Maria Pascoli

Lungo la vita di Giovanni Pascoli

Memorie curate e integrate

da  AUGUSTO VICINELLI

con 48 tavole fuori testo

Edizione di riferimento

Maria Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, Memorie curate e integrate da Augusto Vicinelli, con 48 tavole fuori testo, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1961

PARTE SECONDA

[continua]

CAPITOLO II

A MASSA

(Ottobre 1884 – Settembre 1887)

I PRIMI MESI NELLA NUOVA RESIDENZA
– MOTTI CON SEVERINO (AUTUNNO 1884 – PRINCIPIO 1885)

PRIMA di partire da Bologna, Giovannino aveva avuto da un suo amico romagnolo la promessa di un prestito di mille lire per il suo impianto di casa. Si sentiva perciò sicuro del fatto suo e giunse a Massa tutto brio e buon umore. Trovò colleghi eccellenti coi quali fraternizzò subito, specialmente con due, il professore d’italiano Alberto Bonuccelli e il professore di storia Francesco Agnoloni, che erano come lui scapoli, e alla sera si trovavano con lui alla birreria, o in altro esercizio, a conversare allegramente e a motteggiare senza fine. L’Agnoloni poi mangiava anche con lui alla trattoria «Il Giappone».

Il suo buon umore appare anche nella corrispondenza di quei primi mesi con Severino. Questi gl’inviò (non so però se fosse la prima) una cartolina il 12 ottobre con un «bordatino» e con le seguenti sole parole: «È stampabile? Tu capisci bene il carattere, o Bianco?» (Il «bordatino» era scritto qua e là in carattere greco). Giovannino per altro era impaziente di aver lettere da lui e di vederlo.

Caro Severino o Fiore. Ma scrivi dunque. Vieni a Massa o vengo io alla Spezia. Ho due o tre rametti d’oro. Scrivi subito. Ho avuto un nuovo papier da Guido. Eh! pare che si fidino poco delle tue vangaiuole laggiú al Ministero. Vogliono vederci chiaro. Il volume prima, e poi le lire cinquecento. Spero che quando le tradurrai in vino, me ne farai assaggiare un poco anche a me. Ma tu sei veramente smemorato trascurato svogliato infingardo. Scrivi subito. Io sarei già venuto, ma sono incerto che tu sia alla Spezia.            GIOVANNI o BIANCO

Il timbro postale è del 22 ottobre 84; il 23 insisteva:

Caro ’fiore. Bianco perde la pazienza. Un’ora fa egli ha preso il suo pardessus (che ha pagato) e s’è fatto scarrozzare sino alla stazione per venire alla Spezia. Egli vuol avere col suo ’fiore un lungo abboccamento sugli interessi della povera Biancofiore; vorrebbe da ’fiore consigli e incoraggiamenti. Arrivato alla stazione, se ne è ritornato cheto perché ha avuto paura di dover aggirarsi a lungo e invano per la Spezia. Ah! ’fiore, ’fiore! Mandami telegraficamente (è un motto l’avverbio) il tuo indirizzo e verrò subito, giacché tu non vieni tra le mie bianche braccia. E poi a Massa si mangia male. Vorrei che il partito scrivesse una lettera a Guido per cose che importano a Bianco... È una raccomandazione che vuol fare.     Bianco

Ma andò Severino da lui e passarono una mezza giornata di felicità. Si vede però che Giovannino non esaurí tutto quello che voleva dire al suo amico perché dopo pochi giorni sentí di nuovo il bisogno di conversare con lui e gli scriveva (5 novembre 84):

’fiore animae dimidium meae. E’ pare che sia necessario a Bianco–fiore un nuovo abboccamento; ci sono tante brighe!... Questi benedetti affari di stato!... Peraltro sarebbe meglio che ’fiore venisse a Bianco di quello che Bianco a ’fiore. Bianco ha tanto da fare; Bianco è con gli esami fin sopra i capelli. Eppure come tralasciare i sonetti eterocliti? [1] E poi conviene che ci offeriamo, o meglio che offeriamo la poverina di Biancofiore a Sommaruga che ce la paghi. E poi io come rifiorisco nel cuore cosí rinverdisco altrove. La primavera non è di soli fiori; non c’è fiore senza verdura attorno.

Ha scritto Somar Ugo. Domanda: «Chi era costí con te? Severino forse? Godo che siate sempre allegri... Conservatevi cosí sempre. Io sono triste anche per voi, anche per molti... Ringrazio te e l’altro poeta della gentile memoria... Io sono sempre a casa mia malato; e la mia malattia è piuttosto lunga e noiosa quanto mai... oh! bella cosa la salute». Non ti pare che dia un tuffo nel piagnevole? A me pare un nuovo pesce questo Somar Ugo... se non strusciava tanta e tanta forza non avrebbe male alla vescica. Scherzo, sai, povero Uguccione. Tuo     BIANCO

 

Spezia, 10 novembre 84

Bianco..., ’fiore è a letto da tre giorni e piú ci starò; è già in dubbio la mia andata regia a Sarzana; caso mai per altro ci vada, te ne avvertirò. Verrei, allora, costí con un mio amicissimo. Prepara del vino per bene, e dei motti allegri, salati, svegliati, frizzanti, snelli, appuntati, ridicolosi, smorfiosi etc. etc.

Tu non venire qui, ché mi troveresti come già a Firenze, in letto. Scrivi qualche cosa di buono e manda. Hai capito? Con Somar parlerò io per lettera. Forse succederanno cose nuove che mi porteranno a Massa per sempre. Un abbraccio dal tuo      SEVERINO

 

Caro Severino. Come sta ’fiore? Povero ’fiorellino malato! come è sbiancato nel suo letticciuolo, tossendo il poverino e sputando verde! O caro, caro caro ’fiorellino avvizzito ... Ut flos succisus aratri.

Dunque non vieni a trovarmi? Vieni presto che ti s’aspetta. Come è quel detto che forse tu verrai a Massa? Davvero? C’è vacante la filosofia. Vieni a ϕιλοσοϕεῖν μετ’ευτελείας. Ὲλϑὲ. Χαῖρε. Χαῖρειν σεχελεύω. [2]

BIANCO GIOV.

Lo scritto è da Massa con timbro 20 novembre; poi Severino gli annuncia una sua visita e il 23 Giovannino ne esulta.

Parmi d’avere tra le braccia un ’fiore... — a godere il mio santo ventisette; – mi seccherai la tasca, non il cuore – e della tasca non m’importa un ette. – Io, sappilo, fiorello, son signore – di bei castelli con gentil’ torrette; – ivi t’accoglierò, buon fiorellino – sopra dell’aria in mezzo al ciel turchino.

Massa...? novembre. Solamente io so che pochi giorni mancano a quel giorno soave nel quale avrò tra le braccia un ’fiore. Tuo BIANCO

Ma Severino fu trattenuto a Spezia dal male e Giovannino si duole di non esser potuto andare da lui a vederlo, e si duole anche, sebbene con aria scherzevole, d’altro (Massa, 30 novembre 84) :

O ’fiorellin di Spezia, al sol cresciuto,

povero ’fiorellin, tutto avvizzito;

io doveva venir né son venuto,

io doveva partir né son partito;

starti vicino avrei desiderato

per tutto un dí, povero ’fior malato;

Bianco... annaffiar voleva il suo bel fiore,

non poté, sí che gli piange il cuore.

Bianco... ha de’calli che gli fanno male,

le scarpette sue sono sdrucite;

il pan che mangia gli sa pur di sale,

gli sa d’assenzio il succo della vite;

egli guadagna faticosamente

qualche soldo ch’è meno di niente;

sí che tappato egli uggiola e si lagna

mentre un bel sole indora la campagna.

Povero Bianco... lievati, fa cuore,

che dopo la tempesta c’è il sereno;

coraggio, fratel mio, povero ’fiore:

chi men si dolse, gode ancora meno.

Perché mugoli? ed io, perché qui gemo?

O Biancofiore, noi trionferemo.

O il bel sol che sorride oggi alla Massa!

Il vento vola e la procella passa.

Vieni a me, caro ’fiore appena guarito. Io ho tante ore di lezione che non mi posso muovere per ora.

Coraggio, fratello.       BIANCO

Lo scambio di lettere con le sorelle era divenuto più frequente. Egli non era perfettamente sicuro che andassimo volentieri con lui, ossia dubitava dell’Ida per certe difficoltà che gli aveva mostrato. Voleva perciò conoscere bene il nostro pensiero.

Dopo una lettera d’augurio per il 22 ottobre alla «cara Idolina» ci scriveva:

20 ottobre 84 (Riservata)

Care sorelle. La cartolina era un poco in contraddizione con la lettera. Io vorrei sapere le difficoltà dell’Idolina. Io le credo benissimo serie e degne di discussione; ma per discuterle bisogna saperle. Fa dunque il piacere, Idolina, di scrivermele. Del resto se qualche mese vuoi dire aspettare un mese o due, ci sto anch’io: è meglio preparare e assestare le cose per benino. Per esempio aspettare sino a Natale. Ma bisogna che io sappia subito formalmente le vostre intenzioni, perché io sono continuamente in pratiche. Per esempio m’era capitato un appartamentino in una bella piazza, ammobigliato in casa d’un signore anziano con la sua signora pure anziana. M’è pure capitato un altro appartamentino un po’ fuori della città, in bellissima posizione, ammobigliato pure, ma troppo piccino, con la cucina in comune con un altro professore, un bergamasco, ottimo signore. Io per me preferirei un appartamento piú grande, ammobigliato solo in parte; metterei di mio, per esempio, i letti di ferro, tutti guerniti, e qualche cosa; biancheria, ci si intende. Peraltro in questo caso bisogna almeno aspettare un mesetto.

Alla zia quando fosse venuta l’ora io scriverei in questo senso: che sono pronto a tenervi con me sempre, lasciando pur tuttavia al vostro tutore o tutrice l’amministrazione di ciò che avete. Se la zia non vuole rinunziare a voi, io vi ricondurrei a lei ogni anno nelle vacanze; cosí crescerebbe, se è possibile, tanto l’amore di voi per lei quanto quello di lei per voi. Cosí anche certe bizzettine e certi malcontenti che nascono naturalmente costassú, cesserebbero e si sarebbe tutti piú felici. Rispondete subito.

Queste poche lire che troverete accluse, devono servire per festeggiare il natalizio dell’Ida. Voglia l’Idolina cara perdonarmi se sono poche e accettarle con quel cuore che suole. Povera Idolina, come vorrei festeggiarti in persona! Vostro fratello GIOVANNI

Che belle passeggiate che faremmo!

La sera del 31 ottobre ci giungeva un letterone impostato con quaranta centesimi: due porti. Mi si spezza il cuore a ritornare a quei tempi di tante speranze; della mia felicità!

Massa di Carrara, 29 ottobre 84. Riservata.

Care bambine. Questo grande involto di fogli è come la celebre montagna dalla quale schizzò fuori il topolino. Il topolino è la festa per la Mariuccina; e poi ce n’è un altro. La festa per la zia. Quando riceverete questa, dite o fate dire a Settimio che prenda alla stazione di Savignano una cassetta di limoni che viene da Massa diretta alla zia...

Riceverete tra pochi giorni da Bologna 12 metri di blonda, che spero sia come la desiderate, e qualche fazzoletto di tela ai quali farete il p famoso. Cosí mi ripagherete a usura la blonda. Scrivetemi a lungo e ditemi di quelle vostre cose gentili perché alle volte ho un tal malumore che ho proprio bisogno di carezze.

Sono lietissimo che vi siate finalmente accordate. A Natale, dunque... Falino mi scrive che manderà commestibili meridionali come prosciutto (quelli d’Abruzzo sono squisiti), caciocavalli etc. etc. Avrò la mia provvista di vino etc. etc. Io ho deciso, come vi ho già detto, di comperare i letti di ferro, qualche altro mobile, e biancheria e piatti e altre stoviglie; ma non piú in là, perché a Massa non si è destinati a rimanere. I letti, s’intende, completi, con materassi etc. etc. Voi non porterete con voi che ciò che ci vuole per la vostra persona e qualche lenzuolo, se i miei non saranno troppi. Cosí siamo intesi. A Natale verrò a Sogliano e forse ci sarà anche Falino. Che bei giorni saranno quelli! Io godo d’ottima salute.

Quando avrete la cassetta, date l’acclusa lettera alla zia, se vi pare. Vostro               GIOVANNI

Oltre la lettera per la zia ce n’era anche una d’augurio per me nell’anniversario del 1° novembre: « Tu che fosti certamente l’ultimo sospiro di tuo babbo, di tua mamma..., sei il nostro primo pensiero, e in te riposa la felicità di tutti noi... ».

Penso di riportare solo in parte le lettere che seguiranno per non dilungarmi troppo, sebbene questo pensiero sia in contrasto col mio sentimento.

Care sorelline, credete che il piacer mio, nel leggere le vostre lettere così affettuose, è piú grande di quello che voi credete che io non possa immaginare quando voi avete ricevuti i miei auguri e la blonda...

Io ho già cominciato a lavorare. Mi trovo molto meglio d’animo che nei primi giorni, perché vedo piú sicuro e piú lieto l’avvenire. Forse avrò un incarico e allora sguazzerò. Del resto sarei difficile un po’ troppo se non mi contentassi di questa specie di paradiso. Che belle passeggiate! È vero che non ne faccio perché solo non ci ho tanto gusto. Qua fa un tepore di primavera, e se non si vedesse nella frasca densa dei platani rosseggiare alcuna foglia, e non vi crepitassero sotto i piedi le foglie già cadute, si direbbe che non è l’ultima questa, ma la prima stagione dell’anno soleggiato. Invece, poverine, voi avrete molto freddo costà; avrete forse già le manine gonfie, e una di voi, che è molto civettuola, si rammaricherà piú del gonfiore che del dolore. Care fanciulle!

Questo Natale io sarò felice accanto a voi. Faremo una bella veglia col fuoco crepitante (qua non si conoscono le delizie dell’inverno perché non se ne conoscono i dolori) con la buona bottiglia e con le castagne odorose e croccanti. Giuocheremo a settemezzo e la Mariuccina, sfortunata secondo il solito, finirà secondo il solito col vincer sempre. Come? Mistero. Mistero non sarebbe se l’Ida vincesse perché è noto he ha l’unghine un poco lunghe e molto leste le mani; ma to’, anche questo è un mistero, come l’Idolina sgraffignando sempre pur sempre perda! O care fanciulle! ...

Se l’Annetta è ancora costí, le darete tanti baci, consegnandogliene infiniti per la tacita e pallida Imelda ... A rivederci presto. Intanto scrivetemi a lungo e consolatemi della mia solitudine. E vi bacio e vi stringo al cuore. Vostro fratello   GIOVANNI

Massa, 5 9bre 84

C’erano inclusi dei francobolli.

Care bambine, v’è rincresciuto che abbia messo tanto tempo in mezzo a scrivervi? Non s’è fatto apposta perché il lavoro è stato molto, e, ne’ primi momenti, il lavoro anche poco impaccia assai. A giorni avrete de’ bei limoni ...

Io mi sono già adattato al soggiorno di Massa, che infine è buono. Oggi, per esempio, fa freddo; ma un freddo asciutto con un bel sole raggiante nel cielo turchinissimo. I platani sono già spogli quasi del tutto delle loro foglie arrossate che strepitano sotto i nostri piedi. C’è una gran pace diffusa per tutto. E anche nel mio cuore batte il sole e con le poche ombre che vi durano disegna screziati ghirigori di sogni e di felicità. O felicità quando trionferai piena e luminosa sulla mia vita?

In questi giorni ho avuto qualche disturbo. Coi nuovi regolamenti a me erano assegnate sette ore di piú alla settimana e un relativo compenso di sei o settecento lire. Ora a un tratto c’è tolto l’aumento delle ore (il che non è male) e dello stipendio, il che è malissimo. Figuratevi che avendo avuto dal municipio un incarico alle scuole tecniche io ne avevo rinunziato una metà perché non avevo tempo; sicché ho perduto metà dell’incarico, ossia quattrocento lire, e non ho acquistate le seicento lire governative. Bah! è lo stesso. Ieri sera ricevo da Roma l’invito ufficiale di collaborare a un nuovo giornale letterario «La Domenica del capitan Fracassa ». Il Chiarini mi scrive che ha la speranza di raccogliere intorno ad esso « quanto l’Italia ha di scrittori piú illustri e valenti nelle lettere nelle scienze nelle arti ». Molto mi ha solleticato d’essere compreso in tal numero, ma piú m’è piaciuto quest’altro periodo: « Gli scritti saranno prontamente pagati secondo il prezzo da convenirsi, che non sarà inferiore a quello che pagavano un tempo i due giornali il "Fan f ulla della Domenica" e la "Domenica Letteraria" ». Vedete che mi si aprono fonti nuove di guadagno, che molto mi renderanno appena sarò nella mia casetta tranquilla tra mobili miei propri.

 

21 9bre 84

Qui lasciai ieri per andare al Liceo. Era un bel tempo allora; oggi s’è mutato. Sulla Brugiana, che è un colle molto alto e nero nero, a ridosso di Massa, Bianchina s’affaccia timida e incerta. Il cielo è caliginoso, l’aria umida e sgocciolante. Oh! ma oggi sono anche piú lieto di ieri e nel mio cuore fa molto caldo e molta luce, sorelline mie, perché ho ricevuto le bellissime cifre ricamate... I fazzoletti sono passati di mano in mano ammirati esaltati; tutti si rallegravano che io avessi un’amorosa cosí brava. Quando io dicevo che erano le mie sorelle, le mie ragazze che facevano di tali lavori, tutti allora si rallegravano meco con ammirazione rispettosa. O care bambine, che consolazione m’avete data! ... Ma come adoperarli? ... Non dubitate che ora ho anche piú voglia di compensarvi co’ limoni. Credevo di fare a tempo a scrivervi prima che me li aveste inviati.

GIOVANNI

 

(Riservata) Aspettavate una risposta decisiva; ed io nulla! Ma quale risposta decisiva volete? Ho tanto deciso che ho già acquistato in Bologna i mobili di ferro: quattro letti, bei materassi etc. etc. Alla fine del mese acquisto la biancheria da tavola e da letto. Se poi le cose mi vanno bene, ai principi di dicembre compero a Pisa i mobili di legno, molti o pochi secondo la possibilità. Capirete che tutto ciò non riesce sempre molto facile a me, che d’aiuti non ne ho avuti mai molti, ma mi riesce. Spero di farvi contente. Oggi stesso ho visitato un altro appartamento che non m’è piaciuto. Qui è il mio martello: a case non si sta bene; io poi sono un poco esigente: la voglio luminosa, calda, raccolta. Ora bisogna che m’affretti perché tra pochi giorni m’arrivano i mobili e non saprei dove metterli. È una risposta decisiva questa?

Tra due o tre giorni scriverò alla zia contemporaneamente a voi; sicché siete avvisate. Spero che nessun impedimento ci sarà mosso. Voi non porterete che gli abiti e qualche lenzuolo, se i miei vi parranno insufficienti. Non altro. La zia desidero che sia vostra tutrice e tenga in sua mano ciò che voi avete, capitale e frutti. Cosi ne’ mesi caldi d’estate potrete, volendo, ritornare per qualche giorno da lei e ritrovare il vostro nido come lo lasciaste. La serva è forse meglio prenderla a mezzo servizio, perché altrimenti sarei un poco impacciato a trovarne una adatta tra questa gente. Quando poi saremo piú avanti voi ve la potrete procurare da voi. Vedrete come lavorerò! V’accorgerete che m’avevano dipinto molto male quegli sciagurati che nella vita non hanno mai provato disgrazie e latrano sempre contro chi ne ha provate e provate! I fannulloni! che devono tutto agli altri. Falino ci aiuterà; ci manderà qualcosa in danaro, dei prosciutti, dei cacio–cavalli etc. etc. Saremo felicissimi. Che consolazione lavorare accanto a voi affaccendate o raccolte o cantanti motivi lontani di litanie!

Questa è per l’Idolina. O povera Idolina, hai pianto per una macchia d’inchiostro! Ma io non sono riuscito a vederla. Ne’ primi momenti s’è spostato il cartellino che denunziava la macchia e io da me non sono giunto a scoprirla. Brava Idolina, brava Mariuccina; siete di gran valenti fanciulle. Me ne consolo e me ne esalto.

Salutate caramente la mia buona zia. I limoni che manderò sono per lei e per voi, naturalmente. Spero che li gradirà, sebbene non sono ancora certo che il mio agente contenterà me nonché voi. Saluti alla cara Rosa, ad Emilio, alla Peppina; baci a Placido, al povero Giannino (del quale mi figuro il visetto quando fece cadere la goccia fatale; mi figuro anche la scoppola che quella crudele Didina fece cadere su quel capo innocente!) agli altri bimbi (del cancelliere), al qual cancelliere presenterete, come al gentilissimo pretore, i miei omaggi. Salutate tutti e pigliatevi mille ringraziamenti e mille baci. Vostro   GIOVANNI

22 9bre 84, Massa

La macchia d’inchiostro era schizzata sopra un fazzoletto, a cui l’Ida ricamava la cifra, dalla penna di un bimbetto, per nome Giannino, nel mentre che essa gl’insegnava di scrivere. Si usarono tutti i mezzi per farla andar via, ma l’ombra rimase. E l’Ida pianse e s’inquietò. Non rammento se desse anche la «scoppola» al ragazzo, certo lo sgridò ben bene. Io poi raccontai il piccolo incidente a Giovannino, e sul fazzoletto mettemmo un cartellino che chiedeva scusa.

Altre lettere rapide sono del 23 e del 27 novembre; del 2, del 12 e del 18 dicembre; ma la più importante è questa:

Care sorelle, ho dovuto rinunziare a venire per Natale per mille ragioni, fra le altre principalissima il non potere ottenere più di tre giorni di vacanza officiali. È perché li domandano tutti. Verrò dunque ai principi di gennaio e cosí potrete rimanere sino alla Pasquella. Discorreremo allora di quei pochi mobili. Cosí a occhio e croce son di parere anch’io che ve ne dobbiate disfare, perché il trasporto di costassú costerebbe piú dei mobili stessi. Cosí farete dei materassi, avendone io 8 ossia due per letto, uno di lana e uno di cotone. Starete morbide! Comprerete invece qualche cosa di piú necessario, tanto più che i mobili di legno costano molto poco a Pisa. E poi faremo i conti costí.

