Maria Pascoli

Lungo la vita di Giovanni Pascoli

Memorie curate e integrate

da  AUGUSTO VICINELLI

con 48 tavole fuori testo

Edizione di riferimento

Maria Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, Memorie curate e integrate da Augusto Vicinelli, con 48 tavole fuori testo, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1961

PARTE TERZA

CAPITOLO IV

VICENDE DELLA VITA DAL 1899 ALL’OTTOBRE 1903

I  IL 1899: ROMAGNA E TOSCANA
CONFIDENZE CON SEVERINO E DELUSIONE DEI LINCEI

Contemplato il grande quadro del periodo messinese, possiamo ora correre piú rapidamente, sul filo dei documenti diretti, per cogliere qualche particolare non inutile, anche psicologicamente, della vita di quegli anni che, dopo il primo, vanno fra il 1899 e il 1903.

Il 1898 si conchiude col ritorno di Maria a Messina, mentre Ida e le figlie restavano a Castelvecchio. Quanto rimanesse Ida in Toscana non risulta dalle lettere a lei: esse mancano dalla fine del 1898 sino al marzo 1899, in cui si vede che da qualche tempo era tornata a casa: il marito venne a prenderla, spendendo dei soldi di cui poi si lamenterà (si veda la lettera di Giovanni a Salvatore in novembre). Ma nel frattempo altra corrispondenza interessa. [1] Il De Bosis, in una lettera dolente, diceva: «Ti manderò l’Inno al mare. Dimmi il tuo parere come un maestro e un amico». Giovanni rispondeva il 12 febbraio:

Mio caro Adolfo, leggo il tuo magnifico Inno al mare. C’è dentro un’energia promettitrice di mille capolavori, ancora. Avanti, o forte! Leggerlo è per me una vera festa, e non rimpiango affatto di non aver letto, in quel numero, il Sonno d’Odisseo, mio poema conviviale. Oh! no, davvero; ma, a proposito, dovresti dire all’ottimo Maggiorino [2] che io sono mortificato che non m’abbia mandato il piú piccolo cenno di gradimento.

Io lavoro molto, al solito, ma, al solito, senza troppa speranza d’afferrare l’inafferrabile – per me.

Come sta la gentilissima? Mimosella? Percy e Valentino? gli altri due? che fate? Vorrei pur sapere qualche cosa di te. Hannibal? Gabriele? Gli amici? I nemici? A proposito dei quali, mi capitò sotto gli occhi una poesia a te dedicata da G. Lesca; il quale, fortemente sospettai, fosse l’autore di quelle finte lettere mie, di quelle finte mie poesie, per le quali scrissi invano una cartolina. [3] Ti ricordi? Miserie. Ma tu il Lesca lo conosci? Tu hai conosciuto anche un candidissimo giovinetto, uno spirito alto e semplice, Gabriele Briganti, grande studioso di Shelley.

Il tuo     GIOVANNI P.

Dopo una bella lettera scritta il 15 gennaio («Son qui dietro a me il bujo della morte e d’intorno a me il cinguettio della vita, senza intendere né l’uno né l’altro»), Adolfo riscriveva rispondendo a quella di Giovanni (certo in febbraio); diceva: «Mi piace molto pensare che il mio Inno ha la tua approvazione. E gli basta! Le tue buone parole di incoraggiamento e di lode mi fanno bene, piú bene del solito mentre io son cosí giú di spirito...». A Giovanni, invece, talvolta lo spirito si accendeva anche per improvvise occasioni esteriori; come per la venuta a Roma e a Messina (qui nell’aprile) di alcuni giornalisti stranieri, onde s’ispirarono due carmi latini: Ad esternos ephemeridum scriptores, che nell’affermare Roma patria di tutti riecheggia il carducciano Nell’annuale dell’Urbe e previene il suo Inno a Roma; e Ad hospites che – quasi descrivendo la fata morgana o l’Iride (nel febbraio aveva letto il discorso di questo titolo) – immagina un ponte che congiunge le due parti dello stretto, da cui l’Italia parla alla Sicilia, avente sorte comune: Fortia nempe egi; sum fortia passa resurgo: – magnum est id quod eram, maius id est quod ero. [4] E il 6 marzo commemora – fra la politica e la letteratura (con un accenno contro Baudelaire il Cavallotti).[5]

Ma un’occasione che poteva essere decisiva nella vita dei Pascoli si presentò nel febbraio. Morto il signor Pedriali, che dimorava nella casetta di San Mauro, gli eredi pensano di venderla. Il buon Pirozz si affretta a darne avviso al Pascoli, che risponde incerto.

Messina, 28-2-1899

Mio caro Pirozz, la tua lettera ha sonata la sveglia al mio cuore. Ecco i miei occhi, le mie orecchie, tutti i miei sensi pieni di San Mauro. Ma... oh! povero Pirozz, come mi pare impossibile realizzare quel sogno! Non sono mica diventato un Signore! E prevedo che la casa dove sono nato, gli alberi tra i quali sono cresciuto, l’orizzonte che m’ha fatto poeta e scrittore, andranno ad altri; e che io resterò sempre esule, sempre esule, conservando solo nell’anima la mia casetta e la mia piccola patria. Tuttavia dammi i limiti massimi e minimi del prezzo a cui si venderebbe e notizia delle facilitazioni che potrei avere nel pagamento. E presto. In un periodico di Roma trovai cenni del padre Giorgi nato in San Mauro d’Emilia. Ora saprei una via per farci su uno studio e tenerne, quando che sia, una commemorazione. Quali opere hai tu di lui? Presto ti manderò opuscoli e volumi. Sono in un periodo di straordinaria attività. Do l’ultimo assalto alla gloria e al benessere. Falino come potrebbe partecipare all’operazione? Esso è tutto assorbito dalla sua famiglia. Quanto a Maria... sai che Ida e Maria avevano ed hanno, coi frutti arretrati, un quattromila lire. Ma queste quattromila lire... non le hanno; perché sono nelle mani ... fallite di ... Emilio David. Non si sono mai potute ricuperare ... Saluta... tutti... e ama il tuo   GIOVANNI

Della cosa fu subito informata Ida, cui era già stata inviata poco prima una lettera con scambio di piccoli doni. Importante la lettera inviata per la casetta il 20 marzo: anche perché mostra che le intenzioni del Pascoli sono, come non di rado, fluttuanti.

Cara Du, ti rispondo un po’ in ritardo, causa qualche dispiacere che ci ha afflitto in questi giorni. Del resto, coraggio! Se tutte le cose andassero a seconda, ci sarebbe da aver paura della morte! Cosí camperemo ancora un poco.

Ora sappi che da San Mauro mi hanno scritto che la nostra casina è in vendita, e che ci sarebbero molte facilitazioni se la volessi ricuperare. Io ho profittato del desiderio che hanno, che io la recuperi, per indurre Pirozz ad andare da Vendemini ed esporgli lo stato delle vostre quattromila lire... Sentiremo che cosa mi si risponde. Non è escluso però che possiamo concepire la speranza di recuperarle e di cedere il credito ad altri.

S’intende che io mostro desiderio di comprar la casa, solo per questa pena di recuperare il vostro; non per altro. Tu tieni il segreto. Ricorda. E intanto giova soprassedere. Giova soprassedere anche per un’altra ragione. Bisogna che prima io tolga quel mio debito. Per aprile, e forse per quest’altra scadenza di ottobre, non potrò che pagar la rata. Ma spero poi di pagar tutto il capitale ...

Ricevemmo il vino. Ieri sera incignai la damigiana ed empii le bottiglie e sopratutto empii la mia gola; e feci una sborniettina, per affogare i miei dispiaceri. Li affogai. Coraggio! Io lavoro e lavorerò. Possibile che mi manchi sempre il successo?

Tanti baci a Nannina e a Myriam Cici e tanti saluti a Salvatore, e tanti cari baci a Du dai suoi   GIOVANNI e MARIA

Dalla lettera si capisce che Ida, le cui condizioni economiche familiari si palesano sempre piú incerte, anche per debiti precedenti del marito, doveva aver chiesto un prestito con garanzia del fratello, estinguibile in 25 anni; con buon senso egli si oppone.

Anche Pirozz, risollecitato, aveva risposto, e Giovanni gli scrive il 23 marzo incitandolo ad agire presso il Vendemini; e aggiunge: «Voglio dirti soltanto che tu avverta il Signor Pedriali che faccia il suo interesse; che non si tenga per me. Non vorrei che, passando senza frutto qualche occasione buona, egli poi potesse accusar me d’averlo fatto aspettare invano. Bada, che lo esigo, che tu faccia questa dichiarazione al signor Pedriali. Formalmente. In verità spero, te lo ripeto, poco o niente».

Il 27 aggiungeva all’amico che un vagheggiato viaggio a Firenze (da Severino?) era rimandato, per mancanza di fondi: «Presto manderò alla biblioteca un mio grosso volume dantesco e i Poemetti e altro. Si lavora, caro Pirozz; ma non si è troppo contenti». Anche il ritorno a Castelvecchio per le vacanze pasquali resta un sogno, per lastessa ragione: lo dicono i due fratelli all’Ida in una lettera a due mani che, il 27 marzo, accompagna alcuni regali e augura «buona Pasqua»: ma «abbiamo avuto dei forti dispiaceri e poi Giovannino è ancora gonfio in una guancia per una ... dolorosa flussione alla gengiva».

Dopo la lettera del 15 aprile che accompagna a Salvatore «240 lire per la cambiale» (sempre l’incubo dei debiti a ricondurre a terra il poeta!) [6] un’altra della fine di aprile, di mano di Maria ma col pensiero comune, mostra come qualche cosa di nuovo si agiti nella loro mente.

Carissima Ida, abbiamo ricevuto la tua letterina con le buone notizie delle soavi piccine e con tante tenere cose per noi. Ora Giovannino sta meglio del suo raffreddore, però non bene del tutto ...

In quanto alla tua speranza di rivederci costí fra due mesi, temo che andrà delusa. Giovannino ha molto da fare e non troppi mezzi: due cose contrarissime ad ogni divertimento. Se avessimo qualche fortuna! Ma le fortune corrono dietro a chi dorme...

Noi da Sogliano non riusciamo avere notizie ... Come devo fare se mi manca il mezzo per corrispondere? ... Abbiamo avuto la cambiale vecchia: sta bene.

Da San Mauro nessuna notizia. Ci devono essere gli altolocati di Savignano e San Mauro che non sentono volentieri che Giovannino rientri in Romagna a mettere loro in seconda linea. Vili ... Aggiungi che quest’anno lasceremo Castelvecchio per diverse ragioni che ti diremo poi un giorno che abbiamo piú tempo. E puoi immaginare a trasportare tutta quella roba che delizia sarà. Siamo imbarazzatissimi; ma Dio ci aiuterà per il meglio...         GIOVANNI e MARIA

Ma, e certo anche per quell’accenno misterioso a dover lasciare Castelvecchio, torna ormai piú preciso il problema di questi giorni; ché, per le concomitanti notizie di San Mauro, il Pascoli aveva sentito rinascere il desiderio di una casa sua ... Si presenta, quindi, all’atto della decisione, il dubbio sentimentale e pratico per ora ancora insoluto: Romagna o Toscana, San Mauro o Castelvecchio? La lettera dell’11 maggio – anch’essa a due mani – svela qualche perplessità e ne mostra i motivi ... Ma si vede, pure da quella che ad essa segue, che sta maturando il predominio della Toscana (anche per nuovi timori riguardanti il fratello Giuseppe).

Carissima Ida, avevo preparato stamattina una lettera molto dolorosa per te perché non scrivevi. A dir vero stavamo in una gran pena per quelle 50 lire ...

Oh se le avessimo avute come ti avremmo mandato subito le 150 lire che vorresti per una vacchina! ma ora siamo in molti pensieri finanziari. Prega e fa pregare che ci vada bene una cosa sui primi del venturo mese: se ci andrà bene tu pure ne godrai e avrai la vacchina, ma se ci va male, oh allora anche per noi sarà un gran brutto affare. [7] Forse dipende da ciò anche il nostro passaggio da costí. Noi partiremo, se nulla succede in contrario, da Messina o il 27 o il 28 di Giugno. Dio volesse che potessimo anche rivedere te, nostra dilettissima e Nannina e Myriam! E rivedere cotesti bei posti e i prati di trifoglio e di fieno. Speriamo.

Non piangere Nannina, che se Dio ci aiuta ti faremo stare allegra insieme alla pensosa contemplatrice del cielo Myriam. Pregate, soavi creature innocenti, per Giovannino e per Buiò. In quanto a Castelvecchio, ecco: quando il Guidi ci propose di acquistare la casina di San Mauro, [8] noi dicemmo al signor Alceste: Noi resteremmo qua soltanto se sin d’ora sapessimo che col tempo ci sarà dato comprare il nostro nido di Castelvecchio: dunque vogliamo sapere sin d’ora, primo, se, in caso, venderebbe; secondo, per quanto. In due volte ci rispose che si, venderebbe; per... indovina, cara Ida! trentamila lire: la casa e la chiusa. L’orrendo tugurio dove sta la Chiara e che noi disegnavamo o di abbattere o di ridurre ad agrumaia e stalle, è computato cinque mila franchi, ossia 500 lire piú che non sia stata venduta già la nostra casina di San Mauro con quel po’ po’ di giardino, d’orto e di terra a gelsi e grano! Ci siamo indignati, e andremo via: a Giugno disdiremo per la metà di Ottobre. A metà Ottobre, delle tre una:

1a Mettiamo tutto in un magazzino a Lucca o, trovando, a Castelvecchio.

2a Andiamo in un altro posto del Barghigiano, dove ci facciano sin d’ora il patto di vendere a un dato ragionevole prezzo.

3a Veniamo a San Mauro.

Contro quest’ultima eventualità, che da un pezzo non scarteremmo piú, essendo noi molto in sospetto per la crudele avidità di questi Bargei, sta però il fatto che il Guidi non ha piú risposto. Io gli avevo detto che interessasse il Vendemini a recuperare quel danaro, che per colpa sua era andato in quelle grinfie ...: nessuna risposta. E sarà un mese e piú.

Per la 2a eventualità, abbiamo qualche speranza, ma fioca fioca. È possibile la prima, ed è possibile ancora, in vista del lavoro, per il quale l’interruzione anche d’un mese ora è dannosissima, che noi restiamo a pigione lí ancora un anno, o, se otteniamo, tre mesi oltre Ottobre. Perché il patto di locazione è questo: disdire tre mesi avanti la scadenza annuale, che è ad ottobre, metà.

Ecco la ragione per cui pensiamo di lasciare Castelvecchio. Ti pare giusta? Oh! noi vogliamo anche noi una casina, un giardinetto, un orticello nostro, dove piantare alberi e fiori per noi fin che vivremo. Certo che non sappiamo davvero se avremo mai questa possibilità; ma almeno per ora vogliamo cullarci in una speranza che non abbia tanto dell’assurdo come sarebbe quella di acquistare Castelvecchio .. .

La nostra salute è discreta, non perfetta. Ci rimetteremo in campagna.

Aspettiamo presto un’altra tua. Facci compagnia in questo nostro esilio e voglici bene ... GIOVANNI e MARIA

Messina, 11 maggio 1899

 

Carissima Ida, questa lettera partirà domani (27) perché aspettiamo d’inserirvi il tuo cinquantino. Ma intanto scrivo, scrivo per un bisogno del nostro cuore. Tu ci dici di non stare bene, fai dei sinistri pronostici, ti mostri, insomma, avvilita. E noi ci rimaniamo male, molto male, e perdiamo la tranquillità e il coraggio ...

Se noi non possiamo passare di costí nella fine di Giugno, com’è probabile perché le fortune (per noi fortuna sarebbe sinonimo di giustizia) non ci saranno per noi, tu quando noi ci saremo adagiati di nuovo a Castelvecchio, ossia dopo una settimana, prendi su le tue piccine e vieni un po’ con noi nell’aria di montagna ... A proposito delle tue indisposizioni, sappi che anch’io sarò stata piú d’un mese senza appetito e spesso con dei gran febbroni nella notte. Ma ora sto bene, grazie a Dio, e spero che anche tu sarai già migliorata. Giovannino, poverino, ora non c’è male, ma questo clima non gli fa assolutamente ed io sono disperata perché non c’è nessun principio d’essere chiamati altrove. Se non fosse la necessità assoluta dello stipendio (ma non sai che non si rimedia quasi nient’altro con tutto il lavoro che fa?) lascieremmo la scuola [9] (anche Mariú fa lezione!!!) e ci dedicheremmo (oh! questo sí, anche Sibylla) all’arte. Del resto speriamo.

Quanto a San Mauro, sebbene la cosa sia già quasi svanita, noi avremmo voluto e vorremmo sapere il tuo parere. Noi, a dire il vero, né si sperava né forse si desiderava. C’era la tua vicinanza... ma se avessi avuto bisogno, te e le bimbe, d’un po’ di svago, d’un po’ di fresco, d’un po’ di monte, come avremmo fatto? E poi, io ho bisogno della Toscana, e poi e poi e poi. Ma lasciamo questi dubbi che sono quasi retrospettivi. Il Guidi mi scrive finalmente una cartolina asciutta nella quale mi diceva di non aver ansia: egli si era rivolto a un notaio, allo Zanuccoli di Sogliano, e aveva detto al Pedriali di aspettare. Ora di che è segno ciò? di questo, che il Vendemini non si è voluto interessare al recupero di ciò che esso, non altri che esso, ci ha tolto! E il Tosi ancora e altri non pare che abbiano nessuna voglia che noi si torni là... Ebbene, San Mauro perderà il suo poeta! Poco male? Vedremo.

Intanto a Castelvecchio non si tratta, domandando 30.000 lire, del doppio, ma di piú del triplo. Ma forse ne è per uscire il nostro bene. C’è là chi ci vuole bene, e noi rimedieremo. Già quella casa ci pareva troppo incontadinita, troppo grande e sconclusionata, e sopra tutto poco ombrata e amena. Ora abbiamo in vista o una casina di campagna, tra i castagni, in tutt’altra parte, o una casina che ci si promette di edificare dove vogliamo e come vogliamo, affittandocela prima e vendendocela poi... quando avremo i quattrini. Cosí della prima. Non resta che vedere. Otterremo di economizzare e di stare veramente in campagna e di fare cose divine all’ombra dei castagni. E la casina, per piccola che sia, potrà sempre contenere anche te e le tue care bambine, e far rifiorire l’una e le altre. E somiglierà – anche quella che è già fatta, ma noi l’accomoderemo col tempo – alla casina di San Mauro: avrà il cancello, la mimosa, i limoni, la siepe di bosso, il suo campicello, le persianine verdi. Solo sarà in alto e noi non rischieremo di morire avvelenati dall’acqua, dall’aria o da qualcos’altro. E la mamma vedrà la nostra intenzione e ci sorriderà.

Dunque sta tranquilla e serena e sana. Ma non si tratta forse dei prodromi d’un terzo lieto avvenimento? A ogni modo coraggio e pazienza. Se vuoi venire, niente di piú facile. Quando Salvatore t’ha messo in treno a Faenza (dove del resto ho una famiglia, non amica, ma fratellevole addirittura) a Firenze ci sarò io o Mariú o tutti e due. E non ti slogherai piè il piede. Sai che Falino e l’Angiola vorrebbero venirci a trovare? Io però ho dipinto a lui, l’altro giorno, la mia poco invidiabile condizione e spero che non ne farà nulla. Non ci mancherebbe altro che, nel tempo del nostro riposo, ci venisse anche un po’ d’aristocrazia e di suggezione!

Mariú domani ti manderà un pacchettino ... Da’ l’acclusa a Salvatore, e spingilo anche te. Le scatoline di bergamotto, aprile con precauzione, e aprile tutte e tre. Tuoi  GIOVANNI e MARIA

Tanti baci a Nannina e Myriam Cicí. Saluti da Gulí...

La lettera a due mani, si capisce che è del 26 maggio. Vi si svela ora un altro aspetto di Maria: ormai dotta (avrà avuto qualche ragazzo di conoscenti da aiutare) e poetessa... patentata, sotto il nome già a noi noto di Sybilla. Ma come non di frequente, anche nelle lettere Giovanni si svela... poeta, in quei sogni della casina nuova, che non verrà.

In seguito, occupazioni pratiche distraggono forse un poco il Pascoli dal pensiero della casa; ma vedremo che ad esso lo richiama l’anniversario dei morti.

Per gli esami, il primo giugno, andò commissario al Liceo pareggiato di Catanzaro, poi di Conversano, non molto lontano da Bari: un viaggio lungo e penoso, con la puntata finale a Bari per prendere il treno migliore nel ritorno; e una fatica ingrata, che conosciamo dalle solite affettuosamente disperate lettere a Maria.

Mia carina, sarà difficile che ti possa narrare la mia commozione di questa notte. Verso le 11 io piangevo a scosse chiamando Mariú, Mariú, voglio Mariú! Ero in un vagone di prima classe, comodo, da poter dormire. Ma non dormii. Ho fatto conoscenza con un bravo e anziano controllore, il quale mi facilita il viaggio di ritorno con un suo biglietto. A Catanzaro Sala non si è arrivati. C’è, dopo, un’ora di carrozza per arrivare alla città. Ci arrivai. Andai alla Tratt. Centrale. Non c’è male. Arrivai alle 2½: alle 6½  ero in piedi; ma di quelle 4 ore ne avrò dormite due. Sempre Mariú, Mariú, voglio Mariú. Pensavo che tu non dormivi, non mangiavi, e piangevi. Per l’appunto oggi il mio ispezionato (un Giuffré qualunque) ha 5 ore di lezione. A tre sono stato: ora devo andare alle altre due. E troverò modo di dire che mi ci vuole anche domani, perché anche partendo domattina, che faccio di domenica a Conversano? E poi la vogliono troppo a buon mercato. Nessun conoscente, nessun ammiratore, salvo uno studente di Messina, ora laureato e incaricato al Ginnasio, Fava. La città è in posizione d’un bello orrido. Domani ti scriverò a lungo; ora, con due ore di sonno, devo tornare a sentire le bestialità del neo Giuffré.

Gulí come sta? Gli hai dato il rabarbaro? Tanti bacini al musino nero. Manara ti venne a trovare subito? Avesti la cartolina a lapis di Reggio? Tutte cose che saprò a Conversano. Quanto mi tarda di riabbracciarti! per non lasciarti piú. Sto bene. Polifemo fa il suo dovere? [10]

Tanti saluti a Manara. Spero che a Conversano tu mi darai qualche buona notizia. A ogni modo, tra noi due godremo sempre anche delle nostre lagrime.

Tenerissimamente bacio il tuo musino bianco.  NAVIN

Catanzaro, 2 giugno ore 1½ pom.

Ho ricevuto il tuo telegramma, che mi è sembrato fredduccio, e pieno d’accoramento contenuto.

Non vedo l’ora di mangiare le colazioncine che tu mi preparerai. Ho detto le orazioni e fattomi il segno di croce. Non ho bevuto. Sino a mezzogiorno d’oggi sono stato colla tua colazione.

Con infinito amore tuo   NAV.

Simile la lettera del 3 da Catanzaro: «Come staremo allegri, dopo! Consolazioni certo non ne avremo: ma che importa? Le lagrime in compagnia noi due ce le godiamo come fossero sorrisi od oro».

La lettera del 4 – esse lo seguono nella sua faticosa peregrinazione – è dalla stazione di Taranto, in attesa di andare a Gioia del Colle; ma due cose lo infastidiscono: che non lo pagano subito e che ha un certo stento nei... benefizi corporali (cosa che in viaggio – come già risultò e risulta dalle lettere – lo preoccupa spesso, insieme al pudore di cercare il luogo opportuno). L’ultimo scritto è dal Liceo di Conversano (5 giugno), dove è giunto, per l’ispezione, con 3 ore di carrozza. Aspettava certe notizie da Maria, ma ci credeva poco...

Non spero già che tu mi mandi notizie impossibili. Le avremmo già ricevute da un pezzo. D’altra parte meglio cosí. Meglio non dover nulla agli uomini, dover solo a te! Essere infelici  ma forti e bravi. Niente di comune tra noi e i fortunati de’ quali per es. è il Carducci, che a 22 anni era professore d’Università, e io ho sempre considerato come un genio senza esempi, nel tempo in cui il mondo aveva gli Hugo, i Tennyson e tanti altri veri geni. E come nei villaggi, in cui un Decio può essere tenuto come uno de’ grand’uomini del mondo. [11] Nel nostro caso il villaggio è l’Italia intera. E sia! E sia! A lui la sua fortuna, a me la mia coscienza. E avrò l’effetto di spingermi con tutta l’energia a Dante, ai poemi (ne ho concepiti da degradarne il Sonno di Odisseo), ai drammi, ai romanzi! vedremo all’ultimo. A me basta che mi resti un po’ di vita e Mariú! Con queste due, farò miracoli. E per l’altro sarà una macchia indelebile codesta!

Evidentemente la fatica del viaggio e quell’attesa vana l’hanno irritato nella congenita ipersensibilità; e di fatti continua:

E dell’affare baccelliano? ...Del resto, me ne infischio! [12] Se mi destituissero, che è cosa che non potrebbero fare, tuttavia sarebbe il piú e il peggio, avrebbero fatta la mia fortuna! E anche l’Omero assolutamente non ho nessuna voglia di dedicarlo alla regina. Si contenti della roba de’ suoi cortigiani. Io non sono di quelli. Ma basta. Baci, baci, baci. Nav.

Ma a irritare il Pascoli contro il mondo ministeriale e accademico c’era stato ora anche un particolare episodio. Si era bandito il concorso per la cattedra di letteratura greca all’Università di Palermo: pubblicata la graduatoria, Nicola Festa, autore di un dotto Bacchilide e già scolaro del Pascoli e amicissimo del Pistelli, fu classificato quinto, cioè ultimo. Si delineò un conflitto fra la scuola fiorentina (piú di artisti: il Vitelli, il Pistelli, e anche il Pascoli) e l’altra piú «filologica» di Giuseppe Fraccaroli, Vittorio Puntoni, Virgilio Inama... Col solito impeto, scese in campo il Pistelli, trascinandosi dietro anche il Pascoli. [13]

Lo scolopio scrisse una lettera aperta, di cui subito mandò la bozza a Giovanni (19 maggio) che gli rispose il 21 lamentando la sua non troppa serenità, riaffermando la propria stima al Fraccaroli (recensore benevolo di Minerva Oscura) e al già collega bolognese Puntoni. La lettera aperta del Pistelli (M. PIER LEON DE GISTILLE, A proposito di un concorso: lettera aperta a G. Pascoli, Firenze 1899; 20 maggio) ebbe la risposta di Giovanni (con poche righe aggiunte dal De Gistille) in un numero speciale del «Marzocco», l’11 giugno 1899, n. 19, cui il Vitelli aggiunse una nota nel numero seguente (Ancora per una cattedra universitaria).

Il Pascoli conferma la stima grande per il giudicato e quella piú grande per i giudici; cerca di negare la esistenza «di due scuole filologiche» in Italia; e difende perfino la filologia di fronte al solo gusto dell’arte, dichiarando di essere anche lui, contro il giudizio comune, un «operaio filologo». Elogiato il Festa, fa però qualche riserva alle sue traduzioni in prosa, ricordando invece (fatto personale!) i propri tentativi di traduzione metrica. La polemica pascoliana ebbe poi in un’altra lettera a Gildo (il manoscritto è a Castelvecchio) uno sviluppo sociale, contro il livellamento borghese e quello scolastico, che non differiscono di molto fra di loro: gli «uomini umani» debbono ribellarsi a ciò e «assicurarsi la libertà di indagare e creare, d’inventare e scoprire ..., di adorare e sacrificare ... se stessi, come hanno sempre fatto a proposito dell’universale». [14]

Ma un dispiacere ancora piú grosso attendeva il Pascoli in questi giorni. Egli aveva concorso con Minerva Oscura per il premio dei Lincei, e aveva già fatto i conti su quelle 10.000 lire (c’era sempre il miraggio della casetta!). Invano. Il giudizio dei Lincei è riprodotto, commentato, sofferto dal poeta nel libretto Intorno alla Minerva Oscura, Napoli 1899. [15] Il giudizio, tra il bene e il male, dice che «egli vuole ignorare il molto che è stato scritto sulla D. Commedia; ma l’acceso ingegno gli fa ignorare, o dissimulare, molti stacchi e salti del suo disegno . . . Il libro pullula di ipotesi e suggestioni, è ricco di ... non pochi semi di verità . . .» etc.; i Commissari sono Carducci, Comparetti, Nigra, Schiaparelli e Ascoli relatore. Cosí nel pieno fervore delle scoperte e delle polemiche dantesche cade la prima goccia gelata; e Giovanni, che poi dirà al De Bosis (4 nov. 99) che dalla sua aveva soltanto «il Nigra», ma che poi ringrazierà velatamente eppure con calore anche l’Ascoli, [16] sospettava istintivamente prima di ogni altro del Carducci: ce lo dicono le lettere.

Tornato intanto dagli esami verso il 12 di giugno, subito i due fratelli si preparano alla partenza e, accorati, andranno direttamente a Castelvecchio. Lo annunziano, fra altre cose, all’Ida, scrivendo al solito in comune.

Carissima Ida, ti scrivo un po’ in fretta perché, come già imaginerai, sono cominciati i preparativi per la partenza e poi abbiamo qualche cosa, anzi molte cose, da sbrigare prima di lasciar Messina.

Non occorre certo che ti dica che le nostre speranze dei primi di Giugno sono rimaste delusissime. Si trattava di quel concorso di Minerva Oscura al premio dell’Accademia dei Lincei. C’era tra i giudici anche il Carducci e da ciò la prima ed unica causa della nostra disgrazia. Oh quanti sogni fugati! quante speranze distrutte! quanto coraggio spezzato! finito! Noi siamo in mille imbarazzi, in mille pensieri! E anche l’affare di Castelvecchio ci danneggia molto. C’è il caso che non ci restiamo che pochi giorni: e il denaro che ci vorrà per uscire di lí non so proprio dove lo troveremo. Non so, non so.

La settimana passata è stata una settimana di passione per me. Giovannino dovette andare a far delle ispezioni in Calabria e nelle Puglie. Non ti so dire la mia pena per questi  viaggi affrettati e difficili, con questo caldo, con tanti mali che sono in giro ...

Nel frattempo poi ch’egli era fuori, avemmo, io qua, egli in treno, la bella notizia del concorso. Oh quante lagrime! Ci siamo persuasi che non avremo mai fortuna, no, mai. Della fama, della gloria ne avremo, ma dei denari, no. E senza quelli come faremo?

Di San Mauro nessun’altra notizia. Dunque noi partiremo, se nulla ci accade in contrario, il 27. Ti scrissi già che di costí non è possibile che passiamo: avremo i soldini contati ...

Tu dici che la zia ha bisogno di parlarti ... Se credi di poter fare le cose per bene, noi non disapproviamo che tu possa vederla e udire ciò che ha da dirti. Può essere qualche cosa che interessi tutti noi ...

Ora passo la lettera a Giovannino perché modifichi, se non approva in tutto, quello che dico io, e perché aggiunga ciò che io non so dire. Intanto ti bacio con Nannina e Myriam. Sta bene, sii forte e coraggiosa e ama la tua   MARIÚ

15 Giugno 1899

Va bene come ha detto la soave Mariuccina. Dille, alla zia, che il denaro vostro vi bisogna, che i frutti non corrono piú, faglielo capire! Che per quanto il suo destino sia crudele, piú crudele è stato il vostro! Nemmeno quei pochi soldi della mammina!

E ci sono delle bambine che hanno appena appena il necessario! E che hanno tutta la vita davanti a loro! che la mamma vede di là, che sa, che aspetta! E dille ... che non avremmo aspettato che una parola di pentimento, per perdonare. E questa parola non sarà mai pronunziata! E lei sa e sapeva tutto! Ci conosce, lo conosce!

Un bacio per Nannina e Myriam e per Du e un saluto per Salvatore moscaalnaso, dal vostro    GIOVANNI

Ti accludiamo il tuo cinquantino. Scrivi subito.

Il 27 partivano per Roma (ove fecero una breve sosta e il 28 Giovanni scrisse al Caselli), Pisa e Castelvecchio. Circa il 29 da Barga il Pascoli scriveva al Pistelli dicendo: «eravamo spossati a Roma: si vedeva male a stare in giro dodici ore in piú (per passare da Firenze); siamo passati da Pisa». E naturalmente aggiungeva, a proposito dei Lincei: «Ho avuto dal Maestro un’altra scudisciata...». E intanto annunziava anche all’Ida l’arrivo.

Appena a Castelvecchio insistono per sbrigare gli interessi di Sogliano, incubo continuo di questi anni. Della fine di luglio (o dei primi di agosto) è una drammatica lettera all’Ida in cui si rivela uno stato d’animo perenne nel «povero» Giovannino (e si fa un quadro sintetico della vertenza): ma vi si mostra di nuovo un Pascoli.., uomo d’affari.

Cara Ida, ti accludo una lettera di Suor Agnese, acciocché, se tu vedi la cara sorina, le dica che io sono rimasto con Mariuccina dolorosamente sorpreso di questa risposta. Oh! dunque nel mondo non c’è che la famiglia David? cosí presto si dimentica il sangue che ha macchiato la via di Cesena, il dolore che condusse alla morte la nostra mammina, la nostra infanzia desolata, i miei lunghi giorni senza pane, i miei lunghi e molti anni senza aiuto, senza pietà, senza nemmeno un consiglio? Ed è un disturbarla, la zia, richiamando un momento la sua coscienza alla realtà? La Rosa (oh! oh! non l’avrei mai creduto!) vi consiglia d’aspettare altri quaranta anni!!!! [17] E non le sale il rossore alla fronte nel dire un simile scherno? Basta: qui t’espongo ciò che mi risulta dall’esame nuovo che faccio dei documenti, acciò tu possa parlare al signor Zanuccoli e con chi altri ti occorra, a ragion veduta.

1. Il mutuo di L. 2950 fu regolarizzato i giorni 1° Maggio e 28 Maggio 1885. L’interesse, da pagarsi in due semestri, era fissato al 7 %. (A voce voi cedeste gli interessi del primo semestre I° Maggio  I° Novembre 1885). Il frutto annuo sarebbe stato di L. 203 (dugentotre).

2. Il giorno 13 Luglio 1887 fu stipulato un atto ipotecario. Il mutuo di L. 2950 doveva durare tre anni da quel giorno, al frutto del 5 %. L’ipoteca copriva le tasse e spese etc. eventuali sino alla somma di 350.

N.B. Il giorno 13 Luglio 1887 voi eravate creditrici non di L. 2950, ma (al l° Maggio) di L. 2950 piú un anno e mezzo (al I° Maggio) di frutti al 7 %, ossia 354,50... Di’ a Suor Agnese, che quel giorno faceste alla zia un primo regalo di Lire trecentocinquantaquattro e 50 .. .

3. Il 13 Novembre 1890 acquistaste, mediante il vostro procuratore Vici, quattro appezzamenti di terreno per Lire 857,90. Questa somma con incredibile deviazione della procura, fu detratta dalla vera sorte del mutuo: da Lire 2.950! Allora voi dovevate avere, tenendo conto delle 354.50, di cui al n. 2, in piú delle 2950, lire 772,41 ... L’ipoteca fu ridotta a L. 2092,10, e a 2442,10 per assicurare le solite spese, tasse, frutti, arretrati, etc. Il mutuo doveva scadere di lí a 3 anni. Risulta da questo che voi avete regalato anche questa volta Lire 417,91, che congiunte alle 354,50 sono Lire 772,41 ...

La situazione, dunque, vostra è questa. Avete quattro appezzamenti (L. 857,90), piú 2092,10, piú gli interessi di queste L. 2092,10 dal 13 Novembre 1890. Questi interessi il giorno 13 Luglio 1899 sommavano a Lire 889,10. Congiunte alla vera sorte sarebbero dunque una somma di L. 2981,20. Ma siccome la legge non garantisce che 5 anni di frutti e l’anno in corso, cosí i frutti sarebbero solamente, al piú, di Lire 627,60, e la somma totale di Lire 2719,70 che congiunte alle 857,90 degli appezzamenti farebbero Lire 3.577,60. Sicché quasi 3000 lire dal 1° Maggio 1885, in 14 anni, non avrebbero fruttato che Lire 627,60!!! Mentre al 5 %, frutto semplice e non composto, i frutti soli sarebbero L. 2065, e tutta la somma L. 5015. Computando dunque modestamente, voi regalate lire millequattrocentotrentotto. Ogni anno questo regalo si accresce di L. 104,60...

No: bisogna venire a capo di questa odiosa faccenda. Bisogna che la zia, con qualche atto valido, interrompa la prescrizione e paghi, almeno, i frutti arretrati. Hanno case e poderi. E noi non abbiamo potuto – per causa loro – recuperare la nostra casina materna. E si soffre in mille modi. E non tra quarant’anni, ma tra meno, le bambine del... David potranno portare a qualche ricco possidente una buona dote di 10000 lire, magari, ognuna; e Ida e Marini... e Nannina e Myriam ...Un bacio dal tuo   GIOVANNI

Lo stesso in due lettere (12 luglio, 1° agosto) scriveva a Pirozz e gli ricordava poi, a chi rinfacciava loro i benefizi ricevuti dalla zia, che «queste amorevolezze le abbiamo restituite al povero Placido, ottimo figliolino di padre non... ottimo... Il povero Placido è morto ma non dovrebbe essere morta nel cuore di suo padre la memoria del bene che gli abbiamo voluto e gli abbiamo fatto...». E cosí dice anche altre volte. Ai primi di agosto in una lettera all’Ida compare un’altra proposta: quella di vendere il credito, pur rimettendoci qualche cosa. Dalla lettera si apprende un nuovo fatto che avrebbe dovuto essere lieto e non fu: «In questi giorni siamo affaticatissimi perché abbiamo nostro ospite il sen. Finali».

L’ottimo amico Finali, che sempre si interessò e si interesserà del poeta – e la cui corrispondenza col Pascoli, conservata a Castelvecchio, è esemplare di vera, illuminata amicizia [18] – capitò a Caprona in un momento un po’ critico per lo spirito e le finanze, e quando i fratelli quasi pensavano di lasciare la casa... Ma di quella permanenza di 17 giorni essi fecero, con la solita ipersensibilità, una tragedia. In quell’agosto (il 24) Giovanni scriveva al Caselli: «Cupio dissolvi»; e con una garbata letterina del 13 si scusò dall’essere presente al colloquio del Finali col senatore Mordini. Anche perché Giovanni voleva lavorare; e conosciamo la varietà intensa dei lavori, dalle poesie agli studi su Dante e all’originalissima antologia Sul limitare, la cui prefazione è datata «Messina, maggio del 1889» (errore sempre rimasto per 1899!) e pubblicata dal Sandron verso l’ottobre (lett. del Pistelli, 15 ott.). Ne riparlerà l’autore a Severino Ferrari; come prima ne aveva parlato a Giacomo Barzellotti. [19] Mette conto qui di riportare almeno in parte una lettera al Caselli, del 14 giugno, testimonianza della varietà e dell’umore del lavoro pascoliano: è nella Biblioteca di Lucca: «... Oh! quest’anno è un brutto anno... Devo probabilmente abbandonare Castelvecchio e forse Barga e Lucca, per non potervi trovare casa e poderino piccino piccino, che possa acquistare... Per cominciare a fare i detti quattrini, avevo presentato ai Lincei un mio lavoro dantesco ... ma il premio è stato dato ad altri. Io ho, oltre di che fare volumi nuovi, un volume di Poemetti da stampare in 2a edizione: ebbene non ho editore: cioè l’avrei, ma mi darebbe una sciocchezza ... Non ho fortuna. Tuttavia di questa circostanza profitterò per fare presto un inno alla Fortuna, nel quale la ringrazio di non essere venuta a me... ; e pur una bella poesia per il mio Alfredo...». L’inno alla Fortuna fu realmente fatto, ed ebbe, lo vedemmo, per titolo Il mendico.

