Maria Pascoli

Lungo la vita di Giovanni Pascoli

Memorie curate e integrate

da  AUGUSTO VICINELLI

con 48 tavole fuori testo

Edizione di riferimento

Maria Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, Memorie curate e integrate da Augusto Vicinelli, con 48 tavole fuori testo, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1961

PARTE SECONDA

[continua]

CAPITOLO III

A LIVORNO

(Ottobre 1887 - Novembre 1894)

CONSIGLIERE E CITTADINO LIVORNESE
- LA PRIMA ANDATA A ROMA
E UN VIAGGIO A FIRENZE LUGLIO-DICEMBRE 1893)

Ormai egli era noto a Livorno e godeva molta stima e molta simpatia in tutta la popolazione, cosí che in quell’anno 1893 il suo nome venne compreso nella lista dei candidati democratici per le elezioni suppletive del Consiglio comunale che ebbero luogo il 30 luglio. Egli pressato da alcuni amici, che erano più o meno delle sue idee, aveva finito con accettare la candidatura; ma quando la vide proclamata in un giornale locale se ne pentí e s’affrettò a declinarla scrivendo al direttore del giornale stesso: «Ill.mo signor Direttore, stamane leggendomi candidato mi sono veduto consigliere; e subito m’è rincresciuto d’aver assentito a essere candidato. Che ho a vedere io con l’amministrazione e la politica? Nulla, in verità. Rinunzio dunque alla candidatura, grato sempre agli egregi che la proposero». Troppo era alieno da simili cariche e onori. Nonostante ciò il suo nome non fu tolto dalla lista e riportò 2237 voti, per cui egli riuscí terzo eletto. Non intervenne allora a nessuna seduta del Consiglio. Il 18 marzo dell’anno seguente 1894, nelle elezioni generali per il rinnovamento del Consiglio, fu pure messo fra i candidati e riuscí eletto con voti 1150. Ma si dimise subito nell’aprile. Infine fu rieletto nelle elezioni surrogatorie, che ebbero luogo il 9 settembre dello stesso anno, riportando 1087 voti. Voleva anche quella volta dimettersi subito, ma pregato dagli amici, e specialmente dall’assessore anziano Ettore Toci, non lo fece per non creare imbarazzi. Poi con deliberazione dell’8 ottobre fu nominato a far parte della Commissione consigliare per l’Istruzione. Intervenne allora a qualche seduta delle prime in cui si dovevano assegnare alcuni posti a maestri elementari. In seguito non ho memoria che intervenisse piú ad alcuna seduta. Il 2 aprile 1895 su proposta di un consigliere gli fu votato un plauso per l’onore che faceva a Livorno coi suoi lavori. Non essendo egli, al solito, presente, ringraziò con una letterina, già nota, il Pro Sindaco: il quale, ed era Ettore Toci, comunicò lo stesso giorno 8 aprile la lettera al Consiglio, che ad unanimità per acclamazione votò a Giovannino la cittadinanza livornese. E questo fu uno degli ultimi atti di quell’amministrazione democratica, perché poco dopo cadde col suo Pro Sindaco e coi suoi consiglieri.

Ritorno al 1893. Alla metà di settembre Giovannino ebbe una lettera del ministro dell’Istruzione, Ferdinando Martini, che gli notificava di averlo scelto a far parte di una commissione di altri insegnanti di latino e greco dei Licei, per discutere su vari quesiti che il Ministero avrebbe proposto per tentare di trarre qualche maggior profitto dall’insegnamento del latino nelle scuole secondarie, e lo invitava perciò a trovarsi a Roma il 23 dello stesso mese, essendo fissata per quel giorno alle ore 2 pom. la prima adunanza. Finalmente egli avrebbe potuto veder Roma! Non solo ne aveva un desiderio cocente, ma anche una grande necessità per i suoi lavori, specie per i poemi latini che aveva ideato di fare. Certo non era un momento troppo propizio quello, perché c’era a Livorno una grave epidemia colerica, e l’Ida aveva una paura tremenda; ma non era una cosa da poter far rimandare; e la sera del 22 partí.

Ecco ora le sue lettere da Roma a noi sorelle; lettere, come sempre quelle a noi dirette, molto intime e confidenziali, buttate giú alla buona, non prevedendo certo che un giorno potessero essere lette da altri. Il 23 settembre 1893:

Mie care bimbe, esco ora dalla prima adunanza. Eravamo una ventina, alcuni in soprabito altri in giacca. Viene S. E., uomo simpaticissimo, al quale siamo a uno a uno presentati. A me fa attirandomi quasi con la mano: «Oh! lei poi è troppo che non la vedo per riconoscerla». Credeva di conoscermi. Fa un discorsetto molto grazioso, fa leggere i quesiti dal Chiarini, certi quesiti sciocchi che mi vergogno solo a esaminare, e poi apre una discussione alla quale io non ho preso alcuna parte, salvo uno sbalordimento, una noia mortale, un senso di disgusto. Ne sono uscito intronato. E sono al tavolo della mia camera a scrivervi per consolarmi coi miei due angioli di queste miseriole di scoletta.

L’impressione di Roma? straordinaria: la sentirete col tempo anche voi. Specialmente dopo l’insonnia e la stanchezza. Però ho veduto poco. Sapete chi è quello tra questi colleghi che mi è pur sempre il piú simpatico? Il Setti. Mi fa compagnia e da Cicerone; non m’imbarazza. Ho veduto il Pantheon, il Pincio e altro. Ma di questo a domani. Severino mi ha lasciato una lettera all’albergo, dicendo che doveva andare a Firenze e all’Alberino. Per lui è cuccagna. Non ho visto il Biagi, ma lo vedrò ... Ho bevuto un po’ di cognac: niente laudano.

Mie adorate, come vi ho ammirato. Ieri notte in treno, a un tratto guardandomi le mani ebbi un sussulto: non avevo i polsi. «Sbadato» dissi fra me: « li ho lasciati nel comò ». Poi pensai: « Ecco una croce per loro. Quando li troveranno lì, si accuseranno di negligenza e di fretta, poverine». Poi pensai ai guanti: anche quelli dimenticati! Invece oggi alle due, bottoni e guanti, tutto all’ordine.

Mio gentile e solo e caro avvenire, mio regno di pace e d’amore, mia casa, mio giardino, mio paradiso, o mia famigliolina buona, baci e baci e baci dal vostro   GIOVANNI

che questa sera dirà le orazioni e penserà a voi e piangerà sentendosi lontano da voi. Oggi sono tutto stordito, ma sanissimo. Voi? Voi? Voi? Punte visite? Ma già riceverò domani vostre notizie, come ho ricevuto oggi vostro telegramma. Grazie. Fa un caldo indiavolato...

E il 24 settembre:

Viva Ida e Mariú.

Mie care carine, mia Du, mia Mariú la vostra lettera è stata un refrigerio e un profumo nella mia giornata caldissima e afosa. Io sudo a goccioloni. Non ho mai sofferto tanto caldo quest’anno. E poi sino alle 2 p.m. di oggi, sono stato con ... una stitichezza invincibile ... O casina mia! o comodini miei! o sorelline e creaturine mie! Stamane mi sono alzato un po’ tardi e sono stato a vedere il Foro, il Colosseo, uno dei due Musei Capitolini. Mi sono un poco ispirato; ma ero gonfio, addolorato, accaldato. Poi sono stato, sebbene domenica, all’adunanza, dove ho parlato e, credo, con successo. Da domani in là si faranno due sedute al giorno. All’ultimo pare che il Martini ci offrirà un banchetto. Speriamo in qualche cosa. De’ miei lavori ho già parlato ma non ci vedo chiaro. Vedremo domani. Ora sono nella mia cameretta. Tra poco andrò a pranzo. Si va ora qua ora là, senza regola. Io non mi raccapezzo. Domani prenderò la guida. Sebbene faccia tanto caldo, non mi sono levato la camiciola perché mi parrebbe di farvi un dispetto. La sera fa un po’ piú fresco. Ieri sera dissi tutto e mi misi la crocettina – quella – al collo. Cosí sono piú in compagnia con voi. Vi amando una delle foglioline mandate da voi, alla quale ho dato un bacio. Baciatela e le nostre labbra si incontreranno. Povere bambine mie Sole! Come sarete meste, da voi. Ma io ancora, non sono mai allegro. Io non posso essere lieto che accanto al mio Du e al mio Ma, i puvrén.

Severino ha lasciato una lettera nella quale dice che mi vedrà a Livorno e vi fa tanti saluti. Mettete saluti per Setti, la prima volta che vi capita.

Ho avuto molta commozione nel sentire il racconto della vostra nottata. Il mio caffè! Qua è cicoria. Di Finali, nulla. Non ho intenzione di andarlo a vedere nemmeno alla Corte. Nessun incidente. Nessun incontro. Non vedo l’ora di veder lo studietto nostro. Sarà presto. Io dico che tra tre giorni sarà tutto finito. Quanto piacere delle cicche! Io sono (parlo sinceramente) in condizioni affatto migliori di quanti sono qui, che hanno moglie o sono egoisticamente scapoli. Io ho persone che pensano continuamente a me e lavorano per me, che mi scrivono sempre, e a lungo – le ho fatte vedere, non leggere – che mi mandano i fiori: gli altri poco o nulla. Io non mi pento della mia scelta: il mio stato è assai soave e io sono felice di voi, di voi sole, o mia Du, o mia Ma!

L’Adele, datele un bacio per me. Gli uccellini e i porcellini e le galline – che mi facevano l’ovino per il brodino – salutateli tanto. O i miei festosini Ciccio e Ciccino avranno una bella razione di ciccia, quando sarò tornato, cioè presto.

Siete brave tutte e due. Siete buone tutte e due. Tu, Du, sei Mariú, e tu, Mariú, sei Du, e tutte e due siete il cuore del vostro Snavin che pensa solo a voi, solo solo. Tornerò sereno e presto, felice di essere tornato piú che di essere andato.

I guanti erano nella redingote. Credevo li aveste messi a posta. Sognerò di voi e pregherò per voi. E voi di me e per me. Voi siete i miei anzlin, e tenetemi le manine sul capo. Baci baci baci baci baci dal vostro    Giov.

Bevete sempre acqua bollita e acidula, mangiate ciccia e legumi cotti, bevete buon vino. State allegre. Amatemi. Vi amo.

 «Quanto piacere delle cicche ! » Con questa frase egli rispondeva alla notizia, da noi datagli, di essere intorno a preparargli del tabacco a lui gradito (perché più forte del trinciato forte che di solito fumava) con le cicche dei toscani che fumava per via ritornando a casa. Facevamo cosí: quando ne avevamo ridotto un bel mucchietto le mettevamo in torso in un po’ di caffè; poi le sfogliavamo e distendevamo ben bene sopra un quadratino di cartone fino a raggiungere lo spessore di un centimetro o poco più. Cosi distese, le pigiavamo in un torchietto, e li le lasciavamo fino alla completa essiccazione. Ne usciva quindi, dopo tre o quattro giorni, una piadina [1] compatta e profumata che, affettata minutamente, rendeva un tabacco di speciale gusto per lui, e lo usava di preferenza per la prima fumata nella pipa del mattino.

Nella numerosa famiglia dei nostri animaletti non c’era più dalla primavera la «Ciomma», ossia la bella gattina bianca che, sotto le sembianze di gattino, fu la prima nostra compagnia quando ci riunimmo tutti e tre a Massa. Ce l’aveva uccisa il giardiniere della villa accanto, forse perché sconfinava andando a caccia di topi e di lucertole; ne avemmo tutti tanto dispiacere. «Ciccio» e «Ciccino» erano figli di lei. Il 25 settembre, quest’altra lettera.

 Care bimbe, ho ricevuto ora telegramma: ore 6 pm. Stamane vostra lettera. Un caldo opprimente: 39 gradi: tutto sudore appiccicaticcio: il cervello in acqua. Oggi sempre lavoro, sempre discorsi, un po’ di presidenza e di scalmana. Domani devo stilizzare il lavoro d’oggi. Io ho molto successo tra i colleghi piú bravi. Non sono ancora salito al Ministero; ma il Martini parla di me al Cigliutti, mi manda a dire che mi vuole vedere Finali: invano. Col Biagi siamo del tu; combineremo tutto. Sono abbastanza contento, ma impaziente di tornare ai miei angioli, dei quali non posso parlare senza lacrime. La lettura del «Telegrafo» mi ha fatto dare un tuffo. Non per il pericolo, ma per la vostra paura, cosí sole! Oh! come vorrei essere con voi; avere le vostre testoline sul mio petto! Domani abbiamo pranzo al Caffè della stazione offertoci dal Martini. Saremo liberi presto. Vengo subito. Roma la vedrò bene con voi. Con voi tutto è bello, senza voi tutto è brutto. Come sarò contento di rifumare nella mia pipa il vostro tabacco, la piadina fatta nella dolorosa assenza del vostro «tutto»? devo dir cosí? Poverine: sono al buio. Ho acceso il lume e grondo sudore. Non vedo l’ora d’essere nella mia fresca città, nonostante i tuoni. Io terrò la tua testolina bionda, o Ida, sul mio cuore che non trema. E Ma? povera Ma! Però ha vinto, la birichina, e con me non ha fatto le parti. Ho avuto lettera dal Gualtieri, povero e buono. Domani vado al Ministero a parlare per lui. Non dubiti.

Continuate a far bollir l’acqua, a mangiar la ciccia, a non mangiare erbe crude. Vi porterò un bel regalino per una... Vi risaluta Setti che piuttosto che farsi grattare, gratta lui e becca il Biagi e anche il Casini – tronfio, poveruomo – che vi saluta... Oh! il mio studio dove troverò l’odorino de’ miei angioli amorosi! Sta contenta, Ciamurín,

Dudín, presto sarò con voi. Le orazioni le ho detto puntualmente, con qualche lacrima e sospiro. Salutate tutti gli esserini nostri. Sarà per loro un gran giorno quello del ritorno. Vi amo, amo: amatemi. Baci e baci. Saluti all’Adele nostra governante.

GIOVANNI vostro tutto.

Il colera a Livorno faceva una strage grandissima e i giornali locali, tra cui il «Telegrafo» che noi spedivamo ogni giorno a Giovannino, ne davano ampio e desolato resoconto: sicché egli trovandosi cosí lontano se ne impressionava per noi, e a volte per rassicurarsi ci telegrafava. Questa lettera è del 26 settembre.

Care bimbe, vi scrivo, stando a sentire con un orecchio una relazione sopra uno dei quesiti; ma col cuore tutto in voi. Io non avrò il solito tempo per intrattenermi con voi: tutt’oggi ho lavorato alla prima relazione che ho scritto io, per incarico di tutti, con molto plauso di tutti. La ho letta or ora. Poi ho abbozzato, sempre qui, tra un chiasso indiavolato, un’odicina saffica per il banchetto di questa sera. Forse la finirò; ma bisogna che finisca prima di andar via di qui, per impiegare nell’ode quel caro tempo che davo a voi.

Ho veduto notizie migliori della salute e sono contento delle vostre misure preventive. Io di salute sto bene: state tranquille. Non mi sono levata la maglia; soffro il caldo; ma godo buona salute mercé la vostra premura. A Sogliano non pensate: tiriamo la conseguenza e impariamo...

Fatelo spesso il caffè, che vi gioverà. E non stare, o Du, sul letto, vestita. Va a lettino, ben coperta; guardatevi l’un l’altra appisolarvi soavemente sotto le ali degli angeli. Io tornerò non domani; ma posdomani ci si potrà pensare. Non credo però che avremo finito e presi i quattrini. A proposito, è forse necessario che passi da Firenze: ho carta bianca dal Biagi. Vedo la gloria e la fortuna: l’una e l’altra per voi. Domani che avrò tempo mattina e sera vi scriverò di ciò a lungo.

Vi lascio perché la seduta si scioglie. Domani avrete lettera lunghissima con descrizioni: perché — lo crederete? — non ho visto piú nulla, non sono stato a San Pietro! Baciate il fiorellino chiomante, che vi ritorna baciato. Arrivederci presto, mia Du, mia Ma, carine cocchine amate mie. Come vi bacerò, come vi abbraccerò, mie uniche e sole. La mia pipa, la bella foglia profumata! Baci, baci, baci. Volete venire a Firenze, incontro a me? Rispondete, se mai, telegraficamente.

De’ colleghi ce n’è per lo meno una diecina di simpaticissimi. Il prof. Setti vi risaluta cordialmente. Vostro   Giov. PASCOLI

«A Sogliano non pensate: tiriamo le conseguenze e impariamo». Queste parole richiedono un po’ di spiegazione. Dopo che il nostro cuginetto Placido era andato per le vacanze a casa sua, suo padre non ci aveva mai scritto: il bimbo sí, due volte; e ormai si era al termine utile per l’iscrizione del ragazzo al 5° corso ginnasiale. Che idea poteva avere quel padre? Egli non disse nulla e noi stemmo zitti. Cosí Placido non ritornò! Venimmo poi a sapere, per via indiretta, ch’era stato messo a proseguire gli studi a Bologna presso una famiglia parente di sua madre. Oh! il nostro bimbo che avevamo istruito con tanto amore !

Il 27 settembre Giovanni ci telegrafava: «Domani finisco. Tornerò senza veder nulla»; e in pari data scriveva:

Mie care sorelline abbandonate, anche oggi non ho fatto altro che lavorare: io sono il relatore; e sono le 6, è bello e buio, e io sono ancora al Liceo Visconti. La mia intenzione era di prendermi un giorno per le ispirazioni! sí, belle ispirazioni! Non penso che a voi. Volevo passare da Firenze per combinare il tutto; ma sí; ho avuto una fretta di tornare!

Io non so a che ora partirò, se domani notte o posdomani mattina: a ogni modo, non scrivete piú; se mai, ci telegraferemo.

Pover Dudú, pover Mariú, sole sole. Fortuna che quel caro Gualtieri vi fa compagnia e coraggio! ... Ho parlato di lui al Chiarini ...

Ieri sera il Martini fu amabilissimo. Io ebbi a schiattar dalle risa per certi incidenti che vi racconterò. L’ode saffica non potei finirla. Ne farò però qualcuna per le nozze della figlia: è cosa già detta; e il Martini che mi ha, veramente, moltissima stima, aspetta a gloria. Ma di ciò a voce: parleremo, parleremo.

Vi mando la lettera di Falino: leggete. C’è molta tristezza: ma noi? La felicità che possiamo godere consiste solo nella pace e nel mutuo amore... Domani andrò al Ministero, dal Finali (che mi ha fatto dire dal Martini — al banchetto — che mi voleva vedere) e vedrò di vedere quel bel matto di Giacinto Stiavelli. L’Albini va a Firenze ... [2] La lingua del Setti è un caso di colera.

Vado a pranzo alle 7 o giú di lí: vado a letto verso le 10. Un caldo! un caldo! Salutate le bestioline. Non aver la tremarella, Mariucchin. A vivere regolati, non c’è da temer nulla. Vi benedico, o cari i miei capi, vi benedico della benedizione della mamma e del babbo. Siate tranquille. Vi amo, vi desidero, vi bacio. Vostro   GIOVANNI

Rinunziò infatti a prendersi il giorno per le « ispirazioni » e partí da Roma la sera, tardi, del 28 giungendo direttamente a Livorno nella notte. Il buon treno notturno tanto propizio per viaggiare col caldo che ancora faceva, non portava che lui a quella stazione, per l’incubo del morbo. Ma Giovannino tornava molto contento. Ed ecco subito nelle nostre mani il caro regalino ch’egli ci portava dalla città santa: due belle e rilucenti coroncine di madreperla che ci deliziarono gli occhi e il cuore. Poi ci fece tante descrizioni e tanti racconti, levandoci tutte le nostre curiosità. Ci raccontò anche di essere stato, poco prima di partire, a far visita al Finali, Presidente della Corte dei Conti, alla Corte stessa, e di aver avuto da lui un’entusiastica e affettuosa accoglienza tanto che, quando uscí, gli impiegati e gli uscieri gli s’inchinarono profondamente. Come rideva pensando che forse l’avevano preso per un pezzo grosso! E ci parlò con vera compiacenza della stima che gli avevano dimostrato i colleghi di commissione e sopra tutto di quella, più volte manifestatagli, dal ministro Ferdinando Martini. Questi si era mostrato con lui molto benevolo e compreso della necessità che aveva di un po’ di tempo per maturare e fare i suoi lavori. La prova che egli si aspettava era la presidenza in qualche Liceo di città provvista di buona biblioteca. Cosí avrebbe avuto e tempo e libri per lavorare, e si sarebbe riposato dal continuo insegnamento, per il quale cominciava a non poterne più. Intanto, per tenere ben disposto il Martini, si era prefisso di fare qualcosa per le prossime nozze della figlia di lui.

Nei giorni seguenti si affrettò a comporre due odi latine, Crepereia Tryphaena e Gallus Moriens, che aveva già ideate a Roma, e il 9 ottobre giunsero anche i dati del Mazzoni. Le odi con una lettera dedicatoria al Martini erano già pronte. Si trattava di farne un’edizioncina bella ed elegante, perciò Giovannino si rivolse alla rinomata tipografia di Francesco Vigo. Degli opuscolini furono tirati cinquanta esemplari, dei quali si mandarono un discreto numero al Ministro accompagnati da questa letterina:

Eccellenza, come molti altri, tanto a me superiori nel resto, in ciò simili, indirizzo le mie gratulazioni e i miei auguri piú alla eccellenza del suo cuore e intelletto, che a quella della sua carica. Del Ministro anche la conosciuta e provata genialità, umanità, nobiltà di propositi e di fatti valse piú a non impedirli che a suggerirli.

Accetti dunque di lieto cuore i voti che per Lei e per la nuova soave famiglia che entra nella vita, fa dell’E.V. l’aff.mo ammiratore

GIOVANNI PASCOLI

Livorno, 18 8bre 1893

L’importo totale di Lit. 95 fu ridotto a 90, e fu immediatamente saldato. Si prese quel salassino in pace, pensando che certamente il Martini avrebbe da un giorno all’altro provveduto alle sue necessità di vita e di studio. Ma doveva rimanere deluso. Passarono i giorni propizi ed egli fu dimenticato. Non ebbe né la presidenza desiderata, né una promozione qualsiasi, né un rigo di gradimento per la sua pubblicazione. Scrisse, sfogandosi, al Mazzoni allora professore all’Università di Padova, che gli rispose il 31 ottobre, dandogli piena ragione anche contro il Martini e la schiera «di adulatori interessati» che gli stava attorno. Con presentazione del Mazzoni venne a Livorno il letterato francese A. Jeanroy dell’Università di Tolosa, il quale si ebbe in casa nostra la piú cordiale accoglienza e in ricambio mandò un bell’Orazino, di edizione francese, tascabile, che tuttora si trova tra i suoi libri più cari.

