Maria Pascoli

Lungo la vita di Giovanni Pascoli

Memorie curate e integrate

da AUGUSTO VICINELLI

con 48 tavole fuori testo

Edizione di riferimento

Maria Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, Memorie curate e integrate da Augusto Vicinelli, con 48 tavole fuori testo, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1961

PARTE TERZA

CAPITOLO II

IL TEMPO DELL'UNIVERSITÀ DI MESSINA

IL POETA APOSTOLO

(1898  Ottobre 1903)

IL PRIMO ANNO DI MESSINA E LA NUOVA ATTIVITÀ (1898)

Il 3 gennaio 1898, secondo quanto avevano scritto all'Ida, Giovanni e Maria partono per Messina; e dopo essersi fermati alcuni giorni a Roma, anche per fare qualche spesa, giungono subito dopo la metà del mese in Sicilia. Alle spese del viaggio pare venissero in aiuto gli amici fiorentini: e il 19 di gennaio Giovanni chiedeva ad Angiolo Orvieto se le 300 lire le doveva restituire a lui o all'editore Paggi. [1]

L'alloggio che trovano, e non soddisfa, è in via Legnano 66, al 2° piano. La prima lettera all'Ida, del 19, ha ancora il senso dello smarrimento e quasi dell'esilio, anche per la mancanza di notizie: «Abbiamo passato giorni dolorosissimi a Roma. Nessuna consolazione ci è venuta da te ... Che n'è di voi? che n'è di Nannina, le cui scarpine sono sul mio tavolo e contengono le mie penne? E Myriam? La pena è grande ... Non mi dilungo a parlarti del nostro viaggio, del nostro arrivo... etc. etc. Abbiamo prima bisogno di tue notizie...»

Il 24 gennaio Giovanni fece trepidamente la prolusione, non senza attesa curiosa: tanto che ne parlarono anche i giornali. [2] Dell'impressione di Messina, della casa, dei primi giorni di laggiù ci dà varie notizie la vivace e precisa lettera che Maria mandò a Santa Giustina il giorno dopo la prolusione, aggiungendo non poco al poco che alquanto irritato scrisse, cominciando, Giovanni, sensibile alle noie dei trasferimenti...

Cara Ida, riceviamo la tua del 22 e apprendiamo con indicibile rammarico e sdegno lo smarrimento o peggio di una mia lettera e d'una mia cartolina scritte prima di partire da Barga. Premetto che noi non abbiamo nessun dubbio sui nostri di Barga; se sono state disperse o sequestrate, è avvenuto costà ... Tutte e due perdute? È inverosimile. Sequestrate? è piú che verosimile. Ora io ti dichiaro che siccome io non ammetto il matrimonio all'antica, in cui la donna è la prigioniera dell'uomo, sí che questi ha il diritto di aprirle e sequestrarle la corrispondenza ..., per queste ragioni una volta che io sia chiarito che a te non si può scrivere, io me ne asterrò totalmente e per sempre. Speriamo che questa ti sia consegnata.

E ora continuerà Maria.

Continuo io per darti tutte le nostre notizie e poi perché Giovannino è troppo dispiacente per ciò che ti ha detto. A me non ha fatto tanto colpo che non ti siano giunte la lettera e la cartolina perché me lo ero imaginato.

Dunque siamo a Messina città che per molte cose ricorda Livorno, ma non per la nettezza delle strade e per la lingua. Io non capisco niente di quello che dicono questi messinesi. Abbiamo preso (per forza, qua non se ne può fare a meno nella nostra condizione) una donna per il servizio di spesa e per le faccende di cucina. Il prezzo minimo dandole il mangiare è di 16 lire mensili; senza mangiare di 20 o 22 lire. È un affar serio. Per questo ti avevamo detto della Maria. [3] Ma ormai per questi cinque o sei mesi faremo alla meglio cosí ... Il vitto è caro, esclusi però il pane e il sale ... Gulí s'è adattato alla nuova residenza, ma tutte le sere bisogna fargli fare una passeggiatina ...

La nostra casa consiste in appartamento grandissimo dove restano vuote diverse stanze. La cucina è al piano superiore. Cosa che non ci piace. Qua non vi sono focolari con camino: ci sono solo i fornelli. Del resto del mangiare ne facciamo poco e semplice: ci sfogheremo poi a Castelvecchio, dove fin d'ora desideriamo ritornare. Lo stretto è bello e l'aria è buona sebbene molto scirocchevole. Però umidità non ce n'è punta.

Ieri, 24, Giovannino fece la sua prolusione. C'ero anch'io all'Università e c'erano pure molte signore e signorine. Il locale dove Giovannino parlava era rigurgitante di studenti e professori di tutte le facoltà. Ha avuto pieno successo ed è stato molto applaudito. Poverino, avessi visto com'era pallido e come gli tremava la mano che reggeva i fogli! Perché non devi credere che la posizione che si è fatto e lo stipendio che guadagna siano senza veglie e trepidazioni e fatiche e che qualche volta persino non gli sembri meglio morire che fare quello che deve fare. Tu sei felice al suo confronto e anche al mio che patisco quello che patisce lui! Ma non t'invidiamo perché ti vogliamo troppo bene.

Stasera i giornali di Messina parleranno di lui; ti manderemo quello o quelli che ci riuscirà avere. Anche ieri sera ne parlavano, ma a noi non c'è riuscito averne altro che uno che tengo io. Vedi, non ci arrischiamo tanto di comprarli quando si parla di lui; ma stasera ci faremo coraggio per amor tuo ...

Ti mandiamo le 50 lire di Gennaio. Non è giusto che tu rimanga senza quello che può bisognare a te e alle tue piccine. Solo intanto vorremmo sapere, se è lecito, dal tuo marito come stiamo a conti. [4] Ci dispiace del suo malessere. Fagli auguri di guarigione prossima e perfetta. Prevediamo che agli ultimi di Giugno sarà meglio che tu venga direttamente a Barga senza che noi passiamo di costí. Guadagneremmo tempo e denari facendo quest'altra linea ed eviteremmo false posizioni. Là poi staremo allegri, e Nannina e Myriam saranno contente e staranno bene. Preparati, che il tempo passa vertiginosamente.

Da' tanti baci alle care bambine. I ritratti oggi non sono venuti, speriamo che vengano domani. Sta' serena, voglici ancora bene e qualche volta compatiscici e compiangici nella nostra vita errante e faticosa. Oh molto spesso le tue lagrime si mesceranno alle nostre!

Baci infiniti a te, nostra adorata, dai tuoi fratelli GIOVANNI e MARIA

Messina, 2511898

Aveva fatto il broncio, Giovanni: ma l 'arrivo delle fotografie delle nipotine rischiara subito il poeta. E la lettera seguente, del 3 febbraio, è bella e serena.

Cara Ida, ti scrivemmo una raccomandata il giorno 25. Oggi tre, nessuna risposta.

Nani o Nannina è da per tutto, nelle nostre due camere da letto, nel mio studio. Mi alzo ed ella mi viene incontro con un sorriso, subito. E io grido: Nani, Nani. È la sveglia. Studio, ed essa mi guarda col capo... chino, con quel che di mezzo tra il riso e il pianto, che ha da seduta, con la sua cucca nella mano. Oh! poverina, come è bellina! come le vogliamo bene! E Myriam? Non fare preferenze neh! Povera Myriammina, che non trova nulla nelle sue botteghine. Attendiamo, impazienti e ansiosi e preoccupati, una tua lettera. Che cosa succede?

Vuoi nulla? Noi, bene. Ma molta melanconia spesso. Un bacino Nani, un bacino Myriam! Un bacio, Ida, dai tuoi lontani

GIOVANNI e MARIA

In questa alternanza di luci e d'ombre, naturale in chi si sta appena assestando, interviene anche – continuazione di lunga diatriba che si trascinerà ancora – la questione del già ricordato antico mutuo fatto dalle sorelle alla zia Rita David di Sogliano e mai riottenuto. È uno dei punti che piú fa irritare Giovanni: e almeno per sentire il tono nubiloso dell'emozione giova qualche passo di lettere al marito dell'Ida. Una gli aveva scritto il 7 febbraio da Messina, irritato contro Emilio David, ma con un tono bonario e scherzoso verso Salvatore: cui chiedeva gli raccogliesse vino da varie parti, ma per rifornire la cantina di Barga :

Qua non ne voglio. Già, non bevo troppo, qua : ho da tenere la testa a segno...» Più drammatica la lettera inviata subito 1'8: il poeta contadino pare trasformato in un energico uomo d'affari!

Caro Salvatore, ho ripensato a un passo della tua lettera, che mi rode incessantemente «relativamente alla somma ridotta a L. 2.092,10 come nell'Istrumento Sabattini 13 novembre 1890».

E tu non aggiungi una parola di meraviglia o d'indignazione? Non avesti tu, con l'atto di mutuo, l' atto di posposizione dell'ipoteca e di cessione di quelli appezzamenti in conto frutti? Dove li hai messi? Te li mandò l'Ida. Fa di trovarli subito subito. Non capisci che si tratta d'una truffa scelleratissima? Se è vero che la somma è ridotta a Lire 2.092,10, è vero anche (e tu non ti meravigli nè t'indigni) che quella copia, che tu possiedi, che ti mandò l'Ida, è falsa.

Io scriverò per avere la copia della procura minuziosissima mandata al Vici. Essa deve esistere ... Ma io mi stupisco della tua impassibilità... Sembra che tu consideri che io sappia che le cose .sono appunto andate cosí, con la riduzione di piú che 800 lire sul credito delle sorelle! Ma che razza d'uomo sei? Per che cosa Dio ti ha dato il cervello, e gli occhi, e le orecchie, e il cuore? Trova le carte, e mandale a me, con le nuove che ti sei procurato. Penserò io a tutto. E ne verrò a capo, non dubitare, subito.      GIOVANNI PASCOLI

Anche altro lo preoccupava: una nuova stampa dei Poemetti, a causa del fallimento Paggi, per la quale ora non trova l'editore (rifarà poi nel 1900 l'edizione col Sandron) e la pubblicazione dei Poemi conviviali. Ne scrisse al De Bosis, che era pur lui in un brutto momento e ormai non faceva piú l'editore: in risposta (4 marzo) l'amico diceva di non sapere che editore consigliargli, aggiungendo: «Per i Poemi conviviali non mi ritiro – se pure a te converrà aspettare il guadagno della vendita. Questo è il male . . . Malinconie! Malinconie! Bisogna scrivere dei capolavori sul genere del vecchio, [5] per aver reclame e quattrini!»

Era dunque ancor lontana dal quietarsi e aggiustarsi la vita messinese dei due esuli, tuttora spauriti e nervosi. Eppure essa già balenava per il poeta ricca di opere e di speranze, e forse di riconoscimenti.

Subito da Messina datava il 20 gennaio la Prefazione alla Minerva Oscura, dedicando il libro, che rinnovava gli articoli del «Convito», all'amico e protettore sen. Finali; e poneva cosí in modo piú deciso il prologo a quello che vedremo essere il dramma degli studi danteschi pascoliani. Ma ora lo slancio iniziale del critico è ben ancora vivo: e si rivela in forme polemiche; e lo induce a collaborare con tono baldanzoso anche a giornali non letterari. Il 14 febbraio esce nella «Gazzetta di Messina» una risposta alle critiche che il latinista Carlo Pascal ha fatto a Epos; il 19, subito, una recensione al libro Tra matti e savi del toscano-siculo Leopoldo Barboni, elogio a una forma di «letteratura nostra», serena, allegra, che rompa l'interdetto di quell'«antipapa straniero che si chiama il Nuovo Romanticismo, il Misticismo, il Tolstoismo, e che so io!» (siamo ancora prima dell'evoluzione messinese!). [6]

Si ravviva anche la vena poetica, che poi, vedremo, «sgorga impetuosa»; e nella sua meditazione egli sta ora compiendo il primo ciclo del suo pensiero: quello delle riflessioni estetiche, concretato nel Fanciullino (dal 1897) e nato dalle cònsone letture del Leopardi. [7] E il discorso La Ginestra, piuttosto penosamente letto a Roma il 14 marzo 1898, già accenna a un volgere dal momento estetico a quello morale, del male e del bene umano...: ma ecco, proprio subito al ritorno da Roma (e il viaggio lo fece con la febbre addosso, e un prete – affacciandosi apposta al finestrino – cercava di tener lontana la gente per farlo stare piú quieto) il poeta si ammala. [8]. Per mesi la volontà e i sogni di lavoro sono interrotti; e una nuova pena si aggiunge alle tante altre. Vien proprio da dire, con parola frequente nelle famiglie romagnole, «povero» (anzi piú dialettalmente «poverino») Pascoli!

Indizio delle preoccupazioni e occupazioni per la malattia è l'interruzione della corrispondenza con la sorella Ida. Nulla nel mese di marzo; una lettera rimastaci non integra a Ida e Salvatore deve essere dei primi di aprile: ci interessa per lo sfogo contro la Romagna (determinato dalle questioni finanziarie con i parenti) ma anche per le notizie della malattia. Si era forse parlato di un eventuale ritorno nella terra patria... Ma fra gli altri «punti» negativi Giovanni ricorda questi:

Dove trovare la casa che sogno? Io dico liberamente che in Romagna non ci torno. Posso ripassarci per voi quattro; ma fermarmici, mai! abi tarci nemmeno per sogno! Dunque in Romagna, no. Primo dissidio tra me e voi ...

Io sono in piedi, debole, affranto, ma in piedi, convalescente. Però non appena cominciata la mia convalescenza, s'è ammalata la povera cara eroica Mariú.., dello stesso male... Capirai il mio stato d'animo e la nostra situazione. Ti scrivo per dovere, non perché io veda che le notizie nostre t'interessino molto. Era destino.

Un bacio alle bambine e a te da tutti e due. Tante cose a Salvatore.  GIOVANNI

Nella seconda metà di marzo c'era stato il primo attacco del male per Giovanni; al principio d'aprile sottentrò Maria, l'infermiera dolce ed eroica; verso il 10, lei era guarita; ma poco dopo la metà di quel mese piombava la peggiore e lunga ricaduta del fratello, da cui si riebbe solo quasi alla metà di maggio, iniziando debolissimo una lenta convalescenza: soltanto ai primi di giugno poteva pensare di riprendere a lavorare un poco. Qualche cosa di quelle pene e di quelle ansie (e anche di quelle ire che spiegano certe frasi) balena dalle lettere di Maria a Ida.

Scriveva Maria il 14 aprile:

Da vari giorni io sono perfettamente ristabilita e ho ripreso in tutto per tutto il mio solito metodo di vita. Non così Giovannino ...; perché, carissima Ida, Giovannino ha avuto il tifo! Per fortuna che l'organismo era forte! Io odio Messina, e il suo bel cielo sempre nuvolo, il suo mare che non vedo, e il suo popolo ... Ma non c'è speranza che Giovannino ne possa uscire almeno prima di qualche anno ... Non ne puoi avere un'idea ...; paghiamo carissima anche l'aria che puzza di conceria e di gas... Bisogna cuocere tutto ... Non ostante tutte queste precauzioni, il male è venuto lo stesso ... Giovannino non può non deve occuparsi in lavorare, e tu imagina ...

E ora giacché ci sono, mi sfogo un altro po'. Il concorso d'Olanda quest'anno è stato vinto (un mese oggi) da un olandese (campanilismo) certo prof. Hartmann e Giovannino è rimasto secondo. [9] Tu certo non hai bisogno di commenti a questo affare, non hai bisogno che ti dica quanto questa notizia abbia contribuito ad accrescere il male fisico e lo scoramento morale...

Ieri fu spedito all'usciere della pretura di Sogliano l'atto di messa in mora per il pagamento del nostro credito. Vedremo come andrà ... MARIÚ

Il 16 aprile Giovanni poté ancora scrivere: e si trattava non di ricevere bensi di spedire dei soldi (lire 250 avute dal Sandron) per prorogare una cambiale col signor Tosi di San Mauro... [10] Ma fino ai primi di maggio la febbre infuria, come scrive Maria il 26:

«Se vedessi com'è dimagrito! e chi sa ancora quanto dimagrirà, specie nella convalescenza che sarà lunga ... Prega, Ida mia, che si rimetta presto ..., che gli possa tornare la sua allegria, che ora è sparita. Toltone qualche sorriso a me il suo dolce viso è sempre mesto».