Le vacanze permettono anche la ripresa epistolare con vecchi amici; col Mercatelli (ma il Pascoli ignora se è ancora in Africa o no: 2 agosto); e soprattutto con Severino Ferrari; col quale non si scrivevano da piú d’un anno. Severino insegnava all’Istituto superiore di Magistero femminile di Firenze; e cominciava ad aiutare il Carducci a Bologna. Un biglietto conviviale scherzoso di Severino e del buon cameriere garibaldino Buggini da Bologna rinnova i contatti.

18-8-99

Nostro caro amico, dal grande restaurante Eden nuovissimo di Bologna, o bollettàrio, ti si manda un affettuoso saluto, noi poveri beoti, benché tu ti sia dimenticato di noi: scrannär! Noi siamo poveri poveti ma ti vogliamo sempre (nota: questo sempre è di Buggini!) bene. Ricordaci alla signorina Mariù (cosí le dice Buggini). A te un bacio da’ tuoi vecchi, vecchi affezionati, e cari amici

SEVERINO e GIGIONE BUGGINI

Giovanni rispose subito a tutti e due. Al Buggini il 24 agosto diceva :

Mio caro Buggini, la tua cartolina mi ha molto commosso. Credo di aver anche sentiti umidi gli occhi! O Bologna! o amici Bolognesi! o fami Bolognesi! o sventura Bolognese! Non ne parliamo, non ne parliamo mai!...

Consegna l’acclusa a Severino, a cui non so dove scrivere. Stai bene? Non ho altra copia che di versi... Voi credete che noi non si pensi piú a voi? Tu non puoi sapere né capire con che disperato rimpianto ripenso a Bologna! Ma d’altra parte è meglio aver nella vita il dolore che la gioia, si muore piú facilmente e dolcemente, come ci si addormenta meglio dopo un grande strapazzo. Un bacio dal tuo GIOVANNI e saluti da Mariù.

La lettera a Severino non resta: ma Giovanni gli avrà ricordato il lungo silenzio anche durante la malattia... E pronto il Ferrari, affettuosamente:

Oh Giovannino! che tu fossi malato io lo seppi quando non lo eri piú, che la cara Maria sia stata in letto col tifo sono cose che noi impariamo oggi, dalla tua lettera, la qual lettera io mi struggevo di avere e temevo di non avere, e facevo i conti dei giorni in cui ti spedii la cartolina col Gigione: finché detto Gigione mi ha mandata la tua affezionata e per noi ben gradita lettera insieme con un suo biglietto ove, per causa della grammatica, non sono arrivato a capirci un accidente. Ma è tanto bravo quell’uomo, che mi commuove anche se non lo decifro. Ti dicevo adunque che se anche le sventure degli amici-nemici e i tormenti della vita mi avessero ridotto un tale fasciame di nervi e un sí duro cuore da non chiedere tue notizie sapendoti grave, non avrei mai spinto l’orrore contro quella gentile confortatrice del tuo cuore e del tuo ingegno che è la signorina Maria, la quale tutti amano per sé e perché sanno che tu le devi molto.

E se anche io fossi arrivato a tanto, avrebbe scritto mia moglie, come scrive ora, e come avrebbe voluto tante volte farsi viva con voi, ma... ne abbiamo avute tante! Il Baccelli mi ha minato la carriera per sempre! quel poveruomo di mio fratello ha costretto la mamma a lasciare il suo paese ove era stata 77 anni, ed a venire qui con me: e la nostalgia è dura.

Mi chiedi del Carducci? Che vuoi? anche lui non è piú lui: chè i 64 anni gli si fanno sentire nel corpo e la morte del Bevilacqua, checché ne paia, lo ha reso sgomento: tutti quei nipoti? E avranno voglia di far bene? [20]

Tu non ti puoi immaginare il bene che la tua lettera ha fatto alla mamma: «duv’el? a Messina! puvrèt! Ah, al si vdeva ch’ l’era un gran omen! E com l’era bon!». L’Ida poi non voleva saperne che noi non ci scrivessimo piú. Che fai di bello? mi han detto che hai due volumi nuovi? Che lavoratore miracoloso sei diventato! Miracoloso davvero.

L’altro giorno di passaggio col treno per Massa ti rividi. Sei zio? di quanti?

Salutami la signorina Maria (quel signorina mi scotta, direi tanto volentieri la Maria tua). Ti abbraccio. Tuo  SEVERINO F.

Firenze, Via Cittadella, 25 27 agosto 1899

La mamma mi dice: «Dèi bein tanti còs: che a l’abraz. Dài un besèin! Che al s’vegna a truvär», nell’andare a Messina! [21]

Ho visto il tuo collega Michelangioli ( al s’dava d’l’ariaza!), mi ha detto che fai anche (oltre al resto) delle bellissime lezioni all’Università. Ti ricordi quei pranzi offertimi al Foro boario! Qui noi non possiamo vederci. Lessi una tua cartolina che mi mandò Bonati ove non chiamavi acqua acqua! Caso mai, ne ha mandato anche a me: e lo tengo per il caso che tu venga colla gentilissima.

Dimenticavo i saluti della Corina, che è tornata con me per qualche mese. È dimagrata leggermente: e non fuma piú dacché tu non gli [22] dài piú le sigarette.

Se tu ci voglia regalare le Myricae e i Poemetti regalaceli rilegati, perché si sfascicolano in modo che ...

I puntini ... scherzosi finali sono di Severino; e chiaro è l’accenno al vino del Bonati. Ecco pronta la bella lettera di Giovanni: un «improvviso disgelo» (al Valgimigli, 28 agosto) che lo riporta alla, oh! tanto piú serena, giovinezza (e tornano anche i «motti» nuovi e antichi).

Mio caro, mio non mai dimenticato né disamato, e sempre preferito! sempre, anche quando credevo che tu non mi volessi piú bene e dovevo pensare a non volertene piú nemmeno io! Ieri fu giorno di festa. Io che sono per solito depresso di spirito, ieri ero raggiante, brillante, esultante! Che soffio, che ventata di giovinezza m’è entrata nel cuore! Quanto s’è parlato con la mia compagna di trappa!

O senti? Sarebbe una cosa divina! Noi abbiamo a disposizione un letto di quelli soliti, un lettino da collegiale e una branda. Nel letto piú grande, potrebbe stare la (signora) Ida e la (signorina) Ancora: [23] nel lettino, in una stanzetta contigua, al Mit. (Perché non mi dai notizie di quel povero e buon Visidori?) Tu dormiresti nella branda. Verreste a Lucca: a Lucca prendereste con Brilli (questo è interessante) il treno per Borgo a Mozzano (non per Bagni di Lucca). A Borgo a Mozzano prendereste una carrozza che pagherebbe Brilli (ecco perché è interessante); che pagherebbe Brilli; e per la via di Mologno verreste a Castelvecchio. Il Brilli lo rimanderemmo via la sera stessa: egli avrebbe adempita la sua funzione ... di pagar la carrozza (5 lire o 6 al piú). Sai che il Fiorini gli attribuisce 100.000 lire! Puoi anche tentarlo, nel caso, se volesse impiegare parte del suo capitale in cravatte di lusso... Basta: con o senza Brilli, perché non venire? Ieri Maria (quando tu avrai abolito la signorina, sarai imitato) diceva: Perché la mamma di Severino (non del professore, davvero!) non potrebbe stare quassú, anche quando non ci siamo noi? Ma sola?

Falino ha due figli (femmina e maschio) e l’Ida due bambine, Nannina e Myriam. L’anno passato fu qua, e vi rimase anche nell’assenza di tutti e due. Noi faremmo gli zii di buona grazia; ma avremmo almeno voluto provare di essere anche noi qualcosa oltre zii! Quella specie di privilegio che ebbe nella nostra misera vita l’Ida, ci ha lasciato non so che d’amaro, che non c’impedisce però d’amar lei e le sue creature! Ma diciamo spesso: s’è fatta la parte buona e abbondante, nella vita, lei!

Di quante cose parleremmo! Prima che mi dimentichi, dammi notizie di quell’indimenticabile Cice o Genga!

Noi abbiamo avuto nei giorni passati una violenta grandinata nei nostri possessi ... ossia la permanenza di 17 giorni nel nostro nido d’un gigantesco cuculo che si nutriva di sola carne (2 Kili al giorno), e che è senatore del regno ed eccellenza! Ma bada, Severino caro: voi altri potreste rimanere per mesi, senza che ci deste danno! Già la (signora) Ida e (signorina) Corina aiuterebbero in cucina, senza parlare del Mit, che insegnerebbe tante cose a Mariú, che l’ama, senza conoscerla che per le mie parole, tanto tanto!

Hai visto il povero Michelangeli? Cosí è conosciuto nel mondo didattico d’Italia: il povero Michelangeli! Che sfrenata ilarità fu la mia, quando in una tempestosa seduta di facoltà, nella quale si trattava di spogliarlo d’uno dei suoi numerosi incarichi (quest’anno avrà quasi 7000 lire; e ha quattro figlie, ciascuna, non reina, ma professoressa!), esso a un tratto parlando di sé, disse: Già, il povero Michelangeli... Ma filosofandoci sopra, sai che il Michelangeli è il solo che ebbe temporibus illis una libera docenza in letterature classiche nella facoltà bolognese? E síche sotto gli occhi del Gandino e del Pelliccioni di buoni ingegni passarono!

Quante cose da dirti! La prima che è assurdo dire che il Baccelli (la peste della scuola italiana!) t’abbia rotto per sempre la carriera! Eh! per bacco! non sarà mica sempre ministro lui! e sotto ministro il Mantica col suo... Lösca! ...

Oh! che nostalgia è la mia, di Bologna! Quale immane, irreparabile sventura fu la mia! quella che mi scacciò da Bologna, dove tornavo con una poesia! con un entusiasmo! Non lo puoi figurare. Ma insomma speriamo bene. [24]

Faccio punto, perché il mio ragazzo è alla porta, per andare a Barga, alla posta. Un abbraccio, pieno di memorie, pieno di lagrime e pieno di gioia! Saluta fraternamente l’Ida e la Corina, e dà tanti basén al Mit. Tuo   GIOVANNI

Castelvecchio di Barga, 29 Ag. 1899

L’aperta confidenza di questa lettera all’amico ci svela anche quella segreta nota che non di frequente appare nella corrispondenza: cioè quella quasi invidia sentimentale, quel rimpianto che Giovanni, e anche Maria, hanno per la loro diversa situazione familiare in confronto di Ida: ciò si fa sentire con nostalgie segrete, represse ma riaffioranti ... Sono lettere che si desidererebbe fossero piú frequenti.

Ma, nell’entusiasmo dei rinnovati contatti, ecco subito un’altra effusa lettera a Severino.

Caro Severino, e continuando la lettera interrotta ieri, Carducci... Seppi a Messina, quando Mariú era ancora a Barga dove ricevé la partecipazione e non me la mandò – per sue povere ragioni – seppi a Messina da un giornale locale la tremenda notizia! [25] Caro amico, ottimo collega, ottimo padre! Mi straziò il cuore il suo destino, cosí acerbo e cosí grave di conseguenza. Perché, dici bene: avranno voglia di far bene? Per uno, per Giosué, a quel che già vidi e a quel che poi mi dissero, si può quasi negare, è forse maniaco. Oh! alla vecchiaia del maestro doveva essere risparmiato dal destino un tal tramonto implacido!

Ora, a proposito del Carducci, ti parlo dei miei nuovi volumi. Ecco, io ho dovuto passare per quello che tu e altri sono passati: per l’Antologia. Era disegnata per una magnifica conclusione: un saggio di tutta l’attività letteraria del Carducci da giovane a vecchio, in prosa e in poesia, con poche note destinate a mostrare la stupenda evoluzione di quella mente: doveva essere una monografia interessantissima ... E di contemporanei doveva esserci solo il Carducci a mostrare il punto a cui era giunta la letteratura italiana, e l’addentellato per le costruzioni seguenti e continue, se ci avanzino a essere. Ora io non potei avere nemmeno un no: niente risposta dello Zanichelli a cui mi rivolsi: trattato come un cane! E tutta l’economia del mio lavoro fu distrutta, perché m’ero avviato a non metterci recenti, e mi toccò ritornare in quel consiglio, a mezza via – perché l’editore, del recente ne voleva – e male male male! Basta: non pensiamoci piú. Ma almeno un no a tempo! un no! Masticai molto amaro! E poi ho avuto un’altra occasione di masticare amaro, e lo sputo dolce lo vedrai, forse, presto in studi che pubblicherò in periodici.

In tanto lavoro alla metrica neoclassica, col punto di partenza dalle odi barbare delle quali dico tutto il bene che penso, nel miglior modo che posso, rievocando i dolci amari tempi della miseria e della speranza. La metrica è, quasi esclusivamente, per le traduzioni; ma non credo che poi avremo nulla a invidiare ai tedeschi per questo verso. I saggi sono di traduzioni.

La nostra malattia andò cosí. Tornai da Roma ammalato (i cari amici dissero che erano state ostriche di Ganzirri, che io avevo mangiato, come tutti quelli che vanno al Faro ... due mesi e mezzo prima!): si mostrò il tifo, assai benigno. Dopo 15 o 16 giorni mi ristabilii alla peggio, e allora cadde malata di tifo Mariú. Gliel’avevo attaccato io. Con coraggio sovrumano ella sopportò il male ed era quasi guarita, quando io ricaddi violentemente... Scampai, e non ne resta che la grassezza schifosa, accresciuta, e un gran senso di riconoscenza per la mia pietosissima, eroica infermiera!

Noi speriamo che verrete. A ogni modo, nell’andare a Messina vedremo di passare da Firenze, se però la fretta non sarà troppo grande. Ma venite! L’aria elastica vi farà bene.

Ti regalerò presto le Myricae nella 5a. C’è ristampata anche la lettera buffa a te, per la «passeggiata»... Ricordi? Oltre i versi.., i figli! Povero Severino! I figli non sono venuti; ma è un mondo cosí cane che forse non è giusto farne dei rammarichi. Ma regalare si, rilegare no: dove? come?

Oh! quel cuculo! Ci portò via una mesata! E ci aveva quasi cacciato di casa, perché da solo ne occupava i 2/3, e io a studiare m’ero rifugiato nella stanza degli armadi. Abbiamo patito molto! E lui, indifferente come uno schioppo!

Gulí – mia delizia ed Erinni (quanto mi costa in viaggi!) – sta bene, e vi saluta, dimenando la sua coda loquace. Te n’eri dimenticato del dott. Gulí... della Biblioteca Vittorio Emanuele?... «che fosse dottore, il cane del Pascoli, non lo sapevo!»

Ah! tu sai che io devo molto a Mariú? Molto, non direi. Ogni mese ho bisogno, sí, di ricorrere alla sua cassa (Lire centodieci), ma poi la ripago... con un pochino (10 % al mese) di frutti. Se Brilli me l’accettasse come socia in una bella fabbrica di cravatte! Noi saremmo loro avventori o bottegai o, come dicono a Messina, parrocchiani!

Quel caro Gigione! È veramente d’una bontà delicata di donna buona, e inconsurnabile, di santo!

Le bottiglie di Bonati (ne ho tre delle vecchissime!) hanno subito qualche diminuzione: perché quel cuculo, beveva vino! Ma ce n’è ancora. E qualch’altra cosa rimedieremo. D’altra parte, devi fare la cura... d’aria!

Un abbraccio a tutti da tutti e due (bando agli scrupoli!): un abbraccio generale.  GIOVANNI

Un basèin particolarissimo al Mit. Avevo sigarette polacche preziosissime. Corina se ne sarebbe molto dilettata; ma non ci sono piú. Quel cuculo... fumava.

Barga, 30 Ag. 899

Oh! capisco la nostalgia tua e del Mit! Oh! la nostalgia de’ passi piccoli! della piccola patria! del piccolo camposanto!

Molto interessanti, per l’antologia Sul limitare, le notizie sul piano non potuto attuare: a suo modo, quello era un compimento del bel libro, che ha indiscutibilmente una struttura storicamente ideale, entro larghe sezioni. E realmente la sezione XXVII, con le pagine del Barzellotti su David Lazzaretti e i dieci passi pel Carducci non ci sono nella prima edizione: la chiusa carducciana gli fu resa in qualche modo possibile solo dopo. Ma si noti anche quel variar di tono parlando del Maestro. L’altra «occasione di masticare amaro», e di nuovi studi, è certo quella derivata dagli scritti danteschi. L’accenno ai già citati Saggi di metrica neoclassica prende occasione dalle traduzioni specialmente omeriche di Sul limitare. La «lettera buffa» è la lettera-dedica premessa nel settembre 86 all’opuscolo L’ultima passeggiata, per 1e nozze di Severino: fu ripubblicata nella «Nota bibliografica» alle Myricae che comparve per la prima volta nella V edizione; [26] vi si diceva: «e saluto sin d’ora i figli nascituri». Né sfugga come, scherzando, interpreta quel suo «dover molto» a Mariú!

Prima di ricevere questa lettera, Severino aveva già scritto a sua volta il 2 settembre ringraziando delle offerte... «ma come fare? Siamo in cinque: ed io sono sempre in quei dolorosi vincigli... E vero che hai fatto un’Antologia?» Nella sua del 30 agosto il Pascoli aveva prevenuto questa domanda. Il 13 settembre, riferendosi appunto alla mancata risposta dello Zanichelli per gli scritti del Carducci da mettere in Sul limitare, il Ferrari commentava: «Giovannino! ah! per la mancata risposta dello Zanichelli non ti amareggiare troppo! Egli è bene il re di tutti i pigri, anche quando si tratta del suo interesse: figurati poi ... Benissimo pensàti del resto i tuoi nuovi libri: come sempre, benissimo! E come sempre cosí pieni di vita che sforzano ed attraggono al di là dell’erudizione...»

Qualche giorno dopo, a un invito per vedersi almeno alla stazione (le lettere del Pascoli mancano), rispondeva malinconico: «Come vederti? se non vi fermate qui? almeno alla stazione! sperando che io sia qui al vostro passare: ci saranno se non altro le donne mie! Io sono sempre sbatacchiato piú qua o piú là secondo l’ondeggiare delle cravatte (ah! signorina Maria, vorrebbe allestirmene una?) ... A Bologna mi hanno con grande eleganza e brio strozzato; poi mi hanno rimandato qui pari pari a medicare la ferita col silenzio, ché in casa non si ha da sapere. Ma come fare? con tremila lire lorde, lordissime, a mangiare tutti i giorni in cinque? Quello che mi danno per Bologna è sí poco che mi va quasi tutto in viaggio. E poi si vorrebbe tornare ad Alberino. La mamma ci attacca la nostalgia della morte...».

Senza data, ma forse di questi giorni (anche per una raccomandazione che vi aggiunge per la signorina Grandi, cui ora s’interessava l’amico dott. Dal Prato) c’è questa di Giovanni :

Caro Severino, ho passato un brutto mese. Figurati che m’avevano rubato lo stipendio! L’ho potuto recuperare solo in parte, e siccome la mia condizione non molto differisce dalla tua, puoi capire che la nostra povera testa ne ha sofferto. Scriviamoci ogni tanto. È utile. Nessuno, per esempio, capirà come capiamo noi due la nostalgia del Mit! Oh! il suo paesetto coi bei pioppi alti! alti! E i ranocchi hanno un canto che la musica del Pagliano e della Pergola non vince! Anch’io ho l’amaro desiderio del canto dei ranocchi. A Messina certe sere si sentono, e io sto lí inebbriato ad ascoltarli, lontani lontani. E mi ritrovo a San Mauro e all’Alberino. Una delle mie tristezze è di non esser venuto quest’ultimo anno (ultimo e definitivo!) alla festa della Madonna della Cintura. Ma tu non devi disperare. Devi dire, ciò che dico io spesso, col Desaix a Marengo: «La battaglia è perduta, ma c’è tempo di vincerne un’altra». Era piú là di mezzogiorno. E noi siamo piú là — un pochino troppo piú là — del mezzogiorno, anche noi, della nostra vita. Ma il tempo, a essere forti e anche però fortunati, non mancherebbe. Speriamo. Speriamo che tu possa ricondurre la brigatella, col Mit alla testa, all’Alberino, e che tu possa stabilirti a Bologna che t’invidio. Anch’io la preferisco a Firenze. Tra l’altro, mi pare che parlino piú... toscano, là! Tu mi devi insegnare come dovrei fare per aiutare la signorina Grandi ad avere un sussidio...

Quanto al Carducci e allo Zanichelli, hai ragione. Ma non hanno ragione essi Zanichelli. E anche per questa ragione il Carducci mi pare in cattive mani.

Fammi il piacere di scrivere tu all’amico dolcissimo Federzoni, dicendogli che io ho una ripugnanza invincibile a far comparire il mio nome a Bologna. Non voglio che mi ricordino. È lo strazio della mia vita. Basta. Scrivi.

Noi non potremo passar da Firenze. Il viaggio da quella parte è piú lungo e noi allora abbiamo fretta. Poi per via delle riduzioni di Mariú e per via del biglietto di Gulí, ci sarebbero delle difficoltà d’altro genere. Tuttavia vedremo. E tu non verrai? L’altro giorno fu qua quell’angelico, o meglio arcangelico (perché ha la spada in mano), del Pistelli. [27] Mi disse che tu quasi quasi venivi con lui. Perché no?

Ci diminuiremmo 10 anni in un giorno.

Mariú dice tante cose e manda tanti baci alla cara mammina e alla tua Ida e alla signorina. E baci anch’io mando al Mit e solo saluti (per forza!) alle altre due carissime.

Per oggi basta. È l’ora della posta. Tanti auguri e una fraterna stretta di mano dal tuo  GIOVANNI PASCOLI

Dell’Ida mi pare d’averti già dato notizie. Ha due bambine, Nannina e Myriam. Ora è in timore per la tosse convulsa. È inoltre piú felice di noi, sebbene non sia molto ricca, oh! non molto davvero, poverina!

In una cartolina del «29 o 30 settembre 99» Severino assicurava di interessarsi presso Zanichelli, certo per i passi dell’Antologia. Ma intanto accadeva un piú doloroso incidente: il nuovo attacco sopravvenuto al Carducci la mattina del 26 settembre. Giovanni scrisse subito una affettuosa lettera al Maestro.

Mio buono e grande Maestro, leggo che si è sentito poco bene e che ora sta tanto meglio, bene. Di quanti scolari, di quanti figlioli ha per l’Italia a lavorare onestamente e modestamente, con lei nel mezzo del cuore, nessuno sente ora l’amarezza della lontananza da lei, piú di chi le si era riunito, le si era potuto, per un miracolo, riunire dopo tanti anni, e poi è stato portato via, trascinato via... Oh! mio maestro, vorrei essere costí cogli altri piú fortunati a dirle di aversi riguardo per amor della nostra Italia che vuole, e certo avrà, quella (come non bastasse!) infinitamente grande, infinitamente serena poesia che io so che non avrà se non da lei e se non quando lei avrà gli anni di Tennyson al fulgido ma placido tramonto suo. Questa cosa che so la intuii quel giorno in cui dopo venti anni risentii una sua lezione, quella sull’Ulisse di Dante, quel giorno in cui io, Severino, tanti altri, ci sentimmo vecchi non tanto in comparazione dei nostri minori fratelli in lei, quanto di fronte a lei, di fronte al nostro leonino maestro. [28]

Permetta che io le ridia il bacio che ella mi diede tra le lagrime quando ritornai a Bologna. Mi riverisca la signora Elvira e saluti affettuosamente la povera signora Bice e i suoi figlioletti. Un abbraccio a Giulio. Tanti saluti e ossequi a tutti della sua famiglia anche a nome di Maria. Suo GIOVANNI PASCOLI

Poco dopo, ai primi forse d’ottobre, mandava su ciò una cartolina anche al Ferrari («Scrissi al Maestro, e m’industriai di parlare al suo cuore; ma non so con che effetto ...»: i soliti, eppur sinceri, ondeggiamenti); sembra che essa si sia scontrata con una di Severino: il quale, giuntagli la richiesta di notizie da Giovanni, rispondeva subito:

Mio carissimo, il Maestro è qui, pur troppo, pur troppo potrebbe andar bene. [29] Non iscrive di suo pugno altro che la firma: ed è passato un mese! Ma si mostra lieto e fidente. Speriamo. Mi parlò della tua lettera, che gli toccò il cuore.

Dunque non venite? Ahimè! Noi ci penseremo sempre ...Tutti baciano la signorina e salutano te, io faccio il contrario. Il tuo SEVERINO

Oltre che con il Carducci, qualche scambio epistolare ci fu nel 1899 anche col D’Annunzio. Giovanni gli scrisse una lettera «quando i latrati erano piú furibondi» contro di lui, dicendogli: «Tu sei divino, o Gabriele, e ciò non odi» (si veda le lettere del D’Annunzio del 31 gennaio 1900). E Gabriele – che di ritorno da una corsa in Egitto e in Grecia, nel marzo giungeva in Sicilia – fu anche a Messina, ma pare non incontrasse Giovanni: e il 5 di aprile gli scrisse di li una lettera di saluto.

Mio carissimo Giovanni, avrei voluto riabbracciarti prima di partire da Messina, dove sono rimasto due giorni malato. Parto per Taormina, febricitante. Da gran tempo non ho notizie di te; ma di recente ho ricevuto da te una profonda gioia. Lessi il tuo Sileno a Corcyra, in un bosco di olivi. Della tua poesia perfetta s’illuminò tutta la bell’isola corintia in quel mattino di primavera. Grazie dei grandi doni che tu ci mandi dalla tua solitudine! Ti abbraccio fraternamente. Ricordami alla buona sorella. Ave. Il tuo    GABRIELE D’ANNUNZIO

Con quelle agli amici, si alternano ora frequenti anche quelle domestiche. Certo, ben anche piú che con i pochi amici, i due fratelli godevano proprio per una loro solitaria intimità: fra il contento e il rassegnato. Giovanni aveva scritto il 27 giugno ad Angiolo Orvieto: Invero la nostra unità non ci fa mica felici; ci farebbe infelici il romperla ... Si è venuta saldando per il nostro abbandono, per le nostre lagrime, per i nostri sconforti». Qualche volta, perfino, ci scherzavano un poco. Ecco qualche frase di un biglietto scritto da Giovanni a Maria nella sua festa di settembre (e il poeta ... se ne approfittava!).

Mariú! è la tua festa. Lo sai quanto quanto ti darei! Ma non abbiamo nulla qui. È apparso un raggio, dovuto alla tua santa. Vogliamo festeggiarlo? Ho bisogno di tonificarmi per fare i miei due lavori urgentissimi: l’ Attendente e l’Inno. Domani sera riandremo a impostare uno a Campia. Questa sera lavoreremo a casa. Intanto ... Non potresti prendere quel fiaschettino piccolino? Se no, una bottiglietta?

Pensami la festa, tu, poverina. Tuo   NAV.

Col passare delle vacanze e avvicinandosi il tempo del ritorno a Messina, bisognava provvedere a sbrigare e a preparare varie cose. E quel ministro Baccelli che... non rimandava l’apertura dell’Università! Ma almeno la casa di Castelvecchio si era ravvivata di altri ritratti delle due nipotine. In un gruppetto di lettere specialmente del settembre e ottobre, qualcuna, al solito, a due mani, vi sono varie notizie utili. In quella a Ida del 30 agosto si ripetono lamenti per il Finali e le domande sulla cessione del credito. Maria aggiunge: Presto avrai le Myricae, 5a edizione e una magnifica Antologia che a giorni uscirà. Servirà per Nannina e Myriam quando studieranno. T’è piaciuto il Focolare[30]. Una simile è di un po’ dopo («Presto dovremo ritornare laggiù. Con che cuore tu lo capisci»); un’altra è per Salvatore, mettendolo in guardia da un compratore del credito che offriva meno di 700 lire. In una a Ida c’è la commossa gioia del vecchio zio» per quelle fotografie delle nipotine (ma ancora trema un nostalgico rimpianto...):

Come sono belline! che aria birichina Nannina! che aria dolce, quasi mesta, Myriam! Come sono fini, anche, aristocratiche! E ci piomba nel cuore piú amaro il pianto di non essere potuti venire a vederle in persona! ... Cari esserini, non nostri, oh! no, ma che ci siete pur cosí vicini, nati cosí vicini a noi, alla nostra grama e sciupata vita, non dubitate: noi vi amiamo tenerissimamente. E tutto ciò che di paterno e di materno è nei nostri cuori mortificati e digiuni, palpita per voi, piú desto e piú vivo che mai.

Pregate che abbiamo alla fine un po’ di fortuna, un po’ di retribuzione del merito e della fatica e del sacrificio e del dolore: e noi la poca e tardiva retribuzione la faremo godere a quelli che ci amano che noi amiamo. Un bacio da lontano, Nannina! Un bacio da lontano, Myriam! Noi dobbiamo correre a un altro capo dell’Italia, disperatamente, e vivere lunghi mesi lavorando e spasimando. Questa è la vita per noi. Sia per voi migliore. Ve lo augura il vecchio zio, che non ne può piú ...

A giorni partiamo: quest’anno non c’è stato il terremoto a Messina il Ministro cane non accorda proroghe. [31]

Non dimenticare nelle tue preghiere di mandare un accidente a quel... ministro! Esso è il mio nemico dichiarato; e a farla apposta, siccome è un girella, non cessa mai.

Un’ultima lettera va a Ida, prima di partire, sulla solita cessione del credito. Ma poi: «Quanto mi tarda di vedere le tue bambine! ... Presto farò le scarpine di Nannina e altre cosette. Ma certo ci vorrebbe un po’ d’ispirazione costà. Perché siamo ancora cosí poveri? Tutti si meravigliano della mia attività... e nessuno della mia povertà!».

Quasi sintesi di queste incertezze e pene, sono alcune belle parole del 19 settembre al nuovo amico Pietrobono, col quale ora si va facendo frequente lo scambio delle lettere. Chiedendo al Pietrobono di ottenere che i Torlonia pongano nella chiesetta della Torre una memoria per il padre ucciso (come poi fu fatto) aggiunge che vorrebbe pensarci lui... [32]

Ci penserò io...; io che a 43 anni non mi sono ancora trovati addosso tanti soldi da fare alla memoria di mio padre un monumentino nel camposanto di San Mauro. E quest’anno mi proposero di riacquistare la bella, soave, infinitamente dolce e amara casina di mia madre, dove ella è morta e dove io sono nato; casina che è in vendita. Ci volevano tremila lire subito. E io non trovo un editore che, prendendo un volume di versi, voglia poi prendere a mano a mano gli altri. Basta, basta!... E Mariú, poverina? Eh! vanno bene a nozze le figlie dell’assassino: quella dell’assassinato no, non è andata...

Meno male che ... c’era qualche conforto letterario comune. Per esempio, il lieto annunzio di un sonetto di Sibylla (cioè Maria) che certo è quello pubblicato col titolo Dopo il ritorno nel n. 49 del «Marzocco». Scriveva Giovanni contento: «Cara Ida, leggi il sonetto nel "Marzocco", segnato di lapis ... e dà il tuo parere su questa ignota poetessa e chi possa ella essere». E c’era anche qualche cara lettera al De Bosis. II 30 settembre da Sirolo, di Ancona, Adolfo scriveva vivi elogi per Il mendico e per «la poesia eroica Per le batterie siciliane...». E aggiungeva: «Io traverso un mare di difficoltà, nelle quali, se non naufragherò, lascerò gli ultimi brani della mia giovinezza ... Se non l’hai già veduto, ti mando perché tu lo legga il mio A un macchinista: tentativo, ma sincero, di mondarmi da ogni traccia di gabrielismo». Tre belle odicine «riposte e segrete» Giovanni pubblicava poi l’8 ottobre per le nozze Pagnini-Cecchi: quell’Egisto Cecchi, amico del poeta, che era uomo di fiducia dell’editore Giusti.

Al De Bosis scriveva Giovanni anche all’atto della partenza, per chiedere di incontrarlo alla stazione di Roma, passando per andare a Messina. Il timbro della cartolina è del 29 ottobre.

Difatti il 30 ottobre i due fratelli partono da Castelvecchio, avendo già il 28 avvertito il Caselli che quel giorno sarebbero stati a Lucca: il 31 erano di passaggio a Roma, il 1° novembre alle 11 giungevano a Messina. Il 2, subito, la lettera dei fratelli all’Ida. Ma non con le impressioni del viaggio o dell’arrivo, bensí con uno slancio di bontà e quasi di ribellione contro se stessi, e le loro minacce e accuse passate, in un ritorno di commosso affetto verso la vecchia zia di Sogliano, già sospettata, e che li aveva curati ragazzi. Quella vecchia zia ha riconosciuto il suo antico debito: e loro si sentivano come dei traditori che tramavano l’inganno per portarle via tutto... Con lo stesso impeto dell’ira e del lamento e dell’offesa contro i David, che esplode nelle lettere precedenti ben anche piú che qui non abbiamo parola per parola stampato, ora improvvisamente (con la consueta acuta sensibilità di chi vive i propri sentimenti – vivacissimi – quasi nella solitudine) c’è limpeto della commozione, anzi del rimorso. Questa volta, benedetta «contradizione»! Certo nel cuore dei Pascoli, di Giovanni e anche di Maria, è la bontà che alla fine, sopra tutto e sopra perfino se stessi, vince; alla fine, come sempre, nella vita come nella poesia, sono i morti che fanno sentire «la voce».

Cara Ida, riceviamo la tua lettera in questo giorno in cui abbiamo le lagrime nel cuore, se non negli occhi. Nella commozione della nostra anima... Che vuoi? La zia ha riconosciuto il suo debito, ce ne dà ipoteca, ha motivo di credere che noi lo esigeremo, quand’ella non ci sarà piú, e che ne potremo ricavare profitto e gioia... E noi le facciamo il tradimento, a lei che non sa nulla, come dici tu, di mettere in vece nostra un altro creditore, uno strozzino, un birbante qualunque? Perché offrire 1500 lire per un credito tutto ipotecato di quasi 5000 lire è da birbante, da ladro ancor piú che da strozzino. Io direi che noi non si dovesse fare questa cosa che ad alcuni può sembrare stoltezza, ad altri birbanteria, ad altri l’una e l’altra insieme.

Certo impensierisce il contegno di David che acconsente... Gatta ci cova! Le cautele non sono mai troppe contro di lui. Ma d’altra parte, come si fa ad approvare un simile tradimento? ...

Ma le spese che avete fatte? Sta bene: sono per una cosa utile a noi; e noi le rimborseremo. Io farò di tutto per fornire dentro il mese la metà... Dio ci aiuterà. Intanto non bisogna fare cattive azioni. I nostri morti non vogliono.

O Nannina, va bene ciò che dico? Vuoi venire da me? Poverina! Verrai, quando sarai grandicella, con Myriam, ma non a Messina, speriamo. Intanto vogliatemi bene.

Un’ora fa ho mandato al corniciaio il ritratto mio e quello di Nannina e Myriam (presto manderò quello di Mariú, quando sarà fatto), per metterli nel salotto. Che commozione quando ieri abbiamo riaperte le finestre della mia camera-studio, perfettamente chiuse, e abbiamo trovato sul comodino Nannina con la cucca in mano che faceva sorridendo la guardia. Rilessi lo scritto: «Fa la guardia benino, Nannina, con la madonnina Myriam». C’era vicino infatti una madonnina. E la guardia l’ha fatta benissimo. Niente di deperito e di mancato. Un po’ di polvere ammuffita qua e là, e nel ritratto delle cacature di mosche, che al buio, si vede, andavano a ronzare intorno a Nannina. Che poesia!

Noi stiamo bene, con una voglia di lavorare! con una speranza di non lavorare invano!

Coraggio! E scusatemi se vi sembro in contradizione con ciò che già scrissi... Cosa volete? Io non avevo mai creduto a quella firma, a quell’atto, a quell’ipoteca ... È impossibile pensare a fare un tradimento simile, noi! ...

Partimmo da Castelvecchio il 30, arrivammo ieri alle 11 a.m. dopo una tirata di 20 ore di fila, preceduta da 5 ore di Roma, da altre 10 ore di viaggio. Perdemmo due notti... Oggi siamo freschi e saremmo ilari, se non ci angosciasse la situazione nostra con quell’affare.

Non avendo spiccioli, e la posta partendo, spediremo domani le Lire 35 di ottobre. Intanto un bacio dal vostro   GIOVANNI e MARIA

E il 3 novembre inviavano di fatti le residue 35 lire, promettendo mandarini e fichidindia, e chiedendo a Salvatore «una damigianina di vino buono».

Le stesse cose Giovanni scriveva rispondendo poco dopo, forse il 7 novembre, al marito dell’Ida; qui però c’è un cenno di brontolamento, quasi immancabile nelle lettere pascoliane!

A Mariú in particolare e anche a me è dispiaciuta quella specie di rimprovero per le spese che hai fatto a venire e rivenire a Castelvecchio. Oh! non siamo stati noi a volere e rivolere quel viaggio o quei viaggi! Tu vedi che noi ci priviamo del piacere vivissimo che avremmo nel rivedere l’Ida e le vostre carissime bambine, e anche te, e bere le tue bottiglie e andare a far qualche escursione con te e col tuo prete ... e ciò per non far debiti; per ritornare in regola; per essere cosí, all’occorrenza, utili sí a noi e sí a quelli che amiamo. Tu a questo sistema non ti rassegnasti. Facesti male. Lo pensammo allora e piú lo pensiamo ora. Erano spese da risparmiarsi, quelle!

Ma Giovanni (sempre lui e solo lui!) non ha da pensare soltanto alla zia – tornando nel commosso proposito pietoso – ma deve pensare anche alla sorella maritata. Ed ecco le due lettere che annunciano anche per lei i suoi interventi soccorritori.

Cara Ida, dopo aver spedito la lettera del 7 nella quale assentivamo, pur dolenti, non abbiamo avuto piú pace. La cosa ci è sembrata orribile. No, no; non si può fare. E scriviamo a te di cui indoviniamo che la pensi come noi... La vostra situazione ci rattrista profondamente. Ci rattrista al pensare che realizzando tu ora tutta l’eredità materna in 750 miserabili lire, non potresti con essa se non pagare delle tasse arretrate e dei debiti incontrati con vera leggerezza da tuo marito. Poi, piú nulla! E queste 750 lire entrerebbero in casa tua per uscirne subito, con un’azione che non è né bella né buona, e che temeremmo sempre non avesse a portare fortuna né a te né a noi. Eppure la necessità vi preme ... Ebbene proviamoci ad affrontarla serenamente, senza cattive azioni. Vediamo:

1. Noi intanto vi mandiamo due mesi anticipati – Novembre e Decembre. Li prelevo dal povero fondo di Mariú. Cosí restiamo senza fondo di riserva in questo lontano inospite paese. Ma coraggio! Solo ricordate che la povera Mariú sono piú di 3 anni che non si fa un vestito nuovo, e che, per mancanza d’esso, non esce mai e poi mai di casa; nemmeno un giorno, nemmeno un’ora! Poverina!