Ricorderò ora la sua gita a Firenze; quella gita che avrebbe avuto intenzione di fare nel suo ritorno da Roma per combinare per certi suoi lavori con gli editori Bemporad e Sansoni, e che fece soltanto quando il colera era presso che scomparso.

Care bimbe, solo come ho voluto essere, mi sono aggirato per le vie ingombre di nebbia e di tedio. Qualche tratto ha lampade elettriche, lune malate. Al loro chiarore opaco ho riveduto luoghi melanconici, superbi palazzi, chiese magnifiche, tutto mesto, ma di mestizia dolce. Ho risentito lo smarrimento di quella prima notte quando avevo 17 anni e fui sbalestrato solo in questa grande città. Ho risentito quella pena al cuore e ho detto col fervore della preghiera infantile del bimbo che ha paura della notte: sempre insieme, sempre, sempre insieme con le mie povere orfanelline che non hanno che me; sempre con loro, nemmeno un giorno senza loro! Stringiamoci e facciamo in modo che la nostra unione non abbia nemmeno un minuto di mal-contento che faccia (o cosa orribile!) desiderare di romperla...

Sono arrivato senz’incidenti alle 7 e minuti. Il signor Gennari mi aveva indicato il Bonciani per Albergo e mi ci sono fatto condurre. Temo che sia troppo caro. Poi sono uscito solo e sono andato a mangiare in una trattoriuccia per sentir parlare fiorentino autentico ...

Spero, quando sarò tornato, di trovarvi del tutto affiatate con la serva che mi pare di buon naturale, fatta per amarvi. Per noi quella è una gran questione: risoluta che sia avremo tanta libertà e potremo tutti e tre spassarci un poco e lavorare piú degnamente. Poi avremo la nostra villeggiatura, i nostri allevamenti, le nostre vigne... Saremo felici! Viaggeremo, ma insieme per non piangere troppo. Quando torno, voglio un pranzetto buono. Invitate il Toci? A lunedi sera, presto. Prevedo che non rimpiangerò di lasciar Firenze. Speriamo di fare buoni affari...

Mille baci. Domani vi scriverò e vi telegraferò. Il vostro cuore

GIOVANNI

Firenze, 4 9bre 93, ore 10,16 — Caffè del Parlamento.

Quella delicata e accorata esortazione di Giovannino: «Stringiamoci e facciamo in modo che la nostra unione non abbia nemmeno un minuto di malcontento» aveva la sua ragione in questo: che una delle sorelle, l’Ida, aspirando al matrimonio, non si mostrava punto contenta nello stato in cui era, e spesso spesso aveva delle ondate di malumore e di avvilimento che erano per Giovannino di un dolore immenso. Egli cercava col suo fraterno affetto e coi suoi doni di farla stare tranquilla e paziente, ma ormai ella cominciava a disperare. Giovannino soffriva molto anche per il contrasto dei suoi sentimenti, che si alternavano a seconda degli alti e bassi della sorella. Ora avrebbe desiderato che essa potesse raggiungere il suo fine, ora si spaventava all’idea che potesse venire quel giorno di vederla andar via. Di Mariú non si preoccupava: a lei bastavano i suoi baci e il suo affetto. Ci scrisse il 6 novembre:

Care bimbe, ieri non un momento per scrivervi, tutte le ore per pensare a voi. Fino alle 10 errai tristemente senza trovar nessuno. La libreria era chiusa. Alle 10 finalmente si aperse e vidi Vita (caro carissimo) e Bemporad. Abbiamo fatto il contratto per lire quattro-mila da pagarsi a lavoro compiuto. Ahimè! Ora vado a firmarlo. Vedrò oggi Casalini del Sansoni, col quale ho poca fiducia di riuscire ... Un po’ di raffreddore. Baci baci baci ai miei due angiolini buoni. Vostro

GIOVANNI

Da Firenze non tornò troppo soddisfatto, anzi piuttosto avvilito. Con l’editore Bemporad aveva fatto un contratto per una Grammatica latina per le scuole ginnasiali e per uno o due volumi di Esercizi coordinati alla grammatica, cedendone la proprietà letteraria in perpetuo all’editore, per il prezzo di quattromila lire che gli sarebbero state pagate alla consegna dei manoscritti; la qual consegna doveva essere fatta entro il mese di luglio dell’anno prossimo 1894. Era mai possibile che in pochi mesi, tra la scuola e altri impegni, potesse adempiere a questo contratto nel tempo stabilito senza nemmeno il soccorso di un anticipo? Naturalmente per allora mise a dormire il contratto in un cassetto. Con la Ditta Sansoni, della quale gli aveva parlato Guido Biagi a Roma, non aveva fatto nessun contratto; era solo entrato in trattative per qualche libro che credeva di poter fare. Ne aveva tanti per la mente! Ma intanto il meglio che potesse fare fu di occuparsi intorno alla Lyra Romana e intorno alle sue Myricae, e anche intorno a qualche poema latino.

Ferdinando Martini, già caduto da Ministro, gli si fece poi vivo affermando la sua riconoscenza. Ma si limitò a proporre il trasferimento al Liceo Dante di Firenze: e Giovannino il 16 dicembre: «Eccellenza, le rendo grazie della sua grande cortesia. Me le dichiaro anche grato della proposta di Firenze; proposta che non ho potuto accettare per quel fato che preme ormai la mia vita al quale è ormai inutile, penso, ripugnare ...». Invece gli raccomandava il cugino Gaetano Pascoli, professore di disegno. Ma del Martini si lamentò anche scrivendo al Finali, che il 27 dicembre confermava quelle proteste.

UN PO’ DI CRONACA DEI PRIMI MESI DEL 1894

Comincio l’anno con l’accenno alla risposta di F. Martini alla lettera di Giovannino del 16 dicembre: prometteva di interessarsi del cugino; e chiedeva spiegazioni su una frase allusiva al padre Ruggero e a una famiglia alla quale il Martini era legato da affinità. Ecco la replica di Giovannino.

Livorno, 9 del 1894.

Eccellenza, Le sono gratissimo della sua lettera. Le dirò subito, senza complimenti, i desideri del mio povero Gaetano ... Desidererebbe passare sotto il Ministero della P.I.; entrare o in un Istituto tecnico o in una Scuola normale. Egli ha avuto ispezioni, lettere di plauso, buoni punti nel diploma, premi a esposizioni...

La famiglia a cui alludevo è quella di D. Alessandro Torlonia. Non e’ a lei legata? Da mezzo secolo, credo, e piú, la famiglia Pascoli serviva il principe. Il mio padre era agente (in Romagna dicono ministro) per i beni di Romagna. Nessuna ragione fu potuta trovare all’orribile delitto. Restò e resta, unica e indistruttibile nel nostro cuore e nella coscienza di tutti in Romagna, l’ipotesi che lo facesse levare di mezzo chi voleva succedergli nel posto ... Ma quest’uomo è divenuto ricco e potente; ebbe subito la fiducia e la stima del vecchio principe, sebbene in religione e in politica fosse agli antipodi (ma si sa: fingeva) e, non è moltissimo, anche una cordiale stretta di mano dal Re. Nessuno quindi osa dire o deporre contro lui. Fu cosí: il giorno di San Lorenzo, 10 agosto, andò al solito a Cesena, in carrettino. Non prese compagnia con sé, perché aspettava a Cesena per condurlo alla Torre San Mauro un messo straordinario del Principe: un tale signor Petri. Il Petri non venne, e il mio padre tornò solo e a mezza strada...

Il Petri venne poi, trattò sempre duramente la mia madre che osava sperare il posto per il suo figlio maggiore, ora morto anche lui; le pose a condizione della pensione (che ci durò sino a che fummo grandicelli, noi piú grandi) lo sgombrar subito e le affrettò certo la morte che successe un anno dopo quella del babbo. Questo Petri favorí sempre l’uomo ricco e potente di cui le ho parlato ... Credo sia morto. L’altro no, è vivo e trionfante; ma chi sa...

Il 24 gennaio riceveva, tramite il Carducci, la nomina a Socio della Commissione per i Testi di lingua. Quanto al suo stato d’animo ora parla una lettera a Severino, della fine di gennaio 1894.

Caro Severino, siamo come una volta? È tanto che non ci si vede e allora qualche volta il cuor non crede. Ma il mio ha sempre creduto, solamente voleva vederti; voleva e sempre invano – a Livorno e Roma – perché? io sono divenuto nel frattempo selvatico e ombroso. La vita non mi ha sorriso. Il fato antico mi ha perseguitato. Ho da due o tre giorni in casa quel fratello che sai e ne ho il cuore, a dirittura, triturato. Spero con un po’ di fortuna, di rimediare anche a lui. Quando avrò messo il pane in mano a tutti, chiuderò gli occhi e me ne andrò. Ma una cosa avrò desiderato invano, e quel vano desiderio sarà il lamento che si udrà dai cuori amanti nella mia tomba.

Senti: che cosa vuol dire e porta la nomina pervenutami di socio della Commissione per i testi? dammene un po’ di notizia particolare; capisco che è prova di benevolenza da parte del maestro; e cosí mi è carissima. [3] Ma dimmene qualcosa di piú. Martinozzi è anima grande. Io l’amo come credo che tu.

Tante cose alla tua signora dalle mie sorelle. Dammi tue notizie. Tuo fratello   GIOVANNI

Ma ecco ricomparire il fratello Giuseppe. Ricordo la visita e quei giorni! Era venuto improvvisamente e, come altre volte, in miserevole stato; fu dopo poco tempo che ci aveva partecipato la morte della sua moglie. Giovannino si sentí preso da tanta compassione per quel figlio degli stessi suoi martiri genitori, che soffocò ogni risentimento, e tutto rabbonito si mise a parlare e ad ascoltare ciò che l’altro gli veniva dicendo. Cosí Giuseppe ci rimase in casa per sei o sette giorni, e noi tre lo trattammo veramente da fratello, nonostante la gran pena che ci faceva il vederlo sempre cupo e il sentire da lui solo racconti rattristanti sulla sua povera vita con l’unica figlia. La figlia non era sua ma di primo letto della sua moglie; egli però le faceva portare il nostro cognome e sottoscriversi anche scrivendo a noi Adele Pascoli. E Giovannino si prestò per nuove raccomandazioni presso qualche amico, per tentare ancora di poter giungere a sistemarlo. Giuseppe partí di casa dando segno di grande commozione. Gli si dettero i denari per il viaggio in abbondanza; gli si dettero pure, dietro sua richiesta, oggetti di vestiario e di biancheria. Sembrerà incredibile, ma tanto la morte della moglie quanto le cose riguardanti la figlia, non erano per niente vere. Era stata tutta una commedia per far compassione e spillare soccorsi. Restammo di sasso quando, dopo dei mesi, lo venimmo a sapere. Giuseppe tra l’altro ci aveva detto che a San Mauro correvano delle ciarle malevoli su Giovannino a motivo di aver ricusato, dopo averla fatta cercare, una donna di servizio senza darle alcun indennizzo. Nell’ottobre 1893, per necessità di famiglia si era licenziata la donna che da oltre sei anni ci faceva il mezzo servizio. Dopo infelici tentativi, scrivemmo a Pietro Guidi, l’amico di San Mauro, perché ci trovasse una donna; egli propose una Nina Pagliarani, cugina del Luigi (Bigecca), che si diceva avesse partecipato all’uccisione di nostro padre. Per questo si decise di non prenderla: ma siccome aveva lasciato il suo lavoro per venire da noi, pretese un indennizzo. Per mezzo della nostra vecchia Bibiana chiese venticinque lire; un intervento per lettera del fratello Giuseppe complicò un poco le cose; ma noi mandammo le venticinque lire. La Bibbiana ci scrisse il 24 febbraio che tutto era accomodato.

In quella stessa sua lunga lettera del 29 febbraio da Rimini, Giuseppe ci diceva d’avere lí incontrato il nostro cugino Emilio di Svigliano insieme con suo figlio Placido che aveva un braccio al collo, e di aver saputo dallo stesso Emilio che andava a cercare del dottor Vincini di quell’ospedale per fargli visitare il ragazzo, avendogli detto un dottore di Savignano che bisognava fargli un’operazione. Tale notizia ci mise in grande apprensione tanto più che noi dopo aver appreso dalla Rosa, l’antica donna di casa della zia Rita, che il bimbo era stato messo a proseguire gli studi a Bologna, non avevamo avuto più alcuna nuova di lui. Scrivendo alla medesima Rosa, sapemmo che Placido, tornato a Sogliano perché a Bologna, dove studiava, deperiva, era stato trovato affetto da un tumore alla clavicola sinistra. Era stato operato a Bologna e pareva che tutto procedesse bene. Allora Giovanni s’indusse a rompere il ghiaccio con Emilio, suo padre, col quale eravamo in urto per il contegno equivoco nei nostri riguardi, e gli propose anche di riprenderlo con sé appena guarito; ed Emilio rimase commosso e grato.

Ora mi riconduco un poco indietro, alla risposta di Severino alla lettera del gennaio di Giovannino.

Mio caro, non certo da parte nostra, ma è parso da parte tua un allontanamento da noi, o da me. A che venirti a importunare, se ti mostravi seccato (parlo di lettere)? Del resto in qualunque occasione tu vedrai se siamo a te vecchi e fidi amici come sempre in addietro, e sempre.

La tua lettera è ben lagrimosa! e mi ha profondamente addolorato. Ma io spero ancora, spero ancora per te un giorno riposato, e un tempo in cui ti sia resa, oltre la tranquillità, la meritata giustizia. Hai avuto tanto coraggio contro l’inimica fortuna che io spero che non ti verrà meno ora; e che le prove del dolore per te saranno presto finite. Non su di te sarà il nostro lamento affezionato e ricordevole, ma intorno a te i nostri evviva.

Tu sei stato fatto membro (per passare ad altro) della società ecc. [4] Or bene tu non devi far altro che rispondere sollecitamente al Carducci ringraziando. Io pure e il Brilli e il Mazzoni siamo gli stessi. Credo che il Carducci un giorno o l’altro ci convocherà (non a spese nostre) a Bologna tutti per la nostra opinione su certe faccende a quel riguardo. Opineremo, adunque, e saremo tutti assieme. Per il Martinozzi pienamente d’accordo.

Non è difficile che per 24 ore, fra non molto, tu mi possa vedere costí. Quando non hai altro da fare, e hai bisogno di un cuore sincero per i tuoi dolori, o Gianni Schicchi, ricordati ch’io sono sempre il tuo vecchio Severino. Riverisci le gentili sorelle da parte mia: salutale da parte di mia moglie, la quale pure a te vuole essere ricordata.

Chi sa quanti bei versi hai fatto in questi ultimi anni. Vedesti il Greene? Un abbraccio fraterno dal tuo      SEVERINO

Modena, Mura Sant’Agostino 9, 28-1-94.

Ti dico una frase del Carducci, tienla per te e per le tue sorelle. Credo che ti farà piacere; questa. Una sera che io lo accompagnavo a casa (l’anno scorso) e che si parlava di lui, come poeta, mi disse: « Ora sorgete tu e il Pascoli, non basta? » Per me sarà stato un cornplimento; il Marradi lo avrà scordato in quel momento; ma per te era il suo intimo pensiero. Sai nulla del Marradi a Massa, assediato?

Una lettera di Severino era sempre uno sprazzo di sole che diradava le nebbie, che più o meno si ostinavano sulla vita di Giovannino: il quale rispondeva il 9 febbraio.

Caro Severino, m’è entrata tale una voglia di rivederti, di parlarti, di sfogarmi un poco... Il Maestro non ci convocherà presto? Rispondi a questo punto e subito. Perché se non è molto vicina quest’occasione bisognerà cercarne un’altra, e potresti venir tu. Ora ci sono i pani di ramerino. Che ne dici della mia nomina a Firenze? Ma probabilmente non ci andrò.

Io scrissi subito al Maestro — ringraziando — con la S.V. come s’usa oficialmente. Non gli ho proprio scritta una letterina a modo che gli dicesse quanta soavità c’era per il suo atto nel mio cuore. Diglielo tu.

Le mie sorelle vi salutano e vi desiderano tanto tanto, o gentil paio di amici. E io? io dunque? ne muoio dalla voglia. Vedessi il mio studiolo! Tuo    GIOVANNI PASCOLI

Si sta lavorando alla 2a ed. di Myricae, con poche aggiunte. Forse nell’anno vorrò dar fuori il paulo maiora. E tu? Le orecchie, ve’, le tengo.

«Le orecchie, ve’, le tengo» è un motto di un loro caro amico, Felice Pistolesi, che essi chiamavano però «Genga», messo in evidenza da Severino in un suo sonetto intitolato appunto Motto. [5] Ma la voglia di Giovannino di rivedere il dolce amico non fu soddisfatta. Non venne, e nemmeno il Carducci li convocò.

Intanto tra i disturbi e i dispiaceri che gli venivano dai parenti, e l’agitazione nervosa in cui lo poneva quel trasferimento a Firenze, e le fatiche del suo continuo esercizio professionale, egli ben poco poteva occuparsi dei suoi poveri lavori. Tuttavia la nuova edizione di Myricae, non con poche anzi con molte aggiunte, stava per essere pronta, e la sua Lyra Romana, sebbene lentamente, procedeva avanti. Nei primi di marzo ebbe dall’Accademia delle scienze di Amsterdam l’annunzio di una nuova vittoria da lui riportata nel concorso di poesia latina con un poemetto intitolato Phidyle, e ciò valse molto a confortarlo dell’indifferenza della sua patria e a sollevare il suo coraggio. Ci limitammo però a farne consapevoli soltanto il senatore Finali e il R. Provveditore agli studi di Livorno, che era allora Vincenzo Di Paola, già beneamato e stimato preside di Giovannino al Liceo di Matera, i quali risposero con vive congratulazioni. La domenica seguente dunque si fece una piccola festa, ossia un piccolo banchetto familiare, coi due distinti personaggi: il Finali e il Di Paola. Ma la vittoria fu causa di un grave turbamento per Giovannino. Una mattina, tornando egli a casa dal Liceo per la colazione del mezzogiorno non si diresse subito, com’era solito, nel salotto da pranzo, ma salí frettolosamente nel suo studio ridiscendendo dopo poco pensoso e distratto. Colazione quasi muta. Noi sorelle vedendolo a quel modo sospettammo che certo la posta gli doveva aver recato qualche nuovo disturbo. Lo lasciammo tornar fuori senza seccarlo con delle domande, ma appena sole, via su nello studio in cerca della causa della sua preoccupazione. Andammo difilato a un cassetto dove ci eravamo accorte che riponeva sempre le cose che lo angustiavano, e subito ci venne sotto gli occhi un giornale di Bologna «La Gazzetta dell’Emilia» del 2 aprile, col bollo di Livorno del 3, indirizzata a lui dalla mano del prof. Giuseppe Martinozzi. Un segno di lapis turchino c’indicò il trafiletto per il quale era stato mandato. Leggemmo:

 IL PASCOLI È ROMAGNOLO

Giovanni Pascoli, di cui è parola nella « Gazzetta » d’ieri mattina non è livornese, come lo hanno creduto ad Amsterdam, dove ha riportato il premio nel concorso di poesia latina. È romagnolo di San Mauro. Al Liceo di Livorno è professore di greco e di latino. Questo è il secondo premio che riporta per poesia latina dalla regia Accademia di Olanda.

Fu alunno di questa nostra facoltà filologica, ed a’ suoi bei giorni, o cattivi, fu anche socialista e in prigione.

Giosue Carducci e il prof. Gandino lo confortarono e lo richiamarono all’amore degli studi classici, nei quali ora primeggia. Scrive anche versi greci; ed è autore di poesie italiane finissime, forse troppo, ed eleganti ed animose. [6]

Non facemmo altrra vista il giornale doveva essere perché pensava che noi non conoscessimo quella sua dolorosa avventura del carcere. Già quel dubbio l’avevamo sospettato fin dalla prima volta che venne a trovarci a Sogliano nel 1882, pochi giorni dopo aver conseguito la laurea. In una poesia che ci fece allora, Il pellegrino, c’era (come ho già detto a suo tempo) una quartina da lui interamente cancellata, che noi però riuscimmo a decifrare bene. Perché doveva averla cancellata se non per quella parola rinchiuso, temendo che potesse riuscirci nuova? Il fatto è che eravamo giunti al 1894 senza che né lui né noi avessimo mai toccato quel tasto. Eppure, in vista di quel presumibile dubbio, bisognava che noi arrivassimo a toccarlo, almeno perché stesse tranquillo sul conto nostro. Ma come fare? Ecco che nello stesso giorno, terminate le sue occupazioni scolastiche, egli mostrò la voglia di fare una passeggiata campestre per respirare un po’ d’aria libera; e poiché quelle passeggiate le faceva quasi sempre con me, anche quella volta fui io che andai in sua compagnia. Ci dirigemmo a Porta alle Colline per essere più presto all’aperto e goderci un delizioso tramonto primaverile. Cammin facendo discorrevamo, come di consueto, di tutto un po’. A un certo punto egli rallentò il passo, quasi volesse attirare di più la mia attenzione e disse: « C’è una cosa nella mia vita che non vi ho ancor detto e che voi certo non sapete». Ed io: «Ma proprio? credi proprio che non la sappiamo?» Mi guardò sorpreso ed incredulo. «E quando l’avete saputa?» «Quando eravamo in convento, nel mentre stesso che succedeva». «Perché non ne avete mai parlato?» «Non ci azzardavamo, non sentendone mai parlare da te. Del resto ti posso dire che quella cosa è sempre stata per noi una ragione di più per volerti tutto il nostro bene e per averti tutta la nostra simpatia». Nei suoi cari occhi brillò tutto un barbaglio di commozione. Mi chiese poi come l’avevamo saputo e da chi; io gli narrai tutto: a un di presso come ho narrato a suo luogo nella prima parte di questo lavoretto. E cominciò subito a farmi i primi racconti della sua dura ed ingiusta prigionia. Io non potevo trattenere le lagrime! La sera, rientrando in casa, comunicammo all’Ida il risultato della nostra passeggiata, e durante la cena la conversazione si svolse tutta intorno a quell’episodio.

