Maria Pascoli

Lungo la vita di Giovanni Pascoli

Memorie curate e integrate

da AUGUSTO VICINELLI

con 48 tavole fuori testo

Edizione di riferimento

Maria Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, Memorie curate e integrate da Augusto Vicinelli, con 48 tavole fuori testo, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1961

PARTE TERZA

L'INSEGNAMENTO UNIVERSITARIO E LA MISSIONE UMANA

IL POETA TERRESTRE E COSMICO

CASTELVECCHIO, MESSINA, PISA

(Ottobre 1895  Dicembre 1905)

CAPITOLO I

A CASTELVECCHIO E A BOLOGNA

INSEGNANTE DI GRAMMATICA LATINA E GRECA

(Ottobre 1895 - Fine 1897)

I PRIMI MESI DELLA NOSTRA DIMORA A CASTELVECCHIO
FINE DEL 1895

Il dí successivo alla partenza degli sposi fu occupato nella preparazione e nella spedizione all'Ida, al suo nuovo domicilio di Santa Giustina, delle cose che le si dovevano mandare. Tra esse c'era il lettino in cui aveva dormito nei dieci anni trascorsi con noi e quei mobili che erano stati di suo particolare uso avendo Giovannino voluto lasciarglieli in dono. Oh! ma non fu senza grande nostra tristezza quella quasi lugubre faccenda! Poi si cominciarono i preparativi per il trasloco a Castelvecchio di Barga. Il lungo desiderio di Giovannino stava per essere appagato. Egli, sebbene avesse sempre il cuore piagato e i nervi in rivoluzione, a quel pensiero si allietava e diceva a quando a quando a me: «Vedrai che staremo bene, che ti troverai contenta, Mariù». Ma io segretamente, di notte, piangevo. Mi sembrava di dovermi trovare in un deserto, in una solitudine paurosa.

A lui però non dicevo niente di quella mia apprensione e mi mostravo pienamente soddisfatta. Falino era rimasto con noi e poteva trattenersi ancora per parecchi giorni; cosí ci si rese molto utile in quella circostanza, sorvegliando e aiutando gli operai che dovemmo prendere per smontare i letti e i mobili, fare gl'imballaggi e quant'altro occorreva. Poi quando partirono i barrocci, venuti da Barga, carichi della piú gran parte della nostra roba, egli si recò a Castelvecchio per riceverla e metterla a posto prima del nostro arrivo. Intanto noi per qualche giorno dovemmo stare alla meglio nella casa semivuota. Per la notte Giovannino aveva il lettino di Placido e io una branda. Per partire anche noi, aspettavamo un avviso di Falino, che ci giunse poco dopo, il 12 ottobre.

Il resto dei mobili e delle cose che avevamo ancora da mandare a Castelvecchio era già pronto per la sera del 14. Cosí noi, non avendo piú a nostra disposizione l'occorrente né per far da mangiare né per dormire, ce ne andammo a cenare fuori col proposito di pernottare poi in qualche albergo. Ma dopo cena, presi da una invincibile nostalgia dell'ambiente domestico, ritornammo a casa. C'ingegnammo di liberare dall'ammasso delle altre cose la branda e, vestiti come eravamo, ci ponemmo su quella con in mezzo Gulí, ma non chiudemmo gli occhi e parlammo quasi sempre. Soltanto Gulí, felice in mezzo a noi, dormí saporitamente. Questa fu l'ultima notte trascorsa a Livorno. La mattina prestissimo del dí seguente, 15 ottobre, con Gulí e coi nostri uccellini in una gabbietta fatta fare apposta per il viaggio, divisa in tanti scompartimenti, [1] partimmo in treno alla volta di Lucca, donde con una vettura, mandataci da Barga, ci avviammo per raggiungere Castelvecchio.

Arrivammo a Castelvecchio passato mezzogiorno, stanchi e indolenziti per quelle piú di cinque ore di carrozza che avevamo addosso; e c'era ancora un buon tratto di montata da fare a piedi per giungere alla meta. Ma la vista che già dalla strada maestra ci appariva di lei, ci dette le ali, cosí che lesti lesti c'inerpicammo per una viottola-scorciatoia, ripida, tortuosa e tutta a grandi sassi sporgenti, e in un volo la raggiungemmo. Falino, che era rimasto ad aspettarci a casa non essendosi azzardato di venirci incontro perché non sapeva da che parte e a che ora potessimo arrivare, ci fece una chiassosa ed allegra accoglienza, e subito volle farci vedere come aveva disposti i mobili nello studio, e i letti e i mobili nelle due camerine attigue che aveva scelte per noi, e in quelle che aveva destinate per gli ospiti. Noi rimanemmo contenti del come aveva fatto. Alla svelta poi facemmo un po' di colazione nello studio con dell'affettato eccellente, che un ragazzo del contadino ci era andato a prendere di corsa a Castelvecchio. Dopo, avemmo il nostro daffare tutti e tre: io, avanti ogni altra cosa, a tramutare, dalle piccole celle della gabbietta in cui erano venuti, i cinque o sei nostri cari uccellini, nelle gabbie adatte a ognun di loro e poi a sistemare le camere; i due fratelli, Falino a scassare i libri, e Giovannino a metterli via via in ordine negli scaffali. Sulla sera, non avendo ancora attivata la cucina, tutti e tre, a piedi, col nostro inseparabile Gulí, ci recammo a mangiare a Barga; e ad ora tarda, sempre a piedi, facemmo ritorno a casa. Tra tutto, per quel giorno, ne avevamo abbastanza della stanchezza! [2]

Eccoci, dunque, finalmente in campagna; ecco realizzato il sogno che Giovannino vagheggiava da tanto tempo! Egli avrebbe certo potuto trovare in quella sospirata realtà ciò che da essa si aspettava, ossia la tranquillità e serenità dello spirito, la calma dei nervi e la fiducia in se stesso, per poter lavorare, purché l'avessero lasciato un poco in pace. Ma in pace non doveva essere lasciato neppure sul principio. Proprio alla vigilia della nostra partenza da Livorno, giunse una lettera del cognato, con data 12 ottobre, scritta all'insaputa dell'Ida, in cui chiedeva quelle 750 lire, che essa aveva già avute fin dal luglio e spese per il corredo, credendo che fossero ancora presso Giovannino; e si capiva che egli aveva addosso dei debiti.

Falino si trattenne con noi a Castelvecchio cinque o sei giorni, nei quali finimmo insieme di mettere a posto e in ordine tutto; poi dovette rendersi a Como, alla sua famiglia e al suo ufficio con molto dispiacere comune. Ma non erano trascorse ancora ventiquattro ore dalla partenza di Falino, quando, improvvisamente come al solito, si presentò all'uscio di casa il fratello Giuseppe. Quasi due anni dopo il falso annunzio che ce ne aveva dato, la moglie gli morí davvero: gli parve un'occasione propizia per ottenere del denaro; ed eccolo lí alla porta. Ma Giovannino si irritò contro di lui che, tra l'altro, aveva osato sparlare dei suoi santi genitori, e con insolita energia, dopo avergli dati i danari per fare il viaggio, lo rimandò via; egli però rimase due o tre giorni nel paese, e nel viaggio si presentò al sindaco di Barga prof. Giulio Giuliani e al prof. Giovanni Setti, allora al Liceo di Pisa e amico di Giovannino. Per questa dolorosa vicenda domestica, gli era persino venuta l'idea di adottare uno pseudonimo per ciò che avesse potuto fare e pubblicare in seguito; ma fu abbandonata perché contraria al suo scopo di tenere alto il nome dei suoi cari morti. In quei giorni Giovannino era abbattuto, disfatto. Ricordo che allora gli venne anche un gonfiore duro della grossezza di un ovo in una guancia, che lo faceva molto soffrire; mi decisi a chiamare il medico condotto, l'ottimo dottor Stagi, che gli ordinò un unguento che fu invero miracoloso.

Cosí nelle prime settimane del nostro soggiorno a Castelvecchio avemmo molto da tribolare, per tutti i versi: moralmente e fisicamente, pur non avendo allora qualche contatto che con i contadini che avevano la casa prossima alla nostra nel recinto murato, e che ci facevano qualche servizio. Ma Giovannino aveva anche da occuparsi di diversi lavori – Epos, Minerva Oscura, grammatica latina, e altro – e non era possibile che ne facesse progredire gran che nessuno; meno però di tutto la grammatica latina (che doveva fare per l'editore Bemporad) alla quale non concedeva di buona voglia il suo tempo. [3] Fece anche in quei giorni una breve escursione nel campo, che da mesi gli era stato interdetto, della poesia. Ne venne alla luce la Finestra illuminata la cui ispirazione aveva portata da Livorno. Io ne fui beata. La pubblicò la prima volta in un opuscolo per le nozze (che avvennero il 17 novembre) di Ada Bemporad, sorella dell'editore. Dopo, la introdusse nelle Myricae.

Alla fine di ottobre gli fu annunziato il decreto che lo nominava professore straordinario di grammatica latina e greca all'Università, non piú però di Torino, come egli ormai credeva avendone accettata la proposta, ma di Bologna. [4] Il cambio lí per lí lo fece un po' rimaner male, avendo qualche motivo per non gradire Bologna; ma si rimise subito pensando che colà avrebbe potuto godere la compagnia del suo grande maestro Carducci, del suo Severino e di molti altri buoni amici. E immediatamente scrisse al Maestro per saggiare terreno e per sapere se poteva essergli accordato un po' di permesso prima di andare, non sentendosi bene in salute. Ed era proprio vero. Il Maestro cosí gli rispondeva:

Bol., 2 nov. 1895

Cariss. Pascoli, il permesso, ora come ora, lo puoi chiedere al Ministro. Pigliatela pur comoda, e vedi di rimetterti bene. Non ti dar pensiero di qui. Il Gandino e il Puntoni so io che son contentissimi d'averti collega; e quando li vegga ai prossimi esami farò loro parte del tuo desiderio.

Con grandissimo piacere di averti con noi, in compagnia anche del buon Severino, ti saluto.

Tuo aff. GIOSUE CARDUCCI

Addio, caro Giovannino. Vieni, vieni: intanto guarisci presto e del tutto. Aff. GNACCARINI

Care e buone parole, che gli fecero molto bene, e molto lo animarono; e cosí pure le cordiali parole di compiacimento che gli venivano dagli estimatori ed amici, specialmente dai suoi antichi amici e compagni di Bologna.

Noi non avevamo la possibilità quell'anno di provvedere i mobili per ammobigliare un appartamentino: eravamo troppo dissestati e indebitati; e quelli della casa di Castelvecchio, non volevamo muoverli piú. Pensavamo di prendere due stanze ammobigliate in affitto presso qualche persona che le avesse disponibili e fare vita da studenti. L'ideale sarebbe stato che le due camerette ce le avesse potuto dare Severino, e Giovannino volle che gli scrivessi io, manifestandogli quel nostro bel sogno. Ma Severino rispose con la seguente lettera che ci fece ridestare da quel sogno.

Ah, gentilissima Signorina, Ella fa dei «progetti» soavi per amareggiarmi! per amareggiarmi! Come noi in una casa non brutta, ma semplicemente sufficiente possiamo avere due stanze per loro! Si fosse saputo prima! Poi, come ammobigliarle? ... Il Carducci mi aveva sempre lette con molta sua contentezza le lettere di Giovannino e mi aveva piú volte spronato di scrivergli, avvertendolo di fare i suoi comodi, e qui verrebbe desiderato e festeggiato ecc. E pure il Puntoni mi aveva piú volte espresso il suo parere per la venuta di Giovannino; ma io... che vuole? non ho ancora finito il doppio trasloco... Mia moglie avrebbe scritto lei, ma è ammazzata dalle casse (non mie metaforicamente) e dai comò dello sgombero. Quando saremo a tiro ... cioè che saranno per venire, scrivano poi ciò che vogliono fare. Tutti noi e tutta Bologna e Cantoni e Buggini e Vita e Visani Scozzi e Gnaccarini ecc. ecc. ecc. ecc. offrono i loro servigi. Saluti. Riverisco. Dev. SEVERINO F.

Bologna, 12 nov. 95 Fuori porta Zamboni n. 7.

Per rimediare alla situazione finanziaria, e senza lo stipendio non riscosso per il trasferimento, Giovannino, che aveva allora licenziato qualche foglio di stampa del suo Epos, chiese all'editore Giusti un acconto di 200 lire, l'ottenne, accompagnato anzi da una lettera nella quale gli si faceva l'augurio di poter andare all'Università di Roma al posto del prof. Occioni deceduto in quei giorni. A Giovannino non sembrò una cosa del tutto impossibile e scrisse al suo amico comm. Felice Barnabei per sapere ciò che si buccinava al Ministero per quella successione: ma il 22 novembre questi rispose che era già stato nominato il prof. Cugnoni.

A Giovannino certo piaceva Bologna, ma non quanto Roma; a Bologna però era bene accetto da tutti. Anche il Rettore dell'Università, prof. Vittorio Puntoni, che ancora non conosceva di persona, gli scrisse molto cordialmente il 15 novembre, conchiudendo: «Di lei mi hanno parlato assai in questi giorni i proff. G. Carducci e S. Ferrari: non le parrà dunque strano che io abbia voluto, scrivendole, anticipare in certo qual modo il piacere della nostra futura personale amicizia».

Tuttavia dalle lettere scambiate col Puntoni e il Gandino, gli parve di capire che il suo insegnamento dovesse essere troppo in sott'ordine, e ristretto in certi confini senza un po' di quella libertà di espandersi, che a lui sembrava necessaria per renderlo meno arido; sí che fu preso dal timore di doversi trovare in imbarazzo, in disagio. Ed era anche assillato dal pensiero della sua persistente disastrosa situazione finanziaria; in tanti lutti e contrasti, tuttavia Giovannino non si abbandonò allo scoramento e all'inazione, come purtroppo gli succedeva spesso per la sua eccessiva sensibilità; si dette invece con piú lena al lavoro, cosí che in quello scorcio d'anno la sua attività fu veramente quale da parecchi mesi non era stata. Terminò la Minerva Oscura per il «Convito» (il «Convito» peraltro ebbe una sosta, e non pubblicò le due ultime parti se non l'anno dopo), fece fare un buon passo all'Epos e, con mia grande gioia, riprese la poesia. La campagna cominciava a produrre i suoi benefici effetti. Mise mano a quel poemetto dell'idillio campestre di Rosa e Rigo, e lo condusse un pezzo avanti, non tralasciando qualche altro poemetto di antica e di nuova ispirazione, che sembrava sollecitarlo. Con quelli che aveva già fatto a Livorno, credeva di poterne aver presto una quantità sufficiente per comporre un volumetto, anche per vedere di guadagnare qualcosa. A tal fine scrisse piú volte al suo buon amico G. S. Gargàno, collaboratore della «Vita Nuova» di Firenze, perché cercasse di combinare la stampa e i patti con l'editore R. Paggi del quale aveva sentito parlare molto bene. Il Gargàno combinò tutto; ma per la pubblicazione dei poemetti non era ancora venuto il momento. Fece anche in quei giorni due poemi latini Cena in Caudiano Nervae e Castanea, quest'ultimo fresco fresco d'ispirazione locale che mandammo, con buona speranza, al Concorso di poesia latina di Amsterdam. E fece qualche breve lirica per la nuova edizione delle Myricae che sembrava prossima, e un'odicina Crisantemi che il De Bosis gli aveva chiesto per un numero unico che le Dame della Croce Rossa volevano fare a benefizio dei caduti d'Africa.

Non poco tempo né poca attività gli vennero sottratti dalla corrispondenza che anche in quei giorni, come sempre, non fu indifferente. Lettere su lettere or a questo or a quello per poter giungere ad aver gli stipendi, e al prof. Puntoni per potersi intendere sul corso che doveva tenere all'Università di Bologna, e a G. S. Gargàno per le trattative della stampa dei poemetti con l'editore Paggi, a Guido Biagi, bibliotecario della Laurenziana, per avere schiarimenti intorno a una conferenza sul Leopardi della quale era stato richiesto piú volte dallo stesso Biagi per la Società di Lettere a Firenze (non avendone ancor fatto di conferenze, era un po' titubante se acconsentire o no, ma poi accettò per amore al poeta, anche perché non era cosa da farsi subito, ma nel marzo), e all'antico suo amico Teobaldo Buggini perché gli trovasse a Bologna e contrattasse due camere ammobigliate presso qualche persona di sua conoscenza, e al suo Severino per sapere qualcosa intorno alle onoranze che Bologna si preparava a tributare al Carducci, avendone letto l'annunzio in un giornale, e al Finali per amicizia per sfogarsi un poco, e ad altri per altri motivi. Ma anche il caro Severino lo turbò un poco chiedendogli, fra l'altro, il l° gennaio del 96, un prestito fra le cento e le trecento lire !

Ormai però il pensiero che l'Ida non fosse, o non fosse per essere felice, si andava dileguando; c'erano stati dei primi momenti di disagio economico anche per lei, ma infine doveva trovarsi piú che soddisfatta di possedere casa e podere; sopra tutto poi avevamo intuito che già palpitassero in lei due cuori. Quale felicità maggiore può ripromettersi una sposa, della maternità?

IL PRIMO ANNO D'INSEGNAMENTO UNIVERSITARIO
INCERTEZZE MATRIMONIALI E FRATERNE (PRIMA METÀ DEL 1896)

Con l'anno nuovo s'approssimò il tempo d'andare a Bologna. Avremmo potuto, senza oltrepassare i limiti del permesso, indugiarci a Castelvecchio fin quasi alla metà del mese; ma Giovannino, che non sapeva quando avesse dovuto fare la prelezione e che era ancor piú d'un poco imbarazzato intorno al programma da svolgere nel suo corso, si decise a partire alcuni giorni prima per rendersi conto di tutto e affiatarsi coi colleghi, specialmente col Puntoni e col Gandino. Era ben rimesso in salute, ed era assai sollevato di spirito e per aver riafferrata, mentre stava fuggendo, la fiducia nel proprio lavoro, e per esser rimasto soddisfatto di ciò che era riuscito a fare in poco piú d'un mese. Era poi contento del luogo che aveva scelto per suo rifugio: aveva già capito che avrebbe potuto soddisfare la sete ch'egli aveva della campagna ed essergli prodigo di buone messi di poesia.

Partimmo da Castelvecchio col nostro Gulí la sera del 5 gennaio e andammo a pernottare nella locanda Sanmartini a Barga; la mattina seguente di buon'ora prendemmo la diligenza per Lucca, e poi il treno per Bologna, dove giungemmo verso sera. Alla stazione ci aspettavano il Buggini e sua sorella che ci condussero a una casa di Via Belle Arti, ove ci avevano trovato e fissato le due camerette da noi richieste. Erano esse modestissime, ma pulite e intercomunicanti come desideravamo per aver facile comunicazione tra noi nella notte nel caso che ci sopraggiungesse qualche malessere. Quella destinata a Giovannino era abbastanza grande e aveva anche un sofà e un tavolo di discrete dimensioni, che doveva essere per lui libreria e scrittoio insieme. Certo mancavano le comodità, ma si trattava di aver pazienza soltanto per quell'anno scolastico, perché dopo avremmo preso un appartamento ammobigliato da noi. La padrona era una di quelle brave e affabili massaie bolognesi che s'industriano per vivere ad affittare camere e anche a tenere a dozzina studenti. Noi però non ci mettemmo a dozzina; avevamo già stabilito il nostro piano: andare a mezzogiorno e a sera alla trattoria del Foro Boario, dove erano sempre gli stessi buoni padroni di quando Giovannino era studente, e dove si poteva mangiare benino senza troppa spesa. Anche quella sera vi andammo e fummo accolti con molta festa dai padroni, signori Cimatti. E quella sera stessa, col Buggini e sorella, andammo in una grande sartoria, volendo Giovannino acquistare subito un vestito per me perché quello che solo avevo per l'inverno era troppo antico e trito. Volle inoltre comprare la stoffa per farmene fare un altro da una sarta che gli suggerirono i Buggini, piú sfarzoso, per le grandi circostanze.

I primi giorni furono di orientamento e di assestamento; di un assestamento invero assai poco corrispondente alle necessità di studio e di lavoro di Giovannino, che non poté nemmeno schierare sul tavolo i non molti libri che aveva portato, non essendoci posto sufficiente poiché, come ho detto, il tavolo doveva servire anche da scrittoio. Tuttavia si fece alla meglio. La prima volta che vedemmo il Carducci fu la sera dell'8 nel Caffè dei Servi, ove noi, ritornando dal Foro Boario, ci eravamo fermati per riscaldarci con un caffè e anche per allontanare un po' di quella malinconia, che specialmente in quelle ore, per essere quasi scasati, ci assaliva. Stavamo appunto sorseggiando il caffè seduti a un tavolino presso l'ingresso, quando entrarono il Carducci, Severino Ferrari e il conte Vittorio Rugarli. Subito essi scorsero Giovannino e gli si accostarono, facendogli una gioiosa entusiastica veduta. Il Maestro l'abbracciò e baciò visibilmente commosso e gli rivolse affettuose parole di benvenuto e di compiacimento per averlo a collega in quella Università. Baciò pure me, «la sorellina» com'egli diceva, con tenerezza paterna. Fu proprio un'accoglienza bella, piena di un'espansività quale non ci saremmo aspettati dal Carducci.

Qualche sera dopo ci fu un banchetto, ideato dal prof. Francesco Bertolini, preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, al quale parteciparono molti professori tra cui anche Giovannino. Vi si recò con Severino, mentre io e Gulí rimanemmo presso la famiglia di lui, con la quale, dopo cena, come eravamo intesi, andammo loro incontro, concludendo la serata con una mangiatina di paste che essi vollero offrirci in una delle piú belle pasticcerie di Bologna. Quel banchetto, avvenuto prima che Giovannino facesse la prolusione, fu opportuno per lui, perché valse ad alleviargli l'imbarazzo che gli cagionava la sua non desiderata posizione di collega dei suoi antichi maestri. C'erano ancora nella sua Facoltà, di quando egli era studente, oltre il Carducci, G. B. Gandino, Francesco Acri, Edoardo Brizio, Celestino Peroglio, Francesco Bertolini (quest'ultimo però era arrivato poco prima che egli si laureasse) ed altri che non ricordo. Ma c'erano altre cose che lo preoccupavano. Una, che non aveva ancor potuto mandar niente al Bonati per la cambiale delle 2500 lire che avrebbe dovuto pagare nel decembre trascorso, e non sapeva come fare nemmeno allora per riuscire a mandare almeno un acconto un po' sensibile per farlo pazientare. Lo stipendio non era sufficiente per vivere noi e per dare le 50 lire mensili, e piú, alla sorella. Bisognò che si adattasse a fare un nuovo debito, e lo fece in quei giorni col buon Buggini. Cosíi poté spedire 500 lire in vaglia telegrafico all'amico Bonati; e allontanato per il momento quell'affannoso pensiero, poté con piú serenità preparare la sua prolusione, che il mattino del 21 gennaio lesse, con voce che rivelava una grande emozione, in un'aula stipata di professori, studenti, studentesse, antichi compagni di scuola, amici ed estranei. C'ero anch'io e indossavo l'abito nuovo ch'egli aveva voluto farmi per le grandi circostanze. Il titolo della prolusione era Il ritorno. [5]

Mentre Giovannino pronunziava belle parole di saluto al Carducci, il grande Maestro entrava nell'aula e si portava ad abbracciarlo commosso, commovendo tutti. La prolusione ottenne molto successo. Alla sera egli offerse, nella trattoria del Foro Boario, un bel pranzo ai professori della facoltà, non esclusi alcuni amici comuni a tutti, e me e Gulí, che si ebbe persino le lodi del Carducci ed anche, ogni tanto, qualche buon bocconcino dalla sua mano. Dal principio alla fine regnò tra i convitati la massima animazione e giocondità. E Giovannino ne fu pienamente soddisfatto.

Qualche giorno dopo egli cominciò le sue lezioni di grammatica latina e greca all'Università; ma dovendo contenersi in certi limiti, per non mettere piede nel campo del Gandino insegnante di letteratura latina, e del Puntoni, insegnante di quella greca, non poteva svolgere il suo insegnamento come avrebbe voluto, come lo avrebbe inteso lui.

Scrivendo al Finali per raccomandargli la promozione del fratello Raffaele, gli dava anche notizie di sé assai buone; nella risposta del 28 gennaio, il Finali raccontava questo episodio:

Dunque Ella è contento della sua scuola, di Bologna e di Carducci: ed io partecipo a questa sua triplice contentezza, ed anche piú vivamente a quella che Ella prova sapendo che Ida sua è felice. Se Ella prima non lo credeva, ciò era per il grande affetto. Iersera con l'animo inquieto e sconsolato stavo al Senato leggendo o meglio sfogliando dei giornali, quando mi sentii una mano sulla spalla sinistra; era il Carducci. Si parlò molto di Lei; io ho sempre pensato che Carducci Le fosse affezionato, che si compiacesse assai d'averlo avuto scolaro: vede che qualche volta almeno, pensando al bene, ci si indovina.

La nostra vita però non era bella. Quel non avere se non la sola stanza da letto era per Giovannino una tribolazione grande, perché in essa oltre che studiare e lavorare doveva anche ricevere. Come poteva egli attendere con qualche tranquillità al lavoro? Visite ne venivano, e un po' di tutti i generi, specialmente in quei primi tempi che era a Bologna. Un giorno ebbe anche la visita del figlio e di un genero del signore su cui gravava il sospetto di essere stato il mandante dell'assassinio di nostro padre. Quale contrasto tra il lusso delle loro pellicce e la nostra povertà! La visita ebbe carattere di semplice convenienza e, per fortuna, fu di brevissima durata. Scolpita m'è rimasta questa frase che disse Giovannino andando su e giù nervosamente per la stanza e indicando con la mano me, che facevo un lavoretto a maglia, e Gulí, che di sotto il tavolo, a cuccia sopra una stuoia, seguiva con gli occhi tutti i suoi movimenti: «Ecco la mia famiglia: una sorella e un cane!» Se i due visitatori erano a conoscenza di quel grave sospetto, l'amaro senso di quella frase dovette produrre in loro un certo effetto.

Tuttavia qualcosa veniva facendo oltre la scuola: ma non i lavori che avrebbero dovuto recargli vantaggio pecuniario, come i libri scolastici e il seguito dell'Epos. Faceva qualche canto di quelli già maturi nel pensiero, per il volume dei Poemetti, qualche breve lirica per la futura nuova edizione di Myricae che intanto mandava agli amici di Firenze per «Il Marzocco» (il settimanale letterario che vedeva la luce allora allora, edito dal Paggi e diretto da Enrico Corradini), ritoccava e ampliava la sua Minerva Oscura volendone fare un volumetto, vagheggiando, nelle sue crudeli difficoltà economiche, di concorrere con essa al premio dei Lincei, e scriveva pensieri sull'arte poetica che poi a puntate pubblicava nel «Marzocco». Ora, molto accresciuti, si trovano nel volume Pensieri e discorsi col titolo Il fanciullino.

Nell'imminenza delle onoranze che furono fatte al Carducci il 9 febbraio nel trigesimo quinto anniversario del suo insegnamento all'Università di Bologna, Fulvio Cantoni, del giornale locale «Il Resto del Carlino», chiese qualcosa per l'occasione anche a Giovannino. Egli rispose che qualcosa avrebbe cercato di fare. Infatti nella notte tra il sette e l'otto, non essendo sicuro di potere il giorno dopo, si mise, contro il suo solito, al tavolo, e scrisse di getto, dettandone qualche passo a me che vegliavo con lui, quei Ricordi di un vecchio scolaro che sono ormai noti a tutti.

Le onoranze al Carducci ebbero luogo la mattina del 9 febbraio in un'ampia sala dell'Archiginnasio, alla presenza delle autorità, dei professori, degli studenti e di molti invitati. Di questa categoria ero anch'io, e mi trovavo accanto alla signora Jessie vedova di Alberto Mario. Ci furono parecchi discorsi, e il prof. Gandino fece il discorso in latino non leggendolo, ma dicendolo, con maestà pontificale, a memoria. Una copia del discorso, essendo già stampato, era in mano della signora Mario, cosí che io e lei potemmo tener dietro anche con gli occhi a ciò che egli diceva, riscontrando tra il suo dire e la stampa la sola variazione di un et in atque o viceversa. Mi parve una cosa curiosa quel discorso a memoria. In ultimo parlò brevemente e molto commosso il Maestro ringraziando. La cronaca della «festa ineffabilmente soave e grande», per il «Resto del Carlino», fu fatta dal «vecchio scolaro», essendone stato incaricato dalla direzione di quel giornale. La sera ci fu un lieto epilogo della solenne giornata nella trattoria del Foro Boario, con un bel banchetto che il Carducci si compiacque offrire alle rappresentanze e ai colleghi della sua Facoltà, tra i quali anche Giovannino.

Cominciarono poi quasi subito le ferie di carnevale e noi ce ne andammo a Castelvecchio, sottraendoci per quei pochi giorni ai disagi e al freddo di Bologna, ma non alle nostre preoccupazioni finanziarie e alle malinconie profonde che dopo gli avvenimenti incresciosi e tristi dell'anno avanti non si erano ancora dileguate. Malinconie che non erano uguali in tutti e due; quelle di Giovannino, che ogni tanto manifestava, erano queste: che per noi era impossibile continuare a vivere cosí, che bisognava che ognuno si facesse la sua famiglia come avevano fatto gli altri, che non dovevamo metterci in disparte come inetti alla vita. Le mie, derivanti dalle sue, non le rivelavo. Erano paure che lui non facesse piú alcun caso di me, che fosse diminuito, o per diminuire, il suo affetto per me e non credesse piú al mio per lui. Ma lasciamo queste malinconie, sebbene per lui fossero causa allora di grandi scoramenti. Lavorava però, occupandosi specialmente dei Poemetti, e della conferenza che si era impegnato di fare a Firenze sul Leopardi. Per questa, che doveva trattare della fanciullezza del Leopardi, Giovannino si era imposto di fare, prima di tracciarla, una gita a Recanati. Infatti, ricondotti che fummo dalla Quaresima a Bologna, egli dopo aver fatto qualche lezione all'Università, sui primi di marzo si recò a Recanati trattenendovisi due o tre giorni e ritornandone con il lavoro ben ordito, che poi tessé lestamente. Durante la sua assenza io, col nostro fido Gulí, fui ospite in casa di Severino Ferrari. All'antivigilia della conferenza, o per meglio dire «lettura», egli andando a ritirare la sua corrispondenza all'Università, dove allora gliela lasciavano, trovò, trasmesso da Livorno, un telegramma dell'Accademia di poesia latina di Amsterdam che gli annunziava il premio aureo riportato dal suo carme Cena in Caudiano Nervae. Ne avemmo una gran gioia! Era la quarta medaglia d'oro che vinceva a quel concorso; non tutte però le altre tre erano presso di noi: una l'avevamo dovuta rimandare al Monte di pietà, e chi sa per quanto avrebbe potuto rimanervi! Partimmo poi subito da Bologna e insieme arrivammo fino a Lucca, donde egli prese per Firenze e io per Castelvecchio, dove anche Giovannino sarebbe venuto dopo la «lettura» per restarvi a passare il resto della Quaresima e la Pasqua.

L'altro carme Castanea, che aveva pure mandato al concorso di quell'anno, sapemmo piú tardi che aveva ottenuto la «gran lode». Ciò fece molto piacere a lui perché ci teneva assai assai a quel carme, cosí che ne avrebbe voluto fare un'elegante edizioncina a sé, ornata di belle e numerose illustrazioni. Ma non poté riuscirvi. Si contentò poi di poterlo ristampare nel «Convito» del De Bosis.

Da Firenze ritornò dopo ben tre giorni, tre giorni che a me, nella solitudine piena d'apprensione, sembrarono eterni.

Nel tempo che potemmo allora restare a Castelvecchio egli lavorò a piú potere. Voleva uscire dalle strettezze e dai debiti. Ora dava qualche giorno all'Epos, ora si concedeva alla poesia facendo un canto per i Poemetti o qualche nuova lirica per la nuova edizione di Myricae (sono di quei giorni Placido, Il piccolo aratore, Il piccolo mietitore e forse altre che non ho presenti alla memoria) ed ora, e piú di tutto, si occupava della grammatica latina, classificando in schede nomi, aggettivi, verbi ecc. e dei libri di esercizi che dovevano dipendere dalla grammatica. Questa contava di poterla aver pronta per l'estate per soddisfare interamente, col compenso, il debito di 2000 lire che ancora doveva pagare. Dopo l'invio telegrafico che aveva fatto all'amico suo Bonati delle prime 500 lire (la cambiale iniziale era di 2500) gli scrisse mandandogli il contratto che aveva col Bemporad per la grammatica e i libri scolastici, affinché il signore che gli aveva fatto tanto favore non esigesse, come avrebbe avuto diritto, subito anche le rimanenti 2000 lire. Ma non furono la grammatica latina e i libri d'esercizi  che per diverse ragioni e per mutare di circostanze non ebbe mai la possibilità di condurre avanti  che gli tolsero nell'avvenire quel grave pensiero.

Alla fine di aprile ritornammo a Bologna. Giovannino sembrava non avesse troppa voglia di riprendere il suo corso all'Università, come se ne sentisse uggito. Il motivo era sempre quello, che l'insegnamento della grammatica latina e greca non poteva essere svolto come intendeva lui in piena libertà.

Intanto, subito, per il cambiamento di casa della nostra padrona, e in vista di un'assenza di parecchi giorni che egli avrebbe dovuto fare avendo avuto dal Ministero dell'Istruzione l'incarico di alcune ispezioni in varie città, egli mi propose di andare con Gulí a passare quel tempo di scombussolamento dalla zia Rita e dai cugini di Sogliano, promettendomi di passare a vedermi quando si fosse recato a Jesi per la prima di quelle ispezioni. Io dovetti adattarmi alla sua proposta, ma molto a malincuore perché sapevo di non lasciarlo tranquillo. Mi accompagnò alla stazione e partii. Era dalla morte del nostro piccolo Placido che non avevo riveduta la zia e ci rivedemmo con molta commozione. Non era ancora un giorno che mi trovavo con lei quando arrivò all'improvviso, tutto scalmanato, il marito della nostra sorella Ida: la quale avendo appreso da una ancora agitata lettera di Giovannino della fine di aprile che io ero a Sogliano (ed erano in essa queste per allora oscure parole: «Io spero che il suo cuoricino – di Maria – possa adattarsi all'idea di accasarsi. Io sono, come saprai, per la via, ma con infinito riguardo all'essere . . . che per un pezzo è stato il solo ad amarmi...») non si dava pace, piangeva e urlava disperatamente che voleva vedermi, costringendo lui a partire sull'istante col calessino per condurmi ad ogni costo da lei. Anch'io non desideravo meno di vedere lei, quindi si combinò sui due piedi di andare, insieme anche col cugino Emilio, a Santa Giustina, dove arrivammo tra le ore 10 e le 11.

Non sto a descrivere l'emozione dell'Ida e mia in quel primo incontro dopo sette mesi di lontananza! Gulí la riconobbe subito, e subito le fu intorno coi suoi saluti e i suoi guaiti di contentezza. La giornata, tra il desinare che si prolungò parecchio, e il conversare e il girare per la campagna cosí bella nella sua vegetazione primaverile, volse presto al suo fine. Ci separammo allora di nuovo, ma con la speranza di rivederci a Sogliano, dove l'Ida contava di venire a salutarmi. E infatti dopo alcuni giorni venne. Io, dalla visita fugace che le feci, riportai l'impressione che essa potesse trovarsi contenta della sua condizione. Non aveva torto Giovannino di dire, senza neanche aver veduto, che egli avrebbe voluto terminare come lei cominciava. Bisognava però che i due sposi si sapessero regolare per potersi conservare in quella condizione.

A Sogliano cominciai presto a sentire delle voci che mi sconvolsero tutta. Si diceva che Giovannino era in procinto di prender moglie. Tutti i conoscenti che mi vedevano si congratulavano con me, mentre io confusa e stordita non trovavo altro da dire se non che non sapevo niente, che doveva essere una ciarla. Ma mi si assicurava che era vero, che sposava una romagnola, una cugina di Rimini. Potei capire che si trattava di quella cugina a cui Giovannino mi aveva fatto scrivere quando, nel suo grande turbamento per il matrimonio in vista della sorella Ida, non trovava che ci potesse essere altro rimedio per calmare un po' la sua agitazione all'infuori di un matrimonio anche per lui. [6] Aveva voluto che le chiedessi se ella aveva mai sentito manifestare da sua madre qualche frase favorevole a un matrimonio tra lei e lui, nel qual caso egli, che stava per risolversi ad ammogliarsi, avrebbe pensato a lei, se accettava. Ma la risposta che essa mi fece era stata negativa. Mi parve che egli rimanesse male, ma non avendone mai piú parlato credevo che la cosa fosse morta lí. Che fosse invece viva? Ne chiesi alla zia e agli altri di casa: nessuno era al corrente di quelle voci. Soltanto la zia mi raccontò che, essendosi essa trovata presente in casa delle nepoti (erano due sorelle, la maggiore già maritata da anni) quando giunse quella mia lettera, la sentí leggere, e poi dire da una di loro che non l'avrebbero mai sposato per quel difetto nel dito del piede. Dopo non aveva saputo altro e credeva che non ci fosse stato nessun seguito. Io almanaccavo tra me e me, e ripensavo alle sue malinconie, a certe sue prolungate assenze, ai sospetti che ogni tanto erano venuti a me che avesse con me qualche segreto. Ricordavo che un giorno a Bologna, assillata da quel sospetto, essendo uscito alla svelta dopo essersi cambiato, come soleva, la giacchetta, io pensai di tastare in quella che si era levata per vedere se per caso vi avesse dimenticato il portafoglio sperando di fare qualche scoperta. Il portafoglio c'era proprio! Ma quando l'ebbi in mano, mi parve di commettere un delitto a guardare ciò che conteneva, e subito lo rimisi nella sua tasca senza nemmeno aprirlo. Forse chi sa che non avessi potuto sapere qualcosa da quel portafoglio, perché era piuttosto gonfio e non certo per i biglietti di banca. I miei sospetti però erano vaghi, non si fermavano su nessuna persona determinata. Scrivendogli da Sogliano non gli nascondevo, no, la mia tristezza per non essere con lui, ma non gli dicevo niente di quelle voci. Aspettavo impazientemente che venisse, per sentire da lui ciò che c'era di vero.