Falino è favorevolissimo, entusiasta del mio consiglio. Ma non mi scrive cosí spesso, e anch’io sono adiratissimo contro a lui. Mi pare che valga troppo per lui la massima: lontan dagli occhi lontan dal cuore.

Quanto mi dispiace di non esser potuto venire e di non esser stato in tempo a mandarvi qualche regalo per le feste. Sarà per capo d’anno: manderò dei torroni a voi altre e a Placido. Ai  2 o 3 o 4 sarò poi a Sogliano, secondo il permesso che potrò avere.

Spero che sarete contente dei mobili che ho procurato. Nel principio si avrà un poco di pazienza, perché dovremo fare spese sottili, essendoché ho speso molto nell’impianto, ma poi andremo a gonfie vele. Cosí sono contento che abbiate qualche cosa pei vostri bisogni, perché io non ne avrò troppi. Ma se la zia vuol venire a Massa, a me farebbe un piacerone. Avrebbe un bellissimo (questo posso dirlo) letto in una camera cosí e cosí, e starebbe col suo nepote e colle sue nepoti che le vogliono tanto bene. Per noi, nuovi a vivere cosí e a reggere, sarebbe una provvidenza. Che ne dite?

Non siate impazienti; non brontolate vedendo questo piccolo ritardo. Io sono più arrabbiato di voi. Quanto alle chiacchiere riminesi, non curatevene. Ricordatevi la favola del padre e del figlio che vanno a mercato sull’asino. Oh! ma certa gente non sta al mondo che per dire il suo parere sulle azioni degli altri. O se pensassero a far qualcosa loro! Alla prima occasione, poi che mi capiterà, denunzierò i miei mobili in vostra testa. Cosí avrete, anche morendo io (che speriamo sia il piú tardi possibile), dei mobili bellini per voi. Ne avevate pur voglia un anno fa di lettini di ferro!

Addio. Tanti baci a Placido a cui invierò per capodanno dei dolci, e alla zia, e saluti ad Emilio, alla Peppina, al pretore, alla Rosa, a tutti. Vostro, con mille baci, fratello amatissimo         Giov.

Massa, 24 Xbre 84

E a Severino scriveva lo stesso giorno 24–12–84:

Caro Severino. Sono a Massa. Non mi sono potuto muovere. Bianco... sta male; se ’fiore venisse a vederlo! Ma ’fiore è un cattivaccio.  

Vieni che ti vuo’ stringere sul cuore,

metà della mia vita, arido fiore!

Tuo Giov.

Quindi il giorno di Natale a noi:

Care ragazze, ho ricevuto proprio ora la lettera della zia. Ringraziatela per me. Discorreremo piú a lungo a Sogliano.

Avrete ricevuto una mia lettera nella quale vi avvertivo che non m’era possibile, perché il preside non poteva e non può darmi un permesso oltre ai 3 giorni di vacanza ufficiale, venire a Sogliano per Natale. Oggi aggiungo che sarà difficile anche che venga per la Pasquella. Sempre è la stessa ragione. Vi dispiace molto? A me anche di più. Ma non ci perderete nulla, anzi ci guadagnerete perché troverete tutto meglio accomodato e me più provvisto. A ogni modo alla metà di gennaio o giú di lí sarò a Sogliano. Piacere protratto non solo non è disfatto, ma cresce d’un tratto ...

Addio, mie buone sorelline; salutate e baciate la zia. Tanti baci a Placido ... Vostro             Giov.

25 (giorno triste che è stato per me!) Xbre 84

La lettera ch’egli aveva scritto alla zia per chiedere le sorelle era sommamente gentile e delicata e piena d’affetto. Ma la risposta di lei non fu dello stesso tenore. Perché la zia si sconvolse tutta a quella domanda improvvisa, e pianse molto e s’ebbe a male, intuendo che fino allora ci eravamo intesi fra noi tre, senza che almeno noi due avessimo cercato un consiglio da lei. Andò ad esporre la cosa, per averne consiglio, alla Madre Badessa del no–vero convento, e a lei dette l’incarico di rispondere. La risposta, che la zia ci fece vedere prima di spedirla, era rigida, quasi dura, quasi sgarbata. Rammento questa frase: « Pensaci bene, perché una volta uscite le tue sorelle da casa mia, non ci rimetteranno più piede ». L’Ida ed io rimanemmo allibite! Ma non potemmo far altro che scrivere immediatamente a Giovannino che non tenesse conto di quella lettera, che infine non era scritta dalla zia, e che per carità non si sgomentasse. Invece si sgomentò molto, tanto più che cominciavano proprio allora certe sue gravi difficoltà; ma non lo fece capire nemmeno a noi. Prima di replicare con la zia scriveva ancora a noi:

30 Xbre 84.

Care piccine, a quest’ora avrete ricevuto i torroni, il panforte e due fazzoletti di seta (molto brutti che non vi serviranno a nulla) ma che io presi per le insistenze d’un viaggiatore il giorno stesso che inviai il pacco ...

Ho ricevuto la vostra. Io godo moltissimo di vedervi impazienti. Anch’io non ne posso piú; ma mi bisogna rassegnarmi ancora un poco, sia per l’opportunità del permesso (abbiamo un preside molto pedante) che pei preparativi che non sono finiti. Ora badate: non v’illudete troppo: io faccio del mio meglio, ma dispero di contentarvi, o almeno di contentare me che vorrei mettervi nel paradiso — se ci fossero appartamenti disponibili. Qualche cosa però troverete secondo i vostri gusti. Ora piú presto vengo, piú impreparata sarà la casa; mancherà qualche cosa etc etc. A proposito: importa che comperi i tendini da mettersi alle finestre? Le tende importa comperarle belle e fatte, o farle fare, o comperare la stoffa soltanto? I tendini e le tende ci vogliono per 4 finestre: poi una tenda di percalle per dove si mangia.

(Vorrei sapere il perché preciso della vostra impazienza e di quella data del 15).

La vostra roba (biancheria abiti etc.) sapete dove metterla per trasporto? Parte si può chiudere in stoffa da imballaggio, parte in casse o in un baule? L’avete? Se la mobilia la volete vendere costí, col ricavato potrete poi comperare qua (a Pisa o a Carrara) quel che vi paia mancare. Basta: si farà alla meglio.

Vedete che il povero Falino non era contrario? È la sua gioia invece, povero e caro Falino, sebbene cosí resti piú lontano da voi. Ma ci riavvicineremo poi. A Massa non ci vorremo già stare molto, non è vero? E non è nemmeno vero quello che dicevo, nel mio cruccio, che lontan dagli occhi lontan dal cuore. No: il cuore di Falino è un cuore eccellente e lo proveremo. Egli ci manderà dall’Abruzzo qualche cosa di buono per le nostre provviste.

Della melanconia ne ho sicuro e della crudele, ma soltanto quando son solo. Quando sarò con voi non mi vedrete mai rannuvolato, o solo quando studio e faccio qualche lavoro. Cosí voi sarete allegre? Ma badate, che io non sarò sempre lí a tenervi compagnia. Ho cinque ore di lezione al giorno, e non son poche, eh?

Scrivete rispondendo a queste poche domande, dicendomi se vi sono piaciuti i torroni con le figurine e il panforte, etc. Tanti baci, mie care fanciulle. Salutate la zia, Emilio, la Peppina, la Rosa, tutti; baci a Placido cui avrete dato qualche torrone, pur che non gli facciano male.

Oh! saremo felici, non è vero, mie care fanciulle, mie dilette Ida e Maria? Avete per viaggio nulla di greve? di molto greve? ché si passano gli Apennini, badate!

Tanti baci. Vostro       Giov.

P. S. La data precisa non ve l’ho indicata nemmeno questa volta; ma presto si fa. Grazie dei vostri auguri. Buon capo d’anno.

I suoi dolci erano tanti e cosí belli come io non avevo mai veduti altro che in sogno.

Alla zia scrisse poi ch’ella aveva male interpretato i suoi sentimenti; ch’egli intendeva di compiere un dovere assumendosi le sorelle; un dovere non facile per lui, per il quale, invece di espressioni burbere e quasi minacciose, aveva bisogno di parole di approvazione e d’incoraggiamento. Che le sorelle sarebbero sempre rimaste per lei come figlie e che lui le sarebbe sempre stato grato per quanto essa aveva fatto per loro; ed altre cose ancora tenere e rispettose. Piano piano la zia si riebbe, e cominciarono i preparativi per la nostra partenza. Vendemmo i pochi mobili che avevamo per una sessantina di lire che ci parvero tante. Per ricordo della nostra casa antica conservammo un armadio, un tavolinetto da lavoro con seggiola e un telaio da ricamo, che la zia si prestò di tenere presso di sé fino a tanto che non glieli avessimo richiesti. In pochi giorni tutte le nostre cosette, che dovevamo portar via, erano pronte per essere spedite. Con che febbrile impazienza attendevo quell’ora!

Ritorno ora per un poco ai due amici che scherzavano tra loro.

Ecco una lettera del 1° gennaio 85:

Caro Severino o ’fiore o Dioneo o il diavolo che ti porti.

Tu vieni, mangi e bevi; e poi spulezzi:

spulezzi senza dir ne’ ai né bai.

Ora a me, al Cipollon, codesti vezzi

paion d’un ciuco, ciuco pur assai.

E’ si direbbe che tu ci disprezzi;

odi tristizia!; e muto te ne stai:

te ne stai muto e guardi per ispicchio

arroncigliato come un farfanicchio.

Noi quando s’è allo stringere de’ conti

ci troviam peggio di gran be’ ducati;

abbiamo attorno creditori impronti

come le mosche e i tafan’ d’estate.

Diciam: codesto non spes’io; che conti?

tu pur ci credi i tristi smemorati.

Rispondesi: ma questa è la bottiglia,

che offrí prodigo il preside, vermiglia.                   (verso del Mago)

Ma quel ch’essere vuol, sia

né rompiamoci i c ...

vieni e mangia due bocconi

nella santa befanía.

Si berrà pur un fiaschetto

d’un buon vino senza eguale,

ci sarà per tuo diletto

una lingua di maiale:

mangerai bene, e non male,

nella santa befanía. etc etc.

GIANNI SCHICCHI detto ancora BIANCO

Leggerai la intera esatta relazione della Cavallazza sul libro delle bestie. Me l’ha mandata Guidicchio Bottarino con simile diceria.

Caro ’fiore. Scrivo sotto dettatura del prof. Agnoloni. (Intendi!)

[Ma qui l’Agnoloni scrive di sua mano]: «Non è vero niente! ».

[Giovannino però continua in nome di lui]: «Io rispetto l’autorità dei presidi, ma voglio che non ne abusino verso i loro inferiori e che non aggiungano il sarcasmo e l’insulto all’imperio che tengono in mano. Perciò smetti di storpiare il nome de’ tuoi subalterni; altrimenti ti si augura d’essere preside a vita – posto ambito nella scriniocratica famiglia. F. A.».

Vieni vien per befanía                          (Madèo delle befaníe

che t’aspetta il Rosignoli;                           popolari e

ci abbiàn galli cantaioli                              semipopolari

con vernaccia e malvasía.                            di Lucchesía.)

 

Se non vieni e te ne stai,

noi l’avremo molto a male;

non rattengano te i guai

della tua presidenziale

sedia illustre emorroidale

in quel di d’Epifania;

qua tu spendi pur pochino:

paghi sol qualche bottiglia!:

ma non bevi già a miccino,

anzi trinchi a meraviglia;

anzi dice la famiglia                                  (Virgilio ed Omero)

che baleni, andando via.

Tu vai come le saette

nell’andare alla stazione...

etc. etc.

Bianco... Vieni, vieni! (4–1–85)

« Virgilio » e « Omero » erano il padrone e il cameriere della trattoria « Il Giappone », che Giovannino frequentava allora insieme all’Agnoloni, e dove convitava il suo Severino quando l’andava a trovare.

Spezia, 6 gennaio 85

Coteghino e cappelletti – io ti mando per Befana. – A te par la cosa strana – di gustar tai lacchezzetti. – Sgrani gli occhi e appunti il viso – vai dicendo: Io sto pur bene – veggo aperto il paradiso – qui ve n’è per dieci cene – con il mio compar da bene – Professore Cipolletti. – Io sto qui com’ trasognato, – m’abbisognar cento lire – se le chiedo a mio cognato – ei ci trova da ridire. – Stan gli amici per fallire – e frequentano già i ghetti. – Tu sol bello ricco e buono – vai scialando allegramente – dei marenghi ascolti il suono – che ti vengon d’oriente, – ma pur v’è la triste gente – che non crede ai tuoi sacchetti. – Sono stanco e ti saluto. – Verrò forse venerdí. – Tuo SEVERINO

Rispondi subito se venerdí è vacanza.

Nello stesso giorno, 6 gennaio, Giovannino che aveva già ricevuto il pacco, ma non ancora la cartolina, cosí scriveva:

Caro Severino. Grazie de’ cotechini, seppure non sono stati mandati con intenzione di oltraggio e d’ingiuria. Noi volevamo te, non maiale, i tuoi motti e non i tuoi salami; pure anche questi ci sono riusciti graditissimi. Per questa sera cuoce un cappello da prete. Sono stato alla stazione con una carrozza a due cavalli. Invano! Tu m’hai offeso. Ti si perdona provvisoriamente, e solo se tu prometti di venire presto. Avvertici però della tua venuta. Non so ancora se dire: grazie, amico, o 1000 v...c... Agnoloni ed io ti salutiamo. F. AGNOLONI – G. PASCOLI

E il giorno 7:

E’ sarà pure un bel dí

il vicino Venerdí.

Dei saper che l’altro giorno

a me scrisse Sancio Panza

e in istilo nuovo e adorno

mi grattò un micin la ganza.

C’è vacanza, c’è vacanza

c’è vacanza Venerdí.

L’Agnoloni come prima

di te parla a denti stretti,

che per uso della rima

tu gli dica Cipolletti:

dunque fa non ti s’aspetti

a far pace il Venerdí.

Ieri a sera oh com’ si bebbe

d’un chiaretto massetano:

a noi pure molto increbbe

non poterti porre in mano

un bicchier di mussulmano;

ficcherémtel Venerdi.

Tu se’ dunque nudo e bruco,

io non ho che la speranza:

tu mi par’ come il sambuco;

ti saluto in lontananza.

C’è vacanza c’è vacanza

c’è vacanza Venerdí.

Vieni dunque Venerdí

che sarà pure il bel dí.

BIANCO ... e F. AGNOLONI

Dopo questa visita, seguono cartoline di Severino con ognuna un «bordatino» da «limare» e poche parole di corrispondenza, come:

(17–I–85) Non vorrei romperti qualcuna delle corde d’oro alla lira sassandole coi calcinacci del mio cuore – Bordatini III – Forse che dorme... etc. Mandami i tuoi sonetti: mi farai fare una cattiva figura. Saluta l’Anneloni et sodales. O sodalizio eletto alla gran cena. Il tuo

SEVERINO

(22–I–85) Son venute le stelle? o sei andato a prenderle? Hai trovato il firmamento? – Bordatini IV – Tu delle belle etc.

Le risposte di Giovannino non ci sono; ma a questo punto si capisce che dovette invitare nuovamente l’amico a recarsi da lui perché Severino scrive:

(29–1–85) O mio Bianco... Come venire? e sono le vacanze da far ciò? Fino a carnevale è impossibile. Pure vedremo: se potrò lunedi. – Bordatini VI – Un bel raggio etc.

(10–11–85) Caro Giovannino. Rispondi subito se giovedí sei a Massa. Verremo in due, o con la corsa del mattino, o con quella del dopom.      SEV.

In quella visita Severino aveva con sé Luigi Bonati di Spezia, molto amico suo, ma non ignoto a Giovannino, che già l’aveva accolto un’altra volta a Massa dietro presentazione in iscritto di Severino. Il Bonati, cuore d’oro, strinse subito amicizia anche con Giovannino, e gliela mantenne sempre.

Ritornati a Spezia, Severino scriveva:

(19–11–85) Questa cartolina ringrazi te e l’Agnoloni e tutti i tuoi, anche da parte dell’amico mio Bonati, della lieta e regale accoglienza che ci voleste fare nell’ultimo nostro abboccamento. Non isperare tuttavia di rivedermi, se tu e gli altri, non venite prima qui alla Spezia.

Ti ho mandato una lettera: rispondi.          SEVERINO

La lettera a cui accenna, non c’è.

E Giovannino il 20–2–85:

 

Che ti par, ’fiore, un’inezia

se veniam tutti alla Spezia?

Un di questi dí senz’altro,

partirò per la Romagna;

e sare’ ben poco scaltro

se non stessi alla campagna

per piú giorn; e se si lagna

l’Agnoloni, gli è un’inezia.

Par che il nostro milïone

verso me sbatta le aluzze;

ben sare’, ’fiore, un co...

a sciuparlo teco in muz...

Ma via: chi ruzzar vuol ruzze;

io non vengo ora alla Spezia.

Ci verrò, ma non sí tosto,

certo a chiodi sconficcati;

tu preparami l’arrosto,

le bottiglie abbia il Bonati

pronte, e fiaschi sbardellati,

ché vogliam bere alla Spezia.

Scriverò sui bordatini

pur a te presto qualcosa,

e’ son proprio di que’ fini,

hanno odor di spico e rosa.

Mi saluta l’amorosa

e il Bonati eroe di Spezia.

Anche questo ti si predica

che ti paia o non ti paia,

io ci tengo alla tua dedica;

sicché non farmi la baia.

Addio – grida a te la gaia

compagnia – presto alla Spezia.

Hai sentito del nostro editore Agnolino? Povero Angiolino, dove s’era con chi s’era come s’era impantanato! Col Besana... Addio. Tanti saluti al Bonati, e arrivederci presto. Dei Bordatini domani. Sono belli tutti. 

Giov. BIANCO

Bella, felice e... poetica questa amicizia, che per ora resisterà anche alle traversie.

TRE MESI D’INFERNO (FEBBRAIO – MAGGIO 1885)

Le sorelle erano rimaste lassú coi loro preparativi. Col timbro di Massa del 28 gennaio ci giungeva questa cartolina:

Care sorelle, verrò a giorni. Con un’altra mia vi dirò il giorno preciso. Abbiate pazienza. M’è toccato cambiar casa e ciò senza che nella vecchia abbia abitato un sol giorno. I miei letti sono ancora intatti. Ho preso una casa un po’ distante, fuori di porta, in bella posizione, per riguardo ai vostri gusti e alla vostra salute. Vi avrò contentate? Questo è il mio dubbio e anche la mia speranza. Per tutto febbraio saremo ristretti perché una famiglia che v’abitava prima, conserva per tutto quel mese una parte della casa. Io sto bene. Il tempo qua è stupendo, ma io non ne godo perché penso che voi non lo godete e pure avreste potuto goderlo. Una primavera incantevole. Salutate la zia e tutti.

Il 13 febbraio un’altra cartolina:

Care sorelle, non fate cattivi pensieri, se tarderò anche qualche giorno. Ho ancora pochissime ultime difficoltà da superare e preparativi da fare, e poi sarò a Sogliano. Non posso ormai tardar piú oltre. Vedrete cosí il giardino in boccio se non in fiore. Credete che questi ritardi sono dispiaciuti e dispiacciono piú a me che a voi, sebbene anche a voi quanto saranno rincresciuti! Salutate la zia e la Rosa e state di bell’animo. Che cosa è successo in quel di Sogliano? Ho sentito a dire di non so che frane. Che tempo fa? Un bacio di cuore.

Ma sí! noi avevamo un’impazienza terribile. Ci sembrava di vedere intorno a noi dei sorrisi ironici e di udire via via delle frasi d’incredulità sulla nostra partenza. Sicché tempestavamo lui di lettere con racconti esagerati di ciò che vedevamo e sentivamo, temendo che egli non avesse piú volontà di prenderci con sé. Chi può immaginare il tormento che gli davamo? Eppure con quanta bontà e con quale amorevolezza egli accoglieva le nostre lamentele! Ecco una sua cartolina del 17 febbraio [3] in risposta a una nostra lettera di lagnanza e d’imperdonabile sfiducia:

Chères soeurs. Ç’a été avec une douloureuse merveille que j’ai lu votre dernière lettre. Donc vous douez de moi? Est–ce que j’ai menti envers de vous autre fois? Hélas: je n’ai cette habitude vis à vis de personne. J’ai bien arrangé, selon ma pauvre possibilité, presque tout; il me faut quelque jour encore; bien peu de jours, et je viendrai vous prendre tout de suite. Croyez–vous que la dépense soit petite? Pour le voyage seulement il me faudra cent et plus francs. Donc ayez patience, mes soeurs chéries. Dans ce mois je viendrai à coup sur. Nous passerons tant d’années ensemble que ce peu de temps ne doit vous sembler si long. Ç’a été Marion qui a écri!!! Ah! Marion, Marion, Marion! Maintenant les roses éclôront. J’ai pensé jusqu’au jardin, et vous...! Ah! ces enfants! Adieu. Baisers.

Per un po’ ci quietammo, ma poi tornammo nuovamente a seccarlo. Ed egli il 13 marzo ci diceva di aspettare ancora un poco.

Qual motivo ci doveva mai essere da fargli rimandare, rimandare, rimandare, cosí indeterminatamente, la sua venuta, avendo già provveduto i mobili e affittata la casa? Noi non potevamo davvero pensare se non che si fosse pentito di pigliarci con sé. Ma ecco ch’egli spiega tutto al suo ’fiore, il quale, a quanto pare, gli doveva aver scritto (la lettera però non c’è) chiedendogli qualcosa intorno alla sua mancata partenza per la Romagna.