Giovannino continuò per parecchi giorni a rammaricarsi del brutto servizio che quel trafiletto gli aveva fatto, arzigogolando chi poteva essere stato a scriverlo. Poi finí col non pensarci più. Se non che dopo qualche tempo, essendo venuto a trovarlo con altri amici Giulio Gnaccarini, genero del Carducci e coabitante con lui a Bologna, gli disse che quell’articoletto era ispirato da notizie date dal Carducci stesso, e ciò gli procurò nuova malinconia. [7]

IL TEMPO DELLA TERZA EDIZIONE DELLE « MYRICAE »
(APRILE-GIUGNO 1894)

Finalmente nella prima quindicina di aprile uscí dalla tipografia di R. Giusti la 3a edizione delle Myricae molto accresciuta, in bella carta e nitida stampa, e genialmente illustrata dai pittori Antonio Antony, Attilio Pratella e Adolfo Tommasi. Questi bravi artisti, oltre all’aver prestata l’arte loro a Giovannino senza alcun interesse, gli donarono anche parecchi originali di quelle loro graziose vignette. Dono ch’egli gradí moltissimo, e non gli parve vero di poterne adornare le pareti nude del suo studio e del salottino da ricevere. Del libro rimase assai contento, e diceva che cosí bene stampato e con quelle illustrazioni gli sembravano migliori anche le sue poesie. Non altrettanto contento era rimasto del contratto proposto dall’editore e da lui firmato, nel combinare quella 3a edizione, poiché con quel contratto tutta la proprietà letteraria delle sue Myricae era passata per sempre all’editore, il quale per tutto compenso non doveva a lui, povero autore, che una misera percentuale sul prezzo di copertina a ogni edizione. Cosí che il risultato di questa percentuale veniva a essere, per mille copie da vendere a quattro lire l’una e per cento da regalare (tante l’editore cominciò a farne quella volta), veniva a essere di quattrocento lire.

Non ricordo se quelle quattrocento lire, primo frutto delle sue Myricae, giungessero mai nelle sue mani o se rimanessero in mano all’editore a scalo del conto dei libri che Giovannino aveva con lui. Era un conto aperto che aumentava sempre, per la sempre crescente necessità ch’egli aveva di nuovi libri, e per la Lyra romana, e per lEpos già iniziato, e per la Minerva oscura che già lo assillava e per altri lavori che meditava. Ma per lavorare abbisognava di tempo libero e di pace. Visto che un posto di preside per lui non c’era, aveva pensato di chiedere al Governo il riposo. In tal motto si sarebbe dato interamente ai suoi lavori, traendo da essi l’assai per vivere con meno disagio e anche con qualche soddisfazione. Egli era affranto da tutta quella scuola pubblica e privata che durava da quasi tredici anni, senza che mai si fosse potuto prendere un mese di riposo da passare in campagna. Anche la sua salute era scossa: aveva frequenti capogiri che lo impressionavano e una tale nervosità che gl’impediva di lasciarsi radere la barba, cosí che fu costretto a tenerla.

Del suo progetto di chiedere il riposo aveva parlato e anche scritto al Finali incaricandolo di fargli il conto di ciò che poteva essergli liquidato dal Governo per i suoi anni di servizio. L’amico illustre in una sua del 13 aprile 1894 rispondeva energicamente sconsigliandolo dal chiedere il riposo, non avendo diritto ad altro che a un’indennità di buona uscita. Col Finali si trattarono allora altre due cose: una collaborazione con retribuzione mensile fissa alla «Nuova Antologia» (ma la Direzione rispose dopo la metà di aprile che non avevano scrittori fissi), e l’invio di due copie delle Myricae al Re e alla Regina suggerito dal Giusti: l’invio fu fatto il il aprile 1894 dal Finali, ma non senza incertezza da parte dell’autore, attraverso il generale Ponzio Vaglia e il marchese Guiccioli; ne ebbe gli alti ringraziamenti.

In una lettera del 1° maggio il Finali (del quale mi restano tante belle e buone lettere scritte a Giovannino) [8] diceva: «Non partecipo alla sua ammirazione pel D’Annunzio, forse a causa di non conoscerlo abbastanza. Per quel che ne so, non lo amo e non lo rispetto come uomo. Né il poeta né lo stilista io li considero mai separati dall’uomo... L’arte per l’arte non basta. Escludo a priori che abbia migliorato una od altra delle sue Myricae. Le avrà parafrasate». Da questo passo si vede chiaro che Giovannino gli aveva espresso la sua ammirazione per l’opera del magnifico scrittore ed artista. Tale suo sentimento, che era sincero e spoglio di ogni rivalità, godo di poterlo vedere qui testimoniato. Io aggiun­gerò, per chiarire alcun che, che in quei giorni egli aveva letto l’Innocente e che vi aveva sentito qua e là, ora in un passo ed ora in una frase, degli echi che provenivano da alcune sue poesie delle Myricae. Di quelle risonanze si era compiaciuto, allo stesso modo che si compiaceva quando, lui cosí povero, offriva qualche bel pranzetto ad amici molto ricchi e di palato molto raffinato. Li fece vedere anche a me quei punti che sapevano di cose sue, ma si sono smarriti nella mia memoria, né posso rintracciarli nel romanzo che non ho. Non l’ho, come non ne ho parecchi altri del D’Annunzio, sebbene egli li mandasse sempre con sue affettuose dediche, perché Giovannino, non volendo che li leggessimo noi sorelle (diceva che non erano letture per ragazze e quasi quasi nemmeno per lui che era un uomo), dopo averli letti lui, li passava da leggere agli amici e non si rivedevano più in casa. Tuttavia ricordo che in una frase dell’Innocente, che diceva a un di presso cosí «un cadere labile di foglie», egli risentiva la sua «di foglie un cader fragile» della poesia Novembre delle Myricae. Però, qui, preferiva il suo aggettivo «fragile» a «labile» sembrandogli meglio rendere il frusciare delle foglie secche. E ricordo pure che in una bellissima descrizione del canto del rosignolo, dello stesso romanzo, egli risentiva vibrare, artisticamente ampliate e con dolcezza modulate, le note del suo rosignolo nell’apologo Nozze pure di Myricae. Il D’Annunzio non gli aveva certo sciupato nulla. Ma non credo che ci sia stato nessuno dei suoi innumerevoli lettori e dei suoi critici che si sia mai accorto di quegli echi. C’è anche una lettera dello scorcio d’aprile 1894 del suo carissimo Ermenegildo Pistelli, dalla quale risulta che a lui pure aveva scritto molto bene del D’Annunzio. [9] Sí, Giovannino non pensava affatto di confrontarsi col D’Annunzio, e non aveva nessuna gelosia della rapida e gloriosa via che percorreva, sebbene a lui la sua umbratile strada fosse ostacolata da tutte le parti; del resto era noto che anche il D’Annunzio lo stimava ed ammirava. Tutti e due poi, senza conoscersi ancora di persona, si amavano fraternamente.

Nella sua lettera al Pistelli, egli accenna ad una raccoltina di cinque odi latine in asclepiadei che Giovannino (ovvero Janus Nemorinus, latinizzando egli cosí il suo nome e cognome) aveva approntata per lui, essendo stato da lui pregato di fargli qualcosa per le nozze (che dovevano avvenire, come infatti avvennero, il 26 aprile) di un suo amico, il professor Mario Fuochi, che era stato come lui alunno dell’insigne maestro Girolamo Vitelli. Delle cinque odicine, solo l’ultima, dedicata al Vitelli, fu composta allora; le altre erano già fatte, ed erano quelle con cui egli aveva accompagnato il suo Veianius al Pistelli stesso, a Domenico Mosca, ad Augusto Romizi e a Ferdinando Martini. [10] Erano però tutte inedite. Ne ebbe anche una bella lettera di lodi dal Vitelli il 26 aprile, 1894.

Ma ora ci fu per lui un altro motivo di apprensione: il ministro Baccelli mostrò l’intenzione di aprire un concorso per una grammatica latina. Per lui era un vero pericolo, poiché si era impegnato di fare per l’editore Bemporad appunto una grammatica latina e due libri d’esercizi ad essa coordinati. Agitato ne scrisse al Finali, che il 7 e il 9 maggio gli rispose cercando di calmarlo; poi tutto finí in niente.

Il Finali presentò anche al marchese Guiccioli, per la Regina, una copia del Veianius, e il 2 giugno ebbe dal marchese una lettera coi ringraziamenti della sovrana.

LA GIOIA PER GULÌ E LIRA PER IL SECONDO CAVALIERATO
RIPRESA DI LETTERE CON SEVERINO E MORTE DI PLACIDO
(GIUGNO-SETTEMBRE 1894)

Il 4 giugno di quell’anno 1894 lasciò in noi un gradito ricordo che non va sorvolato. In tal giorno fece il suo ingresso in casa nostra quel caro compagnino che non doveva più separarsi da noi se non con la morte. Ce lo portò, tenendolo per una rustica cordicella, il signore a cui apparteneva (era il padre di Antonio Antony, uno degli illustratori delle Myricae), il quale, costretto a privarsene avendolo di troppo in casa sua, per collocarlo bene aveva pensato di farne un dono a Giovannino. A dir vero non poteva trovargli un migliore padrone. Il cucciolo, che aveva appena cinque mesi, era un incrocio di due razze assai diverse essendo figlio di una canina levriera (canis familiaris) e di un bracco. Noi non ne avevamo mai veduti di simili, e ci piacque molto anche per la sua rarità. Aveva una bella testa con l’osso frontale ben pronunziato, il che indicava intelligenza, grandi orecchie ritte e mobili con cui manifestava i suoi vari sentimenti: di affetto e di rispetto, buttandole indietro; di attenzione, impennandole rigidamente; di paura, allargandole cosí che col muso lungo ed appuntito formavano un triangolo. Gli occhi poi erano di un’espressione del tutto umana. Il pelame aveva raso, lucido e morbido come velluto; nero nel mantello e nella testa, ma bianchissimo nel petto, sul collo, in parte del muso e nei quattro piedi e nella punta della lunga coda. Era un gran bel balzanino, snello elegante ed aristocratico. Ma qual nome poteva convenirgli? Gli sarebbe stato assai adattato Jolí; ma quello era stato dell’antico nostro canino e non intendevamo di rinnovarlo sembrandoci di privarne lui. Degli altri nomi in uso per i cani non ne volevamo sapere, nessuno ci soddisfaceva. Il problema era un po’ difficile, ma a un tratto ne trovammo la soluzione. Era giunta in quei giorni a Giovannino una cassettina di dolci (dono gentile di due giovinetti, i fratelli gemelli Notarbartolo che erano stati suoi alunni nel collegio di San Giorgio all’Ardenza) con sopra l’etichetta del dolciere che l’aveva spedita, «Emanuele Gulí di Palermo». Or mentre si stava almanaccando, Giovannino, portando per caso gli occhi su quella cassettina ancora esposta nel salotto da pranzo, esclamò: « Ecco trovato il nome: Gulí! » Noi sorelle ne fummo entusiaste, e fu tosto tutto un rapido succedersi di chiamate: « Gulí, qui! Gulí, là! Gulí, su! Gulí, giù! » di modo che il vispo animaletto comprese subito che quello era ormai il suo nome. [11] Nello stesso giorno del suo arrivo gli pigliammo un bel collarino coi margini rossi, sonante di campanelli, un bel guinzaglietto di cuoio. Sembrava proprio che si stimasse nel vedersi cosí sistemato. Da allora fu sempre con noi nelle nostre passeggiate. E che salti e che feste quando vedeva che eravamo pronti per uscire! Fece, indisturbato, il suo primo sonno nella nuova dimora, sopra il mio letto da piedi, e ciò gli fu bastante per venire sempre in quel posto a dormire la notte. Ma era cosí savio, cosí pulito, che nessuno di noi ebbe mai l’idea d’impedirglielo. Io poi ero tutta contenta di averlo lí, anche perché avevo una gran paura dei ladri, specialmente allora che non era molto che ci avevano fatto una visita.

Fu una sera tra le 9 e le 11, mentre Giovannino ed io eravamo andati all’Ardenza per riaccompagnare in collegio alcuni alunni che erano stati, come altre volte, a passare allegramente un giorno di vacanze presso di noi. L’Ida aveva preferito di restarsene a casa, volendo nel frattempo sbrigare un po’ di faccende. I non graditi visitatori passarono da una finestra bassa e senza inferriata e si trovarono cosí in una grande stanza dove erano due armadi, dei bauli e tante altre cose. L’Ida intanto si aggirava tranquilla su e giù, ed essi certamente disturbati da quel via vai inatteso nella casa che credevano vuota, giudicarono miglior consiglio darsela a gambe, impadronendosi solo di cose che erano a portata di mano sopra una cassa, ossia di due coperte e di un involto di biancheria di bucato. Per noi fu più lo spavento che il danno. Ma da allora alle preghierine che sempre alla sera dicevamo insieme Giovannino ed io, egli fece questa aggiunta: A furibus et latronibus, libera nos Domine!

Benvenuto dunque Gulí, anche per scansarci le paurose sorprese dei ladri, potendo egli essere un efficace spauracchio per tenerli lontani. L’istinto per fare la guardia l’aveva molto buono. Il suo educatore principale era Giovannino, che, senza mai e poi mai picchiarlo, riusciva con la severità della voce e dell’aspetto a farsi rispettare e ubbidire. Basti questo, che alla mensa familiare a cui anche Gulí era ammesso (con la sua seggiola, il suo posto e il suo piattellino vicino al padrone) seppe in pochi giorni ammaestrarlo in modo che fino a tanto che non gli dava lui il permesso di mangiare, esso non osava nemmeno di guardare il suo piatto dove già era ciò che gli spettava. Se ne stava con la testa all’aria girando gli occhi in qua e in là sembrando quasi che volesse nascondere la sua ansietà. Faceva ridere e, nel tempo stesso, compassione. Ma allorché il padrone gli diceva: «Via, su, Gulí, mangia!» oh! non se lo faceva dire due volte!; tuffava il musetto nel piatto e tutto contento si trionfava la sua minestrina e la sua piccola porzione di lesso. Piccola, ma era la piú grande.

Per il giorno di San Giovanni di quell’anno io pensai di prestare la mia musa a Gulí affinché potesse con essa esprimere con garbo i suoi grati sentimenti, e quelli degli altri cari ospiti di casa, al suo amato padrone. Quella benedetta musa non seppe dettargli altro che una lunga cantilena insipida e stupida, che si meritò una bella risata; ma Giovannino la conservò ed eccone il principio e la fine.

AL MIO OTTIMO PADRONE

Poiché mi vedono

sempre vicino

a te, adorabile

mio padroncino,

gli amici trepidi

credon ch’io possa

con gentil mossa,

a te mio nobile

dolce signore,

svelare l’intimo

senso del cuore

che in questo placido

tuo di festivo

sentono vivo ...

Per tutti t’auguro

mio buon signore,

premi a’ tuoi meriti,

gloria ed onore,

pace immutabile,

ampia ricchezza,

ogni allegrezza.

Ed ora un’unica

preghiera ascolta

della tua frugola

fedele scolta:

Teco trascorrere

tutti i suoi dí

vuole Gulí.

        24 giugno 1894

E Gulí fu ascoltato.

Giovannino sentiva sempre più di non poterla durare nella condizione in cui era di fare continuamente la scuola; aveva bisogno di una tregua per potersi rinfrancare, e nel tempo stesso per darsi un poco alla poesia e ai libri scolastici, sollecitati dagli editori. Tuttavia ogni tanto trovava da rianimarsi pensando che il ministro Baccelli non fosse più per tardare a mandare a effetto quelle parole del telegramma che gli aveva inviato il 19 aprile: «Riserbomi di darle prossimamente attestato di stima». Una presidenza di Liceo? Una missione a Roma? Ma ecco che un bel giorno della prima metà di giugno gli perviene la notizia che su proposta del ministro Baccelli era stato nominato cavaliere dei S.S. Maurizio e Lazzaro. Gli cadde il cuore in terra! Che fosse quello l’attestato? Si oscurò, rattristò, indispettí. Anche prescindendo da quell’attuale suo stato d’animo, per quelle onorificenze non era portato, non le voleva.

Anche con Finali era un poco irritato e gli pareva talvolta di ricavare piuttosto del male che del bene da quell’amicizia. Ma si sbagliava perché il Finali aveva un vero affetto per lui. Giovannino dovette far capire in un biglietto di risposta qualche cosa di ciò; e il Finali gli scriveva il 6 luglio, rattristato.

Roma, 6 luglio 1894

Mio caro Giovannino, non c’è dubbio: Ella troppo provata dalle avversità, dubita anche della mia amicizia, in sé, ne’ suoi effetti, nelle sue tendenze. Eravamo, è vero, quasi d’accordo, che Ella sarebbe venuto a Cesena per la commemorazione di Cavour. Ma io non ci ho casa ... Il mio Pascoli in locanda a Cesena mi avrebbe fatto dispiacere vederlo ... Ma quel che piú mi preme è dirle, che io non Le ho dato torto; che darei metà di me stesso per ottenerle alcuna di quelle soddisfazioni, alle quali Ella ha diritto. Non conosco la burocrazia, che circonda il Ministro della P. Istruzione; ma a Baccelli ho parlato e scritto, come già al Martini ... Ma chi è il collega Senatore, nel quale Ella crede avere un avversario? Scriverei di piú, ma nella sua lettera ci sono troppo Eccellenze: se potessi dubitare di Lei, la crederei un’ironia .. .

E Carnot? e l’attentato a Crispi? Doloroso che in mezzo a questa società che si sfascia, campeggino gl’Italiani per la delinquenza. Nessun paese, credo, ebbe un processo come quello della Banca Romana: né un Governo, credo, si mostrò cosí incurante della buona fede e del diritto, come il nostro coi suoi progetti finanziari. Non senza ragione fummo schiavi per secoli, se non sappiamo viver liberi.

Saluti Ida e Maria, che mi vogliono piú bene di Lei. Suo af.mo amico           G. FINALI

Il «collega senatore» nel quale Giovannino credeva di avere un avversario, era il Carducci: spesso l’assaliva quella malinconia... Il Finali tastò terreno col Baccelli e il Carducci anche per un eventuale trasferimento a Roma: ne scriveva il 20 luglio.

Letta la notizia della vacanza d’una cattedra a Roma mi è balenata un’idea: ne ho parlato tanto a Baccelli, che a Carducci. Il primo mi ha manifestato le migliori disposizioni, ma non concrete: l’altro, dichiarando d’avere la massima stima e di desiderare di far cosa utile a Lei, mi osservava che Ella ha ricusato Firenze. «Ma trattandosi di Pascoli, gli replicai, non si potrebbe fare qualche cosa fuori delle vie ordinarie?» Alcuni colleghi in Senato che udivano il mio dialogo col Ministro, mi dicevano: «Ve lo fa professore d’Università... ».

Ormai Giovannino, confortato il 27 luglio anche dal Finali, si era rassegnato a sopportare in pace anche quel secondo cavalierato che gli era piombato addosso causandogli tanto sgomento. Noi sorelle, per quanto d’accordo con Giovannino nel riconoscere la vanità di quelle onorificenze, e passato un po’ di tempo, facemmo fare le cornicine ai due decreti e li collocammo uno da una parte e uno dall’altra del ritratto di nostro padre nello studio. Egli si sentí commosso dalla nostra idea e lasciò che i due quadretti restassero lí, accanto a suo padre. E quando, poco più di un anno dopo, ci trasferimmo a Castelvecchio, nel nuovo studio ebbero lo stesso posto. Dopo circa un paio d’anni che eravamo a Castelvecchio, venne da noi un giovane ch’era parente dell’insigne professor Toniolo, del quale portava i saluti. Giovannino, essendo ai lavoro, lo ricevette nello studio. La visita fu breve ché l’uno aveva molto da fare e l’altro poco da dire. Allorché il giovane nel partire passò davanti ai due quadretti esclamò: «Ah!!! lei è cavaliere?!» Giovannino rimase confuso; appena rimasto solo con me, mi disse pieno di sdegno: «Mariú! prendi subito quei due quadri e portali al cesso». Ebbi un bel dire e pregare che li lasciasse dove erano. Fu irremovibile. Ottenni solo la grazia di poterli por-tare nella mia cameretta, dove certo non sarebbero penetrati occhi profani.

Finita la scuola e gli esami, ecco Giovannino in vacanza, riprendere con tutta lena la Lyra Romana che era per il momento la cosa più urgente, volendo l’editore farla uscire prima della riapertura delle scuole.

Intanto fra lui e il suo fraterno amico Severino, ch’era allora a Modena, c’era uno scambio molto confidenziale di lettere e cartoline. Questa che riporto ora, senza data, è indubbiamente dei primi di agosto.

Caro Severino mio, ieri sera andai dal Cipriani. Vi trovai quel Giacinto Stiavelli, il petroliero che tu ben conosci. Tartagliando mi disse: «Sai chi chi chi ti saluta? Orazio Bababacci». «Ah!» «L’ho veduto a Siena». «Ah!» «M’ha ma ma detto che è lui quest’anno il Papa-pascoli». «Eh?» «Sí, a quell’esame che che che hai fatto tu due anni sono ». Compresi e mi venne una stretta al cuore. È vero che m’ero dimenticato di far qualche pratica, ma l’avrei fatta, per esserci con te. Lasciamo l’incredibile divina voluttà di essere con te, senza spese nessune, bevendo sempre quel d’altri, una settimanetta, a Siena. È nome che mi fa sussultare. Due anni sono aveva appuntato e nella carta e nel cuore tante delicatissime sensazioni poetiche, e quest’anno riprovandole le avrei dischiuse come fiori al sole. La campana di San Benedetto – il Montamiata – Caterina nel Costone. Il sangue si accelera nelle vene e mi si diffonde una grande dolcezza in tutto l’essere. E no, ci andrà, o meglio ci starà il Babacci, l’insensibile il prosaico Buacci per la ridicola ambizioncella di essere esaminatore! E poi me lo manda a dire! trionfante!

Giacinto, il petroliero, continua: «Sai che è sposo?» «Ah!» «Sposa la figliuola del Del Lungo!» « Ah!» «Vuole in dote l’Università!»

Ecco un tipo che io considero oggettivamente ... Io astraggo da me, esamino un nuovo esempio della continua ingiustizia sociale. Io (potrei dire tu, e sarebbe il medesimo) ho delle belle cose nella mente, delle poesie che dovrebbero essere la consolazione dello spirito di tanti miei fratelli nell’umanità: ho, per es., bisogno, per farle sbocciare, di andare a Siena. No: ci va il Buacci, intrigando, lui che non ha se non degli spropositi da far sbocciare. Tu (potrei dire io, e sarebbe lo stesso) lavori assiduamente, onestamente per esser degno d’insegnare da una cattedra superiore: il Buacci nubit (bada che si dice delle donne solo) e spera con le nozze di passare avanti a me e a te. Tu spisi una cara e povera giovanetta: io non sposo nulla: lavoriamo, triboliamo, e poi? L’onorato l’acclamato il simpatico sarà sempre il Buacci.