Dopo la mia visita all'Ida, io scrissi subito a Giovannino facendogli una particolareggiata narrazione di tutto quello che avevo veduto, dei discorsi tenuti tra noi due sempre su lui, del grande desiderio che essa aveva di rivederlo, della compassione che mi faceva vedendola piangere per non avere ancora le cosine strettamente necessarie per il nascituro, non potendo disporre delle sue 50 lire che appena arrivavano erano assorbite dalle passività del marito. Oh! io volevo che cessasse ogni attrito di lui con lei! Non posso riportare le lettere che egli mi scrisse in quei primi giorni che gli ero lontana, perché mi sono andate smarrite. Anche l'Ida gli scrisse subito, ed egli le rispose con grande affetto, insieme a grande tristezza, con una lettera del 2 maggio 1896 che tra l'altro diceva:

Ti voglio bene infinitamente. Io spero che Dio ci sia e che ci riveli l'un all'altro spogli della nostra mortalità e delle convenzioni e finzioni sociali. Allora, solo allora, vedremo chiaramente quale abisso d'amore c'era e c'è nel mio cuore per voi due. Un po' il torto di Mariú, dell'Angiolo, è di essersi serbato di voler bene a te e di voler bene a me, soltanto lei, e di aver voluto che io prendessi in pace quello che lei non prenderebbe in pace mai mai mai. Ma insomma: io ti assicuro sulla memoria dei nostri morti, di nostro padre e di nostra madre, che nella nostra famiglia, tra noi tre, chi ha sofferto e soffre di e piú soffrirà, checché avvenga di noi, è, e tu forse lo comprendi, il tuo Giovanni: come piango per non averti veduta! Vedersi!!! Vedersi!!! Quanti mesi sono? Ora come allora! Io sono fedele! come Gulí. Cerco di farmi una ragione, di trovar modo di vivere (non altro che di vivere, te lo giuro!) e non l'ho trovata ancora. Anche Mariú non mi conosce abbastanza.

Tuo  GIOVANNI

E in un'altra del 7 aggiungeva: «Godo che tu sia sollevata. Preparati bene. Quanto a me, la mia situazione peggiora sempre. Sono deciso a rassegnarmi per sempre, conservando come lugubre conforto, il pensiero che io vi (non dico ti, che sarebbe troppo evidente) ho molto piú amato io, infinitamente piú, di quello che mi abbiate amato voi altre».

Intanto io ero oltre ogni dire angustiata e avvilita per quelle ciarle; avevo perduto il sonno e l'appetito; ero diventata in pochi giorni un'ombra. Finalmente egli il 13 maggio mi scrisse brevemente che veniva.

Il giovedí mattina io ero con Gulí ed Emilio e la sua bimba Ghita alla stazione di Savignano nell'attesa febbrile della sua venuta. Che felicità in quel momento! Con quanta tenerezza egli mi abbracciò. Né io né lui potemmo trattenere le lagrime. Poi, essendo ormai mezzogiorno, andammo a desinare nella trattoria di un certo Zampighin, che fu tosto affollata di conoscenti ed amici di Giovannino, i quali oltremodo lieti della sua presenza restarono con noi in chiassosa allegria fino alla nostra partenza. Il programma di Giovannino era di ripartire nello stesso giorno per Jesi, ma io lo pregai tanto che accondiscese di recarsi anche lui a Sogliano e di trattenersi fino all'indomani. Cosí verso la metà del pomeriggio fummo lassù dalla zia. Sostammo un po' con lei e con gli altri parenti, poi ci recammo a fare una visita – sempre accerchiati per via dagli amici soglianesi – alle mie suorine.

In tutto quel giorno io non potei parlare a Giovannino di ciò che mi pesava sul cuore perché non fummo mai soli. Soltanto la sera tardi, quando era a letto, che andai nella sua camera per dire con lui le nostre solite preghiere, potei entrare nello spinoso argomento. Cominciai col dirgli delle voci che avevo sentito del suo fidanzamento e del suo prossimo matrimonio con la cugina di Rimini, e della sicurezza con cui mi avevano affermato che si trattava di cosa vera. Vedendo che egli non smentiva niente, gli domandai perché mi aveva tenuto un tal segreto, facendomi cosí restare confusa e mortificata nell'apprendere da estranei una notizia che io, che stavo con lui, avrei dovuto essere la prima a sapere. Mi rispose con grande bontà e mitezza che non aveva voluto mettermi in apprensione, perché ad ogni modo non avrebbe mai sistemato se stesso prima di aver collocata me. Quanto piansi e quanto mi disperai nel sentire ciò ! Singhiozzando dicevo che ormai capivo di non essere piú per lui se non un imbarazzo, un impiccio che aveva bisogno di eliminare, che tutto il mio affetto concentrato in lui non contava piú niente, che voleva non avermi piú con sé.

Quando dopo tante sue amorevoli e consolatrici parole mi fui un pochino calmata, provai di chiedergli come aveva fatto a mettersi in tali rapporti con quella cugina, avendo essa risposto negativamente alla mia lettera dell'estate scorsa. E a proposito gli dissi che la zia sembrava non potesse credere a quella ciarla perché, essendosi trovata presente all'arrivo e alla lettura di quella mia lettera, si era convinta che non ci potesse essere niente da fare poiché aveva sentito una delle due sorelle esprimersi negativamente per quel difetto al piede. Mi parve che questa frase gli facesse una certa impressione, ma non si fermò a commentarla. [7] Invece rispose alla mia domanda. Si era messo in rapporti cosí. Mentre era in treno per recarsi a Recanati – sul principio di marzo – dovendo passare dalla stazione di Rimini, gli venne in mente quella cugina e la risposta di lei alla mia lettera. Gli balenò cosí l'idea di andare a trovarla per accertarsi se proprio essa aveva voluto significare di non volerne sapere di lui. Era però perplesso se andare o no, e in quella perplessità fece tra sé e sé questa specie di dilemma: se alla stazione (era sera) c'è gente, è segno che devo tirar di lungo; se non c'è, è segno che devo fermarmi e andare. Non c'era nessuno e si fermò. Essendo undici o dodici anni che non aveva vedute le cugine ed essendo l'ora alquanto indiscreta, prima di presentarsi alla loro casa passò da un amico, loro parente, per farsi accompagnare. Fu ricevuto con cordialità e non senza meraviglia. Il risultato della breve visita fu che la cugina della risposta negativa accettava senz'altro di dare a lui la sua mano di sposa. Io, vedendolo sulla via delle confidenze, gli domandai anche se da allora c'era piú ritornato. Mi disse di si, quando si recò a Firenze per la lettura leopardiana. In quella circostanza comprò un anello, e subito dopo la lettura andò a Rimini e glielo portò. Nel sentire di quella gita a Rimini, compresi il perché del suo ritorno tardi a Castelvecchio, dove intanto io l'aspettavo con tanta ansia. E anche gli chiesi se in quel suo prossimo passaggio a Rimini per recarsi a Jesi si fosse accordato con lei di fermarsi a farle un'altra visita. Mi rispose che aveva scritto alle cugine che passava, domandando loro se volevano qualche cosa da Bologna e che gli avevano risposto che desideravano una bottiglia di Acqua di Felsina. «E l'hai presa?» «Si, è nella valigia», soggiungendo subito che non sarebbe andato di persona a portarla, ma l'avrebbe mandata loro da un facchino della stazione. Il perché non andasse da sé, non glielo domandai, ma pensai che potesse essere un effetto di quella frase del «dito imperfetto del piede».

La mattina dopo voleva partire per Jesi, ma era cosí malinconico e nervoso, che io non ebbi cuore di lasciarlo andare. Si trattenne fino al mattino seguente, senza che né lui né io parlassimo piú di quella cosa. Nel partire mi assicurò del suo affetto immutabile. Poco dopo, la data del timbro postale è il 18 maggio, mi scrisse:

Mia cara Mariú, ti scrivo dall'Ufficio del Capo Stazione d'Ancona, dove la gentilezza sovrana di Romeo [8] mi ha messo a sedere al suo posto. Ti scrivo per dirti e ripeterti che ti voglio tanto bene e che penso molto a te e faccio per te ardenti voti. Giovedí ci rivedremo. Faremo un bel desinaretto. Tra due ore riparto per Jesi, donde ti scriverò. Sono invitato a cena da Romeo. Come farò? Io certo non ho fame. Tu intanto magerai i carciofini della Peppina. Da' un bacio alla bambina e saluta la zia e la Peppina ed Emilio e la Rosa e ossequia D. Nanni e ricordami alle suore.

Pensa sempre con affetto al tuo   GIOVANNI

Ancona ore 20.10.

Mia cara Mariú, mi annoio molto. Arrivai ieri sera a mezzanotte. Andai subito a letto. Ho avuto caldo, ma non sono stato male. Questa mane sono andato da quel povero prete, domani ci torno. Come tremava! Non ho nulla a raccontarti, se non che penso sempre a te e desidero rivederti. Quanto a quella cosa, mi sono già exécuté, ossia ho troncato tutto. Non piangerai ora, non avrai piú i labbrini bianchi e la faccia terrea. Che compassione, mio dolce angiolo! Io farti piangere? io? Oh! no. Ma tu, senza impazienza e senza ritrosia, pensa a destinare la tua soave vita a chi possa prendersela e farla fruttare per il bene. Giovedí ci rivedremo all'ora stabilita. Io parto verso le cinque da Jesi, mi fermo ad Ancona, dove Romeo mi fa la dichiarazione generale del viaggio, per farmi rimborsare. Poi, sempre nella mattina, riparto e arrivo a Savignano nell'ora da te detta. Non ho l'orario, ma tu l'hai, e puoi riscontrare. Tienti della famina per Zampighin. Poi ci separeremo ancora per qualche giorno, dentro i quali io andrò a ricuperare la primilla. Lavorerò molto e cosí recupererò la mia pace turbata da chi ha ... pensato sempre a sé anzi non si è contentata di voler bene solo a sé, ma ha voluto male agli altri ... Ma perdoniamo... e dimentichiamo. Quando anche tu sarai collocata, mi parrà che la parte maggiore di quel male sia rimediata ...

Un bacio di cuore sui tuoi poveri occhini mesti, mia fedele, mia buona, mia adorata.

Ho conosciuto ad Ancona la cuginetta (una bimbetta) di Ruggero. Un idillio soavissimo. È già spuntata una poesia nuova. Perché si amavano teneramente Ruggero e Olga; e Olga è rimasta fedele alla memoria del buono e bel compagnino d'infanzia. Questa famiglia è veramente buona e gentile. Di nuovo tanti baci dal tuo    GIOVANNI

Iesi, 19 Maggio 1896

Con le parole della lettera: «quanto a quella cosa, mi sono già exécuté, ossia ho troncato tutto», alludeva all'aver già mandato all'aria il suo fidanzamento. La rottura fu subitanea e definitiva. Del resto se non avveniva allora sotto la puntura di quella frase, che non poté non offendere la sua grande sensibilità, con molta probabilità sarebbe avvenuta in seguito. Perché, pur non essendoci a desiderare di meglio in quanto ai costumi della giovane e all'aspetto – era una bella bruna, complessa, d'una trentina d'anni come me, ma assai fresca e assai bene conservata non aveva le qualità ch'egli piú amava e gli piacevano nella donna, ossia la tenerezza e l'espansività. Se ne era subito accorto lui e me lo disse poi. Però in una lettera che essa scrisse, dopo qualche giorno dalla rottura, alla nostra e sua zia Rita, si risentiva molto che fosse stata riferita a Giovannino quella frase per la quale, non detta nemmeno da lei ma dalla sorella, egli l'aveva lasciata. E tutta la lettera, abbastanza lunga, che lessi io alla zia, si aggirava su quell'abbandono proprio mentre credeva prossimo il matrimonio. Gli ex-fidanzati si restituirono poi le lettere. Egli le rimandò a lei quando io ero ancora a Sogliano, ed essa a lui quando eravamo già tornati a Castelvecchio, con l'anello che le aveva donato. [9] Le lettere egli le bruciò subito, e l'anello, un bell'anello con opale, voleva darlo a me ma io non lo volli: appena il suo cuore e i suoi nervi poterono riprendere il loro ritmo normale, lo regalò alla sorella Ida. Allora però, come ben si vede nella stessa su riferita lettera, non era ancor ben disposto verso di lei, anzi nella circostanza in cui si trovava erano forse piú amare le riflessioni che faceva sul passato.

La poesia nuova che spuntò nel conoscere la cuginetta di Ruggero, figlio del nostro amatissimo Giacomo, fu eseguita nell'estate a Castelvecchio, e si trova in Myricae col titolo I due cugini. È davvero un idillio!

Ci rivedemmo a Savignano in una breve sosta ch'egli fece essendo diretto a Faenza, dove doveva fare una ispezione nel Collegio dei Salesiani, e stemmo assai allegri. Non mi sembrava che lui avesse delle ombre nel viso. Dopo Faenza ritornò a Bologna donde si recò a Livorno per un'altra ispezione, l'ultima.

Mia cara Mariú, ti scrivo dal Restaurant di Pistoia, ore 20 del 26. Non puoi, anzi puoi immaginare la mia commozione nel trovarmi al solito tavolo, pronto alla solita cenetta... senza la mia adorata compagnina accompagnata dal suo compagnino! Ti scrivo nella piena di tanti affetti e di tante memorie. Ti ricordi? Si andava per vedere il dimenticato e spianare la via alla immemore. Che terribile giornata è stata la mia! A mezzanotte tra il 25 e il 26 partenza. Arrivo a Livorno alle undici; partenza alle 16 o 17, non ricordo bene. Ho un sonno! una stanchezza! Ho riveduto la nostra casa, ancora sfittata. I gatti sono sempre vivi e hanno da mangiare dalla Cesira ... Non ho potuto trovar modo di andare a trovare la sorellina di quelle tre buone ragazze bionde che ti sono tanto care. Faremo poi.

La «sorellina» era la medaglia olandese che voleva ritirare dal Monte. Da Bologna scriveva:

Mia adorata Mariú, ho ricevuto la tua questa mattina alle due, reduce da Livorno, e mi ha, non ostante sia piena di lagrime, consolato e confortato ... La compagnia del Bonati mi paralizzava. Le mie cose universitarie pare che si accomodino. Carducci mi dà ragione. A me basta d'avere per le vacanze le duecento lire mensili ... È arrivata Castanea in bozze. È stupenda! Ho già pensato i lavori per il '97 ... Ecco lo stato dell'anima mia. Solamente un sensettino mi amareggia: che ci abbiamo poi a pentire, se campiamo molto, di non avere qualche testolina ...

Mariú: ti voglio molto bene. Ama il tuo  GIOVANNINO

27 Maggio. Scrivi sempre «Corona d'oro».

Qualche spiegazione. Le lagrime, di cui egli diceva essere piena la mia lettera, erano provocate dal suo mostrarsi desideroso che anch'io mi maritassi, perché io credevo proprio che potesse avere quell'idea, e mi sembrava che il suo fine fosse di sbarazzarsi di me. Quante notti in pianto! quante preghiere alla Madonna! Nelle poche ore di fermata a Livorno egli contava di poter rientrare in possesso della sua medaglia (la Primilla, come la chiamavamo essendo la prima che aveva ottenuto) che era in pegno; ma per far ciò, chi gli aveva procurato un prestito lo impicciava.

All'Ida poi, mandandole le 50 lire del mese, il 28 maggio scriveva cosí:

Cara Ida, ti mando il mese di maggio. Per me va molto male, se non cambio. Auguri.

Tuo     GIOVANNI

In quei giorni io non sapevo nulla del loro carteggio, quindi ignoro che impressione facessero all'Ida quelle due righe asciutte asciutte. Con me invece si era ammutolito del tutto. Aspettavo aspettavo che mi scrivesse, come aveva detto, e sempre invano. Che cosa poteva mai esserci di mezzo? qualche nuova meteora? Non potendo piú resistere al tormento che mi lacerava l'anima, mi feci prestare 15 lire dalla nostra buona e affezionata Rosa, e la mattina del 5 giugno alle ore 3 con Gulí, accompagnata da Emilio, partivo da Sogliano in diligenza per essere in tempo a prendere a Savignano il treno delle 5 per Bologna. Le 15 lire, con l'aggiunta delle poche che avevo io, bastarono per il viaggio in 3a classe di tutti e tre. Arrivati a Bologna circa alle ore 8, andammo subito alla casa dove, sempre presso la stessa padrona, alloggiava Giovannino. Lo trovammo a letto. Non è possibile ch'io possa dare un'idea dell'entusiastica accoglienza che mi fece e della tenerezza e della commozione con cui mi baciò tanto tanto! Io ero al colmo della gioia. Egli nel contempo diceva che mi aveva scritto proprio il giorno avanti inserendo nella lettera 50 lire perché tornassi subito, ma che dovevo aver inteso il suo richiamo anche senza lettera perché ero tornata prima di riceverla. Infatti la lettera arrivò a Sogliano dopo la mia partenza.

Invero una nuova e triste meteora era passata su lui in quei giorni di silenzio con me. Egli si era dato a pensare – forse per la lettera che gli aveva scritto l'Ida con la narrazione gioiosa della mia visita a lei, o forse, e anche piú, per i discorsi che a lui avevo fatto io tendenti a rimetterlo in buona armonia con lei – che noi sorelle ce la intendessimo fra noi, che non facessimo piú nessun conto di lui e che perciò la cosa migliore che egli potesse fare era di rimetterci insieme. [10] Disorientato da questi pensieri – sono cose che mi disse lui avendogli io chiesto perché aveva smesso di scrivermi potendo bene immaginare quanto io dovevo soffrire – aveva finito con lo scrivere all'Ida proponendole di prendermi con sé.

Cara Ida, ti confesso che non me la sento piú di tenere con me la mia povera Mariuccina. La faccio soffrir troppo e anch'essa fa soffrir me. Ti prego quindi di prenderla con te. Tu vedrai poi se possa esserci un buon partito per lei, perché sia appoggiata nella sua dolce vita un po' meglio che a me. Ti offro per quel tempo che ancora vivrò altre cinquanta lire mensili. Dopo, qualche cosa raggranellerete, specialmente se potrò finalmente rimettermi al lavoro nell'estate che viene. Sarete felici. E avrete la mia benedizione, che vi do di tutto cuore piangendo, in nome dei nostri genitori che, se non ho sempre saputo e potuto rappresentare degnamente, oh! perdonatemi e mi perdonino essi.

Avrai ricevuto le cinquanta lire che ti mandai il 28. Queste sono per Giugno, ma per la Mariuccina mia diletta. Mandala a prendere subito e vedi di renderla contenta e dille anche tu quello che le ho scritto io, che una ragazza sola sta meglio con la sua sorella maritata che col suo fratello scapolo. Sai che scapolo rimarrò. Un bacio di cuore dal tuo

GIOVANNI

Bologna, 2 Giugno 1896

Ti auguro mille felicità: che possa mettere in luce con ogni benedizione il tuo bimbo e crescerlo e educarlo per la tua consolazione. Sta tranquilla e serena. Quando avrai la nostra Mariuccina presso di te, sarai al colmo d'ogni beatitudine. Pensate con simpatia a me, che in tanto lavoro per voi. Scrivimi subito quando la Mariuccina sarà giunta. Anzi scrivetemi. Vi verrò poi a trovare, col tempo: come quel tempo cosí felice per me, per me che mi contentavo di cosí poco! cioè, per me era molto, era tutto!

Ma dopo aver scritto a quel modo all'Ida, passò un giorno senza trovar pace; si sentí preso da un grande accoramento e da una profonda compassione per me: «oh no!» andava ripetendo tra sé «oh no! la mia Mariú deve stare con me!» E un'ansia cosí angosciosa s'impadroní di lui che senz'altro scrisse a me quella lettera con entro le cinquanta lire perché tornassi subito, che io però non avevo ricevuto. Era proprio stata una meteora, che io quasi definirei di gelosia fraterna. Ma ormai era dileguata interamente.

Quando Emilio fu per partire lo pregammo di respingere la lettera di Giovannino a me diretta a Sogliano raccomandandola, poiché non era raccomandata e conteneva 50 lire. Gli demmo il denaro occorrente per quella raccomandazione e per il suo viaggio di ritorno a casa. Nello stesso giorno Giovannino si affrettò a scrivere all'Ida:

Cara Ida, il mio caro povero angiolino è tornato a me questa mattina. Presto andremo a Castelvecchio. Le cinquanta lire che ti mandai per lei, tienle per te anticipate sul mese di Giugno. Gradirei a mano a mano un cenno di ricevuta, non ufficiale, intendiamoci: un cenno in una tua lettera che desse sommarie notizie della tua cara salute. Non altro. Capirai che io e Mariú abbiamo ora bisogno di grande serenità e pace. Sono certo che tu comprenderai lo stato dei nostri animi. Non ho ancora ricevuto un cenno che tu abbia avuto il mese di Maggio che ti mandai sin dal 28 mese scorso. Non ti giungono regolarmente le lettere? E sí che m'impegno nella soprascritta di determinare bene l'indirizzo. Di' tu come meglio debbo determinarlo.

Un bacio dal tuo GIOVANNI, con molti auguri.

5 giugno 1896

Alla dolce emozione del mio ritorno, ne seguí un'altra il giorno dopo. Mentre eravamo tutti e due nella stanza di Giovannino, venne all'uscio la padrona di casa con un biglietto diretto a lui, dicendo che le era stato consegnato allora da un fattorino d'albergo e che era urgente. Conoscemmo subito nell'indirizzo il carattere dell'Ida. Diceva che essa si era recata a Bologna espressamente per poterlo vedere e parlargli, che volesse farle il gran favore di andare piú presto che poteva all'Albergo della «Corona d'oro» dove si era fermata e dove si sarebbe trattenuta poche ore. Egli balzò su come sospinto da una molla dicendo: «Presto, Mariú, preparati e andiamo». In un lampo io fui pronta e via di volata all'albergo.

Oh! non fu davvero una piccola emozione quella di Giovannino e dell'Ida in quel loro primo rivedersi dopo il giorno in cui essa aveva lasciato la casa nostra, soave nido edificato dall'amore fraterno. Quante lagrime sparsero l'uno e l'altra baciandosi lungamente senza proferir parola! Grande fu poi la sorpresa di lei quando s'accorse che con lui c'eravamo pure io e Gulí. «Ci sei anche tu, Mariù!» mi disse guardandomi stupita tra il pianto che le smorzava la voce e le velava la vista. Era ancora sotto l'impressione penosa della lettera di lui del 2 giugno in cui la pregava di prendere me con sé, e della mia, scrittale da Sogliano su per giù nello stesso tempo, in preda alla disperazione per il silenzio che teneva lui con me e per il dubbio atroce che non mi volesse piú con sé etc. etc. Le due lettere, che si avvaloravano l'una con l'altra, l'avevano messa in orgasmo. Il giorno 6, nonostante che le sue condizioni fisiche non lo permettessero troppo, si azzardò a prendere il treno e a recarsi da lui a Bologna, sperando di potergli parlare e vedere come si potevano accomodare le cose. Era ben lontana dall'immaginare ciò che era avvenuto in cosí breve tempo! Ci sentimmo tutti e tre in un'atmosfera di pace e di amore. Nel cuore di Giovannino taceva allora ogni risentimento sí anteriore e sí posteriore alle nozze di lei. «Dal male al bene» avremmo potuto dire tutti e tre, perché anche lei aveva avuto la sua parte di passione per quello scompiglio delle nostre anime. Essa, oltre l'angoscia che aveva provato per le nostre due lettere, aveva avuto un gran colpo appena giunta alla «Corona d'oro». Ci raccontò che quando si presentò all'albergo – dove era conosciuta per avervi passato qualche giorno dopo le nozze – chiese subito se c'era suo fratello, e alla risposta negativa soggiunse se sapevano in che giornata si fosse potuto far vedere. Le fu risposto che non lo sapevano essendovi passato la sera avanti, in fretta, con una signorina a braccetto per prendere la posta. Al che essa chiese ancora chi era quella signorina; le dissero che non l'avevano conosciuta. Quella notizia l'aveva sgomentata! E almanaccando tra sé e sé, aveva finito col vedere nell'ignota signorina la sola e vera causa che spingeva Giovannino a disfarsi di me. E si desolava, e dubitava persino ch'egli volesse recarsi a farle un saluto. Spasimò cosí fino a che non ebbe quella straordinaria sorpresa di vederci arrivare tutti e due all'albergo! Per noi fu un episodietto gustoso che ci fece molto ridere: ma per lei, no!

Essa ripartí per casa sua pienamente felice; cosí si concluse un periodo alquanto burrascoso della nostra vita familiare.

LE LUNGHE VACANZE DEL 1896: LAVORI
E CORRISPONDENZA - UN DRAMMA PER 50 LIRE

Anche adesso, tuttavia, accadde un fatto molesto. La lettera di Giovannino diretta a me a Sogliano con entro le 50 lire, che ci doveva respingere il cugino Emilio raccomandata, non arrivava; sicché, a parte la necessità che avevamo di quel danaro, non potevamo sottrarci all'amaro sospetto che fosse stata fatta sparire. E l'Ida taceva, non ostante le sollecitazioni del fratello che nel giugno le scriveva dalla nuova abitazione in «via San Vitale 24 p° 2°». [11]

Giovannino si adirò e impensierí grandemente della cosa. Con varie lettere sollecitò l'intervento dell'Ida e di suo marito presso i parenti di Sogliano. E gli pareva che facessero troppo poco e quasi fossero d'accordo con quelli. Emilio diceva di averla respinta, la lettera, ma non raccomandata. La buona zia Rita, che fu ora per qualche tempo in casa dell'Ida, non prendeva le parti del figlio, ma non voleva nemmeno accusarlo. Giovannino intervenne presso l'Ufficio postale di Sogliano; né valsero a calmare la sua ira le assicurazioni dell'Ida e qualche tentativo di suo marito presso i David. La questione continuò anche quando, poco dopo la metà di giugno, i due fratelli andarono a Castelvecchio; si mosse dietro insistenze, lo stesso Direttore della Posta di Rimini, e il 19 di luglio Giovannino faceva denunzia al Pretore di Sogliano. La bega si trascinava ancora in settembre, e nell'ira Giovannino volle si desse la disdetta del credito delle due sorelle presso i David e si esigessero i frutti per la ritardata restituzione. Finché verso il 20 settembre, interrogato a Barga dal Pretore, decise di non insistere; ma quanta penosa irritazione nelle lettere del tempo all'Ida; quella del 21 settembre si conchiudeva cosí: «Oh! Romagna! Romagna! Procul! longe!». Nelle lettere scambiate in quell'occasione, e proprio mentre si attendeva il primo parto dell'Ida, essa il 28 luglio ci comunicò questi particolari avuti dalla vedova del nostro fratello Giacomo:

Tempo fa scrissi alla Cicognani in Bordoni a Morciano, domandandole se essa conservava ancora la culla dove eravamo stati collocati tutti noi; essa mi rispose che fin da quando era nella nostra famiglia essa l'aveva cambiata con un'altra culla piú grandina. Dopo pochi giorni dalla lettera, me la vedo capitare qua, e mi dice che, se non aveva la culla, conservava però tutti gli abitini e i veli di battesimo; che anzi se li avessi desiderati me li avrebbe fatti avere. Imaginate se io mostrai entusiasmo per questa offerta! Ora essa me li ha mandati e dice che me ne fa un regalo. Cosí ora ho questo ricordo, lavorato interamente dalle mani della nostra povera mamma.

Ed ecco che la sera del 26 luglio ci giunge una lettera del marito dell'Ida che ci annunziava il parto di lei avvenuto la mattina del 23 alle ore 8, seguito poi da gravi e pericolose conseguenze, delle quali ci faceva un'esposizione cosí terrificante che noi, per nulla pratici di certe cose, ne rimanemmo a dirittura spaventati e angosciati. Il giorno dopo altra lettera che, sebbene meno impressionante, non ci tranquillizzava molto perché vi era detto che «per ora il pericolo è allontanato». Che inquietudine! che pena! La esprimemmo a Salvatore in una lettera comune del giorno 27. In data 3 agosto una lettera del cognato ci portava notizie rassicuranti e ci diceva anche che avevano ricevuto i liquori da Bologna, e i polli da Savignano, fatti spedire da noi, e che tutto era stato molto gradito. Inoltre ci si chiedeva se saremmo andati a tenere a battesimo la bambina come essi desideravano (e le avrebbero dato il nome di Giovannina o Nannina). Questa cosa, che forse l'Ida aveva creduto da qualche nostra frase dettale a Bologna o da qualche mia lettera, nelle nostre condizioni presenti era impossibile.

Tra l'apprensione dolorosa per lo stato dell'Ida e il continuo assillante pensiero dei nostri rovinosi interessi, dei nostri impegni e dei pegni che avevamo al Monte di pietà a Livorno, io non so proprio come facesse Giovannino a lavorare e come lavorasse tanto e di lena. Si era dato per compito di finire nell'anno l'Epos e la Minerva Oscura, di aver pronta, con aggiunte e modificazioni, la seconda edizione di Lyra Romana e la nuova edizione notevolmente accresciuta di Myricae, nonché a buon punto i Poemetti. Io gli tenevo sempre compagnia nello studio facendo i miei lavoretti quando non avevo da scrivere per suo incarico a questo e a quello, specialmente all'Editore Giusti ossia al figliastro di lui, Egisto Cecchi, che era allora quello che corrispondeva con noi. Anche all'Ida scrivevo spesso io per tutti e due. L'Epos, che era già molto avanti, desiderava dedicarlo al Carducci, ma non era sicuro se questi avrebbe accettato la dedica. Io lo incoraggiai a scrivergli, e gli scrisse.

Barga (Lucca), 14 settembre 1896

Caro e illustre Maestro, sono molto avanti con un volume per le scuole del genere di Lyra, ma senza troppe frasche. È il primo volume di una collezione – Nostrae Litterae – (di cui Lyra corretta e per una parte abbreviata per l'altra ampliata sarà quest'anno, con la 2a edizione, il 5° volume), e contiene l'Epos omerico – enniano – virgiliano. I frammenti cioè dei precursori di Virgilio e qualche saggio degli imitatori, e in mezzo, per la piú gran parte del libro, l'Eneide, con passi tralasciati, ma esposta tutta nelle note. Vorrebbe accettarne la dedica, che sarebbe poi la dedica di tutta la collezione? Cosí nella lettera seguente la dedica esporrei le mie idee, che ho poi attinte da lei, caro e buon Maestro. Le manderei le bozze. Si contenta? La lettera sarebbe uno sfogo di italianità, e a chi confidarlo se non a lei? Mi risponda due righe prima che può. Ha veduto nel «Convito» le parole di Gabriele? Suo dev.mo

Giov. PASCOLI

Ecco la risposta del Maestro.

Bologna, 17 sett. 1896

Caro Pascoli, tu mi fai piacere vero e onore grande col pensiero di intitolare a me il primo volume di Nostrae Litterae. Pur quest'agosto sull'alpi retiche ho riletto anzi studiato gran parte (quasi tutto l'Orazio) della Lyra, che mi pare il libro piú originale di poesia classica fatto da gran tempo in Italia. Anelo di rileggere il divino Virgilio sulla tua rivelazione. Il buon D'Annunzio mi ha commosso scrivendo tanto benignamente di me. Salve et ave, carissimo Pascoli. Tuo Giosue CARDUCCI

Dal 21 in poi per piú giorni sarò in Roma.

Le parole del Carducci furono di molta soddisfazione per Giovannino e anche per me, e se non avessimo avuto tante pene e tanti angosciosi pensieri, ci avrebbero resi felici. [12] Per le nostre necessità economiche («siamo da qualche giorno senza vino, senza caffè») nel settembre impegnammo una terza medaglia; e ci inducemmo a chiedere un acconto all'editore Giusti; scrivevo sempre io per vari motivi: tranne forse due volte. Il Giusti ci mandò 210 lire. C'è la lettera di risposta di Giovannino, che deve essere della fine di settembre.

Ho ricevuto le 210 lire e ne la ringrazio. Veramente, dopo l'operazione delle medaglie, io non avevo piú urgenza di bisogno; e credevo che anch'ella lo avesse capito senza altra mia parola. Saranno di riserva. Quanto al libro, le accludo uno schema di copertina. Se vuol proprio mandar presto il libro, anche imperfetto, si potrebbe dividere il volume in due sezioni. La prima sezione comprenderebbe Prefazione, Commentario storico, frammenti dei precursori di Virgilio, l'Eneide nei suoi primi sei libri (è composto di 12). La seconda comprenderebbe gli ultimi sei libri, e saggi di Lucano, Silio, l'Iliade latina, Petronio, Stazio, Valerio Flacco, Claudiano, con una piccola appendice ... La numerazione di fogli e pagine deve essere continuata nella seconda sezione. Non ci deve essere interruzione di sorta, sicché il 6° libro deve terminare esattamente con la pagina 240, e il 7° deve cominciare con la pagina 241.

Io manderò tutto il ms. di questa prima sezione prima del 16: la prefazione e il commento mi è molto difficile compierli, cosí senza aver compiuto l'analisi e la scelta dei passi che verranno dopo. Tuttavia mi ingegnerò.

Vorremmo sapere notizie della Lyra (questione per me vitale) e della Myricae. Se le avessi pronte per la principessa Elena! Io ho già dovuto mandare due autografi, uno al Ministero, l'altro a un giornale di Roma. Si lavora sempre, ma col cuore in sussulto. Oh, felicità, tu sei un nome vano! Ha avuto il «Marzocco»? Era la mia unica copia. Ma ne farò venire, se lei ne desidera. Suo GIOVANNI PASCOLI

Il «Marzocco» pubblicava in quel numero la saffica Fior d'acanto con dedica a Egisto Cicchi (col quale fraternamente si trattavano gli affari dell'editore Giusti) perché da lui avevamo avuto una pianta di quel fiore. Intanto aveva accettato di scrivere ne «La Vita Italiana», che si pubblicava a Roma dalla Società Dante Alighieri, il cui compilatore fiduciario era Antonio Della Porta che via via lo sollecitava. Il compenso pattuito era di 50 lire tanto per un articolo quanto per una poesia lirica o poemetto  che fossero però di considerevole dimensione. Anno duro, aspro; ma pieno di lavoro serio, intramezzato solo e consolato dalle varie composizioni poetiche di cui aveva la sorgente nella sua anima. Ne inviava anche al «Marzocco», il cui direttore, o compilatore, era allora Enrico Corradini che lo stimava molto e in una lettera gli diceva «con lei e col D'Annunzio e qualcun altro penso che il "Marzocco" potrebbe elevarsi molto». Richiesto di qualcosa per il numero unico «Pro charitate» che si pubblicava a beneficio degli ascari mutilati, mandò un poemetto Il transito. E mandò anche poesie a diversi giornaletti che lo chiedevano.

Intanto la Minerva Oscura, che il «Convito» pubblicava a puntate, era terminata. Si preparava a raccoglierla in volume, volendo presentarla alla fine d'anno ai Lincei con la speranza di poter conseguire il premio di 10.000 lire. Era una speranza che molto accarezzava.

Tra le lettere che ho potuto avere io di lui al De Bosis, non ce ne sono di quei mesi; ma qualcosa di ciò che in esse diceva si può capire da quelle dell'amico. Ecco qualche tratto di una del 15 agosto.

Io verrò, forse, a vederti a Barga tra breve e sarà dolcissima l'ospitalità del mio Giovanni e della dolce Maria. C'è quel forse; ma mi proverò a eliminarlo... Chi sa!

Quanto al «Convito» (che è causa per me di... un mondo di piccoli guai) te ne parlerò lungamente... un altro giorno. L'offerta che tu mi fai della lettera latina, anzi delle due lettere, e della traduzione della Cicala, è accettata con entusiasmo e gratitudine. Quanto a Castanea ne faremo un gioiello! Se tu suggerissi due o tre «motivi» d'illustrazione, sarebbe il meglio ... (Minerva Oscura è un monumento di gloria! Non te ne ho piú scritto? Bellissimo e importantissimo e di una importanza e di una certezza cosí lucide, che si resta attoniti di ammirazione! ...

I poemi dunque... Quale mi darai: Dario? Dante? Giuditta? Quello che a te piaccia mandare alla nostra aspettazione e alla nostra ammirazione; e tanto meglio quanto piú presto!

Il preannunzio della visita del De Bosis lo mise in allegria. Gradiva molto di poterlo avere un po' presso di sé. Certo ci impensierivano le deficienze della nostra casa, tuttavia la cameretta destinata ai forestieri era discreta e ci saremmo ingegnati di abbellirla e di aggiungervi qualche mobile. Gli rispose pieno di contentezza. Nella lettera gli chiedeva alcun che sulla veridicità della discendenza di Diego Angeli – ch'egli ancora non conosceva – dall'umanista Pietro Angeli detto il Bargeo, sul quale egli, per invito dei barghigiani, doveva tenere nel settembre un discorso nella sua terra di Barga, ricorrendo in quell'anno il terzo centenario della sua morte.

Il De Bosis supponeva forse di poter avere subito ciò che Giovannino gli aveva espresso di volergli dare per il «Convito», e pochi giorni dopo gliene chiedeva certezza da Francavilla a Mare, il 20 agosto.

Carissimo, Castanea, la Cicala greca e le due lettere latine per quando (scusa la forma dell'interrogazione ruvida da uomo d'affari!) potrebbero essere mandate in tipografia? E, tra tutto, quante pagine (scusa c.s.) saranno, piú o meno? Si tratta, come indovini, di pensare alla composizione del IX libro che mi sta molto a cuore. E ti prego di mandarmi quelle descrizioncelle che serviranno per le incisioni della tua bella Castanea.

Ti abbraccio. Gabriele ti saluta caramente: parliamo di te spesso spesso con affetto fraterno. A te e alla tua dolce Maria, anche dalla mia Liliana, le piú tenere cose. Tuo   ADOLFO

La traduzione della Cicala e le due lettere latine (queste non ricordo che cosa dovessero contenere) non furono mai scritte. Ebbe da preparare il discorso sul Bargeo che gli portò via qualche giorno, non avendo di quell'umanista, poeta e soldato, troppa conoscenza, e il 27 settembre lo lesse nel teatro di Barga. Per l'occasione il Sindaco invitò Diego Angeli, che accettò l'invito e ne scrisse a Giovannino. Il discorso fu poi pubblicato da «La Vita Italiana» che ne fece gli estratti con l'aggiunta della lettera, con cui Giovannino dedicava l'opuscoletto al senatore Antonio Mordini e al Sindaco di Barga, e delle note.

Giunse ora una lettera di Gabriele d'Annunzio da «Francavilla al Mare negli Abruzzi».

Mio caro Giovanni, credi tu che sarebbe possibile una versione ritmica italiana d'una tragedia di Sofocle?

Quali sarebberoi tuoi modi nel tradurre, per esempio, il coro dell'Antigone: «Ἔρως ἀνίχατε μάχαν...»? E quali, per esempio, nel tradurre la lamentazione che incomincia: «ὦ τύμβος, ὦ χατασχϕῆς...»? Ti sarei infinitamente grato se tu volessi mandarmi questi due saggi: il coro e le seguenti parole di Antigone fino a «ἀλλ’ Ἀχέροντι νυμϕεύσω»; la lamentazione intera, o quasi, piú precisamente fino a «ζῶσ’ εἰς ϑανόντων ἔρχομαι χατασχαϕάς». [13]

Io e Adolfo avevamo in anima di venire a udirti nella scorsa settimana. Ma Adolfo d'improvviso fu colto dalla febbre; ed egli è partito stamani per Roma, ancor febricitante.

Mi perdoni questo fastidio ch'io ti reco in mezzo al tuo grande lavoro?

Qui, lungo il mare, tu venivi spesso con noi spiritualmente, circonfuso dalla tua poesia.

Hai trovato, in quest'ultimo tempo, suoni profondi e indimenticabili: suoni di dolore e di terrore. [14]

Ma io vorrei vederti salire verso la Gioia!