Caro Severino, sebbene stracco e uggito a morte da cinque ore di scuola mal fatte e male ascoltate, rispondo alla tua domanda; perché infine un po’ di sfogo ci vuole, e qua non ho con chi parlare di tali cose. Non si tratta, caro Severino, di poco e di piccolo; si tratta d’affari ben serii, a’ quali è ben difficile, quasi impossibile ch’io sopravviva. Avevo l’idea di condurre, quandochessia, meco le mie sorelle che vivono una vita affannata in casa di chi non credono loro affezionata, e a cui si sentono d’essere a carico. Ero disposto a far le cose modestamente, quando Fortunato Vitali, di spontanea volontà, mi disse che se mille lire mi abbisognavano me le avrebbe date lui, ma forse non prima della fine dell’anno (’84). Aspettai d’avere questa promessa confermata e riconfermata una dozzina di volte, almeno, in iscritto, e d’aver anche una prova materiale (che fu un opportunissimo prestito quando, sui primi dell’8bre, mi trovai a Massa senza un soldo) prima di decidermi ad iniziare pratiche per acquisto di mobili col Buggini. Il Buggini m’ha provvisto quel che sai. La biancheria era pagabile subito, ed è già una bella somma (con coltroni, cuscini, coperte etc. è di piú di quattrocento lire). I mobili li dovevo pagare a scadenze trimestrali. La prima era di questo primo di marzo. Intanto io subisco una quantità di spese (di trasporto, di dazio, di trasporto di nuovo, casa senza abitarvi) e persino una specie di truffa da quel sig. Dotel che tu hai visto con noi. Tempo passa. Dal principio dell’anno sino ad oggi, ogni giorno aspettavo la desiderata somma. Invece ogni tanto ricevevo una lettera di Fortunato con la quale mi si rimandava o a una settimana o a quindici giorni dopo. Intanto s’appressa la scadenza della cambiale. Io per le grandi spese e per le nessune economie fatte, non potevo contare che sulla somma di Fortunato. Intanto vengono ogni tanto dolorosissime lettere delle povere sorelle mie alle quali questi ritardi riescono misteriosi e terribilmente incomodi, perché hanno a provare tutte le ironie feroci d’un cugino che ho lassú. Ma tutt’altro mi aspettavo che una somma che doveva arrivare sino dal 20 dicembre 84, non m’arrivasse nemmeno il 28 febbraio. La penultima lettera che m’ha scritto il Vitali era che la cosa era rimandata al 28 febbraio, indubitamente. Gli scrivo che vada subito da Buggini e gli paghi il suo credito particolare e la prima rata della cambiale. Mando intanto al Buggini la 2a cambiale firmata. Qual terribile delusione fu la mia ai 2 di marzo, quando mi vedo arrivare da Modena una lettera di Vitali nella quale mi dice che l’affare è ancora rimandato, che egli è scappato etc. Insomma vedo ch’egli s’era messo in mano di strozzini. E m’arriva una dolorosa lettera di Buggini nella quale dice ch’egli ha provveduto alla meglio, ma che... che... imagina tu il tutto.

Che cosa fare? Qui non ho risorse, come non ne ho altrove. Qualche debituccio ho con l’Agnoloni, il quale poi non può molto, ma che mi aiutò quando mi capitarono sulla fine di dicembre o di novembre (non ricordo bene) quella 20ina di quintali di roba, e bisognava pagare un forte dazio e porto e casa etc. etc. Del resto, come vedi, non bisognano bazzecole. Al Vitali scrissi che, tutto sommato, per la vita non tanto mia quanto delle mie sorelle, avrei potuto accettare parte almeno della somma, sebbene mi avesse a scottare le mani, procurata, come era, con la sua rovina. Ma tuttavia quando fossi potuto andare a Sogliano, avrei iniziata qualche pratica a Savignano per avere da una banca la somma ch’egli mi avrebbe data. E forse mi riuscirebbe, presentando, per la buona azione che farei alle mie sorelle, miglior garanzia di serietà e di solvibilità e anche miglior simpatia. Per ora nessuna risposta e son già 7 giorni che aspetto.

Io voglio prendere una risoluzione. Questa incertezza m’è peggiore d’ogni morte. Falino m’ha scritto e non sospetta di nulla; le ragazze m’hanno scritto e mi rimproverano quasi, e mi mostrano la loro posizione cento volte peggiorata dopo che io dichiarai di prenderle meco. Ed io m’avvicino cosí, cheto cheto, senza che l’Agnoloni né altri lo sospetti (guai!) alla fine. Cosí tu sai quello che c’è di nuovo; e capisci che la volta che ho tentato d’alzarmi da terra e sollevarmi alla felicità e alla virtú mite e serena e feconda, la necessità m’ha tirato giú e strappato a terra senza misericordia. Addio, caro Severino. T’avviserò poi della risoluzione, chente ella sia della cosa.     G. P.

Si deduce dalla seguente lettera di Giovannino, che Severino scrisse subito al Buggini per vedere di togliere il suo amico dalle pressanti necessità e che poi scrisse a lui mandandogli anche la risposta del Buggini. Ma ancora non c’era nessuna strada da prendere

Caro Severino, leggo con terribile cruccio, ma non senza calda ammirazione pietosa, la lettera del buon Teobaldo. Oh! vedo che la cosa difficilmente si accomoderà. Ecco:

1° – Se il... [4] qualcosa fa non è certo uno sborsar di danari, piuttosto un affare, come quello che il Buggini propone, e senza sua firma.

2° – Questo che abito è un paese miserabile, dove non circola danaro. C’è una banca, ma è, credo, una succursale della banca nazionale toscana, dove non si prende danaro che con ipoteche. E poi, vedi che ananche, ne è direttore uno che m’è sotterraneo nemico e che l’ha fatto addivedere, perché gli ho bocciato, appena venni, un suo asino figliuolo. È un gesuita senese. Del resto quello che dici – d’avere 200 lire subito – a che buono? Se soltanto questo bisognasse oh! non sarei di certo imbarazzato. Ma come dare al povero Buggini le quattrocento e più lire? Qui sta il punto. Senza dire che per ridurre meco le sorelle mi bisogna qualcosa per essere anticipato con lo stipendio. E poi bisogna che comperi qualcos’altro; arnesi da cucina, piatti, posate etc. E il viaggio? Dopo, del mio stipendio potrei prelevare anche 100 lire al mese, si perché posso guadagnare qualche altra cosa, sí perché si spenderebbe pochissimo. In prova di che e anche dell’urgenza di questa mia situazione, ti accludo un’ultima lettera delle mie sorelle, dove leggerai di che piccole miserie è composta laggiù la loro vita.

Lo crederesti? Il Vitali non mi ha più scritto. Nel principio del mese in cui, anzi all’ultimo del trascorso, scadeva l’ultimo termine fissatomi da lui (nota che l’ha rimandato una ventina di volte, oh! tre mesi d’inferno!), mi scrisse che non aveva più la testa, e aggiunse certi particolari che mi fecero capire che s’era messo in mano degli usurai e diceva che ci sarebbe voluto un altro poco di tempo e che non disperassi, come non disperava lui. Dopo, ne verbum quidem. Gli scrissi che mi liberasse almeno dall’incertezza sí che potessi votarmi ad altri santi. Nulla. Sí che al dispiacere per me e per lui, ora s’è aggiunto anche un poco di dispetto contro lui. Capisci che è impossibile rinunciare di subito a una speranza che è stata anaffiata per tre mesi e che non fu svelta mai.

Scrivimi, ti prego, se hai altre notizie. Intanto io non mi torrò giù. Un bacio dal tuo fratello Giov.

Caro Giovannino, non andar sulle furie e ascoltami. Io, qualora ci sia il bisogno, sono sempre pronto a darti la mia firma; ma sola, che vale? in ogni modo è tua. Quello che importa è questo: trovare mille lire; ma tu capisci già difficilissimo il trovarle; e in questo caso come fare? dici tu.

Da cosa nasce cosa tienlo bene a mente, e bisogna far di necessità virtù. Il debito che oggi ti secca di più è quello di Buggini; ma tu scrivi: « se fosse per duecento lire non mi troverei davvero imbrogliato». Adunque non imbrogliarti, ed a costo di non pagare per un mese Vergilio, mandagliele il 27. Ti rimane poi la cambiale delle lire quattrocento, ma ella non iscade oggi (quando scade?), ed in tutti i paesi del mondo le cambiali (cambiali d’onore, e sai che me ne intendo) sono rinnovabili con certi acconti; e tu le rinnoverai e forse allora io potrò venirti in aiuto.

In quanto alle tue sorelle, qui è il dolore. Bisogna che tu tagli corto; esponigli (esse già lo capiranno) che dai poveri non si mette su casa in un giorno; massime quando i poveri sono ingannati (in buona fede, sia pure) dai ricchi. Verranno più qua. Tu intanto mettiti in pace. Poco alla volta accomoderai tutto, ma non fidarti mai che di te stesso; o di me. Eppoi da cosa nasce cosa. Un bacio dal tuo     SEVERINO

Spezia, 18 marzo 1885

E pensare che, oltre il danaro che noi sorelle avevamo incatenato presso la zia, c’erano sempre più di mille lire della parte che ci era toccata, in mano dell’avv. Vendemini di Savignano. Ma Giovannino ebbe troppi riguardi e troppi timori che si potesse dare alla sua azione, sinceramente e altamente disinteressata, un significato tutto opposto e falso, sicché non ne parlò nemmeno a noi. Sarebbe però stato giusto e naturale che a lui ne avessero parlato gli altri, e che avessero messo a sua disposizione quella somma, dal momento che si conosceva da tutti in quei posti il suo e il nostro divisamento, e che non c’era nessuno che non sapesse della sua povertà. Ma non ci fu alcuno che gli offrisse nulla. Quante pene gli sarebbero state risparmiate allora e poi! quanti debiti, quanti disagi, quanta disperazione!

Intanto si fece animo – «da cosa nasce cosa» – e rimediò provvisoriamente a un dipresso come gli diceva Severino: con delle cambiali avallate dal Buggini, ch’era sí conosciuto a Bologna, ma che era povero anche lui. Cosí avvinto in quel nodo di debiti che lo paventava, tenne fermo il proposito di venirci a prendere: e presto, come ci disse il 12 aprile.

Il 23 poi scriveva, ormai sereno, al suo fraterno amico:

Caro Severino. – Rammenta che domenica – hai dato la parola. – (e una parola sola – ha sempre il galantuom) – che a Massa tu verrai — e nosco cenerai. — Han giurato, li ho visti al Giappone — tutti sette assembrati che se — tu non vieni farànsi ragione — non venendo alla Spezia da te.

Ora sul serio: se non vieni faresti gran dispiacere a tutti e due, all’Agnoloni e a me. Rammentati che è l’ultimo pranzo da scapolo e da discolo che t’offro insieme agli altri.       Giov. PASCOLI Bianco... FRANCO AGNOLONI

Lo stesso giorno a noi:

Care sorelle, verrò o mercoledi o giovedí prossimo. Siate pronte. Mi dispiace solo di non essere cosí preparato come vorrei. Nel principio s’andrà avanti alla meglio. Spero che nel vostro affetto troverete forza di menare, almeno sul primo, una vita non cosí bella e buona come costassú dalla buona zia. Siate pronte, perché non posso fermarmi a Sogliano. Ho avuto a stento un piccolissimo permesso.

Saluti alla zia, a tutti. Baci a Placido. Vostro fratello          Giov.

Il congedo di una settimana («essa comincia da lunedí 27 corr.») gli era stato concesso il 25 aprile 1885 dal preside G. Ranalli, dopo una sua domanda per «necessità urgentissima di famiglia».

LE «COLOMBELLE SPAURITE» A MASSA (MAGGIO – DICEMBRE 1885)

Il giovedí 30 aprile Giovannino arrivò a Sogliano. Era lietissimo; non lasciava addivedere nulla di ciò che aveva sofferto e di ciò che ancora travagliava il suo pensiero. Appena entrato nel salotto dove eravamo noi, cercò coi suoi occhi i nostri, con un’interrogazione ansiosa e muta; ma noi dovemmo rattenere lí per lí lo slancio verso di lui per non dare ombra alla zia che era presente. Il nostro cuore però volò subito a lui pieno di affetto e di riconoscenza. Era venuto! Gli spiegammo poi, dopo, quel primo istante d’esitazione, ché a lui aveva fatto un po’ di pena attribuendolo a freddezza.

La partenza venne fissata immediatamente per la mattina del 2 maggio. Intanto andammo a fare alcune visite di commiato con lui e con la zia. Essa, poverina, non poteva trattenere le lagrime. Oh! noi, tutti e tre avremmo voluto portarla con noi. Ma non era possibile a lei che aveva tutto lassù, famiglia e interessi. Il momento del distacco fu dolorosissimo. Essa non ci volle veder partir soli e mandò ad accompagnarci la sua Rosa per tutta la strada che dovevamo fare in carrozza. Ci recammo cosí insieme a lei a Rimini per vedere la zia Gigia le cugine. Ricordo che la zia, dopo desinare, mi prese in disparte e mi diede dieci lire. Non vedemmo il fratello Peppino. [5] Egli aveva disgustato tutti con la sua vita chiusa e con l’essersi voluto ammogliare con la vedova di un barbiere che aveva un figlio e una figlia già grandicelli.

Andammo poi, sempre in carrozza, a Savignano dove bisognava che pigliassimo i biglietti ferroviari coi fogli di riduzione. Lí volemmo rivedere e baciare il figliuoletto di Giacomo, Ruggerino. Venne proprio lui ad aprirci. Caro bimbo pensoso! Quanto ce lo baciammo! La madre era in gran lutto e tutta piangente perché da poco tempo le era morto il secondo marito in seguito a una disgrazia di caccia. Giovannino domandò poi a Ruggero che studi faceva e saputo che già aveva cominciato a studiare il latino (faceva privatamente la prima ginnasiale) gli fece declinare alcune parole e capí che imparava bene. Ce ne andammo poi alla stazione.

Che dolce viaggio! Quante premure di Giovannino per noi! Sollecito come una tenera madre, tratto tratto ci chiedeva se volevamo qualcosa, se stavamo bene, se eravamo contente. Giunti a Bologna, il suo primo pensiero fu di provvederci i cappellini. Allora avevamo le sciarpette nere in testa. Il suo fedele amico Buggini (che era stato messo sull’avviso da lui del nostro passaggio) fu pronto a dirigerlo; ma non si trovarono in quella tarda sera due cappelli uguali come egli li desiderava. Gli dispiacque molto, sebbene la modista promettesse di farli e mandarli subito. Infatti giunsero a Massa poco dopo di noi. Ci condusse poi alla «Corona d’oro», dove fece approntare una cenetta veramente deliziosa, tutta delle più ghiotte primizie primaverili, indi egli uscí per andare a vedere il Carducci e gli amici e noi andammo a riposare un po’. Alle tre eravamo alla stazione. L’ora notturna, il continuo via vai di viaggiatori e di facchini, il frastuono assordante, tutto l’insieme, insomma, cosí nuovo per noi due, ci faceva dubitare di essere in sogno. Giovannino ricorda quel momento nel commosso saluto che rivolse all’Ida nell’occasione delle sue nozze: «Tre ore dopo mezzanotte. La stazione di Bologna. . . Un amico mi vide...; disse poi quel giorno: "Ho veduto il Pascoli (bastava questo nome per dire un novizio della vita, uno sfortunato e anche una testa balzana, forse un poeta): il Pascoli con le sue due sorelline. Parevano due colombelle spaurite"». Quell’amico era il prof. Gualtiero Zanetti di Bologna, appassionato alpinista, che, appunto col suo bravo alpenstock, partiva anche lui a quell’ora per Pracchia per un’escursione alpina.

Si arrivò a Massa il 3 maggio sul mezzogiorno, aspettati alla stazione con una comoda carrozza dal buono e lieto prof. Agnoloni, che ci accompagnò fino alla casa messa su da Giovannino con tanto amore e fra tante e tante pene. La casa, anzi la villa, era a metà di una grande chiusa, in parte vitata e coltivata a ortaggi, e in parte folta di alberi di aranci e di limoni. Ne era affittuario un bravo contadino che aveva numerosi figli tra cui quel «Fiore» ricordato nella poesia Il lauro delle Myricae. La villa, appartenente alla stessa padrona della chiusa, aveva per suoi confini, ai lati di levante e di ponente, di là di un agiato cortile, due alte siepi di bussolo; e di faccia, a mezzogiorno, il giardino tutto recinto di rose borraccine che allora erano in piena fioritura. Giovannino se ne compiaceva, e ci diceva che quando era costretto a rimandare di venirci a prendere, vedendo che esse avevano fretta di fiorire, le ammoniva cosí girando loro intorno:

Soprassedete di fiorir, rosai!

che s’altro dissi, ora cangiò mia voglia.

L’avevano ubbidito! All’ingresso del giardino c’era una specie di capannina rivestita di passiflora, e nel centro una gigantesca magnolia. C’erano poi qua e là altri alberi tra cui un bellissimo mandarino, e da per tutto fiori fiori fiori. Era un incanto quel giardinetto! E prima di entrare in casa ci soffermammo un po’ tutti e tre a contemplarlo. Poi Giovannino ci condusse a prender possesso della camera ch’egli ci aveva assegnata. Era la più bella di tutte. Il sole la inondava gioioso da due finestre laterali e da due finestre–porte a cristalli che si aprivano sopra una terrazza molto grande sovrastante il giardino. I due lettini nuovi e lustranti erano già in ordine al loro posto, non mancava che stendervi le lenzuola e le coperte. Che bel sonno ci promettevamo! La camera di Giovannino era molto inferiore, restava sul di dietro della villa, a tramontana. Aveva però un terrazzino a levante, sul quale giungeva coi suoi fiori e coi suoi frutti un bell’albero di limone. Dal terrazzino si accedeva a una stanzetta da bagno che Giovannino aveva tramutata in piccolo studio e vi aveva già raccolto i suoi pochi libri e le sue carte. Il salotto da pranzo era a pianterreno e restava sotto la nostra camera; aveva la stessa grandezza e le stesse aperture. L’aria e il sole non mancavano davvero. Trovammo la tavola apparecchiata, e la cucina attigua esalava un appetitoso odore di stufatino con piselli. Era opera di una buona signora, moglie di un impiegato amico di Giovannino, che per la circostanza si era profferta a preparare tutto. Cosí dopo un po’ di perlustrazione qua e là ci potemmo tutti e tre assidere a mensa. Con quale dolce emozione è inutile ch’io tenti di dire. Finalmente eravamo riuniti! Finalmente ci era dato mangiare insieme a una mensa nostra! Diceva Giovannino con gli occhi splendenti di pianto: «Se ci potesse vedere la mamma!» Oh! quella mamma! era sempre nel suo pensiero, era la guida di tutte le sue azioni! E col cuore rivolto a lei e al babbo incominciammo tutti e tre la nostra nuova vita che per Giovannino doveva essere piena di triboli e di spine.

Egli avrebbe voluto subito una visita del suo Severino, per il quale era già preparata la camera col suo bel lettino nuovo; ma il caro amico pensava ad altro e gli scriveva questa cartolina:

Spezia, 4 maggio 85.

Mio caro, chi vuole fare un articolo sui Bordatini, entusiasta piú di te che di me (dopo che io ti solfeggio in tutti i toni) vuoi parlare ancora de’ tuoi versi. Io gli mando il sonetto — trema un trotto tranquillo e s’allontana –– ma scorretto. Mandamelo tu, subitamente. Se no, non li scrivo piú. Certo. Scrivi.      SEVERINO

E Giovannino il 6 maggio mandava a Severino, nella lor prima redazione, due sonetti («Non fu ch’io creda, un far vedersi in piazza...» e «Nel musco e l’agrifoglio una fontana...») ora in Poesie varie e in Myricae, [6] aggiungendo:

Eccoti due sonetti del mio ciclo lunare e lunatico. Te li mando proprio per satisfare il tuo capriccio; perché mi scriva; perché non metta il broncio. Ho condotto qua le sorelle mie: sono tre o quattro giorni che vivo, ossia capisco che potrei vivere felice. Ho la terribile scadenza della fin di questo mese a superare. Aiutami da lei, famoso saggio, ch’ella χτλ. [7] Scrivimi subito se e per quanto puoi aiutarmi. Senza te, come farei? Vieni a trovarmi, ti prego, quanto prima puoi.

Tanti saluti dal Vita e dal dall’Oca o dall’Ospite o dall’Orca o dall’Osso... buso e dal Carducci (che sta benino ma malinconico). A casa di tuo cognato non potei proprio andarci. Tuo   GIOVANNI

Ecco ora qualche cenno di quella nostra prima convivenza fraterna. L’Ida, essendo la maggiore, ebbe le redini dell’azienda domestica. Era la reginella della casa. Giovannino le donò subito un bell’orologino d’argento accompagnandoglielo con queste parole:

ALLA GENTILE MASSAIA DI CASA PASCOLI

Questo gingillo cosí dice: «Le ore

che segno per te sian sempre serene,

e siano sempre i palpiti al tuo cuore

placidi, uguali, o nostro dolce amore,

come gl’istanti che il mio sen contiene».

Il 27 d’ogni mese egli consegnava a lei il piú che poteva di danaro per la spesa giornaliera, e quando essa gli diceva di esserne agli sgoccioli, egli sollecitamente provvedeva chiedendo un anticipo sullo stipendio comunale delle tecniche che non gli veniva negato. La cassa non era mai forte, ma nemmeno mai del tutto vuota. La donna, di comune accordo, l’avevamo presa a mezzo servizio; faceva la spesa e qualche faccenda di cucina. Il mangiare lo preparava l’Ida; gradiva di occuparsene da sé. Io ebbi subito da rassettare le cose personali di Giovannino e da fargli qualche camicia e qualche paio di calzetti, di cui aveva urgente bisogno. Poi mi misi con I’Ida a cifrare la nuova biancheria e a fare altri lavoretti per lui e per noi secondo la necessità e i mezzi che erano molto limitati. Molto limitati, sí, i mezzi, e non solo per il lavoro; ma tuttavia per noi sorelle la vita era piú che buona, piú che bella; mentre per lui, era tutto il contrario. Egli aveva la maggior parte del tempo occupata dalla scuola, avendo piú di trenta ore settimanali di lezioni tra il Liceo e le Tecniche e qualche lezione privata, e non sempre a pagamento, che era costretto a fare o la mattina presto, o sulla sera al suo ritorno a casa. Del resto nell’intervallo che aveva dal mezzogiorno fino al tocco e mezzo, faceva colazione, dava una rapida scorsa ai giornali (che poi leggeva la sera a letto), indi per un po’ si adagiava sopra un divano per riprendere lena senza però chiudere gli occhi al sonno. Sovente, stando cosí adagiato, dettava a me qualche cosa, qualche appunto, qualche verso o altro. Ci sono sempre tra le sue carte alcuni brani a me dettati in quei momenti, di due epistole in versi francesi, una a Ferdinando Martini, che era allora segretario generale al Ministero dell’Istruzione, e l’altra a Guido Mazzoni che mi pare fosse segretario particolare del Martini.