E qui mi viene in pensiero il Carducci. È semplicemente un errore suo, dirò, scusato, specialmente ora, dall’età; ma io trovo (e parlo oggettivamente) che non ha fatto quel che doveva anche nell’interesse suo e della sua arte e de’ suoi studi. Per l’arte, lesinando la lode a chi se non altro aveva ascoltate le sue parole e seguito i suoi ideali, che cosa ha ottenuto? L’Ada Negri ha piú successo, non solo di noi, ma anche di lui. Per gli studi, stando in disparte quando si tratta dei piú tra noi, che cosa ha ottenuto? che le cattedre universitarie saranno per un ventennio occupate da cretini impotenti.

Ecco una lettera invece d’una piccola conversazione nello studio piú fresco. Se mi vedessi quando scrivo, vedresti che sono al solito serenissimo. La conversazione sarebbe condita di molte risate. In fin dei fini non me ne importa nulla. Quel che m’importa, tu lo sai, è un po’ d’ossigeno. Vieni: io direi che tu venissi subito. In fin dei conti, c’è la Labronica qui che qualche libro ce l’ha. Vieni subito, e rivivifìchiamoci un poco. Faremo una passeggiata al Romito, a Castiglioncello. Ci sono dei galletti che ci aspettano anche là. Qualche libro puoi portarlo tu. Qualche altro te lo procurerò io. Cosí faresti impazzir meno gli editori che devono cambiar d’indirizzo ogni giorno. Per un mesetto, o piú, non avresti cambiamenti. Le mie Ida e Maria si uniscono a me nel pregarti. Vieni, mio buon Severino. Tuo   Giov. PASCOLI

L’anno passato il Martini aveva disposto per mandarmi a Siena. Andò nel frattempo non so dove, e nella sua assenza, la Divisione (cioè il Chiarini) fregò il mio nome e mandò un altro. Non è mica per quei pochi soldi ...Ai Licei ci vado solo una volta, ora che non ci sei tu. Saluti.   Giov.

I «Licei» erano, nel linguaggio fiorito di motti di Severino, i due gabinetti di... lettura, ossia i due cessi di casa nostra, quindi l’ultima frase della lettera di Giovannino rispondeva motteggiando a un nuovo motto che gli aveva scritto lui.

Il carteggio di Severino in quel periodo di vacanze non fu conservato: la prudenza consigliò Giovannino di distruggerlo man mano, perché in esso il dolce amico, più che d’altro, trattava di un matrimonio, che a sua idea poteva esser possibile, tra la nostra Ida e un suo amico. [12] Cosa delicata e molto vaga da tenersi segretissima, in modo che essa non dovesse nemmeno subodorarla. Essa aveva sempre mostrato il desiderio di accasarsi, la vita fraterna non le sorrideva, e in ciò nulla di strano; ma Giovannino, che si sarebbe fatto a pezzi per noi, non sapeva proprio che cosa fare per procurarle la felicità per quel verso. E ci soffriva! E soffriva anche pensando al sacrificio vano che aveva fatto, per amor delle sorelle, d’ogni sua legittima aspirazione a crearsi una famiglia propria. Ma tant’è.

La cartolina che segue (col bollo postale del 6-VIII-94) non tratta però di quella materia: risponde a un quesito di Severino che non ricordo.

Caro Severino. «A tutti i viventi è comune condizione di nascere da un seme come da ovo, sia che quel seme derivi da altri della medesima specie, sia che altronde venga per caso. Nel fatto, avviene anche nella natura, ciò che a volte accade nell’arte (arte non artes); cioè che per caso o fortuitamente succedono gli stessi effetti che altre volte sono procurati dall’arte; di che è (presso Arist.) esempio la sanità. E lo stesso è della generazione (per quanto deriva da seme) di qualunque animale; o che per caso ci sia il seme loro (adsit? se absit = non ci sia); o che provenga da un agente univoco dello stesso genere. Poiché anche nel seme casuale si trova il principio motivo (o attivo) della generazione; principio atto a procreare da sé e per sé; lo stesso che si trova nel seme degli animali congeneri, idoneo, vale a dire, a formare un animale». [13] L’agente univoco mi è oscuro, e il tutto oscurissimo.

Il Genga venne ieri in casa come lieta tempesta, mentre ero inchiodato da Marcovigi e signora e bimba e bambinaia e Salaroli. Venne con un barbuto amico suo bevitore di Firenze. È stizzito con esso teco, perché si proffidia a dire che non gli hai scritto. Ma ha di te una voglia, una voglia! Vedessi quanto brio, quanta giovinezza di motti e di bicchieri! Io ti scongiuro a venire: ha già invitato a pranzo sul Rombolino! Vieni piú presto che puoi. Bada che io adopero la tua venuta come schermo a una seccatura che mi si minaccia. E ho bisogno che almeno almeno il 12 tu sia qui. Se ti occorre qualche libro che io non abbia, scrivi subito, che te lo procurerò. Vieni e sta a riposare qualche settimana. Bada: il Genga va via il 14. Le mie sorelle ti desiderano molto: hanno comprato molti galletti.

A mamma e Visidori cose affettuosissime.

Sono maceri e pioppete

e la notte di laggiú,

e il singulto che ripete

dall’oscuro albero il chiú.

Tuo GIOVANNI

Ricevuto l’O Maggio per A. Martini. L’avrà stasera. Io vivo sperando.

Ora ecco due lettere intorno a quella «cosa delicata» che ho detto dianzi.

Caro Severino, non dubitare: né alzo né abbasso la speranza. Metto la cosa, avrei già detto nelle mani di Dio; dirò nelle ginocchia di Zeus. Voglio non trascurar nessun mezzo per far felice l’Ida e la sua sorella e il suo fratello. Se i mezzi non basteranno, pazienza al solito. Non ti rodere quindi pensando all’amarezza del mio disinganno, se mai la cosa non riuscisse. Sono un uomo.

Anch’io vedo molto difficile l’incontro in modo naturale e spontaneo. In casa mia non sarebbe desiderabile, oltre che non pare possibile. Io ho pensato: a Roma? Subito farai un gesto di disperazione. Purtroppo c’è difficoltà a rifascio. Ma mettiamo che mi si chiami dal Ministero (ho un telegramma del Baccelli che m’autorizza da un pezzo a sperare questo: a croce non mi pare ci fosse accenno), poniamo che allora dica all’Ida: vuoi veder Roma? veder San Pietro? fare le tue devozioni nella città santa? Ti conduco. Poniamo che anche tu sia a Roma. Poniamo che si faccia una gita alli Castelli, che tu inviti il Menghini e un altro tuo amico. La cosa andrebbe par ses pieds. Sí: ma quante difficoltà! Ti dico le mie, piccine: dove la metto la mia sorella? In un albergo? ma io avrei da fare; ed essa starebbe sempre in una di quelle celluzze? L’altra che è la cardinale: mi si chiamerà? per cosa? per le licenze d’onore? uhm! io ho perduto ogni speranza. Tuttavia, a un tuo cenno di approvazione, scriverei all’amico Finali e al Mantica, solleciterei, pregherei. E tu? Trattandosi di pochi giorni, credo che il sacrifizio lo faresti. Se io fossi chiamato, sarei pagato: quello che mi dessero basterebbe per tutti e due. E sarebbe certo una bella cosa; ma bisognerebbe trovare il piede a terra per l’Ida. Avresti tu?

Quando io ti sollecito a venir da me, ciò a cui penso meno è la cosa di cui ho scritto sino ad ora. Io ti desidero qui, proprio per mia compagnia e consolazione e letizia. Ringiovanisco. Lavoreremmo un po’ piú che in quei due o tre giorni. Beveremmo meno la sera. Ci alzeremmo presto. Faremmo una o due belle gitarelle. Si capisce che ti ubbidirò in tutto. Ti verrò a prendere a Pisa. Inviteremo Giorgio. Lo condurremo nelle nostre gite. Non dubitare. Ma sopra tutto vieni per mio conforto e sollievo. Le sorelle ti desiderano vivamente. Spesa non cresce per causa tua: si diminuisce. Ma cresce l’allegria. Tuo   GIOVANNI

Livorno, 8 agosto 1894

La seguente è senza data, ma è dell’agosto inoltrato.

Caro Severino mio, il tuo stile cartolineo non lo intendo sempre. Per es. non ho inteso perché avrei dovuto avermi a male del tuo «favorevole». Del resto per me la difficoltà è una sola: che I. piaccia a quel signore. Che se questo, per un felice caso, avvenisse, oh! I. è cosí fatta che amerà ardentemente teneramente fedelmente chi le dirà di volerle bene. Intanto godo che le fila non siano rotte. Quanto a me, per prepararmi sin d’ora, per vedere sin da ora che cosa si sarebbe potuto fare, domandai al senatore Finali se sapeva che il Baccelli m’avrebbe chiamato a Roma. Nessuna risposta, da molti giorni. Onde io cado, qualche volta, nel mio solito sconforto e nei miei soliti sospetti. Non è duro, del resto, non essere stimato degno d’altro che del suo posto faticoso delle 21 ore? A mano a mano, mi si dice: a x c’è preside y, a z, k; y e k non sono da molto piú di me; qualche volta da meno, almeno gerarchicamente. Ma lasciamo: deus haec fortasse benigne reducet in sedem vice. Intanto ho cercato del tuo verso d’Ovidio, e non l’ho trovato. Solo, di certo, non dice come dici tu: dirà: saepe metus tacitus verba loquentis habet. Cercherò meglio.

E tu? ... sarai a Bologna? ... Per me l’anno prossimo è l’anno decisivo. Lavorerò molto e domanderò molti permessi.

Io non ho altra ambizione che di passare serenamente una vecchiaia dolce, nec turpem nec cithara carentem. E non so nemmeno se non preferirei all’Università (che non mi ammicca) un posto di preside inamovibile in qualche verde oasi. E andare a caccia coi panioni e la civetta.

Da’ un bacio filiale alla cara mammina e fraterno a Visidori il bello. O Alberino desiato! quanto e piú della Romagna! Tanti baci dal tuo Gio. PASCOLI

L’ultimo giorno delle sue bagnature il Genga venne a colazione da me: minestrina con fegatini, prosciutto, pesce lesso (un ragno magnifico), due galletti arrosto. Bevve sino alle quattro e mezza: ora nella quale prese commiato per andare a ordinare al Rombolino il suo pranzo! Poiché aveva messo questo patto. Tornò dopo due ore e condusse tutti e tre, prima a vedere le bestie, poi a pranzo: acciughe e caviale, tortellini in brodo, due sogliole fritte gigantesche, scaloppine con tartufi alla salsa piccante, frutta etc. Deve avere speso una cinquantina di lire. Cuor d’oro, il caro Genga! Quando beveva si poneva la salvietta sotto il bicchiere, per via di quei «baffucci», con atto sacerdotale: pareva che celebrasse piuttosto che bevesse. Quanto ho riso! Ma tu non c’eri. Il Martini ha avuto le febbri, ora è tutto stordito ancora per il chinino. Ha gradito immensamente il tuo O Maggio, e i tuoi saluti. Ci vuol molto bene. Ieri sera venne a trovarmi con la sua gentile donnina e con l’uccellino Piero. Piero si vergognava e perciò ricusava il rosolio e i dolci. A un certo punto buttò giú buffa, e disse: «ora nan mi vergogno piú»; e bevve e mangiò. Molto ammirata dalla signora la tua signora – nel ritratto.

Speriamo di passare qualche bel giorno nel settembre. Scrivimi, o cartolina o lettera, tutta ostensibile. Se mai, metti un foglietto nella lettera o scrivi una seconda cartolina.

Tuo   GIOVANNI

A proposito del tuo Maggio cosí poco pregiato dall’Albini, in una recensione del «Fanfulla » ho letto qualche cosa dei versi di lui e capito presso a poco il genere. Ecco: fossi in lui, sarei critico meno severo: i suoi versi non formano mai poesia ...

Il Marradi stampa (non l’ho mica veduto, io) un libro di ballate. Pare che al tempo dello stato d’assedio, il Regio Provveditore a Massa facesse quello che in Sicilia il Regio Commissario Morra: ballasse sempre. Il motto, se tu lo ripulisci e abbrevi, è assai bello. Te lo raccomando.

Scriverai tu mai una lettera come questa? Scrivo dallo studiolo fresco. Mariú fa la trina al tombolo in faccia a me; Ida fa stridere le ghiaie del giardinetto, con un certo scroscio mangereccio. Tuo GIOVANNI

Dico subito, giacché non ci sarà più occasione di tornarci su, che il matrimonio escogitato da Severino tra la nostra Ida e il suo amico rimase a quel punto, senza fare più un passo. Le difficoltà per un incontro naturale fra i due furono insormontabili; sicché nemmeno si videro mai e l’Ida non ne seppe mai nulla.

La risposta del Finali alla lettera di Giovannino, che gli chiedeva se il Ministro l’avrebbe poi chiamato per qualche giorno a Roma, tardò un poco, ma infine venne (29 agosto) e pareva promettesse bene... Il Finali aveva ricevuto anche molti fogli di stampa della Lyra perché facesse eventualmente le sue critiche. Non si credeva mica infallibile! Tutt’altro!

Eccomi a rievocare un dolore. Fino al principio di luglio le notizie che ci pervennero della salute del nostro cuginetto Placido furono assai buone, tal che si credeva che da un giorno all’altro dovesse venire, com’era suo e nostro desiderio, a riprendere il suo posticino fra noi. Ma poi cominciarono a variare. Il male, per cui era stato operato in addietro nella Clinica Chirurgica di Bologna dal professor Novaro, si andava riproducendo e progrediva con rapidità, non era più possibile un nuovo atto operatorio e il 5 di settembre ci giunse una lettera di suo padre in cui diceva che Placido soffriva terribilmente e che era prossima la sua fine. Giovannino piantò li il suo lavoro (era dietro a correggere il tredicesimo foglio dell’Epos) e immediatamente decise di partire con una di noi per Sogliano, per rivedere e confortare il suo scolarino tanto amato. L’Ida si contentò che con lui andassi io, che non mi potevo dar pace, riservandosi poi di andare lei per trattenersi un po’ con la zia a miglior tempo.

E cosí verso la sera dello stesso giorno, dopo esserci assicurati che sarebbe andata a far compagnia di notte all’Ida, che restava sola con Gulí, una giovane sarta che conoscevamo bene, pigliammo il treno. Il viaggio, con le sue lunghe tappe nelle coincidenze, non fu davvero breve per la nostra ansietà. Temendo che il nostro arrivo inaspettato potesse cagionare un’emozione nociva al piccolo malato, Giovannino preparò, scritto col lapis, un bigliettino per Emilio da mandargli prima di presentarci alla sua casa. Alla stazione di Savignano, dove scendemmo, ci venne incontro, riconoscendoci, il vetturino della diligenza di Sogliano che era lí in attesa di gente da portar su. Gli chiedemmo subito come stava Placido. Ci guardò con una cert’aria di meraviglia e disse: «Placido?... i ne sa?... l’è mort e puvrein!» Morto! ma quando? Ci disse che era morto l’ieri mattina e che ormai dovevano averlo portato via. Non so dire come rimanemmo! Eravamo sí, alquanto in sospetto, dacché avevamo visto tanti preti e frati nel viaggio, che le cose si volgessero al peggio; ma non fino a quel punto. E tutti e due tristi tristi, con un gran nodo di pianto stretto in gola, pigliammo posto nella diligenza per andare a confondere il nostro cordoglio con quello dei genitori e della nonna (che era la nostra zia Rita) del povero morticino.

Arrivammo a Sogliano tra le ore 10 e le 11, ma non ci sentimmo abbastanza forti per andare direttamente da loro pensando che erano sempre nei primi momenti del doloroso distacco. Andammo invece dalla nostra fedele Rosa (l’antica donna di servizio della zia, che allora era fattora nella foresteria del Convento dove eravamo state educande l’Ida ed io) per lasciar correre qualche po’ di tempo e intanto riaverci e rianimarci un po’. La Rosa, appena ci riconobbe, piangendo ci baciò con quella tenerezza che ci aveva sempre avuta fin da bambini. Ci fece subito entrare nel Convento e ci condusse nella sala riservata ai forestieri; con lei, che sapeva bene quanto fosse il nostro affetto per quel bimbo, potemmo trovare un lenimento alla nostra ambascia.

Nel frattempo ella fece avvertire la zia e i cugini della nostra venuta, ed essi tosto ci mandarono a dire che andassimo da loro senza indugio che ci desideravano vivamente. E andammo: le lacrime furono presso che le sole parole di quel momento; e ritornarono quando andammo con la zia a visitare la cameretta donde l’angiolo aveva spiccato il volo; e quando vedemmo, in altra stanza, tutte bene ordinate da lui, le collezioni che aveva cominciato a fare, seguendo il suggerimento di Giovanni, di piantine e di fiori disseccati, di farfalle e di altri insetti, di conchiglie e di piccoli sassi; e quando guardammo i suoi quaderni e i suoi libri di scuola tutti tenuti con molto riguardo. In alcuni c’era scritto: «Questo libro è stato coperto dalle bianche mani della mia mamma». Inoltre ci si commuoveva profondamente agli episodi pietosi che di lui ci raccontavano la nonna e la mamma. Ci dissero che fino a pochi giorni prima di soccombere non aveva mai mostrato di credere di non poter guarire, tanto che a coloro che lo vegliavano la notte parlava sempre (negli intervalli delle frequenti crisi spasmodiche del terribile male, che la morfina non aveva più potere di lenire) parlava sempre dei suoi studi e dell’ansia che aveva di riprenderli sotto la guida di Giovannino. Soltanto negli ultimissimi giorni capirono che non si faceva piú le sue belle illusioni, perché smise di fare i suoi soliti discorsi, e invece una o due volte l’udirono mormorare mestamente tra sé: «Per Placido ormai è finita!» Che compassione! Pochi istanti prima di rendere la sua anima innocente a Dio, non potendo piú parlare, fece un cenno con la mano a suo padre, che costernato gli era di faccia a piè del letto, come per chiamarlo piú vicino, e appena se lo vide accanto gli circondò il collo col braccio e tranquillamente spirò.

Emilio, avvenuto il decesso, telegrafò a Giovannino, ma il telegramma arrivò che noi eravamo partiti. Cosí a noi non rimase che andare a portargli il nostro accorato saluto al Camposanto. Vi andammo la mattina successiva, verso le 10, soli soli e pieni di tristezza. È meglio questa visita leggerla nella descrizione che ne fece Giovannino nella poesia Placido, nel volume Myricae. Lasciammo il camposanto più mesti ancora, portando con noi, per ultimo suo ricordo, un sassettino preso sulla sua nera fossa. Quel sassettino, che conservammo sempre, ora è con altre molto care reliquie, nel sarcofago che racchiude l’adorata salma del soave poeta di tutti i suoi morti.

Incaricato da Emilio, Giovannino scrisse per lui un foglio di ringraziamento agli amici che avevano reso l’estremo saluto al suo bimbo e a tutti gli altri che erano intervenuti ai funerali. Giovannino scrisse queste parole che furono stampate su fogli listati a lutto nella tipografia del paese.

7 settembre 1894

Cari amici miei, Vi prego di accogliere voi e partecipare ai buoni che con voi onorarono il mio Placido, i miei ringraziamenti. Mentre il suo povero corpicciolo, serrato nella cassa, stava innanzi a voi, il mio Placido, il vostro Placido vi vedeva e vi ascoltava.

Ho bisogno di crederlo. E della sua dolce vita consunta ebbe questo conforto, del quale il suo padre, col cuore spezzato, e la sua madre e la sua nonna e le sorelline e gli altri congiunti, che l’amarono, vi sono grati tanto tanto tanto; quanto si può dopo un infinito dolore.

Vostro per la vita     Emilio David

Il giorno dopo, andammo a fare una visita al mio convento, a trovare le mie buone Madri e Maestre che ci avevano fatto dire dalla Rosa che non partissimo senza essere state da loro. Ci fecero una bella accoglienza con tutte le nuove educande; di quelle del mio tempo non ce n’era che una, ma non più educanda, sí Madre ed educatrice: la soave suor Agnese Mazzoli, che non stava in sé dalla contentezza. Per aderire al caloroso invito della Madre Badessa, dovemmo andare quella sera a cena in foresteria. Dopo cena, sul punto di partire, Giovannino scrisse col lapis sopra un muro della sala da pranzo questo ricordo:

A. D. Eid. Septembris

Hic vocati ego Joannes Pascoli et soror mea Maria cenavimus.

        Huc umbram Placidum voluissem ducere mecum.

               Heu Placidus vere pro dolor umbra fuit.[14]

Non potemmo trattenerci a Sogliano che quattro o cinque giorni promettendo che al più presto sarebbe andata da loro Ida, e noi intanto avremmo pensato a un ricordino da porsi sulla tomba di Placido. Invero ci pensammo, nonostante il difficile momento in cui ci venimmo a trovare, e per il giorno dei morti il piccolo ricordo era già collocato al suo posto con una iscrizione dettata da Giovannino.

É COMANDATO PER UN ANNO AL MINISTERO
DELLA P. ISTRUZIONE E CONOSCE ADOLFO DE BOSIS
- CONFIDENZE ALLE SORELLE E A SEVERINO (FINE 1894)

Tutto sommato il viaggio di Sogliano non fu di piccola spesa, sí che in seguito ci trovammo molto dissestati. Le nostre economie si erano esaurite senza che nemmeno avessimo potuto pensare alla pigione e ad altre cose che solevamo pagare puntualmente ogni mese. E non c’era da far calcolo su proventi di lezioni private perché in quelle vacanze Giovannino non ne aveva accettate, dovendo approntare la sua Lyra Romana. Cosí restò sospeso in aria anche il progettato viaggio dell’Ida al medesimo Sogliano, viaggio che premeva a tutti avendo per fine principale che essa, guidata dalla esperienza della zia, trovasse e portasse di colà una donna di servizio adatta alla nostra casa, essendo già da parecchi mesi che eravamo costretti a continui mutamenti col risultato di cadere sempre nel peggio. Ma ciò che conturbò tutti, e specialmente Giovannino, fu che proprio allora il ministro Baccelli, riferendosi al desiderio di lui espressogli piú volte dal Finali, lo chiamava per alcuni giorni a Roma. La disdetta non poteva essere più crudele!