Addio, per oggi, caro fratello. Da gran tempo io volevo mandarti un saluto. Per buona ventura, questa volta mi conduce verso di te la divina vergine tebana.

Ti abbraccio, nella purità del suo nome. Il tuo GABRIELE D'ANNUNZIO

26 settembre 1896

Giovannino non poté rispondere ancora alla su esposta lettera perché aveva molto da fare; poi passò troppo tempo e, se ben ricordo, non trovò piú la via di farlo. Ma il D'Annunzio sapeva che era occupatissimo.

In quei giorni gli giunse una cartolina di Giuseppe Lesca (2 ott. 96), che lamentava «il silenzio scortese» dopo un suo articolo che parlava di tre poeti, uno dei quali era Giovannino: la lettera gli fece una triste impressione e non la dimenticò mai.

Ed ora una lettera di lui all'amico De Bosis.

Caro Adolfo, dopo cinque o sei giorni di aspettazione gioconda, vivace, un poco impaziente ma piena d'allegria e di umili preparativi, e dopo non so piú quanti di speranza disperata (dopo una cartolina dell'Angeli), mi decido a rimandarti i giornali, una lettera, una cartolina, che erano stati accolti con un tripudio (che tu non puoi immaginare, perché tu vivi nel mondo dove sono molti impostori) vivissimo annunziando essi il tuo prossimo arrivo. Avevamo messa la tenda alla tua cameretta (che volevamo chiamare Adolfiana e Debosiana), un tavolinetto per la tua corrispondenza intima (del resto ti era destinato il banco grande del mio studio) con anche una penna adatta al tuo carattere. Oh! ma come è stata? Io ne do colpa a Diego Angeli, che dopo essere stato accolto da me come meglio potevo (infinitamente meglio che dai suoi concittadini, che non gli prepararono nemmeno una colazione, nemmeno la camera: voleva stare a Barga, quindi da me stette una notte sola), si vede che ha saputo svolgerti dal tuo proposito. Ti ha detto che ti avrei fatto patire la fame? Oh! Diego Diego Diego!

Una cartolina fredda e asciutta. Volevo far stampare quel sonetto nel «Marzocco» ed egli mi arresta con dirmi che lo vuoi tu per il «Convito». Gli avevo detto che tastasse i Marzocchenti per sapere che cosa hanno con me, e lui una o due righe in una cartolina: «Adolfo forse non verrà a Castelvecchio». Ma anche tu hai sentito qualche cosa contro me a Firenze? Parlami sinceramente perché qualunque cosa tu abbia sentito io sono certo che la farò vanire, perché sono certo di non aver fatto nulla nulla nulla di male o di men che buono a nessuno. Di' anche ad Angeli che della Fiammetta non ho avuto né lettera né giornale né fucile né nulla. [15]

Dimmi le tue intenzioni sul IX del «Convito». Oh! se tu fossi venuto! Avrai anche trovato a Roma una mia lettera, se pure sei a Roma.

E fammi un piacere. Senti (per es. dallo Spinazzola), senza mostrare troppo interesse e senza fare alcuna sollecitazione, se la Facoltà Letteraria di Bologna fece proposta che a me fosse cresciuto lo stipendio da 3.000 a 3.500, e se il Ministero ha accolto o accoglierà la proposta. Mi è assolutamente necessario essere chiaro in questi due punti. Rispondimi, per carità; subito. Ho bisogno assoluto di sapere se la Facoltà etc. e se il Ministero etc.

Ama ancora un poco il tuo devotissimo        Giov. PASCOLI

Castelvecchio di Barga, 12-8bre-1896

Maria manda i saluti a te e alla gentile e ai bambini. Sul tuo tavolinetto avevo messo quattro noci a tre spicchi (porte bonheur) e due noci americane. Che cosa avevi paura? di dover mangiare davvero baccalà? Se il poeta Angeli è sincero, deve dire che ha mangiato anche del pesce di Serchio ottimo, almeno tale gli pareva, ché ne mangiò piú d'una libbra.

Per sapere la data di questa lettera guarda il bollo, ché io ho perduto il calendario.

La risposta telegrafica del De Bosis da Roma è del 18 ottobre: dice che a non farlo andare a Barga furono solo ragioni personali; e che si interesserà per lo stipendio; intanto legge A te «con ammirazione  gratitudine, non so quale maggiore».

Infatti il 9 novembre Giovanni ebbe questo telegramma dallo Spinazzola:

S. E. Ministro accogliendo voti amici illustri e miei vivissimi lieto onorare anche cosí vostro ingegno dava disposizioni siavi secondo desiderio vostro elevato stipendio a lire 3500. Abbracciovi  SPINAZZOLA

In quei mesi per i tanti lavori già ricordati, non aveva potuto occuparsi di quelli che doveva fare per l'editore Bemporad, sicché questi, indignato, gli scrisse il 4 novembre rimproverandolo acerbamente e proponendogli, se mai, il ritiro del contratto. Non ricordo la risposta di Giovannino, ma non fu certamente per la rescissione del contratto, poiché egli credeva ancora di poter fare la grammatica latina e i libri d'esercizi pei quali si era impegnato. Piuttosto dovette cercare di abbonirlo promettendogli intanto un articolo che, in verità, fece, e fu pubblicato nella «Rassegna Scolastica» del 16 dicembre 1896 col titolo Pensieri scolastici.

Intanto riscriveva al Carducci.

Barga, 13 novembre 1896

Caro ed illustre Maestro, le mando la bozza della dedica o prefazione, come io l'avrei corretta. La prego caldamente di due cose: l'una che mi compatisca; l'altra che mi faccia qualche correzione, che dia qualche tocco maestro qua e là. Devo poi aggiungere una cosa quasi insolente, ma che lei già immagina: che è urgente rimandarmela. Siamo in ritardo, e sí, lavoro otto o nove ore al giorno. Le mando ancora la bozza del principio dell'introduzione cosí come viene dalla stamperia: se vuol darle un'occhiata la dia, poi butti le carte nel cestino, perché io ho un'altra copia. Le mando ancora alcuni fogli del libro, e quelli, se me li vuole rimandare me li rimandi. Ce n'è di stampati altri ancora, ma io non li ho ancora.

Mi dica: quando s'aprono le scuole? Subito subito non so se potrò venire, perché mi perderei con tutti i libri e appunti, che non saprei conce portare e come ritrovare e ordinare poi. Bisognerebbe che io finissi, tanto piú che se non finisco non ho i mezzi di procurarmi l'appartamentino a Bologna e di cominciare regolarmente e tranquillamente la mia vita Bolognana. Vuole ella farmi schermo contro il giusto risentimento del caro ma severo Preside? Non dubiti: ho già fermate le mie lezioni e quest'anno farò del mio meglio e non sarà gran male se tralascio anche, per necessità, le poche lezioni avanti Natale. Mi scriva o faccia scrivere qualche cosa da Giulio. Mi protegga un poco! Severino? va a Firenze? resta a Bologna? Non badi troppo al principio del «Commentario» perché è zeppo ancora d'errori. Gli «esametri» poi vanno rifusi. Se me li rifondesse lei, però, sarebbe molto meglio! Eh! pare! Mi creda con tutto l'affetto imaginabile suo scolaro (ho paura però di farle torto)     GIOVANNI PASCOLI

Dopo una cartolina del 16, ecco la cara risposta del Maestro.

Bol. 24 nov. 1896

Caro Pascoli, grazie del piacere che mi hai anticipato mandandomi i fogli tirati del vol. primo dell'Epos. Li ho letti con grande intimo contento. Tu mi hai fatto sentire e gustare Virgilio in qualche nuovo modo. Io non so altro che dirti bene del tuo libro. E ti ringrazio della dedicatoria, che mi tengo a onore, considerata la cosa dedicata e chi l'ha adorna e come.

Il Rettore ti dà il permesso fino al 5 o 6 di dicembre. E siccome gli scolari cominciano purtroppo allora a pigliarsi le vacanze, cosí tu potrai essere libero fino al 10 del nuovo anno.

Ti saluto e ti abbraccio tuo   GIOSUE CARDUCCI

Grande soddisfazione, grande gioia di Giovannino! Subito riscrisse al Maestro.

Oh! caro e grande Maestro, che gioia! che rapimento! Mi avesse veduto in questi tre o quattro giorni d'intervallo, di dubbio, d'angoscia! Creda che solo una parola buona – magari sussurratami all'orecchio – mi fa felice. Ma lei è troppo buono e le sue alte lodi io non prendo alla lettera: mi basta che lei abbia gradito il mio pensiero di mostrarle pubblicamente la mia venerazione e il mio affetto.

Mi aveva scritto Severino (qual diavol lo tocca?) asciutto asciutto: «Caro Pascoli» che, in sua lingua, vuol dire che non gli sono piú caro. Gli dica (prego) che faccia meno il... Ferrari. Lui sa che cosa vuol dire. Ringrazio il Magnifico. Ma mi difenda, mi faccia scusare, perdonare, compatire dal prof. Bertolini. Gli dica che d'ora innanzi sarò assiduo. Ho già pensato di mettere avanti al mio corso di Lirica greca una prolusione Per il greco: solito tasto. Ma non la devono aver di vinta i Barbari. Basta: io sono pieno di gioia. Ho aggiunto a quella lettera dedicatoria due suoi magnifici periodi (del discorso di Pietole) tra parentesi. E ho fatto male, perché sono un pezzo di porpora regia nei calzoni del povero. Nel commentario poi metto altri pezzi. Ho quasi finito. Sono affranto. E ho un freddo cane Hipponacteo. Gradirà la signora Elvira il pecorino di Barga? O buono, a chi piace. La riverisca per me e saluti ancora la signora Laura e quel signore del suo marito, che poteva darmi una buona notizia due o tre giorni prima e non l'ha fatto. E riceva oltre i miei anche i ringraziamenti della mia cara Maria, che esulta esulta esulta a dirittura. «Vedi? Vedi?» Le si ricorda anche il membro della Facoltà Dottor Gulí.

Con desiderio vivissimo di rivederla e di fare un magnifico pranzo al Foro Boario, me le dichiaro il suo felice scolaro   Giov. PASCOLI

Fu invero una gran gioia per tutti e due quella lettera; e con quanto piú coraggio Giovannino continuò nel lavoro !

Un'altra lettera in quei giorni scrissi io all'editore Giusti, affermando che Giovannino avrebbe finito per il 1° dicembre l'Epos: sul quale allegavo la lettera del Carducci. Insistevo perché le Myricae uscissero «prima della fin d'anno»; al 10 dicembre poi Giovannino avrebbe inviato il manoscritto di Dante; e intanto preparava una prefazione e una appendice per una prossima «2a edizione». Anche «la Lyra cammina molto bene: ma che giorni! che giorni !» [16] Giovannino aggiunse :

Domani giungerà (lo imposto oggi stesso, ma non so se in ora da partire) il seguito e fine del ms. E quante bozze piú potrò. La coperta è bellissima, da fare essa sola il successo dei libri. Sotto Nostrae litterae ci vuole un uno in arabo «Nostrae litterae, 1, Epos», e quel numero (il numero d'ordine di tutti i volumi della collezione) va ripetuto nella costa. Domani avrà anche la coperta. Il frontespizio e la lettera dedicatoria vorrei rivedere prima. [17]

L'anno era per finire ed anche il compito che si era dato Giovannino volgeva al termine. Io però volevo che facesse un altro poema latino – uno, Jugurtha, l'aveva già fatto e mandato – per il concorso di poesia latina di Amsterdam. Era una delle mie consolazioni piú grandi quel premio, e pensavo che con due poemi era piú probabile la vittoria. Egli si prestò a contentarmi. Scelse un soggetto tra i tanti che aveva, e nei brevi momenti di tempo libero si mise ad eseguirlo. Il titolo del poema era Reditus Augusti. Io poi lo copiai e il 24 di dicembre lo spedimmo. Si passò quel mese proprio senza respiro perché c'era anche la corrispondenza epistolare che aveva le sue esigenze.

Ecco una lettera di lui al De Bosis.

Mio caro, ti mando dunque domani o dopod. Castanea cosí presso a poco come è. La mia aspettazione per Omero si fa impaziente. Domando del metro, perché è capitale. O come dirà Priamo a Helena: ϕίλον τεχος,? E i vecchioni τεττίγεσσιν ἐοιχότες? [18]

Io starò tutto l'anno a Barga: ai primi di Gennaio moverò per l'inhospita tellus dei Galli Boi. Cerco casa, che ammobiglio borghesemente, ma senza togliere un filo né un legno alla mia cara solitaria dimora Bargea. Se vuoi intanto venire... ma noi lavoriamo sempre sempre... Ai dieci presso a poco di questo mese, sarò per qualche giorno a Pisa per correggere le bozze di Min. Oscura che, per difetto di tempo, mando tale e quale ai Lincei... per le 10.000 lire. Se se se se se .. .

Hai scritto a Gabriele? Il mio Epos avrà 30 o 31 fogli di stampa. Capisci? Poi ho i Poemetti del Paggi (da non confondersi oh! no! coi Conviviali) e Min. Oscura. Coraggio.

I miei piú affettuosi saluti con quelli di Mariú, che la ama teneramente, per la tua gentile. Nella tua camera sono ancora le noci a tre gusci. Ma è freddo qua. Tuo      GIOVANNI

Barga, 1 ° Xbre 1896

Con questa di Giovannino, s'incrociò una lettera del De Bosis, che gli chiedeva la collaborazione per un numero unico della Croce Rossa, aggiungendo: «Tu verrai, e farai, se ti piace, la conferenza sui primi dell'anno. Ti leggerò allora la versione del III Canto in esametri. È detto».

Severino Ferrari, il diletto amico, che, come già scrisse al Carducci, si era dimostrato freddo in una cartolina con lui, aveva bisogno di una raccomandazione al sen. Finali, presidente della Corte dei Conti, per la registrazione di un decreto di elevazione dello stipendio a 3500, già respinto dalla Corte. Giovannino scrisse subito al Finali e anche a Severino. La cartolina porta il bollo postale del 5-12-96, Barga.

Caro Ferrari (che effetto, eh? imagina dunque, cattivo).

Caro Severino, scrissi. Presto spero darti la buona notizia; notizia, non altro; perché imagino sicura la cosa. Perché tu non mi scrivi qualche cosa? Hai visto il povero Epos? Dimmi qualche cosa. Sapessi tra quanti dolori e fatiche ho lavorato! Trovami (l'ho scritto anche ad altri) un appartamentino di due camere, due salotti e cucina, bello, moderno. Non vedo l'ora di riessere a Bologna! Vogliamo divertirci! Che notizie della signora Ida e signorina cognata? A tutti e tre saluti cordiali da Maria, mia indefessa collaboratrice.

Domani ti mando il segno bianco per riscuotermi lo stipendio di Novembre. Fa in modo di rimettermelo subito. Saluta il Maestro e gli amici, anche quelli che sono divenuti nemici e ridiverranno amici d'uno che vuol loro bene.   G. P.

La risposta di Severino, del 6 dicembre da Bologna, comunicava la sua andata a Firenze, all'Istituto di Magistero, per l'anno prossimo; e aggiungeva: «Non ho avuto l'Epos. Ho sentito il Carducci dire tante belle cose sui tuoi nuovi lavori, quando egli mi scrisse perché ti ottenessi dal Bertolini il permesso di che ti avvertii già con cartolina. Vieni presto ... Signorina: io faccio un'Antologia per le femmine (donne). È contenta che io metta i ricordi di Giov. sul Carducci pubblicati nel Carlino per il centenario? Per le poesie ci è proprietà letteraria? Me le commenta lei quelle di Giov.?»

Quanto alla sperata registrazione del decreto, di cui il Finali faceva conoscere la difficoltà il 6 dicembre (e diceva anche, fraternamente: «Caro Giovannino, Ella lavora troppo; obbedisca a Maria che per certo La esorta ad aversi riguardo e a risparmiarsi. Ma calma, fiducia, con uno sguardo sereno all'avvenire...») Giovanni dava presto notizie al Ferrari.

Caro Severino, ebbi già una risposta dal Finali alla quale replicai con efficacia, credo. Aspetto a gloria la controreplica.

L'articolo non l'abbiamo trovato (se lo trovi tu, bada che c'è un periodo a principio che ha un che di piú o di meno, non ricordo bene); le poesie della Myricae il loro proprietario, cioè il Giusti, si oppone recisamente che si mettano in antologie. Egli si vendica di quelli che hanno negato a lui tale facoltà. Poi credo che abbia un'idea consimile alla tua. Sicché la tua magnifica antologia comparirà senza i miei sgorbi.

L'altrieri ho visto il comm. Brilli a Lucca. Siamo stati molto allegri. È il provveditore piú genialmente severo e sereno che io mi conosca. Presto lo vedrai a Bologna. Tante cose alla signora Ida e signorina anche da parte della mia Mariú. Tuo   GIOVANNI

Quando poco dopo – il bollo ha la data del 22 dicembre – Giovanni dovette annunziare all'amico il rifiuto definitivo della Corte dei Conti, Severino mostrò di non adontarsi.

Caro Giovannino: grazie del permesso per le prose. Grazie della raccomandazione al Finali; non è colpa tua se si è fatto un solennissimo fiasco ... Ti sia felice l'anno nuovo; e consolato ... Tuo affezionat. SEVERINO F.

Contemporaneamente Giovannino andava scrivendo ad Adolfo De Bosis.

Mio caro Adolfo, ti mando le bozze di Castanea lasciata come era. (Parentesi: ieri sera rilessi, per forza, questo poemetto. Permettimi di parlarne come fosse d'un altro. Difficilmente in tutto l'umanesimo troverei cosa meglio fatta, piú antica. Non l'ha fatto, quel poemetto, un moderno; né un antico sopravvissuto in me. Io non sono tenero delle cose mie; generalmente mi lasciano a dirittura sconsolato d'aver ucciso il bello uccellino dai brillanti colori e dal soave gorgheggio; ma qui si tratta piú che d'altro, di critica, e scientifica meglio che estetica. Ebbene io dico: se tornasse al dolce mondo, non dico il divin Virgilio, ma Pedone Albinovano, non lo farebbero mica ordinario di Latino? Eh?... Il fatto è che mi sarebbe piaciuto aggiungere qualche tratto al tuo poemation. Lo aggiungerò quando tu, divenuto editore munifico e solo degno di te e di noi – che superbia oggi! –, farai anche una edizione diamante con incisione dei miei poemetti latini naturalistici e un'altra di quelli archeologici). Non ho capito ciò che dici di Roma, di conferenza. Io dicevo: se fanno quelle solite conferenze, invitando questo e quello, non potrebbe darsi il caso che chiamassero anche me? a fare per es. una conferenza virgiliana o che so io? E allora verrei, ma farne una isolata, producendomi e dichiarandomi come gravido d'un cocomero qualunque, oh! no. Mi chiarirai, spero. In tanto ti, anzi vi ringrazio della camerina per Mariú, perché alla mia pazientissima indefessa collaboratrice e confortatrice devo uno svago, e la condurrò meco, poverina.

Vedrai presto l'Epos: piú di 500 pagine, con quelle note in corpo 6 e 5! Nell'introduzione vedrai dei passi d'Omero tradotti in... esametri, o esametroidi. Da ciò capisci che io non ho tanto orrore per quel verso in italiano. Certo, alcuni saggi anche del Mazzoni, ma specialmente di feti o aborti letterari, indispongono: certo il pentametro secca per la sua mancanza sistematica degli ictus principali e caratteristici del verso; ma insomma io – credevo – che tu non avresti fatto cosa bella se non con gli esametri, traducendo Omero. Credi, che la mia voglia di sentire il III canto è impaziente. Dopo non citerò che te.

Domani ti mando la poesia – nuova e fresca – per la principessa. Potrei mandare una delle 20 e piú poesie nuove della Myricae (sospesa la 4a ed. per dar luogo ai libracci scolastici, compreso l'Epos, ma compresa anche un'antologia Targioniana!), ma solo in questo, solo ahimè in questo, mi è dato di fare il signore. Dunque una poesia nuova: Sotto il sicomoro, nel metro forse saffico autentico, [19] con rime come i Crisantemi. Va bene? mio caro, mi fa tanto piacere quando mi tratti cosí nobilmente, congiungendomi al nostro Gabriele, e quando poi ti scusi, tu! tu!

Il Galimberti mi fece chiedere dallo Spinazzola qualcosa di mio. Gli mandai Myricae, Lyra, quattro opuscoli latini premiati di medaglia d'oro. Chi sa che non venga un'ispirazione! Il fatto è che a Bologna vado malvolentieri. Non riesco a trovarmi l'appartamentino. E mi sono ostili in un modo! quei mangiatori che non leggono mai nulla.

Per i numeri Shelleyani, oh! fossi capace del poema proprio materiato di lui! Ma io non sono te, e di Percy ne so molto poco: quello che so delle tue traduzioni. Ma vedremo. Certo voglio dare un saggio assai largo del volume dei Poemi Conviviali. Le Sirene e altri ciclici, Dario e altri. Insomma cercherò di mostrarmi degno dell'onore che mi fai. Io dico e dirò sicomòro. Cosí credo si dica popolarmente «seccomòro». L'etimologia da «sito matto», porterebbe tanto a sicòmoro quanto a sicomòro.

Ti lascio, mio caro, con tante cose, per me e Mariú, alla tua gentile e ai bimbettini, e ti voglio bene. Tuo   Giov. PAS.

Castelvecchio di Barga, dove rimarrò fino ai primi dell'anno. 7- Xbre-1896

Sicuro che sarebbe andato piú volentieri a Roma che a Bologna! A quando a quando gli venivano dei momenti di malinconia per dover tornare a Bologna, anche perché credeva di non essere ben visto dal Preside della Facoltà, prof. Francesco Bertolini e da qualche altro collega. S'indisponeva poi molto quando i suoi incaricati gli scrivevano che era difficile trovare l'appartamento come lui voleva non essendo il tempo dei traslochi. Egli aveva già ordinato il mobilio occorrente alla Ditta Cipriani di Livorno (presso la quale avevamo da anni il conto corrente a piccole rate mensili corrispondendo il 7% d'interessi) ed era ormai in ordine per essere spedito. Alla fine però l'appartamentino fu trovato, e questa penosa apprensione ebbe termine.

Del resto egli amava molto Bologna sebbene vi avesse tanto sofferto, e gli sarebbe anche piaciuta la cattedra di grammatica latina e greca, purché gli avessero lasciata libertà nell'insegnamento. Non di rado aveva anche degli scoppi d'entusiasmo pensando di potersi trovare col Carducci, che gli dimostrava tanta stima e benevolenza. Il Carducci era forse la piú grande attrattiva; ma c'era pure quella dei buoni amici che non erano pochi.

Ma è bello narrare la storia di un atto gentile, da cui nacque poi una poesia. Il De Bosis, che forse aveva capito da una frase di una lettera di Giovannino che avrebbe gradito un fucile, glielo fece mandare (fucile sistema hammerless, che vuol dire senza martelli). La spedizione gli fu annunziata il 17 dicembre 1896. Dopo qualche giorno di aspettazione impaziente, il fucile arrivò. Subito, sebbene avesse del lavoro urgente da fare, lo scassò, lo montò ben bene e se lo mise alla spalla facendo, cosí trasformato in cacciatore, un giretto nell'orto, senza però sparare perché non erano ancor giunte le cartucce. Scrisse esultante al De Bosis, dicendogli anche di far lui il cappello a Castanea; ma la lettera non resta. Il fucile, bello e lucente, era, sí, da caccia, ma egli amava troppo gli uccelli per farne quell'uso. Alla fine d'anno giunsero le cariche, e potemmo cosí salutare il vecchio e dare il benvenuto all'anno nuovo tirando a segno lungo il viale della Chiusa. Giunse anche uno scritto di Adolfo che accennava alla nuova tragedia di Gabriele; il quale «ha composto anche bellissimi... Ma questo è un segreto meraviglioso.» [20]

Ecco su tutto ciò la risposta di Giovannino al De Bosis.

Caro Adolfo, quale vibrazione lunga di gioia! Ebbi solo l'altrieri le cartucce. Anche Mariú ha sparato... e non ci ha colto. Ma sopratutto è il pensiero di avere un tale fratello come te nella vita poca o molta che avanza. Scrivo in fretta e furia (non ancora è finito il compito del '96, ma sta per finire) per due o tre necessità. La prima: dimmi se si può dire The Hammerless (con l'H maiuscola o minuscola?) per intendere il fucile senza cani: se insomma nel titolo d'una, per es., poesia si può sottintendere «fucile» (come si direbbe?). Poi, quell'h è muta o sonora? In italiano diresti l'hammerless, o lo hammerless o il hammerless? Inoltre – si tratta d'una poesia di quelle che tu narravi a Didaco nostro Angelio, di un nulla insomma, da stampare nella «Tribuna» alla quale mi hanno invitato, e nella quale ho accettato, per forti ragioni di scrivere – bisognerebbe che tu mi scrivessi in inglese questa dedica:

Ai bimbi (qui il nome delle tue creature per ordine di nascita)... De Bosis. (To...? ... )

E presto, anzi subito.

Secondo: come mi pare di averti detto, invece d'un volume nuovo, ho rimpasticciato in un libro la Minerva Oscura tua e l'ho presentata ai Lincei per il gran premio... In Gennaio faccio una prefazione Ravennate e un'appendice dotta. Poi pubblico il libro intitolato «M. O. Prolegomeni. La costr. morale del problema di Dante». E annunzio altri volumi danteschi che forse... non farò. Ora l'editore Giusti mi fa difficoltà che trovo ragionevoli quanto mai altre dicendo che la proprietà è del «Convito», cioè tua. Ma io ho pensato che tu, nella tua Laurentina magnificenza vorresti venirmi anche una volta in aiuto scrivendomi in lettera ritensibile al Giusti, che acconsenti alla riprod. in volume, etc. etc.

Ho terminato e cominciato l'anno dividendo con Marini un dolce della tua gentile. Oh! mi porterà fortuna! E ringraziala; dille che la nostra gratitudine per lei è piena di dolci lagrime antiche. Oh! rivedervi! rivedervi! abbracciare i vostri cari pegni! Il 9 o il 10 andrò a Bologna. Ho già provveduto per un appartamento. Ti ospiterò bene, quest'anno.

I ... di Gabriele indovino che cosa sono. Io sento echi lontani. È un'idea che era anche in me e che godo intanto che realizzi l'insuperabile Stesichoros. I ... sono cori o inni È vero? E io che devo ancora scrivergli? Gli scriverò prima di befana.

Epos è finito per parte mia. Ho corretto le ultime bozze. E tu hai finito T? [21] La Grecia è in pieno fiore e seguita a vincere il Lazio agreste e feroce.

L'Epos II che contiene l'epos alessandrino (ho cambiato un po' idea) e che sarà pronto per Aprile o già di lí, è dedicato a te. L'Epos III che contiene l'epos didascalico (Lucrezio e Georgiche) a Gabriele. Farò anche, per le scuole, per debellare Lazzaro il Grecofobo, i Lirici Greci.

E Bacchilide? Torna a noi dall'Egitto, torna a noi da... Francavilla... [22] Rispondimi subito. Amami. Io sono il tuo devoto e grato GIOVANNI P.

Abbiate tu e la Gentile, i ringraziamenti piú teneri di Manzi e miei. E baci a Percy e agli altri.

Che ansia di vedere le tue parole a Castanea! Temo solo che siano immodeste ... superbaccio che sei in me!

Da Castelvecchio, 1 ° gennaio 1897

Immediata risposta del De Bosis:

Carissimo mio Giovanni, in gran fretta. Tanta che posso appena ringraziarti del tuo troppo gentile e caro pensiero (come ti somiglia!) di dedicare a' miei bimbi i tuoi versi prossimi... Grazie, grazie, e quando essi sapranno intendere, te ne saranno grati non meno del babbo.

E ora per ordine:

Un fucile senza cani si dice: a hammerless gun. L'h è aspirata, e però a hammerless e non an hammerless. Se si possa sottintendere il gun? Sí certamente, se da quanto si è detto avanti, si capisce che si parla di un fucile: se no, no. No, p.e., in un titolo: a meno che non sia posto in fronte a un catalogo di fucili... Se si tratta di un titolo di una poesia, io direi For a hammerless gun (Per un fucile...). O anche On receiving a hammerless gun, o anche, se vuoi che traduca la dedica, To the Children (Virginia) Percy and Valente on receiving a hammerless gun from their father, oppure from thein (da loro). Ma veramente i maschietti mandarono il fucile; la femminuccia, i dolci, e però a Virginia meglio un verso della Maria ... Quanto «all'hammerless» o «allo hammerless» o «al h.», è questione grave. Come accordare le leggi di una lingua alle esigenze di un'altra? Ci vorrebbe un codice di ortografia internazionale. Io direi «l'hammerless», ma, meglio, cercherei di sfuggire alla difficoltà.

E ora ti accludo una lettera per l'editore Giusti e una per te che puoi dargli per sua maggiore tranquillità. Dell'Epos non ti dico ora niente: sono gonfio d'orgoglio, e desidero molto di essere insignito del grande onore che tu vuoi farmi! Grazie, abbracciandoti.

Della mia versione omerica non ti parlo ora; con questa fretta! Però per ricambio della mia lezione su hammerless, vedrai quante ne chiederò a te: p.e.: come tradurresti tu θεοειδής? [23] e ἀρείϕιλος è semplicemente «bellicoso» o, etimologicamente, «diletto a Marte»? e tante tante dubbiezze che tu mi aiuterai liberalmente a risolvere.

No: i ... di Gabriele non sono inni. Per questa volta, sei molto lontano. Sarà bene lasciarti ancora nella curiosità!

Addio! Addio! a presto, forse, a Bologna. Ti abbraccio teneramente.     ADOLFO

Altra lettera di Giovanni al De Bosis dei primi di gennaio.

Θε (guarda come ho scritto The!) hammerless gun. Domani vedrò di trascriverla, perché tu mi faccia fare delle correzioni (c'è dell'inghilese!) dalla gentile signora Liliana. Io la voglio allargare per quando la stamperò in volume... La amo. E anche tu l'amerai, per i dolci capi di Percy e Valente, i tuoi children. Insomma vedrai la poesia forse prima stampata nella «Tribuna»... Presto anche girl (?) Virginia avrà la poesia di Mariú, che l'ha cominciata e ha cominciato a farmi piangere...

Un saluto in fretta e in furia. Martedí mattina vado via. Vado a Bologna con la morte nel cuore, per una seconda infamia che là succede... chi mi ha mandato a Bologna, voleva farmi morire... Ma se vengo a Roma, parlerò e tu mi farai proteggere dai grandi e buoni Gabriele e Ciccillo. I ... sono versi francesi. Meglio se inni. Inni voglio fare anch'io e cori. Oh! se durasse per un anno o due questo mio fervore. Presto avrai miei volumi. Grazie dal profondo della lettera al Giusti, che insegnerà a quei... Ma parleremo a voce. Mariú, commossa nell'intimo prepara la poesia e allora scriverà alla dolce amica. Ma è imbarazzata per una ragione curiosa ... Vedrai. Amateci. Tanti baci a Percy and Valente, un bacino a Virginia e Margherita. Poverina! lei? Tuo     GIOVANNI P.

Le Sirene! Come le voglio lavorare! E presto! Fa fare delle figurine per The hammerless gun to the children etc.

L'«infamia» che lo faceva andare a Bologna con la morte nel «cuore», non saprei precisare qual fosse, ma certo si trattava di qualche deliberazione della Facoltà, presa in sua assenza, che lo inquietava.

Sui primi dell'anno il compito che si era dato Giovannino era finito ed egli si sentiva assai soddisfatto di sé, e ne aveva ragione. Perché il lavoro che aveva fatto in quei mesi, in mezzo a tante pene, angoscie, privazioni e preoccupazioni, era tale che senza un grande sforzo di volontà non gli sarebbe stato possibile. Fece la massima parte dell'Epos, diversi articoli, parecchi poemetti e un bel numero di liriche, una conferenza a Barga sul poeta-soldato Pietro Angelio, un poema latino — Reditus Augusti —, compí la Minerva Oscura, delineò altri lavori e preparò le lezioni per l'Università. Quanto aveva mai lavorato! Ma pochissimo era stato il profitto finanziario! e le sue medaglie olandesi erano sempre al Monte.

Un'altra letterina dell'amico De Bosis, e con essa chiudo questo lungo paragrafo quasi tutto di corrispondenza sua e d'altri dalla quale si possono conoscere le vicende tristi e liete di quelle vacanze.

Carissimo, e io che non l'avevo ancora letta! E Liliana che mentre io scrivo non l'ha ancora vista!

Son tutto lieto per me e per lei e superbo per Percy e per Valente, e grato della tua cara liberalità. Ed è bellissima la poesia, cosí fresca e sapiente conce sai fare tu solo. Quanto ti ammiro: altrettanto quanto li amo...

Grazie, da tutti; con tutto il cuore. Ti abbraccia il tuo        ADOLFO

La poesia di cui parla il De Bosis, il The Hammerless Gun, fu pubblicata dalla «Tribuna» l'11 gennaio 1897. La lettera quindi è di quel giorno.

IL PERIODO PIÚ ANGOSCIOSO DELLA VITA
DI GIOVANNINO PRIMI MESI DEL 1897)

La sera che precedeva il giorno fissato per la nostra partenza da Castelvecchio, dopo aver sistemato la casa e preparato le valigie, volemmo recarci a Barga per passare qualche ora con gli amici e avvertire l'Ufficio Postale di respingere a Bologna ciò che potesse arrivare per noi. Ma ahimè! alla posta trovammo una letteraccia del nostro fratello Giuseppe, che ci annientò. In essa diceva... Credo meno disagevole e piú semplice per me riportare alcune lettere, inviate o ricevute, di quei tristissimi giorni.

Giovannino al Carducci:

Caro ed illustre Maestro, mentre le casse de' miei libri sono già a Bologna, mentre i mobili sono per arrivare, mi giunge un'oscena notizia che mi ha costretto a presentare, come ho presentato, le dimissioni al Ministro. Non verrò dunque piú. A 41 anno io piango piango col povero angelo che non mi può piú consolare perché non si può consolare. Abbiamo saputo (da una lettera di lui stesso, il piú ignominioso documento umano che torbida fantasia possa immaginare) che il mio fratello Giuseppe (non aggiungo epiteti) si è venuto a installare (è la parola) a Bologna. Io non volevo venire a Bologna l'anno passato, sebbene tante dolci memorie e la sua cara immagine mi invitavano, appunto perché troppo accessibile a quel vivente disonore mio e del mio nome. Non mi aspettavo però quello che sta succedendo. Esso è venuto a Bologna con la sua figliastra (gli è morta la moglie da poco piú d'un anno) [24] ... Non aggiungo parole. È venuto per sfruttare quel disonore a mie spese, a spese del mio posto, del nome, non dico mio, ma di codesta illustre Università. Io mi salvo alla meglio. Vedrò di guadagnare la vita con articoli, poesie, libri scolastici (grama vita), rimanendo qua.

Spero di conservare un suo buon pensiero, un pensiero pio per me, per la mia povera Mariuccia, che io sottraggo a quel fango immondo. Non si stanchi, o mite leone, di dire a qualche suo giovane amico, che non altro che pietà io ho meritato e merito. Ogni altro sentimento è proprio sprecato. Prendo disposizioni perché di ciò che è giunto a Bologna, si rendano i libri alle biblioteche. C'è qualche cosa anche per lei. L'Epos è finito, ma io non ho ancora tutti i fogli. Le mando quelli che ho. Avrà a giorni qualche copia del libro. Ami il suo devoto   Giov. PASCOLI

Barga, 10 Gennaio 1897

E il Carducci:

Bol., 13 del 1897

Caro Giovannino, la tua lettera mi ha trafitto d'amarezza il cuore. Ma non precipitare, ti prego, le risoluzioni. Chiedi per ora un'aspettativa o un congedo al Ministero. Che ti mandino in altro posto, con altro officio, con altro incarico. Io per ora non ho detto nulla ad altri che a Severino. Pensa quel che io possa fare, e vorrei poter fare. Confidati di me, e scrivimi e suggeriscimi. Io dimenticarti? Ma che? Ti abbraccio, te e la sorellina. Tuo Giosue CARDUCCI

Altra di Giovannino al Carducci :

O mio Maestro! la sua lettera come è soave! Un giorno o due prima di ricevere la ignominiosa notizia, trovandomi senza i libri di studio che avevo già spedito (ora li ho richiamati), scrivevo per Belvederi una povera rapsodia, e in questa un piccolo inno alla Pania e a Pietrapiana. [25] Questo piccolo inno era nel mio pensiero diretto a lei. Il monte mellifero! Ma io vivo da qualche giorno in un coma assoluto. A me ripugna avere una posizione officiale, perché su questa specula l'altro. Egli ha girato tutti i Licei e Ginnasi dell'Italia centrale, col mio nome, come un tempo girava anche tutti gli Uffizi del Genio Civile. Ma Falino ora è lontano, e però io sono molto piú danneggiabile. In qual porto mi salverei? Se potessi sperare coi libri scolastici di poter vivere io e Maria, e continuare a sussidiare la povera Ida! Ma temo, tra l'altro, che ai libri stessi venga a mancare autorità, venendo da uno fuori dalla scuola.

Insomma non so che fare. E aspetto trepidante qualche notizia che non mi viene. Se il mio tenerissimo amico De Bosis mi trova un appartamentino a Roma, andrei là a vedere, se oltre i libri scolastici si può fare qualche cosa che profitti. Il Ministro dice che provvederà... Come? allargando lo scandalo? io mi vergogno. Vorrei essere lasciato in pace. Vorrei che subito provvedessero a darmi il successore a Bologna, per esempio, l'Albini. L'aspettativa e peggio un trasloco (e poi dove? e come?) non parlerebbe abbastanza forte, non direbbe ai miei conoscenti di Romagna quello che io vorrei dicesse la mia assoluta rinunzia.

Dunque? dunque io mi rimetto nel mio coma, aspettando inerte. Non ho piú voluto tardare a ringraziare la persona che ora, delle viventi, amo e venero di piú. Riconfermi, la prego, al prof. Bertolini che io ho rinunziato; che mi scusi e non pensi male di me. Venivo con uno slancio! con propositi cosí belli! Ma, pazienza! Mi saluti Severino e Giulio e continui a volermi bene. Maria devotamente e teneramente la saluta. Abbia tutto l'affetto del suo     GIOVANNI PASCOLI

16-1897 Barga (Lucca)

Severino Ferrari a Giovannino:

Giovannino, il Carducci mi ha chiamato in disparte: piangendo e facendo piangere me mi ha letto una tua lettera a ragione disperata. Domani ti scriverà egli. Abbracciandoti ti preghiamo di non precipitare. Alla peggio otterrai andando a Roma un trasloco. Ti hanno dato l'aumento di L. 500.

Riverisci quella gentile e sofferente anima di tua sorella. Tuo SEVERINO

12-1-97

Prima di aver saputo la triste cosa, Severino gli aveva scritto questo biglietto che chiarisce la lettera che seguirà di Giovannino:

Caro Giovannino, non so perché, ma il mio decreto di Firenze, anche riformato secondo ha voluto il Finali, non è ancora registrato. Se tu volessi telegrafare al Finali può darsi che mi facessi un bene immensurabile: io avrei bisogno subito della registrazione. Se non puoi, non per questo ti vorrò meno bene. La disgrazia mi deve, vuoi dire, capitare intera, intera. Devono esserci sotto delle manovre fiorentine. Io credo il Bacci! Riverisci la signorina. Tuo affezionat.  SEV.