2. Possa questa sommetta darvi intanto elasticità e pazienza d’aspettare.

Voi, in tanto, potete rivolgervi a uno di questi partiti: a) Avvertire la zia e il suo figlio in qual dolorosa necessità siamo o siete: vendere le terre (850 lire) e un credito di piú di 3.500 lire, per 1.500 lire ... Quelle ottocento lire le prendereste voi e il credito rimarrebbe intatto. b) Ottenere in iscritto, formalmente, dagli acquisitori-strozzini la assicurazione che non faranno alcun atto contro la zia e non esigeranno da essa i frutti. Il che è impossibile. c) Vendere solo la metà del credito.

Se avete qualche altra scappatoia voi altri, comunicatela a noi. Qualche mezzo s’ha a trovare. Un debito di 800 lire con la mia firma? Tutto, tutto, fuorché il tradimento. A meno che la zia stessa vi autorizzi.

Noi fino ad ora non abbiamo fatto altro che levarci a poco a poco qualche debito. Tanti rimangono! Ma nuovi non ne abbiamo fatti! E viviamo miseramente e non ci permettiamo divagazioni; sebbene alle nostre teste sarebbero pur necessarie. Salvatore invece fa il contrario; e sí che ha due bimbe! Noi siamo addoloratissimi. Mariú ha il suo dolor di testa, che non le vuol cessare mai. È pallida pallida. Questi pensieri la distruggono. Io non so cosa dirmi. Mariú dice che se fate l’affare cosí come è avviato, essa manda le sue 750 lire alla zia. Non vuol rimorsi. E dice che se trovate il modo di accomodare tutto ora alla meglio, senza fare il tristo affare, essa questo anticipo di 100 lire lo assume sopra sé, e lo presta all’Ida ... Fa accettare da Salvatore la cosa per questo verso. Col tempo vi rallegrerete di non aver arricchito quei due strozzini, di non aver precipitato nell’abisso quella povera zia che col suo ultimo atto ha ricomprato tanti torti che poteva avere con noi (dillo a Salvatore!), e tutto ciò senza riuscire di alcuna utilità a voi stessi.

Un bacio, cara Ida, per te e per le due bambine e un saluto a Salvatore. Scrivi subito, tu. Tuoi GIOVANNI e MARIA

Bello, nobile quel grido che finalmente prorompe sincero: «Un debito di 800 lire con la mia firma? Tutto, tutto, fuorché il tradimento»! E nell’interno della casetta, operosa e anelante dietro la sfuggente speranza, compare Maria mal messa, col vestito cosí vecchio che non osa uscire... E anche Ida è con loro; Giovanni, con un’altra pure dell’8, le conferma i suoi propositi... Umanissimi sentimenti e belle parole: qui siamo veramente a contatto con l’anima dei Pascoli, fatti buoni dalle sventure.

Nell’impeto della commozione per i suoi di Romagna, vivi e morti (risorgenti nella non rara alternanza dello spirito pascoliano), si inserisce di nuovo ora un altro motivo, anche esso vivo e profondo, e piú sentimentale che razionale, e che dicemmo che poteva influire sulla vita del poeta... Dopo le già accennate incertezze e quasi finzioni, ora – dopo una meditazione fatta il giorno dei morti – Giovanni è deciso di ricomprare la casa dei suoi a San Mauro. Ne scrive subito a Pirozz.

Messina, 3 Novembre 1899

Caro Pirozz, ti scrivo sedendo in commissione di esami. Ciò ti spieghi la carta in cui scrivo. Ieri – giorno dei morti – meditai a lungo. Sí: io devo comprare la casina di mia madre. Devo. Se posso, faccio un’offesa a quelle care anime, a quelle care memorie, se non voglio. Io voglio dunque. Ma per ora è necessario che Mariuccina non lo sappia: o a dir meglio non è necessario che lo sappia: quindi, per le ulteriori pratiche, scriverai a me mettendo la lettera, senz’altre precauzioni, in una busta all’indirizzo prof. Manara Valgimigli – Messina. È un mio giovane amico che, vedendo venire una lettera al suo indirizzo da Rimini o da San Mauro o da Cesena, me la  porterà, senz’aprirla. Scrivi dunque a quell’indirizzo, e, se occorrerà, dillo anche al signor Pedriali.

Ancora: bisogna che per ora né mio cognato né mia sorella Ida sappiano nulla. Interrogato da loro, tu o altri, rispondete che non ne sapete piú nulla. Ciò per un milione di ragioni, inerenti alla nostra condizione di poveri zii, che, finché campano, vogliono campare a parte, in disparte, per la loro parte. Capisci che è specialmente per il cognato, non per la nostra cara Ida. Prese queste precauzioni (non parlarne con nessuno né a San Mauro né altrove, e il medesimo di’ al signor Pedriali), io accetterei la base che tu dici: pagare mille lire annue piú i frutti di 700 lire. Le prime mille io non sarò pronto a pagarle che verso l’Aprile o il Maggio dell’anno prossimo. Dunque per ora si può fare un compromesso, come verrà al signor Pedriali, rimettendo il contratto a quell’epoca.

Io comincio ad andare molto meglio. Già l’invidia e la birbanteria de’ maggiori o seniori è sconfitta. I miei lavori cominciano a esser pagati e a rendere. Quindi sono certo che superata la difficoltà dei primi mille... di Marsala, la conquista della casina sarà poi fatta in due o tre anni o anche meno. Ma poniamo come base quello delle mille annue. Io credo di aver giudizio ad ogni modo; ché dato che morissi nel frattempo, prima d’aver finito il pagamento, la mia povera erede, la cara angelica Mariuccina, può compierlo facilmente con l’oro (1) che ho in casa, per non dire dei mobili (e dei libri): dei mobili che ho qua di lusso, e belli a Castelvecchio. E non parlo dei libri miei, alcuni dei quali renderanno molto piú dopo la morte, che prima... Ma lasciamo queste lugubri dubbiezze, speriamo, dunque, che il pagamento possa effettuarlo io in molto piú breve tempo di quello che stipuleremo: ma intanto stipuleremo quello di mille all’anno (piú i frutti), con la facoltà da parte mia di pagarne anche piú, diminuendo naturalmente i frutti. Dunque parla al signor Pedriali, e scrivimi subito i risultati. E sopra tutto tieni il segreto. Non credere che io fossi stizzito con la taciturna Biblioteca Giorgi. Facevo per ridere. Del resto d’or innanzi vedrete miracoli. Fate conto che del vostro concittadino non avete visto ancora nulla: comincia ora. Sono pieno di forza, di speranza e di fede per non dire di carità. Abbiti un abbraccio dal tuo GIOVANNI PASCOLI

(1) D’oro – Sacro (solo utilizzabili da Mariú in caso di mia morte) – ho quasi 4000 lire in cinque medaglioni, cambiabili in tanti biglietti di banca. Dunque sono sicuro del fatto mio. Morendo io, la povera Mariú, che rassomiglia tanto alla mamma, torna alla casina della madre.

Dopo alcune altre lettere generiche – non tutte restano (una è del 12 gennaio) – le trattative proseguivano con nuove disposizioni del 28 marzo 1900 (che qui è opportuno anticipare).

Messina, 28-3-1900

Caro Pirozz, ti scrissi ieri di casa: oggi, dall’Università. Se rispondi, non far cenno di questa. Persistono le ragioni per le quali, per ora, non dico la cosa a Maria. Del resto dico a te, perché lo ridica a Pedriali, che io compero la casa, ai noti patti. Se passavo in questi giorni di Romagna, avrei stretto il contratto e pagata la prima rata. Ma è intervenuto un caso. Io impedii già che il credito delle sorelle fosse venduto, perché l’Ida avendo ottenuto il riconoscimento dalla zia, dei frutti, non mi pareva delicato vendere. Ma l’Ida e Salvatore avevano bisogno, sicché presero 800 lire a Savignano. Intanto si son fatte pratiche per vendere il credito su nuove basi: contando, cioè, sulla cooperazione del David, al quale sarebbe stato ridotto il debito a quello che era prima del suddetto riconoscimento. Invece il David pare che persista nel suo sistema, che dura già da 17 anni, di non riconoscere effettivamente il suo dovere. Povere sorelle! Il fatto è che prevedo che a Maggio toccherà a me il pagamento di quelle 800 lire; sicché ho deliberato di non andare a Firenze, e restare qui a lavorare e guadagnare e non spendere straordinariamente, al fine di essere pronto a Maggio, se occorre, per le 800 lire dell’Ida, e a Giugno poi per Pedriali. Tu, se puoi, abboccati (senza parlare di codeste cose) con Berti, e vedi di aiutarlo. Come vedi, siamo vittime ... di quell’indegno parente: io non potevo agire piú delicatamente ed essere trattato piú vilmente. A ogni modo, m’impegno a riuscire a tutto. Voglio la mia casina. Fa che siano curati gli alberi e i fiori. La mimosa? Se mi scrivi di questo, scrivi al solito indirizzo prof. Manara Valgimigli, mettendo la lettera in doppia busta: quella interna, aperta ma col mio nome e cognome. Non dir la cosa se non al Pedriali, e di’ al Pedriali che anche lui conservi il segreto ... Dagli un bacio. Tante case alla tua famiglia e a te dal tuo    GIOVANNI PASCOLI

L’esito della pratica, negativo, si vedrà poi: è che quasi contemporaneamente diventava possibile ciò che ora sembrava non potesse riuscire, cioè l’acquisto della casa di Castelvecchio.

Tra queste necessità, il poeta era sempre piú stimolato al suo instancabile lavoro. Ne scriveva al De Bosis, avendo saputo, certo nel passare da Napoli per tornare a Messina, i dubbi sul completamento dei dodici numeri del «Convito» (il timbro postale è del 4 novembre 1899).

Carissimo, seppi a Napoli il fato; e me ne dispiacque. Ma ci vedremo, a ogni modo, presto. Ora ti dico che se fai (e lo dovresti fare) un ultimo libro (sarebbe il 9, mi pare: avresti fatto il numero musico e dantesco: e quel 9 riassumerebbe i 3 mancanti, e sarebbe la fine), non solo le Sirene già tante volte promesse, ma il dialogo e il commiato e tante altre cose ti darei. Facciamolo tra noi due: è un’idea splendida, e fa che possa essere venduto a parte, per riprendere tu in qualche parte, le spese. Sarai contento del tuo amico, non dubitare ...

Ho veduto sonetti del vinto di Zaina e vincitor di Canne. Leggerai sulla «Flegrea» la mia nobile vendetta sui Lincei (dei quali uno era il Carducci! e io non avevo dalla mia che... indovina... il Nigra!). Oh! se m’avessero data non dico tutto il premio, non dico la metà, ma un quinto, un decimo! E dire che ho spiegato il pensiero di Dante!    Tuo GIOVANNI

Il vinto di Zama è Annibale (Tenneroni); gli articoli della «Flegrea» sono quelli che preludono a Sotto il velame e di cui già si parlò a proposito della polemica Intorno alla Minerva Oscura. Poco dopo mandava a Adolfo (prendendolo da Tucidide) un motto greco di Pericle perché, come ne era stato richiesto, li passasse alle «signore gabriellesche». Aggiungeva: «Sto facendo un volume dantesco, séguito e baluardo della tanto invidiata e tanto vitoriosa Minerva Oscura».

S’accostavano intanto le giornate natalizie: ma meste, rassegnate. È il tono con cui scrive all’Ida, essendo egli quasi ormai posto davanti, nell’eterna questione, al fatto compiuto: la vendita del credito.

Cara Ida, apprendiamo con grande dolore la tua necessità, il non buono stato della tua salute, la tua melanconia, la vocina fioca della nostra Myriam... Coraggio e pazienza e fortezza. Speriamo che riscrivendo tu ci dia migliori notizie.

Quanto all’affare, ripeto ciò che dissi altre volte: Necessità non ha legge. Ma bisognava che questa necessità non venisse. Non mi ero offerto di cercarli io, costà? ... Bisognava parlar prima. Ora spero che l’affare, che mi scrivi già fatto o inevitabile, non sia senza qualche guarentigia per il riposo della zia in questi suoi ultimi anni. Averla consegnata, dopo il suo atto onesto, piedi e mani legate, a due strozzini, sarebbe gran guaio. Noi? Noi a meno che non siamo pronti a dire all’asta, quando quei due strozzini manderanno all’aria i poderi della zia, a meno che non troviamo a ciò un qualche collaboratore in un qualche avvocato, che nel paese della mafia vera, che è la Romagna, non si troverà, avremo perduto il tutto. E anche dicendo all’asta, che cosa combineremo? Quello che voi avete dato per 750 lire ci toccherà ricomperarlo per 3000 lire. Tutt’insieme sarà meglio lasciar perdere tutto ...

Tira un vento indiavolato; e io non so far uscire dalla penna una parola di conforto per te che, poverina, ne hai davvero bisogno! Mi limito a sperare che Salvatore abbia qualche guarentigia dai compratori che non molesteranno la zia ... Oh! se rispondendo alla mia lettera del 2 Novembre, aveste detto che cercassi io! Ne avrei avute buone speranze.

Tu intanto sta calda, sta tranquilla, vivi serena nell’affetto delle due bimbe. Ieri mandammo un altro pacchetto ... Scrivimi, per carità, che sei piú sollevata.   GIOVANNI

20 Xbre 1899

Alla fine dell’anno, un rapido, secco biglietto di Severino faceva gli auguri per il compleanno.

Firenze, 29 dicembre 1899

Mio caro Giovannino, per il tuo compleanno e per tutti gli anni immaginabili mia madre, Ida, Corinna ed io ti auguriamo tutto ciò che piú ti sta a cuore che avvenga. Tante e tante cose alla gentile Maria. Tuo per sempre   SEVERINO

Troppo poco, questa volta, per rievocare Giovanni all’antica serenità.

II - IL 1900: ROTTURA COL D’ANNUNZIO
E SERENITÀ COL NUOVO RETTORE DI SAN NICCOLÒ

Il 1900 comincia senza mutazioni, ancora in un vigore di opere, pur nelle solite preoccupazioni economiche: presto però avviene un episodio cui il Pascoli sembra dare scarsa importanza, ma che suscita in noi un particolare interesse, dati i due protagonisti.

Possiamo anche sorvolare su l’invio che Giovanni fece l’otto gennaio, per il prossimo onomastico dell’«amato» senatore Mordini, di «una cassettina di mandarini», che gli «ricordino la Sicilia e le sue glorie»; o su la insistenza che il Pistelli, continuando nelle precedenti polemiche letterarie e personali, faceva nel gennaio all’amico perché rispondesse al «pindarista» Fraccaroli, il quale a sua volta aveva toccato il Pascoli: ma ora il poeta dantista, abbastanza grato al Fraccaroli, non reagisce...

In quei giorni invece volavano l’Aquilone e Manlio (nella «Rivista d’Italia», e nel «Marzocco»); e in quei giorni era da un altro poeta compiuto Il fuoco e si erano levate le prime Laudi dalle pagine della «Nuova Antologia»... L’un poeta aveva fino allora ammirato e lodato l’altro: e anche ai primi del mese partiva una «buona lettera» per D’Annunzio, che il 14 gennaio rispondeva: «Oggi ho finito un libro dopo otto mesi di indefesso lavoro. La tua buona lettera consolò la mia malinconia. Ti abbraccio fraternamente. Ave. GABRIELE». Ma proprio allora avviene il banale incidente, che però è, quanto al Pascoli, un poco il segno di uno stato d’animo purtroppo spiegabile.

In gennaio il D’Annunzio dedicava con una Lettura dantesca l’«antica loggia del grano» di Or San Michele «al novo culto di Dante», parlando del canto VIII dell’Inferno; e Giovanni, che ormai stava stampando Sotto il velame e s’inebbriava della scoperta «fonte prima», non doveva soffrir molto quella lirica divagazione: e il 16 del mese in una lettera al Gargano scriveva: «Il D’Annunzio dice d’esporre l’VIII e ripete a proposito di Filippo Argenti le solite stupidaggini . . . Mostra anche lui di non aver nemmeno letto ciò che fu stampato nel nostro "Convito" d’una volta? O le sue frasche gli sembrano piú vistose del pensiero di Dante?» [33] In questo stato d’animo momentaneo verso l’altro poeta, capita al Pascoli di leggere nel n. 3 del «Marzocco» (21 gennaio) una fine e accoratamente scherzosa variazione di Angiolo Orvieto sulla caccia: Strage di canti. Vi raccontava che circa due anni prima a Castelvecchio Giovanni lo condusse a caccia col fucile nuovo; e ad ogni volo d’uccello ne illustrava le abitudini e ne rifaceva il verso. «Cosí Giovanni Pascoli va a caccia ...» [34] Ma subito dopo, nel numero 4 (28 gennaio), quello stesso che in prima pagina portava l’inno Manlio, c’era a pagina 6 una un poco meno innocente (ma generica) risposta del Pascoli: Fatto personale (« Messina, 22 gennaio»).

Angiolino! Angiolino! Angiolino!

tu dunque non sai il danno che mi rechi! Io mi ero appigliato, dei rami dello sport, a quello che solo mi si offriva ... Come potrò piacere alle dame, e perciò alla gente senza un po’ di sport? Ché ormai lo sport è necessario allo scrittore, oh! piú dell’ingegno! piú dello studio. E anzi si può quasi dire che la letteratura sia essa tutta uno sport: una cavalcata in frak rosso, dopo la quale si taglia la coda — non alla volpe — al cane... di Alcibiade... [35] O Angiolino traditore dei miei segreti! Ma sia! Io ti dico che ... offrirò a qualche fiera di beneficenza il mio Hammerless, il giorno in cui sarà approvata una ragionevole ed efficace legge di protezione di quei veri poeti, veramente alati, che cantano e amano all’antica, e non sono snob, e sono anche utili, oltre che piacevoli .. .

La letterina fu fatta notare al D’Annunzio, che se la prese come rivolta proprio a lui e subito da Settignano, il 31 gennaio, scrisse al Pascoli una abilmente pungente risposta. [36]

Mio caro Pascoli, uno dei soliti amici benigni viene a interrompere il mio lavoro per mostrarmi una piccola epistola faceta, stampata nel «Marzocco»; che veramente non sembra tua, degna di una donnetta inacidita e pettegola piuttosto che di un nobile poeta... È noto che, tra i letterati d’Italia, io ho il gusto di cavalcare a caccia e di arrischiare il mio buon cranio contro le dure staccionate della Campagna romana; come è noto che tu hai il gusto – egualmente rispettabile – di rimaner su la ciambella, di centellinare il fiasco e di curare la stitichezza del tuo cagnolino.

La maligna allusione è dunque manifesta.

Ma tu sai che galoppando io lascio dietro di me una ventina di volumi, i quali a lor volta galoppano per il mondo. Tu anche sai che io non mi curo della muta rognosa che di continuo mi latra alle calcagna. Mi scrivesti un giorno, quando i latrati eran piú furibondi: «Tu sei divino, o Gabriele; e ciò non odi!»

Ora io – che sempre mi rallegro di aver per il primo, già da molti anni, celebrato i pregi della tua arte – avevo una grande opinione pur del tuo animo. E non posso, quindi, senza meraviglia e senza dolore discoprire oggi anche su la tua faccia il «livido color della petraia». [37]

Tanto franco verso di te, quanto inaspettatamente tu ti mostri obliquo verso il tuo amico, voglio dirti che a Giovanni Pascoli posso perdonare perfino un’ode mediocre ma non questa bassezza.

Addio.   GABRIELE D’ANNUNZIO

Piú che rancore vicendevole, risulta dalla lettera il diverso modo di vivere... E con ben minor pratica di vita che non Gabriele, il Pascoli si trovò disorientato e piuttosto infastidito. Scrisse al D’Annunzio una risposta che non ci resta e che rimase senza riscontro; e tentò una difesa pubblica, abbozzando un secondo Fatto personale per il «Marzocco» e una lettera ad Angiolo Orvieto, che però non si sentí di finire. Ecco l’incompiuto abbozzo pascoliano del febbraio, che si trova fra le carte di Castelvecchio, ed è indirizzato al Corradini, allora direttore del periodico.

Carissimo, prima di tutto stampatemi questo «fatto personale» nei marginalia.

E ora la lettera segue riservata a voi e, se mai, ad Angiolino.

Il D’Annunzio m’inviò tre o quattro giorni dopo uscito il relativo «Marzocco» una lettera, con qualche insolenza (triviale, a dir vero), in cui diceva di vedere un’allusione a sé nella mia letteraria cavalcata alla volpe, dichiarando che capiva che già anche in me agiva l’invidia. Gli risposi subito [38] che io scrissi quella letterina sotto l’impressione di un ricordo: quello d’un giovane romano che dopo una conferenza m’aveva trattato da bottegaio grasso: per mettere fraternamente sull’avviso le dame fiorentine e straniere per quando sarei venuto a Firenze, a leggere il XXV di Dante. Che io che l’avevo magnificato altre volte (esso mi rinfacciava le lodi datemi) non potevo, ora che egli era arrivato alla meta, dire che mostrava al pubblico plaudente una coda di volpe e di cane e non i suoi molti e gloriosi volumi (dei quali mi parlava). Che se avessi voluto contender con lui, avrei scelta la difensiva e non l’offensiva; avrei scelta l’occasione di suoi attacchi. E l’occasione s’era dato poco fa, quando ed esso e il suo interprete avevano detto che il comento di Dante cominciava col D’Annunzio, mettendo in non cale con infiniti egregi uomini anche il suo modesto compagno di «Convito». Concludevo: «Saremo ancora amici? Il fatto è che era una grande gioia e una grande gloria per me e per te che non si sospettasse da alcuno né in me invidia né superbia in te».

Non ha risposto.

Ora devo dirvi ... [39]

Come si vede, la prima reazione nasce pascolianamente da un ricordo, da un sentimento: quello sorto dopo una sua conferenza (quale? l’ultima a Roma, fu La Ginestra nel 1898, l’ultima a Firenze Il Sabato del 1896; anche il 30 marzo l’Ida Ferrari si lamentava che l’«illustre amico non viene piú per la conferenza» a Firenze) e che poteva indisporre i futuri ascoltatori della fiorentina lettura dantesca del c. XXV dell’Inferno (che poi non fece, anche per ragioni finanziarie: lettera all’Ida, 15 marzo): e ciò in contrapposizione a quella tenuta da Gabriele, per l’inaugurazione delle Letture in Or San Michele già ricordata. Ma tutto per ora finí nel silenzio. E anche i loro rapporti, e quindi la corrispondenza, si interruppero per quasi due anni e mezzo: nel frattempo, le allusioni pascoliane, non sempre benevole per l’altro poeta, sono soltanto indirette. [40] Finché nel 1903, come si vedrà, si rappacificarono.

In quei giorni l’avrà in qualche modo consolato un accenno su di lui che comparve nel «Journal des Débats»; ma non sa indursi, per il gran lavoro, a scrivere qualche pagina come presentazione delle Poesie del P. Giuseppe Manni, cui nel marzo l’invitava il Pistelli; [41] invece il 2 del mese partecipava – con un tuffo nel passato – al dolore per la morte del vecchio cieco Vanenna, di quella famiglia Tognacci cui tanti ricordi sammauresi lo legavano: «Oh! caro Vanenna, caro vecchio cieco, che vedeva con gli occhi dell’anima! Riveder San Mauro, e non riveder piú lui...!» [42]

A San Mauro o alla Romagna, oltre che per gli amici e per la casetta, pensavano i due fratelli («noi i due vergini della famiglia» come scriveva in quest’anno fra lo scherzoso e l’amaro) anche per fare un po’ di vacanze nell’estate; due però erano le condizioni; la speranza (segreta) di far qualche soldo, e il disbrigo dell’affare David. Fortunatamente la prima condizione otteneva il desideratissimo esito; dopo le solite ansie seguenti il «secondo lunedí» del marzo, giorno in cui i fratelli sapevano «per esperienza che in Amsterdam si assegnava il premio e se ne dava subito comunicazione al vincitore» (come dirà Maria in una lettera del 15 maggio 1950, parlando di Thallusa), ecco l’atteso telegramma... È la sesta medaglia d’oro. Ne danno subito notizia a Ida, tutti insieme Giovanni, Maria, Gulí, usando anche una «cartolina della nostra tipografia», cioè una cartolina su cui si sono divertiti a stampare parole con i caratteri di gomma (ma non ci sono riusciti bene: ché in parte è illeggibile). La lettera, vera, del secondo martedí di marzo, è di Maria; e racconta l’ansiosa attesa e il felice arrivo di quel telegramma: «Poème Sosii fratres couronné - Spruyt ... Sentirai che roba!»

La lettera accenna anche ai continui lavori: in particolare a quell’Inno alla Sicilia che, musicato dal maestro Zagari, fu cantato per il 6 di giugno, come scrive il 7 di quel mese al Caselli. Oltre all’Inno troviamo sempre Dante (è stato ormai stampato il grosso volume Sotto il velame, che uscirà a giugno) e un fiorir di epigrafi: fra cui nota quella per il celebre maestro lucchese Alfredo Catalani. Legge anche il discorso Una Sagra, suscitando come sappiamo qualche altra polemica politica (p. 612) e toccando anche la questione dei discorsi, in relazione all’altra polemica per il Festa («annacquai un po’ il bicchiere ... per il rispetto dei presenti, ma ne dissi . . .; i professori fremevano. Oh! potersi ritirare in campagna per sempre ... col mio curatino a due passi, in un’antica badia ... tra cipressi e piú ...»: al Pistelli, sognato curatino, 7 giugno); per la prossima estate pensava di affrontare «in pochi giorni un libro di novelle, sino alla venuta del dramma o dei drammi, i quali non sono ormai tanto lontani» (all’editore Belforte, 14 aprile), e anche di iniziare la già ricordata rubrica Nell’avvenire per la «Tribuna», ora «con poesie, ora prose, ora ragionamenti severi, ora scoppi luminosi di idealità» (al Mercatelli, 12 agosto). Scrisse anche una buona prefazione ai Versi di Felice Soffre, editi a Catania.

Capita intanto un’altra novità a imporre decisioni non facili al Pascoli: gli è proposto di passare, da Messina, alla cattedra di letteratura latina nell’Accademia scientifica e letteraria (cioè nell’Università) di Milano: ma la proposta, favorita dall’Ascoli, è osteggiata fra altri da Michele Scherillo (era preferito proprio il Pascal, che fu poi nominato): e con scatto impulsivo Giovanni rifiutò.  [43] Il 5 maggio scriveva al Caselli: «Potevo andare a Milano: non volli per mortificare avanti i posteri alcuni piccoli che non mi volevano. Mi voleva l’Ascoli, e basta! E il Mordini s’è adoperato anch’esso, perché andassi. E il Ministro aveva la penna in mano per trasferirmi. Non ho voluto! non ho voluto». Protestava il Pistelli; ma il poeta (7 giugno) rispondeva: «Quanto a Milano, pazienza. Se avessi avuto tempo, ti avrei scritto per consiglio. Cosí solo, qua, spaurito dalla spesa, irritato dalla perfidia di certi colleghi e di certi avversari, ho preso consiglio dallo scoraggiamento e dalla peritanza e dalla povertà . . .»; e pur il 28 nov. al Pietrobono: «Uno Scherillo che può in Italia sbarrare la strada al ... Pascoli! È ora di sumere superbiam, avanti la tracotante alterigia e puzza di questi scioli!»

Sempre lo inceppavano e preoccupavano i tormentosi pensieri economici, anche se gli cominciava a balenare qualche speranza di assestamento. Troppa gente si interessava (e credeva non amichevolmente, nella... mafiosa Romagna) all’operazione David; tornavano poi le scadenze per il debito col buon Gigio, Luigi Bonati...; pur se nutriva molte speranze in Fior da Fiore, per cui chiedeva collaborazione al Pietrobono (14 giugno..., e autorizzazioni al Carducci) [44]. Tutto ciò si intravede in alcune lettere ai Berti (20 e 25 maggio), fra le preoccupazioni e le speranze: «Se noi nel momento siamo imbarazzati vediamo che s’apre il tempo sereno, il tempo del mietere... Il mio grano s’è maturato molto lentamente».

Con qualche buon miraggio si allontanavano dunque i due fratelli da Messina per Castelvecchio: era spiaciuto a Giovanni di non poter andare anche quest’anno commissario al Nazzareno di Roma, presso il Pietrobono: ma la richiesta fu fatta in ritardo, dopo che era stato nominato un altro (lett. 10 e 16 giugno).

Il 27 giugno partenza, liete e rapide accoglienze dagli amici di Roma (che subito ringrazia da Pisa e poi da Castelvecchio); il 29 era a Lucca (cosí si era preannunciato al Caselli: «Oh che desiderio intenso di riposo, di campanile di San Niccolò, d’acqua di vena e di poesie! ...»). E il 30, una lettera a Pirozz, che cercava di fargli far bella figura nel paese, sembra un canto di gioia: «Sono, come vedi, in Barga ... Ripeto che ora viene il buono. Verrò a far qualche bagno sulla fine di Luglio e principi di Agosto. Ho già al lavoro un poemetto, che sarà un poema, sui Rovi della Torre ... Il Sotto il velame è un grande successo che farà ruggire e guaire e mugolare i miei poveri nemici, cd esalta gli amici miei... Tra poche settimane non ce ne sarà disponibile una copia ...». E a Giuseppe Gori in pari data : «Chi sa che non venga a vedere un’alba da San Marino?»

Più concretamente, scriveva all’Ida il 25 luglio:

Cara Ida, dunque vedi di trovarci due camerine all’Abissinia [45] a cominciar, per esempio, dal cinque o sei o sette Agosto e a finir dopo una settimana. Ché piú d’una settimana non possiamo trattenerci. E anche il venire ora interrompe un lavoro da guadagno, con poco nostro profitto. Tuttavia il male non sarà cosí grande. Ma sarà possibile trovare per una settimana, quest’altro mese? Ecco quanto aspetto che Salvatore ci dica subito. Noi siamo moralmente affranti; Mariú anche fisicamente. Il caldo le dà addosso. È debole molto. Ricordati che se Salvatore non verrà alla Viserba, sarà opportuno che ci prendiamo una servetta, dato che la moglie del pescatore non faccia per noi; perché, ripeto, Mariú è affranta e non ti potrebbe aiutare. E poi vogliamo goderci: andremo a mangiare all’osteria, almeno una volta al giorno. Che ne dici? Sai che alla Chiesina della Torre si sta murando una lapide per il babbo? Ho la coscienza che ciò si deva principalmente a me. La andremo, dunque, a vedere. Povero papà!

Arrivando, noi vorremmo trovar le camerine pronte. Il tempo ci è misurato, e non possiamo perdere un giorno. Il Sandron a Palermo strepita. Scrivici subito ...            GIOVANNI e MARIA

Ma il 29 luglio feriva il cuore del poeta l’uccisione di re Umberto: il Male – la bestia primitiva – trionfava pur in mezzo a una festa che doveva essere segno della giovinezza d’Italia; allora si leva concitato e solenne l’inno Al Re Umberto («Marzocco», 12 agosto) che si strappa dalla visione del Male («Nel mondo di grande c’è il Male!»), verso quella del giovane principe che sta dirigendosi al Polo («Va, all’ideale la barra!»). [46] E quasi da quell’inno, nasce il ciclo dei «novissimi Colombo latini», che aveva avuto quale preludio Il ritorno di Colombo, e con Andrée giunge agli inni Al Duca degli Abruzzi e A Umberto Cagni (estate del 1900). [47]

E ancora un altro dolore: le questioni dantesche, sempre idea dominante, suscitano un incidente non senza valore per lo spirito pascoliano. Il p. Pietrobono per un articolo sulla liberale «Tribuna», elogiante Sotto il velame, aveva avuto un richiamo dall’autorità ecclesiastica: e la reazione del poeta è accoratissima (9 luglio):

Mio carissimo fratello Gigi bono, mi scrive Gildo una cosa ben dolorosa! ... Non sono io un alunno degli Scolopi? ... E tale che non si è vergognato di dirlo in pubblico, di scriverlo e ripeterlo! Sono io forse un fazioso? un settario? È tale forse il Mercatelli, spirito profondamente religioso e pio? Il libro lodato ... non segna forse il trionfo dell’idea religiosa e mistica, nel commento di Dante, sulle Boviane fantasie laiche e massoniche?» Giusta intuizione di ciò che, per quel tempo, fu veramente originale nell’interpretazione pascoliana. [48]

Ma la vita di Castelvecchio non era solo di lavoro: era talvolta di svago, e, specialmente alla sera, di riposo. Non sempre c’erano le rinnovate paure per il Finali: ora invece aspetta il Briganti e il Caselli da Lucca, o il violinista Betti; o ha la visita del Mercatelli (anche se essa gli lascia un po’ di amaro, facendogli pensare al poco che in paragone d’altri lui, Giovanni, ha ottenuto con le sue fatiche, mentre avrebbe voluto maritare meglio la sorella maritata e maritare quella che non è: «e avrei fatto dei capolavori ...; ma non li hanno voluti e in parte non li vogliono nemmeno ora», 11 sett. al Caselli). Gli fu poi ben gradita la visita del Pistelli e del Pietrobono, forse il 27 e 28 di settembre, [49] della quale rimase a ricordo la scherzosa lettera di Omero Redi a Vamba (15 nov. 1906, nel «Giornalino della domenica») e la fotografia Opus aetherii solis et Jani Nemorini, con Maria fra i due Scolopi (Giovanni scrisse di sua mano in una copia: «La Madonna fra due santi, e Gulí»); e anche il ricambio di alcune bottiglie di vino marchigiano spedite dal Pietrobono, onde ebbe dal poeta in dono una copia del Jugurtha con dedica latina (Carm. p. 560).

E poi c’era la vita, per adesso scherzosa e ancora in buona, con i contadini abitanti entro la stessa Chiusa o nel villaggio. Come ci si abbandonavano con ingenua allegria alla sera, i due fratelli. E, sia pur da fuori, li aiutava il buon Caselli. Ecco qualche passo di una lettera a lui del 21 settembre, dopo aver ricevuto qualcuno dei buffi doni che l’amico gli inviava. «Il successo dei successi è stato l’“omino che caca”; gli abbiamo messo nome Meo . . . Ieri sera alla briscola Meo ha “cacato” con enormi risa di Tono del Lello e del nostro Tono ... Meo però ha finito col prendersi un cappello da non vederci piú. La sua gravità se ne risentí parecchio . . .»

Ma anche da tanti contrasti (compresa la vendita della «Tribuna» cui pensa non potrà piú collaborare, e... la sua corpulenza: con le parole «Ecce homo grosso» sottolineava un ritratto all’Orvieto il 21 settembre) si leva – su tutte le piccolezze e le pene – eterna la poesia. «Sono pieno di tribolazioni! Ne ho guasti i sogni, caro amico! Mi sfogherò scrivendo oggi La mia sera, un innetto molto melanconico» (al Caselli, 5 ottobre); e nel settembre aveva vibrato verso le stelle dell’Orsa la sua Piccozza. [50] È la imperitura, anche se alle volte sconcertante, grandezza pascoliana.

Tra tutte queste faccende (il 21 settembre scriveva all’Orvieto che aveva finito allora la Prefazione di Fior da Fiore) diventava sempre piú difficile la corsa in Romagna. Ne scrivevano all’Ida, manifestando anche... una nuova ragione per l’incontro, ma enumerando le difficoltà a scusa di quel continuo rinvio. Sono lettere che potremmo dire prediche, ma ben rivelatrici di segreti rimpianti.

Cara Ida, tu non devi addolorarti, né temere d’una cosa che è sempre da tutti salutata con gioia. E da noi ancora; non dubitare. Speriamo che questa volta sia il maschietto; che se non sarà maschio prenderemo affettuosamente anche la terza femmina. Sta tranquilla, serena e forte. Ti mandiamo due mesi in lire cento: Agosto, ci pare, e Settembre. Quando poi avrai riscosso anche il resto dal Menghi, faremo i conti.

E tu rettifica liberamente sin d’ora, se c’è da rettificare: non temere.

Quanto al venir costà, ne avevamo e ne abbiamo un vivo desiderio; prima di tornare al nostro esilio, verremo; non dubitare. Ma dobbiamo tener conto di tre circostanze, la prima: la salute di Mariú che lascia a desiderare ... ; la seconda: la necessità dei nostri lavori (e conseguenti quattrini) che devono essere finiti subito, e io ho perduto molto tempo; la terza: un certo riguardo al Mondo che vuol parlare e mi fece delle atroci critiche l’altra volta che mandai Mariú. Tra le atroci critiche quella che mi colpí di piú, fu una scusa, una difesa, una giustificazione. Capisci? L’età di Mariú era tale che ... Oh! no, povera Mariuccina! Per me e, diciamo meglio, per noi essa è sempre in condizioni di prender marito, se ella avrà questa fortuna e se ella vorrà accettarla, quando le si offra. Non è vero? Or dunque ci regoleremo con queste obbiezioni che t’abbiamo esposte. Quello che devi tener per certo, è che ti verremo a trovare.

Ci è stato molto amaro il tuo detto, che le bambine non si sono conquistate il nostro cuore. Esse l’hanno tutto, il nostro cuore! Ma noi sappiamo che abbiamo che fare con nepotine eccezionali, perché hanno una mamma eccezionale anche lei. Quando noi cerchiamo nel pensiero un regalo da fare a loro, sdruccioliamo subito in questa considerazione: «Non hanno voglia di nulla, perché hanno tutto!». Quando temiamo (e questo timore ci vien spesso) che la nostra vecchiaia comincerà e continuerà senza aver vicino alcun nuovo essere che ci rallegri e ci ami e ci faccia provare l’ineffabile gioia di sentirci necessari a qualcuno, ecco pensiamo: «Non saranno le nostre nepotine o una d’esse che ci faranno provare questa gioia o che ci faranno compagnia: la loro madre e il loro padre non permetteranno mai che siano lontane da essi nemmen un giorno o un’ora!» Non è vero? Sii sincera. Per esempio, adesso, se t’offrissimo ciò che sarebbe piú giusto e piú buono offrirti, ossia di prenderti o tenerti o una o tutte e due le tue bambine, che risposta faresti?

Ci sono certe cose che l’uomo non può modificare a suo talento, e che stanno bene cosí come stanno! Ma hai proprio torto di crederci disamorati delle tue bambine! Quanto a esse, coi loro ritrattini ci stanno sempre presenti qui e a Messina. Le insegniamo a tutti e le lodiamo con tutti, e le contempliamo ogni tanto, con occhi paterni e materni, ma di padre e madre i cui figli siano d’altri! Cosí credi; e sta tranquilla.

Scrivici. Quest’anno abbiamo molto patito, vedendo cosí rade le tue lettere, e non molto calorose. Ora sappiamo il perché ... Abbraccia Salvatore e ama, con le amate bambine, i tuoi GIOVANNI e MARIA

19 Ag. 1900, Barga

Anche al Caselli accennava pin volte con incertezza alla visita romagnola (il 13, 15 e 21 ottobre; ma con piú di speranza il 25; e il 29 gli fa comprare delle «bobine» di pellicole per la macchina fotografica: «vado a trovare le nostre nipotine, e voglio conservare loro ricordi»; e il 1° novembre dice al Pietrobono: «Andrò finalmente a passare due o tre giorni nella mia Romagna a prendervi ispirazioni. Ricomincio a essere pieno di entusiasmo»). Finalmente si decisero. Il 3 novembre erano a Lucca, dormendo alla Croce di Malta, piena di tolleranza per Gulí; in Romagna visitarono anche la Torre, leggendo la nuova epigrafe del Pietrobono a memoria del padre dei Pascoli (lett. del 14 nov.); e il 9 erano di ritorno a Lucca, cosí che, sempre al Caselli, era spedito quel giorno questo scherzoso biglietto:

Carissimo signor Alfredo Caselli, sono ad aspettarla per rivederla e salutarla nella salle à manger della Croce di Malta tre distinti personaggi che contano otto gambe X. Y. Z.

