Maria Pascoli

Lungo la vita di Giovanni Pascoli

Memorie curate e integrate

da  AUGUSTO VICINELLI

con 48 tavole fuori testo

Edizione di riferimento

Maria Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, Memorie curate e integrate da Augusto Vicinelli, con 48 tavole fuori testo, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1961

PARTE SECONDA

[continua]

CAPITOLO III

A LIVORNO

(Ottobre 1887 - Novembre 1894)

L’IMPROVVISO TRASFERIMENTO E IL PRIMO TEMPO A LIVORNO
(OTTOBRE 1887 -DICEMBRE 1888)

NELL’ imminenza dell’apertura del nuovo anno scolastico, giunse improvvisa a Giovannino la notizia che il Ministero, con decreto del 5 ottobre, l’aveva destinato, con lo stesso grado che aveva e con lo stesso stipendio, al Liceo di Livorno. Una rovina! A un tratto egli si vide respinto al principio della via che aveva fra tante pene e con tanta fatica trascorsa. A Massa, dopo tante delusioni in fatto di trasferimenti, ci eravamo ormai adagiati e non intendevamo di lasciarla prima di aver pareggiato i nostri affari. Con le non lievi passività che c’erano ancora, con l’immediata necessità che si presentava dell’acquisto di mobili, non avendo di nostro che i letti, e con in meno le 60 o 70 lire mensili per l’incarico alle tecniche, l’avventurarsi in una città del certo più dispendiosa di Massa ci sembrava come il cadere in un precipizio. Nel suo sgomento Giovannino scrisse il 12 ottobre 1887 al Carducci per averne consiglio («Vado con una certa trepidanza, senza troppa gioia, dubitando... ») ; e il Maestro gli rispose da Roma il 17.

Caro Pascoli. Io penso che Ella debba andare a Livorno. È sempre un mutamento a miglior sede. Dove Ella, se non subito, né anche, spero, tardi, troverà da fare. Io a Livorno sarò probabilmente venerdi. E parlerò di lei al preside Targioni e ad altri.

Pensi bene e si risolva. Da Livorno è piú facile che da Massa passare a Bologna od altrove. Suo

Giosue      CARDUCCI

Il consiglio era chiaro. Bisognava risolversi per la partenza, e ci risolvemmo. Ma c’erano tante spese per le quali la riserva di scorta che avevamo noi sorelle e che demmo subito a Giovannino non poteva bastare, occorrendo acquistare sui due piedi la mobilia. Economie d’altro genere non ve n’erano. Sicché egli scrisse a Guido Mazzoni che era addetto al Ministero esponendogli il grave imbarazzo finanziario in cui lo gettava quel trasloco e lagnandosi anche dell’assurdità della legge che negava alla sua famiglia, composta di due sorelle, totalmente a carico, l’indennità di viaggio, indennità che è data anche alle donne di servizio. Mi ricordo che a questo proposito diceva a un di presso cosí: « Trattatele almeno come serve! » Il Ministero gli concesse 150 lire.

Il 31 ottobre di buon’ora, un barroccio accolse i nostri letti e quant’altro avevamo, e stradò per Livorno dove sarebbe giunto nel pomeriggio. Nella stessa mattina partí in treno Giovannino volendo, prima che arrivassimo noi sorelle, mettere su i letti e provvedere i mobili più urgenti per farci trovare l’appartamento (fissato alla lesta senza possibilità di scelta dal prof. Carlo Bevilacqua genero del Carducci) un po’ sistemato. Noi, con Ciribibí, l’alato compagno di Giovannino, ce ne andammo tristemente da Massa la mattina dopo, mentre nell’aria echeggiavano a festa le campane per la solennità di tutti i santi. Avremmo dovuto e voluto portar via con noi anche la gattina madre (la figlia era morta), ma essa all’ultimo momento non volle entrare nella canestra e scappò per la campagna. Demmo però l’incarico a un nostro buon vicino di portarcela appena potesse a Livorno. E nella settimana ce la portò. Tutti cosí dal ridente soggiorno di Massa, tutto profumo d’aranci e di limoni, ci trovammo in uno squallido appartamento a un quarto piano in via Micali. La prima sera fummo invitati tutti e tre a pranzo dal Bevilacqua, la cui gentile signora ci usò molta cortesia e ci dimostrò molta simpatia. Ma noi avevamo piú voglia di piangere che di mangiare.

Nei nostri primi giorni pieni di malcontento, avemmo anche una lettera del fratello Giuseppe che ci annunziava la morte del piccolo Ruggero, figlio del nostro Giacomo; era morto per meningite secca. Come ne fu addolorato Giovannino che aveva tanto desiderato di avere quel bimbo con sé! Ma il bimbo gli aveva scritto e nel dicembre del 1885 e nel gennaio del 1886 pregandolo di trovare un posto di maestra alla sua mamma nella città dove eravamo noi, che cosí egli non si sarebbe separato da lei che era tanto addolorata (piangeva il secondo marito), e sarebbe stato felice di avere in lui un amoroso padre e di andare a scuola con lui. Che fare? Anche se ci fosse stata la possibilità, che non c’era, di trovare quel posto, un tale miscuglio di famiglia sembrava a tutti e tre sconveniente. Perciò Giovannino pensò di prender tempo, e rispose che per l’anno in corso non era più possibile trovare il posto. Noi intanto si sperava che la cognata mutasse idea e lo lasciasse venire senza di lei. Ma ecco che nella corsa che facemmo in Romagna sul declinare delle vacanze del 1886, con nostra grande meraviglia venimmo a sapere che Ruggero era stato messo in collegio a Fano e che lo manteneva il principe Torlonia. Dunque la madre s’era separata dal figlio? Per collocarlo con Giovannino non poteva separarsene, con Giovannino che adorava l’orfanello del suo Giacomo e che gli sarebbe stato davvero più che padre. E cosí dopo poco più di un anno di collegio il delicato fanciullo, pieno di intelligenza e di cuore, il 2 novembre 1887 a 12 anni andava a raggiungere il suo caro papà e il fratellino. Della famiglia di Giacomo non rimase che la vedova che non tardò molto a passare a terze nozze.

Non ostante questo nuovo dolore e tanti nuovi disagi, egli intraprese subito le lezioni al Liceo con la solita puntualità e diligenza; ma non trovò nei primi tempi troppo affiatamento coi colleghi, massime col preside Targioni, che non aveva certo le maniere affettuose del buon Giannini di Massa. Non s’accorse di godere qualche stima, anzi gli parve il contrario. Forse c’era della prevenzione contro lui. Però bisogna sapere che certe prime impressioni e certi primi apprezzamenti furono molto transitori per non dire momentanei.

Nello stesso novembre pubblicò un librettino per le nozze di Falino che avvennero alla fine del mese. In esso, preceduti da una tenera letterina, raccolse otto sonetti tra vecchi e nuovi che inserí poi nelle Myricae all’infuori de I sepolcri. L’edizione di soli 25 esemplari, edita dal Giusti, riuscí corretta ed elegante. Con essa si ricordò a parecchi amici, godendosi di presentare in bella veste quei suoi timidi figliuoletti.

Molto interessante la lettera con cui annunciava l’opuscolo al Ferrari.

Caro Severino. Ti ringrazio delle tue dolci parole con le quali hai voluto accarezzare i tuoi nepotini delle quattordici gambettine. Tanto piú dolci, quanto uniche. Ho fatto un’edizione di 25 esemplari: 12 ne ho mandati a Falino; sei ne ho in casa; poi ne mandai uno al Vita, l’unico che mi abbia risposto una parola di elogio; ma è molto gentile lui, e se la va di questo passo, io mi circoncido anch’io; uno al Fiorini, uno al Mazzoni, uno al Marcovigi, uno al buon Buggini del quale può dirsi quello che il Varchi dice del Machiavello, che è piuttosto non senza lettere che letterato, uno infine al D’Annunzio con la scritta «un che non ti vide ancor da presso etc. etc.». Nessuno me ne ha ringraziato salvo il fratello, che sei poi tu, l’ebreo, il cameriere. E io che sono un imbecille, rimbecillisco sempre piú, pensando: la ho d’aver fatta grossa; or non si ardisce piú nemmeno con me la lode banale, per paura che io stesso conosca che è data per cerimonia! Cosí è: io di me son piú incerto che mai, sebbene, a volte, una scossa di antico affetto mi muti tutto e mi innalzi. Cosí, credo, sarà anche di te. A quel che pare noi siamo ingenui, sí che una qualità almeno essenziale dell’esser poeti noi l’avremmo.

In tanto io penso alla Notte di Natale. Avanti a me sono allineati i poemetti che ho in animo di fare: sono 15 gruppi, niente meno. Di Giogio mi aspetto molto, anzi a questo proposito vorrei qualche schiarimento: inventi tutto o ti servi di novelline nelle quali sia il tipo di Bertoldo, di Eulenspiegel, di Margeites o che so io? Se sí, fa di comunicarmi qualche indicazione, poiché io sono nuovo nuovo agli studi della novellistica e del Folclore, e vorrei pur scaltrirmi un pochetto, per un po’ di poemetto in versi latini che vorrei fare titolando Margites [1], e inventando sí, ma con riguardi alla tradizione. Siamo intesi? E mandami, come eri solito, ogni tanto dei versi, che io conversi con te, perché, a dirla, qua sono solo, disprezzato, trascurato. Amici dotti, non ne conosco; bestialmente prosuntuosi, oh questi sí. Per esempio, Targioni babbo e figlio Nanni. Questi che è ancora il direttore e l’uccisore della «Cronaca Minima», che dà i tratti, mi disse una sera: Oh! della "Cronaca" non si ricorda piú? Dia qualche cosa, su ». «Volentieri» risposi; «se non vuol altro». «Ma prosa» replicò egli di scatto «prosa però». Io, che sono gentile, dissi calmo: «Che cosa posso darle di prosa per un giornale come il suo? Recensioni, imagino, o in piccolo o in grande. Ora di che? Mi dia i libri, e farò le recensioni». Ammutolisce; e non se n’è piú parlato. Vedi bella stima hanno di me? Bisogna sentirli a proposito del Mazzoni che crede di avere in loro fior d’amici!!! Di te (ma siami tenuto credenza) disse il Tarlioni: «Anche Severino? Ma che cosa ci ha lui? Que’ rigatini, bordatini o che so io». «No» diss’io, modesto al solito «ha questo, ha quello, ha quell’altro, poi ha anche i bordatini, sicuro.» È gente, credi, di gran bestialità, che tratta a pari a pari col Carducci (il quale ha lodato i versi di Targioni figlio!!!!!!), che guarda dall’alto in basso tutti, che sta in orecchi per farti del male, che ti tien d’occhio per farti mal capitare. Io ho un amico, il buon Bevilacqua, una specie di Agnoloni lucchese, e bott lí.

Quanto ad affari mi va poco bene; sono sbilanciato, né so quando e come potrò rimettermi. Però qui ho già due lezioni, con tre ragazzi, onde ricaverò 70 o 80 lire mensili; lo stipendio tecnico di Massa. Ma anche per questo rispetto, ci ho un concorrente terribile: il prof. Zanetti, veneto, genero del Bonatelli, bravo giovane ma che piú sembra di quello che sia, per l’alta statura e la magnifica bionda barba. C’è probabilità che quest’altr’anno ci sia un nuovo posto all’Accademia, di italiano. L’altro giorno il Bottari diceva: «Io sono della Commissione e lo farò dare a lui ». Non immaginava nemmeno, il bis..., che il suo umile interlocutore potesse aspirarci anche lui. Il fatto è che ci aspiro. O non sai che tra gli allievi c’è Manlio? O non sai che io farei gratis lezione là dove Manlio è scolaro? Figurati che ora è scolaro di Nanni Targioni, uno scipito giovincello, brutto, alla moda e alla malva; il quale, a mia domanda, disse: «Garibaldi?? Non c’è male; è disciplinato; ma non scrive troppo bene». O anime dei bottoni!! o insetti!! Ora per avere un titolo, voglio fare un libro – in prosa – perché i versi valgono negativamente.

I DIRITTI E I DOVERI DEL CITTADINO

Libro di lettura

per le scuole secondarie inferiori

e specialmente per le scuole tecniche

Sarà un libro di prosa varia e calda e severa; con molti racconti, con estratti – fatti col bout des doigts – da Platone, da Dante, da Shakespeare, da Omero, da Virgilio, da Victor Hugo, con grande unità di stile, con molta pulizia di lingua, con immenso sentimento d’italianità, con fiera e virile tendenza. Ne ho già gettato due motti col Vita, il quale m’ha promesso che, quando io voglia, ne parlerà al Paggi; ma dubito dubito che non mi venga fatto; dubito che non mi trattino tutti come il Solerte Triverio, il quale dopo avermi promesso tutto per la storia greca non mi ha dato nulla nulla. Ho bisogno di libri, de’ quali molti non saprei indicare nemmeno; libricciuoli di testo, libretti di morale poetica, raccontini etc etc. Ti pare? Per esempio, dove si tratta del rispetto alle leggi, anche che non vi piacciano, anche ingiuste, io darei in forma cristallina il Critone, brevissimo: un componimento. Le crapaud di Victor Hugo, lo immagini ridotto a prosa nitida e corretta, senza strampalerie? E cosí via dicendo. Voglio fare un’opera d’arte. Le parti di ragionamento, un qualcosa a imitazione dei Pensieri di Leopardi, di Pascal, etc. etc. Eh? Il tutto dovrebbe essere un tesoro di modelli di componimenti, che ora non si sa come farli nelle scuole. Trattati? romanzi? No, componimenti. Basta; io sono innamorato dell’idea. E dopo? Daranno il posto allo Zanetti? Solo con un posto all’Accademia, resto a Livorno; se no, domanderò anche di tornare a Massa o di venire a Faenza, perché tu sei piú necessario a me di quello che io utile e piacevole a te. Credi. [2]

Come mi fa male quello che mi dici delle tue finanze! Povero Severino! Nulla, nulla? E la tua moglie? E gli amici di Bologna? Non c’è nulla per te? Guido mi scrisse che «aveva fatto notare a chi ne avrebbe tenuto conto» il singolare onore che ti faceva la dichiarazione di 6° tra 20 (o quanti) concorrenti. Che te ne verrà? Però, in gran segreto e senza malignità, mi pare che a Guido sembri un po’ troppo naturale la sua fortuna. Mi ricordo di certi suoi inviti alla pazienza, di certe sue esagerate dimostrazioni per ridicole promozioni o nomine quando toccavano a noi... Ma? Ha molto merito; io lo preferisco al Torraca, al Novati, a tanti altri; ma per dio, se lui è all’Università mi parrebbe giusto tu fossi almeno in grado di mangiare tutti i giorni! Speriamo però che i bei giorni vengano e per te e per me.

Uno di questi giorni, è possibile, se il Giusti non mi strozza con quei 25 volumetti il che non è impossibile, che ti mandi un quindicino o un ventino, fatto però di chiodi, sí che mi prometterai, in caso, di ricordarmeli quando sarà necessario sconficcare i predetti chiodi. Scrivimi di quando in quando. Siccome quello che mi dici dei francobolli io l’ho creduto perché sono Rupertus expertus, cosí ti accludo due francobolli, sicuro che non ti offenderai, perché io lo faccio per me, per aver subito un altro po’ di consolazione.

Le mie sorelle che non si trovano male a Livorno, ma rimpiangono dal 4° piano (via Micali, n. 1) nel quale abitiamo la ridente campagna massese, ti salutano e baciano la gentile Ida. Io saluto lei e bacio te, dolce eternamente fratello mio.  GIOVANNI

Falino ha preso moglie, ma è ancora imbarazzatissimo per le finanze. Ma? Acqua in bocca. Avrei anche un’altra cosa da dirti, ma mi costerebbe troppo dolore ripensarla per scrivertene. Quando verrai? Quando verrò? Θεῶν ἔχι γούνασι χεῖται [3]

Un’idea. Mando il libretto al povero Uguccion della Faggiola.

L’altra cosa che avrebbe avuto da dire al suo confidente amico, e che non disse perché gli sarebbe costato troppo dolore, era la preoccupazione per le disagiatissime condizioni economiche del fratello Giuseppe, che a lui sempre ricorreva. Proprio in quei giorni era venuto di persona a Livorno (dove noi eravamo ancor nuovi e Giovannino aveva bisogno di sostenere il suo decoro per conquistarsi la stima soprattutto dei colleghi e degli alunni) mal vestito, e cosí si era presentato al Liceo a chiedere se c’era il «suo fratello il prof. Pascoli». Per farlo tornar via ci convenne raccogliere i soldi che c’erano in casa e darglieli tutti.

Il libro dei componimenti, di cui ragionava con tanta chiarezza di vedute, non poté farlo allora, non avendo né tempo né mezzi; piú avanti non poté perché dovette dedicarsi ad altri lavori. Intanto pazientava lottando con disperato coraggio contro le avversità e le strettezze finanziarie, che nei primi tempi della nostra dimora a Livorno furono tremende. Ne può far fede questa letterina scritta a me il giorno dopo di una mia festa, la Concezione, 8 dicembre.

Cara Mariuccina. Ieri non sono stato contento: nel mio cuore turbato e nel mio borsellino vuoto non potei trovare di farti un sorriso e pagarti un cartoccio di confetti; ed era la tua festa; e fu la mia disperazione, povera Mariuccina. Ma via permettimi che t’offra oggi i confetti di ieri, e tu fammi ora il sorriso che allora io non ti potei fare.

Non aver ieri quel pochissimo che ti bisogna! Un sorriso e una mano di confetti! Povera Mariucchina, povero      GIOVANNI

Anche le sventure degli amici lo turbavano profondamente. Egli, dopo che aveva mandata al buon Marcovigi la pubblicazione nuziale per le nozze di Falino, aveva saputo che in quei giorni agonizzava e moriva la sua unica sorella, la sua Clementina; e il 13 dicembre del 1887 gli scrisse una commossa lettera di condoglianze: «Ell’era del mio passato nebbioso una figurina emergente nella luce; ell’era il capo piú puro, più amabile piú soave che io intravedessi quando mi volgevo, con l’occhio del pensiero, indietro. Ora, nemmeno lei mi apparirà piú consolatrice; non vedrò più nemmeno lei, sorridendole!»

Tutto occupato nella scuola pubblica e privata e nella revisione dei temi a casa, non ebbe per parecchi mesi il tempo di dare qualche colpetto alle corde della sua lira. Tuttavia, in un giorno che piú lo tormentava la passione per il dubbio del trionfo delle nostre armi in Africa, rapidamente, mentre aveva avanti a sé un gran mucchio di lavori da rivedere, scrisse due distici greci con la loro traduzione italiana che io conservai religiosamente. Eccoli.

Εἴθε μὲν αμϕότερον, νίχην καὶ νόστον ὀπάζοις∙

        εἰ δ’ἓν, Ζεῡ, δώσεις, χῦδος ὄπαζε μόνον

Prego bensí che l’una cosa e l’altra, la vittoria e il ritorno, tu conceda: ma se una sola, o Dio, darai, la gloria concedi sola.

᾿Αμϕότερον νίχην ᾿Ιταλοῖςκαὶ νόστον ὄπαζε

εἰ δ’ἓν, Ζεῦ, δώσεις, χῦδος ὄπαζε μόνον.

L’una cosa e l’altra, la vittoria agli italiani, e il ritorno concedi; se però una sola, o Dio, darai, la gloria concedi sola.

25 marzo 1888, Livorno

Così pure conservai uno scherzo su cui ci divertimmo tanto. Bastava un niente tra noi per creare l’allegria; come bastava una piccola nuvola sul viso di uno per oscurarli tutti. Mentre Giovannino era intento ancora ai suoi temi nel salottino da pranzo dove eravamo anche noi sorelle, a un tratto si sentí picchiare all’uscio di casa. L’ora era insolita; chi poteva mai essere? Facemmo un’infinità di supposizioni, una più bella dell’altra. Aprimmo: era l’esattore. Allora egli ci improvvisò su un umoristico sonetto.

Era ormai il 1888; nel maggio ricevette una letterina dal Carducci che gli fu tanto cara e lo fece ridere per questa frase: « Forse d’altro teme ».

Bol. 18 maggio 1888

Caro Pascoli, oggi ti ho fatto spedire Cantilene e B. – Un Martini di Castagneto (Federico di nome), che studia ora o ristudia privatamente a Pisa, vorrebbe dare gli esami di passaggio al 2° nel liceo di Massa. Dice che teme, perché sa che usa esser rigorosi con gli esterni. Forse d’altro teme. Ma ingegno ne ha, e credo che nel primo anno studiasse troppo Victor Hugo. Vedi di raccomandarlo a Massa, a qualcheduno per una indulgenza equa. Non altro.

Addio. Tuo     Giosue Carducci

In quei giorni ebbe lettera anche da Severino; mi dispiace che non sia rimasta perché aveva dei passi curiosi e perché avrebbe chiarito la risposta di Giovannino, la quale peraltro è senza data, ma è di quel maggio.

Caro Severino, fratello mio per sempre, e anche l’anima mia è tristis. Da un pezzo non scrivo se non per racconciare le mie faccenduole. Forse non sono lontano dall’averle racconciate, e allora fiorirà con subito slancio nel cuor mio il fiore della poesia e dell’amicizia, che è un fiore solo.

Io penso, tra la distretta, al gran piacere che sarà il nostro questa estate dello stare insieme meditando, scrivendo, motteggiando, creando, ridendo, bevendo, oziando, passeggiando, dormendo, sognando – per Livorno. Caro Severino, io non penso che alla tua compagnia; non ho piú in là altro ideale.

Che cosa dici che io ho scritto a Forlí, che Mazzoni andrà là? Mi hai messo una femminile curiosità. Va a Forlí? A far che? Viene a Faenza? Come? Scrivimene. E ti prometto, siccome allora le mie cose saranno avviate, di scriverti molto a lungo.

Delle visioni, la prima mi par migliore e ottima; l’altra è un poco artificiata; ma pur bella.

Le sorelle stanno bene e contente e ti salutano e desiderano quanto me. Coraggio. Ci saranno forse bei giorni per noi. C’è ancora principio di rampollare? La verga di S. Giuseppe non rifiorirà? La rosa di Sion non sboccerà?

Affettuosissimi saluti da tutti e tre alla signora ...

A Livorno sono e voglio restare. Non la lascierei nemmeno per Firenze. Figurati se per Bologna. 

             Gio. PASCOLI

Ti manderò presto i quattrini dei libretti.

Per racconciare un po’ le sue «faccenduole», delle quali la più grave era la cambiale contratta l’anno avanti insieme a Falino, si rassegnò a perdere la dolce libertà di casa prendendo presso di sé un ragazzo quattordicenne, che fino allora era stato in collegio con poco profitto, per prepararlo all’esame di quarta e continuare a tenerlo fino alla licenza ginnasiale. Gli propose questo mezzo quello stesso Pilade Mascelli che l’aveva aiutato a fare la cambiale, e gli fece anche tutti i patti col padre del ragazzo. Non rammento l’entità della pensione, rammento solo che ciò che sarebbe spettato a Giovannino per le ripetizioni sarebbe andato in gran parte per i rinnovi e i frutti dell’effetto. O bere o affogare: Ciò avveniva tra il maggio e il giugno. Le vacanze però non potemmo goderle che per pochi giorni; è vero che il godimento più breve fu anche più intenso. Venne Severino nella settimana che il ragazzo andò a passare a casa sua a Firenze, e bastò per tonificare e ridestare la musa di Giovannino che scrisse allora Il principino, un sonetto che piacque tanto a Severino il quale era impaziente di vederlo pubblicato. Ma apparve solo nel 1890 nella «Vita nuova» di Firenze. Lo accolse poi nella 1a edizione di Myricae e in seguito lo tralasciò non essendone più soddisfatto. Ora si trova in Poesie varie, esumato da me, perché anch’io condividevo il parere dell’amico.

A ottobre il giovinetto passò in quinta e poté cosí seguire il corso al Ginnasio regio, col solo aiuto in casa di spiegazioni per i compiti. E Giovannino col nuovo anno scolastico ebbe un incarico al Collegio S. Giorgio dell’Ardenza che, per quanto non retribuito largamente, gli dava una tal quale sicurezza perché si presentava durevole. Certo la vita che faceva era da facchino. Aveva soltanto di tregua una mezz’ora sul mezzogiorno per arrivare a casa dal Liceo e inghiottire un boccone; anzi il più delle volte saliva in carrozza con un pezzetto di pane e un po’ di salame e mangiava durante il percorso. Era però pieno di brio e di serenità, concedendosi tutto alla speranza di poter presto risorgere e dedicarsi un poco ai suoi lavori. Intanto veniva acquistando qualche libro di prima necessità, e alla fine dell’anno ne pagò il conto al libraio R. Giusti, di 221 lire.