Maria sarebbe voluta tornare al piú presto a Castelvecchio:

«Che dobbiamo rimanere a fare qui? a morirci? Egli teme sempre che possano dir questo e quest'altro, che non fa scuola etc etc.; io non temo niente. Tanto quando s'è fatto bene bene, i malevoli diranno sempre male. Abbiamo preso un bravo dottorino che sta vicino a noi e speriamo che saprà guarirlo bene. [11] Ma le spese!

E poco dopo:

Siamo al 4 maggio e il minimum di calore (febbre) che ha nella sera è 39. Domani, sono 21 giorni che gli sono ricominciate le febbri; per solito al ventunesimo giorno si staccano a tutti; vedremo se si staccheranno anche a lui... Il Finali ci fa in questa circostanza un'assistenza veramente paterna... Ora poi è certo che appena Giovannino potrà reggersi andremo a Castelvecchio ... Tutti i nostri mobili che abbiamo qui li collocheremo in un magazzino che abbiamo già trovato, e speriamo che quest'altro anno possano ritornare nell'Italia continentale ... Fa che si sappia che Giovannino è e che è stato tanto male. Del resto si sa a San Mauro, ma nessuno s'è degnato di mandargli un augurio. Bravi, bene, benone! Ma Giovannino saprà anche rinnegare quel paesaccio che, in fin dei conti, è stato sempre micidiale per tutti noi.

E il 9 maggio:

Carissima, Giovannino comincia a rimanere per molte ore di seguito senza febbre; ciò mi fa credere imminente la convalescenza.) [12] E ne ringrazio già i miei protettori invisibili e spero che nient'altro sorgerà a trattenerlo in letto. Se tutto, dunque, procede bene, presto, prestissimo lasceremo Messina, e torneremo ai nostri monti...

Bacia le adorate bambine e falle star bene; saluta il s. Salvatore e tu ricevi un abbraccio da Giovannino e dalla tua  MARIA

Di tutte quelle ansie, di quei sacrifici, di quei dolori, di quelle preghiere (nascoste), di quei baleni di poesie da compiere («nella febbre sognavo Le sirene e il poema sorgeva nella mia fantasia terribile come un sogno di febbre»: al De Bosis, 24 luglio), di quel farneticare su un ritorno dei poveri morti... resta l'eco commossa del canto La mia malattia.

L'altr'anno, ero malato, ero lontano

a Messina col tifo. All'improvviso

udivo spesso camminar pian piano ...

nostra ...

Quelle sere, Maria, non, come suole,

pregava al mio guanciale ...

quelle preghiere, oh! sí, Maria le disse,

quelle preghiere, ma da sé, ma ebbre

di pianto, ma di là... che non sentisse

suo fratello, che aveva alta la febbre...

La voluta (e ancora un poco faticosa) ripresa delle lezioni e del lavoro è annunciata in una lettera a Pirozz del 3 giugno, in cui si sentono le energie risorgenti. [13]

Carlo Pirozz, non t'affannare: so che i miei cari Sammauresi mi vogliono bene come io ne voglio a loro. Il mio male (tifoidea, nella quale ricaddi, che si attaccò alla mia infermiera, alla forte e soave Mariuccina) è, speriamo, finito. Rimettiamoci al lavoro con la forza di prima! Da' un bacio a tutti gli amici e rispettive mogli e bimbi. Ci rivedremo presto? Chi sa? Messina... io ho ferma fede che finirò col trovarmici bene. Ho anche qua i miei nemici, ma la città ci tiene, l'Università si onora del vostro umile cittadino. Non dubitate: in nessun luogo farò torto alla mia patria ...

Viva la Romagna! Abbasso la reazione, il tifo e l'invidia! Tante cose da Mariuccina a te, alla tua gentile sorella, a tutte a tutti, uno specialissimo abbraccio ad Enrico Tognacci. Di' ... che preparino Champagne La Tour a ruscelli. Vostro   GIOVANNI PASCOLI

E davvero il Pascoli riprese lentamente le sue fatiche, contro il desiderio di Maria, che voleva tornare a Castelvecchio: «non ancora guarito, per proteggere la mia reputazione contro i nemici occulti e palesi, ripresi le lezioni con incredibile spasimo mio corporale e pena morale di Mariú...» (al De Bosis, 24 luglio); e fece gli esami; e ricominciò anche a scrivere... Il 27 giugno il «socio» G. Pascoli teneva infatti nella R. Accademia Peloritana la Commemorazione di Diego Vitrioli (Un poeta di lingua morta); e già componeva anche versi: per i moti del maggio aveva scritto l'inno Pace, preludio anch'esso al suo apostolato sociale («Lasciate alla Morte la messe – degli uomini! ... – Lasciate la morte alla Morte!», dedicandolo «All'Augusta Donna che pianse nelle sventure e pregò per la pacificazione del suo popolo – Messina, Maggio 1898»)... Senza dubbio si preparava uno dei tempi migliori per il poeta e per l'uomo Pascoli: la crisi del 1895-1898 sta finalmente per essere superata.

Sul finire di giugno si parte per Castelvecchio; il 29 erano a Roma, il 30 a Pisa (là Giovanni scrisse e qui impostò una cartolina per il sen. Mordini) ; al principio di luglio eccolo a casa, ove sperano venga anche l'Ida. Il paese è in festa! Ce lo dice Maria anche per Giovanni il 12 luglio.

Carissima Ida, ricevemmo qui a Castelvecchio la tua letterina in data 28 Giugno e diretta a Messina. Abbiamo pure ricevuto l'ultima tua cartolina, quella di Salvatore e la damigiana di vino. Il vino è eccellente e vi ringraziamo tanto ...

Quando ci rivedremo? tu domandi. Magari domani, magari subito ... Potresti venire tu, se ne hai volontà e se hai il coraggio che ci vuole. Puoi imaginare come saresti accolta e come sarebbero accolte le tue due soavi appendici. Pensa e risolvi.

Giovannino va migliorando, grazie a Dio, in questa purissima aria e ha ripreso un buon appetito. Certo, se non avesse tanto da lavorare e piú il pensiero del lavoro, starebbe meglio. Avrebbe avuto bisogno ora di qualche mese di perfetto riposo e invece... può riposar poco anche la notte. Oh! non arriverà mai per noi il giorno della tranquillità? Io sono tornata da Messina molto, ma molto brezzolata. Se vedessi!! ...

Quando arrivammo a Castelvecchio questi buoni paesani ci fecero una dimostrazione di simpatia proprio gentile. Spararono a varie riprese molti colpi di fucile: pareva una scarica di guerra. Intanto alla Chiesolina di San Niccolò, che è la nostra Chiesa parrocchiale, sonavano un bel doppio di campane per salutare il nostro arrivo. È stata una dimostrazione che ci ha commossi e compensati in parte dell'indifferenza di un altro paese che pur dovrebbe via via farsi vivo con qualche buona parola e con qualche augurio. Qui ci vogliono bene, e qua resteremo.

Scrivi subito, Ida mia, e da' buone notizie di Nanna e di Myriam ... Giovannino non so se potrà scrivere oggi, ma certo scriverà al piú presto possibile. Sta' di buon animo e abbiti cura. Ama sempre i tuoi

GIOVANNI e MARIA

La corrispondenza tuttavia sembra adesso piú lenta: certo perché il poeta lavora («come un cane») anche se poi il lavoro gli sembrerà praticamente inutile. Oltre ad alcune poesie (per es. Bismarck — era morto il 30 luglio — per la «Tribuna», sulla qual ode scrisse una lettera al sammaurese Federico Paolucci spiegando «il sugo della breve e non bella poesia», che intenzionalmente è contro la guerra) deve esserci stata allora un'attività specialmente di elaborazione (2a edizione dei Poemetti, continuazione dei lavori danteschi, e compilazione di Sul limitare, l'antologia destinata all'editore Sandron, per la quale curava specialmente le traduzioni metriche di Omero, come dice al De Bosis). Nell'estate, avuto in dono il volume di versi Iride umana di Alfredo Baccelli (che ringraziava con lettera del 15 luglio) tradusse in una saffica latina l'ode Al Monte Rosa, con dedica alla Regina Margherita: Margarethae Sabaudae Italorum Reginae – Ex Alfridi Baccellii carmine traslatum.

Poco quindi resta della corrispondenza domestica di queste vacanze: il «frettoloso» Giovanni (31 agosto) aveva tanto da fare; «si combatte per il necessario, non per il superfluo ...; il mio lavoro delle vacanze è stato tutto inutile» (non avendo finito Sul limitare, non ne avrebbe avuti tutti i soldi: cosí in due lettere senza data); in casa domina «l'atroce pensiero che tra pochi giorni» il Pascoli doveva «andare a Messina da solo» (31 ottobre).

Interessante pure un rapido scambio epistolare col De Bosis, triste anche lui, preoccupato, e persino dubbioso della stessa amicizia pascoliana. A qualche lettera si è già accennato: possono interessare queste due, che rivelano certi sentimenti (e risentimenti) pascoliani, e quel suo esasperato individualismo.

Carissimo Adolfo, ... o senti: da Messina risposi a una tua lettera che sollecitava le Sirene. Ero malato gravemente di una ricaduta di tifo. Non potevo reggere la penna e poi ero a letto; dettai a Mariú una lettera per te, nella quale dicevo, tra l'altro, che nella febbre sognavo le Sirene e che il poema sorgeva nella mia fantasia terribile come un sogno di febbre; che speravo di poterlo fare nella prima metà di Maggio nella quale speravo di essere guarito ...

E tu? Tu (senti un consiglio) tu devi fare il poema del finimondo, o in versi o in prosa, o a romanzo o a dramma, o liricamente o epicamente, ma lo devi fare. Se lo facessi come l'hai imaginato, prenderesti la testa. Perché è vano lusingarsi: Gabriele non crea, e chi non crea non dura a lungo. E tu invece sí, crei, o meglio creeresti. E invece (cosa strana!) non vuoi che tradurre. Lascia il tradurre ... Il mio consiglio l'ho dato anch'io: [14] è il mio primo, credo, che do; perché non mi sono mai creduto di tanto.

Il Carducci?!?!? Non leggesti tempo fa una di quelle sue dichiarazioni di finta energia (esso è un uomo mollissimo che scrive da forte) nella quale diceva di «non aver mai fatte né accettate dediche»? Non pensasti all'Epos mio? E ci ho le mie lettere di accettazione gioconda e di lode! Quanto al Leopardi, egli cita il Martinozzi che prende dalla mia conferenza. Ecco dove il Carducci assomiglia a Gesti: questi amava gli umili, esso ancora, ma più che gli umili, i mediocri. Che sugo! A ogni modo non si fa la nostra vita senza esso e in ciò è gran piacere e grande onore.

Come sta la signora gentile? Mariú (che è entrata nella letteratura italiana col nome di Sibylla: leggi «Marzocco») le si ricorda...

Io ho da fare cose molto noiose, sempre cercando e sempre invano (almeno sin ora) d'uscir di cenci. Mi ci vorrebbe un successo ... Tante cose dal tuo    GIOVANNI PASCOLI

Barga, 21 luglio 1898

Mio carissimo, cioè il piú caro, e, sto per dire, il solo caro; mi pare che si arrivi pianin pianino a una cara e unica fratellanza fra noi. In tanto mi fanno un gran male le molte cose amare che accenni e non dici. Spero di presto poterti udire e ascoltare, meglio che leggere ... Sarò a Roma per poche ore, ma che saranno dedicate a te. E sentirò te, e tu sentirai me. E sopra tutto sentirò l'inno a Posidone, che mi aspetto mirabile. E già lodo che tu cominci (veramente hai già cominciato) a trar partito dalla larghissima profondità del tuo ingegno, per fare e per non rifare, sia pur benissimo. Invece io queste vacanze le ho impiegate quasi tutte a rifare, a tradurre, cioè, in ogni sorta di metri, specialmente classici, ben differenti dai barbari. Il tutto sta vedendo la luce in un'Antologia. E poi tra breve farò il libro sulla metrica classica a Gabriele (se, tastagli il polso, sentirò che mi vuole ancora bene); se no, a te, mio caro e unico ... [15]

Come ho lavorato e lavoro! Ma mi vedo a mano a mano portar via tutta la mia mietitura da ingordi e infami editori, specialmente dal cav. venditore di canzonette Giusti. [16] E non c'è verso. La legge è tutta per favorire i bricconi. Vedi: in ogni mia azione tu scoprirai questo: che io non ho nessuna fede nella giustizia umana e sociale. E non mi faccio ragione da me, perché in capo a questo atto mio vi sarebbe la solita giustizia ingiusta che punirebbe me, essa che i birbanti li lascia sempre impuniti. E Turati è in galera. Avevo chiesto alla «Tribuna» se accetterebbero (essi che accettano articoli anarchici del Morello) un dignitoso articolo sulla sconvenienza di tenere in galera dei galantuomini, in Italia, dove una buona metà dei delitti neri resta impunita (e io ne so qualcosa, e avrei scritto con vera eloquenza); ma non mi hanno nemmeno risposto, e invece dicono male di miei versi, che ho avuto torto di mandar loro.

Oh! venisse un giornale fuori d'ogni partito, ma disposto a dir la verità a tutti, alti e bassi, quelli turchini e rossi, partendo da un luogo elevato di coscienza e di sapienza! Mettiamolo fuori! Troviamo i capitali! Io sento il bisogno di dire ciò che penso, restando sempre fuori d'ogni fazione, poiché non ce n'è alcuna alla quale io possa dire: sono con voi, e anzi non debba dire: non sono con voi. No: né anarchici, né marxisti, né repubblicani, né realisti, né clericali. No e poi no. Nel primo articolo diremo: chi scrive etc., s'impegna di non far mai nulla per essere deputato, e s'impegna di rinunziare, ora e sempre, qualora lo facessero.

Un bacio, ché presto parte il ragazzo che imposterà la presente. Ahimè dopo te e Roma, c'è Messina e i colleghi... Puah! Tuo   GIOVANNI P.

Castelvecchio di Barga, 10-8bre-1898

Certo, ormai era tempo di tornare a Messina, essendo già finito ottobre. Ma, come si è accennato, una grave decisione avevano preso i due inseparabili fratelli: Giovanni sarebbe andato a Messina da solo (forse perché nel dubbio di tornare laggiù aveva abbandonato l'appartamento, tanto che tutti i mobili erano stati accumulati in un magazzino) e vi sarebbe restato fino a Natale, per sistemare il nuovo alloggio. In quelle vacanze sarebbe tornato a Castelvecchio a prendere Maria... Ma a confermare e insieme a sconvolgere il piano giunge un'improvvisa lettera dell'Ida, che deve essere della fine di ottobre: la sorella, piú volte invitata, senza effetto, annunciava che sarebbe venuta a Castelvecchio con le due figliolette. La ragione, pare, una specie di epidemia di tosse convulsa che c'era in Romagna, come può dedursi da una piú tarda lettera del 1° dicembre 1899.

I due fratelli godono e insieme sono spaventati dalla notizia; e Giovanni si affretta a descrivere in una sua risposta tutte le difficoltà del viaggio e della permanenza lassù; l'Ida naturalmente prese un poco in mala parte quelle parole, onde la seconda lettera di Giovanni, forse dei primi di novembre.

Cara Ida, mando apposta uno al Ponte di Campia (conosci questi luoghi) sulla via della diligenza per mandarti con la solita fretta risposta alla tua ultima. Maria piange amaramente, vedendo come tu hai preso la mia lettera. Oh! no. Una volta ancora per sempre ti dichiaro che la casa che fondai sono già 13 o 14 anni è la casa di tre, Maria Ida e Giovanni. Ida ha due piccine? Ebbene anche loro sono di casa. Tu non sei un'abbandonata. Tu hai due case, la maritale e la paterna. Ti avevo fatto conoscere le difficoltà del viaggio – per dovere – e le nostre transitorie ristrettezze, perché tu venissi, poverina, con poca aspettazione. Ma ti attendevamo. Un giorno che Gulí era inquieto, andavamo a ogni rumor di carrozza, a ogni tintinnar di sonagliera, alla terrazza. Sino a notte buia ti aspettammo! Vedi se noi siamo reluttanti. Oh! come? non ci conosci dunque piú? Vieni dunque, se vuoi ... A Lucca sarà un di noi, piú probabilmente Maria che è per riuscire piú utile. Un'altra cosa. Se vieni a fare un po' di cura di aria, non ti mettere in testa che qualche settimana basta. E anche quello strapazzo è bene rinnovarlo a una certa distanza. Di' a Salvatore, se ha del vino da vendere, che lo venda a me e cominci con fare il conto del suo avere.

