Maria Pascoli

Lungo la vita di Giovanni Pascoli

Memorie curate e integrate

da  AUGUSTO VICINELLI

con 48 tavole fuori testo

Edizione di riferimento

Maria Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, Memorie curate e integrate da Augusto Vicinelli, con 48 tavole fuori testo, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1961

PARTE SECONDA

GLI ANNI DELL’INSEGNAMENTO LICEALE

E DELLA PRIMA FAMA MATERA, MASSA, LIVORNO

(Ottobre 1882 - Ottobre 1895)

CAPITOLO I

A MATERA: ... CARRIERA

(Ottobre 1882 - 1883)

A MATERA INIZIA LA SUA ASPRA CARRIERA

GIOVANNI comincia ormai la lunga strada di professore, e per due anni insegna latino e greco al Liceo Duni nella lontana Matera.

Matera, 8 ottobre 1882, 10 ant.

Adorate Idolina e Mariuccina, non potete immaginare il rimorso mio di non avervi scritto con la puntualità che avevo promessa. Ma l’uomo propone e Dio dispone. Io m’ero proposto di raccogliere la banda stramazzante de’ miei affetti e lo stormo agile de’ miei pensieri la sera d’ogni giorno di viaggio, e allora tra me e me risognare la nostra compagnia e conversare con voi tranquillamente. Invece questo raccoglimento non m’è stato concesso che ben di rado: qui non ho ancora la mia cameretta in cui piangere solitario la vostra lontananza e la lontananza di Falino e di Peppino. Nei caffè e locande c’è sempre gente e non sempre calamaio e penna. E cosí io ho dovuto mancare alla promessa il cui soddisfacimento era e doveva essere cosí delizioso per me piú che per altrui. E mi pare di avervi fatto torto e ne sono desolato. Aspetto quindi sollecitamente una vostra lettera di perdono.

Sono a Matera sin dalle ore prime antimeridiane del 7. Arrivai all’una dopo mezzanotte, dopo molto trabalzar di vettura, per vie selvagge attraverso luoghi che io ho intravisto notturnamente, sinistramente belli. Ieri fui dal preside che ho trovato abbastanza gentile; ho conosciuto vari professori, tra cui un prete, prof. ginnasiale, che mi fissava con certi occhiettucciacci maligni... E m’ha l’aria di un prete cattivo: sapete che tra preti ce n’è di cattivi. Domani comincio il mio officio coll’assegnare de’ temi d’esame che, per amor vostro, preparerò piuttosto faciletti. Voi sarete la dama per amor della quale io farò cortesie e larghezza, io cavaliere errante dell’insegnamento.

Ho già scritto due volte a Falino e a voi una volta. Scrissi da Bari impostai la lettera a Grumo, orribile villaggio puzzolente fangoso e quello che dice Carducci di Matera [1], vi ricordate? Matera invece è una città abbastanza bella, sebbene un poco lercia anche lei; e c’è difficoltà ad albergare. Se vedeste! I contadini, o cafoni, vanno vestiti nel loro selvatico e antiquato costume e stanno tutto il giorno, specialmente oggi che è domenica, girelloni per la piazza. Hanno corti brachieri e scarponi grossi senza tacco, una giacca corta e in testa un berrettino di cotone bianco e sópravi un cappello tondo. Sembra che si siano buttati già dal letto in fretta e in furia, e si sian messi per distrazione il cappello sopra il berretto da notte. Una particolarità curiosa! Qua gli uomini purchessia vanno in calzoni corti e calze fuori come i preti di costà; i preti invece hanno i calzoni lunghi come costà gli uomini purchessiano. Ho concluso che i preti vogliono sempre far le cose alla rovescia degli altri. Faccio per ridere veh! Non fate il broncio, bionde sorelline, non voglio.

Vi ripeto che quando abbiate bisogno di qualche cosa vi dovete rivolgere a noi che vi vogliamo bene, e che subito che il cielo s’è rischiarato, a voi ci siamo profferti e abbiamo detto: eccoci. L’unica nostra aspirazione è d’essere considerati utili in qualche cosa a voi, da voi. Non possiamo essere felici, perché sradicati dalla nostra famiglia, che è solo e tutta rappresentata da voi; non possiamo essere felici, ma sogniamo di farvi felici. Rivolgetevi dunque con confidenza a me o a Falino.

Intanto bacio ogni sera e ogni mattina i vostri capelli, le vostre belle treccioline che la Mariuccina ha fatto con tanta pazienza e vi mando i piú caldi auguri che si possano formare da mente umana.

Salutate la zia e la Rosa e Emilio e la Peppina e Giuseppina e accettate un milione di baci dal vostro lontano e aff.mo fratello

GIOVANNI

Il preside del Liceo-ginnasio era Vincenzo Di Paola, ottima persona sotto ogni rispetto, che subito prese ad amarlo e a fare di lui gran conto. Al suo arrivo a Matera trovò che già l’attendeva il saluto di un caro compagno ed amico, Vittorio Fiorini (da Bologna, il 2 ottobre).

Doveva occuparsi in quei giorni di un numero unico del giornaletto «I Ciompi», ma non ci aveva la testa. Severino gli scriveva dalla Spezia (dove era andato insegnante a quell’Istituto tecnico) sollecitandolo:

Caro Giovanni, ecco i versi del Marradi, che ti prego di far stampare nei «Ciompi». Chiodi grossi, in bolognese férle, in toscano si chiamano chiavarde, onde poi inchiavarde e inchiavardatura.

La Spezia è un bel paese: ho visto il Dandolo che è immenso come le tue strofe. Un bacio dal tuo  

SEVERINO

Ti prego di guardare se i miei versi son tutti scritti bene, specialmente se vi entra Dio invece di Iddio. Maggio è sdrucciolo?

E il 6 ottobre gli scriveva ancora una cartolina per certe correzioni di versi. E Giovannino gli rispondeva brevemente il 9 ottobre 1882, dicendo fra l’altro: «Ti scriverò a lungo o stasera o domattina. Sappi intanto ch’io non mi trovo male, ma che non ho stanza per ora, e perciò non mi trovo bene».

La seconda lettera che scrisse alle sorelle da Matera è piena di accoramento e di scontentezza. Ne riporto i passi più sereni.

Care sorelle mie. E già da qualche giorno che m’aspetto al Liceo, dove vado ogni mattina per gli esami, la dolce sorpresa d’una vostra lettera; d’una vostra lettera che mi sollevi un poco dal tedio doloroso di questo esilio. Se sapeste quanto m’è necessario un pensiero de’ miei cari, qui dove si vive, come in paese conquistato, tra nemici ...

Non crediate peraltro ch’io sia avvilito e malato: tutt’altro: se avessi avuto una vostra lettera, come l’ho avuta dal mio buon angiolo Falino, sorriderei serenamente .. .

Son qui alloggiato assieme a un mio collega già mio compagno. Paghiamo un occhio del capo, eppure vi si sente notte e giorno la ridda dei sorci. Poco male! Prenderemo un gatto ...

Scrivetemi spesso e a lungo. A ogni cosa che perturbi la mia bile, io leggerò un passo delle vostre lettere e mi calmerò. Già: ieri ch’ero ben piú triste d’oggi, ho letto e riletto baciato e ribaciato tutte le lettere e i ricordi che ho di voi. Carine! ho di nuovo protestato con tutta la violenza del mio sentimento contro quello che tu hai detto, o Didina, e che tu hai confermato, o Mariuccina: che io mi faccio beffe di ciò che voi rispettate. Non mai, adorate sorelline, non mai! Mi crederei un parricida se mi ritenessi incapace di rispetto alla luminosa purità dei vostri ideali. Oh! nel rude battagliare della vita mi s’è sciupato molto la bianca veste, cura della nostra santa mamma, e non ho piú l’occhio fatto a vedere nelle azurre [2] e sconfinate lontananze; ma vi giuro che avanti gli angioli io so piegare i ginocchi, e avanti l’infinito piego il capo adorando in silenzio. O bambine mie soavi, io deridere il paese, dove i pensieri e gli affetti vostri trascorrono alati, involandosi dalle mondane appestate bassure? Non lo crediate, e amatemi.

Ho 7 (sette) preti e colleghi!!! Ebbene sono tali da svogliare dalla religione questi preti: non ne avete un’idea. Ma lasciamo ciò.

Io non vorrei potervi dare che notizie consolanti; ma come si fa? Un poco, lasciatemelo dire, ne avete colpa voi! — Voi aver colpa di qualche cosa? — Sí, sebbene paia impossibile. Se voi m’aveste già scritto, io, come uno dopo essersi messo occhiali turchini, vedrei tutto azurro. Scrivetemi dunque, e io vedrò bello ciò che ora vedo brutto. Avete scritto a Falino, o egli v’ha scritto?

Ripeto che vi serviate di noi senza ritegno. Io ho sempre paura che il nostro lungo e forzato allontanamento abbia distrutto in voi l’amore in parte, e la confidenza del tutto. Oh! se fosse! oh! se fosse! Non saprei che farmi piú della vita e la butterei via tra i cenci sudici.

Baci alla zia, saluti senza fine ad Emilio, alla Peppina, alla Rosa, etc. etc. Un bacio lungo e affettuoso dal vostro, o Didina o Mariuccina, caro? fratello      GIOVANNI

(Mi viene un ultimo dubbio fastidioso. Avete ricevuto due lettere mie, una datata da Bari e inviata da Grumo, l’altra da Matera? Nel caso ve le riassumo. Vi dicevo: V’amo, v’amo, v’amo.)

Matera, R. Liceo, 13 ottobre 1882

Il «collega già suo compagno» era Antonio Restori, molto buono e molto bravo. L’alloggio che poterono trovare si componeva di una camera e di un sottoscala. La camera, Giovannino la lasciò al Restori, avendo esso anche il pianoforte e qualche mobile da collocarvi, ed egli si adattò al sottoscala. Andavano insieme a mangiare nell’unica trattoria del paese. Ma essendo il Restori di difficile contentatura riguardo ai cibi, s’infuriò col proprietario e volle subito abbandonare la locanda persuadendo Giovannino a seguirlo per solidarietà. Dove mangiare poi? Dovettero ricorrere al Preside, che era pure direttore del Convitto annesso al Liceo-Ginnasio, perché volesse accettarli a dozzina coi giovani. E il Preside li accettò, e si trovarono bene.