Sugli ultimi di novembre Giovannino mi persuase ad andare per un po’ di giorni a Sogliano dalla zia Rita, giacché essa mi desiderava e giacché c’era la buona occasione della compagnia di una famiglia amica di Massa, la famiglia del signor Bernieri, che era impiegato colassù e stava a pensione proprio dalla zia. Fino a Pisa mi accompagnò lui e lí, alla stazione, mi consegnò ai Bernieri. Il ricordo di quella mia gita è conservato in una cartolina ch’egli mi scrisse subito il giorno dopo (29 novembre) e in una lettera (8 dicembre), ambedue carissime.

Mariucchín, ti scrivo dal Folletto, dove riposo dalla lezione liceale per andare al S. Giorgio. È una mezz’ora ... Spero domani o posdomani d’aver tue notizie, cosí particolari come suoli fare, specialmente che hai tempo e agio, come non io.

Io accarezzo l’idea di venirti a prendere io. Du dice che se vince certi quattro terni verrà anche lei, cioè verremmo tutti e due. Per altro è difficile, sopra tutto per non lasciar lei due o tre giorni a piangere, poverina. Tu intanto, fa di tornare fresca e rosea, piena di fatti e di notiziole e di carezze e parole nuove ... Domani ti scriverò. GIOVANNI

Tu – í - Tu - í - tuí - o - frrrrrr.

Cosí, Ramucchin, il tuo fratellino in canto Ciribibi ripete tra sé e sé, che non lo sentano e lo giudichino vanitoso, i suoi ultimi versi boscherecci. Credo che compongano un madrialetto per te. Te li mando, questi versi semplici e buoni come i tuoi, per compensarti dei miei, che non ti posso mandare perché non ne ho fatti. Sempre a lezione e a correggere!... Povero poeta, che non ha il tempo né d’intrattenersi con te né con sé! Scusalo quindi se non t’ha scritto. Avrebbe avuto, qualche volta, tempo la sera; ma la sera è molto triste e non gli uscirebbe nulla di consolante dalla penna.

Sta tranquilla, Ranuccina, che io non mi sono avvezzato a star senza di te; ho anzi bisogno di te per i miei lavori e per la scuola di Oberto. Questo Natale avrai molto a fare. Perché questo Natale sarai tornata. A proposito vedi tu nessun mezzo di venire senza me? almeno sino a Bologna? Io avrei avuto piacere di venire, ma vedendo che ne avevi poco piacere tu, me ne è passata la voglia anche a me. Poi ho pensato che ho tante cose da procurarmi!! Non posso piú vedere i miei libri all’aria. Si guastano. Poi c’è quella dolorosa richiesta riminese, che è quasi un mane techel fares che dice: «Nemmeno un soldo per tuo divertimento!! » Sicché scrivi subito, se hai pensato o se hanno pensato qualche via.

Sento quel solito trombone! È sera, a momenti, e a me fa una grande tristezza. Ciribibi sta zitto, merendando e pulendosi il becco ogni tanto. L’Ida m’ha fatto fare il cappotto che mi sono già provato. Pare molto bello; ma io non l’ho veduto tanto bene.

Io alla tua gita proponevo un fine, in cuor mio: quello di vedere, se c’è, per l’Ida, costassú qualche fuocherello sotto la cenere. Io mi sono detto: o si fa qualche cosa quest’anno o non si fa piú nulla mai. Di V. io non credo quello che mostravi di creder tu. Poi, in fin dei conti, l’Ida sarebbe piú felice con altri uomini, come con... chi sai tu. C’è niente? Scrivimelo. Usa peraltro prudenza, e piuttosto che domandare fa che ti se ne parli spontaneamente o quasi. Ho sentito le prove convincenti del tradimento di quella piccola e brutta scellerata scimmia. A rivalersene! Se qualche cosa ci fosse, mi pare che ci dovremmo dar la mano e farla venir su, e allora verrei anch’io.

Stassera V. è a mangiare da noi. Si fa di grosso. Si mangiano le tue perette. Fanno un soavissimo odore nella pentola. Poi c’è un pollo arrosto, non de’ tuoi, ma comprato; poi, anzi prima, le lasagne asciutte. Sarà cosa da leccarsene le dita. Ma tu non avere invidia, Ciamurin, tmagn pu ben anca te. Per la compagnia pu ste anca mei, considerando i gentilissimi Bernieri.

Alle salsicce mi accosto ogni mattina (salvo ieri mattina che feci di magro per andare in Paradiso) con un sentimento di gola religiosa. Penso al mio povero Ciamurin lontano, che appena arrivato ha pensato al suo Zvan. Poverino, poverino! Se noi non verremo, manderemo presto dei dolci per te e per la zia e per Placidino e per la Peppina e per Emilio, non per altri. Se no, li porterò io. Hai bisogno di quattrini? Alla prima riscossione te ne manderò, e sarà presto, spero. Povero Marducchin blin, la l’è tott avvilí. La casa senza lui è tutta triste. E i fumadin? E i gal?

Non vedo l’ora che tu torni. Intanto goditi la zia e i cugini e il buon Placidino che è dunque divenuto cosí buono e bravo. Ho ammirato la sua carta geografica improvvisata. Digli che mi rallegro. Digli che cresca consolazione dei suoi! Digli che sia buono! Dagli un bacio. E un bacio da’ per me con tutto il cuore alla cara e infelice zia che ti è come mamma. E un bacio a Emilio e mille cose alla Peppina e le mie condoglianze ai signori e alle signore Fantini e saluti alla Rosa e un affettuoso e rispettoso bacio sulla mano del venerando D. Carlino.

L’Ida, poverina, fa da Marta e da Maria. La sento apparecchiare. Tutte le sere viene a darmi dei baci per conto tuo e sta un pezzo e la tira molto in lungo e appoggia la testa come suoli appoggiarla tu, ed è sempre buona buona. Ti abbraccia e ti bacia con quel suo doppio affetto di sorella e di madre. E baci e baci baci anche dal tuo babbo, anche dal tuo fratello          GIOVANNI

Di casa, 8 decembre 88. Oggi sarebbe stata una delle tue feste! O poverina! Ora sui viene quasi da piangere! Non ho avuto tempo! Perdonami! Saluti da Oberto che ti vuol bene.

Qualche breve spiegazione ad alcuni passi della lettera. Oberto era il ragazzo che avevamo in casa, al quale talvolta, negli esercizi più facili, badavo un poco anch’io. Il «fuocherello sotto la cenere», che può far pensare a un desiderio che avesse Giovanni di maritare la sorella Ida, non era invece che l’eco dei discorsi molto intimi e melanconici che facevamo spesso io e lui in vista dell’aspirazione (del resto comune a quasi tutte le ragazze) che essa aveva di pigliar marito. In quell’anno poi, venticinquesimo dell’età sua, sembrava ch’ella fosse un po’ avvilita avendo sentito dire che i venticinque anni segnano per le donne la fine della giovinezza e aprono la via della zitellonaggine. Io prima di partire gli avevo detto che mi sembrava che il V. (ossia il Vitali, quel romagnolo che a lui, nel 1885, quand’era per metter su casa aveva promesso un prestito di mille lire, non mantenendo poi la parola, e che per trovarsi allora a Livorno a far l’anno di volontariato, di quando in quando veniva in casa nostra) gli avevo detto dunque che mi sembrava che il Vitali cercasse d’insinuarsi nell’animo dell’Ida, che le facesse un po’ di corte. A lui però ciò non sembrava e nemmeno l’avrebbe approvato, giacché il giovane gli era noto per il suo passato leggero e avventuroso. La « richiesta riminese » era quella del fratello Giuseppe.

Io ritornai a Livorno sola. Giovannino mi aveva raccomandata a Vittorio Fiorini per l’ospitalità nella lunga fermata notturna a Bologna e a Giulio Gnaccarini per la sicurezza del viaggio. Mi aveva preavvertita con un telegramma del 22 dicembre. La lettera era dell’Ida con tutte le istruzioni che aveva suggerito lui. Arrivai mentre nel dolce nido fraterno si esalava il buon odore della tradizionale cena di magro della vigilia di Natale. Che dolce ritorno !

Ed ora, per chiudere il 1888, ricordo un pronostico rivoluzionario per il 1889 che scrisse e mandò a un pacifico compagno della sua giovinezza tumultuante, Sveno Battistini, godendosi nel pensare all’impressione che gli avrebbe fatto. [4] Il pronostico non era che uno scherzo, però in parte si avverò, perché in quell’anno, centenario della rivoluzione francese, non mancarono torbidi popolari, e sorse anche l’idea della festa del lavoro al primo maggio che si effettuò nel 1890.

UN IDILLIO D’AMORE E LA SUA FINE
DICEMBRE 1888 - METÀ 1889)

Torno un momentino indietro.

Nella seconda metà di decembre Giovannino cedendo alle insistenze di un suo amico accettò di recarsi due o tre volte la settimana, la sera dopo cena, in casa sua a dare ripetizioni a un suo figliolo che cominciava a studiare il greco e non riusciva ad affiatarsi con esso. In quella casa, di sera, andava sempre una graziosa signorina, che intratteneva la famiglia con un po’ di musica e di canto. Subito ella cominciò a familiarizzare con Giovannino dimostrandogli molta simpatia. A giudicarla dall’aspetto poteva rasentare i venti anni, non aveva però ancora le vesti interamente lunghe, e queste vesti erano a lutto. Apparteneva a una famiglia di origine buona, ma senza beni di fortuna. Suo padre era maestro di musica. A farla breve egli se ne innamorò quasi di colpo senza aver avuto tempo di prevederne il pericolo e sfuggirlo come altre volte eroicamente l’aveva sfuggito pensando alle sue condizioni familiari. Non rivelò niente però di ciò che sentiva dentro di sé nemmeno alla ragazza, e continuò ad andare nelle sere che doveva in quella casa, alimentando sempre più la fiamma segreta che aveva nel cuore. Ne scrisse qualcosa a Falino avendo occasione di rispondere a una sua lettera di rimproveri per non so che freddezza che notava in lui. E ne aveva da Falino queste parole, da Como il 27 decembre 88.

Ho piacere, ma piacere assai, che tu sia innamorato. O potessi anche tu trovare una donnina ammodo che ti addolcisse la vita circondandoti di cure affettuose! Su coraggio. Non devi già sacrificarti per tutta la tua vita! Ci sarà da pensare per le sorelle. Dicono che fra cognate si va poco d’accordo. Ebbene, diamo marito all’Ida. La Mariuccina, che è d’indole migliore, ce la sballottererno un semestre per ciascuno. Ma dichiarati perdio! Non aver paura. Sei giovane, e un pochino piú bello di me, che pure passo per quasi bello. Coraggio. Sarà la tua felicità.

Non faccio apprezzamenti sul modo spiccio di Falino nel considerare la questione delle sorelle; posso dire solo che lui non era certo un altro Giovannino.

Noi sorelle, una prima notizia della simpatia della signorina per lui l’avemmo a gennaio inoltrato dalla signora Bice Bevilacqua, che frequentava quella casa. Escludeva però ch’egli vi corrispondesse, diceva anzi che ne sorrideva come di una ingenuità. Da altri sapemmo poi che, quando egli passava presso la casa di lei, essa era sempre ad aspettarlo alla finestra e si scambiavano i loro saluti. Che c’era di strano? Niente. Ma tra questi discorsi e un’insolita cura che da qualche tempo egli aveva dei suoi abiti e della sua persona, specialmente quando usciva la sera per quella lezione, c’insospettimmo che qualcosa dovesse esserci sotto, e provammo a chiederne alcun che a lui stesso, mostrando di saperne piú che non sapessimo. Ci rispose che stessimo pur tranquille, che non badassimo alle chiacchiere, che si trattava di una fantasia di ragazza a cui non c’era da dare alcun peso, che egli ad ogni modo non avrebbe mai pensato a sé prima di aver sistemato noi. Ma un giorno, che io ero a passeggio con lui, vidi sulla terrazzetta d’un tram che veniva oltre, una signorina che sorrideva e salutava e risalutava rivolta verso noi. Mi volsi a guardar lui. Sembrava trasognato! Gli chiesi chi era, ed egli mi disse che era quella ragazza di cui ci avevano parlato; e poi mutò discorso. Ma io capii che Giovannino non era cosí indifferente come voleva farci credere. Poco dopo, riordinando alcune carte sul suo tavolinetto da lavoro, mi capitò tra le mani un foglio da lettere con dei versi scritti accuratamente col suo fine carattere. Erano intitolati al nome della signorina. Chiamai l’Ida e tutte e due insieme li leggemmo con una (perché non dirlo?) con una stretta al cuore.

LIA

   I

Lia giovinetta, ardisci dunque, parla;

di’: « Cara madre, corta è piú la gonna

che non convenga; or pensa ad allungarla.

Fiere pupille seguono moleste

i passi miei di giovinetta donna;

ond’io vorrei piú schermo della veste ».

Troppo io so bene quale a me talora

da te derivi immemore malia,

che gli occhi avvallo, e il volto trascolora;

di che tu avvampi, o giovinetta Lia!

Era un preludio d’amore? Noi lo ritenemmo tale. Prudentemente lasciammo il foglio dove era, perché egli non s’accorgesse che l’avevamo veduto e anche per vedere, man mano che i canti si sarebbero seguiti, se al preludio succedeva la dichiarazione. [5]

Ma un fatto nuovo intervenne e la poesia non procedé di una linea. Il Vitali, che ancora seguitava a venire via via in casa nostra, proprio in quei giorni chiese la mano dell’Ida. Essa, nel momento critico in cui ci trovammo, non fece cattiva accoglienza alla domanda. Bastò questo per richiamare tutto intero il cuore di Giovannino presso le sue sorelle. Dette subito una forte stretta ai freni inibitori, e spezzò d’un colpo il suo vago idillio fatto di sguardi, di saluti e di palpiti segretissimi. Si disimpegnò dalla lezione serale, ed evitò qualsiasi occasione di rivedere la giovinetta mutando persino la strada, che soleva fare per andare al Liceo, per non passare sotto le finestre di lei. Raccolse cosí le «sue grandi ale di cigno o di aquila» (come diceva Severino) sul suo povero nido fortemente turbato. Se la sorella bramava uscire da quel nido, egli non glielo impediva, ma voleva che ne uscisse con qualche fondamento di felicità e con calma e senza dubbi su lui e sul suo affetto ch’era immutabile. Perciò con fraterna sollecitudine prese le debite informazioni sul già a lui noto pretendente, e dietro quelle l’Ida si persuase a lasciarlo al suo destino. Si capisce che fu licenziato subito anche da casa. [6] Ma quanto sofferse Giovannino nei giorni in cui rimase sospesa la decisione! Riandava con me sospirando e anche piangendo il triste e dolce tempo lontano dal giorno che ci vide per la prima volta, piccole piccole, ritornando dal collegio dopo l’assassinio del babbo, a quando ci venne a prendere per condurci nella casa che ci aveva preparato attraverso tante disdette... Cominciò tra quei ricordi una poesia che non terminò perché finí prima l’ambascia. Il piccolo frammento («Questa notte, vegliando, ho riveduto...») si riferisce al suo arrivo a Sogliano dopo la novenne sete di affetti familiari e all’ebbrezza che provò giungendo, cosí da renderlo dimentico delle lagrime, degli spasimi, della disperazione e della fame della sua misera giovinezza. È grezzo, ma io lo amo lo stesso.

La primavera era già nel suo splendore quando finirono di dileguare tutte le meteore. Uscivamo tutti come da una malattia, pieni di dolcezza per la nostra ricuperata pace e di bisogno d’aria e di sole. Perciò il primo pensiero di Giovannino fu di cambiar casa. Cercò un po’ qua e là e in fine trovò una palazzina nella stessa via Micali, che faceva per lui e per noi, bella, grande e con giardino. Però non era libera ancora, bisognava aspettare qualche settimana per andare ad abitarla. Intanto si ridestò Severino che era stato, come anche Giovannino, per lungo tempo muto. Si trovava a Palermo insegnante al Liceo ed aveva due malattie: l’una d’animo: la nostalgia; l’altra di occhi: la congiuntivite. Aspirava di venire in su e incaricava Giovannino di stare alle vedette se si fosse reso vacante un posto per lui a Pisa. Ecco la risposta di Giovannino, seguita dalla controrisposta dell’amico.

Caro Severino, e dal Bacci e da un giornale avevo appreso che tu eri malato. Ah! io sono stato ben cattivo a non scriverti prima! Eppure non ho potuto. Non è stato per mancanza di tempo, sebbene questo non mi sia abbondato, e non mi abbondi, ma per diversi struggimenti. E non ho fatto altro in questi mesi che chiamarti col desiderio a me... Da Pisa è un pezzo che non so nulla. M’informerò, sebbene mi riesca alquanto difficile ... O mio Severino, se tu avessi quel posto, dovresti stare a Livorno. Tra quindici giorni vado a stare in una casa bella, dove ci sarebbe posto per te e per la mia cognatina e per chi verrà con loro. (Poiché m’hanno, già è tempo, sussurrato non so che di germoglio). Quel mare che ci divide diventa nella fantasia un ostacolo infinito. Mi pare che tu non ci sia. E avrei tanto bisogno di te. Non comincio nemmeno a dirti in che, perché troppo lunga è la storia. Ma chi sa che non sia costretto a scrivertene ... Mio Severino, vieni dunque, appena avrai terminato.

Sarà pronta la tua stanza, e intanto nel pensiero accarezzo l’idea di metterci due lettini gemelli, affinché possa rimanere anche la signora Ida. Quante cose avremo da dirci, né tutte felici. Se poi vuoi trasportare sin d’allora i tuoi mobili, meglio ancora. In casa mia c’è posto. Sono i mobili che difettano. Cosí non pagherai pigione a Palermo, né a Livorno. Ci verrà a trovare il Bacci; avremo del suo vin santo, rivivremo la nostra vita d’un tempo. Se vuoi lezioni, ne avrai a iosa.

Un bacio, mio fratello, un bacio infinitamente affettuoso. Non vedo l’ora di vederti. Le mie sorelle ti aspettano con altrettanto desiderio. E riabbracceranno con affetto sorellevole la loro compagna di Viareggio. Addio. I miei ossequi e saluti alla tua gentilissima Ida. Cosí delle sorelle.

Tuo    Giov.

La Mariuccina ti saluta in particolare e mi dice di scriverti che presto riceverai un suo libro di versi. Dovrai ammirare, se vuoi rendere pan per focaccia.

Livorno, 2 giugno 89.

Ecco la risposta da Palermo, dove allora Severino insegnava.

Caro Giovannino, non mai tua lettera m’è giunta piú gradita. Questa mattina è venuto alla scuola l’usciere con atti verso me e la mia famiglia, per mie sciocchezze giovanili; in parte; né io so come liberarmene; ho le mani legate: e mi addolora profondamente; poi, d’ogni parte mi punge la dolorosa trafittura dei chiodi; né, perché mi sacrifichi, riesco a spuntarli: poi i miei occhi vanno cosí, e cosí e cosí – ma tu sai, dopo il dolore, come, una cosa che consoli, consoli congiungendo da vero; mi hai ridato animo, giocondità, spirito, luce ... Conserva questa lettera per non dimenticare nulla di quanto sono per dirti. Io accetto il Liceo, se c’è, se no, un Istituto Tecnico; se no, una Scuola Normale Femminile: se non c’è italiano, filosofia. Ma io qui non posso starci. Ho da tre mesi la congiuntivite: dicono che non guarirò che cambiando aria. Poi mia madre non mi lascierà certo tornar qui ... Debbo tornare in su; specialmente in Toscana; specialmente, se è libera, Pisa. Pensaci, Giovannino, Pisa: Pisa, vuol dire Livorno; saremo sempre insieme. Le nostre famiglie ora a Pisa, ora a Livorno, saranno sempre insieme. E noi?!!? quanto si potrà lavorare. Il Biagi mi scrisse che ci avrebbe stampato e benissimo pagato un trattato di metrica fatto da te e da me. Un trattato chiaro, massime di versificazioni, con buoni esempi degli antichi, con una chiarezza come io so che si potrebbe fare.

A Livorno conto di essere il 2 agosto, ove mi fermerò un dieci o dodici giorni. Mia moglie un paio, perché essa andrà alla Spezia; poi mi tornerà a prendere a Livorno e potremo divertirci qualche giorno colle cognatine, le quali noi ricordiamo e riamiamo tutti i giorni. (Conto anzi, venendo costí, di portar loro un regaluccio, ma come va; tu, solamente, fraternamente, dovresti dirmi che cosa loro darebbe nel genio ...)

La roba sarà tutta mandata a casa tua ... Mi godo che tu abbia tante stanze; vuol dire che l’anno venturo, se io sono in Toscana, ne avrò una per fare i bagni... In ogni modo io dovrò tornare per riprendere il mobilio ...

Ma perché non ti hanno mostrato i miei versi? Io senza il tuo assenso non sono tranquillo; vorrei quei tuoi unici rimproveri che medicano i miei trascorsi artistici.

Alle signorine da parte di mia moglie e mia tanti tanti tanti saluti e cose affettuose. A te saluti. Un abbraccio dal tuo aff.       SEVERINO

Saluta il buon Bacci.

Prima d’andare nella palazzina, voglio ricordare che quelle mie quisquilie, che era invitato (per ridere) ad ammirare Severino, [7] avevano allora la virtù di provocare il buon umore di Giovannino ma anche di ridestare la sua musa. Infatti via via veniva allora facendo delle ballate e dei sonetti, che cominciò quasi subito a pubblicare nella giovanissima «Vita nuova» di Firenze.

NELLA NUOVA DIMORA (LUGLIO-DICEMBRE 1889)

Finalmente una mattina sui primi di luglio, coi nostri tre compagnini, Ciribibi, un passero e la gattina, varcammo la soglia dell’ameno palazzetto. Come eravamo contenti! Pochi giorni dopo io m’ingegnavo di darne la mia impressione con questa ballatina che si ebbe il compiacimento di Giovannino.

Mio terrestre securo paradiso!

Qui lungi d’ogni vano aspro rumore

in mezzo a fiori, a lauri adolescenti

passo la vita tra gl’incantamenti

e di pace serena io nutro il cuore.

Tutto mi parla d’un arcano amore

e tutto mi rallegra d’un sorriso.

La bella palazzina però richiedeva un certo arredamento e dovemmo perciò provvedere molti mobili. Danari non c’erano, ma trovammo un negoziante della città, Adolfo Cipriani, che ci forní l’indispensabile acconsentendo il pagamento rateale di 20 lire al mese. È vero che ci strinse un laccetto col grave interesse del 7%, ma la necessità non ci fece guardare tanto a fondo nella cosa. Certamente era un tratto d’audacia il nostro, l’affrontare una pigione di 75 lire mensili e aggiungere altre spese e passività al solito bilancio. Ma Giovannino non poteva più durarla senza avere nemmeno un salottino da ricevere e un embrione di studio. Una cosa gli fu molto agra in quei momenti: l’esito infelicissimo degli esami di licenza ginnasiale del ragazzo che avevamo in casa. Suo padre, ormai convinto che per gli studi non era nato, non volle nemmeno tentare che riparasse a ottobre e lo ritirò subito. Cosí ritornava a galla la cambiale delle mille lire, fatta insieme da Giovannino e Falino nel 1887, che da più di un anno non dava noia, venendo rinnovata e regolarizzata con parte della somma che spettava a Giovannino per l’istruzione privata del ragazzo, e che sembrava, andando bene l’esame, dovesse sparire per sempre. Sarebbe stato una specie di premio, e a dir vero, se lo sarebbe meritato anche con la bocciatura. Ma pazienza! In fine si ricuperava la nostra dolce libertà di casa. E Giovannino non si perse di coraggio. Accettò un buon numero di lezioni private per il periodo delle vacanze e non trascurò la sua dolce musa. Ben presto la nuova dimora risonò della saffica Ida e Maria e, a brevi intervalli, di sonetti, ballate e altre odi. Ogni tanto questi versi, che segnavano la fine della lunga vigilia, apparivano nella «Vita nuova» dalla quale riceveva dei piccoli compensi, che però erano tanto graditi e tanto incoraggianti.