La sua era una vita faticosa e di continua passione per non potersi mai dedicare a nessuno dei tanti lavori che avrebbe voluto fare. Ciò non ostante con noi sorelle era sempre di una grande bontà, sempre pieno di attenzioni, di tenerezze, di condiscendenza e anche di pazienza. Mai che usasse con noi delle asprezze, sebbene non di rado o l’una o l’altra avessimo delle estrosità e dei capricci da meritarle. Anche nei nostri cattivi momenti eravamo sempre le sue Ida e Maria. Ci trattava ancora quasi come bambine. Avendo capito che eravamo amanti delle bestioline, ci procurò subito un piccolo gatto (si rivelò poi per una bella gattina), e un po’ dopo ci prese anche un uccellino, un fanello, che divenne ben presto la delizia della casa col suo soavissimo canto. Oh! anche Giovannino si godeva di questo gentile ospite! Gli mise nome Ciribibi, nome che formulò sul verso festoso che l’esserino gli faceva ogni qual volta egli si appressava alla sua gabbietta. La sera poi noi glielo mettevamo in camera sul davanzale della finestra essendogli molto gradita la sua compagnia nella notte, e molto utile la sveglia che gli dava puntualmente la mattina coi suoi gorgheggi.

Aveva anche capito che noi nel passato avevamo patita la voglia dei dolci, sicché ogni tanto ci portava a casa qualche pasta o un po’ di confetti. Quella voglia l’aveva piú di tutto capita, e gli era rimasta fitta nella mente, da un racconto che io gli avevo fatto a Sogliano credendo di farlo ridere, come ridevo io, mentre invece lo feci piangere. Gli avevo raccontato che spesso, quand’ero in convento, sognavo di stringere tutta felice nelle mani dei bellissimi dolci che nel giorno avevo veduto, con vano desiderio, a qualche mia compagna, e che svegliandomi al mattino ancora con quella illusione e coi pugni ancora serrati, provavo un grande disinganno nell’aprirli e trovarli vuoti. Questo sogno cosí puerile gli dette anche l’ispirazione (me lo disse lui stesso) per quella tenue e malinconica poesia del bimbo morto con la manina chiusa, nella qual poesia (Morto delle Myricae) si leggono questi versi:

Te l’ha portato l’angelo il suo dono:

nel sonno, sempre lo stringevi, un dono.

La notte c’era, non c’era il mattino.

Questo ti resterà. Dormi, bambino.

La domenica si metteva molto a nostra disposizione. Ci accompagnava alla messa, ci veniva a rilevare e, prima di farci ritornare a casa, ci faceva fare una tappa da un pasticciere per prendere qualcosa di nostro gusto. Nel pomeriggio ci conduceva a fare delle belle passeggiate ora verso il mare, ora alla «Rinchiostra», ora ai «Quercioli»; e se la passeggiata era stata impedita o da lezioni private o da altro, la sera dopo cena ci conduceva a sentire la musica in piazza, non senza prenderci il gelato o la granita. Cercava di divertirci più più assai di quello che potesse.

In quei tempi non ci parlava mai dei suoi gravi imbarazzi finanziari. Se noi, vedendolo a volte abbattuto o pensoso, gli chiedevamo che cosa avesse e a che cosa pensasse, ci rispondeva che pensava ai suoi lavori. Non si confidava ancora con noi; non gli era ancora chiaro il nostro modo di vedere le cose della vita. Anche del suo burrascoso passato raccontava poco; della sua avventura del carcere poi, silenzio assoluto; sicché a lui era sorto il sospetto (ce lo disse dopo degli anni) che non ne sapessimo niente.

Uno dei primi giorni che eravamo a Massa, il vescovo mons. Tommasi mostrò desiderio di vederci e ci disse tante cose gentili per noi e per nostro fratello, che sapeva tanto buono e attivo; e per lui, sempre affaticato, ci dispensò anche dalle vigilie. Giovannino si compiacque molto di ciò che il buon vescovo aveva detto a suo riguardo.

Ma ecco un ricordo assai diverso. Quando già era qualche settimana che eravamo a Massa venimmo a conoscere una maligna diceria che riempí d’indignazione Giovannino. Si diceva che le due ragazze ch’egli aveva con sé non erano sue sorelle, ma due ragazze che aveva rapito. Ne parlò fremente d’ira lo stesso giorno che sapemmo la cosa con l’Agnoloni, il quale vedendolo cosí inferocito si abbandonò a una delle sue lunghe e grosse risate. Indi gli disse che i colleghi era già un po’ che sapevano di quella ciarla e che avevano protestato energicamente; che stesse pur tranquillo che ormai era del tutto caduta.

Il 25 maggio Severino scriveva:

A giorni verrò costí col Bonati e con un altro mio fratellevole amico. Andremo al Giappone, e tu verrai, spero, con noi. Io mi permetto poi di venire altra volta nel seno della tua famiglia. Spero di poterti contentare pel 2 giugno. Scrivi.    SEVERINO

Giovannino andò quella volta con gli amici, ma avanti che Severino partisse volle condurlo fino a casa per fargli fare conoscenza con noi, e mostrargli la cameretta che gli aveva preparata. Noi lo trovammo come ce lo aveva descritto Giovannino: lieto, gentile e affettuoso; sicché prendemmo subito a volergli molto bene. Quando veniva era una festa grande per tutti e tre. Come ci davamo d’attorno per fargli dei buoni pranzetti! Dopo la prima volta che fu ospite nostro, scrisse il 22 giugno ringraziando: «... Saluto i piccoli capineri – i bei capineri – che non hanno ancora il capo nero – come Brilli – annerito dagli anni... ».

Col 24 giugno cominciò il periodo di preparazione agli esami. La scuola era finita. Che gioia! Si poté cosí festeggiare con doppia allegrezza la cara festa di Giovannino che era la prima volta in vita nostra che passavamo insieme.

Negli esami si affaticò molto, ma sul principio delle vacanze ebbe una nuova visita di Severino che lo ristorò. E si mise poi intorno ai suoi lavori. Se non che a un certo punto gli venne fatta la proposta di trasferimento, o ad Aquila o a Pesaro, che lo distrasse dal lavoro e gli cagionò grave pensiero e grande perplessità. Come fronteggiare tante nuove spese che ci sarebbero volute e al viaggio delle sorelle che non avevano diritto all’indennizzo? Nella sua indecisione si rivolgeva per consiglio a Severino che era allora a Bologna (19 agosto 85): ma ecco che contrariamente a ciò che, se mai, avrebbe gradito, il Ministro lo nominava non all’Aquila, ma a Pesaro. Egli si ribellò e ricusò la nomina. C’è perciò un decreto in data 9 settembre che lo trasferisce al Liceo di Pesaro, con lo stesso grado e stipendio di L. 2112.00, e un altro del 2 ottobre che lo restituisce a Massa. Ma come ci rimase male!

Io gli stetti molto dietro in quei giorni di penosa ansietà perché facesse qualche poesia. Ma sí! Non poteva raccogliere i suoi pensieri. Tuttavia per contentarmi mi buttò giù alcuni sonetti d’intonazione familiare, qualificandoli «mariuccevoli»; due li mandò poi a Severino per un giornale. Ora sono in Poesie varie. E mi dettò, sempre per contentarmi, una poesia scorrevole e popolaresca (La morte d’un abbandonato) che col tempo divenne l’Abbandonato delle Myricae.

LA MORTE D’UN ABBANDONATO

Ammalato in sullo strame

giace il povero Giannino;

egli ha freddo ed anche fame;

sta morendo il piccolino... [8]

Sul finire delle vacanze riebbe presso di sé per più di un giorno il suo caro amico e si consolò con lui. Indi gli scriveva allegramente il 1° ottobre 85:

Caro Severin mio, mandami i doppi — di que’ dolci volumi ond’io mi pasca — e mi v’annidi come tra la frasca — il capinero de’ loquaci pioppi; — sí che ne’ plenilunii poi nasca — in sospir lieve e cresca e si raddoppi — a balzi, a trilli, a ritornelli, a groppi, — e poi cada come acqua in una vasca, — come in vasca azurrina acqua d’argento — ch’ora scende continua tranquilla — or si rincrespa a un alito di vento. — Il cuore al pellegrino intanto grilla — ché udir gli pare un suon di festa lento — che via nel solitario ajre squilla. — Questo menar di rilla — m’uggisce a lungo andar, sí che ho bisogno — d’incarnarmelo un tratto il mio bel sogno.

Ch’io non vorrei essere quel cotale — che avea la frega di volar senz’ale, — sicché la gente gli dicea: mai ale! — Deh dunque un pacco mandami postale.

Domani cominciano i guai e il suon di manconelle. Oggi abbiamo festeggiato il fine delle vacanze con biscotti, questa sera lo festeggeremo con gnocchi. All is well was ends well. [9]  Cosí pressappoco.

Deh, dunque un pacco mandami postale – di quei dolci volumi che son scale – onde al cielo dell’arte noi si sale, – onde si prende quell’amaro sale – di cui la genia torbida s’insala, – che molto quaggiú puote e nulla vale.

Vale. Saluti dalle mie sorelle e invito a tornar presto. Addio. Scrivi presto.

Tuo      GIOVANNI

Intanto non poteva riscuotere lo stipendio perché dietro il primo decreto che lo trasferiva a Pesaro i suoi documenti erano stati riandati all’Intendenza, e chi sa quando sarebbero stati di ritorno a Massa, con la lentezza burocratica d’allora. Scrisse perciò il 14 ottobre al comm. Ferdinando Martini, che era al Ministero, perché lo riparasse da quel guaio: guaio veramente serio nelle nostre condizioni.

Ora un dolce ricordo di quell’ottobre. Una notte ci fu un temporale tremendo. Un continuo lampo, un continuo tuono; l’acqua e il vento facevano un fracasso indiavolato. L’Ida ed io eravamo spaventate e piangendo chiamavamo Giovannino. Egli aveva appena spento il lume; lo riaccese, si vestí e venne nella nostra camera tra i nostri letti posandoci una mano per una sulla testa. In quella posizione ci raccontava fatti e storielle o commoventi o amene per distrarci dalla paura. Il temporale non smise fino all’ora d’alzarsi, e Giovannino fino a quel momento stette in piedi con le sue braccia aperte su noi. E con la sua notte bianca, andò a far scuola pieno d’insolita contentezza per averci assistite e protette. Quante volte abbiamo ripensato a quella notte ! Oh! quelle mani !

Severino mandava e mandava versi e bozze da correggere, e Giovannino occupava per lui quasi tutto il tempo che gli rimaneva dalla scuola, non provando la menoma gelosia che intanto egli andasse avanti e lui non potesse far niente. Oh! non ci pensava nemmeno! Gli cedé anche una sua ispirazione, quella dei Due carrettieri, e fu cosí. Egli aveva comunicato a Severino il suo soggetto e gli aveva chiesto alcuni libri di poesia popolare per studiare un po’ l’intonazione popolare per gli stornelli. Ma poiché i libri non giungevano mai, un giorno che era venuto il suo amico a cui quel tema piaceva, gli disse che se voleva facesse pur lui la poesia. E Severino la fece. Rammento che Giovannino quando la lesse disse che se avesse avuto voglia di farla anche lui, e l’avesse fatta come l’aveva concepita, non avrebbe avuto nessuna somiglianza con quella. Ma certo il soggetto era sfruttato, e anche avendone voglia non ne avrebbe fatto nulla.

Spezia, 25 ottobre 85

Amico, in viaggio è una enorme mortadella al tuo indirizzo: nata a Bologna nel 1885. Bisogna che te la guadagni: 1) correggendo e rimandando questi bordati; 2) correggendo bozze di stampa che riceverai a giorni; 3) rispondendo se intendi di scrivere nella «Cronaca Bizantina», diretta dal D’Annunzio, che m’incarica d’interpellarti ufficialmente: pagherà bene. Scrivi e rimanda questi versi sui quali ho piú dubbi: molti dubbi.

Saluta gli angeli.       SEVERINO

I versi li cancellò e sotto vi scrisse: «Te li rimanderò. Ora ho scritto la lettera e l’imposto».

E Giovannino il 2 novembre 85:

Caro Severino, ebbi giorni sono una delle tue nella quale mi si annunziavano due fortune: versi tuoi e mortadella senza spese nessune. Ho aspettato sino ad oggi invano, a collo teso sí che mi si sono enfiati i barbigli. Ti scrivo perché sospetto che tu sospetti che a me non riescano graditi gli annunziati doni; de’ tuoi versi, puoi credere; della mortadella puoi immaginare. Tu sai ch’io non sono provano. Cosí pure molto m’ha dilettato quel barlume di guadagno pure dannunziatomi, al qual guadagno intendo aspirare ben presto, appena mi sia messo in carreggiata con la scuola; imperocché quest’anno mi s’è accresciuta di due ore la mia via crucis tecnica, e la paga è rimasta lí allo statu quo, come la Rumelia orientale. Al qual proposito godo che tu v’abbia mano in pasta, in quelle faccenduole balcaniche; so difatti dal «Secolo» che l’egregio Stoianoff vi fa molto spolvero.

È tornato l’Agnoloni, con un male alla gamba che lo fa andare zoppo, ma che non gli toglie nulla della sua giocondità e bontà. Saluti dalle sorelle. Vienci a trovare.         BIANCO...

Ancora Severino:

Bianco, tu quoque mi diventi berrettino e bigio? Excelsior, anima dell’anima mia, è parola latina non anglosassone; vero che bisognerebbe dire excelsius, ma... Io, sono ammalato grave. Crescono gl’incommodi, né io ho gli anni di Brilli. Non vedo e non sento: obduratum est cor, nelle malinconie degli stridori e dei cigolii di quella carretta di ferracci vecchi a cui tu alludi; ma ben piú ’nel pesante barroccio che trascino con grandi guaiti per mezzo il mare dell’essere.

Salutami Agnoloni; verrò domenica, alle tre pomeridiane, 8 novembre 1885. Chi sa non rimpannucci la salute. Ho bisogno di vele e di ali; le vele mi conducono nel mar nero della morte; le ali nell’oro dell’azzurro dell’ovato del verde del giallo del bianco del rosso del turchino del castano del lionato del vergato del lattato del paradiso lo la mia venuta, ché se non la pari, rimani asciutto molti mesi, asciutto in gola.

FIORE

Il 5 di novembre del 1885 dalla nascita di Cristo.

Venne, e ne fummo al solito tutti felici. Poi seguitò a mandare bozze e manoscritti da rivedere e ritoccare con la « lima d’oro ». A lui, Giovanni, il 1° dicembre :

Car.mo Severino, t’ho già rimandato e avrai già ricevuto le bozze: bell’articolo, incrostato di gemme né ingemmato di spropositi. In due o tre punti la lezione è errata con che non ho saputo cavarcene le gambe. Cosí per certi versi francesi segnati con una croce che devi rivedere sul testo. T’ho scritto perché li rivedessi né ti fidassi della mia revisione. Vuoi che ti dica? Io l’ho letto piú per mio piacere che per il dovere che ho con te di correggere le stampe in compenso delle mortadelle.

Domani o posdimani aspetto Falino, e tu expecta auxilium. Voglio prima sapere da lui... Dammi notizie di quell’oscuro passo.

O utinam...    GIOVANNI

E aspettiamo anche te. Saluti dalle sorelle.

La venuta di Falino ci riempiva il cuore di gioia e anche di speranza. Di gioia per essere in grado di poterlo accogliere nella nostra fraterna famiglia, che rappresentava quella paterna essendo composta della maggior parte dei superstiti di essa; di speranza perché egli veniva da Lanciano dove aveva guadagnato assai bene nella sua qualità di delegato stradale straordinario. E la gioia fu grande. Giunse esuberante di vita e di giovanile allegria facendo echeggiare il nostro soggiorno di canti e di risa. Ma la speranza andò vuota. Trovandosi solo e sempre in giro per il suo ufficio non aveva fatto alcuna economia. Giovannino sperava perché gli aveva fatto tante promesse; ma dal dire al fare c’è di mezzo il mare. Pazienza! Certo si sapeva che a Como, dove era trasferito al Genio Civile non piú come straordinario, avrebbe percepito molto di meno; quindi ciò che non era avvenuto fino allora, non sarebbe avvenuto piú. Pazienza!

Partí dopo vari giorni di gioconda permanenza con noi, molto soddisfatto e commosso. E noi restammo paghi della sua soddisfazione e lo seguimmo coi nostri più buoni auguri.

NÉ AIUTI, NÉ PROMOZIONE, NÉ TRASFERIMENTO
GENNAIO – MAGGIO 1886)

Molti versi di Severino si erano intanto accumulati aspettando la lima e l’approvazione. E Giovannino sull’ultimo dell’anno, angosciato per i suoi interessi (ancora ignoti a noi sorelle), cosí rispondeva alle sollecitazioni dell’amico:

Caro Severino, perdonami; ma non ho la testa a segno. Anch’io nuoto in un mare di guai. Figurati che ho già pagato 220 lire e 80 ne ho ancora da pagare e subito, e piú ne dovrei pagare, e non so come fare. Se m’avessero potuto dare un sussidio! Come si fa a guadagnare con poesie e articoli? Domando io, come si fa a lavorare con il batticuore continuo del sequestro etc. etc.? Perciò le tue poesie, che un poco conoscevo, poco le ho considerate, ma molto mi sono garbate, specialmente Alberino. Se ti dicessi che nulla in essa m’offende, tu non mi crederesti; ma è ben poca cosa. Anzi una cosa sola: « perché mai Severino – sturbò ». Non mi piace quel tronco in cesura. È inutile, non mi va. Ma il resto! oh! è, davvero, un capolavoro! Di quelle sei che devo capire per discrezione poco davvero ho capito, ma quel poco molto m’è piaciuto, ma molto, veli! Ti rimando i due fogli, supponendo che presto me li manderai a stampa.

Scrivi un pochino a Guido, digli che mi faccia fare la carità; dopo quest’anno oh! sarò a cavallo: ma ora quali tremende notti passo. E questo mese è il peggio di tutti. Gli scrissi, mi disse che il fondo era esaurito, che m’avrebbero rinfacciati i 200 passati. Ma come si fa? Di Saffo qualche cosa ho pur studiato, sebbene non abbia messo nero su bianco. Avrei de’ lavori ben utili se li potessi fare; se m’aiutassero a farli. M’aiutino ora, sull’istante. Scriviglielo. M’ha scritto che vuoi scrivere de’ suoi amici poeti e mi chiede mie notizie, etc. Che notizie vuoi che gli dia? che la miseria ha fatto lentamente perire il mio cervello; ne ha strizzato tutto il sugo, e che ora minaccia di distruggermi anche la dolce vita. Ecco le mie notizie. Ma povero Guido, com’è buono!

E il pacco? Oggi ho trovato un avviso diretto al prof. Giovanni Pandi. Non m’hanno voluto dar nulla. Scriveranno a Spezia. Ti ringrazio, povero amico, sebbene non si sappia ancora di che, a nome mio e delle care sorelle mie, che vedono con qualche dubito, direbbe non mi ricordo chi, un nugolone nero sopra la mia testa, o piuttosto lo sentono, povere ragazze...     GIOVANNI

Di nuovo, Severino.

Spezia, 4 gennaio 86.

Questa cartolina vuole risposta subito e pronta. 1) Hai ricevuto il pacco col Pandi? 2) Manda  i sonetti «Dall’Osso è un uomo», «Dagli azzurri diafani e tranquilli». Subito. Hai tempo di correggermi tre pagine di roba e rimandarle a volta di corriere (ferroviario)?

Scrivi subito. Scriverò per te al Mazzoni. Tuo                SEVERINO

 

Nella calligrafia di Severino talvolta Pascoli diventava Pandi. Da ciò le tergiversazioni di un pacco che non potemmo ricevere, finché non giunsero le dichiarazioni della posta di Spezia. Il pacco conteneva due bellissimi bavari di pelo per le sorelle. Oh! Severino conosceva la via del cuore di Giovannino!

Altri biglietti con scherzi e lamenti e richieste vicendevoli si scambiarono il 6 e il 14 gennaio (mandò anche il già ricordato sonetto pubblicitario per il Dall’Osso, la «Dallocheide», che fu subito pubblicato); il 14 Giovannino annunziava: «Tento un articolo sul Mille del Giacosa, tema rubato a Enotrio e a Schicchi, che ne ha avuto un tal dispiacere, un tal dispetto...! » [10]

Intanto il Mazzoni proponeva a Giovannino di fare una domanda di sussidio a nome delle sorelle, che non sarebbe stato impossibile far passare tra le domande dei sussidi delle maestre che vengono corrisposti col fondo che il Ministero ha per quel fine. Ma tale proposta spiacque molto a lui e a noi, sebbene dalle parole scritte a Severino non appaia troppo. Il fatto sta che non fece alcuna domanda, e rimanemmo nella nostra povertà.

Pensò invece d’inoltrare la domanda per la titolarità (era ancora «reggente») sperando bene dietro le incoraggianti parole del preside Di Roberto. Ecco la lettera, importante per i suoi criteri di professore.

 

A Sua Eccellenza il Ministro della Pubblica Istruzione.

Eccellenza, io sottoscritto, reggente di lettere latine e greche nel 1882–83–84 a Matera, nel 1884–85–86 a Massa Carrara, chiedo d’essere promosso a titolare, se all’E. V. paia che io abbia dato di capacità prova non troppo manchevole e di diligenza promessa non dubbia.

Ho sempre cercato e cerco che i miei alunni acquistino quella familiarità della lingua e dello stile latino, e aggiungo del greco, che delle vecchie scuole era grande, sebbene forse unico, pregio. Ma voglio che la famigliarità, come è meno intima, pel tempo che non si dà ora come allora tutto a questi studi, sia, per la scienza che è piú sicura, anche poi rispettosa e discreta: desidero che quanto piú esattezza è ora nelle cognizioni tanto piú squisitezza sia nel gusto. Perciò faccio leggere molto, usando a questo fine nel Liceo i testi già studiati nel Ginnasio; le leggi e le regole le faccio cercare riconoscere ordinare di sui testi a mano a mano. A sceverare l’arruffio che di parole e di cose potesse farsi ne’ cervelli degli sbadati e degli attoniti, uso specialmente l’esercizio di versione in latino e in greco, che voglio composta di frasi non iscavizzolate nei dizionari ma traspiantate con garbo dagli autori stessi. Quindi faccio che tra il testo latino e greco che si legge e i passi di classici italiani che si traducono sia molta relazione d’argomento e di stile, sicché riesca poi nettissima la differenza delle due lingue.