Il 19 ottobre in prossimità del natalizio dell’Ida, scriveva:

Cara Idolina mia, vorrei che questa mia ti giungesse il giorno 22, che tu compisci i diciott’anni. Ti giungerà in quel giorno a prendere un umile posticino tra le lettere delle tue compagne, oppure tardando (siamo tanto lontani!) ti farà nascere in mente un triste pensiero di orfanezza e di solitudine, per farti sonare in cuore, il giorno dopo, come un’eco della tua festa? Siamo tanto lontani! E io non posso dare alla lettera né l’ali né il calore del mio affetto per te, dolce sorella. E non posso nemmeno aspettarmi per questa l’accoglienza festosa che tu, buona, avrai per lettere che non saranno di fratello; perché (lascia ch’io faccia trasparire un poco del mio dolore in mezzo alla tua gioia) perché, puoi tu amarmi soltanto come ami una tua compagna di collegio? È un mio triste pensiero, pensiero di tutti i giorni e di tutte le notti, che i vostri baci, le vostre parole, le vostre lettere non hanno potuto distruggere in me. [3] Amate voi me, che ero lontano e parevo indifferente, mentre voi vivevate all’ombra del chiostro, e gioivate poco e piangevate molto e soffrivate le scosse fredde della febbre e i martirii dell’isolamento? Amate voi me, che sono accorso a voi soltanto quando escivate dal convento raggianti di mite contentezza, m’amate voi almeno come le gentili compagne delle vostre gioie e consolatrici dei vostri dolori? O mia Idina, se tu sapessi come ha pianto questo tuo fratello quando lessi i vostri lamenti, i lamenti che la malattia sopportata senza padre, senza madre, senza fratelli attorno poté strappare alla vostra rassegnazione! Noi non sapevamo nulla, noi! Se l’avessimo saputo, se l’avessimo potuto sospettare! Qualche volta c’era come un qualcheduno invisibile che mi diceva: Le tue sorelline se fossero ammalate?! Avevo una gran botta al cuore e facevo un proponimento di scrivervi; ma il giorno poi pensavo: È impossibile! Sarebbe troppo! Racimolavo o dal Lami o dal Maestro o da quel giovane cantante qualche notizia; mi consolavo e non scrivevo. Volevo serbarmi per quando fossi stato felice: allora sarei venuto e v’avrei gridato: Non vi ho voluto far partecipe nemmeno dell’ombra della mia infelicità; ma la mia felicità è tutta per voi. Eccovela.

La felicità non è venuta, sebbene l’infelicità sia passata, ed io vi domando, quasi umilmente, un poco del vostro affetto per carità. Per carità, mie sante sorelle!

Idina mia, una cosa io credo. Io credo che nessuno faccia e possa fare voti piú ardenti per te di quello che faccia io. Nessuno può comprendere al pari di me quanto ti si deva, o a meglio dire, quanto vi si deva la felicità. Io penso ai capelli biondi e inanellati di te bambinetta, o Ida, al soave balbettare di te fanciullina, o Maria; e penso alla vostra mamma che accarezzava quei capelli e si compiaceva di quel balbettare. Come eravate carine! Come eravate buone! Eravate l’orgoglio della povera mamma. Ed ora che siete tanto brave e belle e buone, qual destino ha mai invidiato a quella povera mamma d’essere felice con voi e per voi? Perché vi ricordo queste cose nel giorno della vostra allegrezza? Perché il dolore rende piú buoni che mai. E poi per un’altra ragione: noi abbiamo vissuti cosí separati che io ho bisogno di ricordare continuamente che c’è pure un legame che ci unisce per sempre. La mamma è morta, ma è pur sempre la mamma nostra, di tutti noi, e bisogna che in lei e nel babbo e nei nostri fratelli e sorelle morti, ci amiamo sempre e molto. Amiamoci dunque. E intanto accetta dal tuo fratello maggiore gli auguri come piú si possono fare, caldi e sinceri, pel tuo avvenire. Sii felice, Idina mia; sii sempre buona come ora.

Io ho ricevuto due giorni fa le vostre affettuosissime lettere che vanno bene cosí indirizzate a Matera R. Liceo. Io v’ho scritto, prima di ricevere quelle, una lettera tutta arruffata e sconsolata, credo. Toglietene tutto ciò che c’è d’amorevole per voi e del resto non fate nessun conto. L’ho scritta in un momento di tristezza, e di questi momenti ne ho parecchi. Ma in generale sto bene a Matera. Son già cominciate le scuole. Il tram tram procede allegramente. Sol d’una cosa mi lagno: qui è troppo caro il vivere e l’alloggio, e tira quasi sempre scirocco, dimodoché io non posso fare economia, e non posso procurarmi con lavori straordinari qualche guadagno straordinario, perché quando tira scirocco il cervello dorme della grossa. Eppoi (questo lo dico con una certa intenzione!!!) non ho ancora riscosso il primo mese di stipendio e perciò non ho potuto fare quello che avrei voluto. Ma sarà tutto per un bel giorno, tutto in una volta, se Dio m’aiuta.

Dite alla zia che mi voglia bene e salutatela e baciatela per me. Ricordatemi al mio caro e vostro caro cugino, e alla Peppina e alla Rosa. Che tutti i tuoi sogni gentili possano diventare realtà, buona Idina mia. Sii felice. Pensa a me qualche volta. Un milione di baci, care sorelline. Fatemi felice del vostro affetto.

Fra breve vi scriverò sciarade, rebus e poesie. Ora la carta manca e devo uscire. Addio. Come siamo lontani! Tuo e vostro frat.

GIOVANNI

Nello stesso giorno scriveva a Maria inviando quattro lire (non di più, ché non aveva potuto riscuotere lo stipendio) per qualche dolce o altro da offrire all’Ida. E aggiungeva, proponendo anche una delle non rare sciarade:

Come ti sono grato delle soavità che mi dici nella tua ultima scritta inginocchioni nella dolce attitudine della preghiera! Ti trovi bene, vi trovate bene nella nuova casa? E meglio ti troverai quando, come credo e spero ... O povera Mariuccina! Indovina:

Pel purgatorio errante

disse il mio primo a Dante:

Ricordati di me!

Se qualche cosa vuoi,

parla! I fratelli tuoi,

non dicon l’altro a te.

Terzo io non son, Maria;

eppur l’anima mia

tutto per voi farà.

E quando, come spero,

abbi lassù l’intero...

O mia felicità!!!

Mi viene in mente di scrivere due versi per la Didina. Presentaglieli assieme a quello che comprerai. Dille che li ho fatti da mezzo addormentato, solo, solo; ché il mio compagno è fuori, ed io non odo che il trombettare delle zanzare.

Ho una cosa da dirti. Ti ricordi quando ti volevo dare quell’anelluzzo col campanello, quasi premio per la spiegazione di una sciarada? Mi parve che tu non lo gradissi, ed io non m’arrischiai d’insistere perché lo prendessi. Ebbene, io ne avevo un altro ancora simile per l’Idina. Sono cosucce da nulla, e quasi mi vergognavo di darveli, sebbene non fossero da parte mia, ma da parte d’una nostra parente, un poco lontanetta, certa Giustina Pascoli vedova Poggi. Io li ho ancora, naturalmente, e vorrei che voi li gradiste e li prendeste. Ve li devo mandare? Dimmene qualche cosa quando mi risponderai.. .

Buona notte! (Sento un topo che rosica non so che cosa, non so dove. Birbone! Mandami Basilino in un pacco postale.) Buona notte! Domattina ho scuola alle 8. Quando voialtre tornate dalla Messa io dirò: Signori, prendano Cicerone, e stiamo attenti! Tuo         GIOVANNI

Le sorelle, cresciute nella severità del chiostro, prive quasi dalla prima infanzia di baci e di carezze di cui erano assetate, nel sentirsi osi amate e vezzeggiate come piccole bambine, mentre già si voleva da loro, perché orfane, una serietà superiore agli anni si sentivano dilatare il cuore e sognavano i sogni più ridenti. il più ridente, si può capire, era non quello del pianoforte, ma quello di essere raccolte da lui. Ma sarebbe mai stato possibile? Giovannino, cosí giovane e cosí ardente, non era forse più naturale che pensasse invece a ciò che pensano tutti a quell’età?

Perché trascrivo, spezzandomi il cuore, tante sue lettere destinate solo agli occhi di Ida e di Maria? Il perché è questo: credo che ciò possa servire a farlo meglio conoscere e più amare. E poi le lettere scritte alle sorelle con quelle scritte al suo amico Severino Ferrari possono fornire la storia di molta parte della sua vita.

La poesia che fece per l’Ida in quel suo natalizio si trova in Poesie varie: « Vengo a te da lontano ermo paese... ».

29 ottobre 1882, Matera.

Mia diletta Mariuccina. Mi concedi che cominci con una parentesi? Veramente non usa in principio d’una lettera; ma tu sei tanto buona... Ecco la parentesi (il primo mese è, per gl’impiegati di prima nomina, un brutto mese: si tarda a riscuotere lo stipendio. Chiudo la parentesi). Io penso che Dio t’abbia fatta nascere in questo giorno (ahimè, non questo, che è il 29, ma il terzo dopo questo. Scrivo tre giorni avanti. Come siamo lontani! Tu non lo sentirai il dolore di questa lontananza; io sí, e ogni vostra lettera è un avvenimento per me), io penso dunque che Dio t’abbia fatta nascere il 1° novembre per togliere ogni ragione di disputa tra i santi. Ognuno avrebbe voluto essere tuo protettore. Ma cosí, tutti insieme, hanno l’obbligo di amarti e di custodirti. Povera piccina; io povero mortale a volte ho un empio pensiero: penso che avrebbero potuto provarti meno. Ma è un pensiero empio e lo caccio per amor tuo. Già tu hai un cuore cosí semplice, che poco basterà a farti felice. Il pianoforte... Abbi pazienza, sorellina mia, abbi pazienza. Non ti dimenticherai, no, il metodo, per un altro poco che aspetti.

Dimmi, Mariuccina. Ti faccio una domanda, una domanda alla quale desidero risposta anche dalla Idina. Credi tu, credete voi, alla sincerità di ciò che vi scrivo? Vedete, io qualche volta mi pento di certe melanconie che vi scrivo, ma non straccio la lettera, perché mi parrebbe di vedere i vostri visetti accigliati; e di sentire i vostri rimproveri: « Ma! dunque, Giovannino, tu non ci scrivi quello che senti? » No, vi scrivo proprio solo quello che sento; seguo l’ispirazione del momento. Per esempio, io stavo per andare a letto, ché erano le dieci, strosciava la pioggia, c’era un temporale con grandi tuoni per l’aria; e io ero non stanco, ma stufo: mentre stavo per spogliarmi una voce mi ha gridato: « E alla Mariuccina non scrivi? » Io ho risposto: « Dio! sono cosí svogliato; d’altronde la lettera le arriverà il 1° novembre anche se scrivo domani ». « No » m’ha risposto la voce. « Fa questo piccolo sacrificio, che servirà a compensare tante tue cattive azioni: fallo ». Io allora sono venuto a scrivere, e scrivo, e la pioggia stroscia e ogni tanto rimbombano i tuoni. Io, scrivendo, penso a voi con tanta intensità di affetto che mi par d’essere costassú, e che voi, poverine, abbiate un poco di paura e che io vi faccia coraggio.

Mariuccina, possano divenire realtà tutti i sogni del tuo buono e fedel cuore! Possa la tua vita correre sempre felice! Possa tu essere sempre buona come ora! Possa tu (questo è un voto per me) amarmi sempre come mi ami ora; ed io possa esser tanto fortunato di poter soddisfare qualche tuo desiderio. Intanto se a qualche cosa posso esser buono (non parlo del pianoforte, per quello siamo intesi) scrivimelo: scrivimelo, Didina mia! Sarei tanto piú attivo e piú contento, se avessi sempre qualche cosa da procurare a voi altre. Ma voi non avete nessuna nessuna nessuna fiducia in me. E io penso sempre a voi. Vorrei farti dei versi, delle sciarade, ma non posso; non ho la vena.

Oh! la Mariuccina mentre leggeva le righe qui sopra ha fatto un sorriso malizioso, e ha pensato: « Già lui vuole la nostra fiducia: intanto noi gli abbiamo domandato un favore che non gli costa nulla, un articoletto, un piccolo elogio... e lui non l’ha fatto. Come vuole che gli s’abbia fede? » Quando mi scrivi, Mariuccina, dimmi se è vero che tu hai pensato ciò. Intanto io al tuo pensiero probabile rispondo: « Abbi pazienza, Mariuccina, abbi pazienza Didina, abbiate pazienza, care creature! Io non dimentico nulla ».

