Maria Pascoli

Lungo la vita di Giovanni Pascoli

Memorie curate e integrate

da  AUGUSTO VICINELLI

con 48 tavole fuori testo

Edizione di riferimento

Maria Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, Memorie curate e integrate da Augusto Vicinelli, con 48 tavole fuori testo, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1961

PARTE   SECONDA

[continua]

CAPITOLO IV

IL DRAMMA PER IL MATRIMONIO DELL'IDA

(Aprile - Settembre 1895)

IL FIDANZAMENTO DELL'IDA: TURBAMENTO DEI NERVI
E SCONFORTO DI GIOVANNINO (MAGGIO-GIUGNO 1895)

La sera del 5 maggio, dolente per dover lasciare me, ma abbastanza rasserenato per l'avvenimento che andava a presenziare, nostro fratello partí per Sogliano. Il 6 e l'8 ebbi due telegrammi; ma io non mi contentavo di telegrammi; volevo lettere. Non potevo ammettere che Giovannino non mi scrivesse sapendo con che ansia aspettavo notizie. E una cieca paura s'impadroní di me: Giovannino non mi voleva più bene! nessuno dei due pensava più a me! E in quello stato d'animo scrissi loro una lettera piena d'amarezza e di passione. Il giorno 9 altro telegramma spedito alle ore 17, e giunto alle 18,30. Secondo i miei calcoli dovevano essere già in possesso della mia.

Dammi notizie tua salute tua anima adorata. Sabato rivedrò mio tesoro che non lascerò mai piú nemmeno minuto.     GIOVANNI

No, no! l'affetto di Giovannino era sicuro. Ma perché non mi scriveva? La mattina seguente – il 10 maggio – con la posta delle 11 ebbi la spiegazione. [1] Che lettera, nelle sue espansioni e nelle sue contraddizioni! piena di amore e di disperazione! Quanto piansi! e tuttora ne piango.

Mia cara Maria adorata, ti scrivo dopo tornato qua nella Foresteria. La lettera l'imposterà il Furiosi senza che lo sappia l'Ida. Sono le undici e mezza di notte. L'Ida dopo aver letto un po' distrattamente la tua, ti ha risposto: io non ho letto questa risposta. Me l'ha quasi levata di mano, dicendomi: «se vuoi fare un saluto...». Io ho detto che non importava e sono venuto via. Essa empirebbe, ha detto, sei facciate per te. Lo credo: ti vuol molto bene, povera Du. Oggi é stato il suo giorno. È venuto lo sposo: poi siamo andati a sera tarda a riaccompagnarlo a casa, con un fango, una nebbia... Lei era a braccetto del suo fidanzato, era felice e svelta. È fatta: d'Autunno Salvatore conta di prenderla. Cosí era ed è il meglio, il bene.

O Maria, non riconosci giustificato un mio tacito e triste lamento? non con lei, non con altri lo faccio questo lamento; ma nella mia anima c'è. Avessi visto il cambiamento a vista! Ma non ne parliamo. Già fida, forse a ragione, m'ha rimproverato di guastarti la testa. «Le sorelle» ha detto «capiscono». In un discorso di un giorno fa ha detto che, se mai, tu saresti andata a dimorare con lei maritata, piuttosto che con me ammogliato. «Non dubitare!» mi ha assicurato. E, tutto insieme, da tre o quattro ore ho veduto in lei un atteggiamento nuovo di protezione e d'amore per te. Forse anche cosí le sorride l'idea di prenderti con sé e sottrarti al «fratello». Io non so cosa raccontarti. Io non ho libertà di scriverti, non ne ho avuta, direi. Ti scrivo ora a notte. Domani avrò sempre libertà? può essere; perché da un minuto, si può dire, all'altro qual mutamento! Ma prima, quale ossessione. È stato chiamato, è venuto dopo molta aspettazione dell'Ida che era sempre alla finestra; ha parlato con me, in presenza di tutti, di tutto; ha domandato persino quante lettere al mese richiedeva l'Ida. Verrà, ha detto, a Livorno. Nessuno ha l'idea che vengono a una casa di... giovani. Io sono decrepito per loro. O Maria mia adorata! La cosa è fatta, e l'Ida si è trasformata subito. A me ha fatto un po' senso, e sono sotto questa impressione. Ho cose da parlartene per molti giorni nelle ore che avremo di libertà. Il sentimento dell'Ida lo definisco cosí, se non erro: tutto è accomodato: io mi marito; Mariucchin, al quale voglio un bene smisurato, lo sottraggo o posso sottrarlo sempre all'affetto tiranno ed esclusivo di Giovannino: dunque sono felice. È cosí. La felicità dell'Ida non suggerisce nulla, mi pare, per ora. E lasciamo! ho la testa grave e il cuore stretto. E poi come affidare alla penna lenta il rapido pensiero? Ora viene la sostanza.

Io ti affermo, mia adorata, mio angiolo, che, non ostante qualche ribellione di nervi, io vedo, prevedo, la mia felicità. La mia felicità sta in te. Tu mi ami, io ti amo. Si tratta per noi d'un affetto che possa cedere a un altro maggiore piú vivo piú caldo? Io so che da parte tua non è possibile; tu devi credere che da parte mia non è possibile. Tu non hai le prove d'affetto ch'essa ha da me? No? Io ho messo su casa, ho portato via tutte e due, ho lavorato e vissuto... solo per te. Tu hai voluto, e io che ti amavo ho voluto con te, tutto. Non ricordi? è cosí: tutto. L'Ida mi lascia, l'Ida non sarebbe venuta con me. Sono considerazioni che faccio ora piú che mai, ma che ho fatto sempre. Io credevo la novità nuziale dell'Ida come una specie di sfacelo della mia piccola famigliola... O stolto! per chi avevo fatta la mia casina? per te, Maria. Sai cos'è? Questo matrimonio mi costa un dolore, ma mi lascia un insegnamento: cosa sarebbe stato e sarebbe di te, Giovannino, se fosse Maria che andasse via? Oh! Maria, per qualunque strada tu andassi via, il mio destino sarebbe certo! «Tu perdi tutto e non ti resta nulla.» Io non perdo nulla: mi resti tu... Che furore d'affetto sento a rivederti, a riabbracciarti, a consolarti, a farmi consolare da te. Aver te e aver tutto ciò che si può sperare di divino nel mondo, o mio giglio o mio angiolo! «Nessuno è la disperazione!» Non disperarti, mia sorellina prediletta! sempre peggio trattata perché di cuore piú sicuro! Tu hai tutto tutto tutto il mio cuore che è largo. Tutto tutto. O mia assente! o mia lontana! come volerei a te, come ti mostrerei subito quanto io sia felice di questa immensa fortuna, di possedere un cuore immutabile! Tu puoi pensare, e l'hai pensato, che amando cosí fedelmente e continuamente, si godono meno vantaggi... All'ultimo ci si accorge che meno politica c'è, piú buoni risultati si ottengono. O mia Maria, che vive da quattro o cinque giorni solo in compagnia d'un «cane» che però è Gulí, avrai per sempre, per una ventina d'anni almeno la compagnia assidua pura fedele intellettuale cordiale infinita d'amore e di rispetto e di riguardi, di Giovannino; e dopo quella ventina l'avrai per sempre. Io ti adoro, o adorabile. Dal nostro patto ho derivato solo questo pensiero. «Se fosse Maria che...?» O no, mio angiolino bello e pallido e tremante e amoroso, con te vivere con te morire! La mamma non mi ha fatto invano, perché mi ha destinato al piú piccolino dei frutti del suo ventre! Io ne sono profondamente riconoscente a lei, al mio padre (al quale assomiglio in modo da sbagliarsi, hanno detto a Savignano e a Sogliano): io so che sono per essere felice.

Tanto piú che è proprio un'ottima cosa. Io ho riveduta quassú Ida quasi giovinetta, bella, senza una ruga, florida, grassoccina. Ella stava meglio qui donde io la ho tratta! Non solo: è nel suo trattare, piú buona, piú savia! Io pensavo tra me: se questo matrimonio non si fa, come ci resto io? Altro che gelosia per il suo marito! Sarò geloso di Emilio, di Sogliano! È cosí; povero esserino buono! Noi la collochiamo bene, con un giovane adattissimo a lei, che l'amerà, l'apprezzerà, la condurrà bene. Da questa parte non un timore. È un matrimonio che tutti ci invidierebbero. Non poteva andare meglio. Questa è la mia convinzione. Dunque? lei felice, la nostra Du! e noi? Ella può dispiacermi solo se supponesse che io non m'appagassi di quella felicità facile e piana che mi si presenta subito: della compagnia immutabile ed eterna della mia piccolina, di quella per la quale fui salvato dalla morte nell'età dello sviluppo (questa mane siamo stati da Placido: Ida è stata cosí pia ed amorosa, semplice e buona su quella fossettina che sono stato pieno di dolce ammirazione per lei. Ti ha rappresentata bene). Dunque niente tra cielo e terra: noi staremo nel cielo, amandoci; nella terra, amando.

Quanto a particolari e novità, ad Autunno, ha detto il signor Salvatore. Dove? A Livorno, o dove saremo. Egli verrà a Livorno, non subito, non spesso, ma verrà. Io non dispero d'indurre Ida a rimanere un po' qua perché noi possiamo intenderci (io e te). Mi pare che ella ci sia molto disposta. Teme solo per te. Mi accusa tacitamente ed espressamente di non saper fare... «Tra sorelle, si sa ». Io sento, espressi o sottintesi, molti rimproveri da lei. Mi verrebbe voglia di rintuzzarli... Ma penso che la mia animina buona non vuole.

Io ti amo ora e sempre, Mariú. Io sento che un amore come il tuo d'angiolo e di santa dovrebbe bastare a cento vite. Io ne ho il cuore inebbriato. Ti parlerò di tante cose che domandi, a voce. Capisci che certi argomenti primeggiano a spese d'altri. Ti dico solo che per tutto sei ammirata amata adorata: che me ne verrebbe una disperazione al cuore profondissima ed assoluta (oh! egoista) se non fossi certo del tuo cuoricino d'angiolo. Sí: tu sei la mia suora di carità, e la mia casina sarà il tuo convento. Non ti appaga? Oh! allora sí che avrei ragione di buttare al diavolo la gloriola e i poemi latini e italiani!

La zia verrà? Um! di tante cose che domandi, non so darti risposta. Certe cronache non hanno alcuna importanza per me: non ne devono avere per te. Ghita bellina e disperatina, Olimpina molto placida, Emilio molto lieto del suo matrimonio. La Maria Berti raggiante! A voce, a voce.

E lavoreremo molto e lasceremo la vita a chi vuol viverla. Hai capito? angiolino mio bello? una cordina al tuo ditino, una camerina vicina a me, e sempre insieme.

Per te non c'è nulla? C'è il mio cuore, che è qualche cosa! Sono le due dopo mezzanotte. Io veglio nella foresteria per scriverti, con un'impazienza di rivederti e di riabbracciarti! Certo mi spaventano i quattro o cinque mesi che impediranno che io parli sempre con te allegramente delle cose nostre! Noi dovremo occuparci molto della cara Du, noi dovremo stare molto agitati, non parlare delle nostre piccole grandi cose! Ma pazienza! poi verrà il tempo della cordina al pollice del tuo piedino! Ti presento una felicità pallida, ma che mi pare cosí soave! cosí infinita! E poi un bel giorno andremo via tutti e due, insieme, il piú grande e il piú piccino della famiglia.

Al tuo povero compagnino, al «cane» che vive con te, al mio adorato rappresentante Gulí, da' mille baci, e da' un bacio all'Adele che ti ama. Sono il tuo Giovannino che ti ama infinitamente, perché tu devi giudicare dall'agitazione in cui mi ha messo la felice emigrazione della nostra rondinella, quanto sarebbe stato e sarebbe il mio dolore alla partenza della vera Beatrice di questa dolce famigliola, di te! Oh! no no no! Sempre con me. Nunc et in hora mortis nostrae.

Amami come ti amo. Adorata, adorata, adorata!    GIOVANNINO

Povero cuore del mio Giovannino! di quanta angoscia e di quanto affetto traboccava! E io? oh! io ero stata ben ingiusta e crudele con la mia lettera piena di amare lagnanze! Pentita fino alla disperazione scrissi subito invocando perdono e pregando di cancellare tutto ciò che nella tristezza della solitudine m'era sfuggito dalla penna. E nella sera del 10, a tarda ora, mi giunse questa risposta telegrafica:

Tutto cancellato se era necessario; ti amiamo, ti amo infinitamente. Domani sera rivedrò mio tesoro rivedrai tua Ida. Tutto bene, paese esultante, morti felici.  GIOVANNI

Di sé però non diceva di essere felice! Infatti, come si può capire anche dalla su riferita lettera a me, non era, non poteva essere. In tali circostanze per lui (quantunque non fosse mai stato e non fosse per essere contrario a un matrimonio dell'Ida, giacché essa vi aspirava e s'intristiva man mano che gli anni correvano) per lui, che era di un'eccezionale sensibilità d'anima e che aveva fatto sacrifizi d'ogni genere per noi sorelle, persino quello di rinunziare a costituirsi una famiglia propria per non suscitare gelosie e discordie, e perché non avessimo a trovarci alle dipendenze di una cognata, non c'era e non ci poteva essere se non tristezza e rimpianto. Peraltro queste due conseguenze, per quanto giuste e naturali nella sua condizione, avrebbero potuto attenuarsi e anche addolcirsi se quella sorella, che era sempre stata considerata la reginella di casa, trattata sempre con particolari riguardi, contentata sempre in tutto, nelle cui mani e al cui arbitrio era sempre stata lasciata l'amministrazione della famiglia, e senza il cui beneplacito non si era mai fatto e deciso nulla, avesse dimostrato qualche esitazione avanti il passo che stava per fare, qualche rincrescimento di dover abbandonare il nido (oh! dolcissimo) che egli aveva costruito solo per noi con tanto amore e fra tante pene e difficoltà. Ma essa, forse troppo vagante nel nuovo orizzonte che le si apriva (perché non è a dire che non volesse bene a Giovannino ché gliene voleva anzi molto) non mostrò di avere quei sentimenti; di modo che la tristezza e il rimpianto di lui, piuttosto che attenuarsi ed addolcirsi, andarono via via accentuandosi e inacerbendosi.

Egli aveva provato (come risulta pure dalla lettera a me) d'indurre la sorella a rimanere per qualche tempo ancora a Sogliano, pensando che fosse la cosa più agevole e più conveniente tanto per lei che per lui. Per lei, perché poteva avere consigli pratici dalla zia e, presso la zia, ricevere il fidanzato meglio che in casa nostra dove non c'era nessuno che avesse fatto quello che stava per fare lei. Per lui poi, perché intanto avrebbe cercato di riaversi un po', di ricuperare un po' di serenità e di rimettersi ai suoi poveri lavori lasciati in assoluto abbandono. Ma essa aveva desiderato di tornare subito, e cosí egli, nel vedere lei quasi sempre assente col pensiero da noi, ora intenta a lavorare intorno al suo corredo, ora appartata in camera a scrivere lettere e ora sull'uscio in attesa del postino che gliene recasse, e nel sentirsi continuamente sotto l'incubo d'una venuta dello sposo (del quale aveva riportato un'impressione non molto favorevole), non riuscí a riaversi né a ricuperare un po' di serenità e un po' di calma per potersi dedicare al lavoro. Il suo cuore infinitamente buono e affettuoso era spezzato, i suoi nervi erano in grave agitazione. Oh! il suo anno, l'anno delle sue speranze, l'anno che doveva essere decisivo per il suo avvenire! Come si andava svolgendo disastroso per ogni verso: per la salute, per il lavoro, e per gl'interessi! Si, anche per gl'interessi, perché ormai egli era sul punto di uscire dalle martorianti difficoltà finanziarie, non restandogli che di finir di pagare la cambiale che aveva dovuto fare a San Marino per il fratello e di ritirare dal Monte le due medaglie olandesi; invece con quel matrimonio ci sarebbe sicuramente ripiombato dentro. Perché i mezzi per farvi fronte, e per rendere a lei la sua parte, ossia 750 lire, del prestito che noi sorelle gli avevamo fatto nei primi tempi che eravamo con lui, non li aveva, e non era nella possibilità, nello stato d'animo in cui si trovava, di fare dei guadagni col suo lavoro.