La partenza per Messina avvenne il 15, il 16 erano alla stazione di Roma, forse incontrando il Pietrobono e il Mercatelli («se vuoi portarmi . . . la pelle di leopardo per il mio salotto ...»); poi subito a Messina. Né di lí lo mosse l’insistente invito del Pistelli per andare a Firenze a leggere il II Canto del Purgatorio (primi di novembre: il viaggio sarebbe stato troppo precipitoso e faticoso); piuttosto preferiva cominciare a lavorare per quella «Biblioteca Universale» che doveva curare per il Sandron e per cui chiedeva collaborazione al Pistelli, a Mario Fuochi e a P. Emilio Pavolini. E poi «sono cominciate le lezioni; e poi devo colorire tante poesie per periodici ...; e poi devo preparare i Canti di Castelvecchio e di San Mauro; e poi voglio mettermi sul serio a conquistarmi il poderetto, per finirla con questa vita di scuola, o meglio di spola, su e giú per l’Italia» (al Cian, 29 novembre). Se mai, quanto alla scuola, pensava a un invito a Roma, anzi a starci proprio (una cattedra dantesca? un incarico al Ministero?) in «una casina bellina ..., e ci passeremmo di gran belle ore insieme ... col caro Siciliani e Gigino Valli e berremo e fumeremo deliziosamente sognando e conversando...» (al Pietrobono 28 nov., e 14 e 16 dic.). Comincia anche ad apparire il nome di Pisa: ma per ora è un’altra delusione. Dice al Caselli il 14 nov.: «A Pisa mi par tutto andato a monte ..., mi pare di fare una gran brutta figura! da pezzente ... Cian è il solo a desiderarmi ...». ». [51]

A ricordargli però sempre la ormai sua terra lontana venne la notizia che era morto il vecchio «rettore» o parroco della chiesa di San Niccolò, presso la casa del poeta, e l’annunzio della nomina, data personalmente dal rettore nuovo don Amilcare Mancini. Non è inutile ricordare qui la lettera che Giovanni subito scrisse (ma le cose andarono poi diversamente!)

Caro e rev.do Rettore, con viva gioia abbiamo appreso la notizia. lo sono felice d’avere acquistato in lei un vicino che amerò. Oh! le belle seratine! Faccia che la Canonica gliela ripuliscano e racconcino bene bene: quanto alla chiesa, veda di persuadere a poco a poco le sue pecorelle, che starebbe molto meglio con le pietre di travertino allo scoperto di quello che con quell’intonacaccio scalcinato. Spero che la bellezza dei luoghi guadagnerà molto dalla presenza d’un uomo intelligente come lei.

Ha letto il bel distico?

Vinci, seu nobis populus seu vincere malis

quae populi victor templa tuetur adis.

Populi victor, cioè Nikolaos. Sia lei il Nicolaus, ora.

Della fine del povero Rettore, ebbi notizie affatto fuggevoli in una lettera dei Mere, scritta dalla Carolina. Povero vecchio! Ahi! La sua lettera, amato Rettore, ha accresciuta la nostra passione d’aver innanzi gli occhi l’Aspromonte piuttosto che la Pania! Quando? Un saluto pieno d’augurii e d’affetto e di rispetto, anche per la mia sorella dal

suo dev.mo GIOVANNI PASCOLI

Messina, 30 Xbre 1900

E al paese lontano andava col finire dell’anno anche l’ultimo saluto della poesia: il 30 dicembre il «Marzocco» portava la dolcissima Ora di Barga.

III IL 1901: ATTIVITÀ A MESSINA E PENE A CASTELVECCHIO

Il 1901 comincia con un altro dei tanti dispiaceri danteschi, che naturalmente si allarga a onde; dice una lettera del 2 gennaio al Pietrobono: «Amico buono, cominciai l’anno e il secolo ieri con la notizia che mi diede lei d’una recensione... scellerata del Filomusi. Ho intenzione di scrivere una letterina: “Chi vuol sapere come io ignori il latino ... vada al Pascal; chi vuol sapere come io, poeta di Myricae, non valgo un soldo, vada a Tommasino Gnoli; e che poeta di poemetti sono uno zero, vada a G. Caprino, ’Rivista Moderna’; e che poeta d’inni sono un imbecille a dirittura, vada a Romano-Catania, ’Rivista Popolare’; e che come Dantista non sono che un ... dentista, vada a Filomusi Guelfi (??)”».

Ma c’è subito di peggio. L’amico Pistelli si assume il compito di scrivere, per il «Bullettino della Società Dantesca» diretta da Michele Barbi, la recensione di Sotto il Velame (dic. 900, genn. 901, vol. VIII). Lo scritto aveva lodi e critiche: e lo spiegava l’autore il 7 gennaio al poeta: «Come vedrà, mi sono astenuto dal giudicare, essendo cose troppo lontane dal mio poco dantismo. Soltanto del modo di esporre ho detto tutto il male che potevo. È straordinariamente difficile seguirla ...». E veramente la critica di forma («con uno stile che segue, rotto affannato singhiozzante, tutte le difficoltà, i dubbi, i pentimenti che si affacciano al pensiero dell’autore ...») si risolverà un poco anche in una critica del metodo. [52]

È facile figurarsi la reazione dell’ipersensibile Giovanni: «Capisco che la sua recensione sarà una terribile stroncatura, la quale farà trionfare i miei vigliacchi nemici, che contano sull’accidente che m’ha a levar dal mondo presto, in questa solitudine rabbiosa di Messina» (9 gennaio). E al Pietrobono in pari data: «Ti accludo una lettera di Gildo, che ha avuto la virtù di farmi quasi morire ... Il fatto è che Gildo è amico di tutti i miei nemici, e ora vuol far vedere a costoro che la sua amicizia per me non l’acceca etc. etc. Ora, quando si capisce che i miei studi danteschi sono l’unico mezzo per me d’uscir presto . . . da questa galera, dove tutti e due moriamo, e Gildo vien dopo il Pascal e il Ceci a chiudermi questa porta, non c’è che abbassar la testa e chiudere gli occhi per sempre». E tentava la difesa dicendo contro il Pistelli, per quel proprio stile soggettivo: «egli, si licet etc., dovrebbe odiare Platone» (30 dic. al Pietrobono); anzi, essendogli già prima stato suggerito dal Pistelli di imitare «Gabriele l’Olimpico, che non si scuote mai per nessuna critica», rispondeva (ed era naturale in un tempo in cui, per il contrasto con lui, credeva di averlo provato) che «il D’Annunzio è un superbo di primo ordine e si vendica con insolenze morali anche quando è preso con le mani nel sacco» (agosto 1900).

Cosí anche l’amicizia col Pistelli, come l’altra col D’Annunzio (ma quella con piú di pena) fu interrotta: e per piú di un anno l’amaro dispetto gravò l’anima del Pascoli: poi tornerà quasi il sereno anche col dotto Scolopio. [53]

Al solito, però, reagiva con la poesia: il 6 gennaio il «Marzocco» stampava La porta santa, «in cui si chiede di credere» (2 gennaio, al Pietrobono); e il 22 gennaio Severino aggiungeva sotto una cartolina scambiata dalla moglie con Maria: «Mi piange ancora nel cuore il pianto della tua Tessitrice. È poesia stupenda». E poi questa aggiunta: «Mio caro Giovannino. A sòn in buletta!» [54]

Quanto a pensieri piú concreti, riprende ora la pratica per l’acquisto della casa di San Mauro. Il 10 gennaio partivano due lettere per Pirozz: una che si poteva dire pubblica (alla quale poteva rispondere al suo indirizzo) in cui manifestava il dubbio che, se si voleva vendere la casa, aspettassero quando «quella cara e buona signora non sarà piú di questo mondo»: ed egli assicura di non volere, a danno di lei, sollecitare la cosa; l’altra riservata, in cui raccomandava di non far mai cenno aperto di altre lettere ricevute: al piú poteva dire, come eco di discorsi, che la casa potrebbe essere del Pascoli «al prezzo di 4500 o 5000 lire» (il prezzo che doveva credere Maria: la differenza fino a 3000 lire, l’avrebbe pagata di nascosto). Se avesse notizie riservate scrivesse a V. Muglia, Editore, Messina, aggiungendo sulla busta un «p. P.». Ma, anche per i progetti delle trattative a Castelvecchio, l’acquisto non fu concluso: e la pratica giungeva malinconicamente al termine. Il 20 luglio, erano rivolte a Pirozz queste parole cosí pascoliane: «Piego la testa alla fatalità... Ma noi due [fratelli], in proposito della casina, ci rimettemmo con fede nella nostra mamma, nei nostri morti. Se l’acquisto ci fosse divenuto impossibile, noi dicemmo che avremmo creduto che i morti non volessero, si vede che non hanno voluto ...Io lavoro ... Cosí, non posso venire in Romagna...».

Il 3 settembre, chiedeva che non si facessero cartoline col ritratto suo e della casa materna: «Non voglio che sia messa la mia faccia in cartoline. E la casa, poi, sarebbe a dirittura un’ironia esporla come mia al pubblico ... Sai che m’ero offerto di comprarla. Ora non voglio che in mano di altri (a chi è passata?) acquisti dal mio povero nome un qualsiasi piccolo valore di piú ... Sarà molto difficile che ci vediamo piú ...». Pareva – praticamente era – un piú risoluto addio alla Romagna: e la sua Romagna aveva perduto l’occasione definitiva per riconquistarlo a sé.

Alla fine di gennaio il Pascoli lasciava con Maria (e Gulí) Messina, chiamato a Roma in commissione; il 26 erano nella capitale donde egli scriveva al Caselli; Maria (con Gulí) proseguiva il 2 febbraio per Castelvecchio; qualche giorno di piú vi rimase Giovanni, godendo della intimità dei «tre Gigi» (Pietrobono, Valli, Siciliani) e sognando insieme un «giornaletto romano» (ne è eco anche una lettera al Valli del 28 marzo).

Da poco Maria era partita dalla capitale e Giovanni pronto («3 febbr. 1901, ore 9½») le scriveva:

Mia cara Cichin, aspetto ancora un tuo telegramma: sono le nove e un quarto. Hai freddo? Dove sei? Povera mia Cichina! poveri miei due esserini che mi amate! Stanotte ho vegliato quasi sempre, tenendo dietro al tuo, al vostro viaggio. Aspetto un telegramma! Verrà presto? ... Oh! come ci godremo tra poco la nostra vacanzina campestre! la nostra vacanzina acquistata! Chissà quante ispirazioni! Fammi bellino lo studio. Sta calda, sopra tutto. Provvedi legna e ova e galletti.

E in pari data nel pomeriggio:

Mia Cichina ... verso le 14 ho ricevuto il telegramma del caro Valgimigli in cui «sto benissimo» ho interpretato «st(ann)o benissimo» Mariú e Gulí, i due rnusini ... Ora stai facendo il peggio del viaggio, se piove ... Ma non importa: staremo allegri e faremo molto lavoro. Ho trovato un nuovo giornale, dove essere pagato bene o benino. Vedrai che roba! Caro Cichin, come staremo bene, al sole e al fuoco! Come sarebbe bello gettar le basi dell’acquisto. Se no, faremo al solito.

Questa sera vado a cena dal Gigibono. Sentirò ronzare di Dante, ma acqua in bocca... Tuo  NAVIN

3-2-1901, ore 17  Dal Caffè di Santa Chiara.

In un bigliettino con la stessa data salutava poi Mariú e Gulì a nome del gattino di casa Finali-Agnolozzi... Ma all’Ida, piú tristemente scriveva il 4:

Mia cara Du, ricevei la tua lettera, quando Mariú era ancora con me. Ora si è recata a Barga, dove la raggiungerò tra due giorni. Stiamo bene. La nostra vita non è molto lieta, ma ci vogliamo bene, e pieghiamo rassegnati il capo al destino che ha voluto fare del primo e dell’ultimo dei figli superstiti di nostro padre, due infelici. Ora abbiamo avuto quasi un mese di poesia. La godremo con tenerezza.

Quanta tenerezza mi fa la tua lettera! Povera Du! Mi vuoi ancora bene? Mi farai voler bene dalle tue bambine, Giovanni, Mariú e Ida? Ma le potrò mai godere le tue bambine, che amo tanto? In vero noi siamo condannati a Messina a vita; il che ci affligge enormemente ... Uscirne, non c’è speranza! Di ciò devo gratitudine al nostro ottimo Giuseppe! Ho fatto il bene e ho ricevuto il male. Cosí è.

Cara povera Du, bacia tanto per me Nannina Myriam e Didina, e saluta tanto Salvatore.

Il Ministero sta per cadere! Tuo GIOVANNI

II 7 febbraio Giovannino comunicava al Pietrobono e al Caselli di essere già anche lui a Castelvecchio; e vi si fermò piú del previsto, come ci fa sapere una lettera all’Ida.

Cara Ida, un incarico (d’ispezioni) capitatomi per fortuna qua, mi trattiene alcun tempo con Mariú da queste parti, sí che è molto probabile che noi passiamo le vacanze di Pasqua a Castelvecchio. Per un pezzo ancora Mariú non si muoverà da Castelvecchio e io andrò e verrò, ma poco lontano ... Scusa la fretta e amaci. Tuo GIOVANNI

Barga, 25-11-1901

Era stato contento di quel ritorno invernale: «Caro Alfredo, neve! neve! Che felicità ... sotto la neve il grano! sotto la neve la poesia.

Quanta ne farò! Come sono gaio e arzillo! Prepara delle belle invenzioni per il carnevalino ... Avanti! Avanti! ... M’invitano a Milano, che ci vada?» (8 febbraio, al Caselli). E davvero in quelle vacanze carnevalesche e pasquali si alternano le poesie e gli scherzi. Tante poesie «da empire il volume Canti di Castelvecchio, che uscirà poi, subito» (al Caselli, 19 gennaio); ci sono le poesie inviate ora, per un certo periodo, quasi di continuo alla «Riviera ligure» di Mario Novaro (mentre per una delle non insolite ire si stizzisce col «Marzocco» che gli ha stampato incompiuto l’Inno A Verdi: lett. al Pietrobono del 9 marzo; anche se poi ivi pubblicherà Alle Kursistki); e lavora al Ritorno di Odisseo con la «sua filosofia della felicità», a un inno Al Serchio, e alla «poesia russa» per Tolstoi, dandone notizia al Caselli; su una cartolina da questi inviata traeva poi lo spunto per «certe sue odi africane ...». E in una lettera al Valli del 28 marzo ribadisce l’idea di «fondare un... settimanale a Roma..., che avrà la sua rubrichetta Post fanum putre Vacunae in latino, prosa e versi, e nelle altre rubriche contemplerà la vita scientifica, politica – da un culmine – e artistica dell’Italia... Il periodo dei giovani che hanno e vogliono conservare o acquistare la libertà del volere ...».

C’era poi anche il carnevale paesano, allietato dal buon vino di Salvatore; vi si rinnovano 1e allegrie e gli scherzi contadini, con le maschere avute dal Caselli «che erano e sono bellissime ..., ci prende certi cappelli al Meo ...»; si sono divertiti tutti: Meo, Mere, Tono, «con le loro parole dialettali... Ho registrato nel mio bel taccuino molte frasi amenissime del Meo ...» (al Caselli, nel febb., marzo e apr.). Godeva anche delle richieste che quasi tutti gli studenti di Roma («bravi gli studenti di lettere ...») facevano di lui per l’Università: «ma non riusciranno a nulla» (3 apr.). [55] E ci fu anche una specie di settimana pascoliana a Lucca, con un «modesto banchetto» offertogli in trattoria...

Il caro tempo però volava: e il 10 aprile annunciava all’amico lucchese la prossima partenza. Passarono per Roma dove (è proprio il periodo climaterico per le amicizie!) in un rapido colloquio ebbe modo di soffrire per un certo malinteso dantesco perfino col Pietrobono (e anche Maria parve mettere il muso; perché è vero che tollera «poco le critiche a me»: e per piú di un mese i due amici non si scrissero); il 14 annunziava al Caselli il loro arrivo.

Messina lo riconduceva alla sua operosità ideale, non piú tanto nella scuola ove diceva di avere «pessimi colleghi, salvo uno» (al Caselli, 14 apr.), quanto nell’assunta missione di apostolo sociale. Egli è ancora in uno sforzo di chiarificazione di idee, sotto diversi sentimenti contrastanti eppure sostanzialmente concordi. Già il 14 gennaio, scrivendo al Caselli per una possibile collaborazione a un giornale lucchese che era detto socialista, diceva: «Io non sono né socialista, né antisocialista, perché sono libero e modesto predicatore d’una nuova dottrina. Spero d’essere sostanzialmente d’accordo – se non col da me odiato sempre (anche quando scontavo nelle patrie prigioni il mio ardente socialismo) credo Marxistico – col sentimento, almeno, che anima i socialisti veramente sinceri... Del socialismo io voglio fare... una religione, la quale m’accorgo nelle mie meditazioni che è un fondamento molto piú scientifico che il plus valore dell’economista ebreo-tedesco... I socialisti resterebbero socialisti anche diventando... patrioti...».

E, piú personalmente, cercava nelle sue idee le ragioni della sua poca fortuna. Curiosa la lettera pure al Caselli del 1° maggio. «Tra me e te vogliamo risolvere un problema ...» scrive. E mostra di pensare che la poca voglia del Carducci di farsi spossessare dello scettro poetico, e tutto il «rombazzo» che si fa ora attorno a un altro poeta (che va in giro con «voce monotona» a leggere una sua «filastrocca») [56] indichino che «vogliono in sostituzione del poeta laureato e coronato e per dir cosí ufficiale della..., [57] un altro poeta laureato coronato ufficiale ...; diciamolo finalmente del triangolo massonico...». Invece «io ho scritto sempre per qualche anima buona e mesta, e virginibus puerisque...».

A tutte queste riflessioni poteva aver dato occasione anche quella bella e umanissima lettera che il Pietrobono aveva scritto il 6 aprile al tormentato e quasi pessimista poeta di tanti Poemetti. Diceva cosí:

Mio carissimo fratello, eccoci a Pasqua ... e tu già ti prepari al viaggio a Messina... Lascia la cara solitudine di Castelvecchio: rientra nella vita. A lungo andare l’isolamento ti nuoce. Gli uomini non sono buoni, come tu li vorresti, a tua immagine e somiglianza, ma non sono neppure tutti cattivi; e, se sono, tu puoi farne molti migliori. La tua dottrina, che muove dalla morte e alla morte ritorna, è vera, sí, ma non è tutto il vero. Anche la vita ha la sua ragione, la sua bellezza, il suo bene. Bisogna che tu aggiunga questa corda alla tua lira: bisogna che la tua poesia, che certo sarà la piú grande della nostra età, sollevi, rianimi, riconforti. La morte è, ma anche la vita è, l’amore è, l’essere è. Non ami i giovani tu? Non ti senti anzi in comunione con loro piú che con i vecchi? Ebbene, i giovani vogliono vivere. Non ridere di queste mie osservazioni: voglio, cioè, vorrei, che tu fossi piú felice; e saresti poeta meno pessimista... La tua poesia deve raccogliere le voci di vita, che sono nel cuore di tutti, e che aspettano per rivelarsi il vate. Io so che il vate sarai tu. Riprendi il tuo coraggio e tergi nuovamente l’anima ... per noi.

Anche questo accorato monito doveva giovare ad approfondire la meditazione pascoliana: quel suo rivolgersi appunto ai giovani, su cui egli ormai insiste, l’impeto patriottico di molte Odi e Inni e Discorsi, e il passaggio dai poemetti latini romani a quelli cristiani (Centurio 1901, Paedagogium 1903...) potrebbero esserne indizi. A Messina intanto (dopo aver risposto i1 19 maggio in modo incerto alla lettera di duecento studenti dell’Università di Roma che chiedevano il suo trasferimento colà: cui pareva aggiungersi il ministro Nasi che gli chiedeva conferenze dantesche, quasi saggio per una sua nomina alla cattedra dantesca da istituire nella Capitale) pronunziava due altri discorsi, e prima della fine dell’anno un terzo. Garibaldi avanti la nuova generazione (poi, L’Eroe italico) del 2 giugno, si rivolge rinnovando la dedica A Re Umberto – appunto ai giovani: «al partito dei giovani, cioè ai giovani senza partito...», sostenendo «che si debbono avere piuttosto idee che partiti» (Proemio all’opuscolo edito dal Muglia). Sull’esito della lettura, ecco le notizie del 3 giugno al Caselli: «Ho detto. . . contro i partiti. Socialisti e monarchici pendevano fremendo a volta a volta. È stato un vero successo, ma di lagrime! non di commozione! ma di meditazione. Ed anche di applausi. Mi vogliono molto bene ... Sabato devo fare una piccola conferenza al ceto dei commercianti per consigliare il riposo domenicale ... [Il settimo giorno]. Ma qui. Altrove no [onde rifiuta di andare a Palermo]. La conferenza [garibaldina] si stampa. Sono certo della tua adesione; della tua sola, forse, in tutta Italia, oltre che di quella della cattolica-papale-socialista-anarchica-garibaldina-realista Maria, che sopratutto è giovanniniana . . .».

Al Settimo giorno, si aggiungerà l’Avvento (10 dic.), di ispirazione socialista patriottica e quasi mistica, profetante (con meno pessimismo) la palingenesia umana fondata sull’amore, anzi la carità. Il poeta-profeta ha raggiunto la sua maturità.

Un altro interesse si fa piú vivo in questo momento: quello della musica, o della poesia per musica. Conosciamo qualche cosa dell’amicizia col violinista toscano Adolfo Betti; e dei rapporti col pure toscano Puccini (voleva anche andare a Lucca a sentire la Tosca). Aveva fra il 1900 e il 1901 composto per la musica il Ritorno di Odisseo (e faceva chiedere dal Caselli anche il parere del Puccini; ma lo musicò lo Zandonai). Adesso gli balena l’idea di diventare... impresario, in compagnia col Caselli. Un maestro cieco di Spezia, Carlo Mussinelli, ha musicato Rosetta (il canto era a lui dedicato, come si sa dalla lettera pubblicata nelle note a Odi e Inni). [58] E allora «io ho pensato: se per goderci un po’ quest’estate . . ., organizzassimo, io e il mio Alfredo, una minuscola compagnia e dessimo il bozzetto a Spezia, Viareggio, Genova, Livorno ... al tempo dei bagni?». E il 1° luglio, essendo a Castelvecchio, abbozzava il programma e il manifesto delle «Feste musicali» a Barga «in onore di G. Verdi. la sera: discorso... Sinfonia di... Rosetta... XY...; 2a sera : Sinfonia di... Replica di Rosetta...; 3a sera: Sinfonia di... Replica di Rosetta etc. etc. Faremo un bel manifesto...» [i puntini sono del Pascoli]. E la cantata fu eseguita il 14 agosto «molto bene a Barga», annota il poeta, e altrove in Toscana («vorrei sapere com’è andata la Rosetta» chiedeva il 24 settembre al Caselli).

Appena finite le lezioni, era di fatto partito per Barga: il 26 giugno Gulí (!) scriveva al Caselli: «Spero presto rivederdi a manciare una piccola bistecca con losso e il ventilatore [novità di casa Caselli]. Zio e mamma ti saltano e t’abbracciano sono tuo Gulí Pascoli dei piscottini mené tocchati poini. Ne manciano molti zio e mamma e altri sechatori». Il primo luglio dà l’annunzio dell’arrivo a Castelvecchio avvenuto di notte; ed i coloni si alzarono dal letto per accoglierli; e ancora per un poco ci fu sereno: «ceneremo dal Savoglia col Meo e Tono del Lello» [59] divertendoci, scrisse ancora nel mese al Caselli.

Il lavoro estivo doveva essere al grosso volume dantesco La mirabile visione di Dante; ma comincia a stancarsi: «Che noia quel libro dantesco ...» «Maledetto libraccio che mi avvelena le poesie ... Fortunato Gabriele! . . . ma lui non le ha nella mente, le trova nei libri. Lui non fa altro che polverizzarci sopra lo zucchero ...» (24 giugno). Ben piú, invece, si abbandonava nel comporre il prossimo volume dei Canti di Castelvecchio; e si interessava molto a una poesia di simbolo autobiografico, per cui si procura il disegno: Il rospo o Il poeta solitario («il rospo sono io»); e lavora per quella bizzarra idea di essere, col Caselli, l’editore di se stesso, idea che in parte (quanto alla stampa) attuò nei Canti di Castelvecchio e nei Poemi conviviali, affidandosi al tipografo lucchese A. Marchi (e anche qui, quante pene: il lavoro a stampa non andava avanti; e ci sarà uno stock di carta finta a mano, per 4000 lire, che diventerà un incubo... come ci mostrano le lettere al Caselli, e qualcuna al Pietrobono, fino al 1902); ma i volumi usciranno poi nel 1903 e 1904 con la sigla dell’editore Zanichelli (che per la prima volta appare avere adesso fatto approcci). C’erano anche le nozze del caro Gabriele Briganti lucchese: e aveva preso col Caselli l’impegno di fare una poesia. Il 16 luglio, affannato: «Come farò per Gabriele? Oggi mi proverò, senza troppo fiducia»; il 19 essa era già pronta («Quanto alla poesia... non so che dirmi...») con una lettera accompagnatoria...; e il 21 usciva a stampa dal Marchi. Cosí sbocciava quel capolavoro di pudica sensibilità, di fantasia allusiva, di infinita suggestione che è il Gelsomino notturno,[60] che solo lo scopo e la storia della composizione ci fanno comprendere e sentire pienamente. Per il banchetto nuziale mandò anche quattro «delle bottiglie di un liquore nuovo del Capretz, intitolato Fior di giovani pascoli» secondo la correzione che, a un titolo troppo pascoliano, aveva imposto il poeta; ma quando Gabriele con la sposina venne a Barga e Castelvecchio, i fratelli si schermirono dall’andare a mangiare con loro. Forse quel po’ di pudica gelosia che li prendeva di fronte alle nozze degli altri (fatto psicologico da non trascurare) li decise a far cosí: «Io... e specialmente Mariù, poverina, amiamo mangiare le trote e i chicchi con gli scapoli o almeno coi maritati che non siano in viaggio di nozze . . .» (25 luglio).

A Barga volevano da lui anche una conferenza, in occasione di un concerto. Ma, dopo promessa, si trovò nell’impossibilità di farla; e scrive al sen. Mordini il 30 luglio: «Protegga il suo concittadino ... Dovrei farne un’altra a Bagni, e cosí mi ridurrei a essere un D’Annunzio a scartamento ridotto ... E ho una ripugnanza invincibile a mostrarmi in teatro ...E sono stanco. E sono di malumore ...» Né a distoglierlo dai soliti lavori e pensieri venne quella visita del Carducci che il gruppo dei discepoli e degli amici «lucchesi» desiderava: all’invito, il Maestro, anch’egli malinconicamente stanco, rispondeva col telegramma:

Madesimo 3-9-901

Carissimo Giovannino, invito di vecchi e amorosi scolari, come te e il Brilli, mi tocca il cuore: la terra Lucchese mi sorride lontanamente bella. Ma la salute mi ritiene qui, immobile anche ad altri inviti.

Addio caro Pascoli: addio Brilli, saluto e ringrazio anche caramente la signorina Maria. Salve, cortesi Signori. Tuo affez. GIOSUE CARDUCCI

C’era in corso anche un’altra grossa speranza o preoccupazione. Sfumata ormai la volontà di acquistare la casa di San Mauro, prendevano sempre piú importanza le trattative per la Chiusa di Caprona a Castelvecchio, il «castellaccio» abitato ormai da sei anni. Comincia a pensare che può essergli utile a ciò l’oro delle medaglie di Amsterdam, e al fido Caselli scriveva il 14 agosto: «... ho necessità di te per le seguenti cose ...: domandarti un consiglio serio, ponderato, sull’acquisto del mio castellaccio. Sarebbe un affare che si potrebbe forse fare. Avrei voluto sapere da te, se consegnando a Lucca il mio oro a una banca, io potrei essere ammesso a credito etc. Ci ho qual cosetta anche di contanti ...».

Le trattative si concluderanno l’anno prossimo. Ma il fatto dell’acquisto sollevava un’altra delle tante croci che segnavano il calvario sentimentale della vita pascoliana. Entro la Chiusa, cioè nel campo o orto cintato annesso alla casa, abitava una famiglia di contadini che lavorava quell’orto e i terreni annessi come proprietà alla casa. Era la famiglia Arrighi che con i nomi locali trovammo e troveremo nelle lettere e nelle poesie castelvecchiesi. Ora quella gente, prima amica e servizievole, nella previsione di un licenziamento con conseguente sfratto, si era messa a far tutti i dispetti e tutte le minacce (o almeno il poeta e Maria li soffrivano come tali); e fra qualche ultimo elogio, scattavano parole irate contro «questi Mere e Tono»; specialmente per il Tono, «pessimo tra i giovani», Giovanni sente «spasmodico il rimorso d’avergli fatto del bene, e poi il rimorso di provare questo rimorso ...»; e inveisce contro la Clara, «femminaccia da concio e da conio», che lo perseguita – ora e poi – con scritti anonimi (cosí in lettere del settembre).

La situazione si aggrava anche per l’episodio della bicicletta (non si dicano piccole cose, da non ricordare: sono lunghe tragedie per il poeta!). Il 24 giugno Giovanni scriveva al buon Caselli: «Vorrei acquistare una bicicletta usata ... , da servirsene Tono per mio servizio, e da impararci alla chetichella d’andar su io»; e il 16 luglio l’aveva già «bellissima ... Quando che sia, tu insegnerai a me, a andare un po’. Non voglio mica diventare un corridore, ma acquistare un mezzo di comunicazione un po’ piú rapido e sopratutto dimagrire un po’ ...». Ma, ahimè, sempre il 16 doveva scrivere: «La bicicletta... l’altrieri giunse, e ieri sera era rovinata». Il Tono è andato su e giù e «finalmente rimanda a casa la bicicletta in pezzi, e lui in disparte a piangere ...». E i suoi intanto a dire: «E che male ha fatto? ... Il che prova che noi siamo c ...». Deve quindi rimandarla al Caselli a Lucca per farla accomodare: «e poi tienila costí a mia disposizione, senza mandarla piú qui» (e là rimase, fino a che – senza piú rivederla – diede ordine che fosse rivenduta!».[61]

La tristezza era che tutto ciò accadeva proprio in quella terra ormai tanto cara, e mentre andava componendo proprio i Canti di Castelvecchio! Amara ironia della sua sorte di poeta: «mi dispiace solo di tutto questo amaro e fetido che vapora d’un tratto fra i canti di Castelvecchio ...» (10 sett.). Cosí, al solito impulsivamente, balena una decisione: altro che acquistare la casa! andrà via, lascerà Caprona ... Addio caro campaniletto di San Niccolò «che non vedrò piú». E ordina il 2 ottobre al Caselli di trovargli «due camere grandi, in soffitta, dove depositare i poveri mobili»; e quanto ai suoi «canti ..., bisogna che li sospenda ... Cercherò un altro titolo ...» (davvero la fama di Castelvecchio corse un bel pericolo!). Anzi il 3 d’ottobre cominciò un Addio alla Pania, rimasto non solo incompiuto ma presso che inedito. [62]

Oh! te felice, Pania, che resti!

Tu resti: io parto... ma mi volesti.

Tu resti: io parto... ma mi volesti,

ma ci volemmo, Pania, un gran bene...

Tutti i sogni gli parevano sfumare: «Oh! professore a Bologna e contadino a Barga: ecco qual sarebbe stato il mio ideale!» (4 ottobre).

E in altra lettera al Caselli, di pari data, quasi grida: «Dio! Dio! che il dolore sia necessario, indispensabile al poeta?»

Certo però interessano anche (almeno come momento soggettivo, se non oggettivo) alcuni sfoghi contro il dolore che è impedimento alla poesia (e lo dice chi è un grande poeta del dolore, anche se vorrebbe toglierne tante delle cause per tutti gli uomini): «La mia malinconia... è tutta retrospettiva: per non essere stato del mio lungo e paziente lavoro rimeritato... E avrei fatto dei capolavori, sol che li avessero voluti. Ma non li hanno voluti, e in parte non li vogliono nemmen ora» (al Caselli, 11 sett. 900) ; o come affermazione: «La poesia è ottimismo» (11 ott. 901; e pag. 616).

Quindi ogni trattativa con i signori Carrara proprietari della casa sospesa, o almeno subordinata al licenziamento di quei contadini: il Caselli e l’amico dott. Alfredo Caproni, intermediari, debbono convincersi di ciò! Vero è che «per violenza d’amici», e soprattutto del barghigiano dott. Caproni, sembra che le pratiche riprendano..., ma quanta tristezza e sfiducia! E allora il poeta grida al caro amico di Lucca: «Va a pregare nella tua chiesina e non vergognarti. Gli uomini non sanno consolare anche quando non ingiuriano, e non amareggiano». E all’amico romagnolo Giuseppe Gori, dopo l’arrivo a Messina (17 dic.), confermava: «In questi giorni... piú che mai sento la mia amara sventura d’aver dovuto lasciare la mia Bologna, dove avrei fatto cosí splendida carriera, dove avrei passata la vita tranquilla tra amici, non lontano dalla mia piccola patria...».

Intanto fra queste amarezze, nel lavoro alla immensa Mirabile visione, nel sogno di un poema dantesco sull’origine della Divina Commedia per cui cercava di organizzare col Caselli un viaggio in Toscana, [63] nell’ampliamento di Sul limitare (che questa volta si concluderà con «una grande apoteosi del Carducci . . . Bene per male»: 3 dic.) e dopo il rinnovato incontro con il prof. Severino Bianchini, un romagnolo, caro amico di Bologna, divenuto primario all’ospedale di Lucca, si era avvicinato il tempo di ritornare a Messina. Ne dava notizia, con nuove preoccupazioni all’Ida.

Cara Ida, parto domani ... Non vado a Messina... tutto d’un fiato. Ti mando il tuo mese di ottobre. Sono ancora sotto l’impressione di una lettera di Salvatore, che mi parla di suoi e di tuoi imbarazzi, nel tempo, ahimè, che scade una cambiale ov’io ho la mia firma. Tu sai, tu ti devi ricordare che ci sono stati professori cacciati via per non aver pagato cambiali o per aver subito protesti. È cosa spaventosa! E tu sai in che per me strazianti circostanze dovei l’anno passato apporre quella firma. Avevo coi quattrini di Mariú ritirato la cambiale con la firma Tosi. Di lí a pochi giorni dovei presentarne un’altra, della medesima somma, con la firma Berti. Il Perilli (mi ricordo) domandò chi era l’accettante: segno che almeno dubitava che chi prendeva il denaro ero io: io che avevo rifiutata, dunque, la firma Tosi e avevo fatto il bravo di pagar tutto... e poi riprendevo tutto, piú il frutto che avrei dovuto sborsare.

Ecco le circostanze: che il Tosi e i Sammauresi si raffreddassero per questo mio sgarbo gratuito, per questa pubblica manifestazione di miseria (nel mio caso, col mio stipendio, col mio grado, col mio nome, miseria assoluta suona male!), a me pare probabile. Che lasciassero però le pratiche per darmi la mia casina materna e nativa, mi pare probabile. Ma pazienza! Era meglio cosí, dunque. Ora sarei a dirittura rovinato se Salvatore mi facesse sfigurare. Ma ciò non sarà, non è vero? Preme anche a te, non è vero?

E non dico altro ... GIOVANNI

Barga, 16 fibre 1901

Non partirono però il 17; anzi il 23 ottobre seguiva un’altra letterina all’Ida, concedendo una dilazione per la restituzione delle «200 lire», e inviando baci «dai tuoi due fratelli che ora vanno al solito esilio».

La famigliola parte finalmente il 27 ottobre; il 28, come diceva al Pietrobono, e anche al Mercatelli invitandolo alla stazione, passava per Roma; e attraversato il 29 lo stretto in tempesta  se ne lamenta con Pirozz - arriva a casa.

Questi ultimi mesi dell’anno vedono il compimento del rinnovato Sul limitare, ma specialmente quello «dell’enorme volume dantesco», La mirabile visione, storia di Dante e del suo poema, con rinnovate speranze e rinnovate ire per recenti articoli a lui ostili o nuovamente scritti (del Parodi e di Paolo Orano) o finalmente letti (quello del Pistelli). Il volume dantesco, edito dal Muglia con data 1902, era già uscito nel dicembre 1901; e il 22 il Pietrobono si rallegrava; ma a un suo proposito di parlarne, riceveva dal Pascoli sul finire dell’anno: «Quanto alla Visione, ti prego di non scriverne. Lascia che ella abbia il suo fato ...» Invece, quasi per determinare il fato futuro dell’umanità, egli il 15 dicembre levava la sua voce nell’Avvento. [64] Ma già, per Dante, pensava piuttosto a quell’«ampio poema» sulla vita dell’esule, onde nasceva la Commedia.

Per la casa, nel novembre  dopo un accenno a un motto per l’abitazione del Mercatelli, non fatto  aspettava (il 7) le «due pelli di gazzella» promessegli; nel dicembre ebbe dalla Romagna il conforto del vino. E i fratelli ne scrivevano il 6 all’Ida:

Carissima Ida, ieri 5 dicembre verso mezzogiorno giunse la botticella di vino. La ponemmo subito in una cassa per farla riposare, ma oggi abbiamo creduto bene di travasarla per timore che la botte potesse, se non perfettamente buona, comunicare qualche difetto al vino ... Ora Giovannino è a un’adunanza all’università: è partito che gli tremavano le gambe per le fatiche del travaso. Mi ha lasciato detto di scriverti e mandarti il cinquantino di decembre. E te lo mando.

Io sto pensando con che cosa far sorridere le tue piccine in queste feste: temo di trovar poco di buono ... La nostra salute è discreta: che vuoi? per quanto ci stiamo abbastanza volentieri a Messina, non ci fa il clima ... È il quinto anno questo! Ah Italia! Italia! non cosí si tratta uno come Giovannino! Un giorno poi ci saranno i coccodrilli; ah vili!! ...

Sta allegra, allegra, allegra anche peri due esuli anzi tre, insieme alla tua cara f amigliuola.

Un bacio da Giovannino e dalla tua  MARIA

Torno, e ti saluto e ti bacio con le bambine. Il consiglio comunale di Rimini sta per dare la cittadinanza onoraria al D’Annunzio. Benissimo. A me non volle dare il posto di 1a Ginnasiale quando avevo fame! Un bacio di nuovo. Tuo    GIOVANNI

Centellinando quel vino i due fratelli scambiavano i loro pensieri. Iío trovato questo appunto di Giovannino: «Mariú con gravità comica pronunziò: “Biondi non hanno ispirato amore, bianchi ispireranno rispetto ... È un pensiero (parlava dei suoi capelli). “Bene, buono, stupendo!” Ed ella come incoraggiata, e ridendo cordialmente: “Voglio scrivere il Vademecum della zitella!” Sera del 26 IXbre 1901».