Distinguo nella lettura dei classici la interpretazione dalla traduzione. Interpretando, non rifuggo di esporre i modi, recenti e anche barbari, di dire; ma non voglio a questi dare come una sanzione scolastica, né lasciar credere che all’orazione degli antichi, esatta concreta decorosa, corrisponda davvero quella tal lingua incerta e astratta, quel fraseggiare sgangherato, quel periodare sciamannato. Anzi passando dal modo recente a quello o piú classico o piú popolare, faccio sempre notare come si guadagni in chiarezza e in gentilezza. E in generale dopo aver mostrato quanto questa dura custodia matris, questa ideale presenza della antichità severa, sia utile, insegno quanto sia amabile. Perciò, mediante il poligrafo, faccio agli alunni un florilegio di poesia e di prosa, greca e latina, col quale non imparino solamente la storia della letteratura, ma e si esercitino genialmente e restino pensosi e commossi.

Giudichi ora l’E. V. se io sia nella via diritta e voglia — e i miei superiori presenti e passati m’hanno veduto procedere in quella con amore e coscienza — incoraggiarmici anche la E. V. con l’altissima approvazione sua.

Della E. V. dev.mo e obblig.mo            Dott. GIOVANNI PASCOLI

Massa Carrara, 3 febbraio 1886

Intanto egli seguitava con ogni diligenza la sua scuola. Ed ecco apparire all’orizzonte della sua anima in pena una nuova speranza, un poco inverosimile invero, ma Severino ve lo teneva fisso. Si trattava nientemeno della possibilità di essere nominato straordinario di grammatica latina e greca all’Istituto Superiore di Firenze. Oh! la cosa era troppo bella per crederci ! Eppure egli, che in fin dei conti si riteneva capace di quell’insegnamento, ci credé piú d’un poco. Non gli aveva però detto Severino (che lo cullava nella speranza) che il Carducci fin dal novembre scorso gli aveva scritto: «Il Pascoli ha molto ingegno, moltissimo gusto, e arte anche di scrivere il latino. Quel che si può desiderare giustamente in lui è la cognizione della filologia germanica: egli non volle darsene mai pensiero e né anche studiare il tedesco. In Firenze, dopo e accanto al Vitelli, per quella sua mancanza, non si troverebbe egli stesso benissimo. Bisogna consigliarlo e persuaderlo a studiare il tedesco, ch’egli può fare presto e bene. E allora potrà figurar bene in qualunque posto. Purché si faccia conoscere». Ma che proprio il Carducci credesse che Giovannino ignorasse il tedesco? Dai suoi quaderni giovanili parrebbe il contrario. Certo non lo parlava, come non parlava nemmeno il francese che scriveva correntemente anche in versi; col tempo poi divenne padrone del tedesco, non solo filologicamente ma anche metricamente, non per ammirazione che avesse di quei «barbari», ma per provare a se stesso che l’Italia sapeva far meglio di loro e da sé. Che dispetto provava che l’Italia per le sue scuole mendicasse i libri dai tedeschi!

Egli dunque, non sapendo della manchevolezza che gli riconosceva il Carducci, non poté prepararsi al colpo, che del resto non si capí mai da che parte gli venisse. Da ciò che gli diceva Severino pareva invece che il Maestro patrocinasse la sua causa: ecco uno dei suoi biglietti del 16 marzo, fra altri di quel tempo.

Credevo che la mia cartolina ti avesse entusiasmato. Poi ti tacqui alcune speranze su te che mi sbottonò il Carducci per non farti grillare; e tu non ρισπονδι; quεστο è sempliχεμεντε ορριβιλε. Non è certo quando cali costí il νιτελλο, ma è sull’ali. O invitami a Massa (andremo a pranzo in campagna) o vieni tu qui. Debbo dirti μιραβιλια...

Poi un altro senza data:

Schicchi. Correggi e rifà, taglia (anche nella punteggiatura) queste ottave. Rimandamele subito; con un barile (non di vino) di sole per l’anima. Il Carducci mi ha qui ispezionato. Domenica fu meco a pranzo. Si parlò a lungo di te e della tua sapienza. Speriamo che Coppino vada al diavolo, allora vedrai... Tuo      SEVERINO

Che bel sogno era quello di mettere piede a Firenze dove avrebbe avuto tempo per i suoi lavori, e non avrebbe avuto penuria di libri! Ma intanto il tempo passava e non veniva nessuna notizia in proposito. Severino, che veniva spesso, sembrava sicuro della cosa, sicché noi tutti e tre si stava in grandissima ansia. Si giunse cosi al maggio. Nel maggio c’erano le elezioni politiche e Severino si sentiva disposto ad andare a Bologna e chiedeva a Giovannino se anche lui ci andava. Ci sarebbe andato volentieri per divagarsi un po’ con gli amici e per assistere alla proclamazione a deputato del Carducci essendo la volta della sua candidatura a Pisa: lo dicono lettere del 14 e del 24 maggio, quest’ultima firmata: Janus Nemorensis Severino Fabricio S.P.D. Ma non poteva per diverse ragioni, tra cui quella di non avere soldi. Un grande significato ideale avrebbe avuto per Giovannino l’elezione del Carducci a deputato, ideale e patriottico, sebbene non si sentisse d’approvare che il grande Maestro fosse sceso in gara con un capitalista. Tuttavia l’elezione non riuscí.

Caro Severino, ho ricevuto quattro eccellenti, suppongo, bottiglie, questa è vera, di vino, credo, di Spezia, penso. Viene, imagino, da te, sebbene tu non m’abbia scritto nemmeno: fatti in là; va, stimo, a me, sebbene ci sia scritto su: Giovanni Pascholi. Quello che poi so per certo è che non sono altro che il baleno al quale deve tener dietro il fulmine della tua venuta. Oh! vieni dunque. Ti desidero. Parleremo e πιόμετα ἀμυστί. [11] T’ho scritto della seta, s’intende, se puoi trovarne. E fa presto ... Τόν Οἰνότριον... come l’hanno bocciato quei beoti, quei cretini... Vale.

Spero che tu non sarai piú cosí stolto di essere democratico. Noi navighiamo nell’equivoco. Edifichiamo sulla sabbia. Il numero dei piú che son gli sciocchi. Verità inappellabile. E noi ce n’eravamo dimenticati. Mea culpa, mea culpa, mea culpa!

Cosí il 26 maggio; il 28 l’invitava, anche per sapere notizie del Carducci. («È vero che da te poco si può sapere perché ti spiccioli in motti e tutto è motto e quel che dici e quel che odi. Tuttavia qualche cosa si saprà.») E Severino venne la domenica, portò la seta «color sangue di bue», si passò una bellissima serata; e una lettera a lui fu scritta il 5 giugno. Subito il lunedí io mi misi al lavoro della sciarpetta che doveva essere il dono di noi sorelle a Giovannino per il suo onomastico. Come godeva nel vedermi lavorare tra tutti quegli spilli e quei piombini! Povera sciarpetta! « ancora qui nuova», avendola egli messa solo una volta per farsi un ritratto. La teneva in una scatola nel suo comò tra le cose a lui più care.

Non rammento in che giorno venisse il professor Girolamo Vitelli per l’ispezione; rammento però bene che Giovannino rimase molto soddisfatto della maniera con cui era stato trattato. Appena giunto a casa volle condurci tutte e due a passeggio perché godessimo anche noi. Per il viale della stazione c’imbattemmo proprio nel Vitelli che anche lui passeggiava con dei colleghi. Sostò un poco rivolgendo a Giovannino qualche parola molto gentile nel vederlo nella mesta funzione di vice padre. Si seppe che la relazione che fece di lui era bellissima; ma per quanto io l’abbia fatta cercare al Ministero, non m’è riuscito di poterla avere. Peccato! L’avrei riportata con vero piacere per testimonianza e per ricordo. [12]

UN PO’ DI SOLLIEVO FINANZIARIO (GIUGNO–AGOSTO 1886)

Da qualche tempo noi sorelle ci eravamo accorte che Giovannino aveva qualcosa che lo rattristava, ma non potevamo riuscire a sapere che cosa. Spesso lo vedevamo pallido, con gli occhi pesti e senza voglia di mangiare e di dire; cosí che sembrava persino che dovesse sentirsi male, ma egli lo negava. Noi si era impensierite e ogni tanto, in sua assenza, andavamo a frugare tra le sue carte per vedere di trovarvi il motivo di quegli abbattimenti, ma non si trovava nulla. Che poteva mai avere? Or ecco che egli il giorno dopo l’ispezione, traendo un po’ di coraggio dal buon esito di quella, si decise a rivelarci da sé ciò che gli martoriava l’anima. Non lo fece però a voce, ché gli sarebbe venuto meno il coraggio, ma in iscritto, facendoci pervenire la lettera di sera, mentre che egli non era in casa.

Care adorate mie sorelle, ieri aveste un poco di gioia per me; oggi avrete un dispiacere, e questo è tutto per voi, poverine. Ecco tutto: io mi trovo incagliato, impantanato, arrestato nella mia via che ora cominciava a mostrarmisi piana e sicura.

Quando vi dissi o scrissi la prima volta di potervi prendere meco, sappiate che avevo promessa di un prestito a lunga scadenza col quale provvedere i mobili. Provvidi i mobili, ma il prestito non venne. Io restai ingannato miseramente con quasi un migliaio e mezzo di lire da pagare, e altre spese fatte o da fare. Accomodai tutto allora alla meglio o alla peggio, e son venuto tribolando continuamente, senza poter godere e farvi godere le mie mesate, sino ad oggi che non posso assolulamente andare avanti se non prendendo una risoluzione eroica. Questo è dirvi tutto e darvi a un tratto un dispiacere. Pensate per altro che questo non è che una parte d’un dispiacere tremendo che dura in me da piú d’un anno. Non credo d’essere stato mai cattivo con voialtre; ma quanto sarei stato migliore se non avessi avuto una tale tenia dentro!

Vedete: non c’è poi da disperarsi. Ci sono tre rimedi che, per quanto dolorosi, sono pur sempre rimedi. Disfarsi dei mobili e anche della mia biancheria — questo è il primo. Ottenere (ma subito) dalla zia ch’ella vi tenga un 5 o 6 mesi da lei coi vostri letti etc. etc. Io venderei intanto la mia parte, e tra i cinque o sei mesi indicati tornerei a prendervi per condurvi in ben miglior luogo e in ben migliori condizioni, e riprovvederei i mobili che occorrono a me. Questo è il secondo. Il terzo è, non so per voi, ma per me piú doloroso ancora. Scrivere al Vendemini che vi mandi il vostro danaro e dirgli che ne fate prestito a me con garanzia sui mobili. A me ne vorrebbe un migliaio. E ogni mese (parola di fratello che v’ama e d’uomo d’onore) porterei nelle vostre mani lire 230, l’una sull’altra; e voi fareste le vostre spese e mi passereste non piú che il tabacco per fumare. Di giornali non prenderei piú che la Tribuna ». Il vino ne berrei meno: tanto fa male ed è cattivo. Cosí ogni mese economizzerete una sommetta, per ora, di 40 o 50 lire in estinzione del debito e qualche cosa per vestirvi. E io tranquillo, senza debiti, senza crucci, lavorerei davvero in casa per l’avvenire che (domandatene al Bonuccelli e all’Agnoloni) sarà bello per me e perciò anche per voi.

Notate che ho detto che ciò sarebbe per me dolorosissimo perché non mancherebbe chi mi accusasse d’abusare di voi. Ma so anche per certo che questi tali in 4 o 5 mesi si disingannerebbero davvero e voi vi accorgereste subito di star molto meglio, provvedute di tutto, e in posizione, verso me, non di beneficate, ma di benefattrici.

Leggete, pensate e rispondete. Pensate per altro che a ogni modo bisogna risolversi subito. Scrivetene prima, ma scrivetene subito, sia che adottiate il 2° che il 3° rimedio. Se adottate il 1°, ci metteremo subito all’opera. Vi farò vedere un fascio di cambiali pagate (qualcuna con un nuovo debito) che vi farà vedere come non potessi versare nelle vostre fide e buone mani il mio stipendio per l’utile comune. Altra vita si sarebbe potuto fare se ogni mese non avessi avuto che 40 o 50 lire da pagare. Non pensate a rimproverarmi. Io sono stato veramente ingannato, e quando me ne accorsi, non potevo piú tornare addietro.

Buone Iduzza e Mariuccina, dormite, carine, dormite bene. Se però il sonno tardasse questa sera un poco piú, non m’accusate troppo. Anch’io ho passato notti insonni e molte.   GIOVANNI

Dio mio, che strazio! Ed egli non era lí per potergli dare subito la nostra risposta unanime e spontanea ! Che ora di angosciosa aspettazione! Appena fu di ritorno, tutte e due ci buttammo tra le sue braccia e piangendo disperatamente gli dicemmo che ci facesse scrivere subito subito al Vendemini e non pensasse ad altro, che era una cosa cosí semplice e naturale che quel residuo di soldi della nostra mamma passasse a lui che ci teneva con sé, che doveva essere avvenuta molto prima, quando movemmo da Sogliano.

E scrivemmo all’avvocato Francesco Vendemini di Savignano come ci suggeriva Giovannino. La risposta dell’avvocato fu che egli non poteva mandare il danaro perché una sorella non era ancora maggiorenne. Quel cavillo ci fece molto dispetto e offese anche molto Giovannino sembrandogli che nascondesse della diffidenza verso di lui, perché lo stesso Vendemini, quando anche l’Ida era minorenne, non aveva fatto alcuna difficoltà per prestare circa tremila lire delle nostre alla zia senza alcuna garanzia. Aveva ragione di offendersi. Ma la necessità ci consigliò la prudenza. Replicammo che se credeva di non poter mandare allora tutta la somma per miei pochi mesi che mancavano alla mia maggiore età, mandasse intanto la parte che spettava all’Ida. Ma si vede che ci pensò meglio e mandò tutto. Erano millecinquecento lire. Giovannino ne prese solo mille, lasciando le altre cinquecento nelle nostre mani per scorta e per consolazione. Egli con le mille si levò subito alcuni debitucci urgenti e in agosto un debito grave di settecento lire. Gli altri debiti, non pochi, che gli rimanevano da pagare, sperava di poterseli togliere coi suoi guadagni. Intanto si sollevò un poco con quelle mille lire e anche con l’essersi liberato di quell’affannoso segreto. Mi raccontò in seguito che, nelle notti vegliate in mezzo a quei pensieri spasmodici, prendeva il rasoio e l’affilava per farla finita; ma che sempre gli apparivamo noi, sole al mondo e disperate nel trovarlo al mattino insanguinato e spento. Sicché con un gran pianto di compassione per noi, riponeva il rasoio e continuava a cercare nella sua mente come poter uscire da quel viluppo inestricabile. Fu certo la sua dolce madre che per il momento gli suggerí quel rimedio, la sua dolce madre che gli si faceva sempre sentire col suo dolce soffio di voce: Zvanî!

Non rammento però quanto tempo dovessimo aspettare l’arrivo di quel danaro; ma essendo ormai sicuri che almeno una metà ne doveva venire, sufficiente per la scadenza d’agosto, non ci preoccupammo troppo dell’indugio. E passammo tranquilli la nostra dolce festa di S. Giovanni. La sciarpetta al tombolo era finita, e Giovannino si godé molto nel farla vedere ai suoi colleghi ed amici. Gli sembrava bella e la gradí tanto.

Vennero poi i giorni degli esami. Tra i candidati c’erano anche parecchi alunni mandati da Severino; e Giovannino, durante quel periodo per lui faticosissimo e noiosissimo, ogni tanto gli scriveva invitandolo a Massa. («Lo crederai? È un pezzo che m’alzo alle 5 per andare a letto verso mezzanotte, passando di lavoro in lavoro, ossia di noia in noia, e non ho tempo che per mangiare un pochino e... Ho ricevuto il Tasso: scrive molto benino in prosa quel valentuomo ... »)

Si capisce che passava di noia in noia perché si trattava di far lezioni private (una la mattina presto e una la sera erano anche gratuite) o di correggere dei temi. Quanti ne aveva sempre di questi e con che diligenza li rivedeva!

Il caro amico voleva per un giornaletto qualcuno di quei sonetti che Giovannino aveva fatto per contentare me, per fargli avere un po’ di soldi. Giovannino s’indusse a mandarglieli finiti gli esami, accompagnandoli con la lettera seguente, molto lieta e scherzosa, scritta con noi sorelle accanto, che finalmente lo vedevamo un po’ riposato e fiducioso. La lettera – coi sonetti «mariuccevoli», che ora non vi sono annessi, e che ci richiama quella coi sonetti «lunari» di un anno prima (p. 231, 236) – è senza data ma posso dire che è della seconda metà di luglio.

Questi sono dunque i sonetti mariuccevoli. Fanne l’uso che vuoi, come diceva Regaldi buonanima.

Spero che presto scriverai una lettera che valga a letiziare me e le mie sorelle ... Presto credo che avrò pronto qualche cosa d’artistico da contentarmi che mi sia pagato. Se di questi e simili i tuoi amici di Spezia volessero compensarmi, se non altro con qualche dolce etc. etc., s’accomodino. Tanti saluti dall’Ida pensosa e dalla Mariuccia sorridente ... L’Ida nicchia né so perché, mentre scrivo ed ella scorre lo scritto mio. La Mariuccia δεριδε, quando l’Ida non capisce di subito le capestrerie della mia lingua e i ghirigori della mia scrittura. [13]

Se qualche cosa del Carducci sapessi, mandamene subito, pel procaccia, notizia.

L’Ida dice che le son bambocciate, queste mie. Già, anche del Manzoni non ha detto altre volte meglio. Gli ideali letterari non sono per lei. Temo che un artista scrittore non s’adatterà mai a prenderlo.

Mandami Dante, Boccaccio, Sacchetti, l’Aretino etc. per me e anche per la Mariuccia, il Bertoldo Bertoldino e Cacasenno per l’Ida. G. P.

Quando verrai ti si preparerà da mangiare bene. Cosí vogliono che ti assicuri le mie egregie signorine.

Poco dopo ritornò Severino e c’invitò tutti e tre alla Spezia. Il 2 d’agosto andammo, preceduti da una cartolina d’avviso. Severino sfavillante di contentezza era alla stazione. Con una carrozza ci portò all’albergo dove alloggiava lui (un bell’albergo situato in una piazza contornata di oleandri che allora erano tutti in fiore) e ci offrí un sontuoso banchetto. Si stette molto bene e molto allegri: i due amici, al solito, dettero la stura a un’infinità di motti divertentissimi. A sera si andò insieme a passeggio lungo l’Arsenale e al mare fin che non giunse l’ora di ripartire. Giovannino era esultante per lo svago che avevamo avuto noi con quella gita; la prima che gli era stato possibile di farci fare.

Un altro svago egli volle che ci pigliassimo qualche giorno dopo con l’andare, per due giornate, dalla mattina alla sera, alla marina di Massa dalle Suore di Carità che ci avevano invitate, essendo colà in villeggiatura con le educande. Per me veramente quello non fu uno svago, perché pensavo sempre a lui che intanto si trovava solo solo in casa non stando nemmeno troppo bene. Curiosa, scherzosa e buffa è la cronaca ch’egli fece di quei due giorni di solitudine, cominciandola ogni mattina dopo averci accompagnate al tram. Ecco qualche tratto.

CRONACA DELLA MIA GIORNATA, OGGI 9 AGOSTO 86

Ore 6¼ Tornato a casa. — 6¼ Andato di sopra. — 6¾ Fatto tutto. — 7 Preso laudano. — 7 e 10 Annaffiato petunia e altro. — 7¼ Pensato alla Merducchina. – 7½ Preso grano, dato da mangiare e bere alle anatre. – 7¾ Invitato la micia e la micina a colazione. Non hanno acettato. Pensato alla Ramuccina. — 8 Girovagato e fumato. — 8¼ Andata fuori. Aspettato lettere e pensato alla Ranocchina. — 8¾ Tornato a rasa senza nulla. Fatto tutto di nuovo. Di nuovo preso laudano. Di nuovo pensato alla Marucca. — 9 Colazione. Ammirato Ida. Pianto di consolazione. Masticotti alla micia e alla micina. Pensato alla Mardochina. 9½ Bevuto un poco di china con laudano. Letto giornale. Pensata alla Ranucca. — 10 Venuta lavandaia. Detto tutto. — 10¼ Camperate due vova per la Ida. M’aspetto grande commozione. – 10.20 La micina commossa per l’isolamento corsami addosso miagolando. – 10½ Chiamato per isbaglio Mariucchina la micina. – 10¾ Venuta la signora Udny a invitarmi a colazione, ma in inglese, sicché non capito. – 11 Rifatto colazione. Di nuovo ammirato Ida, ripianto di consolazione, rimasticotti alla micina (la micia fu assente) e ripensato alla Merduccina. – 11¼ Fumato e pensato alla Mariuccia ... – 12 Messo giacchetta e uscito ... – 12¼ Tornato a casa ... – 1 Dormivegliato un quarto d’ora. Sognato di pensare alla Mercà. – 2 Comperato un poco d’uva. Fatto merenda. Conservato un grappolo a Merculin perché pensato a lei. – 3 Chiusura generale per andare alla Misericordia incontro alle mie dolci sorelline. Pensato a Mariucchin e dato beccare alle anatre. – 5 Tornato a casa. Saputo alla Misericordia da un uomo barbuto che le mie care non vengono che alle sei. Molto avvilito e pensoso ... Pensato alla Merdollina. Micina miagola pietosamente. Rassegnato a mangiare un pezzetto di carne che avrei lasciato per la Merduccina. Spero torniate con la pancia piena. Viene l’acqua. Vado ad annacquare.

