanee, sfumature di ispirazione, l'accresciuto prestigio, che lo accosta ai destini carducciani e dannunziani, e la stessa evoluzione storica italiana.

Pur in questo tempo l'opera di poeta è intensa, favorita dal piú facile approdo a Castelvecchio, dove per qualche poco gli si lascia una meno solita calma tra passate e future agitazioni, e dove spera, in breve, di fare «qualche capolavoro» (al Caselli, 10 dic. 1904); lo stimolano anche la ristampa o la stampa delle sue poesie che ora, per l'accordo che ha potuto ottenere del Caselli e dello stampatore lucchese Marchi con il grande editore Zanichelli, procede rapidamente. Ma essa procede rapida anche per il motivo accennato, della voluta unificazione ordinata dei suoi volumi. E del 1905 è la 7a edizione delle Myricae, che anzi escono ora nel nuovo formato degli altri libri, del 1904 sono i Poemi Conviviali e di verso la fine dell'anno i Primi Poemetti (3a edizione, ma – come è noto – nuova divisione del vecchio volume dei Poemetti, in attesa dei Nuovi Poemetti – 1909 – per i quali però già qualche poesia ora è fatta); del 1905 la 3a edizione dei Canti di Castelvecchio, mentre soprattutto – in accordo alle nuove ispirazioni – va lavorando a Odi e Inni che usciranno nel 1906. Tutti i sei volumi maggiori (di cui il piano era già fissato almeno dal 1901 e notificato al De Carolis) si vanno cosí compiendo: e conseguono anche – se non l'unità editoriale, ché il Pascoli dovrà dolersi sempre di non potere riscattare le Myricae dal Giusti – l'unità tipografica e formale, secondo i tipi stabiliti con lo Zanichelli e i nobili fregi di Adolfo De Carolis: al quale – secondo le lettere autografe del Fondo Piancastelli – va dando da qualche tempo, specialmente fra il 1901 e il 1902, varie istruzioni, cercando non solo di suggerirgli modi diversi da quelli usati col D'Annunzio, ma proprio di legarlo a sé: «Se Gabriele ti vorrà bene, io ti vorrò benissimo; se con lui sali, con me discendi. Per ciò tanto piú amore ti devo io» (24 apr., 1902). Ed era in gran da fare e in gran corrispondenza col Caselli ed il Marchi che curavano a Lucca qualcuno di quei volumi. [14]

È vero che, al solito, era preso ogni tanto da diffidenze anche verso il nuovo editore Zanichelli: il quale «è troppo amico e adoratore di altri (che non fu mai amico mio e che io, del resto, non adorai mai!) per amare me» (troppo chiara allusione al Carducci); ma fu contento di vederlo a Castelvecchio nel luglio 1904, e di fargli un omaggio per le nozze della figlia. Ed in questo grande piano di primo riordino presto entreranno anche le prose: nel 1907, integrando un'edizione del 1903, escono, pure da Zanichelli, i Pensieri e Discorsi.

È naturale quindi che le lettere di questo tempo ricordino frementi titoli di poesie, spesso subito pubblicate in periodici anche se nel marzo 1904, gridando di non voler mandar piú nulla, aveva lamentato al Caselli la «strafottenza» di Mario Novaro direttore della «Riviera ligure» che gli aveva sciupato La partenza del boscaiuolo, una canzone, la quale «doveva occupare una pagina da sé». (Ma nel settembre dopo circa sette mesi – pur se spiegava al Novaro che «quelle canzoni a ritornelli e richiami hanno bisogno di essere abbracciati con un'occhiata» – riprendeva a collaborare). [15]

A rapido segno dell'attività pascoliana press'a poco in questo tempo (circa nel maggio del 1905) trascrivo questa pagina, una fra le molte dei suoi interessanti Repertori, cosí ricchi di programmi e di idee (e ogni tanto ne vedremo altre): essa dispone il piano per la composizione o la stampa di Odi e Inni (usciti nel 1906) enumerando cose «da fare» (una diecina poi ne compose), insieme ad altre compiute da tempo e forse da ricercare (dal 1896, cioè da I crisantemi e Ciapin in poi).

IL DA FARE URGENTE

da me

La Messa d'oro.

Odi

I -  Il Sempione.

II -  Lasciate che cresca.

III  - I morti di Adua in campagna.

IV -  L'elettricità boia.

V  - Il vireless.

VI -  Il ciliegio etc.

VII - L'arciduchessa e l'assassino.

VIII  - L'uomo rosso.

IX  - Ad A. C.

Quel vecchio che s'inginocchia?

Inni Agricultura. 

 a Mazzini.

a Dante?

 a (Virgilio e Dante)? ...

Adua.

a Dio.  

L'isola del sole.

I crisantemi.

La sorba.

La cutrettola.

 Le lodole. .

 Toselli.

a Finali.

Il corbezzolo.

Il ritorno di Colombo. 4.

al Navarco. 2

a Fratti. 4.

Pace.

Manlio.

Umberto.

Verdi.

Termine.

Kursitstki.

 Porta Santa.

 Il ritorno.

A Cagni.

Terra madre. [16]

Un altro suo giudizio soggettivo dà il carattere e quasi fa il punto a questo tempo poetico: Giovanni, ormai esaurito il piano dei sei volumi, ritiene di aver compiuto nei suoi caratteri specifici e nella sua mole il primo periodo della propria attività creativa. Già in una lettera a Maria, il 5 luglio 1903, aveva accennato a una complessa ispirazione: «Perché far conto che le Myricae e i Canti siano l'unica opera mia?»: quelle erano le poesie «della sua vita materiale, domestica»; ma c'è anche la poesia del suo «pensiero politico e sociale e artistico...» Ma ora, piú chiaramente faceva quasi anche una distinzione di tempo. Scriveva a Pirozz il 20 ottobre 1904: «Presto manderò le Myricae nell'edizione delle Poesie di G. P. e i Poemetti primo volume. I Poemi conviviali li ricevesti? E presto avrete anche i Poemetti secondo volume, e Odi e Inni. Cosí avrete in un'edizione uniforme i sei volumi delle mie poesie, i quali costituiscono ... la prima parte della mia opera poetica. Se campo, ho altro da fare, ben altro!» E con piú precisione al Mercatelli nel 1904 inoltrato: «Presto ti manderò la 3a edizione dei Poemetti, nell'edizione di cui hai i Canti e i Poemi conviviali, e poi le Myricae nell'8a item. E a Zanzibar avrai il 2° volume dei Poemetti e il volume delle Odi e Inni, coi quali sei volumi concludo la prima parte della mia vita poetica; la quale, se Dio mi dà tre o quattro anni di vita, sarà molto inferiore alla seconda parte. Lavoriamo per dimenticare». Al Cian il 31 luglio scrisse: «Ho fretta di liquidare la mia vecchia opera poetica per cominciare la nuova»: e aveva sperato di conchiuderla (e stamparla) dentro il 1904; ma solo nel dicembre 1906 poteva scrivere di avere ormai finiti «tutti i lavori della prima parte della mia vita» (anche se i N. Poemetti uscirono poi nel 1909): per la seconda son disegnate cose stupende» e con lavori che «saranno ben piú alti e piú utili» (al Caselli 9-V-903 e 13-XII-906). Forse poemi sociali, ma specialmente – come i volumi seguenti anche postumi mostreranno – storici e patriottici: e cosí, a suo nuovo parere, piú utili!

In questo sviluppo si inquadra la non interrotta attività di poeta latino (cui sempre sospingeva anche il miraggio pratico della medaglia). [17]

Nel nuovo fervore poetico, che tocca anche il teatro con la sbozzatura del «grande poema o monodia di Mefistofele sulla vita ulteriore di Faust» cui ora (1904) dà il titolo Gretchen's Tochter, [18] e dopo la ormai contenuta amarezza suscitatagli dalle critiche, si ferma invece l'attività dantesca: a stento fa la lettura del Canto XXXIII del Purgatorio, già ricordata; e nel «Marzocco» del 1° maggio 1904 aggiunge una breve postilla a Colui che fece il gran rifiuto, avendone occasione dal libro di G. Rosadi Il processo di Gesú; solo «per liquidare il passato» pensava fra il 1904 e il 1905 a un «grande studio dantesco per il Renier» nel «Giornale storico della L. I.»; o al piú, nella velleità dei poemi storici continuava a pensare a quella specie di poema ideato su Dante nel Casentino e in Romagna. [19]

Superfluo qui ricordare di nuovo la Prolusione a Pisa o la Prefazione allo Squadrani o la risposta al referendum Corradini o la polemica per i Lincei, oppure prevenire i discorsi per La Messa d'oro, o per il Mordini e il Salvi; ed enumerare le sempre piú frequenti iscrizioni o epigrafi o motti o dediche, anche per gli amici (bastino quelle per lo Zi Meo e per l'Isabellina di Italy, e per il Mordini e il Salvi, per l'editore Giusti . . .). Né qui sono da elencare le molte lettere edite o inedite fra cui, per i due anni, quelle domestiche – non molte – e le piú volte citate al Caselli (di questi anni circa 120), a Pirozz, al Bianchi, al Cian, al Novaro, al Pietrobono, al De Bosis, e se pur meno a Severino, al Pistelli, al Marcovigi, al Mercatelli, agli Orvieto, al De Carolis, ai Corcos, al Federzoni, a mons. Bonomelli, a P. Teodosio ... (almeno altre 120). E naturalmente sono da aggiungere le lezioni in questi due anni fatte regolarmente. Attività insomma quasi affannata e vertiginosa!

Pur nella vigorosa sicurezza di sé, egli, nelle emozioni e nei giudizi, era spesso oscillante e suggestionabile: e, come vedemmo, temeva perfino di essere giudicato «un psicopate». Si sentiva certo di poter fare dei «capolavori» e scherzando si diceva il «poeta dei Maggiori d'Italia» (Toselli, Galliano, Masotto), o sognava di essere il «threnode degli eroi d'Africa» (al Mercatelli nel 1905); [20] ma si adirava per il livore» con cui lo trattava a Bologna il «signor Lodi» o per «la stroncatura del Pastonchi» (al Caselli 18 ag., 10 e 15 sett.): per non ricordare la nuova delusione dei Lincei; o anche, come si è visto, si stizziva semplicemente perché il Novaro non aveva pubblicato una sua poesia tutta in una pagina (si potrebbe fare una storia delle fortune» del Pascoli dal modo come via via vennero stampate nei periodici le sue poesie); e protestava contro un... rivale romagnolo in poesia latina (l'Albini): quei romagnoli non «lasciavano integra nemmeno la sua modesta gloriola» a lui «che il primo premio l'ebbe l'anno 1892, 14 marzo, e l'ottavo, il 14 marzo 1904...; e molte menzioni onorevoli» (al Caselli 1904)... E diceva al Pistelli: «Ma mi lodi qualche volta un pochino! Ne ho tanto bisogno!» (principio del 1904): di fatto si rasserenava ai conforti dei due amici Scolopi, che lo animavano se non a essere felice a essere sereno, e a lavorare «per diffondere la sua essenza soave nelle anime dei nascituri».

Cosí si compiacque tanto delle lodi del D'Annunzio e del De Bosis per i Conviviali e per i Primi Poemetti; e gli sarà stato gradito, oltre gl'inviti del Fogazzaro, anche questo biglietto di ringraziamento mandato da Torino il 26 giugno 1905 da quel De Amicis che il Pascoli ammirava e poi altamente lodò: «Giovanni Pascoli non può immaginare la gioia che fu per me il leggere nell'elenco dei miei amici e incoraggiatori benevoli il suo grande e caro nome; né io trovo parole per esprimergli tutta la mia gratitudine e tutta la mia ammirazione. Amore e cor gentile. A Lei, o maestro! Edmondo de Amicis. Torino, 26 giugno 1905».

A sua volta, però, il Pascoli era nelle lodi piuttosto parco: sí, l'amico De Bosis, il «grande» vecchio Giorgini, con qualche incertezza il D'Annunzio (che, scrivendo al Pascoli, il Pietrobono aveva chiamato il canzonatore d'Italia»); ma quasi per sfiorare il Maestro toccava i Carducciani (non inviò un richiesto ritratto alla «Lettura»: «lascia che compariscano intorno al Carducci i suoi pseudoscolari che egli del resto predilige», al Bianchi 16 novembre 1904); e si doleva di essere come un seguace del Carducci anche quanto all'editore (tanto piú che «l'ebbrezza d'editore carducciano gli fanno quasi vile il guadagno e il piccolo onore d'essere editore pascoliano»: al Caselli 12 febbr. 905).

Ma l'episodio letterario piú... scandaloso di questo tempo fu, per il Pascoli, il riuscito gioco di Gnoli-Orsini: («A noi, giovani, apriamo i vetri – rinnoviamo l'aria chiusa...»: Fra terra e astri, primi del 1903, e Iacovella nel 1905 inoltrato): in tutti i «poeti nuovi» sentiva quasi degli imitatori e dei falsi concorrenti (e li combatteva anche come autori di versi liberi): «Leggi dell'enorme trucco orsiniano ... Quam parva sapientia» scriveva al Caselli; [21] e piú ampiamente al Pietrobono il 28 maggio 1904: «Quanto alla indecente burletta di Giulio Orsini eccoti il mio parere. L'autore è una ditta, i cui agenti principali sono Stecchetti, Gnoli vecchio, Gnoli giovane e altri ancora. Prima si trattava di satira, ai giovini, specialmente dannunziani, liberisti. La cosa si inaugurò col burlesco programma di quell'apertura di finestra, per cui ci volevano gli sforzi dei giovani tutti, mentre anche un vecchietto bastava ... E poi con l'aprire una finestra non si sarebbe davvero guarita la musa anemica... del Carducci e dello Stecchetti... Infine hanno voluto mostrare che era facile fare quel che faceva, per esempio, il Pascoli ... Insomma il vecchio Stecchetti ed il vecchio Gnoli e forse il semivecchio Cesareo, con l'ultrafacile ... pastiche hanno tentato e in parte sono riusciti... a sputacchiare sulla letteratura odierna d'Italia ...». Era questione di «suggestione»: cioè di ingannare i piú.

Qui mi avviene di notare che, a differenza della partecipazione al «Convivio» classico alessandrineggiante (onde gli affini Conviviali), la collaborazione alla piuttosto popolare e fresca «Riviera ligure» vale forse per aver confermato il Pascoli nella sua piú genuina aspirazione, la quale appunto egli poteva accostare e contrapporre alle novità dell'Orsini. Proprio in questi anni nelle lettere al Novaro che accompagnano le sue poesie (specialmente le «uccelline») e in altre che sognano quelle da fare, egli esprime alcuni concetti poetici che qui ritornano alla memoria. Vorrebbe che la sua poesia, che è «delle cose», potesse andare «anche a persone illetterate ... E studio, studio... per semplificarmi e sletterarmi e spedantirmi!» (27 nov. 1904); quanto «alle sdolcinature, per carità! Lasciate pur dire ... Oh! io sono certo che quello che appare piè brutto a certuni oggi, è quello che sembrerà bello col tempo. Val piú "Lombardo, prendi su la scure", che tutti i Poemi Conviviali»! E approvando il giudizio su Valentino dato da Celino, il figlioletto del Novaro, nella graziosa letterina del 2 aprile 1905, diceva: «Ho avuto molta gioia dalla tua letterina... E ci ho imparato molto. Io so ora qual'è la piú bella delle mie poesie» perché «piace piú a te, che sei un bambino... e giudichi secondo natura... Ora ... cercherò di qui innanzi di farne molte simili, e cosí farò altre cose belle». [22]

Col Federzoni il 22 gennaio 1904 ridiscuteva la metrica, il ritmo dei suoi esametri usati nelle traduzioni di Sul limitare (e non lodati dall'amico per la monotonia, per la frequente mancanza della cesura ...). «Sono d'accordo con te. In vero li ho rinnegati. Ora li faccio equivalenti, se non m'inganno, ai tedeschi: quasi quantitativi come i loro. Sono molto difficili però».

Per fortuna tutte queste discussioncelle non lo distraevano (come invece facevano ben minori beghe personali) dal lavoro, e d'altra parte – non ostante le proteste che non voleva «gloriola» ma «soldi» e non ostante l'ansiosa attesa delle medaglie di Amsterdam – egli sentiva che la vera poesia nasceva, viveva solo per se stessa: già ... quel premio Nobel (di cui forse ormai si parlava per l'assegnazione al Carducci, fatta nel 1906): «quel Nobel!» scriveva il 13 febbraio 1905 al Bianchi: «ha voluto far saltare con la sua dinamite anche la poesia: la poesia che si propone dei premi (e non potrà fare a meno di qui innanzi di proporseli) non è poesia: è una speculazione lenonica sulla verginità!» Tanto è vero che «quando avrò i miei interessi in ordine, darò tutto gratis». E ciò fece, davvero piè volte, particolarmente con le poesie per i giovani o con quelle di ispirazione patria.

III - IL 1905: UN ANNO DI ATTESA FRA LE BEGHE PAESANE

Al lavoro, intellettuale e pratico, lo troviamo anche nel 1905, e per ora a Castelvecchio dove era tornato prima di Natale e dove resta forse di continuo un mesetto. Ma subito, anche se questa vicenda la seguiremo poi, ricordiamo che col principiare stesso dell'anno – o poco prima per la lettera natalizia del Rettore dell'Università di Bologna, cui segue perfino un telegramma del 30 dicembre del D'Annunzio – un assillo lo ha punto, che lo ferirà, lungo tutto l'anno, preparando quella mutazione di città e di cattedra che sarà insieme gloriosa e, per usare una sua parola, «funesta»: e ormai fino alla morte! Cosí gli eventi del 1905 che, fuori di quell'ansiosa attesa, qui rapidamente si narrano, bisognerà sempre vederli nel riflesso di quei continui lampi che, balenanti in tale incertezza penosa, li illuminano.

A Castelvecchio continua i lavori nella casa e nella terra. Pensa specialmente alla vigna, al suo buon vino (nel febbraio scrive una lettera «all'agricoltore enologo» Zi Meo) e quindi piú volte ai tappi e alle etichette (in latino, come vedemmo!; e chi, se pur anni dopo, assaggiò di quelle bottiglie sa che il vino era buono davvero e, pur nel suo frizzare, non debole); ma anche a piante e fiori (ne chiede perfino a Milano al Bianchi); e si compiace di dire nel marzo che «qua l'abbondanza è grande», ma che purtroppo è morta la caprina («forse è stata maltrattata dai miei implacabili nemici!»). A rilento tuttavia, per la mancanza dei disegni, andava la rinnovazione della cappellina («sarà cominciata nel secolo venturo!»); trionfava invece la loggia limonaia verso l'orto, detta anche «il Colosseo», trasformazione della catapecchia dei contadini; e nel maggio sperava una visita di Bistolfi che . . . per conto di Luca Beltrami» verrebbe a fotografarla! Aveva coraggio, avendo abbastanza soldi: «Sono contento e lodo Dio che mi ha concesso di farmi onore nei pagamenti coi miei poveri libri», cosí nell'aprile al Caselli, cui mandava tutte queste notizie. E poco prima gli aveva scritto: «I Poemi (conviviali) vanno benissimo, già 2000 copie vendute!» Realmente tra il 1903 e il 1907 venderà due edizioni di Myricae, fra il 1904 e il 1906 una dei Primi Poemetti, dal 1903 al 1906 tre dei Canti di Castelvecchio e nel 1904 tutta un'edizione dei Conviviali. E come sappiamo, il 25 dicembre 1904 aveva pareggiato, per ciò che a lui spettava, i conti della sua casa. Insomma... andava sfondando: finalmente!