Frattanto, nelle penose condizioni di tutto il suo essere, causate principalmente dall'immenso affetto che aveva per noi sorelle e dal profondo dolore per l'ineluttabile destino che gliene portava via una, dovette risolversi di andare a Roma dove l'attendeva, già da vario tempo, l'ufficio che gli era stato assegnato dal Ministero dell'Istruzione. Scrisse in precedenza al suo amico Mario Menghini che gli procurasse una cameretta presso qualche affittacamere per evitare la spesa troppo forte degli alberghi; e la sera del 3 giugno, con una desolazione quale può solo provare uno che vada in esilio, partiva. Io non avrei voluto che andasse; rimanemmo intesi che quando egli avesse avuto da dire a me qualche cosa in particolare, avesse diretto la lettera a se stesso, perché cosí, avendo io l'incarico di fare lo spoglio della sua posta, eravamo sicuri che non andava in altre mani.

Ecco ora il doloroso carteggio suo di quel periodo romano. [2] Le prime due lettere, senza data, sono del 4 giugno.

Care sorelle mie amatissime, sono arrivato da un'ora e mezza. Sono stato a veder la cameretta, dove abiterò qualche tempo, lontano ahi! da voi, mio cuore. È in Trastevere, Viale del Re, Palazzo Petrini, Scala B. p. 3°.

Non è la mia camera, il mio doppio studio, oh! no. Ci troverò la pace e la calma? Speriamo. Questa notte ho dormicchiato qualche poco, destandomi in sussulto. Oh! lontano da voi! Perché Dio non mi ha dato meno cuore? Ho trovato Mario Menghini alla stazione, col pittore Vandelli. Ora sono al caffè di Santa Chiara, e scrivo su questa brutta carta, tenendomi dal piangere.

Il baule speditelo pure a quell'indirizzo ... Mi sono lavato, aprendo la valigina e trovandovi tante attenzioni del mio Mariú. Non so cosa dirvi se non che vi amo infinitamente. Procurerò di scrivervi anche oggi tardi. Oggi stesso vi telegrafo il mio arrivo. Avrete già ricevuto il telegramma.

Come farò a dormire questa notte? queste altre notti? Come passerò questi giorni? Oh! povero Giovanni!

Un bacio, Du, un bacio, Mariú. Addio, cara Du. O Mariú mia! Perdonate la breve lettera. Non posso farmi vedere a piangere. Perché scrivo al tavolino dove sono i due sopra detti. Scrivetemi al Ministero (presso il Comm. Chiarini).

Pregate per me. Vostro   GIOVANNI

 

Mie adorate Ida e Maria, scrivo alle ore 15, di questo primo mio dí torturato, dopo molto sole, dalla «sala riservata» della Biblioteca Vittorio Emanuele, dove di qui innanzi lavorerò molte ore al giorno. Non sono ancora stato al Ministero. Non ho ancora messo un poco d'ordine nella mia anima turbatissima: vi leggo solo un disperato rimpianto della mia pace d'un tempo e un disperato amore delle mie adorate. La notte mi aspetta in questa orribile cameretta di Trastevere, dove chi sa che caldo soffrirò, come sentirò il mio abbandono! Oh! nella vita bisogna darsi molti addio! perché? questa è l'amarezza del nostro destino! perché? perché? perché? Ma è cosí: bisogna. In tanto procurerò di lavorare; ma prevedo che, per quanto faccia, ora non potrò guadagnare quel molto che avrei voluto. Faremo alla meglio. Io ci metterò tutta la mia volontà, tutto il mio amore! Ma contro il destino mal si combatte.

Sono stato a colazione col Menghini e col pittore Vandelli. Siamo poi stati dal De Bosis, dal quale tornerò questa sera. Egli telegrafa a Gabriele, che ci sono. Siamo stati dal giovane Ugo [3] e lí abbiamo avuto il primo e ultimo momento d'ilarità della giornata. Fingevano, il De Bosis e il Menghini, che io fossi andato a domandargli ragione delle sue interviste: alla pistola, in nome mio, alla spada, in nome del povero Marradi, veramente povero come lo giudicano qui. Si è riso un poco. Poi sono venuto nella Biblioteca. Alle cinque vado al Ministero. Ma questa notte! questa notte! Del resto spero che si finirà con l'essere se non felici, almeno contenti e tranquilli. O mia Maria! o mia Du! o mia Du! o mia Maria! o miei angioli! Che sarà di noi? Siamo ora all'uscir dall'infanzia, si può dire, e io sono vecchio e malato!

È un gran caldo a Roma, o mia Maria! nel mio studiolino si sta molto bene. Sta contenta, tranquilla, serena, fuma qualche mezzo garin, e pensa al tuo assente che ti ama. E pensaci anche tu, qualche volta, o Du. E amatelo il vostro   GIOVANNI

Gulí, no pianz! sta con e tu Mariuchin bunin! [4]  dai i basin anca per Zvanin! Maria, bevi un po' di vino! Il baule mandatelo pure; oppure aspettate anche la lettera di domani. Voglio sentire al Ministero. O forse è meglio mandarlo subito. Saluti all'Adele cara e buona. Baci baci baci infiniti. Vostro    GIOVANNI

Al telegrafo mi hanno domandato a bruciapelo: «Sono due o una (Ida Maria)?» Io, senza pensarci, ho detto: «due». «E allora paghi 50 centesimi in piú, o cancelli uno dei nomi. Quale? » Sono stato un minuto o due alla tortura... «nessuno dei due: pago 50 centesimi». Vostro   Giov.

Dopo una lettera a tutte e due, del 5 giugno, che dava notizie poco importanti, c'era questa riservata a me.

O mia soave compagnina, io ti voglio tutto il bene che mi vuoi tu; non un decimo solo. Sta tranquilla e serena: questa grande burrasca ci farà trovar piú bello il tempo che seguirà. Io ho voluto mettere questo intermezzo, perché la novità inevitabile riesca senza troppo dolore. Per quella cosa, sono in un mar di dubbi. Sono persuaso anch'io che si può rimediare con un'assicurazione sulla vita per 7 od 8 mila lire. Mi farò dare i programmi in proposito e farò, se tu mi consigli, la proposta concreta. Andare avanti senza esserci intesi, non mi par buono. Cosí, come ho detto, ci si può stare. Obbligarsi a un'altra somma, senza assicurazione, fosse anche la somma piú piccola, come si può fare? Sarebbe un cedere sin da ora tutto quello che abbiamo. Mi pare che si debba scrivere a lui stesso, non ad E.[milio]. Tanto muta sempre; e non si può capire gran fatto da lui. In conclusione, a me piacerebbero, come a te, «pochissime novità». Ma quando vengono, bisogna prenderle in santa pace, ché ne potrebbe derivare il nostro bene. Certo ne deriva quello dell'Ida, per ora. E per noi? Mi scrive, Falino, per me cose d'impiego. Aggiunge che forse Angiola è incinta. Si è messo a sperare un Ruggerino. Dice che anche morendo (ma sta bene, aggiunge) è certo che io farei da padre alle sue creature. Sono, questa e l'altra, prospettive che fanno dare un tuffo al sangue. Se la mamma vedesse il suo Giovannino scartato cosí dalla vita! E anche la sua Mariuccina! O mia diletta, mia compagnina adorata; noi ci ameremo molto molto molto. Io penso sempre a te. Ho sempre nel cuore il tuo pensiero.

Per i comodi, confido che mi adatterò. D'altra parte la mente lavora già meglio. Spegneremo le sorelle grandi e faremo felice la nostra sorella. Ama il tuo   GIOVANNI

Roma, 5 giugno. Caffè di S. Chiara. Ore 12,25

Avevamo già ragionato fra noi (ciò risulta pure dalla su esposta lettera) del come contenersi per poter fare un assegno all'Ida, avendo egli capito, dai discorsi che gli aveva fatto a Sogliano il cugino Emilio e da quelli che andava facendo lei, che il fidanzato, otre la parte che a lei spettava del credito che avevamo ipotecato sui beni della zia (che è a quanto dire sui beni dell'Emilio) e le 750 lire che aveva dichiarato di doverle Giovannino, non era certo senz'altra aspettazione. Ma la cosa era ancora da studiare e da ponderare bene, perché ci voleva poco a sacrificarsi per tutta la vita con un obbligo che superasse i limiti della possibilità. Per il momento si trattava di soli progetti. E c'entravano anche le «sorelle grandi», le medaglie da togliere di pegno.

Care sorelle mie buone, mi desto con molta calma nel cuore. Sí: ho compreso che il mio cuore guarirà. La lontananza sarà una crudele medicina. Ieri sera venni a letto al tocco: ero stato con quattro o cinque dei convitati. Lo Scarfoglio e il della Porta mi accompagnarono in fiacher a casa ... Ho pianto molto a letto, ho detto le orazioni, raccomandando e mi pover Du ed e mi pover Mariú, ho stentato ad addormentarmi. In una camera a coltello, scaracchiava un'altra persona... Oh! buone notti della mia Mariú. Ma insomma mi sono addormentato. E mi sono destato quasi sereno. Lavorerò. Mandate il baule all'indirizzo già datovi. Mi lusingo di fare intanto qualche poesia da guadagnare con la «Nuova Antologia» e col Boccafurni. Al Ministero farò poco, ma farò, per guadagnare. Il Chiarini mi accolse benissimo. Andrò nella Biblioteca a fare il lavoro di Dante e altro.

Per mangiare accetterò qualche invito. Dal Finali non sono ancora andato. Del mio avvenire non un lume ancora. Avete letto dell'assassinio di Luigi Ferrari? È un fatto che consolida Crispi, che era altrimenti spacciato. Palla infame!

Io vi amo molto, o adorate mie. Il mio cuore è tutto pieno di voi. Mi è stato domandato di voi da tutti. Aspetto ora di trovar lettera al Ministero. Come sarà sconsolata la mia Mariú! O mia Mariú! Poi mi manderà qualche cosa, la mia mammina figliolina. Non è vero? Un bacio, o Du, un bacio, o Mariú. Amate il vostro Giovanni che vi ama.   GIOVANNINO

6 (?) Giugno 1895, Roma, Viale del Re, Palazzo Petrini, Scala B, Piano 3° presso signori Rosati. Ore 8½ del mattino.

Dopo un'altra comune del 7, ecco quella in pari data riservata, solo per me: in che tremenda crisi di nervi e di cuore si trovava! Che faccio io a riportare tante lettere di un'intimità cosí grande? Io intanto gli avevo spedito il baule, com'egli voleva, e a parte, per posta, la sua chiave; e ciò significava che Giovannino sarebbe rimasto assente per molto tempo, come non mai!

Mia adorata Mariú, ricevo con uno scoppio di pianto il tuo campione senza valore: la chiavina. O mia compagnina, non credevi di doverla mandare. Quasi quasi, nemmeno io credevo di riceverla. 0 strazio infinito enorme incredibile! Bisogna separarsi, ancora viventi, dopo aver vissuto insieme la maggiore e miglior parte della vita: bisogna separarsi... per essere felici! O ironia, o scherno! È cosí. Non giova riluttare. Tu sei la mia sorellina adorata, la mia compagnina, la mia vita! Ma bisogna che io mi prepari a non esagerare sul mio affetto... come ho esagerato con la tua sorella. .. che contemplerebbe con lo stesso sguardo d'indifferenza... oltre che il mio sfacelo morale e intellettuale, anche il mio sfacelo fisico ... pur che non le togliesse il suo «sposo» ... Oh! un gran torto ha la tua sorella: quello di aver idoleggiata per sé, esclusivamente per sé, una felicità che avrebbe tolta a noi ... Questo è il suo torto: le sue savie parole d'oggi ... sono un sarcasmo atroce: a te non ha tolto molte occasioni, a me tutte; e poi ora ci guarda con occhi quasi di compatimento, perché magra te, poverina angiolina mia, me, perché grasso e goffo e grigio e stanco e malato! ... Cominci col ritirarsi, ora! ...

Insomma mia dolce sorellina buona, bisogna indurla a tornarsene là, a Sogliano. Io scriverei a Emilio, offrendogli, fin che non è maritata, le cinquanta lire: offrendole a lui, come dozzina. Noi allora lasceremmo subito Livorno, e trasporteremmo la nostra roba – residua – in qualche campagnina. E vivremmo tra la campagna e Roma. Le nozze si farebbero a Sogliano, o magari dove siamo noi, con tutto l'apparato che potesse desiderare. Ma, o mia Mariú, bada bene: tu devi andare a nozze anche tu: se io sono troppo vecchio per prendere moglie, verrò a vivere con te, angiolino mio! Tu non hai che volere! Sei bellina, seducente! Nella nostra Romagna, tutti, ti avrebbero preso e ti prenderebbero! Bada bene; per noi sarebbe impossibile la vita, con la nostra sorella lontana che ci comunicherebbe continuamente i suoi malesseri, i suoi sospetti, il suo mal di stomaco, la sua gravidanza, i suoi parti, i suoi figli... No: sopportare quelle cose è di chi o ha sperimentato o ha volontariamente rinunziato. Noi due non siamo né nell'uno né nell'altro caso! ...

Ore 16 e 10: ricevo la tua lettera. Anch'io non ho la testa a segno. È il mio anno. Oh! Io sento, ora, una profonda indignazione ... con lutti, fuori che con te, mio angiolo! Noi abbiamo parlato a lungo: sí vivere è troppo grave di tante cose. Rispondo solo a una cosa: non è questione di amare piú l'Ida che te: è questione che è impossibile che due si sacrifichino a vicenda per far godere la terza che si ride ... del loro sacrifizio. Io vedo enormi difficoltà (ne sai qualche cosa!) per me: sono grasso e antipatico: per te, non ne vedo ... Ho scritto a Falino, dicendogli che l'Ida si maritava e che noi due rimanevamo a tribolare, risoluti però a non essere volontariamente infelici!

Ma tu, mio angiolino, non devi fare infelice me e te, nel medesimo tempo. Non vuoi farti nemmeno il vestitino! Vai subito a fartelo. Tu invidi la felicità dell'Ida? Ebbene, l'avresti avuta tu, se non ti fossi sempre fatta volontariamente ... eliminare da lei ... Ella faceva il suo comodo e io non potevo fare il mio. Anche ora è cosí: ella sempre crede che tu impedisca me. Invece è che io sono troppo vecchio e brutto. Mi ha finito! ...