La cronaca scherzosa continuava per il 10 agosto: fra l’altro diceva:

10¾ Vado a prendere un caffè ... — 12 Tornato. Lettera Mario con acclusa lettera Carducci. Contentone ... e finiva mutando tono:

12.30 Alzatomi. Fatto il mazzettino pel babbo. Tre viole del pensiero e tre gerani rossi. Quest’altro anno (20° dalla sua morte) spero che mi sarà dato fargli un bel monumentino a San Mauro. Lo inaugureremo in questo giorno. Ci ha da essere una mano che esca, distesa in gesto di minaccia e d’ammonimento, dal sacello. La società, dopo vent’anni dal delitto, dimentica e perdona: i figli non dimenticano: la coscienza non perdona. – 2.20 Alzatomi dal sofà dopo lunghi pensieri e sogni. Pensato a lui e anche a voi.

Come ci godemmo nel leggere la minutissima relazione, e come ridemmo con quella fioritura di nomignoli dati a me! Però la chiusa dell’amena cronachetta era molto seria e dolorosa.

La lettera del Carducci, menzionata nella cronaca, ma che non si trova più, presentava a Giovannino la signora Jessie White, vedova di Alberto Mario, proponendogli di volerle mettere un po’ di stile italiano nella Vita di Bertani ch’ella stava scrivendo e di volerne poi correggere le bozze. Si può capire che accettò con piacere e accettò pure i patti che gli vennero fatti. Io non li rammento però. Rammento solo che quando ricominciarono le scuole fu una vera tribolazione per lui a contentare la Mario che aveva una gran fretta. Non si trattava di un lavoro da nulla. Erano pacchi postali di manoscritti che giungevano, in gran parte da rifare. Se egli tardava un po’ più di quello che ella voleva, eccola a rivolgersi al Carducci perché lo sollecitasse. È rimasta del Maestro solo una cartolina del 13 dicembre [14] intorno a quella faccenda (le altre chi sa come sono andate smarrite?) e giunse il giorno dopo che era stato spedito un pacco di ciò che in essa è chiesto. Per più di un anno durò questo opprimente lavoro!

UN’ALTRA DELUSIONE (AGOSTO–OTTOBRE 1886)

Sempre nell’agosto dell’86, Giovannino riceveva una lettera di Vittorio Fiorini (che era allora insegnante di storia al Liceo di Bologna) che da una parte lo confortava e da un’altra lo metteva in agitazione creandogli una nuova speranza. Vi si annunziava che probabilmente per l’anno scolastico seguente sarebbe stata vacante la cattedra di latino e greco del Liceo di Bologna, e che il Carducci e il Gandino s’interessavano per farla ottenere al Pascoli; e aggiungeva: «Il Vitelli a Firenze ha parlato di te spontaneamente, senza essere interrogato, con grandissimo entusiasmo. Ha detto che non si aspettava di trovare in un liceo come codesto, un vero scienziato oltre che un abilissimo insegnante, e mille altre cose tutte onorevolissime per te. Ed io con te mi rallegro».

La probabilità di un trasferimento a Bologna gli fu mostrata anche da altri che potevano essere più al corrente di ciò che si mulinava al Ministero; perciò Giovannino non ne fece mistero e ne dette per lettera notizia anche ad alcuni colleghi ch’erano fuori per le vacanze.

Severino era allora su e giù tra l’Alberino e Bologna in preparativi per le nozze e anche a lui egli comunicò la cosa.

Caro Severino, ti mando dei versattoli che volevo pubblicare con altri (intitolati Favoleggiamenti) in tuo onore per le tue nozze, che a quanto pare non sono un mito. Me ne sono poi distolto per varie ragioni; la prima delle quali è che fatto il poemetto e ricopiatolo due o tre volte, me lo sono visto imbruttire tra le mani ogni volta più. Non sono nemmeno sicuro critico di me stesso.

Saprai dal Fiorini che c’è molta probabilità che venga a Bologna. Cosí da lettera del Costetti al Martini mandatami da quest’ultimo. Sono però soprappensieri per vari affaracci. Mi dà pensiero Falino che bada a dire di non poter nemmeno fare a pari con le trasferte, lassú a Como. Ora egli s’è impegnato, quando presi le sorelle, a pagare un debito rateale comune a Savignano; e invece o lo pago tutto io, come l’ultima volta, o ne pago piú della metà, come altre volte. Temo che al principio del prossimo mese, oltre altri impegni, abbia anche da pagare cento lire a Savignano. Capisci che ciò mi fa rabbia. Basterebbe mettere da parte non piú di 17 lire al mese. E non può! E io dunque?

Tu sarai felice. Abbiti i miei auguri. Mandami copia delle pubblicazioni in tuo onore, e credi che a me non è mancata l’intenzione, ma il coraggio. Dammi notizie di te. Dove sei? Non vieni piú a Spezia?

Addio. Un bacio dal tuo         GIOVANNI

Ti salutano e si rallegrano teco le mie sorelle.

Scrisse poi al Buggini e al Fiorini perché gli trovassero l’alloggio ed essi accettarono di buon grado l’incarico.

Intanto che gli amici cercano la casa e che il Ministero prende le sue decisioni, m’indugio anch’io piacevolmente in qualche cosa. La lettera su esposta a Severino era stata preceduta da una cartolina scritta appena imaginò che avesse lasciata la Spezia (Massa 17–VIII–86); era in versi: « Caro Severino — Se’ tu dunque arrivato in Broceglianda... » (ora in Poesie varie); dopo la lettera gl’inviava questa cartolina parodiando, tra un gran ridere, il XVIII « bordatino » del suo ’Fiore (22 agosto 86).

Sendo ito in quel paese

a bevere un giorno a pruova

una forosetta nuova

mi disse: «Messer l’inghilese;

or che Ferrari il cicchetto

morto è, quel buon lusignuolo,

ti diede il parlar perfetto

quale ti diede egli solo!

Quand’e’ sorgea dal lenzuolo

avea gran voglia di bere;

questo pure è il tuo piacere

salmisia, ser l’inghilese! »

Tu ci hai speso un gran tesoro

in tale studio di vino;

hai sudato in tal lavoro

una camicia di lino.

E’ par ch’io veda da un tino

spuntar l’occhiolin del Pricche,

quasi sorridendo ammicche

a questo nuovo inghilese.

Un pensiero ho nella mente

su cui fermarmi non oso:

che tu il sappia veramente

quel linguaggio dilettoso?

Quando è l’ora del riposo

tessi in sogno una tua tela: [15]

quand’è spenta la candela

anch’io leggo l’inghilese.

Saluta la mamma, il babbo e Isidoro... grazioso e benigno. Avvisami se quest’anno trionferete per la festa. Scrivimi un poco del Brilli, del Vita e simili. Tanti baci dal tuo aff.mo    BIANCO

T’ho già scritto indirizzando la lettera a Bologna, Caffè dei Servi.

E Severino rispondeva il 24 agosto, pure in versi, con un sonetto che cominciava: «O Bianco, vieni: lieto e l’Alberino — domenica trionfa in grande festa... — Ora la Zena geme un lungo pianto; — di rondanine è tutto pieno il cielo — che dànno un lungo lamentoso canto: — “Bianco dov’è? dov’è il dolce fradelo — di Fiore, che ravvolto nel gran manto — della sua gloria raggia qual candelo?!”»

Severino gli annunziò poi prossimo l’arrivo delle bozze di quei versi che egli gli aveva mandato per provargli il suo buon volere, ma non per pubblicare ché non lo contentavano.

Caro Severino, ti prego, se sei in tempo, di non fare stampare i versi. Io te li ho mandati per significarti che avevo pur pensato a far qualche cosa e che non m’era riuscito. Tu, senz’altro, vuoi far stampare quello che io giudico assolutamente indegno. (Hai visto nella « Farfalla » quello che mi si fa dire? nella piú riposta stanza!!!) [16] E poi che significato avrebbero quei pochi versi? che relazione col fausto avvenimento? (A proposito se al banchetto di nozze ci sarà galloria di confetti, ti si prega di metterne da parte, secondo l’uso almeno di noi romagnoli, per questa famiglia amica).

Ed ora non per la stampa, né per te, ma per me qualche litura ai versattoli. [17]

le porche con sua marra paziente:

ché il passero saputo in cor già gode

e il tutto spia dal (mondo+) olmo e dal moro

e il pettirosso

dai rami bronchi irti del moro

e spia dal noccheruto ol

(+mondo? secco?) come?

poi salgo e teco – o vano sogno, quando

tra la nebbietta striscia il beccaccino,

lo scolaro i suoi divi ozi lasciando

spolvera l’obliato calepino

(l’odiato, il formidato, il bestemmiato... come?)

Se tu avessi solo una volta detto: questo verso é brutto, io non mi sarei tolto giri del tutto. (Non è poesia.)

Scrissi al Solerti lamentandomi dello strafalcione enorme e vergognoso. M’ha risposto scusando sé e invitandomi a pubblicare dopo il Marradi un volumetto di versi. Dice che tu hai detto che io farei. Come sei! Se per la fine dell’anno avrò pronto il poemetto: il grammuffa stronzolo, daròglielo.

Perché sei agitato? Non t’hanno trovato un posto buono? Oh! se se n’andasse il Rancaglia! Ma già il posto sarebbe allora — per l’inimico delle grú maghetto).

Come un can guasto t’insegue il destino??? Eh! via, fatti coraggio, in un momento come questo. Hai la Gloria e l’amore; presto avrai i quattrini e i figliuoli: pochi gli uni e gli altri, certo; ma tanto meglio, purché i primi bastino per i renidentes lares, e i secondi siano riccioluti e non atti alla letteratura. Spero che a qualcuno darai me per compare. Avrei allora danaro per comperargli giocattoli, non dubitare.

Ho cominciato l’epicedio della mia giovinezza e del mio ingegno. Comincia cristianamente cosí:

I ranocchi salmeggiano il corale

de’ morti: il rospo è in dòmino:

a distesa canta con maestà ponteficale:

i luccioloni al fin del salmo accesa

hanno la torcia e le cicale a frotte

trascicando e cianciando escon di chiesa.

Nenie di grilli, fievoli interrotte,

tremano intanto nell’ambrosia notte.

(In dòmino si dice il prete che va avanti nel cantare. Credo almeno). Nella notte ci sono i compianti, i Θρῇνοι, fatti dai grilli che sono pagani.

O Dio! che melanconia, che uggia! che voglia di non far nulla! Quasi quasi mi dispiacerebbe di venire a Bologna per questo! Perciò anche il tuo inno (per che ti bisogna?) va a rilento. Faccio piuttosto de’ castelli in aria e delle brutte povesie. Eccone una.

Le mie sorelle ti salutano e ti augurano mille beni. Saluta la mamma e l’egregio Dottore e Isidoro, e, quando vai a Bologna, la signora Ottavia, dalla quale, se succedesse quello che sai, molto m’aspetterei.

Tuo fratello minore e tristanzuolo e cattivello               Giov. PASCOLI

Voglio rendere a Giovannino una poesia fatta ora da lui, e da lui attribuita a me. Ce n’è anche un’altra che gli renderò più avanti. Devono avere tutte e due la loro legittima paternità.

Si faceva monaca nel nostro convento la giovane maestra che aveva insegnato a noi durante gli ultimi anni del nostro educandato. Volevamo offrirle qualche verso nella grande circostanza e ci raccomandammo a Giovannino che ci facesse qualcosa. Ma egli disse che prima provassi io, che cominciassi almeno, che egli avrebbe poi corretto e terminato. Io non fui capace di buttar giù nulla. Allora egli s’impietosí, mi domandò notizie degli usi, delle cerimonie e di altro del convento e presa la penna scrisse la poesia sotto–scrivendola « M.P. » e la fece stampare a Massa nella tip. di V. Menzione. Per fortuna non ebbe alcuna pubblicità, altrimenti qualche ingenuo avrebbe potuto dire che la sorella era da quanto il fratello!

La cerimonia della vestizione della probanda aveva luogo il 28 agosto 1886, giorno di Sant’Agostino fondatore delle Agostiniane. [18] La poesia è intitolata XXVIII Agosto e comincia: Sogliano, il pensiero a te rivola... » e questa è la dedica:

A CATERINA BOARI

Alla maestra la quale nel collegio dove già vivemmo di lei gioconde scolare prende l’abito delle Agostiniane rifugiandosi in asilo di vera pace e tempio di vera sapienza offriamo noi Ida e Maria Pascoli.

Poco dopo, il 31 agosto, Vittorio Fiorini scriveva da Bologna dando notizie dell’appartamento che aveva trovato per noi; e anche Severino dall’Alberino (31 agosto):

Ho dato ordine ai miei riamici Zanichelli di mandarti (in regalo) gl’inni omerici. Va bene. Traduci subito, come vuoi: che sarà sempre benissimo: ma subitissimo.

Saluta la capinera e la capobionda.

Il 5 ritornerà il dio: e vedremo: o meglio faremo. Vala bein? Ti mando questa dolce savorelleria. Ma il mio cuore è piagato – ah. ah. ah. Poi il 25 o prima prendo moglie. Ti raccomando il Fogazzaro e il nostro nipotino Guido. Puoi tu – dietro equo παγαμεντο– accettare di rivedere un λιβρο? sulle bozze: intendi bella quel che ti dico io. Forse sarebbe piú che opportuno che tu venissi il διεχι settembre a Βολογνα a parlare col Carducci. Vuol dire che io ποτρει farti per otto mesi ανχορα allontanare la χαρτα che ti è nota?!?!?!?!                  FLORIO

Già Giovannino pensava di recarsi a Bologna e per parlare col Carducci e per vedere la casetta di cui parlava il Fiorini, sebbene senz’altro ci sembrasse di nostro gusto, quando a troncare tutto, speranza, anzi certezza, e preparativi giunse una lettera di G. Mazzoni. Bisogna proprio che ci fossero dei nemici occulti o dei falsi amici al Ministero! Giovannino ne dette subito notizia a Severino da Massa, il 3 settembre 86.

Le rondanine non si muoveranno e resteranno per quest’inverno ancora nel loro nido già troppo freddo. Guido dal ganascino mi scrive che io resto a Massa. Buona notte. Non pensiamo ad altro, perché in fin dei conti, a Massa guadagno abbastanza. Purché tu ritorni a Spezia! Oh! vieni, vieni! Davvero che ti sposi? Ci avrei delle poesie fresche, se mai. Ma parla sul serio.

Ho letto le cipollate di Somar Ugo. Vi tintinnano per entro i sonaglioli di tutta una mandra d’asini. Alle volte mi par di vedere Sornar Ugo sotto la spezie d’un fantolino che abbia indossato la tunica e si sia cinto la sciabola del suo babbo. Queste volte sono quand’esce fuori con qualche movenza e frase carducciana. Ma sopra tutto m’ha fatto meraviglia di lui la patavinitas, cioè la bononianitas. Accidenti, come si diventa provinciali a Roma!

Ho avuto gl’inni. Tradurrò l’inno ad Ermes [19] e te lo manderò presto. Cosí per tutto sono a tua disposizione.

Si persuase poi a lasciar pubblicare da Severino la raccoltina di versi che già erano in bozze. Li intitolò L’ultima passeggiata. Vi aggiunse una ballata, Il crepuscolo, scrisse la lettera augurale e mandò tutto a lui. Riuscí un opuscolo elegante e di lusso. Se ne tirarono poche copie e oggi è molto raro. L’ultima passeggiata per altro, molto accresciuta, è in Myricae e Il crepuscolo, dopo essere stato ristampato nella «Vita nuova» di Firenze, fu da lui abbandonato e non raccolto. Ora, con le varianti che egli vi fece nella «Vita nuova» si trova in Poesie varie.

Il brutto tiro giocatogli col non trasferirlo nemmeno a un altro Liceo, sebbene quel trasferimento egli non l’avesse né chiesto né cercato, gli produsse un senso di profondo disgusto e lo mortificò molto essendo già la cosa a conoscenza di molti che la credevano certa. Che fare per riprendere un po’ di lena e non lasciarsi vincere dallo scoramento morale? Ci accordammo tutti e tre e, passando sopra alle strettezze economiche, andammo a fare un viaggio a Sogliano dalla zia Rita. Là rimanemmo qualche giorno, graditi e festeggiati; e al ritorno ci fermammo dalla sera alla mattina a Bologna in casa dell’ottimo suo amico Fiorini, che aveva sofferto quanto noi lo smacco inflitto al suo Giovanni. La piaga non si rimarginò del tutto, ma si addolcí molto col soave balsamo dell’amicizia. E qualcosa da questo viaggio ci guadagnò il repertorio delle ispirazioni poetiche di Giovannino. Nello scendere in vettura da Sogliano, a un tratto il vetturino, piegando molto sul ciglio della strada, disse: «Bon viazz, Scciomma!». Guardammo. Un carretto attaccato a un asino era fermo in mezzo alla via. Sopra, addormentato sulle ceste vuote del pesce, c’era Scciomma, il pesciaiuolo che soleva portare il pesce in paese, che allora tornava alla sua lontana casa avendo già venduta la sua merce. L’asino stava lí fermo sui quattro piedi, movendo solo a quando a quando le orecchie. Questa visione creò il poemetto L’asino che il martoriato poeta non poté far subito, sebbene lo cominciasse. Vide la luce parecchi anni dopo.

Ritornati a Massa, egli riprese alla meglio la sua vita di lavoro. C’era un nuovo preside, Crescentino Giannini, che subito prese a volergli molto bene accorgendosi, come del resto anche l’altro, che era un insegnante di una diligenza e di una bravura insuperabili.

L’INNO AL PAPA (DICEMBRE 1886)

Ecco l’altra poesia che voglio e devo rendere al suo autore.

Nel dicembre di quell’anno 1886, l’arciprete della Cattedrale di Massa, don Andrea Sarti, che conosceva bene noi sorelle, ci mandò, perché lo passassimo a Giovannino, l’avviso di un concorso indetto per un inno da musicarsi in onore di Leone XIII nell’occasione del suo Giubileo sacerdotale. I quattro inni che la giuria avrebbe giudicato migliori avrebbero avuto, il primo, una grande medaglia d’oro e 250 lire; il secondo 100 lire; il terzo 80 e il quarto 50, e questi tre pure una grande medaglia d’argento. L’inno non doveva superare i cinquanta versi, meglio anche se piú brevi e doveva essere in istrofe di versi italiani decasillabi od ottonari o settenari.

Quelle 250 lire che si potevano avere con poca fatica e con poco tempo, ci fecero gola. Giovannino pensò subito che le avrebbe tradotte in libri. Bisognava tentare la prova. Ma a lui sorse il timore che quando i giudici (tra cui sembrava esservi il can.co Balsimelli di Rimini del quale egli aveva qualche motivo di non fidarsi troppo) avessero veduto il suo nome, non avrebbero esitato a cestinare il lavoro in odium auctoris. Ci voleva della prudenza. Egli pensò un poco e venne nell’idea di far passare me come autrice dell’inno. Il fatto è che egli fece l’inno; io lo copiai; misi il mio nome e cognome nella busta chiusa e con tutte le formalità richieste spedimmo l’involucro raccomandato a Bologna, pigliando per augurio delle prossime feste il nome per il mittente: «Natale Capponi». Quell’Inno al Santo padre Leone XIII cominciava:

Te l’inferma umana gente

vede eretto al grande altare... [20]

Nell’agosto dell’87 vedemmo il risultato del concorso. Il nostro inno non era nemmeno menzionato. Bocciatura completa. Il primo premio l’ebbe, con un inno in doppi quinari, Luisa Anzoletti; il secondo, in decasillabi, Luigi Addàli Taffoli; il terzo, in decasillabi, il sac. prof. Francesco Masotti; il quarto, pure in decasillabi, il prof. Benedetto Prina. Il dispiacere di non aver avuto quelle lire fu soffocato dall’indignazione. I giudici avevano assegnato il primo premio a una poesia che non rispondeva nemmeno al programma. Era una vera ingiustizia. Giovannino si sfogò mandando al suo amico Fulvio Cantoni, redattore del «Resto del Carlino», il nostro inno perché lo pubblicasse, al fine di stuzzicare un po’ il giornale clericale «L’Unione» per farle dire la ragione per cui l’avevano condannato. Vi fu un po’ di polemica tra i due giornali. «L’Unione» rispose da prima che la poetessa poteva far conoscere da sé la ragione per la quale la composizione non aveva avuto nessuna menzione, che bastava che essa facesse leggere attentamente al «Resto del Carlino» il programma del concorso. Il programma era stato fedelmente osservato. Allora il «Carlino» chiese all’«Unione» la pubblicazione dell’inno premiato, ma essa si trincerò dietro la delicatezza della proprietà letteraria. Il «Carlino» si provvide il periodico «Il Giubileo sacerdotale» dove erano pubblicati gl’inni premiati e rilevò l’ingiustizia commessa dai giudici e spiegò in breve la differenza tra il doppio quinario e il decasillabo. Infine l’«Unione» dichiarò che il nostro inno non era stato premiato perché immeritevole.

Giovannino, dopo le felici battute del Cantoni, scrisse qualcosa intorno ai metri e alle quattro poesie premiate con l’idea di farla inserire nel «Carlino»; ma poi lasciò stare e ripose lo scritto nell’incartamento dell’inno. E non ostante il gran tempo trascorso, credo che abbia qualche importanza.

Nel nostro inno, ognuno vede, mancano del tutto gli accenni al poter temporale e alle poesie latine. È un inno al Papa come sovrano spirituale, al Papa come dovrebbe essere, diceva Giovannino. Se avessimo saputo imaginare che si volevano quegli accenni, l’inno non sarebbe stato scritto.

ln una delle ultime malattie di Leone XIII, Giovannino fu richiesto da Luigi Mercatelli, allora direttore della «Tribuna», di un articolo sui versi latini del pontefice. Si fece mandare gli opuscoli delle poesie di lui, e scrisse l’articolo, lo mandò, lo riebbe in bozze e lo corresse tenendolo pronto per quando glielo richiedevano. Doveva essere pubblicato nell’occasione, che si riteneva prossima, della morte che invece tardò parecchi mesi. Nel frattempo cambiò il direttore della «Tribuna», e il successore, non sapendo nulla. dell’articolo, non lo richiese. Perciò rimase inedito fino al 20 luglio 1913; lo pubblicò il «Marzocco» nel decennio della morte di Leone; ed è anche nel volume Antico sempre nuovo.