Perciò prendeva incitamento a procedere nella stampa dei suoi volumi, mirando – dopo l'accordo tipografico col Giusti per la 62 edizione delle Myricae – a «presentare in un sol corpo ai lettori di oggi e dell'avvenire l'opera sua» (al Bianchi, l'8 febbr.); e per ciò continuava a far lavorare il tipografo Marchi di Lucca. Badava anche a integrare nel contenuto i volumi in corso di stampa: lavorava soprattutto all'ampliamento dei Canti di Castelvecchio (mandava tali poesie alla Riviera ligure») e di Odi e Inni (questi versi li destinava al «Marzocco»). Molto si dedicava, non senza «uggia», al «lungo poema lunare» degli Emigranti (nella luna), inviato poi alla «Lettura».

Riaffiorano anche, da vicino o da lontano, antichi o nuovi, gli amici del sempre piú noto poeta e la sua vita di ospite si fa piú movimentata. Con l'ombra impallidita del Carducci, ormai ecco l'ombra di Severino: da Bologna, dove adesso dimorava, il 18 gennaio era portato in casa di salute a Collegigliato di Pistoia. Scriveva la moglie, Ida, da «Bologna, Via Cavaliera 20» a Maria il 28:

Cara Maria, hai sentito del mio povero Severino? Dal giorno 18 di questo mese me l'hanno portato via, in una casa di salute presso Pistoia. Puoi immaginare lo strazio mio, e della mia povera mamma ... Qui aveva troppi motivi di eccitamento e non avrebbe fatto che peggiorare, perciò i medici hanno pensato di isolarlo. Ed egli che dice di stare cosí bene, di non aver mai goduto una cosí perfetta salute! Disgraziato!

Ho avuto notizie ieri dal direttore di quella casa. Dice che continua il forte disorientamento e la confusione della sua povera mente, ma che pare cominci ad abituarsi al nuovo ambiente. A me non scrive: già non scrive a nessuno; Dio voglia che quella calma e quelle cure gli giovino ... Scrivimi e voglimi bene; tua aff.ma amica     IDA FERRARI

Il Pascoli rispondeva; e ne aveva ringraziamenti e informazioni il 30 giugno: «le ultime notizie sono un po' migliori. E poi: mi ha scritto Lui! Perdura sempre la grande confusione della mente ... Venga a Bologna, professore ... Sarà un gran conforto che Lei sia qui. Non era il suo Giovannino, il suo fratello dilettissimo?»; altre notizie ricevette Maria il 6 luglio: «Sono stata a trovar Severino ... Ha detto: "Il Pascoli lo vedrò all'Alberino: e com'è che io non lo vedo mai?" Se il professore gli mandasse una cartolina!»

Nel gennaio sembra passasse per Lucca il D'Annunzio, ma Giovanni non lo vide; il 2 marzo però ne provocava con un telegramma l'intervento «contro una disegnata nuova porta che violerebbe bellissima cintura e suoi storici baluardi alberati» e ne ottenne pronta adesione; ma voleva poi scrivergli perché non venisse a Castelvecchio per San Martino avendo troppo da fare; [23] a dicembre riceveva una copia della nuova edizione delle Elegie romane con la dedica: «Al mio buono e sempre piú grande Giovanni – offre questo libro di giovinezza, non senza timore – GABRIELE. – Settignano: decembre 1905». A Lucca da qualche tempo c'era come provveditore anche il vecchio condiscepolo Ugo Brilli e desiderava incontrarlo di nuovo (gennaio). A Pisa, dove era ritornato dopo il 20, [24] vede nel febbraio il Puntoni, rettore dell'Università di Bologna (ma «sta perfettamente zitto!» comandava al Caselli); e il 26, in un primo incontro, il Giacosa, anche direttore della «Lettura» (che ansia: «Povero Zvan! Povera Mariù malatina!» «... Se mi volessi aiutare nel mio gravissimo imbarazzo ...»; ma anche quanta gioia: «abbiamo sentito dalla bocca dell'autore – oh! indimenticabile commozione – alcune scene del Piú forte», un suo dramma: cosí al Caselli e al Bianchi). C'è chi dice che col Giacosa si incontrarono pure a Castelvecchio in agosto e di sorpresa, andando con lui il Caselli e il violinista Adolfo Betti, il quale suonando fece schiudere la finestra e cosí ottenne l'entrata per tutti. [25] Verso la fine di maggio – ma assente il Pascoli, sebbene col suo permesso e con l'ordine di trattarlo bene, dato per lettera all'Attilia il 10 maggio – salí a Castelvecchio anche Mario Novaro, il direttore della «Riviera ligure». E tra il finire d'agosto e il settembre vi passò anche il p. Giovanni Semeria. Fra il gennaio e il febbraio si rifaceva vivo il De Bosis per chiedergli un motto in latino, di gratitudine e fraternità, da incidere su «una targa d'argento» che l'Associazione Elettrotecnica italiana voleva mandare all'«American Institute of Electrical Engineers».

Se intanto è sempre viva la corrispondenza col Caselli, e s'accresce quella col nuovo amico, il Bianchi, e resta interessante anche quella col Novaro, piú scarsa è quella coi due Scolopi, che andrà via via smorzandosi nei nuovi impegni e entusiasmi del poeta: va ricordato che il 21 maggio il Pietrobono lo elogia perché la sua poesia «scaturisce sempre piú da un pensiero lungamente meditato ...; quanti echi . . . e quanti sottintesi . . . Dei critici non ti devi curare . . . Ti intenderanno poi ...»; scarsissima quella con Pirozz, e quasi solo ritmata sul dono degli «spippoli».

Anche lo scambio delle lettere domestiche è, per noi, ridotto al minimo: quasi niente con la sorella Ida. Riaffiora maggiormente ora il fratello Raffaele, o Falino, il quale – essendo Giovanni a Pisa – ha pensato di chiedere li il trasferimento da Como. Ma Giovanni (con Maria) non ne era entusiasta: e scrisse una lunga lettera scoraggiante che parve far sospendere la pratica; ma fu poi continuata e con la data del 1° giugno il trasferimento era deciso. E Falino venne a Pisa per concretare qualche cosa: «è qua solo, non troppo contento, a volte però allegro» scriveva forse nel luglio Giovanni all'Ida. Venne proprio quando – e, per questo particolare rapporto, certo almeno senza troppo dolore – Giovanni e Maria si apprestavano alla partenza. (Cosí che le due famiglie si conobbero quasi solo di sorpresa a Pietrasanta per la commemorazione del Carducci nel 1907). A illustrare l'animo di Giovanni e i mutui sentimenti e il diverso carattere dei due fratelli, [26] si legga, dopo l'altra del 1902, anche questa lettera, una fra quelle che Falino ogni tanto scriveva: come sempre egli era piú terra terra, ma piú concreto e deciso; e pur sempre, e non ostante tutto, ammiratore del fratello.

Como, 30 marzo 1905

Caro Zvanì, rispondo alla tua lettera, ringraziandoti calorosamente dell'interesse che hai preso per me ed hai fatto prendere anche all'On. Senatore Finali.

Un punto nella tua ultima lettera mi ha fatto pensare per riguardo a te. Tu mi accenni che ti trovi umiliato dalla grammatica e che da Bologna non arriva nulla di nuovo. Caro Zvani quell'umiliazione non è da grand'uomo come tu sei. L'umiliazione la debbono avere gli altri, quelli che in questa povera Italia non fanno galleggiare che le nullità piú sfacciatamente vanitose. Ma io fermamente se fossi in te mi sentirei orgoglioso, divinamente orgoglioso. E, sí, terrei che venisse una qualche offerta da Bologna, ma soltanto per poterla rifiutare. E tu non la rifiuteresti piú? Abbandoneresti Pisa ancora prima che ci arrivassi io? Vorresti proprio che si dicesse che tu abbandoni un sito per non trovarti con un tuo fratello? Quando avrai tempo dimmi qualcosa in proposito.

Ed ora a me. Sono contento che il Finali abbia trovato che meriterei qualche cosa. Si vera sunt esposita, il tesoriere Prov. di Como ci riferiva che l'Ing. Capo aveva parlato coll'Ispettore sig. Boraschi perché facesse qualche cosa per me e, se non poteva farmi promuovere, mi facesse crocifiggere. Capirai che il sig. Tesoriere ha sollevato un vespaio in famiglia, perché le donne (oh le donne), parlo dell'Angiola e di Gina, terrebbero a che io fossi crocifisso! Dunque parrebbe che le informazioni fossero ottime di me da gran tempo ... Bisognerebbe far capire all'On. Senatore che se io mi trovi aiutante di I. dal 1904 dopo essere stato aiutante di 3a 8 anni e aiutante di 2a 10 anni e con le note di merito ... é stato per ingiustizie commesse in passato a mio riguardo ... E sí che in tanti anni un'inchiesta potrebbe dimostrare che l'ufficio di Como l'ho fatto andare avanti io e che il lavoro da me compiuto ha del miracoloso, perché non può supporsi nemmeno che una persona sola possa dare tanta mole di carta scritta ...

Riguardo poi al trasloco, se tu credi che chiesto lo si possa ottenere entro un mese o due, per me non fa nulla, che lo chieda a Giugno. Ma tu non hai capito perché voglio traslocare allora. E mi spiego. A luglio sono finite le scuole e mando a Maccagno la famiglia. Io vengo invece a Pisa. Frequento l'ufficio, trovo l'appartamentino che mi occorre, faccio fare le riparazioni e gli impianti che risultassero necessari. Poi in settembre chiedo il mio mese di permesso. Vado a Como, metto in ordine per la spedizione tutto il mio mobiglio e il resto, faccio la spedizione, ritorno a Pisa, metto in ordine tutto con l'aiuto della donna e dell'Angela e mi stabilisco definitivamente per 1° Ottobre. La famiglia, dunque, non trasloca in Estate, ma in Autunno, quando Pisa è bella, ecc. ecc. Intanto il padrone di casa quest'oggi (sono andato a pagare il semestre anticipato) mi ha detto che deve crescermi il fitto di 50 lire ... Capisci? è cresciuto il pane, la carne, la tassa di famiglia, quella di ricchezza mobile; adesso mi crescono il fitto. Ci rimane dello stipendio tanto da mangiare pane asciutto e quindi bisogna che lavori straordinariamente in modo che non so se resisterò. Ti dissi d'avere già avuto dei calcoli biliari. Sai che sono semi gottoso. Il cuore non è piú tanto sano. E dodici ore di lavoro al giorno sono qualcosa.

Ricevi tanti baci per te, Marine Gulí da tutti noi. Affez. tuo

FALINO

Dopo una breve pausa di marzo a Castelvecchio, in cui il Pascoli si dovette accorgere che la salute in casa Caproni non andava bene, eccolo – tornato a Pisa interessarsi per una visita che il prof. Ceci pare dovesse fare all'Attilia; e certo parlarono anche dell'Isabellina. Il 31 marzo scriveva alla Mattiglia che venisse a Pisa: ma prima curasse bene e semi e piante; e prendesse precauzioni per la sicurezza della casa. Accennava a certe cose che succedono a Castelvecchio e che lo addoloravano; anzi protesta «contro le adunanze illegali e le votazioni arbitrarie che il Prete fa fare» (si vedrà perché); e su ciò concludeva: «Di' al Meo che stia allegro. In fin dei conti, presto, Dio aiutandoci, faremo la nostra bella e buona chiesina col suo buon fraticello, e con santi da pregare in pace e silenzio». Autonomia religiosa, anch'essa con lo stesso perché.

Il 2 aprile diceva alla Mattiglia di venire dal martedí al venerdi, per esser certi di trovare il prof. Ceci. «Noi aspettiamo grandi cose e notizie belle. Perché qua ci annoiamo...; abbiamo desiderio di riessere in casa nostra! di vedere i nostri lavori ... sopra tutto il barbatoio. Cosí quest'altr'anno raddoppiamo la vigna della costa e la pianaccina». Mentre l'Attilia era a Pisa, il poeta (e qui l'appellativo ben si conviene) scriveva un bigliettino proprio alla malatina, pensando a un altro malato di senilità: il merlo di casa.

Nostra cara Isa, va a vedere in casa nostra, se quel povero buon vecchiettino di Merlino sta bene, e se comincia a salutare la primavera col suo canto. Anche tu, buona Isetta, canterai con lui un pochino, e vi consolerete. Poiché viene la bella stagione che vi porta la gioia. Scrivi due righe. Dio ti benedica. Tuoi GIOVANNI e MARIA PASCOLI

ATTILIA

Altre lettere all'Attilia sono del maggio e giugno. E c'è anche una cartolina illustrata (Duomo  S. Giovanni  A. Del Sarto) coi «saluti» di Giovanni «alla gentile bambina Ida Caproni  Castelvecchio di BargaCaproni».

Nella lettera del 2 aprile c'era però questo passo: «Quanto alle campane, sappi che il tuo prete dà d'intendere a Barga le piú spudorate bugie! Voi altri di lui non parlate mai, credete che non c'entri, che sieno gli altri che lo mettono su. Invece è lui! tutto lui! sempre lui. E tutte le birbonate al Meo e a me si facevano d'accordo con lui, il quale non vede di buon occhio il professor Pascoli, lí vicino, con la sua bella chiusa, con la sua bella casa! Pare impossibile che debba avere simili gelosie quel pretoccolino! E quelle gelosie gli fanno fare una quantità di birbonate a noi e a voi».

Ecco un altro dei piccoli grandi guai capitati al Pascoli, [27] e giudicati, e purtroppo sofferti, secondo quella sua ipertesa sensibilità, per un tempo anche piú lungo che non quell'estate che pensava di dover passare a Castelvecchio; poiché, appena seppe della probabile nomina a Bologna, vi si fermò piú spesso, e vi risalí forse presso la fine di giugno del 1905 (il collega Formichi dice che lo vide per l'ultima volta il 26 giugno) per non tornare poi piú a Pisa. Ma anche in questo episodio, che per la sua soggettiva importanza merita qualche piú largo cenno sui documenti raccolti dal Pascoli stesso, si confondono il poeta e l'uomo.

«Un americano» di Castelvecchio aveva offerto del denaro perché alle due campane di San Niccolò se ne aggiungesse una terza. Il paese era, in genere, contento e la pratica venne demandata alla Compagnia del SS. Sacramento. Fu chiesto il parere di Raffaello Magni, il fonditore di campane, il quale propose che, per il migliore accordo musicale, si fondessero le due vecchie e si facesse un altro concerto di tre campane nuove. Cosí la Compagnia deliberò «all'unanimità». Anche il Pascoli fu chiamato a partecipare, non solo come parrocchiano importante, ma come principale interessato, perché la sua casa era la piú vicina al campaniletto. La reazione del Pascoli fu negativa. C'era sí un motivo sentimentale: da anni egli sentiva quelle campane e le aveva cantate («Dolci cuori, cari suoni . . . – Ave, ave, ave Maria ... Ch'io ritorni al mio paese – che fiorisce d'ogni mese ... – ch'io ritorni al campanile – del mio bel San Niccolò – dove l'anima gentile – finalmente adagerò» diceva in versi quasi improvvisati; e ne Il Viatico: «Quei giorno anche per me, campane, – sonate pur cosí ... – portatelo anche a me quel pane, – sul vostro mezzodí» scriveva proprio nel 1905); e gli pareva un'offesa a tutti i morti di Castelvecchio mutare quel suono che aveva accompagnato tante generazioni. Ma c'era, e forse prevalente, un motivo piú pratico, la paura che il nuovo fracasso lo disturbasse ancora di piú, specialmente ricordando come quelle campane potevano essere suonate a lungo proprio (come credeva) a suo dispetto; già altra volta, come scriveva al Caselli, i famosi Meri «qui campanari» (erano quei contadini da lui sfrattati) con altri amici sonarono «una notte due ore e mezzo»! Perciò egli – e la «Gazzetta di Barga» del 9 aprile in un tratto di cronaca ritagliata dal Pascoli stesso, lo rendeva noto – aveva protestato «contro quel deliberato che egli chiama una profanazione e ha scritto una lettera al governatore della Compagnia». Dato il disaccordo fra gli abitanti «si crede che la questione rimarrà per il momento pendente, anche perché gli animi sono molto eccitati»! Proprio ... questioni di campanile. E il poeta si era copiato anche l'art. 457 del Codice Penale contro chi fa schiamazzi e disturbi, specialmente di notte (e l'appunto esiste ancora).

Naturalmente, poiché la cosa faceva capo al rettore don Archimede Mancini, presso cui si versavano le offerte raccolte per integrare la somma occorrente per la fusione, il Pascoli lavorava un poco con quella sua benedetta fantasia e vedeva come causa di tutto il povero prete, già cosí cordialmente trattato, ed ora preso tra due fuochi. «Quel pretoccolo che tanto mi deve ... non ha fatto sin ora che mettersi alla testa, egli l'ingratissimo, di molti o alcuni altri ingrati, e fare un partito contro me. Il che turba la mia pace, inceppa la mia attività, disabbellisce il mio paese», dove pur aveva sperato «morte tranquilla e santa»: cosí al Caselli il 1° giugno. Il suo contegno ufficiale avrebbe voluto essere quello della neutralità; ma insieme si lamentava di essere lasciato in disparte «da tutta questa storia ... E non dovevo essere lasciato ...Tralascio d'essere il poeta (ahimè! che vergogna!) di quelle campane e di quel campaniletto . . .; basta l'essere piú vicino al campanile ...». Tuttavia, ecco come il 9 racconta i suoi interventi: «Vennero diversi col prete il giorno stesso che risolvevano le cose col Magni (cioè la rifusione). Io frenai tutto il mio dolore, risoluto a lasciar fare la cosa, la quale era dal prete d'accordo col Meri ... fatta solo a dispetto mio... ; dissi che in qualità di forestiero non c'entravo».