L’aveva tanto sospirata e invocata quella chiamata e non poteva assolutamente corrispondere! L’aveva sospirata e invocata, non solo per veder luoghi e pigliare gli appunti che gli bisognavano per dare un po’ di colorito locale a vari suoi poemi latini in creazione, ma anche, e assai più, per provare di ottenere dal Baccelli, che secondo il Finali era tanto ben disposto verso di lui, quello che non aveva potuto ottenere da altri Ministri, ossia un posto di preside di Liceo; oppure se questo, al solito, non ci fosse stato per lui, un altro ufficio qualunque per un anno. Ciò per poter riordinare il suo sistema nervoso, il quale, con l’eccessivo esercizio dell’insegnamento in mezzo a ogni genere di tribolazione, si era oltremodo sconquassato; ma sopra tutto, per poter disporre di una buona misura di tempo per i suoi libri scolastici e per altri lavori che aveva fretta di eseguire. Diceva che quell’anno doveva essere decisivo per lui, correndo, col 1895, il quarantesimo dell’età sua. Voleva riuscire a debellare l’avversa sorte, e a smentire col fatto coloro che mostravano di credere che egli fosse solo capace di scrivere versi, i quali versi poi non erano considerati se non come titolo negativo per un insegnante. Era quindi un guaio serio il non poter andare a Roma, e di più c’era la brutta figura che avrebbe fatto declinando un invito che aveva provocato. Decise di chiedere di rimandare la sua andata a Roma alla seconda metà di ottobre dopo la chiusura della seconda sessione degli esami. In quel tempo contava di poter avere dall’editore Giusti un anticipo piuttosto rilevante per sistemare tutto e partire. Naturalmente non palesò a nessuno la vera causa che si opponeva al suo desiderio; si giovò di altre per motivare la sua richiesta. Anche per interessamento del Finali, la dilazione gli fu concessa, e si consolò.

In quel settembre vide la luce la Lyra Romana, incompleta però perché l’editore Giusti volle farla uscire per l’apertura dell’anno scolastico. Vi mancavano alcuni fogli di stampa in fine, che aggiunse poi. Peraltro tale mancanza non poteva far dubitare della serietà e dell’originalità del lavoro. Fu mandata come saggio a molti insegnanti di latino e greco, ed alcuni di essi, che la ebbero da Giovannino stesso, essendo suoi amici o conoscenti, gli scrissero parole assai buone e favorevoli, sí da farlo sperare che il libro potesse venire adottato nelle scuole. Intanto lavorava per compiere e per mandare avanti l’Epos, che doveva essere il primo volume (la Lyra ne era il sesto) di una collezione intitolata Nostrae Litterae già combinata con l’editore Giusti. Inoltre attendeva alla compilazione di un libro di lettura dal titolo L’Anno di Roma e a preparare via via in schede il materiale per una grammatica latina per l’editore Bemporad. Passava poi ogni tanto da questi lavori a fermare sulla carta alcun che delle sue divinazioni dantesche, che erano in continuo moto nella sua mente. Ma era troppo frastornato dalle incessanti preoccupazioni familiari, e troppo sottosopra per l’incertezza del suo futuro destino, per avere la quiete e la serenità, che erano per lui le condizioni principali per poter lavorare con coraggio e speditezza.

Alla fine del mese, dopo la riscossione dello stipendio, fu la volta per l’Ida di andare a Sogliano. Buona parte della somma riscossa Giovannino la dette a lei, desiderando che si godesse un poco e non volendo che per nulla potesse essere a carico, come eravamo stati noi, dei parenti, i quali versavano in pessime condizioni economiche. In quei giorni cominciarono gli esami della sessione di ottobre e Giovannino si dové occupare esclusivamente di quelli. Erano tanto seccanti per lui gli esami e piú faticosi anche della scuola! Quella volta però li sopportò con serena rassegnazione sperando che per qualche tempo potessero essere gli ultimi.

Venne la seconda quindicina di ottobre, ma non per Giovannino la possibilità di andare a Roma. Non era ancora riuscito nel suo intento col Giusti; e altri mezzi non c’erano. Scrisse quindi di nuovo al Finali incaricandolo di avvertire al Ministero che non poteva nemmeno allora andare, adducendo, all’amico, per giustificare la sua impossibilità, l’assenza dell’Ida. La risposta del 23 ottobre fu: «Sono rimasto d’accordo, che Ella verrà a Roma quando meglio le torni: basta che mi avvisi del giorno, e da quello che Ella mi indicherà comincerebbe la licenza o chiamata ».

Quella libertà che gli lasciavano di andare quando meglio gli tornasse, gli fece riafferrare subito le sue speranze che già stavano per svanire. Però quelle speranze erano alternate da diversi dubbi che lo molestavano. Il tentativo che voleva fare, che consisteva nel chiedere al Ministro, come ho già detto, una presidenza di Liceo, o un altro ufficio qualunque provvisorio per riposare un po’ dall’insegnamento e attendere invece molto ai suoi lavori, sarebbe poi riuscito? E poi quella «licenza» o «chiamata» senza motivazione poteva prestarsi a qualche commento poco piacevole di colleghi e di altri. Qualcosa di tutto ciò scrisse in quei giorni al Finali, che rispondeva cercando sempre di confortarlo.

Passati i Morti, l’Ida ritornò a casa portando con sé la donna desiderata. Era essa una giovane di una ventina d’anni di nome Rosa, anzi Rosetta, florida di aspetto e di un’indole quanto mai mite e docile. Risolveva molto bene l’arduo problema e ne fummo contentissimi. Anche una buona novella portò l’Ida da Sogliano: questa, che sembrava ci fosse probabilità di un lieto avvenimento per lei.

Finalmente, verso la metà di novembre, Giovannino poté avere dal Giusti (in grazia delle pratiche del suo solito intermediario e buon collega Gualtieri) un acconto di ottocento lire come anticipo sulla futura seconda edizione della Lyra. Ne avrebbe avuto bisogno di mille per arrivare a saldare tutti i suoi conti, mettersi in pari con la pigione e farsi un vestito prima di partire; ma dovette contentarsi di quelle. Intanto scrisse al Finali annunziandogli che tra sei o sette giorni sarebbe stato a Roma. Gli parlava anche di altre cose che si possono capire dalle lettere di risposta del 16 e del 22 novembre: degli studi su Dante, di quelli di metrica, di un’antologia italiana... L’amico poi gli offriva anche un aiuto o anticipo di denaro e insisteva nel fargli balenare l’università.

Ora ecco una lettera di Giovanni a Severino:

Livorno, 24 nov. 1894

Caro Severino, dopo molte traversie, lunedí sera parto per Roma, dove mi fermerò meno che posso. Non vado a domandar nulla di ambizioso: umilmente domanderò un permesso di qualche mese per lavorare e mostrare che sono un filologo possibile anch’io – meglio del Cortese, forse. Filologo è chi oltre la volontà ha anche un poco di danaro, ossia d’otium. Poeta e scrittore – oh! lí sta il punto. La Lyra non finita, perciò non te l’ho mandata; ma la manderò e a te e al Maestro subito che avrà tutti i suoi fogli. Ma all’ultimo il commento non può essere che breve, perché se no l’editore ci rimette. Io non aspiro che a far la seconda edizione: su quella voglio essere giudicato. Ora mi basta d’aver mostrato che «posso fare». A Livorno senza un libro gratuito, senza uno a cui domandare uno schiarimento, con ore trenta o quaranta di scuola – quante ne dovevo fare l’anno passato – non c’è male. Tu autem che fai? Vieni a Roma, ché allora mi ci divertirò.

Tante cose affettuose da parte delle mie sorelle alla tua dolce Ida. siate felici. L’Ida è già tornata. Vieni a trovarci. Ora abbiamo la servetta romagnola, un amore. Vado ad alloggiare a Santa Chiara. Sono preoccupato di non poter trovare quel... regio liceo dove andavi a passare qualche mezz’ora al giorno ... Ma cercherò. Tuo    GIOVANNI

E la sera del lunedí, 26, come aveva fissato, partí da Livorno. Alla stazione l’accompagnai io con Gulí, e mi fermai a guardarlo e a salutarlo fino a che il treno non si dileguò. Avevo un gran timore che potesse trovarsi in disagio perché non portava con sé che una somma molto limitata, avendo voluto prima mettersi in pari con la pigione e liberarsi di tanti altri pensieri. Anche nella cassetta della spesa familiare, che teneva l’Ida nella sua qualità di reggitrice, non c’erano che pochi spiccioli essendo la fine del mese. Ma a rifornire questa aveva pensato lui, lasciando l’incarico al prof. Gualtieri di condurre me l’indomani a riscuotere il suo stipendio.

La cronaca del suo soggiorno a Roma è ampiamente fatta da lui nella corrispondenza che tenne con noi sorelle. Ma quanta pena mi fa il mettere in luce tante cose scritte unicamente per noi, tante sue care confidenze, tante sue tenere espressioni di affetto, anche nel dialetto della nostra nativa Romagna, piene di nomignoli scherzosi che solo esistevano nel vocabolario fecondo della nostra dolcissima intimità fraterna! D’altra parte penso che queste mie dolci reliquie non saranno sempre lasciate nella loro custodia, e questo pensiero mi persuade a non tener conto della mia pena, e m’induce a riportare qui la corrispondenza di quei giorni. Il primo scritto ha il timbro di Roma 27-XI-94.

Care sorelline mie buone, mia Du e mia Mariú, ho fatto un buon viaggio gelato. Che freddo! Che freddo! Ho veduto una bell’alba sul Tevere. Sono arrivato intirizzito. Ora sono in una cameretta (17) calda calda. Ho fatto tutto, Mariú, e sono contento. Questa notte ho pensato molto a voi, penso ancora e non posso essere allegro. Già, chi sa che seccature! Non si può goder mai.

Spero che il mio Mariú avrà riscosso il 27 per l’Ida. Spero domani di ricevere lettera. Molti baci a tutte e due e a Gulí. Saluti alla Rosetta. Vostro    Giov.

E il giorno dopo, 28 novembre:

Care sorelline mie, che giornata, quanto male, quanta febbre! con gli occhi in fuoco, coi polsi che battevano a martello! E quanto scoramento! Per me non c’è nulla: io non sono, non sarò mai nulla, non avrò mai nessun diritto. Ci ho dormito su, e le cose le vedo meno male. Ieri dunque con l’ottimo Finali fummo tre o quattro volte per vedere il Ministro che aveva dato appuntamento, e solo a sera l’abbiamo potuto vedere. Ha fatto qualche complimento, ha detto qualche banalità e qualche sproposito, e niente altro. Oggi però devo andare da uno di quei pezzi grossi che deve studiarsi di fare un decreto per una missione – finta – da darmi. È tutto quello che posso aspettarmi. Già la cosa, da questi messeri che hanno avuto tutti i vantaggi, m’è invidiatissima. Ora se nei mesi che mi si concederanno (se mi si concederanno) farò qualche cosa di grosso, avrò vinto; se no, avranno vinto i miei nemici occulti e palesi. Figuratevi che il collegio degli ispettori si è aggregato il Menghini, quello che faceva scuola sui bimbi; non era quella una proposta da fare a me? Ma il pappafico mi sentirà. Intanto coraggio, bisogna combattere.

Io dubito forte di potere avere indennità per questo viaggiaccio. Chi sa, poverine, che non debba domandare a voi il danaro per il ritorno – che sarà certo prossimo. Quando avrò saputo il mio destino, mi adoprerò per Emilio e anche per l’umile Gualtieri, e altri. Speriamo bene. Non ho ancora ricevuto vostra lettera, bensí una del Gualtieri. Ieri feci colazione alla Rosetta (salutatela e ditele che andrò da suo fratello) e pranzo dal Finali. Vedeste! Noi siamo signoroni a loro confronto. Quella ragazza è una specie di mastodonte. Va, Ida, che son fuori d’ogni pericolo! Racconterò poi particolari esilaranti ...

Tanti baci affettuosi. Gulí come sta? Spero presto di aver notizie anche di lui. Salutate la Rosetta e lui. Sono il vostro    Giov. Povar Mariú, curagg. Povar Du, curagg.

Altra, del 29.

Care mie sorelline, avrò quanto desidero: sarò messo a disposizione del Ministero, senz’altri obblighi. La cosa è seria: io dico al Governo e ai colleghi: «Ora vedrete!». Se non faccio nulla, sono un uomo morto. Ma farò: solo si richiede di mutar luogo, andare dove siano piú mezzi di studio e infinitamente meno spese. Dentro Decembre cercheremo, e bisogna trovare.

Tutto ieri piovve, e io errai dal Ministero a casa e da casa al Ministero, mesto e seccato. Sola consolazione la vostra letterina cara e buona, tutta piena del vostro alito. Presto sarò con voi, presto. In tanto di Roma non ho veduto ancora nulla, tanto queste pratiche sono lunghe. Ieri non vidi per nulla il Finali, e ieri sera ebbi una sua letterina, molto affettuosa e assai rimproverevole. Ma come devo fare! già a me secca seccare. E poi L. 1,60 costa una tal visita: 80 cent. andare e 80 tornare: cosí lontana è la sua casa! Un invito a pranzo, mi empie di cerimonie e di seccature, ma mi costa presso a poco quanto alla Rosetta.

Dentro oggi vedrò di scrivere di nuovo, sperando di essere piú libero. Danaro? state pronte a mandarmene, ma voglio sperare di non averne bisogno. A Gulí, a iô comprè la cadnina, e cularín no, perché e’ gusteva e doppi dquel che gosta a Livorno. La cadnina l’è blina. Domandate a lui se ha piacere di venire in campagna. Come scodinzolerà!

Dite al Gualtieri che una cosa è fatta: egli sarà promosso, non appena il Ministro darà ordine di promuovere. Parlerò poi per il resto. Oggi vi scriverò di nuovo. Mie carine, miei angioli, amatemi molto. Io non ho altra consolazione che nel vostro amore. Di Emilio si comincerà a parlare oggi. Un bacio, Du, un bacio, Mariú, dal vostro GIOVANNI

Saluti a Rosetta. Non sono ancora stato al Casermone, ma ci andrò.

Nello stesso giorno:

Care bambine mie, vi scrivo, vedete, piú spesso anche delle altre volte. Perché? Perché sento di volervi piú bene, persino piú bene di quando vi volevo pur tanto bene. Voi siete davvero la mia famiglia, tutto il mio cuore e tutto il mio pensiero. O mia Du, o mia Maria. Ci faccia Dio un poco contenti. Se la mia contentezza dovesse fare la vostra felicità, ci occorrerebbe ancora un buon poco a che voi foste felici; pure saremmo sulla via. Per essere contenti, io vorrei che il mio Du avesse il suo marito, il quale ci amasse, e facesse qualche piccolo Ruggiero e Giacomo e Giovanni e Placido e Caterina e Margherita. C’è nulla di nuovo per questo? Ho il presentimento che ci sarà. Poi, per essere contento, vorrei avere il mezzo di lavorare, senza troppi pensieri per il domani. Or questo par quasi ottenuto. Per un anno io sarò (sono assicurato) comandato all’Ispettorato Centrale. S’intende che ciò è pro forma. Io risiederò dove voglio e non sarò incomodato. Lo stipendio lo riscuoterò dall’economo del Ministero, magari prima del 27. Questo stipendio sarà delle sole duecento ventiquattro che tiro ora, senza il di piú delle ore in piú. A Livorno, anche se volessi rimanerci, non potrei. E poi, se non faccio nulla? Ora sono tutti intenti e aspettanti, con piú male che benevolenza. A proposito, vi dirò delle mie impressioni ministeriali, poiché sin ora non ho veduto di Roma che gl’ispettori centrali.

Il nuovo titolo che io ho presentato al pubblico italiano, dopo i lavori artistici, il titolo di studioso e di critico, ha prodotto un effetto di sbalordimento. Ho sentito dichiararlo come l’unico lavoro di tal genere uscito finora. Il Chiarini, mezzo tra i denti, ha detto che già quello era un titolo universitario. Il Cavazza provava avanti a me, che gli dimostravo le lezioni, le interpretazioni nuove, un imbarazzo manifesto, che oggi si è cambiato in mutismo. Egli cerca cerca cerca studiosamente come contraddire a tutto, come liberarsi di questo incubo di dotto che è già tanto su di primo acchito e che pure non è stato per due volte considerato degno di succedergli. L’ammirazione c’è: solamente è mostrata di malavoglia. E io godo piú di questa mancanza d’espansione, che delle lodi piú smisurate. Me ne intendo. Ebbene con questo, il... Casini mi ha domandato, se avessi accettato (nel caso che il Ciarnpolini... potesse essere fatto preside senza scuola) di essere prof. di greco e latino a Lucca. Ci ho fatto una risata! Chè! Aut Caesar aut nihil. Un poco di pace e di fortuna, e io potrò guardarli d’alto in basso. Sin da ora la mia vita di pedagogo è chiusa. Sta lí, maledetta scuola. La mia scuola se la divideranno il Marina e lo Zanetti, se vorrà; al quale scrivo dopo che a voi. E voi altre dirigete il pensiero alla campagna, in prossimità di qualche paesetto vicino a qualche bella toscana città. Sognate.

Ora agli affari. Mariú, si avrò tempo di far qualche cosa per l’Olanda; ma se torno presto. E presto tornerò. Domani, se è tempo buono, andrò alla via Appia, a vedere almeno da fuori il Cimitero di Callisto. Posdomani ho appuntamento col grandissimo Finali per andare in Vaticano. Il due o il tre o il quattro decembre vorrei venir via. Ma come si fa? Io ho tastato un poco per i soldi: solo domani o posdomani saprò se ne potrò avere. Ho anche le cento e piú lire dei due mesi di lezione sopra le 15. Non le potrò riscuotere qui, ma farò di poterle riscuotere presto. A ogni modo state pronte a mandarmi un cinquantino almeno. Lo rifaremo subito. Ieri non vidi il Finali. Oggi, a mattina, sono stato a vederlo: la sua (o di chi?) famiglia è poco simpatica... Ve ne parlerò a lungo. La signorina (o signorona) deve essere piuttosto matta che mattoide. M’ero figurato che il Finali avesse qualche intenzione assurda ... Ho dovuto rendergli tutta la mia stima: non ci pensa nemmeno. E la signora Agnolozzi è solo preoccupata che io non accetti di andare a cena da loro, per non fare spese. E cosí andiamo d’accordo: ella m’invita e io non accetto. [15] Non ho ancora avuto la buona occasione di discorrere d’Emilio: ho avuto troppo da fare per me. E ciò non è egoismo. Cosí non ho potuto ancora vedere l’allievo carabiniere di Rosetta. (Mi secca un poco il Martini, che è sempre triste ed annoiato) [16] ... Mariú, vado benissimo ... Dovresti impacchettare quelle Myricae e dirigerle al sig. Comm. Giuseppe Chiarini, Ispettore Centrale Capo, Ministro P. I. Roma. Subito però, ché le riceva quando io sono qui. Voglio tornare, voglio le mie bimbe, io, e’ mi Du, e’ mi Mariú. Dico le orazioni riassunte, in una quantità d’espressioni d’amore. Baci baci baci dal vostro     GIOVANNI

Dopo una cartolina col timbro postale Roma 30-XI-94, ne scrisse un’altra con la stessa data.

Care sorelline mie, pare vicino a farsi. Questa sera, pare, il Ministro firmerà il decreto. Mi daranno, pare, un piccolo indennizzo, una cosetta minima. Tra poco vado dal senatore, a cui parlerò di Emilio. Domani consacrerò la giornata alle suorine. Nessuna novità? Non vedo l’ora che sia domattina per avere ancora vostre notizie.

L’indennizzo spero che mi sarà pagato brevi manu. Caso che no, e ne sarete avvisate forse domani, farò in modo che bastino le lire che ho, per il ritorno. Non bastassero, domanderò poche lire telegraficamente. Ma io voglio tornare subito. Domani vedrò qualche altra cosa, e qualche altra domenica.

Un bacio a tutti. Gulí, Gulini, povar Gulí, purin, Gulà Gulinà. Ai vut i caplèt dla Ca? i it pis? i caplitazz? i ussin de’ poll? Puran, Gulà, Gulinà! Cara Du e Mariú, vi vuol molto bene il vostro        Giov.

Saluti a Rosetta e che stia allegra. A Suièn i è pultrunazz. Mamurin, at dol piò e’ testin, e’ gulin? puvrèn, povar Mamalocc! Stett ben, Du, Doc, Duchin, Ca? [17]

Ed ecco la lettera dello stesso giorno.

Care mie sorelline, séguita la certezza dell’insieme e l’incertezza dei particolari. Domani (domani sera sono invitato dal Chiarini) saprò la cosa definitiva. Ma intanto il mio « congedo » è certo. E a ogni modo (questa per il sig. Egisto, [18] al quale, Mariú, lo farai sapere) sarò aggregato alla commissione per i libri di testo. Il Chiarini mi manderà i libri da esaminare, e io a comodo riferirò. Notizie poi precise anche intorno ai suoi libri non ne ho ancora avute; ma le avrò tra domani e posdomani. Cosí nulla vi so dire ancora delle suorine e d’Emilio. Ma farò tutto. Il mio ideale sarebbe partire (coi quattrini – che non sono certissimo quanto a riscossione qua) Martedí notte o Mercoledí mattina alle 8,10 arrivando a Pisa alle tre o giú di lí pm. e di lí prendendo facilmente un treno che mi porti a Livorno. Il mio ideale sarebbe questo; ma chi sa. Intanto domani è giornata quasi vana, perché c’è l’apertura del parlamento. Il mio programma è andarmene domattina presto a porta San Sebastiano dove sono le catacombe di Callisto, e via a piedi per la via Appia, se sarà tempo buono. Ho un piccolo canto soave da fare – non Orazio e Varo, quelli sono nella via Sacra – ma l’incontro di Petrus con Jesus, una leggenda che è testificata da una chiesuola «Domine, quo vadis?» Siete contente?

Il Martini Zuccagni partí ieri sera ... Vi racconterò della tetraggine sua in questi giorni. A me serviva per partire la spesa a mangiare e in carrozza ... Vi racconterò, e riderete. Voleva venire da voi, a raccontare a novellare a spippolare. L’ho pregato io a non venire, certo e sicuro che vi avrebbe dispiaciuto con le sue arie. Ora è partito lasciandomi in prestito l’ombrella che forse mi potrà servire.

E’ Du ha invidia che Mariuchin voglia bene a e’ su Nag? Ha torto: lasci che quel povero alito voglia bene al suo grosso bimbo. Del resto anche Du gliene vuole del bene a Nag: e Nag a tutte e due, infinito. Godo del piccolo raggio; speriamo che le nebbie lascino tra poco vedere il cielo. Presto dunque la tua testina sulla mia spalla; presto le lunghe studiate a mattina presto, a tarda sera, ripigliando la notte. A voi tenermi caldo per Decembre. Intanto troveremo la campagna e ci andremo a stabilire o a Febbraio, prima che si possa, per evitare la grossa pigione ...