Io vivo orribilmente qui. Ho un caldo assaettato. Sono stato oggi dal Finali. Nulla di nuovo. Hanno detto che mi faranno straordinario all'Università... Niente altro ... Quella cara signorina non la ho veduta: per questo lato, respiro. Sono invitato per domani sera. Non vedo nessuno, non so nulla, non fo nulla. Abbiamo, io e tu, sbagliata la via. Non si deve imprendere un amore che può da un momento all'altro essere superato da un altro. Il mio torto è d'avervi considerate come figlie, mentre non ero padre. Il padre ora invidia le figlie. Povero padre! Povero padre! Ma, credi, ora maritar te, sarebbe una medicina all'altro maritaggio! E io sarei quasi felice ...

Baci a Gulí. Scriverò domattina, più calmo. Tuo    GIOVANNI

In verità io mi lagnai con lui per quel desiderio che improvvisamente mi manifestava, che mi maritassi anch'io. Mi sembrava che egli non facesse più nessun conto di me, che solo l'Ida contasse per lui, che il mio affetto, del quale non aveva mai potuto dubitare, non avesse nessun valore. E me ne avevo molto a male e mi desideravo la morte. Però non lo contrariavo perché capivo che era sconcertato, ma gli osservavo che per me non era cosí facile maritarmi come per lui poteva essere l'ammogliarsi. Intanto pensavo di andare a raggiungerlo a Roma per cercare di calmarlo. Giocai persino al lotto per procurarmi i soldi, ma non vinsi. Che triste periodo della nostra vita!

E il 9 giugno: anche questa riservata.

Cara mammina mia buona, io ti amo quanto si può amare in terra e in cielo. Se tu venissi oggi o domattina, che eruzione di gioia! come sarei felice! Ma c'è sempre un che di amaro. Perché l'Ida accorda a te il permesso? Perché incarica te di amar me? ... Ma lasciamo. Io mi tasto il polso sera e mattina: concludo che a noi due sarà impossibile, assolutamente impossibile, continuare la nostra dolce vita di solitari e d'eremiti, se l'Ida prende marito. Già ella con lettere ed altro vorrebbe tenerci occupati di sé; ma anche tacesse perfettamente e non scrivesse mai, noi la vedremmo sempre, continuamente nella sua vita di madre futura e presente... e non ci rassegneremmo a vivere cosí diversamente da lei, allontanando da noi come da indegni, la gioia dei figli e della famiglia. Io sento in me la stessa riluttanza a cosí enorme novità, dopo tanti anni d'abitudine, che provi te; e quasi quasi dispero di vincerla; ma il fatto è che bisognerebbe vincerla tutti e due. Poi c'è la questione della scelta: è naturale che noi saremmo incontentabili: tu pensi a me; ma io penso a te. Oh! un uomo come me è più facile a trovarsi, che una donnina come te... Come fare? Raccomandiamoci ai nostri morti che vogliano proteggerci, avviarci, consolarci. Parlavi una volta della sorella di Suor Agnesina...

In tanto ieri sera dovetti fare la disperante asfissiante corvée del pranzo Finaliano... Oh! qual enorme pezzo di carne barcollante! E chiaramente ho veduto che me la vogliono buttar addosso! Figurati, cara Mariù: ora farò di tutto per non andarci e per levare a lui e a lei e a tutti ogni illusione. Anche ieri sera mi portai bene, con grande freddezza; ma le provocazioni del senatore erano evidenti. Eheh eheh: su questo punto, riposa tranquillissima. Scrivo a te di questo perché l'Ida non abbia a incaponirsi che io rifiuti moglie per lei. No: ella deve credere che io e tu faremo di tutto per essere quello che sarà lei. Noi non vogliamo rinunciare alla vita: capelli bianchi, assez! pensieri tormentosi, assez! notti vegliate, assez! Vogliamo dormire tranquilli anche noi.

Il baule non è arrivato: in buon punto, perché se no, oggi mi sarebbe toccato andare ai Lincei: forse domani vado all'apertura. E senti: se non t'è riuscito ora di vincere e di venire, non è escluso che tu non possa venire anche senza vincere. Le Myricae sono esaurite: quindi altre trecento lire in vista. Sospendi di dare i quattrini all'Ida. Intendo darle entro breve le 750. Dopo, quello che le bisogna; ma deve vedere e apprezzare. Non è vero? E noi faremo un viaggetto. I disegni il Cecchi li vuole entro venti giorni. Li avrà. Della grammatica, è vero: vedremo. Io non ho risposta ancora dal Bemporad ...

Scrivo anche a casa. Oh! il tuo fiorellino! Ieri mi feci coraggio, perché il Biancheri (ex presidente della Camera) al quale mi presentò il Barnabei, mi disse: «Cosí giovane! tre premi! ». Io pensai subito alla mia mammina. Fatti il vestitino; e quest'altra settimana vieni a trovarmi. Vieni mandandomi qualche materno diecino. Non dubitare che ti rifonderò il tutto.

O mia Mariú, prendere un uomo, tu. Insieme però: perché, vedi, preparerei tutto, ti farei il tuo corredino, ti darei i bei regalini, ti fisserei la tua renditina; e poi... poi so io quel che farei. Ma facciamole in santa pace. Oh! potessimo vivere sempre insieme! Su, ora bevi il latte delle caprine, e un poco di vino. Ama il tuo Giovanni che ti adora, e bacia Gulí e saluta Adele. Quando dorme, da' un bacio per me nella fronte a Ida e cerca d'infonderle con quel bacio un pensiero d'amore.

Solon verrà a giorni. Al «Convito» non sono piú stato, ma mi reclamano. E io devo andarci per le Myricae dilettissime. Tuo  Giov.

Averti sempre, sempre, sempre. Sloggiarti dal mio studiolino? No, no, mai.

A tutte e due nello stesso giorno.

Mie adorate Ida e Maria, due parole prima, una volta per sempre.

Ho conosciuto dei padri che amavano le figliole, dei fidanzati che amavano le spose, dei mariti che amavano le mogli, dei figli che adoravano la mamma, dei fratelli (oh! questi possiamo anche lasciarli là): io sono, dentro me, certissimo che padre fidanzato marito figlio non ha amato mai la sua creatura, la sua sposa, la sua moglie, la sua mamma, quanto io ho amato e amo voi, Ida e Maria! O Du, o Mariú! Questo premesso, figuratevi quello che soffro nella vostra lontananza. Pensatelo, pensatelo! Ma perché tu, Ida mia, dici di soffrire anche te? di non poter pensare di star lontana un mese? Ecco quello che mi turba! Perché lo dici? ora solo lo dici! voglio intendere per ora, che non hai il compenso alla mia lontananza. Ma io sento che tu non lo hai detto per il passato, non lo dirai per l'avvenire. E questo mi fa struggere il cuore. Perché vuoi che torni presto? non certo perché tu non possa vivere senza me. Sicché abbiamo pazienza. Io sono qua a guadagnar denaro e ad avvezzarmi. Mi avvezzerò? ne guadagnerò? Intanto ne spendo.

Ieri venne Decio. [5] Mangiammo insieme e pagai io: 7 lire. Tutt'oggi sono stato impegnato per le suorine ... Sono riuscito, proprio tutto per merito mio, a rimediare la cosa nel modo migliore, se non nell'ottimo. Chi sa quale consolazione ne avrà suor Agnesina e le altre! Come sono lieto! Quando per testimoniare della bontà del collegio, io parlavo di voi, oh! come brillavano i miei occhi! ...

Mariti! i tuoi capellini bianchi li terrò sempre con me, e questa sera li bacerò tanto, anima mia! Quanto desiderio di rivederti! Quando? Oh! destino crudele che separa quelli che si amano! Gulí, non dir male di me: sai che non sono felice, perché amo persone che non possono trovare la felicità, l'amore, se non con altri! I tuoi diecini, Mariúi, mi fanno tornare bimbo. Presto spero di darti buone notizie della mia situazione finanziaria. Ma a che pro? Per ora non ho fatto versi: mi hanno seccato troppo. Il Finali mi ha detto che il Barnabei cerca di farmi prof. universitario. Ecco tutto.

Ora, Mariú, fatti subito il vestitino, con le maniche gonfie. Du, veglia, perché se lo faccia; falle bere il latte delle caprine e un po' di vino. Tienla contenta: dille che ha Giovannino, che l'ama.

Addio, mammina figliolina. Sta allegra, pensa a me senza amarezza e prega per me. Prega per me, Du, e amami, se ti riesce, un poco. Io soffro molto caldo. Spero di lavorare! Questa sera troverò il baule. Oh! il baule! E dove sono le mie bimbe? Perché siete venuti senza loro, o libri cattivi? Fatti il vestitino, Mariú, subito! Baci e baci dal vostro   GIOVANNI

Un'altra a tutte e due è del giorno seguente: di cui questi sono i passi più importanti.

Mie care adorate Ida e Maria, scrivo, al solito, dal Ministero dove sono installato nella stanza del Romizi, assente temporaneamente. Ieri dunque si trattò l'affare delle Suore. Per le mie insistenze ... siamo venuti al progetto d'eliminare il Commissario già nominato, facendo al Comune di Sogliano domandare la nomina subito dalla commissione paesana ... Io ho perduto in queste pratiche molto tempo, ma pensavo che facevo cosa grata a voi due.

Ho notizie di Sogliano ... Emilio aspetta sempre l'impiego; e a me dell'impiego o non parlano o parlano negativamente. Ora tento col Ministero dell'Istruzione. Cose difficili! difficili! Basta: io farò quanto potrò ...

O dolci Ida e Maria ... Quanto bene vi voglio! Come patisco lontano da voi! Vieni vieni, Ranuccina mia. Con che gioia t'accoglierò! Ma forse non hai vinto. Non importa: presto avrai di che viaggiare! Ma fatti il vestitino subito. Di' all'Ida che ti voglio molto bene e ti faccia mangiare molto e bere vino e latte ...

Il giorno dopo (11 giugno) c'è un'altra lettera comune.

...Domenica e lunedi, giorni di festa e di chiasso, io sono stato sull'orlo della disperazione. Non ho piú colletti e polsini. Ho un caldo! un caldo! Eppure bisogna che io rimanga lontano dalla mia casina e dai miei angioli, dei quali uno almeno ha sempre aspirato a star lontano da me, ma io no, io no: avrei voluto vivere e morire insieme. Ora si faccia di noi, ciò che Dio vuole. Sii felice, Ida .. .

Le due seguenti lettere, la prima diretta a tutte e due e l'altra riservata a me, rispondono a una mia, piena di desolazione per la sua continua assenza e di preghiera perché volesse ritornare subito, facendomi portavoce anche dell'Ida, la quale sospirava il suo ritorno per tante ragioni e sopra tutto perché le sembrava di essere lasciata in abbandono da lui. In oltre nella stessa lettera, per riuscire a capir bene se proprio egli desiderava che anch'io mi maritassi (oh! quante lagrime versavo al pensiero che volesse disfarsi di me! quanta disperazione c'era nel mio cuore!), gli parlavo di un tale di Sogliano, che fin da quando io ero là era rimasto fisso nell'idea di volermi sposare. Non c'era mica nulla di consistente. Si trattava di un povero sempliciotto che non aveva mai scambiato una parola con me; ma solo con altri, che ne ridevano, manifestava quella sua idea. Giovannino non lo conosceva, e poteva perciò credere che fosse un discreto partito. Egli aveva tante ragioni buone in tutto quel suo turbamento, ma quella di non fidarsi piú del mio affetto, che era cosí esclusivo per lui, no, non l'aveva.

 Miei cari angioli, voi piangete (tutte e due?) e io piango, ma tanto tanto da creparmi il cuore. Però ve l'ho detto: io sto qua nell'interesse, specialmente dell'Ida. Qualche guadagno lo sto già facendo: la gita poi e la permanenza non mi costerà nulla. Ma bisogna ch'io resti un certo tempo. Ho da rivedere una ventina di grammatiche. L'Ida ha bisogno che torni subito per ricevere il suo fidanzato; si strugge solo per questo: l'ho già scritto e voi me l'avete confermato col silenzio vostro. Ma non potrebbe l'Ida scrivergli sinceramente e veracemente, che io sono a Roma per il dovere del mio uffizio? o vuole che glielo scriva io stesso? e aggiunga che soprassieda? oppure che venga lo stesso? Tanto io ben di rado potrei essere presente ai loro colloqui. L'Ida si lamenta di essere senza nessuno, per questa mia assenza doverosa, che ella sapeva dover avvenire da qualche mese? Come senza nessuno? non ha in me chi le provvede ciò che le bisogna? Certo tutto sarebbe stato piú semplice e piú piano, se io mi trovassi ora con l'autorità soave che dà l'amore soddisfatto e la famiglia fatta. Ma questa autorità mi si attribuisce lo stesso, perché non si sa che io ho vissuto senz'amore, e non per incapacità d'amare ma perché mi dovevo dedicare solo a voi. Quando voi avete detto che io sono un uomo, vi pare d'aver detto tutto. Oh! vedere un vecchio piangere e singhiozzare a ogni momento è spettacolo ben triste! E come d'altra parte ricominciare la vita... riprendere le aspirazioni giovanili a quarant'anni? in questo stato dell'anima? Lasciamo lasciamo.

Ma perché l'Ida dice che tu devi placarmi? Io non l'ho mica con lei, poverina! perché? perché ama ed è riamata? È cosa naturale... per tutti fuor che per me. Io sono qua e devo rimanere qua ancora, per forza! per forza! Ma se c'entrasse anche il sentimento del rimpianto della mia cara felicità perduta, della felicità che mi riprometteva coi miei due angioli divenuti calmi e tutta attenzione e amore per il loro vecchio Giovanni, oh! vorrei domandare all'Ida: ma che cosa faresti e diresti tu, se io prendessi moglie, e tu non avessi né sposo né speranza d'averlo? che cosa diresti se mi vedessi sempre appartato, ricevere e scrivere lettere d'amore? che cosa faresti se dopo avermi accompagnato, tu mesta, me trionfante al braccio della mia sposa, io rifiutassi al ritorno il tuo braccio? che cosa diresti se io ti pregassi a ritornare da una momentanea e doverosa assenza, solo perché tu potessi presenziare la mia felicità? Vedi, Mariú: io penso alle altre mie due assenze e agli altri due miei ritorni: io dicevo «vola» al treno, arrivato (di notte, ricordi?) trovar voi due, avervi al petto avvinghiate tutte e due, come ai tempi di Sogliano... Ora invece che cosa mi aspetta? Ma tutto è naturale e giusto: voi dovete prendere marito. Ma, credetelo: la mamma ve lo direbbe se tornasse: piú naturale e giusto sarebbe stato che io, destinato a essere anche il vostro padre, a cercarvi marito, a procurarvi l'amore e la famiglia, avessi preso prima moglie, col vostro consenso, magari con la vostra soave cooperazione. Questa immensa crisi non sarebbe avvenuta. Perché, ricordate, questo era l'anno della gloria e del lavoro. Potevo lusingarmi di cominciare la mia casetta e il mio campicello. O casetta, o campicello voi non siete per me.

Se avessi poi a dirvi quanto soffro anche materialmente, non lo credereste. Decio è ancora qua, mi è sempre a ridosso. Poco fa era nella stanza donde scrivo. Tornerà alle undici e mezzo. Le cose delle Suore si mettono male, per una loro imprudenza: il rifiuto di ricevere il Commissario. Chi sa quanto durerà questa storia! E il baule è arrivato, ma non l'ho ancora in casa. Detti tre giorni fa la chiave al Menghini, perché andasse a vedere. Nel frattempo è venuto l'avviso in casa. Io non avendo la chiave, non potei andare al dazio. Esso non avendo l'avviso non c'è andato nemmeno lui. Basta: oggi, giorno del Corpusdomini, ho sempre quei polsini coi quali venni, un colletto rovesciato. Ali vergogno. Le scarpe basse sono molto brutte, le altre mi fanno molto male. Mi tocca spendere una quantità per muovermi. Questa sera dovrei andare a pranzo dal Finali...