Bol., 10-1 97

Caro Severino, grazie delle tue parole, grazie al nostro grande e buono. Il Ministro con gentilezza somma mi telegrafa che provvederà e non accetta le dimissioni. Anche andando via da Bologna, io non so se accetterò di rimanere in servizio: il vedermi in alto eccita l'altro. (Senti da Buggini che lo ha veduto, credo). Mariú ti ringrazia. Nelle disgrazie noi proviamo per te l'antica tenerezza. Scrissi ieri al Finali. Si tratti d'intrighi del Bacci? Non vorrei crederlo. Io da Firenze non ho avuto echi di sorta. Voglio però scrivere all'Orvieto. Di' all'Albini che si faccia avanti per il mio posto. Se mi si domanda, farò il suo nome. Ti mando questi due segni bianchi perché mi riscuota lo stipendio di Dicembre e, se c'è, quel mandato a parte. Fa come puoi. L'Epos è finito, ma io non ne ho ancora copia. Con quella collezione posso intanto campare. Ci sarà anche il volume dedicato a te.

Salutami caramente la signora Ida e signorina Cori anche per Mariú, che mi fa molto coraggio. Sono tre o quattro giorni che siamo piú morti che vivi. Ma coraggio! Ringrazia il nostro grande e buono buono. Tuo   GIOVANNI

Paga il mio conticino dallo Zanichelli e mandami il resto. Povero Zvan!

Giova riportare anche qualche lettera di quei giorni alla sorella Ida (conservate da lei) con la quale da un po' di tempo corrispondevo io anche per Giovannino, e qualcuna di lei a noi.

Carissima Ida, credevo di poterti scrivere oggi annunziandoti la nostra partenza per Bologna, invece mi conviene annunziarti che a Bologna non ci recheremo piú. Oh poveri noi! quanto ci è dura, difficile, impossibile la vita! Giudica un po' tu. Ieri a sera ci giunge una lettera di Paglierani [26] lunghissima e scandalosa il cui risultato è questo: che è a Bologna da qualche tempo, che abita in via Falegnami N. 20, 2° piano con la figliastra Adele Pascoli... Un fulmine, Ida, non mi avrebbe spaventata tanto, e nessun'altra disgrazia mi avrebbe tanto addolorata come quella che oggi ci sovrasta d'un cosí grande disonore. Che giova per me l'esser buona, per Giovannino l'esser buono e grande, se uno ha tanto potere di farci soffrire e di macchiare il nostro nome? Credi che siamo vicini alla disperazione. Ed è impossibile, impossibile che noi possiamo andare colà; non c'è bisogno che aggiunga i perché. Egli aggiunge che ... nel cimitero di San Mauro è stato a fare il suo matrimonio! Oh che nera e esecrabile profanazione! Noi abbiamo la testa in fiamme e il cuore che sanguina. Non un aiuto, non un conforto, non un consiglio da nessuno ... Avevamo spedito per ferrovia tutto quello che ci bisognava: ora bisogna che facciamo ritornare tutto. E la spesa... Oh imagina tu! ... Siamo mezzo rovinati ... Vedi i nostri presentimenti se erano giusti riguardo all'incertezza d'andare a Bologna e di venire perciò a tenerti a Battesimo la tua creaturina? ... Quanto sarebbe stato meglio che fosse già battezzata! Né la Romagna, né Bologna ci vedranno piú ... Scrivici subito: non sapevi nulla di questo fatto atroce? ...

Bacia la tua piccinina a cui vogliamo bene. Quando poi potrai, e speriamo piú avanti di aiutarti anche noi, le farai il ritratto e ce lo manderai. Quello, e non altro, deve essere il regalo di Natale di te e di lei a noi .. .

Giovannino ha già dato le sue dimissioni da prof. dell'Università di Bologna. È una cosa senza rimedio.

Castelvecchio di Barga, 10-1-1897

Altra :

Carissima, appena possiamo eccoti le 50... Il Ministro ieri a sera ha telegrafato cosí: «Sua lettera vivamente addolorami ma non consentirò mai che Università Italiane perdano insegnante che cosí altamente le onora e tanto onora il paese. Mentre quindi riserbomi di provvedere non accetto dimissioni inviatemi. Ministro GIANTURCO». Il Segretario particolare cosí telegrafa: «Leggo lettera vostra che profondamente addolorami. Siavi conforto parola quanti sono uomini di mente e di cuore che vi conoscono. SPINAZZOLA».

Anche il Carducci ha scritto una commovente lettera, cosí pure Severino: hanno pianto con noi. Nessuno però ci consiglia di rimanere a Bologna: segno che la nostra disgrazia è considerata molto grave nonostante che non ne conoscano gli orrendi particolari. Però le parole di queste buone e illustri persone ci confortano ad andare avanti. Qualche tempo fa ci scrissero le suore annunziandoci che la zia andava a Rimini. Non sappiamo altro; ma come avrà fatto? C'è il caso che tra i nostri carissimi parenti ci sia un coro di soddisfazione per la nostra disgrazia. Bacia per tutti e due noi la tua piccinina. Gulí bacia e cosí pure la mia passerina solitaria ammalata. L'ho nelle mani, ma temo molto. Addio, sta bene e ricordati di noi. La tua MARIA P.

15-1-1897

La lettera dell'Ida del 16 gennaio, fra l'altro diceva:

Miei amatissimi, io piango con voi, e quanto piango! Le notizie che mi avete dato hanno recato al mio cuore tanto strazio che non so darmi pace un momento ... Il battesimo sarà fatto senza intervento di nessuno: la porteremo noi in settimana, se la stagione non sarà orrenda, a San Vito, e farà da padrino o il parroco o il cappellano di quella parrocchia, quegli stesso che la battezzerà. Salvatore è andato ieri stesso colà a informarsi. Sarei stata troppo felice che me l'aveste tenuta voi! ... Che nome avrebbe messo Giovannino? quale la mia Mariú? Oh scrivetemeli subito, prima che sia battezzata perché glieli voglio mettere alla povera piccina: almeno che io possa dire alle genti e piú avanti a lei: questo è il nome che t'ha messo il mio Giovannino, questo è quello della mia Mariú. Io voglio chiamarla come desiderate voi: se non me lo dite mi date troppo dispiacere.

Mariú all'Ida:

Carissima Ida, in tutta fretta, se no la lettera non può partire domattina. Siamo tanto lontani che temo di non farti pervenire in tempo  il mio nome. I nomi della nostra famiglia, che ora non è sarà bene per il momento brutto in cui ci troviamo, che tu li metta sí, ma non da chiamare la piccina con quello di Caterina; se mai potresti chiamarla Carolina. Ma il nome che a me sarebbe graditissimo è Giovannina, proprio cosí, nel suo diminutivo, non Giovanna. Si potrebbe poi fare tanti altri diminutivi carini. Ma fa, del resto, come vuoi. In un'altra mia ti avevo detto Caterina, ma temo che possa essere profanato tra poco...

La nostra situazione invece di migliorare, peggiora ... È inutile farsi illusioni: Giovannino deve insistere non solo nel rifiutare Bologna, ma qualunque altro luogo: la sua carriera è finita ...

Ti mando l'Epos terminato dopo tanta fatica, con tanta gioia, ma che ora solo a guardarlo, piangiamo. Tutto inutile!

Tienci presenti alla cerimonia del battesimo della tua piccina e perdona se non possiamo prendervi parte in altro modo.

In questi giorni Severino, con due biglietti del 17 e 19 gennaio, ci annunziava di aver cominciato le lezioni a Firenze, senza il benestare ufficiale. Presto tuttavia ebbe il decreto di nomina a quell'Istituto Superiore Femminile di Firenze; poi si ammutolí. Giovannino, che ormai si sentiva mancare la forza di resistenza, provò un vero dolore per quell'abbandono e anche una grande delusione; perché aveva sperato che il suo intimo amico si fosse un poco interessato per alleviargli la disgrazia che gli era piombata addosso. Invero, se voleva, poteva rivolgersi a Bologna all'autorità competente per fare ammonire l'eterno persecutore a non tormentarlo piú, oppure a intimargli il rimpatrio. Invece, nulla! Che fosse stato punto dal fatto che Giovannino aveva avuto l'aumento delle 500 lire a cui aspirava anche lui? e che a lui non fu possibile concedere a motivo della legge che lo vietava? Basta, per qualche mese ci fu silenzio da parte dell'uno e dell'altro.

Intanto «la facoltà di Lettere e Filosofia in una sua adunanza delli 18 Gennaio» approvava ad unanimità la seguente deliberazione che, comunicata il 19 dal Puntoni a Giovannino a Barga, mirava «a far recedere dalla presa deliberazione» il Pascoli. «Udita la comunicazione del Preside, la Facoltà esprime vivissimo rammarico per la perdita di un collega al quale porta altissima stima; e considerando che le cause da essa conosciute, che costrinsero il Pascoli a presentare le sue dimissioni, sono d'indole del tutto privata, e tali che non lo impediscono d'adempiere lo stesso od altro ufficio in altra città; prega S.E. il Ministro di non accettare le dimissioni da lui date, almeno fino a che il Pascoli non sia provveduto di altro ufficio degno di lui». Anche il Preside della Facoltà, prof. Bertolini, gli scriveva «Resti pure costí fin che vuole, ma per carità non ci abbandoni».

E il De Bosis, il 18 gennaio:

Carissimo, carissimo, la tua lettera ultima mi ha commosso, non so dirti quanto ... Ma, su via! Tu sei bene Giovanni Pascoli. E puoi cingerti di tale una corazza di bontà, di operosità, di candore, di gloria e di poesia, che nessun colpo mai valga a intaccarla ... Ho saputo dal Gianturco e dallo Spinazzola del telegramma inviatoti dal Ministro. Il quale ha per te come una grande ammirazione, cosí (credo) le migliori intenzioni di giovarti e di provvedere. E quando io potrò non mancherò di rammentargliele e di caldeggiarle.

Mi propongo di farlo insieme con Gabriele, quando tra pochi giorni sia qui e io Gabriele e Michetti dovremo vedere il Ministro ... Verrà un giorno ... e si starà tutti insieme o almeno poco discosti. Per l'estate ventura io medito un disegno bellissimo: prendere per il luglio e l'agosto una villa sul mare prossima a quella di Gabriele e aver te e la Maria ospiti nostri carissimi; e poi nel settembre venir noi tutti ospiti tuoi, bene accetti nella tua Barga. Che dolcezza! ... E come (ecco spuntare l'interesse!) ne profitterebbe il mio lavoro Omerico ... e tutta l'anima mia!

Ti abbraccio, ti abbraccio, ti abbraccio. Tuo   ADOLFO

Altra dello stesso, sempre del 18.

Mio Giovannino! buone notizie oggi e con che lieto cuore m'affretto a comunicartele! Ho visto or ora lo Spinazzola, cui avevo scritto domandandogli recisamente che il Gianturco ti facesse venire a Roma. E ho l'assicurazione dell'uno e dell'altro che cosí sarà fatto... E lo Sp. in prova di ciò ti fa dire per bocca mia che tu non ti muova da Barga; che non pensi di ritornare a Bologna ... Ed ora ... mi metto a cercarti casa! Che festa, che festa, che festa per me e per Liliana! Non troppo lontano da noi veh! .. .

Anche l'amicissimo Angiolo Orvieto scrisse il 7 febbraio; e varie lettere anche Falino (il fratello Raffaele), di cui riporto solo qualche passo.

Como, 23-1-97

Mio carissimo ed amatissimo fratello. Che infamie! Che infamie! Che infamie! E trovano pietà e compassione i furfanti, e nulla nulla per l'unico, per il vero infelice! Oh! ma tu mi diventi assai piú caro, il mio affetto si accresce a mille doppi dacché la tua infelicità ha raggiunto il culmine. Coraggio, coraggio. A estremi mali estremi rimedi. Cosí su due piedi non ti posso scrivere quale sarebbe a mio modo di vedere la migliore risoluzione da prendere; ma ci penserò, ci rifletterò questa notte ... Però, mio carissimo martire, non condivido l'idea di insistere nelle dimissioni che lessi nel giornale di ieri e che mi produsse un colpo al cuore, presago forse, anzi senza forse, di quanto si celava in quella tua, dirò, disperata risoluzione. Cerca piuttosto di allontanarti da quei luoghi. Oh! se fosse possibile che tu venissi a Torino...

E il 25 gennaio:

Carissimo Giovannino, ho pensato, oh, se ho pensato! Prima avrei voluto scrivere io al questore di Bologna esponendo le cose presenti ed il passato; ma poi ho pensato che questo signore, per eccesso di zelo, magari avrebbe potuto suscitare i commenti e quindi della pubblicità... Finalmente mi è balenato in mente di fare una cosa abbastanza ingenua, se vuoi, ma dalla quale spero ricavare un buon frutto, se tu però non ti opponi. Vorrei scrivere io una lettera dettata dal cuore, magari con qualche sproposito, ma non importa, al Finali raccontandogli tutto il passato, il presente e ciò che ci riserverebbe l'avvenire se a quel tomo non vien tolta la facoltà d'importunare in ogni tempo ... Che ne dici? Se hai qualcosa di meglio tu, ma non ti sei azzardato a propormelo, scrivimene. Ho pensato anche se non ci fosse mezzo di farlo rinchiudere in qualche manicomio! Sarebbe la migliore. Un pazzo è un pazzo ... La pazzia insomma non disonora. Rispondimi subito se ti pare che la mia idea sia buona...

Noi non ne potevamo piú! Eravamo assediati da lettere del fratello che, vistosi sfuggire la preda, ricattava, e da lettere di persone che peroravano per lui. Non sapevamo che fare, non vedevamo nessuna via d'uscita. I primi giorni poi furono d'un avvilimento tale che non si mangiava non si andava nemmen piú a tavola. Giovannino passava le giornate intere presso la stufa triste e abbattuto e non parlava se non di quella enorme sventura. Era tutto se io potevo riuscire a fargli prendere qualche ovo portandoglielo lí. Una sera, dopo aver ricevuto una delle solite lettere ricattatrici, improvvisamente disse: «Mariù! Suicidiamoci insieme!» «Che dici mai, Giovannino? dove ti va la testa?» e protestai fieramente contro l'insana proposta che non era da lui. Indi gli ricordai il suo proposito di voler rivendicare con l'opera e con la bontà della vita i suoi martiri genitori, gli osservavo che piú che mai allora si palesava la necessità della rivendicazione, cercai di persuaderlo di rimettersi al lavoro, a fare qualche poesia per sollevare i suoi pensieri, e a star tranquillo perché a tutto c'è rimedio fuor che alla morte. Io procuravo di mostrarmi piú indifferente che mi fosse possibile per infondere coraggio a lui che mi faceva una compassione indicibile. Gli andavo ripetendo che tante altre famiglie avevano simili disgrazie, che aveva torto di prendersela cosí, che ognuno era figlio delle sue azioni, che aspettasse serenamente che il Ministro provvedesse come aveva promesso, e tutte le cose che mi venivano in mente per sollevarlo, persino i versetti del Metastasio:

L'ape e la serpe spesso

suggon l'istesso umore;

ma l'alimento stesso

cangiando in lor si va:

ché della serpe in seno

il fior si fa veleno,

dell'ape in seno il fiore

dolce licor si fa.

Questi versetti lo facevano sorridere un poco. Ma troppo era convinto che nulla potesse giovare a sottrarlo alle arti di quel fratello. Or ecco, a prova, una lettera assai esplicita e dolorosissima di Giovannino al suo miglior amico di San Mauro, Pietro Guidi, segretario dei Comune. Purtroppo sono cenci che vanno all'aria, e che cenci luridi!

Caro Pietro: lettera molto delicata e riservata.

Sai che mentre movevo per Bologna, ebbi lettera (una lettera ... atroce) dal solito Giuseppe, con la quale mi annnunziava che aspettava me e la sorella (la lettera era indirizzata anche all'angelica mia sorella!!!) con la sua ... figliastra. In presenza di tale scandalo vidi insostenibile la mia posizione e mi dimisi. Le dimissioni non furono accettate, ma io sarò costretto a ripeterle. Una carriera e una vita spezzate! tre famiglie rovinate! un santo nome insozzato. Perché sentirai! Intanto ti prego d'un piacere. Fa subito di avere a te la vecchia Bibbiana e interrogarla su questi due punti. Fa che faccia una dichiarazione in proposito e mandamela subito.

1° punto. Piú d'un anno fa Giuseppe mi scriveva in una cartolina che esso, ricordando i maltrattamenti subiti dal nostro padre e dalla nostra madre, dei quali era testimonio la Bibbiana, aveva compreso di non essere lor figlio ... Dica ora la Bibbiana se è vero che ella afferma che Giuseppe fu maltrattato, come non figlio, dal suo babbo e dalla sua mamma.

2° punto. In una lettera che mi ha scritto giorni sono da Bologna, esso afferma (per indurmi a mandargli 330 lire) che da ragazzo fu maltrattato atrocemente da me, sí che divenne gobbo, cretino, e sputò sangue ... e che di ciò è una testimone vivente (evidentemente quella stessa dei maltrattamenti paterni e materni) ... [27] Son cose che hanno potere d'uccidere me, di uccidere le mie sorelle, di mettere nella costernazione tre famiglie. Dichiari la Bibbiana se è vero che ha fatto tali discorsi; dichiari se le consta di tali nefandezze. A me ragazzo non furono mai fatti né da lei né da Giacomo tali rimproveri.

Capirai che non ho voglia di dilungarmi... Aver fatto tanto onore alla memoria di mio padre, di mia madre e di tutti i cari morti; averne aiutato i figli viventi, aver onorevolmente maritata una sorella, tenerne un'altra poverina! che muore dal dolore nel vedermi cosí disturbato! e poi ...e poi! ...

Un mesto saluto dal tuo infelicissimo   GIOVANNI PASCOLI

Barga (Lucca), 26 del 1897

Pietro Guidi cosí rispose:

San Mauro Rom., 29 gennaio 1897

Car.mo Giovannino. Appena fui informato della tua rinuncia, non potei comprenderne le ragioni. Dopo la tua lettera, tutto mi è chiaro. Andai dalla Bibbiana, cui feci le domande a te note; essa rimase stupefatta sentendo che Giuseppe asseriva, sotto un aspetto sinistro, tali cose.

E rispose: non è assolutamente vero che i tuoi poveri genitori lo abbiano maltrattato, come non figlio. Essi trattavano sempre voi tutti ad un modo. Se qualche volta ebbero a correggerlo, ciò fu per qualche scappata da ragazzo: del resto correggevano anche voi, e le correzioni furono sempre fatte con modi veramente paterni. In una parola i tuoi genitori amarono lui come tutti gli altri ... Asserisce che le maggiori correzioni venivano fatte a Gigino per la sua troppa vivacità. Peppino, sèguita la Bibbiana, non fu mai neanche toccato da Giovanni, e sono vere fole le sevizie che quello dice di aver ricevuto ...

Giuseppe, il 31 dicembre 1896, venne a San Mauro dalla Bibbiana con la ragazza di cui mi parli, e poscia andò con la medesima al Cimitero. Chiamato il custode per sentire cosa vi fece, questi dice, che non è vero che vi fossero testimoni. Erano solo lui, il custode, Giuseppe e la ragazza. Nulla fece, nulla disse: solo attaccò sulla tomba del padre un quadrettino nel quale eranvi poche righe, chiedendogli protezione e benedizione ... Ecco quanto ho potuto sapere di tutto questo.

Tutti sanno che tu hai aiutato nel modo migliore Giuseppe, e che piú avresti fatto potendo.

Caro Giovannino, ... tu non devi ripetere le dimissioni, e ciò per riguardo non solo al Ministro che, apprezzandoti altamente, non le accettò, ma sopra tutto al corpo accademico dei professori, il quale ti fece una splendida e meritata dimostrazione ... Aspetto da te una risoluzione energica e degna di tutto del tuo nome e della posizione sociale che ti sei creata a forza di fatica e di sacrifici.

Giovannino volendo le risposte e le dichiarazioni della Bibbiana, antica domestica e custode di casa nostra, non era già perché egli non sapesse che tutte le infami cose che aveva scritto Giuseppe erano false, ma per sapere se era vero che essa avesse parlato con lui nei termini che esso le attribuiva (il che non credeva affatto) e sopra tutto per avere la sua testimonianza sulla falsità di tali cose.

Dopo una quindicina di giorni di sconforto e di abbattimento, Giovannino si riebbe un poco, e provò di rimettersi al lavoro; ma non gli riusciva di raccogliere le idee e d'immergersi in esse, tanto l'assediava il pensiero del fatto doloroso. E come soffriva al pensiero della sua carriera spezzata e del suo avvenire distrutto! Tuttavia a quando a quando gli usciva dalla penna qualche articolo o per «La Vita Italiana» o per la «Tribuna» e anche qualche verso. Avrebbe avuto tanto da fare! si era dato un compito cosí grande! E invece? Quanto bel tempo irrimediabilmente perduto!

Un nostro lontano parente, insegnante a San Marino, Peppino Gori, già qualche anno avanti si era occupato di quel fratello, ottenendogli le 300 lire che Giovannino ebbe con una cambiale, da estinguersi a piccole rate, alla Banca di San Marino. La cambiale si trascinava ancora per un centinaio di lire! Il Gori dunque sulla fine di gennaio scrisse a Giovannino sottoponendogli un suo progetto. Il progetto era che essendo egli molto nelle grazie del sottoprefetto di Rimini, il quale aveva affidato alle sue cure l'unico figlio, era certo che si sarebbe occupato della cosa con segretezza, essendo una «degnissima persona», e senza che ci fosse alcun bisogno che c'entrasse Giovannino. Se approvava il progetto, rispondesse subito. Il progetto non era da disprezzare; ma Giovannino, che temeva troppo che potesse dilagare lo scandalo, pensò di aspettare ancora prima di ricorrere a quel mezzo per vedere se intanto Giuseppe si fosse quietato. Infatti sul principio di febbraio, ai continui attacchi era subentrato un improvviso silenzio. Il quale però era pieno di incognite e di sospetto per noi.

Da qualche mese Giovannino non scriveva di suo pugno alla sorella Ida: egli, fra tanta agitazione, non era rimasto soddisfatto delle risposte che ella aveva dato in ottobre a certe sue richieste: cioè, perché non rispondeva a tutte le sue domande, perché non rompeva le relazioni coi David e non sollecitava il marito ad agire; e, sentendo perfino rinascere passati dispiaceri, perché taceva e aveva taciuto (e intendeva riferirsi, senza dirlo chiaro, alle 750 lire già ottenute per il corredo, ma di cui non aveva parlato col marito, che le aveva poi chieste a Giovannino). Per questo, d'accordo con lui, dovevo tenere io l'Ida al corrente di tutto ciò che avveniva, sí che essa non si accorgeva della causa di quel silenzio. E io pensai bene di dirgliela. Ecco la risposta.

Santa Giustina, 6 febbraio 97

Carissima Maria ... Ah! c'è dunque un motivo, estraneo alle sue occupazioni, perché non mi scrive il mio Giovannino? Ah! io vedevo con amarezza la sua astensione, ma credevo, e lo dico con tutta sincerità, che non potesse, non che non volesse. Io non ho d'aver piú la testa a posto; e questo me lo rivela quanto mi dici tu, mia dolce Maria. Mi pareva di aver risposto a tutto tutto. Ma che la lontananza dalla società umana m'abbia incretinita al punto da non discernere ciò che voleva che io rispondessi Giovannino? Bisogna proprio che sia cosí, perché io ho avuto la coscienza finora di averlo accontentato...

Caro Giovannino mio, poiché le mie lettere non ti contentano io ti parlerò, e appena si sarà riscaldata un po' l'aria, se sarete sempre costí, io verrò con la piccina, poiché non mi rifiutate. Allora ci intenderemo meglio che in iscritto. Intanto, o caro, perdonami le mie involontarie omissioni e scrivimi per carità.

Dei nostri affari soglianesi si discorre tutti i giorni. Il 21 passato Salvatore, sentendo che la zia era a Rimini, si recò da lei per parlarle definitivamente sui frutti, per poscia agire; ma non fu possibile che esso potesse discorrere di nulla poiché trovò la casa sossopra: era imminente il matrimonio dell'I ... [28] Voi già lo saprete: essa s'è sposata il 23. E quando arrivò Salvatore c'era il fidanzato lí presente. A giorni esso andrà a Sogliano, poi si discorrerà con un avvocato. Noi siamo in tutt'altro che relazione con David. Manco male! Io ho bisogno di aria di collina, ma vedrete che a Sogliano non ci vado davvero ... Io sto cosí cosí: non posso ancora avviarmi: la piccina è di florido aspetto e ben complessa. Il dottore mi dice che deve certo rassomigliare alla mia famiglia. Oh povero Giovannino! Pensate a me e compatitemi. Bacini a Gulí. Un bacio di tutto cuore con la piccina. Vostra Du

Nella lettera di due giorni prima (4 febbraio) che accludeva nella su esposta, diceva che aveva avuto una ricaduta di febbri che le avevano impedito di scrivere e parlava del battesimo e d'altro.

Oggi si è compiuta con mia grande emozione la funzione del battesimo della mia piccina. Appena entrata nella carrozza mi è venuto da piangere, perché non c'eravate voi ...

I nomi imposti alla piccina sono: Giovannina per primo; poi Caterina, Maria, Adelaide, Margherita e Carolina. Il cappellano che l'ha battezzata e che ha fatto da padrino, sentendo che io mettevo anche Maria, ha detto: «questo lo metto io». Ma era il mio desiderio. E cosí godo immensamente che la mia piccina porti il nome del mio caro, amato fratello del cuore e benefattore.

Ebbi pure i libri che mi sono tanto cari. In questi giorni mi han fatto passare delle mezz'ore molto belle. Mi rincresce che io non sono abbastanza istruita per capire tutta la grand'opera del mio Giovannino. Mi piace immensamente la dedica a Carducci: questa la capisco bene: cosí pure il discorso fatto nel teatro di Barga .. .

Ed ecco finalmente una lettera di Giovannino all'Ida:

Cara Ida nostra, dunque riprendo la penna, né già perché tu abbia risposto alle mie domande di allora, ma perché io voglio bene – infinitamente — alle due mie povere cornpagnine, alla mia cara eredità, che un tempo era la mia ricchezza e la mia gioia.

Noi non sappiamo ancor nulla del mio destino. Forse andremo a Roma, ma non cosí subito, né in posto definitivo; ma comandato o che so io. Tanto per aspettare ... Se noi andremo a Roma, faremo in modo di passare da costà e faremmo una visita a San Mauro e verremmo da te. Ma non ne parlare!!! Dovrebbe essere una cosa improvvisa per tutti. Che gioia sarebbe per noi rivederti e vedere e baciare la cara Giovannina ... Le porteremmo il regalino come per il battesimo e faremmo una festicciola consimile e celebreremmo il battesimo, dirò cosí, familiare, per il quale la soave creaturina entrerebbe ufficialmente nella comunione nostra antica, della famiglia dei tre poverini agnelli rifugiati sotto la siepe, di noi tre, di Giovanni, Ida e Maria! della famigliola, del nidino di Massa e di Livorno. Dio ci aiuti e ci faccia realizzare il bel sogno! Dopo, tornando, ti prenderemmo con l'angioletto e ti porteremmo a Barga a rinforzare tutte e due. Se questo progetto deve avere modificazioni, te ne avviseremo. Intanto, silenzio!

Una novità è stata per noi il matrimonio dell'I... Né sappiamo altro, né con chi né da quando etc. etc. E quel fatto mi ha suggerito una considerazione e ... un pianzutin. La considerazione: la zia è andata a quelle nozze! esse la vollero! Ebbene la zia entrò con effetto troppo grande nelle relazioni tra me e l'I... per essere ora scusata dell'essere andata a queste altre nozze. In tanto io dico: se la mamma rivivesse, di chi, sopra tutti, dovrebbe lamentarsi? di lei! della sua sorella! ... che preferisce le nepoti ricche e alle nepoti povere toglie i loro poveri soldini ... Dice che penserà, che vuol fare etc. etc. Lasciamo! Certo bisogna agire, e sarà bene che Salvatore si metta d'accordo con un avvocato. Aspettiamo notizie in proposito, e urgentemente.

Il pianzutin ... Ho pensato alla festa nuziale in casa delle cugine ... e ho rivolto gli occhi al capo chino, soavemente mesto, dell'ultimo pianto della mamma: alla nostra Mariuccina. E lei? o povera creaturina! Quando la vidi a Savignano allora! come tremava! aveva le labbra bianche come neve! Ah! restar sola lei! lei, la piú piccina, la piú buona. E il mio cuore si rivoltò tutto! si ribellò! Sapessi che cosa le predicava David, per farle coraggio ... «Non si devono maritare che le dotate» e lí, con la manetta penzoloni, a farle la dimostrazione. Ed essa dissimulare, ma il suo cuore piangeva amaramente. Chi ha aiutato lei? chi le ha porto la mano? Fortuna che non vede altra felicità che in questa convivenza spirituale col maggiore e il piú il piú infelice de' suoi fratelli! Il piú grande e la piú piccola! Anche il tuo matrimonio in che è stato utile a lei? ... Ma io non voglio disperare! Chi sa? del resto essa non aspira a nulla, non vuol nulla. Ma bisogna pensare all'avvenire. Intanto fa dei cosí bei bavaglini per la nostra Giovannina. Vedrai la mia firma autografa. Cara Giovannina, che ha tre mamme, una delle quali un maschio! Le mando due lirini perché si compri del latte buono a quelle botteghine che sa lei, dove si vende buono buono.

A proposito, godo che i tuoi malesseri scemino e cessino. È stato forse per l'umido della casa nuova? Certo avessi potuto e potessi venire a passare l'inverno qua, ti sentiresti molto meglio. Ma il viaggio mi fa paura per Giovannina. O forse hanno altra ragione? si tratta forse di fratellino o di sorellina? Eh? Comunque sia, speriamo bene.

Un bacio a Nannina da    GIOVANNI e MARIA

Ciò che diceva Giovannino nella lettera su esposta riguardante la zia Rita, ossia che essa «entrò con effetto troppo grande nelle relazioni tra lui e l'I...» non era, se non in certo modo, vero; perché la frase sul difetto del dito del piede, che essa riferí a me d'aver sentito in casa delle cugine, era soltanto per me, per dimostrarmi che essa non credeva che potesse essere avvenuto quel fidanzamento di cui si parlava a Sogliano e di cui non sapevamo nulla né io né lei. Essa, al contrario di me, avrebbe avuto piacere che fosse vero e non avrebbe mai pensato che io mi riservassi di andare a soffiare a lui quelle parole. Fui dunque io, non lei, a produrre quell'effetto. Quando essa lo seppe dalla stessa I..., se ne rammaricò molto con me, ma ormai il dado era tratto. Cosí pure Giovannino non aveva che una ragione superficiale nell'incolpare la zia di aver tolto «alle nepoti povere i loro poveri soldini» perché la colpa, se mai, in un primo tempo sarebbe stata dell'amministratore del piccolo capitale di noi sorelle, per aver acconsentito, essendo ancora noi minorenni, di prestare parte di esso all'uomo che si occupava degli affari della zia, per acquistare delle bestie che occorrevano nei poderi di lei, con l'intesa però che quelle bestie sarebbero state nostre, e che, se poi fosse venuto il momento di venderle, a noi si doveva rendere il denaro prestato. Finché noi restammo con la zia, prima di andare con Giovannino, le bestie non furono vendute. Ma in un secondo tempo, avendo il figlio di lei preteso che essa ritornasse in casa con lui, egli prese le redini degli affari: vendé le bestie senza rendere nulla a noi e in poco tempo mandò tutto in rovina. Essa non poteva dir niente, non contava nulla: poteva solo piangere. Queste ombre, questi sospetti che perdureranno ancora a manifestarsi nelle lettere sue all'Ida, dovranno poi sparire del tutto e lasciare libero il suo cuore da ogni risentimento verso la nostra buona e sventurata zia.

L'Ida rimase molto commossa e soddisfatta della lettera di Giovannino e gli rispose con un letterone pieno di affetto e di desiderio che andassimo da lei. Dava inoltre ampie notizie sul matrimonio dell'I..., aggiungendo che non sapeva se la zia Rita fosse andata espressamente per quelle nozze o se vi si fosse trovata per caso. Diceva poi che suo marito era andato, nel giorno che essa scriveva, a Rimini con le carte dei nostri affari per farle vedere a un avvocato e che ci avrebbe informate subito dell'esito, non volendo perdere piú tempo. A proposito del «pianzutin»... (Giovannino aveva sú, talvolta, contrariamente a me, una certa melanconia pensando all'inferiorità della mia condizione di nubile in confronto a quella dell'Ida di sposa e madre), a proposito di quel «pianzutin» essa cosí diceva:

Di' alla Mariú che stia di buon animo la poverina. La fortuna toccata all'I... non è davvero lusinghiera. Dio veglierà su lei e su te e vi darà fortuna vera a tutti e due. Davvero che del mio matrimonio non avete avuto che dispiaceri tutti e due: lo so: ma però, caro Giovannino, non dir piú che c'è uno che si lamenta di te. Non ha invece che a benedire la tua mano generosa.

Altra lettera di Giovannino a lei:

Cara Ida nostra, troverai nel pacchetto che ti mandiamo (Mariú prepara, io scrivo) primo, avanti tutto due bavagliolini di saggio, per la cara nostra Giovannina. (Il disegno è mio, la scrittura è mia: un autografo d'un illustre porta al collo la tua Giovannina; dille che non s'insuperbisca). Mariú è incerta sulla larghezza del collo, quindi, prima di continuare, aspetta notizie di questi. E ricòrdati ch'ella ha una soave gioia a lavorare per la adorata piccina e perciò tu le dica liberamente di che cosa ha bisogno.

Poi troverai un rocchio di salsiccia da mangiarsi cruda, un salamino, due bondiole garfagnine (quelle col lauro, da cocersi lesse come i codeghini), tutte fatte in casa nostra, sotto i nostri occhi, della nostra provvistina; ma fatte un po' troppo all'usanza di qui. Quest'altro anno faremo meglio per te e per noi, da buoni fratelli. Ti manderemo, un'altra volta, un po' di pancetta se la desideri e se ne fai caso. Troverai una mezza forma di cacio pecorino, di questi monti, eccellentissimo, da mangiare col tuo panino, poverina. Troverai poi le garettine. [29]

Noi, nessuna notizia... A Bologna sono addirittura infami. E io di Bologna non volevo già sapere, né vorrò saper Andremo forse a Roma. Confermo la mia lettera.

Tu scrivici sempre e spesso, senza badare ai quattro soldini che ti rifaremo. Desidereremmo che ti spiegassi... Hai capito? Ti accludo un francobollo. Non badare di aver scritto; scrivi lo stesso; fa come noi. Scrivi alla peggio, tanto per darci tue notizie e quelle di Nannina. Come la chiami? Ti dispiace il nome che piace tanto a Mariucchin? Dillo, ché ci scriveremo, nei bavagliolini, l'altro che tu preferisci. Potessimo rivederci presto ... Io esco come da una malattia, e cosí Mariú, che ha avuto un po' d'influenza.

Se Giovannina ha bisogno di cambiar balia, io la verrò a prendere con la balia montanina e la porterò via, per non riportarla mai piú. Parla francamente. Dacci notizie. Amaci un poco.

Pensate a far qualche cosa per affermare, se non altro, i vostri diritti sui poveri soldini della mamma... Hai capito? Scrivi dunque liberamente di tutto...E a rivederci presto, cara Ida e Nannina nostre. Un bacio lungo e grande   da GIOVANNI e da MARIA

Castelvecchio di Barga, 16-2-1897

Poco prima che si abbattesse su noi quel duro colpo avevamo acquistato, trattandosi di una spesa lieve a quei tempi, un mezzo maialetto e l'avevamo fatto cucinare in casa. La nostra idea era stata di fornire delle cose piú utili per l'uso domestico sí la casa di Castelvecchio e sí quella di Bologna. Ma dopo, sconvolti tutti i nostri piani, ne ebbe vantaggio la nostra Ida, a cui un po' per volta, non avendo essa quell'anno tenuto il maiale, mandammo quasi tutto.

L'Ida rispose il 21 febbraio alla su detta lettera di Giovannino, piena di gioia e di entusiasmo per tutte le cose che le avevamo mandato e per la speranza che potessimo andar presto da lei. In quanto ai nostri interessi soglianesi diceva che avrebbero cercato se, dopo la nostra ipoteca, ne erano state messe delle altre; poi si sarebbe fatto una nuova ipoteca per i frutti, e poi si darebbe la disdetta. Se il frutto dei primi cinque anni fosse passato in prescrizione, si sarebbe cercato di ottenere dalla zia una scrittura amichevole nella quale riconosceva anche quelli.

Giovannino all'Ida.

Cara Ida, ti scrivo in fretta e furia. Ti mandiamo il «Convito», e alcune copie dei miei opuscoli latini, di cui darai copia al tuo santolo prete. Ti scrivo, sopra tutto, per dirti che agiate in proposito all'eredità poverina di mamma. Sta benissimo cercar d'ottenere un'obbligazione per la somma equivalente ai frutti scaduti. Io nell'obbligazione non vorrei si facesse menzione che si tratta di frutti. Mi sta nell'animo che ciò possa essere causa di nullità. Ma su ciò consultate i vostri notai e avvocati. Chi sa che tra sette o otto mesi non si possa, con l'energia e un po' di credito, ... avere il vostro? ...

Io non so nulla del mio destino... Pare impossibile... Ultimamente ho avuto un trionfo italico (telegrammi, lettere, etc. etc.) per un inno al principe Giorgio. Non ne ho due copie. Quando lo avrò, te lo manderò. Abbiamo avuto piacere che tu abbia gradito le nostre povere cose e i bei bavagliolini della Mariú. Essa ti manderà ciò che domandi e lavorerà per te e per la cara Nanninetta paffuta e tonda. Chi sa che questa estate non la portiamo un po' ornata splendidamente a vedere lo stabilimento dei bagni?

Scrivi. Tienci al corrente di tutto. I soldi te li manderemo presto. E i tuoi gioielli? Oh! ah! quella? la mia spina. Tanti baci a Nannina e a te dai tuoi   GIOVANNI e MARIA

Quante preoccupazioni !