Dunque, carina, se te la senti, vieni, vieni alla casa di tua sorella e tua. Vieni a inspirare il vecchio poeta con le due creaturine. Va là! Faremo fare da un eremita di qui de' gioiellini di cune... di vimini. Un bacino, Nanni (ti farò fare le paste buone), un bacino, figlioccina Myriam dai due amantissimi   GIOVANNI e MARIA

E cosí fu: Ida giunse con le due figlioline, accompagnata da Salvatore, ma dopo il 20 di novembre (lett. del 26) quando Giovanni era già partito, solo (nemmeno Gulí!). Subito dopo la metà di novembre, con una breve pausa a Roma il 17 (andò al Ministero e dal Chiarini a raccomandare la nomina a Messina di Manara Valgimigli, come scriveva ad Antonio Valgimigli il 22), egli giungeva a Messina (forse il 18); e poté insediarsi nel nuovo alloggio di Piazza Risorgimento, Palazzo Sturiale, un poco in disparte, ma moderno, abbastanza vasto, sicuro contro il terremoto; e pulito (anche se non d'attorno), raccolto (anche fra le grida e lo scampanio della strada). E godeva, compiaciuto di una bella vista, da una parte sui monti coronati dal forte Gonzaga, dall'altra verso il mare e l'Aspromonte oltre lo Stretto. E c'era anche uno «studio-camera stupendo» per lavorare.

La piccola grande attività dell'impratico poeta (che assestava l'appartamento e andava, brontolando, ad aprire la porta) elaborava però quel periodo mirabile e fecondo della sua vita che si delinea anche nelle continue, lunghe, abbandonate lettere che scrive a Maria. Né piú ci meravigliano le effusioni di quel cuore, ormai incapace di battere da solo, e cui la solitudine apre, sí, ora ancor piú la via al sospetto e a un poco di misantropia — mentre talvolta lo dispone perfino ... alla preghiera! — ma anche gli concede un tempo di mirabile originalità. Anzi, anche questo tono diffidente cambierà nei giorni migliori di Messina. Sentiamolo.

19-9bre1898 — ore 13½

Mia adorata Mariuccina, puoi immaginare la mia desolazione per non aver ricevuto né tua lettera né tua risposta al mio telegramma di ieri, presentato alle ore 10½. Mi darei alla disperazione, se non mi rendessi ragione del ritardo ... Per il telegramma, devi sapere che è arrivato nello stretto quel gran seccatore dell' imperator Guglielmo, che spedisce giornalmente centinaia di telegrammi sin di 400 parole l'uno, che hanno la precedenza su tutti i privati. Un figlio non può aver notizie della madre morente, Nav. non può dare le sue né ricevere le notizie della sua Mariú, perché quell'imbecille vuol darsi l'aria di governare personalmente i suoi stati. Ho mandato poco fa un altro telegramma con rp. e spero oggi di ricevere quando che sia tua risposta ... Dio mio! che io debba rinnovare la nottata di ieri? Quanto piansi rimettendomi su quel letto, dove tanto maternamente, eroicamente tu mi curasti! Risentire quelle lugubri voci dei ragazzi che vendono la calia e i lupini! ... Come ho pregato teneramente per te! Con tutta l'anima! Con tutte le mie lagrime ...

Ora ti trattengo sulla casa (a proposito, sono arrivati il baule e la cassa: 34 lire). La casa ha il difetto di essere un po' in disparte, ma è pulitissima, raccoltissima. I mobili vi fanno una figura straordinaria, specialmente dopo le innovazioni che faremo io e te. Il salotto con la tua robina è un amore. La tua camera stupenda, il mio studio-camera stupendo. Hanno messo nel salotto, oltre le poltroncine etc. che erano nel salotto da pranzo, anche le altre che erano nello studio, salvo la poltrona che è nella mia camera. Il bel canapè è nella tua camera. Che bei ronfadin che ci farai! Il salotto da pranzo ristretto è un incanto. Quando ci saranno le persiane e qualche tenda, sarà il piú bell'alloggio che ci sia in tutta Messina. Ci vogliono anche quadri e un tappeto almeno per il salotto. Vedremo. La cucina allo stesso piano, il cessino magnifico e dentro, non esposto. La saletta ultra magnifica. Di questo sono contentone e sarai contentissima tu. Perché ci lavoreremo e sogneremo molto bene.

Questa mattina sono stato alla laurea... S'era cominciato a mormorare perché io non venivo. Se non venivo, facevano di me ciccia da salame. Ho fatto bene, ma facevo meglio se portavo anche te. Sia detto per un'altra volta. Domani, magistero; posdomani inaugurazione; il giorno dopo scuola. Scuola, cosí ha voluto quel grand'uomo di Cian .. . Cesareo va prof. ord. a Palermo!!!!! In odio al Carducci, il quale, odiatissimo dai miei nemici, si permette di odiare me, d'accordo in ciò solo con loro ... Tutto ciò, per divagarmi. Io penso a te, mio musino bianco, che chi sa come stai melanconica ... Mille baci a te e a Gulí dal tuo    NAV.

E subito dopo, forse il 20, aggiungeva:

...Io lavoro, e lavorerei calmo se non fosse tutto questo disordine di cose. Domani inaugurazione e mercoledi prima lezione. Le lezioni dureranno pochissimo. Spero di terminare in questo frattempo Pecudes e dare una buona abbozzata a Sosii fratres. A marzo... oh! potessimo goderci! Ci saranno molte vacanze. Ti ripeto che nella casina starai benissimo, non ostante quelle grida, quello scampanio uniforme, la sporcizia di qua e di là... etc. etc. Ma staremo benissimo, coi nostri caffettini, con le nostre fumatine, colle nostre cenettine.

Io faccio scrupolosamente quanto mi hai suggerito. Ho fatto, con l'aiuto di Sala, persino l'acqua bollita. Non bevo vino che annacquato con due o tre volte tanto d'acqua. Mi seccano, spec. il Cian, con la grassezza. Stasera sono invitato dal Bertaccone. [17] Sono stato spesso a mangiare frugalissimamente dal Michelangeli, che ha l'acqua bollita...

Vengo a letto presto. Poco posso dormire sul principio per i pensieri della tua lontananza e afflizione. Poi m'addormento e ti sogno. I libri sono all'ordine. La biancheria e i panni li ho messi nell'armadio, e nel mio comò. Ho fatto tutto da me. Oh! come staremo benino benino nel bell'appartamento ... Intanto darò una buona strozzatina all'antologia. Quando sarai qui non puoi immaginare quanto lavoro faremo. Ne farei ancora, se non dovessi andare qua e là, per mangiare, per prendere le lettere, per inseguire i telegrammi etc. etc. Una pace, non ostante i rumori! Voglio procurarmi molti quadri e prendere – poi – cornici a buon mercato. Anche le persiane saranno a posto dentro Decembre. Bella vista! Dalla cucina il forte Gonzaga sui monti! Dall'altre finestre il mare, su l'Aspromonte, interrotto qua e là da caseggiati nuovi o in costruzione. Non credere però che ci sia la perfezione!

Salutami Tono, la Chiara, il compare di campagna e quello di città, il signor Giuseppe, tutti, Meo compreso. [18] Dimmi tante cose. Domani forse ti spedirò degli eccellenti fichi d'India. Un bacio, un abbraccio, o musino bianco, o musino nero, dal vostro  NAVIN

21-9bre-1898

Mia adorata Mariuccina, ... solo oggi e tardi ho finalmente!!!!! veduto le tue belle zampette di gallina, coi tuoi spropositini di ortografia, con la tua anima, col tuo affetto, con tutta te! ... Ti do notizie mie. Sto bene di salute; solo ho gli occhi riscaldati. Stento molto a dormire, pensando a te. Unico rimedio, pregare e piangere. Il giorno, quando posso essere libero dalle noie ufficiali e dalle noie casereccie (per es. questa mattina hanno messo il campanello – uno di quelli a spingere – e ce l'hanno messa tutta, e io sempre li), quando posso essere libero, studio. Ho preparato il corso primo, ho rimandato le bozze a Sandron, ho messo all'ordine i libri, mi son rimesso a pecudes. Io non ti so dire come staremo bene, tranquilli e raccolti...

Il Caselli era a dirittura delirante! La leggeva forte e rileggeva. Avessi sentito quel distico! Sonava nella sua bocca ignara come nella mia dotta. Il problema è risoluto. [19] Anche la lettera del Guiccioli è una gran soddisfazione ... Ti ho già scritto che il Cian, umile servo del Graf, e il Graf e altri due o tre Carneadi, per far dispetto al Carducci, hanno dato il posto di ord. d'italiano a Palermo al Cesareo ... Quella è la strada maestra; e dire che se non era il Codronchi, io dovrei subire anche questa mortificazione!!!!!

Soddisfazioni qui, nulla per ora. Ma sono sicuro del fatto mio. Ti ripeto che se non venivo, erano guai serii. Avevano già cominciato. «C'è l'esame del Pascoli, ma il Pascoli non c'è!» E via di seguito. Era una necessità. Vedremo quest'altr'anno ... Ieri sera fui da Bertacchi. Magnifico pranzettino. La signora non fece che parlare di te, e io... altrettanto. Cosimo è molto buono.

Mi viene anche l'ispirazione poetica... A domani, cioè ad oggi un'altra lettera.   GIOVANNI

Si noti quel «mi viene anche l'ispirazione poetica». Ma quanto a... motivi letterari, può incuriosire qualche periodo della lettera seguente.

Mia adorata sorellina Mariú, ecco la corrispondenza avviata regolarmente ... Ti do mie notizie.

Oggi ho lavorato molto per la scuola e per i Sosii fratres. Domani prima lezione. Non vedo mai nessuno ... S'intende, che chi vedo, mi domanda di te. Mi accorgo anzi che desti interesse piú tu che io. E non mi dispiace, perché ti voglio proprio bene, benissimo, ultrabenissimo.

Per Manara [20] andai in casa del Chiarini. La signora e il Dott. Piero hanno preso appunti per lui ...

Seguiterà domani 23, la lettera, dandoti notizie, se ce ne saranno. Ma prima voglio riprendere un antico e tremebondo discorso. Nella «Rassegna» venuta oggi qui, non c'è che una poesia del Pirandello (sai, il mio invido e imitatore critico disonesto) e nessun cenno d'altre poesie da stampare. Che il Bacchiani o il Belvederi non l'abbiano mandata? [21] Che sia caduta nelle mani del Pirandello e d'altri redattori miei nemici, nell'assenza del Garlanda? Sono cose che non sapremo forse mai: tanto quella canaglia è gesuitica. Nello stesso numero c'è un articolo del mio astiosissimo Fleres, [22] in cui parlando della Brunamonti tace di me, anche quando l'imitazione di lei è evidente, e nomina il Carducci e il D'Annunzio come i soli poeti italiani odierni rilevati o notevoli, non mi ricordo. In terra inimicorum... Roma mi ha espulso. E si goda i suoi Fleres, i suoi Gnoli, i suoi Pirandello etc. etc., i suoi Baccelli, dimenticavo ... È tutta una piccola massoneria ... che s'è imposta alla «Tribuna» ... Per la cronaca: Pirandello e Fleres sono due siciliani. Mi dispiace. Fanno la triade col Cesareo che mi metteva col Targioni, come imitatore del Marradi. A proposito eccoti una poesia del Marradi. Come vedi, seguita a ballare sulla mia musica. [23]

Ore 22. Ho ricevuto, tardi, il tuo telegramma e ho già risposto; ma tu non vedrai la risposta che domani. Nel mio animo è un turbine di sentimenti, rimpianto, tenerezza, dolore, pietà... O mia Mariuccina, nel tempo stesso che piango che il tuo destino sia stato quello che è stato, pure ti giuro che nella casa tua, presso il tuo Nav, tu hai tanto amore quanto non avresti avuto, non avresti, non avrai altrove, presso altri. Quindi sta serena, e lasciati pure andare alla gioia di riabbracciare la tua sorella... Oh! vedervi abbracciate insieme! E fa anche per me, intanto, tante carezze alle due figlioccine ... Pensate al lontano che pensa a voi: pensate a quello che non avrebbe e non ha cambiato mai per voi, per amor vostro, di condizione e di cuore.

23. Ore 11.

Ho fatto la mia lezione Catulliana. Sabato mando al Cecchi di che fare almeno un foglio del nuovo volume. [24] Oggi e domani dedico tutto ai poemi latini, non avendo che fare per il Sandron. Vedi che lavoro! ... Oh! non vedo l'ora di riessere con te! Io mi disavvezzo persino a parlare, cosí solo. Mi descriverai poi tutto, arrivo, impressioni, Myriam... E mi dirai che sei piú tranquilla e serena, aspettando la mia venuta che non può molto tardare ... Tuo          GIOVANNI

23-9bre-1898

Appena giunta l'Ida a Castelvecchio (circa il 22 novembre) si va subito concretando un'altra idea, quella di far venire giù Maria. Ormai le lettere parlano soprattutto di questo, e delle trepidazioni per cosí lungo viaggio per quella donna sola! Ma appunto l'arrivo dell'Ida ritarderà fin verso la metà di dicembre la partenza: la quale avverrà soltanto dopo che Giovanni avrà convinto Maria di non poter andare lui fino a Castelvecchio, interrompendo cosí presto la scuola. (Ad ogni modo si può osservare come, finché l'Ida fu a Castelvecchio, Giovannino non vi tornò).

Il 24 altra lettera interessante, che si espande anche poeticamente.

...Avrai già ricevuto tutto, spero ...

Rivedermi e poi morire??? Ché! vogliamo, potendo, campare, e deliziarci in capolavori.

Oggi gran lavoro di pecudes e Sosii. Noi vogliamo accomodarci di non lasciare per Castelvecchio che lavori artistici, da farsi, concepirsi almeno, anche passeggiando e, magari, viaggiando. Gli altri lavori mi riescono piú qui. Non so come, ma il chiasso e il fracasso mi riconcentrano: costà il silenzio interrotto solo dai grilli e dalle cicale e dal fragore del Serchio, chiama l'anima a sé, lungi dalle prosaiche cartelle Giustiane. Non è vero? Fàcci un pensiero su.

Un bacio infinito dal tuo Giovanni. Dà tanti baci all'Ida e alle sue bimbine! Oh! trovino nell'ospitale casa paterna la sicurezza e la gioia! Fa fare, o compra delle cunettine di  vetrici. Fa che si trovino comode. Ma già! consigli superflui! Un abbraccio generale, amate mie! A rivederci presto, poverina! Non vedo l'ora. Tuo   GIOVANNI

Il vento mugge, il mare è tutto sparso come di pecorelle bianche, il cielo tutto ingombro di nuvole che lo trovano troppo piccolo per loro, e vanno su e giú, qua e là, disperate, per uscire. E nella casina si sta bene; casa fatta alla moderna, con tutta l'ossatura di ferro, da dondolare dolcemente al terremoto, senza fare la piú piccola screpolatura... Ci staremo bene, ripeto. Intanto si confezionano i tre pacchi da una lira l'uno; due cassette, l'una con fichidindia ..., l'altra con mandarini (di qui, acerbelli ancora: cosí ti si matureranno a poco a poco): quindi un cestino, con tre cedri, e altri fichidindia e mandarini ...

Mia adorata Mariú, ieri sera pregai molto per te: poverina! la mia poverina! la mia poverina! Spero che ora sarai tutta contenta con l'Ida e con le sue creaturine, parlando alcuna volta di me. Hanno fatto buon viaggio? Dove le hai messe? vi siete accomodate benino? All'Ida è piaciuto il nostro paradisino?