Severino con la sposa giunse ai primi d’agosto, preceduto dai mobili che trovarono comodo rifugio in un nostro stanzone vuoto. La «cognatina» ideale dormí per qualche notte con noi sorelle, in uno dei nostri letti, poi andò alla Spezia dalla sua nonna. Severino rimase da noi e si trattenne ancora per una quindicina di giorni, che furono giorni di grande lietezza per tutti. Si fecero delle colazioni, anche con altri amici, veramente ricordevoli. In quei giorni la penuria era bandita ed erano banditi i pensieri molesti e le preoccupazioni. Le serate poi erano esuberanti d’allegria. Non mancavano mai tra quelli che venivano a passare quelle ore da noi, Giovanni Marradi, poeta dall’onda distesa e armoniosa, ed Ettori Toci, fine letterato e valente traduttore di poesia inglese. I motti arguti si succedevano senza posa alimentati da qualche buon fiasco di vino che Giovannino serbava appunto per gli amici, non trovando egli nessun gusto a consumarli da solo. In compagnia però voleva la sua parte.

Il 21 di agosto partí lasciando vivo desiderio di sé. La sua partenza coincise con la morte del passerino che s’aggirava libero nella camera di Giovannino facendo in pari tempo compagnia a lui e al confratello Ciribibi sulla cui gabbia andava a dormire. Fu la prima vittima che volle il nostro nuovo soggiorno, e subito il suo padrone gli fece dei versi: « Dormi e non celi il capo irrequieto - sott’essa l’ala, il garrulo capino... ».

Ritornata la casa al consueto raccoglimento, anzi di lí a poco in una inconsueta solitudine perché rimanemmo soli Giovannino ed io, essendosi l’Ida recata a Sogliano dalla zia presso la quale si trattenne più d’un mese, egli si propose, per il tempo che ancor restava delle vacanze, un programma orario di studio che eseguiva fedelmente. Si alzava prestissimo e in quelle prime ore mattutine si occupava di lingua e letteratura e metrica tedesca. Nelle poche ore del giorno che poteva aver libere dal San Giorgio e dalle lezioni private si dedicava ai suoi amati autori latini e greci. Questi studi severi erano per prepararsi a fare dei libri scolastici che vagheggiava: e ormai credeva venuta l’ora di potervi metter mano. Serbava la sera alla meditazione poetica per la quale non aveva bisogno di segregarsi, a meno che non avesse qualche idea da maturare in silenzio, ché allora usciva dopo cena e andava in una piccola fiaschetteria pochissimo frequentata, e lí centellinando un bicchier di vino, continuava il filo del suo pensiero maturando la sua idea. Al contrario, se era ossessionato da frasi o da strofe che non gli piacevano e che voleva abbandonare per riprenderle nuove di sana pianta, allora andava nella fiaschetteria di Pilade Cipriani in Via Maggi (che anche il Carducci frequentava quando veniva per qualche giorno dalla sua Bice) dove sapeva di potersi distrarre trovandovi sempre amici e conoscenti. Tra essi i più divertenti per lui erano il Toci dalla garrula parlantina e un suo rivale in loquacità, il Tuci, che spesso avevano tra loro dei calorosi battibecchi. Rammento un motto con cui Giovannino li interruppe una sera e che ebbe gli applausi di tutti gli astanti: « Taci, Toci, tu ci secchi » che voleva dire: « Taci, Toci; Tuci, secchi ». Ritornava poi a casa pieno di buon umore, indugiandosi ancora con me che l’aspettavo, ora dicendomi qualche nuova poesia terminata fuori (sono di quel tempo I gattici, La vite e il cavolo, Nel parco ed altre) ora raccontandomi aneddoti e ora leggendo i versattoli che io per passatempo scrivevo nella sua assenza. Una volta che io stavo scribacchiando una poesia (A sera: « Come tremo nella sera, così sola... ») egli m’aiutò a terminarla cosí: « Egli torna... Suona... Oh! dolci, dopo tanto — palpitare, abbracciamenti »; ma volle che ponessi una nota a quel «dopo tanto», cioè «una mezz’ora che si prende, per isgranchirsi le gambe...»; poi aggiunse questi versi:

Mariuccia, Mariuccina, stupidina;

ecco, io guardo sotto il letto;

puoi dormire queta sino a domattina

che costí non c’è il folletto.             27 ottobre 1889

Sono certo indiscreta con queste mie nullità; ma non le ricordo se non per sostare a quando a quando con ricordi del tempo nella dolce via trascorsa con lui.

Il bilancio di casa, non ostante la forte pigione e gl’impegni derivanti dal nuovo soggiorno, a forza di lezioni private e di rigorosa economia (fuori che nei riguardi amichevoli) si andava man mano equilibrando. C’era però un punto nero che ottenebrava Giovannino: la cambiale delle mille lire per la quale non era pronto e non poteva contare, nemmeno per la sua parte, su Falino che sembrava anche piú imbarazzato di lui sebbene tra le ricchezze tanto decantate della moglie. Pensando e ripensando a un mezzo per uscire definitivamente da quella passività, si fermò sopra un invito che fin dal novembre dell’anno avanti aveva ricevuto da Guido Biagi di fare il commento a una scelta di prose del Firenzuola per la «Biblioteca dei classici italiani» diretta dal Carducci ed edita dal Sansoni. L’invito non l’aveva ricusato, ma non aveva ancora fatto niente anche perché il Firenzuola non era di suo gusto. Scrisse il 24 novembre al Carducci, avanzando la proposta di cambiare il Firenzuola con l’Odissea tradotta dal Pindemonte, che era nel programma e che non risultava assegnata ad altri. Del cambio perciò non dubitava, e sperava anzi che gli venisse offerto un buon anticipo, sebbene fosse stabilito che il compenso sarebbe venuto a lavoro terminato. Il Carducci poco dopo, il 26, gli scrisse:

Caro Pascoli, sta bene per l’Odissea. Avanti dunque con sollecitudine e giudizio. Tante cose alle sorelle. Salutami anche Bevilacqua al quale dirai che non dimenticai di fare quel che potevo. Addio.

Tuo             GIOSUE CARDUCCI

Ma dell’anticipo che a lui sembrava cosí naturale che gli dovessero offrire, perché sapevano la sua vita faticosa e povera, nessuno gli disse mai nulla; sicché conoscendo che quel lavoro tornava inutile per il suo fine, e di più gl’impediva di profittare delle risorse che via via gli capitavano e che gli occorrevano per andare avanti dopo qualche mese, quando aveva già fatto i suoi preparativi e aveva capito che non avrebbe fatto cosa indegna confortato anche dal parere di Severino, con un pretesto declinò l’incarico e il Pindemonte fu assegnato a un altro. [8]

Ora un breve cenno dei giorni che si festeggiavano in casa nostra. Naturalmente, tra le feste sacre, il Natale e la Pasqua di Resurrezione tenevano il primo posto e per il loro profondo senso religioso e per le loro tante tradizioni, anche di cibi, alle quali Giovannino era attaccatissimo. Venivano poi la Pentecoste e il Corpus Domini che erano, specialmente il Corpus Domini, pieni di ricordi, che è quanto dire di poesia... Altre ancora se ne festeggiavano di sacre, dirò anzi che non ce ne passava nessuna inosservata. Tra le familiari la più solenne e riconosciuta, anche dagli amici e dagli alunni con fiori ed altri doni, era quella di San Giovanni al 24 di giugno; ma la più intima e la più tenera era quella del 31 dicembre anniversario della nascita di Giovannino. Per me queste due feste, che si distanziavano sei mesi l’una dall’altra, segnavano come due mete. Tra esse poi si rincorrevano lietamente il 3 maggio, dolce anniversario della nostra unione fraterna, e gli onomastici e i compleanni di noi sorelle. Come si godeva Giovannino! come si compiaceva di quei tuffi nell’onda ristoratrice degli affetti familiari! E cercava di renderli più numerosi: per esempio, i miei onomastici crescevano di continuo fin che si ridussero a essere tanti quante sono le feste della Madonna. Il 31 dicembre di quell’anno, che nella prima metà si mostrò alquanto meteorico e nella seconda molto placido, fu suggellato col primo sonetto degli Anniversari, pieno della tenerezza accorata del figlio per la sua mamma.

Sono piú di trent’anni, e di quest’ore,

mamma, tu con dolor m’hai partorito...

E passammo serenamente commossi al 1890, tra la gaia compagnia dei nostri uccellini che già in buon numero dalle loro gabbiette riempivano di canti il giardino e la casa. Non li avevamo imprigionati noi; li aveva comprati Giovannino da un venditore per sottrarli a una sorte incerta. Ciribibi coi nuovi fratellini non si trovò menomato; rimase sempre il cocco e conservò il suo diritto di dormire nella camera del padrone. Il rosignolo stava nello studio e i bengalini nel salottino da pranzo, e molti altri in anticamera. S’intende di notte perché di giorno li allineavamo tutti in giardino. Un’arca di Noè? No: un piccolo, felice paradiso terrestre. [9]

AVANTI CON CORAGGIO (1890)

Dal 1886 non si erano più ricordati di lui al Ministero dell’Istruzione per fargli fare un altro passo nella carriera; e sí ch’egli adempiva il suo dovere d’insegnante come ben pochi. Mai che si prendesse, anche quando non si sentiva bene, qualche ora di riposo! Finalmente nel marzo gli venne la promozione per merito a titolare di 2a classe con lo stipendio di 2400 lire. Il fausto avvenimento gli fu comunicato subito con una cartolina a quattro mani.

Bologna, 6 marzo 90.

Caro Giovannino. Ti do la buona notizia che sei stato promosso di grado con aumento di stipendio. Consolati dunque e non disperare.    GIULIO GNACCARINI

Io, Severino, ti saluto e saluto le dolci sorelle.    Tuo SEVERINO FERRARI

O Pascolino, ti saluto.      GIOSUE CARDUCCI

Saluto te e famiglia. Tuo     TEOBALDO BUGGINI

In verità l’aumento di circa 200 lire annue era assai buono per poveri come noi, e Giovannino ne fu lieto e ne scrisse soddisfatto a Severino (però la lettera non c’è) il quale cosí gli rispondeva da Modena, dove quest’anno insegnava, l’11 di marzo.

 Giovanni, a me la tua titolarità fece molto piacere:  sapevo che ti avrebbe incoraggiato (ve’ se ti contenti di poco). Lessi un tuo bellissimo sonetto, Il bove, mirabile di fantasia e di elocuzione perfettissima, poi poesia vera e alata.

Io ho dovuto oltre il lavoro per il Sansoni addossarmi pure un’antologia per lo Zanichelli, ché si è alla porta co’ sassi. Tante cose alle gentilissime. Un abbraccio a te dal tuo     SEVERINO

Veramente alla porta coi sassi ci eravamo noi e la titolarità poco contava. Era un pezzetto che Giovannino non parlava della cambiale che doveva scadere in aprile, e noi sorelle vedendolo tranquillo pensavamo che avesse potuto ottenere di rinnovarla ancora. Ma una di quelle mattine di aprile, mentre l’attendevamo per la colazione meridiana egli ci mandò questo biglietto:

Care sorelle, sono a colazione fuori. Mandatemi per questo ragazzo, ve qualche cosa è arrivata al mio indirizzo, s’intende se è cosa da esser chiusa in busta. Non posso venire a casa che dopo il S. Giorgio. State allegre. Verranno dei tordi prima di sera.       GIOVANNI

Non era giunto niente; ma noi corremmo subito col pensiero alla cambiale. La sera appena lo vedemmo capimmo, sebbene si mostrasse disinvolto, che qualche cosa ci doveva essere stato. Gli fummo subito intorno con un’infinità di domande che lo costrinsero a raccontarci tutto. Come noi avevamo immaginato, giorni prima aveva scritto al garante dell’effetto, Pilade Mascelli, chiedendo un altro rinvio per il pagamento totale. Ma il Mascelli si era recato quella mattina da Firenze a Livorno, niente affatto disposto ad acconsentire. Poi per sommo favore si era indotto a una brevissima proroga, non rammento se di un mese o due. Intanto occorrendo qualche spesa per quella proroga e non trovandosi Giovannino che poche lire in tasca, dovette dare il suo orologio da impegnare. Era un orologetto d’oro che aveva avuto come compenso per una lezione privata d’italiano e che rappresentava l’adempimento di un suo antico sogno. Non so dire la disperazione e il pianto di noi due! Ma perché non mandare a prendere i soldi a casa e lasciarsi piuttosto portar via l’orologio? Non aveva voluto metterci in pensiero. Senz’indugio l’Ida trasse dalla non forte cassa di famiglia la somma che bisognava e scrisse essa stessa al Mascelli per il ritorno immediato del caro oggetto. Ritornò, sí, subito, ma non volle piú andar bene e dovemmo per forza cambiarlo con un altro orologio di volgare metallo. Questa è la storia del primo ed ultimo orologio d’oro che ebbe Giovannino.

C’era poi da prendere di mira la terribile prossima scadenza. Calcolammo che circa 300 lire si sarebbero potute destinare a quel fine con le entrate di un mese; ma che erano in confronto delle mille che ci volevano? Ebbene, dicemmo a Giovannino che lui non pensasse a niente, che lasciasse fare a noi. «Ma come volete fare?» diceva. «Vedrai che ci riusciamo». Mandammo sollecitamente la donna che avevamo a mezzo servizio (una buona e fidata donna) con tutti i gioielli della nostra mamma, al Monte di Pietà. Ne ricavammo tanto da arrivare con le trecento a ottocento lire. Eravamo un pezzo avanti; ma le duecento che mancavano dove trovarle? Un giorno mentre Giovannino era a scuola, noi due facemmo un tentativo. Andammo da un vecchio signore, che spesso veniva in casa trattandoci tutti e tre molto paternamente, e gli esponemmo con grande rossore il nostro caso chiedendogli consiglio. Egli che conosceva per conto suo certe necessità, ci suggerí il modo che per solito usava lui, di ricorrere cioè a un usuraio.

Sapevamo che Giovannino era contrario a questi mezzi; ma come fare? Non c’era altra via. E ci decidemmo per l’usuraio. Il buon signore ce lo trovò, fece i patti e ce lo mandò a casa. Potemmo cosí compire le mille lire. Quando Giovannino seppe la cosa, oh! non ci rimproverò, no davvero! si commosse fino alle lagrime e ci abbracciò con tutta la sua tenerezza.

Ogni mese quello strozzino nel giorno e nell’ora stabiliti veniva a casa con grande gravità a prendere la rata pattuita di venti lire, e appena avutala se ne andava senza parole tra un aspro scricchiolio di scarpe. Sul finire delle vacanze potemmo dargli tutto in una volta quello che restava ad avere e cosí ci togliemmo quell’ingrata visita. Giovannino non lo vide mai.

Con le mille lire pronte attendemmo impazienti l’ora di pagare. E una mattina ecco un fattorino di Banca che chiedeva del prof. Pascoli. «Non c’è» gli rispondemmo noi «ma è lo stesso.» Entrò, aperse la borsetta, ne estrasse una carta e ce la presentò. «Ah!» E via una di noi di corsa a prendere i soldi. Glieli mettemmo con grande indifferenza gli uni sugli altri come se si trattasse di nulla. Sul mezzogiorno, quando ritornò Giovannino, che esplosione di gioia La cambiale estinta svolazzava tra le nostre mani. Quanti baci ci dette ! Come ci amò per quella nostra ardita prestazione!

Nel frattempo si erano seguite da Modena care lettere di Severino, promettendo di venire a Livorno dalle «Serafine», lui che era... «un Seferino». E notava: «Si vede che nonti ho lodato abbastanza per il bove; giacché non mi hai risposto ».

Questo il 20 aprile; e ancora il 7 maggio:

Caro Giovannino, hai avuto il pacco? Per carità mandarvi quelle bozze, mi basta una nota arguta a occhi-pietosa, a che corrisponde nei greci; dico a che modo: grammaticale? è una sola parola? In che differisce dal riccaddobbata e dall’oricrinita del Chiabrera? In fondo in fondo è un accusativo di relazione. Almeno una cartolina: debbo tirare il foglio. Capisco che hai molto da fare. Tuo    SEVERINO

E poi ancora questa lettera con un dolce canto a un lucherino suo, a cui aveva posto con fraterna simpatia il nome del nostro fanello, Ciribibi.

Caro Giovannino, il Marradi mi scrive amorevolmente lagnandosi che tu non gli hai detto se abbia gradito la sua dedica (non precisamente cosí: indovino), io gli ho risposto che da parte tua non è maraviglia, ed io potrei informare. Ma mi preme qualcosa di meglio. Quali patti facciamo se – ormai siamo alla porta coi sassi – io verrò a Livorno, e ci starò un mese (23 luglio - 23 agosto)? Io veramente... di’ tu. Se tu non dici nulla, io mi riterrò svitato: ma appunto non vorrei essere totalmente invitato: a carico tuo. Questo per me, ché so ben che tu andrai in bestia; e le tue sorelline cortesi diranno che son matto. Come ti va? Il Carducci è venuto a Livorno? Bevi? hai piú intaccato il mio vino; che me ne sa ancor male quando ripenso a quei venti fiaschi ridotti a tre; e Giosue non voglia che ancora quei tre...

A CIRIBIBI

Del canto si consola

se il sol ride alla stanza:

sí come agile spola

tesse perpetua danza.

Sento l’anima mia

passar nel picciol petto:

di nuova poesia

ho pieno l’intelletto.

Sul suo canto agli azzurri

volo tepenti e belli:

ove tanti sussurri

s’odono d’altri uccelli.

Sentiamo in alto aulire

ai fior misti i pomari:

udiam boschi stormire,

cantan ruscelli e mari:

vediamo le colline

confondersi coi lidi:

le città piccoline

paiono tanti nidi:

e per l’alte contrade

del cielo senza fondo

smarrisconsi le strade

 di ritornare al mondo.

Quando verrò ti farò ridere d’avanzo con dei curiosi aneddoti e dei motti nuovi che ho accattati qui.

A proposito: vuoi un salame? sí o no – non ti si spedisce solo pel timore che ti abbiano già rotto le tasche i salami; ma se preferisci qualche altro lacchezzo di questo paese, io te lo manderò volentieri, ché in cantina c’è roba di qui (p. es. delle bottiglie già piene). Amami. Tuo aff.mo     SEVERINO

Tanti saluti da mia moglie e da me alle signorine. Signorine, mi raccomando a loro perché il signor biasimato fratello d’armi non faccia il poltrone, ma scriva un rigo: ché ne avrei proprio bisogno di un po’ d’aria.

Ecco una risposta assai esauriente e bellissima. [10]

Caro Severino, ecco i rumori del momento: una gallina che schiamazza, Ciribibi che fa cio cio, il lucherino che cigola, la capinera che studia, il fringuello che fa il grillo e poi spinciona e poi canta «francesco mio», una pecorina che bela nella villa vicina. Con tutto ciò è silenzio. Sono le due della sera: tutti gli alberi illuminati e appena pezzati d’ombre cupe, quasi immobili: qualche pioppo, altissimo, fa il suo solito plauso di non so che manine.

E per l’alte contrade

del cielo senza fondo

smarrisconsi le strade

di ritornare al mondo.

È il Corpus Domini. Che giornata a Urbino! Era il giorno che si spogliavano le ginestre e ne empivamo i fazzoletti per far tappeti e ghirigori, in quelle belle strade di montagna, coi rosolacci. Chi s’aspettava in quei cantucci silenziosi, pieni di quercie e di cornioli? Di lí a poco passava, tutt’al più un asino con l’asinaio. Ho il cuore pieno di tenerezza, oggi; è vacanza.

Ho indugiato a scriverti, per non scriverti in fretta e in furia, come te. Sai che qualche giorno sto fuori dalle 7½ del mattino alle 5/2 della sera? E voglio dirti, con tutto comodo, il mio e nostro entusiasmo di averti qua. L’anno passato era dolce: quest’anno dolcissimo. Si pianta e si semina a tua intenzione. Piú avremmo fatto se non avessimo avuto un rude pagamento, condotto felicemente a termine, mercé l’attiva cooperazione delle sorelle. Ora andiamo bene e, si può dire, io mi preparo a cominciare a vivere. Il tuo mese ci pare un po’ pochino: dovresti venir prima (ma forse gli esami non ti lasceranno venire) e andar via dopo. Ma in ogni modo ci contenteremo. Quanti bei discorsi faremo! Io appunto tutto, perché sono digiuno da un pezzo. Concreteremo il giornale. Dunque il 23, se non prima.

Carducci fu qua e venne a farci il grande onore. Io avevo invitato il Bacci e il Setti; Maecenas adduxerat umbram, il Bevilvino e il ponce. Facemmo come meglio potemmo: i due Pisani furono molto contenti: la sola Mariuccina rimase male quando fece il conto... di cantina. Mancavano all’appello un fiasco di Massa e uno di Rufina, uno e mezzo di Samontana, diverse bottiglie di Sangiovese, la bottiglia di Bordeaux. (Ne abbiamo conservato un fondicino per la signora Ida). Una strage. «Che cosa dirà Severino» esclamava la Mariuccina «che gli hanno bevuto tutto il suo vino? » E si mangiò il tuo salame: la mattina non era piú nulla. Sicché... Il Carducci disse che sarebbe venuto volentieri il 15 o 14 luglio, con te. Magari; ma tu non potrai. D’altra parte io ho mille volte, anzi un numero infinito di volte, piú gioia di te, che di lui. Lui, lo ammiro – qualche volta – te ti ammiro sempre e ti voglio bene. Ecco.

Per San Giovanni verrà forse il Setti, certo il Bocci. Sarà una pregustazione della gran felicità, quando ci sarai tu, che qualche volta ti faremo un contorno di... amici. Oh! felicità! Per S. Giovanni, se ho un tuo salame, lo incigno. Ma non privartene: solo se ne hai d’avanzo.

Ho mandato quattro pezzi nuovi (due sonetti tra gli altri) all’Orvieto. Mi pagano a 5 lire l’uno: quando sono madriali, torcono il niffolo, perché sono cortini. Di quella tua bozza non potei far nulla, perché un giorno che cercai per fare la nota, non la trovai piú. Faccio una vita troppo arruffata. Del resto s’intende che è un accusativo di relazione come πόδας ὠχὺς Ἀχιλλεύς, e altri.

Il Tasso? Ah! In compenso mi sono tenuto un tuo Cortegiano.

Del Marradi... Il fatto è che tu mi conosci: chi mi fa una gentilezza mi mette molto in imbarazzo, perché ho sempre paura di non mostrarmene abbastanza riconoscente. Sto escogitando il modo di mostrargli la mia gratitudine e ammirazione infinite. Speriamo di trovare. Il Carducci, a casa mia, quella sera lo lodò molto né s’interruppe col classico: «Un po’ di quel dolcissimo – Sangiovese!». No, disse, impuntando un po’ colla lingua, ma disse molte cose in fine. «Il Marradi sa, davvero, ricreare tutto ciò che vede, e fantasticamente e, in ispecie, musicalmente. Gli è un vero poeta» e simili cose.

E bevve: ei bevve, come si suol bere

allor che dell’altrui vino si beve.

All’ultimo, volle il ponce. Poi nel momento del congedo, s’era tutti in piedi, Bevilponce, Enotrio e io. Domando alle sorelle il surtout, che è frescolino». «Si, già» dice anche Enotrio: «oh! dov’è il mio? Bevilacqua, l’ho pur portato anch’io il surtout. Dove l’hai messo? »

L’aveva indosso.

Mariú rise cogli occhi, ma l’Ida credo stesse per uscire in una grande risata sonora.

Le sorelle baciano e abbracciano la cara loro Ida. Presto la rivedranno e saranno felici. E io bacio e abbraccio te, mio infinitamente caro fratello, col cuore squillante dalla gioia per essere cosí vicino a rivederti. Poi voglio venire alla festa dell’Alberino. Salutami una bottiglia di Lambrusco, che è l’amico piú caro che io abbia a Modena. Tuo    GIOVANNI

I miei saluti (s’intendevano eh?) alla signora Ida. E mille auguri di felicità.           Gio. PASCOLI

Livorno, 5 giugno 90

Perché non t’abbia a spaventare di troppo (è una cosa che ti dico per premura delle sorelle) restano in cantina 10 fiaschi di Sangioveseottimo e uno di Siracusa. Poi speriamo di fornircene dell’altro, non da Orazio, però, e sei bottiglie buone.