Ma nonostante che non si potesse essere tranquilli, un po' di speranza cominciava a nascere in noi, cosí che Giovannino ogni giorno ricuperava la fiducia in se stesso e nel suo lavoro. Il lavoro era anche l'unico mezzo per soffocare i cupi pensieri, specialmente se consisteva nel fare della poesia: la sua mente vi si immergeva e si elevava. In quel febbraio fece l'inno Al Principe Giorgio di Grecia, pubblicato nel «Marzocco», fece alcuni poemetti per il volume in preparazione dei primi Poemetti, insistentemente chiesto dall'editore Paggi di Firenze. Tra quelli che fece allora, e gli fu ispirato proprio allora, c'è Il vischio. Ricordo che, dopo vari giorni di pioggia che ci aveva tenuti in casa, andammo insieme, una mattina di sole, a fare un giro nella Chiusa, e vedemmo fra i molti alberi in fiore, o prossimi a fiorire o già fioriti avendo i petali a terra, un pero che non aveva né fiori né boccioli né petali caduti, ma sui rami dei grandi ciuffi di vischio. Il povero albero evidentemente languiva sotto il carico di quella vegetazione parassitaria! Giovannino ci fece su molte considerazioni e molte allusioni al suo presente triste stato. E concepí il poemetto che gli uscí fresco fresco dalla penna e lo mandò a «La Vita Italiana», la quale per ogni poesia o articolo gli dava 50 lire. Erano buone in mezzo al nostro gran bisogno! Attendeva però anche alla 2a edizione di Lyra romana che era in corso di ristampa, e ai Pensieri sull'arte poetica la cui continuazione era attesa impazientemente dai marzoccheschi.

Delineò e cominciò un romanzetto per ragazzi, intramezzato via via da liriche scorrevoli e facili, che contava di dare all'editore Bemporad, col quale aveva dei contratti per libri scolastici, sperandone un buon profitto finanziario per poter sistemare i suoi poveri interessi; ma aveva troppe cose alla mano per proseguirlo allora, e dopo... fu sempre cosí: non poté mai finirlo. Aveva ideato un articolo, a mo' di epistola, sulla siepe da indirizzare al D'Annunzio perché anche lui aveva scritto su tale argomento, e voleva mandarlo a «La Tribuna»; ma non avendo «La Tribuna» pubblicato un suo precedente articolo e nemmeno restituito il manoscritto, rimandò la sua idea a quando avesse potuto parlare col direttore del giornale che era Luigi Mercatelli suo amico, per sapere il perché di quella mancata pubblicazione dopo aver chiesto e richiesto cose sue. Aveva già manifestata la sua intenzione al D'Annunzio, come si può vedere da questa letterina da Roma.

Mio carissimo Giovanni, tu mi farai veramente un onor grande indirizzandomi la tua epistola. E vorrei anche consentire che in testa alla tua prosa tu stampassi il mio invito; ma temo che quella mia lettera — scritta in fretta — non sia degna di comparire in pubblico. Non sarebbe bene che io la rivedessi?

Grazie del libro insigne. Mai bellezze di antica poesia furono illuminate da un revelatore piú alto.

Quando ci vedremo? Poiché tu sei cosí schivo, bisognerà che io venga nella tua casa di Barga all'improvviso, con un ramoscello di lauro. Ti amo e ti ammiro ogni giorno piú fervidamente, mio Giovanni. La tua nobiltà ci consola, oggi, di molte cose vili. Addio.

GABRIELE D'ANNUNZIO

16 febbraio 97

L'idea dell'epistola fu poi ripresa, la scrisse e fu stampata ne «La Tribuna» del 31 agosto, [30] avendo nel frattempo Giovannino potuto avere spiegazioni a voce dal Mercatelli intorno all'articolo non pubblicato che credo fosse Allecto, il cui manoscritto ora è nelle mie mani. Ai redattori era sembrato troppo ardito per l'indole del giornale. La «Tribuna» non lasciava libertà a Giovannino di esprimere i suoi pensieri politici e sociali, ed egli molto se ne lagnava. Anche l'epistola dal titolo La siepe non pare che persuadesse troppo, se Giovannino scrisse al suo Mercatelli cosí:

Caro Gigi, ecco ... non so dir che cosa. Anche la siepe ti è dispiaciuta? Poverina!

Ama il tuo Giovanni Pascoli e saluta Belvederi, e digli che metta fuori la corrispondenza dei poveri bargei, che vogliono pure un po' di reclame alle loro selve di castagni. Tra le quali forse Luigi Mercatelli verrà a scrivere il suo volume generoso. Tuo   G. P.

Cosí, tra il lavoro assiduo e qualche buona speranza, si arrivò ai primi di marzo senza incidenti spiacevoli; ma ecco che il 7 o l'8 un risveglio improvviso del nostro persecutore ci riempí di sgomento. Poco dopo, a mitigare il nostro sgomento, ci giunse però una ben lieta notizia che, insieme alla triste, comunicammo alla nostra Ida con questa lettera mia che riporto, sebbene scritta orrendamente ma che ha il colore del tempo.

Carissima sorella mia, aspettavo sempre una tua e per questo mi sono indugiata un poco a tenerti al corrente delle gesta Paglieranesche. Dopo circa un mese e mezzo d'assoluto silenzio suo e di tutti i bolognesi ... ci giunge l'altro ieri una voluminosissima, che pagava 60 cent. di multa, di lui col timbro postale di Bologna. Oh Ida! è sempre là! che farà, che dirà? ... Anche la sua ultima... si potrebbe chiamare pazzia. La sua figliastra ha partorito all'Ospedale di Sant'Orsola una bambina...

Ed ora dimentichiamo un momento tutta questa nera storia, alla quale però Giovannino sta per mettere rimedio, e parliamo d'altro. Come stai? come sta Nannina? quanti dentini ha messo? dice ancora nessuna parola? le hai ancor messo le scarpe d'avvio? Oh che bel raggio luminoso è nella tua vita quella creaturina tua!

Tu certo imagini qualche novità in questi giorni, come imaginavi un gran lavorio misterioso in decembre. E vero? ... Ieri sera andammo a Barga. Tutti e due avevamo un fine che non ci comunicavamo ma che era il medesimo di tutti e due. Andiamo alla posta all'ora della distribuzione. Avevo calcolato da tanto tempo che un certo telegramma doveva giungere la sera di martedí. Lo crederesti? I miei calcoli erano esattissimi. La copia del telegramma che mandava l'Ufficio telegrafico di Bologna era: «Monsieur Giovanni Pascoli Bologna. Médaille alloué. Spruyt». Noi mandammo due lavori, uno scritto da me e uno da Giovannino, con carattere, il mio, molto artefatto: non sappiamo quale sia dei due. Ora tra me e Giovannino c'è una scommessa di 10 lire. Se vince Giovannino le manda tutte e 10 a Nannina, se vinco io, che sono poverina, le farò un po' di parte, per esempio le manderò due lirine. Bada però di non essere egoista e perorare per Giovannino, perché io tengo molto a jugurtha, come egli al suo Reditus Augusti. Ti mandiamo le 50. Per la ricevuta, ora falla complessiva e in carta semplice, e per l'avvenire falla ogni mese in un foglietto di carta che aggiungerai alla lettera...    MARIA

Seguita Giovannino:

Continuo e concludo io. Non so ancora nulla di me, quindi l'incertezza si riflette anche sulla tua gita che non puoi credere quanto desideriamo. Cara Iduccia e Nannina, un bacio dal vostro GIOVANNI

La notizia della medaglia puoi darla al tuo marito, che saluterai, non ad altri.

10 Marzo 1897

Una lettera dell'Ida, scritta pure il 10 marzo, s'incontrò con la nostra e chiedeva il nostro parere sull'ipoteca per il credito soglianese. A lei Giovannino:

Cara Ida, la tua s'è incrociata con la nostra. Ti scrivo subito per rispondere a una tua domanda, che ci riuscí strana e oscura: «Debbo fare solo per i frutti della metà?», che vuoi dire ciò? ... Perché la zia o ... David dichiarano d'aver ricevuto in dono da noi i detti frutti? Vorrei vedere che essi ... reclamassero quel dono che, a ogni modo, non rifletterebbe che i frutti correnti! Pure, si sarebbe disposti anche a confermarlo, se però una lettera loro ... dichiarasse chiaramente d'aver avuto e accettato quel dono ... [31]

Non sappiamo nulla del nostro avvenire. C'è chi vorrebbe tornassi a Bologna donde qualcuno che non so, ora si studia con ogni delicatezza di far uscire ... l'altro, con tutti gli onori di guerra. Eh! sí! proprio! Contiamo sulla bombettina della medaglia nuova (quella d'anno e questa sono di 800, non piú di 600, piú erte). Potessimo presto comparirti davanti!

Sollecitate l'affare. Informatevi dell'affitto. Mariú vuol comprarsi qualche pezzo di selva per la sua caprina ... L'abbiamo comprata per dare il latte a Nannina. Ha due caprini, uno maschio che venderemo a giorni, una femmina che terremo e alleveremo.

Il trionfo dell'inno al princ. Giorgio doveva essere presagio ... di molti altri? tu pensavi, non è vero? «d'un altro». Ed è stato, cara Ida.

Da' mille baci per me e Maria a Nannina. Potessimo presto portargli gli arnesini per i denti! Noi siamo ora in un deserto. Oggi tempo da cani! Gulí sta bene (a proposito di cani) ed è sempre quel caro Gulí d'una volta. Ti desidera e vuol far festa a Nannina. Scrivi subito, magari come scrivo io, alla peggio. Tuoi    GIOVANNI e MARIA

Barga 13-3-1897

L'unico rimedio da poter tentare per vedere di liberarsi dagli assalti  che avevano ripreso anche con piú ardire  del fratello, era che Giovannino desse facoltà a Peppino Gori di attuare il suo progetto. Per forza dovette ricorrere a quel mezzo. Se riusciva, bene; se no, non c'era piú coraggio né di lavorare né di vivere. Scrisse dunque, dopo aver avuto dal Gori altre assicurazioni sulla segretezza della cosa, a lui, mandandogli anche tutte le lettere che aveva fino allora ricevuto perché ne pigliasse visione e le conservasse poi lui, per ogni buon fine, non volendole in casa. E seguitò a mandargliele man mano che ne riceveva, alcune senza nemmeno aprirle per non guastarsi di piú il sangue. Il Gori, ricevuto l'incartamento, cosí scrisse:

12 marzo 97  San Marino.

Mio carissimo e ottimo Giovanni, ho ricevuto, ho letto pazientemente, freddamente, ripetutamente, ed ho inorridito. Già sin da qualche tempo avevo scritto e parlato a proposito al Sottopre etto di Rimini, amico mio e degno di tutta la fiducia, e ne avevo ottenuto non solo formale promessa di vivo interessamento, ma di sicurtà che tutto sarebbe finito quanto prima e senza lasciare intravvedere d'onde vengono le informazioni e da chi... Seguirono le ragioni speciali delle dimissioni date e fu allora che tornai a ricorrere all'amico e al funzionario, enumerando tutte le male arti del signor Giuseppe e chiedendogli se qualcuna ... costituiva reato di azione pubblica; risoluto in cuor mio di prendere l'iniziativa dell'accusa. Ne ebbi per risposta queste testuali parole: «Ho già ordinato all'uopo una prudente vigilanza per il di lui rintraccio, e ho scritto al Questore di Bologna nel senso che ella m'ha suggerito. Purtroppo certe cose... sfuggono all'azione pubblica della polizia giudiziaria, tuttavia mi riprometto qualche risultato sicuro con un onesto e vivo interessamento di un affare che tanto le preme e cosí forte l'affligge» ...

Vedi bene che io avevo prevenuto le tue intenzioni e indovinato il da farsi ... Torno a scrivere stasera stessa accennando alle lettere e al memoriale, ma senza mandar nulla per ora. Preferisco leggerlo io stesso e riportarmelo poi meco dopo un colloquio ... Spero condurre le cose in modo che tu non abbia a dolerti né dell'eccessivo rigore, né d'inopportuna clemenza... Vada dove il diavolo vuole e a tormentare chi crede, ma lasci voi un poco in pace. A suo tempo, quelle notizie che potrò attingere. Ossequi alla dolce Maria e un abbraccio a te dall'aff.mo amico               PEPPINO

Altre lettere, una di Giovannino e una dell'Ida, s'incontrarono. Trascrivo quella di Giovannino e poi riassumerò l'altra.

Cara Ida, la nostra caprina fu lasciata strozzare da un vigliacco di ragazzo. Poverina! voleva andare a «dar da mangiare», come dice Mariú, ai suoi due caprettini ed è rimasta appesa con la corda a una finestra. È stata per noi una disgrazia enorme, crudele. Abbiamo pianto. Aveva le sue poppe gonfie di latte, latte che era destinato poi a Giovannina. Il caprettino maschio fu subito venduto, e abbiamo tenuto la caprettina, che mangia appena. Maria le fa da mamma. Ora è legata nel giardinetto, e io scrivo di vicino a lei, perché se non vede noi si mette a belare con una vocina cosí tremula, cosí dolce, che spezza il cuore. Si chiama Neaera (Neera, Nerina) che è una fanciulla del mio poemetto Reditus Augusti. Gulí è avanti a lei, steso al sole, che le fa la guardia. È nera con orecchie e zampe bianche; pare coperta d'una gualdrappina nera che lasci scoperto qualche cosa della sua vera pelle, bianca.

Dunque, avrai saputo dai giornali («Tribuna», «Corriere della sera», «Nazione» e credo tutti, ma io ne vedo pochi) che Reditus ha avuto la medaglia e Jugurtha la menzione onorifica. Dunque ho vinto io ... Ma Mariuccina è tanto poverina ... Io ho deciso di spartire la mia vincita tra le mie due figlioline, tra Mariuccina e Giovannina. Perciò ti accludo un cinquino solo per Giovannina. Dille che sia contenta e che si compri qualche cosa per i suoi dentini.

Noi non sappiamo nulla... Eterna cantilena! Vedremo ora che si è risaputa la cosa per opera del segretario della Reale Accademia di Amsterdam, vedremo ora se si farà nulla per me. E allora verremmo da te. Quello sciagurato sembra ancora a Bologna... Falino si è tirato pulitamente in disparte .. .

Aspettiamo oggi o domani una tua lettera... Cosí avremo da te, certo, notizie sugli interessi. Dunque a rivederci presto. Un bacino, cara Giovannina, Nannina, Nannina! Dio ti protegga! Mille cose affetuosi dai tuoi GIOVANNI e MARIA

Castelvecchio di Barga, 16 marzo 1897

La lettera dell'Ida rispondeva alle nostre del 10 e del 13. Era esultante per il premio aureo di Amsterdam ed augurava che Dio desse a Giovannino anche le altre contentezze che meritava; quanto ai frutti del credito, diceva che si era sbagliata: «Non dubitate, che li vogliamo tutti e si fa per tutti e due». L'Ida rispose poi il 23 marzo alla lettera di Giovannino del 17. Esprimeva il suo rincrescimento e la sua pietà per la nostra povera caprina che allevava i suoi piccini e che doveva poi fare da mamma a Nannina. Aveva pianto come se la disgrazia le fosse accaduta sotto gli occhi. Poi diceva che non si era azzardata di dirlo, ma che in cuor suo sentiva che Reditus Augusti doveva essere stato il premiato.

L'ISPEZIONE E IL RITORNO IN ROMAGNA UNA ILLUSIONE
E UNA POLEMICA ROMANA (PRIMAVERA DEL 1897)

Avevamo un gran desiderio di fare un viaggetto in Romagna anche perché sentivamo un vero bisogno di un po' di svago tra tante nostre pene e dolori; ma per il momento non era possibile dipendendo da un'ispezione a Ravenna, per la quale Giovannino non aveva ancora avuto l'incarico ufficiale. Scrisse perciò al comm. Giuseppe Chiarini, che era Direttore Generale dell'Istruzione media, per saperne qualcosa.

Intanto il 13 marzo Pietro Guidi, l'amico segretario del Comune di San Mauro, gli annunciava il prossimo matrimonio di una figlia dell'ing. Leopoldo Tosi con il signor Giovanni Briolini, di Sondrio, e chiedeva un qualche suo scritto per l'occasione: ed ecco la risposta.

Caro Pirozz, ben volentieri, ma siccome cosí di lontano sarà ben difficile che possiamo metterci d'accordo, e d'altra parte io non so determinare il tempo in cui possa essere pronto e v'impaccerei senz'altro, cosí penso di far qualche cosa (per esempio Torre San Mauro o Ricordi di San Mauro o Notte di San Mauro o che so io) che stamperei – dedicandole «alla signorina Emma Tosi nel giorno delle sue nozze» – in un periodico di Firenze e contemporaneamente ne farei fare un elegante estratto, con una letterina all'ingegnere. Va bene cosí? Vedi delicatamente di saperlo dall'ing. stesso, se gradirebbe. E scrivimi subito, e con piú precisione, data (almeno approssimativa) delle nozze e nome e qualità del fidanzato, e qualunque altra cosa ti paia condurre allo scopo. Ma bada: poesia d'occasione proprio non può essere: non so farne. E dici che l'ing. mi vuol bene? Perché non mi manda un bigliettino, quando gli mando, come ultimamente, qualche cosa? Per il Comune poi di San Mauro sto preparando una collezione piú che potrò completa, di ciò che son venuto facendo.

Quanto a Giuseppe ... la mia posizione a Bologna è distrutta, e sarebbe vano che io pensassi a ricostruirla! ... Dillo pure alla Bibbiana. Che sarà poi di me? non so. Potessi rivederti! Perché io ho gran voglia di rivedere la mia Ida e vedere la nostra Giovannina. Sai che c'è al mondo una cara adorata Giovannina, a Santa Giustina? Andando da lei, chi sa che non faccia una capatina a San Mauro!

Ama il tuo   Giov. PASCOLI

Barga, 15 marzo 1897

Pietro Guidi gli riscriveva poi il 22 marzo dandogli le notizie che chiedeva e assicurandolo della stima e dell'affetto del Tosi.

Il Chiarini gli scrisse poi il 30 marzo, chiedendogli delle eventuali ispezioni a Ravenna (di cui non si ricordava) e insistendo perché seguitasse a prestare la sua opera al Governo. Come avrebbe potuto fare Giovannino a seguitare a prestare la sua opera, se il Governo non gliene dava modo? Nella posizione in cui si trovava si sentiva umiliato e non poteva, non voleva rimanervi.

Su tutto ciò scrissi in quei giorni una lettera all'Ida, continuata nello stesso foglio da Giovannino.

Carissima sorella mia, ancora non possiamo dirti nulla riguardo al nostro passaggio di costà perché non sappiamo niente nemmeno noi. Attendiamo in proposito una lettera da Roma, ma purtroppo vediamo passare il tempo senza che essa arrivi. Abbiamo ormai deposto il pensiero per quest'anno scolastico di avere il posto a Roma o altrove. La lettera che attendiamo è relativa a un'ispezione che dovrebbe venire a fare Giovannino a Ravenna, ma cominciamo a temere che sfumi come sfumano tutte le cose che piú si desiderano. L'occasione sarebbe bella per rivederti; basta, seguitiamo a sperare ...

In quanto a quello che dici di Gori, che vuoi? noi non abbiamo avuto la scelta. In codesti paesi non ci sarebbe stato nessun altro a occuparsi per noi ... A che punto è la nostra disdetta? Mi raccomando sollecitudine. I nostri affari per il momento vanno poco bene.

Ieri avemmo la benedizione della casa e passammo un'ora e piú col nostro buon Rettore che ci vuol bene. Io presi una mezza sbornietta con poche dita di vino e di Marsala, e Giovannino rise del mio buon umore. Che vuoi? si ride poco noi, spesso anzi si piange molto. La vita è molto triste. E tu? È un pezzetto che non ho scritto alle monache di Sogliano e mi manca però qualsiasi notizia di colassú. Tu sai niente? ...

A questo punto ci giunge la tua letterina ultima che ci consola tanto perché ci fa vedere che pensi a noi e che desideri nostre notizie. Eh! a volte non stiamo troppo bene anche di salute! Ora però non possiamo lamentarcene. A proposito del nostro affare, ti scriverà Giovannino tra poco.

E passai la carta a lui. In quella lettera giunta allora allora, l'Ida piú che d'altro parlava dell'intricato affare nostro di Sogliano, e scriveva che sull'atto d'ipoteca (ma era la terza, non la seconda!) «si dice che i frutti non pagati saranno capitalizzati»; e quindi essi non dovevano essere passati in prescrizione. Finito il suo articolo, che mi pare fosse Letteratura Italiana o Italo-Europea? destinato alla «Vita Italiana», la quale lo pubblicò nel fascicolo X del 1° maggio, [32] egli aggiunse in quel mio foglio, in data 7 aprile, una affrettata risposta, mostrando dubbi sulla capitalizzazione sicura dei frutti.

Intanto il Chiarini con lettera del 4 aprile autorizzava l'ispezione a Ravenna, cosí si rendeva possibile il nostro viaggio in Romagna; ma prima di effettuarlo Giovannino aveva da fare la pubblicazione per le nozze della signorina Tosi, e voleva sapere qualcosa delle pratiche che si era assunto di fare Peppino Gori, per potersi muovere senza pericolo di sorprese. Giunse, di fatti, una lettera del Gori in data 18 aprile, che diceva:

...So che è ancora a Bologna, apparentemente ozioso, ma silenziosissimo a tuo riguardo, perché severamente ammonito e dal Questore e dal Prefetto. Sai la maligna idea che mi è balenata alla mente? Tu fanne quel conto che credi, ma dimmene poi anche qualcosa. È un pezzo che egli si trova a Bologna, disoccupato come sai; pure vive e mangia e beve e dorme e veste panni ... Tutte queste ragioni possono indurre a sospettare che egli sia aggregato alla polizia? [33]

Quanto alle nozze della signorina Tosi, fece tre liriche  Le rane, La tessitrice e La messa che insieme intitolò Il ritorno a San Mauro. Le mandò al «Marzocco» che le stampò; indi se ne fece l'estratto a cui fu aggiunta una soave letterina di dedica alla sposa.[34] Riuscí un opuscolino stampato bene, elegante e senza fronzoli: Giovannino ne rimase contento e l'inviò al padre della sposa. Le tre poesie, con altre, furono poi incluse nei Canti di Castelvecchio, mantenendo lo stesso titolo Il ritorno a San Mauro. Fu un ritorno in ispirito, che precedé di poco il reale. Giacché ci sono, dirò che ne La tessitrice egli non alludeva a nessuna in particolare (come s'è voluto affermare da taluni facendone persino il nome, un nome che io non sentii mai pronunziare da lui), ma era come una fusione nel suo pensiero di tutte quelle tessitrici che, quando era ragazzo e andava a vederle tessere, gli facevano con simpatia posto sulla panchetta. Ricordo che quando scriveva poesie mi disse: «Quando non ci sarò piú io, vedrai quanto strologheranno per sapere chi poteva essere questa tessitrice, ma ti assicuro che non ne ho in mente di preciso nessuna e che le personifico in una tutte».

Ed ecco che giunge finalmente una lettera del Direttore Generale per l'Istruzione Superiore in data 17 aprile.

Riservata — S. E. il Ministro, ricordando il desiderio manifestato dalla S. V. di allontanarsi da Bologna, mi ha commesso l'incarico di domandarle se Ella accetterebbe il trasferimento nell'Università di Roma col presente suo grado di professore straordinario di Grammatica greca e latina e lo stesso stipendio onde ora è provveduto. Starò in attesa di una sua risposta, e mi confermo con perfetta stima. Dev.mo suo (firma illeggibile).

Avendo egli tanto desiderio di poter arrivare a Roma, si può capire come accettasse volentieri nonostante il misero stipendio di 3000 lire. Era però una proposta «riservata» che non gli dava nessuna sicurezza; e lo lasciava ancora sospeso tra cielo e terra.

Ormai tra occupazioni varie e varie preoccupazioni, eravamo giunti agli ultimi di aprile, ed era ora che Giovannino andasse per l'ispezione a Ravenna. Stabilito il nostro programma, egli scrisse all'Ida:

Cara Ida, io prendo il mio coraggio a due mani e intraprendo questo viaggio in condizioni non buone né di finanze né di spirito. Noi partiamo di qui Martedi mattina; veniamo in Romagna per la linea Firenze-Faenza; da Faenza io mi reco a Ravenna o per Castel Bolognese o arrivo sino a Forlí per andare a Ravenna in tram a vapore. Mariú invece prosegue sino a Santarcangelo, dove sarà Martedi notte, 27 del mese corrente, a ore 20,1.5, ossia otto e un quarto. Sei avvertita di mandarla o andarla a prendere. Siccome io utilizzo il viaggio per rinfrescare certe lontane ispirazioni farnigliari, voglio anche andare, per poche ore, a San Mauro e portarci Mariú. Sicché tornando via da Ravenna (il Venerdi o il Sabato) o andrò prima a San Mauro (e poi verrò da te) dove mi raggiungerà Mariú, o verrò prima a Santa Giustina per fermarmi un giorno. Il tempo e la moneta sono contati. Combineremo il tutto per lettera da Ravenna.

Noi abbiamo un intensissimo desiderio di rivederti. Ci è stato gravissimo colpo la notizia del latte. Speriamo che Nannina non ne soffra. Vedremo cosa si può fare. Oh! potessimo esserti utili! Ma siamo molto disgraziati.

Ci sarà anche Gulí. Provvedi, se hai ancora donne (quelle che fanno per Gulí) in casa, che Gulí non si perda con esse. [35] Hai ricevuto il nostro pacchetto Pasquale? Prega che tra il frutto o la mano non ci venga messo impedimento ... Un bacio per ora in ispirito in attesa dei molti in presenza. Tuoi               GIOVANNI e MARIA

Mariú ha guardato, ma non ha roba vecchia per Nannina. Speriamo di procurargliela nuova!

Io non mi posso fermare perché dopo devo andare, per la medesima funzione, niente meno che ... a Livorno!

Avremmo preferita la linea di Bologna, ma essa ci era interdetta dalla paura di imbatterci in quella stazione con il presunto impiegato. Partimmo il martedi, 27, e facemmo il viaggio sino a Faenza assai lieti. Lí ci separammo: Giovannino per recarsi a Ravenna, e io e Gulí per andare a Santarcangelo, dove eravamo attesi da Salvatore (marito dell'Ida) che era venuto col suo carrettino e la cavalla per condurci a Santa Giustina. Grande gioia dell'Ida! La Nannina dormiva, ma poco dopo si svegliò e la mamma la portò a me. Bella creatura: occhi neri e bene aperti; capelli fulvi, carnato bianco e roseo senza lentiggini, un amore! Aspettammo ansiose l'annunzio dell'arrivo di Giovannino per tre giorni. Finalmente arrivò (la cartolina da Ravenna aveva il timbro postale 30-4-96).

Mia cara Mariuccin purin: am so godù poc a Ravèna. Torno domani Sabato primo Maggio, partendo alle ore 2 pom. da Ravenna e arrivando a Rimini alle quattro. Del resto telegraferò nel dubbio che questa non ti giunga. Spero che Salvatore mi verrà a prendere; se con te, e con Ida e Nannina tanto meglio. Ho pensato molto a te purin. Sono stato a trovar Tonino ed ho visto la sua povera zoppina nanina. Mi hanno fatto molta istanza perché ti conduca, un'altra volta, e ti lasci da loro. Sono gente molto buona. Ho riscosso lo stip. Nessuna lettera respinta finora. Non vedo l'ora di rivederti. Dà tanti bacini a Nannina e alla sua mamma e saluta tanto e molto affettuosamente l'ottimo Salvatore. A me accoglienze discrete. Del resto sai che la Romagna non è terren da piantar vigna. Bisognerebbe avere un buon caval o esser un cantent. Un basin, Mariucchin, da tu   GIOVANNI

Andammo ad incontrarlo, alla stazione di Rimini, Salvatore, io e Gulí. A stento arrivai a dargli i miei baci, perché Gulí se lo prese subito per sé. È piú facile poi immaginare che descrivere la grande commozione dell'Ida nel ricevere per la prima volta in casa sua il fratello, che da tanto tempo desiderava. Si pianse un po' tutti: si sa, le lagrime, che spesso restano raggruppate in gola nei grandi dolori, si sciolgono invece e scorrono liberamente nelle grandi gioie. E gioia fu davvero per tutti. Anche la piccina (aveva allora 9 mesi) in braccio alla mamma esprimeva il suo contento con dei tata festosi, e si lasciava baciare ed accarezzare da Giovannino senza nessuna mossa ritrosa come se l'avesse sempre veduto. Cosa che a lui fece una piacevole impressione, amando sopra tutto nei bambini la domesticità. Ci trattenemmo da loro piú di quanto avessimo stabilito, e parlammo e ragionammo di tante cose e anche degli affari soglianesi, che purtroppo non s'avviavano ancora a una soluzione, mentre, specialmente gli sposi, avrebbero avuto bisogno di quei soldini trovandosi alle prese con tanti debiti, fatti prima delle nozze da Salvatore per restaurare la casa e migliorarne e abbellirne le adiacenze. Senza quei debiti, la famiglia avrebbe potuto vivere assai bene ed essere felice. Aveva una bella casina col suo giardino di fronte, con alberi e fiori e una vigna accanto di uve speciali, rigogliosissima; possedeva uno stupendo podere i cui contadini avevano la casa unita alla loro ed erano sempre pronti a rendere loro servizio. Ma invece tribolavano! L'assegno che Giovannino, spesso con molto sacrificio, passava mensilmente all'Ida, poco poteva contare in quelle loro condizioni. Nei giorni che stemmo lí ci trattarono proprio bene e con molta cordialità. Giovannino si affiatò completamente con Salvatore e cominciarono a darsi del «tu».

Un giorno dovemmo dedicarlo a San Mauro. Ci andammo il 4, se non sbaglio, [36] accompagnati dal cognato. L'Ida non poté venire e rimase a casa con la sua Nannina. Lasciammo a lei anche Gulí temendo che ci potessero essere degli incontri con cani grandi, specialmente alla Torre dove eravamo invitati dal sindaco Leopoldo Tosi. San Mauro ci fece una calorosa e clamorosa accoglienza. Io credo che nessuno fosse rimasto in casa quel giorno, tanta era la folla che si accalcava intorno e dietro di noi. Tra tutta quella gente c'erano parecchie donne che alzavano sulle braccia i piú piccoli figli perché potessero vedere anche loro Giovannino ed essere veduti da lui. Dovemmo sostare al Comune ove erano in attesa il Sindaco, i consiglieri, gli impiegati e gli insegnanti per il ricevimento. Ci furono molti applausi ed un ben fornito rinfresco per tutti. Poi ci accompagnarono alla nostra casina, della quale erano allora proprietari i signori Pedriali che furono con noi di squisita gentilezza. Giovannino mi faceva notare che la casa non era piú come quando c'erano i nostri genitori: cominciò a subire modificazioni allorché prese moglie il fratello maggiore Giacomo, che aperse la porta d'ingresso sulla strada mentre prima si entrava dal cancello, e venne di conseguenza spostata la scala che metteva al primo piano cagionando altri mutamenti. Io non potevo ricordare tutto perché avevo lasciato il paese, senza farvi piú ritorno, all'età di tre anni ossia alla morte della mamma.

Egli desiderava molto di poter riacquistare quella casina in omaggio alla mamma, perché era sua, e avrebbe avuto intenzione di restituirla al suo primiero stato; ma tale acquisto si poteva rendere possibile se i signori Pedriali, che ci stavano tanto volentieri, fossero in seguito venuti nella determinazione di disfarsene. Finché ci stavano loro, egli non avrebbe mai fatto nessun passo per riaverla. Parlò tuttavia di questo suo desiderio ad alcuni suoi amici sammauresi, tra cui Pietro Guidi segretario del Comune, perché vigilassero, e in caso fosse messa in vendita lo avvertissero e fissassero la casa per lui. Essi si impegnarono. Io, di San Mauro, non conoscevo se non la nostra antica custode, la Bibbiana, che fu tanto lieta di rivederci e si commosse tanto. Anche noi ci commovemmo molto. Povera Bibbiana, ci voleva bene! Quel giorno però potei conoscere parecchi amici di giovinezza di Giovannino ed alcuni parenti lontani dal lato materno, uno anzi assai prossimo, essendo figlio di secondo letto del padre di nostra madre. Era un uomo piuttosto rozzo e zoppo e ci veniva sempre dietro. Non somigliava punto alle figlie della nobildonna Olimpia Alloccatelli!

Tra la massa di popolo che non diminuiva mai, Giovannino ad un tratto riconobbe un suo antico avversario e me lo additò dicendomi: «Quello, vedi, è Furmigon». Mi venne subito in mente un brutto episodio, che egli piú di una volta mi aveva raccontato, del tempo in cui egli e il fratello Raffaele avrebbero voluto scoprire gli autori dell'assassinio del nostro povero padre. Non piacevano tali ricerche a tanti del paese e, come già raccontai coi fatti dell'estate del 1877, una sera in un'osteria, mentre vi si trovava Giovannino, molti di essi inscenarono una rissa con la vile intenzione di colpirlo e darne poi la colpa ai fumi del vino. Furmigon (non ne so che questo soprannome) gli rivolse parole insultanti e provocanti; ma egli con un lancio gli fu addosso e lo rovesciò; allora tutti furono contro di lui; ma in quel momento sopraggiungeva Raffaele. Si presero a braccetto e tutti e due lasciarono l'osteria passando coraggiosamente in mezzo ai rissanti nelle cui mani luccicavano già i coltelli.

Lí per lí mi fece una certa impressione la vista di quell'uomo; ma mi si cancellò presto nel vedere Giovannino trattare Furmigon con la stessa affabilità che gli altri. Ormai il passato era sepolto! Ricordo che andammo a far visita ad un vecchietto cieco che era stato falegname alla Torre alle dipendenze di nostro padre e che era rimasto affezionato alla nostra famiglia. Povero Vanènna! [37] si commosse e pianse!

Finalmente ci recammo alla Torre. Ci accompagnarono il Sindaco e una decina di amici tra antichi e recenti. Rivedemmo la villa del Principe Torlonia dove avevamo, a pianterreno, abitato noi quando nostro padre era ministro della grande tenuta. L'Ida e io c'eravamo nate. Come ricordavo l'appartamento che occupavamo, sebbene non avessi ancor compiuti i due anni quando

... dal palazzo, dalla gran Torre

facemmo un tanto mesto ritorno ...

allorché

... morto il babbo da piú di un mese,

non c'era posto per i suoi nati

piú nella Torre, sí che al paese

ritornavamo come scacciati.

Non potemmo però visitare l'interno della Villa perché era chiusa. Visitammo la chiesina attigua e leggemmo l'epigrafe che il principe Don Alessandro aveva fatto mettere in memoria del suo ministro Giovanni Pascoli, precedessore e zio di nostro Padre, osservando melanconicamente tra noi, che di lui, di Ruggero nostro padre, non ci fosse alcun ricordo. Ma non molto dopo, avendo Giovannino fatta amicizia col padre Luigi Pietrobono – professore e preside del collegio Nazzareno di Roma – e sentendo che aveva relazione con la famiglia Torlonia, si confidò con lui esprimendogli il suo cruccio per il mancato riconoscimento al suo povero padre che, dopo la morte del suo zio, aveva tenuto il posto di amministratore per piú di dieci anni con grande perizia e onestà piú che scrupolosa. E il Pietrobono ne parlò alla principessa Anna Maria Torlonia, dalla quale ebbe subito l'assicurazione che sarebbe stata messa una lapide anche per nostro padre, e dette allo stesso Pietrobono l'incarico dell'iscrizione che in breve fece. Cosí anche il babbo ha il suo ricordo nella chiesina.

Dopo il pranzo – un pranzo di squisito gusto romagnolo, che ebbe luogo nella villetta presso la Villa Torlonia dove abitava, con la famiglia, il sindaco ing. Tosi, reggente e amministratore della tenuta – a cui parteciparono anche gli sposi novelli ed i convenuti di San Mauro, vollero fare la fotografia in gruppo con noi, poi si andò a rivedere il rio Salto fiancheggiato dalle file degli alti pioppi che già sussurravano con le loro tenere foglioline ridestando in Giovannino antichi e mesti ricordi, e poi si andò, sempre con tutta la compagnia, a vedere in una fattoria il colossale toro, Ceccone, che era stato premiato all'esposizione di Parigi. E altre bestie vedemmo magnifiche che formavano l'orgoglio dell'ingegnere e degli allevatori. Molti ci vollero accompagnare fino a casa del cognato. Si formò cosí una lunga processione di barroccini tirati da somarelli che trottavano come cavalli sotto le fruste e gli incitamenti dei guidatori. Ricordo che apriva quella curiosa processione quel certo Pugnégna, che era rimasto affezionato a Giovannino fino da quando, spesse volte, lo ospitava di notte in casa sua dopo che era stata venduta la nostra casa. Quel giorno era stato per lui di molta gioia, e pareva che avesse anche bevuto assai, sí che gli successe di andarsi a ribaltare col barroccino in una covetta della strada rompendosi due denti davanti. Ma non vi fece caso, e rizzatosi subito ripigliò la corsa sempre piú allegro. Giunti a casa, il Berti offrí a tutti del suo buon vino, e cosí ebbe termine la giornata sammaurese.

Ormai era ora di lasciare la Romagna e ripartire per il nostro rifugio di Castelvecchio. Giovannino aveva fretta per i suoi lavori e per un'altra ispezione che doveva fare a Livorno, e non poteva fermarsi di piú. Eravamo tutti e due dispiacenti di doverci separare dall'Ida e dalla Nannina, che già si era affezionata anche a noi. Ma la vita è fatta cosí: di dolorosi addii! All'ultimo desinare, che fu un vero pranzo preparato con molta cura e buon gusto dall'Ida, facemmo conoscenza con due invitati, nuovi parenti di lei: don Giuseppe, fratello di Salvatore – un pretino allegro, spigliato e simpaticissimo – e un cugino, Checchino Berti, giovane molto elegante e gentile. Essi ci fecero lieta compagnia e furono per noi un diversivo che ci piacque e ci rallegrò.

La mattina dopo ci staccammo piangendo dall'Ida e dalla sua bimba e partimmo in calessino con Salvatore per andare a prendere il treno a Rimini.

Lettera di Giovannino all'Ida dopo il ritorno:

Cara nostra Ida, non ho resistito al pensiero doloroso di lasciar Mariú venir su sola e piangere un doppio pianto; e sono venuto anch'io con lei a Barga, cioè a Castelvecchio. A Livorno andrò piú tardi. Ti scriviamo in fretta per darti le nostre notizie. Il viaggio è stato molto faticoso ma felice. Abbiamo ritrovato la nostra casa e certo abbiamo visto che Nannina ci starebbe molto bene, se potesse superare il viaggio. È la casa paterna, quindi anche tua, poverina, e sua e di Salvatore. Abbiamo già destinato a Salvatore una grande quantità di lavoro: giardino, arnie per le api, stie ... Avrebbe molto da fare. Quando egli potesse lasciare per un mese le sue gravi occupazioni, dovreste prender su e venire. Tu ci staresti un po' di piú lasciando passare i calori, e insegnando a camminare a Nannina, che, io dico, qua rifiorirebbe. C'è la lontananza dei medici... Ma di medici non avrebbe certamente bisogno quassú. Basta; pensate e decidete. Noi ci troviamo molto sconquassati per interessi, ma presto rifioriremo. Mariú sta già preparando la spedizione da farti di cose (grasso, lardo, ecc.) utili. Ma ci vorrà ancora un giorno o due o tre, prima che la roba si avvii.