Presto vi manderò gli anellini che siete state tanto gentili di dichiarare che li gradirete; ma non so molto come mandarveli. In una lettera non si può. In un pacco postale??? Ecco: io pensavo venendo a Matera di trovare qualche cosa di natio, di speciale per far qualche regalo, come aranci o che so io. Invece non c’è nulla di buono. Pure sentite! Credereste che la zia potesse gradire un provolone che è un formaggio molto stimato qua (a me non piace niente affatto) tondo, grosso, etc. etc.? Allora mandando il provolone alla zia in un pacco potrei includere gli anellini per voi.

Rispondetemi. Ditemi che mi amate. Ditemelo sempre. Salutate e baciate la mia zia buona e cara, ed Emilio e la Peppina e la Rosa e Giuseppino, e date molti baciozzi al piccolo colosso che si chiama Placido.

Basi senza numero dal vostro fratello    GIOVANNI

E alla «Cara Didina» il 30 ottobre 1882 giustifica il ritardo della lettera precedente, lasciata aperta sul tavolo nella fretta di correre a scuola, e concludeva: «Arrivederci a questo luglio. Ti dirò già che mi sono adattato al paese, e che credo (di certo non si può sapere) di goder molta simpatia. Voglia il cielo che possa presto crescere di stipendio e di grado! Ma mi accontento peraltro, e ti prego a comandarmi qualche cosa: ti prego. Tuo aff.mo fratello GIOVANNI».

Naturalmente Maria aspettava con ansia le parole del suo Giovannino in quel di d’Ognissanti; ma la lettera, toccando la posta di Savignano, fu mandata per errore alla cognata Maria Cicognani vedova Pascoli, a San Mauro, e tardò due giorni a giungere a me, e mi giunse non più con l’indirizzo di Giovannino, ma della cognata e con un biglietto in cui si scusava d’averla aperta. E letta no? Come ci rimasi male, e quanto piansi!

In un quinternino di studi e traduzioni dal greco di quel tempo, si trovano abbozzate due strofette che io credo per certo ch’egli buttasse giù in quella notte temporalesca che scriveva a me per il mio natalizio ma ritengo non mi mandasse per non esserne contento. A me però piacciono, o mio dolce poeta, e me le prendo ora e ci piango sopra!

Stroscia la pioggia, sibila il vento;

per tutto il cielo corre un fragor;

di tra il notturno sconvolgimento

a te, sorella, vola il mio cuor.

Vola il pensiero del cuor, sul nembo

vola; la nube fende, a te vien.

Viene a posarsi sopra il tuo grembo

e si ritrova nel di seren.

Non sempre le sue lettere a noi erano cosí frequenti: non gli dava il cuore di scriverci senza poterci mandare un po’ di danaro che ci aiutasse nella nostra umile vita. Noi eravamo allora in questa situazione: il frutto del nostro capitaletto di 4500 lire (3000 erano state cedute in prestito alla zia, che non si trovava più in buono stato finanziario, e le altre 1500 erano sempre presso il nostro amministratore, l’avv. Francesco Vendemini di Savignano) fin dal giorno che uscimmo di collegio era stato pattuito di lasciarlo alla zia che ci dava ospitalità e vitto. Era ben poca cosa, poco più di 60 centesimi al giorno fra tutte e due, ma era tutto. Quindi per il vestiario, e per altro che ci occorreva, bisognava che ci pensassimo da noi lavorando per gli altri. Ma i lavori che ci capitavano erano pochi e di piccolo compenso, sebbene richiedessero molto tempo e molta applicazione. Erano rammendi che non si dovevano conoscere, camicie fine da uomo con pieghettature minute tutte cucite a mano (la macchina non c’era), erano trine al tombolo, ricami etc. Ben poco riuscivamo a prendere. Facevamo anche un po’ di scoletta nelle vacanze a bimbi e bimbe di conoscenti, ma rimediavamo delle sciocchezze. Un bimbo ci fruttava cinquanta centesimi al mese! Quanto ci pianse Giovannino su quei cinquanta centesimi! Li aveva in mente anche negli ultimi giorni!

Egli, per fare qualcuno di quei tanti lavori che aveva in mente per procurarsi qualche guadagno straordinario, non aveva alcuna possibilità ed era privo di ogni incoraggiamento. Ed anche il tempo gli difettava, perché, oltre la scuola che faceva con la massima diligenza, aveva l’incarico, insieme al Restori, di riordinare la biblioteca del Liceo. Poche ore settimanali gli restavano libere. Tuttavia, ricordandosi vagamente da quando era in collegio del concorso annuale di poesia latina di Amsterdam, fece un poemetto latino (me ne disse il titolo, ma non lo ricordo e tra le sue carte non c’è sebbene ci siano dei brani del poemetto) per tentare la sorte. Ignorava però il programma, le formalità e persino l’indirizzo. Lo mandò cosí a caso, senza l’indicazione dell’Accademia e senza nemmeno includere il suo nome. Aveva proprio tentata la sorte! ma la sorte gli fu nemica e del suo poemetto non seppe mai niente. [4]

Purtroppo noi eravamo ancora troppo inesperte della vita, e poiché egli non ci rivelava allora tutti i suoi crucci ché non ci voleva affliggere e avvilire, noi gli facevamo delle croci coi nostri desideri e coi racconti delle nostre miseriole; e il 10 dicembre ci diceva:

Mie care sorelline. È un mese brutto questo per me, e il passato non è stato bello. Ho dovuto e devo lavorare molto, ho qualche dispiacere; e inoltre... non ho ancora riscosso il primo stipendio... Son tutto scombussolato e scorrubbiato: e in tali disposizioni di spirito mi guardo quasi dal penetrare nel tranquillo e soave recesso de’ miei pensieri dove voi siete, angeli miei. Tanto che io aspettava per scrivervi di mandarvi qualcosa di qua insieme agli anellini . . .

La lettera del 3 novembre (non del 30 ottobre) l’ho ricevuta sí, e qui fece infinito dispiacere quello che mi scrivevate della cognata. Oh! quanta indelicatezza! ... Io volevo scriverle lí per lí di buon inchiostro. Me ne sono tenuto, non so il perché; forse perché a ogni modo sarebbe stato inchiostro sprecato ...

Tu hai pianto, Mariuccina, aspettando invano una mia lettera? Io darei tanto sangue per quelle lagrime. E intanto voi fate de’ giudizi temerari? Quali, per esempio? che io non vi ami piú come al principio? che lontane dagli occhi mi siate anche lontane dal cuore? O giudizi veramente temerari! Io vi amo sempre piú; io non vi dimentico e non vi dimenticherò mai...

Confermo la notizia datavi del piano, non sono certo, ma ho molta speranza che tu l’abbia, o Mariuccina. Non vedo l’ora! Allora mi sembrerà, a tanta distanza, di sentirtelo sonare e fantasticherò deliziosamente dietro quei suoni velati e remoti. E poi, nelle vacanze, ti sentirò da vicino, e tu mi farai i pezzetti che io amo, e che mi aiuteranno a far qualche cosa che mi dia un pochettino di gloria e di danaro. Ne ho bisogno del danaro, io! In voi è la mia felicità, cioè, sarebbe; ché io non riesco, io cosí abile architetto di castelli in aria, non riesco a edificarne uno, in cui siamo insieme felici e tranquilli ad abitare. Per altro qualche linea, sulla carta, di questo meraviglioso palazzo fatato l’ho segnata, e presto ve n’invierò! Intendete, sono versi, o, a meglio dire, saranno: è troppa ora la mia uggia, per scrivere versi.

A Natale! a Natale! dolce tempo; dolcissimo, se con voi sarà Falino, anche per me, che mi divertirò con l’immaginazione. E poi mi scriverete subito appena arrivato lui, e anche lui mi scriverà, e mi dirà come vi ha trovate.

Qui tira scirocco, vento uggioso, mollichiccio e appiccicaticcio, ma caldo. Neve non se n’è vista. Nebbia e pioggia, sí: poca pioggia e molto nebbiume. Sto bene di salute, la scuola va bene, il preside mi vuol bene, ma non posso essere molto contento, come v’ho detto. Peraltro, passerà la melanconia, passerà ... Siate felici e amate il vostro fratello

GIOVANNI

Oh! il Natale fu triste per lui e perciò anche per noi. Fallirono tutte le sue previsioni e le sue speranze. Ci scrisse solo dopo le feste, il 30 dicembre.

Care sorelline. Vi scrivo in fretta e in furia per tranquillizzarvi, poverine. Chissà come avete aspettato e come avete pianto, quando non avete veduto nessuno! Falino non ha potuto; è una fatalità. Credo che non sia nemmeno a Bologna. Quanto al piano, altra fatalità: s’è ammalato il nostro incaricato e s’è ristabilito soltanto da pochi giorni. Siccome egli s’è impegnato cordialmente ad un acquisto non solo economico, ma buono, cosí scrive che tarderà anche un poco ... Anch’io, vedete, ho passato un Natale molto melanconico, cosí isolato e lontano, come sono, e anche (ma questo m’importava meno) cosí sfornito di danaro; perché sono tre mesi che son qui e non ho riscosso ancora. Naturalmente posso contare sul preside e su qualche collega; ma alle volte mi manca quel superfluo che io avrei voluto in questa circostanza usare cosí bene. Care bambine, non è colpa mia, come vedete.

Salutate tanto la zia e auguratele mille felicità pel nuovo anno. Non dubitate che, quando avrò riscosso quel maledetto stipendio, manderò qualche regaluccio a Placidone ancora. Ma non dite nulla, perché sempre dal dire al fare c’è di mezzo il mare.

Addio. Un bacio per una. Vivete felici. Che il nuovo anno vi rechi gioie nuove e meritate. Amatemi ...Vostro fratello    GIOVANNI

Cosí era passato, tutti lontani, anche quel triste Natale.

CONFIDENZE E SFOGHI AMICHEVOLI
(DICEMBRE 1882 - MAGGIO 1883)

Intanto egli non aveva mandato niente per «I Ciompi» e nemmeno aveva di essi alcuna notizia. Ne chiedeva quindi al suo Severino il 16 dicembre 1882.

Caro Ferrarino. Ebbene? Dunque? Del giornale unico non mi scrissero piú altro. Io aspettavo di essere punzecchiato per lavorarvi tra tanti fastidi. Ma siamo ancora in tempo. Scrivi.

So della «Cron. Bizantina» per bocca d’altri; a me non è venuta. Ho certe idee, e quando sarò pagato (non ho ancora riscosso) lavorerò. Se tu mi scrivi, te ne scriverò a lungo. Qui non si sta bene: si spende troppo: soffia il scirocco, vento asfissiante. E tu? E tu?

Nel mio corso di st. lett. greca, dimostro che da’ nostri antichi eoli di Beozia, si è sgomitolata tutta la poesia ellenica. Godine.

N. B. Non ho ancora riscosso il primo stipendio. Volevo dire questo piú sopra. Faccio questa rettifica, perché ci poteva essere dubbio.

Come ci godremo queste vacanze! Ma è difficile che io abbia quattrini se tu non dici a Carducci che mi faccia dare qualche incarico di esami ne’ licei e ginnasi comunali vicini a Matera. Ma c’è tempo. G. P.