Messina, 24-9bre-1898

Notate che si sente una insolita serenità, un abbandono alla visione paesistica, all'estro, direi quasi alla Sicilia, che rivela nel poeta un mutare d'animo, un nuovo adattamento. Perfino della scuola era soddisfatto (cosa che non gli accadeva di frequente) ; e forse contribuisce a ciò l'attesa di Maria.

Mia adorata Mariú, torno ora dalla scuola, contento di me. Ho fatto una lezione assai bella e assai ammirata. Oh! mio Dio! Si sono perdute dunque le mie due lettere del 18 e del 19? Non oso crederlo, ancora ... Ma tu non correre subito a pensar male di me. Tu lo sai e lo devi sapere: il mio affetto per la mia figliolina mamma non è attaccato con lo sputo: è imperituro ... Sta tranquilla, non roderti; non consumarti... È poi venuta l'Ida? Sei costí, Ida, con le due creaturine? Avete fatto buon viaggio? Oggi aspetto telegramma.

Ieri lavorai a Pecudes. Oggi, domani e dopodomani gli darò una buona strozzatura. Poi Sosii. Dal Sandron non ho ancora avuto bozze. Domani o dopodomani manderò al Cecchi di che fare il primo foglio. Vedrai che risorgeremo. Mandami pure il ms. del Bonghi. Quando tornerò costí, oltre i lavori avviati, lavorerò a novelle, drammi e poesie.

Nannina non mi disturberà, anzi con la Myriam m'ispireranno. Hai trovato il latte di capra? Sono impaziente di notizie.

Ti ripeto che la casa non potrebbe essere migliore. L'altra notte fu quel terribile scirocco che tu conosci. Ebbene io lo sentivo ululare rimbalzando da altre case; ma nel mio cantuccino, nulla ... Vedessi il portinaio! Quasimodo: un aborto di Polifemo; guercio, zoppo, piccolo. Eppure deve essere buono. [25] Quando verrai, combineremo, tutto. Ma passeremo un bell'anno pieno di lavoro e di trionfi. Prega. Ieri sera pregai molto per te e per le povere raminghe. O Mariú, poverina! proteggetela, conservatemela! Ho bisogno di lei! Senza lei non sono nulla! La mia compagnina, la mia mammina! la mia figliolina! Cosí piccolina ancora! che ha necessità di me, persino per camminare!

E tu, Gulí, abbi un bacino nel tuo povero musino. Come hai accolto le bimbe? Vuoi bene a Nannina e Myriam? Fai la guardia al loro lettino? Baci senza fine ...  GIOVANNI

Messina, 25-9bre-1898, ore 11 a.m.

In questo stato d'animo e di attività, agli inviti della sorella per interrompere le lezioni e tornare presto a Castelvecchio sa opporre un calmo rifiuto: insiste invece perché venga lei. È Maria che, per un momento, turba la riconquistata serenità di Giovanni.

Mia amatissima Mariuccina, ieri sera, tardi, a notte, ricevei il tuo telegramma. La tua lettera del 22 sera e del 23 matt. aveva accresciuto i miei timori sulla felice riuscita del lungo e difficile viaggio dell'Ida e bambine. Certo, se sapevo che le accompagnava il padre, non avrei temuto. Ora dunque sono in salvo e al calduccino.

Senti, Mariú: tanto la lettera quanto il telegramma mi hanno recato dolore in questo, che tu non ti rendi ragione della mia posizione. Tu conosci i miei nemici... Figurati che per essere mancato all'esame di greco, fecero un monte di discorsacci. Sai che è ministro un mio capitale nemico. [26] Sai che, almeno, se io mi mostro strafottente, perdo ogni speranza d'uscir di Messina. Sai che, soprattutto, a me deve premere la mia reputazione. Sai che, per non parlar d'altro, a partir subito, mi toccherebbe riportare quasi tutti i libri che ho portati! Sai che sarebbe uno scandalo senza nome, da mandare in solluchero i Cian, i Cesca, i Restori e tutti, e da far entrare nella loro compagnia i miei estimatori come il Ziino e altri, se, dopo due lezioni, me ne venissi via. Sai che mi è costato molta fatica e pazienza conquistare il mio posto, morale e materiale, e che, a non perderlo, mi ci vuole ancora piú fatica e pazienza. La mia vita ha da essere un continuo e pertinace lavoro: tu lo sai. 5500 lire le devo sostituire coi guadagni del Cecchi? Sicché, Mariuccina mia tribolatina, abbi pazienza e aspetta che comincino le vacanze, che non possono tardare.

Io lavoro: pecudes si afferma magnifico, myrmedonico e piú. Pensa alla nostra gioia di Pasqua ... Sandron non mi ha ancora scritto né mandato nuove bozze! Credi che se penso alle nostre difficoltà, mi casca la penna laboriosa e mi scoraggio! Sii paziente! Sii buona! E, del resto, medita se non fosse il caso, anche stando cosí le cose, di lasciare la casa all'Ida e venirtene qua, risparmiando almeno 120 lire. Quanto ai libri, faremo alla meglio: te li indicherei sommariamente. Nel caso che tu accetti questo partito, vedi di fare una bella cassa, o due, con quella grande e sfogliata grammatica latina tedesca (è intitolata Handbuch etc.) e quante altre ne trovi (Bonino, un'altra in due volumi non legati, un'altra in due volumi legati), quanti libri ed. Lipsia tu trovi, gli Orazi, gli Ennii, i Naevii, i libri che vedi piú adoperati da me: quei 4 volumi di Cicerone, quei tre di Livio, piccoli. Se ne mancheranno, provvederemo qua con la biblioteca e con altri mezzi. Incassa anche qualche altra biancheria, etc., non cucchiaini, bensí posate e tovaglie e tovaglioli, e quello che credi: non macchina da caffè etc.... E vieni, facendoti un gran cuore. L'Ida abiterà la nostra casa quanto vorrà, aiutandosi con la Chiara e con Tono, col nostro mese, con qualche nostra provvista, e altro ancora, se le bisognerà. Prendi in seria considerazione questo partito. E tieni in mente che bisogna fare quello che si può, non quel solo che piace ...Da' tanti baci all'Ida e alle bambine poverine e saluta Salvatore.

Io sto bene, ma sono preso di pensieri. Ieri scrissi al Garlanda nel senso da te, savia consigliatrice, accennato. Aggiungevo quanto (hai letto nella «Tribuna» la conversione del Lucheni?) quel canto era divinatorio, specialmente stampato prima del processo: che capolavoro psicologico! Ma deve essere tutta una birbonata della «Tribuna». [27] E mi preparo a far agire gli uscieri, perché il mio articolo sul Papa non s'e ancora visto, e nessuna risposta m'è venuta. Oh! un po' di calma, alfine! Oh! potere, alfine, stabilire i nostri interessi! È il vaso delle Danaidi, il nostro! Pace! Pace! Pace!   GIOVANNI

Messina, 26-9bre-1898

E forse nello stesso giorno:

Mia cara figliolina, e rieccomi a te. Tornato or ora da scuola, dove l'ammirazione degli studenti e il mio gusto, congiunto con l'utilità, cresce ogni giorno, trovo una gran gioia nel rivolgermi a te, amareggiato dal fatto che solo per lettera ti parlo, e non ho le tue curine e non trovo la casina pulita, e i fornelli in azione. Per ora viene la portinaia – sorda – a far pulizia. Noi non avremo bisogno che per la spesa, e lei non può servire, sebbene molto buona e semplice e inno cente. Vedremo. Ma intanto non so ancora come abbiate accolta la mia proposta, ragionevole, fatta con molta amarezza. Ancora nulla dal Sandron... Riscriverò, ma che giova? Nelle tue lettere (ahimè! come sono affrettate ora!) spero di trovare un buon consiglio. Al Cipr. spero che voglia scriver tu, dicendogli del patto Sandroniano, che fa sí che nell'anno '99 ogni due o tre mesi possa riscuotere mille. Va bene? Quanto al B. vedremo d'accontentarlo con una parte, ma se io vengo costà non si fa piú nulla: non bastano nemmeno cosí. [28] Ricordati, se mai fai le casse, di metterci i miei mmss. d'ogni genere, Befana, Busta con stampe, etc. Sopra tutto non trascurare la Minerva Oscura che ha dentro e sotto e sopra tanti opuscoli Danteschi, e si trova, mi pare, in una di quelle étagères. E incassa tutti i Danti che vedi, anche di quell'edizione Romagnoli di cui sono tanti libri; piú, di questa edizione, il Tesoro di Brunetto Latini; e anche la Summa di S. Tomaso.

C'è il caso (faremo anzi che ci sia) che noi veniamo a ritrovare l'Ida ai principii di Marzo o a metà, meglio. E allora, se è stanca di Caproni, potrà ritornare. Intanto può rimanere costí con Salvatore o senza, come le piace. Necessitas non habet legem... Ho ricevuto una comunicazione da San Mauro che è morto Giulio Pedriali .. .

Mariuccina, non ho ancora risposta al mio invito. Capisco che vi dispiacerà... ma come fare? Sono alla «Venezia». Ora imposto e vado a casa, nel mio studio bellissimo, a pecudare. Col 1° del mese, sosierò, col quindici veteraneggerò. [29] Dal Sandron (questa è brutta) nulla! Aspetto i consigli del mio caro amorino.

Bacini infiniti, Nanni, Myriam, siate buone! Un abbraccio, Ida, un saluto, Salvatore! Tutto il mio cuore, Mariú.        GIOVANNI

Mia adorata Mariuccina, non temere, non temere. Se discorro di te (e non posso fare a meno: ogni tre parole, c'è Mariú), parlo sempre dell'assoluta necessità in cui sono di te, felicitando me di ciò che nessuno sogna di credere una sventura tua, di ciò che tutti credono (e io tra loro) una tua libera elezione. E credi: il sentimento che ispiri è piuttosto d'invidia, o diremo, d'invidiuzza: non mai, non mai, non mai di pietà! Mutare il tuo destino, se sarà necessità, sarà sempre considerato da me come necessità crudele, e da te come crudele necessità! E speriamo, anzi, che questa necessità non si affermi, disposti pur sempre ad opporle, non la gioia, ma la rassegnazione. Sono del tuo parere come in questo, cosí in altre cose.

Sandron non ha ancora scritto né mandato bozze ulteriori. Sicché mi si presenta sempre piú la necessità – oltre modo crudele per me, che m'impedirebbe di rivedere Nannina e Myriam – che tu venga da te, o subito o quando ti piaccia, e che noi risparmiamo quelle 120 e 140 lire .. .

Non ti lamentare... Ho scritto tutti i giorni, e tutti i giorni una lettera. Ieri ed oggi, anche una cartolina istoriata. E ti lamenti? ...

Un bacio, Ida, un bacio, Nannina, un bacio, Myriam, poverine! ... Fate la nanna, nel mio nido! Portategli un po' di fortuna, ché ce ne sarà anche per voi. Mariuccina mia, mammina, figliuolina sorellina, ti manda tutto il suo amore ...    GIOVANNI

Lavoro, lavoro e lavoro. Può darsi che la Fortuna si stanchi di perseguitarmi e se ne vada. Perché io non voglio, in fin dei conti, doni dalla fortuna, ma il giusto del mio lavoro.

27-9bre-Messina

Certo le preoccupazioni e i velati lamenti di Maria gravano un poco sulla nuova serenità operosa di Giovanni: ma non la spengono. Si vede anche dalla lettera seguente del 28, in cui, accennato a una caduta dell'Ida con la bimba in braccio, ripete l'invito a Maria perché venga da lui. E aggiunge:

Or ora sono tornato da scuola, la quale mi vivifica, mi rasserena, mi tonifica... Quanto avrei pagato di trovare te e la colazioncina in casa... Se Salvatore è ancora costi, come mi par probabile, salutalo tanto ... Lavoro di grand'animo a Pecudes. Spero che tanto Pec. che gli altri due saranno pronti per il tempo fissato... Mi alzo avanti giorno e armeggio da me per il caffè. Vedo spuntare (nelle belle mattinate) il sole e fare la lunga e remota strada di luce sul mare. Si sentono da vicino i fischi dei treni: ciò che ti terrà molta compagnia... T'ho comprata una maglia-giacchetta alla moda verdone-rossa: te la mando?   GIOVANNI

Si tiene (la maglia) fuori per giacchetta.

La lettera che viene dopo, senza data, è degli ultimissimi di novembre: esprime nuove ire contro la «Tribuna» che non gli risponde e nuove sollecitazioni a Maria. Più varia quella del 1° dicembre: con altre notizie sui Poemetti latini, sugli elogi avuti da Ettore Pais, e naturalmente con le insistenze perché Mariú venga a Messina (c'è una nuova fortunata occasione per il viaggio: «Ho trovato un posto a Manara [Valgimigli]. Manara verrà la veniente settimana. Gli scrivo perché senta da te se vuoi profittare dell'occasione per venire anche te»). E aggiunge : «A Pasqua ritorneremo, e l'Ida potrà tornare a Santa Giustina, se i pericoli sono scomparsi». Il 2 scriveva proprio all'Ida interessando anche lei alla proposta di lasciar venire Mariú a Messina...

A tutta questa insistenza e al rifiuto di tornare a Castelvecchio, Mariú rimase male (sospettava spesso anche lei di poco amore...); e lo fece capire. Onde l'addolorata lettera di Giovanni del 3 dicembre.

Mia adorata Mariucchininin, comincio di notte questa lettera. Mi pare che non potrei andare a letto senza dirti che ti voglio tanto tanto tanto bene; un bene da non sognarlo nemmeno. La tua cartolina d'oggi m'ha fatto una grande impressione che s'è accresciuta a mano a mano sino a diventare spasimo e pianto. Poverina, che cosa hai? T'ho gridata? mi pare nella tua cartolina quella tua soave rassegnazione con gli occhi gonfi, col singhiozzo in gola, col tremore nel mento, alla quale non so resistere, che mi spetra. Non t'ho gridata, no, t'ho detto solo che certe cose non si può fare a meno di farle, e che io soffro piú di te, che è tutto dire. Oh! un altro anno ti porterò via subito con me! non dubitare! Ieri notte ti chiamavo nella solitaria camera con un nome nuovo: Lulín! Lulín! Forte ti chiamavo: mi veniva molto da piangere per la tua lontananza, per il tuo male, per tutto! Siamo disgraziati noi! nati solo per soffrire!

Ti mando la richiesta: se ti decidi, lasciando tutto e tutti bene e in pace, a Lucca hai tempo per il biglietto due ore. Se c'è Manara... le passerai anche bene. Se ci fosse poi il Caselli ... Ti farò trovare il desinarino col brodo buono nella tua casina nuova. E s'intende che se tu non credi ciò possibile, sia come non detto. Non t'affliggere! Quanti discorsi abbiamo da fare! Il tuo polso l'ho un poco perduto da qualche giorno. Oggi ho lavorato bene: volevo continuare questa notte, ma non reggo: non ci sei tu! coi garin e con Gulí! poverina! poverina! Domani e dopo. Domani tutto a p. e s. [30] Oh! Dio ci serbi quella gioia! Sia essa in compenso di tante nostre lacrime! Anche qui tempo cattivo ora e per lo piil; ma ci sono state giornate buone... Sono andato ora a depositare alcuni mazzettini di gaggie nel tuo comò e nel mio ...

Ore 7/2 del 3.

Questa notte un lampeggiamento continuo, con tuoni rimbombanti e tali sferze di pioggia nei vetri che squillavano e grandine ancora. Questa mattina furioso scirocco (povera Lulín, ti porterà altr'acqua e altri tuoni!) che ora spazza il cielo in cui splende fiammeggiante il sole, ora l'ingombra di nuvole bianche, grigie e nere che corrono in rotta. Il mare è pieno di cavalloni spumanti. E del furioso scirocco, nulla alle nostre finestre e nostra casa: pare che si tratti di tutto fuor che di lei ... Tu credi che non pensi a te? Oh! Mariú, sempre. Ti manderò domani, quando non ne avrò piú bisogno, un foglio di p. in cui mi faccio coraggio con parole che vi ho scritte: Mariuscula tua, tua animula... Era notte, e avevo il cervello stanco ...