Noi abbiamo il cuore tutto pieno di quei pochi giorni di convivenza. Compensa quello che hai con quello che non hai, e vivi felice. Hai, in noi, due che ti amano e che si studieranno in ogni modo di procurarti ciò che ti manca: ben poco a te che hai Nannina. Per gli interessi, speriamo bene. Ci vorrebbero i poveri quattrinelli di mamma! Che infamie!

Brutta giornata questa. Piove, è freddo. Stamane tonava e pioveva a dirotto.

Dormireste in due camerette attigue, molto belline.

A don Giuseppe manderò presto un regalo. Quando lo vedi, saluta Checco. Amateci. Nannina, fa un sorrisino a Giovannino e a Mariucchin che t'amano! Ieri mattina! Quale strazio per noi! E ogni tanto Mariúmi fa piangere ricordando questo e quello. Amatevi. Compatitevi, se c'è qualche cosa da compatire. Pensate anche a noi che vi desideriamo ogni felicità. Nannina, due bacini prendi da Giov. e Mariú. Sii sempre buona come sei. Oh! che non ho preso le scarpine! Abbraccio Salvatore, saluto don Giuseppe e Checco e quanti ho conosciuto costà. Siate felici e buoni, come vi augurano i vostri  GIOVANNI e MARIA

Castelvecchio di Barga, 7 maggio 1897

Ti accludo due lire per la servetta o per la contadina, come credi meglio. Ce ne eravamo dimenticati.

La gita in Romagna fu in vero un buon diversivo per il nostro depresso stato d'animo, sí con la bella giornata di San Mauro si con i due o tre giorni trascorsi presso la famigliola della nostra amatissima sorella. Quanta tenerezza ci rimase in cuore per lei e per la sua piccina! Ci rimase pure una favorevole impressione del cognato per le buone qualità che esplicava in casa, di modo che Giovannino si era con lui molto bene affiatato. Avevamo però dato fondo a tutto il nostro avere compreso lo stipendio che egli si era fatto inoltrare a Ravenna, avendo voluto lasciare una discreta somma all'Ida che si trovava in necessità urgenti. Cosí appena giunti a casa egli si rimise con coraggio ai suoi lavori per vedere di ritornare presto a galla, e io, il giorno dopo, mi affrettai di preparare una cassetta con cose utili da mandare a lei. E le scrivemmo 1'8 maggio una lettera a quattro mani: la prima parte la scrissi io, dandole anche la notizia che proprio quella mattina il cane del contadino aveva sbranato la nostra Orlatina, ossia la piccioncina che covava le sue ova, che dovevano procurare la coppia di piccioni promessa a lei. Dal gran dispiacere avevamo anche pianto. Egli scrisse poi poche righe.

In un'altra lettera, cominciata da me anche a nome suo, a un certo punto, mentre io scrivevo, egli si compiacque di continuare:

Fin che mi ricordo ti prego di mandare due copie almeno di Veianius ... te le pagherò. Aspetto le scarpine a gloria. C'è il caso che io debba ritornare da codeste parti per gli esami di Licenza (1-15 luglio). Allora nel ritorno porterei via tutta la santa famiglia. Sappi che oggi stesso invio il dono a don Giuseppe: una Summa Theologica in quattro volumi, nuovi intonsi. Gli ho anche scritto pattuendo che egli mi ricompensi trattando bene Nannina. Mi dirai poi se tiene i patti, che' boia d'un prit. Gulí saluta affettuosamente, col suo piú tenero squittire, la sua Phryne e il suo povero Alí. Trattali bene per amor nostro e per amor di Gulí. Povero Salvatore! mi vuol mandare del vino! Ma se glielo ho bevuto tutto! Digli che non si dia danno, per carità.

Ho scritto a tutti i Sammauresi oggi. [38]

Prega che gli affari mi vadano bene, ché bene ne verrà anche a voi. Ora sono in grandi difficoltà, da cui però spero uscire trionfalmente.

O nostra Nannina diletta, non piangere per noi, che torneremo e verrai tu, e ti divertirai e berrai l'aria vivida e ti scorrazzerai all'ombra dei meli e dei peri! presto, presto, a Dio piacendo. O carina! o bonina! o bellina! conservati sempre cosí. Ti baciamo con tutta l'anima.

Saluta Salvatore e digli che sia prudente e coraggioso. Presto speriamo di fare qualche affare insieme. Intanto bisognerebbe riavere i quattrinini della mamma. Dimmi se hai fatto arrivare qualche eco a Rimini e a Sogliano. Saluta Checco e don Giuseppe. Con don Giuseppe non ti mostrare informata del dono dotto e prezioso. Aspetta che ne parli esso. Che ne dice Salvatore? Baci affettuosissimi, cara Ida nostra, cara nostra Nannina, e un abbraccio al buon Salvatore da

GIOVANNI e MARIA

10 maggio 1897, Barga (Lucca)

L'Ida ci aveva scritto subito dopo la nostra partenza con molto affetto e con grande rimpianto che non fossimo piú con lei; indi le sue lettere, sebbene sempre affettuosissime, erano un po' rade per il nostro desiderio. Noi invece, specialmente in quei giorni, le scrivemmo spesso, e per lo piú a quattro mani. Cosí pure le scrivemmo appena ricevuto un pacco mandato da lei, con cosette che essa sapeva di nostro gradimento e con le scarpine di Nannina, dimenticate di portar via all'ultimo momento, scarpine già consunte prima ancora che la piccina cominciasse a camminare e che perciò avevano ispirato una poesia a Giovannino. Riporto la parte che egli scrisse nel mio foglio.

Dunque, se l'onomastico mio e di Nannina dovremo celebrarlo lontani, solo uniti con lo spirito, pochi giorni dopo però ci troveremo costí, o che io vada commissario a Ravenna o altrove. Dopo, se volete, verremo per i grandi calori qua; e il natalizio di Nannina lo celebreremo uniti uniti. E cosí sempre. O mia Nannina, le tue scarpine mi hanno già ispirata una poesiina che non ho fatto ancora sulla carta, ma che è già bella nella mente, e che stamperò nella «Cordelia» di Firenze, e tu ne sarai orgogliosa, mia piccina. Poi un'altra: Il colloquio di Nannina (da da da) co' suoi piedini.

Non vedo l'ora di ricevere una tua che ci rassicuri sulla pignatta di strutto e sulle altre cose che ti abbiamo mandate. Saremmo cosí felici che ti fossero giunte in buono stato e ti fossero molto gradite e utili. Speriamo bene. In tanto grazie infinite a te e al nostro carissimo Salvatore per i vostri regalini. Grazie a Nannina per le sue scarpette ... Si è voluta privare! Troppo incomodo, Nannina. Ma sí: cresci liberale e generosa e buona e piú. Bella già sei, e non ci hai nessun merito tu!

Un bacio a tutti dai vostri    GIOVANNI e MARIA

Barga, 14 Maggio 1897

Saluta don Giuseppe, boia d'un prit, e Checco. Il libro glielo mandai per ferrovia – stazione di Rimini – pesando esso, coi suoi quattro volumi, piú di 5 kili. Costò 40 lire. Non è un bel regalo? Pur che lo studi e si avvii a divenir vescovo, per poter cresimare e anche aiutare con la ricca sua prebenda la povera Nannina disperatina – se avesse fratelli. Cosí è ricca assai.

Noi non avevamo piú, del poema Veianius premiato in Olanda, se non l'esemplare mio che portava la dedica di Giovannino a me; tutte le altre copie erano state da lui date o mandate ad amici, a cultori di poesia latina e a quelli che glielo chiedevano. Perciò, essendoci ancora qualcuno che ne voleva, ne domandò due o tre copie all'Ida che aveva sempre le cinque copie donatele da lui, come pure a me, quando giunsero in numero di 50 dall'Accademia di Amsterdam. Dei primi tre o quattro poemi premiati non ne è rimasta in casa che la copia dedicata a me. In seguito però ben poche ne mandava via.

Lettera di Giovannino all'Ida.

Cara Ida, con nostro grande dispiacere ieri a sera, a Barga, sapemmo che la cassetta della nostra carne salata non era partita da Lucca se non il 12. T'è dunque arrivata molto in ritardo, e chi sa come. Siamo molto ansiosi di sapere se tutto è giunto bene, se la pentola si sia rotta, etc. etc.

Mandiamo ora con questa lettera un pacco postale da L. 1. Contiene il tappeto fatto di due striscie, già accennato da Maria. Vedrai che è qua e là rappezzato. Se tu lo vorrai piú proprio, non devi che impicciolirlo ... Troverai nel pacco un saggio del nostro pane, il famoso panestella, opera delle mie mani, dedicato ai denti scroscianti di Salvatore. Troverai poi il celebratissimo Plumsweetloof di Castelvecchio, opera delle nostre mani, fatto con le nostre susine secche, col burro eccellente di Castelvecchio e con l'ova delle nostre galline; un miracolo di bontà, che ti farà disprezzare il panettone di Milano. Non è bravo il signor Gian Maria Gulí? Presto ti manderemo altro. Intanto aspettiamo notizie della preziosa cassetta.

Saluta tanto [qui c'è uno schizzo del cane Alí dell'Ida] e anche la gentile [altro schizzo della canina Phryne] da parte di [schizzo del nostro Gulí].

Sono stato fatto cittadino di Barga. Apparecchiano qua, sospetto, sonate di banda per il S. Giovanni festa di Giovannino e Giovannina. Oh! se foste qua! Qua la difterite è ignota. Tuttavia sono provvisti di siero. Ma non ne usano mai. Un'aria dolce, soave, carezzante! Ma ci sono molte difficoltà ancora. Tanti baci, Nannina nostra soavissima (oh! le scarpine che non hanno camminato!), tanti baci, Ida, tanti abbracci, Salvatore, dai vostri          GIOVANNI e MARIA

Castelvecchio di Barga, 16 Maggio 1897

Nonostante il disagio morale continuo che provava Giovannino per la posizione falsa in cui si trovava, sia perché non erano state accettate le sue dimissioni, sia per non avere ancora il Ministro provveduto a sistemarlo, come gli aveva fatto credere e sperare, lavorava a piú potere e con abbastanza serenità. In quei giorni si occupò del volume dei Poemetti per l'editore R. Paggi che era impaziente di pubblicarlo. Ne fece alcuni e la prefazione. Continuò i Pensieri sull'arte poetica per il «Marzocco», il cui direttore, Enrico Corradini, lo incitava a mandare il seguito, e anche a mandare poesie. Scriveva articoli e articoli che gli fruttavano un po' di soldi. Via via s'immergeva con passione nel suo romanzetto per bimbi dal quale sperava molto profitto finanziario. Eravamo addirittura a terra! debiti, pegni e impegni! Quando i giornali annunziarono l'eroica morte del giovane garibaldino Antonio Fratti a Domokos, egli si sentí subito l'ispirazione irresistibile di scrivere qualche cosa in onore dell'Eroe romagnolo, e scrisse quell'inno Ad Antonio Fratti che suscitò un vero consenso di commossa approvazione. L'inno fu pubblicato il 5 giugno dal quotidiano di Roma «La Tribuna» diretto allora dall'amico Luigi Mercatelli, che ne ebbe molto piacere.

Intanto aveva lasciato indietro l'ispezione che doveva fare a un insegnante a Livorno. Non c'era niente di male per questo ritardo, ma non ne aveva voglia. Andò però sulla fine di maggio. Da Livorno scrisse, come eravamo rimasti intesi, lui ed io, all'Ida. Non tutto però quello che le scrisse io avrei approvato, ma egli voleva che ella pensasse anche a me che non avevo, secondo lui, la felicità che aveva lei. Gli sarebbe piaciuto che qualche cosa dicesse in proposito.

Ecco la lettera scritta da Livorno all'Ida.

Cara Ida, ti scrivo da Livorno. Domattina riparto. Mariú è rimasta. Venne sino a Lucca, poi tornò. Poverina! Piangeva, la mia pallidina. Amiamola! Oh! potessi a lei procurare quella porzioncina di felicità che tu hai già, cara Ida. Forse ... non è vero? Dopo, il mio cuore avrebbe riacquistata tutta la sua pace serena; e io impiegherei tutto il mio tempo e tutto il mio animo a volervi bene in codesta nuova forma non meno dolce della prima; di mammine soavi, creatrici di fiorellini. Questo tra noi. Io spero che tu ti adoprerai, che tu già ti adoperi per questa soave fanciulla! Intanto ho adempiuto un suo incarico, mandandoti da Livorno (quante memorie!) un pacchettino con un dolce Corradiniano, due bottiglie d'acqua dentifricia Benigni, due scatole di cipria Benigni, un pacchetto di sigarette. Gradisci il tutto e ringraziane la tua sorellina. Ho poi ordinato (di fatti non ce n'è) il carruccino per il mio angiolino Nannina. Verrà a Santarcangelo tra pochi giorni. Spero che sarà bello.

S. Giovanni (le nostre feste onomastiche, del nonno e della nepotina) lo faremo separati. Poi cercherò di venire commissario a Ravenna, e poi, se vorrai, verrai con Salvatore e Nannina a Castelvecchio.

A tutti ho parlato di te e di Nannina. Ho detto: credevo di diventar zio e sono nonno e ho tutte le tenerezze che si hanno per le figlioline delle proprie figlie. Amiamoci. Tanti baci.

Torno a tentare di rimediare, con assiduo e geniale lavoro, alle mie sventure finanziarie. Lavoro improbo! ma il Dio di Nannina ci aiuterà. Martini qui presente mi incarica di salutarti. Ti salutano tutti. Dei Cecchi e Giusti non parliamone. Un bacio dal tuo Giovanni, che si stringe dolcemente al cuore la sua Nannina e stringe la mano affettuosa e leale a Salvatore. Tuo   GIOVANNI

Livorno, 27 Maggio 1897

Altra di Giovannino all'Ida da casa.

Cara Ida, ti accludiamo il tuo mesino di Maggio. Ho riscosso in ritardo; donde il ritardo anche per te. Puoi fare, a comodo, un cenno di ricevuta, sí del mese di Aprile sí di quello di Maggio.

Oh! quanto stai senza scrivere! Non hai avuto il nostro pacco di Livorno? Come mai non hai scritto subito? Noi siamo sempre ansiosissimi di notizie tue e di particolari della nostra dilettissima Nannina. Quanti dentini ti spuntano, Nannina bella? Parli piú ai tuoi piedini, Nannina buona? Piangi qualche volta con quella vocina, che oggi stesso ricordavo, cosí tenera, cosí dolce? Presto la poesiina nella «Cordelia» di Firenze. In tanto di' al tuo babbo che compri a tua mamma i numeri della «Tribuna» di oggi Venerdi e domani Sabato. Ci troverete l'avviso d'un inno e l'inno stesso Ad Antonio Fratti. Come mai si sono messi a San Mauro in gran silenzio? Noi non abbiamo avuto i ritratti. È vero che non c'importa molto, se non di quello in cui eravamo insieme noi due soli. Nannina non c'era! Nannina aveva fatto la scusa! Nannina s'era data malata! voleva stare a casina sua con quella poltroncina della mamma! In questo mentre un temporale bombisce nei monti, e io non posso studiare, perché Mariú, mi ha serrate le finestre.

Il carruccio non l'avete ancora avuto? Anch'io non ne ho avute piú notizie. Sono in pensiero per il pacco. Lasciai la roba e l'indirizzo ai Corradini. Quando tornai, era spedito. Se avessero sbagliato? Di' a Salvatore che s'informi a Rimini, per via di quell'altra Santa Giustina Veronese.

Desidereremmo notizie della zia. A noi, niente. A Sogliano? Decio rispose ossequioso; ma niente altro. La tua cognata è tornata? si è fatta viva? hai piú riveduto don Giuseppe (che mi scrisse una cartolina da Lucca) e Checco? Io non so ancora nulla se verrò a Ravenna; ma in qualche luogo andrò pure, e tutte le vie menano a Santa Giustina, ossia a Nanninopoli.

Il carruccio deve venire alla stazione di Santarcangelo. Quindi fa che Salvatore lasci detto una volta per sempre di essere avvertito, in ogni caso di arrivi.

Ah! Ida, Ida, Ida! Tutti i giorni aspettiamo una tua lettera! tutti i giorni in vano! Ah! Ida! Almeno quando saprà scrivere Nannina! Ma già Nannina starà con noi, se ... le date dei fratelli o sorelle. È vero, Nannina, che non ne vuoi sapere? Ci si può imbattere bene, ma si può anche incontrare molto male. Notizie del molto male?

Se poteste, bisognerebbe che v'ingegnaste di dar la disdetta del mutuo subito. Se non potete, faremo insieme presto. Io sul momento, per questo terribile Giugno, sono molto dissestato. Ma tutto andrà bene. E dopo!!! Ma quanto c'era di tassa da pagare? Insomma mandaci a dire qual è la nostra parte da pagare. Lo esigiamo.

Baci baci baci senza fine alla creaturina amatissima. Da da da: ta da: ta da: ta ta. Che bel discorso eh? Nanninuccia? piú eloquente dei miei inni.

Scrivi scrivi scrivi a lungo. Al vino non ci pensate, mi raccomando.

Ci provvederemo, quando verremo. Quest'altr'anno poi Salvatore farà il vino anche per noi. E noi ammazzeremo il maiale anche per voi. Da buoni fratelli! Un saluto affettuoso a Salvatore. Un bacio a te.

Le scarpine sono nel mio studio, intorno a quel ritratto del babbo, dove è Nannino piccolo. Mariú dice che rassomiglia a Nannina. I tuoi GIOVANNI e MARIA

Castelvecchio di Barga, 4 (Venerdì) Giugno 1897

«Tribuna» del 4 e 5 Giugno 1897; mi raccomando, Salvatore. Procuratele a Rimini.

Il 9 giugno giunse a Giovannino questo telegramma: «La prego di venire a Roma occorrendomi di parlare con lei. P. Ministro -    COSTETTI».

Il cuore ci si allargò! Pensammo subito che si trattasse del trasferimento dalla Cattedra di grammatica latina e greca di Bologna a quella di Roma, essendogli già stato chiesto se l'avrebbe accettata. Finalmente si sarebbe sistemato in modo conveniente e soddisfacente, sebbene senza aumento di stipendio. Ma a Roma, trovandosi tranquillo, egli prevedeva di poter lavorare assai piú che altrove, e cosí riparare non solo alla deficienza dello stipendio, ma anche a mettersi in breve tempo in pari coi suoi interessi. Il giorno dopo, con la sua buona speranza in cuore, partí da Castelvecchio per trovarsi a Roma il mattino seguente e recarsi subito dal Ministro. Da Lucca scrisse questa letterina:

Mia cara, mio angiolo adorato, mia Mariuccina piangente, ti scrivo da Lucca. Col primo Giugno l'orario era mutato, e il treno delle 9.35 non c'era piú. Sono rimasto a Lucca. Ho qui Brilli vicino. Verrà con me al ritorno, e assaggerà la nostra cucina e la nostra felicità. O mia figliolina, io ti voglio molto bene; e non amo anzi se non te. È una notte (due ore: parto alle 2.55) una notte dolorosa per me. Tuttavia domani sarò a Roma e avrò tempo, lo stesso, di telegrafarti, ma piú tardi, verso le due o le tre.

Tra poco dirò le tue orazioni, e penserò sempre a te. Cara piccinina, saluta il nostro caro Gulí, l'altro canino. Baci infiniti dal tuo babbo e fratello e amico       GIOVANNI

T'ho mandato i pomodori.

Lucca, 10 Giugno 1897, ore 22.40

Il viaggio è stato ottimo. Non ho bevuto. Ora prendo un gelato.

E da Pisa questa cartolina:

Ore 3.40 mattina, stazione Pisa. 11 Giugno.

Cara adorata, alle 4.11 parto per Roma. Ho dormicchiato due ore a Lucca – Croce di Malta; alle 2.55 partenza. Arrivo a Roma 10 e tanti. Farò tutto e telegraferò. Avrai ricevuto la mia lettera lucchese.

Mangia, se no ... bevo! A rivederci presto presto presto. Sta allegra, poverina. Saluta Gulí e le Chiara e le Maria e le Mabile e Meo e Tono [39] e tutti. Baci a Guliní e a Gulinina.

Aspettai con impazienza indicibile il telegramma. Finalmente in serata giunse. Era stato presentato all'Ufficio di Roma alle ore 16.25. Diceva:

Trattasi che Facoltà romana respinge trasferimento progettato. Grande dispiacere essere venuto; domani sera riparto. Tanti baci. GIOVANNI

Oh! mio povero Giovannino! Quanto piansi! Quanto mi desolai! Me lo figuravo tutto avvilito e mortificato senza che io gli fossi vicina a consolarlo ed a incoraggiarlo! Perché mai chiamarlo a Roma, fargli fare un viaggio lungo e incomodo in giorni caldissimi, e una spesa non indifferente per dirgli che la Facoltà romana respingeva il suo trasferimento? Non glielo potevano scrivere? C'era proprio da perdere la testa! Fin che non lo rividi a casa fui in una continua martoriante angoscia. Ritornò la mattina del 14; era molto stanco, ma non depresso come immaginavo io. Mi disse, rispondendo alla mia subita domanda, che la Facoltà di lettere non voleva il suo trasferimento, che voleva il concorso; il che dimostrava che non gradiva lui e che quel posto era per un suo favorito. Non c'era niente da fare. Certo il disinganno fu crudele; ma egli trovò distrazione e conforto coi suoi buoni amici di Roma, con la prospettiva di potere andare commissario per gli esami al Collegio Nazzareno facendo il cambio col prof. Tomaso Casini, il quale, invece di andare commissario al Nazzareno, come aveva avuto incarico, sarebbe andato a Ravenna dove era incaricato di andare Giovannino. La cosa accomodava a tutti e due, ma non era ancora sicura, forse perché occorreva sottoporla al Ministro; era però molto probabile. E, di fatti, il 9 una lettera del Casini confermava il cambio: solo che Giovannino doveva essere a Roma, al piú tardi, il 29. Poco male, ma il problema erano i soldi.

Di tutto demmo notizia all'Ida, la quale, rispondendo il 21 giugno, diceva: «Nannina non fa altro che chiacchierare, ma in un linguaggio che poco s'intende: dice però molte cosine. Povera Nannina, che sarebbe stata cosí bene sola! Ma invece... io ne ho gran dispiacere, non lo potete proprio credere. E penso anche melanconicamente al come andranno a finire le cose. Io temo sempre, ora...». Capimmo dalla frase sospensiva dell'Ida che essa si trovava di nuovo in istato interessante. Ecco un'altra preoccupazione per noi.

 

In quei giorni giunse anche una lettera del caro padre Ermenegildo Pistelli, con un sunto di una memoria del professor Luigi Ceci, ordinario di glottologia all'Università di Roma, Sui frammenti maggiori dei Carmi Saliari. Giovannino aveva saputo di quella memoria, e anche che c'entrava il suo Epos; ma non potendo avere la pubblicazione dell'Accademia si era rivolto al Pistelli perché gli facesse conoscere i punti che lo interessavano: e appunto il 15 giugno il Pistelli gli trascriveva la ricostruzione ceciana dei tre frammenti e infine l'interpretazione della parola insece («lat. inseque, insece; gr. ἔννεπε da ἐν-σεπε»). «A questo punto» dice il Pistelli «mette questa nota feroce contro il mio carissimo Pascoli»: nota veramente feroce, mordente, disumana, contro chi si fa editore di testi arcaici «ignorando gli elementi primi della grammatica storica...»

Giovannino non aveva nessuna presunzione, non si credeva infallibile: accettava volentieri osservazioni, consigli e pareri da amici e da colleghi con grato animo. Perciò le critiche del Ceci alle sue note dell'Epos non l'avrebbero offeso e indisposto, se non le avesse fatte con aria sprezzante e con quell'astio. Ma ciò che molto l'offese e l'indispose fu l'attacco sconveniente alla sua qualità d'insegnante. Appena poté vedere tutta la «memoria» del prof. Ceci pubblicata dai Lincei, egli subito mandò la risposta al settimanale letterario il «Marzocco», inviandola da Roma dove già si era recato. Il «Marzocco» uscí il 27 giugno con questa risposta, [40] di cui la parte piú personale dice :

Se io ho errato non ho errato per aver seguito ciecamente chi non dovevo seguire, ma perché ho pensata e ripensata la cosa da me. Ma con tutto ciò, nessun italiano, io credo, potrà negare che buono sia il fine propostomi in quei libri, e non augurarsi che si raggiunga questo fine, di riaffezionare i nostri studenti secondari agli studi classici resi piú facili e attraenti. Di questa mira avrei creduto di meritare qualche gratitudine; e non tali sommarie condanne.

Più avanti vedremo come andò a finire questo principio di polemica. [41]

COMMISSARIO A ROMA AL NAZZARENO:
DE BOSIS, D'ANNUNZIO, PIETROBONO
VERSO MESSINA LUGLIODICEMBRE 1897)

Da Castelvecchio partimmo insieme Giovannino ed io il 27 giugno, egli per andare a Roma commissario al Collegio Nazzareno, e io per altra meta, che non era quella di Santa Giustina, e con altro fine. Questa mia lettera da Castelvecchio (1° luglio 1897) all'Ida, che ci aspettava, ne accenna il luogo e il fine.

Carissima Ida, Giovannino è già a Roma da quattro giorni. Egli è stato nominato commissario regio del Collegio Nazzareno e non sarà di ritorno prima della metà del mese. Abbiamo tanto studiato per vedere di contentarti e passare di costí: ma la spesa veniva triplicata. Aggiungi che, per una porcheria dell'ed. Paggi, non ha potuto avere quello che s'aspettava dai Poemetti, e per un ritardo nel tramutamento del suo stipendio dall'esattoria di Bologna a quella di Lucca non ha potuto riscuotere lo stipendio. Sí che, cara Ida, con che dolore immagina, sono dovuta andare io di corsa a Livorno a impegnare un'altra medaglia. Queste sono le nostre gioie, questi i premi che ottiene Giovannino col suo valore e con la sua bontà. Forse chi sa che tra qualche giorno egli non mi chiami a Roma ...

Hai letto i Poemetti? ti piacciono? Ah Ida, Ida come ti voglio bene! La tua    MARIA

Il problema della mancanza di soldi in tale circostanza non avemmo altro modo di risolverlo se non con la mia andata frettolosa a Livorno dall'editore Giusti perché ci facesse il favore di impegnare, o di fare impegnare, al Monte di pietà un'altra medaglia olandese. Giovannino non era fatto per quelle cose, si vergognava; ma io per togliere lui dagli imbarazzi avrei fatto chi sa che, sarei andata chi sa dove.

Nel frattempo Giovannino era rimasto a Pisa in compagnia di alcuni amici tra cui il prof. Giovanni Setti; io però, al mio arrivo, lo trovai alla stazione che mi attendeva. Come mi fu grato! Intanto mentre si aspettava il treno che doveva ricondurre me a Lucca, egli che aveva letto  in un numero della «Gazzetta Letteraria» (26 giugno 1897, Milano Torino) avuto dal prof. Giuseppe Lesca un articolaccio maligno intitolato L'opera di Giovanni Pascoli di un pseudo Arrigo D'Angelo sedicente suo scolaro, a botta calda scrisse lí, su un tavolino del caffè della stazione, questa cartolina al direttore della su detta Gazzetta.

Egregio signor Direttore, la prego di avvertire i suoi lettori che, quanto all'articolo L'opera di G. P., essi debbono credere sino a un certo punto al suo autore. Poiché esso comincia col mentir se stesso. Non ho mai avuto uno scolaro che si chiamasse Arrigo D'Angelo. Ora io vorrei che nell'accogliere, sí o no, le notizie di lui sul mio carattere e sulla mia vita (d'altro non curo), avessero in mente che egli non mi conosce e che io non lo conosco. Qualche cosa egli estrae, e anche senza sottolineare, da un mio opuscolo per le nozze della mia sorella Ida; opuscolo destinato ai familiarissimi, e che io mi meraviglio che sia capitato nelle mani e sotto gli occhi di tale né familiare né benevolo.

A me par sentire non so che veleno sotto quel miele e non so che malvagio sotto quel nome D'Angelo. Ma non importa. Anche se il finto scolaro rivelasse il suo nome e la sua qualità e il suo animo e il suo fine, io né mi meraviglierei, né mi sdegnerei. Piccolezze. Ella del resto, signor direttore, abbia i miei ringraziamenti. Ella ha avuto solo intenzione di farmi onore, e non era obbligato a sapere che quel mellifluo articolista si dava per quel che non era, scolaro, amico, Angelo e via dicendo.

Saluti cordiali dal suo devotissimo   GIOVANNI PASCOLI

Nel numero seguente della «Gazzetta Letteraria» (3 luglio) sotto il titolo G. Pascoli in furia e placato si leggeva una lettera falsa, con dei versicciattoli (Hiemalis), attribuita a lui e firmata col suo nome: era datata: «Noli, 26 giugno 97». Dopo la lettera falsa e la «poesiola» pure falsa, seguiva la cartolina vera di Giovannino, piú su riportata, preceduta da queste parole: «Il giorno seguente abbiamo ricevuto da Pisa anche questa cartolina postale: "Egregio signor Direttore: la prego di avvertire etc. etc."».

Non ci voleva molto a capire che lo pseudo Arrigo D'Angelo e i suoi degni compari cercavano di farlo irritare davvero e forse trascinarlo a polemizzare con loro preparandosi ad altre falsità; ma Giovannino non si prestò al loro losco gioco. [42] Tuttavia per evitare che potessero restare ingannati i lettori di quella Gazzetta, incaricò un amico di rettificare la cosa. La rettifica apparve il 7 luglio nel «Don Chisciotte» di Roma nella rubrica Tra piume e strascichi.

Ma quei malevoli e velenosi signori della Gazzetta non rinunziarono subito alla loro bella impresa, si che nel numero del 10 luglio pubblicarono tre lunghe lettere dirette al direttore; la prima del solito Arrigo D'Angelo datata da Pisa 4 luglio, la seconda di Eug. Cap... datata da Napoli 3 luglio e la terza di C. Magnani datata da Livorno 3 luglio 1897. Si può ritenere quasi per certo che tanto i nomi quanto le date siano falsi. E con questo numero finí la bravata di quegli impudenti.

Ecco ora la corrispondenza di Giovannino con me da Roma.

Una cartolina del 21 giugno dava notizia del viaggio, pensando ai «due canini scottati rimasti lí, piangenti tutti e due... Perché lasciarci in questa povera vita? Abbastanza ci separerà la morte, se pure ci riuscirà».

Altra cartolina del 30.

La giornata di ieri, dolce Mariú, mi passò discreta, modicis impervis, senza bibite che d'acqua. Fui a S. Pietro, ai vespri. Somigliano a quelli del rettore. Che musica! che delizia! Rimpiangevo che non ci fosse il mio angelo a sentir quelle voci d'angelo. Ho già commesso che mi si cerchino le due camere. E ti chiamo subito. Oggi forse mi faccio fare i vestiti leggeri. Come si fa? Mi dispiace molto, ma ... Ti scrivo ora, alle 8¼, questa cartolina, perché non voglio uscir di camera senza scriverti, ma dentro il giorno ti scrivo una lunga lettera per dirti qualche cosa di ciò che capisco io che è avvenire o è avvenuto. Tutti danno ragione a me. Non ho avuto «Marzocchi». Il Ch[iarini] mi sfugge ... Affari non se ne fa con quel signor P[aggi]. Oggi comincerò a mettere in ordine tutto per studiare tranquillamente.

Un bacio, cara Maria, caro Gulí, dolci canini miei, dal vostro ca none   GIOVANNI

La tua cartolina mi fece piangere di tenerezza: o figlia!

Poi la lettera promessa:

Mia cara abbandonatina col tuo Gulí, non mai altra volta ti ho lasciata con piú rimpianto, né ti ho poi desiderata vicina con le tue cure, col tuo affetto, come questa volta. Tra oggi e domani, avrò trovato le due camerine, e ti chiamerò. Ho bisogno di te per consigli continui, per parlarti a ogni momento di tutto. Sono imbarazzato a scriverti, perché sono cose lunghe. Ieri diedi al Casini l'unico «Marzocco» (altri non ne ho avuti, e sí che li ho domandati anche al Chiesa, il quale m'ha lasciato oggi tre poemetti de' quali non so che farmene); lo comunicò qua e là. Il successo è strepitoso. Il Cavazza mi dà assolutamente ragione in tutto e per tutto. Alla «Tribuna» hanno intenzione di battere in breccia. Ho ricevuto proposte per una grande collezione di classici sotto la mia direzione. Sono a cavallo d'una botte. Posso dettar legge. Nessuna paura. Io non bevo. Ieri vidi il Garlanda, simpaticissimo piemontese, che non c'entra con le richieste di denaro. Egli da un pezzo desiderava cose mie. Gli ho promesso In chiesa che farò con la tua collaborazione, ché spesso ti lasciarò la mattinata in questa o in quella chiesa a osservare, e poi comunicarmi le osservazioni. Sta allegra. Staremo quindici giorni di paradiso. Ieri fui ai vespri a San Pietro ... che meraviglia! Oggi sono stato dagli Scolopi. Il Padre Cei non c'è piú. È a Alatri. M'hanno fatto un'accoglienza soave. Hanno molto gusto. Sono altieri di me.

Io ora ho bisogno di te. Attendi nella lettera di domani già qualcosa di concreto. Posdomani scriverò certo risoluto. Oggi sono andato da me da un sarto, dove ho combinato un vestito per 45 lire, nero, di cheviot, al solito. Denaro ne ho speso poco finora.

Domani comincerà il lavoro anche mio particolare. Vedrai che vinceremo. Era ora. Sono stato dal Finali che è entusiasta del tuo entusiasmo. Alla «Tribuna» tempestano per articoli. Alla «Vita» idem. Ne ricaveremo un buon gruzzolo, finiremo i nostri lavori, farò a te un altro vestitino. Decideremo se tornare per Santa Giustina. L'Ida mi fa compassione, ma ella non ci ama, non ci ama. E sí che è amata!!!

Manda subito Myricae, Epos, Lyra, una Cena (un Myrmedon, se ce n'è ancora una 15.ina), un Laureolus a «Luigi Mercatelli  Tribuna».

Gulí, Guliní, Gulinina, mi volete bene? mi cercate sempre? Hai avuto il denaro di Livorno? Mille baci dal tuo padre-fratello   GIOVANNI

Non aver paura! non piangere! mangia! fomma i garin. Tuo tuissimo G. padre tuo e madre.

Sono rimaste anche alcune mie lettere a lui, sfuggite alla caccia che io facevo poi di esse per distruggerle. Ma queste, rimaste e rinvenute quando egli non c'era piú, non ho avuto coraggio di distruggerle sembrandomi che ciò potesse dispiacergli come se io volessi cancellare una testimonianza del mio immenso affetto per lui. Perciò le riporto nelle parti che piú interessano.

In una cartolina del 29 giugno dicevo:

Mio Giovannino, come hai riposato? io cosí e cosí ... Ora ti faccio la relazione della posta di ieri. Il Sogno, che ti ha spedito Gabriele d'Annunzio con la dedica «Al poeta Giovanni Pascoli con infinito amore G. d'A.». [43] Se lo vuoi te lo manderò. È un'edizione come quella del «Convito» in soli 63 esem. Un libriccino intitolato L'onesta viltà di Ugo Ojetti con la dedica «A Giovanni Pascoli che non mi vuole piú bene». La «Vita Italiana». Una cartolina al solito molto bellina di Provenzal... Un libro di M. Antonio Muret e i tuoi tre libri di Poemetti ... Ah! mi dimenticavo di dirti che c'è anche una lettera di Pistelli che dice d'importante questo, che al Col. Naz. domandi del P. Pietrobono e «faccia conto conto che sia lui». Gli devi dire che t'ha scritto cosí. Soggiunge che di lui ti puoi fidare in tutto e per tutto. Poi c'è anche questa letterina della sig. Ida Baccini: «Purtroppo, signore mio buono, io non m'intendo di sep e di topper, ma questo intendo e sento che l'hanno contristato ancora una volta! Io sono con lei con tutta l'anima, con tutto il mio cuore riconoscente e protesto! Mi abbia sempre per sua umile sí, ma devota amica I. B.».

Nello stesso giorno 29 giugno, mandai una lettera.

Mio carissimo Giovannino, il mio pensiero e il mio affetto sono sempre con te. Vorrei che stessi comodo, tranquillo, che non avessi caldo, che non avessi nessun dolore di nessuna specie. E come voglio io? Mi ritrovo continuamente sulle labbra preghiere per te. «Oh Maria, state sempre in sua compagnia, tenetegli la vostra santa mano sulla sua povera testina, fate che non gli dolga, per carità!» ...

Ieri sera arrivai a Castelvecchio di sotto a mezzanotte e mezzo. Trovai al mio arrivo la Maria e Tonino che m'aspettavano presso Savoia. Mi hanno fatto tanta tenerezza e io non avevo portato nulla da Lucca ... A casa entrai che era il tocco e mi misi a dormire alle 2 perché prima avevo voluto leggere quelli articoli che avevo meco che riguardavano te. Quel Mario Pacini non ha mica fatto della robaccia: è un articolo molto bellino e mi pare anche fatto con abbastanza conoscenza di causa. Però non so fino a che punto sia dagli altri considerato buon giudice. Per me è un critico nato ...

Una cosa che mi preme molto di dirti è che non ti lasci ingannare dal tuo cuore per farmi venire a Roma. Figurati se ho poco spasimo di esserti vicina, ma temo per i nostri interessi futuri. Avremmo bisogno di poterci guadagnare con questa tua ispezione. E venendo io, temo forte che ci rimetteremmo, perché tu mi tratti troppo bene, e dimentichi che sono una povera che senza te non avrei nemmeno la polentina. Oh Dio che contrasto! Vorrei venire e vorrei che non ci fosse spesa. Cosa impossibile. Domani voglio scrivere al sen. Finali. Intanto digli tu quanta gioia abbia provato nel ricevere la sua e quanta gratitudine gliene serbi. E fagli un saluto proprio di cuore per me...

Lettera di Giovannino:

Mia dolce Mariú, ti scrivo dal Nazzareno dove 50 e piú alunni fanno il componimento. Ce ne sono quaranta e piú di lic. ginn. (Se ci sono propine si fa un bel gruzzolo!) ... Io assisto con una fame in corpo ... E intanto sino ad ora ho preso appunti su un libro per il mio lavoro dantesco. Lavoro. Tra poco, offendendo un poco la legge, esco, e vado a mangiare e a cercare che mi si trovino le due camere. Ieri non bevvi, figlia mia. E mi trovo meglio. Ma però stetti sino a tardi col Mercatelli e col pres. della dep. provinciale di Bologna, e ho sonno insomma.

Presto spero d'averti con me, carina. Staremo certo piú di 15 giorni. Sicché devi lasciar tutto bene. Comincia sin d'ora a provvedere. Domani sera avrò il mio vestito nuovo e mi parrà di star benone. Quando poi avrò te, nulla da desiderare. Non ho ancora veduto se ci sono tue lettere e comunicazioni. Sono uscito prima delle 8 dall'albergo.