Tuttavia tre o quattro giorni dopo sentí che non pochi erano contrari. Allora scrissi al governatore della Compagnia, non già opponendomi allo sfare delle campane, ma solo allo storno di poche mie lire date per il piantito. Dopo questa lettera la coscienza di molti si svegliò». Intanto però si rivolgeva al «campanaio Magni» e addirittura all'avvocato Nicoletti», invitando il Caselli a parlargli. Anzi voleva portare la questione perfino a Roma. Naturalmente Giovanni si era adirato col parroco, non lo salutava piú, e Maria imitava il fratello e non andava piú in chiesa a San Niccolò (quante altre volte era successo e succederà questo!: anche per ciò, ricordate?, volevano la loro cappellina autonoma). E il 4 pareva che l'esito fosse sfavorevole, pur con nuove incertezze: «Dunque il pretaccio avrebbe una bella vittoria, spillando altri denari alle sue pecorelle», coll'aver fatto «un comitato a modo suo»: però il prezzo della nuova fusione è alto e qualcuno s'è ritirato e pare «sia sospeso il lavoro». Il rettore fece una relazione al card. Maffi; una relazione fece anche il Pascoli, il quale in un suo appunto aveva tracciato quasi una storia della vertenza. Il Maffi venne in visita pastorale e cercò contatti con tutti; ma, lui che pur era amico al poeta, trovò la casa dei Pascoli chiusa... Anzi il dispetto e il sospetto non mutavano, prendendo quasi la forma soggettiva ed egocentrica di un'oscura tragedia: «Oh! che sventura è stata la mia venir qui! La immagino la delizia di un grosso campanone chioccio che, oltre alle due campane nuove, invece delle due buone vecchie, sonasse ... picchiando le sue ondataccie sulla mia povera casa? ... Il prete ha tutto combinato coi Meri, quei campanari, e con altri amici dei Meri e suoi, solo per rendere impossibile la vita a me!». [28]

Intanto però le difficoltà per la fusione crescevano, e si cercava una via d'accomodamento: l'amico dott. Caproni gli scriveva che ormai si era deciso di «sospendere definitivamente» tutto e «di mettere i soldi a frutto»; si pensava anzi a «un veto del Comune», il quale «nota! è stato dato nella mia assenza e inscienza» (9 giugno). Tanto che il Pascoli nella stessa lettera al Caselli credeva di poter scrivere: «Non si tratta dunque di uno che fa contro tutti, ma d'un prete ignorantello che dispone della proprietà di tutti come fosse sua ...»; però in quella specie di suo memoriale aggiungeva: «io soltanto feci conoscere che facevano male a struggere quei cari ricordi».

La soluzione fu salomonica: lasciare stare le campane vecchie e farne una terza nuova, piú grande: ma senza troppa fretta e quando le ire fossero placate, e senza farci attorno gran chiasso... Tuttavia i rapporti fra don Mancini e il grande parrocchiano non miglioravano; il Pascoli sollecitava per l'officiatura della cappellina un padre francescano, ma c'erano difficoltà; il rettore, per conto suo, ormai si trovava poco bene lí e cercava di star lontano piú che poteva: può farlo intendere questo quasi interrogatorio di cui il 7 agosto il Pascoli redigeva il verbale (e se ne conserva altra copia anche nella canonica di San Niccolò).

Oggi, 7 Agosto, Augusto Lazzarini mi ha raccontato sommessamente:

che il Prete era andato a Pisa; che il Prete se ne andava, perché non poteva piú far niente nella sua chiesa; che aveva portato con sé il Valente Arrighi; che questo aveva saputo dalla Chiara Arrighi: la quale gli aveva soggiunto che il Prete aveva ragione, che se ne andava giustamente, che, a causa di quella famiglia – noi, io e Mariú – egli non era piú padrone della sua Chiesa...

Ma perché? chiese l'Augusto.

Perché non ha potuto mettere la 3a campana: ha risposto la Chiara.

In realtà, non voleva solo mettere la 3a campana, ma disfare le altre due. E ciò non è piaciuto ai proprietari delle campane. Io, soltanto, feci conoscere che facevano male a distruggere quei cari ricordi: i maggiorenti ammisero che avevo ragione: e allora il partito (Mancini, Poppo, Lazzaretto, Fedele etc.) decise di struggerle a tutti i costi. In mia assenza l'autorità si oppose. Il Prete (si capisce) è andato a divertirsi, a una festa, credo a Calci. Intanto, tutto fa: spargono, a ogni sua gita di piacere, che va via dalla chiesa a 3 campane, e che bisogna odiare perciò e chi sa? ammazzare, quella famiglia – le vipere, come dice il Poppo.

Per questo disagio, ci fu finalmente nel 1911, come vedremo, l'ultimo intervento del card. Maffi, cioè il trasferimento a Pisa del povero parroco («Promoveatur ut amoveatur» avrà detto in cuor suo): bella ma pericolosa la vita di villaggio! Anche qui, però, si poté a suo modo rivelare quanto di umano e leale c'era nel Pascoli: non tanto perché dopo, dicono, Maria portasse il saluto di pace a don Mancini, ma perché egli ammise di fronte a sé, non la colpa, ma l'occasione di quel provvedimento sospensivo, e perciò si assunse la rifusione dei danni avuti dal «campanaio» Magni per i lavori iniziati e sospesi, affinché non ne avessero gravame altri che il Rettore.

Egregio Signor Magni, mi permetta di dirle che il lavoro delle campane non fu sospeso per fatto del signor Pietro Martini Adami né di altri di Castelvecchio. Quindi mi parrebbe che ella errasse nel richiedere indennizzi al detto signore. Se mai, io credo che ella avesse dovuto chiederlo a colui che è capo e responsabile della parrocchia, e ne gode i vantaggi, e ha, per certo, promosse le trattative con lei. A ogni modo, le dichiaro d'essere pronto io a pagare queste spese fatte e questi sacrifizi sofferti, a queste condizioni: che le dette spese e sacrifizi non dovessero, come certo devono, essere indennizzati dal rettore della parrocchia, ma da altri; che siano convenientemente riconosciuti.

Se ella chiederà, con qual veste io intervenga, le dirò francamente che io sono quello a cui dispiacque piú l'iniziativa del rettore, e a cui quella iniziativa poteva recare piú incomodo e piú danno.

Del resto ella non perde nulla ad avere di faccia a lei me piuttosto che il signor Pietro mio amico.

Suo   Giovanni Pascoli

Di fatto, la Ditta Raffaello Magni e figli presentava un conto di L. 305, che fu poi, con alcune trattative, ridotto e liquidato dal Pascoli in 180 lire. Quanto alla campana nuova, si aspettò tanto che fu inaugurata quando il poeta non poteva piú sentirla: e la consacrò, poco dopo la morte di Giovanni, un altro rettore, Don Barré, dandole un nome che segnava la pace: Giovannina; attorno, l'iscrizione dice: «Siete piú fortunate di me – mie povere sorelle – perché cantate da lui – ma io porto il suo nome». Ancora una volta in nome di Giovanni su tutto si levava lo spirante alito della poesia. [29]

In giorni simili come poteva lavorare? «L'ode per la Pace non mi viene» scriveva al Bianchi il 4 settembre: «O se mi viene mi riuscirà terribile ...».

Ma uscendo per un poco dalle affannose miserie di Caprona, ascoltiamo un suono di campane piú sereno e suasivo: quello che accompagnò la Messa celebrata nella festa dell'Ascensione da Mons. Geremia Bonomelli, il vescovo patriota e il padre degli emigranti, nel cinquantesimo della prima: La Messa d'oro. A tenere a Pisa un discorso che contribuisse alla costruzione di un ospizio per i nostri lavoratori raminghi «a cura dell'Opera di Assistenza degli Emigranti», il Pascoli fu invitato da p. Giovanni Semeria, amico del poeta. E il 14 maggio nel Teatro Verdi egli parlò con quell'onda rotta e calda che era il segno della sua commozione: e al di sopra di tutte le virtù e unificatore di tutte le discordie ideali esaltò l'amore: l'amore che doveva unire tutti gli italiani anche per la difesa dei diritti comuni, l'amore che però doveva a tutti insegnare «la rinunzia non l'assalto, il sacrifizio non il delitto. Un uomo o un popolo è forte in quanto non già domina, ma si domina, in quanto odia – non già ama – il suo esclusivo interesse».

Prima di quella domenica, al solito, Giovanni era agitatissimo per «questa conferenza penosa. Io sono molto afflitto»; all'ansia partecipava Maria che ne ebbe a ricordo una copia del discorso stampato da Zanichelli con la dedica: «Alla mia Mariú a cui questa Messa ha costato tante mie pene! Giovanni – 29 maggio 1905». Ella rimase in casa a pregare, come il Pascoli scriveva nella prima lettera al vescovo, il 25 maggio: «Sí, ora sono contento di aver fatto quel discorso. In quell'ora io diceva: "Se muoio ora, muoio in buon punto". Qualche conforto scenderà nel cuore della mia sorella. La quale era in casa a pregare, poverina». E subito dopo il discorso Matilde Giorgini, che gli aveva offerto le rose portate di campagna dal vecchio padre (onde il poeta improvvisò il ricordato distico latino) lo trovò «in quello stato di eccitazione e quasi esaurimento» in cui si riduceva quando parlava in pubblico.

Poco dopo il poeta inviava al vescovo il discorso stampato, che già gli aveva promesso. E il seguito della corrispondenza rivela una fortunata opera di bontà cui il Pascoli diede occasione: Antonio Garfagnini (o Tonino) di Seravezza, la terra dei marmi, già scolaro del poeta a Massa, gli offriva a nome dei figli «i marmi delle nostre montagne . . .; ed esso adorni di italici marmi il suo Ospizio»: ne dava notizia Giovanni al Bonomelli il 2 giugno; e ringraziava Tonino, ricordandogli il noto padre Donati. Il monsignore mandò nel 1906 il suo segretario a ringraziare il poeta: e ne ottenne anche una bella epigrafe per l'Ospizio di Domodossola: Giovanni la inviava a quel segretario il 22 ottobre come un'offerta «su l'altare della mia patria santa e povera». [30]

Pur nel pieno delle discussioni, che per necessità qui sopra si registrano (bisogna pur valutare le vicende come furono valutate dai protagonisti!), la stima e quasi la gratitudine dei barghigiani per il Pascoli non diminuiscono: ne sono prova le elezioni parziali per il Consiglio comunale di Barga. Il poeta è messo in testa alla lista unica dei tre candidati concordati fra la «crema» e il «popolo», e proposti nella seconda metà di giugno; nel luglio compare nei giornali di Barga la sua accettazione, ripromettendosi egli di giovare all'istruzione scolastica del Comune; e il 3 settembre votano 432 barghigiani su 1005; il poeta ottiene ben 428 voti . . . Ma, nuovo motivo di doloroso dispetto, il giorno dopo viene annullata l'elezione, perché il Pascoli era, come si diceva, «forestiero», cioè non iscritto nelle liste del Comune. «Ci rimasi male»; e ci fu chi, nei giornali locali, volle sentirci una «rappresaglia della massoneria, sia per il suo orientamento nazionalista, sia per il recente discorso su La Messa d'oro». Ma egli non fece che lievi proteste; tuttavia se ne ricordò poi nelle elezioni del 1907.

Due altre occasioni lo immettono sempre piú nella vita barghigiana, dove non ostante tutto aveva nobili e utili amici. Fra i piú alti, c'era stato il sen. Antonio Mordini, che anche in Senato (come appare da certe lettere del Finali al Pascoli) si era interessato di lui; il prodittatore era morto il 4 luglio 1902: il 28 agosto del 1905 fu inaugurato a Barga, «ai piedi del cedro del Libano», il monumento che porta anche un'iscrizione pascoliana. E il commosso discorso fece ripensare e rigodere al poeta la nobile storia di quel territorio nel Medioevo, e indirettamente nel Risorgimento: quasi simboleggiando tale storia (e quella della nuova Italia) nel bel cedro «simbolo verde e perenne». Tra gli amici piú utili di lassù, accanto al dott. Caproni, era stato un altro garibaldino, Salvo Salvi, «l'uomo giusto di Barga», il buon consigliere di tutti, cui in parte Giovanni doveva il possesso e la calma della sua «Chiusa»: morí nel maggio 1903; ma il 20 settembre 1905 sulla di lui casa si scopriva una grande targa di bronzo, cui ancora il Pascoli aveva dettato l'iscrizione: e questa volta nel discorso inaugurale era la Barga semplice, laboriosa che si delineava, volta verso Castelvecchio dove il Salvi possedeva alcune terre e che il poeta aveva «udito chiamare, con ardita iperbole la Nizza del Barghigiano»; la parola dominante nel discorso era «pace»; pace per tutti, anche fra le due potestà di Roma, perché già in quell'altro XX settembre «cessato il fragore della breve battaglia ..., un Uomo, se pur cosí è lecito chiamarlo, ... con le tracce del sangue ai piedi alle mani al petto, entrava al lume delle stelle ..., anche lui entrava nella breccia di Porta Pia» e varcata una porta di bronzo offriva la croce che portava al Vecchio suo vicino che vegliava in lagrime: «Prendila, e mi rassomiglierai. Non essendo piú re, sarai piú me»! Ancora una volta, pascolianamente e con acuta ingegnosità, dal piccolo il grande.

Ma un altro episodio di questi anni vale, piú che per sé, come mezzo per conoscere le idee, le reazioni sentimentali del poeta, fatto quasi anarchico dalla fede nella bontà pietosa (o almeno dal desiderio di essa) : il male – è la sua tesi – doveva saper curare se stesso. Si tratta del delitto e del processo contro Linda e Tullio, figli del celebre medico Augusto Murri, uccisori del marito di Linda: delitto complicato polemicamente da lotte e accuse fra «laici» e «clericali». I sentimenti del Pascoli verso gli accusati concordano con quelli che praticamente espresse verso Lucheni, scrivendo Nel carcere di Ginevra: e sono specialmente le lettere al Bianchi – il quale, come corrispondente del «Corriere della Sera», seguiva a Torino il processo e ne informava il Pascoli – che ci mostrano la indistruttibile pietà del poeta: sono vive rivelazioni psicologiche. Qualche accenno è già negli scritti del marzo e del giugno 1904: e già cogliemmo l'associazione che il 29 giugno faceva fra quel delitto e l'altro in cui gli fu ucciso il padre (p. 745); ma piú intensa è la sua pena durante il processo. Il 24 febbraio 1905: «Da' per me uno sguardo di infinita pietà a quegli infelicissimi, specialmente a quel fratello che voleva che la sua sorella fosse felice; . . . e se la vede là, sotto, nella gabbia, fra i carabinieri ... Dio! Dio! come è triste la vita!» E scriveva : «per me Linda è innocente»; anche se, naturalmente, il problema umano non era lí. Sembra che il Pascoli mandasse un articolo per il «Corriere»; e il Bianchi, naturalmente in questo non molto affine di idee, trovava che vi erano solo «parole generiche»: onde la risposta in cui piú che la ragione trabocca il sentimento soggettivo. «Come? È vero che non vi sono nomi ... L'allusione è proprio ai poveri Murri, è un rimprovero solenne a quei clericali o democristiani cosí degeneri dal Cristo, da far segnacolo in vessillo la condanna ai lavori forzati d'una povera donna malata, d'un forte giovane ossesso d'amore! ... Ma io ho la sventura di non essere mai capito! Chi dice che io sono un buono, magari un grande, scrittore o poeta? Chi lo dice è una bestia! Io manco del primissimo elementarissimo pregio: quello di farmi capire!» Ancora una volta, fatto particolare, sentimento universale e motivo personale si erano fusi nel suo cuore.

Altra reazione dopo il verdetto: «Che orrore!»; e protesta contro il giornale, anzi contro Milano: «Al "Corriere" sono troppo timidi amici del vero. E Milano, in generale, mi sembra che con la grande prosperità materiale decada, di giorno in giorno, nell'idealità!» (17 agosto). Più che nel «Corriere» avrebbe voluto scrivere, come egli dice, nel giornale di Turati «Il Tempo»: «ma non so se mi abbia trattato da chierico, come certi giovinastri corruttori della idea socialista» (4 settembre). Anche non poco dopo egli tentava nuove vie a favore dei condannati, prendendo motivi e dal vecchio professore e dai due figli giovani di Linda: a Castelvecchio restano due minute incomplete di domanda di grazia rivolta al re: parlano come voce dei giovani figli stessi, quasi essi fossero pentiti di essere stati, nel processo, dall'altra parte.

Sire! Fate grazia! Fate grazia a Ninetto e Maria ... ; per loro è peggio che la morte, se vivranno e non sapranno che quel misero voto, quel settimo sí ... , è ben ragionevole attribuirlo all'insistenza e all'eloquenza dei loro patroni! ... A sé, A sé dovranno attribuire i figli quel voto! Se la loro madre ora sarà portata dai carabinieri in una galera, se sarà spogliata dei suoi panni e rivestita d'una turpe schiavina, se riceverà un numero al braccio, se sarà chiamata con quel numero, la loro mamma, se sarà segregata, guardata, chiusa tra ferriate e catenacci, se vivrà sepolta, se morrà infame, Ninetto e Maria dovranno dire col tempo: Fummo noi!...

Il padre (ucciso!) qui è come dimenticato; ma i padri appaiono nell'altra minuta, con uno dei soliti ardenti passaggi in cui il Pascoli quasi immedesima sé negli altri.

Sire, è cosa trista a dirvi e ricordarvi. Noi siamo vicini... I nostri padri furono vittime dell'uomo. Io soffersi quel che voi soffriste .. . Ebbene io giuro che preferisco che nessuno sia punito ... Mi pare che il mio padre e la mia madre e le vittime viventi o morte dicano: Meglio cosí! Non soffra nessuno! Questo io attesto con le forze dell'animo mio!

Come tutto ciò – nella consueta ingegnosità, acuita dal sentimento – è pascolianamente commovente nello stile e nel pensiero; ed è bello; e soprattutto buono; ma è giusto? [31]

Ancora un altro incidente che, se incompleto nelle carte che restano inedite, i giornali del tempo aiutano a chiarire, valse nel settembre a esagitare il Pascoli, rivelando di nuovo la suscettibilità del poeta, connessa sempre a tutto uno stato d'animo d'insoddisfazione sociale e politica. (E non ci si rimproveri questa insistenza nei particolari: ripetiamo che per il Pascoli erano fatti grandissimi; e che ne è illuminata la psicologia dell'uomo, e quindi la sua intima dolorosa ipersensibilità, e quindi una sua soggettività di poeta, e perfino certe sue forme espressive).

Il romagnolo Alessandro Fortis, allora presidente del Consiglio dei ministri, da Vallombrosa, dove era per cura, espresse, in una intervista di Carlo Paladini datata 31 agosto e pubblicata ne «La Stampa» del 3 settembre, un giudizio che intendeva essere affettuosamente lusinghiero sul Pascoli. Fra l'altro l'intervistato accomunava nella lode Giovanni e il Marradi; e piú particolarmente diceva: «Se mi trattenessi ancora qualche tempo qui a Vallombrosa, t'incaricherei di cortesemente invitarmi e condurmi qui i due bravi e modesti poeti Pascoli e Marradi, per vivere un giorno con essi in dolcissima conversazione».