E Severino da Spezia (19 dicembre):

Mio Giovannino, io spedii alla «Bizantina» la tua poesia a Ridiverde, con l’ingiunzione espressa che te ne spedissero una copia; ma i bizantini stanno nel gigante e disprezzano i miseri mortali. Vedrò di rimandartela io. A pena fu stampata, ricevetti una lettera di mio fratello che ragliava la tua poesia essere cosa stupendissima, ed una da Roma da Guido che diceva altrettanto. Anzi nel numero stesso della «Bizantina» che aveva la tua poesia, vi era un articolo di Giulio Salvadori che ti proclamava uno dei pochi poeti originali che rimangono all’Italia.

Io sono stato a letto sette giorni con un’infiammazione ai ... sempre tormentato da un catarro maligno di vescica, e da un altro di ambizione che fa i suoi ultimi sforzi.

Mi spiace non t’abbiano pagato, perché la paga rafforza la mente e sveglia l’ingegno. Fui a Bologna per le elezioni e vidi tuo fratello, sempre lui. Mi rallegro teco dei Beoti. Ma la Beozia vera è morta, è morta nel caffè delle belle arti. Come vedi incretinisco: non riesco piú a istidionare passerotti. Non so se ti siano giunti i «Ciompi» con una mia lettera elettorale su Andrea.

Il Natale lo passeremo a centinaia di chilometri di distanza, e dire che ci basterebbe di essere insieme per passarlo splendidamente. Crogioleremo fumando in un caffè la noia e ricorderemo. Se farai dei nuovi versi e cose nuove, mandamele. Ho ripensato al tuo dramma del pazzo; mi pare che sarebbe benissimo alleonarlo. [5]

Scrivimi a lungo. Compra domenica prossima la « Domenica letteraria » e scrivimene. Tuo    SEVERINO

Giovanni rispondeva dopo Natale:

Caro Severino. No, io non lo posso credere che la nostra beotica giovinezza sia finita. [6] Se lo credessi, indovina cosa farei? Sposerei una ragazza che mi vuole un gran bene, a quel che pare, e che io gliene voglio ben poco (nota anacoluto). La sposerei perché mi facesse un poco compagnia, sebbene non sia bella, anzi sia bruttina, ma perché buona. M’ha mandato un anello d’oro. Ho avuto per una lezione fatta qui nei primi venti giorni una spilla d’oro da cravatta. Perciò sono carico d’oro; ma carte non ne ho, che non ho riscosso ancora. Governo ladro.

Mi son riavuto appena dal terribile dolore e dispetto che ho risentito alla morte del povero Oberdank, di questo figlio di nessuno che c’era piovuto dal cielo a mostrare miracolo di prodezza all’Italia vile! Ho mandato dieci lire al Carducci e gli ho proposto, in compagnia di morte in maniera degna. [7] S’intende che darei anche la persona, e non ridere, perché credo che sarei prode. Oh! se si fosse fatta o si facesse un’associazione di noi, insegnanti secondari!

Credi, che il governo non potrebbe piú svigliaccare cosí la nostra patria! Pensaci e lavoriamo.

Ti sei rimesso? Povero Fefelino, l’hai addosso, eh? (Riminiscenze manzoniane.) Che cosa fai? Quando stampi di nuovo la tua raccolta? Spero di mandarti presto qualche canto materano; ma è un dialetto questo che par turco. Me la manderai? Chi sa che non m’abboni.

Un motto bellissimo di Vittorio [8] che ne ha fatti di buoni. Scrive che tu ti vai schiodando e schiavardando. Ho riso di cuore a vedere usati cosí alla rovescia i tuoi beotici vocaboli. Per che figura? Rettorica o grammaticale, professore illustre di lett. italiana?

Un motto tuo pur bellissimo è stato quello di dirmi che compri la «Domenica letteraria»! Ma che vuoi che mandi un vaglia di due soldi al Martini? Ma non vuoi credere che Matera sembra in Affrica e che io voglio un monumento anch’io, come Pellegrino Matteucci, dal Parmeggiani, nella mia qualità di viaggiatore affricano? Mandami dunque e quel giornale e quanto puoi, e la « Cronaca Bizantina » dove si dice bene di me. A questa età mi sento ridotto a mangiare il mio pan di segala al fumo dell’arrosto, come quel poveruomo che tu sai.

Devo fare il lavoro per la Cronaca del Liceo. È l’alleonamento del mio studio su Saffo. Ho in mente anche un lavoretto sulla Saffo di Leopardi, ma temo di dir cose note. Si tratta, che Leopardi, facendo pur lirica soggettiva, a quel punto, cura anche la verità oggettiva, valendosi di frammenti di Saffo. S’intende, solo per certi pensieri, solo per il colorito generale, ché del resto non credo ch’e’ credesse in Faone. Se a te non ricorda di nessun lavoro di questo genere, lo farò io, e, spero, benino. Tu poi me lo farai stampare. Per altro in questo paese io mi sento il cervello diguazzare mollicchiccio e umudiccio nel cranio. Tira sempre scirocco. Quest’oggi ho fatto un pisolino e ho sognato di te e di Carducci. Ero tornato, ridevo, e mi godevo nel ricordare. Mi son svegliato con un gran sorriso nel cuore, che s’è mutato in singhiozzo.

Ho passato un brutto Natale. Falino, povero ragazzo, va male co’ suoi affari. Bisognerebbe trovare un impieguccio a Lascaro, [9] se no chi sa come va a finire. Non ho potuto nemmeno mandare nulla alle mie dolci sorelle. Povere bambine abbandonate! ...

Addio. Scriverò presto anche piú a lungo. Scrivimi subito. G. PASCOLI.

C’è del 21 dicembre un fogliettino con appunti che mi sembra dovessero servire per un proclama elettorale; ma non so se il proclama lo facesse poi davvero. [10] Ci si sente il dolore e lo sdegno che egli provò alla notizia dell’impiccagione di Oberdank.

21 dicembre 1882. Oberdank è stato impiccato! Hanno lasciato che la gioventú delle scuole finisse col pensiero a lui; che il Carducci facesse all’Italia voltare lo sguardo verso la nera prigione desolata; che Victor Hugo in nome degli uomini che sono grandi etc...

Il numero della « Cronaca Bizantina » che conteneva la sua poesia A Ridiverde (ossia a Severino) non poté nemmeno mai vederlo perché nessuno glielo mandò. Tale poesia fu poi da lui inclusa in Myricae col titolo Romagna e modificata in molti punti e decapitata della prima strofa che, secondo qualche vecchio manoscritto, sembra che fosse cosí:

Deh! Ridiverde, come lo voglio io

quel ribechino che tu scarabilli,

e suvvi tesser fila a parer mio,

fila d’argento, che squilli e scintilli!... [11]

A Severino, il 2 gennaio ’83 scriveva dicendo che le loro due lettere si erano incontrate, e che non aveva ancora riscosso. [12] E poi:

Quanto alle poesie, io sono smagato. Dammi tempo un mese per rafforzare e ricorreggere le già fatte. Spero che mi riesca; se no, buona notte. Giovinezza, addio! Scrivimi qualche cosa a proposito dell’articolo che io voglio fare sulla Saffo del Leopardi.

È morto Gambetta! L’ho saputo proprio ora. È una sventura. Egli era nemico terribile di ciò che c’è nemico: della Germania. Nella nostra impotenza egli stava fiero e minaccioso contro l’eterno Arminio. Che importa che fosse un poco Tiberio, se poteva suscitare da un momento all’altro un Germanico, e vendicare la disfatta di Varo?

Consolami subito con migliori notizie della tua salute. Queste vacanze vogliamo stare sempre insieme. Vogliamo ritornare giovani. Addio. Un bacio. Tuo          Giov. PASCOLI

Severino gli mandava intanto dei versi perché egli li ritoccasse con «la sua lima d’oro». Non pubblicava mai nulla senza una carezza di quella lima. Il 9 gennaio Giovanni glieli rimandava accompagnandoli con una cartolina che prometteva l’invio di suoi versi da pubblicare (« Ma mi dispiace proprio... ») e anche una lunga lettera. Eccola.

Caro Severino. Ma sai che son lí lí per saltare il fosso? Ecco la principale ragione: noi siamo all’estremo. Lascaro mi scrisse l’altro giorno una lettera che mi fulminò. Mi diceva che Falino pareva diventato pazzo, non mangiava andava solamente a far lunghe passeggiate fuori di porta, che qualche rara volta faceva sentir de’ lamenti, che era assediato dai nostri creditori vecchi e nuovi, amici e nemici, che non aveva nemmeno da pagare il poco che mangiava etc. etc.. Figurati! Io avevo preso tra l’altre 250 lire da Pio Squadrani che mi ritenevo sicuro di pagare col premio V. Emanuele. Io non pensavo che concorresse contro me il Biadene, sí perché è ricco, sí perché... lo sai. Invece ha concorso e ha vinto. Due giorni dopo a Falino arrivava un’intimazione da Pio di consegnare al latore la somma. Nientemeno! Il povero Falino da un mese non m’ha scritto, e non m’ha mandato certe scarpe che Berardi m’ha fatto e di cui io ho bisogno estremo; indovina perché? Perché non ha avuto i dieci soldi del pacco postale. Io sono desolatissimo.

Ora una certa Giulietta Poggi, mia lontana parente, mi ama, pare, pazzamente. Io non l’amo... molto.. piccoletta, brunetta, molto magretta, insomma è tutt’al contrario del mio ideale. Pure io non mi sono mai risoluto di romperla a dirittura con lei, perché, se avessi veduto la sua disperazione! In questi giorni m’ha mandato un bell’anellino d’oro, che a giorni impegnerò. Ho preso l’occasione pe’ capelli e le ho scritto:

Che credi? Vuoi forse comprarmi? Che serve far tante storie? Come potrò io sposarti mai? Se volessi accasarmi bisognerebbe che mi rivolgessi a qualcuna che avesse un poco di dote; perché vorrei lasciare i miei fratelli senza debiti, e avrei bisogno di tutto per metter su casa ed io non ho nulla. Sicché smettiamo! » Ella ha risposto singhiozzando e piangendo (i singhiozzi e il pianto me li ha mandati fonograficamente) che non la lasciassi per carità; che morrebbe, che lei ha abbastanza di danaro per far quello che io vorrei fare. Che risponderò? Risponderò che se è vero, io voglio far presto e sposarmi questa primavera.

Addio giovinezza poesia amore gloria!!!

Consigliami, caro Severino. Io non posso piú durarla in una vita cosí trambasciata con quello spettacolo de’ miei fratelli affamati e piangenti! Se fossi felice un poco! Io ho intravisto certi canti! una serie di pistole e pistolotti; i pistolotti di quattro strofe l’uno: tanti quadretti naturali, voci de’ boschi e delle strade; le pistole in quartine, stile mezzano; voli affettuosi senza ricercatezza, un certo risolino diffuso.

Studio Orazio. Vorrei distinguermi da codesti poeti cromolitografici incipriati alla D’Annunzio. E poi un poema epodico: La Nuova Roma: consiglio alla « pars melior gregis » di lasciare l’Italia e Depretis; andar non nel paese delle isole fortunate, ma in qualche bell’isola dell’Oceania. Edificarvi la nuova Roma. Corseggiare, combattere. Ricominciare la nostra storia. Giuochi al cielo aperto e nudi. La religione della natura. Nuova arte. Qualche volta si penserà alla patria lontana che sarà già in preda agli stranieri, etc. etc. Io la sento questa canzone svolgersi nel mio cuore altamente gloriosamente. Leggi l’epodo XIV (mi pare) d’Orazio. [13] Togline la rettorica. Mettivi l’emozione del poeta moderno. Poni un paese vivo e vero invece delle sognate isole fortunate. Allargati in descrizioni etc. etc.