Or dunque ti saluto, ti bacio con tutto il cuore, canina mia, e ti prego di baciare il musino di Gulí che mi cerca. Mille baci dal tuo famelico  GIOVANNI

Coll. Nazz., 1° luglio 1897

Continua, nello stesso luglio 1897, la corrispondenza fra Roma e Castelvecchio, dominata dal pensiero di far andare a Roma anche Maria. [44] Ma, e Gulí? Queste le incertezze, che determinano pure il problema del suo itinerario: andare a Santa Giustina, per lasciare Gulí all'Ida; o rendere piú sacrificata la visita a Roma portandovi anche Gulí? Ecco le lettere: ma qualcuna pare manchi.

Cara Mariuccina soave, comincio col dichiarare che la proposta del giro per S. Giustina prima di venir qua, non è definitiva. [45] Tu devi calcolare (hai l'orario), devi pensare e decidere ... Hai un centinaio di lire. Oggi ho veduto il De Bosis, avvilitissimo: fa pena: sta per trovarsi male, temo che per domani mi farà preparare una camera in un appartamentino vicino al suo, libero. Quando io ho visto, una branda si fa presto a farla mettere per la mia cagnolina diletta. Noi potremo stare cosí per qualche giorno spendendo poco, mangeremo una volta al giorno, accettando qualche invito; ma per ciò sarebbe necessario allogare Gulí dall'Ida, poi che altrove non si può; e torneremmo pieni di soldi, dopo aver finito lavori importanti qui. Decidi: presto, o per la Romagna o direttamente, devi venire, perché a me non regge assolutamente il cuore di saperti sola, di sapere che hai paura, che non dormi, che non prendi il caffè, che non mangi ... Oh! mia unica, mia dilettissima, non sai che da una parte tutto il genere umano non farebbe nemmen muovere nella bilancia l'amor tuo dall'altra parte? ...

Avrei gradito qualche maggior cenno della lettera del Barnabei. [46] Lo l'ho visto una volta sola e mi parve che mi sfuggisse. Non ne capisco nulla. Qua è comparso un altro attacco feroce contro me nella rivista nuova dello Gnoli, dove è il Sogno. Ho veduto Gabriele, il quale vuol venire a tutti i costi a Castelvecchio. (Ova fresche e carne arrosto).

Dunque io ieri sera misi il vestito nuovo, un po' strettino, ma freschino ed elegante, e il paglietta nuovo, elegante (5 lire) ... Ieri (!) ebbi i «Marzocchi» che spedii a destinazione. Ogni tanto sento delle critiche scempie: non doveva far questo, non doveva far quello etc. etc. Senza te, non avendo sfogo, mi arrabbio, qualche volta. Ho scritto al Paggi, per le 100 lire almeno. Nessuna risposta ancora. Ma se vuole essere mio editore, bisogna che snoccioli. Per il Giusti, io direi che di opere poetiche gli si potrebbe offrire la continuazione di Myricae, ossia due volumetti dello stesso formato di Myr. intitolati Canti di San Mauro, Canti di Castelvecchio, con due illustrazioni sole, la nostra casetta ai primi, il cipresso-frate al secondo. Sarebbero opere da mandarsi fuori quest'anno. Una, anche presto. Comincerebbe con La Poesia al poeta ossia, «A te né le gemme né li ori» etc. Ma come condizione preliminare ci vorrebbe o l'acquisto di Myricae o un anticipo etc. etc. Va bene? sarebbero disposti? Qui sta il punto. Noi abbiamo bisogno di sbarcare il lunario quest'anno. Del resto, niente paura, Mariucchin. Figurati Gabriele, ebbe giorni sono oltre 11.000 lire dalla Duse ... No'n ha piú un soldo, e deve volgersi ad amici per avere 200 lire per andare a Venezia! Noi sappiamo tesaurizzare; e uno stroscio di denaro come quello, ci farebbe felici per tutta la vita. E lo stroscio verrà. In tanto cerchiamo di cavarci da questa presente difficoltà, costituita, piú che le altre, da Gulí, poverino. Io direi che la maggior spesa che ci sarebbe venendo tu per Lucca-Pistoia-Bologna (1) (senza entrare!!!)Santarcangelo, e poi Falconara-Roma, sarebbe compensata dalla minore spesa che ci produrrebbe la maggior snellezza qui in Roma. Sarebbe poi il ritorno! Ma noi potremmo utilizzarlo, andando a Urbino... che ne dici?

Fa dire all'Alceste che urge che accomodi il pollaio e la villetta. Dobbiamo ricevere visite. Fatti grande, ché è vero, poverina, angiolino mio, mammina mia soavissima. Tutti si ricordano di te, poverina. Tutti. E io leggo anche dei pezzi delle tue lettere che sono ultrabelle, e tu non te ne accorgi.

Ha scritto l'Incognita ... È la signora Corcos, moglie del celebrato pittore Corcos, che finirà col farmi il ritratto. Eh? Quel fraticello? Ma credo che la voglia convertire al cristianesimo. [47]. Si ricrede, in parte. Tuo    G. padre tuo e figlio.

Di' sempre a tutti, che ti voglio. Ed è vero: ti voglio, poverina. Mi devi far gli appunti in chiesa. Porta la Guida di Roma.

Oggi aspetto lettera da Firenze. Se mai, ti scrivo ancora una cartolina. Sei contenta della mia assiduità? Io della tua sono intenerito, entusiasta! Ogni giorno che passa fa che io ti ami di piú. Dove arriveremo, se va cosí? Quando sarà il nostro ultimo giorno, il nostro bene non ci starà piú nella terra, e gli occorrerà tutto il cielo! Baci senza fine e con infinito amore, canina e canino, Mariú e Gulí, dal vostro figlio padre e fratello amantissimo           GIOVANNI

(1) Però sarebbe meglio Firenze, nel qual caso scriverei a qualcuno. Di' alle genti di costà che non ti facciano venire le paure. Tieni nella camerina l'Hammerless, che ti farà compagnia. De Bosis farà i Poemi Conviviali per sottoscrizione. Cosí incasseremo, non dubitare! Bozze non ne manda il Cecchi?... [48]

La lettera seguente, del 4 luglio, è ancora di attesa, ma già pregusta le affettuose gioie della comune dimora romana.

Cara Mariú, ho ricevuto stamane una tua lettera sconsolata per non aver avuto mie lettere. Ma io t'ho scritto tutti i giorni, caro angelo, e anche due volte in un giorno. Vedrai che è cosí. E non temere che la mia risoluzione vacilli. No: io ti voglio qua e presto, pid presto che sia possibile. Oggi vado a stare nella camerina offertami dal nostro amatissirno Adolfo. Farà mettere un lettino anche per te. È già combinato. Sicché vieni, o direttamente o per la Romagna, consegnando Gulí... Se anche credi di portare Gufi, pazienza... Ma l'Ida mi fa pietà; sempre l'aiuteremo, perché, non ostante la terribile inimicizia di tanti, finiremo col metterci in pari. Oh! Dio la protegga, la faccia uscire felicemente da questo secondo parto, e le insegni poi! ...

Andrò domani, potendo, dal Finali per scuriosarmi sulla tua lettera festiva, endimanchée, che deve essere molto bella! Oh! sí: la voglio vedere ... E non dubitare che terrò a mente tutto e rideremo quando saremo a pranzo, noi due soli, qua ... Pur che tu venga, io non metto condizioni. Scrivi pure con le buste (brutte) dell'Orvieto. Io ti scrivo con la magnifica carta del De Bosis. Oggi è domenica, è giorno di trasloco: non si lavora. Fra poco, andremo a colazione Adolfo, Gabriele e io. È caldo, ma lo porto pazientemente pensando al tuo. Dentro oggi manderò le penne. Serviranno poi anche a me, poverina ... Paggi niente! che abreo!

Mi dispiace del granoturco, ma a quest'ora sarà piovuto. Oggi qua è torbato; ma non pioverà né tonerà. Se tona, farò come vuoi tu, soave e timida Mariú.

Bacia Gulí, e saluti alla Maria, alla Chiara, al Tono, al Mere, a tutti. A rivederci presto, adorata mia! Sii coraggiosa, pronta, col tuo nome e cognome sulle labbra in ogni circostanza. Sono la sorella del prof. etc. etc. Tanti tanti baci dal tuo padre-figlio-fratello GIOVANNI

4 Luglio 1897

Indirizza di qui innanzi: G. P. – presso A. de Bosis – Palazzo Borghese – Roma.

Con altra lettera senza data, ma di questi giorni, la sollecita ancora, dopo che quasi tutto è preparato per la venuta della sorella («Appartamento bello, libero, comodissimo... Il tuo lettino non c'è ancora, ma ci sarà messo subito... Venendo il giorno fa capo a Palazzo Borghese... dall'avv. A. de Bosis. Noi stiamo Montedoro 27»). Ed ecco ormai la partenza di Maria: nei giorni ultimi dell'attesa, il Pascoli s'incontrò col D'Annunzio.

Cara Mariú, dunque confermo le precedenti lettera e cartolina. Spero che questa ti trovi nella febbre dei preparativi. Vorrei che tu, poverina, ti assumessi l'improba atroce fatica del viaggio per la Romagna, per depositare Gulí; ma... pazienza!

Vieni dunque, angiolino mio. L'appartamentino è proprio bello. Ci ho dormito relativamente bene, perché per il caldo non posso prender sonno. Avrò dormito due ore. Ieri fui a colazione con Gabriele. Egli andò a comprare i Poemetti. A tavola lesse l'ultimo. Lo ammirò. Lo rilesse forte a Rastignac (Morello) e De Bosis. Fu un piccolo coro di lodi. Gabriele è molto amabile, ma molto diverso. È raffinato ultra.

Son qui al collegio che faccio l'assistenza agli assistenti... Bisogna che stia attento! Il padre Cei verrà uno di questi giorni. Mi manderai o per lettera o per telegrafo notizie del tuo arrivo approssimative o sicure, secondo che potrai ... La colazione la faremo in casa con qualche cosa di freddo. Va bene? Vedrai che staremo benone.

Non ho altro da dirti per ora, se non che ti voglio bene, mammina, figliolina, sorellina mia! A rivederci presto. Tanti baci dal tuo padre-madre-fratello e figlio  GIOVANNI

5 Luglio 1897

La lettera di ieri fu soprainscritta dal De Bosis e impostata dal cameriere di Gabriele.

Qui la corrispondenza si interrompe. Maria venne a Roma e girò per la città col fratello (ma naturalmente non senza Gulí, fotografato da Ojetti con i due padroni e il De Bosis). Sembra che siano partiti per Castelvecchio prima che terminasse luglio, facendo questa volta la strada di Romagna per risalutare l'Ida e la Nannina (e per fare gli auguri a un nascituro), come fa capire anche la lettera dell'11 agosto all'Ida.

Ma già ai primi di agosto l'amico Adolfo scriveva al «caro Giovannino» dicendo subito, fra l'altro, qualche cosa su quello che doveva essere stato frequente e doloroso argomento delle conversazioni romane con «l'avvocato» de Bosis. «Mio caro, mio caro Giovannino ... Disprezza e dimentica i Ceci. [49] Hai visto che è ufficialmente annunziato il concorso per l'Università di Roma? Io, al posto tuo, mi presenterei. Se non ti eleggono, sarà non senza loro vergogna ... L'Ugojetti non è in Roma... :[50] dirò che mandi le fotografie di voi e di Gulí nelle quali io son ... quarto fra cotanto senno» (agosto 1897, il giorno è poco chiaro, fra l'1 e il 10). In un'altra lettera di poco dopo, che lamenta di non aver potuto restare in Abruzzo «al trionfo del nostro Arcangelo», trionfo elettorale nel Collegio di Ortona a Mare (30 agosto), il De Bosis aggiunge: «... sono a tua intera disposizione quanto all'affare Ceci. Con grande piacere rappresenterei la parte civile: povero ma ardente difensore della tua buona causa. Ma ... che intendi dire? Mentre le cose stanno avanti i tribunali, e anche dopo, bisogna non scegliere per altre vie. È un vecchio aforisma legale: Una electa, non datur recursus ad alteram...» Insomma, scatti decisi e irresolutezze si alternano nell'animo del poeta.

Quell'accenno al trionfo dannunziano richiama un episodio che va ricordato. Già nel «Giugno 1897» era venuto a Giovanni un ritratto del D'Annunzio in abito da caccia alla volpe: «A Giovanni – Gabriel». Ma piú importante, se pure indiretto, episodio si ebbe fra loro nell'agosto, durante la campagna elettorale che il poeta abruzzese faceva nel Collegio di Ortona a Mare. A Pescara il 22 agosto egli pronunziò quello che fu detto il Discorso della siepe, esaltando la proprietà come mezzo per «difendere l'integrità della nostra persona» e dandone come simbolo «la siepe tenace ... e viva». Queste parole, per qualche somiglianza con alcuni suoi sentimenti, interessarono il poeta di Castelvecchio che, pur con altro tono, aveva già nel 1889 cantato La siepe (era nelle Myricae) e che ora andava compiendo i Poemetti, ove nell'Accestire andava appunto cantando La siepe come segno di difesa della proprietà familiare. Cosí, echeggiando il discorso dannunziano, il 30 agosto fece pubblicare nella «Tribuna» lo scritto La siepe indirizzato proprio «A Gabriele d'Annunzio»; e diceva. fra l'altro: «Oh! chi ci rende le siepi che terminano i piccoli campi? chi ci dà il modo di concepire almeno uno stato degli uomini, quieto non inerte, buono ma libero, felice sebbene mediocre?...» Solo Severino udremo poi protestare da lontano per queste difese della proprietà... [51]

Intanto i due fratelli erano rientrati a Castelvecchio, tutt'e due indaffarati sia pure in diversi lavori: anche perché si profilava ormai un trasloco per il prossimo anno scolastico. Ecco la lettera all'Ida dell'11 agosto, scritta alternativamente da Maria e Giovanni (cui spetta la seconda parte).

Nostra amatissima Ida, ancora non abbiamo ricevuta una tua riga con le notizie tue e di Nannina. Nannina, quando partimmo, non stava perfettamente bene ... Tu avrai ricevuto una cartolina di Giovannino. Lo credi che non ho piú la testa? tra il desiderio di te, la posta grande di Giovannino con alcune lettere veramente sconfortanti e i gravi pensieri di tutti i generi io mi sento male, male, male. Oh Ida! se fossi qui! Prevedo che per ora non mi sarà cosí facile lavorare per la mia Nanna, perché debbo sistemare la casa e provvedere qualche casetta per noi, specialmente in vista dei nostri viaggi...

Abbi pazienza se non ci dilunghiamo. È l'ora della posta e Mariú ha da fare per certi pacchi di libri da mandarsi al Ministero. Quest'altra settimana riceverai un pacco. Sta allegra. Può darsi che la fortuna si vergogni di essermi cosí nemica. Se può sorridermi sorriderà anche a te e a Nanna e a Mariolin ... Amaci, cara Ida, e da' tanti bacini, e fatteli restituire anche per noi, alla nostra Nannina, e di' anche qualche parolina intima e misteriosa al nascituro nostro figlioccio.

GIOVANNI e MARIA

Viaggi di trasloco: per dove? il Pascoli resta sempre con l'animo fisso a Roma: ma sappiamo che la Facoltà, e il Ceci in particolare, non gli erano favorevoli; con quel desiderio il poeta abbozza (ma forse non invia) una lettera a un illustre Maestro, certo di Roma, nella quale – fra giuste proteste, dichiarazioni di umiltà e insieme parole di rivendicazione – chiede che invece della cattedra di Roma sia messa a concorso quella di Bologna, per essere poi egli trasferito a Roma: «non per capriccio io non potrei tornare a Bologna, nemmeno se non avessi altri mezzi di sostenere la mia vita!» Ad ogni modo egli si rassegnerebbe a non protestare «non solo per la mancanza che ho assolutamente di spirito battagliero, non solo per la mia dignità, ma per rispetto a loro».

In questi giorni di trambusto, si rifà vivo da Firenze, il 12 agosto, l'amico Ferrari: ma dato ciò che richiede (e non tanto per la correzione della prosa Ricordi di un vecchio scolaro, quanto per le notizie biografiche) ricorre piú confidenzialmente a Maria.

Pregiatissima, perdoni se ho l'ardire di seccarla, ma l'αππετιτο non conosce leggi. Ora il suddetto signore mi obbliga a passare qua le vacanze, solo, per cucire due Antologie. Giovannino, prima d'essere poeta civile, fu lungamente poeta georgico, io ero e sono rimasto un incettatore di roba altrui unicamente buccolico; voglia pertanto, Lei sí buona e gentile,, rimandarmi il piú presto possibile la bella prosa di Giovannino ricorretta degli errori di stampa, prosa che le mando in bozze; che fece e fa venire le lagrime agli occhi a piú d'uno. Se volesse mettere qualche dichiarazione biografica di Giov.?! ma è un chieder troppo. Tante cose a Giov.: rispettosamente La saluto e ringrazio. Devotiss.    SEVERINO FERRARI

La lettera ha ancora un'eco dei giovanili «motti», in quel buccolico in cui sta la giustificazione del suo lavoro di antologista; pudico poi quell' «appetito» in caratteri greci!

A Severino rispose invece Giovanni: ché questo biglietto senza data è certo in relazione al precedente, per quell'accenno alla «biografia».

Caro Severino, tandem aliquando. Scrivo io, perché Mariú affaccendata; scriverà a comodo. Scrivo io per dirti di venir su a prendere un po' di fresco. Vieni a Lucca; prendi la diligenza di Barga – piazza S. Andrea. Il meglio sarebbe se tu venissi col Maghetto, che dà ad intendere d'aver molto da fare, per non venire. Venite, vi prego, vi scongiuro. Datemi questo conforto. Io ho proprio bisogno di vedere una faccia amica (sarebbero due!), di parlare a un cuore (due) fidato! Venite scrivete venite! ... Presto presto. Ti rimando le bozze. La biografia non la so. Tuo  GIOVANNI

Altri biglietti che insisono per la visita – il 15, il 24, il 28 e anche senza data, proponendo il primo incontro a Lucca col Brilli e altri, per salire poi a Castelvecchio – scrive Giovanni in questo agosto. Ma ancora piú legata agli antichi tempi di sentimenti ribelli (ormai ripiegati quasi solo a pallidi o amarognoli «motti»!) è l'altra lettera di Severino del 27: certe puntate contro il D'Annunzio sfiorano anche Giovanni: cioè i due autori della Siepe.

Caro Giovanni: va male! con tremila (che tante ne ho) si campa di chiodi. Non ho avuto il danaro da venire a Barga. Il 1° vado ad Alberino a vedere mamma! il 15 torno qui a finire due antologie. Le antologie, amico caro, sono la mia gloria dacché sono il mio pane! Ma, a che rattristarsi? Tu, piú superbo, non ti lagni! Ma io, io mi dolgo dell'incretinimento precoce. Precoce? Precoce da un pezzo. Adunque, alla fine di settembre. Ti sono molto grato dell'antica affezione. E grato sapessi come!!

Ma ti attacco in un articolo ove parlo incidentalmente del discorso del D'Annunzio elettorale. A un dipresso dirò: Ma anche l'amico degli anni miei giovani consente in queste idee? Si rimane cosí in pochi a sposare la causa dei poveri. E che gusto dire alle trecciaiole (non frecciaiole) di Signa, a 60 cent., e ai braccianti della plaga mia «figliuoli, io che sono ..., io vi dico di benedire nel nome di Esiodo!» Esiodo? Ma è inutile! Quelle prostitute di Leonida e di Epaminonda e quel masturb. di Saffo sono pure de' bei luoghi comuni per dar pane agli affamati e vino agli assetati.

Sono motti! non tutti. Voglimi bene. Tuo aff.mo      SEVERINO

Rileggo la lettera. Non ho voglia di farne un'altra. Sai che tu non c'entri. Mi sono sentito ribollire il sangue al D'Ann. Ecco tutto! Firenze, Via Nazionale, 36 – 27 ag. (giorno di allegria mesta) 97.

Giovanni, recente pur lui delle due Antologie latine (1895 e '97) e avviato alle due italiane (1899 e 1901), sta però ora piuttosto in colloquio ideale col Leopardi: del 1896 è il discorso Il Sabato, del 1898 La Ginestra. Del 1896 (tra febbraio e ottobre) sono quindi alcune ordinazioni di libri allo Zanichelli di cui il poeta riceve la fattura il 18 dicembre, per L. 46.45. Ecco il non inutile elenco di libri: «PATRIZI G. Leopardi; Catalogo manoscritti G. L.; LEOPARDI Errori popolari; Epistolario; Studi giovanili»; oltre al Virgilio del Comparetti, la Metrica dello Zambaldi, la Gerusalemme commentata dal Ferrari, e pochi altri.

Fu in quell'estate, il 3 di agosto, che si incontrarono a Barga il sen. Mordini e Matteo R. Imbriani: e dalla terrazza del caffè Capretz «contemplarono il tramonto»; ma non è certo che il poeta fosse già tornato: tuttavia egli lasciò memoria di quell'incontro in una bella epigrafe che lassù tuttora si legge.

Il 15 agosto accadeva un fatto che suscitò grande emozione in Italia, e naturalmente nel sensibile poeta: il conte di Torino, V. Emanuele di Savoia Aosta, si scontrava in duello all'alba, in un bosco presso Parigi, col principe Enrico di Orléans che aveva insultato l'esercito italiano, a seguito della sconfitta di Adua: e l'italiano feriva il francese. Nell'entusiasmo il Pascoli iniziava uno scritto che però, come tanti altri, non conduceva a termine. L'aveva intitolato Le due spade. «...Io sentii nel mio cuore il minimo murmure, che era la gran voce del popolo italico; e diceva: "Conte di Torino, a fondo! . . . Bravo! Hai vinto; ho vinto... Io sono un povero popolo... Ma, principe italiano ..., voi lo sapete che io lo meritavo... di essere rappresentato da voi ..."» [52]

Già da qualche tempo c'era però nel cuore del Pascoli un altro piú profondo travaglio sociale e politico: e ne è coinvolta a tragedia la storia stessa del tempo. Il senso del male e del dolore proprio e familiare [53] si amplia nel male e nel dolore umano; i sentimenti umanitari di un quasi cristiano socialismo si ritraggono offesi davanti al freddo «marxismo» che «ha voluto essere una scuola e doveva essere una religione. Doveva parlare piú d'amore e meno di plusvalore, ... piú d'umanità che di classi...» Matura cosí la crisi del suo giovanile socialismo: ma ora ne trae solo lo spavento che le nuove forze politiche sociali (comprese le marxiste) non sapranno piú frenare la terribile guerra delle nazioni. Ebbene se nascerà il conflitto, l'Italia, oppressa e umiliata dalle altre nazioni, accetti la sfida e «combatta disperatamente»: questo dice il fremente articolo Allecto che, col nome di una furia, mandava nell'estate al Mercatelli per la «Tribuna», ma che il giornale non pubblicava. Vi sentiamo germogliare il seme politico che si svilupperà dagli anni di Messina e fino all'estremo discorso su La grande proletaria... [54]

Tuttavia, nella piuttosto solitaria e povera vita pascoliana, fermentano sempre vivi i sentimenti e le preoccupazioni familiari. Continua, non priva di notizie interessanti, la corrispondenza con Fida: e qualche volta egli sa anche scherzare.

Cara Ida, abbiamo da ieri sera in casa, coi due rotolini della tua conservina, le venti bottiglie... Come venti? Erano ventidue; tu mi dirai. Ma io ti rispondo: una, di quelle dell'etichetta, si è rotta in viaggio, un'altra, di quelle dello spago semplice, me la sono bravamente bevuta ieri sera. Ora attendiamo lettera che ci dia la chiave di molti misteri di spago, di cartellini, per dar luogo ad essa nel nostro cantinino, in bell'ordine. Abbiamo ammirato l'etichetta delle bottiglie di vino bianco, ma abbiamo anche fatte alcune osservazioni. Le ascolti Salvatore! Prima di tutto:

Vino Bianco – S. Giustina – S. Berti.

Che cosa c'è, di queste tre persone o cose, dentro la bottiglia? C'è Vino Bianco, o S. Giustina, o S. Berti? Mettiamo che sia piú probabile che si contenga in essa il vino bianco. Bene, ma resta un mistero. Chi è dei due santi, che seguono, il produttore? Santa Giustina o San Berti?

Ma lasciamo lí. Noi diciamo che era molto meglio chiamare quel vino divino cosí:

Champagne Budriol – de Sainte Justine – (S. Berti producteur). [55]

Si prepara il produttore a farci il vino? In tanto grazie infinite, Salvatore, della tua liberale spedizione. A buon rendere! Ma aspettiamo che tu sciolga gli enigmi dello spago e dei cartellini, per etichettare il tutto. In verità abbiamo necessità d'una tua lettera, cara Ida ...

È iniziata ancora la campagna per il recupero dei vostri danari dalle grinfie Davidiane? Se no, Salvatore la inizii...

Sto facendo un romanzo per bambini, che dedicherò a Nannina. Sei contenta? ... Oggi aspettiamo tua lettera. Ti vogliamo bene. Bariamo Nannina. Salutiamo Mariolin. Riveriamo e adoriamo San Berti protettore di Santa Giustina.   Tuo GIOVANNI, tua MARIA

Barga,  Sett. 1897

Della gran questione del mutuo fatto dalle sorelle alla zia David, e mai riscosso, se ne è parlato e se ne parlerà a lungo. Ma non riparleremo piú «del romanzo per bambini» che non fu mai fatto e che sarà stato La Befana di cui scriveva al Brilli il 13 settembre: anche se poi tornerà su questa idea, o affioreranno altri titoli come Il piccolo Don Chisciotte...

Giungeva intanto notizia di una imminente nascita a Santa Giustina. Maria prima del 10 settembre va dalla sorella, lasciando solo Giovannino a Castelvecchio (lett. del 21 sett. a Maria, e del 26 sett. al Pistelli, edita dal Vannucci p. 163). Questa solitudine, e il pensiero della ripetuta maternità di Ida e della propria incerta sorte come insegnante (e ci sono i recenti «attacchi del Pirandello e dello Gnoli [56] che mirano a stabilire la mia decadenza»), turbarono nuovamente di esa gitazione l'animo di Giovanni: ne è cupa eco una lettera al Brilli del 13 settembre. [57]

Io sono solo solo... E cosí posso sfogarmi un poco, perché bisogna pur che nasconda a Maria i miei segreti dolori o presentimenti. Vedi: sarà neurastenia, sarà autosuggestione, sarà effetto della vita forzatamente casta e orribilmente mesta, ma io passo certe ore, meglio certi giorni, in cui mi pare di dover morire ..., perché il cuore mi si frange all'improvviso. Batte, batte, mi pare di sentire da un momento all'altro l'ultimo scricchiolio e poi piú nulla... Pensando e ripensando, ho ben deciso di dare e mantenere le dimissioni da qualunque posto ... Dunque dimissioni! E prima della fine del mese saranno date. Ma io vorrei non perdere i miei quindici anni di servizio, quindi intendo dare alle dimissioni come principale motivo la mia neurastenia, di cui offrirei anche un certificato... Vedrai che campo lo stesso. Ma ci vuol coraggio. E a me il coraggio è tanto diminuito dal pensiero dell'avvenire del caro angelo Mariú! Lei maritata (io potrei sei mesi aver l'una e sei l'altra, coi loro figliolini!) io sarei sereno e aspetterei sereno lo scricchiolio fatale, sicuro che, se campassi due o tre anni ancora, lascerei loro in oro e in diritti d'autore e in altro assai da vivere. Invece cosí temo, temo, temo ... Mi fa tanta pietà quella povera pallidina, che pende da un mio cenno, che vive della mia vita, che si rabbuia quasi se io accenno alla fortuna che lei può avere di maritarsi anche lei! Ora è lontana. Santa Mariú, io prego proprio lei: Santa Mariú, la piú santa e soave delle sante... [58]

Ma intanto era nata all'Ida un'altra bimba, Myriam; e Giovanni e Maria, che cosí vedevano rinnovati i loro nomi, si commovevano.

A Barga si veniva poi ora preparando una festa solenne per il Pascoli: e il 20 settembre fu nella sua vita barghigiana un giorno che segnò per il futuro (non ostante oscillazioni e minacciate rinunce) un definitivo vincolo con la patria toscana di adozione. In quel giorno patriottico, alla presenza del sen. Antonio Mordini prodittatore di Garibaldi e dell'amico Giuseppe Salvi, il poeta – dopo una deliberazione consiliare del 10 maggio – era proclamato cittadino di Barga. Sulla cerimonia egli scrive a Maria una lettera del 21, pubblicata frammentaria dalla sorella, in un opuscolo del 1912.

...Ieri dunque fu la festa. Andai col Brogi sul barroccino del Topo. Ero in ritardo. Avevo preparato un discorsino. Si va nella sala della «Cristoforo Colombo» su un palco, con tutta Barga nella sala. Il Mordini comincia a parlare tessendo i miei elogi. A un certo punto mi descrive umile e affabile aggirarmi tra loro, tra tutti, con la mia cara e buona signorina sorella, sempre insieme ... Io chino la testa e piango. Continua con nobilissime parole, e poi commemora il 20 settembre. Poi il sindaco dice della pergamena e me la presenta. (La pergamena mancando della firma di uno degli assessori non è ancora in casa, ed è stata, col mio permesso, esposta da Italiano: si fa una gran folla intorno alla vetrina.) Io rispondo col discorsetto. Grandi applausi. Si scioglie l'adunanza e si va al banchetto. [59] Brindisi del Salvino a me, sentito. Rispondo improvvisando, interrotto tre o quattro volte da applausi rimbombanti. Il Mordini è commosso e risponde caldamente. Parlano altri... Tuo   GIOVANNI

Le «parole pronunciate» dal poeta «nella sala Cristoforo Colombo» dopo essergli stata conferita la cittadinanza, pure pubblicate, ricordano che egli volle stabilirsi là «né già per un commercio ... né già per un calcolo ...» ma «per contemplare il sole che tramonta dietro il monte forato, la luna che pende come una lampada accesa sul colle di Barga, per aggirarmi all'ombra di castagni e parlare coi cuori dei contadini ...». E, dopo proteste di umiltà, conchiudono: «E perché lavoro, se non lavoro per le lodi e per gli onori? ... Per consolare me stesso della miseria ineluttabile del vivere, e insegnare agli altri la consolazione che ho trovato per me . . .» Matura sempre piú il poeta maestro e consolatore.

Anche Giovanni prima della fine di settembre andò in Romagna e con Maria fece da padrino nel battesimo del non piú «nascituro figlioccio» (lett. 11 agosto e 17 nov.). Il 28 era già in viaggio per Firenze, diretto a Santa Giustina; ma ne ripartiva presto, ché il 10 ottobre doveva essere a Roma per la sessione autunnale al Nazzareno; e appena a Lucca annunziava alla sorella Ida il «viaggio felice» di ritorno. [60]

Durava però sempre l'incertezza per il nuovo anno scolastico (difatti, burocraticamente, lo stato di servizio del prof. Pascoli porta questa scritta: «Confermato prof. straord. di Gramm. greca e latina nella Università di Bologna per l'anno 1897-98. Decr. Ministeriale 6 Ottobre 1897 – L. 3.500»); e correva fra l'altro la voce di una sua «nomina ad Ispettore»; ma «io non ci sono nato. Potrei però fare del bene ai poveri derelitti» (cit. lett. 26 sett.); anzi pareva per la seconda volta rassegnato, secondo certe notizie, a una nomina a Torino.

Non ci restano lettere della dimora a Roma per gli esami: prima della fine di ottobre i fratelli sono di nuovo a Castelvecchio: ce lo dicono le lettere a Ida; e già andavano giungendo piú precise notizie della nomina all'Università di Messina (dal Pistelli il 20 ottobre); tanto che poco dopo Giovanni scrivendo a Ida diceva: «Noi sappiamo ufficiosamente che sono nominato ord. a Mess. Ma la notizia ufficiale non è giunta ancora, e... io dubito. I nemici abbondano e possono... bisbigliare all'orecchio del Min. qualche cosa, specialmente riguardante la politica contro me...».

Finalmente il 27 ottobre era firmato il decreto. Dice il solito stato di servizio: «Professore Ordinario di Lett. Latina nella Università di Messina. (Decreto) Regio 27 ottobre 1897 (L.) 5.000»: ma ai primi di novembre, come afferma in una lettera ad Augusto Ferrero, il Pascoli non ne aveva ancora comunicazione sicura.[61] Il merito era dell'amico Giovanni Codronchi, il quale d'autorità, senza indire il concorso ma con una nomina per meriti speciali, aveva rotto gli indugi di tutti. [62] Cosí il Pascoli otteneva due desiderati vantaggi: la cattedra, non piú in sottordine, di letteratura latina, e un discreto aumento di stipendio. Ma, al solito, la notizia mescola alla gioia del poeta ansie e delusioni, anche per la lontananza: scriveva nel dicembre al Pietrobono da Castelvecchio: «Arrivo qui con la piena fede di dover venire a Roma, e mi sento destinato a Messina (grande piacere! ma quale responsabilità! quanta spesa! che spostamento!)». [63] Nell'intimo però il Pascoli era soddisfatto; anche per motivi che si potrebbero dire familiari e per la gloria paesana (sentimenti che torneranno drammaticamente ingranditi nella successione al Carducci): il 5 novembre ne scriveva, con Mariú, all'Ida, e con nuova incertezza il 17; ma il 2 dicembre si affrettava a darne comunicazione ufficiale al suo San Mauro, in persona del Sindaco: «io porto con me, piú lontano e perciò piú ardente, l'affetto per tutti».

Ecco, intanto, una lettera dei due indaffarati fratelli, il 5 dicembre.

Cara Ida, ti accludo il mese di Novembre ... O cara! noi siamo da un pezzo senza tue notizie, senza notizie delle amatissime piccine! Che dobbiamo dire? E sai che noi siamo in tal da fare, che nessun altro si può paragonare. Mentre io ho bisogno di tutta la calma per il lavoro atroce che ho ancora da compiere, mi si sollecita a partire, per vincere le ostilità che mi minacciano! Dobbiamo tutto mettere a soqquadro, e nel tempo stesso continuare a lavorare serenamente, pianamente, meditatamente. La febbre con la calma mal si accorda! Del vino, se già non è in viaggio, mandamene solo una damigiana, che basterà per il poco tempo che ci rimane. Forse io dovrò partir prima, poi tornare a riprendere Mariú, poi di nuovo il viaggio in due, anzi in tre! Imagina le spese! Imagina le fatiche! le noie! la stanchezza enorme! tre e tre sei e tre nove nove giorni di viaggio mi si destinano! Ma bisogna essere pazienti! Per che poi?

Scrivi dunque e consolaci con le tue buone notizie almeno! Baci infiniti a Nannina e Myriam, poverine, e saluti a Salvatore, e un abbraccio a te dai tuoi afJ.mi   GIOVANNI e MARIA

Il tempo libero in questo scorcio di vita barghigiana il Pascoli l'aveva destinato anche a tre interessanti articoli, ricchi di traduzioni poetiche, sulle nuove scoperte papiriologiche; e li intitolò: Dalle tombe egizie – Bacchylides (I e II) e Menandro (III). [64] Con due letterine del dicembre li inviava al Mercatelli, il Ras, per la «Tribuna». [65] Gli articoli comparvero sul giornale il 29 dic. 1897 e il 3 e 10 gennaio 1898.

Aveva anche bozze da correggere, e preparava il corso universitario; e pensava, ma senza riuscire a conchiudere, a quell'Inno per San Giuseppe Calasanzio, fondatore degli Scolopi, che aveva promesso al padre Luigi Pietrobono, rettore del Collegio Nazzareno, col quale appunto nel 1897 cominciò quella viva amicizia che certo fu profondamente utile e confortevole per l'inquieto poeta. E proprio della fine del dicembre è la prima lettera del Pascoli a «Gigi Bono» in cui dà le notizie già accennate; e quanto all'inno scrive: «Ogni giorno il mio pensiero s'è provato a far l'inno al Fondatore delle Scuole Pie senza riuscirci. È rimasta, del mio lavorio, solo la visione iniziale di Gesù presso il lago, coi bimbi che gli vengon vicini...»[66]

Non ostante le incertezze e i timori che potevano fargli affrettare la partenza, il Pascoli riuscí a fare il natale e il capodanno nel suo Castelvecchio. E anche abbastanza serenamente: lo scrisse all'Ida il 29 dicembre.

Cara Du, abbiamo ricevuto ieri sera il cappone, bello, fresco, stillante di grasso, ammirato dagli altri, da noi accolto con lagrime di tenerezza. Poverina! Anche a noi duole il cuore di doverci partire ed essere cosí lontani; ma vedrai, alla prova, che le comunicazioni sono piú rapide che con Barga. Ti manderemo di là dolci e aranci ... Prima di partire (sarà il 3: andremo a Roma dove staremo cinque o sei giorni e ti scriveremo) ti manderemo un altro pacchettino ... Gulí saluta Nerone, Phryne e Alí. Saluta affettuosamente Salvatore.

Ama i tuoi    GIOVANNI e MARIA

Ci fu tuttavia un'ultima beghetta: il pagamento allo Zanichelli di quei libri specialmente leopardiani che ricordammo; il Pascoli aveva lasciato i denari a Severino, ma il Ferrari se ne era dimenticato: nel dubbio, era però disposto a pagare lo stesso, come diceva in due lettere, una di fine d'anno e una proprio del 31; finché il 1° di gennaio 1898 scriveva:

Caro Giovannino, sta pur tranquillo: mi sono risovvenuto perfettamente di non aver pagato, e, se non ho la ricevuta, e lo Zanichelli non trova il pagamento, rimedierò io; ché tu non c'entri. Buon anno a te alla tua gentile signorina sorella, da tutti. Io vivo fra Bologna e Firenze, ma il mio domicilio é a Firenze, Via Cittadella 25. Tuo

SEVERINO

Cosí si conchiudeva «l'anno piú triste» per Giovanni, al dire di Maria, ma con all'ultimo un raggio di luce: balenava una sistemazione piú stabile (dopo due anni di provvisorietà) e finalmente piú onorevole (la cattedra di letteratura latina). Apparivano, se pur lontani, il sole e il mare della Sicilia: e ne verrà un nuovo approfondimento dell'uomo e del poeta.

 

Note

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[1] [Questo accenno ci richiama alla vivace importanza che gli uccellini ebbero nella casa del Pascoli (non per nulla egli amò Paulo Ucello). Rivelatrice (anche per il clima sentimentale della famiglia) la lettera che Maria scrisse da Castelvecchio il 24 agosto 1920 all'avv. Enrico Masetti (figlio di Pietro Mastri): «Non avrei mai immaginato che gli uccellini di casa nostra potessero creare ombre per la loro prigionia. Essi non venivano imprigionati da noi. Alcuni erano comprati da Giovannino da un venditore che li teneva già schiavi... Altri ci venivano donati, specie i canarini, e, anche volendo, non era possibile restituirli alla libertà ... Altri infine li allevavamo di nido. Ce li portavano ... implumi. Quando erano ben bene cresciuti, anche con la gabbia aperta non partivano ... Stavano... per casa liberi senza abbandonarci. Cantavano tutti allegramente. Un merlo, il nostro Merlino allevato di nido ..., rimasto con un'ala imperfetta, incapace quindi al volo, ci morí qua nel 1907 dopo 17 anni di vita con noi. Aveva le penne bianche nelle ali e le cateratte gravi su gli occhi. Ma ci sentiva sempre quando gli andavamo vicini e ci apriva la bocca come quando era piccino. Povero Merlino! Ha il suo piccolo ricordo qui». La «tomba» di Merlino è in un blocco di marmo antico posto in una nicchia nella Chiusa; vi è grafita rozzamente un'epigrafe a firma G. M. P.; l'epigrafe, nascosta dietro il marmo, non è mai stata trascritta, e compare per la prima volta nel cit. volume degli Scritti inediti. Si veda anche pag. 294 e 298.]