Al poeta, il toscano Paladini comunicava quel giudizio accompagnando l'articolo della «Stampa», e facendo per l'invito la variante (da Vallombrosa ai colli Laziali) con una lettera del 10, che aveva un suo tono forse anche troppo familiare: «Credo che vorrai contentare il ministro ... Combineremo la gita che si effettuerà con un magnifico automobile di un mio ricchissimo amico ... Scrivo . . . anche a Marradi. Ci tratterremo a colazione col Fortis a Frascati o ad Albano . . . Ti prego di una risposta sollecita...» Questo tono non era forse il migliore per allettare Giovanni; e poi quell'intervento del Marradi non so quanto piacesse al Pascoli (tanto piú che nel giudizio del Fortis vedemmo che i due poeti erano messi nello stesso mazzo). Tutto ciò rendeva il progetto forse piú irritante che allettante. Ma, al solito, a rendere peggiori le cose c'era un fatto personale che il sentimento del Pascoli accresceva passionalmente. Era allora allo studio il progetto della linea ferroviaria Lucca-Modena; lottavano due proposte, quella per la valle del Secchia e quella piú a est per le altre del Panaro e della Lima, che avrebbero fatto capo in Garfagnana, quasi certamente a Castelnuovo: in relazione a tali progetti i Garfagnini aspettavano con ansia, che si manifestava in richieste e proteste, due tronchi ferroviari di raccordo che il Pascoli segna cosí: «Aulla Monzone 18» (chilometri), «B[agni] di L[ucca]Castelnuovo 20». C'era poi anche l'agitazione locale per il proseguimento della linea Lucca-Aulla. Nella polemica e nella incertezza il Pascoli, al solito poeta, aveva creduto di poter dire una parola decisiva proprio al Presidente del Consiglio e risolvere con quel suo tono quasi lirico una questione tecnica. Penso fosse verso la metà di agosto; un fitto foglio di minuta sta fra altri documenti e comincia cosí : «Eccellenza, nella "Tribuna" leggo un telegramma dell'8 corr.»; [32] segue un bello spazio bianco, poi le altre parole di delusione e di invito.

Quel saluto che avrebbe accomunato per un momento il modesto e solitario cultore delle lettere e il Pres. del Cons., in verità mi piaceva! Mi piaceva anche per la tenera affezione che ho sempre... per la Romagna ... E nulla invece. Non se ne farà nulla. Ella non vorrà piú intervenire. Qui non c'è piú un Comune che possa invitarla. È passata in questi miti paesi pastorali una meteora di dolore. Quell'esclusione dalla ferrovia... è stata interpretata come un'offesa... possibile per la riguardosa particolare fedeltà della popolazione...

Eppure una sola parola basterebbe a sedare tutta la tempesta... Perché non la pronunzia? Qua si contenterebbero di due tronchi minimi...E dica questa parola... La può, se crede, dire a me ..., non essendo mai per entrare nella vita politica del paese... O la dica ad altri: ma la dica. E venga. Vedrà come l'accoglieranno! ... E creda anche una cosa: un sacrificio fatto dallo Stato, in questo caso sarebbe fecondo d'insperate ... conseguenze economiche. È vero che i marmi sono bellissimi..., che il paese s'empirà di forestieri, d'alberghi, che anzi il Serchio – dove sono già ... ricche borgate operaie ... sarà pieno di officine... La deviazione porterebbe a fallimenti..., al deserto.

Tralascio la questione strategica... Capisco: non può dalla Francia piú venire il pericolo. Ma le caleidoscopiche combinazioni che oggi permettono l'accordo Francia-Inghilterra... persuadono a cercare e difendere Francia, non contro la Francia sola, ma contro tutti.

Eccellenza, scrivo, come vede, in privato ... Come mai, non essendole stato presentato? Eppure sí, una volta, le fu indicato il mio nome, a Sogliano al Rubicone. Una folata di vento...

Cosí si interrompe la minuta, ben pascoliana nei motivi e nel tono: esempio minore ma caratteristico di quella sua prosa che di un ragionamento fa una lirica, che si abbandona al sentimento e alla fantasia... E, nel pensiero, accosta e mischia il piccolo e il grande, quasi non sentendone le differenze. Se altrove indicai certi rapporti di questa prosa, per esempio, col Tommaseo, ora qui mi avviene di sentirci anche il Mazzini delle lettere politiche. [33]

Questa minuta si trova fra le carte pascoliane; ma una lettera probabilmente simile ad essa, partí (verso il 15 agosto?) perché su quella minuta è incollato un talloncino di raccomandata: «Mittente Prof. Giovanni Pascoli; Destinatario Alessandro Fortis; Destinazione Roma» che nel timbro ha una data «15» (il resto illeggibile).

Come era da prevedere, la lettera rimase senza risposta: e in tale tempo e durante lo stato d'animo pascoliano d'allora giunse la proposta del Paladini. Non c'è da meravigliarsi se al povero intermediario capitò addosso una anche piú aspra risposta (e si noti che si passa dal «tu» al «lei»).

Egregio signor Paladini, io non ho finito di leggere la sua lettera, tanta è l'indignazione che ha suscitato in me sin dalle prime righe. Avevo letto il suo articolo sulla «Stampa», avevo appreso da quello, che l'on. Fortis avrebbe gradito che io fossi portato da lui come un bimbetto a prender le chicche e a lasciarsi prendere il ganassino. Ma io sono quasi vecchio, e a forza di patire ho imparato a vivere, a rispettare e a farmi rispettare. Dica all'on. Fortis che, se mi conosceva, doveva rispondermi in qualche modo quando gli scrissi; se non mi conosceva... Ma è proprio vero che non mi conosce! Parlare di queste miseriole in presenza delle grandi tragiche miserie della nostra Italia è cosa miserabile. Ma tanto è. Mi creda suo dev.mo Giovanni Pascoli

11 7bre 1905.

Cosí finivano l'episodio e le speranze del Pascoli: il quale solo anni dopo poté essere lieto del fischio non piú lontanissimo che, pur sempre nel 1905, aveva sognato di udire commemorando a Barga Antonio Mordini: «Barga ... sogna guardando . . . il Serchio: sogna che un buon vento le rechi un rumore ... ; il rumore non dura continuo come quello del Serchio, ma s'interrompe, e un debole fischio . . . arriva sino al "giardino", sino al "fosso", sino all"arrengo"... È la vaporiera. O sogno di tutta la valle!» [34] Intanto però, oltre alla sua suscettibilità, il poeta aveva mostrato – e col Presidente del Consiglio – anche un franco coraggio. Non era dunque soltanto un «fanciullino» o un «arcade».

Nel tempo che pareva segnare la fine di queste vacanze estive (protratte poi invece fin oltre il termine dell'anno) una duplicata morte addolorò i fratelli. Il 9 ottobre Giovanni scriveva al Caselli: «Stamane abbiamo accompagnato al camposanto Zi Meo, morto nella mezzanotte fre il 7 e l'8. Anco questa!» Forse lo Zi Meo meritava di piú che questa frase, per la amichevole fedeltà costante e anche coraggiosa, per quel suo mostrarsi utile senza servilismo, per il bonario divertimento procurato al poeta che amava scherzare con lui, e per quel suo popolaresco sentenziare e quel vivace parlare toscano che è difficile valutare quanto abbia servito al Pascoli. Anche per l'aspetto (di «medaglia romana») doveva essere piaciuto al Pascoli, e per quel suo carattere seriamente bonario e meditatamente pratico che Giovanni colse in due occasionali tocchi poetici: nella chiusa del Ciocco, dopo le grandi riflessioni cosmiche del contemplatore del cielo, quando invece il vecchio «mormorò tranquillo: – Stellato fisso: domattina piove»; e alla fine del canto allo Zi Meo, che descrive quel funerale campagnolo, quell'ultimo addio dopo che la gente ha gettato «le zolle sul tuo cuor fraterno», e sembra che sia il vecchio a dir l'ultima – e ancora una volta austeramente serena – parola: «Andate – alla vendemmia non ancor finita!»

Per l'altra morte... lasciamo parlare Maria in una lettera che riassume tutta la situazione domestica di questi ultimi tempi.

Carissima Ida, Giovannino ti manda il tuo mesino di Ottobre. Ieri giunse il pacco con la salsiccina romagnola e subito l'assaggiammo. È bonissima. Grazie del dono e del pensiero. Noi vorremmo mandarti delle castagne della nostra selva, ma quest'anno sono anche piú piccole e imperfette degli anni scorsi ...

Oggi abbiamo pianto molto tutti e due. È morto il nostro povero Merlino, la voce della nostra casa, quello che ci aspettava da solo ai nostri ritorni, che rallegrava anche le fredde giornate d'inverno. Anche ieri sera mi fece i suoi versini. Pare sia stato un colpo. È rimasto vicino al suo barattolino senza poterlo nemmeno cominciare. Poverino! La provvista che gli era stata messa in gabbia stamane è rimasta intatta! Anche Gulí se ne è accorto e ha abbassata la coda e dopo colazione ha rigettato. Tutto finisce quaggiù!

Non sappiamo quando andremo a Bologna: il decreto firmato non è ancora giunto. Ci fanno allungare il collo e perdere molta molta di quella energia che ci sentivamo in principio. Finora a Pisa non siamo ritornati e non sappiamo piú nulla, nemmeno di Falino che è là con la famiglia e che deve essere tremendamente istizzito con noi. Anche l'altro non ci dà pace e fa scrivere e chiedere anche alla sua moglie.

Siamo piuttosto addolorati. Scrivici qualche buona parola. Bacia le care bimbe e saluta Salvatore anche per Giovannino. A te tante cose da lui e dalla tua    Mariú

Castelvecchio, 28 Ottobre 1905.

Nell'attesa del trasferimento a Bologna, cui qui si accenna e che vedremo quando e come avvenne, Giovanni non tornò piú a Pisa: e finí l'anno a Castelvecchio, compiendovi quelle «tristissime, sterilissime vacanze», come scrisse l'11 novembre al Bianchi.

Ma quasi a dare a questi giorni di trasferimento un presagio non lieto, Giovanni è perseguitato da notizie di morte. Molto malato sappiamo che era Severino Ferrari, e per lui, a intercessione della moglie, dovette ora intromettersi in un affare anche Giovanni. L'editore E. Sarasino, che nel 1892 aveva stampato i Versi del Ferrari, voleva proprio ora farne una ristampa, con una prefazione del Pascoli o del Marradi: e ne scriveva alla moglie Ida Ferrari il 12 ottobre; il 17 si rivolse anche al Pascoli chiedendo a lui la prefazione, «uno dei suoi gioielli che V. S. solamente sa fare»; e aggiungeva che il libro doveva essere dedicato al Carducci! Modi e cose che non valevano certo a entusiasmare il Pascoli: tanto che si trova d'accordo con la moglie del Ferrari – cui il Pascoli scrive – nel non accettare la ristampa: essa non sarebbe opportuna «ora che non si può parlarne con Severino», rispondeva la signora Ida il 20 ottobre all'editore, dandone il 23 notizia a Giovanni. La ristampa tuttavia fu fatta lo stesso, e il Sarasino, scrivendo il 21 dicembre alla signora Ida, reagiva alle proteste e alle minacce... Ma pochi giorni dopo giungeva a Castelvecchio questa ben piú triste lettera di una scolara di Severino, amica dei Pascoli.

Illustre professore, l'amico dilettissimo Severino Ferrari non è piú. La disgrazia è avvenuta stamane: da Pistoia egli sarà trasportato a Bologna, forse martedi.

È un dolore ineffabile. Le dò il tristissimo annuncio a nome di queste povere donne desolate che conoscono il cuore e l'affezione sua e di Maria. Ossequi.   STELLA CILLARIO

Via Cavaliera 20, 24 dicembre 1905.

Anche per questo parve che un ultimo ostacolo fosse tolto all'andata a Bologna: colui che fu l'aiuto del Carducci non era piú; e il Pascoli poteva dire: «La morte di Severino mi chiama là».

Ma ancora non era finita: quando Giovanni partiva da Castelvecchio per Bologna, pure una piccola amica stava per andarsene per sempre: l'Isabellina malata, la nipote dello Zi Meo Caproni, cui il poeta sembrava aver pregato migliori fati con il canto di Italy. E spirava proprio mentre il Pascoli – la notte fra 1'8 e il 9 di gennaio – dettava le ultime parole della «angosciosa» Prolusione bolognese. Ecco la bella e commossa lettera al padre della piccola morta.

Carissimo Enrico, la trista notizia ci ha portato molto dolore. Sí: la poverina soffriva troppo; sí: quell'angioletto sarebbe rimasto infelice: è vero: ma ella amava la vita, amava suo padre, amava tutti quelli che l'amavano e le sorridevano! Voleva restare, sia pure a patire. E invece se n'è andata. Confortiamoci con la nostra fede di fanciulli.

Pensiamo che ella ora stia meglio di noi, e che ci guardi con pietà dall'alto.

La notte che fu l'ultima per l'Isa, fu per noi dolorosa, anzi angosciosa. Io dettava il mio lavoro a Maria, con voce spenta. Piú in là di mezzanotte io non ne potevo piú, e lasciai il lavoro a mezzo, e andai a letto per provar di dormire. Mariú vegliava. Quando Mariú mi destò dopo le quattro, verso le cinque del mattino, io avevo la mente fresca e potei finire il mio lavoro e recitarlo lí a poche ore con molto successo. L'Isa era già lassú, e aiutava noi che le avevamo voluto bene. Cosí è, povero nostro Enrico! Ci dispiace di non essere costà per ragionare della buona soave morticina!

Dica all'Attilia che ci dia particolari della sua fine e del suo trasporto. L'iscrizione vorremmo farla noi. Un abbraccio, amatissimo Enrico, da    Giovanni Pascoli e un saluto pieno di mestizia da   Mariù

15-1-1906

E la dolce commossa epigrafe per quel «fragile fiore portato al sole d'Italia – ché ti guarisse» la salutava tristemente «quando partisti per sempre a dodici anni».

Ancora una volta i documenti, nel succedersi del tempo, ci hanno portato a Bologna. È ormai ora, prima di lasciare il 1905, che accompagniamo Giovanni verso la sua ascesa maggiore e il suo malinconico calvario: alla cattedra del Carducci.

CAPITOLO VI

LA NOMINA ALLA CATTEDRA CARDUCCIANA

(1905)

LA LUNGA INDECISIONE

Come un bombire di tuoni via via annuncia la tempesta, cosí lungo la fine del 1904 e il 1905 sentimmo il brontolare di un fatale preannunzio. Ai primi di novembre del 1904 si era confermato, anche in una lettera del Regio Commissario allora reggente il Comune di Bologna scritta al Maestro, che il Carducci intendeva chiedere il collocamento a riposo; tanto che prima della fine del mese si propose alla Camera una legge per una pensione speciale (12.000 lire) : e il decreto fu firmato dal re il 23 dicembre.

Qualche giornale accennava già alla difficile scelta de «il successore» (cosí intitolava un articolo nel «Resto del Carlino» del 21 dicembre Giulio De Frenzi) ma lo stesso giornale ricordava il 31 come fosse poco rispettoso parlare di ciò, mentre il Carducci era ancora in servizio. Intanto però Bologna continuava a onorare il Maestro prossimo al riposo: e il 1° gennaio 1905 il «Carlino» dedicava intera la prima pagina a «L'Omaggio d'Italia a Giosuè Carducci», in cui tutti i grandi personaggi della cultura e della politica esprimevano un rapido pensiero sul poeta maestro. Solo però nel giorno seguente – ma con data «Castelvecchio, 31 dicembre 1904» – compariva anche il Pascoli: «Dunque, ritornato a Bologna, non potrò, seduto al mio vecchio posto, ascoltarlo piú? ... Sono otto anni che la sua ultima lezione echeggia in me, risonando da tutti gli angoli della mia anima ...»

Ma fin qui, e per qualche tempo ancora, non si ode almeno in pubblico suggerire il nome del Pascoli per la successione: anche nella cerimonia per la consegna dei Premi V. Emanuele, il 9 gennaio, il rettore Puntoni in persona salutava il Carducci «che è ancora ufficialmente dei nostri...»

Eppure era già in moto la preparazione della successione pascoliana: e di questo lungo, tenace, incerto lavorio potremo per la prima volta su documenti e notizie precise e nuove – specialmente su quelle ben raccolte insieme a Castelvecchio – narrare la storia e vedere come per impulsi esteriori e penose e quasi subcoscienti suggestioni interne il Pascoli giunse alla cattedra carducciana di Bologna.

Fu inaspettatamente il giorno di natale 1904: al rettore Vittorio Puntoni – già amico e collega del Pascoli a Bologna nel 1896 e certo al poeta legato anche dalla particolare stima e affinità onde tutti e due erano maestri di lingue classiche – venne subitanea e chiara l'idea di proporre Giovanni a successore del Maestro (ora che Severino era cosí ammalato»). Forse quel nome era affiorato qua e là: ma il Puntoni tentò un poco e in segreto il terreno attorno, poi risolutamente scrisse questa lettera.

Regia Università di Bologna

           Il Rettore

Addi 25 dicembre 1904

Caro Pascoli, una dimanda senza tante circonlocuzioni. Se tu fossi designato dallo stesso G. Carducci a succedergli nella sua cattedra di letteratura italiana a Bologna, accetteresti la nomina e il posto? Della nomina, dopo la designazione del Carducci, ti garantisco io personalmente per accordi presi in questi giorni col Ministro dell'Istruzione.

Devi rispondermi tassativamente sí o no, senza restrizioni né dubbi né altro; e nel caso affermativo, possibilmente per telegrafo con un semplice «accetterei». Naturalmente io mi aspetto, e subito, un sí; con questo tu mi darai una prova di amicizia vera e di piena fiducia verso di me; con un no, invece, aspettati un sacco d'improperi dal tuo aff.mo  V. PUNTONI

DS. L' superfluo ti aggiunga che nessuno sa nulla della cosa, e che tutto deve rimaner segreto, fra me e te, fino al pronunciamento, per cosí dire, ufficiale del Carducci: la nomina verrebbe fatta subito dopo, con velocità telegrafica, e (ti assicuro) con grande plauso di tutti. Dammi il tuo preciso indirizzo. Addio.

La lettera (povero Giovanni, che il 27, certo prima di conoscere questa novità, scriveva al Caselli: «Vieni ... staremo allegri ... C'è molta serenità nei nostri animi ...») era paurosamente allettante: si metteva avanti il Carducci, si assicurava l'approvazione ministeriale, si cercava di impressionare poco il Pascoli trattando la cosa non solo segretamente ma anche quasi scherzosamente...: c'era ben da fidare in un rapido (per telegrafo!) sí o no! Ma qui falliva la lucida psicologia del Puntoni (e un poco anche quanto alla fiducia nella «velocità» burocratica)! Naturalmente (e questa volta aveva un po' di ragione anche il Pascoli) silenzio da Castelvecchio. Onde, il 30, una sollecitazione telegrafica a Barga.