Ma sogni sogni sogni. Per altro un testamento lo lascerò se tu mi farai stampare, come hai promesso, le mie poesiacce vecchie. Scrivimi subito e consigliami seriamente. In caso patteggerò d’aver un mese delle vacanze perfettamente libero e allora ci godremo insieme. E la « Cronaca »? E la « Domenica Letteraria »? E Saffo? E la tua salute preziosa? Preziosa davvero! Che sogno che io ho fatto! Quello sí che sarebbe la felicità! Ma tu non sei serio. Addio! Tuo GIOVANNI

Io mi sono suicidato. Sono stato io che ho fatto dare l’esame a Biadene. Se Biadene non avesse dato l’esame, non avrebbe potuto concorrere. Se io avessi avuto il premio, ora non mi troverei a questa disperazione.

La vera causa della delusione amara per il premio V. Emanuele stava tutta nella votazione dei commissari, i quali dovevano essere tre – Carducci, Gandino e Pelliccioni — e invece si ridussero a due, perché il Gandino non intervenne lasciando peraltro all’arbitrio del Carducci il suo voto. Or avvenne che il Pelliccioni si pronunziò per Giovannino e il Carducci per Biadene. E poiché il voto del Carducci valeva per due, cosí Biadene ebbe il premio e Giovannino la « menzione onorevole avente valore morale di premio ». Che poteva importargli quel valore morale? Egli aveva bisogno di un po’ di valore reale. Ne aveva bisogno, oltre che per le ragioni che esponeva al suo amico, anche per procurarsi dei libri. Faceva scuola quasi senza testi, a volte era costretto a farseli dare dagli alunni. All’infuori delle grammatiche, dell’Anabasi (era ancora quella che aveva in collegio) e del vocabolario greco del Leopold, che aveva avuto per cinque lire dal suo amico Giulio Vita, non aveva altro che potesse servirgli per le lezioni e per prepararvisi. Non possedeva nemmeno il vocabolario latino! Lo comprò sette o otto anni dopo a Livorno. Io credo che non ci sia mai stato nessuno che abbia dovuto esporre l’intelletto a più dure prove. Il diploma di quella « menzione onorevole » egli non volle mai mostrarlo, mai toglierlo dall’astuccio tanto gli tornava sgradito il ricordo di questa delusione. E nell’astuccio si trova tuttora.

Qui avrei voluto riportare la risposta che ebbe da Severino, ma disgraziatamente non l’ho piú. Deve essermi andata a finire in una fiammata che feci poco tempo fa con delle bozze di stampa. Rammento però bene che in essa il caro amico lo consigliava a scacciare l’idea di quel matrimonio che oltre essere intempestivo era, a quanto capiva, in contrasto coi suoi ideali. Piuttosto che un sollievo sarebbe stato una rovina per lui, il crollo de’ suoi sogni d’arte, la distruzione del suo avvenire. In quanto ai fratelli gli osservava che da lui non avevano ragione di pretendere nulla, da lui ch’era sempre stato il piú sfortunato di tutti. Lo esortava a star calmo, ad aver fede in se stesso, nel suo grande ingegno e a non preoccuparsi delle difficoltà finanziarie che, stradando coraggiosamente, si sarebbero appianate da sé.

Che effetto producessero in lui le parole di Severino non saprei dire non avendoglielo mai chiesto, ma si può capire dal fatto che egli fece intendere alla svelta alla spasimante ragazza ch’erano inutili le sue profferte, sopra tutto perché aveva le sorelle che stentavano la vita. E cosí fini quell’episodio senza lasciare nessuna traccia nella sua vita.

Forse ci potrà essere qualcuno che, sorpreso dell’apparizione di quella Giulietta, ne voglia qualche altra notizia; ma io ho ben poco da aggiungere a quanto già dissi. Poteva avere allora ventidue o ventitré anni; non erano persone ricche, ma nemmeno disagiate, ed erano di condizione civile. Quando i due fratelli andavano a trovarla, la Giulietta mostrò affetto a Giovannino, che si sentí preso come in un laccio dalla compassione che gli faceva la ragazza, e non trovò il coraggio di levarle la sua illusione. Guai se non le si mostrava propenso! erano pianti disperati. Ma ecco che Giovannino dovette partire per Matera. Allora sí che divampò l’incendio! Non gli dava tregua con le sue lettere appassionate! Ne vidi anch’io molte a Massa, dove in una cassetta aspettavano con tante altre lettere e scartafacci di essere distrutte. Come finí l’episodio ho già detto.

Dopo un po’ di silenzio tra i due amici, Severino mandò sue notizie a Giovannino che gli rispose, usando (come ancora si vede) un foglio insolitamente di lusso.

Caro Severino (non ti meravigliare: carta del preside.) Ho ricevuto questa mane la tua cartolina con piacere immenso e con immensa sorpresa ... Sei crocifisso, eh? Ma per te non viene mai il Resurrexit, o meglio ancora la Deposizione? Troviamo, per iddio, qualche maniera di campare meno male: è una disperazione. Senti.

Consumatum est. L’ho fatta. Queste vacanze non ci vedremo. Ho fatto un affare disastroso ed ho ceduto le mie due mesate di vacanza a qualcos’altro. Mando 150 lire pel piano. Sono poche e credo che non si farà nulla. Povero me! Falino va male perché Peppino non s’è impiegato e non s’impiegherà. Io vado pagando debiti facendone dei nuovi e piú terribili. Che farò queste vacanze? Vorrei andare a Roma anche per studiare, ma specialmente perché a Roma qualche cosa si può trovare da fare: magari il correttore di stampe. Non potresti tastare terreno da Sommaruga, se avesse qualche cosa da farmi fare in quei due mesi, quando tutti scappano? Vedi, io fisicamente e intellettualmente sono molto migliorato. Sono piè forte e anche un poco piè saputo e riuscirei in qualche cosa. Avrò comprato per 200 lire di libri e li ho letti. Mi occupo anche di questioni scolastiche, specialmente pel greco e latino ne’ licei. Poi concorro al posto di titolare di 1’ classe, greco e latino, al liceo di Palermo. Credo che gli esami si diano a Pisa. Son certo di non avere il posto, ma spero di ottenere la sufficienza, e fare invece d’un passo, un salto: d’andare anche reggente, ma in una città dove si possa guadagnare qualcosa in lezioni private etc., fosse anche Girgenti. A Matera non bastano le 137,53 per mangiare e alloggiare; né si guadagna altro. Non c’è un libro. È una morte.

Uno di questi giorni ti manderò il ritratto che mi son fatto fare da un cane girovago fotografo. Vedrai che sono paffuto. E tu, mio caro fratello? Hai sempre male?

Isidoro voleva ch’io facessi su suoi dati un articolo pei maestri di Molinella, infamemente cacciati. Non ho avuto, non ho tempo. Tuttavia finirò col farlo. Mi dispiacerebbe che quel gentile tuo fratello s’avesse a male della tardanza . . .

Senti un fatto. Scrivo a Dall’Oca. Gli mando due lire. Dico: inviami tortellini, una mortadella di Bologna e un kilo di sauce de tomate... Non mi ha risposto ... Bottarino s’ubbriaca ancora. Lo so da fonte sicura. L’altro giorno m’ha mandato il discorso di Carducci su Regaldi. Per ebreo è pensata bene.

S’esce. Addio. Quando saremo a tiro, ti scriverò perché mi faccia ottenere un incarico d’esami. Addio. Un bacio. Scrivi subito e dammi notizie, specialmente sulla tua salute.    Giov. PASCOLI

Restori ti saluta. È un gran bravo giovane. Fa anche dei motti beotici stupendi. Lo propongo a socio onorario.

Innocenzo Dall’Osso (detto Dall’Oca), condiscepolo di Giovannino, era per la sua inalterabile calma e il suo lento parlare, e più anche per le sue contrastanti qualità di archeologo e di commerciante di tortellini e salumerie il divertente bersaglio dei motti e delle burle dei due amici, Severino e Giovannino, non che del Carducci stesso. Egli aspettava sempre che Giovannino gli facesse l’articolato sui prodotti della sua industria. Anche a Matera giunsero le richieste dell’articolo; alla fine, dopo un paio d’anni, Giovannini, essendo già a Massa ed avendo un giorno con sé Severino, fece il tanto sospirato soffietto: quel sonetto di cui già riportai il principio, e che fu pubblicato in un giornale, mi pare, bolognese, al posto della réclame. E il Dall’Osso ne fu arcicontento.

Il riscontro che Giovannino ebbe da Severino alla sua lettera non è possibile decifrarlo del tutto, essendo la cartolina in gran parte sciupata da una macchia: è una cartolina del 5 aprile composta quasi interamente da motti. E Giovannino riscrisse brevemente il 16 aprile; e di nuovo, la seguente, il 23 maggio.

Caro Severino. Ti prego scrivimi una lettera. Dimmi delle cose belle, dei motti. Consolami un poco. Io ti manderei il ritratto, se tu scrivessi. Queste vacanze ... filo per stare a Roma. Sto facendo qualche lavoro, che diventerebbe bello, se tu ci fossi a infuocarmi a irradiarmi a spiritualizzarmi. Seguito a far lezioni di filosofia. Oh! caro Severino, se mi sentissi! Per darti un’idea della mia serietà, io non ho mancato nemmeno una volta a scuola. Anzi sono in credito di certe supplenze sporadiche. Ma la stessa puntualità non sempre posso metterla in altre faccende. Sfido, quando non se ne ha. Un brutto affare quello del piano, sono avvilitissimo.

Ti scriverò se mi scriverai, se no, no.               Giov.

 

Spezia, 30 maggio 1883

Caro Giovannino, non ti ho scritto prima perché da quasi un mese ammalato e il più del tempo in letto. Le buone notizie che ti dovevo dare sono: 1) Un sussidio del Ministero di mille lire a questa infausta bibblioteca che tu sai; 2) la mia probabile andata come professore aggregato (privato) alla università di Torino, come docente di popolaria in Boezia — annue lire duemila — come vedi non c’è da sguazzare. Prego di credere che non sono due motti.

Oggi è il primo giorno che riprendo le lezioni, e non avendo forze ancora bastevoli al grande ufficio, ho dato un tema per poterti scrivere. Non ho capito a che tu voglia ferire con quell’insegnamento della filosofia ...

Almeno in agosto sarai a Bologna; i danari per il viaggio li troveremo, non dubitare. Intendo alla fine d’agosto, per la festa, unico tempo in cui ci sarò anche io. La mia nuova malattia è un indebolimento dello stomaco; chi lo avrebbe detto. Su Brilli si accumulano disgrazie su disgrazie; quando avranno un termine?

Tu hai fatto benissimo ad allontanare le tue idee della conquista di un pulcellaggio. Il pulcellaggio è sempre una cattiva merce anche quando non è avariata. Chiedilo a Brilli che in buona fede crede di averne un par di serque per le mani. E i tuoi studi? e l’andata a Palermo? Ecco: io credo che se tu avrai l’animo di concorrere, darai valorosamente in chintana, tanto ti veggo bene imbardato.