Il 31 dicembre, fra grato e triste, Giovanni inviava all’Ida un’ultima lettera: «Ci hai fatto piangere un poco; ma già si nasce piangendo .. Tutti sono contro di me ...». Cosí concludeva l’anno. Ma poco prima, «Nel Giorno di Natale, 1901», aveva fatto sentire al mondo la soave consolazione de Le ciaramelle.

   ... Ma il cuor lo vuole,

quel pianto grande che poi riposa,

quel gran dolore che poi non duole;

sopra le nuove pene sue vere

vuol quei singulti senza ragione:

sul suo martòro, sul suo piacere,

vuol quelle antiche lagrime buone!

Lagrime buone»: questo è tanto, e della poesia e del messaggiopascoliano.

IV  IL 1902: IL FATICOSO ACQUISTO DELLA CASA DI  CAPRONA
E LE VENDETTE CONTADINESCHE

Anno di lavoro pure il 1902, ma con due avvenimenti importanti anche per la vita: l’acquisto della casa di Castelvecchio, punto fermo (o quasi) nella sistemazione pratica (e in parte poetica) del Pascoli; e, dopo lunghe ansiose incertezze, il trasferimento all’Università di Pisa, che poteva essere il punto fermo e tranquillo del suo insegnamento... Una lunga dimora a Castelvecchio gli permette poi, fra i due eventi, un’altra sistemazione, ma di carattere artistico : quella di tutta la sua ormai vasta e lunga produzione poetica.

Anche in questo tempo fra il 1902 e la metà del 1903 resta un poco in ombra, per scarsità di documenti, la vita domestica e fraterna: ancora una volta però soccorrono le lettere al Caselli e qualche altra, come quelle al «Rettore» della parrocchia di San Niccolò.

E ora, a Messina — pur fra impegni minori, come le due belle epigrafi latine, già accennate, per l’Università in memoria del Malpighi e del Borelli — tutto un impegno estroso per mandare avanti i Canti di Castelvecchio: titoli di poesie in elaborazione affiorano di frequente, tra insistenze e consigli per la stampa; molto lo occupa l’Ode al Serchio stampata anche in opuscolo; ed entra in contatto coi disegnatori, specialmente col De Carolis, per raccomandargli di non fare opera simile a quella col D’Annunzio. [65] E si compiace sempre di musicisti, scambiando adesso lettere con Riccardo Zandonai che gli mette in musica il Ritorno di Odisseo.

Anche fuori d’Italia cominciavano a giungere gli echi del nuovo poeta. Maurice Muret lo citava in Francia già nel 1900; e piú lo loderà nel 1903, e quest’anno, di gennaio, Giovanni può annunziare al Caselli che il Bolton, inglese, in un libro «ha proclamato la mia superiorità col Carducci su altri»; e preannuncia in questo 1902 «un articolo nella «Revue des deux Mondes»; il 23 marzo il Pietrobono parlava di uno «studio di Jean Dornis» sulle sue poesie: «mi dicono sia lo pseudonimo di una letterata, è vero?» (era Hélène Beer). Egli, invece, non può accettare di andare a Roma a commemorare V. Hugo; e con parole pungentissime ironizza sull’incarico al D’Annunzio (25 febbraio al Caselli) [66]. Rifiuta anche a Giovanni Cena, per la «Nuova Antologia», un articolo sul Carducci, sia perché «ciò che avessi detto sarebbe necessariamente parso piuttoso uno sfogo di malanimo e di invidia . . .»; sia perché «a me pare che ai poeti debba essere ormai interdetta la critica poetica così come ai pittori la pittorica, etc.» (14 gennaio); promette invece un lungo studio su Francesca e Ugolino o altri scritti danteschi, ma sapendo che non saranno accolti, e «un poema intiero ...»

Resta però sempre un certo senso di piú ingenua vanità, quando raccomanda al Caselli di non far pubblicare «fotografie dove io sia troppo al naturale, goffo e brutto» (21 luglio).

Continuo poi, laggiù, era il pensiero al paesello toscano: naturalmente, con uno dei non rari contrasti viventi nell’anima pascoliana. Da un lato, esplosioni di iroso dispetto contro i contadini e contro gli amici barghigiani che non li sanno licenziare («Noi non torniamo ... Via subito la megera, non a marzo 1903... Infame bastardaccio! Io se me lo vedessi piú vicino a casa, l’ammazzerei! . . .» 7, 16, 20 gennaio); e con piú misura al barghigiano sen. Mordini, il 9 gennaio, confermava «l’impossibilità di dimorare un giorno solo nello stesso recinto dove dimorassero i nostri tormentatori, persecutori, sfruttatori, oltraggiatori di lunghi sei anni . . .», confessando di non potersi affidare nemmeno alla sua nobilissima «parola di garanzia». [67]

Ma una lettera soprattutto è rivelatrice delle ansie e delle nostalgie di questi giorni: la lettera scritta l’11 gennaio a don Archimede Mancini, «Rettore» della chiesetta di Caprona, San Niccolò dal canoro «campaniletto». È una lettera che può fare da sfondo fantastico e da contrappunto lirico (e... drammatico) ai Canti di Castelvecchio e ai suoi umili personaggi.

Amato nostro Rettore, è mezzo mese che aspettiamo una lettera, necessaria per dare il tono alle nostre lettere di risposta a tanti gentili amici di Castelvecchio, primissimo tra questi lei. Che cosa rispondere in verità ai cari amici? che ci saremmo riveduti presto o che non ci saremmo riveduti piú? La lettera che ci doveva dire se avremmo dovuto scrivere «presto» o «piú» non è ancora giunta, e già comprendiamo che, venga o non venga, ci suggerisce la seconda e non la prima nota! Cosí è. Dopo la lettera anonima, velatamente minatoria, da cui risultava l’esigenza dei Chiari [68] di non solo rimanere nella chiusa, ma con la loro brava porta aperta etc. etc. noi abbiamo chiesto finalmente un cenno di riprovazione, per i loro contadini, ai signori Carrara, noi abbiamo chiesto se, sfacendosi il podere, pensino loro a licenziare i contadini loro e non lascino a noi questa briga! La risposta non venne, e noi capiamo benissimo che i signori Carrara, e specialmente il signor Alceste, si riservano forse, dopo che ci hanno venduta la proprietà, di aizzarci contro, come hanno fatto per il passato, quelle genti, e di renderci amarissima la proprietà acquistata a prezzo carissimo. Vediamo insomma che non c’è nulla da fare. Noi spenderemmo tutti i nostri risparmi per stare malissimo, spiati, osteggiati, diffamati, insultati dai Chiari! Cosí, dunque non torneremo piú.

Ora, nostro amato rettore, scriviamo a lei non solo per ringraziar lei, di cui bevemmo il vino arzillino e carino a capodanno, ma per pregarla di ringraziare tutti i cari amici che si sono ricordati a noi nelle feste passate. Che vuole? Ci crepa il cuore a scrivere a tanti, per dire a tutti: Noi non torniamo! non ci vedremo piú! Dunque dica lei tante cose per noi allo Zi Meo (a cui scriveremo, del resto, tra qualche giorno: intanto lo preghi a vigilare piú che mai sulle nostre cose) di cui abbiamo bevuto per befana il chiccolino e abbiamo mangiato la salsiccia fatta apposta per noi, senza droghe, e il buon biroldo e altre cose: a Poldo Marcucci, che ci ha mandato anche lui tanti buoni insaccati e del burro buonissimo; a Lorenzo Marcucci, che ci ha mandato anche lui del burro magnifico e ben conservato se bene giunto con molto ritardo; a Salvatore Bonini, mio buon collega, la cui lettera m’è stata cosí gradita e mi ha fatto tanta allegria (che si converte in melanconia, poi!); al buon Beppe Bonini, genero del Savoia. che m’ha scritto con tanto cuore e tanta grazia... Oh! cari! cari! quanto volentieri vi riabbraccerei! Ma non si potrà piú! E io che m’ero scelto il posto persino nel camposanto per stare sempre sempre vicino a loro!

Senta un’altra cosa. Il Ciapo mi aveva scritto perché mi adoperassi a far mettere la posta a Castelvecchio e a far dare a lui l’ufficio di collettore. Gli risposi che non avevo influenze e che d’altra parte non tornavo costà. Ma però indaghi lei se aver la posta a Castelvecchio fosse nei desideri dei suoi parrocchiani, e se tra essi ci sarebbe chi potesse adempiere il piccolo uffizio, senza ricorrere a Barga.

Lei, mio buono e amato, si sta accomodando? Manca nulla? Vorremmo in parte tentare per qualche sussidio, a Roma, in parte contribuire di nostro. Ma specialmente per la prima parte, vorremmo sentire come stanno le cose e a che punto sono. Ahimè! Ho dovuto rispondere di no anche a una domanda del Ghighetto e di altri pretini, tanto a me simpatici, per aiutarli a mettere su un ginnasio preparatorio! E sí che mi ci sarei proprio dedicato con tutta l’anima! C’è, tra quelli, D. Rocco Bonaccorsi. Non mi è riuscito di ricordarmi se Bonaccorsi è il cognome del Rettore di S. Pietro in Campo!

Faccia (non c’è bisogno d’avvertirla) uso prudente di questa lettera, e faccia un pianto per me e per Mariú! Noi abbiamo sempre la Pania avanti gli occhi e il campaniletto e lei e lo Zi Meo e la bottega dei Savoglia e il Ponte di Campiglia... Un visaccio di Megera, d’ una parte, apre una gran boccaccia e urla... E ci risvegliamo dal nostro dolce sogno col cuore in sussulto.

Ci ami, caro nostro rettore, e ci benedica. [69] l’abbraccio con tutto il cuore. Mariú si raccomanda alle sue preghiere. Saluti la mamma. Suo

GIOVANNI PASCOLI

Messina, 11-1-1902

Eppure...

Eppure, contemporaneamente, dall’altro lato, c’erano le trattative decisive per l’acquisto della casa, iniziate almeno nel 1899. Di tutto — casa e podere – sono chieste 33.000 lire; lui vorrebbe comprare «la casa e casupole annesse, la chiusa piú l’oliveto, la vigna della costa, una buona metà del terreno castagnato» (non il vero podere): offerta non aumentabile, 15.000 lire (20 gennaio). Ma i proprietari vogliono vendere tutto: e Giovanni è disposto ad accettare, per rivendere il di piú dopo. Si contratta fra un poco meno di 28.000 e 32.000 lire (25 febb. 1902, al Pascili). «Il Dio di Mariú mi aiuterà»; tanto piú che ha già... quasi in saccoccia le altre 10.000 lire del Premio dei Lincei, cui torna a concorrere con le Opere dantesche; ma silenzio con tutti dell’acquisto: ho parenti» (29 e 31 gennaio). E poi «c’è Dante»; e poi «sai quale sarà il campo nei quale G. Pascoli sarà considerato veramente a suo posto? È il teatro» (22 febbr.). Oh! poeta anche in affari...

Ai primi di febbraio, in una lunga lettera che rifà la storia delle controversie e accenna alla cifra concordata di lire 28.400, tutto sembra sia andato a monte: naturalmente, «Mariú da tempo diffidava di un traditore»... Finalmente, poco prima della metà di febbraio, si firma il compromesso. E per integrare la somma da pagare subito, partono 5 medaglie d’oro olandese, che pur danno un’ultima delusione al poeta: solo 3666 lire mentre ne sperava piú di 3900!; e le 300 lire restarono per un poco a debito col Caselli. Ma la casa è sua: e il 27 febbraio, anche se il poeta non è certo del contratto definitivo, «ecco all’improvviso un’iscrizione per il nostro castello (in latino enigmatico) :

Aurum defodi, quod si cupis, inspice si qua

sanguis adhuc manet, sicubi laurus olet » [70]

I... castellani avevano fretta di prendere possesso del feudo, e il primo marzo annunciano al Caselli la partenza da Messina per il domani; Giovanni invita il Pietrobono alla stazione di Roma nel viaggio per Barga «dove mi chiama non so se gioia o dolore...»; e alla stazione di Pisa invita il Cian. Il 4 sono a Castelvecchio, accolti con feste e spari..., ma anche dal terremoto! [71]

Caro Alfredo, tutta Barga, tutto Castelvecchio... etcetera dormono da due notti nelle capanne... Soli i tuoi due, Giovanni e Maria, dormono quietamente nei loro letti, nella grande casa, che ha mostrato solamente qualche crepa. Ma che destino! La prima volta che essa poteva dirsi nostra e che noi l’occupavamo da padroni, ecco comincia a traballare, tra forti assidui rombi ... come se una grossa bestia sfuffasse...». Ma la grossa bestia non prevarrà «anche se lo Zi Meo dice che da Firenze hanno dispacciato che il terremoto punta sempre su Barga, con la lancetta...» (5 marzo). Il 12 però arrivava a Barga qualche cosa di meglio: la «settimilla», cioè la settima medaglia d’oro vinta col Centurio, il primo poemetto cristiano: «Tu capisci quanto io lavori, se oltre i miei volumi danteschi, le mie poesie italiane, gli altri volumi scolastici e prosaici, le mie lezioni e le mie angoscie coltivo ancora la mia gloriola latina». E ciò lo farà sognare di una «cattedra di poesia latina» per lui a Roma... «Che prolusione farei! Anche subito, il giorno del natale dell’Urbe» (al Pietrobono, 24 marzo).

E già, contento, immagina uno stemma «per l’entrata nella bicocca» con apparenze d’antico: «una capra grossa e vecchia e barbuta arrampicata araldicamente a una pania stilizzata con la croce in cima: arrampicata come se brucasse qualche foglia d’un cespuglio... Il motto sarebbe da scegliere fra questi : Pabulum studii atque doctrinae – pascolo di buoni studi, per la vecchiaia; gravi nova pabula morbo – pascoli nuovi alla grave malattia; [72] pabula amoris – pascoli d’amore; haec pabula carpo – doppio senso: mi cibo di questi pascoli (detto in persona mia): mordo (cioè dico male di) questi pascoli (detto in persona della Caprona che mi ha dato e mi dà tanti dispiaceri)...» (al Caselli, 13 marzo e 6 settembre).

Ma che strane preoccupazioni fremevano in quel suo temperamento... Il recente proprietario doveva perfino giustificare a sé l’acquisto: e il 5 agosto scriveva dicendo di aver salito «l’erta (poco dilettosa) del proprietario. Oh! trista parola per un socialista come me! Ma meglio che proprietà io dovrei dire libertà. La libertà dolce e desiato bene ...». [73] Scherzando poi sul valore del suo possedimento elencava «i sette eti» del poderuccio: «Frutteto, vigneto, noceto, pioppeto, querceto, castagneto, uliveto. Un po’ di tutto, poco di tutto»! Dal suo vigneto cavava veramente un buon vino frizzante (chi l’ha provato, può ben confermarlo); e aveva fatto fare delle non piccole «etichette» con la dicitura in rosso, contornata da un fregio di tralci e grappoli : «Flos. vineae. Johannes. Pascoli».

Forse anche per far soldi, pensa a nuove collaborazioni. Invece della Tribuna» ora ci sarebbe il «Giornale d’Italia», cui vorrebbe passare l’articolo su Leone XIII poeta, già in bozze presso la «Tribuna»; però desidererebbe che al giornale conoscessero «le linee generali del mio pensiero sociologico, politico, metafisico, e dopo mi lasciassero libertà o in libertà ...Io non sono un fraseggiatore ma... un pensatore» (al Pietrobono, 17 marzo). I soldi tuttavia venivano lenti e scarsi: «nemmeno oggi nulla. Mariú disse ieri e l’altrieri ... due rosari invano. Oggi ci siamo fatti prestare 10 lire da Gulí, che le aveva raggranellate nel suo salvadanaio, per il viaggio. Ne ha voluti cinque di frutto, l’usuraio!» (id. 21 giugno). Poi, il «Giornale d’Italia» mandava per Il Negro di Saint-Pierre, pubblicato il 16 giugno, solo 50 lire delle 200 sperate.

E pensa anche continuamente alla faticosa ristampa delle sue poesie, intrapresa lí a Lucca. Vorrebbe intanto riscattare le Myricae dal Giusti, ma questi ricusa (e il poeta protesta contro «il diritto osceno di proprietà assoluta...; ridivento socialista rivoluzionario, con ferro e con fuoco, a momenti»; 25 febbr. al Caselli); altri editori fanno proposte – ben tre – ma «l’uno neutralizza l’altro». E piomba su di lui, sempre ipersensibile, la tragedia dell’acquisto fatto dallo stampatore Marchi di «una quantità.... sufficiente a piú di seimila volumi, di carta finta a mano» che non serve per il formato, e ciò per il «valore di presso che 4000 lire»; ne scrive disperato al Pietrobono (22 maggio) implorando aiuto, e pensando di servirsene per quel progettato giornale dei liberi (il Pietrobono gli proponeva invece un settimanale: Il Veltro»)... «Dovrò finire col suicidarmi» grida al Caselli il 10, «sul serio, sul serio ... Voi altri non pensate piú che a Musolino»...; lui ha ammazzato tante persone, per lo piú infami: io ne ammazzerei una sola, una sola, ma buona. Cioè no: due. Oh dolore!» (se stesso, e cosí Maria).

Il nome di Musolino viene fuori perché allora si svolgeva proprio a Lucca il suo processo; e la condanna suggerí al Pascoli l’idea (e anche l’abbozzo, che resta) di alcuni versi, cui cosí accenna col Caselli: «Povero Musolino! Sai che vorrei fare una poesia nella quale dire che ognuno di noi ha il suo Musolino dentro?» [74] Tutto ciò.., perché non riusciva a far l’editore di se stesso: quindi, conclusione necessaria, torno a rivendermi».

Erano però agitazioni esagerate (davvero il Pascoli era «umbrabile»): tant’è vero che il 2 giugno riscriverà al Pietrobono dicendo che tutto era tornato «in carreggiata. Avevo avuto paure sciocche». E il 22 maggio annunziava all’amico lucchese che il Sandron, ultimo editore dei Poemetti, l’aveva rimesso in libertà (ma non il Giusti); il 27 luglio compariva poi nella lettera il nome di Zanichelli, che tra poco diventerà l’editore ufficiale del Pascoli in una collezione unificata delle poesie (1903: «Canti di Castelvecchio», IV delle «Poesie di G. Pascoli»): la cosa è comunicata ancora in segreto al Caselli il 16 settembre del 1902, ma poi smentita il 20 ottobre.

In aprile Giovanni aveva fatto pace anche col Pistelli; [75] e in quel mese, pur non sentendosi bene, dovette rifare la strada verso Messina, passando, poco dopo la metà di aprile, per Roma. Ma verso il termine di giugno sono già avviati al ritorno. Il 20 Giovanni aveva scritto all’Ida:

Cara Ida, ti mandiamo il tuo mese, pensando che tu n’abbia urgente bisogno, e un cinquino per la festa di Nannina. Fa che stiate allegri il 24. Io avrò, almeno per quel giorno, ricevuto i tuoi formaggini, se non sono arrivati ancora. Faremo la festa, uniti dal pensiero. Purtroppo sarà solo questo che ci unirà per un buon pezzo, dopo che quel... tale è tornato a insudiciare il nome che portiamo nel luogo dove siamo nati. Io non ne so piú nulla: immagino che a San Mauro, dove non hanno voluto me, ora abbiano accomodato quell’altro. Mi dispiacerebbe molto molto! Ma non pensiamo a siffatte cose. Ora noi partiamo per Castelvecchio; ma e tu e Salvatore non dite a nessuno dove siamo: dite, se mai, che siamo rimasti nell’Aspromonte. A nessuno! A me dispiace tanto d’aver mandato i miei libri nella bibliotechina di San Mauro! Chi sa ora in che mani sono! Ma, ripeto, non ci pensiamo. Trascorrete lietamente il lieto giorno delle cipolle, della lavanda, di Giovanni e Nannina. Anche noi c’ingegneremo, sebbene, appunto quel giorno, abbiamo le lauree. Per la sera abbiamo una bella bottiglia di Sangiovese del Budriolo.

Tante cose a Salvatore, tanti baci a Nannina, a Myriam poverina malatina, e a Lulu. Non ti affliggere con dispiaceri..., piccoli. Io penso sempre a quelli grandi, e cosí passo sopra ai piccini. Mariùe e io vi abbracciamo affettuosamente.       GIOVANNI

Prima della fine di giugno (passando ancora da Roma, forse il 26, senza fermarsi) erano a Caprona (e non sapevano che non sarebbero piú tornati oltre lo Stretto). Le accoglienze però questa volta furono freddissime»: qui «il cantore di Castelvecchio è straniero» (5 luglio).

Ma in queste vacanze si affacciò per i fratelli un’altra preoccupazione (sempre ne avevano, o se le creavano). La famiglia di Ida propone di venire tutta a Castelvecchio. Giovanni e Maria, indaffarati e insieme bisognosi di un po’ di riposo pur fra le turbolenze vicinali e i sempre rinnovati timori per il fratello Giuseppe (che sappiamo essere stato soprannominato Paglierani, e al quale si era accennato nella precedente lettera) pare ne restassero spaventati : onde la quasi drammatica lettera di Giovanni.

Cara Ida, Salvatore ci scrive un progetto di venir voi tutti da noi. Ti dirò subito due ragioni, che bastano, credo, a impedire il progetto. La prima (e basterebbe la prima) è che qui infierisce la tosse bubulina e che nelle vacanze c’è stato il vaiolo arabo, con cinque vittime, anche persone grandi, in una sola frazione vicina. Barga quest’anno è deserta tanto piú che ci sono stati i tremoti, che, secondo non so se le acute percezioni o le acute paure di molti, si sentono ancora. La seconda ragione è, se si può dire, anche piú imperiosa. Falino mi chiese di lasciare presso me la sua Gina; e io rifiutai. Come infliggergli ora questo schiaffo?

Io non oso dopo queste ineluttabili ragioni tenerti parola dell’enorme da fare che m’è addosso, in parte per vecchi impegni (se leggessi certe lettere di editori!) in parte per uscire da quello che sarebbe, se ci avessi a tornare, il nostro cimitero: Messina. E le nostre condizioni non sono floride: tutt’altro! Come mai? Cosí: molte lodi, pochi quattrini. Sai quante copie della Mirabile Visione sono state vendute tra Ravenna, Sogliano, San Mauro e tutta la Romagna? Nemmen una! Il canonico Pucciarelli, per la promessa di esitarne qualcuna, ebbe da me in dono i due volumi: 15 lire. Quante copie me ne fece esitare? Nemmen una! E quei libri, se non si vendono, non solo non rappresentano un guadagno, ma costituiscono una perdita, e grave grave! Oh! Italia! Di piú ...Un esempio. Per mandare via Paglierani da San Mauro... (nota che non è a mio vantaggio, anzi forse, e senza forse, a mio enorme pregiudizio – se si dirigesse a Messina... o chissà dove – che sia tolto da San Mauro), devo sborsare io 50 lire! Dove prendo tutti questi denari? E correre su e giú per l’Italia, senza fermarmi (per economia), sciupando la mia salute che declina per la vita esclusivamente sedentaria, e quella di Mariú, di Mariú che è pelle e ossa, poverina! Aggiungi che abbiamo debiti. Aggiungi che qui si vive una vita d’inferno. Abbiamo avuto prepotenze senza fine, orrendezze, schifezze inenarrabili da questi infami Mere, senza potere ottenere dai padroni, dai vicini, dalla legge altra protezione o soddisfazione che (finalmente!) quella di espellerli. Ma intanto sino al Marzo dell’anno venturo restano. E puoi capire come si vendicano! come ci ricattano! come ci fanno scontare la nostra miserabile vittoria! In tali contingenze sarebbe impossibilissimo che con noi fossero altre persone, specialmente bambini!!!

Salvatore ci dà notizie affliggenti della tua salute. Vogliamo sperare, dai sintomi, che si tratti di quelle dolci amare malattie che si conchiudono con un vagito. A ogni modo, per farti essere piú rassegnata, ti prego di pensare a chi sta peggio, a chi qualchevolta, per esempio, a Messina, levandosi dal letto, stanco, addolorato, con la testa vacillante, si augura spesso, sin dalla mattina, di morire! Siamo disgraziati. Nulla ci sorride. Né a me né a Mariú piace la vita che ci è toccata! Affatto! affatto! Io m’ubbriaco col lavoro, e magari col vino; ma spesso non posso lavorare! Tante sono le distrazioni penose che mi allontanano da ogni fissità di contemplare e studiare! Pensa dunque a chi sta peggio! a chi è il termine fisso di tutte le manovre di Paglierani!...

Oh! Tienti accanto il tuo tesorino d’affetti, la tua casina, il tuo pollaio, il tuo poderino, la tua solitaria felicità! Domina i tuoi nervi. Trova, godendoti le tue creaturine, educandole, istruendole, il coraggio di rimettere la vostra azienda sulle sue basi modeste e sicure. Io non so come aiutarvi altrimenti. Ma poi che discorro? Bastavano, forse, non è vero? le due prime ragioni. Come condurre qua a Castelvecchio o a Caproni, dove infierisce quell’infame tosse e dove cova quel pessimo flagello, le tue tre bambine? Come mettermi con Falino in cosí enorme imbarazzo e cosí feroce ostilità?

Salvatore scusi se non ho risposto a lui e rispondo a te. Rispondo a te perché le mie parole anche tristi mi pare che debbano avere la virtú di farti coraggio, d’ispirarti rassegnazione e calma. Ti accludo il tuo mese di luglio. Possa darti qualche consolazione. Bacia per me e per Mariú, Nannina, Myriam e Lulú, e saluta Salvatore. Tuo GIOVANNI

Barga, 17 luglio 1902

Naturalmente l’Ida rispose una secca cartolina con «un lamento che suona come un rimprovero ingiusto», secondo quanto riscrisse Giovanni.

A illuminare anche un altro aspetto dei sentimenti familiari, può essere opportuno qui riportare almeno una delle varie lettere del fratello Raffaele, che si conservano a Castelvecchio: oltre alla diversità di temperamento dei due fratelli, resta confermata quella certa solitudine sentimentale che circoscriverà sempre piú — felici e infelici di ciò — Giovanni e Maria. [76]

Caro Giovannino, già del bene ve ne voglio: ho conservato sempre i miei sentimenti verso voi, fanciulleschi per ingenuità, ma profondi per i ricordi del passato. Ma, a dirti il vero, se le tue manifestazioni d’affetto in lettere, che di giorno in giorno, o per meglio dire di anno in anno, si sono fatte piú rare, possono appagare me, non soddisfano certamente la mia famiglia, la quale è invasa riguardo a questa vostra affezione da un certo scetticismo, scusabile, a mio modo di vedere, sotto tutti i rapporti.

La tua religione è pure la mia. Io pure sono guidato in ogni mia azione dal pensiero: si deve morire un giorno! Ma per lo appunto penso anche: cerchiamo di amarci; lasceremo dei ricordi, di quei ricordi, che hanno pure sorretto noi due nelle dolorose vicende della nostra vita. E volevo che l’amore per voi fosse condiviso dalla mia famiglia. Mi cruccia, quindi, il pensiero che, nonostante tutto ciò che ho fatto per vedere di riavvicinarmi a te, di farti conoscere questa mia famiglia, l’occasione sfugge sempre, e per il tuo modo di pensare, che io non posso approvare, l’occasione stessa non potrà presentarsi mai. Mandare la Cina da te era un pretesto per farvi venire qua alla vostra volta e stabilire quelle relazioni affettuose in fatto, che diversificano da quelle in iscritto.

Cosí io mi trovo legate le mani in qualunque occasione e non posso essere utile, come vorrei, a quelli, a cui voglio pur tanto bene. Ma, Dio ne scampi, se succedesse una qualche disgrazia a te, come potrei venirvi in aiuto, anche solo finanziariamente, mentre non avete voluto riconoscere ancora la mia famiglia? La quale cosa stupisce e addolora non solo me e i miei, ma anche la parentela cospicua di mia moglie, ed è oggetto di commenti da parte dei malevoli. Io me ne strafotto di questi commenti; non cosí però i miei che sono un po’ piú schiavi delle convenienze.

E se questa disgrazia succedesse a me? Chi vorrebbe ricorrere a te, sia pure semplicemente per consigli?

Hai mai pensato a ciò? E chi ti dice che non avrei potuto essere utile anche all’Ida, se non si fosse comportata peppinescamente con me e con i miei?

Capirai quindi che nel mio cuore c’è un po’ di amaro: riconosco che sei buono, ma debole e nemico di te stesso. Che ti è mancata l’energia per importi, ed ora ti manca quella per opporti. E che in causa di ciò il raggiungimento dell’ideale da me sempre vagheggiato di fraternità e di affetto va sfumando, e non ne rimarrà che un pensiero triste di piú al letto di morte.

Peppino... era a Milano tempo fa e mi scrisse per aver danaro da ritornare a Bologna e rivedere l’ultima sua figlia Margherita tubercolotica. Mi fece compassione la figlia, non lui, e gli mandai 15 lire per il viaggio. Ora ritornerà a bussare nel passaggio suo per recarsi all’estero. Curioso, che per farsi mandare del danaro, ha creduto di inviarmi delle lettere che parlavano di sue invenzioni di lettighe, letti e altro. Che scioccone! S’illude di essere un Marconi e mi faceva nella lettera certe insinuazioni. .. Pensare che ne disegnerei centomila di letti e lettighe tutte diverse l’una dall’altra per tutti i bisogni e tutte le necessità senza ritenere di essere da meno dell’ultimo fabbro!

Il mio Ing. Capo mi vuole un bene dell’altro mondo e ha fatto pratiche vive e insistenti perché io nella prossima infornata possa essere promosso. So ciò dall’Angela, alla quale si è confidata la moglie del Capo. E siccome il Capo stesso sarà promosso Ispettore nella infornata suddetta, cosí sua moglie richiese l’Angiola, se non avessimo avuto desiderio di seguire il Capo a Roma, non potendo esso fare piú a meno di me. Per canto mio, non tengo ora piú alla promozione, né a andare a Roma o a Pisa o in altro sito.

Procura di star bene assieme alla Mariuccina. E fatti coraggio nel respingere le pretese di quelli che ti vogliono sacrificare e del tuo stesso sentimento che ti conduce all’isolamento e ti viene privando di qualsiasi dolcezza.

Tanti baci dal tuo  FALINO

Li, 22-5-902.

Per illuminare con altra fonte di luce (e nella oscura coscienza che qualche cosa pur manca alla loro vita) lo stato d’animo che, dopo la crisi suscitata dal matrimonio di Ida nel 1895 e dalle sua maternità, unisce indissolubilmente – in malinconica serenità – Giovanni e Maria, valgono le parole che il poeta scriveva al Caselli l’11 sett. 1900: «La mia malinconia, caro Alfredo, è retrospettiva. Del resto, come credere che due esseri come io e la mia amata sorella, dal cuore ridondante d’amore, possano esser felici nella loro trista vita solitaria? Non siamo felici, ma rassegnati, rassegnati. Abbiamo fatto nostro pro’ della conclusione morale dei Promessi sposi. Ecco tutto». [77]

Eppure, anche da quella certa solitudine traevano tempo e motivo (e forse soggettivamene giustificazione) il lavoro e la poesia. Quante poesie anche in questi mesi, fra Messina e Castelvecchio!: quasi in ogni lettera al Caselli c’è un titolo. E, dedicandola al Valli, scrive Passeri a sera (pag. 797 in nota). Il 1° agosto poi una novità, per i Canti: Ho concepito e abbozzati quattro poemi ... in sciolti e in forma didascalica». «Ora faccio il primo ... il Ciocco ... Per il Giacosa presto avrò un grande poema: il mio capolavoro, che non sarà dei Canti né dei Poemi conviviali, bensì dei Poemi moderni. Oh! quanti poemi ho nella mente!» Forse alludeva a Paulo Ucello. Nella stessa lettera al Caselli (7 agosto) dava queste notizie interessanti: «C’è nei Canti un ordine latente, che non devi rivelare: prima emozioni, sensazioni, effetti d’inverno, poi di primavera, poi d’estate, poi d’autunno, poi ancora un po’ d’inverno mistico, poi un po’ di primavera trista e finis». [78] A un augurio dei consiglieri comunali di San Mauro, il 7 settembre con tono modesto, rispondeva telegrafando: «Esso è un invito e un augurio perché io riesca a fare veramente quello che onori il mio paesetto. E certo continuerò, se non altro, a tentare e provare...»

La permanenza a Castelvecchio durava ancora nell’autunno; egli alternava il lavoro poetico e critico col lavoro murario, facendo qualche abbellimento nella casa (il pozzale, il bassorilievo dell’Annunciata donatogli dal giovane scultore Zappelli che, dopo non molto, morí consunto...). E forse in questo tempo un poco piú riposato, in campagna, Maria cominciò una prima e piú breve stesura delle Memorie (pag. 1) . Dello stato d’animo di questi mesi lascia poi intravedere qualche altro poco la lettera, forse alquanto ingenua, che da Castelvecchio Maria scrisse a Ida l’8 di ottobre.

Carissima Ida, era un pezzetto che desideravamo una tua letterina che ci desse buone notizie sulla vostra salute e sul vostro animo. Avevamo giù pensato di scriverti per sollecitarti a darcele, quando abbiamo ricevuto la tua e con essa le notizie. C’è qualche frase che non riusciamo a decifrare bene, p. e.: «Cosí è la vita, incerta sempre e a volte minacciosa: altro aggettivo non posso aggiungere a mio riguardo, e vorrei sperare di non doverlo aggiungere mai; ma chi lo sa?» In questa frase c’è per noi troppa difficoltà e troppo buio. Non ti deve impensierire la delicatezza di Myriam: ce n’è tanti dei bimbi delicati e sanissimi, e sono i piú carini: irrobustiscono poi nel crescere. Le tue bimbe poi hanno per la loro salute un gran vantaggio con lo stare sempre in campagna ...

Tu cerchi nelle nostre lettere qualche bella notizia: ma quale bella notizia ti possiamo dare noi? Te ne celiamo molte delle brutte, questo sí, ma delle belle disperiamo d’averne mai da comunicarti. Da Messina non c’è ancora nessun barlume che ci faccia credere di poterne uscire un giorno; e se anche col tempo questo barlume apparisse, sarebbe bene o male? Credi che non possiamo capirlo. Intanto se nulla insorgerà di nuovo tra pochi giorni ci moveremo per l’isola dell’acqua, seguitando il nostro moto perpetuo. Altro che quello di Paglierani! Credi (ripiglio il pensiero di piú su) che a venir via da Messina si oppone quell’errante lí. Il nome di Giovannino non potrà che crescere, e un’azione cattiva... sarebbe un veleno per questo caro nome che Giovannino glorifica e per l’opera sua che continua mal compensata ma sempre piú fulgida. Ora colui è in Svizzera, molto vicino a Falino. Si fece dare dei quattrini un po’ da per tutto per andare in Svizzera e mettere in opera certe sue invenzioni... Invece ora scrive ... che vuole danaro per lasciare la Svizzera. E andare, dove? e fare, che cosa? [79] Oh avvenire pieno di chi sa quali sventure! Felice te (lo diciamo senza alcuna ironia e senza alcuna invidia) che puoi vivere nel tuo cantuccino, all’ombra, nascosta, circondata dalle tue creature col tuo marito! Certo bisognerebbe che tu conservassi o riacquistassi la modesta agiatezza con la quale hai cominciato la tua vita di sposa e di madre. E di questo ci diede forti amari dubbi una lettera che tuo marito scrisse ultimamente a Giovannino, e che gli diede tanta pena e gli tolse tanta quiete necessaria a suoi lavori molti e urgenti! Ma speriamo che fosse uno scherzo, di non molto buon gusto, però. Tu non ne parli.

Ci ha fatto molto piacere la letterina di Nannina. Vediamo come anche nella loro casina, sotto la guida della loro brava mamma possano, le care piccine, diventar brave e buone. Speriamo presto di vedere anche i caratterini di Myriam ... Rimandiamo la cambiale e accludiamo il tuo cinquantino d’ottobre. Tanti baci a te, a Nannina, a Myriam e a Lulù da Giovanni e da me. Saluti a tuo marito. Rispondici subito e sta sana e allegra. Tuoi GIOVANNI e MARIÙ

Intanto un gruppo di amici e condiscepoli si raccoglieva nella casa di Castelvecchio (c’era anche il Brilli, provveditore a Lucca, e il giovane Bardi che accompagnava sempre il Brilli per il suo male agli occhi, e anche Cesarino Zanichelli, il prossimo editore del poeta) : riuniti spediscono da Barga il 28 agosto un telegramma al Carducci.

Al nostro Maestro al Poeta d’Italia al forte al giusto al buono ammonitore vendicatore consolatore un grido affettuoso da Castelvecchio di Barga. MARIA e GIOVANNI PASCOLI, CESARE ZANICHELLI, UGO BRILLI, ALFREDO CASELLI, CESARE BARDI

E il 31 di agosto mandava a Severino una cartolina con due vaccherelle alla stanga: e in versi – fra l’ingegnosità dei giochi di parole, il senso di pietà per gli umili e un desiderio di sogno e poesia – diceva «Vaccherella che pascoli, giova anni – lunghi stentare con la poca erbetta» che puoi mangiare, in attesa che quando non servi piú ti uccidano..., ma la bestia dice : «Lascia ch’io m’inganni ..., lascia ch’io mangi questo buon paleo.»

Si aspettava nel novembre la visita del maestro Puccini e del pittore Nomellini; a quello aveva detto: «Ho una vecchia fede, che il dramma musicale non deve essere ridotto dal dramma prosaico e dal romanzo: ma deve essere concepito a sé»; il 4 dicembre andava a Firenze in Or San Michele a leggere con il cuore «in sussulto» la Prolusione al Paradiso, cima rimasta tronca della sua costruzione dantesca, mancando l’opera ultima cui questa doveva essere come il preambolo: La poesia del mistero dantesco; poesia però piú di rapporti e significati segreti e simbolici che di forma espressiva... La lettura fu almeno un errore di valutazione oratoria; e un cronista annunciò che quell’anno «aperse indegnamente la serie delle Letture Giovanni Pascoli». Ma essa divenne l’occasione dell’ultimo grido vivo del Pascoli dantista (piú vivo anche della pur poetica Lettura su Casella a proposito del Canto secondo del Purgatorio, esposto nella Sala Dante a Roma nel dicembre, forse dopo il 25, come appare da lettere al Pietrobono). Il grido, viva eco di orgoglio amareggiato e di delusa umiltà, è nella Prefazione messa avanti la stampa della Prolusione nel 1903, edizione Muglia, e già ne sentimmo la voce concitata (pag. 615).

La dimora a Castelvecchio si prolungava sempre piú, perché c’erano delle speranze di essere trasferito a Pisa. [80] Vittorio Cian, già collega a Messina, lavorava molto per questo, e veniva anche a Castelvecchio in bicicletta a consultarsi... Ma Giovanni era sfiduciato. «Tornerò a Messina con le beffe», diceva al Caselli, e rattristato dalle incertezze reagiva come un offeso: al Cian telegrafava: «Sembrami oltraggio Università messinese che nobilmente accolsemi sollecitare cattedra stimata inferiore pur di lasciare Sicilia...» Intanto insisteva col Pietrobono (già ai primi del 1903) per ottenere di portarsi accanto, nel ritorno a Messina, Gulí, pur viaggiando, per necessità di salute, in prima classe... Anche Severino, l’amico ormai tornato a Bologna, era malato da un mese; e senza speranza era la sua sorella Ottavia; qualche eco di quest’altro tramonto veniva in rare cartoline scambiate nel novembre e nel dicembre.