Puoi immaginare con quanta gioia vedrei Mariú o tutte e due qua. Ma io non potrei ritornare subito con voi o con te, mio angiolino Mariú. Se tu venissi, lo capiresti subito: non si tratta di bugie. Dunque, Mariú, a questo patto, che tu mi lasci qua o aspetti fin che io non mi sia sbrigato, vieni pure. Quale gioia sarebbe la mia. Sebbene ora non mi abbandonerei piú, cosí fidentemente, perché mi si sono aperti gli occhi: l'amore delle sorelle non può essere definitivo: o esse saranno infelici anche vivendo sempre con te, o troveranno chi ameranno ben piú di te, o povero Giovanni, infinitamente piú di te. Ed è naturale! Dunque vieni, se sei risoluta a tornar senza me o ad aspettare il tempo a me necessario. Dove starai poi, quando io sarò al Ministero? Ma sono difficoltà che vinceremo. Ma come farà l'Ida sola? No, no: non mi pare possibile. Eppure quanta gioia ne avrei. Ma fugace fugace! O povero me! o mia Ida! tu allora, sola, saresti contenta, lo capisco! Del resto chi sa piú nulla di te? non scrivi piú.

«Divertiti svagati»: oh! Mariú, come è fiera la tua ironia! Mandami un po' di soldi, perché io possa svagarmi. Se mi vedessi! Quanti giorni sono che c'è Decio! Almeno avessi potuto immergermi in discorsi d'arte col  Convito »! Eheh! Sempre Sogliano! sempre... a momenti lo dicevo.

Mia povera e cara Mariú adorata, mia ranocchina diletta, mangia e bevi e amami. Ida! Ida mia! Vi bacia il vostro  GIOVANNI

Roma, 13 Giugno 1895

Riservata a me.

Cara Mariú, è proprio cosí: hanno fatto il mandato, che riscuoterò prima di venir via, per l'indennità di tutto il mese di giugno. Non è escluso che io possa venirmene prima; ma per ora non posso, tanto piú che devo compiere il mio lavoro, che Decio ha straordinariamente turbato con la sua continua presenza! Oh! m'è venuto in uggia Sogliano e i Soglianesi! Sicché vuoi venire per qualche giorno? Vieni, amatissima! Ma fino alla fine del mese o giú di lí, come si potrebbe fare?

Ma che cos'è che amareggia tanto l'Ida? che cosa vuole da me? perché cerca di farti compassione, e ci riesce? Compassione di che? non ha abbastanza danaro per il corredo? Un po' di pazienza, ma il danaro ci sarà. È impaziente di vedere il suo sposo? Ma in fin dei conti può venire lo stesso: io sono qua per obbligo, non per evitare lui. Di che deve placarmi? È convinta o no che l'amore e la famiglia è cosa desiderabile per tutti? Solamente noi due siamo in condizioni difficili; ed essa ci è arrivata, passando sopra tutti i nostri diritti ... Siamo d'accordo in ciò? che cosa è sopravvenuto? Perché, di che, hai pietà? Non ti lasciare fuorviare da lei, il suo partito le piace in tutto e per tutto ...

Quanto al capitalizzare, vedremo. Certo con le assicurazioni e le cento lire mensili (penso a tutte e due) io dovrei levare al mio stipendio due-mila lire. Per assicurare 10.000 lire dovrei spendere piú di trecento lire annue. Vedi che per maritare l'Ida io devo spendere (e le spendo volentieri) mille lire annue. Poi c'è il corredo, le 750 lire, le spese per le nozze, e che so io! Scrivere intanto a lui? Io ho la massima fiducia: ma quando vedesse impossibile il capitalizzare, quando vedesse impossibile il riscuotere le migliaia d'Emilio, per buona volontà che avesse, temerei che si tirasse indietro. E io non vorrei essere l'autore del disinganno dell'Ida. Eppure qualche cosa bisognerebbe dire e fare. Se mi avesse scritto, se si fosse tenuto in relazione, chi sa che tutto non fosse già in chiaro.

O mia angiolina bella, il tuo partitino! Vedi: io non sarei mica un superbo per me: per te sí però. A ogni modo, quel caro e bravo giovane vorrebbe metter su negozio di suo; e allora sarebbe sempre un partito indegno del piú bello e piú buono angiolo di questa terra, ma non tanto indegno. Ma che non conti sin da ora sulla tua dote, povera Mariú, per fare questo negozio? eh? Ma basta: parleremo. Però ho molto pianto, mia povera mammina, quando ho letto quelle tue soavi infantili umili parole!

Ma che cosa vuole ottenere da me l'Ida? Io mi scervello, mi scervello! Danaro? Ma se le dico che sto guadagnandone .. .

Un bacio, mia adorata creatura, dal tuo   GIOVANNI

13 Giugno 1895

Stai bene col tuo vestitino nuovo? Falino tace! ...

Ancora nello stesso giorno a tutte e due.

Care mie anime, sono a casa Rosati nella piccola e calda camera da studente povero. Tuona. Ho trovato il baule: sono le quindici e quarantacinque. Posso finalmente cambiarmi. Mi devo mettere la redingote, le scarpe dolorose, i calzoni e il gilè, cura della mia Mariú, per andare poi dal Finali. Dio me la mandi buona. Ho trovato il Gandino che mi ha accolto con grande affetto... Ho compreso che per l'Università c'è poco o nulla da fare. Sono disgraziato in tutto: né amore, né famiglia, né pace, né campagna, né modesta agiatezza, né onore, né gloria: nulla. Il Giovannino dal dito guasto, il Giovannino della sua mamma, è nato disgraziato. È il fratello di Mariú, poverina. Non potremo essere noi nemmeno mediocremente felici, o povera sorellina? Ci vorremo bene: ma che cosa è questo bene, quando vedremo quale differenza ci sarà dal nostro bene, a quello che la nostra amatissima vuole e vorrà al giovane che l'ha prescelta? Ci toccherà mai nulla di simile? Speriamo. Certo io dico e ridico che io uomo e piú grande e destinato a proteggere e a maritare le mie sorelle, dovevo essere il primo. Oh! triste festa! che brutti nuvoloni! quante memorie! quanta felicità di tenere le mie due mani, una sul capo d'Ida tremante, una sulla guancia di Maria piangente! Memorie, non altro. Altri subentrerà. Ma che cosa scrivo per affliggermi e affliggervi? Che notti passo! Alle cinque sono sempre desto.

Ho trovato nel baule i libri tutti a catafascio. Domattina presto ordinerò e tirerò via a far qualche cosa. Quando tornerò, tornerò per la ria di Romagna. Se ci sarà Mariú, tanto meglio! Ma non è cosa da far subito. Ho già scritto stamane.

Baci infiniti, o Du o Mariú, anime mie, la lieta e la triste, la felice e la mia somigliante. Baci al povero Gulí e alla povera Adele. Vostro

GIOVANNI

13 Giugno 1895

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Ore 4.20. Mi sono vestito; ma tuona orribilmente e tra poco pioverà a torrenti. Come farò? perché l'ombrello non lo posso acquistare, perché sono a stecchetto. Si riscuote in ultimo. Vorrei che mi mandaste altre dieci copie di Myrmedon e due o tre copie di Phydyle e Laureolus, che collocherai bene con ogni avvertenza. Delle 11 avute, una ne ho data al Chiarini, tre al Finali, tre al Barnabei e altre singole ad altri. Il Barnabei credo ne abbia data una alla Regina, il Finali ne avrà provvedute la contessa Lovatelli e quella che due o tre persone mi hanno data come la mia piú forte ammiratrice, la contessa Pasolini, moglie di quel Pasolini che ha fatto quel bel libro che mi diede il Pillot. Io devo poi andare a far visita a queste due signore... Ma io dell'ammirazione non so che farmene.

Che tempo nero! L'altra sera, per quel temporale enorme, io ero sotto un tendone d'una modesta trattoria dove mangiavo; e ci rimasi. Era uno spettacolo sublime; e io pensavo a voi, a quella notte di Massa, al presente, al futuro... Dio, che tristezza orribile! E voi dite che io mi diverto e mi svago. Nemmeno lo cerco il divertimento e lo svago: di ben altro ha bisogno la mia anima, di ben altro ha sete! Vostro    GIOVANNI

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Mie care adorate Ida e Maria, oggi, 14, non ricevo vostre lettere. Non avrei quindi a che cosa rispondere; ma c'è tanto e tanto nelle vostre passate a cui rispondere.

O mia Iduccia soave! in tutta la mia crisi di bene per te, oh! non vedere nulla di male. La tua felicità sarà sempre al sommo de' miei pensieri. Se ti ho turbata nel tuo piccolo cammino solitario, perdonami! Che babbo cattivo sono io! Ma ti giuro: farò tutto quello che è e sarà necessario per questa felicità, che ti rapisce a me ma ti dona alla vita. Per questo io sono e resterò anche un poco a Roma, né, spero, senza frutto. Sii contenta, allegra! Sii orgogliosa dell'affetto del tuo Giovannino, che pur facilitandoti la via si sente strappare il cuore a vederti andare per essa. Amalo il tuo Giovannino. Non so se egli avrà mai felicità al mondo; ma i dieci anni che ha trascorso con te e con l'angiolo, nostra sorella, saranno sempre considerati da lui come i dieci anni belli della sua vita, i dieci anni piú operosi, piú poetici, piú buoni! O Reginella! Conta sempre sul tuo padre minore. Non dubitare: egli appianerà ogni difficoltà e toglierà ogni ostacolo: tu sarai felice.

O mia Mariuccina, o mia poverina, o mia adoratrice, o mia adorata: io t'ho afflitta in questi giorni? Tu non vivi che di cicche? Oh! io vorrei darti a mangiare il mio cuore a pezzettini! Io non ti so pensare che con uno scoppio di pianto! Tu aspetti sempre nell'ombra del mio studio, e non mi vedi. Se t'ho afflitta con le mie lettere desolate, se t'ho straziata non rispondendo sempre a tono alle tue dolci proteste d'amore e di dolore, perdonami. Io non ho eseguito bene il mandato affidatomi dalla tua mamma e dal tuo babbo. Perdonami, perdonami. Se poi domani ti rivedrò, anima mia! che gioia! Quale sarà il nostro destino? Io vorrei essere sempre con voi, nemmeno un minuto vorrei esservi lontano. Ma è un amore troppo egoista: non è vero? Ora però sono lontano per il vostro bene. Tu non devi affliggerti: sai bene che ti adoro. O Mariuccina, o Iduccina mie, amatemi e state tranquille e serene.

Notizie: Decio è ancora qua: non si è ancora risolto nulla. Io sono in momentanea bolletta. Non so se aspettare domattina Mariú. Ma l'amaro sarebbe lasciarla tornare senza tornare io. Perché essa capirebbe subito che cosí si deve fare ineluttabilmente per interessi e per obbligo d'ufficio. Ma che gioia che gioia! Non hai piú garin? Oh! creatura mia!

Del mio avvenire non so nulla. Saprò però qualche cosa presto, o piuttosto non saprò nulla. Del resto, per tal partita, sono tranquillo. Se posso lavorare! E lavorerò. Per te, cara Iduccia, tutto è assicurato, nel mio bilancio. Non dubitare che da me ti vengano difficoltà. O povera sorellina mia, no. Avrai ciò che ti è necessario, e almeno per questo mi vorrai bene.

Mariucchin! cicche sole? oh! angiolino mio! Fa comprare un mazzo di sigari per stagionarli (?). Gulí, un bacino dal tuo caro babbino. Tante cose alla mia cara Adele. Tante cose ai miei uccellini, ai miei ritratti, ai miei libri, alle mie cosine.

E tutto il mio cuore a voi, Ida e Maria.   GIOVANNI

14 Giugno 1895

Il giorno dopo a tutte e due.

Miei cari angioli, che cosa devo dire? Vi giuro che io avrei continuato e continuerei la mia vita con voi due sino al giorno della mia morte; che nessuna felicità maggiore può sorridermi, di questa che sto perdendo.

Vi dico ancora che io sarei l'ultimo degli uomini se non riconoscessi che avete ragione tutte e due, l'una di maritarsi, l'altra di caldeggiare il matrimonio della sua dolce sorella. Va bene. È cosí. Del resto come mi sento intenerito sino alle lagrime di tutto ciò che mi scrivi, o mia Mariú, per tutte e due, cosí un fondo d'amore immenso resta in tutto. O Du, mi fai la piadina? e poi, non me la farai piú. Tuona: voi siete insieme. Io non ci ero, e non ci sarò almeno per una. E poi, non rispondete inni a ciò che vi dico. L'Ida vuole che io sia felice... perché lo dice solo ora? Ma basta: non parlo per recriminare. Parlo per farvi capire che il mio dolore persistente è giustificato. Ma io vi amo infinitamente. Speriamo, cara Mariú, che torni il sereno.

Vi ripeto che è proprio necessità che mi trattiene ancora a Roma. Ma io non rinunzio alla visita di Mariú. Ti avvertirò del quando posso venirmene. E allora la mia mammina mi verrà a prendere, due o tre giorni prima. Va bene cosí? Vi ringrazio del diecino (o mammina, come sei buona!) e del pacco che riceverò questa sera. Domani avrete notizia di tutto.

L'affare delle suorine è andato a male. Non è giovato nulla il mio intervento e le mie innumerevoli seccature. Domani il signor Decio se ne va. Finalmente. Dal Finali è venuto una volta sola, di giorno, con me. Ai pranzi non c'è stato mai. Beato lui! Dunque adesso, Mariú mia, sta contenta e metti in pace i nervi. Affidiamoci, come tu dici, a Dio. Ti manderò presto poesie. Grazie del tuo soave affetto. Dico sempre l'orazione e bacio la croce e la medaglina. Ora riprenderò finalmente la compagnia del «Convito». Ne ho bisogno per le Myricae. Domani scriverò al Cecchi; ma sono imbarazzato, perché il Bemp. non mi ha risposto.

Oh! piadina dell'Iduccia mia! quando ti fumerò? Presto, spero. Baci infiniti a tutte e due, o Ida e Maria, angioli miei, e a Gulí, e saluti all'Adele e agli animalini. Vostro  GIOVANNI

In una breve lettera a noi del 16 giugno annunziava la partenza di Decio; poi scriveva quest'altra.

Care Ida e Maria del mio cuore turbato, le vostre lettere diradano e raffreddano. Tante volte mi dico: «Ida e Maria, gli angioli che tu hai amato come nessuno ha mai amato e amerà, sono destinate col tempo a non volerti bene piú, forse a odiart ». Vedo che vi stringete tra voi altre due, escludendo me. Mi pare già d'essere esule. Farete già dei sogni gentili di fratellanza animata di piccoli esseri, e io non ci sono tra voi. Ho capito, capisco. Oh! l'anno terribile della mia vita che non avrei mai mai mai voluto cambiare, che non vorrei mutare mai mai e poi mai.