Vorrei scrivere al De Bosis, che non vidi sebbene avessi cercato, a Roma, e che mi ha scritto a Messina, dicendomi che gli dispiace molto... che m'avrebbe letto dei versi ... Accenna sempre a questi falsi amici ... dev'essere il D'Annunzio.

Il fatto è che non so piú che scriverti, non sapendo ancora nulla dello stato del tuo animo, e delle tue intenzioni e speranze e desideri. Le persiane per i primi di gennaio saranno a posto. Tu devi, se mai, venire piú velocemente che puoi, riposerai dopo:

Ma dopo, il riposo – piú dolce sarà.

Lascio questo spazio per scriverti dopo aver ricevuto la tua, se verrà ...

Ho ricevuto la tua lettera che m'ha entusiasmato. Se tu non puoi profittare di Manara, verrai sola, prima che potrai. Ardo di rivederti. Povera Du, vuole andar via cosí presto? Sopra tutto, libertà ... GIOVANNI

La lettera è confusa, spezzata, quasi ansimante: e irrompe, come a ristoro, in contemplazioni di paesaggio. Un'altra senza data, ma di subito dopo, che vuole essere anch'essa affannosamente consolatrice, dice:

Se resti sino al 15 o giù di lí, ti manderò (spero) pec.[udes] da impostare a Roma» per il premio olandese, non volendo far sapere di essere lui il mittente. Teme però che l'Ida interpreti il suo rimanere laggiù «come mancanza di affetto. Tu le farai capire, spero, che no... La vita!!!» [31]

Il viaggio con Manara però diviene impossibile: perché questi, non avendo ricevuto la lettera a tempo, era già partito: «Viene nel Ginnasio par.(eggiato) del Romano, con 2000 lire. Mi scrive un ringraziamento entusiastico».

Intanto Giovanni, fra tanti altri lavori («ho anche il magistero»), cerca di affrettare Pecudes per l'impostazione (lett. del 4 dicembre): anche questa furia affannosa – frequente nell'attività del Pascoli – può far capire qualche altra cosa (e proprio di certi modi diffusi della sua poesia) oltre alla sua maniera di lavorare.

Altre lettere del 5 e dell'8 («tua festa») danno nuovi e continui consigli per il viaggio (da iniziare il 16) e per l'invio di varie cose, specialmente dei libri. Annuncia in fretta la morte del prov. Bevilacqua, il genero del Carducci; e pregusta l'arrivo di lei, e il natale insieme, coi «tortellini»; ma si mostra piuttosto irritato a nuove insistenze per il suo ritorno a Castelvecchio, cui adesso partecipava anche il marito di Ida, ancora lassù con la moglie ... Meno male che «il Puccini ha promesso di musicare un mio Inno alla Sicilia nell'occasione delle feste universitarie» (lettera del 9). [32] E il 10, sul poemetto: «Sono i due giorni di copia e di lima. Ho un po' di nervoso. Non ho ancora finito... Non ci sei tu...». Così anche l'11; il 12 deve essere partito il manoscritto; il 13 altra lunga lettera che, brontolando contro l'Ida e il marito e quelli della «Tribuna» (da loro Maria a Roma dovrebbe andare per ritirare i suoi manoscritti) dà qualche notizia sul poemetto: «Sento una pace, ora, che ho spedito pec... L'hai letto, eh? C'è tutto: nel principio arguto, del bove qualche tenerezza: del cavallo grandiose imagini del tempo primitivo: nell'asino e porco, micrologia e arguzia, nelle pecore tenerezza di nuovo. Poi lo rifarò, cosí: 30 proemio, 100 prima parte, 100 seconda, 100 terza. Poi faremo anche il cane che non ho potuto fare...».

Ed ecco finalmente il 16, nella data fissata, Maria partiva; a Roma impostava il fascicolo segreto, il 18 arrivava a Messina. Tutti gli amici si erano mobilitati per lei!; e Manara andò a incontrarla a Reggio. Un vivace racconto del viaggio fa subito (il 19 dicembre) alla sorella Ida, rimasta a Castelvecchio: a Roma «un ritardo di due ore, causa il guasto di una macchina ... Andai dal sen. Finali ... Quando ripartii da Roma che ero già in treno, un messo del Senato venne a offrirmi, con molti inchini, un mazzo di rose a nome di Finali. Gli astanti erano stupefatti». A Lucca l'aiutarono il Flamini, il Valgimigli padre, il Briganti, [33] il Caselli: «Ho capito che a Giovannino vogliono un gran bene e che non devono spaventarci gli invidi e i malevoli che tratto tratto scappano fuori. Gulí è qua felice. . . La casa di qua è veramente bella. Ora è completamente mobigliata: ci sono le tende, il lume appeso, tutto insomma che necessita e abbellisce. Quando potrai vedere anche questa?. . . Stattene tranquilla costí fino che vorrai, facendoti aiutare e servire dalla Chiara e da Tono che a compensarli ci pensiamo noi. . . Fa un natalino quieto e soave come procureremo anche noi di fare. . .». Giovanni aggiunse questa chiusa.

Sta allegra nella casina che è anche tua, che è nostra, che è casa Pascoli, o a dir meglio «PascoliGiovannini» già composta di tre, ora di cinque ...

Tu non devi irritare tuo marito, devi sempre pensare che è tuo marito e padre delle tue bambine, le quali, difficilmente, altri amerà piú di lui, e sopra tutto che non ameranno mai altri come lui. [34] E pensa che accanto ai difetti ha i suoi pregi. Ma pensa ancora che non è male che tu gli mostri, in modo pratico e irrefutabile, che non ti mancano i mezzi di vivere anche senza lui, come vivevi prima, sebbene allora tu fossi una e ora tu sia tre o trina. Questo fatto dovrà per forza sperdere le ciarle, se ce ne sono, e sopra tutto potrà rintuzzare qualche orgoglio che abbia esso ...

E di nuovo ti ripeto il mio grande rammarico di non essere potuto ritornare... Ma non è detto che non ci dobbiamo trovare insieme nella nostra casina, che è stata, mi pare, costruita con piú amore di quanto sia occorso a costruire quell'altra... vicino al Budriolo... Oh! caro rio dell'Orso. [35]

E vogli bene alla povera Chiara e al nostro amatissimo Tono. Farai, speriamo, buon Natale. In tanto un bacio trino dal tuo    GIOVANNINO

Poco dopo seguivano altre due letterine per Ida, senza data precisa, annunzianti un pacco di cose buone «per fare buona vigilia di Ceppo» e con saggi consigli di calma: «Non accrescere i mali con la tua fantasia...». Infine altre due del 28: una con le 50 lire per Ida e 10 per Tono; l'altra, eccola. [36]

Carissima, in fretta e furia. Sta nella casa nostra quanto vuoi. Te l'ho già detto: la mia casa è casa di me Giovanni e delle mie sorelle Ida e Maria. Mi riferisco a queste parole che v'ho dette e ridette. Sta nella casa mia con le tue creaturine, che bacerai tanto, e che già avranno, nelle care manine, i mion messinesi. Sta tranquilla, fai fuoco. Domani o posdomani partirà di qui la tua raccomandata. Di' alla Chiara e a Tono che prestissimo manderemo e scriveremo ...

Baci infiniti dal tuo   GIOVANNI

Ma qui giova posare un poco a considerare l'importanza degli anni di Messina per il Pascoli.

CAPITOLO III

IL QUINQUENNIO D'ISPIRAZIONE MESSINESE

NEL PENSIERO E NELL'OPERA DEL PASCOLI

(1899  Ottobre 1903)

L'ATTIVITÀ LETTERARIA DEL POETA-APOSTOLO

Con il ritorno di Maria e il ricostituirsi della piccola famiglia, dopo un anno di malattia, di sistemazione materiale, di adattamento spirituale, comincia veramente nel 1899 il periodo messinese del Pascoli, uno dei piú sereni e fecondi della sua vita e della sua attività; certo uno dei piú originali, caratteristici e di piú larghi interessi. Lo turberà solo la lontananza dai parenti e dal luogo di sua elezione. Il tempo messinese si conchiude, pur senza addii, avanti la fine di giugno del 1902, partendo egli senza saper nulla del futuro; e quel ciclo ideale continua si può dire ancora per piú di un anno, restando egli come «color che son sospesi» a Castelvecchio in attesa di sistemazione definitiva, fino al 28 giugno 1903, quando ha la nomina a Pisa, trasferendosi però nella nuova sede solo dopo la metà di novembre.

Molte cose contribuiscono all'alta ispirazione del tempo messinese. Già lo esaltava il paesaggio, caldo e luminoso fra mare e monte: «il bel monte Peloro verde di limoni e glauco di fichidindia, la bella falce adunca che taglia nell'azzurro il piú bel porto del mondo, l'Aspromonte che agli occasi ... si colora d'inesprimibili tinte, mentre il mare si riempie di rose colorite...» (Prose I, 241); e gli piaceva quella città ricca di giardini, i quali egli ricordava anche nei distici Micheliangelio collegae: «Quando ego chalcidicae visam viridaria Zancles!...». E a lui, poeta ispirato da sentimenti classici, quelle terre parlavano di antichi misteri e miti che, a suo gusto, egli trasferiva nel suo moderno sentire: «Ospite nell'isola sacra dei poeti e della poesia, voi non vi meravigliate ... se spesso "vagolo lungo la spiaggia del mare dal molto sussurro", nell'isola bella e terribile a cui l'uomo, pur un poco educato dagli studi antichi, quando giunge per la prima volta, sente che il suo arrivo è un ritorno...» (L'Iride); e nelle antiche glorie presentiva quelle patriottiche recenti, onde Messina «l'eroica iniziò il 1° settembre 1847, con un secco formidabile tuono, quel lungo fortunale, solo per cui gli uomini si guardarono attorno, e i vecchi proni non erano piú, e nel cielo placata splendeva l'iride della terza Italia...» (id.): in quell'isola folgorò Garibaldi coi Mille, e per merito di essa parve si udisse fin qui il rombo africano delle Batterie siciliane.

Per quelle strade di Messina amava vagare, vicino al popolo semplice, ardente, con la «lor fronte senza rughe», vicino ai bambini che domandavano non un senari (un centesimo) o uno soldu ma u sciuri, un fiore, e sia pur tra quei miseri fondi «ove, oltre tutto il resto, manca l'aria» ma donde «veniva quel dolce suono d'organo pastorale antico come gli antichi pastori che erravano con le greggi prime addomesticate. Ne usciva la voce mesta e soave della fanciullezza del genere umano, della fanciullezza di ognun di noi . . . »: le «ciaramelle» (L'avvento). O si riposava, dopo le passeggiate al mare, specialmente convalescente del tifo, nel giardino del «buon Nastasi» venditore di fiori, con vicino la «vispa Pascalina, che era la sua bimba». [37]

In questi anni — almeno per qualche tempo — gli era perfino cara la scuola, come ci dicono le lettere; e dopo le prime diffidenze in lui istintive, [38] s'era affiatato (sia pure con le solite alternanze) coi colleghi: col già antico amico Restori, anche direttore di quel collegio Alighieri che spesso chiedeva favori poetici al Pascoli (ci sono due distici latini Ad Antonium Restorium), col celebre Luigi Alessandro Michelangeli e con il cordialissimo Vittorio Cian (e conlega ... , praetrepidantque pedes — et mens optanti graiae viridaria Zancles — visere et amplecti te Cyanumque simul»: distici cit. al Michelangeli, 9 dic. 1897), e l'intimo Cosimo Bertacchi, e il filosofo Giovanni Cesca, perito nel terremoto, e il prof. Dino Provenzal... (Dopo il cataclisma).

Le voci maliziose parlarono perfino di un amoretto fugace, appunto con la figlia di un collega (ma rassomigliava troppo al padre! Inutile: egli, come scrisse in inediti versi giovanili, doveva restare il «poeta de' negati amori»). [39]

Anche Maria partecipava ormai (tra i vasi di fiori e le gabbie degli uccelli) a questa serenità: «Cara, buona e bella città dove fummo felici!» annotava a una prosa fraterna in Limpido rivo.

Quello che anche a Messina non andava bene era... la finanza. Vedremo poi le preoccupazioni proprie e quelle per Ida; le rinnovate beghe per realizzare l'eredità delle sorelle; i tentativi di lavori per far soldi (Antologie...); le illusioni e le delusioni sui libri danteschi e il premio dei Lincei; perfino qualche volta per le medaglie d'oro di Amsterdam. E Maria non aveva da farsi un vestito (lett. 8 nov. 99) e Giovanni lottava con le cambiali; eppure era disposto a nuovi debiti per i parenti e a rinunziare quasi all'eredità per non danneggiare la vecchia zia! Ma queste continue traversie per qualche anno non riescono a deprimere del tutto il suo animo, anzi quasi lo eccitano al lavoro.

È specialmente la feconda, varia, complessa, personalissima attività che dà il carattere a questo periodo e diciamo pure all'anima, agli interessi, all'influsso, all'arte e, se volete, ai sogni del Pascoli. E oltre che in versi, questo impeto di lavoro, che si accende di apostolato, assume per lui una forma nuova: i discorsi.

Sappiamo che il primo fervore, in questa ripresa, è letterario e si può dire estetico e di sviluppo leopardiano. Al Sabato (1896) e alla ripresa de Il fanciullino (1897 segg.) si aggiunge il discorso su La Ginestra (Roma, 14 marzo 1898). Ivi, fra qualche osservazione pascolianamente critica (contro «il mazzolin di rose e di viole»), si conclude che il Leopardi «è il poeta a noi piú caro, e piú poetico, perché è il piú fanciullo»; ma proprio dalla poesia e dal pensiero leopardiano il Pascoli è portato a sfumare l'arte in sentimento, in ansia spirituale, in accesa e trepida aspirazione morale: come il Leopardi, anch'egli, guardando gli uomini dall'alto del pensiero e del dolore, vede solo «un formicolio di esseri uguali» da cui s'alza un «murmure confuso di pianto»; e quell'umanità ha una sola certezza: «la morte è». Ma proprio nella conoscenza di questo destino sta «il solo progresso umano possibile»: nella coscienza della morte, che ci distinse dalla greggia, infelici sarete: ma allora i vostri compagni di via, voi li amerete, o uomini mortali». E «il poeta del dolore, il filosofo del nulla, parla ora come un sacerdote: il sacerdote, per cosí dire dell'irreligione» ma che, come la religione, fa piú meditativi e buoni gli uomini. È il Leopardi-Pascoli: in una di quelle identificazioni cui si abbandonava il poeta, come poi con Dante. Cosí il poeta «puro» si fa anche lui apostolo di morale, sacerdote dell'ansia mistica che deve fare gli uomini migliori. [40]

Cosí, quasi in un secondo momento del suo pensiero, sull'interesse estetico prevale quello morale. E si delinea quel suo «positivismo mistico» che è il modo col quale la natura del Pascoli supera la sua formazione materialistica. Nel febbraio del 1899 legge a Messina L'èra nuova e afferma il fallimento morale della scienza, la necessità che essa diventi coscienza, e – supremo confluire del momento estetico – la certezza che questo incanto suggestivo lo compirà la poesia. Ecco il poeta-sacerdote: quando egli farà «sentire, vivere» la morte, il nulla, quando immaginerà «le parole per le quali noi sentiremo di girare nello spazio . . ., di essere mortali . .., saremo piú buoni»; quella sarà la «palingenesia».