Bologna 3012904

Deciditi rispondermi affermativamente onde io possa procedere. Pensa alla responsabilità che incontreresti non dichiarandoti pronto e disposto.   PUNTONI

Tutto segreto: ma tra le vibratili anime dei poeti si vede che il segreto non esiste: o piú probabilmente era stato proposto anche l'altro nome e forse direttamente dal Pascoli stesso. Di fatti, subito e solo; ancora quel 30 dicembre giungeva quest'altro telegramma :

Settignano 30-12-904

Nessuno piú degno di te mio buon fratello. Io rimango nella mia lotta. Grazie della parola sincera. Mando il dolce pane a Mariú. Ti abbraccio teneramente. Il tuo    GABRIELE

Una prima risposta dovette finalmente giungere al Puntoni: ma purtroppo piena di dubbi; e se si tacevano quelli interni si affacciavano subito quelli esterni: Carducci (per timore) Ferrari (per affetto). Ma il Puntoni chiarisce e insiste.

Addí 5 gennaio 1905

Caro Pascoli. E come puoi dubitare cosí della stima e dell'affetto che ti porta il tuo grande Maestro? Con Carducci parlai di te sulla fine dello scorso anno; ed egli si mostrò lietissimo che io gli facessi il tuo nome e glielo indicassi come possibile successore. Ad ogni modo, quando Egli ritornerà da Faenza lunedí prossimo, provocherò esplicitamente il suo assenso.

Voglio poi io stesso andare incontro a un tuo scrupolo (son certo che l'hai nell'animo). Severino t'ama come fratello e sarà ben lieto di riaverti collega qua. Egli, cosí ammalato com'è, non pensa neppure per sogno alla cattedra d'Italiano, e rifiuterebbe decisamente. Credo però che gli riuscirà gradita una manifestazione della Facoltà, e son sicuro che tu stesso godrai che a Severino sieno usati tutti i riguardi che si debbono a chi per tanti anni fu supplente del Carducci.

Nella prossima settimana ti scriverò: intanto tu dammi la confortante notizia che sei deciso a venire. Ricordami alla tua buona sorella che ebbi l'onore di conoscere qui a Bologna; e abbimi sempre tuo aff.mo amico   PUNTONI

DS. Serba sempre il segreto su tutto questo.

 A dare piú urgenza alle trattative sorge improvvisa anche una azione degli studenti, che il 24 gennaio si adunano all'Università e votano un ordine del giorno col quale decidono di «astenersi da ogni lezione "fino a che duri" il danno e la vergogna» della cattedra d'italiano vacante; il 25 parlano col rettore Puntoni, il quale ricorda che bisogna attendere la notizia ufficiale del collocamento a riposo del Carducci, e che per ora non si potrebbe far altro che rimuovere dall'incarico il bravo Ferrari, adesso malato, nominando un altro incaricato. Appena giungesse notizia del provvedimento per il Carducci, la Facoltà avrebbe subito provveduto. Cosí gli studenti si indussero a riprendere le lezioni; però il Puntoni ci tenne a dichiarare che la notizia «di sollecitazione fatta dal Rettore presso il Ministro è assolutamente destituita di fondamento» (il che era vero; però... Non si poteva offendere il Carducci, ma nemmeno far sapere che le proposte per la successione erano state già iniziate presso il Ministro proprio da lui, come faceva capire nella lettera del 25 dicembre).

Intanto però la Facoltà — essendo purtroppo superata la difficoltà che riguardava Severino, il quale dal 18 gennaio era stato chiuso nella casa di cura di Collegigliato – provvedeva subito all'incarico, affidandolo al prof. Papa (30 gennaio): questi il 15 febbraio fece la sua prolezione. Proprio in quello stesso giorno, e può darsi per suggestione del Puntoni, compariva per la prima volta pubblicamente e quasi officiosamente il nome del Pascoli: erano gli studenti che inviavano al professore dell'Università di Pisa questo telegramma: «Studenti lettere Ateneo Bologna esprimono voti perché glorioso retaggio cattedra Giosue Carducci sia a voi affidato».

Davanti alle incertezze del Pascoli e alle prime designazioni pubbliche, l'energico rettore Puntoni agisce su due fronti: corre a Pisa a cercar di persuadere il Pascoli (questi il 21 febbraio scriveva al Caselli: «Venuto or ora il Puntoni. Sta perfettamene zitto. I risultati del colloquio o verrò io a dirteli o verrai tu a sentirli»). Contemporaneamente, pare cercasse di portare in linea i pezzi piú grossi: cioè il Ministro in persona, che con diplomatica genericità scrisse anche lui a Pisa.

Ministero dell'Istruzione

        Il Ministro

Roma, 12 Febbraio 1905

Illustre Professore. Gradirei parlarLe: ma non v'è alcuna urgenza, né è necessario che Ella s'incomodi a venire appositamente. Se però nel prossimo mese di Marzo avrà occasione di passare per Roma, venga a vedermi e mi farà piacere.

Coi miei piú distinti saluti mi creda dev.mo    Orlando

Forse altrettanto diplomatica fu la lettera del Pascoli: onde – e questa volta tutta di suo pugno – ancora il Ministro.

Roma, 26 febb.

Illustre professore, la sua lettera, nella sua stessa cortesia, mi imbarazza alquanto. La ragione per la quale desideravo vederla non ha alcuna urgenza, ed ha un'importanza relativamente mediocre. D'altra parte, ella dice che il venire appositamente non le dà fastidio. Sí; ma fino a qual punto questa Sua affermazione è dovuta a cortesia? Certo, l'argomento cui ella allude nella lettera Sua è senza confronto piú meritevole di una conversazione fra noi, che non quello onde io mi indussi a scriverle. Fra tanti dubbi, preferisco rimettermene a lei: venga quando potrà, e, di tutte le ragioni che potranno darvi causa, la principale e a me la piú gradita è quella di poter conoscerla personalmente. Con saluti cordialissimi dev.mo Suo   Orlando

Questa volta, in tale gara di gentilezze che non affrontavano la sostanza, aveva però ragione di essere dubbioso anche il Pascoli! Ma ecco che la pratica si intralcia per una crisi ministeriale: il buon Puntoni stesso è ora meno sicuro, e deve rispondere con piú lentezza con piú incertezza alle richieste dell'amico (come accadeva allo Zanichelli).

Bologna, 16 marzo 1905

Caro Pascoli. Non ti ho ancora scritto, perché volevo veder prima come si risolveva la presente crisi ministeriale. Tu capirai, che se cadesse Orlando, crollerebbe tutto il nostro edifizio. Orlando aveva in animo, date certe assicurazioni, d'interpellare il Carducci: un nuovo ministro farebbe lo stesso? Qui sta il punto. Nulla da fare, quindi, per ora. Quel che è certo però è che, in ogni caso, per Pasqua non sarebbe possibile concludere: il tempo è troppo ristretto.

Lo Zanichelli mi ha mostrato la tua lettera: anche lui ti scriverà in proposito. Ma naturalmente non può che fare delle aggiunte a quanto ti dico io con questa. Sta di buon animo; e continua a voler bene al tuo aff.mo       V. Puntoni

  E la lunga crisi mutò davvero il ministro Orlando nel Bianchi (28 marzo), il quale pure si curò – ma forse meno personalmente – della pratica.

Vero è che intanto cominciava o si accresceva il clamore della disputa, delle proposte e specialmente delle sollecitazioni al Pascoli (già sempre esitante per sé; e che cercava di tenere il segreto: «Ma come e da chi l'hai saputo?» chiedeva il 24 marzo al Federzoni; eppure anche il Pistelli ne sente vociferare a Firenze, e lamenta le «brutte figure» che non dicendogli niente gli «fa fare Zvani»: 11 maggio; ma per S. Giovanni gli faceva i rallegramenti). [35] Né mancavano certo le malignità e le opposizioni. In testa fra i favorevoli sono, come si è detto, gli studenti bolognesi, certo guidati dal Puntoni (telegramma del 15 febbraio e comizio nel cortile dell'Università prima degli esami estivi); ma anche altre persone hanno nobilmente su lui influito, come il dotto (ed eroico) triestino prof. Giacomo Venezian che, nel fargli da Bologna gli auguri di Pasqua, scriveva: «Oggi che ufficialmente è vacante la cattedra del Carducci, piú intensamente si rivolge il pensiero di tutti al solissimo degno di occuparla» (e citava a conforto i colleghi Rossi, Brini, Costa...): doveva però accennare a «la preoccupazione che piccoli ostacoli o malintesi si frappongano» alla soluzione. «Poiché a superarli può concorrere un po' di buona volontà da parte tua, lasciami esprimere il voto che tu ce la metta». Ma certo i dubbi del Pascoli non potevano che favorire gli oppositori (o i concorrenti!). Ed è un danno che manchino le lettere del poeta a illuminare direttamente su queste incertezze: per lo piú si limitava a tacere, e anche il 24 marzo scriveva a Giovanni Federzoni da Barga: «Ti ringrazio. La tua parola mi giunge spesso con gli accenti piú soavi dell'amicizia. Ma come e da chi, hai saputo? Io non ho parlato né qui né costí».

Con la dichiarazione ufficiale di vacanza della Cattedra di letteratura italiana di Bologna (2 maggio) la pratica prende la via ufficiale. Il Consiglio di Facoltà, anche in risposta a interventi di giornali specialmente romani, ha ormai deciso di proporre, entro i termini prescritti per le nomine dell'anno scolastico futuro, cioè nel giugno, la nomina del Pascoli: ma proprio in questo periodo preparatorio si rivela una delle ragioni per cui in Facoltà v'erano dei tentennanti a suo riguardo: e non già – come sarebbe stato prevedibile – per la sua preparazione a quella cattedra per lui nuova, ma per un poco di sfiducia nella solerte attività didattica del futuro professore. Il ricordo dei ritardi, delle assenze, delle dimissioni fra il 1895 e ili 1897 era ancora presente nella mente di alcuni vecchi colleghi, ma specialmente nel reincaricato «caro ma severo» preside della Facoltà, Francesco Bertolini; [36] il quale volle scrivergli cosí (si capirà con quale irritata agitazione del Pascoli).

Facoltà di Filosofia e Lettere

Confidenziale   Addí, 5 nov. [errore per giugno] 1905

Illustre Collega. È intendimento del nostro illustre Rettore e mio di proporre la S. V. Ill.ma, nella prossima adunanza della Facoltà, a successore nella cattedra di Giosue Carducci di letteratura italiana.

Io però, nella mia qualità di preside, memore di quanto avvenne nel tempo in cui Ella tenne la cattedra di grammatica grecalatina in questo Ateneo, devo farle una preghiera ed è di assicurarmi che, ritornando fra noi, ciò che è avvenuto allora non si rinnoverà. Avuta questa assicurazione, io Le darò il mio voto, con la convinzione che non si potrebbe dare al Carducci un successore piú degno.

La saluto cordialmente. Suo aff.mo collega    F. BERTOLINT

La lettera fu addolcita da quest'altra del buon Puntoni.

Confidenziale      Addí 5 giugno 1905

Caro Pascoli. In una prossima seduta della Facoltà il Preside farà la proposta della tua nomina a ordinario di Letteratura Italiana a Bologna. Il Preside crede, anche lui, che non ci possa essere successore di Carducci piú degno di te. Aveva però degli scrupoli per ciò che riguarda la tua diligenza d'insegnante: un residuo d'impressioni da lui ricevute quando tu eri a Bologna. Son riuscito a persuaderlo, che tali scrupoli ormai non possono piú ragionevolmente aver luogo; ma non sono riuscito ad impedirgli di scriverti in proposito una lettera, che tu devi interpretare per quello che vale; cioè, per un'affermazione di dignità presidenziale, come la intende il nostro (ormai dirò cosí) collega Bertolini.

Non ti suggerisco la forma della risposta, che tu, signore della parola, saprai trovar meglio di qualunque altro. Quel che mi preme, è che tu lo ringrazi, ossia che tu faccia capire che non rifiuterai l'offerta. Qui sta il punto!

Saluti cordiali dal tuo aff.mo             V. Puntoni

Lo incuorava anche un telegramma del Venezian «bene augurante alla vigilia della deliberazione» (7 giugno). La risposta del Pascoli al Preside, senza data, si rivela un poco risentita; evidentemente non vuole umiliarsi a dare assicurazioni escusatorie; dice (e se avessi ora una cattedra ...») ma anche non dice (tirando in ballo gli addolorati colleghi pisani).

Caro e illustre Maestro, io non voglio tornare sulle cause che mi fecero, in quell'anno di cattedra di grammatica, apparire cosí negligente. Mi basta affermarle che se avessi ora una cattedra di lettere italiane, mi sarebbe insufficiente il tempo che dà il regolamento a quella disciplina, e che raccatterei, perciò, i minuti. Ma non mi pare mio destino ritornare a Bologna: troppi incoraggiamenti mi ci vorrebbero! E nella depressione in cui si trova, per molteplici ragioni, ora il mio spirito, non mi sentirei la forza di sostenere i rimproveri e il rammarico di quelli che mi hanno caro a Pisa.

Grato a lei delle parole buone e per nulla offeso della sua buona memoria, mi segno della S. V. ill.ma dev.mo    Giovanni Pascoli

Il giorno 9 la Facoltà di Lettere [37] finalmente deliberò di proporre quale ordinario di Letteratura italiana Giovanni Pascoli, e come pare all'unanimità (cosí confermano i giornali del tempo e anche la lettera del Ministro del 13 ottobre).[38] Pronta, ma tutt'altro che perentoria, fu la risposta alla subita comunicazione del Rettore.

Barga 10, ore 18 e 5

La tua voce che mi chiama alla grande prova della mia vita mi rende pensoso piú che lieto. Sarebbe molto mostrarsi non indegno discepolo piuttostoché degno successore di Giosue Carducci. Il mio cuore va a Collegigliato. Non sono lieto davvero, ma grato sí. Prego esprimere questa gratitudine illustre preside Facoltà, cara Facoltà di maestri e compagni.  Giovanni Pascoli

Ma non cessano nemmeno ora le pressioni in direzione opposta. Leva anzi ora la sua voce con solennità dolente e fraterna l'Università di Pisa. Subito il 10 giugno la Facoltà di Lettere si convoca in «adunanza straordinaria»; ma il rettore D. Supino già per conto suo scriveva al Pascoli, in pari data, una lettera che è piú che officiosa; e subito il 10 stesso gli trasmetteva la deliberazione della Facoltà associandovisi pienamente.

R. Università degli Studi di Pisa

Facoltà di Filosofia e Lettere

Adunanza straordinaria del di 10 Giugno alle ore 1½ (1905). Presenti i professori Paoli, il quale funge da Preside nella sua qualità di professore anziano, Zambaldi, Tartara, Biadene, Tarantino, Mariani, Cian, Iaja, Goidanich, Costanzi, Lupi, Formichi.

La Facoltà unanime prende la seguente deliberazione:

«La Facoltà, avuta notizia della proposta fatta dalla Facoltà di Filosofia e Lettere di Bologna nella seduta di ieri, che a succedere a Giosuè Carducci nella cattedra di letteratura italiana sia chiamato Giovanni Pascoli; congratulandosi coll'illustre ed amato collega dell'altissimo e meritato onore; unanime esprime il vivissimo desiderio che egli non si allontani dall'Università pisana di cui è invidiato ornamento».

La Facoltà incarica il Preside di trasmettere per mezzo del Signor Rettore tale ordine del giorno immediatamente al Professor Pascoli. Il Preside   Il Segretario

A. PAOLI    CARIA FORMICHI

Cosí il Pascoli si trovava proprio fra chi lo incalzava da una parte e chi lo spingeva dall'altra. Oltre alla Facoltà e al Rettore, facevano pressioni personali per Pisa il Cian e il Biadene (12 giugno); per Bologna, oltre al Puntoni e alla Facoltà e agli studenti, ecco subito è ancora per primo il D'Annunzio con altro suo telegramma:

Firenze, 10-6-05

Conosco ora la designazione della facoltà di Bologna. Sono felice che il mio voto si compia e che alla cattedra gloriosa sia esaltato il piú degno. Lascia intanto abbaiare i cani e prosegui sereno l'opera tua inviolabile. Ti abbraccio. Gabriele d'Annunzio

E per Bologna si muovevano anche, fra altri, il Venezian, il Pullè (14 giugno), il Federzoni, lo Zanichelli, il Pistelli (24) e perfino vecchi scolari (Ugo Conti, che con lettera del 13 lo ricordava insegnante di greco nel 1877). Anche il Senato era diviso: e nella seduta del 27 giugno (un ritaglio di giornale fu trasmesso al Pascoli dal rettore Supino) il sen. Codronchi «plaude al passaggio del Pascoli all'Università di Bologna e si augura che questo sia presto un fatto compiuto (Bene, bravo)»; il ministro Bianchi dice «di non avere alcuna difficoltà» per quel trasferimento: però «dovrà forse applicare l'art. 69 della legge Casati», cioè fare la nomina per meriti eccezionali, il che lasciava sottintendere difficoltà burocratiche (forse perché il Pascoli non aveva mai fatto concorsi o insegnato nella nuova materia). Ma il sen. Dini «fa voti che il prof. Pascoli rimanga a Pisa, di cui è alto decoro». E anche qui: «Bene».

Fra tante suggestioni come poteva essere calmo e risoluto uno come Giovanni, perplesso già per natura? Deve essere esatto ciò che scrisse il Cian: «in quella gazzarra di candidature, di polemiche, di commenti ... bersagliato da lettere, telegrammi, invocazioni ..., il Pascoli in quei giorni mi aveva l'aria smarrita, quasi d'un navigante in gran tempesta». Né ci soccorrono, per questo tempo, lettere e confidenze alla sorella Ida; una sola – e nemmeno conservata a Castelvecchio, ma trattenuta dalla sorella – ha qualche accenno. È del 29 giugno, da Pisa.

Cara nostra Ida, in fretta e furia. Ti mandiamo il tuo mesino di giugno, cosí in ritardo, poverina! ... Noi siamo qui per gli esami. Venerdi sera, o al piú tardi sabato mattina, risiamo a Castelvecchio. Falino è qua solo, non troppo contento, a volte però allegro. Non sappiamo se si fermerà davvero. Noi siamo ben risoluti di andare a Bologna, se appena appena si potrà con mia dignità! Del resto, è uno scatenamento d'invidia, ma anche una proruzione d'amore. Qua tutti mi vorrebbero, e mi farebbero chissà quali condizioni se rimanessi. Ma seguiremo la voce dei nostri morti. Io non sono stato chiamato a Roma, quindi non ho potuto ancora far nulla per Salvatore. Ma ci penso sempre, e voglio riuscire. A ottobre spero che verrà, secondo la promessa, a mettermi in ordine il giardinetto. State allegri. Pensa a educar bene e a istruire meglio che puoi le care tre bambine ...