Vedendo la busta con l'indirizzo scritto dall'Ida, m'ero lusingato di trovarvi dentro qualche dolce confidenza, qualche soave espressione... Nulla! Il mio cuore soffre molto. Siate felici! Amatevi tra voi, se me non potete amare. In verità, io soffro molto. Io ho detto molte cose nelle mie lettere, ho pianto molte lagrime: non ho avuto mai il conforto d'una piccola risposta. Mi sembrava di sentire voi due dire: e tu canta! e dagli!

Le scarpe gialle non mi vanno. Ho provato a farle allargare. Domani riproverò. Ma se sentiste che caldo! che soffoco! Io non ne posso piú. E mi tocca ancora rimanere. Per il danaro, ho avuto una prima delusione. Poesie non ne so piú fare. Io aspetto che mi torni il gusto della vita e perciò della poesia. Speriamo.

Come vorrei vedere Mariú col suo vestitino nuovo. O Ranocchina mia, mi pare mi pare di vederti! come sei bella e adorabile! Amate, per

GIOVANNI

Grazie del diecino. E i sigarini non li vuoi piú? Ma stai bene, sei allegra? parla parla.

18 Giugno 1895

Nello stesso giorno, riservata a me.

Mia adorata Mariú, vedo da un pezzo – non mica con dispiacere ma con qualche riserva – che tu ti sei ristretta alla tua Ida! Bada però che non sempre le parole sono i fatti. E poi sii imparziale. E poi non dimenticare che io ho vissuto sino ad ora per te, e che non domanderei meglio che di continuare. Fate i bei castelli in aria? Ne godo; ma mi dispiace di non esserci io. In tanto puoi profittare della accresciuta tenerezza e intimità per indurla a fare qualche cosa per quella rettifica, come dice essa, di patti. Io ti ripeto che un'assicurazione sulla vita la prenderei volentieri. Se poi non vuole, faccia lei; ma ne scriva a lui. Cosí cominci a parlargli degli affari Emiliani. Io sono persuasissimo che esso non vorrà nulla, che a lui non importerà di nulla, salvo che d'avere la nostra cara Ida. Ma bisogna saperlo di sicuro, in tempo. O forse la cosa è già fatta? Scrivimene due parole. Imagini perché preme di sapere che la cosa è certa certissima. Piú che a ogni altro, deve premere a lei.

Delle tue aspirazioni non dico nulla. Ma io indovino che hai già il tuo progettino bello. Scrivimene. Tu, vedi, sei nella migliore condizione di tutti e tre. Tu cominci la vita in età ragionevole, in istato bello e gentile di persona e di cuore. O mio Mariucchin! Grazie dei quattrinini! Non dubitare: torneranno accresciuti. Oh! la mia famigliola. Di' quel che vuoi; ma a me piaceva come era. Ci voleva solo un poco di modificazione nel contegno di lei! È vero? Mille baci infiniti dal tuo GIOVANNI

18 Giugno 1895

Oh! no: le lettere non si «andavano diradando»! Io gli scrivevo sempre, e sempre col mio immenso immutabile affetto (un po' mortificato perché mi sembrava che non contasse più nulla) dandogli notizie di tutto. Era la sua fantasia, che nella lontananza galoppava senza freno per le vie dell'imaginazione.

Il 19 giugno a tutte e due, scriveva delle suorine («tutto naufragò») e delle scarpe che non gli andavano; ma c'era anche una lettera riservata a me, dello stesso giorno.

No, mia dolce Mariú, non sono sereno. Questo è l'anno terribile, dell'anno terribile questo è il mese piú terribile. Non sono sereno: sono disperato. Io amo disperatamente angosciosamente la mia famigliola che da tredici anni, virtualmente, mi sono fatta e che ora si disfà, per sempre. Io resto attaccato a voi, a voi due, a tutte e due: a volte sono preso da accessi furiosi d'ira, nel pensare che l'una freddamente se ne va, come se fosse la cosa piú naturale del mondo, se ne va strappandomi il cuore, se ne va lasciandomi impotente piú a lavorare a pensare, se ne va lasciandomi mezzo morto in mezzo alla distruzione de' miei interessi, della mia gloria, del mio avvenire, della mia casina, di tutto! E pensando che l'altra approva tutto ciò, trova tutto ciò naturale, trova che io ho torto. Oh! non tutto! Maria! Oh! non capisci che a restituirmi la pace è necessario, non che io prenda moglie — belle forze! — ma che io m'innamori? e come si fa, quando il cuore è tutto occupato da voi due? Siete sorelle e amate e siete amate da sorelle: cosí dici. Va bene; ma dimmi in coscienza, senza diplomazia, dimmi Maria: tu mi ami da sorella: perché t'ha a dispiacere che io ami una donna da amante da sposo da marito? Dirai: «A me non importa nulla»? Saresti già cambiata. cosí? non ti rimprovero mica, o mia dolce sorella! È cosí? Vedi che è ben necessario che io cerchi di farmi un'altra famigliola.

Io non faccio nulla: vado al Ministero, non faccio nulla. Quasi sempre solo! Al «Convito» non sono piú tornato. Le scarpe non mi vanno. Delle altre le une sono cenciose, le altre mi fanno male. Mi alzo piangendo, trovando subito la disperazione al capezzale: vado a letto, piangendo, quasi sempre con la testa piena di cognac. Non ne posso piú. Oh! io sí, che amo! La cosa orribile è che l'Ida ha cercato di essere amata cosí straordinariamente per lasciarmi, per potermi dire con una finta aria di saggezza: «Cosa vuoi! quello è il mio sposo; quello è il mio marito!» Oh! lasciami in pace allora! Tu le dai ragione, ora; ma perché dimentichi. Tu, mia cara angiolina, almeno, volevi sí tutto il mio cuore, ma me lo davi ancora a tua volta, tutto! Non è vero? Ti rassegni piú facilmente: in questo mi sei superiore. Ma sei buona, sei soave, sei ragionevole. Non hai mai risposto alle mie lamentele. Anche questo è motivo d'ira, per me. Non con te sono adirato, ma con lei. Oh! dica qualche cosa, dica: « ho avuto torto di prendere per me anche la vostra porzione, di non aver pensato che a me». Dica: «lo so che devi soffrire, Giovannino, perché io soffrirei lo stesso, se si trattasse di te; e perciò ti domando perdono di averti sciupata la vita, mentre tutti potevamo essere felici o almeno contenti, se io non fossi stata cosí egoista». No: niente! Par che dica: «Canti canti, pianga pianga ... prenda moglie, si ubbriachi ... io ho il mio Salv., con relativo podere e mulino!». E tu rispondendo mi dirai: «Tentazioni del diavolo!». No, Maria, rispondimi benino. Come farò mai a tornare? come ciò è possibile? Paragona questo ritorno agli altri. Come farò, come farò? Io andrò regio commissario per esami. Non tornerò cosí presto. E prenderò moglie, si capisce. Oh! ma quanto mi piacerebbe piú vivere solo con te! Ma che! non faremmo che pensare a lei, che parlare di lei. Noi non costituiremmo una famiglia e saremmo considerati come la famiglia paterna! Noi vivremmo senza amore e dovremmo quasi assistere all'amore altrui, con relativi effetti! Capisci che è impossibile che noi ci rassegniamo? Dunque bisogna crearsi questa famiglia, ed è urgente far presto. Ebbene io trovo un'enorme difficoltà, non in altri, ma in me. Io non avrei cambiato mai! io non cambierei mai! Scrivimi senza diplomazia, schiettamente il tuo pensiero, Maria, non nascondendo nulla, come fai da un pezzetto che non sento piú il tuo polso nelle tue lettere. Parla per conto tuo; perché il pensiero dell'Ida non lo interpreti tu, come non lo interpreterà mai nessuno. Capisco che ora ti fa compassione. Maria, serbala per me la tua pietà! serbala per me, che soffro davvero! E fa che scriva seriamente a lui, non a Emilio, che si chiarisca dei patti e della scritta o che so io ... già ora di sapere che cosa si deve aspettare. Viene? quando? per quanto tempo? è fissata la data? l'Ida lavora? dàlle pure il denaro che le bisogna. Rispondimi benino. Fai il tuo castellino con me! Oh! potessimo vivere sempre insieme, nella nostra ombra! Credi che non parli sul serio? Bacia il povero Gulí e saluta la povera Adele. O mia povera Maria, tutto il mio cuore vola a te ardente ardente. Ti bacia il tuo    GIOVANNINO

A tutte e due.

Mie adoratissime, a noi tocca una parte ben piú grande di dolore che agli altri. E non possiamo nemmeno dire: « amiamoci, dunque, stringiamoci tra noi », perché appunto il troppo (è mai troppo?) amore che ci portiamo forma la nostra sventura. Perché se io potessi vincere lo sviscerato affetto che mi lega a voi, sin da quando eravate bambine, portato al parossismo dalle visite a Sogliano, dalla indimenticabile fabbrica per voi del mio bel nido, da dieci anni di consuetudine continua, continua, continua, sí che pochi giorni d'assenza ci facevano soffrire tanto, se potessi vincere questo affetto smisurato ardente ora piú che il primo giorno e inestinguibile, e dirigere la mia mente a idee alle quali tutti mi richiamano, io so che darei un dolore acerbissimo a una di voi. Non è vero, Maria? E se aspettassi di maritare anche lei, di perdere anche lei, come resisterei io a questo secondo dolore, se il primo mi ha già mezzo ucciso? mi ha tolto il mio ingegno, la mia volontà, i miei gusti, tutto, il mio sonno? Come fare? come uscirne? Prega, Maria, prega, Du!

Ora rispondo. Sono stato asciutto parlando delle scarpine? perdono, mia soave; non affliggerti: la penna mi ha tradito, perché io sí ho pianto tanto sulle tue scarpine! Per le poesie proverò; ma credi: non ci riesco piú. Non riesco piú a nulla. Le tue camicine! come le gradirò, povera bambina mia! Ma non avere tanti candidi pensieri, o mia soave biondina! ora a te, Du mia. Mi vuoi dunque bene? me ne vorrai sempre? Ma io farò sempre dei confronti. Io ho troppa imaginazione! Lo dice Mariuchin. Tuttavia ti ringrazio commosso del bene che mi vuoi. Le tue pene sono eccessive. Io per quella che piú ti cuoce, non so darti un consiglio. Mi pare che tu non debba dir nulla, perché mostreresti di dare importanza a quell'incidente, come di colpa. E ciò non è... Si tratta non di «una delle numerose amanti del V.[itali] », ma di uno dei numerosi tentativi del medesimo ... Quanto ai patti, lí sí che bisognerebbe sapere di certo, specialmente se ci ha a essere scritta. Perché nelle mie condizioni presenti, dicendo che assicuro, per es. 10 o 12 mila lire, verrei a spossessarmi ipso iure di quel poco che ho, in mobili e libri, e cosí per molto tempo sino a concorrenza di tale somma. C'è però un rimedio: un'assicurazione sulla vita. Ma questa dovrebbe essere di 8 o 10 mila lire al più, perché le rate annue siano tollerabili. Ma come si fa a discorrere di queste cose? prima, per non restar male all'ultimo? ...

Mi consigli a distrarmi? Non ci sarebbe che un mezzo: quello adottato da Salvatore: di pensare, oltre che alla sua Maria, anche a una Ida. Ma la mia Maria che cosa direbbe? Insomma, io vi amo infinitamente, o mie dolci angioline. Non so dirvi altro. Come devo fare? Voi tacete su certi punti: o silenzio eloquente! E mi fate quasi rimprovero (dolce rimprovero) di pensare e sentire come voi?

Ranucin! Dudi! Vi ama il vostro   GIOVANNI

20 Giugno 1895

Riservata a me nello stesso giorno.

Mia povera Mariú, amata come nessuna, hai male? oh! se domani ti ritrovassi tra le mie braccia! Perdona tutto il dolore che ti ho dato. Io ti amo infinitamente. Ho sentito nel fondo del cuore l'appello tuo a quelli che non ci sono piú! « Oh! voglimi un po' di bene anche a me ». Oh! sí: infinito te ne voglio e te ne ho voluto e te ne vorrò! Non è per questo che io soffro? Quante volte ti ho detto che, per coraggio che ci facciamo, ci sarà impossibile assistere, rinunziando all'amore, allo spettacolo dell'amore altrui? Non capisci che tenendoti per me, io ti farei una parte men buona, infinitamente men buona, che all'Ida? E se al contrario ti spingo a seguire la stessa via, come resterei mai io? Ora mi sento vecchio: figurati allora! Ma come mi sorride, non ostante queste considerazioni, l'idea di vivere con te sola! Tu non lo puoi nemmeno imaginare, o mia soave!

Del mio ritorno non so che dirti. Io non so che vita sia destinato a fare. Non so prendere una risoluzione. Quando penso a una, vedo che dovrei fare una via; poi penso all'altra, e mi trattengo. Ricordati il mio sogno fiorentino. Io sono infelicissimo per questo. Io non so se tornerò prima d'andare commissario. A te dispiace questo? Come si fa? bisogna pur guadagnare del denaro in questo modo, poi che in quell'altro non posso piú. Del resto potessi finire di soffrire, nulla sarebbe perduto. Anche l'affare del Bemporad si mostra bene ed è accomodato. Ma come farò poi a Livorno? Se fa all'amore lei, vorrei farlo anch'io. È una necessità del mio spirito. Oh! io vorrei essere davvero il vostro babbo e la vostra mamma; ma non ci riesco. Vedendo altri entrar nella vita, mi sento disperatamente spinto a entrarci anch'io. Ma la mia Mariú? O Mariú, come ti amo! E tu ti lamenti! a te imbiancano i capelli! vengono le glandoline! E io sono fuori, la prima volta in tanti anni! Ma come soffro come soffro come soffro! Prega: chi sa che Dio non ci esaudisca e non ci consoli e non ci faccia trovare la nostra via!

Perché tu sei come sono io? Mi dici (veramente nemmeno lo dici piú) che sono libero di prender moglie e magari ti adopreresti perché la prendessi; ma a patto di morirne. Cosí io: facilito e faciliterò la via all'Ida, come la faciliterei a te, ma a patto (ahimè temo o spero? non so) di morirne. Quale triste condizione la nostra! E pensare che l'Ida vede te deperire a quel modo, di me può imaginare anche anche peggio; e dura! niente! Mica che io desideri che lei tronchi; ma la ammiro. Vedi: è cosí. Se si dicesse: « Mariú muore, se ti sposi; Giovannino è rovinato, se ti mariti »: ella, forte del senso e dell'assenso comune, risponderebbe, magari con le lagrime agli occhi: « oh come mi dispiace! ma che si può fare? come si può rinunziare al matrimonio, che è cosí santo, cosí naturale? rinunziare all'uomo che vi ama e si ama? Sarò poi felice o infelice? Questo non conta: l'atto in sé è santo e naturale, e l'uomo non può e deve cercare in là ». Cosí essa è dalla parte della ragione, io e tu del torto. Come si fa? Io non lo so. Pensaci, consigliati; ma pensaci amandomi. Non mi dire che io sento solo per una, piú. Ti ho detto invece che è l'amor tuo solo che mi fa essere cosí. Te l'ho detto tante volte! Del resto, non nascondere, come uccello ferito, il tuo dolore!

C'è l'Ida che non si appella che a parole: «Hai detto pure, dicevate pure...» Ma i fatti contano ben piú che le parole. Del resto, non pensare che la cosa possa andare a monte. Scrivimi subito il tuo pensiero e i tuoi sentimenti piú intimi. Hai ragione di dire che io ti amo (tu dici: «ha detto o fatto capire»). Io ti amo veramente tanto tanto tanto! Come ti abbraccerei volentieri! quanti baci ti darei, o mia bellina, seducente! come dice l'Ida con intenzione. Perché si è mutata ora: ora è indifferente che ti sposi tu, che mi sposi io? Oh! ma per me ci sono ben altre difficoltà che per lei!