TITOLARE DI 3a CLASSE (DICEMBRE 1886)
PRECEDENZA POETICA FRA GIOVANNI E SEVERINO

Tra poco era un anno dalla sua domanda di promozione. Ormai, svanite le speranze di un buon trasferimento che gli avesse dato agio, e per libri e per tempo, di lavorare un po’ per conto suo, il suo pensiero tornava a perseguire quella. Scrivendo nel dicembre al Carducci per il lavoro della Mario, gli accennò anche alla vana domanda che aveva fatto. E il Maestro gli rispondeva:

Bol. 18 dec. 86

Caro Pascoli. Parlai al Dogliotti, e ricordo al Mazzoni l’affar suo. Senta! Già che ella è in Massa, cerchi qualche notizia o memoria, se v’è, di Giovanni Fantoni (Labindo); e me ne scriva prestino, perché ho in mente di finire certe mie fagiolate su codesto Orazio garfagnino.

Suo    GIOSUE CARDUCCI

Alla fine di dicembre il Mazzoni gli comunicava la notizia della promozione, ed egli subito con amara ironia la trasmetteva a Severino, che appunto in quei giorni si era fatto vivo per la prima volta dopo il matrimonio, da Faenza dove era stato nominato professore d’italiano a quel R. Liceo.

Caro Severino, ci si torna eh? a guardare in viso. Tu hai una faccia da beato che consola; io un ceffo da spaurato che fa male a vederlo. In questi due o tre mesi abbiamo vissuto molto; tu ti sei goduto tutta la tua porzione di gioia; io mi sono ingozzato tutta la mia parte, oh! no, non tutta la mia parte, di dolore. E spero che anche a te della gioia ne sia avanzata, caro fratello, come so e vedo che è avanzato a me del dolore.

Una buona notizia mi viene da Roma. Scrive quello delle tristi notizie, l’uccellin del malaugurio, Guidotto nostro: Sei tra i promossi (io s’intende, che non avessi, con la voglia che ti rimpasti, a credere si tratti di te). Io sono dunque tra i promossi; avrò di qui innanzi 50 lire di piú all’anno, modo di dire 4 lire al mese di più: una somma. Dunque allegri. Tra sei anni farò un altro passo da gigante, e avrò 180 lire al mese. Caro Severino, e tu? Anche piú indietro?? Sono forse un signore a paragone tuo? «Ma io ho degli anni di servizio!! Ma io sono già avanti nella carriera! » La peste a chi ha uccisa l’Italia, dopo averla, come essi dicono, fatta: ai piemontesi che vanno odiati più dei croati e piú dei franciosi! Quasi piú degli ebrei. (Dal Vita ho ricevuto uno stupendo zampone: appena avutolo ho subito pensato: Scriverò alla Spezia che Severino venga a mangiarlo. È ancora intatto; se vuoi venire??...)

Le mie sorelle stanno bene e ti ricordano spesso. Quest’anno s’è piú soli, e di molto. Manchi tu. Abbiamo per altro passato un buon Natale. Abbiamo avuto qualche regalo; un panettone, tra gli altri, del povero Stoiàn che si fa sposo, prende una buonissima dote e una bella ragazza (questa è vera) di Milano. È vero: capisci? e il mio vecchio cuore si consola che almeno lui scampi al naufragio della famiglia Pascoli.

Veglia al foco insin la sera,

lieta in cuor, la famigliola:

c’è la nonna novelliera

che racconta la sua fola.

Fuori mugge la bufera,

l’orco stride a squarciagola:

per la selva nera nera

va la bimba sola sola.

Ecco appare alla meschina

un lumino, là, nel piano;

ma lontano, ma lontano...

Le ascoltanti hanno pian piano

già piegata la testina;

già sonnecchiano: cammina

che cammina,

ecco son tutte arrivate

sono in braccio delle fate. [21]

Questo non vedrò io; e tu vedrai. Fa presto però. Chi ha tempo, non aspetti tempo. Scrivimi qualcosa d’allegro, perché io sono avvilito specialmente per un certo conto. Col Solerti ci scriviamo ogni tanto. Gli mandai, che è già molto, la sonaglieria per le tue nozze, con correzioni e un’aggiunta. Promise di pubblicarla nella «Farfalla»; ma poi non ne ha fatto altro. Forse gli è sembrata (quello che è forse, perché io non capisco, io) una brutta sonaglieria. Ma anche le terzine di Guido in cui quieta rima con cheta!! O come mai si è messo a sfringuellare tanti spropositi sui versi del sor Alessander? sopra di lui, non so che pensare. Dimmene qualcosa tu, perché a me l’incertezza m’affanna il cuore.

Le mie sorelle ti devono tanti ringraziamenti pe’ tuoi doni di nozze, pei dolci da mangiare e pei dolcissimi versi da leggere. [22] Ce n’era dei divini; e nessuno ne parla e nessuno forse li compera. Quanto a me per molti di essi dico e ridico: questa è poesia, ossia qualcosa che il Carducci stesso fa molto di rado, e mescolata ad altra roba che non è poesia.

Addio, divino amico, aedis felicibus aucte. Dacci presto un magnum tui incrementum, che sia piccinetto da principio. Chiamalo Tristano.

Le mie sorelle t’augurano buone feste. Io pure. E ti saluto. Come ti trovi nella forte Romagna? che dà esempi cosí casti e fieri all’Italia baldracca? Tuo      GIOVANNI

Scrivimi subito.

Massa, 28 decembre 86

Severino, con tutto che fosse l’amico più intimo, non arrivò certo a intuire tutta la portata dell’espressione dolorosa con cui Giovannino cominciava la sua lettera; era forse molto lontano dall’immaginare che essa si riferiva alla situazione del fratello Giuseppe, il quale non faceva altro che chiedere danaro danaro e un impiego. Severino, dunque, si vede che rimase un po’ punto da quel principio, e comunicò la sua risposta con un po’ di dispettuccio.

Pascoli, amico mio, tu dici: «Tu mi vieni incontro con una cera di beato»; e bene cosí sia: e pure tu sai che voglia dire avere famiglia, reggente di 2a.

A buon conto: ti sarei grato se tu in questo mese potessi rimandare quello che sai solo per metà, ossia se potessi mandare a nome mio L. 35 a Luigi Bonati – Spezia; l’altra (l’ultima parte) metà il primo d’agosto come già ti scrissi.

Come io mi trovi, a che dirtelo? a che angustiarti? a che vivere? a che portare a procissione le ulceri del nostro male?

A buon conto (e due) domenica u. p. fui a pranzo dal Dall’Osso col Carducci, Vita e tutta la banda. Si mise il posto (vuoto) anche per te; e si bevve anche per te. Io nel ritornare a Faenza, al capo treno dissi Firenze; io perciò me n’andai fino a Vergato; non avevo che L. 2 in saccoccia: figurati il quarto d’ora di Rabelais. E altro che Rabelais!

Mi rallegro del tuo caro Stoian.

Tu per gentilezza tua mi parli di versi – ma che versi – degli accidenti. I tuoi, del resto, che ne paia a quell’orecchiuto del Solerti, erano bellissimi, e tali parvero al Carducci, se mal non m’apposi.

Vanitas – miseria.

Grazie alle tue sorelle da parte di mia moglie. Oh capinere! oh colombe! oh rosignole! non mai starete bene come sotto le ali di cigno o di aquila del vostro, del mio fratello Giovanni.

SEVERINO

Agnoloni, Venanzi, Bonuccelli, addio per la pelle!

Lascio il Governo. Torno coi municipi.

Faenza 12 –1 – 1887

Qui manca la replica di Giovannino, ma dalla controreplica di Severino del 24 gennaio da Faenza è facile capire che in essa chiedeva di poter rimandare al mese venturo l’invio delle 35 lire al Bonati (che stento con quei soldi!) e che chiedeva qualche altra copia dell’opuscolo dei suoi versi (L’ultima passeggiata) pubblicato nelle nozze di lui. La dilazione fu concessa.

Tra le cose ingiuste che furono scritte intorno all’opera poetica di Giovannino, prima e dopo la sua dipartita, c’è anche quella di aver derivata da Severino la poesia familiare, e di aver plagiato col sonetto che abbiamo veduto poco fa nella lettera del 28 decembre 1886 La nonna del suo amico. In quanto alla poesia familiare, se tale è Romagna, che trovasi in Myricae, è innegabile che essa precede di parecchi anni qualsiasi «bordatino», essendo stata abbozzata già prima (verso il 1878: pag. 78) composta intorno al 1880 e pubblicata nella «Cronaca Bizantina» nel 1882. Questo i critici erano in dovere di sapere. Quello che non potevano sapere ... di un’altra poesia che non appare mai su nessun giornale e che ora si legge in Poesie varie, l’Epistola a Ridiverde. Questa poesia l’aveva Severino manoscritta e ne pose anzi la prima strofa come motto a un gruppetto di «bordatini» incluso nel Secondo libro dei bordatini edito nel 1886.

L’avrò dunque una gaia giovinetta

che meco dorma sotto d’un lenzuolo

che quando trilli in ciel la lodoletta

mi bisbigli ch’è stato il rosignolo? ...

Questo, i critici non lo potevano sapere, come non potevano sapere ciò che dissi nella prima parte: cioè che Giovannino nella sua povera e randagia vita di studente, non avendo luogo sicuro e stabile dove tenere le sue carte, le lasciava presso Severino, il quale, naturalmente, non si teneva dal leggerle, come si vede anche nella sua lettera del 24 gennaio 1887: «Ars longa, vita brevis, mors certa; cosí leggo in un tuo scartafaccio che è presso di me». E la frase la ripete anche in altra sua del 1° aprile. Qualche anno dopo, come fu detto, me ne mandò una parte, con lettera del 22 ottobre 1891; e un giorno del 1906 la gentile vedova di Severino venne col resto a casa nostra a Bologna, per renderlo. Giovannino, a cui facevano un certo effetto le testimonianze del tempo del suo grande travaglio, mi disse: «Tu ne hai tante di quelle carte; queste, se ne fa caso lei, lasciagliele ». Solo più tardi io ho recuperato tutto. [23]

In quanto al sonetto, egli lo rimandò, con delle varianti e col titolo A nanna, insieme a un altro sonetto intitolato Benedizione sullo scorcio del 1887 a Severino stesso che gli aveva chiesto qualcosa per il «Don Giovanni, rivista mondana» che si preparava a iniziare la sua vita a Bologna il 9 genn. 1888. Ora sono in Myricae.

Il 19 gennaio nel numero 3 del « Don Giovanni » comparvero i due sonetti; e il 16 febbraio nel numero 7 comparve La nonna di Severino:

La nonna fila e dice. Suggon le sue parole

i bimbi coloriti le bimbe occhi–di–sole ...

Come mai si poteva dire che A nanna era un plagio de La nonna? Giovannino ne fu molto dispiacente, ma stette zitto e non se ne risentí con nessuno per un riguardo al suo caro amico, e anche perché capiva che tale cosa, cosí evidentemente ingiusta, non poteva essere affermata da persona in buona fede. Ma se avesse voluto avrebbe potuto mostrare tanti e tanti documenti a suo vantaggio. Severino ricorse alla «lima d’oro» del «fratello in armi»; ora lo chiamava «mio maestro e mio autore», ora gli diceva «io devo tutto a te», ora, mandandogli dei sonetti da correggere, scriveva: «Se ne chiede l’imprimatur al maestro del sonetto», e ora altre parole del genere che restano nelle sue lettere. Con ciò non voglio mica dire che Severino abbia imitato o plagiato A nanna; si può dare benissimo che le idee dei poeti s’incontrino. [24]

FATTI DI FAMIGLIA E SOGNI DI LAVORI (PRIMI MESI DEL 1887)

Ai primi di febbraio dell’87 venne a Massa Falino (Stoiano) tutto lieto e felice per essersi già fidanzato con una distinta e ricca signorina di Milano. Sebbene egli non avesse a pensare a nulla per mettere su casa, perché ci pensava da sé la sposa, pure gli occorrevano, prima delle nozze, delle centinaia di lire per sistemare certe sue pendenze del passato e provvedersi di un po’ di roba personale. Ricorreva perciò fiducioso a chi conosceva che avrebbe fatto l’impossibile per aiutarlo in quella sua necessità. Chiedeva dunque a Giovannino che cercasse in tutti i modi di procurargli un prestito per la somma che gli bisognava, di sei o settecento lire. E Giovannino, che aveva ancora tanti imbarazzi per conto suo, desiderando che il fratello si mettesse a posto, accettò l’arduo cómpito di cercargli un prestito. Falino ritornò alla sua residenza soddisfatto, e laltro cominciò le ricerche che furono per due mesi infruttuose. Nel frattempo Falino avendo urgenza di qualcosa scrisse replicatamente a Giovannino perché chiedesse a noi sorelle una parte del nostro denaro (si era ridotto a quattrocento lire) che era stato destinato a fondo di scorta. Noi non ne volevamo sapere: dinieghi sopra dinieghi e pianti sopra pianti. Giovannino, incalzato, non sapeva più come fare per farci le ambasciate senza vederci inquietare, e una volta, uscendo per andare a scuola, ci mise in mano una lettera del fratello con nel retro scritte queste parole: « Care sorelle, leggete. Io ci sento l’accento del dolore e quasi della disperazione. Egli confida in voi, che ama, dalle quali si crede riamato, come nessuno. Il denaro sarebbe sicuro. Non solo non avreste a pentirvene, ma avreste a lodarvene. Decidete tranquillamente. Vostro Giovanni». Ma noi, no, no; non avevamo l’ottimismo che mostrava di avere Giovannino. E Giovannino abbandonò l’impresa e continuò l’altra ricerca. Nell’aprile per l’interessamento di un suo nuovo e buon amico, Pilade Mascelli, a cui egli aveva promesso la prefazione a un suo libro di traduzioni dal De Musset, poté ottenere mediante cambiale il prestito di mille lire a un banco di Pisa. Mandò quello che occorreva a Falino, e col resto si levò lui stesso qualche debito. Ognuno poi doveva provvedere a pagare quello che aveva avuto.

Oh! ma Giovannino fu sempre, anche nelle nostre crisi di pianto, di dispetto e di disperazione, lo stesso per noi! Ricordo che in quella primavera volle farci fare i vestitini coi cappelli analoghi, a Bologna, perché noi per fare economia compravamo stoffe troppo ordinarie e ci servivamo di una sartina troppo andante. Furono i primi vestiti belli che avemmo e li indossammo la prima volta per la visita dei Sepolcri accompagnate da lui che si compiaceva di vederci così ben messe. Rimane, in memoria di quel giorno, il sonetto I sepolcri, che egli non volle inserire nei suoi volumi per quel che di pagano vi alita dentro (contrario veramente alle sue idee) ma che io non ho voluto abbandonare per quel soave ricordo, e lo inclusi in Poesie varie. Ci condusse pure una sera a teatro, al Don Pasquale, avendogli il suo buon Agnoloni offerto il palco. Giovannino non c’era più stato da quando rivide noi nel 1882, perché gli ripugnava di pigliarsi quello svago, anche se poteva averlo senza spesa, non potendolo avere noi. Per me fu la prima ed unica volta quella, e fu l’ultima anche per lui. E sí che egli, trovandosi a volte per ufficio in qualche città, in tempo di opera, essendo appassionatissimo per la musica, avrebbe potuto concedersi quel godimento spirituale, ma non se lo concesse mai perché chi viveva con lui non l’aveva. Mi sembra che ciò rasenti l’eroismo.

Di ciò che scrisse in quell’anno a Severino ben poco resta; s’intuisce però dalle risposte molto di quello che egli diceva. Dalla seguente si vede che gli chiese ancora un rinvio per il debituccio che aveva con lui da pagarsi al Bonati di Spezia.

Faenza 28 marzo 87

Ho fatto, Giovannino, l’ultimo sforzo; ma... ma..., il 27 di aprile, immancabilmente, bisogna che tu li mandi al Bonati.

Il Solerti avrà la tua bibliografia. Egli si meraviglia che tu gli abbia scritto: non ha avuto nulla. Io direi che tu gli mandassi la tua prefazione: La satira delle donne ...

Giovannino io sono un cagnaccio spelato. Ecco alcuni miei saggi, che tu rimanderai spendendo quattro soldi (ti fanno guerra come a me?) subito, perché voglio gracchiare. Ma vedi: se tu mi dici: «amico mio, questa é roba put ...» io dico: « bene, buttiamo nel cestino ». L’amicizia non ti faccia velo. Io non sono un uomo volgare; benché un po’ aliquantulum stupido.

Spero di aver presto la consolazione di un tua lettera. Saluta le angiole. Tuo             SEVERINO

Io posso dire di non aver mai conosciuta La satira delle donne. Tra le carte vecchie, che allora erano presso Severino, ci sono delle strofe che probabilmente appartengono a quella, non ne sono però sicura: «Codeste damigelle streminzite...». Dubito però che egli condividesse il parere del suo amico, cioè che questa satira fosse la sua perfezione.[25]

Da quest’altra lettera di Severino, ricca di motti anche ortografici, si deduce che Giovannino gli faceva delle osservazioni sui nuovi versi inviatigli, e si capisce che egli fin d’allora non si curava, anzi rifuggiva di sentir parlare di sé.

Faenza, 1° aprile 1887.

Mio caro. Tu hast recht. Correggerò e brucerò, meglio forse. Perché t’indrachi e inalberi e fischi e zufoli (stile Brilli) contro il Solerti? Egli non ebbe la tua lettera. Anchora se a te non preme la ϕαμα, sentir parlare di te può essere una consolazione per le sorelline, e un piacere per gli amici. Sii generoso für teuffel! Ah! io non bevo (vivo) piú. Che vuoi che beva? l’altrui è finito, il mio era finito da un pezzo. Mio caro, mandami de’ tuoi versi. Ho bisogno, mandami dei colori per gli strambottini che metterò in boccha del mio asino che beve le luna. Che noia, mio Dio! Ars longa, vita brevis, mors certa certa certa certa.

Sei titolare? per dio, sei riccho.

Fai poi questa nuova Roma? per dio, ci volle meno a fondarla. Mia moglie (come già a te le sorelle) mi ha proibito le bestemmie; perciò ora mi sfogo tanto con questo per Θεός.

SEVERINO

La nuova Roma, che Giovannino vagheggiava fin dal primo anno di Matera e ne mandava la traccia a Severino, non fu mai scritta; [26] egli non ebbe mai l’agio e la serenità per questo lavoro che gli arrise sempre nella mente e di cui spesso parlava descrivendone tante parti. Rammento quella che riguardava il primo delitto che veniva commesso nell’isola felice in cui era accolta da tanti anni una colonia eletta che viveva, lavorava e amava nella pace e nella libertà, senza leggi coercitive e senza carceri. Ma ecco che un uomo uccide un altro uomo in una spinta di atavismo. Egli resta esterrefatto alla vista di quel sangue e di quel morto. La colonia è presa dal terrore e dall’orrore. Tutti sfuggono l’omicida; nessuno piú lo guarda, nessuno più gli parla. Intorno a lui si fa il deserto. Erra per un po’ qua e là cupo, smarrito e senza meta come Caino, e poi sparisce e nessuno lo vede piú.

Giovannino pensava che non ci potesse essere maggior castigo per il delinquente di quello di non essere punito, perché con la punizione egli può credere di espiare il suo delitto e di farsi pari, attutendo cosí nella sua coscienza ogni rimorso possibile, e non sentendo alcun ribrezzo e nemmeno una vergogna per il male commesso.

Un altro poema ideato a quei tempi che non compose mai, pur avendolo sempre presente e descrivendolo spesso a me con vero diletto nelle nostre solitarie passeggiate, era Il bosco dei mirti. Ricordo che doveva essere svolto in sonetti. Tanti sonetti quante sono le donne antiche morte per amore: Elena, Cleopatra, Elissa, Desdemona, Saffo, Messalina, Giulietta, Francesca, Margherita ed altre. Ognuna diceva il perché del suo innamoramento. Chi, perché l’amante era straniero; chi, perché cittadino romano; chi, perché guerriero sventurato; chi, perché guerriero vittorioso; chi, perché ne era amata e chi per altri motivi che non ricordo. L’ultima doveva essere Margherita, che diceva che l’aveva amato cosí, senza saperne il perché. E questo era l’amore più d’ogni altro tenero e dolce.

A sentirgli esporre questo poema sembrava proprio che fosse già fatto. Io ne ero entusiasta! Oh! se non avesse avuto da tribolare tanto nella sua giovinezza ! Diceva sempre che gli erano stati rubati quindici anni della sua vita. E pensare che c’è stato chi s’è compiaciuto di dire che fu il dolore che fece di lui un poeta. Affermazione stupida per non dire maligna. Si dica piuttosto che riuscí ad essere qualche cosa non ostante il dolore, e solo perché aveva un animo forte, elevato e buono.

Severino mandò ancora altri versi da rivedere (stava preparando i Nuovi versi che pubblicò nel 1888) e scrisse via via tra aprile e maggio altre lettere al solito ricche di motti; e chiedeva poesie per gli amici (non per nozze, desiderate dal Bonati) e correzioni per le sue; e annunziava doni mangerecci.

Ecco l’unica cartolina di Giovannino che rimane di quei mesi (8–V–87):

Caro Severino, ho ricevuto la coppa, e l’ho già cominciata a essen e me ne trovo bene. Oggi e domani farò, o tenterò di fare, quello che mi hai detto, per Bonati. Che ottima coppa!! Altro che quelle alle quali il Lodi paragona i miei versi! «Puri e sonanti come coppe d’argento!» È già a metà ed eccita spesso le approvazioni intelligenti della Mariuccia e dell’Ida.

In questi giorni sono stato sospeso tra il timore e la speranza aspettando novelle da Torino, per un certo lavoro che farò. Oggi dopo lungo aspettare, ricevo lettera dell’ottimo Solerti, dalla quale ricavo che è stata pubblicata in III edizione l’ultima sonaglieria, che m’ha mandato le poesie del Marradi, che m’ha scritto l’editore Triverio. Ebbene non ho ricevuto né letteratura, né Marradi, né lettera di Triverio. Come sarà? ...

Sappi che mi son deciso a fare un volume di versi per Solerte Solerti. Bada, manderò a te a mano a mano ogni cosa che io vorrei farvi entrare. Tu devi fare per me quello che io ho fatto, anche sfacciatamente, con te. Devi mandare e avvinghiare. Avrà il titolo: Reginella e altri poemetti di G. P. Ti va?