Grazie, Nannina, della tua letterina. Tu scrivi molto meglio di me! E hai avuto un pensiero che a me è sfuggito. Ma compatiscimi: dei pensieri ne avevo, specialmente in quei giorni, troppi altri! Vostro

Pisa, 29                                         GIOVANNI

Quali dunque potevano propriamente essere i sentimenti lottanti nel cuore del poeta? Certo, come moto immediato, egli deve avere avuto un impeto di soddisfazione e l'impulso per il sí: era finalmente il riconoscimento, e il piú alto, dopo una lunga vita di umiliazioni, di stenti, di lavoro... E certo anche Maria era, in questo, con lui: lo dice il fratello stesso al Cian il 13 giugno e Maria lo conferma nella lettera al Sindaco di Bologna ricordata in nota a pag. 792: «Per indurlo a venire a Bologna l'abbiamo dovuto persuadere per un anno intero». Ma le considerazioni dovevano essere piú complesse e incerte.

A dargli incertezza poteva sí influire, ma non tanto, il pensiero di affrontare una materia nuova, ma forse di piú la riflessione che su quella cattedra era stato il Carducci, tuttora vivente: e non solo per un timore di paragone, ma anche proprio per quella trepidazione insieme reverenziale e antagonistica che aveva verso il Maestro: ce lo fanno intendere le lettere scritte al Pascoli il 5 gennaio e il 7 luglio, donde si deduce che piú volte questi aveva chiesto quale fosse il parere del Carducci. Certo appare che nessuna opposizione venne dal Maestro; anzi, a chi lo interrogava, egli espresse opinione favorevole; azione però, la sua, non positiva e senza iniziativa. Il Puntoni fin dal principio subordinò la proposta alla «designazione» da parte del Maestro (25 die. 1904) e si sa che un po' genericamente a lui lo indicò come «possibile successore» e di ciò il Carducci fu lieto (5 genn.); ma pare non se ne parlasse ufficialmente: tanto che la cosa non era chiarissima nemmeno al pur tanto favorevole ministro Orlando (16 marzo). Questa incertezza durò fino al momento della proposta ufficiale in Facoltà, e pare che prima se ne parlasse al Carducci, quasi occasionalmente, «da un professore» (l'Acri) e che egli assentisse «per iscritto» (lett. del 7 luglio). Tuttavia anche in questa occasione, direttamente, fra i due ci fu il silenzio, come in tante altre cose riguardanti il Pascoli. Finalmente al momento dell'accettazione, il Carducci – ma era ormai malato – mostrò una lieta commozione nel rinnovato avvicinamento. [39]

Indispettivano o intimorivano poi il Pascoli anche le malignità dei critici» le quali lavoravano contro di lui (al Federzoni, 28 sett.); e le formalità burocratiche: poiché si apprendeva che quella nomina poteva presentare qualche difficoltà, non solo dal Ministero, ma anche da parte del Consiglio superiore dell'Istruzione; e, come vedremo, Giovanni si irritava che fosse stato applicato l'art. 69 (dei meriti eccezionali) per il Trombetti e si esitasse per lui. C'erano poi tutte le lentezze romane per una decisione, la quale nel dicembre del 1904 al Puntoni era sembrata di giorni e invece si protrasse quasi per un anno, lasciando Giovanni in quelle sue tanto sofferte incertezze... E poi, figurarsi che cosa poteva essere il prendere una tale decisione per il Pascoli...! Eppure quando sembrava dir di no, era forse piú per irritazione che per convinzione.

A sospingerlo invece c'era quel giusto orgoglio di tornare onoratamente a Bologna, e come in Romagna, dove altri tanto tempo fa sembravano aver vinto, stroncando – intangibili! – una famiglia...: era come una vendetta, una rivendicazione; e poi tornava, al posto del Carducci, lui che di fronte a tanti condiscepoli pareva essere stato cosí trascurato dal Maestro: né c'era piú Severino, ormai finito, cui dare dispiacere, anche se ciò era triste: «Venire a Bologna e non trovar lui?! Anzi venire, perché non c'è lui?!» scriveva alla moglie del Ferrari il 26 giugno... E poi gli sembrava quasi che fossero i suoi morti, dal cimitero tra San Mauro e Savignano, a chiamarlo, ripetendo press'a poco le parole del padre: «Ma se alcuno di loro, dallo stento – della sua giovinezza, a poco a poco – avesse alzato, oh! non la fronte e il mento – ma il cuore! ... se ... – un grande fosse l'orfano digiuno!» Come sempre, era piú un fluttuare di sentimenti, talvolta quasi subcoscienti, che non un allinearsi proprio di ragioni. E in tale stato d'animo, come spesso, si racchiuse in sé nel suo tormento: le lettere ai due Scolopi, al buon Caselli, al Bianchi non hanno echi, non sfoghi.

Ma qualche segno di quegli abbandoni o di quelle irritazioni segrete ci resta lo stesso, in poche lettere scambiate col buon collega di Messina e di Pisa, Vittorio Cian, che ora gli stava vicino amicalmente. Pare che una volta, forse sotto la sollecitazione pisana perché restasse, Giovanni chiedesse come il collega la pensava: e ne ebbe la risposta che lo rabbuiò col Cian per non breve tempo: «Il tuo peggior nemico potrebbe augurarti di andare a Bologna». Qualche tempo dopo, l'11 giugno, il Cian prendendo occasione della deliberazione della Facoltà pisana insisteva a dissuaderlo con un telegramma e poi con una lettera che nemmeno il Cian ha mai pubblicata e che ci fu conservata fra le carte del Pascoli riguardanti la nomina a Bologna.

Marina di Pisa, 11 mattina

Giovanni mio caro, io non so se nella farragine di lettere e di telegrammi che ingombrerà il tuo tavolo e insidierà alla tua pace e al tuo lavoro, troverai il tempo di leggere queste righe riposatamente, queste righe che seguono il telegramma mio di ieri.

So peraltro che se tu ieri, al pomeriggio, fossi stato presente alla seduta improvvisata, ma numerosissima, e avessi veduto lo slancio spontaneo di cuori con cui fu votato l'ordine del giorno che riceverai oggi, tu saresti rimasto scosso e commosso. Noi, certo, non pretendiamo di usar violenza alla tua volontà. Solo vorremmo che tu non precipitassi una decisione, ponessi tutto sulla bilancia, non dimenticando le prove di affetto sincero che la Facoltà pisana ti ha sempre dato, dal giorno in cui Ti invitava a sé, sino ad oggi in cui trema di perderti.

Bada caro Giovanni: la soddisfazione di quell'invito a succedere alla cattedra di G. Carducci, l'hai avuta e tu puoi schiaffarla in faccia ai pochi, grazia Dio, ai pochi ... guitti d'Italia. Ma a Bologna non troveresti l'affetto concorde e sincero che ti circonda qui a Pisa, e la cattedra di Giosue non sarebbe quella tua di umanità che un giorno potrebbe trasformarsi in gloriosa appendice della cattedra dantesca pisana. E poi, il tuo eremo ideale a due passi, il tuo poggio che un giorno, con un'automobile, si avvicinerà alle porte di Pisa, con un pretino ideale di tua scelta...! Non aggiungo altro, per non farti perder tempo. Ma io l'attendo la buona novella, impaziente e trepidante, e fra una diecina di giorni, al mio ritorno da La Perla (Pomarance) dove mi recherò posdomani, voglio rivederti riconquistato all'affetto e dall'affetto dei tuoi buoni amici e colleghi pisani. Delle cui apprensioni – come della desolazione di Supino e della Sig.ra Frangialli  – [40] non ti parlerò. Coi migliori saluti miei e della mia Maria (la quale dice che rinunzierebbe perfino alla grande Messa d'oro, se la sapesse una freccia aurea del Parto!) per te e per la Signorina Mariú, Ti abbraccio teneramente. Tuo   VITTO

Subito da Castelvecchio, il 13 giugno, veniva questa risposta che è quasi una tormentata confessione. [41]

Caro Vitto, c'è una voce nella mia vita... Pensa tu che in questo momento ti parlo con la solenne veridicità d'un moribondo. C'è una voce... Io vorrei godermi in pace la mia ora crepuscolare, tra la tacita Pisa e Castelvecchio che ridiverrà placido, se non è ora! Vorrei a non altro attendere che alla mia silenziosa creazione di cose piccole sí, ma mie, e perciò care: alle mie novelline, ai miei drammi, alle mie romanae e italicae! Vorrei restare vicino a persone che hanno imparato a volermi bene! Vorrei anche non partire da Pisa quando mio fratello vi arriva. Ma c'è una voce nella mia vita... Quella ora s'alza dalla profondità della terra e della mia anima, e mi grida forte e soave: Consolaci! Noi vogliamo essere rivendicati in te, nostro povero figlio! Noi lo sappiamo che la fama e la gloriola ti turbano, ti affannano, ti spaventano! Ma noi la vogliamo per noi! Fa questo sacrifizio! Anzi questo olocausto! rinnega tutto te stesso! Induciti l'apparenza della fortuna, tu che ami la pace! La tua Romagna, il paese che contiene forse qualche omicida ancora, ma tanti tuoi compagni e un popolo intiero sospeso per questo che sembra un avvenimento che tocchi tutti, ti vuole là dove ti vogliamo noi! Lo sappiamo che ci hai sofferto, là, tanto! Sappiamo tante umili cose strazianti di te, là. Ma vacci per noi! A che cosa può ormai servire la tua povera vita che tramonta, se non a spargere un ultimo raggio sulla nostra tomba?

Vacci. Anche la tua sorellina spaventata vuole che tu accetti. Ella parla per noi!

Cosí è, caro Vitto. Ma io, come non ho fatto, cosí non farò nulla per andarci. Il destino si deve compiere, non la mia volontà. Io devo ubbidire al destino, non comandargli. Il Ministro faccia lui. Io non sollecito davvero. Io non posso rispondere altro che questo: a te, che sei dentro a molti misteri della mia anima, cosí intimamente, agli altri, piú genericamente. Hai capito? Non sono per gli altri queste mie parole, ma per te solo. Ma di' tu agli altri, ai colleghi, ai fraterni colleghi, al buon Rettore, all'on. Queirolo, a tanti, che io ho il cuore straziato; che quello che può apparire il piú lieto, è invece il piú triste momento della mia vita! Ma che io devo ubbidire al destino – o a qualche cosa di piú augusto, di piú santo e di piú ineluttabile – che se vuoi che vada, io vado, se vuoi che resti, io resto, affrontando tutto, se vado; rassegnato a tutto, se resto.

Io fra due o tre giorni torno a Pisa. Dillo al Rettore. In questi momenti la solitudine di Castelvecchio mi fa molto male. D'altra parte la mia gamba è appena appena guarita. Porterò la grande Messa cantata alla tua signora. Non sarà una freccia di Parto; sarà, nel caso, uno strale d'oro d'un puro tramonto. Ama il tuo Giovanni Pascoli

È insomma tutto un oscuro, mistico impeto sentimentale a muovere Giovanni, quasi contro se stesso ragionante. E quella confessata passività («vengo sospinto dal destino» diceva anche il 15 ottobre scrivendo all'Ida Ferrari) spiega tanto, di quei mesi: ma si sente che nel suo animo il destino è già segnato. Ciò si capisce anche dalla risposta alla deliberazione pisana, di cui la incerta minuta è a Castelvecchio.

Ringrazio la Facoltà del voto unanime col quale mi confermò il bene fizio, indimenticabile, della sua fiducia, della sua stima, del suo affetto. Io non sono ancora nel caso di stabilire quello che non dico sia il piacer mio, ma il mio dovere. Quanto all'onore, dichiaro che tutto quello che d'onore e di lode ho potuto raccogliere nella vita, io l'ho già avuto, e l'ho avuto da voi. [42]

Più chiaramente mandava il 18 giugno questo telegramma al Puntoni:

La tua voce che mi chiama alla grande prova della mia vita mi rende pensoso piú che lieto; sarebbe molto mostrarsi un indegno discepolo piuttosto che degno successore a Giosue Carducci. Il mio cuore va a Colle Gigliato. Non sono lieto davvero, ma grato; ti prego esprimere questa gratitudine Preside Facoltà, cara Facoltà di maestri e compagni.

Ma pur nella decisione di massima (e ormai dal luglio faceva cercare l'appartamento a Bologna) continuavano gli ondeggiamenti: superate le suggestioni di Pisa, continuavano le difficoltà di Bologna e di Roma. Quanto a Bologna, c'era sempre il pensiero del Carducci col dispiacere per una mancata adesione pubblica: tale accoramento manifestò in una triste lettera allo Zanichelli, il quale gli rispose il 7 luglio cercando di dargli rincuoranti (e interessanti) assicurazioni.

Caro prof. Pascoli, come è triste la sua lettera di ieri. Non pensi male e non cerchi il male dove non c'è. Il Carducci diede il suo assenso quando fu interpellato da un professore della facoltà e precisamente dal prof. Acri, fu interpellato a Forlimpopoli e l'assenso lo diede per iscritto in un biglietto che credo abbia il Rettore. Non poteva e a mio modo di vedere non doveva entrare nella scelta perché se ci fosse entrato prima di essere interpellato non sarebbe stato un assenso ma sarebbe stata una imposizione; almeno, io penso cosí. Del resto l'assicuro che il Carducci, i professori tutti della facoltà di lettere e la massima parte di quelli delle altre facoltà sono fieri di averlo collega, questo per la verità.

Quanto alla casa ora è difficile trovare un appartamento possibile e, sebbene io stia sempre cercandone per Lei, nulla fino ad ora mi è capitato di possibile. Sarà piú facile di trovarli nel prossimo ottobre perché in allora saranno traslocati parecchi impiegati della ferrovia e rimarranno molti quartieri vuoti .. .

Mi voglia sempre bene. Suo   Cesare Zanichelli

Diceva poi di mandare le prime copie dei Conviviali, 2a edizione, nonché L. 1125 come prima parte dei diritti d'autore per la nuova edizione (e a sospingere Giovanni a Bologna dovevano valere anche questi rapporti col suo editore).

Ma c'erano i lenti procedimenti romani (e i commenti relativi) a turbarlo ancora. Il Renier scrisse nel luglio un articolo sul «Corriere», e il Pascoli credette vederci un'allusione a lui e alla sua nomina, circa quel benedetto art. 69 e il confronto col Trombetti, del quale non si sentiva da meno non ostante il giudizio dei Lincei. Ancora una volta ricorse con una cartolina da Castelvecchio al Cian.

Caro Vittorio, male! Siete voi altri che mi spingete a Bologna!

Quanto all'unico cenno personale (unico?), osservo che il Tr. fu nominato per l'articolo 69, in seguito a un concorso presso il primo corpo morale scientifico della nazione, giudicato (il concorso) dalle prime e dalla prima competenza glottologica della nazione e anzi del mondo. Fu applicato male l'articolo nefasto? E il torto è del sistema dei concorsi. E il R. ha torto. Fu applicato bene? E il R. ha torto a lamentarsi. Del resto nel suo articolo sull'articolo, non c'è cosa che regga. Il R. fu mal suggestionato. Dolente cosa in cosí nobile spirito!

Giovanni Pascoli

Pronta e paziente la risposta del Gian il 28 luglio dal Piemonte. Diceva di garantire che l'articolo del Renier «fu affatto impersonale, che se qualche allusione personale vi si dovesse proprio vedere, essa si riferirebbe non mai a te ma al tuo – e nostro – immortale collega Tromb. il monogenista monomaniaco ... Ciò non toglie che l'amico Renier ... non faccia gli auguri che faccio io circa la tua andata a Bologna».

Però – non ostante le incertezze e la tristezza, il «Consiglio superiore e i critici» di cui il Pascoli si lamenta il 28 settembre con Giovanni Federzoni, e i «pettegolezzi» e le «invidie» cui allude il Puntoni – il fato si andava compiendo. A Bologna continuavano a reclamarlo, se ne fa eco appunto il Federzoni il 30 settembre.

Caro Pascoli ... Ma che dubbi sono i tuoi? Qui non ci si pensa neppure che tu possa non venire; e tutti, e gli studenti con pii'c ardore, ti vogliono. Il Consiglio Superiore e i critici, di cui tu mi fai cenno, che vuoi che possano contro una volontà cosí chiara e cosí forte? Ho capito. Tu non ti conosci abbastanza, non sai quel che vali, non senti in te stesso che è una gloria per un popolo averti cittadino e maestro. Vieni. Devi venire, e mostrerai col tuo ingegno, col tuo sapere, con la tua onestà, virtù somme che hai comuni col Carducci, che la tua grandezza è diversa da quella di lui, ma è grandezza.

Metti via le diffidenze intorno a te stesso, le paure, ogni dubbiezza insomma, e va dritto per la tua strada, che ti è aperta dinanzi da una potenza superiore, forse quella stessa ch'è nell'anima tua e tu non senti...

Il rettore Puntoni nel frattempo cercava di sollecitare le definitive decisioni romane, pur rispondendo alle richieste del Pascoli che anche lui non sa nulla: «Ne so quanto ne sai tu, ossia nulla .. . Intanto ho scritto a S. E. Rossi, pregandolo di affrettare la firma del decreto, perché finiscano una volta tutti questi pettegolezzi mossi da invidia o da altro» (11 ottobre). Per questo era andato anche a Roma a smuovere il Ministro.

Finalmente il 13 il bravo Puntoni comunicava al Pascoli un telegramma di S. E. Rossi, sottosegretario all'Istruzione, annunziante una «lettera deferentissima» del Ministro al poeta, la quale chiedeva l'accettazione. Ecco, per la storia, la lettera.

Ministero della Pubblica Istruzione

Roma, addí 13 Ottobre 1905

Come già è a conoscenza della S. V., la Facoltà di Filosofia e Lettere dell'Università di Bologna ha proposto con voto unanime che V. S. sia chiamata a succedere a Giosue Carducci nella cattedra di Letteratura italiana. Siffatta deliberazione costituisce per la V. S. un alto e meritato onore; ed io sono ben lieto, per parte mia, di assecondare la proposta, certo di provvedere cosí degnamente al decoro ed alla fama dell'Ateneo bolognese e della Cattedra illustrata dal nostro grande poeta.

Non dubito, pertanto, che la V. S. sia per accettare di buon grado l'onorevole invito. Prima di sottoporre tuttavia alla firma Sovrana il decreto di nomina della S. V. ad Ordinario di Letteratura italiana nell'Università di Bologna, La prego di significarmi, con cortese sollecitudine, il Suo assenso, senza del quale il provvedimento non potrebbe avere effetto.

Colgo l'opportunità per attestarle i sensi della mia piú alta stima e considerazione. Il Ministro Bianchi

Questa volta la risposta fu pronta.

Barga, 14 8bre 1905

Eccellenza! Acconsento ad essere trasferito alla cattedra di letteratura italiana nella Università di Bologna.

La risposta è cosí pronta, perché ho avuto alcuni mesi per meditare sulla proposta della illustre Facoltà bolognese. E ben a fatica mi sono finalmente persuaso, Eccellenza, a essere oh! non il successore di Giosue Carducci ma, ciò che è tuttavia piú modesto assunto, il suo scolaro che di su la sua cattedra faccia testimonianza del suo glorioso insegnamento.