Amor mio! dolcezza mia! non vedo l'ora di curarti il tuo malino! Sarò io che ti curerò, non è vero? Angiolino mio, mille baci infiniti dal tuo

GIOVANNI che ti adora.

E da' mille baci a Gulí e saluti all'Adele. E un bacio a Du quando dorme: perché dorme, lei!

20 Giugno 1895

 

Dico, per non lasciar adito ad interpretazioni non vere, che quella «pena che più coceva» l'Ida in quei momenti, per la quale chiedeva consiglio a Giovannino, consisteva nel timore che il suo fidanzato e la sorella di lui, Maria, potessero farsi un cattivo concetto di lei qualora fossero venuti a sapere, senza che essa ne avesse lor detto nulla, che era stata per un po' di tempo in relazione col Vitali. Ciò risaliva al 1889, e si trova già narrato in questi ricordi a suo luogo.

Il doloroso epistolario sta per finire: ancora due lettere e basta. Non ci sarà, credo, nessuno che non capisca e comprenda lo strazio e il contrasto di quel cuore da cui sgorgava con l'impeto di un fiume in piena; di quel cuore sommamente buono, tenero e affettuoso, che per le due ultime figlie dei suoi adorati genitori aveva tutto sacrificato e per le quali ormai solo viveva. Per parte mia non l'avrei mai contristato, nemmeno se avessi dovuto rinunziare alla certezza del più roseo avvenire.

Intanto si approssimava il giorno di S. Giovanni, la dolce festa di Giovannino che, dacché eravamo con lui, avevamo sempre trascorso insieme. Io non mi potevo dar pace ch'egli fosse lontano. Gli scrivemmo di tornare; ma se proprio non poteva, di lasciare che io andassi da lui. Era tanto che aspettavo il suo invito e che mi preparavo per essere pronta! L'Ida era più che contenta che andassi, sperando che lo riconducessi a casa.

Care sorelle mie adoratissime, sa Dio se vorrei essere con voi per S. Giovanni. Io non posso essere sbrigato che il 27 o 28: e allora potrò passare qualche giorno in casa, prima di andare Commissario per esami. Urge per me guadagnare il danaro necessario all'Ida; e voi sapete con quale mio strazio io abbia dovuto sospendere i miei lavori geniali. Nulla però è perduto; e intanto porterò all'Ida un bel gruzzoletto. Poi, dopo altri 15 giorni d'assenza, un altro, e la pace, forse, sinché, non ostante l'enorme e doloroso ritardo, io per parte mia sarò pronto ad assicurare la felicità dell'Ida.

Ma in tanto? che giorno sarebbe per me S. Giovanni, se non avessi con me almeno il mio Mariucchin? Ranucin, senti: hai coraggio di venire in tempo per far S. Giovanni con me? e restare quei tre o quattro giorni che mi sono ancora necessari? Bada che resterai molte ore sola. Ma in quel frattempo mi metterai tutto all'ordine, e mi consiglierai e mi farai recuperare la mia povera testa perduta e ti rallegrerai poi un poco a colazione e a pranzo. Quel poco di spesa di piú, lo ricupereremo. Non ti curare di farti fare il biglietto di riduzione. O se vuoi, prova.

Lo sai che questa mattina ti aspettavo e preparavo, senza pensarci, ogni tanto le braccia e le labbra a un amplesso?

Venendo col treno che arriva a Roma le dieci del mattino, o già di lí, fatti portare in fiacre con la valigina, se l'avrai (comprala una piccina, se mai), al Caffè di Santa Chiara. Deposita ivi la valigia e vieni al Ministero della P.I. che è lí, sali all'Ispettorato e domanda di me. Ma già sarò al Caffè. Solamente telegrafa che vieni.

Arrivederci presto, dolce angiolo sofferente. Un bacio in tanto, o mia Ida, o mia Maria. Dio ci aiuti e consigli e consoli. Vostro GIOVANNI

21 Giugno 1895

Riservata a me dello stesso giorno.

Mia povera malatuccia, oh! vieni vieni vieni! come gioirò di riabbracciarti sola, senza la presenza di quella che ... si prepara a stare assente per sempre dalla sua sorella e dal suo fratello! Ti abbraccerò sola, o mia povera malatina, e ti guarirò subito. Staremo tre o quattro giorni, decidendo una volta per sempre del nostro avvenire. Ci penseremo bene, perché è da pensarci: certo non piú tardi di ieri sera interrogato da un amico, che ti ama infinitamente, V. Fiorini, che sa la cosa non so da chi, io dissi che preferivo di stare con te e vivere cosí. Mi disse: «non ci resistereste». Lo credo anch'io. Se si fosse giovanissimi, si direbbe: «abbiamo poi tempo di fare anche noi quello che fa lei». Ma ciò invece non è. Il continuo pensiero che là in quella casetta lontana si fa una famiglia, ci farebbe continuamente fremere e desiderare. Non capisco come quella nostra amatissima sorella sembri credere che invece quel pensiero ci appagherebbe! Ci crede di marmo lei! Ma poi finge di essere soddisfatta che tu prenda marito, io moglie... Finge. Ella sa quale enorme difficoltà ponga a me il tuo dolce avvenire, o preferita, o amata mia! ... Parleremo, parleremo; ma ci divagheremo. Ho anche una lettera scrittami da Suor Agnese per la zia, di auguri per S. Giovanni. Stabiliremo che cosa risponderle. Perché mi pare che sia come un pietoso appello per sé. Io non so, per paura di peggio, se stabilire di prendere la zia con noi. Cosí, quando venisse il Sig. Berti, noi ce ne andremmo. Questo quando avessimo rinunziato a imitare l'Ida. E in questo caso gli scriverei ... che costretto dalle necessità famigliari a privarmi, io, delle delizie dell'amore e della famiglia, non mi sentivo di assistere alle altrui. Che se voleva discorrere d'interessi, scrivesse. Se credeva che io fossi indispensabile come guardiano, si disingannasse. Non si tratta d'una giovinetta. E con lei deve vivere tutta la vita. D'altra parte c'è la zia. Cosí? Ma parleremo.

Vieni dunque. Queste lettere le hai domani sabato. Domenica sera, o anche sabato sera puoi partire. O alle 11 o alle 3. Se parti alle 11, appena arrivata fatti condurre in Trastevere, Viale del Re, Palazzo Petrini, Casa Rosati. Mi coglierai nella misera camerettuccia. Se parti alle 3, fatti condurre al Caffè di S. Chiara. Prenderemo due stanze contigue all'Albergo di S. Chiara. E poi staremo sempre insieme salvo qualche ora. Non hai mai alluso al mio Commissariato? Ne parleremo. Accomoderemo tutti gli interessi. Prenderemo una risoluzione. Io non posso proprio venire prima del 28. Aspetto molti denari che se no, mi sfuggirebbero, temo. Oh! mio angiolino, coraggio. Prendi nell'ultimo vagone il compartimento per signore, se c'è. Se no, fatti raccomandare. L'Adele conosce gente. Fa uso del mio nome con chi mi conosce. Cerca del Giulianini, che mi ha scritto qua il poverino, per farsi raccomandare. Io starò in grande trepidazione questi giorni, ma anche in grande aspettazione di gioia ...

Grazie delle tue camicine. Porta danaro quanto puoi ... Io sono amaro. Povera Du. Ma mi ha sconquassata l'anima. Mi ha mezzo rovinato. E per quel gusto! Vieni vieni. Ama il tuo  GIOVANNI

Roma, 21 Giugno 1895

Questa mattina ti aspettavo. Che febbre!!!

E Mariú col suo bel vestitino nuovo, tutta gioia e tutto coraggio, nella notte tra il 22 e il 23 prese il treno e via. Ero stata ben raccomandata e viaggiavo in uno scompartimento, quasi vuoto, per signore sole. Feci il viaggio come in sogno, cosí che non ricordo di esso se non l'emozione che provai allor che il treno, rallentando la sua corsa, passava sul lungo ponte che attraversa il Tevere, il sacro fiume dell'immortale Roma. Poco dopo, verso le 10, arrivai alla stazione. Da un facchino mi feci condurre a una vettura, che mosse subito di buon trotto per il Caffè di Santa Chiara dove, secondo le nostre intese, Giovanni mi avrebbe aspettato. Infatti era lí, seduto fuori a un tavolino ingannando il tempo con alcuni amici. La gioia, anzi l'ebbrezza dei nastri due poveri cuori che finalmente si trovavano a palpitare insieme, non è cosa possibile a narrare. La lascio imaginare. Rimanemmo a Roma cinque o sei giorni, avendo egli qualcosa ancora da fare al Ministero e volendo, prima di partire, riscuotere l'indennità che egli si aspettava, ed anche lo stipendio, che in quell'anno gli veniva pagato dall'eco-nomato del Ministero.

Ma intanto potemmo divagarci assai facendo deliziose gite in carrozza e in tram. Andammo alla Basilica di San Pietro in Vaticano, alla Basilica di San Giovanni in Laterano, alla Basilica di San Paolo fuori le mura e in alcune chiese meravigliose e profondamente suggestive. Egli godeva molto nel far vedere a me ciò ch'egli aveva già veduto e ammirato. E cosí andammo pure a vedere qualche monumentale residuo dell'antica Roma pagana, soffermandoci particolarmente a guardare e riguardare la via Appia, che a lui molto interessava per i suoi poemi latini. Dimostrava una grande ansietà di potersi rimettere tranquillo al lavoro. Diceva di non volersi piú lasciare intralciare e sconvolgere e impressionare dal prossimo avvenimento familiare, tanto piú che, riflettendo a tutto, poteva ridondare in un bene per tutti. Io esultavo a quelle sue parole calme e serene. A mezzogiorno e a sera, di ritorno dalle nostre poetiche e belle scorribande, andavamo a mangiare alla Trattoria della Rosetta, dove egli sapeva, per averla esperimentata, di potervi fare quell'economia a cui eravamo costretti dalla scarsità dei nostri mezzi. Si faceva economia cosí: essendo le porzioni della Rosetta assai abbondanti, noi non ce ne facevamo portare due, vale a dire una per ciascuno, ma soltanto una che ci spartivamo fraterna-mente tra noi. Cosí la spesa veniva ridotta quasi della metà di quella che sarebbe stata per due. Ma come erano liete quelle nostre mangiatine! Ricordo che tra i frequentatori di quella trattoria c'era allora l'insigne archeologo Felice Barnabei, che aveva preso a voler molto bene a Giovannino di cui ammirava la Lyra Romana e gustava, da vero intendente, i poemi latini, cosí che nelle udienze che gli accordava S.M. la Regina Margherita, si compiaceva di portargliene qualcuno e dargliene lettura provando soddisfazione nel capire che erano gustati e intesi anche da lei. Conversando con noi era divertentissimo, infiorava sempre il suo dire di motti cosí spiritosi, cosí, faceti e inaspettati che ci facevano piangere dal gran ridere. A quel tempo egli era al Ministero dell'Istruzione alla Divisione per gli scavi i musei e le gallerie, aveva perciò molte amicizie tra i ministeriali e si adoperava perché fosse finalmente data a Giovannino una sistemazione definitiva e conveniente. Ma dovemmo lasciar Roma senza aver potuto saper nulla del suo destino.

IL MATRIMONIO DELLA SORELLA IDA - PRESA IN AFFITTO
LA CASA DI CASTELVECCHIO (LUGLIO-OTTOBRE 1895)

Quei pochi giorni che Giovannino ed io avevamo passati insieme a Roma (tornammo a casa il 28 giugno) erano stati per tutti e due un diversivo molto piacevole, che a lui aveva fatto l'effetto di un buon calmante; ma quell'effetto non durò tanto, perché poco dopo il ritorno egli fu di nuovo assalito dalla penosa crisi della sua anima e dei suoi poveri nervi. In vero, per lui, che era tanto mai sensibile e che amava tanto tanto tanto, i motivi di turbamento e di amare riflessioni non erano rari. Di più era assalito dal grave pensiero di dover cercare i mezzi finanziari per sopperire alle spese che sarebbero occorse per il matrimonio, ed anche di poter riscattare le due medaglie prigioniere e per aver modo di lasciare Livorno e trasferirci in campagna subito dopo l'avvenimento. Si trattava della necessità di qualche migliaio di lire! dove trovarle? Il gruzzoletto che aveva portato da Roma consistente nello stipendio che aveva riscosso dall'economo del Ministero prima di partire (la diaria non l'aveva potuto riscuotere allora, l'ebbe solo nell'agosto dall'Intendenza di Livorno, era di 240 lire) e in un anticipo di 300 lire che aveva ottenuto, per mezzo dell'amico suo Guido Biagi, dalla Casa Editrice Sansoni di Firenze per un libro scolastico che aveva accettato di fare per lei, doveva servire in gran parte per la spesa giornaliera della famiglia, per pagare la pigione e per altre cose; di modo che con quel gruzzoletto non poté arrivare che a dare un acconto all'Ida delle 750 lire che le doveva, perché intanto potesse procedere nella confezione del corredo. Del resto si era rimesso al lavoro con abbastanza attività. Aveva allora da fare parecchi libri scolastici per l'editore Bemporad, il quale ne voleva almeno due pronti per l'ottobre (la grammatica latina, che avrebbe pure dovuto fare, con l'assenso del Bemporad l'aveva di nuovo sospesa perché era sempre intenzione del ministro Baccelli di metterla a concorso); aveva da continuare l'Epos per il quale l'editore Giusti non gli dava requie; aveva da fare degli articoli per la «Rassegna scolastica», e aveva da preparare il suo studio dantesco Minerva oscura per il «Convito». A questo studio si sentiva più attratto e vi attendeva più che agli altri lavori, anche perché gli premeva molto di vederlo pubblicato. Certo non poteva concludere gran che, cosí sottosopra come era ed anche cosí incerto della sua sorte. Il Barnabei, a cui aveva scritto per saper qualcosa di ciò che al Ministero si stava pensando di lui, gli rispondeva il 10 luglio dicendo che al Ministero erano assai ben disposti e che di lui avevano parlato «assai bene il prof. Carducci, il prof. Gandino ed altri»; anzi lo invitava a Roma per cercare di concludere.

Avesse pur creduto necessario, ma non lo credeva, di ritornare a Roma, era proprio impossibile allora. Invece allora aveva necessità di trovare presso qualcuno, o qualche banca, la somma che a un di presso gli occorreva, ossia 2500 lire, cosa non facile, anzi difficilissima. Provò pertanto di scrivere al buon amico suo e di Severino, Luigi Bonati di Spezia, chiedendogli se avesse potuto procurargli in qualche modo quella somma che avrebbe restituita alla fine dell'anno. La risposta fu pronta (14 luglio) e affermativa: « Mi manderai una cambiale da te accettata per 2500 lire colla scadenza al 31 dic. 95 e tutto sarà combinato; 99 su 100 te la sconterò presso una banca colla mia firma di garanzia ».