Ricordo molto bene quel dolce pomeriggio del 5 giugno in cui egli scrisse quella lettera. Ero come di solito nel suo studio con lui e, poiché non me lo vietava, seguivo con gli occhi ciò che scriveva. A un tratto cominciò ad affrettarsi dicendo: «Ho un’ispirazione!» Il germe gli era già venuto gettato nella prima parte della lettera; si trattava di farlo germogliare. Ed ecco che, a un soave doppio di campane ondeggiante nella tranquillità del cielo e della terra, egli si volse a me e con voce commossa e sommessa declamò:

Odi, sorella, come note al cuore

quelle nel vespro tinnule campane

empiono l’aria quasi di sonore

grida lontane?

Era l’ode Campane a sera che nasceva in quel momento. La delineò tutta in quel giorno; poi la lasciò in riposo, fin che non ebbe tempo di eseguirla e di limarla a suo piacere. Nell’ottobre fu pubblicata nel n. 42 della «Vita Nuova».

L’amico Marradi si era lagnato anche direttamente con Giovannino con una lettera del 12 maggio, da Siena, e non aveva torto. Gli aveva diretto una serie di ottave molto pregevoli dal titolo Epistola senese [11] ed egli non gli aveva dato alcun riscontro. Non già perché non avesse gradito il gentile pensiero, ma perché gli era mancato il tempo, non volendo solo ringraziare ma anche ricambiare. Il che non gli fu mai possibile essendo per lui cattivissimo conduttore di poesia l’«obbligo» e nemica acerrima l’aspettazione.

Se poi, dietro le parole di Severino, Giovannino gli scrivesse, non rammento. Ad ogni modo il Marradi non tardò molto a sapere ciò che desiderava, perché, nelle vacanze ch’egli passava a Livorno, era quasi tutte le sere da noi, e la visita del Carducci fu il tema di molte conversazioni.

Le vacanze furono per Giovannino piene di faticoso lavoro. Si era addossato non so quante ripetizioni per poter uscire dallo squilibrio in cui ci aveva gettato il «rude pagamento». Anche il mese che passò con noi Severino fu egualmente laborioso. Lavorava anche lui sebbene in altro modo: commentava dei libri per le scuole; cosa che non poteva ancor fare Giovannino. Tuttavia era lietissimo e dava qualche ora anche alla poesia. Approntò un gruppetto di vari canti, alcuni freschi freschi, e col titolo di Myricae li mandò alla «Vita Nuova» perché li pubblicasse nel numero del 10 agosto, cominciando cosí a trarre dal silenzio la data funesta e sacra della famiglia. Il suo pensiero dominante era sempre quell’atroce delitto impunito.

Talora però i due amici, annidati nello studio, trovavano i motivi anche per divertirsi, specialmente le domeniche che non c’erano lezioni private. Si sentivano le loro allegre risate per tutta la casa. Una volta, che era mai? sembrava che restassero senza respiro, sembrava quasi che singhiozzassero. L’Ida e io andammo a vedere. Eran dietro a fare la caricatura in versi a una novella del Bacci. L’elegante «prosetta» fu conciata per le feste. Ne ricavarono un mucchio di controsensi e di non sensi. Per esempio, la novella raccontava di un giovane principe ultimo superstite della sua casa che aveva però moglie e una bimba. Ed essi: «Il prence era baldo e piacente - con lui si spengea la sua gente ». E giù a ridere. Ma coi pochi versi che rammento qua e là non è possibile ch’io possa dare un’idea di quel carnevale. Poi quella loro ragazzata la mandarono al Bacci stesso che fu costretto a riderne anche lui, sebbene fosse fin d’allora molto serio e grave. Giovannino fece in quei giorni anche, sempre all’indirizzo del Bacci, un epigramma. Non ha nulla d’irriverente; mostra solo il buon umore dei due poveri amici cosí immaturamente rapiti alla dolce vita.

È questi Orazio il giovane, toscano.

La musa lo gettò nella prosetta,

ch’ei non vincesse il satiro sovrano,

e gli die’ stile d’or, lingua perfetta;

e un discorsone gli dettò, per fare

ch’ei non scrivesse il Carmen saeculare.

Per solito uscivano a far due passi arrivando fino a Piazza Cavour tre volte al giorno: la mattina dopo il caffè, sul mezzogiorno prima di colazione e la sera prima di cena. Quasi sempre tornavano a casa con qualche cosa per noi sorelle, o frutta fresca, o un dolce o qualche pasta. Erano cose che comparivano poi a tavola e si mangiavano insieme tutti.

Le colazioni «con contorno di amici» furono anche più frequenti dell’anno avanti, e cosí pure le allegre serate. Avevamo fatto una buona rimessa di vini, tra cui dell’eccellente Lambrusco che formava la delizia del Marradi. Perché si possano intendere certe allusioni che si troveranno in seguito in alcune lettere, accennerò a una sorgente d’ilarità che fu tra le più inesauribili. Il Toci aveva da poco pubblicato una ben fatta antologia italiana corredandola di genialissime note. Ma chi sa come? gli erano sfuggite due strane spiegazioni: «Morione, specie di stocco; Melangola, sorta di popone ». Il povero Toci non ebbe più pace! i motti lo assalivano da tutte le parti. Non si mostrava però offeso; anzi rideva di cuore anche lui e spesso sembrava che si offrisse quasi a bersaglio. Entrando in casa, estraeva di sotto la giacca un lungo cartoccio ed esclamava:

È permesso a una bottiglia

salutar questa famiglia?

«Il morione, il morione!» gridavano i due amici. «Avanti, avanti! il morione, il morione!» Era sempre una bottiglia di vino di Capri che portava, e si può capire che non era un vino da farli chetare.

Partendo Severino scrisse sul mio albo questa poesia:

La gentil cameretta ecco abbandono

che dire mi senti: « felice io sono!»

Lascio la casa delle Mani d’oro

la bella casa e l’orticel canoro.

Se da lontano io pensi a voi commosso,

udirete tinnire il pettirosso.

Forse verrà dal torpido Alberino

col fratello a parlare il lugherino.

Gli parlerà di lunga cortesia

udita a lungo nella casa mia:

la cortesia ch’è di Romagna vanto

ov’è ferreo l’amore e l’odio santo.

SEVERINO FERRARI

partendo il 24 d’agosto del 1890 da casa Pascoli. Livorno, via Micali 4 bis - ore 3.15 di sera.

Il dolcissimo saluto non persuase Giovannino nelle ultime due parole. Diceva che l’odio in Romagna non è davvero «santo», che è al contrario cieco e brutale, e che specialmente per la nostra famiglia si era cosí rivelato lasciandone conseguenze per sempre funeste.

Da casa sua, Severino, pieno ancora di reminiscenze del suo soggiorno tra noi, e degli echi degli intercalari che usava di continuo il Toci conversando, quali p.e.: «Tu mi dirai... io ti rispondo... alla grazia!» scriveva:

Amico mio, volevo trovare un momento buono e lieto per iscriverti; ma non venendo, faccio di necessità virtú e ti scrivo alla meglio. Ossia aggrondato. Per ringraziarti: ma che dirti? che dirti a nome mio, di mia moglie, di tutti i miei, a te e alle tue gentilissime ed ottime sorelle? Tu mi dirai: «Via di’ qualche cosa». «Alla grazia!» rispondo io; « da che parte rifarmi?» Debbo cominciare dalla larga ospitalità e dalla commovente affezione? Dagli aiuti negli studi e dalle consolazioni dell’animo? Da te o dalle sorelle? Basta

a me dinanzi

precinto dal solenne arco dei cieli

vedo un ampio teatro,

come dice l’Aleardi, pieno di pioppi, di case, di olmi e di siepi, ma non vedo te, né altri, e neppure il carissimo Toci con la sua bottiglia.

È il 14 la festa della signorina Maria? Un rigo.

Ti voglio mandare dei tartufi, che ti ci sguazzi dentro come io mi sguazzai nel tuo vino.

Saluta caramente il nostro Marradi, e non dimenticare di ricordarmi al Toci e al Morais. Di nuovo tante cose alle signorine. Tuo

SEVERINO

San Pietro Capofiume, 30 agosto 90

Quell’anno i natalizi delle sorelle furono da Giovannino più riccamente festeggiati che nel passato. All’Ida, che era la massaia e a cui si era sciupato l’orologio d’argento che egli le aveva donato appena ci prese con sé, offrí il 22 ottobre un orologio d’oro associando anche me, in una poesia, nell’offerta. A me, il 1° novembre, fece fare, d’accordo con l’Ida, un anellino con quattro diamanti di un antico anello della mamma nostra, e tutti e due insieme me lo presentarono con dei versi, già da me inclusi in Poesie varie (« Son quattro diamanti... »).

Alla fin d’anno, a forza di lavoro aspro e tenace, riuscí a rimetter in casa tutti gli oggetti impegnati. E fummo tutti molto soddisfatti del gran passo che avevamo fatto. Il 31 dicembre 1890, nell’intimità della cena della sua dolce festa, ci lesse col pianto nella voce il sonetto di Anniversario che aveva fatto quel giorno: «Sappi - e forse lo sai, nel camposanto - ... »: in esso è trasfuso tutto il suo soave sentimento per noi.

PLACIDO - LE « MYRICAE » PASCOLI E IL MAESTRO (1890-91)

Placido, il cuginetto che nella sua prima infanzia si era più volte divertito con Giovannino quando questi si recava a Sogliano a ritrovare le sorelle, era già licenziato dalle elementari e non poteva, a motivo dei dissesti della sua famiglia, essere mandato fuori per continuare negli studi. Anche noi eravamo poveri e ciò che avrebbe potuto portarci un vero benessere era purtroppo incagliato presso la nonna di lui. Pure, riflettendo che la presenza di quella creatura alla nostra mensa non poteva essere di grande sconquasso nel nostro bilancio, ci decidemmo di prenderlo con noi per farlo studiare.

All’Ida lasciammo la soddisfazione di andarlo a prendere. Intanto Giovannino ed io con l’animo pieno d’intima contentezza per essere in grado, non ostante la nostra miseriola, di fare una buona azione, andammo insieme dal nostro mobiliere, col quale avevamo il conto aperto, a scegliergli un bel lettino con la sua Madonnina da capo e alcuni mobili di prima necessità, affinché al suo giungere fosse ben pronta la cameretta a lui destinata. E nel marzo entrò in casa nostra fiducioso e beato. Aveva dieci anni, era ingenuo, affettuoso e placido come voleva il suo nome. Gli si aprivano nel viso, d’una bianchezza trasparente, due grandi occhi color mare rare «coi quali chiedeva perdono - di vivere, d’esserci anch’esso». C’era in tutto il suo fare fanciullesco qualcosa che moveva a pietà, qualcosa che sembrava non dovesse concedergli la vita, la vita che proprio allora acquistava la possibilità di divenirgli buona.

L’Ida assunse verso di lui le funzioni materne tra cui quella dolcissima di recarsi la sera al suo letto a fargli dire le orazioni. Quanta poesia si diffondeva nella casa al sussurrio lene che veniva da quella stanzetta! Ed io rimasi la mamma di Giovannino, con le mie cure verso di lui molto accresciute. E cominciai anche presso il suo letto a dire qualche preghiera, che egli ripeteva tenendomi un braccio intorno al collo proprio come un figliolo. Al mattino poi era lui che veniva presso il mio letto portandomi la prima tazzina di caffè che spillava dalla macchinetta che teneva in camera.

Subito ci demmo attorno per la scuola del bimbo: quella toccava a Giovannino e a me. Fino all’ottobre gl’insegnammo privatamente. Brevi e spesse erano le lezioni ottenendo cosí due vantaggi, l’uno di non stancare il bimbo e lasciarlo via via ai suoi trastulli; l’altro di non impiegare per lui se non i ritagli di tempo di cui poteva disporre Giovannino. Da principio lo rafforzò nella grammatica italiana, poi passò a quella latina, con un metodo nuovo e accelerato, chiarissimo. Declinazioni a modo suo, coi casi diretti separati dagli obliqui; regole scritte da sé, anticipando le piú difficili; coniugazione contemporanea dei verbi regolari ed irregolari, con esercizi che comprendevano un po’ di tutto. Non voleva mettere senz’altro lo scolaretto sulla strada piana, voleva che s’abituasse agli scogli che, quando giungono inaspettati, possono far perdere il coraggio e l’amore per lo studio. Infatti a Placido questo non ebbe a succedere mai. Le difficoltà gli divennero familiari, ed era piú facile che gli mancasse il piede nel terreno regolare di quello che inciampasse nei sassi per quanto nascosti e dissimulati. Nei componimenti italiani era molto meschino, mancava di fantasia e aveva un vocabolario molto ristretto: cosa che succede a quelli che sono abituati al dialetto e che credono di doverlo nella scuola abbandonare del tutto per esprimere le loro idee. Giovannino non la intendeva cosí. Si capisce che si deve scrivere più che si può il corretto italiano; ma ciò viene da sé col tempo. I bimbi devono essere messi in libertà di esprimersi come possono, come sanno. Per trasfondergli le idee e addestrarlo a svolgerle con larghezza, Giovannino, dopo avergli corretto il lavoro dai semplici errori, glielo rifaceva del tutto lui sotto i suoi occhi, ragionando su tutto ciò che scriveva e facendogli osservare in quanti modi si poteva dire una stessa cosa. Poi glielo faceva confrontare col suo. Il profitto era sensibilissimo. Di pari passo seguivano le altre materie, comprese le scienze. Per queste però, due mesi avanti gli esami, gli prese un abile ripetitore, un suo caro alunno, Gustavo Lusena, che lo mise in regola col programma. A ottobre avemmo la consolazione di vederlo ammesso alla 3a ginnasiale che seguí pubblica-mente facendosi onore, non senza però gli amorevoli soccorsi del suo protettore, specialmente nei troppi e troppo lunghi compiti che gli davano da fare a casa. Di ciò dava notizia all’amico più intimo il 28 maggio.

Caro Severino, col tornare della bella stagione ricomincio non a pensare a te ma a desiderarti a spasimarti vicino. Oh! vieni anche quest’anno! ... Quest’anno ho molto piú libri e molta piú prosperità e meno malinconia e meno lavoro noioso. Procurerò anche dell’ottimo vino. Cipriani ne ha dell’eccellente ... Ho acquistato, per forza quasi, un libro magnifico: P. VIRGILII MARONIS — Bucolica Georgica et Aeneis — ex codice Mediceo Laurentiano descripta — ab Antonio Ambrogi Fiorentino S. F. etc. etc. etc.; 4 volumi; l’ultimo di frammenti e incisioni. È esemplare magnifico, legato splendidamente in pergamena, intonso, s’intende etc. Mi fai il piacere d’informarti quanto ne sia il valore in quattrini? Se supera di molto quello che ci ho speso io, lo rivendo e ne faccio libri piú spiccioli, piú umili e piú utili. Fai presto.

Io ho preso in casa il figliuolo bambino del mio cugino David, e nepotino della mia buona zia. La zia è quasi alla miseria; il cugino c’è già. Ho preso il bimbo per tirarlo su meglio che non sarebbe venuto a Sogliano e fare un po’ di bene alla sorella della mia mamma. Però ho comprato per lui il lettino e il resto. Sicché la tua camera è sempre a tua disposizione; anzi sarà meglio, perché avrà anche la tenda e lo studiolo nuovo. È sempre detta la camera di Severino.

Il pettirosso morí presto annegato nella vasca dell’acqua. Noi da un pezzo non lo udiamo tinnire. Però abbiamo sentito i tuoi salami e cotechini. Come sei buono, o nostro caro fratello. Vieni vieni.

La mamma sta bene? La signora Ida? Visidori? Bada, carino: io non scrivo, ma penso sempre a voi altri: io vi voglio veramente bene. Ho fatto anche testamento e c’è per te dei legati e dei carichi. Bada però che non ho melanconie: adesso studio molto, cioè studio tutto il tempo che strappo alle lezioni. Spero presto d’emanciparmi. Allora sí! Tu scrivi? Il maestro disse che facevi libri scolastici.

Degli studenti... Io volevo scriverti, ma è troppo lungo ragionare. La conclusione è che si dà prova d’animo civile e umano a non occuparsi di politica. La politica è fatta per i malvagi. Bisogna occuparci volo di questioni sociali. Crispi? Bandiere? Circoli? Sudiciume. E un ἀοιδός.Vis e un vates deve rifuggirne come dalla peste.

Caro Severino, un bacio. Saluta la Ida, anche per l’Ida e Maria e per Placido (il mio bimbo) e vieni presto. Tuo          GIOVANNI

Il libro «magnifico» di Virgilio l’aveva acquistato dal suo collega Ercole Bottari che l’aveva vinto a una lotteria con due lire. Quando Giovannino glielo vide e capí che se ne sarebbe disfatto, immaginando che per due lire che costava a lui non fosse per fargli un prezzo da libraio, si offrí di comprarlo. Il Bottari gli chiese vicino a cento lire. Non s’arrischiò di tornare indietro e lo prese pagandolo in diverse rate; tuttora fa parte della sua piccola biblioteca. Come era appassionato per i libri! Non passava giorno che non sostasse un poco presso i carretti dei libri vecchi. Qualche volta arrivava col denaro che aveva in tasca, che doveva servire per le sue spesucce di fumo, di francobolli etc., a comprare qualche «cimelio»; e averlo visto come tornava trionfante a casa! Ma quando era per riandar fuori cosí senza un soldo, chiedeva segretamente a me qualcosa.

Il testamento di cui parla lo distrusse l’anno seguente rifacendone un altro. Questo esiste ancora e a suo tempo lo riporterò. Ed ecco la risposta di Severino:

Giovannino, perché premermi la vena dell’affetto che poi sgorga in pianto? Non scrivermi piú cosí affezionato; mi fai sentire troppo amara la lontananza; e con piú dolore torno a pensare che non ci vedremo. Né ti posso dire la ragione! Sarebbe un’ingenerosità verso una persona mia, la quale (poveretta) non ci ha colpa. Livorno mi è conteso; ma spero ancora per pochi mesi soltanto: e ci potremo vedere verso Natale... Si fanno dei libri scolastici tutto giorno e tutta notte. Di note giorno, come dice il Brilli, ridotto, come forse sai, in condizione deplorevole. Ha già perduto irremissibilmente un occhio e per salvare un barlume di vista all’altro dovrà abbandonare l’insegnamento. E par che stentino a farlo preside! Dei presidi, dicono, non se ne fanno poi è giovane (lui!). Questa estate non avrò quella cara compagnia delle sorelle, purificanti lo spirito mio, non te, non il Marradi, e non «giuraccane», e né il Toci; non i bagni cosí cari a me ecc. ecc., ma pigliando esempio da te starò qui a fare lezioni private, cosa piacevolissima come sai, ed a correggere bozze, cosa altrettanto divertentissima. Perché faccio non so piú quanti libri.

Chiederò sul tuo Virgilio quanto può costare. Ora non saprei, poiché io sono piuttosto senza lettere latine che latinista. Di ciò che tu dici per la politica, io ne sono pienamente e intimamente e da un pezzo convinto, e trovo meglio di pensare a publio virgilio marone.

Che è successo della «Vita Nuova»? e che del Bacci? Il Marradi mi scrisse: io gli avevo richiesto le sue liriche ricorrette e, stavo per dire, aumentate: egli mi rispose che non ne aveva avute che dieci copie. O «da tanto che era nato cavaliero» lasciarsi cosí infamemente strozzare dagli editori.

Tu ti fai sempre piú nobile e piú generoso! né rammaricarmi ma rallegrarmi teco ed invidiarti di tutto cuore voglio per quanto hai fatto per il tuo cuginetto. Cose d’oro! virtú nascoste che ai piú sembreranno pazzie e che a me senza secentismo paiono eroiche; molto piú perché a te sembrano piane e naturali. Come sta l’altra famigliuola degli uccellini? il pettirosso spero non avrà tanti imitatori nell’affogarsi nell’acqua. E i gatti e le gatte? salvali dalle mani del Marradi, inguainagli di spine la coda e le orecchie! Ecco un’altra cosa che aggiunge il suo po’ d’amaro alla mia lontananza; non poter vedere il Marradi tormentare i gatti e i tuoi versi, «O mani d’oro, o gattici d’argento»; ed udire lo smascellamento su «l’orto canoro e la gentil casetta».

La mamma l’ha passata brutta. Ora sta bene per vecchia. Grazie. Gli altri benissimo. Ida pure che sospira le tue sorelle: invano. Se ti posso servire in qualche cosa, scrivimi liberamente. Tengo un salame di nuovo genere (non so piú come qui si chiami) che ti complimenterò a giorni...

Tu fai versi? ne vidi degli al solito stupendi in un numero che mi giunse mesi fa dalla «Vita Nuova». Io non ho piú accozzato un endecasillabo. Mi diverto a non leggere quelli del D’Annunzio. Il maestro non ho visto da quattro mesi. Il pensiero della mamma, l’accresciuto lavoro, e le mutate circostanze di Bologna da ultimo, mi vi tengono lontano (e la borsa!) ... Soltanto un giorno di quella allegria ... Quando mi vorrai dare la consolazione di una tua lettera indirizzala in Piazza S. Francesco 16. La ho prima e piú sicuramente. Il maestro si ebbe a male che il Biagi desse ad altri l’Odissea (non sapeva che lo avevi detto tu) e mi ha raccontato il Fiorini che esclamò: «Al povero Pascoli, che vale tanto, vogliono levare anche questo lavoro!» Saluta pure il Bevilacqua. Hai piú presi cisfatti per usare un suo lucchesismo? E i littori come stanno? e il grex?

Da i silenzi diafani e tranquilli

disceso è il mago sfavillante in volto:

messer lo rospo a un salice suffolto

gli gorgheggia: «Ben venga il signor Brilli! »

Ed egli diventa cieco; e noi – ciò è io – cieco dell’intelletto e il cuore s’inaridisce (e accertati che non è rettorica); l’unico che si conservi forte e sereno e che ci ami come mai è il vecchio Buggini e il Genga, né so perché li unisca con quell’unico. Ma tu capisci.

Un bacio fraterno dal tuo affezionato    SEVERINO

Modena, 29-V- 91

Quale poteva essere la ragione che teneva lontano Severino da Livorno? Rileggendo all’infinito la sua lettera tenerissima piena di tanto accorato desiderio, Giovannino si persuase che la causa non era in casa nostra, ma forse in qualche parente della sua moglie, oppure in qualche creditore. Ma come si addolorò per la rottura di quella che ormai era diventata dolce consuetudine! Non insisté nell’invito né gli chiese spiegazioni, rispettando il suo riserbo. Severino continuò a scrivere di quando in quando, e a mandare doni; ma non venne nemmeno per quel giorno che accennava. [12]

Un altro dispiacere, molto diverso ma per noi assai forte, l’avemmo poco dopo con la morte del nostro Ciribibi l’11 giugno del 1891. Quanto si pianse! Conservo ancora l’iscrizione che gli feci io. Chi lo imbalsamò, poiché Ciribibi è sempre qui nello studio di Giovannino, disse che era morto di mal di fegato, e noi pensammo con amarezza che fosse potuta essere la gelosia degli altri uccellini la causa del suo male. La gelosia non era estranea in casa nostra, e perché non poteva aver preso anche lui?

Nel luglio si presentò a Giovannino l’occasione propizia di tentare un passo presso l’editore Giusti. Erano prossime le nozze dell’amico carissimo della sua giovinezza Raffaello Marcovigi. Infiniti erano i ricordi che serbava di lui, alcuni ameni, ma molti pieni di tenerezza. Tra questi c’era (e ne ho già parlato a suo luogo) la visita che gli fece nel ’79 in carcere depositando per lui dieci lire che furono le prime e le ultime che gli giungessero in quella dolorosa circostanza. Per mezzo di un professore di ginnasio, col quale aveva confidenza, Gaetano Gualtieri, fece chiedere al Giusti se avrebbe accettato di stampargli un opuscoletto di versi per nozze, tirandone, oltre le copie da offrire agli sposi, altre copie sufficienti a coprire le spese nel caso che potessero essere vendute. L’editore accettò, ed egli preparò la raccoltina quasi interamente di poesie note. Sulla copertina delle copie nuziali mise l’indicazione delle nozze; su quella delle copie destinate alla vendita serbò il titolo di Myricae che già aveva usato l’anno avanti per il gruppetto che aveva pubblicato il 10 agosto nella « Vita Nuova ». Tra tutte 100 copie di 56 pagine. E quella fu la primissima edizione di Myricae. Sebbene una cinquantina di copie fossero vendute, non riuscí a pareggiare le spese. Ma intanto il ghiaccio era rotto. La lettera del «22 di luglio 1891» che precedeva la raccolta, si trova nella «Nota bibliografica» ch’egli fece alla 5a edizione di Myricae nel 1900, e che lasciò sempre nelle successive; e si accenna anche alla sorella di Marcovigi, Clementina, morta, come dissi, nel 1887.