Ma il pensiero pascoliano si compie ora in un suo terzo momento: il problema morale si fa storico e sociale. Quasi riecheggiando la tragedia di Allecto, nel giugno 1900 parlava in Una sagra agli studenti universitari; poi in uno sviluppo piú umano di quella apocalittica visione, verso la metà di giugno del 1901 leggeva alla Camera di commercio messinese Il settimo giorno (o come allora l'intitolò La domenica) ; ai primi di dicembre, alle donne che curavano l'infanzia abbandonata, l'altro discorso: L'avvento. Ben diverso lo scopo de La domenica – per il riposo festivo – dall'ancora letterario discorso Il sabato; ora comincia a parlare al popolo, e a mettere fra le ribelli ire del lavoro le parole della libertà, dell'amore. Matura, con quella del crudo positivismo, anche la coerente revisione del suo lontano socialismo: che si annuncia chiara ne L'avvento, in un tutto pascoliano sincretismo di idee e sentimenti. Il pitecantropo è divenuto, sí, l'homo sapiens; ma quando alla sapienza sarà congiunto veramente l'amore, la pietà, allora egli raggiungerà la cima dell'homo humanus. [41] Il socialismo ne è un segno; ma alla parola «giustizia» bisogna aggiungere quella di «carità»; il freddo e arido «marxismo» non darà la pace e la vittoria ai proletari: «sarà il cuore che troverà l'assetto ottimo della società; non il cervello e molto meno il ventre». [42] È il poeta-apostolo. [43]

Su tale punto di arrivo, già in questo tempo affiora un'intima ispirazione del suo pensiero, del suo canto, che sarà predominante negli anni seguenti fino a quelli del tramonto: la missione civile, patria, suscitatrice fantastica di eroi e di inni o poemi. Sorge il «mito» pascoliano (che andrà sempre piú dilatandosi) di Garibaldi sintesi umana. Il 2 giugno 1901 pronunciava il discorso, allora meglio intitolato Garibaldi avanti la nuova generazione (poi l'Eroe italico). C'è soprattutto la «poesia» di Garibaldi, onde certo il poeta Pascoli preferì quell'eroe a tutti: ma c'è quella soggettiva forza trasfiguratrice onde anche l'eroe diventa pascoliano: e si innalza a quel mito che può comporre il «dissidio» – che a lui (e al poeta) è travagliosamente «morte nella morte» – fra pace e guerra, necessità di lavoro e insieme di armi, di disciplina e pure di libertà. [44]

E qui mette conto di raccontare quasi con le parole stesse del Pascoli il solo episodio della sua vita messinese, in rapporto con la politica attiva. Egli in un articolo inviato a «Il proletario» di Messina l'8 dicembre 1900, rispondendo a un attacco di un giornale socialista a proposito del discorso Una sagra, parlava dell'equivoco che riguardava la sua persona. «Il partito socialista messinese, col plauso di tutti i democratici, scrisse in capo alla lista dei suoi candidati al Consiglio Comunale, cioè al posto d'onore, il nome di Giovanni Pascoli. Io dico che non fu colpa mia se pensaste di farmi quell'onore, che ora vi rammaricate di aver pensato di farmi; e che io lo ricusai, quell'onore, anche quando mi si diceva che non era se non un onere: lo ricusai con proteste sincere d'amicizia per chi me lo offriva; ma lo ricusai, come voi stessi ricordate». E ciò non solo per il suo proposito di stare lontano dalla vita pubblica, ma anche «perché, pur non rinunziando, per la mia piccola parte, a foggiare la futura coscienza italica e... umana, io non mi trovo ora d'accordo con nessuna o quasi delle voci, che si sentono, della coscienza presente, umana e italica». [45]

In tale stato di spirito egli parla ai giovani, cui destinava una rubrica Nell'avvenire per la «Tribuna», o anche quel suo «Giornale dei liberi»; [46] e, in nome della libertà, dice loro di superare i «partiti», di volere «la libertà dei palpiti del loro cuore» che può «alzare il medesimo inno al muratore che cade dal palco e all'artigliere che spira abbracciato al suo cannone». E, contrapponendo a Kipling Leone Tolstòi, unisce in un sogno di amore, di ardire e di pensiero patrio i tre grandi spiriti: Dante, Garibaldi, Tolstòi, cui spesso unirà Mazzini. Siamo ormai al suo «socialismo patriottico».

Vediamo qui comparire il nome e il mito di Dante. Ecco l'altra nuova, originale, appassionata attività di questi anni: e, nel mutuo influsso, è forse impossibile dire se fu lo sviluppo del proprio pensiero che rivelò al Pascoli il «suo» Dante, o se i suoi studi sull'Alighieri influirono sul misticizzarsi del suo animo. Anche qui, quale attività! [47] Sintesi di un primo, lento, lungo lavoro, da «Messina, 20 gennaio 1898» firma la lettera-dedica del primo volume Minerva Oscura, grido di entusiasmo per la prima scoperta di armoniosa costruzione dei tre Regni; e per diffondere le idee fa un parziale commento all'Inferno per l'antologia Sul limitare, allora in preparazione (1898-99), commento che poi correggerà secondo le nuove idee nelle edizioni seguenti. Alle critiche risponde ora con vivaci polemiche in riviste e opuscoli (si veda il gruppo di scritti raccolti sotto il titolo Intorno alla Minerva Oscura, nel volume degli Scritti danteschi, Mondadori 1952, p. 219-292). Ma comincia cosí il doloroso viaggio di questo pellegrino dantesco che, dei nuovi studi, delle sue scoperte, delle critiche fa via via una tragedia personale.

Un'altra illuminazione in questo cammino, è la scoperta della creduta «fonte prima» in una pagina di sant'Agostino, che gli rivela che il dramma e il viaggio di Dante è rinuncia alla vita attiva per la contemplativa (ottobre 1899). [48] Da questa rivelazione e da questo passaggio da Virgilio alla Bibbia, deriva il secondo grosso volume Sotto il velame, con prefazione datata da «Messina, nel maggio del MCM». Siciliano è ormai anche l'editore dei volumi danteschi, il giovane e fervido (e non fortunato) Vincenzo Muglia; e in questo tentativo di «interpretazione generale del Poema Sacro» rivolto, con Dante, alla contemplazione, c'è forse anche il riflesso della crisi politica e umana del Pascoli dalla giovanile attività socialista pratica a quella piú ideale, a quell'«apostolato» misticizzante che gli ispirano i Discorsi di Messina che vedemmo. Di queste ispirazioni si accende anche il discorso La Sicilia in Dante letto a Messina il 17-18 febbraio 1900, che rivela Dante come «l'Omero del Cristianesimo...». [49] Ma agli ardori ormai si mescolano le delusioni e comincia una certa stanchezza nell'annoso lavoro. Tra entusiasmo e... maledizioni, si accumulano le cartelle del piú grosso (l'ultimo compiuto) dei volumi danteschi, La mirabile visione, che tenta proprio una vita di Dante e una storia della Commedia, quasi in una identificazione dei due... poetia-postoli: e il libro uscí nel dicembre del 1901, nell'edizione Muglia e con la data del 1902. Vi si affiancavano via via alcuni scritti minori che saranno poi raccolti in Conferenze e Studi danteschi. [50] Pensa anche a un vasto commento del poema (che gli dia i soldi per lasciar la scuola e comprarsi la villa in campagna, come scriveva al Pietrobono); e vorrebbe lavorare al volume conclusivo La poesia del mistero dantesco... Fantastica perfino attorno a un ampio poema «sulla nascita della Divina Commedia», con «Dante nel Casentino . . ., con le figlie del Conte Ugolino, con le figlie di Buonconte, lungo l'Arno, nel campo della battaglia di Campaldino etc. etc. Questa è la prima cantica. La seconda è Dante dopo la morte dell'Imperatore: Verna . . . disperazione; e gli appare il grande disegno della sua lontana giovinezza. Terza cantica: Dante a Ravenna, nella selva di Classe ...» (lett. al Caselli, 18 dic. 1901, da Messina).

Ma ormai il piú era detto, e la soddisfazione era stata nulla. È il secondo dramma della vita del Pascoli (dopo quello della morte del padre; o il terzo, dopo il matrimonio di Ida): dramma suo (e rimandava ai secoli futuri la riabilitazione) e dell'infelice editore («il povero Muglia non vende; il povero amato Muglia è malato! Non ho, non ho fortuna...» 16 mag. 903, Vann. cit. p. 309; anche se certe voci errate gli avevano alquanto prima fatto pensare che la Minerva Oscura si fosse esaurita in poco tempo!) [51]

Al bravo Muglia «siciliano... e italiano ...», faceva onore nella

bellissima lettera premessa a Miei pensieri di varia umanità (31 dicembre del 1902); a sé, dopo quel cristallino e marmoreo tentativo di sintesi che compose nella lunga Prolusione al Paradiso letta in Or San Michele il 4 dic. 1902 (e fu quasi solo la «ignota», ora divenuta la «donna gentile», a confortarlo molto pietosamente con i suoi sguardi), a sé diede da Castelvecchio come sfogo e rimpianto la Prefazione alla Prolusione, quando la stampò a Messina l'11 aprile 1903, inno e protesta suprema per i suoi fortunosi studi danteschi: «Non mi si crede! ... Non si vuol credermi! ... Non si deve credermi! ...»; ma – era il sabato santo – «in questo momento si sciolgono le campane ... Gloria! Gloria! A me viene in cuore un'ebbrezza insolita ... Io aspetto... Ma verrà giorno che mi si crederà... Gloria! Gloria! Gloria!» Cosí in questi anni d'attorno Messina si accendeva e si consumava la vampata luminosa e bruciante della tragedia dantesca del Pascoli. Non poteva essere dimenticata in un libro di sue memorie.

Ma la delusione dantesca (confermata presto dal mancato premio dei Lincei) [52] trova la sua catarsi nella poesia.

Era, sí, un momento di quasi tumultuoso lavoro. Manara Valgimigli lo ricorda nell'impeto dantesco sui libri «che egli componeva a furia, riempiendo cartelle su cartelle, e il piccolo Muglia le veniva a prendere d'ora in ora per portarle in tipografia»; ma intanto il poeta nel discorso garibaldino aveva detto: «Ieri levai la mano da uno studio sull'Alighieri e mi posi a scrivere di Garibaldi»; e comunicava al buon Caselli nel marzo 1902: «Tu capisci quanto io lavori, se oltre i miei volumi danteschi, le mie poesie italiane, gli altri volumi scolastici, le mie lezioni e le... mie angoscie coltivo ancora la mia gloriola latina...».

Impeto quasi incredibile, facilità di ispirazione abbandonata di cui talvolta, certo, nei suoi scritti, si sentono i segni; e ora vi aveva gran parte, finalmente, anche la poesia. Le si donava contento: e avviene di ricordare opportunamente quel che disse Maria riecheggiando certo il fratello: non essere stato il dolore a farlo poeta: se mai le penose vicende l'hanno ritardato; e Giovanni ripeteva che gli avevano rubato almeno venti anni (pag. 616, 680, 832). Anzi in una lettera all'Orvieto del 31 maggio 1899 rivendicava ora quasi il programma poetico di tutta la sua vita, verso il quale il lavoro della critica «non può essere sereno che dopo la morte, e non può essere giudicato se non dopo veduta tutta la produzione di uno scrittore, il quale, in ritardo per la sua povertà che lo ha messo in mille beghe e in mille imprese discordanti, non è ora se non ai prodromi dell'opera sua ... Io ho un programma fin da ragazzo, e voglio compierlo, se prima non muoio di crepacuore per mille e un dispiacere...»

Ora poteva scrivere che era un tempo di «vena impetuosa»: davvero tale, che ci meraviglia. C'è adesso, fra il 1898 e il chiudersi del 1903, la V edizione delle Myricae (1900) e sia pure con pochissime mutazioni dalla IV; [53] c'è la II del Poemetti, edita dal Sandron a Palermo nel 1900, con 17 nuove poesie delle quali una è tutta la parte del Poemetto georgico intitolato L'accestire; [54] nel 1903, ed. Zanichelli, escono le 207 pagine dei Canti di Castelvecchio, cui segue rapida una II edizione; e in una lettera a Angelo Orvieto fin dall'aprile 1899 si delineano i Poemi conviviali e Odi e Inni; i Conviviali, di cui, come prima col De Bosis, si parla col Caselli nella lettera dell'11 novembre 1901, e che saranno poi pronti per l'edizione del 1904 (e, dopo altri stampati nel «Convito», sono ora composti Il cieco di Chio, Il sonno di Odisseo, Sileno, La buona novella); e Odi e Inni sbocciano ora (per il 1906) con una ventina di quelle poesie. Questi versi li va raccogliendo in qualche opuscolo per nozze (Pagnini-Cecchi, con tre poesie poi in Odi e Inni, ottobre 1899; Angiolo Orvieto con i versi Maria e La mia malattia, 1899; Codronchi-Argeli con La Piccozza, settembre 1900; Briganti con il Gelsomino notturno, luglio 1901..., e anche Ferrari-Riboni a nome del fratello; e in quel volumetto che per allora sembrò quasi la sintesi e il simbolo della sua attività di vate : La Ginestra, Pace!, L'Era Nuova, Il Focolare (Sandron 1900). E cercava editori, fino a pensare che la sorella potesse trasformarsi in «Maria Pascoli editrice» delle poesie fraterne. Fra queste decine di poesie sboccianti ogni anno, ve ne sono pur tante belle e famose. [55] Ma insieme si svagava in ispirazioni musicali e teatrali, componendo Il sogno di Rosetta e lavorando all'incompiuto dramma L'anno mille e abbozzandone altri; [56] né si possono dimenticare, nel 1903, Valentino, La cavalla storna, e Suor Virginia e La morte del papa e il bellissimo Paulo Ucello... Quasi con verità nella lettera del 1° settembre 1899 all'amico dottor Antonio Del Prato, affermando la propria originalità di contro allo Stecchetti allora di moda, poteva gridare: «Ho 1754 poesie da fare!» [57]

E ciò senza contare le cartoline con versi ora affettuosi ora scherzosi, talvolta anche veramente belli (v. in Indice, Versi vari), improvvisati specialmente con Severino o a commento di cartoline illustrate umoristiche per... fare andare in bestia lo Zi Meo! Ce n'è tutto un gruppo che illustrano paesaggi o usi siciliani, mandate a Maria quando egli andò, solo, a Messina nel '98.

Anche sognava (è la parola giusta) illustrazioni a una edizione delle sue poesie da «stampare a sue spese» cui lavorassero il Corcos e il De Carolis: «volumi poco erti: di cento o centoventi pagine, per essere venduti a poco prezzo... In copertina vorrei qualcosa di allusivo al contenuto delle mie poesie. Mi viene in mente una fila di cipressi lunga lunga con qualcosa di bianco... Una mietitrice di cui non si vede la faccia sotto la gronda del fazzoletto bianco. Cose simili. E poi frutta, farfalle, uccellini, covoni, fiaccole, lampadine o che so io. Il fatto è che qui sono veramente presuntuoso. Ed è meglio che mi cheti...» cosí alla Corcos il 1° dicembre 1900; ed anche questa – a quel suo modo un po' composito e denso di particolari, cui qualcuno ha suggerito un nome: stile liberty; ma c'è pur sempre l'ombra dell'indefinito e del mistero – anche questa è poesia. Come è poesia – a suo modo – il saper leggere («con voce di moderazione, senza gridi») i suoi versi: non osava leggerli nemmeno lui, e con la stessa Corcos cercava... un avvocato che potesse impedire di leggere «per esempio, al Pastonchi» La cavalla storna! [58]

Ma dopo il 1897 c'è un'altra acquisizione – o mutazione – nel Pascoli: il suo linguaggio si riveste sempre piú (in un creduto accordo di regionalismo e di italianesimo rinnovato) con modi e toni toscani: il popolo lucchese, anzi capronese, gli è maestro; e il suo «taccuino» si affoltisce specialmente delle parole e dei motti dello Zi Meo (restano anche molti foglietti di appunti). Se ne coloriscono le poesie (alle quali si aggiungono perfino dizionarietti) e le prose; specialmente quelle meno impegnative dimostrano questo studio: le lettere, in particolare quelle al Caselli o all'Attilia, sono un voluto e arguto florilegio di dialettalismi: e «ci ha sfogo»!