Non fu davvero un piccolo sollievo l'aver trovato chi lo liberava con tanta semplicità e cordialità da quel pensiero cosí molesto per lui e cosí preoccupante. Mandò subito la cambiale al generoso amico, e questo presto ebbe la somma nelle sue mani. Nel frattempo venne il fidanzato dell'Ida: una visita che durò parecchi giorni. Tranne della notte che, naturalmente, andava a dormire all'albergo, stava di continuo in casa a conversare con la sua promessa nel salotto da pranzo. Giovannino sopportò quell'invasione con molta filosofia, facendo buon viso a cattiva sorte. Se ne stava, fin che non giungeva l'ora delle nostre solite passeggiatine con Gulí, quasi sempre con me nello studio al lavoro. Ogni tanto sentivamo qualche frase di lui, che parlava a voce alta. Erano frasi che riguardavano le sue possidenze, i suoi alberi, la sua cavalla etc. Insieme con loro si può dire che ci trovavamo solo a desinare e a cena. Era allora che venivano trattate le cose concernenti le nozze e i patti. Questi furono concordemente stabiliti cosí: che Giovannino si assumeva l'obbligo di passare all'Ida, fin che vivesse e potesse, un assegno mensile di 50 lire. Cinquanta lire ! erano quasi un quarto del suo stipendio!

In quei giorni scrisse una lettera al suo Severino: è serena assai, piú certo che non fosse l'anima sua.

Caro Severino del mio cuore, finalmente ti ringrazio dei salami. Aspettavo per scriverti di poterti scrivere quello che ti scriverò. L'Ida si marita. Al principio di Settembre le nozze. Prende un bravo e buono e agiato giovane – Salvatore Berti – di Rimini. L'Ida avrà casa di suo, podere, tutto. Sarà felice. Ospito da tre giorni il fidanzato. Assistiamo io e Maria, l'adorata, al distacco subitaneo o lento, non so bene, del cuore della nostra Ida da noi. C'è quindi non so che amaro nella nostra dolce gioia. Le nozze dunque al principio di Settembre. A chi ho pensato dopo aver avuta la certezza della cosa? A te. A te abbiamo pensato io e Mariú per nostro conforto e consiglio e aiuto. A te ha pensato l'Ida per suo testimonio. Vorrai? Scrivi subito. Noi abbiamo un intenso desiderio che tu sia testimonio dell'Ida. So che tu verrai, e verrai con la tua soave Ida che Mariú desidera riabbracciare.

Noi non siamo pratici ed ella ci consiglierà, accompagnerà la sposa o che so io. Rispondimi subito. E Mariú ed io ti facciamo anche un'altra preghiera: che tu venga a vederci prima, ora, subito, quando vuoi; e che ti trattenga qualche giorno con noi. Secol si rinnova. Ci sarà mai un po' di bene anche per la mia adoratissima angiolina Mariú? Tu dirai: « deve stare con te, angiolo custode». E io dico: «se potessi mai abbracciare, baciare, educare, istruire un bimbo di questa perfettissima creatura! potessi mai!».

Nelle nozze tutto va bene. I patti non sono gravi. Naturalmente io devo fare molti sacrifici. Ma ho trovato un amico... non devo dire chi è. Ma è un amico dal cuore grande come il cielo. Tu sei l'altro. Non mi mancare. E ora riprendo a lavorare con lena. Ma mi ci vorresti tu, merlo dal becco giallo. Vieni vieni vieni, mio adorato fratello e compagno.

Sai nulla del mio destino? A ogni modo m'ingegnerò! Farò con Mariú, per il tempo che, ahimè, non sarà lungo (ma con quella speranza mi rassegnerei) farò qualche piccolo capolavoro, spero. Un bacio alla tua santa madre, un bacio di Mariú alla tua Ida, un bacio a Visidori, un bacio a te dal tuo  GIOVANNI PASCOLI

Livorno, 17 Luglio 1895

E Severino il 24 luglio da S. Pietro Capofiume (ma la lettera era senza firma e senza data!) :

Caro Giovannino. E tu perdonami se non ti ho risposto subito come avrei voluto, e come meritava il lietissimo avvenimento. Ma sono ammalato. Di una vecchia malattia che mi si è rincrudita e che dà una nerissima malinconia. Tu peraltro immaginerai quanta festa io (e anche i miei) abbia fatto alla dolce notizia. La bontà della tua sorella meritava da vero di dare frutti e di ricevere compenso. Al tuo cuore di fratello era da vero dovuta tanta consolazione. E penso alla contentezza della signorina Maria. Venir io, è impossibile: per molti e molti rispetti: e ti affliggerei dicendoteli. Se non trovi di meglio di me, con tutto il cuore sarò io testimonio in ispirito e lontano. Troverai uno che mi rappresenti e mi raffiguri. Precisami peraltro il giorno delle nozze.

Che cosa hai in animo di pubblicare? un piccolo capolavoro, dici. Capolavoro di sicuro. Se piccolo o grande non importa. Ma di che genere? Io vorrei pure vederti, anche per questo. Ma tu, che vai sí spesso ora per l'Italia, non potresti una buona volta (una sola) girar largo e prender su Bologna? Non vedresti (se cosí vuoi) nessuno. Ti porterei direttamente ad Alberino.

Giovannino, ho bisogno di vederti, di parlarti.

Come ho detto, non c'era né firma né data. Questa è però nella letterina che scrisse, nel retro del mezzo foglio dove aveva scritto Severino, la sua Ida alla nostra Ida per farle i suoi rallegramenti.

Ci dispiacque immensamente nel sentire che non poteva venire. Averlo come «testimonio in ispirito e lontano » era lo stesso che nulla, specialmente per Giovannino, il quale non tanto lo cercava per quell'ufficio, quanto per potersi trovare qualche giorno con lui, con lui in persona. Ma capí che sarebbe stato inutile insistere. Severino gli scrisse anche il 31 perché raccomandasse il prof. Angelo Rossi di Modena per la direzione di un ginnasio.

Dopo che ebbe ricevuto le 2500 lire che il Bonati aveva ottenuto dal cognato Stretti Francesco, padre di un ragazzo pel quale Giovannino si era adoperato all'epoca degli esami all'Accademia, completò subito la somma delle 750 lire del credito che aveva con lui l'Ida, riservandosi di darle via via tutto quello che ancora le occorresse per il corredo e per il vestiario. Poi fece ritirare dal Monte le due medaglie, non volendo, ma piú di lui non volevo io, lasciarle là, essendo egli risoluto di andar via da Livorno appena avvenuto il matrimonio di lei.

Finalmente il 5 agosto Giovannino poté avere da Roma una notizia riguardante la sua destinazione.

Caro Pascoli. Due sole parole. Benché io non abbia scritto non si deve credere che abbia dormito. Veramente non ci sarebbe stato bisogno di sollecitazioni mie; ma io ho adempito al dover mio. Dunque il Ferrando piú volte mi ha assicurato che tutto sarebbe stato stabilito per Torino (io avrei voluto Roma); ed ora ho saputo che anche al comm. Chiarini furono fatte dichiarazioni che tolgono ogni dubbio ... Aff.mo F. BARNABEI

La notizia però lasciava in lui un certo dubbio. Ma pochi giorni dopo, Napoleone Castellini dell'Ispettorato Generale al Ministero dell'Istruzione gliela confermava.

Era dunque ormai certa la sua nomina a straordinario di grammatica latina e greca all'Università di Torino. Non ne era malcontento, nonostante le difficoltà finanziarie che gli si affacciavano al pensiero (le stesse, peraltro, che ci sarebbero state per qualunque altro luogo) con lo stipendio che avrebbe percepito di 3000 lire, ossia di 30 lire annue maggiore a quello che aveva. Un aumento di lire 2,50 al mese era un poco irrisorio. Ma insomma una questione molto importante era risolta, e per quella non aveva più da logorarsi.

Si logorava, invece e quanto! per quel benedetto matrimonio! Si era ridotto in uno stato tale di nervosità che non poteva nemmeno più dormire la notte, ancor che pigliasse forti dosi di bromuro. Per lui ci sarebbe voluto che l'Ida si fosse un po' rassomigliata, in quella circostanza, alla «reginella Rosa» dei suoi poemetti campestri, la quale all'avvicinarsi del giorno delle nozze si desola al pensiero di dover lasciare i suoi cari, la sua casa, il suo orto e tutto. Cosí non gli pareva di poter stare sicuro neanche della profondità e continuità del mio affetto, tanto che spesso mi parlava di voler prendere moglie, e un giorno anzi, che era più turbato del solito, mi spinse a scrivere a una cugina, figlia d'una zia da pochi mesi morta, per chiederle se la madre sua si fosse mai espressa favorevolmente a un matrimonio di lei con Giovannino, perché, in questo caso, maritandosi tra poco l'Ida, egli avrebbe volentieri sposato lei. Mi ricordo che mi fece scrivere la lettera nel suo studio sotto i suoi occhi, e poi, uscendo insieme, volle che la buttassi nella buca proprio io, con le mie mani per poter credere che la cosa era di mio gradimento. E io feci com'egli desiderava, ma solo per contentarlo, non già perché mi piacesse quell'idea. Tutt'altro. La cugina, una giovane della mia età, di nome Imelde, mi rispose che dalla madre non aveva mai sentito dir nulla riguardo a ciò che io le dicevo e che mi ringraziava di aver pensato a lei. Non era un rifiuto e neanche un'accettazione, sicché egli ci rimase più male che bene e mi parve che non volesse fare altri passi. Confesso che io, dentro di me, non ne ebbi dispiacere.

Giovannino, da certe espressioni, capí che era necessario un atto notarile col quale obbligarsi a passare alla sorella sua, vita natural durante e potendo, cinquanta lire mensili. E fece l'atto in due co-pie: una per tenere presso di sé, e una per il Berti. A questi mandò, con un suo biglietto del 7 settembre, prima la copia che doveva rimandargli firmata, e quando riebbe questa inviò l'altra. Il Berti non se ne mostrò troppo soddisfatto e il 9 rispose chiedendo garanzia che, in caso di morte propria o dell'Ida e se ci fossero figli, l'assegno venisse continuato lo stesso. Ma Giovannino lasciò stare l'atto proprio come era. Mandò subito l'altra copia dell'atto e scrisse ancora una volta facendo le sue osservazioni e avvertendo che egli non si sarebbe trovato a casa il giorno del matrimonio. [6]

Le nozze dell'Ida, che in un primo tempo erano state fissate per i primi di settembre, furono poi rimandate all'ultimo dello stesso mese. Ciò non fu un gran male, perché Giovannino aveva ancora da risolvere una questione non meno importante per lui di quella della nomina: aveva ancora da trovare una villetta nella campagna toscana per trasportarvi tutto ciò che aveva e rifugiarvisi poi sempre nelle vacanze per poter lavorare in solitudine e in pace e respirare liberamente. Era già stato a vedere parecchi luoghi dietro indicazioni di amici, ma di nessuno fino allora era rimasto persuaso. Ora avvenne che, in quel torno di tempo, il maestro Carlo Conti di Barga, che teneva l'amministrazione del Collegio San Giorgio dell'Ardenza, sentendo da lui che voleva andare a stabilirsi in campagna e che non aveva ancora trovato il fatto suo, gli propose di fare una scappata a Barga, non essendo impossibile che là ci fosse quello che desiderava. Barga?! Era la prima volta che la sentiva nominare. Che era? dov'era? Il Conti gli disse che era un paese di montagna, bello e attraente, della provincia di Lucca, che faceva comune e che aveva molte frazioni amenissime su colli e collicelli e anche in pianura nella valle del Serchio, e ville sparse qua e là. Se decideva di andare a vedere, egli gli avrebbe fatto mandare la vettura a prenderlo alla stazione di Lucca, e l'avrebbe presentato e raccomandato a una sua sorella e al cognato perché gli fossero di guida nelle ricerche della villa.

Giovannino non si tirò davvero indietro. S'intese col cortese bargeo per il giorno della gita e nella prima decade di settembre l'effettuò. Stette assente quasi tre giorni (non c'era allora il ramo di ferrovia da Lucca a Castelnuovo, e ci volevano almeno cinque ore di carrozza da Lucca a Barga e viceversa); ma tornò a casa soddisfatto. Aveva finalmente trovato! Mi raccontò che le gentili persone che s'erano messe a sua disposizione per dirigerlo nelle ricerche, da prima lo condussero a vedere una villa assai bella e ben tenuta credendo di andare a colpo sicuro. Invece a lui non andava a genio per più motivi: per essere troppo vicina alla strada maestra; per essere all'intorno troppo pettinata mentre egli amava la natura senza artifizi, poi perché la proprietaria voleva tenere a propria disposizione qualche stanza e infine perché essa non intendeva comprendere nell'affitto il giardino. Il suo intento non era di stare in campagna rinchiuso, privo di libertà senza nemmeno un palmo di terra per piantare un fiore. Lo fece capire ai suoi guidatori, i quali allora lo accompagnarono a un'altra villa, poco distante da quella, che il proprietario avrebbe affittato volentieri, avvertendolo però prima che era vecchia, malandata, trascurata. Ma egli disse che ciò che ad altri poteva parer brutto e dispiacere, poteva darsi che a lui sembrasse bello e piacesse. Giunti alla villa la trovarono chiusa, e i contadini che avevano la casa entro il recinto della villa non avevano la chiave. Fu mandato a chiamare il padrone a Barga. Nel frattempo le sue guide gli fecero fare un giro fuori delle mura del recinto, cosí egli da un cancello giù in fondo poté vedere un bell'appezzamento di terreno variamente coltivato diviso in mezzo da uno spazioso viale, ombreggiato da due filari di viti cariche d'uva e da alberi di meli e peri carichi dei loro frutti, che dal cancello si prolungava diritto e piano fino alla villa. «Questo è il luogo che mi piacerebbe!» esclamò. Giunse in fretta il padrone e li fece entrare e girare da per tutto. L'interno della villa, una villa grande che a lui fece l'impressione di un castello, era sí, in parecchi punti, in cattivo stato; ma il padrone s'impegnava a far eseguire in breve tempo i restauri che ci volevano. Del resto Giovannino aveva già veduto che c'erano tanti ambienti in buone condizioni, che c'era la vista di un magnifico panorama di monti tra cui giganteggiava la Pania, e senz'altro si decise di stringere i patti di affitto della villa con tutto il terreno recinto da mura. Per la villa sola sarebbero bastate 260 lire annue, ma col terreno mi pare che fossero 400.

I suoi lavori, tra una cosa e l'altra, tra un disturbo e l'altro, non erano andati molto avanti; aveva però condotto a buon punto il suo studio dantesco Minerva Oscura, del quale mandò la prima puntata in quel mese al «Convito». La lettera sua, con cui l'accompagnava, manca, non cosí quella che gli scrisse il De Bosis dopo aver ricevuto il manoscritto; era del 23 settembre, e fra l'altro diceva: «Sono lieto e superbo della tua importantissima Minerva Oscura, che sarà, insieme con le Vergini delle Rocce, il conforto e l'orgoglio della mia, non ingloriosa per voi, vita di editore conviviale. Quanto vorrei vederti e ragionare con te dell'importantissimo tema, che molto mi tarda conoscere nella sua integrità! Certo deve (se a te piaccia!) uscire totalmente nell'anno. E mandami cartelle quante vorrai, ché non è lo spazio o la buona volontà quella che può farci difetto ».

Aveva anche fatto un lavoro, non di gran mole ma sgorgato dal suo povero cuore esulcerato, appunto per quella sorella che il 30 del mese in corso si sarebbe maritata. Era l'addio ch'egli le dava! un addio pieno di lagrime! Lo intitolò Nelle nozze di Ida e lo fece stampare dal Giusti a proprie spese, non volendo che ne fosse messa in vendita nessuna copia. Ne fece tirare cento esemplari dei quali alcuni per la sposa e gli altri per regalare agli amici e a quelli che sapeva che ne avrebbero fatto buon uso.