Le Myricae ebbero, tra le altre, [13] la recensione di Giacinto Stiavelli. Riporto due lettere che Giovannino scrisse assai risentito a quel critico, perché nell’articolo sul «Diritto» metteva lui in pariglia con un suo imitatore, una sua «femminella». Come gli davano noia le «femminelle»! le considerava tra le pene del poeta. Io ero con lui quando scriveva quelle lettere, e ricordo che mi fece copiare i sonetti che mandò allo Stiavelli perché potesse fare i raffronti del caso.

Ah! Stiavelli, ah! Giacinto!

Agli amici io non chiedo né lode né fama: la fama disprezzo: la lode non mi par di meritare, ancora. Ma esigo che non mi offendano.

Or tu m’hai offeso crudamente; tu che io cominciavo ad aver cosí caro sebben cosí nuovo. Che cosa ti costava non parlar di me? tanto piú che nel «Diritto» di me s’era parlato. No: a te è piaciuto questo scherzo crudele di accoppiarmi con un povero ragazzo, accomunandomi con lui in una lode volgare e fuggevole. Dunque io ti sembro cosí poca cosa? Alla mia età sono quel che un giovinetto è per ora? Ed è stato mio scolaro e ho seguito lo svolgimento della sua chiamiamola arte. È un ragazzo come tanti altri, che raccattano le briciole e gli ossicini; È uno scimmiottello che fa il verso all’uomo. Se tu degnassi d’un po’ d’attenzione certi sonetti miei, specialmente due stampati nella strenna della «Vita Nuova», vedresti che fanno le spese di tutto il volumetto. Ma per te tanto vale il fare che il rifare. E io conosco de’ cretini che rifanno il Carducci, che sarebbe meraviglia per te; non per me, che se avessi voluto fare il verso agli altri, a quest’ora avrei fatto una dozzina di volumi.

Perdona lo sfogo; ma credi: se nel modo che hai tenuto tu, un giorno accoppiassero il Carducci a me, non avrebbe ragione il Carducci di adontarsene? Ebbene io, che tu chiami modesto, ho la sicura coscienza di essere meno distante dal Carducci di quel che Mario da Siena da me. Me ne sono anche accorto dal fatto che il detto Mario pur facendo suo pro de’ miei insegnamenti e de’ miei versi, trascura quello he in me è piú imitabile e lodevole, il disprezzo della réclame, e la coscienza di sé. Ma in ciò ha piú colpa il babbo che il figlio.

Concludendo, ti ripeto che non m’aspettavo da te questo insulto sanguinoso. E addio.

Giov. PASCOLI

Livorno, 25-7bre-91.

Perché ho un’ora libera, la spendo per chiarirti. Ti mando, copiati da una mia sorella, 4 sonetti, stampati quali 4 quali 2 o 1 anno fa: tutti a Mario da Siena noti, e da lui e dal babbo ammirati. Or vedi un saggio dell’imitazione, e dimmi anche, se la lingua e il resto non siano presi da qui. Nota poi che Mario legge anche molti altri poeti, anzi non legge che poeti contemporanei, e dimmi che cosa resterà di lui, quando anche gli altri venissero a riprendere il loro.

Qui ti trascrivo alcuni passi di Mario da Siena. E ti rimando con un numero ai sonetti A B C D. [14]

Non intendo di mostrarti tanto che sono un’imitazione quanto un’eco. S’intende: certe parole sono in me e in tanti altri; ma per me è evidente che le ha prese da me e non da altri.

Un’altra cosa. Mi prendo questa briga per l’orrore che mi ispira l’ingiustizia (che è la norma sociale), e non solo in causa mia propria. Non sai che Contessa Lara e Cesareo hanno parlato di questo Mario con parole che sarebbero troppe pel D’Annunzio? Non sai che un coglione di qui l’ha paragonato al Leopardi, dando la palma a Mario?

1a poesia – Solennemente nell’aerea arcata D verso 9

l’acqua che spilla in piccola cascata D verso 12

Leggi tutto il sonetto suo e il mio.

Ricorda ancora Campane a sera.

4a poesia – cheti aspettano gli alberi la luna. C verso 9

Leggi tutto. Il verso cosí come è mi pare di Severino. Del resto, ha dedotto l’immagine degli alberi che aspettano la luna, da quella terzina di C. Io ho poi le nubi, che salgono: Mario, le stelle.

In un altro sonetto, che non ho qui trascritto, è questa terzina l’ultima.

Stelle tu versi, a una a una, o Sera.

Largo il pianto rampolla alla profonda

sera, disfavillando senza fine.

Mario dice: salgon le stelle in cielo a una a una.

Poesia intitolata: Mulino di notte.

O tristissima voce nella notte,

dolor perenne che sgorgando piange ...

Pare la continuazione di D. terzina ultima.

E la coda. Ha mutato però: non è una cascata; è un mulino. Basta questo cambiamento per fare una poesia originale? Guarda ancora tutto l’impasto:

dolor perenne. Vedi B verso la e 2°

Biancheggiar. Vedi C. v. 12

nella notte le dirotte...

Quest’effetto d’armonia imitativa è un goffo rifacimento dell’ultimo verso del sonetto B.

Guarda le parole

sgorgando piange Sonetto A verso 11

scroscia il dolore come l’acqua. Sonetto A v. 9

in che il rivolo si frange... A v. 8

Ma piú che altro, è l’intonazione, l’argomento, tutto.

O faticoso inutile cammino!

Non è l’argomento di C? Non è l’argomento di A? Solamente l’imitazione è affatto puerile e sciocca.

Poesia: Voci della notte (Questo è o Graf o D’Annunzio, o tutti e due). Anche trovando qualche cosa di discreto, io affermo, non a priori, ma per induzione infallibile, che non è sua.

Nell’ultima, Meriggio, tornano le polle, l’acqua, e ci trovo le mie rane, il mio canneto etc. Vedi A verso 12. Pure tutt’insieme mi par debba essere d’altri.

Se vuoi studiare questi fenomeni che fanno un poeta d’un ingegno mediocrissimo, che legge poeti e solo poeti e non si cura che di far versi, leggi D’Annunzio e Graf, e troverai tante altre cose. A me questi poeti somigliano ai bimbi che colorano col lapis rosso e turchino i leoni e i dromedari del libro di lettura. Domanda loro: «Che cosa fai, monello?» ti risponderanno: «Pitturo».

Qui Giovannino fece seguire trascritti da me quattro suoi soneti : A - Il fiume (Fiume che là specchiasti... ») ; B - Il fonte (« Mentre con lieve strepito... »); C - Il ponte (« La glauca luna... »); D Il santuario (« Come un’arca d’aromi ... »). Sono tutti in Myricae. È facile averli sott’occhio per fare i confronti com’egli invita.

La lettera che segue è in risposta alla risposta avuta dallo Stiavelli

No, caro Stiavelli, io non conservo nel cuore un’ombra di dubbio o un senso d’amaro. No: io ti voglio bene; ma tu mi devi render questa ragione: io non ho torto se non voglio esser mescolato, io ritroso e sensitivo, io che sto e starò nella penombra se non nell’oscurità finché non avrò a dire un carmen veramente indictum ore alio, esser mescolato con chi professa principii affatto opposti, con chi fa alle gomitate per spingersi innanzi. L’essere Mario mio scolaro (cioè l’esser stato; non parlo di poesia soltanto) è un’aggravante. Se riconosceva giusto e lodevole il mio riserbo, questo ragazzo, dà a divedere che esso si scusa in cuor suo di non imitarmi in ciò, con la superlativa eccellenza e originalità dell’arte sua. E son cose da ridere molto. Ma già parlando di Mario, s’intende di suo padre, che non avendo potuto ottenere gran lode co’ suoi Mementi, ora scaraventa se stesso, travestito da giovinetto, al pubblico italiano e dice: « Ammiratemi in questo fanciullo: non vedete come è giovanetto?» O che c’entra? O non si facevano anche noi poesie quando eravamo giovinetti? E imitavamo il Leopardi o il Manzoni, preparandoci a trovare con grande fatica una via nostra; intanto non cercavamo di farci ammirare con scampoletti e brindelli di Silvia e Nerina. Vedi: io non posso proprio soffrire due cose o persone: il fanciullo e la donna che noi saremmo in obbligo d’ammirare per la fanciullezza e per il sesso. Sa persin di vile: certo d’imbecille. È una soperchieria (nel Barnum, cioè nel padre, di questa gloriola) una soperchieria; sí: Carducci è grande, ma  Mario è giovane: Pascoli è squisito, ma Mario è fanciullo.

Intendi; e tu ti ci sei prestato con quella bontà soave e facile, che è tanto tuo pregio e tanto tuo difetto. A quanto pare, non s’è contentato d’un’edizione sola: poiché tu hai recensito una edizione Barbèra. Egli ha empito tutti i giornali, tutti i giornalisti, tutte le tasche. O che modo è questo? Che paio d’imbecilli, vecchio e ragazzo, fanno essi? E c’è altro. Se la tua lode m’ha a riuscir dolce, bisogna ch’io la creda. Or a crederla mi spinge la tua anima a me nota; a non crederla m’incitano le bugie (siano pure officiose) che tu hai detto nell’articolo mariòlo. Eccone 4: la si studia di dir cose nuove; 2a non ha fretta; 3a l’aver pubblicato ... è serio; 4a l’aver occultato ... il cognome. E ce n’è una all’ultimo grossa e sonora come una bombarda. Concludendo ti ringrazio delle lodi (se sono sincere) non ti ringrazio dell’accoppiamento. Ma ad ogni modo ti voglio un gran bene. Il Toci ti saluta e ti ricorda la promessa dell’Eneide (e anch’io). E ti abbraccia

Giov. PASCOLI

Le mie sorelle sono rimaste molto commosse delle tue gentilissime parole. Ti ringraziano. Speriamo di rivederti presto.

Fatto lo sfogo, finito il risentimento. Con quel padre poi che era suo collega al Liceo di Livorno e con quel giovane figlio si trovò sempre in cordialissimi rapporti di amicizia. [15]

Pressoché esaurite le copie venali dell’opuscoletto pel Marcovigi, l’editore Giusti propose a Giovannino di ristamparlo, offrendogli in compenso 60 esemplari della nuova edizione su 300 che ne avrebbe posto in vendita. L’affare era nullo per l’autore, tanto piú che l’editore voleva che il volume del libro fosse notevolmente accresciuto. Tuttavia egli accettò e si pose all’opera.

Nel contempo gli venne l’idea di tentare una migliore sorte all’estero, prendendo parte al concorso di poesia latina di Amsterdam, del quale fin da quando era in collegio conosceva l’esistenza; anzi da Matera aveva provato altra volta di mandarvi un lavoro, del quale, come ho già detto altrove, non seppe mai nulla perché l’aveva spedito senza le dovute formalità. Si trattava di riprovare, ma anche allora non aveva il programma. Ne fece parola vagamente ad Augusto Romizi, Provveditore agli studi, ed esso trovò la via di provvederglielo. Nelle vacanzine di Natale, ossia il 24, 25, 26, 27 di dicembre, stese il poemetto destinato alla gara, riservandosi di inviarlo e di copiarlo dopo cena perché fosse pronto la mattina del 28, termine ultimo, secondo i nostri calcoli, perché arrivasse ad Amsterdam prima di capodanno come era prescritto. Ed ecco che proprio quella sera vennero due amici, Giovanni Marradi e Pietro Micheli, e la copia andò in fumo.

Che disdetta! Al mattino poi a lui sembrava inutile riprendere il lavoro, ma io insistei tanto che ci si rimise, e copiò il poemetto limandolo via via mentre scriveva. Solo passato mezzogiorno fu tutto pronto con le dovute formalità. Subito io presi su con Placido e corsi alla posta. Chiesi quando la lettera poteva giungere a destinazione; mi si rispose che per la via piú breve poteva metterci quattro giorni. Ahi! non c’era nulla da sperare. Tuttavia impostai e tornai a casa avvilita. Giovannino non se la prese; aveva delle grandi risorse lui nel suo spirito e io invece non ne avevo. Però finii anch’io dopo un po’ di giorni col non pensarci piú.

Il 31 dicembre, il giorno che dedicava sempre ai dolci affetti,  compose il terzo sonetto dal titolo Anniversario: «Già li vedevo gli occhi tuoi soavi... » e con esso licenziò proprio allora la nuova edizione di Myricae che fu considerata come 2a ma in realtà era la 1a. A mezzo gennaio il volumetto, che raggiunse le 157 pagine, fu pubblicato.

Quando era pressoché alla fine questa stampa cosí poco lucrosa, Severino, non sapendone niente, scriveva a Giovannino mettendogli avanti il proprio editore Sarasino che pagava «prima e bene», e anzi, senza nemmeno attendere risposta, ne parlava allo stesso Sarasino del quale giunse una lettera del 19 dicembre, che proponeva di pubblicargli un volume di versi, ma «nell’aprile o maggio p.v.». Anche se la stampa di Myricae non fosse stata cominciata, la lettera del Sarasino non era tale da spingere Giovannino a dare il volumetto a lui. Ma avendo in mente dei lavori scolastici, e qualcuno anche in preparazione, pensò che forse per mezzo di Severino non sarebbe stato impossibile farli accettare a quell’editore. Per il momento però tacque ché aveva altro da fare; e Severino insisteva per i versi.

Modena, il primo del 92

Mio caro, adunque ti scrivo perché tu riscriva al Sarasino dicendogli che sei pronto a dargli il tuo volume di versi coi patti che credi opportuni. A me dette duecento lire, cento il giorno della consegna del manoscritto. Bada, Giovannino, di non lasciarti vincere da’ tuoi impeti di nervacci, e prima di rispondere un no di pensarci.

Ieri sera vidi il Carducci. Mi disse: «Non capisco il perché il Pascoli non mi mandi i suoi versi, io debbo sempre impararlo dai giornali. Bellissima veramente quella sua poesia dell’altro giorno del Carlino ("Gémmea l’aria" etc.) ». Io gli risposi: «Il Pascoli è un bel tipo: non le ha mandate neppure a me, e neppure al Fiorini. Né sappiamo di avergli fatto cosa alcuna di offensivo». Ora hai capito? E avrei un bel branco di consigli da inviarti se non pensassi che siamo nel nuovo anno; e che debbo mandarti tutti gli auguri del cuore per la vostra felicità. Saluta le gentilissime signorine, e voglimi bene, e non imparare da quel comaraccio del Marradi che non si fa mai vivo. Io finirò col ritirarvi la mia ammirazione; e allora chi vi ammirerà mai piú? Voi direte «il resto degli italiani»; ma è un magro cambio.

Salutami quegli uccellini che fanno schilp o schlip. Buon anno, buon anno, buon anno. Un bacio dal tuo    SEVERINO

Furono assai pochi quelli che ebbero in dono le primissime Myricae (ossia l’edizione per le nozze di Marcovigi) perché per regalarle bisognava che Giovannino le comprasse. Però al Carducci non le mandò pensatamente; ed eccone la ragione. Una sera, non lontana, si era trovato con lui e con altri amici nella fiaschetteria Cipriani, e senza che la conversazione vi desse nessun appiglio, il Carducci gli si volse di scatto e con quella sua aria tra burbera e paterna gli disse: «Ora basta, Pascolino, di far versi. Non ne farai più, non è vero?» Era un consiglio? era un ammonimento? o che altro era? Lí per lí confuso e impacciato non seppe rispondere che una fila di monosillabi: «Sí sí, no no, già già» [16]. Ma poi riflettendo su quelle parole e ragionandone con noi sorelle ne trasse la conseguenza che al Maestro non andasse a genio la sua poesia. E se cosí era, a che mandargliela? Però dietro la lettera dell’amico si fece coraggio, e appena fu pronta la nuova edizione gliela mandò. Avverti Severino dell’invio dolendosi che il volumetto non fosse riuscito con l’eleganza dei suoi. Gli faceva anche cenno di essere pronto a fare dei libri scolastici cercando un editore. Con la data 18 gennaio riceveva da Modena questa risposta.

Mandami, fratello, se credi, in una lettera, la procura di trattare i tuoi libri con chi mi pare e piace e a quei patti che mi paiono i piú convenienti – e lasciami tutto il gennaio per le trattative – indicami tuoi onorarii; lavori sicuri, date certe, contratti firmati d’ambe le parti...

Che t’importa se i miei versi sono stampati meglio de’ tuoi? i miei hanno bisogno di lacchezzi, i tuoi, no. Il Fiorini mi scrive in questo momento tutto ammirato de’ tuoi versi; scrive: « Ieri non ho potuto fare altra cosa, che leggerli e rileggerli ». Hai fatto ottimamente a mandarli al Maestro, uno dei pochi che ci amino e stimino da vero. Tante cose alle sorelline. Quando stamperemo i tuoi versi, si stamperanno qui; i miei stampati fuori e in fretta, hanno errori di stampa umilianti.

Tuo    SEVERINO

E nello stesso giorno dopo aver ricevuto le umili Myricae :

Fratello mio caro, io, benché di tanto inferiore, ti vorrei pur dare tutta la lode che meriti per il tuo volumetto di versi che ho ricevuto questa mattina, e vorrei dirtene tutto il gran bene che ne penso, e la commozione profonda e l’ammirazione che hanno lasciato nel mio cuore, nella mia mente. Séguita, fratello mio, per carità! Sono ancora in pianto per la tua prefazione (poesia di cose) e per gli ultimi sonetti. Un bacio dal tuo   SEVERINO

Livorno 24-’92

Caro Severino, ho indugiato a scriverti, perché aspettavo la domenica; negli altri giorni ho 10 o 11 ore di lezione e non posso trattenermi con te. Ora ti rinnovo i miei ringraziamenti per avere confortato me e le sorelle con le tue buone parole che ci giungono tanto piú grate quanto piú sole. Tuttavia io sono tutt’altro che scoraggiato; però maledico il destino che mi condanna a tanto ingrato e forzato lavoro. Figurati: 24 ore solo al Liceo, con lo stipendio dell’anno passato; e ciò per soavi preghiere di O. T.[argioni] T.[ozzetti] che nel pregarmi pareva piangesse. Or via. Ecco indicazioni sommarie per ciò che propongo all’intelligente editore che tu sai.

Una collezione di «Libri di lettura classica», o come si voglia chiamarla, destinata a rendere agevole e dilettevole nelle scuole lo studio del latino e del greco; da tenere il giusto mezzo tra i gravissimi e i tedeschissimi libri della collezione Loescher, le cui note sono (lo so per prova) affatto inutili ai ragazzi, e i libri, qualche volta geniali sebbene imperfetti, del Bindi etc. Eccone i saggi.

L’ANNO ROMANO. - Feste, tradizioni, novelle, riti romani: tratti da Ovidio, Tibullo, Properzio, Orazio, Marziale, Stazio e altri, con grande parsimonia – specialmente dai Fasti, s’intende – che facciano rivivere la vita antica. Disposizione secondo mesi e giorni. Due colonne di note. A sinistra: l’esposizione in arguta e limpida prosa del contenuto del testo, con la maggior erudizione pittoresca e messa senza parere. A destra: illustrazione grammaticale e metrica e lessicale. Il libro deve, secondo i vigenti programmi che assegnano alla 3a ginnasiale Ovidio e Tibullo e la metrica del distico elegiaco, servire alla 3a ginnasiale.

GIAMBICA E MELICA ROMANA. - Una bella antologia di Catullo e di Orazio specialmente, con anche posteriori, con tutta la storia della lirica romana.

GIAMBICA E MELICA GRECA. - Un’antologia dei lirici greci da confondere subito quella dell’Inama.

Ma fermiamoci per ora all’Anno Romano. L’editore intelligente potrebbe farne un libro da non cader piú dalle scuole, se curasse anche l’eleganza del formato, la nitidezza dei tipi e l’inserzione di qualche figurina tratta da monete, da vasi, da bassorilievi e via dicendo. Io, con tutto il mio da fare, potrei presentare il ms. ai primi di marzo. Ora dimmi tu qualche cosa. Quanto potrei pretendere? Ma l’importante sarebbe di poter avere qualche cosa alla firma del contratto.

Quest’anno per agosto stamperò una specie di narrazione fosca dei guai della mia famiglia. Io non voglio morire senza aver fatto un monumento al mio babbo e alla mia mamma. Giacomo ebbe contristata l’agonia dal pensiero che lasciava, per forza, invendicato il babbo; io ne voglio fare la vendetta che posso, o almeno protestare di non poterla fare. Sarà come la prefazione a una sola e lugubre poesia, quella donde sono tratte le tre strofe stampate nelle Myricae nella prefazione. E spero anche di stampare un volumetto maturo; ma ho qualche cruccio, e un poco d’imbarazzo, temporaneo.

M’ha scritto gentilmente Guido: è un buon figliolo lui. Tu hai avuto molte consolazioni del tuo libro? Chi sa quante! Che ne ha detto il Maestro? Chi ne ha scritto? Mandami i giornali: qui è Beozia. O Tebe, vituperio delle genti. Dimmi qualche cosa. Fammi fare quell’affaretto del libro. Bellissimo il tuo Foscolo. Ho notato qualche cosa: te lo comunicherò per la 2a edizione.

Salutami la gentilissima Ida tua. La mia con la Mariuccia ti salutano e l’abbracciano. Tuo

        Giov.  PASCOLI

La «specie di narrazione fosca» di cui parla nella lettera era già in gran parte fatta. quella che col titolo Il giorno dei morti precede dalla terza edizione in poi le Myricae. Era qualche anno che vi lavorava intorno, ma solo nei giorni commemorativi delle nostre sventure, e piangeva scrivendo come se la tragedia avvenisse in quel momento. Oh! egli vedeva il suo babbo «sempre là in mezzo alla strada»!

Dopo le «buone parole» di Severino, altre gliene giunsero assai consolanti. Ma tra esse non ce ne fu alcuna del Carducci. Proprio nessuna. E sí che per gli altri ne aveva tante! Questo lo mortificò, e lo fece ripensare a quella frase: «Ora basta, Pascolino, di far versi!» Le lettere ricevute furono quelle di Guido Mazzoni (21 gennaio), Vittorio Fiorini (il 24), Ferdinando Martini (il 1° febbraio e Giovannino rispose il 2) e Gaspare Finali (il 14) il quale, richiamandosi alla conoscenza del padre ucciso, diede occasione all’inizio di una lunga amicizia.

In quanto all’editore per i libri scolastici, Severino gli scriveva il 14 febbraio 92 da Bologna:

Oggi, caro Giovannino, torno a Modena e spero di trovare l’editore sfluenzato e di stringere i nodi. Il Della Porta, che è un giovane intelligentissimo d’arte, vuole che tu sappia che se non ha potuto dire di piú (tutto il gran bene che lui pensa di te) nel «Carlino», ciò soltanto è dipeso dall’indole e dal formato del giornale. Il Della Porta mi disse pure di molti elogi che questa estate a lui, suo amico, fece il D’Annunzio di te. Poiché a me ciò farebbe piacere, cosí te lo scrivo... Tuo aff.

SEV. FERRARI

Poi Severino non fece sapere altro. E Giovannino, che già era entrato nell’idea col Giusti di fare un’edizione elegante con illustrazioni delle Myricae quando fosse esaurita quella modesta ch’era in vendita, pensò di provare con lui anche per i libri scolastici. Il Giusti, editore accorto quanto mai, si mostrò molto più propenso per questi che per i libri di versi. E subito combinarono di cominciare dall’Antologia della lirica romana che, nel disegno di Giovannino, rappresentava il VI volume della collezione Nostrae Litterae che aveva volontà di fare. Restava cosí in disparte l’Anno Romano che era già a buon punto. Pazienza! L’essenziale era di avviarsi. Non c’era però da parlare di anticipi. Il compenso che l’editore gli fissò era di 40 lire al foglio di stampa, meno 10 lire che avrebbe trattenuto in conto dei libri che fino allora era venuto via via pagando a rate mensili di 20 e 40 lire salendo anche in certe vacanze a 200 e più lire versate tutte in un colpo.