[2] [La casa di Castelvecchio, o meglio di Caprona (veramente era «ai Caproni», da un cognome diffuso tra la gente del luogo; anche lo Zi Meo e il dott. Alfredo — amico e consigliere del poeta — erano dei Caproni; il Pascoli stesso in alcuni versi scrisse: «ode l'eco di due doppi, — di San Pietro e di Caproni»; ma fu il poeta stesso che modificò il nome, forse per reminiscenza dantesca, a cinque o sei chilometri da Barga, e in mezzo scorreva la Corsonna, fu veramente il rifugio creato a se stesso dal poeta, il luogo di riposo, di semplice svago quasi contadinesco (pag. 674) e di originali e anche altissime ispirazioni (perfino linguistiche): da quelle dei Canti di Castelvecchio a quelle eroiche che lo stesso paesaggio ispirava (pag. 963). L'ampia casa a tre piani, con la bella altana aperta sulla valle della Corsonna e di fronte alle Apuane, aveva dietro sé un vasto orto, la «Chiusa», che si stendeva fino alla chiesa di San Nicolò (col suo sonoro campaniletto). Luogo lontanissimo, specialmente allora, per la mancanza di comunicazioni dirette. Quella dimora gli procurò anche beghe e dispiaceri (i contadini allontanati dalla Chiusa, i contrasti politici, il frastuono delle campane...): ma non seppe abbandonarla piú e verrà via via restaurandola e abbellendola. Maria compí l'opera, e ampliò anche i possessi di terra, attorno, cui Giovanni aveva per necessità rinunziato. Un fascicolo a Castelvecchio raccoglie molte delle carte che riguardano l'affitto (1895) e poi l'acquisto (1902) della casa: ivi anche una minuta descrizione della proprietà. Il contratto di affitto (10 ottobre 1895) comincia con pari data ed è rinnovabile di anno in anno: il proprietario cap. Antonio Cardosi Carrara concorda il canone annuo di lire 450 per la «Villa con terreno annesso circoscritto dai muri sotto i rispettivi confini»: l'affittuario «dovrà coltivare l'annesso terreno locatogli, come piú gli talenta per ricavarne quel fruttato che resterà a intera proprietà del medesimo». La descrizione dice che la «villa ha avanti a sé una vasta chiusa contornata da muro» data da «un orto riducibile anche a giardino», con il pozzo. «La villa si compone di tre piani : il primo piano si compone di una cucina, un salotto da pranzo ed altra stanza attigua. Il secondo piano di una sala, due salotti da uno dei quali si accede ad una terrazza coperta e di bella prospettiva, di camere da letto» (nella sistemazione pascoliana questo primo piano — che può servire a dare un'idea dell'assieme — ha il grande studio, le due stanze da letto dei fratelli, e altre tre camere, una delle quali — un salottino — dà sull'altana dalle eleganti bifore); il terzo piano, a tetto, è come il secondo; piú «cantina, legnaia, ecc.». Interessante la disposizione delle camere da letto dei due fratelli: in una infilata che parte dallo studio, sono due camere, e per arrivare alla seconda si deve passare attraverso la prima; in questa dormiva Giovanni, nell'altra Maria; una porta e un sottile muro separava le due stanze. Ma, come con limpida felicità disse a me Maria mentre visitavamo la casa, Giovanni volle che le due testate dei letti fossero appoggiate — da una parte e dall'altra — a quell'unico tratto di muro, «cosí riposando eravamo vicini, testa a testa»; e l'uscio rimaneva sempre aperto. Qualche altro particolare si spigola da alcune lettere, specialmente al Caselli: «Il mio salotto... contiene anche molte coppe e anforette antiche» (19 genn. 1901); sopra lo scrittoio dello studio, «sul calamaio... è il mio povero babbo macchiato dall'inchiostro del mio molto ed inutile lavoro» (19 sett. 1901) ; e va cercando «un fornimento in ferro battuto da pozzo, con la sua carrucola, pozzagliola, catena etc.» (31 genn. 1902).

Per l'acquisto e ulteriori lavori, si veda all'anno 1902. Sui sette scherzosi «eti» di quel possedimento, v. pag. 690; e anche pag. 734. E si legga la prosa Casa mia in Limpido rivo.

La casa è stata restaurata e un poco trasmutata dal poeta e da Maria, come si vedrà leggendo avanti: il poeta, rinnovando vecchi locali fiancheggianti la Chiusa (dove era anche l'abitazione dei contadini, dei quali poi si liberò a stento), vi aggiunse il «Colosseo» cioè un loggiato interno che dà sull'orto; restaurò l'altana — ove ora sono le campane — e cominciò a rifare la cappellina: la quale fu compiuta da Maria. Tutto lo spazio davanti alla casa (prima piú soffocata e di meno facile e piú rustico accesso) è stato mutato dalla erezione dell'Asilo, dal restauro della cappella e dalla creazione di un piazzaletto alberato. Ora la casa contiene anche i mobili di Bologna, compreso il letto della morte, che non fu il letto quotidiano di Giovanni, ma quello della sorella, nella cui camera egli si spense. Non ostante tali mutazioni, dalla morte del poeta, da quella di Maria, fino all'ultimo restauro fatto dopo la guerra non entrò mai nella casa il riscaldamento (tranne qualche stufa,) né la luce elettrica.

Dopo il restauro dei muri e la rinfrescatura dei mobili, lavori già ultimati (1960), la Casa di Castelvecchio diventerà un luogo di memorie e di studio, raccogliendo i libri ben catalogati, e tutti i manoscritti riordinati per opera della Sovraintendenza bibliografica per la Toscana.]

[3] Sui lavori, che anche per insistenza di Maria doveva ora riprendere, quasi a distrazione, resta questo biglietto autografo, fra le carte di Castelvecchio:

«Mio caro angiolo Mariú, ti prometto su loro che lavorerò. La poesia Sorella è quasi terminata. Domani avrà la sua compagna. Domani riprendo Bemporad e Giusti. Lavorerò molto. Rifarò tutto il tempo perduto. Sarà andato a vuoto solo il Concorso della Crusca, al quale non avevo simpatia. Sono risoluto di non lasciarmi levare piú dalla mia calma. Venga, veda. Sarò indifferente. Te lo prometto e giuro, angiolo mio. GIOVANNI».

Il biglietto e la poesia («Io non so se piú madre gli sia...») hanno un vivo valore psicologico per questi giorni di tormento che precedono o seguono (non è certo, nonostante quel «Venga, veda...») il matrimonio di Ida. La prima redazione dei versi era piú vicina alla realtà di quei giorni: la quinta strofa era la terza: e il primo verso diceva : «Ella tacita agucchia, ella è sola...».]

[4] [Era ministro dell'Istruzione Emanuele Gianturco.]

[5] [Si veda, anche per questo scritto, il vol. degli Scritti sparsi.]

[6] [Di questa cugina Imelde (o Imelda) si parla a pag. 187 e poi a pag. 524. Era figlia di Alessandro Morri, riminese, marito di una sorella materna di Giovanni, per il quale nel 1875 egli aveva scritto la poesia In morte di A. M.  Oltre l'impegno dell'anello, il Pascoli  sempre di nascosto  aveva già, nella fine di aprile, chiesto anche le carte matrimoniali, per mezzo di Pirozz (l'amico Guidi): «Cava in grande segreto le mie fedi... e manda il tutto a Girolamo Perilli via Garibaldi 33 Rimini. In gran segreto!... Segreto di stato!...» (30 aprile 1896, dall'autografo (nel quale si legge Perelli, mentre la forma giusta del cognome è Perilli. Si veda anche a pag. 290).]

[7] [Sulla parte avuta da Maria in questa occasione (e che è inutile commentare) si veda quel che dice la stessa Maria a pag. 485, 526.]

[8] Romeo Cicognani, allora capostazione di Ancona, era cognato del nostro povero fratello Giacomo. Giovannino gli voleva molto bene avendolo conosciuto fin dalla giovinezza leale e buono.

[9] [La restituzione avvenne qualche tempo dopo. In una lettera all'Ida del 22 giugno, prima Giovanni scrive : «Ciò che mi pare non verrà piú... sono le mie lettere, il mio anello e altro dell'I...»; ma subito dopo : «Ricevo ora le cose dell'I.., e mi duole d'aver dubitato».]

[10] [Continua il dramma del tormentatore di se stesso (e cosí  per amore  di altri: si leggano le parole della lettera del 22 giugno citate nella nota seguente). Queste mutevoli oppure costanti ansie sono rivelatrici, per chi vuole intendere la psicologia del Pascoli, esageratamente sensibile.]

[11] [Altre lettere del Pascoli all'Ida e al marito, oltre quelle ricordate nel testo, sono del 15, c forse del 16 e 22 giugno; 10, 14 luglio; due dei primi di agosto, tre del settembre e una dell'ottobre: alcune all'Ida sono veramente drammatiche e fanno ribollire l'antico dolore; ma specialmente mostrano la violenta, passionale irritazione contro Emilio David, e la stessa zia Rita, per il sospettato... furto di quelle 50 lire! Per vedere come nelle menti dei due fratelli lavorasse  con mutuo influsso  la fantasia, bastino queste parole dell'11 di settembre all'Ida da Castelvecchio: «Pensa che la Mariú nei giorni passati, anche quando era caldo, chiudeva le finestre del salotto da pranzo per paura che il ladro fosse là, cambiato in assassino!»: con in mezzo tanta parte d'Italia!

A riguardo dei sentimenti verso l'Ida in questo tempo (che aggiunti a quelli per i parenti di Sogliano, si riflettono sui rapporti di Giovanni e Maria con la Romagna) basti qualche frase piú intensa di quelle lettere: «E tu? Si è sempre da capo? Dopo un giorno di tenerezza, una settimana, un mese d'oblio?» (11 giugno); «Se tu non giudicherai a dirittura tempo sciupato e occasioni perdute gli anni che sei stata con me, sentirò una tenera riconoscenza per te. Sono proprio nato in un brutto quarto, io: destinato ad addolorare, danneggiare gli altri e a non accontentare me» (22 giugno); e per la prossima maternità, con chiara nostalgia: «Pensa alla gioia profonda, unica di divenir madre e di far padre l'uomo che s'ama e che ama! Non c'è altro al mondo» (14 luglio). E rinunciando ad andare per il battesimo: «Quali difficoltà ... per venire nella ormai rinnegata Romagna. Credi che il mio giuramento di non metterci piú il piede sarebbe già pronunziato se non mi tenesse la promessa fatta a te» (11 settembre).]

[12] [Il 3 agosto 1896 il Carducci era stato pregato dal prof. Pieretti di fare una raccomandazione presso l'editore Paggi di Firenze, anche mediante il Pascoli, perché accettasse certi suoi lavori filosofici; perciò scriveva a Severino: «Vorresti scrivere tu, ché io non ne ho voglia (e piú non conosco il luogo dove si trova) all'inclito Giovannino, il cui lavoro del resto su Orazio e i lirici romani, pur con gli eccessi dei suoi pregi e le solite preziosità e soverchie finezze, è veramente bello e originale? Scrivi, e fai impostare a mio conto da Zanichelli ...» (Lettere, ed. Zanichelli, vol. XIX, p. 247). Nel 1897, il 13 luglio, da Madesimo, dove fra l'altro continuava a lavorare alla traduzione di Orazio, chiedeva che lo Gnaccarini gli mandasse  primo fra gli altri «Lyra del Pascoli, se la trovi» (vol. XX p. 46). Anche per il futuro Epos si interessò il Carducci, e a preghiera del Pascoli scrisse a Severino perché perorasse presso il Preside affinché desse tempo a Giovanni per «finire il Virgilio e l'Epos latino, che sarà un molto bel lavoro» (id. vol. XIX, p. 281). Dell'Epos accettò la dedica. Si veda anche tutto il carteggio in Omaggio a G. Pascoli, ed. Mondadori, citato.

Noto, per incidenza, che la lettera del 17 settembre del Carducci ha un periodo spostato nell'ed. zanichelliana delle Lettere: il nostro testo è dall'autografo.]

[13] [I passi proposti alla traduzione sono: Antigone v. 781 segg.: «Eros invincibile in battaglia...»; v. 891 segg.: «o tomba, o letto nuziale, o sotterranea (dimora)...»; il coro è quello dei vv. 781-816: «ma diventerò sposa dell'Acheronte»; la lamentazione va dal v. 891 al 920: «viva scendo alle tenebre dei morti». Ricordo ancora che per tutto il carteggio Pascoli-D'Annunzio si può vedere il cit. Omaggio a G. Pascoli, 1956.]

[14] [Nel «Marzocco» proprio in questi mesi del '96 aveva pubblicato Scalpitio (La morte), I due cugini, X agosto...]

[15] [La lettera è, come non di rado, fremente di sospetti; spesso infondati.]

[16] [Altra lettera meno gentile, fine 1896, in E. SERRA, Lettere del P., Roma 1960, pag. 44.]

[17] [Per maggior chiarezza sul piano di questa «Biblioteca Classica» si legga la lettera all'editore Giusti, del dicembre 1895 (in E. SERRA, cit. p. 31) :

«La Biblioteca Classica, con storia letteraria... si comporrebbe dei seguenti volumi: POESIA, I, Epos (Vergilio) servirebbe anche per i Ginnasi; II, Lyra, solo la seconda edizione, se si farà, entrerebbe nella collezione perché andrebbe qua ridotta, là ampliata (... Non sarebbe bene ora accennare ai miei colleghi, dei quali molti sono ombrosi, che io preparo altri lavori): III, a. Satura, b. Comoedia. PROSA, I, Historia; II, Philosophia; III, Rhetores et Oratores, servirebbe anche per i Ginnasi. Per completare la trattazione occorrono poi piccoli volumetti, a parte, di pochi fogli di stampa per generi speciali letterari, come Epyllia, poemi didattici, etc. E per riassumerla, un bel volume di storia letteraria..., che sarà un Ambrosoli latino, molto piú razionale e vasto.»]

[18] 2 [Iliade, l. III, v. 102 e 151: «cara figlia» e «simili a cicale».]

[19] [Sarà un preannunzio dell'ode Convito d'ombre, al maggiore Toselli, pubblicata poi nell'Almanacco del teatro italiano nel gennaio 1907 e quindi in Odi e Inni. Ma si veda già in Fior da fiore il passo del Mercatelli appunto su Il maggiore Toselli.]

[20] [Forse la tragedia è La città morta; i «bellissimi» sono forse i primi saggi delle Laudi? Ma dopo, Adolfo dice che non sono «inni»; o piuttosto i Sogni lirico-drammatici? (press'a poco di questo tempo è il dannunziano Sogno di un mattino di primavera).]

[21] [Non so se con questo T si alluda all'Inno alla Terra, scritto dal De Bosis.]

[22] [A «Francavilla al mare negli Abruzzi» stava allora il De Bosis. Su Bacchilide ritrovato scrisse articoli anche Giovanni, pag. 577.]

[23] [e Simile a un dio».]

[24] [Su questa moglie di Giuseppe, v. a pag. 468 e 515.]

[25] [Si tratta di The Hammerless Gun, di cui faceva parte un piccolo inno alla Pania  il «Monte mellifero»  che può sembrare una simbolica allusione al Carducci. La poesia, come sappiamo, fu pubblicata nella Tribuna, tramite l'amico Gualtiero Belvederi, della redazione di quel giornale. Si veda per l'episodio il Carteggio Carducci  Pascoli nel cit. Omaggio a G. Pascoli.]

[26] [Il fratello Giuseppe; per Paglierani o Pagliarani v. pag. 190, 363.]

[27] [Nella lettera sono ricordate, a carico di Giovannino, anche accuse peggiori, che nella loro evidente falsità non giova e non é qui decente ricordare.]

[28] [Cioè dell'Imelde, di quella cugina che fu brevemente in trattative di matrimonio col Pascoli: si veda a pag. 480. Su quel matrimonio (con un conte Baldini) Giovanni fece un «pianzutin», un breve pianto: proprio solo al pensiero di Maria, la «nipote povera»?]

[29] [«Garettine», «garin» (forse da «sigarini»: v. pag. 62) cui si accenna qui e altrove, indicano una preparazione speciale per la pipa, che le sorelle curavano per Giovanni. La chiamavano anche piadina per la sua lavorazione fatta dalle sorelle, quasi come quella per la «piada».]

[30] [Qui Maria non ricorda esattamente: l'epistola non è quella de La siepe che fu mandata alla «Tribuna» piú tardi, in occasione del discorso elettorale (Discorso della Siepe) tenuto dal D'Annunzio a Pescara il 22 agosto, e pubblicata nel giornale il 31 agosto (v. poi a pag. 567). Si tratta invece della progettata Lettera a G. d'Annunzio sulla metrica classica promessa all'editore Giusti fino dal 1896 e cui lavorava dal '94 (si vedano le mie note al carteggio Pascoli-D'Annunzio in Omaggio a G. P., Mondadori 1955). Questa lettera non fu mai pubblicata dal Pascoli, e uscí postuma, ma come lettera A Giuseppe Chiarini, in Antico sempre nuovo, cui ora si aggiungono le mai compiute Regole... di metrica neoclassica, riunite da me in Prose di G. P., vol. I, p. 987. Il libro insigne cui accennava Gabriele è l'Epos (1897). L'articolo Allecto fu poi stampato postumo in Nuova Antologia; e, come quello su La siepe, viene ripubblicato nel volume degli Scritti sparsi e inediti.]

[31] [Nelle lettere familiari di questo tipo (specialmente sul fratello Giuseppe e i parenti di Sogliano) i . . . per lo piú si sostituiscono a irose accuse o insolenze.]

[32] [Si veda anche per questo il vol. degli Scritti sparsi, citato.]

[33] [Qualche altra notizia di questo tempo sul fratello Giuseppe è a pag. 515, 533.

[34] [Su una cartolina col ritratto di Dante, Severino scriveva: «Mi piange ancora nel cuore il pianto della tua tessitrice. È poesia stupenda. Ti abbraccio. Tuo S. F.»: si veda a pag. 671.]

[35] [Giova notare anche queste pudiche misure prudenziali, che univano ai... nubili o «vergini» di casa Pascoli perfino Gulí. Pensiero di Maria o di Giovanni?]

[36] [O il 2 maggio? Si veda la lettera di Giovanni del 10 maggio, citata in nota piú avanti.]

[37] [Giovanni Tognacci: per la cui morte, il 2 marzo 1900 il Pascoli scriveva al nipote Giulio Tognacci: «Oh! caro Vanènna, caro vecchio cieco, che vedeva con gli occhi dell'anima!...»: pag. 662.]

[38] [Maria non riporta questa nota e bella lettera che, a ricordo e ringraziamento di questi giorni, Giovanni scrisse il 10 maggio, subito dopo il ritorno a Castelvecchio, «Ai miei concittadini di San Mauro di Romagna»; fu pubblicata piú volte, sull'autografo che si conserva a San Mauro, e in facsimile nel TOGNACCI, Ricordi Pascoliani (pag. 113). Ecco i passi piú importanti (che, nel cenno al cimitero romagnolo, ci fanno capire l'omissione di Maria).

«Tornato al mio eremitaggio, in faccia alle creste taglienti dell'alpi Apuane che hanno per me la bellezza ma non hanno il ricordo..., io mi trovo gli occhi ancora bagnati delle lagrime di quel giorno di quel 2 Maggio indimenticabile!... Risento il dolce invito... a rimanere e riposare, finalmente, dove rimangono e riposano quelli che ho amati... Vi ripeto che io ho una speranza: quando sarò morto, quando riposerò in codesto camposanto, presso mio padre e mia madre..., verrà qualcuno (io spero) a visitare il luogo dove sarò sepolto e dove nacqui; verrà qualcuno, perché la mia poesia, tenue e umile, ha pure una vena di profumo, ora appena sensibile, pur crescerà e si farà distinta nell'ombra della notte... All'ignoto ospite direte... che quella poesia... io la derivai dall'amore verso i miei poveri morti, dall'amore verso il mio piccolo e ridente paese... E l'ospite saluterà allora commosso il mio mondo ideale... che ha per confini il Luso e il Rio Salto, e per centri la chiesuola della Madonna dell'Acqua e il camposanto fosco di cipressi. Il vostro con tutto il cuore   GIOVANNI PASCOLI

Castelvecchio di Barga, 10 Maggio 1897

[39] [Sono i contadini conviventi per ora col poeta nella Chiusa e i primi amici di Castelvecchio. Se ne dovrà, purtroppo, riparlare.]

[40] [Tutta la risposta è ristampata nel vol. di Scritti sparsi.]

[41] [In questi giorni, dopo un telegramma di auguri di Maria, del 13 giugno, il Pascoli inviava il 22 da Castelvecchio al sen. Antonio Mordini e due opuscoli latini nei quali mi sono onorato di porre per la prima volta la qualità preziosissima per me di suo concittadino: civis Bargaei» (la deliberazione del Consiglio Comunale era stata del 10 maggio). E il 15 agosto, con la sorella, un ringraziamento per i fiori inviati a Maria.]

[42] [L'aggettivo è un gioco di parola, eco del sospetto che tutto questo si dovesse a Giuseppe Lesca (che spesso nella corrispondenza pascoliana appare come «Losca»). Ma egli non ne aveva nessuna colpa: Dino Provenzal, che dal Pascoli ebbe incarico di far ricerche sul presunto alunno livornese D'Angelo, ha rivelato che l'autore fu un altro discepolo pascoliano, Alfredo Lenzoni, che coi non richiesti consigli «aveva creduto di far opera buona indicando al maestro una nuova via». Si veda Omaggio a G. Pascoli cit., pag. 177.]

[43] [Sogno di un mattino di primavera, Roma Coop. Sociale 1897.]

[44] Qui si arresta, incompiuta, la redazione di Maria; e comincia la parte di integrazione scritta dal Curatore A. Vicinelli: per distinguerla, é stampata in corpo alquanto minore. Si veda però l'ultima Parte, da pag. 996.

Ripeto che, per seguire il metodo e il tono di Maria, nell'integrazione io mi giovo direttamente e in misura del tutto prevalente del materiale di Castelvecchio, di carattere particolarmente familiare. Non potendo basarmi come Maria sui ricordi, tengo però presenti  oltre le notizie raccolte da varie fonti  soprattutto le altre lettere a me note inedite o edite, pubblicate a gruppi o sparse, che sono un bel numero. Di questo 1897, oltre le riprodotte intere o in parte e a quelle accennate, di lettere ne conosco non poche: due sono al Carducci, una al D'Annunzio (e c'é quella pubblica su la Siepe); sette a Pirozz (non tutte conservate a San Mauro); sei almeno ad Angiolo Orvieto, ma non poche anche a Giusti, De Bosis, Witt, Gargano, Micheli, Buggini, Cori, Barnabei, Renzo Bossi, ai Sammauresi. Può interessare un periodo della lettera del 13 agosto a Pirozz (Pietro Guidi, l'amico e segretario del Comune di San Mauro), mentre invia alla biblioteca del paese un «pacchetto» di cose sue: «Continuerò a mandare via via. Preparo intanto una scelta di lettere dirette a me e una collezione di giornali che parlano bene o male del vostro amatissimo concittadino. Vi prego di tenere il tutto... con diligenza, perché resti tra voi memoria di me e del mio affetto per voi». S'intende che pure tutte le note seguenti sono del Curatore anche se non portano le ormai inutili parentesi quadre.

[45] Maria avrà fatto qualche difficoltà al viaggio piú lungo, e il fratello la consiglia con affettuosa prudenza: ma si sente quello che Maria era per l'inquieto poeta («Senza te, non avendo sfogo, mi arrabbio...»).

[46] All'Archeologo Felice Barnabei, influente nei Ministeri e a Corte, già a noi noto, il Pascoli scrisse due lettere da Castelvecchio il 10 marzo e il 22 luglio. Alcune lettere al Barnabei sono edite in «Pegaso» maggio 1933.

[47] L'autografo, da me controllato, legge certamente «la»: non saprei come intendere e spiegare il passo, dato che la Corcos era cattolica e fervente (tale continuamente mostrandosi pure nelle lettere al poeta) e che già prima del matrimonio aveva ottenuto la conversione al cattolicesimo anche del marito Corcos. E non pare intendesse riferirsi ad altra persona. Che per ora, in principio della loro conoscenza, egli sapesse poco della signora, e la pensasse ebrea, come già era stato il marito? Per un'altra conversione, v. nota a pag. 753. Si legga la nota seguente.

[48] Ecco qualche altro chiarimento alla lettera. Interessanti le notizie sui lavori: specialmente i sognati Canti di San Mauro (nell'aprile erano state pubblicate quattro delle poesie del Ritorno a San Mauro), e poi i Canti di Castelvecchio. Sono pure già cominciate le amare vicende con l'editore Paggi, che presto fallirà, e che aveva stampato da poco i primissimi Poemetti; intanto continuavano i lavori col Giusti, rappresentato qui da Egisto Cecchi (l'Epos é già uscito in questo stesso 1897); e pensa a una integrazione di Myricae. La poesia «A te né le gemme...» fa parte di Il fanciullino. Quanto al D'Annunzio si ripeterà nel carteggio dei due poeti l'accenno a una visita a Castelvecchio (e ai timori di Maria per il «sibarita»); qui c'é anche un'eco delle voci maligne correnti sugli affari teatrali con la Duse.

Dell'ideale conoscenza (si videro brevemente 4 o 5 volte) che il Pascoli fece dell' «Incognita» rivelatasi per Emma Corcos, moglie del noto pittore Vittorio Corcos, l'occasione  tramite il Pistelli  fu una discussione estetica sulla chiusa de I due fanciulli. Superflua la diceva la Corcos al Pistelli (25 giugno 1897), essenziale la pensava il poeta nella lettera all'Incognita del 27 (dopo un accostamento alla chiusa del Cinque Maggio, scrive: «Se lei non avesse letto anche quella terza parte, troverebbe poi tanta poesia nelle prime due?»). La storia gentile di questa amicizia (svoltasi con qualche lettera e poi con la conoscenza personale di alcuni anni dopo, con i versi All'Ignota rimasti inediti fino al 1923, con la dedica dell'Ora di Barga, 1900, e con l'altra affettuosamente malinconica della male ascoltata Prolusione al Paradiso, 1903: «A una donna gentile  la quale mi guardava molto pietosamente  in Or San Michele  il dí IV decembre MCMII») è narrata sui documenti dal VANNUCCI in Pascoli e gli Scolopi, Signorelli, Roma 1950, pag. 155 e segg. Ricordo che la Corcos pubblicò un libro fortunato di devozione mariana: Il mese di maggio. Altre notizie tratte dalle lettere del Pascoli alla Corcos (tra il 1897 e il 1910) aggiunge E. Cecchi nel «Corriere della Sera» del 17-24 febbraio, 4 e 14 marzo 1959; ma è errata la notizia che le lettere dell'Ignota siano perdute: esse, nel loro tono affettuoso, si conservano fra le carte di Castelvecchio, e non sono meno interessanti di quelle del Pascoli, sia per l'affettuosa confidenza, per le notizie e per i sentimenti familiari, sia infine per vivi, piccanti, pittoreschi particolari del mondo fiorentino (vi appaiono Carducci, D'Annunzio, Ojetti, Rosadi, il p. Pistelli...). Delle lettere della non piú incognita ho pubblicato estratti ne «La Nazione» di Firenze (18-V-59), cui rinvio anche per la documentata storia degli incontri fra il Pascoli e la signora; e si veda pure «Quaderni dannunziani» a. 1960, fasc. XVIII, p. 197, e qui a p. 797, 906.

[49] Sulla polemica col prof. Ceci, a Roma, si veda a pag. 554, 570.

[50] Il 9 aprile 1897 il Pascoli scriveva ad Angiolo Orvieto: «Ho fatto l'articolo sulla letteratura europea dell'Ojetti... Che ti pare? che io voglia, io deliberatamente astemio di francese e di inglese, essere confuso con sí fatti rinnegatori di ogni loro tradizione letteraria? Come se Gabriele invece  e in poesia e in prosa  non dovesse infinitamente piú al Carducci, cioè a chi è poi in Carducci  fin da Foscolo a Dante  che a tutti gli inglesi e russi e francesi che ha studiato e letto per suo danno!»

[51] Su ciò si veda Omaggio a Giovanni Pascoli, ed. Mondadori 1955, Carteggio Carducci Pascoli D'Annunzio, a c. di A. VICINELLI. Il discorso del D'Annunzio è ora nelle Opere, Prose di ricerca..., ed. Mondadori 1947, vol. I, pag. 465; lo scritto del Pascoli si legge intero nel vol. Scritti inediti e sparsi delle Opere del Pascoli, ed. Mondadori. L'articolo sulla Siepe non incontrò troppo favore alla «Tribuna» e poco dopo Giovanni scriveva al direttore Mercatelli: «Caro Gigi, ecco... non so dir che cosa. Anche la siepe ti è dispiaciuta. Poverina!...» Per Severino, pag. 569.

[52] Anche queste pagine sono nel cit. volume degli Scritti inediti e sparsi pascoliani.

[53] È del 20 agosto una lettera da Castelvecchio a Peppino Coli: gli manda una cambiale firmata; dice di non poter andare testimonio alle sue nozze per il molto da fare e la scossa posizione finanziaria; e, pregandolo di conservare «ben riguardati gli sporchi documenti» che si riferiscono al fratello Giuseppe, o meglio di mandarglieli raccomandati, mostra che il travaglio domestico insuperato è sempre quello per tale fratello. Ivi dà appunto qualche altra notizia su di lui: «Io, quanto a carriera, sono rovinato. Il signor Giuseppe, che si è tranquillamente impiegato in una fabbrica di biciclette a Bologna, dividendo il suo cuore tra la sua compagna e la sua bambina, destando la simpatia di tutti per la sua scrupolosa onestà, per la sua festività e bontà e mitezza, ha però rovinato il suo fratello. Il Ceci mi perseguita fin quassù con lettere infami, per le quali ho sporto querela. Non ho mai pace e devo dare in pochi giorni, per pagare i miei debiti, un libro al Bemporad, uno al Giusti e molti articoli qua e là». La lettera è stata pubblicata da A. GRILLI, Serra tra Pascoli e Panzini, Firenze, 1955, pag. 94.

Per la cronaca si può aggiungere che venuta a morte la prima moglie (una vedova riminese) e la «figliastra» cui allude la lettera pascoliana al Carducci (pag. 512), Giuseppe sposò nuovamente una maestra bellunese, di cui seguí le peregrinazioni scolastiche e dalla quale ebbe sei figli. Ricordo una frase dettami da Maria: «Giovannino non mi ha mai nascosto nulla di ciò che faceva; forse solo qualche aiuto al fratello mandò senza dirmelo»; la ipotesi è confermata da un biglietto, certo autografo, del 1909, che accompagnava 150 lire, ma senza firma e che fra l'altro diceva: «Non rispondere, non ringraziare. Ne verrebbe un danno incalcolabile...». Il biglietto è presso un figlio di Giuseppe.

[54] L'articolo fu poi edito nella «N. Antologia» del dic. 1927; si legge nel cit. volume di Scritti pascoliani.

Per il «socialismo»  al solito mal determinabile del Pascoli valgono anche varie lettere al Caselli (29 ott. 900, 14 genn., 3 giugno 901) e al Mercatelli (8 giugno 900): nel gennaio 1901 affermava di avere «odiato sempre» il «credo marxistico» anche quando scontava il suo «socialismo... nelle patrie prigioni».

Eppure egli credeva «di essere l'unico poeta socialista d'Italia» (29 ott. cit.; anche se c'è un sottinteso letterario forse contro il Marradi). La reazione o integrazione «morale» diventerà poi anche patriottica e «nazionale» (pag. 705, 714...)...

[55] Il Budriolo è un fossato che segna il confine del podere del Berti e di Ida Pascoli a Santa Giustina di Rimini. Presso quel fossato era la vigna del Berti, da cui si ricavava quel vino che Pascoli chiamava Champagne Budriol: cosí gentilmente Guglielmo Giovagnoli, il direttore del Museo e della Casa Pascoli a San Mauro. Lo... Champagne Latour veniva invece dalle vastissime cantine e ampie botti de La Torre.

[56] L'articolo del Pirandello comparve nella «Rassegna settimanale», e qualificava  a dire del Pascoli  le Myricae come «opera di stitico, di uomo che si tormenta e tormenta» (ad Angiolo Orvieto, 17 sett.); ma «se tu hai occasione di vederlo, digli che io sono stato molto piú mite giudice verso di lui, che esso verso di me: sono stato io che ho consigliato la stampa delle sue elegie romane, io, io »; sarò, dice, «poeta inferiore a lui, ma uomo migliore» (id., 2 aprile). Il presso che dimenticato articolo di Pirandello, di cui nessuno ormai sapeva citare la fonte esatta, l'ho ritrovato nella cit. «Rassegna settimanale» del settembre 1897 a firma Giuliano Dorfello. Per Tommaso Gnoli si veda anche a pag. 562, 763.

[57] La lettera fu, con altre, conservata in casa del pittore Viani a Livorno.

[58] C'è una voluta eco del nome battesimale: Maria Santa (pag. 10).

[59] A proposito del banchetto c'è una lettera del 27 sett., scritta a Leonardo, figlio del sen. Mordini; in essa interessa questo periodo: «Le chiedo un favore. Mi procuri qualche notizia... della vita costí del suo illustre padre; ma non ne parli a lui. Spero presto di poter richiamare su lui l'attenzione della sbadata generazione presente, di su le colonne della "Tribuna"». Ma del Mordini, come vedremo, parlerà invece soltanto dopo la morte (Prose I, pag. 283).

[60] Ci sono due brevi lettere all'Ida, quella senza data da Lucca, che appunto annunzia il buon ritorno; l'altra del 22 ott., giorno di festa per la sorella, che fa gli auguri di Giovanni a Maria.

[61] La lettera da Barga è dell' «8  9bre  1897». «Quanto alla mia destinazione, mi piace moltissimo, cioè mi piacerebbe, perché non ne ho notizia ufficiale». Aggiungeva: «Se conosce l'illustre Graf, mi faccia il piacere di riverirlo per me. Io sono di lui caldo e sincero ammiratore...» E incitava il Ferrero a promuovere una serie di conferenze» per l'esposizione; e contrariamente al solito, scriveva: «e perché non ne affida una a me?». La lettera, fin allora inedita, l'ha pubblicata il Provenzal su «Il Tirreno», 11 nov. 1959.

[62] Interessanti retroscena di questa nomina, con la incertezza del Codronchi fra Albini (che gli era accanto, al Ministero) e Pascoli, racconta il «Resto del Carlino» del 20 maggio 1936. L'Albini andò a Bologna e il Pascoli  dopo una lunga ricerca della cattedra per lui e una casuale (sembra) informazione di Ildebrando della Giovanna al Ministero che ne ignorava la vacanza  andò ordinario a Messina, senza concorso. In segno di gratitudine il poeta mandò al Codronchi alcune copie del Catullocalvos con dedica. Circa tre anni dopo il Pascoli, in occasione delle nozze della contessina Margherita Codronchi, di nuovo ringraziava il padre offrendo alla sposa La Piccozza (3 settembre 1900). All'annunzio del prossimo invio, il Codronchi scriveva: «Per Lei io non feci una prepotenza, ma compii un dovere: e mai, come dice Finali, l'art. 69 fu cosí degnamente applicato. Recentemente in un discorso elettorale il Superuomo ebbe a dirmi parecchie villanie: questa principalmente, che essendomi sempre occupato di cose di questura non potevo occuparmi, né provvedere all'arte e agli studi. Eppure in due mesi e mezzo salvai la Galleria Borghese, assicurai l'avvenire dell'Università di Bologna, feci restaurare tutti i monumenti di Ravenna, e nominai Pascoli professore ordinario!» (22 giugno 1900).

La gratitudine al Codronchi si rivela anche in una lettera a Maria del 21 nov. 98, e nella nota a La Piccozza in Odi e Inni.

[63] Nel cit. vol. del Vannucci, pag. 249.

[64] I tre articoli sono ristampati nel vol. piú volte cit. degli Scritti sparsi e inediti.

[65] Nella seconda si lamenta perché al primo articolo non hanno messo il «continua»: «Non sai che i miei amici già preparano freccie avvelenate per colpire chi parlando di Bacchylides ha lasciato il piú importante?»

[66] Vedi Vannucci, l. c. pag. 248-9.

Non grande è l'attività poetica di questa seconda parte dell'anno 1897, cui pure Maria aveva già accennato (A Giorgio Navarco Ellenico, in «Marzocco» 21 febbraio; e Inno funebre ad A. Fratti pubblicato a Roma dalla Tipografia Bicchieri e anche nella «Tribuna» del 6 giugno con la nota: «Dei miei sogni di ragazzo, era anche questo: offrire se non dare all'Italia la lirica pindarica o corale»). Sono, anche metricamente, i primi «inni». Della nuova ispirazione si era accorto anche Severino: «Giovannino, prima d'essere poeta civile, fu lungamente poeta georgico...» (lett. cit. 12 ag. 1897). Di questa parte dell'anno si può ricordare anche La Calandra, Nella Nebbia, ma specialmente Andrée, uscito il 10 dic. nella «N. Antologia». E ad Angiolo Orvieto il 22 dicembre annunziava per «domani o dopodomani una poesia intitolata La Poesia, che è un inno triadico alla Poesia... Volevo darvi l'inno alla Povertà... ma sarà per un'altra volta» (è Il mendico). Del resto è noto che il Pascoli aveva di recente pubblicata la IV ed. delle Myricae molto ampliate (v. Omaggio a G. P., a cura di A. V., Mondadori 1955: «Storia bibliografica delle Myricae»); e i primissimi Poemetti; e l'Epos. II 1897 vide anche una certa fioritura di poesia latina: c'è la «satura» Catullocalvos e il poemetto Chelidonismos e la saffica Ad dulcem amiculum Antonomasian (Antonio Masi) e il distico Ad divinurn puerum. Avrà continuato a pensare a Il fanciullino cominciato a stampare nella prima metà dell'anno nel «Marzocco» («che bel volume farò dei Pensieri, rimaneggiati da non riconoscersi»: all'Orvieto 9 apr.); e vagheggiò già prima d'ora quelle Regole di metrica neoclassica che intendeva dedicare al D'Annunzio (lettera a Ang. Orvieto e altra al Gargano dell'11 dic. 97; e qui a pag. 531, 590) ma che lasciò inedite (vedi ora il I vol. delle Prose del Pascoli, ed. Mondadori, pag. 987). Pensava anche a scritti per ragazzi (specialmente a La Befana «il mio piú caro sogno..., contiene le piú belle o meno brutte mie poesie»: all'Orvieto, 22 dicembre).

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011