Intanto egli pensava di assentarsi nella circostanza del matrimonio temendo di ricevere altre brutte impressioni. Per presenziare la cerimonia si era rivolto al fratello Raffaele, che aveva accettato di venire. Non aveva ancora sfogato il suo grande rammarico con nessuno all'infuori che con me; ma all'ultimo un po' di sfogo sentí il bisogno di farlo col fratello e molto col suo Severino. La lettera che scrisse a lui (che io vidi) non c'è tra quelle conservate dall'amico; c'è però la risposta di lui dalla quale si comprende molto di quello che gli diceva Giovannino.

Caro Giovannino: come ti giudico sempre male, io. Credevo che tu non mi rispondessi piú per strafott...: invece, fortunatamente, per me, è ben altro. Fortunatamente, dico. E dovrei dire sfortunatamente. Ma spero di avere inteso peggio che la tua lettera non suoni. Spero che ci sia meno di lagrime e di dolori e di disperazioni. Io sarò sabato 21 a Firenze. Ciò che a Firenze mi cacci, non te lo dico. Ne hai troppo de' tuoi. Se puoi fare una scappata, io non ti sarò lieto compagno, né potrò sollevarti. Ma almeno staremo un giorno insieme obliando. Mi pare che d'oblio ne cominciamo ad avere bisogno d'ambe le parti. Volevo sapere il giorno delle nozze di tua sorella, per ricordarmi a voi altri. Ma, tu mi spaventi! io non posso mica altro che ricordarmi a voi con qualche povero ricordo! Non vorrei mica che tu dovessi poi arrossire de' tuoi amici ancora! E tu te ne vai proprio il giorno delle nozze? o ho letto male? La colpa non sia di nessuno di voi; né io so e posso giudicare. Ma ferire il tuo gran cuore in ciò che ha fatto di piú nobile e religioso e paterno?! Hai sacrificato persino l'ingegno tuo: anche qui hai sbagliato? Impossibile, impossibile! non deve essere vero. Devi aver frainteso. Devi essere in un momento di nero umore. Ma che! soltanto i morti sono buoni? Oh non dar troppo peso a parole di δοννα. Spesso è male di corpo ciò che noi crediamo pensiero dell'anima. Sii sicuro. Vieni, te ne prego, a Firenze. Io non ti dirò nulla di ciò che mi affligge. Udirò soltanto te. Ma vieni. Io ci sarò al mattino del 21.

Tu vai a Torino. Mi rallegro teco. In ogni modo riscrivimi prima del matrimonio. Se tu capirai che la mia cosa non possa essere gradita, tu te la metterai in casa tua. Magari in qualche liceo.

E salutami, e saluta anche da parte di mia moglie, la carissima signorina Maria cui Iddio benedirà per il bene che ti vuole e per i conforti che ti dà. Voglimi bene. Scrivimi. Il tuo  SEVERINO

16 sett. 95

P.S. Questo non c'entra. Entra nella gloriosa. L'Albertazzi, reduce non so da che bagni (Andorno?), mi diceva che aveva quivi trovato il Camerano e il Lessona (?), entusiasti di te e de' tuoi carmi, per i quali ti proclamavano unico poeta giovane italiano. Sono piemontesi. E dicevano che tutto il Piemonte era tuo. Se vai a Torino, vedi dunque che vai sulla bambagia. Ma tu ci perderai la tua Mariuccina che andrà sposa a qualche grosso piemontese. E tu allora? Saluta i Mazzini Toci.

Giovannino desiderava ogni specie di soddisfazione per Ida, perciò anche quella che potesse avere nelle sue nozze qualche gentilezza, specialmente da parte degli amici suoi. Quindi si compiacque molto che il suo Severino pensasse a offrirle qualcosa, e scrivendogli per precisargli la data del matrimonio non gli nascondeva il suo gradimento. Anche questa lettera non c'è; ma c'è quella dell'amico, in data 26 settembre, che prometteva un «servizio da caffè».

Ebbero pure da Giovannino notizia delle prossime nozze altri due suoi amici di giovinezza, l'avv. Giulio Vita e l'avv. Raffaello Marcovigi, i quali inviarono alla sposa un segno gentile di compartecipazione all'avvenimento: quegli un bellissimo ventaglio; questi una magnifica paniera di fiori bianchi.

Anche il fratello Raffaele (Falino), venendo da Como la sera del 28, portò alla sorella il suo regalo: un grazioso braccialetto d'oro. Giovannino poi, oltre la pubblicazione nuziale, le donò un bell'orologino d'oro, da lei desiderato essendosele sciupato l'altro che egli le aveva donato qualche tempo prima. Volle persino donarle il lettino dove essa aveva dormito nei dieci anni della sua dimora con lui, e il comò e il comodino che erano stati di suo uso. Le aveva anche fatto fare, con la parte dei brillanti che a lei era toccata (essendosi dovuto dividere tra lei e me un grande finimento di brillanti di nostra madre), un moderno ed elegante finimentino composto di spilla, orecchini e anello con solitario. Non volle però che il finimentino coi brillanti della mamma non l'avessi anch'io, e, sebbene io mi opponessi per evitargli quella spesa non necessaria, lo fece fare subito simile all'altro. In vero a gioielli essa era fornita bene sí per qualità come per quantità, avendola io la-sciata libera di scegliere ciò che voleva tra quelli pervenuti a noi sorelle da casa nostra.

Le nozze avvennero la mattina del 30 settembre.

All'ora fissata (non la ricordo bene, ma a un dipresso tra le 9 e le 10) i fidanzati (l'Ida indossava un bell'abito bianco e sul capo aveva il velo pure bianco col tradizionale tralcio di fiori d'arancio: stava veramente bene ed era lieta), accompagnati da Falino e dal prof. Aroldo Martini Zuccagni e dalla signora di questo, mossero di casa in vettura di lusso e si recarono alla chiesa del Soccorso per la celebrazione del rito religioso e poi al Municipio per il rito civile. Nel frattempo, poiché essa mi aveva detto di essersi dimenticata di comprare una valigetta a mano e altre cose che le avrebbero fatto comodo per viaggio, Giovannino volle che io andassi alla svelta con la nostra buona Adele a comprare tutto. Non voleva che le mancasse nulla di ciò che le occorreva o che desiderava. Contrariamente a quello che aveva pensato e anche scritto a Severino, non era andato via quel giorno: se ne stette però quasi sempre nello studio molto accorato. Per rappresentarlo, c'era Falino, al quale aveva anche dato l'incarico, insieme al Martini Zucagni (pratico delle consuetudini livornesi) di fare tutto ciò che spettava a lui nel miglior modo possibile. Il che fecero. Al ritorno dalle nozze ci fu il rinfresco, che venne servito dai commessi della pasticceria Corradini di Piazza Cavour, alla quale era stato ordinato. Avendo gli sposi stabilito di partire poco oltre mezzogiorno, dopo circa un'ora di sosta in casa per il rinfresco, la vettura, ch'era stata fissata per condurli alla stazione, giunse alla porta.

L'Ida subito venne con me in camera per approntarsi e darmi le sue disposizioni per l'invio delle cose che le dovevamo mandare, e poi a fare un saluto a Giovannino nello studio. Egli l'aspettava, ma nel vederla pronta per la partenza ebbe uno scoppio di pianto, e: «Addio, Ida! addio, Ida! sii felice!» le disse con la voce spezzata dai singulti. Indi le dette le 50 lire del primo assegno che si era obbligato di passarle mensilmente e altre 50 lire in dono perché avesse un po' di scorta nel viaggio. (Non poteva di più, avendo già speso tanto per lei e dovendo pensare al trasferimento a Castelvecchio e a varie altre cose). Infine si baciarono e nell'accomiatarsi da lui Ida gli disse: «Fa anche tu quello che ho fatto io». Altro non ricordo di quegli ultimi momenti, cosí angosciosi, se non questo, di essere stata presente, con Falino e con altri che erano in casa, quando ella salí lesta e tranquilla in carrozza col marito, e di essermi poi indugiata sulla porta fino a che la carrozza non svoltò dalla nostra via, aspettando che essa si rivolgesse a mandare con la mano e col fazzoletto quel cenno di saluto, che anche in vista di brevissima assenza era immancabile tra noi. Ma non si volse e il suo pensiero non doveva essere che per la nuova vita che cominciava allora per lei. Giovannino era solito dire: «Il matrimonio è un egoismo in due».

Qualche eco dell'opuscolo Nelle nozze d'Ida risuona tutt'ora in alcune lettere di amici sfuggite alle nostre frequenti focatine. Tra altre, ci sono quelle del canonico Francesco Polese, direttore del Collegio San Giorgio di Livorno, del Sindaco della città, degli «amici» Setti, Fiorini, Mazzoni, del sen. Finali; una copia inviata alla Regina ebbe i ringraziamenti di mano della marchesa di Villamarina. Solo il «Resto del Carlino» criticò la «poesia» che era nell'opuscolo; mentre il Fiorini, nell'occasione, gli scriveva: «Il Grimm, l'autore della Vita del Goethe, vuol farti conoscere in Germania: mandami qualche notizia biografica tua. Non ti chiedo che l'anno di nascita e i titoli delle tue opere latine ed italiane, poiché non voglio far violenza alla tua modestia. Son quasi certo che tu non me li manderai: ma faccio calcolo anche ora sulla signorina Maria, la quale gode — e gli occhi le brillano — quando sente le lodi del suo Giovannino».

Con questi superstiti echi di quel «librettino d'oro», che chiuse il periodo della nostra triplice convivenza fraterna, chiudo pur io la seconda parte di questo mio povero lavoretto.[7]

 

Nota

________________________

 

[1] [Si veda la nota seguente.]

[2] [Inutile richiamare l'attenzione sull'interesse psicologico — certo piú che oggettivo, in un evento che dovrebbe essere normale — di queste lettere, già a cominciare da quella giunta il 10 maggio (pag. 419); anche Maria dirà poi, in occasione di una lettera del 18 giugno: «Era la sua fantasia, che nella lontananza galoppava senza freno»; e Giovanni il 7: «non ho la testa a segno»; e il 20: «Io ho troppa immaginazione!»; e perfino Severino il 16 sett.: «Devi aver frainteso. Devi essere in un momento di cattivo umore...» Sono pagine rivelatrici della ipersensibilità pascoliana e della esaltazione sentimentale di quella ricostituita famiglia; e anche del conflitto morale e quasi fisico (oggi si direbbe forse di un complesso freudiano) che è in Giovanni, fino poi a un non felice ma assegnato sacrificio. Ne verrà un sempre maggiore chiudersi in sé, cui contribuirà ancora il sempre più geloso, ma a lui necessario, amore di Maria. Del resto, la stessa sorella, trascrivendo poi le lettere, dirà: «Che faccio io a riportale tante lettere di un'intimità cosí grande?» Eppure, forse solo da tale ipersensibilità soggettiva poteva nascere in quel tempo la originalità della poesia pascoliana. Su questa forma di forse anche timida misantropia, si veda pure la lettera del fratello Raffaele a pag. 769.]

[3] [Ugo Ojetti.]

[4] [« Non piangere! Sta con il tuo Mariuccino buonino... »]

[5] [Decio Sabbatini.]

[6] [Riporto qui, come gentile diversivo, una letterina da lui scritta il 26 ag. 95 a una madre che piangeva la perdita di un suo secondo figlioletto di 9 o 10 anni (il padre era Pio Squadrani). Dopo aver ricordato che quando, molti anni prima, aveva passato «de' piú bei giorni della mia vita» con loro ad Argenta, «c'era un'ombra dolce nella serenità» per la morte di un piccolo figlio, aggiunge: «ma io sapevo che l'angioletto era tornato vivo... Oh! il redivivo è sparito un'altra volta!»; non c'è dolore più grande «che ripiangere un pianto quasi asciugato». Egli non aveva visto nessuno dei due fanciulli, ma il secondo era come lo conoscesse; ne ha conosciuto «l'anima, l'anima di fanciullo poeta... "Il cielo è il neon di Dio". Io penso spesso a questo profondo pensiero, a questa imagine sublime. Dalla terra poco tratto si vede del nostro mare; pochissimo, del mare di Dio... Noi non possiamo saper nulla, ma siamo più stolti quando neghiamo che quando affermiamo... Lo crede che Ottorino sia morto... il suo cuore ncitcrno, lo crede il tuo cuore, o Pio? Oh! non vi dico: consolatevi, non ci pensate più. No, no: pensateci sempre. È una prova di più, codesta, della sua sopravvivenza... Mi creda suo aff.mo   GIOVANNI PASCOLI

Pur altre lettere agli Squadrani, v. C. Marabini nel «Carlino» 22, 25, II, 61.]

[7] [Sembra superfluo far notare l'importanza del tempo di Livorno per la vita e l'arte del Pascoli. Comincia il tempo della grande e originale produzione e anche della fama (sui quarant'anni!). Escono le Myricae; c'è il primo poemetto latino e la prima medaglia (con subito altre due); si delineano i Poemetti e i Poemi Conviviali nel «Convito»; comincia con la Minerva oscura l'attività dantesca; sono compiuti i primi personalissimi lavori scolastici (Lyra e, in buona parte, Epos) che lo rivelano come critico originalissimo; è nominato cavaliere, consigliere comunale, membro di commissioni ministeriali, è chiamato a Roma... Continua, con oscillazioni, l'amicizia per Severino, conosce il De Bosis e il D'Annunzio... E fa scuola con genialità e interesse (si riscorrano gli scritti per la Scuola) avviando discepoli che saranno poi notissimi (Dino Provenzal, Augusto Mancini, Luigi Valli, Antonio Masi...). Si va insomma concretando tutta la sua personalità e la sua attività anche futura. Né va dimenticato, per il nuovo tono e l'origine diretta della poesia che nasce dai ricordi della giovinezza, dei suoi morti..., la dimora che la zia Rita (la quale fece da madre agli orfani) prolunga per mesi a Livorno nel 1892, rinnovando la memoria di tanti fatti onde vennero alcune delle poesie più pascoliane (Un ricordo, La cavalla storna, Un nido di farlotti...) per le quali, nelle Note ai Canti di Castelvecchio, egli dice che «certe rose non s'inventano... »

Ma pur dopo un tempo sereno, vanno ora anche colorandosi di ansie e drammi, di sospetti e di ombre di misantropismo il suo carattere e la sua vita: la «tragedia» ipersofferta del matrimonio dell'Ida perturba perfino di immaginazioni sensuali il quasi inconscio equilibrio precedente; e dopo aver suscitato nostalgie matrimoniali, avvierà la rassegnata pace del consorzio Giovanni e Maria.

Anche per tale consorzio, questo tempo è decisivo. E la crisi si conclude con un'importantissima risoluzione topografica: il silenzioso ritiro a Castelvecchio.

Ai lavori ricordati da Maria è inutile qui aggiungere alcuni altri o già raccolti nei volumi editi (pure nei Carmina) o compresi in quel volume che dà gli Scritti inediti e sparsi. Certo, in complesso, la sua attività è intensa: e quasi tutto il giorno era impegnato in lezioni; e alla sera aveva anche il tempo di andare con gli amici o di invitarli. Davvero il Pascoli è un vigoroso e, in sostanza, rapido lavoratore.]

Indice Biblioteca indice dellopera Progetto Giovanni Pascoli

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011