Eccolo pertanto mettersi al lavoro stabilito, raccogliendo rare e scarse mezz’orette che toglieva proprio al suo respiro, perché non potendo avere anticipi era costretto a dedicare gli spazi più lunghi di tempo alle lezioni private. Quante cartelle di commento poteva riempire in un giorno? A volte una, a volte mezza e spesso nessuna. Si trattava della Lyra romana e il principio non era facile. Sicché prima di cominciare la stampa corsero più mesi, nei quali oh! quanti scoramenti e quante fermate! E a quanti altri lavori più svelti e più proficui andava col pensiero, sospirando un editore che cooperasse un po’ con lui!

LA PRIMA VITTORIA AL CONCORSO DI AMSTERDAM (1892)

Era il 14 marzo, giorno di vacanza scolastica, atteso con ansia da Giovannino per poterlo dedicare intero ai primi frammenti della Lyra. Già vi aveva passato intorno tutta la mattina e appena fatta colazione si era di nuovo messo al lavoro. Ero anch’io con lui nello studio e seguivo con gli occhi i rapidi e facili movimenti delle sue mani da un libro all’altro di consultazione, e l’agile volo della sua penna. Quando, sulle tre, nel silenzio profondo che ci circondava, udimmo una forte scampanellata che ci fece sussultare e dire sgomenti: «Che seccatura sarà?» Sentimmo subito i passini svelti di Placido che andava ad aprire, poi li sentimmo risalire la scala e fermarsi alla porta dello studio. Picchiò leggermente: «Che c’è?» Entrò con un telegramma. Prima ancora di firmare Giovannino l’aperse e scattò in piedi dicendo trasognato: «Veianius!» Era l’annuncio del premio che il suo poemetto latino di dicembre, già dimenticato, aveva ottenuto ad Amsterdam. Ci cianciammo tutti e due fuori dello studio chiamando forte forte: «Ida! Ida!» Essa, che era nel giardino, corse a noi sorpresa non riuscendo a capire se nelle nostre voci c’era il dolore o la gioia. Infatti il primo sorriso della tetra fortuna ci aveva inondati di lagrime. E continuammo ancora a piangere tutti e tre uniti in un abbraccio. Poi cominciammo a pensare come e con chi espandere un po’ della nostra allegrezza. La sera stessa ne mettemmo a parte alcuni amici di lí, e la mattina seguente il dilettissimo Severino.

Caro Severino, rompo il lungo silenzio (anche tu non canzoni) per darti una mia buona notizia. Avevo mandato al concorso di poesia latina dell’«Accademia Regia disciplinarum Nederlandica» un poemation scritto in fretta e furia per le feste di Ceppo. Ieri ricevei un telegramma da Amsterdam, cosí: Veianius (è il titolo del poemation) remporta prix Hoeuft. È il premio che ebbe temporibus illis Didacus Vitrioli. Io ne ho preso un coraggio da leone. Si tratterà di festeggiare la cosa in famiglia. Ti senti tu di fare una corsa? Se sí, scrivimi subito, e dimmi quando verresti, che alla tua venuta le sorelle subordineranno i preparativi. Come t’abbraccerei volentieri! Con che gioia ti farei vedere i miei progressi! E la gloriola? Saluta anche a nome delle sorelle la cognata Ida, e abbici sempre per tuoi GIOVANNI e sorelle.

Il fraterno amico gli rispondeva da Modena il 16 marzo:

Carissimo Giovannino, vedi che con un po’ piú d’ardire facilmente si potrebbero raddoppiare per te le ragioni di lietezza e di coraggio. Tu passi battaglia; e tutte le volte che vorrai, riuscirai piú che felicemente. Io non posso venire da te a partecipare alla tua festa che pregusto con lo spirito. Chissà come sarete allegri! Né io posso muovermi di qui. Ed è anche molto che ποσσα ριμανερε. Non ho capito bene che premio tu abbia vinto, e volevo comunicarlo al «Carlino» precisamente perché in Romagna ti farebbe certo del largo.     SEVERINO

Improvvisamente, dopo pochi giorni da quella «buona notizia» dalla quale aveva «preso un coraggio da leone» gli pervenne l’annunzio della nimona a «cavaliere della Corona d’Italia», che lo turbò e lo sconvolse tutto. Egli non riscontrava in sé alcun merito adatto che potesse giustificare tale nomina; non voleva essere uggito da quell’ombra di favoritismo, lui, che aveva fino allora percorso un cammino cosí irto di triboli tra la indifferenza di tutti. Ma intanto che escogitava un modo conveniente per sottrarsi a quella croce, venne a sapere dal provveditore Romizi che la proposta dell’onorificenza era partita dal ministro dell’Istruzione, che nientemeno era Pasquale Villari. La cosa mutava un po’ d’aspetto, sebbene pensasse che meglio sarebbe stato se l’avessero fatto avanzare un pochino nella carriera, come credeva di meritare. Ad ogni modo decise di starsene quieto e di lasciar correre. E fu anche contento quando seppe che nella cosa non aveva avuto parte il Finali, dal quale invece sperava qualche interessamento pei fratelli. E di fatti in quei giorni, dietro richiesta di Giovanni, fatta anche con un sonetto («Amici suoi che foste, avete udita... »), il Finali ottenne che Falino restasse al Genio civile invece che al Catasto (11 maggio). [17]

Un vero conforto per il suo spirito, che nell’insieme era più afflitto che lieto per l’incidente del cavalierato, gli venne dalla prima lettera che ebbe da Ermenegildo Pistelli; una letterina timida, che lasciava assai più indovinare di quello che non dicesse l’affetto e la stima che il giovane scolopio aveva per lui. Ma Giovannino, che già lo apprezzava per certi studi dotti e per certi articoli eleganti che gli erano venuti sott’occhio, e lo amava per saperlo nepote d’un suo antico insegnante di Urbino, il p. Venanzio Pistelli, di cui ricordava la serena fierezza e la ferrea rettitudine, provò un immenso piacere. Quindi sicuro di trovarsi di fronte a un amico dell’anima gli rispose con tutta l’espansione del suo cuore. Non ho piú questa lettera, ma c’è la risposta del 1° aprile 1892. [18]Cominciò cosí tra quelle due anime capaci d’intendersi perfettamente una soave amicizia che doveva continuare senza interruzione per tutta la vita.

Ma torniamo al poemetto latino, che nel frattempo era giunto da Amsterdam stampato a cura di quell’Accademia delle scienze. Giovannino, nei piccoli ritagli di tempo che riusciva a raccogliere ed anche per la strada, si dette a comporre brevi odi latine per accompagnare con esse ad alcuni cultori o intendenti della nostra antica lingua il suo vecchio gladiatore Veianius. [19] Tra quelli che l’ebbero cosí contrassegnato ci fu anche Leone XIII. Non era forse Leone un cultore appassionato di tale poesia? E ci fu pure il canonico Federico Balsimelli, il suo padrino di battesimo, quello cui aveva sospettato si dovesse la bocciatura dell’Inno al Papa nel concorso del 1886; ma il Balsimelli, appena si fu diffusa la voce di quel premio, gli aveva scritto da Rimini rallegrandosi, e ricordando l’antica amicizia col padre e con lui (30 marzo).

Ad alcuni, oltre la copia personale con l’odicina, ne mandò altre due o tre affinché ne disponessero a loro talento. Tra questi fu il Finali, il quale, contro il suo solito, non scrisse subito (voleva rispondere con alcuni distici latini) e mandò il 30 maggio una affettuosa lettera, in cui fra l’altro diceva:

Il tema era stato dato? i versi dovevano essere 100, e non piú né meno? Sono domande che non farei, se mi tenessi piú a giorno delle cose letterarie. È un poemetto composto di tanti gioielli; ma non è un mosaico. V’è un concetto originale e organico; ed è stupendo artificio quel sogno, che ci trasporta nel Circo e ci fa assistere al feroce spettacolo. Bravi quei giudici olandesi ... Ha fatto benissimo, a creder mio, mandando il poemetto a Leone XIII; nella dedica a Leone e in quella a me parmi vedere rinato M. A. Flanzinio, che forse le ho scritto essere a mio gusto il primo tra i poeti della nuova latinità! Era romagnolo anch’esso.

Mi pare che per avere piú riposato vivere, e miglior agio a pensare ed a scrivere, ella debba desiderare di passare ad una Università. Io faccio voti, che sia quella di Roma.

Ma Giovannino non pensava per niente all’Università. Il tempo per attendere con più agio ai suoi lavori poteva darglielo una presidenza, che era a quei tempi una specie di sinecura, non essendoci unito l’insegnamento. E questo ufficio se lo riprometteva proprio e lo sperava, tanto più che allora era tornato al Ministero dell’Istruzione Ferdinando Martini, amico di tanti suoi amici, cui pure aveva mandato il suo Veianius con l’odicina di dedica. Per lui rispose Guido Mazzoni, che pure era tornato «colà dove si puote...». Prese subito l’occasione per sapere quando e in che misura poteva aspettarsi la promozione. Riferisco la risposta dalla quale si vede come egli si trovava col suo stato di servizio.

Roma, 10 giugno 92

Caro Pascoli, tu sei nel ruolo al n. 10 tra i titolari di 2a: 76 dei titolari di prima passano alla 2a: aggiungendo costoro ai 110 di prima tu sarai il 186: dunque come i titolari di seconda saranno 200, tu sarai tra questi: dunque ormai 2700 lire, a partire dal 1° luglio p. v. Quanto al sessennio, lo avrai sul nuovo stipendio subito che sia scaduto: avrai cioè 2700+270=2970 sul principio del settimo anno dall’ultima promozione, non compreso però il miglioramento Villari: il che vuol dire che nel ’93 avrai il lauto stipendio di 2970:12=247 e centesimi, salvo le tasse e le ritenute.

Lettera come vedi, da verseggiatore a poeta. Il Martini si propone, vuole anzi, ringraziarti direttamente ... Tuo aff.mo GUIDO MAZZONI

Finalmente arriva il premio. Verso la metà di maggio, una domenica sul mezzogiorno, Giovannino tornò dalla posta con un piccolo pacco postale, tutto coperto di sigilli e di bolli, che non aveva ancora aperto volendo che anche noi sorelle fossimo presenti. Si trattava del suo premio. Ma egli non era cosí lieto come noi: si era avuto a male, molto a male, perché la frontiera italiana aveva gravato il pacchetto di «sedici lire» di dazio doganale. Era cosí che l’Italia riconosceva quelli che cercavano di farle onore? Ma appena la bella medaglia d’oro apparve libera da ogni involucro, la nera nuvolaccia sparí dentro il suo aureo fascio di luce. Ci godemmo a lungo quel trionfo di lampi cosí nuovo per tutti e tre. Poi in presenza dell’ospite luminosa, allegramente parlando di futuri lavori e di rosee speranze, ci mettemmo a far colazione.

Il 29 giugno avemmo la prima visita del Finali. La mattina fu tutto uno sfaccendare per l’ordine e la pulizia di casa; dovemmo persino comprare un servizio completo di piatti per sei persone; nessuno, nemmeno Placido, stava senza far niente. Quando si approssimò l’ora dell’arrivo, Giovannino ed io andammo alla stazione. C’era molta gente, e noi non conoscevamo il Finali; ma d’improvviso due gagliarde braccia aprirono la folla e si tesero a Giovannino e l’abbracciarono. «Vede che io l’ho riconosciuto subito? Somiglia tutto a suo padre!» Quale saluto piú commovente poteva esserci per lui? Gli occhi gli brillarono di lagrime e lí per lí rimase senza parole. Andammo con una carrozza a casa. Il pranzo, cura speciale dell’Ida, era pronto. L’ospite ammirò, lodò, gustò tutto e si compiacque di trovare da noi tante usanze caratteristiche della sua Romagna. Andammo poi tutti sulla sera a passeggio insieme, e noi tre ci godevamo tanto che i conoscenti ci vedessero con quel personaggio, potendo loro dire ch’era stato un amico di nostro padre. Ci sembrava di sollevare un poco la pietra chc lo ricopriva. Rientrati in casa, Giovannino, in uno slancio di riconoscenza, gli donò un magnifico Plauto dell’edizione di Parigi del MDCCLIX che aveva potuto avere allora allora dopo un lungo desiderare. Solo negli ultimi giorni di vita, per merito dell’editore Zanichelli, poté averne un’altra copia. Alle tre della notte, dopo un breve sonno, il Finali partí presto come un giovane.

Finalmente il ministro dell’Istruzione, Ferdinando Martini, cosí gli scrisse il 9 luglio :

Mio caro signore, scusi se ancora non La ho ringraziata del dono cortese. Mi dica in volgare ciò che io posso fare per appagare i desideri suoi. Dove vuoi Ella andare? A Venosa? Come? Quando? Se le posso far cosa grata sarò lietissimo. Aff.mo   MARTINI.

 Risposta immediata di Giovannino:

 Livorno, 10 di luglio 1892

Eccellenza, la ringrazio della sua grande cortesia. Quanto ai miei desideri, oh! io avrei desiderato che quest’anno non m’avessero fatto fare 9 ore sopra le quindici, per cinquecento lire; avrei desiderato che si fosse continuato a dare a noi insegnanti di latino e greco, che facciamo durante l’anno e agli esami lavoro triplo e quadruplo di altri, la propina doppia. Io ho da queste due disposizioni ricevuto un danno che supera il valore del premio dell’Accademia Olandese, cosí che forse non potrò conservare la mia bella medaglia. Ma mi lagno specialmente della prima, perché io accettai a malincuore l’incarico che non avrebbe potuto essere accettato da altri in Livorno; e avevo ragione di sperare d’essere pagato secondo la legge Casati e non secondo la disposizione Villari che riguardava «incaricati che non fossero il prof. di latino e greco». Peraltro capisco che non c’è rimedio. Volevo domandare che a modo di compenso mi si mandasse, dopo i miei esami, commissario in qualche Ginnasio Comunale; ma ora non posso desiderare nemmen questo, perché bisogna che stia a Livorno a lavorare per il Giusti a certi libri scolastici che non so come verranno. E avrei voluto nell’autunno vedere finalmente Roma; ma devo rinunziarvi, perrhé m’è venuto a mancare l’aiuto delle propine. Oh! queste sono pure le umili e noiose lamentele! È vero; e perdoni; ma da sei o sette anni non ho il menomo sollievo e riposo dal lavoro monotono e crudele della scuola, non posso avere un mese da dedicare unicamente a colorire qualche disegno molto vagheggiato; e quest’anno speravo d’averlo, ed ecco l’impedimento tra il frutto e la mano.

Ma perché non resti vana la gentilissima e affettuosa profferta dell’E.V., voglia prendere in considerazione il desiderio di due amici miei buoni. Quello che farà loro sarà come fatto a me...

E chiedeva un trasferimento, con incarico di presidenza, per l’Agnoloni e il passaggio a una città universitaria per Giuseppe Martinozzi che aveva un figlio già grande (ed era Mario da Siena!).

LA MEDAGLIA IN PEGNO E QUESTIONI FAMILIARI (ESTATE 1892)

Lo studio di Giovannino era allora assai ben messo e anche assai provvisto di libri; aveva fatto fare a Livorno, dietro suo disegno, tre mobili dei più indispensabili, scrittoio, libreria e leggio, e dai primi di marzo di quell’anno 1892 i tre bei mobili di noce erano al loro posto: li aveva pagati con le propine dell’anno avanti, che erano state, per i professori di latino e greco, il doppio degli altri anni. Via via poi, oltre i libri che acquistava dal Giusti segnandoli in conto corrente (molti gli bisognavano per il commento della Lyra) ne acquistava altri in occasione di vendite private. Tra questi, rammento il Vocabolario latino del Forcellini e la Storia Universale del Cantù. Ma nei mesi di scuola egli non aveva potuto preparare tanto materiale per cominciare la stampa della Lyra e non aveva perciò percepito ancora niente per quel lavoro; di più seppe che le propine non sarebbero state doppie e perciò insufficienti per gl’impegni che aveva. Cosí sui primi di luglio si dette a cercare come fare i suoi pagamenti, senza scombussolare il bilancio familiare: e pensò di ricorrere al Giusti per un anticipo, tanto più che c’era in vista anche la 3a edizione di Myricae. Ma le pratiche trattate dal suo buon collega Gualtieri fallirono. Come fare? Senza dir niente a noi sorelle, temendo che il nostro dispiacere potesse infirmare la sua dolorosa decisione, una mattina si mise in tasca la sua bella medaglia e la portò al Gualtieri perché la impegnasse. Lo vedemmo per tutto il giorno scuro e pensoso senza voglia né di mangiare né di lavorare. Il giorno dopo andando, mentre egli era fuori, al suo comò, prese dalla voglia di rivedere la medaglia, invece di lei trovammo una polizza del Monte di pietà e un bigliettino vergato da lui che diceva: «Ecco ciò che per qualche mese terrà luogo della nostra cara medaglia. Occhi amorosi di sorelle, non piangete come questi miei hanno pianto!» Ahimè ! come piansero invece !

In questo periodo di tempo Giovannino era seriamente preoccupato per le disgraziate condizioni economiche del fratello Giuseppe che in Romagna non riusciva a sistemarsi, ed al quale non poteva bastare il piccolo assegno di 10 lire mensili che egli gli passava. Ci fu uno scambio di lettere fra Giovannino, il can. Balsimelli e il buon Pirozz (Pietro Guidi, segretario comunale a San Mauro: questa Giovannino la scrisse il 26 giugno) nel desiderio di trovargli un’occupazione (una privativa, un piccolo commercio); ma inutilmente.

L’Ida, in luglio, riaccompagnò Placido a Sogliano, e fece una corsa a San Mauro, da cui eravamo lontani da tanto, ed ebbe ottime accoglienze, anche dalla vecchia custode di casa Pascoli, la Bibbiana.

Intanto noi a Livorno avevamo ricevuto uno dei soliti cari doni di Severino che ci aveva risvegliato un gran desiderio della compagnia di lui. E Giovannino tentava ancora una volta di farlo venire.

Caro fratello Severino, i tuoi salami... ma via, senza spirito come sei buono, come ti voglio bene. Verrai quest’anno, verrai? Io ho l’Ida in Romagna; se si potesse combinare venire te e l’Ida tua e prendere l’Ida mia a Bologna! Perciò sarebbe necessario che tu mi scrivessi; perché io amo i tuoi salami, ma piú il tuo scritto e la tua persona e il tuo cuore e te, mio dolcissimo. È già troppo che non ci vediamo. Il Toci... è ridiventato consigliere comunale e s’è riso un fottio e bevuto anche. I capelli non gli sono cresciuti per ciò. Io sono in grandi studi. Voglio vincere la perversa piú che avversa fortuna. Amami e speriamo di trovarci insieme in piú spirabil aere.               GIOVANNI

Tu mi dirai: la medaglia... Ti rispondo: l’Olanda dedit, l’Italia abstulit = 700 lire in punto. Acc. a lei.

Livorno, 17 luglio 1892

C’è in un taccuino la sbozzatura di un brindisi fatto da Giovannino appunto nell’occasione dell’allegria che fecero tanti amici nella fiaschetteria di Pilade Cipriani per la nuova nomina del Toci il consigliere comunale. Sono strofette, di cui ecco le due prime.

Salutiamo il Consigliere

Comunale Ettore nostro.

Molto egli opra con l’inchiostro,

con la lingua e col bicchiere.

Per cantare il cuor ch’egli ebbe

parlerei sino a mattina;

ma, confesso, occorrerebbe

la sua brava parlantina...

Severino, sempre per il solito motivo che non disse mai, non poté accettare di venire.

Pietro Guidi desiderava che l’Ida tornando a casa si fermasse di nuovo a San Mauro e desiderava pure di conoscere il giorno. Il 29 luglio Giovannino gli scrisse che ciò sarebbe forse avvenuto il 1°, o il 5, 6, 8 agosto; però desiderava che non s’incontrasse col fratello Giuseppe, ché ne sarebbe rimasta troppo scossa. Ma l’Ida tornò senza fermarsi a San Mauro. E non tornava sola ma con la piccola croce d’argento, che soleva portare, e che aveva sul petto anche quando fu ucciso, nostro padre. Era rimasta in mano alla Bibbiana che l’aveva sempre conservata religiosamente; ma avendole Giovannino mandato per mezzo dell’Ida un regaluccio in danaro, ella pensò di ricambiarlo mandandogli quella preziosa reliquia. Con che profonda commozione egli l’accolse! L’Ida aveva pure con sé un ramo di quella mimosa

che fioria la mia casa ai dí d’estate

co’ suoi pennacchi di color di rosa.

Subito egli ne staccò due pennacchi e due foglie e li fissò presso la poesia Romagna nella copia di Myricae che aveva donato a me. E vi sono tuttora ed è quello che resta di quel bellissimo albero.

Anche in seguito Giovannino cercò di aiutare il fratello, scrivendo di nuovo a Pietro Guidi il 29 luglio e il 9 agosto: anche con questo, egli tentava di attuare lo scopo della sua vita, rivendicare cioè con l’opera la memoria di suo padre, senza che il fratello danneggiasse tale compito. Ed essendo balenata – dal Guidi e dall’altro amico Giuseppe Gori insegnante a San Marino – l’idea di un piccolo laboratorio meccanico, Giovanni (col Gori) firmò il 25 febbraio 1893 una cambiale di 300 lire; ma nemmeno queste giovarono allo scopo.

A SIENA COMMISSARIO D’ESAMI (1892)

Il 23 luglio di quell’anno 1892 Giovannino ebbe un telegramma di Guido Biagi, nel quale gli chiedeva a nome del ministro Martini se accettava di recarsi a Siena il giorno 21 o 22 agosto per far parte di una commissione aggiudicatrice di alcuni posti di studio. Tra le sue pene, quest’invito gli fu di bella distrazione e di vero conforto. Era il primo incarico che gli veniva dato dopo dieci anni di servizio, e ci aveva sempre aspirato per avere occasione di vedere città e luoghi non ancora visti e le loro bellezze artistiche e naturali. Siena era proprio una di quelle città che più desiderava vedere. Chi sa quante nuove aspirazioni poetiche si sarebbero aggiunte alle tante che aveva!

Negli ultimi giorni prima della partenza fece un piccolo inno che gli era stato richiesto da Della Giacoma e dall’altro maestro di musica dei Reggimenti allora di stanza a Livorno, volendolo essi musicare e farlo cantare nell’inaugurazione del monumento a Vittorio Emanuele II il 28 di agosto. [20] Ma l’inno, forse per mancanza di tempo, non fu poi cantato e forse nemmeno musicato.

Un grande dispiacere lo ebbe proprio alla vigilia di partire per Siena. Gli giunse una lettera di Falino, il fratello buono, il quale, per non aver ricevuto risposta ad altra sua in cui gli chiedeva del denaro, si esprimeva in modo strano e ingiusto fino a trattarlo da «egoista». Tristi, tristi parole uscite dalla penna di uno che non doveva che benedirlo. E Giovannino anche negli ultimi suoi giorni nel suo letto di dolore ricordò quelle parole.

Partí per Siena triste. Aveva al collo la crocettina di suo padre, e in un taschino le preghiere trascritte da me sopra un piccolo foglietto, che soleva dire con me la sera. Le avrebbe dette anche da lontano e da solo.

Le lettere che scrisse a noi sorelle da Siena nei sei giorni che vi rimase echeggiano molto della sua tristezza. Egli non contava ormi piú che sul nostro affetto, e sentiva che il suo era tutto per noi. La prima è del 21 agosto.