Questa mattina sono stato con l’Albini, il filius fortunae, il quale è per me certo un amico sicut in quantum, ma che pure, a differenza di Severino che nelle sue apparenze amabili è molto egoista, mi ha detto da sé: «Ho sempre disapprovato e biasimato Carducci (e Gandino) di non fare nulla per Pascoli, di far tutto solo per Severino e per Brilli». Del resto, acqua in bocca.

Quanto mi tarda di essere con le mie due metà, ossia con le due che formano la mia vita! E cosí resto e i quattrini vanno; resto per aspettare non tanto il decreto quanto i quattrini. Speriamo domani. Domani vi darò, spero, migliori e piú certe notizie. Intanto baci infiniti e di cuore e caldi e spessi dal vostro Giovanni che vi adora, povere bimbe sole. E saluti alla cara Rosetta che fa il bucato grosso con la Da. E bacini a Gulè Gulinè, e tante cose a Ciccio e Ciccino e alle tacchine. Giov.

II piccolo canto soave che egli diceva di aver da fare – l’incontro di Petrus con Jesus ispiratogli dalla leggenda testificata dalla chiesuola «Domine, quo vadis?» – non lo fece mai. Subito non poté, avendo altro da fare; in seguito, essendo stato preceduto nell’argomento dal Quo vadis? del Sienkiewicz, con molto dispiacere vi rinunziò.

La frase un po’ troppo risentita contro il suo dilettissimo Severino ha la sua ragione, e anche la sua scusa, nel fatto che Severino, avendo spesso occasione di trovarsi col Carducci, non aveva mai cercato, per quanto a lui risultava, d’indurre il Maestro a fargli un po’ di bene. E sí che Severino era proprio la persona a cui Carducci dava più ascolto.

Del resto la frase rappresenta una di quelle nuvolette che, appena si affacciano all’orizzonte tutto infocato di sole, dileguano.

Dopo una rapida cartolina che ha il timbro del 1° dicembre, ci scrisse subito una lettera in pari data (ma sbagliandola).

Care adorate mie sorelline buone – facciamo in tre con un cuore solo noi – non puoi immaginare, o Du, o Mariú, con quanta commozione abbia letta la vostra lettera e ricevuto il vostro povero danaro, che ci vuol per voi. Io ne ho avuta molta gioia, perché avere in tasca abbastanza da pagar la camera e fare il viaggio mi dà scioltezza e coraggio. Però non crediate che io non faccia o non voglia fare pratiche per aver qualche cosa da fare almeno a pari. Ma cosí tento piú francamente, senza la fronte annuvolata e dimessa. Quello che vi scrissi ieri del comando, non so se sia sfumato. Andrò dopo al Ministero, e uscitone vi scriverò una cartolina solo per quello. Tu intanto, Mariú, prendi su le due chiavi, la valigina nera e va a incassarvi tutte le mie carte e i miei libri.

Oggi è una «giornata splendida di primavera». Sono stato per la via Appia! Quale incanto, quante ispirazioni! Ma bisogna tornarvi senza pensieri, con una di voi o tutte e due, mie carine adorate, a braccetto. Non potete immaginare nulla di piú. Ve la descriverò. Il guaio è che per essere sbrigato e «pagato», mi tocca errare sempre per questi pressi prosaici e mesti e pedanteschi. Bisognerebbe essere sempre fuori porta, in quelle basiliche che sorgono nel luogo di quelle antiche – Sant’Agnese, San Sebastiano, S. Nereo e Achilleo – tra quei ruderi, tra quei grandi cipressi. Stamane era tutto un gracile e minuto chiacchierio di cincie, e io mi sono trovato nella mia cameretta. Le mie cintine stanno bene? Il mio Gulí? e’ povar Ciomm e Ciumin? le tacchine? la Rosetta? Ma sopra tutto la testina de’ mi Mamalucchin? Sapeste quanto sento la vostra mancanza! Non vedo l’ora di mangiare i cappelletti de’ Du e di abbracciarvi. Ciò sarà presto, ma oggi non posso dirvi, quando. I lavori d’Olanda e del Giusti non saranno compromessi.

Vedrò di consolare la Rosetta con qualche notizia buona, almeno di suo fratello. La lettera di suor Agostina riguarda l’ottenere preventivamente una cosa che esse sperano di ottenere anche per proposta del Provveditore: di non dipendere da nessuno. Speriamo bene. Questa sera si abborderà la questione d’Emilio. Prima non ho potuto, perché non si possono mai domandare due cose in una volta. Quello che mi scrivi, Mariú, mi fa piangere. Oh! cuori dolci d’amore e di pietà! Avere intorno a noi un poco di contentezza, piuttosto che lagrime e fame!

Amiamoci! Amiamoci come ci amiamo. Oh! Du, oh! Mamurin, che bene esclusivo vi voglio! Non ci siete che voi al mondo, per me. Mi sento cosí forte e cosí bravo e cosí sereno quando vi ho vicine e serene! Nulla invece è bello senza voi. Quando saremo nella nostra villina, donde usciremo ogni tanto per cogliere le grandi ispirazioni! Ma insieme.

Baci e baci. Sta bene, Mamurin; non ti dolga la testa! Dirò le orazioni per questo. Sta bene, Du, fa coraggio e compagnia a Mamurin bunin .. .

Baci affettuosi dal vostro    GIOVANNI Roma, 30 9bre 1894

Noto, senza peraltro che abbia importanza, che la data della su esposta lettera, l’unica che gli sia avvenuto di mettere nell’affrettata corrispondenza di quei giorni pieni di ansia, non arrivò a infilarla giusta, poiché la lettera non è del 30 novembre, ma del 1° decembre, come pure la seguente, che scrisse nella sera assai di buon umore. Quanto ridemmo sul «racconto doloroso» che in essa ci fa!

Mie care bimbe, esco ora dal Ministero, dove sono stato tre o quattro ore per riuscire a dirvi una cosa assoluta e concreta. Il decreto non è fatto. Non è ancora certo se sarò posto « a disposizione del Ministero » o « comandato ». Le due cose si valgono negli effetti. Mi pare anche fuor di dubbio che io possa avere qualche poco di danaro. Lunedí spero di potervi scrivere o telegrafare, che ritorno. Del resto credete che senza venire non avrei ottenuto nulla. Non vi so ancora dir nulla né d’Emilio né delle Suorine. Domani, spero.

Il Chiarini ha avuto il libro, e vi ho a dire che mi è parso sinceramente ammirato. Per quanto io diffidi, debbo dire che si è mostrato piú cordiale di ogni altro, che ha ammirato molto anche la Lyra. Il suo disegno sarebbe stato ch’io fossi «incaricato» all’Università di Roma, dove però è l’Albini. Il disegno, se anche si fosse potuto adombrare, non avrebbe soddisfatto me, che 1°. voglio entrare a battenti spalancati, in carrozza, 2°. non saprei vivere a Roma con un tremila lire. Cosí va bene.; e già il sangue mi circola con piú empito nelle vene a pensare all’ossigeno dell’aria campestre, ai grandi e bei lavori, ai molti quattrini, al dischetto de’ Mamalocc, alle anatre e alle tacchine e ai polli e ai capponi e al bell’orticello e al bel giardino...

Mamalocc: io non ho provata impressione dolorosa e avvilente per le 35 lire: ho pianto di tenerezza per voi, miei angioli. E il resto l’ho pianto stamane ricevendo le altre 15. Spero di riportarvi questo e qualche altro soldo e un galin per una, e una coroncina per la Rosetta, che non si deve avvilire per la poltroneria soglianese.

Docc: non voglio che ti dolga il tuo dentino, poverina. È vero che non ti duole più? E presto sarai felice amando riamata: speriamo. Tutto quello che si può fare per metter coraggio nei timidi e spirare speranza nei disperati, io lo farò.

Gulà: e’ tu linguin l’è un po’ sfazzadin, e’ tu cudin l’è un birichin, e’ tu corizín 1’è come quel de’ Mamalucchin e de’ Duchín, e al to urcini a l’iè da gli urcinazzi longhi longhi. La cadnina a l’avrò in bascoza e a tla mittrò per turner a casina, dov cui sarà i capliton caplitazz, brott biricon d’un urciunazz! [19]

Salutatemi tanto Antonomasia e Mandesio, e dite loro «Addio»! Poveri bimbi; di loro serberò cara memoria; ma non tutti sono come loro, anzi come loro sono ben pochi.

Un racconto doloroso: ieri sera fui per la seconda volta a pranzo dal Senatore (solo in vettura: 2 lire e più: ho pagato il pranzo). Ero un po’ pieno della colazione: avevo girato molto. Al pranzo vi era infine cignale in agrodolce: una poltiglia di ciccia mézza con zucchero e pinoli. Sapete quanto mi piace. Pur bisogna mangiare, perché l’astenersi sarebbe sembrata una grande critica. Mangio: s’era appena finito, quando mi sento un certo bollorino, un certo borbottio. Impallidisco, sorridendo. Dopo poco il bolli bolli cresce, cresce il dolore. Comincio a credere di non poter essere più padrone delle mie... del mio... Divento livido sotto un sorriso. E cresce cresce: la catastrofe è prossima: la paura l’accelera. Con una eroica indifferenza cavo fuori l’orologio... « oh! to’: le 10 e ½. E io credevo fossero le nove, tante etc.» Mi alzo: mi fanno amorevole insistenza perché resti ancora un poco... una mezz’orina... altro che orina! Complimenti e complimenti; ma mi alzo; strette di mano; promesse, auguri, saluti, elogi... La posizione verticale sembra tirarmi giù sino al... tutto l’ingombro gorgogliante. I dolori sono intollerabili: e io sorrido sempre, sempre. Finalmente giù per le scale. Trovo una carrozza: su. Il cavallo era sfiancato, andava piano piano piano. Mezz’ora ci volle per arrivare a Santa Chiara. Io intanto pregavo fervorosamente Santa Mariú, che mi aiutasse, che mi facesse arrivare sino a casa, cioè sino al ca...samento. Ci arrivo: come un cervo salgo i cinque o sei rami di scale; giù cappotto e cappello, accendo il lume, via di corsa per i corridoi, avanti: maledizione: il casamento era chiuso: c’era gente. Dirvi la mia disperazione! Mi reggevo la pancia, bestemmiando l’ignoto cuculo... Vado e vengo, salgo e scendo; finalmente, poiché il cuculo non lasciava il nido, vado risoluto a sforzare l’uscio e a dirgli: levati di costi: voglio calcolare anch’io. Vado, apro la porta... nessuno. Era libero. Con che gioia rumorosa e fragrante ringraziai la mia Santa d’avermi fatto giungere sano e salvo! Pareva una festa di villaggio: al crepitar de’ mortaretti.

Domani racconterò qualche cos’altro. Intanto vi bacio, mie adorate, con tutto l’affetto di cui è capace cuore d’uomo. A domani. Du, Mariti, mie carine buonine: in campagna!

Vostro    GIOVANNI

 Una cartolina col timbro postale: Roma 3-12- 94, ha qualche notizia per le suorine e per Emilio; e poi l’ultima lettera, col timbro del 4-12-94.

Mie care sorelline, domani — finalmente — Mercoledi ore dieci e più di sera partirò da Roma per arrivare nella notte a Livorno, come l’altra volta. Mi chiama, oltre il desiderio vivissimo di riabbracciarvi, non so quale timore che non siate contente, come mi risulta dal vostro silenzio d’un giorno e dalla vostra cartolina di ieri. Che cosa avete, mie buone? E poi mi sono seccato di stare a locanda. Avrò qualche cosa dal Ministero, ma appena appena qualche cosa. Coraggio.

Se domani non riceverete telegramma, resta cosí stabilito. Arrivo nella notte e voi vi alzerete dal letto ad aprirmi. Non mi venite incontro, non mi mandate carrozza. Se lo riceverete, questo vi dirà che io ho dovuto preferire partire la mattina dopo, per arrivare a Livorno, non so se alle 16 o 17. Baci intanto anticipati dei mille che vi darò. Le notizie a voce. GIOVANNI

Non ci fu davvero bisogno che ci levassimo da letto per aprirgli la porta! L’attesa febbrile ci aveva fatto stare all’erta tutta la notte. Al suo arrivo, che scoppio di gioia! quanti baci ci demmo! Che accoglienza clamorosa, che lanci festosi gli fece il suo Gulí ! Anche gli uccellini dalle loro gabbie plaudirono al ritorno del loro amoroso padrone. Cominciarono poi le notizie, delle quali ricorderò quelle che sono rimaste incomplete nelle lettere.

Il «decreto» che aveva tanto aspettato era stato fatto il 2 decembre. Con esso, a decorrere dal 1° decembre, egli era chiamato a prestar servizio presso il Ministero della P.I. con lo stesso stipendio che aveva di L. 2970. Certo, esclusivamente con tale somma, non c’era da illudersi di poter vivere a Livorno, dove soltanto di pigione si pagavano 840 lire all’anno; ma Giovannino contava di andare a stare in campagna e di lavorare molto sí da ricavare dal suo lavoro non solo il di più che occorreva per fare a pari, ma anche qualcosa per risparmiare. Era assai contento e fiducioso, sebbene non vedesse ancora condivisa dall’Ida l’idea del trasferimento in campagna.

L’affare delle suorine, ossia delle buone monache Agostiniane del nostro amato convento di Sogliano, era avviato bene. Per Emilio, padre del nostro Placido, che si era raccomandato a lui perché trovasse modo di farlo impiegare in qualche scuderia dello Stato o di qualche grande azienda, non aveva potuto venire a capo di nulla. In verità un tale impiego era un po’ strano, un po’ troppo all’infuori del campo di Giovannino. Tuttavia non tralasciò di cercare anche in seguito, sin che proprio non rimase alcun filo di speranza di trovare.

Tra le notizie di cui non è parola nelle lettere, avendole serbate per darcele interamente a voce, ce n’è una che mi piace ricordare: quella, cioè, della conoscenza e immediata amicizia che ebbe a fare negli ultimi giorni che era a Roma, con Adolfo De Bosis, uomo di sentimenti elevati, colto e amante d’ogni cosa bella e buona. Stava appunto allora, insieme ad Antonio Della Porta (altra brava per-sona), maturando l’idea di quella lussuosa ed artistica pubblicazione in dodici libri, intitolata « Il Convito », che nel suo genere è, anche oggi, più unica che rara. Avendo saputo della presenza a Roma di Giovannino, che già amava ed ammirava attraverso le sue poesie, volle essergli presentato e parlargli, invece che scrivergli, della grande impresa a cui si accingeva, sperando di averlo, come già aveva il D’Annunzio, tra i suoi collaboratori, i quali dovevano rappresentare il fior fiore degli scrittori e degli artisti. Doveva insomma essere un convito di ben scelti convitati. A Giovannino piacque l’idea, e con entusiasmo accettò l’invito della collaborazione. Per prima cosa il De Bosis e il Della Porta richiesero a lui il motto da inserire nel medaglioncino che doveva avere una coppa ed essere posto sotto il frontespizio quale stemma conviviale ed editoriale. Egli propose queste parole che furono di piena soddisfazione: Χαῖρε χαί πῶ τάνδε. [20] Poi vollero la promessa di un poema col quale iniziare il primo libro, che contavano di far uscire nel gennaio prossimo, e di altri poemi, o anche prose, per i libri successivi, che si ripromettevano di far uscire tutti nell’anno. Il poema per il primo libro l’aveva bell’e trovato nel repertorio della sua mente; tutto stava nel trovare il tempo per eseguirlo; il gennaio era vicino ed egli aveva tanto da fare.

Ora ecco una lettera di Severino.

Caro Giovannino. Non ti risposi subito, perché invece che a te scrissi al Menghini, Mario; uomo che io amo molto. Egli è venuto da te tardi. Ciò imparo dalla duplice lettera che di voi ho ricevuto oggi. Di te non ci ho capito molto. Pure desidererei sapere minutamente tutto: l’accoglienza a Roma: perché ci sei andato: che cosa ci hai guadagnato. Ah, che cosa ci hai guadagnato? ciò non suoni rimprovero; ma il dolore profondo del cuore mio nel vedere che non vogliono riconoscere il valor tuo. E forse io faccio male a parlarti cosí. Ma penso cosí.

Via! nella settimana ventura (magre ma pure, per noi, dolci consolazioni) riceverai i tortellini che ti mandiamo, che vi mandiamo. Buoni o cattivi, li abbiamo fatti noi per voi. Per essere insieme a desinare, benché lontani. Del resto oggi è domani: e ieri è ier l’altro. Non sono un russo: ma mi piace la Bibbia.

Io vorrei pure vederti non dico contento, ma rimeritato. Non te ne avere a male di ciò che dico. So che non è la contentezza di te, ma il riconoscimento che ti si deve. Credi che parlo a cuore aperto. Se vuoi, mettiamola al plurale. Ma io non sono te. Ed io ho già avuto piú di quel che meritavo. Ma io sono certo che è questione per te di giorni. Oh fossi potuto essere teco a Roma! Ne ho parlato meco lungamente!

Màndane l’Antologia. Che importa se non è finita? Manderai poi la 2a parte. Perché vuoi fare allungare il collo? E scrivi di Roma! E del Finali ancora!

Io ti mando un Redi. I lavori io, per la fame, li faccio in cinque mesi. Tu non essermi giudice indiscreto. Ad ogni modo ci hai il liceo, anzi due, anzi tre!

Mia moglie vi vuole essere ricordata. Io, caro Gianni, vorrei poterti manifestare il bene che ti voglio. Ma dire Schicchi, è un andare in galera, ora. Perciò, caro Pascoli, ti abbraccio.

Tuo   SEVERINO

P. S. Ti fa una impressione curiosa, come a me, il dire il cognome? Se tu mi dicessi Ferrari, e non Severino, io me ne strabilierei!

Questa la risposta di Giovannino: tanto la lettera di Severino che questa non hanno data, ma sono di quei primi giorni del ritorno da Roma.

Caro Severino, ho ottenuto quello che desideravo: qualche mese di perfezionamento intimo», ossia di «comando» o a meglio dire «di disposizione». O farò o... Mi sono messo certo in un grave impegno. Ma con l’aiuto de’ miei buoni, morti e vivi, spero di riuscire. Prima dei quarant’anni qualche cosa voglio aver fatto, voglio aver dimostrato che se ero aiutato ai 30, potevo far molto. Sicché io sono contento e tutto al lavoro. A Roma ho conosciuto e subito amato quel divino Mario tuo, anzi nostro. [21] Il piacere piú grande della mia gita è stato quello. Ho poi veduto l’Albini, e mi è piaciuto assai, sebbene abbia qualche punta... Per esempio, io ho il sospetto che la mia Lyra l’avesse veduta e... Ma sono sciocchezze.

Ti mando la Lyra. Non mi stanco dal dire che è un lavoro fatto a vanvera; ma che alla seconda edizione sarà fatto bene.

Oh! i tortellini! Ho già invitato lo stomaco; fa che io non abbia a svitarlo. Ti siamo tutti e tre grati — e piú che a te alla signora Ida — del pensiero gentilissimo. Cosí ci comunicheremo. Quando ritorni a Livorno? Ho veduto il Redi. Ho gustato molto l’allusione al Martini nella prefazione.

Bada che io voglio che della Lyra tu mi dica qualche cosa. Imagino che dispiacerà a te, come a tutti e a me, la bizzarra e saltuaria grafia. Per quello siamo intesi: voglio sapere del resto.

In tanto ti mando un abbraccio fraterno. O mio Severino, vediamoci presto. Mario nostro deve mandarmi la «pizza con gli spizzoli». Saluti affettuosi da tutti e tre alla dolce Ida tua e alla cara mamma e a Visidori. Tuo   GIOVANNI

Non dir Pascoli; dei Pascoli ce n’è degli altri; e di questi io amo Ruggero Pascoli, Giacomo Pascoli, etc. etc.; ma cosí asciutto mi fa effetto. Tu per me non sei Ferrari nemmeno quando parlo coi Ministri.

Sí, era «contento e tutto al lavoro». Aveva da fare ancora un poco intorno all’ultima parte della Lyra, e ad essa rivolgeva ogni sua attività volendo uscirne una buona volta, tanto più che all’editore premeva di metterla in vendita completa. Perciò sembrava, con mio grande rincrescimento, che non ci potesse essere il tempo per fare qualcosa per il concorso di poesia latina di Amsterdam. Ma per questo trovammo un rimedio. L’anno avanti Giovannino aveva mandato a quel concorso, oltre Phidyle (che fu premiata) e Laureolus (che fu menzionato) un altro poema intitolato Myrmedon, da lui stesso trascritto con un carattere artefatto, che somigliava alle stampe antiche, ingegnandosi molto per rendere irriconoscibile la sua mano. Ora i giudici nel loro responso sui poemi ricevuti (apparso nel Programma che indiceva il concorso per il successivo anno) a proposito del Myrmedon dicevano: «In Myrmedone eximium artificium judices libentissime agnoverunt; sed transmissum fuisse videtur imperiti librarii vitiosum exemplar, hinc complura non potuerunt intelligi; sed suspicio est poetam non sine insigni honore discessurum esse, si emendatum exemplar novo certamini offerre velit». Sicché il rimedio che trovammo per avere anche quell’anno la rosea speranza della medaglia (che in fin dei conti era danaro in forma molto decorosa), visto che il tempo incalzava, fu di rimandare quello. Giovannino lo fece trascrivere in nitida calligrafia da noi sorelle, e verso il Natale si poté spedire all’Accademia di Amsterdam. Egli poi vedendo che io non rimanevo pienamente soddisfatta senza nulla di nuovo, si affrettò a fare un altro poema intitolato Veterani Caligulae, che era, tra i tanti suoi poemi approntati, uno di quelli che si prestava a essere svolto con più brevità. Fu pronto ed inviato il 28 decembre. Io ci avevo un gran gusto con quel concorso annuale perché, a parte la sorrisa aspettazione del premio, era una buona occasione per indurre Giovannino a eseguire via via qualcuno di quei poemi, che aveva a dovizia nella sua mente, pei quali non avrebbe trovato altrimenti l’opportunità d’impiegarvi del tempo, specialmente in quegli anni che ne aveva cosí poco. Ero io che lo incitavo, che lo spronavo, che non lo lasciavo aver bene fin che non mi avesse contentata. Ritenevo, e ritengo, che ci fosse, e ci sia, molto più merito nel creare che nel commentare e spiegare le opere esistenti anche se di grandi autori. Ma pur troppo per vivere e far vivere era costretto ai commenti. Intanto la Lyra con la fine dell’anno era presso che al suo termine.