Intanto, come non bastasse, egli coltivava la «gloriola» di poeta latino: vedemmo come lavorava a Pecudes, a Canis (e all'abbozzato lynx), a Sosii fratres bibliopolae; e ai due carmi per i giornalisti stranieri Hospites (1898-99); poi compie il Moretum (1900) e Senex Coricius (1902), tutti poemetti che, meno uno, ottennero ad Amsterdam o le medaglie d'oro (uno) o la magna laus (tre); ma a Messina, nel nuovo spirito piú misticheggiante e dantesco si deve anche la prima ispirazione di quelli che sono i piú belli, forse, dei suoi poemetti latini, cioè quelli cristiani: e sappiamo di fatto che già pensava al Centurio, compiuto nel 1901; cui seguí il Paedagogium (1903), tutti e due premiati con la medaglia; né enumero qui le altre minori composizioni poetiche latine (almeno 15); e le iscrizioni pure latine per il Malpighi e il Borelli poste nell'Università di Messina (cui si potrebbero aggiungere alcune iscrizioni italiane: sulla terrazza del caffè Capretz di Barga, per Cavallotti, per il musico Catalani...). [59]

E c'è ancora altro. Dopo aver rinnovato il modo di commento ai poeti latini (in pieno filologismo tedesco) con la Lyra e, se pur meno, con l'Epos (cui continuava a lavorare per il II e III volume, però mai stampati dal Giusti, come fu per il resto della vasta raccolta delle Nostrae litterae), rinnovava pienamente lo spirito delle Antologie scolastiche italiane (fino allora quasi solo di ispirazione formalistica e retorica) dando anima e bellezza a Sul limitare (1899) e a Fior da fiore (1901). [60] E per le due antologie aveva compiuto quasi tutte le sue Traduzioni e Riduzioni poi raccolte in volume, specialmente quelle omeriche e qualcuna moderna, concretando anche il suo originale criterio di metrica italo-classica. Con questo spirito di tendenza universale, che lo fa amico con il Sanfelice, traduttore di Shelley, e con il Levi, docente di letteratura inglese, egli concepisce e prepara nel 1902 quella grandiosa «Biblioteca dei popoli» per cui compilò il mirabile piano che vedremo, e che fu continuato da altri. E dettava anche qualche articolo, specialmente per la «Gazzetta di Messina» (una risposta al latinista Carlo Pascal, 14 febb. 98; una recensione di Tra matti e' savi di Leopoldo Barboni, 19 febb. 98...); o qualche Prefazione (ai sonetti di L. De Mola e D. Forlani, 1899)... [61]

Né metteremo in conto le lettere (anche se – assente – almeno una volta al giorno scriveva a Maria, e spesso all'Ida e, ma piú di rado, al fratello Raffaele); né il Pascoli fu, per solito, un interessante epistolografo. Ricordiamo però le lettere che in questo tempo cominciano e vanno facendosi piú frequenti – per poi declinare – al Pistelli, al Pietrobono; e quelle piú familiari a Pirozz, al Caselli (tante, queste, e assai importanti: ben 542 complessivamente); e ad A. G. Bianchi del «Corriere della Sera»; o quelle di affari con editori, specialmente col Giusti e per lui con Egisto Cecchi. Altre poi sono per artisti, come De Witt, De Carolis, Zandonai; e per discepoli o per giovani, Tommaso Fiore, Luigi Siciliani e Luigi Valli; e per Mario Novaro; e anche per il fido Gargano; diradano però via via o cessano per ora quelle a Severino, al Marcovigi, al Mercatelli... Ricorderemo a suo luogo le ormai pochissime lettere al Carducci e le poche, ben interessanti però, scambiate col D'Annunzio. [62]

Ma anche come tempo di vita, questi anni chiudono, si può dire del tutto (fisicamente e in parte spiritualmente), il periodo romagnolo: nel 1902 l'acquisto della casa, sin ora in affitto di Castelvecchio, e nel 1903 il trasferimento da Messina [63] a Pisa stabiliscono ormai il tempo toscano.

Non è dunque esagerazione affermare la fondamentale importanza del periodo, diciamo, messinese, che va dal 1898 al 1903: è il tempo nuovamente originale, dopo quello delle Myricae, per il pensiero, per la varietà dei lavori e per l'arte; si conclude ormai nel 1903 anche l'umana tragedia della sua avventura dantesca, sublimata in poesia. Certo, non ostante le delusioni, il Pascoli poteva essere quasi contento di sé e poteva in quest'anno anche cantare di se stesso: in Il poeta solitario (che tanto gli piaceva) ascoltava una propria nota:

(t'ho presa — perdona, usignolo —

una dolce nota, sol una,

ch'io canto tra me, solo solo,

nella sera, al lume di luna...);

o con amara dolcezza in Il mendico sentiva anche il dolore farsi piú sereno

               ...Egli dice nel cuore

                  – Ti lodo, Fortuna! ...

Non vidi che nero, non bebbi

che fiele; ma ingrato non sono;

ti lodo per ciò che non ebbi;

che non abbandono...);

ma ormai può alzare anche un inno alla sua vittoria, alla sua Piccozza che l'ha aiutato a salire:

Da me, da solo, solo con l'anima,

con la piccozza d'acciar ceruleo...

Salgo; e non salgo, no, per discendere...

ma per restare là dov'è ottimo

restar, sul puro limpido culmine,

o uomini; in alto,

pur umile: è il monte ch'è alto...

Cosí nell'agosto del 1900 egli scriveva, per sé, l'inno che appunto apre il libro di Odi e Inni.

 

Note

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[1] Si veda la lettera del Pascoli nel «Corriere della Sera» del 30 gennaio 1953.

[2] La prolusione ci resta: si trova, al solito, nel vol. degli Scritti inediti. Fu intitolata Iter siculum.

[3] Questa Maria è una donna di casa, presso l'Ida, già salutata in lettere precedenti.

[4] Dei conti in corso col Berti e la zia di Sogliano parlano di pila altre lettere.

[5] Il Carducci.

[6] Si veda per ciò, sempre, il volume di Scritti sparsi pascoliani, ed. Mondadori.

[7] Della mirabile attività pascoliana nel tempo messinese si parlerà piú avanti.

[8] Questi dati li traggo da una lunga e viva lettera scritta a me da Maria, qualche anno fa, contro certe fantasie stampate da Mario Mariani sull'antico delitto contro il padre Ruggero, e sui rapporti che egli avrebbe avute col poeta.

[9] Si tratta del Catullocalvos, Satura, che ottenne non il premio, ma soltanto la «magna laus». Quel «certo Hartmann» è il notissimo latinista Giacomo Giov. Hartmann, cui poi il Pascoli divenne amico e cui in una situazione capovolta quanto ai premi (1904, Fanum Apollinis) il poeta mandò un gentile distico latino (Carmina, pag. 559). Lo Hartmann pubblicò poi uno studio sulla poesia latina del Pascoli (Leiden 1919), Vedremo ben piú avanti una emozione opposta dei due fratelli, in un'altra malattia, quella mortale, a riguardo di Thallusa.

[10] È quella cambiale cui già accennammo, e che fu ritirata piú tardi, nel 1900. Per equivoci e per mancata risposta, Maria si sfoga irritata contro il Tosi.

[11] Il dottor Orioles, cui fu grato fino alla morte.

[12] L'alleviamento alternato del male è segnato anche dalla ripresa dell'epistolario: il 4 maggio c'è una lettera al Codronchi, il 24 una al Barzellotti, già note a stampa. C'era già stata anche una letterina di ringraziamento (29 aprile) per gli articoli dcl Fraccaroli nel «Giorn. storico della lett. italiana» e, «dopo due mesi» di ritardo per la malattia, un altro grazie a lui per il conforto (3 giugno).

[13] Un altro effetto ebbe il tifo messinese: Giovanni, dopo quattro anni, si tolse la barba che si era lasciata crescere a Livorno: «la barbetta... la tenne dal 94 al 98. La levò dopo il tifo» scrive Maria («Il Ponte», 1956 nov., pag. 1896).

[14] Cioè di fare poesie originali, non traduzioni.

[15] È quel libro Regole e Saggi di metrica neoclassica, da dedicare al D'Annunzio, cui già accennammo e cui pensava circa dal 1896, ma che mai fu compiuto. I Saggi furono fatti entrare nelle Antologie; le Regole, stampate in bozze e mai pubblicate, furono edite per la prima volta da me, come aggiunta al I volume delle Prose di G. Pascoli.

[16] Il Giusti aveva acquistato tutti i diritti delle Myricae: e fu un lungo cruccio per il poeta; quell'editore, meno esoso però di quanto pensasse il Pascoli, aveva pubblicato anche Epos e Lyra: v. E. SERRA, Lettere del P., cit.

[17] Cosimo Bertacchi, professore di geografia e amicissimo del Pascoli. Tutti gli altri colleghi sono noti.

[18] Sono i contadini che vivono per ora amici  entro la «chiusa», accanto al poeta; e compare anche lo Zi Meo, Bartolomeo Caproni, che crescerà poi di importanza.

[19] Alfredo Caselli, il droghiere letterato lucchese, fu uomo di fiducia e devotissimo del Pascoli, amico del Puccini e di altri; comincia ora a comparire, con le lettere, nella vita del poeta. Importante l'ampio epistolario del Pascoli a lui, che si conserva nella Biblioteca di Lucca; e, sconosciute, si conservano molte delle lettere del buon Alfredo a Giovanni fra le carte di Castelvecchio.

Le lettere del Caselli al Pascoli (alcune delle quali non a Lucca) sono 337, piú 185 cartoline, 2 biglietti, 14 telegrammi e 2 note: in tutto ben 520 numeri. Molte sono ora pubblicate nelle Lettere agli amici lucchesi, a c. di F. DEL BEGCARO, Firenze 1960; ma in questo mio lavoro utilizzo anche quelle da lui lasciate inedite. Gioverebbe molto anche valersi delle citate lettere del Caselli al poeta, conservate a Castelvecchio, che rivelano la sua anima devota, umana e soprattutto paziente.

Come il Caselli conoscesse questi distici non saprei, tanto piú che si era ancora in principio dell'amicizia (si erano incontrati ai primi del 1897, e sono ancora al «lei»; la prima lettera del Pascoli al Caselli è proprio solo di questo novembre 1898). Forse quei distici li lesse con Giovanni a Lucca. Essi saranno quelli delle traduzioni omeriche, col nuovo metodo quantitativo (basato sulla corrispondenza delle sillabe lunghe con le accentate) che il Pascoli contrappone a quello «barbaro» carducciano; e dice «il problema è risoluto». Il marchese Guiccioli, che faceva parte della corte della regina Margherita, lo incontrammo fin dal principio di queste Memorie.

[20] Manara Valgimigli, che il Pascoli fece andare a Messina a incominciare l'insegnamento. Le lettere di Giovanni a Valgimigli in N. Antol., nov. 1960.

[21] Si tratta dell'ode Nel carcere di Ginevra, sul Lucheni: vedi poi la lettera del 26 nov. 1898. Il Bacchiani e il Belvederi (noti anche da altre lettere) erano giornalisti della «Tribuna».

[22] Ugo Fleres, giornalista e critico allora assai noto; era di Messina.

[23] Annesso c'è un foglio a stampa con la ballata Arsura meridiana del Marradi, veramente non molto bella. C'è qualche nota critica a margine di mano di Giovanni e, sotto, la postilla: «E dalli, dalli, dalli, con questi tavolacci riscaldati».

[24] Egisto Cecchi curava la Casa editrice Giusti. Il nuovo volume dovrebbe essere il II (e il III) di Epos, allora preparato, ma poi abbandonato.

[25] Di questo brutto e buon portinaio, Giovanni Sgroi, il Pascoli si interesserà vivamente dopo il terremoto.

[26] Guido Baccelli.

[27] Si allude ancora all'ode Nel carcere di Ginevra, forse del novembre 98; rifiutata dalla «Tribuna», come vedemmo, uscí nella «Minerva» del Garlanda il 25 dicembre. L'articolo sul papa è quello su Leone poeta, che attendeva e attese la pubblicazione su «La Tribuna»; ma non fu stampato nemmeno per la morte del pontefice e uscí postumo nel «Marzocco» solo dieci anni dopo (v. Antico sempre nuovo, in Prose I p. 896).

[28] Sono i debiti con cambiali date al Cipriani e al Bonati di cui si è già parlato.

[29] Accenna ai Poemetti latini in elaborazione: Pecudes, Sosii fratres e un terzo che non è Veterani Caligulae (1894) ma sarà il Centurio, il primo poemetto cristiano (1902).

[30] Di nuovo Pecudes e Sosii fratres.

[31] «La vita!» Quasi a commento, valga questa cartolina in versi (4 aprile 1900) che porta a Severino Ferrari una fotografia di Giovanni al balcone della casa di Messina, mentre tiene in mano un sigaro acceso (o una pipa: v. Poesie varie; ma qui la riproduco come è nell'autografo); sotto c'è un'altra fotografia piú piccola, con Gulí: «Compagno, io sono venuto: guardami: - son io. Tu chiedi forse che, tacito,  che, stretto fra queste mie dita - io stesso riguardi? La vita. - La vita, ov'arde breve ora un piccolo - fuoco che presto mutasi in cenere, - che vana, che nulla vapora! - ma un fumo esalando, che odora. Giovanni.

dall mare Grosso e dall'onio tti manda ungrosso baco il tuo gulí».

Il Pascoli era un buon fumatore, di sigari e di pipa: anche il 21 ott. 900 mandava al Caselli la sua «cara pipetta di schiuma» a cui si era «rotta di nuovo l'ambra». Ricordiamo i «garin» (pag. 527). E attaccò il... vizio anche alle sorelle.

[32] Di questo Inno parlano tre lettere al Caselli. Una del 28 nov.: «Dica all'illustre Maestro se è disposto a farmi un grande piacere, musicandomi un inno-coro in persona di questi studenti messinesi. Il coro-inno non è ancora fatto». Il 9 dicembre esprime la gioia per quanto «il M. promette per l'inno alla Sicilia» (e raccomanda al Caselli la sorella per il viaggio); e il 21 dicembre: «presto l'inno della Sicilia per il Maestro» (e ringrazia per quanto ha fatto per il viaggio di Maria). L'inno fu poi scritto dal Pascoli; ma musicato invece da un giovane musicista «reggino», Giovanni Zagari, e cantato il 6 giugno 1900 (lett. del 7 giugno, ancora al Caselli).

[33] Gabriele Briganti, amico e apostolo lucchese della gloria pascoliana. Sul Briganti e le sue lettere al Pascoli (quelle ora note sono 15, piú 24 cartoline e 3 biglietti, quasi tutte nella Biblioteca di Lucca) si veda il cit. vol. Lettere agli amici lucchesi, specialmente a pag. 27 segg. Egli fondò la Società pascoliana e curò i 4 fascicoli degli «Studi pascoliani» presso lo Zanichelli; fu quasi il consultore del poeta per l'inglese.

[34] Sono prudenti accenni a qualche contrasto col marito Berti; un giorno avranno altre conseguenze.

[35] Per Budriolo v. nota pag. 572. Il rio dell'Orso poi (a Castelvecchio) è quasi un altro rio Salto sammaurese!

[36] Le lettere del 1898 conosciute da me - oltre quelle raccolte nel testo - sono poco numerose: circa 35; in buon numero le familiari, qui già ricordate; 4 sono per il Caselli, che adesso comincia lo scambio epistolare; 3 a Pirozz; nessuna ai due Scolopi; alcune lettere sono con la Casa Giusti, altre con De Bosis, Barzellotti, Codronchi, Renier, A. Baccelli, A. Orvieto, Chiarini, Micheli, Ojetti... Con Ugo Ojetti ci fu, specialmente in alcuni anni, uno scambio, sia pure non frequente, di lettere, finora poco conosciute. Da gentile comunicazione di donna Fernanda Ojetti so che le lettere del P. a lui che si conservano al Salviatino sono 10, una del '94, due o tre del '95, una del '97, due del '98, una del '99, del '900 e del '901. Due lettere sono poi rivolte ad altri, insieme con una copia del sonetto Leggendo il Mago. Per l'Ojetti scrisse anche l'art. La letteratura europea: v. la nota a pag. 612. Per le lettere al Marcovigi, la nota a pag. 620; allo Squadrani 455, al Valgimigli N. Ant. nov. 1960. Ho già dato indicazioni sulle importanti lettere del prof. Giuseppe Martinozzi edite da E. Serra. Varie lettere all'editore Giusti (e per lui ad E. Cecchi) stampò il Pescetti: piú di un centinaio di tali lettere sono ora presso Alfredo Grilli, che ne pubblica alcune nel cit. opuscolo Lettere del Pascoli al tempo di Myricae, Roma 1960, e promette di stampare le rimanenti. Per indicazioni di altre lettere ad altri, si vedano le note indicative nell'indice Lettere di G. Pascoli.