Cari angioli miei, Ida e Maria. Sono arrivato felicemente. Da Poggibonsi a Siena gran temporale nero con tuoni e lampi e scrosci terribili di pioggia. Io pensavo a voi: almeno a Livorno non avesse fatto nulla! che paura, se mai. E non avevate il mio petto in cui rifugiarvi con le vostre testoline. Arrivato a Siena con la pioggia sono salito sull’albergo dell’Aquila Nera. All’Aquila Nera c’era già il Brilli, che è imbruttito, se è possibile: ora mi dà ombra perché scrivo nella sua camera, avendomi favorito lui la carta. Dobbiamo andare a mangiare: perciò sarò breve, ma scriverò prima d’andare a letto e ci metterò la poesia già abbozzata alla Mariuccina e a tutte e due. Che melanconia per viaggio, pensando al visino patito della Vergine-Madre. Io mi sento confortato dalla crocettina. Sono andato a spasso, per Siena: bellissimi edifizi, bellissimo il Duomo; ma io non ci starei nemmeno dipinto. A me piace l’aria e la campagna ... O mia Du, o mia Mariú, o mie adorate, sole al mondo di maschi e femmine, mio tesoro, mia speranza, mia fede, mia vita. Io non mi separerò piú da voi, nemmeno per un giorno: mi porterò in tasca o l’una o l’altra di voi o tutte e due. Bisogna perciò provvedere la serva – in casa – e che sia buona e pratica di uccellini. Salutatemi tutte le mie bestioline, compreso il Toci, e pensate sempre a me, come io penso sempre a voi. Vostro per l’eternità

GIOVANNI

La mattina dopo, 22 agosto:

 Mie care bambine – sí ora vi chiamo come una volta, bambine – sono stato agli esami, ho dato il latino; sono tornato all’Albergo, sono stato dopo molta pena in quel posto: ora sono in istato di conversare a lungo con voi. Vi dirò di ieri sera. Andai a letto verso le 11 e piú: avevo il cuore grosso; quando mi trovai la croce, fui molto commosso: misi in un libricino le orazioni, e a letto le dissi, immaginandomi d’aver la Mariuccina al capezzale. Non dubitare, Mariú; son di parola; e poi sono religioso io e credo a tante cose. Pensai a voialtre e mi sentivo struggere: poi le carrozze, i rumori, le conversazioni nella strada hanno fatto una romba continua nella notte che io, avvezzo tutto al piú allo stormire dei lauri e dei lecci, non ho potuto dormire.

Ora vi dirò le mie pene. Quel Brilli: già ha l’aria trista, poi buffa; ma buffa in un modo straordinario sicché ho sempre paura che me ne ridondi sopra un poco. È venuto in cappello chiaro, a cencio, un cencio, e in giacca chiara. Io non ho osato metter la redingote per non stonar troppo. Voi mi griderete; ma mi fa molta pena. Tuttavia per andar dal Prefetto proverò di metterla e cosí i guanti; ma come mi secca...

Con tutta la sua straordinaria bellezza Siena m’annoia per via del compagno. Oh! fossi con voi! Ma questa è la prima ed ultima volta. Il compagno e certe preoccupazioni mi tolgono la mia solitudine e la mia ispirazione, sicché rimando a domani la poesia pre’ Mariucchin. Sono le 10,20 e non ho avuto ancora vostra sospirata lettera! Oh! come sento che v’amo e che mi amate! E quando è cosí, non si è felici? che ci vuoi di piú? .. .

Come è scipita e sconfortante la conversazione con quel frutto secco del Brilli! Gandino? Carducci? Casini? Nulla, nulla. Io non ho fatto nulla, io non sono nulla. Una volta ha fatto una discreta allusione al mio cavalierato, ma senza appulcrarci parola. Myrificae? Non esistono. Veianius? «Hai fatto poi stampare i tuoi versi latini?» «No; li hanno stampati in Olanda.» «Li hai mandati a Gandino?» «No.» E bott lí. «Ce ne hai delle copie?» «Qualcuna». E bott lí. Ma io me ne... infischio di lui e di tutta la bolognaggine e carducciaggine e somaraggine vecchia, invida e barbogia. Uomini nulli. Ho ben bene spiegata la redingote: ho ben messo in ordine le mie cose: questa mane mi sono spazzolato e pettinato e lavato con le belle cosine della mia cassettina. Ho seguito tutte le vostre istruzioni piamente. Sento che non posso vivere se non con voi e per voi. La poesia pre’ Mariucchin comincia cosí:

Non sono io forse il piccolo Giovanni

che la mamma accompagna alla stazione?... [21]

È scritta in treno: prevedo che verrà molto bella. E la stamperò con quella di Du, de’ mi  Du... O i miei angioli, Du, Mariú, carini, bellini, buoni, soavi, adorati! che differenza da questo gufo, da questo barbagianni! Gandino? Carducci? Ricagni? Casini? Bevilacqua? Se fa una risata, vien voglia di turargli la bocca... Sono noiosi, carducciosi. Severino, no: ma anche lui potrebbe esser meglio: hanno la rettorica nel sangue. Ma io sospiro vostre lettere ... Oggi ci saranno da rivedere i lavori. Il tema era una lettera del Giordani, scelta naturalmente da me. I ragazzi non hanno dizionario: erano nove: quattro non si sono presentati. Figurati che bel latino farà Mario da Siena una delle glorie Senesi! Ve ne informerò subito ...

Devo andare dal Prefetto e lascio. Mille baci dal vostro — tutto —

GIOVANNI

Saluti al Toci. Saluti all’Adele. Saluti alle bestioline. Baci e baci.

Myrificae? In quei primi tempi non sempre tutti dicevano e scrivevano Myricae.

Nel pomeriggio dello stesso giorno scriveva:

Carine mie,

Non sono io forse il piccolo Giovanni                   Domani

che sua mamma accompagna alla stazione? ...     continuerò

Esso va, solo; solo va, lontano ...

per gli altri; agli altri ei deve far da padre.

Sono le 4.45, interrompo perché or ora ho letto la vostra soavissima lettera col profumo della mia famiglia. Come vi ringrazio e vi amo di tanto affetto; ma la vostra tristezza mi rattrista. Fortuna ch’io sono triste come voi e più; e non vedo l’ora di riessere con voi. Sabato sarò certo a casa ... Mi è dispiaciuto molto dei tuoni: avrei voluto che fossero solo qua, non a Livorno. Ve l’ho già scritto: oh! avessi potuto mandarvi il mio cuore per consolarvi... Mi dispiace dello Staffetti e del Mosca: avevo tanto desiderio di rivederli e risentirli. Quello che m’avete detto di loro mi ha consolato di tante cose che sento dal mio collega. Eccone un saggio: «Al Gandino?» «Non glielo mando (storia vecchia); e nemmeno al Carducci». «Perché?» «Perché si secca a ricevere le cose di noi piccini». «O come?» «Sicuro: io sono un seccatore; mentre Severino è quello che sarebbe l’Heine se... il Petrarca se ...: il Mazzoni è il tale, il Marradi è il tal altro». «Vedi (ecco la risposta untuosa del Brilli) il Carducci è un uomo superiore ...un grande fra tanti pigmei..., che cosa vuoi? D’altra parte, io so che il Mazzoni non lo stima punto, il Marradi molto poco... e se fece quell’articolo, lo fece perché seccato... (Modo di dire: non stima nessuno e te come gli altri). Del resto, vedi: io a Roma sentii che ti difendeva contro uno che non importa nominare... Anzi fu la prima volta che sentii parlare delle tue poesie. Egli ti difendeva» (mi par di sentirlo: «No povero Pascoli, non c’è male, qualche cosa c’è ... povero Pascoli! » E intanto gongolava) ...

Riprendendo il filo ... (Non posso dilungarmi di più. Siate tranquille e pensate a me: non ci sarà un momento in cui i nostri pensieri non s’incontrino... A colazione ho mangiato di quello scipito rosbiffe, freddo, cosí noioso. O arrosti della mia Ida! O minestrine della mia Ida! O cure delle mie sorelle dilettissime! Ida, ti voglio molto bene. Mariù, ti voglio molto bene; e voglio molto bene a ciò a cui voi volete bene: a tutto, ai vostri piccioncini che saluterete, ai vostri gatti, alla povera Ciomma, al povero Bengalino, Gnulin, canarin, tutti. Ma a voi lo voglio tutto tutto tutto. Non vedo l’ora di riabbracciarvi. Scrivetemi un po’ per una, come questa volta. Bacio le tue pagine, Ida, e le tue, Maria. Ida e Maria. Questa sera rileggerò tre o quattro volte le vostre lettere «dittamo blando per la mia ferita». Saluti al Toci. Un bacio, mille baci a tutte e due.

La «Ciomma » era la nostra gattina. « Gnulin » il rosignolo; « canarin » il canarino etc.

E molte cose con sospir gli ha detto ...

oh! parla e guarda all’angiolo custode. [22]

Care Duccia e Mariuccina, questo ho scritto stamane; poi ho dovuto correggere i temi (sono poco buoni tutti: tra i cattivi c’è quello di Mario M. Aspetteremo l’italiano per decidere): poi ho fatto colazione, discretamente; poi sono uscito. Ma prima devo dirvi che poco prima di far colazione ho ricevuto la vostra desolata lettera. Io senza volere vi ho fatto stare un giorno male, povere bimbe. Non potete immaginare il cretinismo della posta Livornese ...

Sono uscito col Brilli che racconta cose enormi del Carducci e della Vivanti soggiungendo con una incoscienza sbalorditiva: «È un uomo superiore»; abbiamo preso un caffè. In questo mentre entra Mario nel caffè. [Con lui e col padre visitarono vari bei posti e belli edifizi di Siena]. Sono rimasto contento delle ispirazioni che, naturalmente, mi sono tenuto in corpo. [E qui aggiunge una malignità sentita a Siena sulla famiglia Marradi]. Perdonate se v’ho trattenute di queste scipitaggini. Noi ci amiamo, ci adoriamo, siamo felici. Io non penso se non a voi, e (Dio mi perdoni) involontariamente parlo sempre di voi ... Ieri sera andai a letto, rilessi la lettera, baciandola e aspirando il profumo del dittamo blando e dissi devotamente le orazioni: «Per la povera zia Rita e la Rosa e non dimenticatevi de’ pover Du e de’ pover Mariú». Ho baciato la crocettina che è sempre sul mio cuore. Poi ho pianto un poco e ho cercato di dormire, pensando a voi e facendo dei castelli in aria di felicità con voi, solo con voi, con voi sole, mie tutto. E questa sera farò lo stesso... Tanti saluti alla Ciomma e ai suoi, alla cui memoria continuo a dare qualche ossino a due bei gattini – mendichi... Baci, baci, baci ai miei adorati Du e Mariú dal povero      GIOVANNI

Mercoledi, ore 51/4 (24 agosto)

Care mie sorelline, compagne della mia vita, sono le 9,20. Sono uscito dalla dettatura del tema d’italiano e sono tornato alla locanda. I cibi non mi conferiscono e mi sento un po’ gonfio. Ho un poco di rispetto amano di andare in quel luogo, e cosí soffro un poco. E rimpiango sempre la mia casina e più la compagnia amorevole delle mie bimbe. Domani Venerdi, correzione e decisione... Poi siamo liberi... non posso dire a che ora (subito però) potrò imbarcarmi; Mariulin non mi ha fatto il viaggio di ritorno. Bisognerà che compri un orario. Sono anche imbarazzato a comprarvi il regalino; perché non ho veduto nulla di bello e di speciale. Ma qualche cosa pur farò. Quello che sospiro è di riabbracciarvi per non lasciarvi mai piú, mai piú. Dentro sabato dunque sarò a Livorno. Chi sa tra che folla dovrò venire.

Ieri sera ho fatto come al solito: non ho tralasciato nulla: m’è venuto di dire: «e m’arriucchento»; ma mi sono rimproverato e minacciato di ricominciare da capo, e cosí mi sono corretto subito ... Ho preso nelle mie gite qualche appunto di poesie. Ma senza entusiasmo: avessi avuto al braccio voi due, allora sí! ... Però Siena è veramente bella e ve la descriverò a voce. Non vi aspettate però gli entusiasmi: io non mi commuovo veramente se non avanti le bellezze naturali. Un albero per me val di piú della torre del Mangia e del campanil di Giotto.

Dudú: sei stata molto stizzita con me l’altro giorno eh? Non ci avevo colpa però: hai veduto. Non c’è pericolo che il mio amore diminuisca nemmeno d’una dramma: crescere sí: cresce continuamente, prepotentemente, infinitamente. E tu, Mariú? Hai piú i pesti sotto gli occhi? Hai paura? Guardi sotto il letto? Vai nella mia camera? Fai la pulizia del mio studio? Mi volete sempre bene, bene, bene? O domanda inutile! chi ama come amo io, è certo di essere riamato.

L’inno, a quel che pare, come leggo nella «Tribuna», è sfumato ... Ma come sono sciocchi e timidi cotesti due maestri! Perché non dirlo che l’avevano fatto loro l’inno? È vero che la marcia del Masc. entusiasmerà il popolo e l’inclita guarnigione: sfido io. Del resto rassegnamoci; ma mi sarebbe piaciuto sentir cantare in incognito, le mie parole... E bisogna pensare al pianoforte di Mariú. Iduccia, non è vero? Al pianoforte della nostra figliolina.

Ora chiudo e corro ad impostare. Verso le 5 scriverò un’altra volta. Forse allora avrò ricevuto una vostra consolatrice letterina. Io ne sospiro, badate. Le leggo molte volte, le bacio, le tengo sempre con me. Un bacio, Ida, un bacio, Maria, angioli miei adorati. Vostro lontano e mesto

GIOVANNI

Siena, 25 agosto-giovedi, ore 10.5 a.m.

Le preghiere che dicevamo insieme lui ed io la sera consistevano nel segno della Croce, unAve Maria, un Gloria Patri, un Requiem e diverse invocazioni tra cui una che ci facevano dire nella nostra infanzia: «Nel bel cuor di Gesù che m’ha redento - in pace mi riposo e m’addormento». Or egli, quand’era un po’ in vena di scherzare, invece di dire «m’addormento», diceva «m’arriucchento». Io non ammettevo che scherzasse pregando, e lo minacciavo di ricominciare da capo tutta la fila se non diceva a modo. Ed egli allora si correggeva, ridendo però molto della mia serietà. All’ultimo poi egli aggiungeva alle raccomandazioni che facevamo a Maria per tutti i nostri cari: « enon dimenticatevi e’ mi pover Du e e’ mi pover Mariú » (le sue povere Ida e Maria). Usavamo molto il dialetto romagnolo, assai bastardo però, sí nelle preghiere e sí parlando teneramente tra noi. Ci sentivamo più vicini alla mamma e ai nostri primi anni. A seconda poi delle circostanze facevamo qualche aggiunta. Per esempio: essendo venuti una sera i ladri ed essendone rimasta in me molta paura, si diceva: A furibus et latronibus, libera nos, Domine. In tempo di epidemia aggiungevamo: Sancte Rocche, ora pro nobis. Oh! le nostre dolci preghiere! Oh! il nostro dolce affetto! [23]

Mie buone sorelline del cuore, sono le 5.20, ritorno da Fontebranda dove tornerò domani sera sul tardi per prendere le ultime ispirazioni, e riprendo la penna per scrivervi la seconda lettera d’oggi. Ho ricevuto la vostra a mezzogiorno e m’ha dato tanta consolazione che ho mangiato la prima volta con appetito: una fetta di manzo lesso. Aspiro con delizia l’odore della nostra erba luisa; l’altro odore di casa. Io vi unisco della menta presa a un muraglione, che fa parte della poesia she vado delineando.

O Mariú: se desidero tutto ciò che dici: desidero di dir le orazioni con te al capezzale, desidero che tu mi levi le scarpe, desidero la mia pipa; desidero di star sempre con voi vicine, desidero di prendere coraggio dalle vostre lodi, dalle tue fiere invettive, o Ida sdegnosa dei volgari... Vi ho già spiegato come non so ancora a che ora tornerò sabato, ma ve ne avvertirò magari telegraficamente, se non lo saprò domani. Se lo so domani, vi scrivo: se no, vi telegrafo sabato... Domattina continuerò la poesia a Mariú. Oggi, ve l’ho già detto, sono stato poco bene di corpo e perciò di spirito. Vedrete Martinozzi: non gli dite per carità, che v’ho scritto dell’insuccesso di Mario. Quel poco di tempo che ho trascorso con lui senza Brilli è stato il piú bello di Siena .. .

Mangiate un po’ meglio; non fate astinenza ora che non ci sono io. Mangiate dei polli. Du, falla mangiare la tua e mia figliolina. E bevete. Non avete piú vino? E amatemi e pensate sempre a me, perché io penso solo a voi, solo a piacere a voi, solo a esser lodato da voi, solo a esser amato da voi, carine, piccine, cocchine mie.

Baci dell’anima ai miei soavissimi Du e Mariú dal loro lontano e melanconico           GIOVANNI

L’erba luisa, o cedrina, di cui gli avevamo incluso qualche fogliolina nella nostra lettera, era venuta allora allora in casa. Avevamo comprato la piantina con due lire a un carretto che spesso passava dalla nostra via, consolandoci gli occhi con tanti bei fiori e riempiendoci di voglia di possederli. Nell’assenza di Giovannino pensammo di procurargli l’erba prediletta di nostra madre che tanto egli desiderava. Questa pianticella è quella stessa ch’egli ricorda in un sonetto del Colloquio (Myricae) e in Casa mia (Limpido rivo). È proprio quella ch’egli piantò presso la porta di questa casa di Castelvecchio appena fu sua, sotto una Madonnina che egli pure fece ivi collocare. Tutto qui intorno ha la sua storia e l’impronta di lui.

Care bambine mie, ecco dunque l’ultima lettera da Siena. Vi dico subito l’essenziale: domani, sabato, a ore 10½ dobbiamo essere dal Prefetto a portare il nostro verdetto suggellato. (È ancora incerto ...) Dopo un poco di tempo, non so quanto, saremo sbrigati di ciò; ma il danaro? lo avrò subito? Saprete verso mezzogiorno il definitivo; capite che non è colpa mia se non lo posso dire oggi ... Oh! volesse Dio che non ci fossero inciampi e potessi venire alle 2: arriverei per il pranzo che mi sarebbe tanto dolce con voi a fianco... Ma come si sta male fuori di casa! E poi io sono stato sempre demoralizzato dalla compagnia ridicola che m’hanno dato... Io oggi sto benone, salvo pel ditino del Mariú che mi fa male. Oh! domani sera o domani notte sarò con le mie uniche e adorate creature e dormirò nel mio letto cullato dal vostro lieve respiro dall’altra camera. O carine, come guazzano impazienti i piedi! Come si prepara la mia bocca a baciarvi e le braccia ad abbracciarvi! E se al treno delle sette non ci fosse la coincidenza di Empoli per Livorno? È un’incertezza che mi affligge.

La vostra lettera l’ho ricevuta a mezzogiorno e ne sono stato beato. Non dubitate: mi metterò al lavoro giocondo e domestico. La compagnia del Brilli, e il sentire per mezzo suo l’indifferenza e l’invidia e sempre la nullaggine e l’afa e la noia di quei poveri mendichi della letteratura, mi ha messo gli sproni all’anima. Quello che diceva male delle mie poesie al Carducci che le difendeva (figuratevi come) non pare fosse l’Alvisi o il Lodi, ma il Vassallo - Gandolin. Ma il Brilli parla sempre diplomaticamente e non si sa con lui a che credere ...

I miei rispetti alla signora Ciomma e al signor Toci suo marito morganatico, e alla prole. Salutate l’Adele; e i piccioncini, le galline, e i miei cari uccellini, Dittamo, Erba Luisa, Gelsomino. Quanta poesia avete, miei cari angioli ... Domani sera o notte, che letizia per me! Altro che vedere il Re! e la Regina e il Martini! In questa aspettazione li abbraccio e bacio, o Du, ti abbraccio e bacio, o Mariú, con tutta l’anima, con tutto il cuore, con tutta la vita mia che è vostra. Tutto vostro

GIOVANNI

Siena, 26 agosto 1892 — ore 3’2 porri.

Dentro domani, sabato, riceverete telegramma.                GIOVANNI

«Io oggi sto benone, salvo pel ditino del Mariù...» Era il dito mignolo del suo piede destro che piú o meno gli doleva sempre. Era quel povero dito che ebbe tante lagrime e tante cure della mamma quand’egli era piccolo, e che appena fummo insieme io volli affidato a me; perciò egli lo considerava mio.

Da Siena poté partire alle 2 e giunse a casa all’ora dolce della cena, «l’ora del ritorno», l’ora in cui «la casa si chiude, ristringe, accapanna - per parlare tra sé e sé ». Il ricordo di quei momenti d’ineffabile gioia mi riesce ora cosí angoscioso come quello d’un infinito dolore. La cenetta, non ostante ch’egli avesse bisogno di riposo per un occhio che gli s’era arrossato in treno e gli facesse male a tenerlo aperto, si prolungò per diverse ore tra le tante narrazioni che aveva da farci. Le ornava di colori, di dettagli, di mimiche cosí curiose ed allegre, che perdevano quel saporino amaro che può sembrare abbiano nelle lettere. Oh! non si era alterata la sua antica amicizia di ex-condiscepolo!

Per ricordo di Siena portò quattro fotografie di dipinti del Sodoma. Le facemmo subito incorniciare e ne mettemmo una su ogni letto. Furono i primi quadri di casa. Egli volle per sé il «Gesù flagellato». Non era anche lui sottoposto a pene, e paziente a guisa del Divino Maestro? Le impressioni poetiche, specialmente del Duomo di Siena, rimasero appuntate nel suo taccuino perché allora non ebbe tempo di tradurle in versi, e dopo avrebbe avuto bisogno di rivedere quei luoghi per riprovare le medesime sensazioni. Ma Siena non la rivide più.

Il giorno della festa livornese per l’inaugurazione del monumento a Vittorio Emanuele II, che per noi non aveva ormai più attrattive dopo l’esclusione dell’inno, egli si riaffiatò con la sua Lyra, e scrisse anche una lunga lettera al Finali che aspettava il suo parere intorno a un volumetto di versi patriottici di un suo fratello, Amilcare, morto nel 1867, mentre era di guardia, quale capitano dell’8° Regg. Granatieri, del confine pontificio a Magliano. La pubblicazione, molto postuma, era un omaggio del superstite alla memoria del fratello. Giovannino non fu perciò avaro di lodi né per l’autore né per il presentatore. E il Finali se ne compiacque molto scrivendogli il 30 agosto. Venne anzi da noi nel pomeriggio del 2 settembre e si trattenne fino a notte: partí con la promessa che Giovannino avrebbe scritto qualcosa sul volumetto dei versi di Amilcare; e dopo aver visto, dai molti libri aperti qua e là sullo scrittoio e sul tavolino, che quello era «un periodo di grande attività e di preparazione . . . Quel prepararsi i titoli fu parola che esprimeva una grande amarezza . . . ». Cosí scriveva il 4 settembre.

Di fatti nello studio di Giovannino c’era a quel tempo un grande ingombro di libri aperti da per tutto, persino sulle sedie, e a colpo d’occhio si poteva capire ch’egli lavorava molto seriamente. Infatti stava facendo la Lyra Romana. Non era però un lavoro di preparazione. A che, se mai? A prepararsi un titolo per andare all’Università? Non ci pensava nemmeno. Egli voleva dare qualche buon libro alla scuola italiana e voleva seguire i suoi ideali d’arte e di studio. Se in tal modo avesse potuto trovar grazia presso quelli che potevano migliorare la sua sorte, bene; se no, pazienza.

Certo la mancanza di tempo e di tranquillità lo esasperava. Già fin d’allora aveva matura nel pensiero l’interpretazione fondamentale della Divina Commedia e si struggeva di scriverla. Ma era impossibile. Bisognava che si contentasse di parlarne con me nella breve mezz’ora della nostra passeggiata serale. E temeva che da un momento all’altro qualcuno potesse scoprire la chiave che aveva visto lui, e aprire improvvisamente la porta dell’oscuro mistero dantesco. Ci teneva a mostrarla lui quella chiave!

C’interessa di questo tempo il brano di una lettera del Finali del 15 settembre: «La vostra lettera ricevuta stamane mi ha fatto piacere assai . . . Avete visto quanti delitti si accumulino intorno ad un nome per voi infausto? quel che avviene a Cesena, in parte è nuovo aspetto di male; in altra parte rinnova ed accresce l’orrore d’antichi mali . . . E il 1° ottobre giungeva notizia di processo a carico di un discendente di quella persona ». Il nome per noi «infausto» era quello di Eugenio Valzania, capo dei repubblicani di Romagna, o meglio, di una setta costituita da repubblicani, che si collegava ai giorni dell’uccisione di nostro padre. Il Finali chiedeva anche se Leone XIII aveva fatto pervenire alcun segno d’aver ricevuto il Veianius. No, nessun segno. Cosí che Giovannino gli ritolse l’odicina con che glielo accompagnava e con qualche variazione se ne serví per dedica del Veianius a un altro, a Pietro Micheli, che spesso a quei tempi veniva a trovarlo e sembrava che gli volesse bene. [24]

UN TESTAMENTO E ALTRE NOTIZIE FAMILIARI
(OTTOBRE 1892 - LUGLIO 1893)

Ecco il testamento, cui altrove accennai.