L’anno terminava non allegramente; e proprio l’ultimo giorno Giovanni scriveva con grata malinconia la bella lettera-prefazione al bravo ma sfortunato editore Muglia, che gli era stato compagno nelle speranze e nelle delusioni dantesche. La lettera era premessa alla prima raccolta di sue prose fatte dal Pascoli: Miei pensieri di varia umanità, Messina 1903 (rinnovati con otto scritti in piú nei Pensieri e discorsi del 1907); erano dedicati «A Vincenzo Muglia – editore – che s’arma e non parla».

La lettera-proemio è non solo bella, ma umana e interessante, perché mostra sotto quali aspetti pascoliani l’autore studiasse e meditasse sulla Sicilia, sulla «mafia» e quindi sulla giustizia che spesso è solo furore di conservare: interesse, paura, egoismo...»: egli e l’amico Muglia sanno che purtroppo l’umanità presente è schiava, perché «non si pensa con la propria testa»; quindi «libertà . . . è l’idea che pervade il libricciolo che io v’offro»; che offre a Vincenzo, ché «non ho trovato in Sicilia uno piú siciliano di voi e piú italiano di voi». Ma dubita che gli arriderà il successo (e il povero Muglia sappiamo che come editore dantesco pascoliano ebbe davvero pochi vantaggi!) e che non lo faranno nemmeno... cavaliere. «Ebbene, vi farò cavaliere del lavoro, io!» [81]

V  IL 1903: TRASFERIMENTO A PISA
E SCHIARITA CON GABRIELE

Il 1903 comincia senza mutazioni. Il Pascoli ancora una volta, come nel 1896, resta tra color che son sospesi: e nel dubbio di tornare a Messina o di passare a Pisa, ottiene praticamente di non far scuola e di restarsene a Castelvecchio: «Son qui neutro, a mezz’aria, tra Messina e Pisa, senza che si siano decisi a volermi o uccello o topo» (7 maggio, al Pietrobono). Il trasferimento a Pisa era reso un po’ difficile, burocraticamente, dall’essere il Pascoli professore di letteratura latina, cattedra che aveva già il suo titolare, e che bisognava rinominare il Pascoli alla cattedra di grammatica greca e latina; di piú il Pascoli non voleva danneggiare qualche collega, anche piú anziano, della Facoltà pisana che aspirava a divenire ordinario, [82] e gli spiacevano patteggiamenti al riguardo: «Tu non comprendi che questo pattuire, questo mettere in terza e ultima linea me, è altamente supremamente indimenticabilmente offensivo» (al Cian, 1° gennaio 1903). Per il Pascoli lavoravano il buon Finali – che lo voleva a Roma – e il ministro Nasi, che per tener occupato il poeta fuori di Messina aveva pensato a «un corso di conferenze dantesche» o a una cattedra di «poesia latina»: anzi si sarebbe contentato che facesse pur solo «delle odi romane in latino, in occasione del prossimo congresso» (al Caselli, 22 gennaio). Tra queste incertezze si capisce meglio anche la proposta dell’amico Mercatelli per farlo destinare alla scuola coloniale: «Appena lette quelle righe, ho riconosciuto me stesso. Io non ho entusiasmo per la cattedra ... Invece essere l’ispiratore d’italianità nel cuore dei nostri pionieri ... Che gran cosa sarebbe stata!»; e qui già canta il «threnode degli eroi d’Africa» (pag. 762).

Quando la Facoltà di Pisa, verso il marzo, espresse il suo voto per avere il Pascoli (e il Finali, il 5, se ne compiaceva col preside Cian) la cosa parve decisa: e il Ministro scrisse al poeta ai primi di aprile: «Ho dato corso alla proposta». Il Pascoli pensava di andarvi subito, in quello stesso anno scolastico; e già stava pensando alla prolusione: «un discorso molto pratico, s’intende, sull’arte di tradurre» (al Cian, 9 aprile); a sua volta il Cian gli aveva già trovato, non lontano da casa sua, un appartamentino in via Magenta n. 3. Ma un poco per qualche oscillazione pascoliana e piú per i ritardi ministeriali passarono i mesi e solo verso il 10 di maggio l’interessato poteva scrivere al Cian: «Ho l’annuncio che il decreto è stato spedito. Tandem!» Il buon Caselli (che era stato insieme confidente e intermediario dei desideri pascoliani) aveva intanto organizzato il trasporto della mobilia da Messina; anche se pur alla fine di giugno il decreto non era giunto e lo stipendio continuava a venire da Messina.

Durante questi mesi s’era perfezionato il contratto e il residuo pagamento della casa di Castelvecchio (16.000 lire); procedevano gli accordi editoriali con lo Zanichelli e quelli dei disegni col De Carolis; e fra una visita del p. Giovanni Semeria col prof. Francesco Polese di Livorno, nella Pasqua, e ripetute beghe coi contadini e cure di abbellimento della casa – va pensando di ripristinare la cappellina per Mariù – si concludevano i Canti di Castelvecchio (usciti dallo Zanichelli nell’aprile; la Prefazione è datata «Marzo 1903»); anzi già preparava un ampliamento per la II edizione («che sarà molto accresciuta dalle poesie castelvecchiesi ... che ora per lo stato dell’animo ripugnante non ho potuto fare», non ostante i paesani avessero cercato di placarlo con «un bell’indirizzo, ma firmato anche dai miei implacabili nemici»; al Caselli, 3 marzo); e comparivano poesie come Suor Virginia, La cavalla storna, La morte del papa...; mentre si consolidavano i Poemi conviviali e Odi e Inni; baluginava anche il pensiero di un libretto d’opera per il Mascagni e di alcuni versi per il Puccini (al Pietrobono, 6 gennaio; al Caselli, 7 e 17 aprile). Si concludeva in quest’anno, con una bella iscrizione funebre per Olga Cicognani in Forlani, l’idillio ingenuo e poetico che sette anni prima aveva avuto ne I due cugini il suo canto: anche la «piccola sposa cresciuta di piú, da poco maritata e appena madre, era sparita anch’essa: quante gioie morte, quante speranze seppellite!» (3 giugno). [83]

In quest’anno viene anche il giusto riconoscimento di un grande straniero: Maurice Muret lo lodava come «grande poeta superiore alla sua fama» nella Renaissance latine (e come già nel num. 5 del 1900, se ne faceva eco il «Marzocco» nel n. 12). Anche il sincretista Pascoli guardava però oltre i confini. Egli andava ora piú attivamente concretando il piano di quella grande «Biblioteca universale» o «Biblioteca dei popoli» che si era assunto di dirigere per il Sandron. Già aveva dato al pittore De Carolis l’idea per la figura e il motto in un foglio [84] collegato alla lettera del 29 settembre 1902: «Una Roma o un’Italia, la quale si piega alquanto su un termine, toccandolo con un ramo d’ulivo», e che indica «paesi nuovi e lontani. Deve esserci il sol nascente dell’alteri sacculo. Sopra il disegno una fascia ondeggiante col motto: Hunc tanget – visere gestiens (Horat. O. III, 3, 54). Tra tanget e visere la fascia fa una piega che nasconde una parola (armis) ...». Per quella Biblioteca scrisse un ampio programma, di cui mette conto leggere alcuni periodi.

BIBLIOTECA DEI POPOLI

diretta da GIOVANNI PASCOLI

Con questa collezione di grandi libri d’ogni gente, con questa cui il Michelet chiamerebbe Bibbia dell’Umanità, che vogliamo noi fare? Fare ... che la nuova Italia tocchi di nuovo qualunque termine sia nel mondo. Hunc tanget! Il motto ce l’ha dato il poeta dei ludi secolari: «Quicumque mundo terminus obstitit, hunc tanget ...» armis? No, non piú con le armi ... per ora tocchi con ramo d’ulivo il termine che già batteva coi pili delle sue legioni. Ella va ... solo a vedere: visere gestiens. Il sole oriente illumina la sua via.

L’Italia deve essere grande per la visione, con cui deve toccare tutti i confini e penetrare nell’anima di tutti i popoli, dove è il fuoco e dove il gelo, dove è la rovina e dove è la resurrezione... Noi vogliamo dare la nostra città a tutte le opere nelle quali sia maggior luce dell’anima delle genti antiche e moderne, sia ch’ella vi derivi dal Genio della razza, sia ch’ella vi sia infusa da un grande ingegno, spesso dal piú grande ingegno di quel popolo ...

Vorrà, insomma, la nostra Biblioteca, adempiere, rispetto alla cultura letteraria, i voti che sono nel cuore di tutti per l’estensione della scuola; della scuola media e alta. Li adempirà nel modo che a me sembra piú efficace, forse il solo efficace; coi libri, coi libri nostri ...

Nell’elenco delle opere in progetto, in prevalenza di poesia e – anche in questo originale – di poesia «primitiva e popolare» da affidare tutte a docenti italiani anche meno noti, ricordava il Mahâbharâta, Inni vedici, parole del Buddha, il teatro greco, le Georgiche ..., Shakespeare e «i Canti Greci e Illirici del Tommaseo, le Liriche e Ballate Ungheresi, le leggende dei Celti, le ballate dei Rumeni, le byline dei Russi, le uta dei Giapponesi, i pantun dei Malesi ...» Ciò vale a conoscere di nuovo i dilaganti sincretistici (e... verbali) interessi del Pascoli.

Per spuntarla poi con Dante e far soldi, approfitta della stampa della Prolusione al Paradiso uscita da poco; e in bozze prima e nell’opuscolo dopo, la manda, coi due ultimi volumi danteschi e l’articolo sul gran rifiuto», ai Lincei per il premio. Intermediario è il Pietrohono (cui scrive il 7 e il 16 maggio) il quale presenta tutto al segretario dell’Accademia: però deve subito dir parole dubbie, perché «neanche le bozze erano finite in tempo» (e si vedrà che il Premio fu poi dato al glottologo Trombetti).

Ma delle pause castelvecchiesi e dei nuovi rapporti con l’editore Zanichelli utilmente Giovanni si vale per delineare il gran piano di tutta la stampa e stesura del proprio lavoro poetico. Al De Carolis il 23 gennaio ne aveva cosí segnato il quadro, in una lettera che è fra quelle già possedute dal Caselli.

POESIE di Giovanni Pascoli.

I. Myricae (in prigione)  II. [Canti di Cast.] [85] Poemetti (detenuti presso il Sandron che non risponde alle mie lettere!)  III. Secondi Poemetti (conterranno Il fiore, ossia l’amore di Rosa e Rico con le quaranta ore etc., e la Mietitura, ossia le nozze di Rosa. Piú tanti poemetti in terzine quanti, e forsepiú, sono nei Poemetti del Sandron ...; Il focolare, Il negro, Suor Virginia... – IV. Canti di Castelvecchio - V. Odi e Inni – VI. Poemi conviviali (la mia cosa migliore)  VII. Il Piccolo Vangelo (il mio futuro successo)  VIII. Dante (ossia Dante nell’anno della morte d’Arrigo. Cosa che mi fa battere il cuore dalla gioia di fare)  IX. Nova Roma (il mio gran poema anarchico). Questo per ora! Ma sono già designati i Poemi moderni e le Canzoni eroiche.

E il 9 maggio, sempre al Caselli: «Bella cosa sarebbe aver dentro il 1904 terminato in sei bei volumi la mia opera poetica del primo periodo ..., se Dio me ne concederà un secondo, per il quale son designate cose stupende . . . !». Maturava il tempo in cui, dopo l’evoluzione di Messina, prevarrà nel Pascoli l’ispirazione patria, eroica, e poi storica. Ne è segno anche la calda lettera al Mercatelli (forse del primo 1903) in cui accompagna l’amico, console generale a Zanzibar. [86]

Il poeta ti ama là ...eppure il patriota e l’umano (socialista non mi conviene piú essere chiamato o chiamarmi) si esalta al saperti investito d’un’altissima missione ... di civiltà ...Va dunque, o amico ... , io ti seguo esultando e piangendo ... Presto avrai Odi e Inni... Lí si canta l’Africa e si piange l’ecatombe gloriosa... Vorrei essere stato in Africa, per impadronirmi di tutta la poesia di quella vita e di quella morte. Faccio alla meglio aiutandomi con gli scritti ... col mio cuore. Perché ... io riconosco ... la necessità d’una grande politica coloniale. O Toselli! Io lo vedo col ramo di gelsomino che tu gli vedesti! Scrivimi... fa che io sia aiutato nella mia opera di threnode degli eroi d’Africa ... Mi commuove ... il tentativo ... per farmi destinare alla scuola coloniale ... Sí: quello sarebbe stato il mio posto! Io non ho entusiasmo per la cattedra... Invece essere l’ispiratore di italianità nel cuore dei nostri pionieri, dei custodi delle nostre pietre miliari! Che gran cosa sarebbe stata...

Invece dell’Africa, lo attendevano le ispezioni e le commissioni estive di cui, come disoccupato, ebbe l’incarico. Andò a Forlí, partendo l’11 giugno, a ispezionare il Ginnasio-Liceo; poi ripartí da Castelvecchio il primo di luglio per andare commissario d’esami al Ginnasio di Arezzo (al Cian, il 29 giugno: «L’ho desiderato io per prendere la prima ispirazione locale per il lavoro poetico che è un segreto ...»; il poema su Dante?).

Da Forlí, e nell’andata, scrisse alcune lettere a Maria, che ci sono rimaste: interessano perché richiamano alcuni ricordi di Romagna. La prima è da Lucca, dove, nel suo caffè di «Carluccio», non aveva visto il Caselli e scrive dall’Albergo «La Croce di Malta».

Lucca, li 11 giugno 1903

Mia adorata Mariú, sono le 19; sono stato dal Carluccio senza trovare Alfredo. Viaggio silenzioso, soggiorno fin ad ora silenzioso (salvo la cadenzata chiacchierata dal padre di Boccopollo, quello dei libri, ricordi?). Io sento la profonda amarezza della tua lontananza. Il tempo qui è buono. L’avrai trovato buono tu? Sei ora al Ponte? Non vedo l’ora di rivederti! Mi par tanto che non ti vedo! Sento che mi si bagnano gli occhi e sento un rosichino in gola. Oh! nessuno al mondo è piú amato di Mariú! Io sí, sento che mi bisognerebbe qualche visione oltre le solite, specialmente per futuri e presenti poemi! Ma come si fa? ... È una giornata chiassosa di festa. Solo Navin è mesto e lagrimoso. C’è un urlio e uno strascichio da Messina. Che noia la città! Ma a Pisa staremo bene nel nostro bell’appartamentino, facendo capolavori, che è la sola cosa deliziosa che ci sia al mondo. Non è vero, Cichin? Oh! questa sera non te lo dirò, che da troppo lontano , Bona nôta, Cichin! Basta. Pensiamo alla delizia di qui a pochi giorni, e cerchiamo, se non di stare allegri, almeno di star bene. Un bacio mia adorata Mariú, madre e figlia piccolina. Il tuo          Navìn

Saluta l’Attilia, che è tanto buona figliola, e lo Zi Meo. Mangia e bevi un pochino. Io mi terrò del tutto alle tue norme. In questo momento è passata la processione sotto le finestre. Roba melanconica.

E già da Forli:

Cara Mariú, adoratina e sconsolatina, sono in una camerina discreta, dopo aver fatta parca colazione, mangiando e bevendo poco. Sono le 13. Ieri sera arrivai prima del tuo orario essendoci un altro treno. Scesi all’Hotel Masini. Venni al telegrafo. Tornando trovai Pio che mi condusse a casa sua a una parchissima cena ...

Stamane alle 6 ero in piedi. Andai dal Provveditore che è un Ferruccio Martini che un po’ conoscevo, e poi ho cominciato l’ispezione dal prof. d’italiano del Liceo, che è un Febroni-non-c’è-male. Oggi alle 4 ossia alle 16 ritorno. Ora ho sonno, ma lo vinco per scrivere a te. Non ho ancor avuto niente di tuo ...

A Firenze feci parca colazione pagata dagli Orvieto (perciò fu parca). C’era il Pistelli, il Gargano, il Garoglio. Si parlò del d’Annunzio che frascheggia molto e che mi chiama il divino Pascoli. Qui a Forlí ho notato già qualche successo di compiacenza, specie tra gli scolari (c’è in 2a lic. il figlio di Garavini che però non è a Sogliano, ma a S. Arcangelo), ma credo che mi si desideri piú magro. Niente di notevole. Oggi probabilmente ti riscriverò, o ti manderò cartoline. Sto molto benino. Buon... quel che sai: ad acqua. Però un po’ esposta, chi ci vuoi entrare. Sento fortissimo il desiderio di te ... Il Marchese ha già cercato di me. Mi ha offerto il palazzo, ma io ho già preventivamente risposto che la delicatezza della missione etc. etc....

O Mariú! Se tu fossi almeno a Santa Giustina! Ma bisognerebbe che là ci fosse una sorella che ti o ci amasse, non l’Ida immemore!

Hai sentito la tragedia di Lesbia? Domani finirò Paulo Ucello e lo mando. Si lavora assai benino qui.

Di’ all’Attilia che venga a dormire nella camera degli armadi, piú vicina a te ... [87] O Mariú! o Lilin! Quanti baci ti dà il tuo   NAVIN

Forlí, 13 giugno 1903

Non voglio trovar nemmeno una gallina! Bada! E mangia e bevi. Ricordati!

Più che tutte le notiziole private, certo volute da Mariú e piú che gli accenni a Pio Squadrani, già noto (pag. 122, 125), e al marchese Alessandro Albicini, [88] ci interessano quelli al bellissimo poemetto Paulo Ucello; e in particolare quelle voci sul D’Annunzio che preludono al tentativo di pacificazione che vedremo.

Alle ore 123 del 14, domenica, continuava :

Oggi giorno di festa. Io non ho nulla da fare se non finire Paulo Ucello. Nessuna notizia da darti, nessun incidente. Molta noia, se non fosse la compagnia che tu mi fai di lunge, e le tue lagrime che di lunge io ti asciugo. Nessuna voce d’altra parte ...

Io non faccio altro che pensare a te, che pensare che anche la Romagna sarebbe bella con te; che oggi si sarebbe fatta una bella gita a San Mauro o anche a Sogliano o altrove, se il cuore degli altri rispondesse al nostro ...

A Lucca il Caselli mi lasciò dei topini bianchi (in cartoline) per te, e io comincio a mandarle oggi. Ieri ti mandai tre cartoline con una poesia che va letta a modo. Mi dirai se l’hai interpretata bene.

O mia poverina Mariú, ti bacia tanto il tuo    NAVIN

La serie delle cartoline con topini bianchi, cui qui si allude, è uno dei piú begli esempi della facilità scherzosa di poesia (o di versi) che fu nel Pascoli. Dalle diverse figurazioni di quei topi egli sa trarre l’occasione per narrare sinteticamente le giornate forlivesi sue (e quindi quelle di Maria). [89]

Mia poverina Mariú, oggi finalmente, 15, dopo quattro giorni di sofferenze, a Lucca e Forlí, ho avuto la tua dolcissima letterina. Ora ogni giorno ne riceverò una e sarò felice...

Nel «Carlino» del 13 c’era da Pisa la notizia che il prof. Giovanni Pascoli era trasferito a Pisa e che con l’Università Pisana confermava il suo continuo incremento etc. etc. Vedi dunque che le fantasie del Restori sono... fantasie. Ieri domenica ero tristissimo e solissimo. M’ero buttato sul letto, quando fu picchiato. Mi alzai. Il cameriere annunziò due persone. Erano... Pirozz e Rico d’ Vanenna che parevano due marescialli dei carabinieri travestiti, e che venivano a vedermi e a pregarmi d’andare un pomeriggio (almeno!) a San Mauro... Risposi come son solito, senza impegnarmi ma senza negarmi. Secondo tutte le probabilità, non andrò. Pirozz mi fece vedere una cartolina di Falino che andrà ai bagni. Ma temo che la spesa non gli piaccia troppo forte: sono, mi pare, una quindicina e piú di lire al giorno. Mi pare che Falino si dia un po’ troppo arie ... Certo, a ogni modo, i San Mauresi tengono a me, a noi, e ci vogliono proprio bene.

Ma che pena avere a due passi una sorella e non poter nemmeno sognarsi d’andarla a vedere! ...

I Romagnoli? Uhm! Uhm! Qui tutti sanno che il Pascoli è un poeta... dopo Cardòzz; ma nessuno ha letto, credo, mai nulla di lui, e se l’ha letto, non l’ha apprezzato, essendoché per i Romagnoli non ci vuol poesia, ma retorica. Di poesia sono incapaci, alla poesia sono refrattari.

Mi dispiace del bugnino di Gulí, purin. Digli che tornerò presto ... Sta allegrina, poverina; e registrami man mano quante cartoline ricevi, che non le rubino ... Come staremo bene nel bello studio opaco! Bisognerebbe anche la porta dell’altana, ma la faremo fare ad altri ... Dopo siamo assai serrati e tranquilli. Dà tanti bacini a Gulí e saluta l’Attilia e il brontolone o Pigolone e Lamentone o Miagolone. Tanti bacinni dal tuo    Navín

Forlí, 15 giugno 1903.

Le fantasie del collega Antonio Restori erano che il Pascoli invece che a Pisa andava a Roma: la lettera ci mostra inoltre il continuo decrescere del sentimento «romagnolo» in Pascoli: i due messi di San Mauro erano il segretario comunale Pietro Guidi (Pirozz) e Enrico Tognacci, figlio di quel Vanenna cieco che era morto da non molto. Nella lettera seguente si parla di un altro romagnolo, di Sogliano, Decio Sabbatini, e naturalmente di Emilio David.

Mia adorata Cichina, la tua lettera del 15-16, che ho ricevuta oggi 17, dopo aver passato senza nulla ieri, mi fa provare acuta la voglia del ritorno, e l’uggia di questa permanenza. La quale si deve protrarre – per forza – sino a sabato. Sabato certo parto ... Bisogna lavorar molto. Al Cian scrivo dicendogli senz’altro che ormai ho desiderio di far quell’economia. Del resto capisco che il Cian ha il medesimo sospetto del Restori, che io finisca con l’andare a Roma. Cosí mi pare. E io non desidero piú se non di andare quietamente a Pisa, e tra Pisa e Caprona lavorare e lavorare, e guadagnare. Paulo Ucello non è ancor finito. Mi sono impuntato in una terzina, ma oggi spero di venirne a capo. Ad ogni modo non dubitare: ne guadagnerò dei soldi. E ti pagherò il tuo credito in marenghi. Spero che tu avrai scritta la cartolina educatissima al Restori, per lo stipendio. Sicuro che ci sarebbe pericolo! Il Finali non ha piú scritto?

Oh! il mio orecchino di Mariú, che gli duole! E non poter venir costí né farti venir qua! ...

Ieri venne Decio ... È invecchiato, poverino, e sempre a noi affezionatissimo ... Gli raccontai la cosa. Ne rimase molto turbato... Ma è inutile: la coscienza della sua cattiva azione farà sempre sí che Emilio desideri di vedere piuttosto il diavolo che noi .. .

A San Mauro vorrebbero una mia scorsa pomeridiana. Sono molto incerto. Probabilmente non andrò. O mia Mariú, da te vorrei venire subito, e in casina nostra! Ho una paura che il caldo mi tarpi la fantasia in questi momenti per noi solenni! ... Che bel San Giovanni faremo! Che voglia di striscino! Abbi pazienza col Pergoli e di’ al Meo che faccia e parli un po’ lui! ...

Un bacio, Mariú Gulí Merlino, dal vostro   GIOVANNI

Forlí, 17 giugno 1903.

Rinunciando alla visita a San Mauro («oggi nel pomeriggio dovevo andare, ormai volevano che andassi, ed era venuto il buon Segretario a ciò...»: lett. del 18 a Maria), la fine di giugno Giovanni la passa a Castelvecchio. Ed ecco, finalmente giunge proprio allora il trasferimento ufficiale a Pisa. La notizia, secondo quanto scrive poco dopo – 19 luglio – al Cian, preside di Facoltà che curava di allestire l’appartamento a Giovanni, deve essergli pervenuta il 1° del mese; lo stato di servizio, già citato, porta alla data del 28 giugno: «Trasferito alla cattedra di Grammatica latina e greca nell’Università di Pisa. (Decr.) Regio 28 giugno 1903  L. 5500».

Il 1° luglio riparte da Castelvecchio per andare ad Arezzo, commissario agli esami presso il Convitto Nazionale V. Emanuele II.

I giorni di Arezzo furono intensi di lavoro poetico, di ricerche d’ispirazioni casentinesi per il poema su Dante (andò per questo a Poppi), di dispetti e soddisfazioni per l’allora pubblicato Paulo Ucello (n. 27 del «Marzocco»: era stato compiuto il 17 giugno), per l’incontro con l’amico p. Teodosio da San Détole e – ciò che nello spirito del Pascoli pare meno interessante – per la pace ora finalmente combinata col D’Annunzio. Tutto questo traspare soprattutto dalle lettere a Maria che per fortuna ora ci son rimaste.

Ecco la prima, del 2 luglio, dall’albergo «Chiavi d’oro» di Arezzo: essa riferisce anche sul viaggio, durante il quale incontrò a Firenze il De Bosis.

Mia adorata Mariú, viaggio buono sino a Bagni, ottimo sino a Firenze. C’era a Firenze Adolfo cui consegnai le bozze. Gli dissi di mandare le cento lire a Barga. Le avrà già, spero, mandate. Ad Arezzo c’erano i due professori del ginnasio superiore, uno dei quali è il direttore Ralli. Mi condussero a questo albergo delle «Chiavi d’oro», veramente bello e comodo e civile (non romagnolo) ... Mi sono alzato alle sei e mezzo. Mi duole un po’ il piede destro, il tuo, specialmente sotto il dito pollice. Sono vestito dei panni chiari e scarpe gialle. Tra poco viene il Brilli a prendermi per lo scrutinio. Ti saprò dire quanto durerà l’esame. Intanto sta tranquilla, e credi che qualche cosa farò anche qua. Ad ottobre ci torniamo tutti e due ...

Il provveditore è Plinio Pratesi, fratello del simpatico Mario, ma lui, credo, ciuco e cattivo. Cosí mi par d’aver intuito dal Brilli ... Non ho altre notizie da darti. Solo, ieri sera, cioè sta notte ho fatto tutto a modo tuo, e ho baciato la cara crocettina e t’ho mandato: buona notte, Cichin. Hai sentito?

Gulí sta bene? Dagli un bacino nel suo musino, e salutami Merlino. Penso al colombo viaggiatore, che però farò nel ritorno. Li farò per l’olio, e per il Giacosa... Vedrai che ci troveremo bene. A Pisa staremo benone. Scriverò al Finali per il Restori ... Ti abbraccia e ti dà tanti baci il tuo povero figlio e babbo   GIOVANNI

Si delinea un gruppo di poesie: una per un piccione viaggiatore belga, che pare si rifugiasse lí a Caprona e di cui riparla anche in seguito; le altre per la «Riviera ligure» e per la «Lettura». Al Finali scrisse lo stesso 2 luglio, presentandogli il collega Restori per una sua questione universitaria; ma la lettera, con la presentazione, giunse al Restori quando era già partito da Roma.

Il 3 luglio, due lettere. [90]

Mia Mariú, ho ricevuto la tua prima lettera, e mi ha tanto consolato sebbene m’abbia anche tanto addolorato. Oh! Quei birbanti di Caproni! Io, vedi, considero quel sottrarre la carne alla pentola della povera Isabella come un delitto moralmente pin grave del delitto Murri! Ma perché nessuno a Barga sorge in difesa del galantuomo Zi Meo e di noi? Nemmeno il suo nepote? ... Basta: per l’Isabella speriamo bene ... Il fatto è che i Mei non si arrischiano del loro nepote dottore, e questi non ha per loro alcuna premura. Poveri Mei! Almeno fagli tu, e tutti i giorni metti la pentola al fuoco. Cosí ne prenderai un pochino anche te, musino bianco; e il musino nero avrà un po’ di ciccia.

Mi pare tu abbia fatto poca festa alle 100 (se son cento) lire di Carleton Joung. Se son cento, 95 almeno ne mettiamo in tasca. Non ti par nulla? si vede bene che sei avvezza alle migliaia! E dire che eri cosí poverina, a Sogliano, quando avevi bisogno delle scarpine, povera Mariuccina adorata! A me ieri sera capitò una spesa di quattro lire: una disgrazietta. Mi si ruppe il bastoncino. Ne cercai uno simile, e ne trovai uno forse meglio, ma non lo stesso. Ci ho messo i due fiorellini, e porterò a casa un pezzo del vecchio, per memoria. Ti dispiace, eh? Mariú. Ma in fin dei conti era roba del San Giorgio. [91] Il bottone ai calzoni è stato rimesso. Tutto va bene. [92] I poemi marciano. Sta allegra, per quanto te lo consenta la malvagità degli ominacci bestiali di Caproni e Castelvecchio. Ma almeno ne parlerete al dottore? E almeno questi non farà le viste di non crederci?

Se non l’hai già fatto, leva pure l’uva della Chiusa: è tempo. Spero d’aver migliori notizie domani riguardo la Zi Bella. Ma anch’io non sono tranquillo. Tanti baci al Ciccolino e al Musino freddo e al mio povero Mariú pazientino e buono. Il tuo   GIOVANNI

Mattina di Giovedí. Mando tre «viole del pensiero» cartoline, al Meo, all’Atto e all’Isabella. Capirai che cosa mi muove.

Comincia ora ad apparire il dramma dell’Isabellina Caproni, la nipotina dello Zi Meo, parente del dott. Caproni, condotta in Italia dall’America per vedere di farle riacquistare la salute. È un lungo fiorire di affetti e di cure, che ci rivela (al di là di tante malinconiche ire che ci è avvenuto via via di incontrare) la intima affettuosità, la bontà e il disinteresse di Giovanni. Tutto lo interessa della piccola, e gli altri gli parranno sempre gretti o addirittura ladri a riguardo della malatina; e vedremo su ciò lettere anche all’Attilia; e si farà premura presso i medici anche pisani; e spedirà alla piccola ogni tanto cartoline ... Tutto però sarà vano, e la povera Isabellina («fiore nato sull’Ohio – gracile fiore portato al sole d’Italia – che ti guarisse» come dice la bella iscrizione funebre per lei dettata dal Pascoli) morí consunta nel gennaio del 1906.

Ma il poeta ancora una volta si era presa una dolce vendetta: e in Italy (1904) fece guarire e risorgere la giovane vita: mentre della vicenda faceva quasi il simbolo di un’Italia da far risorgere per una novella vita operosa....

Quanto alle 100 lire di Carleton, si tratta di un assegno (scherzosamente detto in inglese castelvecchiese cecca, da cheque) venuto dall’America: forse, come apparirà da lettere seguenti, a compenso delle opere del Pascoli, cosí acquistate?

Ed ecco l’altra lettera dello stesso giovedì.

Mia dolcissima Mariuchin blin, ho avuto una grande e bella sorpresa, a mezzogiorno, a tavola. M’è venuta la tua lettera, la seconda nel giorno, e m’ha tanto tanto consolato con le notizie migliori dell’Isabella, della vendemmia e di tutto. Procurerò di far domani o dopo domani l’iscrizione di Salvo. [93]

All’Isabella manda anche tutta la cantina . . . Non risparmiare. A loro, magari tutte le bottiglie! Tutte! E dai sempre a nome tuo da vera padroncina di casa tua.

Perché la mia consolazione nell’avere (quasi) la casa, non è d’essermela fatta, ma d’avertela fatta la tua casina, povera scacciatina esulina abbandonatina!

Quanto alla casa, bisognerà fare l’imbiancatura a calce e il voltone: poi, se mai, li mettiamo alla fonte, poiché è necessario assettar là il terreno, prima che ci frani la selva. A Pisa poi andremo piú in là che mezzo novembre, poiché credo che gli esami e perciò l’apertura ritarderà.

Oh! quella cecca! Non dubitare: vedrai che ci resta quasi tutto ... [94] Io lavoro. Anticlo è avanti. [95]

A Musino Nero tante cosine e tanti bacini...    NANO

Arezzo, ore 13 di giovedí.

Ho mandato con questo corriere la cambiale a Salvatore Berti.

E il giorno dopo:

Mia adoratina Cichina, oggi, poco fa, a colazione, m’è andato via quasi del tutto il male a e mi pinî. Perché? Perché ho ricevuto la tua letterina... Ho aperto il portafoglio e ho guardato Mariú alla ringhiera, Mariú cosí carina, bellina, giovanina, anzi giovannina... O mia Mariú, unico palpito della mia vita, come ho voglia di rivederti! ...

Io lavoro. Stamane ho rimandate al Marchi le pagine che avevo di Canti. Avevo una grande malinconia solitaria. Ho guardato quei fogli... che singulti alla Voce! Ma chi ha fatta quella poesia? E cosí altre?

Oggi a Firenze esce Paulo Ucello. Piacerà? Il fatto è che mi sento sollevato, perché queste vacanze, oltre qualche canzone e poemettino nuovo pei Canti (da cui trarremo qualche centino) e qualche poema conviviale, non farò se non poemetti (altri centini!) e appena appena qualche ode e inni. Le odi e gl’inni faremo uscire ai principii dell’anno. E faremo Favissae Capitolinae e altri lavoretti latini, per riconquistare ciò che Cilix ci ha portato via... cioè, non il poveretto vecchietto Cilix, ma alcun vecchiastro.. .

Da’ tanti bacini a Gulí, e digli che il suo poemetto si farà: che stia contento e allegro e faccia compagnia alla sua mammina che gli ha dato la vita: lo zio gli darà l’immortalità... Qui si sta altrimenti che a Forlí, e succedono cose d’ingenua commozione. Per es. poco fa due signori – parevano come possidenti o fattori di campagna (è il giorno di mercato oggi) – di Castiglion Fiorentino, che mangiavano accanto a me, nel rialzarsi domandano di stringere la mano al prof. Pascoli. Dicono che avevano veduto questo signore cosí bello, e ne avevano chiesto al cameriere, il quale etc etc.

Ma tu devi star benino! Devi goder la tua salutina e le tue bellezzine. Presto vengo e ogni sera ti reciterò un capolavorino, e ogni set timana prenderemo un centino per rifugio della nostra vecchiaia... lontana. [96]

Continuo con due cartoline. Un bacio intanto al mio Cichin da    NANO

Ore 14¼ del giorno 4

Certo il Pascoli in questo tempo (e quasi sempre) era di un’attività incredibile. Oltre agli esami e alle poesie, anche le bozze da rivedere. E nella foga ne viene quel cosí sentito accenno che, per la Voce, è ricordato nella «Nota» ai Canti: «Quelle poesie non le ho fatte io: io ho fatto (e non sempre bene) i versi». Anzi, mentre scriveva, creava col pensiero: ecco il mai composto poemetto su Gulí; la poesia sul piccione viaggiatore; o le pure mai scritte Favissae Capitolinae per conquistare quel premio di Amsterdam che nel 1903 non aveva ottenuto col Senex coricius (o, come allora era intitolato, Cilix). E ormai, come va spesso ripetendo in questo tempo, essendo conclusa ora una prima parte della sua vita poetica («le poesie della sua vita, dirò cosí, materiale, della sua casa, della sua famiglia»), ormai pensa a tutti i volumi della seconda parte («le poesie del suo pensiero politico e sociale e artistico»: lo ripete a Maria il 5 luglio).

Siamo alla domenica: due lettere, e finalmente, dopo aver tentennato, la corsa dantesca a Poppi (donde mandò un saluto anche al Pietrobono).

Mia Maria, è domenica! un giorno che qua mi sospira sempre dall’alba alla sera. Vorrei andare a Poppi; ma il caldo mi spaventa, e poi i piedi mi dolgono ancora. Ho fatto una macchia (mi pare, di grasso) ai calzoni chiari, e ho dovuto mettere i neri, e ho molto caldo alle gambe. Poi sono di malumore per altre ragioni. Ieri venne a vedermi Pier Lud. Occhini (una specie di Tumiati), il quale mi disse: «Non ha visto un litro di Mastri? di critica, dove si parla spesso di lei?» «Non l’ho visto». Non ho soggiunto che non m’importava nulla di vederlo. Stamane me l’ha portato. Ci ho visto un tal livore di debitore contro il creditore! Indovina come si sfoga? Col dire che io imito Severino Ferrari! E Severino gode di questa piccola truffa, e non dice mica, lui, che persino correggevo queste mie imitazioni fatte da lui! Basta. Verrà occasione in cui metteremo a posto questi sacrilegi profanatori del tempio! E sí, che il Mazzoni in quel suo libercoluccio avvertiva che io, pur inedito, ero maestro degli editi. Lasciamo.

Il «Marzocco» non ha annunziato il Paulo Ucello. L’esperimento m’è riuscito male. Di piú avevo detto che mandassero a te i quattrini e a me, ad Arezzo, qualche copia. Non so se a te siano giunti i quattrini: a me le copie non sono venute! A me erano necessarie per andare a trovare p. Teodosio, e aver da lui la consolazione che qui mi manca dagli altri. Ché per le mie opere qui è anche peggio che a Forlí: s’ignora addirittura che io abbia scritto qualche cosa! Però stamane con la tua cartolina-risposta è venuta anche una breve cartolina da Pisa del povero buon Cian: «Ho letto e riletto e gustato in questo punto il tuo Paulo Ucello. Meraviglioso! Questa è poesia, questa è arte, questa è vita!» Ecco una nota dolce nella mia triste solitudine. Oh! potessi fare davvero un viaggettino nel Casentino! Il mio Dante sarebbe un capolavoro immortale. Ma non ho comodità! Mi fanno male le scarpe! Non ho panni adatti! Poi forse mi mancherebbero i quattrini. Perché – ahimè – ce n’è ancora per qualche giorno. Gli esami scritti sono cinque! it., due lat., greco e francese! E non c’è modo di levarsene piú. Del resto in ciò è un vantaggio: ché il ritorno qua ad ottobre mi lascerà fare quel che non posso far ora. Ora mi contenterò d’un’occhiata. Ma tu intanto, o mia buona? o mia paziente? o mia dolente? Leggo anche sulla «Tribuna» un antipatico articolo di Cippico che... si vendica. Ma come sono disonesti! che ci voleva a dire che quel discorso è d’un contadino? E perché far conto che le Myricae e i Canti siano l’unica opera mia? Perché non dire: Queste sono le poesie della sua vita, dirò cosí, materiale? della sua casa, della sua famiglia, delle sue vicende? Altrove e altra è la poesia del suo pensiero politico e sociale e artistico? Basta. Il pubblico è buono con me; cattiva la critica. Consoliamocene. I vecchiastri non possono rassegnarsi a non esser nulla.

Mi dispiace del ferro rotto da quell’imbecille ... La mia tendina! oh! come mi dispiace! Ma anche rotta la terrò sempre sempre! È stata testimonio della nostra povertà, quando tu l’abbellivi, tu sola, con l’opera delle tue manine d’oro! tue, solo tue! Io non sono riscaldato come Maria, Gulí, e Caprina. No. Sto bene di salute: solo l’animo è un po’ triste, come è naturale, lungi dalla mia consolatrice. Sono contento che tu abbia scritte le cartoline. Continua giorno per giorno. Un abbraccio, un bacio a te e alle nostre creaturine amate e amanti. Sta allegra. Bona nôta, Cichin... Bona nôta, Nanin.... Il tuo      Navín

Arezzo, 5 luglio 1903.