Sai della malattia del Costa? Hai visto quei divini sonetti Ça ira del Carducci? Speravo che Ugo mi squacquarellasse dieci pagine di quelle sue bellissime ammirazioni, ma è rimasto muto. [14] Tuo   SEVERINO

Cosí Severino continuava con i suoi « motti ».

« OH ! POTESSIMO STARE INSIEME! »: LE VACANZE DEL 1883

Erano piú di tre mesi che Ida e Maria non avevano lettere di Giovannino. Per quanto esse gli scrivessero per avere sue notizie, nulla! Che poteva mai essergli accaduto? Che non ci volesse più bene? No, non era questo.

Matera, 27 aprile 1883

Mie carissime Ida e Mariuccina. Vi scrivo di scuola mentre i giovani fanno un lavoro d’esame, e ogni tratto c’è chi bisbiglia, e allora io strabuzzo gli occhi e faccio sssss. Vi scrivo questo perché voi avete a credere che nel mio silenzio c’entra sempre un poco la grande occupazione. Ora poi sono più occupato che mai, perché sostituisco il professore di filosofia ammalato. Ma il molto da fare non m’impedirebbe, e non m’avrebbe impedito mai di scrivervi, e avrei sempre trovato, o di giorno o di notte, degli spicchi d’ora per conversare liberamente con voi, miei buoni angeli; se ciò che del mio tempo non è occupato dal lavoro non fosse ingombro dal dolore: dolore che diventa angoscia desolata sol che io vi richiami per un poco al mio pensiero. Vi dirò in breve ciò che mi martella il cuore. Sono cose meschine che mi dispiace tanto dovervi dire, ma come si fa? devono pur servire se non a giustificare, almeno ad attenuare la mia colpa.

In questo paese dove non c’è nessuno degli agi de’ paesi grandi, e dove c’è anche più caro ne’ fitti e ne’ viveri che nelle città grandissime, io sono stato, per un ebete equivoco dell’Intendenza di Finanza, 4 mesi e senza stipendio, sicché ho dovuto fare alla meglio, cioè alla peggio, e scombussolare il mio bilancio e guastare i miei bei disegni. Pure mi son dato attorno per il regalo promesso alla Mariuccina, e ho avuto il dispiacere di non esserci riuscito ancora, e di non poterci riuscire cosí presto. (Dentro l’anno, però). Perché? A meno di 450 lire non ne ho trovato dei piani, e queste lire, per le ragioni dette sopra, non le ho potute ancora raccapezzare, anche perché devo pensare a molti impegni, ché Falino non può pensare a tutto; la ragione è che deve pensare a... chi voi sapete.

Care sorelline, in questo primo anno che io son fuori, bisogna che mi tolga via di dosso ciò che il passato, piuttosto triste, m’ha lasciato di scorie; quest’altr’anno credo che starò meglio perché migliorerò di condizione e di sito. Ho lavorato, sapete, e lavoro; e alle mie fatiche non spero e non sogno che un compenso, quello di potervi essere veramente utile. Oh! potessimo stare insieme, per es. in una città di Romagna, colla zia. Vedreste ch’io non sono affatto quello che mi dipingono, scioperato sfaccendato smemorato! È tanto bello questo sogno che faccio, che mi vien voglia, ogni tanto, di rinunziare alla carriera governativa e al mio grado, e accettarne uno, anche minimo in un comune. Che ne dite voi? che ne dite?

Vi prego di scrivermi subito, caso mai aveste qualche bisogno urgente di qualche cosa. Vi mando il ritratto che m’ha fatto un certo arfasatto che passava di qui giorni sono. È brutto, ma io non sono bello. Vedrete che sono ingrassato un poco. È aria grossa e afosa che gonfia e fiacca. Non vedo l’ora d’uscirne. Termino ché questi ragazzini mi seccano con degli schiarimenti che mi domandano: e io rispondo loro umanamente, per amor vostro. Se sapessero che hanno due protettrici biondine e bianche, come due sante, lontano lontano... Ma essi non imaginano nulla e ora s’approfittano un poco troppo della mia compiacenza, di modo che chiudo la lettera e rompo l’incanto.

Salutate e baciate tanto la nostra zia; ditele che io mi chiamo in colpa di non aver scritto, sebbeno qualche dolorosa ragione, ahimè, ce l’avrei a mia scusa. Ditele che mi perdoni e mi ami; che io l’amo e l’amo molto ... Noi saremmo buoni figlioli, tutt’insieme, e ci stringeremmo come bambini intorno a una madre. Ma è gran tempo che siamo soli e costretti a strappar la vita, senza avere a sera baci consigli o incoraggiamenti di sorta.

Care adorate mie sorelle, arrivederci presto. Ora un bacio, mille baci anzi.

Vostro    Giov.

Gli sorrideva il sogno di stare insieme! Sogno che sorrideva pure alle sorelle; ma quando, ma come avrebbe potuto divenire realtà?

Falino a Bologna andava di male in peggio coi suoi interessi. Non solo non riusciva a far fronte alla sua parte di passività, ma nemmeno a bastare col suo stipendio, sebbene allora fosse discreto, al necessario della vita quotidiana. E ciò perché gli era rimasto a ridosso il fratello Giuseppe, non essendo stato possibile fargli avere un impiego per aver egli fallito all’esame. Falino soffriva e si disperava, e Giovannino anche più di lui, che era costretto ad accrescere i suoi debiti e a far di meno di tante cose che gli occorrevano, per portar soccorso a loro. Persino la somma, ch’egli mandò con tanto sacrificio per il pianoforte, serví ai due fratelli. Cosí Giovannino fece anche una figura poco bella presso l’incaricato dell’acquisto del piano, che aveva già spesa la parola col negoziante e aveva anche ottenuto di poter fare il pagamento a rate. Dopo, l’incaricato non volle occuparsene più. Questa la vera causa che rese vana la promessa di Giovannino a me. Giuseppe rimase parecchi mesi, poco men di un anno, con Falino; poi un bel giorno se ne andò, insalutato ospite, a Rimini. Aveva avuto la promessa di un impiego; ma di sicuro si sapeva solo che viveva bene, molto molto meglio degli altri due, i quali del resto erano tanto contenti che anche lui potesse mettersi in via. Al ritorno di Giovannino per le vacanze, Giuseppe era già andato via.

Una favorevole occasione lo riconduceva a Bologna; perciò deponeva il pensiero d’andare a Roma a cercar lavoro, e si affidava alla possibilità di avere qualche ripetizione che sostituisse in parte i due mesi di stipendio che aveva sacrificato come egli stesso ave-va scritto a Severino. Il 6 luglio ci annunciava che sarebbe a Bologna per il 15, approfittando del ribasso del 75 per cento per un’elezione; e che poi verrebbe a Sogliano con Falino.

Andò infatti difilato a Bologna. Non rammento di che elezione si trattasse; fu l’unica a cui prese parte in tutta la sua vita e non per altro che per approfittare delle riduzioni della spesa di viaggio. Egli non credeva che l’Italia fosse matura per il Parlamento, non essendoci libertà.

Severino dopo alcuni giorni dall’arrivo di Giovannino gli scriveva da Firenze, pregandolo d’interessarsi presso il Carducci perché il Ministero non mandasse via da Firenze il collega Alvisi; e Giovannino il 26 luglio 1883 promette di farlo; e dice: « Ho ricevuto la tua lettera proprio ora; non so l’ora precisa perché ieri ho deposto in luogo sicuro l’oriuolo. Se tardi a venire, tu mi vedrai senza penne affatto, senz’anello e senza spilla... ». E il giorno dopo:

Caro Severino. Iersera con garbo e con bel modo dissi la cosa al Carducci, che mi rispose, e garbatamente anche lui, che sapeva tutto, che s’era già adoperato. Aggiunse peraltro un ma... pieno d’incertezza e quasi di sfiducia nelle sue pratiche. Io non domandai altro, e forse mi sono ingannato nell’interpretare il ma...: ora t’avviso che l’ho avvertito. Questa sera, anniversario della sua nascita, sono invitato con la cavalaza a desinare da lui: parlerò ancora e ti scriverò un’altra volta, se c’è bisogno. [15]

Dio che noia! Vita se n’andrà a spendere il mal tenuto a Rimini. Fiorini vuol tornare a Firenze a « sviluppare il lato poetico » in qualche altro ebreo. Con me non resta che il tuo caro concittadino, il gentile Gnoccherini. Se tu non vieni, come si farà?

In questi giorni c’è a Bologna il prof. Ferrari il barbuto. Ieri sera prese una sbornia terribile. Non pareva. Aveva la sua solita faccia e il suo solito fare. Ma quanto a giudizio non aveva nemmeno piú quel pochino che è solito avere. Si mette con un viso duro a declamare delle poesie sudicissime ... avanti a Carducci che s’arruffò. Poi, parla toscano, aspirato, sguaiato, con mistura di modenese de’ monti. Oh! conte di Culagna! È amabilissimo, e si ride a crepapelle.

Uno de’ miei fratelli, Lascaro, non è piú qui e non ti saprei nemmeno giurare dove sia. Pare che debba essere impiegato da Torlonia. Cosí sia. Stoiano [16] raglia piú del solito, e beve come sempre. Quest’altro anno si starà bene, speriamo.

Portami da Firenze, se puoi, qualche fascicolo di lezioni comparettiane sui lirici e su Aristofane.

Tanti saluti ad Alvisi. Tanti saluti da Gnaccarini, da Stoiano, da Fiorini, dalla cavalla (che bel motto il tuo! chiamarla Ugo!). Un bacio del tuo amantissimo      GIOVANNI PASCOLI

Bologna, 27 luglio 83

Ida e Maria lo aspettavano con ansia e sempre invano. Non scriveva nemmeno. Perché mai? La causa vera del suo silenzio e del suo indugio (noi però non ne sapevamo nulla allora) era che non aveva soldi e non voleva dirlo e molto meno venire a mani vuote. Invece nella prima decade di agosto a Sogliano venne Falino, che era stato a svariarsi per una settimana al mare di Rimini, e si trattenne con noi due o tre giorni. Ci disse che Giovannino non poteva venir subito perché era occupato in ripetizioni e in altro, ma che non avrebbe tardato molto. Ci consolammo un poco.

Severino, sulle mosse di partire da Firenze per Bologna, ne dava l’annuncio a Giovannino il 2 e il 4 agosto 1883. Giunse finalmente e passarono insieme parecchi giorni in un lieto ritrovo di amici e giocondi banchetti anche col Carducci. L’anima di tutte le allegrie era sempre Giovannino, come se ne avesse ad esuberanza. Invece celava in cuore tante pene. Poi Severino andò all’Alberino, donde scriveva:

Carissimo Giovannino, impossibile l’articolo su Garibaldi; ho i nervi e mi manca la vena: ci vorrebbe dello slancio, che non può venire che dalla salute conscia delle sue forze; io seguito ad affliggermi della mia ostinata malattia. Ringrazia Visani e salutalo.

Intendiamoci. Domenica (26) è la festa dell’Alberino. Bisogna ch’io sappia subito: 1) se viene il Carducci; 2) se siete disposti a pigliare insieme con gli amici una carrozza il sabato e farvi trascinare fin qui. Se viene il Carducci, e non avete la buona disposizione indicata, io farò il possibile (qui sono cose di stato trovare un bucefalo) per mandare un cavallo e un carrettino ed un auriga (mio fratello) a pigliarlo subito; e voialtri bisognerà che fino da giovedí andiate allo stallatico a pigliare il posto per sabato. Se il Carducci non viene farete lo stesso...