Avrei voluto che a questa difficile prova non fosse congiunto quell'altro onore del quale parla l'Eccellenza vostra; e vorrei che nel mio assenso niuno leggesse se non il devoto ossequio al Maestro immortale; se non l'affetto il rispetto la gratitudine all'Università che mi ha istruito ed educato, alla Città dove passai la giovinezza, alla Terra dove ebbi la vita. La qual vita possa, al suo occaso, dar qualche raggio di luce alla scuola e alla Patria!

Col piú profondo commovimento dell'anima mi segno dell'Eccellenza vostra dev.mo Giovanni Pascoli

Una tormentata minuta di questa risposta, che qui si è trascritta dall'archivio stesso del Ministero, è ancora fra le carte pascoliane a Castelvecchio: ma è molto simile al testo definitivo. Come si vede, sempre egli insiste su quegli intimi motivi (sentimentali) che già confessò al Cian o rapidamente riassunse al Federzoni nelle due lettere del 28 settembre e del 20 ottobre, nella quale ultima ripete anche di essere «la scolaresca di quasi mezzo secolo» che dalla sua cattedra fa testimonianza del Maestro: pensiero che tornerà anche nella prelezione.

DOPO LA ACCETTAZIONE

Dopo l'atto ufficiale, il discepolo e successore scrive finalmente e subito, al Maestro.

Castelvecchio di Barga, 15 ottobre 1905

Maestro! Il Ministro mi ha domandato l'assenso per il trasferimento; e io l'ho dato. Verrò dunque a Bologna. Ella sa che ci porterò e troverò molti dolori: il primo, che la mia venuta vuol dire l'assenza di Severino. E tuttavia presumo che a questo grande dolore, che è mio e suo, ella abbia alcun conforto nel vedere ora, invece di Severino, il fratellevole amico che ella vide già tante volte insieme con lui. E sarà mia consolazione il pensiero che tutti e due, io e lei (perdoni questo avvicinamento che non accade se non per questo comune amore), io e lei lo aspetteremo di ritorno, lasciandogli il posto, che aveva, alla sua destra.

E mi voglia, mio grande e buon Maestro, il bene d'una volta. Suo

dev.mo   GIOVANNI PASCOLI

La lettera è appena un poco officiosa; e anche il modo con cui si accenna a Severino sa un po' di un pensiero voluto. Ma, pur facendo questa parte all'ufficialità dello scritto, forse cosí esso rivela la peritanza e il timore che tiene il «successore» anche in quel momento. Non ci fu risposta diretta: ma in quei giorni il Carducci era molto malato. La risposta venne, cordiale, per mezzo dello Zanichelli il 17 ottobre.

Caro prof. Pascoli. Evviva, evviva io son lietissimo che Ella finalmente entri Maestro nella nostra Università. Sono stato dei primi a pensare a Lei nella dolorosa circostanza che il Carducci ha abbandonato la cattedra e non sono ad alcuno secondo nel compiacermi che Ella vi salga. Ella che è degno di succedere a quel grande. Il Carducci da sabato è in casa; il medico che ha notato in lui un indebolimento nelle forze motrici vuole che stia in riposo assoluto per alcuni giorni ma assicura che non c'è nulla di grave; e quanto io scrivo a Lei non lo dico ad alcuno perché il medico non vuole che si diffondano notizie che possono diventare allarmanti senza fondamento. Ho visto il Carducci in letto stamane e posso dirle che sta abbastanza bene e che si alzerà nelle ore pomeridiane, ma di casa uscirà solo fra due giorni. Era di buon umore ed appena mi ha visto mi ha detto queste precise parole: sai mi ha scritto il Pascoli (e gli occhi gli si inumidivano) e se tu gli scrivi digli che ho molto caro che venga a Bologna, digli che non posso scrivergli ma che voglio vederlo appena verrà.

Ieri la mia figliola Angiolina colla signora Ida è andata per vedere l'appartamento del quale Le scrissi, ma non hanno potuto vederlo perché la famiglia che l'ha presentemente non lo lascia vedere prima del 26 corrente: hanno visto il piano superiore ch'è abitato dal prof. Lovarini e l'appartamento è bello abbastanza, comodo e pulito: ma tanto a mia figlia che alla signora Ida è sembrato caro. Senza mettere in libertà questo ne cerchiamo altri, li vedremo e Le scriveremo.

Mi raccomando per odi ed inni, sarebbe pure bella cosa che uscissero prima che Ella cominci le lezioni; se occorre sollecitare il Marchi me lo scriva.

Saluti Mariú per le mie figliole e La riverisca per me e Le dica che se verrà a Bologna per fissare l'appartamento voglio che venga in casa mia ove sarà accolta come una sorella delle mie figliole. L'abbraccio di tutto cuore. Suo   Cesare Zanichelli

Ora finalmente il Pascoli comincia a parlare del suo trasferimento, non piú segreto, con gli amici e meglio si possono seguire le onde del sentimento. E scrive all'Ida Ferrari il 15 ottobre, con l'incarico di associarsi allo Zanichelli nella ricerca dell'appartamento («due camere da letto, uno studio, un salotto da ricevere, un salotto da pranzo, una stanzuccia e la cucina . . ., grande pulizia e proprietà»); ad Angiolo Orvieto il 19: «Il Ministro mi ha domandato se accettavo la nomina, e ho risposto di sí. Ma il cuore mi trema»; al Bianchi, l'11 novembre (dopo accennati armeggi dello Scherillo e alla prolusione non ancora preparata: «nemmeno ora so se andrò ... Pare (dico, pare) che il decreto sia firmato»; e con sfogo anche piú caldo che col Cian: «Ti basti ora che io sono figlio d'un assassinato, oh! come infamante, come a torto, come per nulla ... con che crudeli effetti ancora vivi e micidiali! ... e che vado (se ci andrò) a Bologna, in faccia alla Romagna». Quasi ancora piú trionfalmente a Pirozz, il 13: «Voi vedete che dopo tante notizie di giornali e di chiacchiere, ora benigne ora maligne, io non sono ancora a Bologna. Il decreto ... a me non è ancora arrivato. Ma presto ciò avverrà, e allora saremo vicini. Io sono chiamato a una grande prova, la quale spero di potere superare facendo onore alla mia patria piccola, piú grande, grandissima; a San Mauro, alla Romagna, all'Italia. Che il coraggio mi assista». Col Federzoni, libero docente, prendeva già accordi sui corsi: anche il Federzoni soleva trattare di Dante, e Pascoli diceva che facesse pure; egli svolgerebbe intanto un altro corso «generale e teoretico»; quanto al commento della Commedia, aspettava la luce «e dal consenso e dall'attrito» (28 ottobre).

Purtroppo di questo tempo vedemmo che quasi non ci sono lettere con la sorella Ida. E anche col povero e un poco trascurato Caselli egli ora tace: però, forse illuso di avere già l'appartamento a Bologna – «dove verrei subito a calmarmi il cuore per qualche giorno» come scriveva il 20 ottobre alla signora Ferrari – il 5 novembre Giovanni gli fa sapere che presto passeranno da Lucca, per Pistoia e Bologna.

Ma siamo alla conclusione. Il 2 novembre il decreto era firmato; ma nessuno lo avvertí. Qualche cosa il Pascoli accenna all'Ida Ferrari il 9: «dicono che il decreto sia firmato»; e finalmente il 14 novembre S. E. Rossi gli scrive: «Il tuo Decreto, firmato dal Re, va oggi alla Corte dei Conti per la registrazione». Un po' di retroscena sul ritardo è nella lettera del Puntoni scritta il 20, di ritorno da Roma: «Ti assicuro che il decreto è firmato, e che ormai è alla Corte dei Conti. Non era, invece, vero che fosse alla Corte dei Conti, quando te ne scrissi da Roma: me lo avevano assicurato alla Divisione; feci premure e sollecitazioni alla Corte dei Conti; e là seppi che il Decreto non era ancora arrivato. Rifongai allora nel Ministero, e alla fine, cooperando S. E. Rossi, trovammo il tuo Decreto in non so quale antro per non so quale ulteriore formalità. Ma questa volta non mi fidai, e lo volli vedere proprio partire. Ora spetta a Finali di farlo registrare; se pur già non è registrato. Scrivigli ... Non occorreva, per la nomina, interpellare il Consiglio Superiore».

E finalmente, l'atteso telegramma inviato a Barga.

Roma, 21-XI-1905

Lieto parteciparti che Corte conti ha ammesso tuo decreto nomina Università Bologna. Saluti cordialissimi.  Rossi

È fatto! però all'attesa non sottentra la calma: anzi cresce l'ansia, e sorge già il pentimento. In una lettera al Caselli il 4 ottobre 1901 aveva scritto: «Oh! Bologna! professore a Bologna e contadino a Barga: ecco quale sarebbe stato il mio ideale ...»; ma ora che il sogno era fatto realtà, in un'altra diceva: «Io non ne posso piú!!! Del resto, Bologna mi fu sempre funesta. Lasciamo gli onori agli altri e teniamo per noi l'onere!»; e il 30 novembre a un amico: «Sono pentitissimo» di avere accettato Bologna; «ho perduto la mia pace, la mia serenità, la mia attività ...». Comincia anche la fobia delle onoranze; il 20 ottobre diceva al Federzoni che gli preannunciava un banchetto: «vengo a Bologna a lavorare, non a banchettare; a provarmi, non a gloriarmi; al dovere, non al piacere ...»; e alla Ida Ferrari che il 10 novembre prevedeva «alla stazione gran gente a ricevervi» replicava il 15: «Io non voglio accoglienze; perciò non voglio che il mio arrivo sia noto. Non il giorno, non l'ora...» [43] E cosí fu.

Ma non c'era piú niente da fare. E lo «Stato di servizio» autografo, piú volte citato, reca le ultime note :

Professore Ord. di Lett. Italiana nella R. Un. di Bologna – (Decreto) Regio 2 Novembre 1905 – L. 5500.

Incaricato dell'insegnamento di Letterature Neolatine».

Ormai, anzi, era risolto un altro problema: anche la casa, dopo non brevi ricerche dello Zanichelli e dell'Ida Ferrari, lo attendeva: fra due appartamenti proposti, uno fuori Porta S. Stefano (ma troppo caro) l'altro fuori Porta D'Azeglio, non ostante la preferenza del Pascoli per il primo, è fissato il secondo... (e per un poco, in quei giorni di lavori, di trambusto e di tempo perduto – c'erano Odi e Inni che incalzavano – s'aggiunse anche l'ansia che quell'appartamento fosse molto lontano e in grande salita»: alla Ferrari, 7 dic.) ; i mobili erano già partiti da Pisa. Anzi già si preparava l'insediamento e la prolusione: il 21 dicembre il rettore Puntoni cercava di prendere i primi accordi.

Caro Pascoli, sarebbe opportuno che tu facessi la tua prolusione il 9 gennaio, a ore 10 ant., in occasione della distribuzione dei soliti premi annuali. Ciò per molte ragioni; ma principalmente perché cosí si desidera e dalla facoltà e dalla città. Alla tua prolusione accorrerà molta gente: il Rettore sarebbe in impiccio a trovarti altra aula capace che non sia quella appunto che pel 9 gennaio è allestita per la distribuzione dei premi ... Dammi di quanto ti chiedo, andamento, e insieme dimmi quando ti troverai a Bologna (suppongo che tu venga almeno un giorno prima). La cerimonia della distribuzione sarebbe dunque cosí: poche parole del Rettore, la tua prolusione, infine l'assegnazione dei premi.

Hai una toga? S'intende una toga accademica bolognese. Nel caso che no, ti si potrà procurare. Ma ti è permesso anche di fare la tua prolusione senza toga, se tu lo preferisci: libertas!

Auguri e saluti a te e a tua sorella dal vostro aff.mo V. Puntoni

II poeta accettò: e si mise a incassare i libri, in un gran fare e disfare (al Federzoni 22 dic.); finché, compiendo il ciclo di un anno dopo quella prima lettera di Natale, proprio il 25 dicembre 1905 partiva per lui l'ultima lettera, prima dell'avvento.

Caro Pascoli. Grazie vivissime! La Cerimonia della distribuzione dei premi, il 9 gennaio, si fa con una certa solennità. Intervengono le autorità, cospicui cittadini e molte signore! Tu fa' il discorso come ti pare e piace: qualunque cosa tu dica sarà sempre bella, e gradita. Sei desideratissimo .. .

Ti scrivo sotto la dolorosa impressione dell'annunzio della morte del povero Severino, e son appunto qui in Rettorato per provvedere, coll'animo pieno di tristezza, ai suoi funerali. Un abbraccio dal tuo aff.mo     V. Puntoni

Sappiamo già della morte del Ferrari: pareva che anche questo doloroso evento facilitasse la via al Pascoli: «La morte di Severino mi chiama là» scriveva al Caselli, dicendo che partirebbe prima del 31 dicembre: ma insieme lo attristava di un'ombra di morte. Per uno di quei segni misteriosi cui il Pascoli credeva, proprio in quel finire dell'anno egli stava scrivendo l'ode Il dovere: un senso di morte, un presentimento doloroso è nell'eroe greco prima della fatale decisione. E la morte coglieva, quasi nel compimento del dovere, Severino; onde l'amico aggiungeva all'ode, pubblicandola nel «Marzocco», la nota: «Scrivevo queste ultime righe, quando ebbi la notizia che il compagno della mia giovinezza Severino Ferrari, era morto. O mio amato! tu mi lasci un dovere da compiere, e molto dolore». Ma un presentimento doloroso accompagnava anche Giovanni nel suo nuovo dovere: «Lo so» rispose Achille: «e d'un sbalzo avventò contro il fato — i due cavalli della morte». Forse, cominciando l'ode, egli aveva pensato non ancora a Severino, ma a se stesso.

 

Note

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[1] A Castelvecchio, fra i cosí detti Repertori, Appunti..., ci sono fogli di minuta e appunti per questa Prolusione. Sui commenti dei giornali alla Prolusione si veda B. FATTORI, G. Pascoli nella stampa pisana del 1903-05 in «La Rassegna» Pisa, aprile-giugno, 1956. Ivi anche altre notizie curiose: alcune riguardano il discorso La Messa d'oro.

[2] Oltre che all'Università, il Pascoli insegnava alla Scuola di Perfezionamento, a quanto ricorda uno scolaro, il Cozzani; alla fine del 1904 fu nominato Preside di Facoltà.

[3] Questo biglietto qui si riproduce, anche perché manca nel Carteggio Pascoli-D'Annunzio già citato in Omaggio a G. Pascoli. Si veda «La Rassegna», Pisa, aprile 1956, pag. 8.

[4] Si veda Lettere agli amici lucchesi, pag. 300, 303. Per l'accenno all'Albini, v. la nota a pag. 575 e 954.

[5] Si veda a pag. 633. La relazione del 1899, come quella del 1904, porta il dato: «Ascoli relatore»; ma vedi la nota a pag. 740, e il «Resto del Carlino» del 28-1-956.

[6] Ugo Schuchardt era, come dice il Finali, socio straniero e apparteneva alla Università di Graz.

[7] La domanda ha fondamento su notizie avute dal Finali e confermate dalla lettera del 29 agosto che citeremo.

[8] Anche nelle sue Memorie (a c. di Giovanni Maioli, Faenza 1955) a pag. 697 e 699, il Finali parla della relazione del 1899 e di questa, dando notizie della discussione, le quali piú o meno coincidono con quelle dell'interessante lettera di Luigi Siciliani scritta da Roma al Pascoli, certo dietro sua richiesta, il 10 giugno: «Maestro carissimo, ecco quello che ho saputo or ora dal Barnabei. Nella seduta a sezioni riunite, l'Ascoli lesse la sua relazione sul Trombetti e propose gli accessit. Contro gli accessit parlò il D'Ancona, dichiarandosi sfavorevole in massima. Chiese la parola il Finali e disse come non poteva tollerare che si passasse sotto silenzio uno che era onore nostro e nostra gloria ecc. e concludeva: questi è il Pascoli. L'Ascoli replicò che nei Lincei si premiano lavori scientifici e che i Lincei non sono un'Arcadia. (Il solito!) Gaspare Finali gli ricacciò in gola questa affermazione e sorse a parlare della opera dantesca del Pascoli. Il Comparetti e il D'Ancona con altri gli levarono contro la voce, il D'Ovidio non prese parte attiva. Di nuovo il Finali affermò non potere tollerare le acerbe parole che si preparavano a stampare contro i suoi libri danteschi nella relazione e propose si mitigassero e correggessero. Si accondiscese: il D'Ovidio si diede alquanto da fare per queste correzioni. Questo è quello che so per ora. Relata refero. Se saprò altro le scriverò. Un abbraccio dal suo LIGI SICILIANI».

[9] Di un intervento del Fogazzaro per le cattedre universitarie del Pascoli si veda a pag. 791. Un altro invito per parlare al Teatro Olimpico vedremo nell'aprile 1909. Il Pascoli commemorò durante la lezione del 7 marzo 1911 il Fogazzaro defunto. Esistevano alcune lettere del Pascoli al Fogazzaro, cui accennò Piero Nardi nella rivista «I libri del giorno»; ma gli autografi sono andati distrutti nel bombardamento di casa Fogazzaro. Egli incluse nelle Antologie «pezzi (io li chiamo fiori)» del F.; ma, gli scrive, «ho dovuto togliere qualche cosa, tra gli altri il bellissimo Caligola (v. Poesie Milano pag. 339)... perché... il piú casto e puro dei poeti... italiani rischierebbe d'essere messo all'indice borghese» (cosí da comunicazione del Nardi).

[10] Il Notarbartolo rispose con una pur bella lettera il 16 agosto dalla Spezia: anch'egli augurando che il suo dolore di figlio giovasse alla Sicilia; almeno come il dolore del Pascoli aveva giovato alla poesia  figlia di quel dolore  e cosí all'umanità. Le lettere furono da me pubblicate nella «Fiera letteraria» del 12 sett. 1954, con cenni a una minuta inedita.

[11] Ricordo sempre che tutti questi scritti del Pascoli, non raccolti finora, sono integralmente pubblicati in quel volume degli Scritti inediti e sparsi piú volte citato.

[12] Bordonchio (ma Giovanni scrisse Bordonchia) è il vecchio nome di Igea a monte, vicino a Bellaria, a circa cinque chilometri da San Mauro.

[13] Altre opere buone di questo tempo (certo il Pascoli forse mai chiese direttamente per sé, molto per altri) sono quelle che cercava di compiere con l'aiuto della signora Corcos: per «un vecchio di quasi ottant'anni ...; si chiama maestro Felice (poveretto!) Catalani...; Alfredo Catalani era suo nipote» (21-1-1904: egli morú non molto dopo, e la Corcos si doleva col Pascoli di non averlo potuto ricondurre alla fede); e per un fraticello «studente carmelitano scalzo» da far scartare alla leva (18-4-1906), per cui la signora affrontò anche una visita in caserma. Ma molte altre opere gentili sono ricordate in queste Memorie.