Cara mia mammina e figliolina, continua la terribile domenica (io non sono andato al Casentino, tra l’altro perché mi manca una guida, e gli studi preliminari); ma ho ricevuta la tua lettera lunga; e perciò sto meglio, non ostante che ci sieno cose tristi. Che vuoi? Io penso, io tocco, che tra un po’ di giorni sarò con te, sereno al solito, consolato a ogni momento dalla tua soave parola. E quindi ho piú pazienza. Ma quanto mi duole il tuo malino! ... Devi farti pietanzine gustose e poi farti companatico. Ma il miglior rimedio è il mio ritorno con le nostre gite a San Chirico e le nostre merendine sotto i castagni ... Non puoi credere il dispetto che sento nel non aver ricevuto il «Marzocco», che potevo avere ieri, e magari l’altr’ieri, e non ho avuto nemmen oggi, e non avrò nemmen domani. Ad Arezzo non ne viene una copia, a quel che ho veduto. Bravi! Poiché volevo andare a Sargiano (ci si va in carrozza con una spesetta di 5 lire però) dove è p. Teodosio, e consolarmi un po’ con lui, facendogli vedere il poema francescano. E dire che l’avevo raccomandato e raccomandato! Ma insomma vedo che non mi possono vedere i Marzoccheschi!

Oggi ho scritto (per forza) una lettera breve e indifferente al Gargano in risposta a quella sul D’Annunzio. Ho fatto meglio che ho potuto, ma avrei mandato volentieri al diavolo l’uno e l’altro! Io non scrivo per i poeti, io non imbandisco per i cuochi, e la loro stima (problematica!) non m’interessa punto. Non dico bene?

Se viene la fillossera, facciamo della chiusa un gran bosco inglese di conifere, e della costa un grande oliveto: tanto di guadagnato!

Quanto ai piú, vanno meglio, perché li tengo in riposo. Userò poi la dolce tua cura.

Quanto alla proposta dell’Orvieto, scrivigli che io t’ho scritto che «è impossibile». Basta cosí. Le scarpe rozze non importano. Di’ a Merlino che abbia pazienza un po’. Spero di guadagnar presto un altro centino. Quanto al Brogi, godo che non si differenzi dagli altri. Ma sai quel che è? È la storiella del vino agrum est. La ripeteremo a Barga in teatro!...

Addio, mie buone bestioline meste e solitarie, mio povero ornino e poverina canina! Presto torno. Vostro   NAV.

5 luglio ore 16, Arezzo

Siamo evidentemente, dopo giorni piú sereni, in un momento di dispetto per il mondo letterario fiorentino (o anche romano, per la «Tribuna»): Pietro Mastri l’ha irritato a riguardo di Severino Ferrari; quei del «Marzocco», a quanto gli pare, non si curano di lui, e gli tolgono la gioia di poter sentire l’affettuoso entusiasmo di p. Teodosio (e si noti che quando è scuro vede tutto nero: prima in Toscana sembra che lo ammirino e conoscano ben piú che in Romagna, ora vede il contrario...

Proprio in questo momento, e proprio dai «Marzoccheschi», gli viene fatta una proposta di cui, nella seconda lettera a Maria di quella stessa triste domenica, vediamo il primo e unico accenno. Era facile che il Pascoli rispondesse... come rispose.

Mette conto però di vedere, piú ampiamente di quello che non riferisca Giovanni alla sorella, come si svolsero le trattative di pace col D’Annunzio, dopo quanto – pure per... colpa del «Marzocco» – era accaduto nel gennaio del 1900. [97]

Che al malumore ombroso del Pascoli non corrispondesse, dopo l’incidente del 1900, un uguale dispetto nel D’Annunzio – piú mondanamente e umanamente socievole – si può credere ricordando come in questo tempo di rottura si fanno piú frequenti nelle lettere pascoliane le frecciate al poeta pescarese. [98] Al contrario, il D’Annunzio, uscita la Francesca da Rimini, mandò a Giovanni una copia in pergamena della Tragedia con una dedica: lo dice il Pascoli stesso scrivendo al minor Gabriele, Briganti, il 22 giugno 1902: «L’altro Gabriele mi mandò la Francesca in pergamena con una dedica fraterna... Gli risposi affettuosamente. Facciamo la pace? A ogni modo il mio Gabriele prediletto è quello che ha del Musolino nel suo cognome» (cioè il Briganti). Realmente l’invio e la dedica – che ho trascritta a Castelvecchio è piú... diplomatica: gli offerenti sono due (e... il merito poteva anche attribuirsi al De Carolis) e lo scritto è forse (per lo stile dannunziano che si nota anche in altre dediche al Pascoli) un poco asciutto:

A Giovanni Pascoli – questo poema di Romagna – offrono – con fraterno animo – Gabriele D’Annunzio – Adolfo De Carolis.

Il D’Annunzio – forse – accompagnò il volume con una lettera, cui il Pascoli rispose: si può arguire da quanto egli scrive al De Carolis il 29 giugno 1902: «Al D’Annunzio riscrissi». Ma il tentativo di «pace», partito un poco generosamente dal D’Annunzio (e in mancanza delle lettere non si può determinare il tono vicendevole), rimase senza seguito: non erano forse ancora scomparse quelle «ombre di nuvole» che nel luglio 1903 ricordiamo aver offuscato l’affetto di Giovanni per l’altro poeta. Ed è piuttosto strano che della lettera del D’Annunzio e della risposta pascoliana non resti affatto traccia né a Castelvecchio né al Vittoriale.

Diversamente (e forse anche perché l’iniziativa venne repressa da terzi, i quali... curarono la pratica) andarono per fortuna le cose l’anno dopo.

Di fatto gli amici fiorentini, l’Orvieto ma specialmente il «buon romito» Gargano, stavano preparando l’occasione di riavvicinare i due poeti, per ora tutt’e due «toscani». E il Gargano scrisse direttamente su ciò al Pascoli forse anche prima che partisse per Arezzo, confermando l’ammirazione del D’Annunzio per lui, che era già stata ricordata nella colazione fiorentina, di cui si parlò nella lettera da Forlí del 17 giugno. Allo scritto del Gargano, Giovanni tardò a rispondere: poi vi si indusse in quella «terribile» domenica. Diceva:

Mio caro e buon Romito, ebbi la tua dolcissima lettera in un momento di frufrú; e non seppi rispondere subito. Ti rispondo di qui dove sono visioni cui Gabriele ha afflate con l’anelito della seconda vita. [99] E che ti rispondo? Che ti sono grato dal profondo del cuore, non tanto d’avermi assicurato della stima che Gabriele ha delle mie cose, quanto d’aver fatto in me rinascere senza piú ombre di nuvole l’affetto che io sentivo per lui quando mi pareva — e mi par di nuovo — cosí buono come grande. Vorrei si presentasse l’occasione per dimostrare pubblicamente ciò che una volta gli scrissi: che non c’è invidia in me come non c’è superbia in lui. Come lo vorrei! Ti scrivo in un giorno di malinconia; in un giorno che sento piú che mai, che al mondo non s’ha da cercare se non di farsi volere un po’ di bene: e di volerlo! Ti abbraccio, pio romito. Il tuo           GIOVANNI PASCOLI

Arezzo, 5 luglio 1903

Il Gargano si affrettò a trasmettere la lettera al D’Annunzio (per ciò essa si trova ora nel Vittoriale): e da Nettuno il 16 luglio venne subito, e calda, una risposta diretta, in cui, dopo aver annunziato che sta per scrivere «i primi versi di una Tragedia pastorale» (La figlia di Jorio) si aggiunge:

Il nostro diletto amico, il pio Romito, mi ha consolato scrivendomi di te e della tua bontà fraterna. L’ombra, che i tristi avean sollevato fra noi, si dilegua: per sempre. Tu non darai piú ascolto alle parole perfide e ambigue, ma soltanto al tuo gran cuore.

Non v’è alcuno che, al pari di me, comprenda e ammiri la tua arte incomparabile. Or sono alcuni anni, dalla casa del Goethe, a un solo poeta mandai un saluto — che rimase senza risposta — a un solo poeta della stirpe Apollinea: a te.

Vorrei rivederti e parlarti: forse nell’autunno verrò alla tua porta: e son certo che mi accoglierai come fratello ... Ricordami alla tua dolce sorella ... Il tuo sempre devoto

                GABRIELE DANNUNZIO

Questa volta Giovanni rispose subito a Gabriele.

Castelvecchio di Barga, 20 luglio 1903

Mio Gabriele, non vedo l’ora di stringerti quella mano che scrive cose tanto alte per tutti e cosí dolci per me che tu hai segnalato quando ero nell’oscurità, e sollevato (mi ricordo) quando ero nel dolore. [100] Se te la potrò stringere qui, in questa casa mezzo diroccata e mal fornita, bene; sono certo io, sebbene la mia sorella già tremi, che tu compatirai ... Oh! che bel giorno sarà quello, in cospetto della Pania sublime che per un pezzo abbiamo contemplato tutti e due, sebbene tu da una parte e io dall’altra; ma nel medesimo tempo, con lo stesso cuore! [101] In tanto sgorghi di vena la tua tragedia pastorale. Io, leggendo certe tue grandi ecloghe, [102] penso al poeta primitivo (appunto, δὶς ἡβήσας) che  sapeva la sacra generazione di tutti gli dei e pasceva gli agnelli sotto il divino Elicona. [103] Abbi tu, da quelle donde egli l’ebbe, il medesimo scettro che è un ramo di lauro, e la medesima voce che canta il futuro e il passato.

La mia sorella ti è molto grata del tuo ricordo, [104] e del tuo nobilissimo affetto ti è gratissimo quegli che t’ama e t’ammira.

GIOVANNI PASCOLI

Un poco letteraria, ma piú commossa della precedente al Romito, è questa lettera di Giovanni: con accenni anche personali. La corrispondenza è, ad ogni modo, ripresa e l’amicizia riavviata. Quasi a seguito di queste lettere, il D’Annunzio ne inviava un’altra il 3 di settembre, sempre da Nettuno.

Mio caro Giovanni, la mia tragedia pastorale è terminata. Immagina una grande canzone popolare in forma drammatica. L’argomento è abruzzese. E questa volta ho sentito salire la poesia dalle radici profonde. Mi consenti di dedicartela in testimonianza di amore? [105]

Io spero di venire a Castelvecchio verso la fine di questo settembre, ti riscriverò. Da che la nostra fraternità è risugellata, sento il mio spirito accresciuto come da un’alleanza potente.

Sai tu che il buon Tenneroni si fa sposo? ... Perché non mi dai una odicina di quelle conflatili ch’escon soltanto del tuo fiato? ... [106] Abbiam letto e riletto, in questi giorni, all’ombra dei lecci, quel tuo divino Paulo Ucello... Ti abbraccio. Il tuo GABRIELE

E il Pascoli, due giorni dopo:

Mio Gabriele, accetto, e puoi immaginare di qual cuore. M’è tornato in mente che tu, con pietà di fratello minor d’anni e maggiore di meriti, parlavi bene di me quando gli altri tacevano. E cosí provo, per la tua offerta, un sentimento di tenerezza riconoscente, e sono tornato a quei tempi che credevo piú lontani di quel che fossero. E bisogna dire che noi siamo proprio tornati quel che eravamo: nel tempo stesso che tu pensavi a me per il tuo poema pastorale, io pensavo a te per i miei poemi conviviali (sai? Gog e Magog, Alexandros e simili) che dovrebbero uscire dentro Ottobre. [107] Ma avevo ed ho una difficoltà. Era ormai sottinteso che li avrei dedicati al De Bosis symposiarcho... Sai tu indicarmi il modo di sostituire alla dedica al De Bosis, nella quale avrei parlato di te, una dedica a te nella quale parlerei anche di lui? Da un pezzo non so piú nulla dell’antico convivatore, né so in quale relazione sia con te. Oh! io vorrei, e per tutt’altro che per una vana mostra, che il tuo nome comparisse nella prima pagina di questo mio volume! Me ne vuoi dire due parole che valgano a togliere quella difficoltà? Le parole io le vorrei nella rete del cuore. [108]

Godo di Annibale. Vedrò di far subito un’odicina di quelle che ho disegnate. Sarei molto contento di mostrargli il grande affetto che ho sempre avuto per lui. Ma temo di angustie di tempo. Dimmi per quando dovrò essere pronto. E sia felice il buon Annibale nostro!

La tua venuta è da noi come desideratissima cosí... temutissima. Vorrei offrirti un’ospitalità degna di te, ma πολλοῦ δεῖ. [109] Mi tocca andare avanti a petitti passi, e la casa è mezzo diroccata e mancano arredi anche necessari. Ricordati, caro Gabriele! Scrivimi qualche giorno prima! Maria è tanto lieta di codesta venuta! E si ricorda le tue parole di un giorno: «Non ci son uova a Castelvecchio?» [110]

Basta. Ti abbraccio con tutto il cuore. Il tuo    GIOVANNI PASCOLI

Finalmente Gabriele, il 18, da Nettuno concludeva questo gruppetto di lettere.

Caro Giovanni, perdonami l’indugio. Torno ora dal Circeo, dalle Paludi Pontine, dove ho vissuti alcuni giorni come in un mito terribile.

Grazie dell’accoglienza e dell’offerta. Io t’accompagnerò il mio poema tragico, con un carme. Dedicandomi i tuoi poemi conviviali tu mi farai un onore grandissimo; ché taluni di quei poemi io conosco per cose di perfezione disperata, veramente incomparabili ...

Vedo che la tua dolce Maria mi crede sul serio un sibarita stillante di unguenti! In questi giorni ho portato meco, sul cavallo, una bisaccia; ho mangiato pane e cacio; e ho dormito su una stoia, come un padre del Deserto. Ed ero felice.

A rivederci. Ti abbraccio teneramente. Il tuo     GABRIELE

Cosí si conchiudeva l’amaro episodio: ma forse le ombre non sparirono mai del tutto.

Più abbandonati e simpatici, che non col D’Annunzio, i contatti con p. Teodosio da San Détole, il francescano amico, cui «fr. Iohannes» della «Vernina» mandava affettuose letterine e cui dedicò il poemetto francescano Paulo Ucello, ad esso premettendo – per la ristampa nel periodico «La Verna» – una breve lettera sulle fonti; e specialmente colui che ispirò piú tardi, nel 1906, il poemetto La pecorella smarrita.

E anche la terribile e noiosa domenica, 5 luglio, era finita; e meglio delle previsioni, perché Giovanni se ne andò a Poppi, nel Casentino: lo dice la lettera del 6. Contro le previsioni, invece, andò la proposta per l’articolo su Leone poeta: la «Tribuna» non lo pubblicò in occasione della morte dei Papa (1903); e fu stampato solo nel decimo anniversario di essa sul «Marzocco».

Ninin, ieri dopo averti scritto la seconda lettera trovai alcuni professori coi quali andai in treno all’ingresso del Casentino, al punto importante dove l’Arno torce il muso, come dice Dante. Un primo appunto per il mio grande inebbriante poema è preso. La giornata non fu perduta. Si mangiò del pesce, e tutto insieme spesi meno che se avessi cenato in albergo. Stamani nello svegliarmi essendomi stirato mi si accavallò un nervo del polpaccio, che mi dette dolore, misto a quello del tuo pinî Ora sto bene ... Oggi a mezzogiorno devo andare (oh! seccature!) a pranzo dal preside del liceo. Bisogna che mi metta quel pechesce lungo! Oh! che tormento! E dovrei farmi la barba, ma non ne ho punta punta voglia! Aspetto qualche tua nuova verso mezzogiorno. Se mai, ti risponderò nel pomeriggio con una nuova lettera o con cartolina.

Il papa sta male. Penso a quell’articolo che è in bozze costà e che meriterebbe qualche correzione. dentro uno di quei due opuscoli papali. Se la «Tribuna» lo chiedesse, tu mandalo, dicendo che io sono assente. Il «Marzocco» con Paulo non è venuto... che birboni! Ma questa è l’ultima definitiva che mi fanno! Si tengano il loro divo! Io son contento d’aver conclusa la mia marzoccheria con un bel centino sottratto alla loro avarizia. Ora avranno, e l’Olio e il Giacosa, i miei fioretti. Non è vero? A te è venuto piú il tuo malino? Io penso sempre a te, e prego che mi venga un po’ di male a me per risparmiare il mio angiolino ...

Viene qualcuno e io chiudo la lettera, dopo aver mandati tanti saluti e baci a Gulí, a Merlino, a Mariú... Bona nôta Cichin... Bona nôta Nanin .. .

Arezzo, 6 luglio, ore 10

Gli esami erano ormai finiti; il 9 Giovanni finalmente andò a Sargiano dove era p. Teodosio, e di là spedirono le cartoline a Maria. [111] L’undici partí.

Cara Mariú, io seguirò il tuo orario, che non consente fermata a Lucca. Sarò a Fornoli, dunque, alle 15,35 di Domenica. Là ti vedrò, se mi verrai incontro. Se no, mi aspetterai a casa con un bel desinaretto ... Vengo da aver trovate molte ispirazioni, che andranno in opera subito. Sarai contenta di me. Non credere che io pensi al libro critico di Dante, penso al poema. Le birbonate rnaresche, petresche, brogesche, [112] fanno schifo, ma non ci devono turbare. Tra poco tutto sarà finito. Ieri andai a Sargiano con p. Teodosio. Ti porto molte corone e brevi fatte là dai vecchi frati. Alla Verna verremo d’Agosto, se tu sentirai il bisogno d’un po’ di distrazione. Il Salvi mi ha scritto dicendo d’aver sgridato il Tono che si mostrò ossequente. Il fatto è che il Tono non è il peggio. Ma a noi non giova indagare chi sia il meno peggio: cociano nel loro brodo. Noi non dobbiamo curarci di loro. Basti a noi il povero Zi Meo e l’Attilia. Va bene? Ora devo riempire molti moduli, e non posso scrivere piú. Oggi ti manderò altre cartoline. La posta di Castelvecchio ha torto d’aver tassata la cartolina. Aveva ragione se passava il peso di 50 grammi. Non lo passava, quindi ha avuto torto. Manda a dire qualche cosa a quei dispettosi cattivi e ingrati: gentaccia! O Mariú, che brutto mondo! Restringiamoci e chiudiamoci! E poetiamo di cose belle, serrando gli occhi alle cose brutte... Tuo con tutta l’anima     GIOVANNI

Arezzo, 10 luglio 1903

Porta un pezzettino di pane, a mio nome, alla caprina. Guai se ti trovo dimagrita!

Però, sempre disgrazie...! perfino la tassa alla posta! Ma, purtroppo, anche per tali minimi fatti, reazioni psicologiche intense: per quella tassa postale soltanto, «restringiamoci e chiudiamoci»! Quante pene, per potere almeno concludere: serrando gli occhi «poetiamo di cose belle»!

Tornò a Castelvecchio prima della metà del mese; e alla stazione tra Arezzo e Pisa, per caso e di sfuggita, su due treni che andavano «per vie opposte», Giovanni incontrò per l’ultima volta Severino: balzò allo sportello, in un grande impeto ... Ci salutammo a lungo con le mani!... a lungo? per pochi secondi ... E poi non ci siamo piú riveduti. Per vie opposte! Ma all’ultimo ci troveremo tutti alla medesima stazione ...» Fine malinconica di tante belle ore, di tante speranze, di tanti «motti» vissuti insieme!» [113]

Ma nel breve tempo prima del nuovo anno scolastico, come aveva sperato scrivendo a Maria, parve attuare in qualche modo quel sogno di chiudere gli occhi al resto per aprirli alla poesia. Si entusiasma componendo nuovi poemetti (e uno di quei poemetti, che se vien bene . . .» scrive il 30 luglio al Pietrobono): nel luglio e agosto scrive per la «Riviera ligure», accompagnandolo poi con un gentile biglietto del l° settembre, quello per La morte del papa (rinunziando per ciò il 23 luglio a un invito di Leonardo Mordini alla Villa di Albiano); da notizie avute dallo Zanichelli, già nel luglio preparava la ristampa dei Canti, pur usciti da poco (giorno 24, al Caselli) e il «10 aprile 1903» datava proprio le Note alla seconda edizione. Il 30 settembre, pure al Caselli curatore delle sue stampe, dice: «Tre volumi abbiamo a mano. 1. Poemi conviviali, che finiremo in ottobre; 2. Odi e Inni... prima le Odi, poi gli Inni. Ora sono piú pronti gli Inni che le Odi; 3. Primi poemetti... Questo volume procederà spedito . . ., in gran parte una ristampa...»

Il nuovo proprietario si compiace poi sempre dei restauri e degli abbellimenti del... castello. Sta riattando la cappellina; e ordina al Caselli tre piccole statue, di S. Lorenzo, di S. Giovanni Battista e di Maria Vergine; e fa murare il «mirabile tondo» dono del povero Zappelli... E invita lassù un’altra volta, sebbene invano, gli amici Scolopi. Non può invece piú sperare la visita del suo Severino, quasi sempre malato (anche il 7 settembre, quasi a un anno da cartoline fra i dolori e i «motti», egli scriveva da Bologna «lentamente, pur miglioro»); morente purtroppo era ormai sua sorella Ottavia; di fatto il 25 novembre Giovanni dovrà scrivere la lettera di condoglianza: «Oh! io rimpiango fieramente di non poterti essere vicino! Io credeva che il nostro destino fosse di trascorrere insieme gli ultimi anni. E invece non c’è dato che di vederci allo sportello di un treno che fugge!»

Preso in queste attività, sono forse piú che altro un complimento le parole scritte il 14 agosto a Giuseppe Gori: «Che voglia di Romagna ... Ma probabilmente bisogna che rimetta la gita a un altro anno!» (gli suggeriva anche di rivolgersi al Panzini per la pubblicazione di certi suoi versi). Tanto piú che, per ora, le note piú grosse gli venivano sempre di là, come ricorda la lettera del 6 settembre a Ida. [114]

Cara Ida, tristi cose! David ha certo, sulla coscienza, molti pesi ... Quanto a noi, a proposito d’un di quei piccoli sussidi, mandati a Suor Agnese, o alla Rosa per la zia... (e mandammo anche i Canti nei quali sono i ricordi ed è il nome della sua povera sorella) ricevemmo una risposta fredda fredda, dalle monache.

Il fatto è che era il tempo che io ispezionava il Liceo Ginnasio di Forlí! Se tu sapendomi cosí vicino (e nemmeno ora so persuadermi che tu l’ignorassi), avessi mostrato il desiderio di vedermi e vederci, avrei fatto venir Mariú: e chi sa, saremmo ancora andati (o sarebbe andata Mariú con te) a veder la zia, forse per l’ultima volta. Quella lettera, oltre il tuo silenzio, annullò l’uno e l’altro disegno nostro ... Ecco tutto. Ma tutte queste azioni del David ... non sono niente: io penso che fu lui a fare stringere a Giacomo giovinetto, e perciò a noi, dimestichezza con quelli che e allora e ora erano dalla voce pubblica indicati come assassini di nostro padre: Manzi, Begecca ... e non so nemmeno ora quali altri! [115] Esso ... delle sette pseudo politiche, in realtà di grassatori e assassini, della Romagna, sapeva tutto ... Di ciò, cara Ida, silenzio! Io ho fatto in modo (e spero d’esserne benedetto dai miei cari morti) che, se per il sangue del babbo e per le lagrime della madre e degli orfani nessuno ebbe o avrà a soffrire nemmeno un’ora di carcere, tuttavia si avrà una vendetta infinitamente piú nobile e piú fiera! Oh, meglio, con tutte le nostre miserie passate e presenti e future, essere i figli dell’assassinato che degli assassini!

Abbiamo le tre bambine ... Ma il ritratto non rende di esse il meglio.

L’uva è poca, ma forse quella poca farà buon vino. Non v’è a momenti piú acqua. Il rio non scorre piú. È caldo, e ho molto da fare. Potessi quest’altr’anno riposare un poco! Ma certo l’andare a Pisa è un grande obbligo, e io dovrò spender molto tempo nelle lezioni. Lavoro molto, fortuna poca. Ma coraggio e animo!

Sta di buon animo, e attingi coraggio e saviezza dalla vista delle tre adorabili tue bambine. Un abbraccio (con tanti baci per loro e tanti saluti e auguri a Salvatore) dai tuoi Giovanni e Mariú

Importante quell’accenno all’altro suo modo di vendetta (la glorificazione poetica dei suoi morti e della sua famiglia) che conferma l’opinione di chi pensa che il Pascoli, se non aveva «perdonato», non continuava piú ormai a infierire contro i presunti colpevoli della morte del padre.

Ai primi di ottobre deve però ripartire per gli esami di Arezzo: e il 3 avvisa il Caselli che passerà per Lucca. Il 6 scriveva a Mariú dall’albergo:

Cara Mariú, Chichin blin, sono al tavolino dove c’è della robina (lapis, penne, gomma, etc.) comprata un quarto d’ora fa, e scrivo a te, prima di mettermi al lavoro. Il viaggio è stato buono. A Lucca c’era Alfredo, al quale consegnai la cecca [116] e i libretti e le bozze, e c’era il Cavanna e il Valgimigli, e il Mancini e altri ancora ... Ti mando con questa quattro cartoline col papa nuovo, sul quale intendo fare il poema che sai, battendo il ferro fin che è caldo ...

Mi son comprato anche delle carte che ho fatto tagliare al mio modo; ma non è la carta di Lucca. Qui il libraio ha avuto molte richieste di Fior da fiore, che non ha potuto soddisfare. Nessun libraio ne ha piú copia. Scrivo ora al Sandron birbone.

E perciò lascio di scrivere a te, mandandoti anch’io la mia benedizione paterna invece del tuo babbo e della tua mamma. Sta tranquilla! Sii felice! Fa buoni sogni! Possiamo a lungo godere la nostra povera piccola pace che è la nostra sola felicità, ma cosí grande, se non ce la turbano!

Come sta l’Isabella? Spero d’aver tue notizie presto. Di’ tante cose all’Attilia, al nostro buon Nanni, allo Zi Meo, a tutti quelli che non ci odiano. Ti bacia con tutto il suo cuore, assieme al povero musino nero e al povero quercino canoro, il vostro   GIOVANNI

Chiavi d’oro, Martedi ore 10 a. m.

Il poema sul papa nuovo, Pio X, rimase fra i tanti progetti poetici del Pascoli: e ne darà qualche ragione scrivendo poi ad A. G. Bianchi. Il 7 altra lettera, ove ribadisce alcuni concetti sui professori, ormai fatti – secondo lui – proletariato materialista marxista; e conferma il suo amore di solitudine dissuadendo il ben disposto D’Annunzio, oltre che il Pistelli, dall’andarlo a trovare ad Arezzo.

O mia Mariú, fa molto caldo! caldo di luglio! Ma io non posso chiudere la seconda noiosa giornata d’esilio senza farmi vivo col mio Mariú poverino, che soffre quanto me, della lontananza; quanto me, non piú. Io non ho nulla da dire. Ho lavoricchiato un poco, e il mio compito lo farò tutto prima di lasciare Arezzo; ma mi annoio molto, soffro anzi e mi cruccio molto ... La mattina si lavora, la sera poco o nulla. È caldo. Io vado un po’ col Cardini, che veramente è buono e mite e silenzioso, non professorale, e mi capisce e mi conosce. Sai che i professori italiani ignorano Giovanni Pascoli. Ma già ora sono un reggimento del grande esercito proletario, comandato dal colonnello Salvemini e dal ten. col. Kirner ... [117] Come divento, ogni giorno piú antimarxista!

Ieri scrissi al Pistelli, perché non si movesse per venire costassú. Cosí stamane ho mandato due cartoline aretine (a te sei) al D’Annunzio, per la medesima ragione.

Domani aspetto tue notizie. Mi dirai se l’Isabella sta meglio e come procede la vendemmia, e se ti sei accomodata discretamente. Certamente sarebbe meglio per te la ragazza coglitora nella brandina ...

Saluta l’Attilia e lo Zi Meo e Nanni. O Mariú poverina, presto ci rivedremo e faremo il bel pranzettino. Presto avremo i nostri sei volumi della poesia prima ... Presto avremo la nostra robina ben messa a Pisa. Presto dimenticheremo tutte le bojerie castellane e bargee.

Un bacio al povero Gulí, una nocerolina masticata a Merlino, un bacino grosso grosso al povero musino bianco bianco del suo

Nichio Nano

Bona nôta , Cichin. Sera del 7.

Resta un’ultima lettera che preannunzia l’arrivo.

Mia cara Mariú, ti scrivo in fretta, perché voglio arrivare in tempo a impostare ... Io credo che partirò Martedi mattina: almeno spero che domani Lunedi siano terminati gli esami, che pur cominciarono ieri, appena finito l’esame scritto di francese. E ieri non ebbi un momento libero. Mi rivalgo oggi che spero di terminare quell’Anticlo ... che non mi piace. Martedi farò quel solito viaggio ... O caro Martedí! A ogni costo, Martedí! prima di mezzogiorno! Mi pare, cioè, che partendo di qui prima dell’alba, si arrivi prima di mezzogiorno; ma non ricordo. Tutto quello che mi accade quest’anno, in cui lavoro cosí disperatamente di cervello per finire i miei poemi della prima metà, mi sfugge poi dalla memoria.

In tanto abbi con Gulí e Merlino tanti baci. E saluta l’Attilia e lo Zi Meo e la cara e povera Zi Bella. Un abbraccio dal tuo   NANIN

Domenica 11 a. m.

Il 13 ottobre prestissimo ripartiva e tornava a Castelvecchio.

Il pensiero dominante era adesso il trasloco a Pisa: e naturalmente viene non accettato l’invito del p. Giovanni Semeria per una lettura dantesca, il canto di Caifas; e nemmeno si dà credito alle voci che vengono da Roma sulla nomina colà alla cattedra dantesca (al Pietrobono, 22 dicembre). Invece Caselli e Cian sono mobilitati per il... povero Giovanni: «Alfredo m’ha promesso di venire lui a collocare i mobili nella casa (di Via Magenta 3) ... Noi verremo dopo, subito, per portare i libri e altro ...» (17 ottobre). Ma il Caselli s’ammala e va un altro amico che, ahimè!, riporta notizie di scarafaggi nell’alloggio ... Si faccia, dice al buon Cian, pulizia radicale: e specialmente si muti la disposizione dei mobili, perché vogliono attigui i salotti, attigue le camere da letto, come a Castelvecchio. Questa corrispondenza col Cian continua anche in novembre: e riguarda pure la data della prima seduta di Facoltà, i giorni di lezione, alcuni particolari dei suoi compiti di professore ..

Il primo viaggio di Giovanni a Pisa, per la seduta e per qualche aggiustamento della casa, è forse del 26 ottobre e dura fino al 28 (prima adunanza di Facoltà cui partecipa) : subito dopo tornava a Castelvecchio, dove il «1° novembre, Ognissanti» inaugurava «la Madonnina dello Zappelli, simbolo caro e carissimo ricordo». Di questa cerimonia Maria lasciò – preparato per le Memorie, in un quaderno di appunti – un breve Ricordo scritto subito il 3 del mese.

Il giorno 1° novembre 1903 fu inaugurata l’imagine di Maria Santissima – Ave Maria – posta nella facciata della casa ormai diventata di proprietà di Giovannino Pascoli. Egli stesso volle quell’imagine in quel posto, egli stesso ne volle l’inaugurazione facendola, con molta semplicità ma con molto sentimento, benedire. Benedisse dunque la cara imagine un frate francescano cappuccino – Padre Natale – dimorante nel Convento di Barga. Erano presenti, oltre Giovanni e Maria Pascoli, Fedele Bruciani, Giovanni Conti e consorte, Andrea Adrianelli e Attilia Caproni. Dopo la spirituale cerimonia, compiuta durante la visita dei paesani al Cimitero, si bevvero due bottiglie di Champagne, una di San Mauro di Romagna, e una dell’Elba. La conversazione col figlio di San Francesco, durante il breve e modesto rinfresco, si aggirò sempre su cose spirituali. Una dolce vibrazione rimase ne’ nostri animi per questa inaugurazione che Giovannino volle appunto fosse fatta il 1° novembre, anniversario della nascita di Maria. Nella notte poi il lumino arse avanti l’imagine di Maria con grande gioia e commozione di Giovannino.   MARIA PASCOLI, 3 novembre 1903

Ci sono ormai le ultime tergiversazioni col Cian, preside di Facoltà, per strappargli ancora qualche giorno castelvecchiese: «vorrei aver terminato i Poemi conviviali prima della Prolusione»; e poi c’era da preparare la Prolusione «che mi dà tanto pensiero per l’ingiustificata aspettazione che ne è sorta»; dato che ci son sempre i maligni: «un famoso imbecille l’altro giorno mi chiamava grammatico di su un giornale di Torino. Si comincia presto!». È vero che il «grammatico» (era tornato dalla cattedra di letteratura a quella di grammatica greca e latina) pensava di piú alla poesia: «Sto facendo L’ultimo viaggio, argomento dantesco e tennisoniano ... Che faccia eh!»; ed elaborava anche I Vecchi di Ceo, svolgendone la «tela stupenda» al Cian... Ma in quel lavoro e in quell’attesa di Pisa, era finalmente un poco tranquillo: il 17 ottobre partono saluti castelvecchiesi «dal calmo e sereno (in questo quarto d’ora) Giovanni»; poco dopo egli chiedeva che si preparasse «il caro alloggetto al sereno Giovanni Pascoli e sorella ...». «Sereno»: parola non solita del vocabolario personale pascoliano!

Il preside Cian lo invitava di nuovo a Pisa per un’altra seduta il 12 novembre: ma Giovanni: «il 12 è troppo presto»; e quanto alla prolusione (voluta senza solennità «nel mio giorno e nella mia ora e nella mia aula di scuola») proponeva il martedi 17; e poi confermava: «non posso essere a Pisa se non il 17 ..., non mi sono mai trovato con tanto lavoro nelle mani; a dir meglio, nel povero cervello». Finalmente i due castelvecchiesi si decidevano a partire: e il 17 da Pisa Giovannino scriveva al Caselli, annunziandogli per «giovedí (19) a ore 10 a. m. la terribile prolusione . . .»

Cosí si compiva un glorioso, fecondo, personalissimo periodo della vita pascoliana, gravitante intorno a Messina, e si schiudeva un periodo toscano, che lo riconduceva a luoghi dove era pur stato bene: a Massa, a Livorno, e con maggiore agevolezza allora doppiamente «suo» Castelvecchio.

Lo accompagnava anche un saluto di alta poesia.

Ode, innanzi ch’io parta per l’esilio,

risali il Serchio, ascendi la collina

ove l’ultimo figlio di Vergilio,

prole divina,...

il figlio di Vergilio, ad un cipresso,

tacito siede e non t’aspetta. Vola! ...

E tu gli parla: «Figlio di Vergilio,

ecco la fronda.

Ospite immacolato, a te mi manda

il fratel tuo diletto che si parte.

Pel tuo nobile capo una ghirlanda

curvò con arte ...

Altro è il Monte invisibile ch’ei sale

e che tu sali per l’opposta balza.

Soli e discosti, entrambi una immortale

ansia v’incalza ...»

Ode! cosí gli parla. Ed alla suora,

che vedrai di dolcezza lacrimare,

da’ l’ultimo ch’io colsi in su l’aurora

giglio del mare.

GABRIEL

È il Commiato dannunziano di Alcyone: siamo in novembre: il libro è compiuto e sta per uscire. Ma già prima, Giovanni riceve il Commiato, e verso la metà del mese con «dolci parole» ringrazia. Ma il promesso «giglio del mare» si era seccato: perciò insieme giungeva a Maria anche l’autografo del Commiato, che ancora si conserva a Castelvecchio. E c’era questa lettera che nel timbro ha la data del 20 novembre:

Mio caro Giovanni, il giglio marino s’è dissecco, e per ciò mando a Maria – in vece – il manoscritto della mia Ode. Grazie delle dolci parole! È venuto a me in questi giorni, per questa testimonianza d’amore, il consentimento di tante anime generose. E sono felice, nel profondo, che tu abbia accolto con tenerezza il mio saluto fraterno ... Al mio ritorno, verrò a rivederti a Pisa. Faremo insieme una visita a Benozzo. Forse io medesimo ti porterò il mio volume. Ti abbraccio teneramente. Il tuo     GABRIEL

Poco dopo, presso il Natale, egli mandava a Maria un «gigantesco panettone». Un’altra piú esile voce di poesia si levava, quasi echeggiando il Commiato: era Maria che rispondeva a Gabriele.

Siedo pensosa, o Gabriel. Da canto

m’è il dono vostro. Con la sua corona

 di rose, avvolta nel suo niveo manto,

grande ma buona,

la Pania dice: «A te, povera figlia,

molto fu tolto, molto fu negato!

Alla mia neve pallida somiglia

freddo il tuo fato!

Ma roseo come un cirro mio, ti s’alza

oggi un pensier dall’anima. L’Aedo

ch’a me tuttora per l’opposta balza

giungere io vedo,

lo so, t’offerse il dolce pane. Oh stanco

è tuo fratello dal fatale andare!

A lui lo porgi: per te basti il bianco

 giglio del mare».

E il D’Annunzio, sempre abilmente garbato, con telegramma del 3 gennaio 1904 chiedeva il permesso di pubblicare «la mirabile odicina». [118] Anche qui parve davvero tornato il «sereno».

 

Note

________________________

 

[1] Di altre lettere del 1899 pubblicate e che qui non interessano, non tengo conto nel mio testo. Ricordo qualche lettera al Giusti su Epos e su una «continuazione» delle Myricae; una di ringraziamento al Renier. E quelle al Gori, edite dal Tognacci nel vol. cit. Per esempio: «Mandai un mio ritratto alla famosa biblioteca Giorgi, al Valhalla di San Mauro. Ora non ne ho piú» (24-8-99); «ti mando per la signora Isabella Anderson un opuscoletto... con tanti ringraziamenti per l’onore che ella fa a un italiano, che gli italiani non apprezzano.., troppo ... Circa le tue interpretazioni, l’opera di emancipazione è appunto quella che tende a far sí che l’uomo basti perfettamente a se stesso, senza padroni sopra e servi sotto» (8 agosto).

[2] Maggiorino Ferraris, uomo politico, altro direttore della «Nuova Antologia».

[3] Sull’episodio già noto, si veda a pag. 556. «Hannibal» è il Tenneroni.

[4] Il primo carme fu composto e pubblicato a cura della rivista «Minerva»; il secondo fu stampato nella «Gazzetta di Messina» del 19 aprile.

[5] Prose I, pag. 388. Sulle tartassate epigrafi per lui composte, v. P. Migneli Ricordi pascoliani, in «Pegaso» marzo 1933.

[6] Frequenti si trovano in queste pagine gli accenni a cambiali, a debiti, e con varie persone (per esempio col Bonati, il Tosi...); e i lunghi pagamenti per la casa di Castelvecchio. Senza ricordare i pegni e la vendita delle medaglie d’oro, cominciati appena ricevuta la prima!

[7] Si trattava certamente dell’atteso premio dei Lincei (pag. 738).

[8] Di qui, nella scrittura Giovanni si sostituisce a Maria, che aveva cominciato. Finita la parte d’affari («Ecco la ragione») riprende Maria. Il signor Alceste Carrara è, con la madre, il proprietario della casa di Castelvecchio (pag. 685, 689.)