[37] Vedi la bella prosa Messina in Limpido rivo e nel vol. cit. di Scritti sparsi pascoliani; e Prose vol. I, pag. 241; anche la lettera-prefazione a V. Muglia, in Miei pensieri di varia umanità (1903), è ripubblicata nel suddetto volume.

[38] Si veda per es. la lettera al Pistelli del giugno 1900 (Vann. pag. 186) e quella al Caselli del 14 aprile 1901 che parla di «pessimi colleghi».

[39] Accenni in «Minerva», 31 agosto 1938. Non so con quanto fondamento di realtà o quanto di immaginazione, accennò a un sentimento amoroso del Pascoli professore a Messina (forse tra il 1898-99) una sua scolara: ma, anche a ciò che dice... l'interessata, si trattò di cosa ben fuggevole e lievissima. Legga chi vuole ne «Il Mondo» del 6 ott. 59 Un amore di P. di Giovanna P. Marcianti.

[40] Un altro elemento della sua natura e della sua poesia, il vivo classicismo, ora esalta e giustifica se stesso con l'elogio a Diego Vitrioli, Un poeta di lingua morta (discorso pronunciato a Messina il 27 giugno 1898); e foggia nuovi mezzi formali in quelle note di «metrica classica» da applicare al volgare che si concretano nella lunga lettera A Giuseppe Chiarini (elaborata fra il 1897 e almeno il 1900). Come saggio della momentanea e mutevole impulsività pascoliana, si può tuttavia ricordare di nuovo il giudizio che sul poeta di lingua morta dava nel marzo-aprile 1895, mandando all'Ida una traduzione del Sermo; parla del Vitrioli «che ha avuto tanti onori per una sola delle mie tre [medaglie d'oro]. Guarda che roba: c'è persino il sest'ultimo verso sbagliato» in un suo Epigramma (si veda a pag. 180 nota 2).

[41] Prose, vol. I, p. 224. Anche in poesia balenavano lampi di queste ispirazioni. Manara Valgimigli, dopo una discussione politica, lo sentí gridare, con un gran pugno sul tavolo: «Vedrai il mio Uomo rosso»!

[42] Prose, id. 231.

[43] In una lettera al capitano P. Emilio Bosi del 1901 c'è questo pensiero caratteristico : «Poeta e bersagliere, nulla di meglio. Poeta e professore, male: non vanno d'accordo. Meglio, poeta e contadino, poeta e calzolaio. Però poeta e maestro fanno insieme la piú nobile delle funzioni umane».

[44] Prose, I, pag. 207.

[45] L'articolo, non compreso fra le Opere edite da Giovanni o da Maria, è nel già piú volte citato volume degli Scritti sparsi.

[46] Alla rubrica per la «Tribuna» accenna in una lettera al Mercatelli del 12 agosto 1900; del «Giornale dei liberi» parla, fra altri, al De Bosis il 10 ott. 1898, al Valli il 28 marzo 1901 e al Pietrobono il 22 maggio 1902. Il giornale ebbe, pascolianamente, forme imprecise e vari titoli (anche «La voce dei liberi» o «Il veltro»); e sfumò nel nulla. Parlandone al Caselli, diceva che doveva essere un «giornale italo-europeo» (nel Pascoli si potrebbero trovare cenni precursori di «europeismo»! Si veda anche lo scritto Per una letteratura europea, pag. 607), settimanale, «libero, di letteratura e filosofia pratica..., con una appendix in latino, in cui scriverà il celebre scrittore e poeta latino T. Livius Speratus; che è il mio pseudonimo» (27 dic. 901; altra senza data in Lett. agli amici lucchesi, cit., pag. 184; anche 10 ag. 901 e 4 genn. 902).

[47] Tutta questa attività è ampiamente studiata e documentata in A. VICINELLI, Cronaca e storia degli studi danteschi del Pascoli, in «Studi Danteschi», vol. XXXI, fasc. II (1953); e piú ancora nell'Introduzione al II vol. delle Prose pascoliane, Scritti danteschi, a cura di A. V., II ediz. mondadoriana 1957.

[48] Per questo, oltre al mio studio cit., si vedano le lettere del tempo scambiate col Pistelli e il Pietrobono nel volume del Vannucci.

[49] Si vedano sempre le due sezioni del vol. II delle Prose pascoliane: Scritti danteschi, cit., I ediz. 1953, II ediz., con nuova Introduzione, 1957. Accenni alle polemiche dantesche e alle insistenze del «Marzocco» anche nelle lettere a Angiolo Orvieto in «Ponte» nov. 1955.

[50] A Fr. D'Ovidio, agosto 1900; Conversazioni dantesche, ott. 1900 e principio 1901; Colui che fece il gran rifiuto, luglio 1902; lettura sul II Canto del Purgatorio, Roma, dic. 1902. Gli altri sono piú tardi.

[51] Si legge nella lettera a P. Micheli (19 giugno 98) in «Nuova Antologia» marzo 1933.

[52] Anche la lotta con i critici - e non solo dantisti - segna in questi anni «uno dei punti gravi»; e le polemiche spezzano per qualche tempo perfino tre amicizie: non solo col D'Annunzio, ma anche col Pistelli (per piú di un anno) e perfino col Pietrobono (per qualche mese). Ma dopo le ire contro il «Marzocco» del Corradini coi suoi Pirandello, Pastonchi, Lipparini, Ojetti...; e contro il Lesca, il Ceci e il Pascal (si vedano le lettere all'Orvieto); c'è la polemica per il Festa, in parte anche col De Gistille (pag. 633), e contro lo Scherillo (come risulta dalle lettere ai due Scolopi); e in questo «quasi nullo lettore di poesia moderna» (al Pistelli, 1900), eppure cosí efficace precursore di motivi e stile nella nostra poesia moderna, si prepara una quasi irosa reazione ai piú evidenti tentativi di rinnovamento, come quello di «Giulio Orsini», secondo altre lettere al Pietrobono (maggio 1904). Ma a tutto ciò si accenna piú particolarmente nei singoli anni.

[53] Nel volume Omaggio a G. Pascoli, ed. Mondadori 1955, dicemmo che c'è la Storia bibliografica delle Myricae, a cura di A. Vicinelli.

[54] Sui Poemetti, interessano, fra l'altro, le lettere ad A. De Witt, in «Pegaso», gennaio 1932. Nella lettera del 28 maggio 1899 scrive che la loro idea direttiva «è presso a poco questa: c'è del gran dolore e del gran mistero nel mondo; ma nella vita semplice e familiare, e nella contemplazione della natura, specialmente in campagna, c'è gran consolazione, la quale pure non basta a liberarci dall'immutabile destino». Si veda anche quella del 9 luglio. Interessa pure la lettera del 27 aprile, con accenni a «libretti per bimbi», a una «raccoltina di favole esopiane» in terzine, alla «Batracomiomachia tradotta...» Il 30 luglio parla a lungo della sua poesia sulla lampada (La poesia) e studia un motto latino da premettere a una nuova edizione di Myricae.

[55] Basta rammentare, nel 1898, La poesia, Digitale purpurea, Il sogno della vergine, Per sempre, L'allodola, La fonte di Castelvecchio, Il sole e la lucerna, Nel carcere di Ginevra, La quercia di Havarden, Bismarck...; nel 1899, La mia malattia, La canzone della granata, Il torello, Il soldato di San Pietro in Campo, il Sonno di Odisseo, la prima redazione di Anticlo, Alle Batterie Siciliane...; nel 1900, L'aquilone, La quercia caduta, La piada, La mia sera, L'ora di Barga, Manlio, A Re Umberto, A Umberto Cagni, Al Duca degli Abruzzi...; nel 1901, Le ciaramelle, Il gelsomino notturno, La tessitrice, Il girarrosto, La canzone dell'ulivo, Il poeta solitario (Il rospo), Il fringuello cieco, La porta santa, A Verdi, Alle Kursistki...; nel 1902, Al Serchio, Passeri a sera, Il negro di Saint-Pierre, Tolstoi... Le piú di queste poesie, prima che in volume, furono pubblicate in periodici: specialmente nel «Marzocco» e nella «Riviera ligure» e anche in qualche quotidiano, oltre che in opuscoli a sé.

[56] Ci sono I due cavrioli (1900-01); Un'ora d'amore (1901); Aasvero e anche Gretchen's Tochter (1902). Si veda Nell'anno mille, e... altri drammi, a cura di Maria, Zanichelli 1924; e il vol. degli Scritti sparsi, spesso citato.

[57] La lettera fu stampata in «Il giardino di Esculapio», ottobre 1942.

[58] Una delle non rare «occasioni» per poesie pascoliane fu (per subconscia nostalgia? ma era anche un poco una moda del tempo) quella delle nozze di parenti o di amici: dagli anni di giovinezza (per Severino, per Giulio Vita, per il fratello Raffaele, come ricorda nella Nota bibliografica delle Myricae) a quelli piú avanti lungo la vita: valgano ad esempio le raccoltine per Enrico Bemporad (Canzone per nozze in Myricae) o per la sua figlia Ada (1895: Finestra illuminata); o per Angiolo Orvieto (Maria, La mia malattia) ed Egisto Cecchi (Il cane, La lodola, La sorba) entrambi del 1899; per le figlie del ministro Codronchi (La Piccozza, 1900) e dell'ing. Tosi (altrove ricordata); o per il Briganti (cui offrí il delicato Gelsomino notturno) o, secondo il desiderio del fratello Falino, per nozze Ferrari-Riboni. Ci sono poi le poesie latine per la figlia di Carducci (Carm. XLVII) e di Zanichelli (XLVIII), di Ferdinando Martini (Crepereia, Gallus moriens) o del Marcovigi (XLIII) o dell'on. Rava (XLIX) ... Sappiamo del bell'opuscolo Nelle nozze d'Ida (1895); e già negli abbozzi studenteschi (e in Poesie varie) ci sono tentativi di sonetti o altre poesie per nozze (onde poi anche la canzone Nelle nozze... Torlonia...).

[59] Metto qui alcuni motti o pensieri pascoliani, uditi da me nella conversazione con Maria; non li credo inutili anche per far conoscere il continuo stato... poetico in cui viveva il Pascoli.

Al fratello stanco di visite, articoli... un giorno Maria disse, quasi senza badare : «In mezzo a quanta prosa tu fai la poesia...»; e Giovanni subito: «Oh! petali di rosa in mezzo della via».

Parlando di Gulí, un giorno osservò: «Se un cane potesse conoscere Dio, come lo amerebbe!».

E si ricordi quel detto scherzoso sui sette «eti» del suo campicello (pag. 690).

[60] Per Fior da Fiore aveva chiesto a Zanichelli il permesso di riprodurre qualche passo carducciano, e il Carducci il 20 agosto 1900 incaricava il Bacchi Della Lega di dire all'editore: «Do il permesso per il Pascoli» (Lettere, ed. Zanichelli, XX, p. 304). Cosí, dopo un primo rifiuto dello Zanichelli nel 1899 (v. pag. 643), la concessione verrà anche per Sul limitare in una edizione posteriore.

[61] Anche per tutto ciò, si veda sempre il vol. degli Scritti sparsi del Pascoli.

[62] Come sappiamo, le lettere al Pistelli e al Pietrobono sono ordinatamente edite dal Vannucci; il carteggio Carducci-Pascoli-D'Annunzio, l'ho raccolto e commentato nel cit. volume Omaggio a G. P., Mondadori 1955; le lettere al Caselli (alla Biblioteca di Lucca) e al Briganti, sono in parte edite da Felice del Beccaro, presso Le Monnier (1960); inedite in complesso quelle al Bianchi (a Brera) e in parte anche quelle a Tuffo Golfarelli e al De Carolis (Fondo Piancastelli alla Biblioteca di Forlí: alcune di queste pubblicate, v. nota pag. 671); quelle a Pirozz (Museo di San Mauro; ma alcune anche a Castelvecchio) sono edite frammentariamente in «Convivium» 1948, e qualcuna nell'opuscolo del Comune di S. Mauro Onoranze a G. P., 1933. Altre sono sparse in riviste, specialmente nella «N. Antologia» (al Cian, 1° apr. 1925; al Mercatelli, 16 ott. 1927 e anche nel periodico «Indice»), in «Pegaso» (vari) e nel «Convivium» (al Cian: a. 1949). Sulla corrispondenza specialmente giovanile e poi degli anni tardi col Marcovigi si può vedere il Trompeo nel «Corriere d. sera» 21 nov. 1954 (si va dal 1889 al 1912, ma con lunghe interruzioni fra il 1883 e il 90, e il 1896, e il 1896 e il 1906). Oltre ai gruppi già citati, 19 lettere al Cantoni (1881-1911) sono in G. MAIOLI, G. P. e F. Cantoni, Faenza 1957; alcune al Bonati in «Eroica» (v. pag. 607). Per altre a Enrico e Renzo Bossi, musicisti, si veda il vol. curato da Maria Anno Mille. Lettere di anni piú tardi saranno ricordate piú avanti; e si rivedano le note a pag. 607, 671. Per quelle alla Corcos, v, pag. 564. Per altre al Giusti e al Martinozzi, pag. 607.

Oltre a quelle citate nel testo, io ho l'indicazione di piú che 650 lettere rimaste di questi sei anni (circa 35 del 1898, piú che 45 del '99, pressappoco 110 del '900; e rispettivamente circa 145, 200, 130 del 1901, 1902, 1903). Perdute in un incendio le lettere al Finali. — Restano a Pisa le molte lettere inedite al fratello Raffaele, da me troppo rapidamente scorse e per ora non utilizzabili; sono circa 200: piú numerose e importanti dal 1882 al 1895, con qualche confidenza anche passando oltre le sorelle («le sorelle, educate fra i preti, sono poco capaci di amore e di esser amate»; ma poi accenna a scene quasi isteriche, anche in pubblico, dell'Ida per il desiderio del matrimonio). Nel 1895 si tratta di un'ipotetica moglie per Giovanni, una «figurina preraffaellesca» di Como, ma con scarso interesse dell'interessato, che ci scherza su. Nella fine del 1911 egli si vergognava di viaggiare per il ritorno a Bologna insieme a Maria, «trascuratissima» con un cappellino di paglia nell'inverno, e con quel brutto cane «che ormai fa schifo» sempre in braccio (onde, nonostante la malattia, attese a ritornare che il povero Gulí fosse morto). Non inutili... effetti di controluce di fronte alle lettere di Giovanni e Maria. A Pisa si conservano anche delle memorie del fratello Raffaele, soprattutto di carattere familiare. — Un altro non piccolo gruppo di lettere domestiche (di Giovanni, ma specialmente di Giovanni e Maria, in particolare rivolte alla sorella Ida) sono conservate presso i discendenti di Ida, Murari-Berti, a Bologna: non dicono molto di piú di quelle qui pubblicate. Anche brevi poesie o altri frammenti sono presso questa famiglia, alcuni, secondo un uso del tempo, scritti su un ventaglio.

Qui, come fece Maria, si pubblicano o si ricordano le lettere inviate alle sorelle o a parenti, e alcune di quelle ai piú intimi amici. Una grande raccolta di lettere al Pascoli (purtroppo non del Pascoli,) si conserva nella casa di Castelvecchio ed è ora riordinata a cura della Sopraintendenza bibliografica toscana.

[63] L'affetto per Messina si riavvivò nel Pascoli nella rovina del terremoto: nelle lettere e in una bella prosa.

Sul tempo di Messina, per la biografia, si può vedere: G. B. DE FERRARI, P. a Messina, in «L'Avvenire d'Italia», 11 aprile 1912; E. SANTINI, Il P. a Messina, in «R. Univ. di Messina, per l'inaugurazione di un busto a G. P....», a. 1936; M. GIORDANO, Ricordi messinesi di G. P., in «Giornale d'Italia», 23 genn. 1942; L. PESCETTI, P. a Messina, in «Il Messaggero», 10 nov. 1942; M. VALGIMIGLI, Mariú, in Carducci allegro, Bologna 1955, p. 225; G. Vito RESTA, P. a Messina, Libr. Editr. Univ.ria Messinese, 1955. Memorie personali in questo tempo pascoliano ha anche M. VALGIMIGLI, specialmente nel volume Pascoli, Firenze 1956.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011