Ut pictura poesis. È verissimo di te. E dire che io credevo che, presa moglie, avresti lasciato di fare bordatini. Ora capisco che non interpretavo bene. Io facevo il dilemma: o seguita a far bordatini e non πουὸ πιοὺ πρενδερ μογλιε, ω πρενδε μογλιε ε νον bordatini.

Saluti anche dalle sorelle alla gentile ispiratrice.

Se fosse rimasto a Massa, come ormai credeva e anche tutt’insieme sperava, almeno fino a tanto che non si fosse un po’ sistemato nei suoi interessi, certo Reginella, che gli mulinava in mente fin da quando era studente, l’avrebbe fatta presto e con facilità, essendo il nostro soggiorno quasi campestre e perciò assai propizio per quel lavoro. Ma a Massa rimase più poco e Reginella dovette aspettare una diecina d’anni di tessere, di fare il bucato, di fare i bachi, di filare e di fare tante altre cose. Dovette aspettare che Giovannino si trovasse di nuovo in campagna, e precisamente a Castelvecchio. Credo che sia facile riconoscerla nel poema agreste che si snoda nei due volumi dei Poemetti. Dieci anni di distanza da quando si sentiva pronto per quel soggetto!

Nel giugno, invece di venir lui, Severino chiamò noi tre a Viareggio, dove era di passaggio con la sua gentile sposa, che nessuno di noi conosceva ancora. Passammo una mezza giornata indimenticabile, col suo bel pranzo e con la sua poetica e lunga scarrozzata sulla riva del mare sotto un cielo magnifico pieno di stelle.

Faenza, 6 giugno 87.

Caro Giovannino, permetti che io e mia moglie ringraziamo le tue gentili sorelline della bella giornata che ci avete fatto passare. Κομε σι στα βενε χων νοι χοστί. Scrivi, ti prego caldamente. Αδυνχυε τε νε ανδρεστι α μαλε σε τι μανδασσι υνα χοττα; (è punto interrogativo): mi manderai in vece un fiasco di quel βυωνω.

Seggon fanciulle ad arcolai ronzanti

e la lucerna i biondi capi indora. [27]

Tiemmi informato delle tue relazioni con Torino. Mia moglie vuole che ti dica che bacia le sorelline. Tuo           SEVERINO

Ed eccoci alle vacanze, tanto da lui aspettate per potersi un po’ dedicare alla poesia non solo per il bisogno del suo spirito ma anche per il suo bisogno economico. Ma a quei tempi era raro, rarissimo che i giornali gli dessero qualcosa, ed egli non si arrischiava di chiedere. Nei primi d’agosto comparve nel numero 31 della «Cronaca minima», che si pubblicava a Livorno dal Giusti, L’amorosa giornata, poemetto che gli rubò parecchio tempo per la cura simmetrica che tenne in gran conto nelle quattro parti che lo componevano. Gli parve poi d’aver in esso forzato l’arte e per questo non gli piacque più e non lo ristampò più. Ma io, che amo tutto ciò che è uscito da quella sua mente e ricordo d’averglielo visto scrivere, l’ho esumato e messo in Poesie varie. Allora peraltro gli fu anche lodato, ma la lode se non se la poteva dare da sé poco gli contava. Uno dei lodatori fu Guido Mazzoni, il quale stava allora scrivendo intorno ai Poeti giovani e via via pubblicava quelle sue specie di biografie nella «Minima». Le riuní poi in volume nel 1888. Fin dal 1885 aveva chiesto a Giovannino qualche dato, qualche notizia per scrivere di lui, ma non ebbe niente. Oh! non era superbia né umiltà! era proprio che gli ripugnava per natura di sentir parlare di sé. E il Mazzoni, racimolando qua e là cose fantastiche e leggendarie, mise insieme un gruppo di fantasticherie e di leggende che dispiacquero molto a Giovannino. Non gliene serbò peraltro rancore.

Verso la metà del mese venne da noi Severino e vi rimase per una settimana con infinita nostra gioia. Per i due amici era una felicità senza pari l’essere insieme.

Giovannino scrisse poi altri versi, e per le nozze di Giulio Vita, che avvennero il 28 agosto a Firenze, pubblicò in un fascicoletto tre apologhi. Con uno di questi intitolato La rana e l’usignolo, volle ricordare lo scherzoso nomignolo di « Bottarino » col quale gli amici chiamavano il Vita. Il fascicoletto non riuscí tipograficamente bene e ricordo come egli a malincuore lo mandasse. Fu lí lí per bruciare tutto. Dopo, i tre apologhi furono riportati dalla « Minima »; col tempo poi, molto variati, egli li inserí in Myricae.

Né col Solerti né col Triverio poté mai combinare nulla. D’altra parte anche allora era distratto da altri pensieri. Uno di questi, che lo teneva sottosopra da un po’ di tempo, era un servizio che voleva da lui Falino. Voleva che gli procurasse il dono nuziale, che gli trovasse cioè un orefice che acconsentisse a cedergli, mediante cambiale, un finimento di brillanti del valore di circa mille lire. Dove trovare quell’orefice? Giovannino ne parlò e ne scrisse a Severino. Questi s’intese col comune amico Luigi Bonati, e il 5 di settembre lo chiamarono a Spezia per trattare l’affare con un orefice di loro conoscenza e di loro fiducia. La sera era di ritorno a casa soddisfatto per aver combinato tutto. Erano nove o dieci mesi che, o per una cosa o per un’altra, era in volta per quel matrimonio. Cercò anche, con l’aiuto del Marcovigi, di ottenere a Falino una promozione; ma non fu possibile allora né per parecchio tempo. La ostacolarono i ruoli, e i meriti di Falino e le raccomandazioni non contarono niente. Fu sempre uno sfortunato anche lui in fatto di carriera; ebbe però la sua felicità nella famiglia.

Nel maggio dell’ ’87 l’amico Pilade Mascelli (che si era occupato per fargli fare la cambiale di mille lire a Pisa) invitò in casa sua, a Firenze, noi sorelle nell’occasione di certe feste fiorentine, sollecitando l’invio della prefazione promessa per il suo libro di traduzioni dal De Musset. Nessuna di noi due aveva la più piccola voglia di andare senza Giovannino; ma questa non era cosa da dire. Siccome io mi trovavo allora un po’ indisposta di salute, egli si attaccò a questo motivo per declinare l’invito, e cosí scrisse da Massa il 5 maggio, dandogli anche qualche notizia: «La prefazione la ho fatta, si può dire, tutta nelle sue parti; ma ne manca una, sí che non posso ancora scriverla, perché quello che manca è il principio. Ieri ho creduto di aver trovato, leggendo il “Fanfulla”, il mio principio: domani (oggi ho avuto 11 ore d’occupazione) proverò se va, e allora posdomani avrò finito. A ogni modo, per il 10 sarà pronta per fas o per nefas ».

SCUOLA ELEMENTARE DI VERSEGGIATURA
E SUOI SAGGI (1886 – 1887)

Mi sembra di non poter tralasciare tra quest’arruffio di ricordi, purtroppo più tristi che lieti, il ricordo dolcissimo dell’amorevole condiscendenza che aveva Giovannino con me per i miei tentativi poetici.

Quand’egli era in casa, specialmente poi nelle vacanze, io me ne stavo sempre con lui, nel suo piccolo studio; e mentre egli attendeva al suo lavoro, io di faccia a lui cucivo o facevo la trina o la calzetta. Ma non di rado succedeva che mi venivano a noia i ferri, l’ago e i piombini, e prendevo invece in mano la penna per provarmi a fare dei versi. Credevo di poter imparare: non comprendevo ancor bene che poeti si nasce e non si diventa! Ed ecco che importunavo lui chiedendogli una traccia ed anche le rime per un sonetto. Ed egli sospendeva il suo lavoro e mi dava la traccia e tutte le quattordici rime non senza mettermi in via. Si può capire come m’ingegnavo. Dopo volevo la sua correzione. Ed egli, era pur buono e paziente!, si pigliava i miei poveri scarabocchi e correggeva tutto, senza per altro che ne risentisse «l’impronta mariuccevole», come si compiaceva di dire lui, dell’insieme. Che contentezza era la mia! In seguito cominciai a pasticciare da me, volendo però sempre la sua correzione che non mi negava mai. Io di quelle mie insignificanti coserelle mi venivo formando delle raccoltine che conservo tuttora e che hanno per me tanta soavità di ricordi. Perciò, sebbene mi vergogni a far conoscere un lato ignoto della mia puerile pretensione, riporto qualcosa di quella fraterna scuola elementare di verseggiatura.

Una prima scelta dei meno peggio di quei miei versi la fece Giovannino nel 1905 perché prendessi parte, essendone stata invitata da Giovanni Federzoni, alla compilazione della Strenna delle Colonie estive bolognesi, a cui partecipavano altre due donne, ma assai diverse da me: una valentissima scrittrice e una vera poetessa, per di più tutte e due contesse, Eugenia Codronchi Argeli e Vittoria Aganoor Pompilj. Come sorrideva dolcemente Giovannino quando, parlando di questa Strenna con gli amici, la qualificava, volgendomi uno sguardo carezzevole, «la strenna delle tre contesse!». Quello che si trova nella strenna, lo lascio star lí. Ne scelse anche altri, sempre dei meno peggio, e li segnò con una croce in altra occasione. I peggiori li lasciò senz’alcun segno, e sono i piú. [28]

Un’epistola in versi che gli scrissi, in vista di una corsa che progettava di fare a Firenze, che poi non fece, ha la sua risposta.

Quando a Firenze poserai le piante

ricordati di me, mio Giovannino,

e salutami la statua di Dante.

Domandagli per me a quel divino

un po’ di vera e sana ispirazione

e un po’ d’ingegno svegliato e fino;

digli che son tua figlia d’adozione,

che mi vuoi bene e che mi curi tanto.

Cosí egli mi darà sua protezione,

che la sua vale come di gran santo.

21 luglio 1887

Risposta, a rime legate con quelle di Maria:

Se avvien ch’io sosti in Santa Croce,

avante il simulacro del Cantor divino,

a bassa voce potrò dirgli: « O Dante,

lontano fa suo nido un passerino

che il sol saluta della sua canzone,

e zinzicula al cielo cristallino.

Ora pago ei non è se la ragione

e’ non conosce di più alto canto,

per trovar rime più sonanti e buone:

e s’accomanda a te, poeta santo».

Giov.

Ma di questo basta. [29]

 

Note

____________________________

 

[1] [Di « sonetti eterocliti » ce ne sono due in Poesie varie.]

[2] [« Vieni a insegnare filosofia a buon mercato. Ti desidero. Salute. Ti auguro di star bene. »]

[3] [La trascrivo esattamente di sull’autografo, mutando qualche volta il testo copiato da Maria.]

[4] [I puntini sono nell’autografo; e forse alludono al Vitali della lettera precedente.]

[5] [Nel 1885 a quanto afferma il Ferri in G. P. e la città di Rimini, cit., il fratello Giuseppe, trasferitosi a Rimini, vi sposò una riminese.]

[6] [Il primo è fra gli Echi di cavalleria in Poesie varie, l’altro è Il fonte di Myricae, ma in una prima redazione e con diverso inizio.]

[7] [e Eccetera ».]

[8] [È intera in Scritti sparsi, nei volumi delle Opere. Ma si veda la radicale trasformazione che nelle Myricae la poesia ha nell’espressione e nel metro.]

[9] [« Tutto è bene quel che finisce bene »; allusione alla commedia di Shakespeare, il cui titolo veramente è All’s Well that Ends Well.]

[10] [Il Pascoli qui allude a una prima, forse ancora confusa, idea di un lavoro su l’Anno Mille che poi dal 1894 al 1910 concretò nell’incompiuto dramma Nellanno, mille; esso fu, con varie notizie, pubblicato da Maria nel 1922 e in volume nel 1923. Ancora una volta si veda il volume degli Scritti sparsi.]

[11] [«Beviamo d’un fiato ».]

[12] [La relazione fra l’altro diceva che il prof. Pascoli è « un dotto e valoroso insegnante, che ha idee perfettamente esatte intorno allo scopo degli studi classici nelle scuole secondarie e il metodo più acconcio per raggiungerlo. Il prof. Pascoli ha rara versatilità di ingegno, gusto squisito, studi larghi e cognizioni precise, cosí in lingua e letteratura greca come ... latina ».]

[13] [Questo quadretto domestico è come la... traduzione realistica delle poesie a Ida («Al suo passar le scarabattole – fremono... ») o a Maria («Mentre siedo, o sorella, a te da canto... »); e di altre in Poesie varie, o di Ida e Maria nelle Myricae.]

[14] [Una, cartolina del Pascoli al Carducci su ciò è del 4 dicembre. Si veda sempre per il carteggio fra i due poeti, l’Omaggio a G. Pascoli, ed. Mondadori 1955.]

[15] [Il verso finale della II strofa era «mentre dormi là nel bruolo »; e alla fine della poesia era scritto «Chi vedrà quel dolce coso – quando tesse la sua tela? »; poi nel foglio Giovanni corresse come nel testo. Maria nel suo manoscritto delle Memorie trascura queste correzioni, che io introduco dalla lettera autografa.]

[16] Severino aveva mandato ad Angelo Solerti per il suo giornale «La farfalla» quei sonetti «mariuccevoli» di Giovannino. In uno d’essi invece di: «ed ambedue per opera d’incanto – conduco nella riposata stanza » etc. venne stampato: «nella piú riposta stanza». Un errore di cui Giovannino non si poteva dar pace.

[17] [Si tratta delle poesie dell’Ultima passeggiata – ora in Myricae – che Giovanni aveva intenzione di pubblicare per le prossime nozze di Severino. Ma era molto incerto – e quasi malcontento – di quei canti (che oggi si giudicano fra i migliori del poeta). Le due correzioni si riferiscono a Arano e a O vano sogno. Anche queste proposte di correzioni riporto dalla lettera autografa, essendo state omesse da Maria. I versi «I ranocchi... » in Scherzo di Poesie varie.]

[18] [Si veda la poesia nel cit. vol. degli Scritti sparsi.]

[19] [Maria, scarsa grecista, aveva trascritto nel testo autografo delle Memorie «ad Ginnes»!]

[20] [È nel cit. volume degli Scritti sparsi, con l’articolo cui dopo si accenna.]

[21] [È la prima redazione di A nanna in Myricae.]

[22] Si tratta del II volumetto dei Bordatini mandato in dono da Severino nel giorno delle sue nozze.

[23] [Sono i quaderni che contengono le poesie giovanili accennate qui nella Parte Prima (p. 37, 61, 85) e pubblicate in Poesie varie e poi nel vol. di Scritti sparsi già piú volte ricordato.]

[24] [La questione della precedenza fra Giovanni e Severino dovrebbe essere ormai superata. Oltre a ciò che si dice nel testo, posso aggiungere che nel carteggio Pascoli–Ferrari, conservato da Maria a Castelvecchio, ci sono non poche poesie di Severino mandate a Giovanni perché le correggesse (egli continua, e per lunghi anni, tali insistenze); quasi mai c’è il viceversa da parte di Giovanni. Sarebbe utile tentare uno studio delle varianti per quei versi del Ferrari; ma il piú delle volte quelle lettere (e quelle poesie) restavano, da parte del Pascoli, senza risposta per questo argomento. Si veda su ciò la decisa affermazione di Giovanni, scrivendo a Maria il 5 luglio 1903, contro chi affermava «"che io imito Severino" mentre persino correggevo queste mie imitazioni fatte da lui» (pag. 714).

Ma da tutte le notizie che anche dalle Memorie si possono raccogliere, e piú dal vivo della loro corrispondenza qui per la prima volta pubblicata, si può invece fare tutt’altra osservazione sui loro rapporti letterari. Un chiaro influsso per tutto il mondo di quei giovani rotante attorno al Carducci, e di Severino in particolare, è la mania dei «motti», dell’arguzia ingegnosa e salace (in fondo fenomeno anch’esso letterario) cui non rimase insensibile nemmeno il Maestro. Notevoli del resto le parole di Giovanni nella dedica dei versi per le nozze di Severino: «mi ricordo del tempo che di te non si raccontavano che i motti» (Myricae, Nota bibliografica). Ora questa abitudine diventò in Severino e nel Brilli anche un modo espressivo erudito–poetico, e di questo morbo fu toccato (in prosa e in versi) anche il Pascoli giovane (come certi versi d’allora mostrano, per es. i Sonetti eterocliti appunto al Ferrari; e si veda anche il vol. degli Scritti inediti e sparsi). Basta del resto confrontare, per l’evidenza, i due inizi della celebre Romagna, cosí artificioso nel tono scherzoso il primo, cosí... pascoliano il secondo. Tale influsso poteva essere pericoloso, data anche la tendenza all’ingegnosità arguta che fu e (forse unico residuo di quegli antichi influssi) restò sempre nel Pascoli. Lo sforzo di Giovanni, se mai, fu di togliersi da quello specifico influsso severiniano (come appunto segna la mutazione di Romagna): per il resto, il Pascoli era bastato a se stesso. Si veda A. VICINELLI Carducci, Pascoli e Severino in «La Fiera letteraria» dell’8 gennaio 1956, e la mia lettura al Convegno pascoliano di Bologna (marzo 1958) che si pubblica negli Atti del Convegno; e la nota a pag. 160.

Lungo buona parte della vita giovanile e matura (almeno fino agli anni di Messina) giungono a Severino cartoline illustrate con versi di Giovanni; non tutte sono qui nelle Memorie; altre entreranno nel vol. di Scritti inediti, altre sono già nelle Myricae, o in Poesie varie. Quanto alle vicende dell’amicizia con Severino si veda anche a pag. 935.

Sulla formazione giovanile del poeta Pascoli si può ricordare anche qualche sua testimonianza. In una importante lettera del 27 settembre 1891 allo Stiavelli dice: «anche noi ... imitavamo il Leopardi o il Manzoni» (pag. 318); o, con affermazione piú notevole, scriveva alla Corcos il 16 gennaio 1901: «Sento che (il Panzacchi) fa bene a volermi bene: quand’ero studente e ardente non lasciavo passare l’occasione di preferirlo ai poeti piú in voga per es. allo Stecchetti ... Forse nella mia povera educazione artistica, egli entrò piú del Carducci stesso ...», e rammenta l’impressione datagli dalle «romanze per musica». Si ricordi la commemorazione che fece del Panzacchi (v. a pag. 821; e «Corriere della Sera» 24 febbr. 1959).]

[25] [Anche per queste strofe si veda il volume con gli Scritti sparsi.]

[26] [Si veda a pag. 205.]

[27] [Cosí una prima redazione di Notte, poesia che ora è nelle Myricae.]

[28] [Nel testo manoscritto delle Memorie, Maria riporta nove sue poesie del 1886–87, per lo piú sonetti. Ne cito i capoversi: «Te lo ricordi, amata Ida, il convento...»; «Se l’olezzo soave amo del fiore...»; «Mi domando nel cuor: lo voglio biondo...»; «Mentre comincia il suon della tempesta...» (Un temporale); «Nella tranquilla stanzetta terrena...» (I primi giorni di vacanza di Giovannino); «Le trine, ahimè! le calze e tutto quanto – opra è di donna... – m’annoia...» (e Giovannino commentò: «Senza saperlo, ti sei trovata una Saffo: λυχεῖα μᾶτερ ...; ma meglio ancora cfr. la leggenda di Erinna; cfr. ancora l’ode XII di Orazio»); « Quando a Firenze poserai le piante...», «Soave come un’aura in primavera...», «Impórporasi intorno l’orizzonte... » (Nel monte degli olivi: due sonetti).]

[29] [«Che tempo buono quello, o Ida e Maria»; cosí dirà dei giorni di Massa il fratello scrivendo Nelle nozze di Ida; e la gioia maggiore (fondamentale anche per l’attività poetica) fu la riunione con le sorelle nella bella casa alla Zecca (oggi via Pascoli). E a Massa egli rimase contento, anche se gli balenava qualche desiderio per Bologna (il Carducci pareva gli avesse «impromesso di annotare in collaborazione Orazio», dice Severino; v. Omaggio a G. P., cit. pag. 358) o per Firenze... La scuola, fatta con originale fervore, lo avvia sempre piú chiaramente verso quel suo metodo di studi classici, anch’esso ispirato soprattutto all’arte e alla poesia: letture, traduzioni di versi italiani o latini... Egli ebbe gli elogi del Vitelli. Pur nel suo socialismo, educava spiriti patriottici: e ricorda poi con commozione la «messa» per i morti di Dogali, pei quali compose pure due epigrafi.

Ma c’è un ritorno anche alla poesia: «quando potei avere un pochino di respiro, ricominciai», dice la Nota bibliografica alle Myricae. E si vede non solo nei piú frequenti e bei versi scambiati con gli amici, ma specialmente nel delinearsi dei motivi piú costanti e originali d’ispirazione (il «ciclo lunare», i «sonetti mariuccevoli», i «favoleggiamenti»...) Sorgono cosí le prime raccolte pubbliche (se pure occasionali: per le nozze del Ferrari, del Vita, o quelle Quadri); di già con poesie che saranno fra i suoi capolavori piú personali: L’ultima passeggiata e i tre apologhi, fra cui Nozze, in cui egli medita sul valore e il povero destino del poeta. Lo allettano, invano, perfino due poemi: è ancora La nuova Roma e poi Il bosco dei mirti; ma balenano già in Reginella i Poemetti. Un problema di vita e di storia letteraria è il contemporaneo formarsi ora della vena poetica di Giovanni e di Severino, che le date e il carteggio risolvono – come si è detto a pag. 263–5 – per l’originalità pascoliana (se mai il più immediato influsso del Ferrari fu quello dei «motti»). Qualche cosa sbocciò anche di poesia latina: i distici Ad Janum Crescentium (Crescentino Giannini era il preside) sono fra i primi saggi di questo genere (1885); seguono i versi per le nozze Gnaccarini–Carducci (sett. 87). Si avvia anche la sua esperienza critica preparando la Prefazione alle traduzioni del De Musset del Mastelli.

È lo sboccio che prepara la prima grande fioritura di Livorno. E va ricordata l’osservazione di Maria, importante per l’ispirazione prima della poesia pascoliana: non essere vero che essa nasce dal dolore.]

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Ultimo aggiornamento: 12 febbraio 2013