DAL GENNAIO AL MAGGIO 1895:
I POEMI CONVIVIALI PER IL « CONVITO »
- LA TERZA MEDAGLIA E LODI PER LA « LYRA »

Eccoci al 1895, l’anno che egli si riprometteva tranquillo e laborioso: decisivo, secondo lui, per il suo avvenire. Cominciava con le ultimissime bozze della Lyra e coi primi getti del poema per il «Convito», che aveva promesso al De Bosis. Era in ritardo per questo poema e ne ebbe sollecitazione telegrafica, alla quale cosí rispondeva:

Carissimo e nobile convivator nostro, il poemetto non è finito oggi: sarà finito, forse, domani sera o doman l’altro. Un mio libro scolastico (che a giorni le manderò per mostrarle la mia pazienza) mi ha fatto ritardare. Ma il poemetto ci sarà; non dubiti. Solo mi duole che non venga come avrei voluto e quasi quasi riconosco d’aver sciupata l’idea del «metro», che però metterò in opera meglio per il secondo numero, se non le parrà di non cestinare in tanto il primo saggio.

Il titolo è Gog e Magog: il soggetto, due leggende sui Tartari fuse insieme; l’intenzione, un triste presentimento sull’avvenire dell’umanità. È costituito da 12 strofe o lasse di nove versi l’una, piúun verso in fondo. I versi sono endecasillabi monotoni. Questo per lo spazio. Domani a ogni modo le spedirò il lavoro con parti sbozzate o riassunte, perché, se questa è la sua intenzione, faccia fare una figura o un fregio o che so io. Creda che mi piacerebbe molto che fosse migliore di quello che è, questo maledetto Gog e Magog. Ci ho una rabbia!

Affettuosi saluti al nostro Totonno e Mario Menghini (al quale scriverò presto) e a tutti i convitati. Nobile e buono Symposiarchos, ami il suo          GIOVANNI PASCOLI

11-1895

Il onvivator risponde il 13 gennaio: «Aspetto i vostri versi per domani o per dopo domani. Il tema mi pare sommamente poetico; e piúmi sembrerà presto leggendolo svolto nel metro che già mi piace, come avvien che per fama... ». E Giovannino il 16:

Mio caro, domani spedisco Gog e Magog. Voglio aspettare ancora questa notte. Esso mi ha molto addolorato. Non so che mi direte voi, mio buono, miei buoni. A me duole di averlo cominciato e non mi dorrebbe d’averlo finito, se potessi ora bruciarlo e perderne la me-moria. Ma come si fa? domani l’avrete.

Saluti affettuosi ad Antonio nostro, al giovane Oietti e a quanti conosco. I miei voti migliori a voi, nostro convitatore.

GIOVANNI PASCOLI

Non era la prima volta, e non fu l’ultima, che egli dopo aver finito un lavoro non se ne sentisse contento. Ciò gli succedeva specialmente quando era qualche tempo che ne vagheggiava dentro sé l’idea: gli sembrava d’averla sciupata nell’esternarla: «oh! il poeta! gioiva; ora si duole». Ma alla redazione del «Convito» furono entusiasti di quel poema. Del resto Gog e Magog, come apparve allora nel «Convito», non era interamente svolto causa la fretta; Giovannino lo svolse del tutto quando (dopo parecchi anni!) gli fu dato di pubblicare il volume dei Poemi conviviali nel quale lo inserí

Fece poi in quel mese (tra i fuor d’opera come Gog e Magog) un poemettino in esametri latini che intitolò Sermo, per un numero unico «Fata Morgana» a benefizio dei danneggiati del terremoto delle Calabrie e della Sicilia, essendo stato sollecitato a contribuirvi, allorché fu a Roma, da Giuseppe Mantica (allora al Ministero della P.I.) che ne era il compilatore.[22] E scrisse anche un articoletto Una fonte del Leopardi che fu stampato ne «La Squilla» di Livorno, il 10 febbraio. Era poco, pochissimo il tempo che si permetteva di togliere ai lavori che aveva impegno di fare con gli editori, per darlo alla poesia e ad altre cose a cui si sentiva spinto.

II 29 gennaio 95 il De Bosis sollecitava un secondo poema: « Vedete, noi chiediamo poemi come ciliege ! » e ne ebbe il 31 questa risposta:

Mio caro e buon Adolfo, avrei dovuto ringraziarvi da qualche giorno delle vostre parole d’incoraggiamento e di consolazione. Voi e Antonio nostro le avrete imaginare.

Il mese di febbraio sarà per me «grammaticaio »; ma spero a ogni modo di mandarvi il secondo poemetto. Però voglio sapere per qual giorno è assolutamente necessario che io lo mandi. Sarà piú breve di Gog e Magog, e, spero, meno peggio.

Aspetto con impazienza il primo libro, per ammirarvi.

Un piacere: in compenso dei dodici poemetti, vorreste fare avere una copia – gratis – del «Convito» al Sen. Finali, a nome vostro e mio? Tutto l’anno? Volete?

Cordialmente (con saluti affettuosi ad Antonio e agli altri) vostro

GIOVANNI PASCOLI

Era un preannunzio del Solon.

Non a lungo Giovannino doveva essere lasciato in pace al suo lavoro. Un articolo anonimo de «L’Asino» lo attaccava, lo pungeva velenosamente trattandolo persino di beneficiato, di favorito per quell’ufficio provvisorio che aveva avuto al Ministero. La sua indignazione e il suo avvilimento non si possono imaginare. Rimanere sotto quelle ingiuste e malvage accuse non voleva: avrebbe voluto rispondere all’attacco e finire col dimettersi; tanto, da quel che da un pezzo aveva capito, non ci sarebbe mai stato nulla per lui restando col Governo, nemmeno un posto di preside. Lo scrisse al buon Finali, che il 7 febbraio fra l’altro rispondeva:

D’Annunzio ha visto il poemetto; io no! Come va questo? Non è mica, che io non riconosca la preferenza da darsi letterariamente al D’Annunzio. Il giudizio di tale scrittore vale per cento. La fama di lui si spande per il mondo su ali ben piú robuste, che quelle del De Amicis. In Francia preconizzano, nel nome di lui, nientemeno che un «Rinascimento latino ». Ma il poemetto, il poemetto; nel quale troverò forse qualche squisitezza sfuggita all’illustre Abruzzese .. .

In quanto all’«Asino», lo lasci ragliare: io non l’ho visto, né me ne curo. Ci pensi prima di dare le dimissioni: se vuole ascoltare un mio consiglio, smetta questa idea. L’Italia pei letterati non è la Francia, né l’Inghilterra, né la Gerrania. Ma anche in Francia e in Germania chiarissimi scrittori perseverarono nell’insegnamento: solo, che Ella deve passare presto all’universitario, per tre principali ragioni. È naturale che senza aver fatto male, e senza voler male ad alcuno, Ella provochi delle invidie. Rilegga un lungo sonetto colla coda del nostro Vincenzo Monti. Sia sempre calmo e sereno, o procuri di esserlo: quando poi la assalgono fortemente ira, dispetto o malumore, si sfoghi scrivendo a me.

Sotto l’incubo di quel perfido articolo, scrisse pure al De Bosis, che lo confortava anche lui con una cara lettera del «10 febbraio 95». In quei giorni era a Roma col De Bosis (e Antonio Della Porta) anche il D’Annunzio.

Mio carissimo, le vostre lettere mi hanno commosso fraternamente; e anche stupito, perché, sebbene io abbia sufficiente notizia della malvagità e della vigliaccheria umane, non potevo imaginare che osassero appuntarsi contro di voi, nostro buono, candido amico. Ma quella tal gente, o quel tal foglio di carta sudicia non vanno onorati di alcuna ansiderazione. Niente, niente! Né risposte, né smentite a costoro. Calci in... copia dovrebbero essere, se a voi restasse il tempo, anzi il buon tempo, di escire dalla nostra tristezza laboriosa.

Gabriele e io vi preghiamo (Antonio vi scrive) che non vi lasciate, anche per amor nostro, turbare dalla malvagità e dalla perfidia di questi botolotti che ringhiano ustolando immondizie. Voi avete, mio carissimo, molti e buoni e giusti estimatori dell’elettissimo ingegno e della opera vostra che vive e cresce gloriosamente. Sapete che si pensa e si dice in Italia, ora, da chi ha intelletto d’arte, di Giovanni Pascoli?

Io son certo che voi non mi risponderete: scarsa consolazione! Poiché l’amicizia fraterna, che i buoni vi danno tutta appena vi leggono e vi conoscono, è ancora una dolce consolazione in questo mondaccio vile ...

Quando avrò finito di stampare questi dodici libri del nostro «Convito», ecco che cosa farò (ci avevo già pensato prima di ricevere l’ultima vostra e se ne era parlato con Antonio). Farò l’edizione dei vostri poemi: edizione del «Convito», splendida, con illustrazioni di Sartorio, Michetti, e altri amici. E cosí fonderò la mia Casa Editrice, gloriosamente.

L’edizione che farò (se le cose del «Convito» non siano per finire in rovina) io ve la offro sino da ora (e so di offrirvi una cosa vostra! ma di mio ci metterò ogni migliore sollecitudine), e voglio cosí tentare di mostrarvi di quanta utilità potrebbe esser oggi in Italia una specie di Cooperativa Editrice, fatta, come il «Convito», di amici e compagni d’arte.

Io già la vedo (e me ne compiaccio) l’edizione de’ vostri poemi: papalissima, come direbbe Antonio della Porta; e sottratta all’ingordigia di un qualunque editore, vostra tutta quanta, e documento della nostra concordia, della nostra comunità. Vedrete, vedrete!

Noi faremo delle buone e nobili cose. E imagino, piú tardi, ci ritrarremo ciascuno in campagna, a godere della affabile società degli alberi e degli uccelli, a mescere i nostri, forse a curare i nostri coi loro sogni. Chi sa? Io vi abbraccio con questo augurio, fraternamente. Vostro

ADOLFO DE Bosis

Ebbe anche, nel suo scoramento, una dose di contravveleno assai efficace con le lettere e le cartoline che gli giungevano in buon numero inneggianti alla sua Lyra.

Anche Severino aveva scritto; il 18 gennaio 1895 chiedendo una raccomandazione per il cognato di Giulio Gnaccarini; e 1’8 febbraio, dopo aver ricevuto «La Squilla» con l’articolo Una fonte del Leopardi:

Mio caro Giovannino, ho avuto il tuo arguto articolo; benissimo! ben grato ti sarà il D. Giovanna, e lo Straccali, per differenti ragioni; a me è stato piú caro per vedere l’indirizzo di mano tua, ciò mi dice che stai bene.

Quando hai tempo, scrivimi e parlami di te e delle cose tue. Un abbraccio.

 Anche a Severino mandò la notizia dell’«Asino»; e a una lettera del Ferrari rispondeva verso la metà di febbraio.

Caro Severino, ... di quello che dici del mio commento specialmente Catulliano, hai ragione; ma vedrai alla seconda edizione (se si farà) che si rimedierà sí agli eccessi e sí ai difetti. Farò piú succoso il commento, ma svilupperò l’appendice, dove avrà luogo la dimostrazione di molte cose che paiono arbitrarie. E quelle che arbitrarie sono, saranno inesorabilmente scartate. Seguita a farmi osservazioni ed eris mihi deus. Ho avuto in proposito a quel libro vere e grandiose soddisfazioni da colleghi buoni e bravi. E ne sono loro molto grato. Uno di questi è il Pescatori, un altro l’Ercole.

Quanto al della Giovanna forse hai ragione. Però indirettamente, ma forse involontariamente, c’entra lui. Ma l’autore proprio chi può essere? Io non ho avuto altre notizie, e non ho letto altri numeri. C’è però in quel medesimo articolo un cenno che nel giornale s’era difeso il Casini. Già, per i buoni socialisti, il Casini è una vittima, io un favorito. Strane vicende! ... Non so ancora che cosa farò, ma non ho intenzione di star zitto verso l’impudenza dei Martiniani, non ancora sazi... Ma proprio me preside non vorrete far mai? ... Avrei molto meglio accettato una buona sinecura pagata bene, che questo riposo invidiato e carico di minaccie di lavoro e gravido di topolini...

O vecchio topo (a proposito) tu ringiovanisci! Se vuoi la polvere da mattone, occorrente, la domanderò per te al Toci, che prenderà moglie non piú quest’anno, ma quest’altro. È cosí giovanino che può aspettare.

Caro Severino, come ti sono grato del salame (non ancora arrivato, ma arriverà) che ha due sapori, uno per la bocca, l’altro per il cuore! Da’ un bacio al Mit, poverina, povera mammina buona, che vorrei rivedere. E saluta la tua cara signora Ida e Visidori ... e abbi un bacio dal tuo fratello

              GIOVANNI

Del concorso non dubitare. Lavora, e coraggio.

L’Albini non mi ha risposto. Forse non ha ricevuto né Lyra né lettera. O ha ricevuto e non vuole... Basta, ne farò a meno.

La sua maggiore attività in quel febbraio, di cui egli aveva scrito al De Bosis che sarebbe stato «grammaticaio», fu invero rivolta ai lavori scolastici destinati all’editore Bemporad, dal quale voleva andar presto con una certa quantità di manoscritto per indurlo a dargli un anticipo. Non ci trovavamo punto bene coi nostri interessi, sebbene delle antiche passività non restasse allora che la camibiale a piccole rate, fatta per il fratello Giuseppe a San Marino. Ma lo stipendio, da che era stato comandato al Ministero, non l’aveva ancora potuto riscuotere né far riscuotere a Roma. E poi, il solo stipendio non poteva in nessun modo bastare alle necessità della famiglia. Intanto era stato costretto a mandare al Monte anche la seconda medaglia ottenuta in Olanda. La prima c’era già da tempo. Quanto ci dispiaceva di non avere il nostro tesoretto in casa! Non ostante queste ed altre cose, tutte contrarie alla serenità di cui egli aveva bisogno per la poesia, fece per il tempo che gli era stato assegnato, o per poco dopo, il poema Alexandros che fu pubblicato in marzo nel secondo libro del «Convito».

L’11 marzo un telegramma da Amsterdam gli annunziò la vittoria riportata dal suo poema Myrmedon. Ne esultammo più che mai, essendo più che mai opportuno e ben venuto, in quei momenti di depressione morale per lui, il riconoscimento di qualche suo merito che gli veniva dall’estero.

La diffidenza che Giovannino aveva avuto in passato verso Giuseppe Chiarini, ispettore generale al Ministero dell’Istruzione, era ormai dileguata del tutto, portata via dalla benevolenza che il Chiarini gli aveva dimostrata a Roma. Quindi avendo avuto da lui, con una sua dell’8 marzo, l’incarico di trattare con l’editore Giusti per la stampa di un suo volume di studi shakespeariani dandogli «carta bianca» per i patti, Giovannino condusse l’affare a felice conclusione. Nella risposta del 15 marzo il Chiarini gli diceva che aveva «torto a pigliarsela con l’autore (chiunque sia) di quell’asinesco articolo dell’"Asino". Quanti la conoscono, sanno ch’Ella, se mai, è stato un dimenticato, e non favorito; sanno ch’Ella, se le Università non fossero un campo chiuso riservato a facchini eruditi, sarebbe da un pezzo ad insegnare nell’Università... Mi scriva quando sarà comodo di venire a Roma. Mi sarà utilissimo averla qua nell’aprile o nel maggio ».

In quanto al recarsi a Roma nei mesi che gli indicava il Chiarini per esaminare i libri da adottarsi nelle scuole, non poteva allora prevedere se avrebbe potuto. Di quei giorni eravamo stati costretti a far ritornare a Sogliano la nostra giovane servetta perché nel clima di Livorno non godeva salute; e poiché l’Ida aveva un suo miraggio lassù che sembrava volesse seguire, Giovannino, che non voleva trascurare nulla al fine di renderla felice, aveva lasciato che anch’ella andasse con la ragazza per poi fermarsi presso i parenti fin che avesse voluto. Tutto ciò era stato una forte spesa, e si supponeva non l’ultima. Rimasti soli, Giovannino ed io per prima cosa dovemmo provvedere al servizio: e riuscimmo a far tornare quell’Adele, che avevamo avuto a mezzo servizio per circa sei anni.

La naturale giovialità di Giovannino di quando in quando trovava il nonnulla per espandersi anche tra i suoi gravi pensieri e le sue tribolazioni. Ricordo come se fosse ora l’ilarità irresistibile che gli procurò un opuscolo sul linguaggio delle madri romagnole di un suo amico, Gaspare Bagli di Rimini. Quanto rise e quanto fece ridere anche me! Per più giorni se ne fece buon sangue. Nella lettera che segue di risposta a una di Severino, che gli aveva scritto di varie cose e principalmente per dirgli (questo per chiarire un passo della risposta) che il Carducci aveva veduta la Lyra e la lodava, dolendosi però che non gli fosse stata mandata, si sente l’eco di quella grande ilarità.

Caro e mi, per usare il linguaggio che solo le madri (romagnole) sanno escogitare, linguaggio tutto profumo e musica, stront (secondo la tua pronunzia) e mi puflon, la mi scureffa: io rido fino alle lagrime nello scriverti. Nella mia educazione intellettuale capisco che prenderà un posto importante lo studio di Gasparone sul profumato e sonoro linguaggio delle madri (romagnole). La Lyra io credevo l’avesse mandata il Giusti, e il Giusti che l’avessi mandata io. Si è rimediato subito. Anche il Del Lungo (se è vero ciò che mi scrisse Horatius Flaccidus per mano della figlia dell’uno, sposa dell’altro), l’avrebbe lodata. Povera Lyra! e mi strunzlin! (Io sento per la Lyra un affetto tutto materno). Ciò che nella tua lettera breve mi ha a dirittura mummificato, è il sentire l’azione di quel Bertini! Ah! vargnon vargnazze! A me una lettera col signor cavaliere, a te il vino! Ma è giustizia distributiva codesta? Scrivigli subito che io faccio collezione di bottiglie di vin Romagnolo, e che mi obbligherà molto mandandomene, sí che forse, per grato effetto, lo chiamerò e mi chegalett, come una madre può solo escogitare. Se poi quel dolce nome lo vuoi tu (che cosa è il sassuolo?) mandami tu qualche cosa da bere. È vero che la sete non me la posso far venire con quei salami... che son finiti... tuttavia dicono che a Modena ce ne siano degli altri.

Riguardo al Podrecca comincio a credere che non valga la pena di riscaldarsi per lui. Certo egli è una vergogna del partito socialista. Vorrei un po’ sentire il Buggini. Ma credi, caro e mi strunflin, che era ed è cosa da far perdere il giudizio qui a Livorno sapere di quell’ ...ignorantissimo dello Stiavelli che di combutta col zoppo Cappelletti terrena e cerca di farmi tutto il male possibile. Quel... Targioni preside, ha riassunta la situazione con una parola: «privilegiato», con una frase: « il Pascoli ingrassa nell’ozio», dette come in tono di scherzo, con quel sorriso di cui s’invernicia la cattiveria per evitare gli schiaffi. Io sono impaziente d’uscir di qui .. .

A proposito, a proposito... O le bottiglie di Gigetto Bonatti? hai bevuto anche quello? no? e allora scrivi di buon inchiostro a quel mi marguson. Sarà meglio anzi scrivere a lui solo. Riassumo la situazione (come il Targioni): tu e in casa mia e fuori mi bevi tutto il mio vino.

Oh! potessi ora avere un po’ di fortuna! come ne avrei ora bisogno!

Riveriscimi affettuosamente la tua Ida e abbi tu dalla presente Mariú, che si fa bellina e giovanina, e dall’assente mia povera cara buona Ida mille saluti (anche per lei) e un bacio dal tuo

GIOVANNI il Beneficato (insieme col Lesca) Livorno, 18-3-95

Scrivendo di nuovo al Chiarini gli diceva che sarebbe andato al più presto a Roma, ma che non poteva ancora precisare il quando; e il Chiarini rispondeva il 21 marzo: «Venga quando vuole. Per lei di nuovo e di certo per ora c’è soltanto questo, ch’Ella non resterà a Livorno; di quasi certo, ch’Ella andrà all’Università (o Torino o Bologna). Non parli per ora di ciò con nessuno».

Dopo aver ricevuto e letto il secondo libro del «Convito» (c’era la continuazione de Le vergini delle rocce del D’Annunzio e una Nota sul Rinascimento latino inneggiante al D’Annunzio, di A. De Bosis), Giovannino scriveva esultante a quest’ultimo cosí:

Mio caro Thaliarcho, questa volta come di tra le ultime macchie ho sentito l’odor salso dell’immenso: il mare è là infinito e canoro. Nel primo libro non m’ero ancora raccapezzato. Ora, aiutato anche dal vostro nobilissimo scritto, vedo e sento il capolavoro. O glorioso Gabriele, come ne trionfo! e Tu?»: sí, io; perché da anni io odio in segreto la letteratura professionale, cattedratica, che sa di lezione, di appunti e ristretti. E questo mio Gabriele ora me la sfolgora e me l’annulla. Secol si rinnova. Egli è il dadouchos de’ tempi nuovi. [23] Vogliate salutarlo e festeggiarlo anche per me. E amiamolo.

Presto mi farò vivo. E presto forse verrò a Roma. Io non sono ancora certo della mia vita ulteriore. Il mio latino non pare possa pro-curarmi altra posizione che questa, nella quale non posso adagiarmi. Che farò? che non farò? ... Affettuosamene vostro Giov. PASCOLI

Livorno, 24-3-95

«Che farò? che non farò?» L’idea che più lo dominava era sempre quella di ritirarsi definitivamente dall’insegnamento per dedicarsi, senz’altri pensieri, ai libri scolastici e agli altri suoi innumerevoli lavori; in seconda linea quella d’una presidenza di Liceo in una città, preferibilmente della Toscana, fornita di buona biblioteca. Era però sereno e sempre ai suoi lavori, occupandosi specialmente di quelli che stava preparando per l’editore Bemporad, dal quale voleva andare per farsi dare quell’anticipo. Gli aveva già fatto un vago cenno di questo in una lettera in cui gli parlava di ciò che faceva per lui, dicendogli che presto sarebbe andato alla fonte di via del Proconsolo; al che l’editore aveva risposto: «Venga venga presto alla fonte di via del Proconsolo». (Era la via della libreria di Bemporad). Inoltre gli aveva fatto parlare piú chiaramente dall’amico suo Angiolo Orvieto, cosí che era sicuro di poter avere ciò che desiderava e gli bisognava. Lavorava anche intorno alle sue interpretazioni dantesche e al poema Solon che, dopo la comunicazione di Giovannino, il De Bosis aspettava e sollecitava telegraficamente per il terzo libro del « Convito ».