[14] Le fatiche e le cure delle correzioni possono trovare un esempio in alcune bozze dei Primi Poemetti che il Magi vide e studiò (Pagine devote su G. P., Lucca 1914): ma qualche altra è rimasta a Castelvecchio, con altri autografi e bozze di altre poesie. C'era poi in discussione anche il numero delle copie, fra le 2000 proposte dall'editore e le 3000 desiderate dal poeta. Può essere utile ricordare di nuovo che in un primo tempo, nell'ordine dei sei volumi originari pascoliani, i Primi Poemetti avevano segnato il n. III, che poi divenne II: forse per qualche incertezza sul posto da dare ai Canti di Castelvecchio (che divennero il n. IV).

[15] Vale la pena di seguire questa attività accennando quali sono le poesie composte in questi anni, e cosí notare come  avendo pur qualche momentanea preferenza  anche ora tutti i motivi e le forme delle sue poesie procedono insieme.

Dopo l'ondata dei Conviviali interessa quello che scrisse al Caselli il 20 gennaio e il 5 marzo: «l'antichità m'ha un po' seccato»; perciò «ho pensato delle canzoni uccelline, cosí belline..., roba vispa»: e davvero in questi due anni componeva La partenza del boscaiuolo («prima delle canzoni della cinciallegra»), L'uccellino del freddo, Il primo cantore, Il compagno del taglialegna... e pensava una «ode dedicata al canarino» (lettera ad A. Orvieto, 26 agosto 1904); e per la «Riviera ligure» progettava, con rapide trasmutazioni fantastiche, un «calendario floreale poetico, e poi un altro contadino-poetico», ma per il 1906; e piú in grande, «per alcuni anni... una specie di « Ἔργα χαὶ ἡμέραι italica» da divenire un libro popolare: «ma sempre poesia!»; o almeno «parte d'un romanzetto  prosa o versi per bambini e adulti»; o, per ripiego, «una specie di Vita Nuova» in cui il soggetto fossero poeti di tutti i tempi: «quest'anno avrei fatto un trovatore...»

Ma pur componendo fra l'altro, con questi toni piú lievi, Il vecchio castagno, Le armi o L'ederella o Il vecchio..., ecco anche L'ultimo viaggio, Le Memnonidi, Il poeta degli Iloti, e poi (1905) I gemelli, o Il corbezzolo, Al Dio Termine di ispirazione classica, e Gli Emigranti nella luna, Il Pope (Gapony), Italy... di commozione sociale; e l'Inno a Mazzini...; o finalmente tutti insieme nel «Marzocco» sui primi del 1905: Aurora boreale, Il sepolcro, La sfogliatura, L'anima, La sera, Il viatico, Il dovere...; e, come dicemmo, aveva ideato un canto al papa nuovo... E bisogna aggiungere le poesiole d'occasione (A una giovinetta, A Emmina Corcos... in Poesie varie) e quelle improvvisate nelle lettere agli amici o ai colleghi di cui demmo saggio poco addietro. Ci pare che ce ne sia abbastanza!

[16] Facile è riconoscere, pur nelle lievi mutazioni dei titoli, le poesie qui citate: tutte, tranne forse una, in Odi e Inni. Meno evidenti risultano: Lasciate che... (Il sepolcro), I morti di Adua (La sfogliatura? ma c'è poi anche un'Adua), L'arciduchessa... (Nel carcere di Ginevra), Ad A. C. (Ad Alfredo Caselli? in Poesie varie), Quel vecchio... (Il vecchio), Da me (La piccozza), L'isola... (dei poeti), La sorba (L'ultimo frutto), Toselli (Convito d'ombre), Inno degli emigranti a Dante. Mi sembra manchino, perché non fatte, L'elettricità boia, Il vireless (cioè il telegrafo senza fili), Il ciliegio, L'uomo rosso, Agricultura, A Virgilio e Dante, A Dio.

[17] Col solito ritmo annuale ora (1904) scrisse il Fanum Apollinis  trasformazione di un sognato romanzo annunziato fino dal 1897  e poi l'Agape (1905), due poemetti che colgono lo spirito e il tempo di Roma nel passaggio dal paganesimo al cristianesimo: e solo il primo ebbe il premio, dando occasione al distico Ad I. I. Hartmann nel 1905 (e non 1904 come dicono i Carmina). Il «professore di grammatica» scrisse anche un'alcaica Ad Pimpium (Pimpi, Massimiliano Corcos, il fratello di Emmina alla quale aveva dedicato quelle strofette «nel giorno della prima comunione») incitandolo da «Castro Vetere»  con parole dette come da Virgilio  allo studio del latino, dopo che il ragazzo ne aveva affrontato il primo esame: «Macte fide studioque, Pimpi»; alla Prolusione pisana del «professore» si connette anche il secondo distico al Giorgini (Ad eundem) che aveva inviato rose il giorno della Messa d'oro; all'invio già accennato di dieci poemetti con invito a tradurli si collega la dedica del primo di essi, il Centurio, Ad I. B. Giorginium, dedica che è di non prima del 1905 (non nel 1902, come segnano i Carmina).

[18] Si veda il volumetto pubblicato da Maria Nell'anno mille, Zanichelli 1924, e il cit. vol. delle Opere inedite o sparse.

[19] Si confronti A. VICINELLI Cronaca e storia degli studi danteschi del Pascoli cit. in «Studi danteschi» 1953, pag. 75 segg., e tutta l'ampia Introduzione alla II edizione degli Scritti danteschi, vol. II dalle Prose del Pascoli (1957). E anche la lettera al Cian del 31 luglio 1904, in «Convivium» l. c.

[20] Ad Athos Banti, a Livorno, il 27 luglio 1905 scriveva, rispondendo circa la richiesta di una poesia per l'Africa, di avere, sí, fatte alcune poesie «africane» e di pensarne altre, ma di non sentirsi di comporne ora: «Io, a volte, sogno un soggetto, un'ispirazione, molti anni prima di svolgerla, e di assecondarla con la difficile arte del verso e della rima...» Anche col giornalista Averardo Borsi si scusava di non poter scrivere sul Boccherini: «Ho il capo ad altro. E poi non sono da tanto. Del Boccherini conosco un minuetto, il minuetto. Non basta!» (11 maggio; le lettere, poco note, sono  con qualche altra carta pascoliana  alla Biblioteca Labronica).

[21] Con Tommaso Gnoli c'era un vecchio dissapore: egli fu di quelli che fino dal 1897 (e Rivista d'Italia», e poi altrove) peggio  e si direbbe quasi volgarmente  trattarono il poeta e l'uomo Pascoli: si vedano ora gli scritti dello Gnoli in F. FELCINI, Pascoliana (estratto da «Lettere italiane», Pisa, 1956).

[22] Non so trattenermi dal ricordare un altro influsso, forse, dello spirito e della poesia pascoliani su questi due ragazzi amati dal Pascoli: Pimpi Corcos e Cellino Novaro; tutti e due diedero la loro giovane vita combattendo nella prima grande guerra italiana.

[23] Il Gabriele di cui lí si parla (del quale il Caselli fece copiare una lettera che, con ira del Pascoli, fu pubblicata) certo era il D'Annunzio, non il lucchese amico Briganti. Si veda il Carteggio nel cit. Omaggio a G. Pascoli.

[24] In questi andirivieni talvolta era preoccupato per il trasporto di Gulí; tanto piú nel febbraio, quando aveva «paura dell'ostruzionismo di quei tiranni socialisti» durante uno sciopero (al Caselli). L'11 febbraio ringraziava con una letterina per l'invito ricevuto dal Comitato per l'immatricolazione; nello stesso mese, insieme all'Attilia venuta da Pisa forse anche per la malattia di Maria, scriveva un'altra letterina «all'illustre... enologo Bartolomeo Caproni...»

[25] Si veda, per quello che la notizia vale, la «Rassegna lucchese», a. 1954 n. 13. Sull'incontro del febbraio c'è una relazione del Caselli, pubblicata da A. G. BIANCHI in G. P. nei ricordi di un amico, Milano 1922.

[26] A ciò gioverà meglio, quando sarà noto, il carteggio scambiato fra loro; le lettere di Giovanni si conservano, come dicemmo, a Pisa; quelle di Raffaele, a Castelvecchio. Un'altra lettera di Falino si legge a pag. 569.

[27] In un momento disgraziato giunse dunque la richiesta che il giovane Marino Moretti fece al poeta per una prefazione a Fraternità, la sua prima raccoltina di versi. Non rispose nemmeno Giovanni, ma Maria (23 maggio) dicendo «occupatissimo» e «non in perfetta salute» il fratello.

[28] Le cose si complicavano con una lite per diritto di passaggio preteso dal Tono su un terreno dello Zi Meo; si arrivò a minacce processuali e Giuseppe Salvi (succeduto al «giusto» suo padre) dovette minacciare il Tono, ma anche giustificarsi col Pascoli per aver dissuaso lo Zi Meo dal procedere nella pratica giudiziaria, infondata: in ciò Giovanni aveva visto una parzialità. Anche queste carte sono ben conservate a Castelvecchio! Alla corrispondenza di questo tempo si aggiungono alcune lettere del maggio o giugno alla «Mattiglia, veramente matta»...

[29] Sull'episodio ci fu anche chi volle scherzare. Il 1° aprile (si noti la data) 1909 il Pascoli ricevette una lettera annunziante che erano stati donati 650 dollari per rinnovare le campane. E il Pascoli tornò nei timori e rispondeva allo scrivente il 12: «Ella mi ha pur dato la mala pasqua... Ella non sa che cosa voglia dire...» ecc. ecc.

[30] Non so quanto credito meriti la notizia (del resto inesatta nel tempo, ché sarebbe del 1905 e non del 1904, se stava per salire sulla cattedra di Bologna) che in quell'anno il Pascoli andasse a Torino e fosse ricevuto dalla regina Margherita nel castello di Stupinigi. Dopo colazione alcuni invitati giocavano a bocce nel parco e fra i presenti ci fu chi ricordò che il Pascoli aveva diverso tempo prima mostrato desiderio di essere nominato Provveditore, sia pure a Torino: della qual cosa si era interessato Paolo Boselli, ma invano. Il direttore della segreteria della regina gli chiese scherzando perché non era ricorso appunto alla regina..., e forse si accennò a opposizioni personali. Ma tutto terminò lí (in «Stampa Sera», 17-IV-1942). È certo che nel 1896, quando decise di allontanarsi da Bologna, pensò davvero o a Roma o a Torino: all'Università di Torino attendeva anzi la nomina nel 1895, invece che a Bologna. Se la suddetta notizia avesse qualche fondamento (ma non si ha alcun accenno documentario) non potrebbe se mai riferirsi al 1895?

[31] Del Murri il Pascoli parlerà pubblicamente nel 1908; e fin anche sul letto di morte, dove il grande medico lo aveva visitato, scriverà per lui.

[32] Non saprei a quale telegramma dell'8 agosto (o settembre) il Pascoli si riferisca. Nella collezione della «Tribuna» di quei giorni  che ho attentamente riletta  non si trova telegramma specifico cui l'allusione vada riferita con certezza. C'è notizia della permanenza o della prossima partenza del Fortis da Vallombrosa, delle discussioni sui due progetti ferroviari (Livorno sta per quello del Panaro) e di un probabile viaggio dell'on. Fortis in Sicilia. Io penso che la minuta sia dell'agosto piú che del settembre, e che il possibile incontro di ora col Fortis non sia quello poi proposto dal Paladini: per questo primo incontro in Toscana, non pare si accenni al Marradi; specialmente poi in agosto si spiega bene l'allusione a Francia e Inghilterra, il cui riavvicinamento  culminante nell'incontro fra le due squadre a Portsmouth era con grandi titoli annunciato dai giornali dell'8 agosto e seguenti. I giornali di tali giorni nel settembre sono invece pieni della pace russo-giapponese e del verdetto del processo Murri.

[33] Si veda la mia Premessa nel I vol. delle Opere, Prose ed. Mondadori, specialmente a pag. 41 segg.; e si leggano anche le suppliche al Re per la grazia a Linda Murri, per es. qui a pag. 779.

[34] Prose, ed. Mondadori, pag. 286.

[35] La lettera è sconosciuta al Vannucci nel vol. Pascoli e gli Scolopi. Dice:

Camaiore, S. Giovanni 1905. Car.mo, Le auguro, carissimo, miele e locuste e buon appetito. Che altro potrei augurare a chi ha già tutto, perché ha i doni divini? Vorrei anche ricordarle una promessa fattami quando le chiesi di ripubblicare quei due buoni preti; ma non voglio parlarle di cose a Lei noiose il giorno della sua festa. Pure, quando potrà, non mi dimentichi. Che dirle di Bologna? Tutti quanti Le vogliamo bene, siamo stati felici di quest'onore che Le era dovuto. Spero che andrà. Lei a forza di pensarci e ripensarci, potrebbe mutare idea. E ora farebbe male. Bisogna andare, caro Zvanin. Ha capito? Mi ricordi a Maria. E mi voglia bene. L'abbraccia il suo GILD» .

I «due buoni preti» alludono al Fanum Apollinis, che il Pistelli chiedeva di ripubblicare in «Atene e Roma». Anche il Fogazzaro e P. Semeria ebbero qualche parte nella nomina a Bologna: si veda l'«Eco dei Barnabiti» giugno 1942, con due lettere inedite del Fogazzaro.

[36] La cosa ha un precedente, almeno a quanto ricorda il Finali. Su sua preghiera, il ministro Nasi disse che il Pascoli  non piú entusiasta di Messina  avrebbe impiegato bene il suo tempo anche fuori della cattedra e che gli concedeva libertà di fare o non fare lezione... Pare che il Pascoli approfittasse abbastanza della condiscendenza: di modo che «proposto per la cattedra di lettere latine a Roma, ottenne favorevole il voto del solo proponente. Quello fu il motivo allegato...» (FINALI, Memorie cit. pag. 606).

E la cosa ebbe anche un seguito. Dopo la morte del poeta il collega prof. Pullè nel Consiglio Comunale a Bologna (3 maggio 1912) disse parole di ricordo, ma fra l'altro accennò all'opera da lui fatta «per dissipare il pregiudizio che c'era fra qualche collega che non amasse far lezione». Maria irritata reagí con una risposta al Sindaco di Bologna, documentando che la lettera del professore Pullè al Pascoli (del 14 giugno, cui accennammo) non alludeva affatto a ciò, e che quelle affermazioni del «conte» erano false. E in questo Maria aveva ragione. Tali fatti tuttavia potevano dare qualche fondamento al Bertolini.

Su questo poco simpatico incidente si veda la rivista «L'Università italiana», del maggio 1912. Tra le carte di Maria a Castelvecchio fu conservata tutta una documentazione al riguardo.

[37] Della Facoltà partecipavano i professori Bertolini preside, Albini, Acri, Brizio, Falletti, Pullè, Puntoni, Peroglio, Trombetti, Valdarnini.

[38] Qualche fonte del tempo dice però «con tutti i voti meno uno»: v. A. Giuntini-Bentivoglio, L'opera poetica di G. P. (1905) in Fondo Piancastelli, Forlí.

[39] Veramente, nella mente del Pascoli, le incertezze sull'accoglienza del Carducci durarono anche dopo: si veda la minuta di una sua protesta, del 1907 (pag. 882). E si leggano la lettera dello Zanichelli del 17 ott. e la relazione della visita al Maestro fatta dal Caselli dopo la Prolusione. Si possono vedere anche le lettere al Carducci del 31 ott. 95, 13 nov. 96, 10 genn. 97.

Sempre oscillante, ma in complesso sfiduciato e talvolta irato, è ciò che il Pascoli pensa sull'amicizia del Carducci verso di lui, ma specialmente del suo giudizio come poeta italiano. Non rare le proteste per il silenzio del Maestro sui versi in volgare pascoliani (e se ne fa eco anche Maria: si veda a pag. 323; anche nel 1902, dopo Passeri a sera, Giovanni scriveva al Valli: «l'insistere di tanti sulla mia scolaraggine di fronte al Carducci finisce per dispiacere... Mi dispiace alla lunga non vedere, non aver visto mai un cenno da parte di lui, di ricordarla o gradirla... »); altri scatti piú o meno giustificati del Pascoli si rivelano pure qua e là in queste Memorie; e si veda il Carteggio Carducci-Pascoli con le mie note in Omaggio a G. P., cit.; ma c'è anche altro. Di... scatti carducciani contro la poesia del Pascoli si è fatto eco, con aneddoti, anche Croce, e Anna Evangelisti. Un accenno di lode del Maestro si può trovare nella lettera di Severino a Giovanni del 28 gennaio 1894 (v. pag. 365). Forse la sola chiara testimonianza di una lode del Carducci al Pascoli poeta italiano pare giungerci attraverso la Corcos (e le sue parole, di cui alcuni ebbero l'eco, mancavano ancora di notizia diretta): l'ho trovata nella lettera inedita che la «Incognita» scrisse al Pascoli il 28 febbraio 1898, descrivendo vivacemente una delle riunioni nel suo salotto, cui intervenne il Maestro. «Sere sono rividi il Carducci che trovai esasperato per l'affare di Zola, tanto da esserne quasi ammalato. Io mi ero seduta in un angolo dei salotto con pochi amici: Carducci andava su e giú per la stanza nervosissimo e sembrava mille miglia lontano da noi, che parlavamo sommessi. Il discorso cadde su Lei, né le ripeterò i giudizi piú o meno benevoli o stupidi: io dissi : "Son certa che il Pascoli resterà"; ci fu chi mi accusò di... fanatismo, quando improvvisamente il Poeta esclamò: "La signora ha ragione, il Pascoli resterà". Poco mancò non corressi a baciarlo». È da credere che l'ammirazione della Corcos per il Pascoli non abbia un poco eccitato la sua fantasia coloritrice. Si veda anche «Quaderni dannunziani» a. 1960, pagina 797.

Del resto si può ricordare che al silenzio carducciano su la poesia del Pascoli corrisponde (non ostante le numerose commemorazioni) un presso che uguale silenzio di Giovanni verso il Carducci, come puro poeta.

[40] È la gentile proprietaria della casa dove il Pascoli dimorava, sig.ra Bianca Frangialli.

[41] Per ciò si veda V. CIAN, Nel mondo di G. Pascoli, in «Convivium» 1949, n. 1.

[42] Le ultime righe hanno molte correzioni e mutazioni. Sotto la minuta è in grande scritto il motto di Alceo, citato poi in Poemi conviviali: Χαῖρε χαὶ πῶ τάνδε.

[43] Le lettere al Federzoni sono in «N. Antologia» 16 luglio 1943; quelle all'Ida Ferrari, con molte notizie per l'appartamento, id. gennaio 1946; altre anche nel Fondo Piancastelli a Forli.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011