Ricorda a Brilli che è aspettato mercoledi, e tu pure se vorrai venire orr lui, farai bene.

Ti prego vivamente di non mancarmi tu per la festa. Se viene Bottarino, amichevolmente avvertilo prima di non parlare di politica in nessun luogo, checché oda. Invita Visani. Gli farai la stessa raccomandazione ..., ma a dirla francamente e in confidenza, io aggradirei piú che il Visani venisse in altro giorno, perché temo che qui, ricordandosi del suo discorso, non facciano nascere qualche cosa di serio in teatro. Perciò regola tu la cosa, machiavellico amico: ti affido la diplomazia. Sappi leggere questa lettera.

Non mancare e cerca di condurre il poeta. Ho finito il Mago: una prora di affetto, tu potresti darmela rivedendolo prima che lo alleoni alle stampe.  Tuo     SEVERINO

La risposta di Giovannino non c’è: manca nel carteggio conservato di Severino che si trova presso di me; ma si capisce bene che gli rispose, e che di più gli proponeva di condurre alla festa anche Falino che credo non andasse) e il prof. Ferrari (detto dagli amici, per non confonderlo con Severino Ferrari, «Ferrari l’asino»); si capisce da queste poche righe di Severino:

Caro Giovannino, se tu e tuo fratello verrete farete un regalo a me ed a tutta la mia famiglia. Vi attendiamo; vi fermerete qui finché vorrete. Ti prego per altro di non ne far nulla del Ferrari. Che vuoi? nessuno lo conosce in casa mia. Tuo   SEVERINO

Giovannino raccontava (non so però se l’aneddoto appartenga alla festa di quell’anno 1883 o ad altra di altro anno anteriore, essendosi egli trovato più volte da studente con gli amici e con Carducci in quella ricorrenza all’Alberino) raccontava dunque che il dottor Luigi Ferrari, padre di Severino, già al colmo della gioia e dell’entusiasmo durante il sontuoso banchetto, quando tutti con lui uscirono per andare al teatro non poté più stare alle mosse e gesticolando indicava via via ai paesani, che facevano largo al loro passaggio, i due primi della sfilata de’ suoi ospiti, che erano il Carducci e Severino, ed esclamava: « Quello, vedete, è la prima penna d’Italia! Quel giovane che gli è accanto, quello, vedete, è la seconda ». Anche Severino le ricordava quelle parole, e se ne compiaceva.

Non ostante gli allegri banchetti con gli amici e la gita divertente dell’Alberino, quelle vacanze furono per Giovannino oltre modo tribolate, per il grave disagio economico suo e di Falino e per l’affannoso pensiero di cercare e trovare una maniera di poterlo temperare un pochino per tutti e due. Falino, il 19 agosto, appena si fu reso a Bologna dopo averci vedute, ci scriveva che Giovannino sarebbe partito da Bologna il 15 di settembre, e che prima del 20 sarebbe col fratello a Sogliano. Prima avevano da sbrigare un affaruccio alla Banca di Savignano (si seppe che era una cambiale, non ricordo bene se di 500 o di 1000 lire) riuscendo così ad eliminare alcuni dei debitucci più urgenti e ad avere un po’ di denaro in tasca. Ma per quanti anni si trascinò quella cambiale prima che potessero arrivare ad estinguerla !

Fatto l’affaruccio, Giovannino corse a Sogliano. Ida e Maria erano un po’ avvilite per la lunga attesa, ma egli ci rianimò subito rassicurandoci del suo immutabile affetto. Ci forní di soldi, appagava ogni nostro desiderio, ci conduceva dove volevamo, era sempre lui ! sempre il nostro Giovannino !

L’ultimo di settembre avvenne il nuovo doloroso distacco. Quanto si pianse tutti e tre! Essendo capitato nella mattina a Sogliano il fratello Giuseppe con un barroccino che aveva preso a Savignano, Giovannino per fermarsi qualche ora di più con noi rinunziò a partire con la diligenza, e partí invece sulla sera col fratello nel suo disagevole e strabalzante veicolo.

Care sorelline, vi scrivo proprio da Bari come v’avevo promesso; per altro non già appena arrivato. Ieri sera mi disturbò un vecchio Zurighese con cui mi son trovato in treno e ho desinato. Il viaggio da Sogliano a Savignano fu compiuto felicemente: ma un freddo, un buio! Devo molti elogi a Peppino che ha guidato bravamente, e ha bravamente sfidato il freddo e il buio. Io battevo i denti, e guardavo e sognavo. Mi pareva d’essere rincorso e d’essere affrontato da assassini a ogni passo. Vedevo, giri nel pendio ripido, delle forme gigantesche che correvano in frotta come per riuscirci davanti, sulla via. Erano alberi. Ma insomma tutto è andato bene. Arrivammo in tempo e partimmo tutti e due sul diretto: io per Bari, Peppino per Rimini. Sono arrivato alle 9 di ieri sera e riparto oggi alle 4 pom. Ho schiacciato una tal dormita, che m’ha rinfrancato della veglia e del viaggio.

Dunque siamo intesi? Voi dovete mandarmi una lista di cose che vi bisognano per l’inverno. Anche eccedessero la somma piccolina che io ho accennata alla Mariuccina, non importa. Se non potremo prendere tutto oggi, prenderemo domani: non è vero, mie pazienti sorelline?

Voi lo sapete; io sono molto dolente di vivere separato da voi. Almeno potessi fare qualche castello in aria! Ma voi non lo permettete. Almeno potessi, per es., quest’altro anno, passare un mese, le vacanze con voi. Ma non si può, perché io non vorrei disturbare nessuno, e non vorrei che nessuno s’offendesse. Vedete, io e Falino vorremmo prendere due camere in affitto, o a Sogliano o vicinissimi. Non si potrebbe? Farebbe il muso nessuno? Daltronde meglio che lo si faccia per non averci, che per averci in casa. Non è vero?

Deve scrivere l’Ida in principio e la Mariuccina poi. Sotto la scrittura d’ognuna deve esserci la firma. Avete capito? Altrimenti l’Ida non scrive mai. Idina e Mariuccina, io non so proprio che cosa dirvi! Vi voglio bene, ecco tutto. È tanto il bene che vi voglio, che ho delle pretese. Già, voglio essere compensato di questo sterile affetto che v’ho dimostrato cosí tardi, e cosí male. Io voglio per premio la vostra confidenza. Voglio che vi fidiate di me, che vi confidiate in me.

Dite alla zia ch’io sono stato lusingatissimo ch’ella abbia detto, due o tre volte, che io sono serio. Farò di tutto perché ella continui a dirmelo e le vorrò molto bene sempre alla vostra mamma, alla nostra benefattrice, a quella che m’ha conservato ciò che ora mi fa sopportare la vita. Datele un bacio per me.

Aspetto vostra lettera a Matera, subito. Ricevete mille e mille baci dal fratello che v’adora.

GIOVANNI

Bari, 2 ottobre ore 2 pom. 1883. Hótel du Risorgimento

 

Veramente, non c’era nessuno che potesse fare il « muso » per ospitare via via or l’uno or l’altro fratello.

ANCORA A MATERA: CORRISPONDENZA CON GLI AMICI
E LE SORELLE (FINE DEL 1883 - PRIMI DEL 1884)

Eccolo di nuovo a Matera. [17] Questa volta però vi giungeva pieno di fiducia di poter migliorare la sua condizione, sperando di poter fare qualche buon lavoro e anche di poter avere qualche buon incarico che fosse capace d’ingrassare un po’ sensibilmente il suo magro stipendio di 137 lire mensili. Intanto gli rimaneva l’incarico che aveva avuto l’anno avanti insieme al Restori, quello cioè di riordinare la Biblioteca comunale annessa al Convitto dove era il Liceo. Ma essendo stato trasferito il Restori, col quale aveva pure in comune un piccolo appartamento (appartamento per modo di dire, però molto costoso), egli pensò di cedere quell’alloggio a un altro collega, e di chiedere per sé una stanzetta nel Convitto, in compenso del lavoro che avrebbe fatto per la biblioteca. Si rivolgeva perciò al suo buon preside Vincenzo Di Paola, che era anche direttore dell’Istituto.

 Il figliuolo dell’uomo non ha pietra sulla quale posare il capo. Ho ceduto la casa al prof. Della Cava. Dove andrò? Dalla bozza di lettera che le accompagno, ella vedrà un mio pensiero; ma esso ha bisogno di essere accettato e approvato da Lei. Ella è tanto buono! Io starò sempre segregatissimo, non mi occuperò di nulla; lavorerò per la biblioteca e per me, remoto e celato. Se ella mi vorrà vedere, bisognerà che mi chiami. La prego. Suo dev.mo      Giov. P.

Sullo stesso foglio (forse fu per questo che la lettera gli tornò in mano) c’è tracciata la bozza a cui accenna, ed è la domanda al Sindaco per « una stanzetta nel Liceo, piccola e remota dove porre un letticciuolo, e stare a studiare, senza disturbo dell’istituto, e senz’altro incomodo de’ suoi superiori ».

Ebbe cosí tutto nel collegio, stanza e vitto, poiché per il vitto seguitava a esservi a dozzina come l’anno prima. Sedeva a mensa col preside e con altri capi dell’istituto, e i cibi erano assai buoni. Del resto egli non aveva nessuna pretesa e nessuna ricercatezza nel mangiare. Dopo la sua crudele fame della giovinezza, era una gran cosa per lui il potersi nutrire tutti i giorni. Cominciò a Matera ad acquistare un po’ di complessione della corporatura, e non già per lo scirocco, ma per essersi trovato « a poter mangiare tutti i giorni », come più volte disse a me e ad altri.

Certo era una cosa buona per lui l’essersi potuto sistemare a quel modo, ma perché le sue speranze potessero venire confermate avrebbe avuto bisogno di non dover pensare che all’avvenire e di poter fare i lavori che vagheggiava. Ma ancora invano. Mise al telaio degli studi su Saffo, ma dovette lasciarli a mezzo; e cosí pure degli studi sulla favola in Grecia e in Roma. Si mise anche a fare delle traduzioni dal latino e dal greco col fine di comporre un primo libro per le scuole, ma a un certo punto gli cascarono le braccia per non avere l’editore che gli facesse credito e gli desse qualche anticipo, avendo egli necessità estrema di un po’ di guadagno immediato. Cosí dovette contentarsi per anni ed anni di soli sogni anche per i suoi lavori.

Insomma, non ci sarebbe stato male a Matera, tra l’affetto e la stima di tutti; ma i crucci che aveva nel cuore gli avvelenavano tutto. Col preside Di Paola – che gli fece vedere le prime parole che nella relazione al Ministro riguardavano lui: « Questo sí, che è un professore » – Giovannino conservò sempre amichevole relazione, nella misura, si capisce, d’inferiore a superiore. Si trovò un’altra volta con lui a Livorno dove il Di Paola fu per un anno provveditore agli studi ed egli continuava ancora nel faticoso insegnamento secondario. Nel maggio del 1911 giunse a Giovannino un libro dal titolo Versi e prose con questa dedica: « A Giovanni Pascoli - senz’altri titoli (questi son chiusi nel suo cuore) - ricordo del vecchio preside di Matera V. Di Paola ». Come gli fu caro quel dono e più ancora la buona memoria del suo primo Preside! Il 15 giugno 1911 da Bologna gli scriveva una bella lettera di ringraziamento, che fu poi pubblicata nel «Marzocco». Vi ricordava il tempo passato a Matera, «in quella povera città di trogloditi in cui vissi cosí felice, sebbene cosí povero!». E dice di leggere Versi e prose con amaro rimpianto «per non esser tornato sin d’allora in questa cristallina purezza e trasparenza che da fanciullo amai nel Leopardi...».