[9] Qui prosegue Giovanni; solo all’ultimo ripiglia Maria; e Giovanni conclude.

[10] Il portinaio della casa di Messina, lo Sgroi, con un difetto agli occhi; detto anche Quasimodo, per l’altro difetto alla schiena: lo conosciamo già.

[11] Allude a Decio Sabbatini, sul quale si veda pag. 709 e altre.

[12] Del ministro Guido Baccelli e dei suoi funzionari ed amici, Giovanni, come del resto Severino, fu sempre sospettoso e nemico. Ma come non di rado, il Pascoli, coi timori, andava al di là del vero.

[13] Le lettere del Pascoli al Pistelli pubblicò il Vannucci, op. cit., pag. 167.

[14] Su tutta questa polemica, continuata anche nel 1900 (v. il «Marzocco del 9 febbraio) si leggono integri i testi pascoliani nel vol. degli Scritti sparsi e inediti, già citato.

[15] È in Prose di G. Pascoli, Scritti danteschi a cura di A. VICINELLI, Mondadori 1952, vol. I pag. 225 sgg. L’opuscolo riproduce (con aggiunte di note personali) due articoli danteschi già pubblicati in «Flegrea» 1899-1900.

[16] Nella Prefazione a Sotto il velame, in Scritti danteschi, ed. Mondadori cit. p. 299. Manara Valgimigli, fedele al Carducci, sostiene che la parte del Maestro, in questa Commissione e Relazione, fu quella di moderatore dei giudizi. Anzi afferma (e dice che ve ne sarebbero le prove grafiche) che la Relazione fu stesura non dell’Ascoli, ma del Carducci stesso nonostante la firma ufficiale (v. il Resto del Carlino del 28 genn. 1956). La cosa però merita conferma: intanto è certo che l’Ascoli, allora, era veramente protettore del Pascoli, come il poeta sa; ed è da ricordare questo inedito biglietto dell’Ascoli:

«Minerva oscura  di  Giovanni Pascoli.

Entro v’è l’alta mente, u’si profondo

saper fu messo, che, se il vero è vero,

a veder tanto non avrà il secondo.

L’aff.mo dev.mo         G. A.

Milano, 29-12-99».

Tutto ciò è confermato dalla sua chiamata a Milano nel 1900 (v. la nota a pag. 663; e la Prefaz. a Sotto il velame, Prose I, pag. 299. Di piú, anche la seconda Relazione per il premio (1904) porta la firma dell’Ascoli come relatore; sembra però che allora fosse meno favorevole al poeta (nota pag. 741).

[17] È la vecchia donna di servizio dei David a Sogliano, fin dal tempo in cui vi dimoravano, ragazze, le due sorelle.

[18] Utile sarà la conoscenza di queste lettere del Finali al Pascoli, conservate a Castelvecchio, tanto piú che le lettere del Pascoli al senatore, come accennammo, sono andate perdute. Ciò fu reso noto dai sigg. Agnolozzi, eredi del Finali; e lo ripete Giovanni Maioli, editore delle Memorie dell’uomo di Stato (Faenza, 1955). Alla luce dei commenti che i due fratelli fanno alla dimora castelvecchiese del Finali (si veda anche le lettere a Severino di fine agosto) è curioso leggere la bonaria annotazione che il senatore scrisse nelle sue cit. Memorie (p. 467): dopo aver detto che gli dispiace di non aver accettato l’invito del collega Mordini, aggiunge : «non volli lasciare il mio e suo amico G. Pascoli, che nella sua poetica soggettività quasi femminile, poteva credere che io alla sua troppo modesta ospitalità preferissi quella lauta di un signore». Decisamente, era difficile capire Pascoli! Il quale il 23 ag. scriveva al Valgimigli (l. c.): «Ieri partí ... con le lagrime agli occhi l’ottimo e vecchio amico . . . !».

[19] Vedi G. FATINI, Un poeta e un filosofo, in «N. Antologia» 1930. Di Sul limitare scrive anche al Pietrobono il 23 ottobre; al Mercatelli il 30 («N. Ant.» 16 ott. 1927) e a Giacomo Stiavelli (lett. ined. del 28 sett., Fondo Piancastelli, Forlí). Per l’ombra ricorrente nei rapporti con Severino Ferrari,

[20] Si tratta della morte del prof. Carlo Bevilacqua, insegnante di matematica nel Liceo di Livorno, e marito di Bice, figlia del Carducci, cui già fu accennato.

Su lui e il suo vino della Maulina, presso Lucca, v. il Del Beccaro in Lettere agli amici lucchesi, pag. 167.

[21] «Digli tante cose: che l’abbraccio. Dagli un bacio! Ci venga a trovare.»

[22] Cosí nell’autografo.

[23] Sarà un «motto» anagrammatico per Corina (Corinna), la cognata di Severino; Visidori è il fratello Isidoro; Mit, la madre. Genga (o Cice) è un amico giovanile già citato altre volte (pag. 365).

[24] Gli accenni a Bologna si riferiscono alla sua nomina all’Università nel 1895 e poi alla sua partenza nel 1897.

[25] Alla «tremenda» notizia della morte del Bevilacqua, il Pascoli scrisse una lettera al preside prof. Cecchi a Livorno, che fu subito comunicata al Carducci. Si veda il vol. Omaggio a G. Pascoli, ed. Mondadori 1955, pag. 378.

[26] Anche su questo si veda la accennata Storia bibliografica delle Myricae in Omaggio a G. Pascoli, ed. Mondadori 1955, pag. 24.

[27] La prima visita del Pistelli a Castelvecchio, secondo il Vannucci, sarebbe avvenuta nel 1900 (p. 192); ma la quasi certa data della lettera a Severino e un’altra lettera, inedita, di Maria all’Ida del «25 sett. 1899» che è fra le carte dell’Ida e dice: «L’altro ieri venne P. Pistelli», credo ci permetta di fissare una visita di Gildo al 23 di quel mese e anno. E quasi certo da solo; un’altra visita poi avvenne sicuramente nel sett. 1900, ma c’era anche il Pietrobono (pag. 666).

[28] La lezione fu tenuta il 25 gennaio 1896, festeggiandosi il trentacinquesimo anno dell’insegnamento carducciano.

[29] Cosí l’autografo, anche se poco chiaro nel significato.

[30] Il Focolare è una poesia che ora si trova nei Primi Poemetti.

[31] Questo periodo fa parte di alcune righe scritte da Maria. Poi riprende Giovanni.

[32] Le lettere al Pistelli e al Pietrobono sono tutte edite nel pila volte cit. vol. del Vannucci.

[33] Per questi accenni danteschi si veda la mia Cronaca e storia degli studi danteschi del Pascoli, nei cit. «Studi danteschi», pag. 30; e per tutto il contrasto, il Carteggio Pascoli-D’Annunzio pubblicato e commentato da me nel cit. Omaggio a G. Pascoli, Mondadori 1955.

[34] Ricordo, a questo proposito, che il 5 gennaio 1901 da Messina il Pascoli scriveva all’amico prof. Luigi Amaduzzi, sulla caccia: «Oh! ma che rimpianto ho di non aver potuto esercitare il corpo in questa nobilissima delle arti. Tuttavia quest’anno... voglio che tu mi insegni qualche cosa. Ho un bellissimo Hammerless inglese: ma ahimè, quasi vergine. Ma tu sarai mio maestro e mio autore...» (TOGNACCI, op. cit., pag. 25).

[35] Per far parlare di sé, Alcibiade compí un bel gesto: così certi scrittori moderni cercano la pubblicità.

[36] Su tutti questi episodi si vedano sempre i documenti integri e il mio commento nel citato Carteggio Pascoli-D’Annunzio.

[37] Cioè, dantescamente, l’invidia.

[38] Anche questa lettera, se è esatta l’affermazione pascoliana, non ci rimane

[39] Lo scritto resta cosí incompiuto.

[40] Anche per ciò si vedano le note al cit. Carteggio nell’Omaggio.

[41] VANNUCCI, l. cit., pag. 176 segg.

[42] G. TONACCI, Ricordi cit. pag. 37.

[43] Il merito della proposta va a Graziadio Ascoli. Fra le carte di Castelvecchio c’è una sua lettera del 27-4-900 che dice: «Due righe in grandissima fretta. È morto il nostro Giussani, e vaca la cattedra di latino nella Facoltà milanese. Vorrebbe Ella coprirla? ... Ci sono due pedanti che paventano questa nostra consolazione; ma una sua parola al Ministro dell’Istruzione troncherebbe ogni incertezza...». Il 29 comunica che contro «l’intrigo dei mestatori» ha interpellato l’Inama preside dell’Accademia, il quale ha detto che quel trasferimento gli darebbe «vivissimo piacere»: scriva dunque al Ministero... Invece giunse un telegramma del poeta, negativo; il quale pure telegrafa al Finali, messosi di mezzo: «Prego risparmiarmi crudele imbarazzo... Sembrerei imposto da sola alta cortesia Ministro» e di altri: «Lasci che compia qualche opera che distrugga prevenzioni» . Cosí anche per volontà del Pascoli, i «raggiri de’ pigmei» e la «loro sfrontatezza» (parole dell’Ascoli) ebbero il sopravvento. Su inviti a insegnare a Milano, anche le lettere al Caselli 17 maggio 1900 e 8 febbr. 1901.

[44] Uscí ai primi di ottobre dall’editore Sandron, «con errori qua e là» e una sbagliata impaginatura del Proemio: al Caselli, 8 ottobre. Vedi a pag. 619.

[45] È un luogo sul mare fra Rimini e Riccione.

[46] E ai «giovani liberi...» dedica (come poi il discorso L’eroe italico) questo inno. Però, col non insolito pessimismo, pure nell’agosto scriveva al Cian e, dopo aver detto che per quella poesia non voleva nulla dai giornali che la pubblicarono, aggiungeva di averla fatta stampare «per educare il cuore italiano dei giovani, dei quali non ostante le mie parole, ho una stima assai limitata» («Convivium» 1949 n. 1).

[47] Alcune lettere al Caselli e al Mercatelli parlano ora di questi inni. Interessante anche la lettera pubblica scritta al prof. Angelo Crespi, processato per un articolo in cui aspramente deplorava la campagna d’odio contro i partiti avanzati, scatenatasi dopo il regicidio; egli aveva, nell’articolo, citato dei versi del Pascoli da Nel carcere di Ginevra. Scrive il poeta di sentirsi cosí un poco processato anche lui... «Come il parlare contro l’odio può essere considerato un eccitare all’odio? Quanto a me, continuerò a rendermi reo. Guerra alla guerra! odio all’odio!...»

[48] Ai primi di dicembre chiedeva al Barzellotti (che pure gli doveva essere grato per certe raccomandazioni editoriali): «se avesse mai tempo di leggere il Sotto il velame e potesse controllare le affermazioni filosofiche, oh! quanto piacere ne avrei». Ma il filosofo non rispose («N. Ant.», 16 sett. 1930).

[49] Di questa visita sono prova alcuni biglietti di preannunzio e alcuni di ringraziamento del Pistelli e del Pietrobono (Vannucci, pag. 1912).

[50] «Fu pubblicata il settembre del 1900, nelle nozze di Margherita figlia del Conte G. Codronchi Angeli» dice il Pascoli in nota a Odi e Inni, con altri interessanti ricordi, come già si accennò (pag. 616).

[51] Quanto alle lettere del 1900 dissi di conoscerne circa 110, oltre alle raccolte nel testo; scarse sono le familiari; 28 sono per il Caselli; 5 per Pirozz, 5 altre vanno al Pistelli e 17 al Pietrobono, qualcuna, come vedemmo, al D’Annunzio; e poi varie al Mercatelli, al Cian, e infine per Gargano, Barzellotti, Orvieto, Valli, Novaro, Corcos, Codronchi, Tognacci, Spinelli, Dei...

[52] Si veda la mia Cronaca e storia degli studi danteschi del Pascoli, cit., pag. 33. Anche per tutto ciò il Pascoli ricusava al Pietrobono di andare a Roma e leggere il III canto dell’Inferno (2 gennaio).

[53] È questo un anno in cui sono poverissimi alcuni dei filoni piú utili di lettere: mancano quasi del tutto anche quelle familiari, a Ida o  durante eventuali assenze  a Maria; scarse quelle a Pirozz, a Severino, al De Bosis...: sono invece fortunatamente ancora frequenti quelle al Pietrobono e si infittiscono quelle al Caselli. Ce n’è qualcuna al Mercatelli, a Giuseppe Cori, al Cian, alla Corcos, e cominciano alcune al Novaro e a qualche artista, come Adolfo De Carolis e Tullo Golfarelli... Le lettere al De Carolis e al Golfarelli sono nel Fondo Piancastelli nella Biblioteca di Forlí; quelle al De Carolis in parte furono stampate in «Corriere della Sera» 19 maggio 1939, nel «Convivium» 1947 e nell’«Italia che scrive» ott. 1949. Più personali quelle col Golfarelli; piú interessanti, per le illustrazioni dei volumi pascoliani, quelle con l’altro artista; e durano per anni. Interessa la lettera al De Carolis del 19 aprile 1901, da Messina, perché si parla appunto delle illustrazioni dei Canti di Castelvecchio: «Mando la fotografia della mia casina materna...». Non c’era la porta, ma si entrava dal cancello: Quello che interessa è il cancello con sopra quell’albero che è una mimosa. Attraverso il cancello si intravede... la porta (che allora era unica) d’ingresso. Lungo quel muro erano poi piante rampicanti che vestivano la muraglia: rose, gelsomini, erbaluisa (cioè cedrina...)». Si veda la nota a pag. 8.

[54] Fra il 1900 e il 1901 ci sono anche altre rapide cartoline di Severino e della moglie Ida.

[55] Del trasferimento a Roma parla anche in una lettera al «nonnino», il giovane amico Luigi Valli; e dice che se ciò, cosa impossibile, avvenisse, «il periodico settimanale quest’altr’anno nascerebbe davvero! Nella mia rubrica latina vorrei ogni settimana illustrare poeticamente un monumento, una statua, un luogo di Roma!» (28  III  1901).

[56] Il D’Annunzio andava ora leggendo in varie città La notte di Caprera. La lettera conferma ciò che già ci affermò Maria (pag. 122): l’avversione del Pascoli per la massoneria; che anzi riteneva uno dei massimi suoi nemici.

[57] I puntini sono nell’autografo.

[58] Il sogno di Rosetta, Episodio di G. P. musicato da C. Mussinelli, Lucca, A. Marchi, 1901.

[59] Il Savoia per (pronuncia locale «Savoglia») era Giuseppe Bonini, che teneva in Castelvecchio una privativa con annessa osteria; Tono del Lello (diverso dal Tono Arrighi, colono del Pascoli) era un mezzadro che viveva su un fondo di Salvo Salvi, confinante con il terreno del poeta.

[60] Il gelsomino notturno, Nelle nozze di G. Briganti, 21 luglio 1901, Lucca, Tipografia A. Marchi.

[61] Anche con questi accenni è sfatata la notizia (del resto già smentita da Maria) di un Pascoli socio dell’«Audax», sodalizio che ammetteva solo chi aveva fatto 200 chilometri in bicicletta (v. «Fiera Letteraria» 1 maggio 1949). Forse la leggenda deriva dalla simpatia, mostrata poi, anche con scritti, per l’«Audax» (pag. 980).

[62] Questa la redazione che, trascritta da Maria, ho trovato nell’Archivio di Castelvecchio. Un’altra, forse migliore, dice: «Addio, Pania! felice te che resti:  noi, poveretti, si va e si viene.  Ma pur ci amammo, ma mi volesti,  ma ci volemmo pur tanto bene...».

[63] Da Messina il 18 dic. mandava al Caselli la trama delle tre cantiche di questo poema cui accenna piú volte; e gli diceva: «tieni questa carta e falla firmare da due, per dire che la prima idea è mia, altri non me la rubi. Tenete il segreto»; e di fatti la carta porta l’aggiunta: «il 20 Dicembre 1901: A(ugusto) Mancini S(cipione) Rindi»! Le Lettere agli antichi lucchesi (pag. 194) aggiungono un terzo nome, F(rancesco) Cianelli: ma non lo trovo nella mia trascrizione dall’autografo; esso è solo in «una nota di mano diversa»; del resto il poeta richiedeva «due» testi nuovi.

[64] In una lettera del 24 gennaio 1902 al Mercatelli scriveva: «Ti accludo un mio diploma di benemerenza. In me stesso mi esalto di aver potuto far qualche cosa che non porta soddisfazione di vanità». Era un ritaglio di giornale, col rendiconto della conferenza che aveva fruttato L. 632,95 per «l’infanzia abbandonata» di Messina.

[65] Si veda fra l’altro G. ZAVATTI, Lett. ined. di G. P. a A. D. C. in «Convivium» a. 1947. Le lettere allo Zandonai, in «Giornale d’Italia» del 7 nov. 1924. Le poesie, ora piú che nel «Marzocco», sono pubblicate nella «Riviera ligure», ne «La Settimana» di M. Serao e poi presto ne «La Lettura» del Giacosa. Bolton King scrisse in Italy to day (1901) trad. 1904. «Altri» sarà il D’Annunzio.

[66] Sul Pascoli in rapporto con le letterature straniere, si possono in sintesi vedere gli scritti nel cit. Omaggio a G. Pascoli.

[67] Fra le carte di Castelvecchio ci sono varie lettere del sen. Mordini (e si allega anche un telegramma del Sindaco di Lucca) in cui si cerca di calmare il poeta e persuaderlo a rimanere, contro la «repentina risoluzione di lassciar Barga». Il Mordini era andato a Castelvecchio e aveva composti i dissidi con la signora Carrara e ricondotta «alla ragione, la signora non già Chiara ma Scura...», (sul gioco di parole si veda la nota seguente). Per i demeriti di un individuo o di pochissimi, non faccia portar pene a Barga, a Lucca e a tutta la provincia lucchese... Aggiusterà le cose: e «in via provvisoria pensi che la mia villetta d’Albianoè a tutta sua disposizione» (5 ottobre1901). Il 21 dicembre, d’accordo col Caproni e il Salvi, l’assicura che non esistono impedimenti legali al pronto trapasso della proprietà dai Carrara a lui. Q uanto alle «insulsaggini anonime d’impura fonte castelvecchiese» non le ascolti nemmeno. E insieme al dott. Caproni, si fa garante che al suo ritorno a Castelvecchio e fino a quando vi rimarrà colla sorella gentile» non avrà non dico offesa, ma molestia» alcuna (21 dicembre 1901). E finalmente il 30 marzo 1902 dichiarava l’inesprimibile contentezza al pensiero che lei è diventato proprietario barghigiano. Ora è proprio tutto nostro» . Una lunga, ragionante lettera del dott. Caproni (nel gennaio) sembra proprio scritta per calmare quelle fantasie irritate e impaurite: e si insiste sil fatto che è «logico che cambiando padrone e vendendo qualche effetto (e già vi erano compratori) il podere si dissolve e il contadino se ne deve andare senz’altro»; e non è mai successo lí che i scontadini... reagissero malamente! Si veda pag. 679.

[68] I cosí detti «Chiari» sono la famiglia della Chiara, i contadini ancora viventi nella Chiusa. Su tutti i popolani di Barga e Caprona che entrano nella vita e nella poesia del Pascoli, non dovrebbe andare dimenticato l’informatissimo articolo di CESARE BIONDI, I personaggi barghigiani nella poesia pascoliana, in «Corsonna» n. speciale del 28 giugno 1925, che di quel mondo cosí vicino al poeta ferma il ricordo anche per il futuro, e vale quasi un commento a certi canti.

[69] Al «Rettore» mandò anche altre lettere: scrive dalla stazione di Pisa, il 27 ottobre 1901, proseguendo il lungo viaggio per Messina: assicura di aver parlato a Lucca per la cosa che li interessa: «Ora pro nobis. Maria le si raccomanda...»; e dopo e senza data, con un’altra, conferma che, per l’interessamento del prof. Cesare Biondi, «l’affare della nostra canonica» era avviato al Ministero; ringraziava anche dei dolci; e specialmente lo pregava di placare la Chiara «per avere io, insieme al comproprietario, affidato la cura dei miei interessi allo Zi Meo». In confidenza aggiunge: «Desidereremmo infinitamente che i Mere andassero a occuparsi il loro mezzo podere prima del nostro ritorno, o almeno prima del tempo legittimo. Noi vediamo che ci è impossibile convivere piú a lungo con loro....» Naturalmente bisogna che il Meo «tenga la chiave del cancello e del portone lui, e che non la ceda mai ».

In un’altra di qualche tempo dono allo stesso «Rettore» si prega che voglia far sopportare in pace alla Chiara l’aver passato l’incarico di curare tutto nella Chiusa «allo Zi Meo, che è stata tanto premuroso con noi» (a lui spettano le chiavi); che solleciti i lavori nella ccasa («al cancello, alla cantina, al cesso») da parte di Pappe del Savoia; che induca il dott. Caproni a far passare i Mere nel loro nuovo podere prima del tempo fissato e sempre prima del ritorno da Messina.

[70] «Ho sotterrato dell’oro, e se lo desideri guarda se in qualche parte resta ancora del sangue, se in qualche luogo odora l’alloro» (in questa casa sta celata molta poesia, che dal sangue — familiare — fa nascere il profumo del lauro: tale l’interpretazione? accenno ai motivi originari della sua poesia?).

Il telegramma annunziante «effettuata compera definitivamente» partiva dal dott. Caproni sia al Pascoli che al Caselli «finalmente» il 28 febbraio.

[71] Le vicende di questa compera risultano da un pacco di documenti conservati a Castelvecchio. Se fra quelle carte confuse ho capito bene, il totale del prezzo d’acquisto sarà stato di 32.000 lire; ma 15.000 le avrebbero pagate gli acquirenti della terra non tenuta dal Pascoli (venduta in parte  i campi del piano  fra il 1902 e il 1903, onde aveva «in casa» lire 2.000, come scrive al Caselli il 22 genn. 1903; e poi a Pietro e Fedele Arrighi il 18 sett. 1903; però un appezzamento era già stato venduto «al Poldera» nel febbraio 1902: lettera al Caselli, 25 febbraio). I pagamenti avvennero a rate. La pratica fu meglio determinata con atti del 4 gennaio 1904. Ed essa ebbe un seguito. Essendo risultato che la casa era gravata da un’ipoteca, al nuovo proprietario fu concesso (con documento del 25 dicembre 1904, concludendosi i pagamenti e perfezionandosi l’acquisto) di non pagare le ultime 10.000 lire fino a che i venditori non avessero liberato la proprietà «da ogni vincolo di ipoteca»; detta ipoteca doveva essere cancellata entro un anno; sul debito di 10.000 lire sarebbe stato pagato dal Pascoli il frutto del 4 per cento (su ciò e su l’offesa di avere i Carrara voluto una firma di garanzia, ci sono indispettiti accenni in lettere al Caselli: per es. il 5 genn. 1904). Finalmente in calce allo stesso atto si legge: Barga 20 luglio 1907. Dichiaro io sottoscritto di aver ricevuto dal Sig. Prof. Giovanni Pascoli il saldo della su estesa obbligazione e di non aver piú nulla a pretendere da esso... Maria del Gratta ved. Carrara Cardosi». Cosí tutto era a posto!  Le lettere citate nel testo senza indicazione sono al Caselli, in parte tuttora non stampate.

[72] Questo secondo motto nella lettera è però cancellato.

[73] La lettera è in «Fiera letteraria», 19 dic. 1926. E si può ricordare, per questo stato d’animo, anche la cartolina illustrata con Barga e il proprio ritratto scritta al deputato socialista Giacomo Ferri nel luglio 1907: «Ed eccoti, caro compagno, il tuo compagno, piú la sua... villa... E una bicocca... Sicché spero che mi si lascierà nel gran giorno, per morirvi in pace».

[74] I versi su Musolino, che restano, sono fra le carte dell’editore Muglia, e furono pubblicati per la prima volta ne «Il Ponte» di Firenze nell’aprile 1950. Si leggono nel citato volume degli Scritti sparsi.

[75] Per un tentativo di pace anche col D’Annunzio in questo tempo, si veda a pag. 716, 717. Per «umbratile», «Studi pascoliani» IV, 98.

[76] Come si è accennato, restano non poche lettere di Giovanni al fratello Raffaele (Falino): ma pur avendole scorse, non m’è stato permesso di utilizzarle per questa edizione delle Memorie (v. pag. 620). Ho già detto che a Castelvecchio ci sono tuttora quelle di Falino.

[77] Per la crescente solitudine anche a riguardo dei piú prossimi parenti è molto interessante e rivelatore questo frammento autografo conservato in un foglietto fra le carte pascoliane.

«Giovanni e Maria costituiscono una famiglia chiusa ai cosí detti parenti. Non ha, voglio dire, la nostra famiglia le porticelle di soccorso o postierle per le quali sguisciano i parenti, solo ammessi lí dentro. No, ha una grande porta dalla quale entra tutta l’umanità».

[78] Nel luglio del 1902 moriva il grande barghigiano Antonio Mordini, il senatore garibaldino amico del poeta, che lo commemora poi, nel 1905, per l’inaugurazione del monumento a Barga. Il 16 luglio dava notizia dei funerali al Caselli, rievocando impressioni tra fredde e commosse. «Ieri tristissima giornata... il trasporto ad Albiano, senza nemmeno un cenno di campana... T’ho a dire? La commozione mi parve poca o punta... Il divieto dei discorsi, della musica, di tutto... raffreddò le anime a fior di pelle...» Ricevuta poi una fotografia del defunto, rispondeva al figlio Leonardo: «Egregio Signor Nello, ho ricevuto e guardo e riguardo... il ritratto del nostro buono e grande uomo estinto. Esso anche con la sua nuova effigie c’insegna qualche cosa, anzi una gran cosa, la piú gran cosa. Ci dice: vedete che pace che candore e nobiltà c’è nella morte! Non abbiate le vostre stolide paure! Si riposa nella tomba! Ma una morte cosí composta bisogna meritarla con una vita altrettanto composta! Cosí ci dice, e io gli son grato delle sue morte parole come gli ero riconoscente delle vive» (bollo postale 7902). Il sindaco di Barga lo incaricò di fare l’epigrafe per il monumento.

[79] Una tipica lettera di umilianti richieste scrisse in questi giorni Giuseppe alla vecchia donna di servizio del Pascoli, la Bibbiana, perché gli ottenesse denaro dai signori Bilancioni, allora abitanti nella casa che fu della madre di Giovanni. È davvero umiliante: chiede «qualche rinuncia di scarpe, calzoni e giacca»; e domanda roba anche alla Bibbiana. «Venti giorni attendo e poi, perdona mia vecchia custode [prima l’aveva chiamata "mia antica madre"!], preferisco la morte vicino ai miei figli», Era allora di ritorno dalla Svizzera e faceva indirizzare «Fermo in Posta, Milano». La lettera (con un’altra del 21 febbr. 94) è entrata da non molto nella Biblioteca pascoliana di San Mauro, ed è stata pubblicata nel «Resto del Carlino» del 23 febbr. 54.

[80] Il Finali intanto lavorava sempre per farlo trasferire a Roma: e impegnava la sua amicizia col ministro Nasi. Il 5 ott. 1900 aveva scritto: «Ah! Pisa non è Roma!» e il 10 nov. 1902: «Albini a Bologna, Pascoli a Messina!» Interessanti, paterne, confortatrici, anche di fronte alle impennate pascoliane, le molte sue lettere che vanno dalla prima fama del Pascoli alla morte, e che sappiamo essere conservate a Castelvecchio; meriterebbero di essere pubblicate.

[81] La lettera, non ristampata nella nuova edizione che il Pascoli fece di quelle Prose, è intera nel volume degli Scritti inediti e sparsi, citato.

Quanto alle lettere, questo (1902) è uno degli anni di cui ne restano di piú: circa 200, oltre alle raccolte qui nel testo (delle quali non molte familiari, cui sono da aggiungere 1 o 2 all’Ida, con una delle quali  circa di questo tempo  le chiede l’opuscolo per le nozze della figlia di Ferd. Martini, promettendo di poi restituirlo). Ben 106 sono per il solo Caselli; 1 va a Pirozz, 20 al Pietrobono, 1 al Pistelli, 1 al Carducci; e poi a Ferrari, Cian, De Carolis, Zandonai, C. Ricci, Cena, Novati, Mercatelli, Gori, Michele Fiore, Valli, Giusti, Corcos, Comune di San Mauro, Rettore di Castelvecchio, Mordini. Il poeta ebbe grande amicizia col Muglia, allora giovane e ardito editore; nell’archivio Muglia restano varie carte pascoliane. Io ne ho conosciuta qualcuna per l’interessamento del prof. Bottari. Fu il Pascoli a trovare il disegno e il motto per la Casa Editrice. Scriveva: «Un piccolo baccelliere (deve avere un bastoncello in mano) medioevale, ossia uno scolaro vestito presso a poco come Dante, col berrettino degli studenti d’allora, come un clerico vagante; che sta con gli occhi fissi e le braccia conserte [queste ultime 4 parole sono cancellate], in atteggiamento di ascoltare una proposta e di meditare una risposta; e il motto "S’arma e non parla". Il motto è di Dante, Par. XXIV, 46. Il baccelliere (s’intende) s’arma in silenzio, di ragioni, per rispondere al dottore. Figuratamente e misteriosamente s’intende che l’editore novizio e giovane si afforza senza tante réclames, e saprà affermarsi». E il Pascoli aveva ben ragione di confortare e onorare il caro Vincenzo: il 16 maggio 1903 egli si lamentava col Pietrobono: «Il povero Muglia non vende ... è malato! E sí che tanto mi ha aiutato a quattrini (poverino) in questi momenti, a portar via la roba da Messina...!»

[82] La storia di questa nomina è stata qui narrata su lettere dell’amico Cian, allora preside della Facoltà letteraria di Pisa, già collega a Messina e paziente anche di fronte a certi dubbi del Pascoli («Convivium» a. 1949 n. 1).

Dei dubbi pascoliani, come dell’interessamento degli amici e del ministro Nasi, sono segno molti passi delle lettere del Finali al poeta, fra il 1902 e il 1903. Nemmeno il buon Finali vede chiaro nei desideri del Pascoli, e prega: «Dica quel che vuole!»; un’altra volta (nov. 1902) sappiamo aver scritto: «Voglio bene ad Albini, ma non posso parlarne spassionatamente: Albini a Bologna e Pascoli a Messina!»

Accenno qui che, per le lettere, questo 1903 è un anno nutrito: circa 130 in aggiunta a quelle qui raccolte: di cui 77 al Caselli, 1 a D’Annunzio, 5 al Pietrobono, 1 al Pistelli; 3 a Pirozz, non poche anche le familiari. Fra gli altri corrispondenti figurano De Carolis, F. Martini, Novaro, Cian, Valli, Semeria, Corcos, Gori, Polese, Marchigiani, il Comune di San Mauro, Francolini, il Signor Tonino Garfagnini...

[83] Si veda G. GIOVAGNOLI I due cugini, in «Giornale dell’Emilia», 30 giugno 1919.

[84] II foglio autografo si conserva, con altre lettere al De Carolis, nel fondo Piancastelli nella Biblioteca a Forlí: nel testo lo riassumo. Del programma sono a Castelvecchio una bozza a stampa con ampie aggiunte autografe e una «copia riveduta» dattiloscritta, certo preparata dalla Casa Sandron per la stampa: cosí si può spiegare la data «Messina, maggio del 1903», mentre in quel maggio il Pascoli era a Castelvecchio.

La «Biblioteca dei Popoli» ebbe per I vol. il Mahâbharâta, trad. P. E. Pavolini, nel 1902; e nel frontespizio c’è, col tondo disegno suggerito dal poeta, l’intestazione: «Biblioteca dei Popoli»; cosí fino al vol. XII, del 1912; solo il VII vol. (le poesie del Whitman) ha la dicitura «diretta da P. E. Pavolini».

[85] Le parole fra parentesi quadre sono cancellate: ma valgono a mostrare almeno un dubbio nell’ordinamento dei primi 4 volumi.

[86] La lettera fu stampata nel «Corriere d’Italia» di Roma, il 30 giugno 927.

[87] L’Attilia (o Mattilia, come diceva il Pascoli) che ora compare, è la figlia dello Zi Meo; e ormai diverrà la donna di casa, fedelissima ai fratelli. Leggeremo le non poche lettere a lei, interessanti per la vita domestica castelvecchiese: ora... tecniche, ora scherzose.

[88] In data non lontana  parrebbe dal timbro il 25-5-1903, ma il 5 indicante il mese è incerto - era giunta al Pascoli a Castelvecchio da Forlí una cartolina illustrata: «Plausi e saluti dal memore maestro e dall’amico. Giosue Carducci A. Albicini». Solo la firma, ormai, era del Maestro.

[89] Furono pubblicate postume da Maria nel «Giornalino della domenica».

[90] La data di giovedí (se, come appare dalle lettere seguenti, il 5 era domenica, e il sabato dopo era l’11) sarebbe veramente il 2 luglio. Ma cosí il 3 sarebbe senza lettere, e il 2 ne avrebbe troppe. Non sempre le date pascoliane sono esattissime nelle lettere.

[91] San Giorgio era il collegio dove insegnò, come docente privato, a Livorno.

[92] Per una volta, non tralascio queste... notizie che, già vi accennammo, tornano invece frequenti nelle lettere: vedi anche a pag. 631.

[93] Salvo Salvi, «l’uomo giusto» di Barga, è già stato ricordato. Sarà poi commemorato in un bel discorso dall’amico Pascoli (v. Prose, I).

[94] Le copie delle sue opere da inviare, come si disse, a chi le aveva chieste dall’America, il Pascoli cercava di averle in omaggio per risparmiare sulle spese, e cosí guadagnarci, conservando «quasi tutto» della somma avuta.

[95] È il rifacimento in versi sciolti per i Poemi conviviali dell’Anticlo in esametri, già pubblicato in «Flegrea» nel 1899.

[96] In quasi tutte queste lettere (e anche piú nei periodi meno importanti tralasciati) c’è la sovrabbondanza di diminutivi che mostrano il tono, oltre che intimo, un poco «fanciullesco» di quelle abitudini di vita fraterna, e anche una comune disposizione di carattere. Piú che a I due fanciulli o a I due orfani avviene, con loro, di pensare a I due cugini.

[97] Anche per questa fase finale dello scontro fra i due poeti si veda, per maggiori particolari, nell’Omaggio a G. P. ed. Mondadori 1955, il carteggio Pascoli-D’Annunzio, a c. di A. VICINELLI. Ivi non diedi notizia del tentativo di riavvicinamento del giugno 1902; ora, dopo pubblicata la lettera del Briganti (v. Lettera agli amici lucchesi, a c. di F. Del Beccaro pag. 351) posso integrare le anteriori notizie e incertezze al riguardo.

[98] Pur nelle sole lettere al Caselli, basti vedere qui a pag. 123, 675, ove unisce D’Annunzio e massoneria fra i suoi osteggiatori; altrove lo accusa di plagi per il Fuoco — 23.V.901 —, o di essere fortunato perché la sua poesia «la trova nei libri» e non fa altro «che polverizzarci sopra lo zucchero» — 24.VI.901 —; e peggio, quando a proposito di V. Hugo ironizza su Gabriele: «il gigante e il suo ...stronzolo, un giorno che era stitico!». — 24.II.902 —; ma anche 18 maggio, 14 agosto 1901. E proprio a proposito della Francesca scrive che «i miei Due girovaghi, la mia Vite, il mio Ritorno delle bestie e altri canti di Castelvecchio non li darei per cento Francesche...: e ti giuro, che i posteri mi daranno ragione» — 25.II.902 — (e qui, c’era un poco piú di vero che non prima). Si vedano anche le lettere al Pietrobono (che in ciò gli teneva bordone) in Vannucci pag. 300, 303, 306...

[99] Gabriele spirò una seconda vita specialmente agli affreschi aretini su La leggenda della Croce e la Maddalena di Piero della Francesca, cantandoli nei sonetti su Arezzo nelle Città del silenzio.

[100] Sono accenni agli scritti elogiativi che, fra i primi, scrisse il D’Annunzio nel 1888 e nel 1892 (ricordiamo che si leggono nel cit. Omaggio a G. Pascoli).

[101] È il primo accenno a un motivo che Gabriele potenzierà verso la fine del Commiato a chiusura di Alcyone.

[102] Saranno certe laudi di Alcyone, composte e pubblicate prima del volume.

[103] Cioè Esiodo, poeta della Teogonia e del lavoro campestre. Il poema conviviale su Esiodo (Il poeta degli Iloti) uscí nel «Marzocco», n. 31 del 1904. Il motto greco vale «ringiovanito due volte».

[104] Il ricordo della sorella è connesso con la lettera precedente; ricordo piiú bello verrà poi col Commiato, di Alcyone.

[105] Di questa dedica non si fece poi niente.

[106] Annibale Tenneroni fu molto amico al D’Annunzio, che gli dedicò la Vita di Cola di Rienzo. Bella la definizione di certe poesie pascoliane, che si fanno col fiato... Il Pascoli però non mandò nulla.

[107] In cambio della dedica de La Figlia di Jorio propone al D’Annunzio quella dei Conviviali; ma nemmeno questa sarà fatta. E forse tutto ciò non è senza qualche significato.

[108] Nel segreto del cuore.

[109] «Molto manca».

[110] Si può ricordare la lettera di Giovanni a Maria del 3 luglio 1897: il D’Annunzio aveva chiesto «ova fresche e carne arrosto» (v. pag. 562).

[111] Su ciò, vedi P. F. Sarri, G. Pascoli e il p. Teodosio di San Détole, in «Studi francescani» 1934, ove sono pubblicate le lettere cui qui si accenna e quelle che, ancora nel 1904 e 1905, «Johannes Avicula» della Vernina scambiò con l’occasionale ispiratore della Pecorella smarrita; al p. Teodosio il poeta mandò anche alcuni suoi libri con dedica.

[112] Sono tutte le persone già nominate, con le quali ha le beghe a Castelvecchio. Petresche: di Pietro Arrighi.

[113] Da una lettera all’Ida Ferrari del 26-VI-905, in «N. Antologia», gennaio 1946.

[114] Gli fu proposta, anche, da Rimini, un’iscrizione per il defunto munifico musicista Giovanni Léttimi, cognato dell’amico Domenico Francolini. Pensava di farla: «Accennerei all’antica formula privatus census brevis commune magnum, che è a parer mio la formula pur dell’avvenire, che non sarà né del tutto collettivista, perché vorrà essere anche libero, né del tutto individualista, perché vorrà essere giusto e buono» (22 luglio 1903).

[115] Questi, secondo le voci del paese, sarebbero stati gli esecutori materiali del delitto.

[116] Per la cecca, o chèque, vedi le lettere precedenti.

[117] Gaetano Salvemini e Giuseppe Kirner erano due noti professori, benemeriti della Scuola italiana e degli insegnanti.

[118] Il «divino aereo fiore», come galantemente scrisse il D’Annunzio, doveva essere pubblicato dallo stesso editore di Gabriele; ma fu pubblicato nel «Marzocco» del 10 gennaio; e vi si aggiunse una postilla di Giovanni (Il perché di un’odicina) nel n. 4 del 24 gennaio. «Maria entra nella gloria» commentava con un sorriso felice il fratello, scrivendo al Caselli. Si veda ancora il cit. Omaggio a G. Pascoli, cd. Mondadori, nel carteggio fra i due poeti.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011