Livorno diciotto di ottobre dell’anno mille ottocento novanta due.

Non potendo prevedere il domani, temendo anzi che nasconda la morte e la sventura, dichiaro in questo foglio, scritto tutto e sottoscritto di mia mano, la mia volontà.

Io non ho nulla o ben poco da lasciare alle mie dilette sorelle Ida e Maria; poiché i mobili di casa sono loro, acquistati col loro danaro, e la mia medaglia d’oro, guadagnata al concorso d’Amsterdam, non bassa a pagare il debito che ho verso di loro di lire millecinquecento. Anche dunque la medaglia d’oro è loro, è delle mie sorelle Ida e Maria. Quanto ai libri, il sig.r Giusti Raffaello, libraio di Livorno, vorrà prenderne quella quantità che basti a pagare il debito che ho verso di lui, e il resto sia, come in verità è, delle dette sorelle. Lascio poi ad esse tutto ciò che è mio, panni, gioielli ed altro. Lascio alle medesime il diritto di ristampa delle mie poesie intitolate Myricae, aggiungendovi quelle che crederanno opportune.

Raccomando al mio ottimo amico come fratello Severino Ferrari di far pratiche presso S. E. il ministro Martini perché sia data alle mie sorelle, per la coltura ben nota a lui, la patente di maestra elementare. Nello stesso tempo il medesimo mio Severino carissimo curi coll’avv. Giulio Vita il modo di far ricuperare alle mie infelici sorelle il loro poco patrimonio che ora è nelle mani della nostra zia Rita Vincenzi vedova David e del suo figlio Emilio David. E tanto Severino quanto gli altri amici miei, proteggano, aiutino, confortino queste due povere ragazze che restano orfane la seconda volta. Un bacio al mio fratello Raffaele, ai miei amici, alle mie due sorelle amatissime.

GIOVANNI PASCOLI del fu Ruggero scrisse tutto di suo pugno il giorno diciotto d’ottobre dell’anno mille ottocento novanta due in Livorno.

Avanti, mio povero cuore; avanti, mia inabile penna! Dacché egli aveva con sé Ida e Maria, era la terza volta che scriveva il suo testamento. La prima volta fu nel 1886 appena ebbe in mano le mille lire della nostra parte di eredità materna, e consisteva in una semplice dichiarazione rilasciata a noi, che tutto quello che era in casa apparteneva alle sorelle. La seconda, e fu nell’anno precedente a questo, la dichiarazione fu mutata in un vero testamento, e riconosceva il debito verso di noi di mille e cinquecento lire, poiché anche le cinquecento lire di scorta, che aveva lasciate a noi, se ne erano andate tra il trasferimento da Massa a Livorno ed altre spese ch’egli considerò a suo carico. Era del resto poco dissimile dal presente. Vi mancava, naturalmente, il cenno della medaglia d’oro; e c’era di più una viva raccomandazione al Carducci, oltre che a Severino per le sorelle. Ma ormai quella gli parve inutile. Non teneva affatto segreti questi suoi scritti, non li metteva nemmeno nella busta. Si vedevano sempre nel primo cassetto del suo comò. Perciò posso dire che cosa conteneva anche quello dell’anno avanti che poi distrusse. Questo, che ho riportato, rimase, col tempo, sperso fra tante altre carte e certo dimenticato da lui.

Con meraviglia e dolore vedevamo trascorrere il tempo utile per l’iscrizione di Placido al 4° corso ginnasiale senza che suo padre ci facesse noto se voleva rimandarlo a Livorno. A noi dispiaceva abbandonare il cuginetto cosí bene avviato e a cui volevamo tanto bene; d’altra parte ci sembrava di non doverlo richiedere noi. Suo padre che aveva presso di sé il nostro denaro ereditato dalla mamma e talvolta nelle nostre gravi necessità gliene chiedevamo almeno un poco, e sempre invano, teneva proprio con noi il contegno arcigno del debitore verso il creditore. Non sapevamo come contenerci. Giovannino tuttavia pensò di farsi vivo lui e scrisse che, dalla mancanza di ogni notizia, aveva dedotto che avessero provvisto altrimenti per Placido, e che perciò egli non aveva fatto quanto occorreva per regolare la situazione scolastica del ragazzo, cosa che ormai non si sarebbe più stati in tempo di fare. Arrivò una risposta piena di rammarico che conchiudeva con la domanda disperata: «Dunque non c’è più modo di far niente? sarà tutto finito?» Allora Giovannino andò subito dal Provveditore e ottenne l’iscrizione del bimbo, sebbene in ritardo. Poi sollecitò la sua venuta, a condizione però che con lui venisse anche la nonna, ch’era la sorella della nostra mamma, la nostra buona zia Rita. Egli voleva sentirsi ripetere ciò ch’ella gli disse quando lo vide dopo la sua laurea, cioè ch’era «un uomo di giudizio». Era una lode a cui teneva molto. La zia telegrafò che venivano tutti e due. Aveva però capito che eravamo disgustati, e si moveva solo per pacificare.

Nei cinque o sei mesi che la zia rimase con noi, quanti e quanti ricordi suscitò e chiarí nella nostra mente della nostra famiglia e della nostra infanzia! Riudimmo dalle sue labbra la scena de La cavalla storna, dell’Un ricordo, del Nido di farlotti. Ci ripeté le parole angosciose della sua Caterina morente, per le due bimbe che non avevano ancora i vestitini d’inverno, mentre già turbinava la neve. Che fecondo tesoro di poesia metteva in serbo Giovannino! Io metteva in serbo, perché anche in quel tempo era afflitto da mille preoccupazioni e gravato dal lavoro, sí che poco o nulla poteva dedicarsi alla poesia. [25]

Prima di essere ripreso nell’ingranaggio della scuola si decise a fare l’articoletto desiderato dal Finali e lo mandò al «Fanfulla». Il Finali commosso allora lo ringraziò il 10 novembre; e da allora cominciò a esprimere un nuovo desiderio, ma a lunga scadenza, quello di avere la prefazione alle Commedie di Plauto quando ne avesse terminata la traduzione in italiano. Ma per quella non gli valsero dieci anni di assedio.

Qualcosa delle pene intime che affliggevano allora Giovannino si può dedurre, meglio che dalle mie parole, da questa lettera da lui scritta a Severino, il quale gli si era ricordato con uno dei suoi cari doni.

Caro Severino, la mia vita da che non ti vedo e non ti parlo nemmeno per scritto, passa melanconica, ed è turbata da mille ragioni e specialmente dalla considerazione dell’inutilità e vacuità e vanità della vita mia e delle mie sorelle. Giunti a questo punto, ci siamo accorti tutti e tre, credo, che abbiamo sbagliato nella somma della vita; e non si rinasce. Altre cause mi tengono amareggiato e scontento: tra le altre, il non potere, nemmeno con benefizi, ottenere dal mio cugino che paghi alle mie sorelle il suo debito. Anche: ho quell’infelicissimo fratello che sai, che ricorre a ogni momento a me, perché crede che io sia divenuto un signore, che io vorrei aiutare in modo da toglierlo alla miseria e non posso, non posso, non posso. Anche: il mio amatissimo Falino è adirato con me e crede d’aver ragione e ha torto, ma non posso dimostrarglielo per tante e tante ragioni. Triste tramonto d’una giornata senza sole! E malcontento e riluttante trascino tutto il santo giorno la carretta senza avere il tempo e l’ozio di potere adombrare i concetti che mi balenano e mi si disegnano, anche chiari e definiti nella mente. Questo è veramente un supplizio di Tantalo peggiorato. Cosí è, Severino; e di tra quest’uggia a te sempre sospiro e vorrei rivederti e riparlarti e tentare, frugando nella nostra fraterna amicizia, di destare qualche favilla e fare un poco di focherello. Coi due cappelletti comunicherò con te quando li mangerò, che non sarà cosí subito ma presso Ceppo. Ora te ne ringrazio e ti prego a scrivermi e a darmi notizie tue e della soavissima Ida tua e della tua mamma e di Visidori e degli amici di Bologna. Sai che l’ottimo Martinozzi è a Bologna, donde è partito il cav. Fiorini? Sai che ho veduto il piccolo Brilli? «Cosa vol, è un uomo superiore!!!» Ecco il suo intercalare, che m’è sembrato cosí meschino e sciocco dopo tanti anni.

Addio, caro Severino, un bacio dal tuo, come sempre, tutto tuo

GIOVANNI PASCOLI

Livorno, 12 Xbre 92

 Rammento che in quello scorcio d’anno, per acquistare un po’ di tempo per la poesia, egli si accordò con me di levarsi la mattina prestissimo e andare insieme alla novena del Natale nella Chiesa del Soccorso, che distava da casa nostra non piú che la breve passeggiata che occorreva per fugare il sonno e risvegliare la mente. Alle tre eravamo in piedi e via che andavamo taciti e lesti per le strade ancor deserte; al lume stanco dei lampioni sotto il magnifico stellato invernale. Quanta suggestione poetica! E che dolcezza in chiesa al canto del Magnificat! Per qualche giorno questa trovata sortí buon effetto; ma poi dovemmo rinunziarvi perché le tre o quattro ore tutt’al più che si dormivano erano insufficienti per ristorare Giovannino dalle fatiche del giorno e la sua mente si ribellava al sopruso che di lei voleva fare. E aspettò le «vacanzine» (come le chiamava lui) di Natale e Capodanno. In esse lavorò tanto. Scrisse gran parte del poema latino Gladiatores (appartenente alla lunga serie dei poemi già fin d’allora concepiti e fissati col titolo nelle sue carte) per mandare ad Amsterdam; terminò varie poesie per le Myricae e nel suo anniversario (31 dicembre) compose due o tre sonetti del Colloquioc, he erano un grande riflesso della sua malinconia.

La vita

che tu mi desti — o madre, tu! — non l’amo.

Due cose buone gli portava il gennaio 1893. La prima fu una lettera del D’Annunzio, col quale non aveva ancora avuto nessuna relazione pur sapendo di essere ben conosciuto e apprezzato da lui. Già fin da quando il D’Annunzio era volontario di cavalleria e percorreva la Romagna, intonava un suo articolo, pubblicato, mi pare, nella «Tribuna» con la quartina

Romagna solatia, dolce paese,

cui regnarono Guidi e Malatesta,

cui tenne pure il Passator cortese

re della strada, re della foresta.

Dagli amici della «Vita Nuova» di Firenze aveva poi appreso che lo qualificava: «il Pascoli artefice di sonetti eccellentissimo». La lettera quindi non poté a meno di riuscirgli oltremodo gradita e di compensarlo dell < ple.

Addio. Amanti. Che la tua vena si conservi lucida e profonda per la gioia dei pochi!

GABRIELE D’ANNUNZIO

Villa Isabella alla Favorita, Resina (Napoli), 3 gennaio 1893

L’altra cosa buona fu l’aumento sessennale che gli elevò lo stipendio a 2970 lire. Se avesse potuto pensare solo a sé e alla sua casa, ormai con l’incarico del collegio San Giorgio e qualche altra piccola risorsa si sarebbe trovato abbastanza bene finanziariamente, perché le sue aspirazioni non andavano oltre il necessario. Ma è certo che se voleva ridurre qualcosa nel suo lavoro particolare, bisognava che per lo meno non dovesse fare altra scuola se non quella del Liceo. E allora? Era sempre il circolo vizioso che lo teneva incatenato. La sua speranza si limitava a un posto piú riposato, magari di preside, sebbene non gli piacesse. La tanta scuola, con quel continuo vociferare cosí contrario alla sua natura meditativa, cominciava a essergli grave. Diceva che spesso non riusciva a spiccicare le parole, tanto aveva la «lingua nella piega» (per dire che non aveva voglia di parlare) e la mente rivolta ad altro. Se il ministro Martini, che il Finali gli assicurava pieno di buoni propositi per lui, avesse voluto, certo non gli sarebbe mancato il modo di fargli un po’ di bene. L’aveva fatto a tanti altri! [26]

Nel febbraio si tolse un vecchio debito di 250 lire, che aveva contratto andando a Massa con quel F. Vitali già più volte ricordato: con quel versamento finí di liquidare le pendenze del passato. Ma proprio allora contraeva il debito di 300 lire alla Banca di San Marino per il fratello Giuseppe. Non doveva mai avere pace.

Oh! finalmente il Carducci gli scrisse qualcosa !

Bol. 14 marzo 93.

Caro amico mio Pascoli. Fammi il piacere di mandare a Isidoro Del Lungo, che me ne mostrò gran desiderio ed è buon scrittore e lettore di versi latini, il tuo bellissimo Veianius. Addio. Tuo

GIOSUE CARDUCCI

Non erano, a dir vero, le parole che più avrebbe gradito dal Maestro, perché erano quasi una prova che il Carducci apprezzava di lui solo la poesia latina. Già poco prima se n’era insospettito per un riferimento del Finali: «Sere sono mi trovavo in una casa signorile dove il Carducci parlava colle più grandi lodi di Albini e di lei: ne ebbi piacere ineffabile. "Sono amico di Pascoli", io ripeteva; "ma l’Albini non lo conosco"». Le grandi lodi, forse provocate dalla presenza del Finali che già il Carducci sapeva amico di Giovannino rimasero peraltro confinate nel campo latino, e ciò si capisce anche dall’accoppiamento dell’Albini con lui. Tuttavia la cartolina con quella intestazione affettuosa gli fece molto piacere essendo egli molto piú sensibile a un poco di affetto che a un milione di lodi.

Nella risposta del 27 aprile il Del Lungo, lodato il Veianius, chiudeva: « E perché non lo fa italiano? Nessuno potrebbe meglio di Lei; e una ristampa con la versione gioverebbe a diffonderlo». L’idea di tradurre il suo latino egli l’aveva già, ma non intendeva cominciare allora perché allora voleva creare. Sarebbe stato, diceva, il lavoro riposato e delizioso della sua vecchiaia, se avesse potuto averla; e avrebbe fatto delle versioni alquanto libere quasi come poemi ricomposti in italiano. Quando vedeva qualche suo poema tradotto da altri, pativa: nelle versioni non riconosceva pie’ il suo poemetto. Un giorno, siccome io m’ero divertita a tradurre in prosa e in versi endecasillabi il Veianius, egli per darmi un saggio del come avrebbe inteso di fare, ne sbozzò il principio cosí:

L’alba dai lecci d’Ustica, su in vetta

spiando a valle, ritrovò destata

tra il cader della guazza, una villetta:

la tua, Veianio. Tu dormivi ancora,

ma l’assiduo fruscio della granata

veva precorso lodole ed aurora... [27]

Poi lasciò stare ché non poteva mettere il suo tempo lí. Qualche motivo di questo principio risuona in Alba che si trova in Myricae.

Nel frattempo, essendo rimasto vacante il posto d’italiano al Liceo, non che all’Accademia navale, per la morte del prof. Ercole Bottari, Giovannino aveva aperto l’anima alla dolce speranza di poter avere il suo Severino a collega a Livorno. Era un antico sogno di entrambi di trovarsi insieme in una città! Ma l’amico, per la solita ignota ragione che lo teneva lontano da Livorno, ricusò l’invito che gli era stato fatto dal Ministero, e il 24 marzo ne scrisse a Giovannino.

La primavera di quell’anno gli risvegliò piú che mai il desiderio della campagna coi suoi verdi campi, i prati fioriti, le folte macchie, i casolari sparsi. Il nostro piccolo giardino, e quello grande della villa accanto che si vedeva dalle finestre, erano insufficienti per la sua sete d’aria libera e di natura vergine. E intanto che cullava nella sua mente il progetto, quasi irrealizzabile perché in casa non c’era l’unanimità, di trasferirsi a Quercianella, dove aveva intravisto un luogo che avrebbe soddisfatto il suo gusto, si recava la domenica mattina prestissimo provvisto di vascolo e vanghetta a erborare, con qualche suo alunno, nella macchia del « Limone » e in altri colli circostanti. Quando fu ben pratico dei luoghi, nel maggio che rimanemmo soli, perché la zia ritornando a Sogliano portò seco per un poco l’Ida, conduceva con sé me e Placido, il quale godeva di portare il vascolo. Come ci divertivamo! E anche la sera, prima di cena, nell’ora che non si lavorava più, arrivavamo fin là, ritornando poi per il Viale dei condotti nel momento proprio che tramontava il sole.

Il disco grandissimo pende

rossastro in un latte d’opale

e intaglia le case ed accende

i lecci del nero viale ...

Di quante ispirazioni gli furono larghe quelle escursioni e quella macchia!

Errai nell’oblio della valle

tra ciuffi di stipe fiorite,

tra quercie rigonfie di galle;

errai nella macchia piú sola

per dove tra foglie marcite

spuntava l’azzurra viola ...

Di queste ed altre poesie io sentii i primi versi nel momento stesso che gli balenava il motivo poetico. Molte «myricae» si devono a quei luoghi incantevoli e suggestivi, almeno per noi. Le piantine che portava a casa, tra cui molte specie di orchidee selvatiche, dopo averle studiate e riscontrate sui libri di botanica, le pigiava in un sacchetto e poi, quand’erano secche, le fissava su dei cartoncini con l’idea di farne una bella raccolta. Non c’era, si può dire, fiore che non avesse imparato a conoscere, e posso dire anche uccellino, come non c’era costellazione nel cielo ignota per lui. Ma quelle poetiche ricreazioni dello spirito dovettero ben presto cessare perché anche quel tempo bisognò che lo impiegasse in altre cose. E poi con le vacanze gli vennero a mancare i portatori del vascolo, tra cui Placido, il quale appena ebbe superato l’esame di 4a in 5a ginnasiale andò a casa sua essendolo venuto a prendere suo padre. Ricordo sempre quel momento in cui il bimbo ci salutò e baciò. Il suo bel visino roseo divenne pallido pallido e dalle sue labbra tremanti non uscí una parola. Forse lo assalí qualche triste presentimento.

 

Note

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[1] [Le grafie Giogio, Margeites e Margites sono confermate dal controllo dell’originale.]

[2] [Lettera molto importante: c’è quasi un giovanile programma di lavori, che in parte saranno poi attuati. Si rivela già l’ispirazione di lavorare con la fantasia su temi tradizionali storici; e di trarne Poemetti in italiano (i... Conviviali) e in latino (anche se per ora sembrano prevalere temi fantastici, scherzosi e popolareschi). E quanto ai libri scolastici si delineano progetti che potranno condurre all’originalità di Sul limitare e di Fior da fiore...]

[3] [«È nelle ginocchia degli dei»: v. la lettera a Severino dell’8 agosto 1894, pag. 180, per la «cosa» cui qui forse si accenna.]

[4] [«Nel tetro ottantanove - Dio prenderà la spada...»: si veda il cit. volume di Scritti sparsi.]

[5] [Il nome era Lia Bianchi. Il Pescetti (non so su quale fondamento: fra le carte non ce n’è traccia) afferma che per lei scrisse «tre mirabili sonetti» cui il nome dà «un’atmosfera dantesca». Non si giunse però all’anello (equivoco dall’episodio del 1896). Si veda G. FATINI, Il P. innamorato, in Studi letterari in onore di E. Santini, Palermo 1955.

Si può aggiungere che fra le carte di Castelvecchio restano autografe alcune strofe di una poesia incompiuta, che comincia: « Come piange il mandolino, — come geme — nel suo piccolo dolore... »; e c’è la soprascritta «Alla Signorina Stabile». Sotto, una nota di Maria dice: «Versi dettati a Maria da Giovannino - di ritorno da una lezione privata in casa Stabile, dove una signorina della famiglia sonava molto bene il mandolino... È di Livorno su per giù del 1890». Non si tratta quindi della giovane che l’aveva commosso: sembra però evidente che questo è per il Pascoli un tempo di... pericolosa sentimentalità!]

[6] [Sul Vitali, per ora e poi, molti particolari si trovano nel carteggio tra Giovanni e Falino, ancora non reso pubblico. In un’altra lettera conservata dall’Ida, del 10-5-89, le scrive con toni sentimentali un «Gigino»; il Vitali però sappiamo che si chiamava Fortunato e che era già stato liquidato alquanto priuna.]

[7] [Le «quisquilie» sono in parte riportate nelle Memorie manoscritte; sei poesie del 1888-89: Alla poesia, Al mio caro Giovannino, Al mio Giovannino, Il fiore, Il salice e una che comincia: «Tra i giacinti olezzanti al sol cortese...»]

[8] [Si veda per ciò il Carteggio nel cit. Omaggio a G. Pascoli, pag. 364.]

[9] Si legga la nota a pag. 465; e anche a pag. 295.

[10] [Si legga e si ricordi questa bellissima, serena lettera, pur cosí pascolianamente «arruffata». E magari ce ne potessero essere state tante nel carteggio e nella vita del Pascoli!]

[11] Nuovi canti di GIOVANNI MARRADI, Treves 1890.

[12] [Si veda però a pag. 378, 935.]

[13] [Una specie di Storia bibliografica delle Myricae e delle prime recensioni ad esse fu fatta da A. VICINELLI, nel cit. vol. Omaggio a Giovanni Pascoli, edizione Mondadori 1955. Ivi, anche l’articolo dello Stiavelli. L’originale della lettera pascoliana a lui è nel Fondo Piancastelli della Biblioteca di Folli.]

[14] [Si veda a pag. 317 la corrispondenza di queste lettere alfabetiche ai sonetti pascoliani.]

[15] [Col padre - era il prof. Martinozzi - il Pascoli ebbe poi amichevoli discussioni dantesche. Si veda PASCOLI Scritti danteschi, sez. II a pag. 1285, in Prose, vol. II, a c. di A. VICINELLI, Mondadori 1952. Di altri contatti cordiali col Martinozzi si parla in queste Memorie a pag. 330, 346, 364, 366.]

[16] [Per inquadrare queste parole, v. CARDUCCI, Opere XXV, 359.]

[17] [Nelle Poesie varie però Maria assegna questo sonetto al 1893.]

[18] [Le lettere Pascoli-Pistelli sono edite dal p. VANNUCCI in Pascoli e gli Scolopi, Roma, Signorelli 1950.]

[19] [Le odicine di dedica del Veianius sono riprodotte nei Carmina. Nell’entusiasmo del primo poemetto, pensò anche di farlo musicare: v. la «Rassegna della letter. italiana», maggio 1958.]

[20] L’inno si trova in Poesie varie.

[21] in Poesie varie.]

[22] [È il seguito della poesia cominciata nelle lettere precedenti: ne trascrive dodici versi.]

[23] [Aggiungo qui in nota, da un manoscritto di Maria «i promemoria che metteva nel taschino del corpetto a Giovannino quando andava per diversi giorni fuori di casa, perché non dimenticasse le preghierine che diceva con lei la sera». Lascio le incertezze e le varianti anche della grafia latina (segnando queste tra parentesi) quali risultano da copie diverse di mano della non ancora latinista Mariú.

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen

Ave Maria, gratiae plena ecct.

Gloria Patri et fi(g)lio et spiritui Sancto ecct.

Requiem (a)eternam ecct.

Nostra Signora del S. C. di Gesú pregate per noi compresa la zia Rita e la Rosa e non dimenticate ecct. Nel bel cuor (del mio) di Gesú che mi ha redento in pace mi riposo e mi addormento.

A flagello terremotus - Libera nos Domine

A fulgore et tempestate - Libera nos Domine

A peste fame et bello - Libera nos Domine

A subitanea et improvvisa morte - Libera nos Domine

Mater consolationis - Ora pro nobis

Salus infermorum - Ora pro nobis

Memento mei in tuis precibus, frater mi.

MARIA.]

[24] [Si veda su ciò i Carmina, ed. Mondadori, pag. 726; e A. RAZZAUTI, Due poesie dedicatorie del P., in «Rivista di Livorno » n. 6, 1955.]

[25] [Si ricordi la nota a pag. 131; e per Ravenna anche pag. 750.]

[26] [Ma le incertezze il Martini le attribuiva al Pascoli: « Insomma.... che cosa vuole? »: v. Mazzoni in N. Ant. 16-V-1928.]

[27] [Altri versi di questa traduzione nel cit. vol. di Scritti sparsi, ed. Mondadori.]

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011