Ricordo che in un’altra lettera al De Bosis esponeva una sua cara idea, di fare cioè un giornalino tutto scritto in latino, tutto di cose latine: studi letterari, saggi d’arte e di critica etc. intitolandolo Fanum Vacunae. A me, che stavo sempre nel suo studio mentre egli lavorava, ne parlava spesso, e sembrava che lo vedesse il suo giornalino tanto se ne compiaceva. Era un sogno, un sogno che accarezzò per vario tempo, ma che non doveva mai divenire realtà.

Intanto giunse il giorno della gita a Firenze. La mattina del 6 aprile era là speranzoso e trepidante.

Cara Mariú, ti scrivo dal caffè del Parlamento, assai triste, come imagini, mio angiolo. Ho fatto colazione con Felice, sempre adorabile. [24] Mi sono sfogato un poco con lui. Egli mi approva in tutto e per tutto. Non sapeva della terza. Ho veduto l’amico per via. Mi è sembrato un po’ confusetto. Devo andarci alle tre. Ha detto: «mi parlò Angiolo Orvieto... si figuri... io non sono poi di quelli ». Il fatto è che l’intonazione contrastava col detto, sicché mi sono disanimato. Io non sono piú certo d’aver da lui quello che mi vuole «per le due sorelline» che sono chiuse e vorrebbero uscire per far festa all’altra, e quello, per giunta, che mi vorrebbe per andare in campagna e definire la mia posizione e mettere in pace i miei nervi tesi. O cara Marizí, dovresti tu divenir signora, tu... allora sí che me li anticiperesti! Mi daresti tutto, tu, la tua dolce vita compresa! Basta vedremo: se il colloquio promette bene, ti scriverò subito. Domani, cioè Domenica sera, spero di riessere con te. Ma ne avrai notizia telegrafica...

Mille baci, mia adorata mia buona mia soave, mia madre mia figliuolina, mia gemella, mio tutto. Un bacio anche all’Adele. Gulí, Gulà, dove sei? che non sei con me? Drizzi le orecchie? Stasera sarò da te, non piangere, fa compagnia a Mariú e ricevi da lei i baci che ti darei io.   GIOVANNI

Il telegramma della mattina del 7, domenica, diceva:

Arrivo oggi ore quindici. Cose non benissimo non male. GIOVANNI

«Cose non benissimo» ossia non come si era ripromesso in un primo tempo dietro le parole che gli aveva scritto il Bemporad e l’intervento dell’Orvieto; «non male», come aveva poi dubitato incontrando il Bemporad per la strada, che gli era parso un po’ imbarazzato. Un anticipo l’aveva avuto ed era di 700 lire. Sebbene la somma fosse molto inferiore a quella che gli bisognava per i suoi fini, pure era rimasto abbastanza contento avendo avuto anche delle buone promesse per l’avvenire. Intanto avrebbe potuto riscattare una delle due «sorelline» prigioniere (le medaglie) per far festa alla terza che si aspettava di giorno in giorno.

Ma ecco che neanche un’ora dopo ch’egli era ritornato a casa, mentre ancora insieme stavamo facendo i nostri calcoli, ci vedemmo arrivare, improvvisamente come sempre, il fratello Giuseppe. Un fulmine a ciel sereno! Donde veniva? Veniva da Firenze (dove si era presentato al Pistelli) e chiedeva ancora denari. Giovannino tagliò corto: gli disse che l’Ida era malata (poiché non sapeva che era a Sogliano) e datogli una discreta somma, lo accompagnò alla stazione.

Ma torniamo a cose migliori. Che cosa disse il Carducci della Lyra? Glielo scrisse in una cartolina Severino, da Modena l’11 aprile 1895.

Il P. è il vero e profondo ingegno italiano; egli non è né un copiatore né un imitatore dei tedeschi: vede e intuisce per forza propria: ed espone poi ottimamente. Cosí (ma molto di piú) il Card. della tua Antologia, l’altra sera. Ero sullo scriverti quando ho visto che sei diventato livornese cittadino. Ti ho mandato la «Gazzetta». Il «Carlino» te lo avrà mandato altri. Io vado a stare a San Pietro Capo Fiume (Bologna). Riverisci e saluta. Tuo   SEVERINO F.

Bellissime parole; peccato non pervenissero a lui direttamente dal Carducci e fossero dette in privato. Intanto preannunziava al De Bosis il Solon.

Mio carissimo, avrete per il giorno che dite il Solon, che avevo interrotto perché preso alla gola dai miei affari grammaticali e scolastici. Sono stato per essi anche a Firenze, dove non ho veduto nessuno nemmeno il Gabrielita Orvieto. Ne sono tornato con piú fiducia, la quale si è fatta fede con la vostra buona lettera che mi promette appoggio per il  Fanum Vacunae». E sto per trovare il mio eremitaggio... Qual delizia se potessi fare a meno di lezioni, di scuola, di programma e regolamenti. Credo che mi riuscirà. E verrò certamente e presto a Roma, ma di pie’ zoppo. Non sono ancora libero da timori e perciò da speranze. Come sono noiose le speranze!

Il mio Raffaele è, forse, malato. La giovinezza esercitata, come d’ingegnere, alla pioggia e al sole gli dà ora qualche incomodo serio. Povero fratello mio! Gli ho scritto subito, perché anch’io manco di sue lettere. Come ringraziare voi degnamente! Voi voi siete l’Ottimo, come Gabriele è il Massimo.

Benissimo il motto. E il titolo? Davvero che io muoio dalla voglia di conversare lungamente con voi e Gabriele e con gli altri, bevendo alla larga coppa... Ci sono cose per me ancora assai oscure. Una ad esempio: a chi allude, a che cosa accenna il Carducci nel presentare il buon Pascarella, solo ora «sano semplice forte»? Le sue frasi, al solito, hanno un valore di convenzione stipulata tra lui e i suoi ascoltatori zanichelliani. E perciò noi non intendiamo e nessuno risponde. Ma il rispondere sarebbe pur piacevole e facile, con niente altro che con accozzare i suoi giudizi e le sue teoriche manifestati a proposito ora di Severino Ferrari, ora del Mazzoni, ora della Vivanti, ora del Pascarella. Ma che vuole egli? come la pensa? Secondo me, egli vorrebbe che, morto lui, si abolisse carta e inchiostro e letteratura e poesia e lutto. Voi ci capite nulla? Gabriele ci si raccapezza? Ma egli s’è beato e ciò non ode, egli vola, vola.

Tante cose dal vostro Giov. PASCOLI

Livorno, 10-4-1895

 Giovannino era solito di mandare al fratello Raffaele tutte le cose che pubblicava, sapendo che le gradiva, anzi le desiderava, ché non sempre avrebbe potuto averle in altro modo: e ottenne dal De Bosis che gli mandasse anche il «Convito».

Ecco terminato il Solon, il mio poema prediletto! Ma Giovanisino sembrava che non ne fosse rimasto soddisfatto, cosa che, come ho già detto altra volta, gli succedeva spesso dopo aver eseguito uno di quei temi che più gli avevano sorriso nella mente. Lo accompagnava perciò al De Bosis con queste parole:

 Caro Adolfo, quello che vi mando che roba è? Uhm! io non lo so, da vero. Fatene il vostro piacere. A rivederci presto. Amate il vostro Giov. PASCOLI

È già a Roma l’Unico? Salutatelo. Presto vedrò l’Elegia Secolare. Qual grazia avranno presso voi i versi saffici?

Il convivator rispose con questo telegramma del 14 aprile 1895:

Veramente nulla è piú caro del vostro canto, liberale sorso di gioia dalla coppa aurea dell’amicizia. Salute!    Adolfo De Bosis

Sorso di gioia anche per Giovannino quelle parole !

Un giorno di quell’aprile avemmo la graditissima sorpresa di una visita di Severino, ma cosí breve, di una misera oretta, che ci lasciò con un sempre più vivo desiderio di lui. Egli era in compagnia d’un signore, il cui nome non rammento, che mise in soggezione Giovannino, sicché non poté godersi appieno il compagno della sua giovinezza.

Rimandando le bozze di Solon al De Bosis, scriveva anche questa importante lettera.

Mio carissimo, la vostra umana risposta fa crescere, e mi pareva impossibile, l’amicizia vivissima che sento per voi. Grazie affettuosamente.

Vi rimando le bozze. Rileggendo, temo che il primo dei canti sia antipatico perché troppo letterario. Si fonda invero su un’idea che credo tutta mia che o Sappho fosse persona mitica significando la chiarità crepuscolare (Σαπϕώ = clara) o la poetessa cosí nomata scherzasse in certo modo sul suo nome. Certo Faone significa Sole e probabilmente Sole Occidente. Con quel canto io spiegherei come nelle poesie di Sappho potesse trovarsi l’accenno al salto di Leucade (Rupe Leucade è per me l’orizzonte, la linea che passa il sole tramontando, seguito dalla sua amante, la Sappho, la chiarità crepuscolare). Tutto ciò farebbe piú per una dissertazione che per una poesia. Ma pazienza! voi siete cosí buono.

Ma la palingenesia, o come l’avrete chiamata, non si vede ancora?

Gabriele? è stato a Roma? Oh! quando ci verrò anch’io mi sia dato stringere quella mano che scrive le pagine immortali. A rivederci prestro. Vostro    GIOVANNI PASCOLI

Livorno, 24 aprile 1895

Fortunatamente nel frattempo, per intervento del Chiarini, cui si era rivolto, aveva potuto ottenere lo stipendio; e anche il rinnovato invito di andare a Roma.

Ma Giovannino da alcuni giorni non era più lui, aveva tutt’altro per la testa che andare a Roma! Era stato chiamato a Sogliano per presenziare il fidanzamento dell’Ida! La cosa dunque era certa; dunque l’Ida sarebbe emigrata dal povero nido costruito con tanto amore e tanti sacrifizi! Aveva delle forti crisi di pianto e di desolazione. Riconosceva, sí, che ciò doveva essere, che era bene che fosse; diceva che non si sarebbe rifiutato a nessun nuovo sacrifizio che da parte sua si richiedesse, ma soffriva, soffriva indicibilmente. E anche il lavoro non andava più avanti. Io soffrivo forse quanto lui, ma per vedere lui cosí angustiato. Decidemmo insieme la sua partenza per Sogliano fissandola al 5 di maggio. Prima scrisse di nuovo al Chiarini dicendogli che non poteva ancora andare a Roma ed altre cose che si possono capire dalla risposta che ne ebbe il 2 maggio.

Caro Pascoli, lei mi pare che non voglia ormai piú saperne di venire a Roma, dove, come io le dissi, avrebbe avuto la diaria ...

Quanto a lei io, francamente, non avevo pensato a un posto di preside: s’era pensato a qualche cosa che mi pareva piú degna di lei e di cui lei mi pareva piú degno: ad una cattedra universitaria. Ma prima di tutto bisogna che sia contento lei. Mi dica dunque francamente: che cosa le andrebbe meglio, un posto di professore-straordinario ad una Università (p. e. a Torino), od un posto di Preside di un piccolo Liceo (p. e. Fano, Massa, o qualche altro)? Posti di Preside vacanti ora non ce n’è: ma per il nuovo anno ce ne sarà probabilmente, anzi certamente. Mi risponda subito; e tenga dentro sé ciò he le scrivo, e che per ora non è altro che un disegno, alla effettuazione del quale potrebbe anche sorgere qualche difficoltà.

Mi voglia bene, e, se mi vuol bene, stia lieto; o almeno non si accresca colla immaginazione i dolori necessari della vita. Dolori e pensieri gravi e molesti ne ho avuti anch’io, ma ho saputo vincerli, e me ne trovo contento ora che sono al fine. Suo   CHIARINI

Non ricordo come si contenesse nel rispondere alla suddetta. Egli certo non poteva precisare allora quando sarebbe potuto andare a Roma, ma parlando con me faceva conto di andarvi appena di ritorno da Sogliano. In quanto alle proposte che gli faceva il Chiarini, dal momento che una presidenza in una città che fosse sede di studi superiori, e perciò dotata di buona biblioteca, non c’era, e non ci sarebbe forse mai stata, per lui, non si mostrava contrario ad accettare Torino. Sembrava che Torino gli andasse più a genio di Bologna, sebbene non ci fosse mai stato e sapesse che d’inverno ci faceva molto freddo; ma Bologna era troppo vicina alla Romagna per poter sperare di essere lasciato tranquillo.

 

Note

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[1] [Cioè una piccola «piada»: quella «piadina» richiamava la «piada» (che è «il pane nazionale dei romagnoli. Si fa senza lievito e si coce sopra un testo»: nota ai Nuovi Poemetti) nella forma schiacciata e circolare. Vedi anche la nota.]

[2] [Maria ha scritto «L’Aldini», ma si tratta certamente di Giuseppe Albini; di nessun Aldini si trova traccia in tutta la corrispondenza pascoliana. Non ho trovato fra le carte di Castelvecchio l’autografo della lettera, per il controllo.]

[3] [Nella lettera officiosa del 24 gennaio il Carducci scriveva al Pascoli: «Mi compiaccio di farle noto che dietro mia proposta il Ministro l’ha nominato Socio di questa R. Commissione pe’ Testi di lingua». La lettera non è fra quelle dell’edizione Zanichelli (e nemmeno nell’Omaggio a G. Pascoli, ed. Mondadori); si conserva autografa a Castelvecchio. Per i rapporti con Severino, pag. 935.]

[4] [Si veda la lettera del 24 gennaio 1894, pag. 362.]

[5] SEVERINO FERRARI Maggio, p. 39, Tip. Lit. Angelo Namias e C., Modena, 1893.

[6] [Questa è la redazione che dalla «Gazzetta dell’Emilia» riporta Maria. Ma della lettera con cui il Carducci avrebbe dato le notizie al giornale esistono due altri testi con alcune varianti: uno, che sarebbe sull’autografo, pubblicato dall’on. Romeo Gallenga nel «Giornale d’Italia» il 15 apr. 912; l’altro, derivato ma ma esattamente da questo, è nel «Giornale del Mattino» di Bologna pure il 15 aprile. Si veda anche «Lettere italiane» di Padova, 1956, pag. 142.]

[7] Lessi nel «Giornale del Mattino» del 15 aprile 1912, pochi giorni dopo che Giovannino non era piú fra noi, riportata la lettera che il Carducci aveva indirizzato a Ugo Pesci, della quale questi si serví per la notizia. [Sulla lettera, vedi la nota a pag. precedente.]

[8] [Queste davvero tante e belle lettere del Finali si conservano nell’Archivio di Castelvecchio. Ho invece con dispiacere appreso che le lettere del Pascoli al Finali, che speravo si conservassero nell’Archivio Finali, sono purtroppo da tempo andate distrutte in un incendio. Cosí ha confermato l’erede Ezio Agnolozzi al prof. Giovanni Maioli, il quale del Finali ha pubblicato le Memorie, che ricorderemo. Resta solo qualche lettera dispersa, e ne ha pubblicata qualcuna C. Narabini nel «Resto del Carlino» del 22, 26 apr. e 1 maggio 1961.]

[9] [Si veda VANNUCCI nel cit. P. e gli Scolopi, p. 148.]

[10] [La Silvula ora si legge in Carmina, ed. Mondadori p. 512.]

[11] [A conferma di questa origine e a smentita della leggenda che il nome fosse preso da «un famoso anarchico palermitano» (come anche recentemente ripeté il Valgimigli pur ben informato: Pascoli, Sansoni 1956, p. 122) ricordo un passo di lettera rivolto al già collega in Messina Cosimo Bertacchi, nel 1900; parando di Gulí, dice: «Anch’esso è un decaduto: faceva il pasticciere, ed ora ... è cane. Si chiama Gulí » (TOGNACCI, Ricordi pascoliani, Rimini 1939, p. 110).]

[12] C’è forse anche altra causa. Fra il 1893-94 c’è stato un periodo d’ombre fra i due amici con scambio di lettere «cattive», come poi nel 1899: si vedano le lettere al Martinozzi (nella cit. edizione di E. Serra) e poi al Valgimigli (N. Ant. nov. 960): si confronti a pag. 935.

[13] [Ho aggiunto le virgolette : si deve trattare di una traduzione fatta dal Pascoli per Severino.]

[14] Cosí Giovannino scrisse il distico sul muro della foresteria; ma dopo, rileggendolo nella copia che ne avevo fatta io, vi scrisse sotto: « Cosí correggo:

      Huc umbram Placidum voluissem ducere mecum;

              heu, Placidus vere tum fuit umbra meus ».

[Per Placido (v. pag. 309) il Pascoli fece anche un’epigrafe sulla tomba. A Sogliano, paesetto che domina con bellissima vista quasi tutta la Romagna, fino ai monti di San Marino e della Carpegna, abitano ancora i discendenti David: Placido David è un fratello minore che rinnova il nome del Placido caro al poeta; la famiglia David conserva ancora volumi del Pascoli con belle dediche di Giovanni e Maria (anche alla zia Rita) e qualche lettera. Niente (tranne alcune lettere piú di Maria che di Giovanni, e già edite) si conserva nel Convento: anche del distico per Placido, scritto sul muro della foresteria, non c’è piú traccia. A Castelvecchio si conservano ancora alcune lettere che il caro Placido scrisse da Sogliano ai Pascoli; e anche qualcuna della religiosissima zia Rita e di Emilio David.]

[15] [Sulla signora Enrichetta Ravagli Agnolozzi, madre di Ezio e della signorina Evelina Agnolozzi, e che fu poi la seconda moglie del Finali, si vedano le già citate Memorie del Finali pubblicate a cura di G. MAIOLI.]

[16] [Naturalmente, non è Ferdinando Martini, ma il prof. Martini Zuccagni.]

[17] [« Gulí, Gulini, povero Gulí, poverino, Gulà, Gulinà. Li vuoi i cappelletti della Ca? ti piacciono? i cappellettacci? gli ossetti di pollo? Poverino, Gulà, Gulinà! A Soiano sono poltronacci.

Mamurin, ti duole piú il testino, il golino? poverino, povero Mamalucco! Stai bene, Du, Doc, Duchin, Ca?»]

[18] [Egisto Cecchi, della Casa editrice Giusti.]

[19] [«Gulí: la tua linguina è un po’ sfacciatina, il tuo codino è un birichino, il tuo cuoricino è come quello di Mariuccina e Idina, e le tue orecchine sono delle orecchiacce lunghe lunghe. La catenina l’avrò in saccoccia e te la metterò per tornare a casina, dove ci saranno i cappellettoni cappellettacci, brutto birichinone d’un orecchionaccio ».]

[20] [Χαῖρε χαί πῶ τάνδε è un frammento di Alceo (105a D.) nella numerazione comune e 170 in Lyra graeca, by I. M. EDMONDS, London 1922, vol. I, p. 424. Vale: « Salve e bevi questo ».]

[21] [E Mario Menghini, ricordato altre volte.]

[22] [Maria non ha inserito nelle Memorie qualche documento che la sorella Ida conservava presso di sé. Ritengo utile aggiungere questa lettera che accompagnava alla sorella una traduzione del poemetto latino Sermo. La pubblicò, avendola avuta da Ida, L. R. PEDRETTI in Vecchia Romagna, Bologna, 1933.

« Cara Du, volta pagina e vedrai la traduzione del Sermo, che ti mando. Vorrei sapere da te, se ti piace. L’ho domandato in qua e in là, perché, anche come arte di cesellare il verso latino, è il mio miglior lavoro. Nessuno mi ha risposto. Voglio sentire te, che hai tanto gusto. Guarda anche l’Epigramma di quel sommo latinista, che io non riuscirò mai, in questa animalesca Italia, a levar di sella: del Vitrioli, che ha avuto tanti onori per una sola delle mie tre. Guarda che roba: c’è persino il sest’ultimo verso sbagliato: l’us di mobilibus lo fa lungo (col pretesto dell’arsi e della cesura) mentre è breve. Capisci? E povar Zvan sarà mai nulla, perché non si contenterà mai di essere mediocre. Il Garavini mi ha mandato un biglietto da visita. Ecco tutti i ralleramenti che ho ricevuto. Non importa: la faranno di bronzo. Oggi aspettavamo tua lettera: nulla. Abbiamo dormicchiato un poco. La primavera dà addosso ai giovani, come dice Mariú. Ora abbiamo lo stomaco languido. In questo momento Mariú va a prendere le ciliege, tue, per riaddurre qui la tua visione ai nostri occhi e un po’ di caldo al nostro petto. Le ciliege sono in via: sento che Mariú sale; eccole! sono... 7: anche il tuo numero è rispettato. Sono inzuccherate alla tua usanza. Ora mangiamo, e poi sigillerò la carta col loro rosso umore. Mariú ha portato due ballocchini di zucchero per Gulí che salta e si lecca la lingua... Abbiamo finito tutti e tre. Stiamo meglio.

[Aggiunta di Mariú Pascoli]

Avevo da mandarti oggi anche i miei poveri scarabocchi; ma avendo fatto tardi per dormire te li manderò domani o posdomani quando ti scrivo. Sono dietro ad accomodare le calze a Giovannino; ma ormai non ne possono piú e ci vogliono nuove. Ne farò. Gulí è ora sulle mie ginocchia che mangia la sua solita scarpa ed è felice...

[Qui è segnata una crocetta; e attorno, la scritta: « Croce di Gulí per salutare ».]

Nulla ancora di nuovo: siamo sempre in un’aspettazione che ci marcisce il cuore. Però non siamo avviliti.

[E qui, quasi timbro, c’è una macchia fatta con una ciliegia: e v’è scritto: « Impronta della ciliegia di Du ». Poi riprende Giovanni.]

Non siamo avviliti: tutt’altro: perché saremmo? Forse un po’ di felicità sta per sorriderci. Che ne pensi, Du cara? Poesia, poesia, poesia! Non ho ancora risposta per Emilio; ma la presento imminente. Da’ tanti baci alle bambine e a lui. Fa i miei saluti alla Peppina. Dalle cugine, punte notizie. Anche quello è un odio ragionevole. Quest’anno faremo a ogni modo il monumentino ai nostri, che cosí ci proteggeranno anche piú, poverini! Bisogna amare ed esser buoni. Ecco tutto. Poi venga quel che vuol venire. Hai spiegato Gog e Magog? Presto speriamo di mandarti un buon telegramma... se non l’avrai già ricevuto prima di questa. Venerdi si pubblica il bollettino. Chi sa non ci sia qualche cosa?

Non abbiamo altro da dirti, cara Du, se non che ti amiamo tanto e ti mandiamo tanti baci.    GIOVANNI e MARIÚ »

La lettera è del marzo-aprile 1895: Ida era allora a Sogliano per il fidanzamento: e là nel maggio la raggiunse il fratello.]

[23] [È il «portatore di fiaccola », δαδοῦχος.]

[24] [Felice Barnabei, altre volte ricordato.]

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011