Le due seguenti lettere scritte al suo carissimo amico Raffaello Marcovigi (dal quale le ho avute trascritte), a parte i motti e gli scherzi che contengono, mi pare che dimostrino chiaramente il buon volere ch’egli già aveva di fare cose buone e utili per la scuola. Ma, come ben si vede, gli mancavano i ferri del mestiere.

Matera, 28 ottobre 83

Mio gentile biondino, tanti ossequi e saluti alla tua signora Mamma e alla gentile signorina Clementina e all’ottimo tuo padre.

Ho bisogno di te. Tu, che sei un perfido ragazzo, lo hai già detto nel tuo pensiero. Il ranocchio che hai nell’ugola ha già gracchiato una volta o due: tre con questa. È vero? Tu hai sgracchiato proprio in questo momento. Scrivimene.

Voglio fare, per alte ragioni didattico-morali, un piccolo commentario della rivoluzione italiana; voglio dire delle nostre guerre. Consisterà in una piccola antologia di proclami (primo fra tutti, quello di S. Maestà sarda nel ’59, sublime!), di aneddoti parlamentari e guerreschi, di descrizioni, di narrazioni, di discorsi, di canzonette popolari, di inni di guerra, riguardanti specialmente il ’59 e il ’60, Vittorio Emanuele e Garibaldi, Cavour e Mazzini.

Il tutto deve essere tradotto in latino. Parlo sul serio. Qui in questa selvatica città... non c’è raccolta di giornali, nulla. Anzi è questa la ragione che mi incita al lavoro. Non voglio che i miei giovani conoscano Germanico e ignorino Garibaldi; che sappiano dir cose molte sul regifugio e niente sulle battaglie di San Martino e del Volturno. Nessuno farà conoscere loro, se non mi ci metto io, un poco della storia per la quale sono e pensano, e allora, non conoscendola, diventerebbero dei camorristi, come tanti altri, e non solo non sarebbero buoni latinisti, ma sarebbero pessimi cittadini. Quello che ho detto è detto sul serio. Non ci sei avvezzo, eh? Caro biondino mio, questo trasformismo!!!! ...

Vorrei che tu mi mandassi libri opuscoli giornali ne’ quali potessi spigolare. Potresti mandarmeli per pacco postale raccomandato, e per pacco p. raccomandato te li rimanderei. Sai che non avresti a dolerti di nulla. Ora, so fare le cose mie per benino. (Le avrei sapute fare anche per l’addietro, ma non avevo credito).

Vorrei anche che tu t’informassi se sono vendibili a Bologna, dal Calzoni o dal Rattazzi o che so io, delle buste eleganti in tela e oro da metterci billets doux, e cose simili, con sopravi scritto, Memorie, ricordi o altrettanti motti in italiano. Ci vorrebbero poi di una certa misura. Falino mio fratello la possiede, questa misura, e tu potresti richiedergliela. Scrivimi poi quanto costerebbero.

Non fare ciarle con quegli sciocchi politicanti che bazzicano la Scienza (il caffè) né con altri di ciò che t’ho scritto de’ miei commentari. Consúltati, se credi, col Belvàder, che nella sua qualità di moderato (ciò che sarai tu, non so fra quante settimane o mesi) deve intendersi di certe cose. Non come te peraltro, che essendo passato per tutta la gamma politica, da socialista anarchico ... ?, sai tutto, le gesta di tutti, le opinioni d’ognuno, Biondino!, e non credere che io sia ora o sia per divenire domani de’ vostri. Io amo l’Italia e odio gli infami che... ci mangiano su, alphonses che sono. Tu non sei di questi peraltro. Tu sei il biondino mio buono e bravo.

Mi rallegro della tua nuova carica di vice segretario del Comitato pei minorenni (quasi scrivevo vice minorenne del comitato etc. etc.). Tanti saluti dal tuo collega T. O. Cesardi. Saluti a Battistini. Tuo Giov.

 

Matera, 15 novembre 1883

Caro Biondino, va che sei proprio un buon figliolo. Mandami dunque quello che hai raccapezzato. Sai che cosa mi vorrebbe? L’album (cosí dicono) della guerra del ’59, con relazioni ufficiali. Per Lafarina spero di provvedere qua. Qua c’è pure la raccolta dei discorsi di Cavour. Mi vorrebbe qualcosa di aneddotico, per es. la vita di V. Em. del Massari e qualche compilazione d’occasione. Ma troppa grazia Sant’Antonio. Manda ciò che tu vedi da te che è piú opportuno. Mandami anche un catalogo dell’editore francese dello Spencer e del Taine, se è lo stesso: dell’editore insomma, o degli editori che stampano in Francia opere filosofiche. Credo sia il Morin.

Se potessi farmi il piacere di fare acquistare in Firenze una cartella grandetta e una piú piccola per saggio, secondo il modello che ti porterà o che tu chiederai a Falino mio fratello, mi faresti un gran piacere. Non sono per me e ti garantisco che saresti rimborsato a posta corrente. Anzi potresti avvisarmi per cartolina del prezzo su per giú che te lo manderei prima.

Caro Biondino, quest’anno me la passo molto meglio, s’intende in finanze, perché della salute e il resto non ci ho mai il tempo e l’agio di pensare. Spero di avere un gruzzoletto per quando tornerò e divenirmi un poco teco a Rimini o altrove, se pure tu degnerai d’avermi qualche volta a compagno, damerino che sei. Poi prenderò moglie. Farmisi il piacere di trovarmela tu che hai molto tempo e molte conoscenze. Io, oltre che non ho tempo né conoscenze, non saprei comme m’y prendre.

Saluti a Battistone e dimmi se ha ancora un erede. Prega da parte mia C. Ricci [18] di risparmiare noie ai lettori e fastidi ai critici ... Eppoi ci va di mezzo anche la moralità. Perché far fallire quel povero cretino di Sommaruga? ... Oh! vuole forse Stecchi che il suo editore vada a finire in un postribolo? ...

Ho poesie a mano italiane e latine. [19] Qualcosa forse pubblicherò se peraltro smette di pubblicare Stecchi. Allora io presenterò, legato in pelle e oro, il volume – che mi ha fatto per piú anni macro – a te e alla gentile tua sorella. La quale sei pregato di salutare con tanto affetto quanto rispetto.

Riverisci anche la signora tua madre e il signore padre, e scrivendo, ricordami al bellissimo Giulietto e ammoniscilo da parte mia, d’un professore!, che non studi, non studi, non studi. Tanto non conta! Un bacio da fratello, mio caro biondino, dal tuo          Giov. PASCOLI

P. S. Non far parola del mio disegno. Non voglio imitatori. Per questo non scrivo. Guarda Carducci come è infelice!

Ma si ricordava anche di noi.

Matera, 22 ottobre 1883

Care sorelline mie. (Non consegnate l’acclusa. Leggete prima.) Nan ho potuto scrivere prima, non tanto per le grandi faccende, quanto perché avevo bisogno di sapere certe cose che le centinaia di chilometri che mi separano da Bologna m’hanno impedito o ritardato di sapere. Perdonatemi voi che ci siete avvezze a perdonarmi: perdonatemi, care sorelline mie che mi volete bene, quando io lo merito poco.

Vedete che io non vi mando quanto modestissimamente avete detto che vi bisogna. Anzi, a dire il vero, non ho capito nulla, o poco. Quaranta per tutte e due? Non può essere. Intanto vi mando queste e aspetto desidero voglio che mi diciate quanto rimane ancora. Siate franche perché io comincio a navigar bene, sebbene, in questo primo mese, abbia un poco dato nelle secche. È la storia dei principi. Ma sento e so d’andare molto meglio che l’anno passato. Ogni mese, verso il 28 o il 29, vi manderò qualche cosa. Per ora poco, ma su venti (credetelo, io arrossisco nello scrivere questo venti) lire mensili contate pur sempre. Contateci dunque; ma pensate anche che ciò non è in pregiudizio di quello che m’avete scritto e mi scriverete, dichiarandovi meglio, che vi bisogna. Suppongo che siano altre quaranta lire. Peraltro non posso dirvi di mandarvele cosí sul momento; aspetterei due settimane almeno. Dichiaratevi dunque.

Due o tre giorni dopo la data di questa, riceverete (indirizzato all’Ida come questa, perché di lettere raccomandate e di pacchi postali non credo che si possa fare invio con indirizzo collettivo) un pacco postale contenente un provolone, ossia una specie di formaggio molto apprezzato qui e altrove, ma che non so se piacerà a voi e alla zia. Ma non c’è altro di buono o di quasi buono in questi scogli. Io ve lo mando a ciò ne facciate un presente alla zia nel giorno 2 novembre, che è Santa Rita. Le presenterete allora anche la lettera acclusa. L’accarezzerete e la pregherete di scusare la tenuità e grossolanità nel tempo stesso del dono, e di tener conto solo dell’intenzione. Le darete tanti baci per me ...

O mia cara Idina, ti vedo e ti sento ancora. Mia buona Mariuccina, io credo d’essere non molto lontano da poter realizzare finalmente un tuo sogno, povera Mariuccina. Io non mi sono fatto conoscere a voi che in condizioni relativamente buone; eppure quanto quanto misere! Non potere, e già da un anno, soddisfare ancora a un bisogno piú che a un desiderio della mia diletta Mariuccina!

Addio. Vi bacio, vi abbraccio. Mille, duemila volte. Io vi prego di amarmi e di perdonarmi. Tenetemi sempre sopra il capo la vostra dolce benevolenza; essa m’incoraggia, mi fortifica e mi fa felice. Addio. Arrivederci... non so quando! Vostro fratello            GIOVANNI

A Sogliano giunse puntualmente il dono annunziato, accolto gioiosamente dalla zia e dalle sorelle. L’accompagnava una nuova letterina.

30 8bre 83, Matera

Care sorelline mie. Oggi è partito il pacco postale contenente il provolone e una manteca (cosí chiamano qua quella specie di burro di cui vi ho parlato), per saggio ...

Ho il dubbio che non v’arrivino pel 2. E se v’arrivassero, ho il dispiacere di non aver pensato che quello è un triste triste giorno per festeggiare chicchessia. A ogni modo, carine, festeggiatela la nostra buona zia, che sola ha fatto per voi, e quindi per noi, le veci di tanti poveri morti. Abbracciatela e baciatela da parte mia. Ditele che compatisca la volgarità della mia offerta. Non c’era altro di meglio. A proposito. Vi piacciono i fichi secchi? Il mezzogiorno sapete che è la patria de’ fichi secchi, sebbene a me non piacciano molto; ma a voi e alla zia forse garbano; e allora ve ne manderò.

L’anno mi si mostra bene. Vi ho già detto, cioè scritto, che per ora so di poter disporre la piccola e vile somma di lire venti al mese per voi; che con novembre ve la spedirò regolarmente alla fine del mese; che spero di poter crescere ben presto; che intanto voglio che mi diciate ciò che vi bisogna ancora per le provviste invernali. Desidero, mie buone sorelline, d’essere contentato subito di questa risposta che vi chiedo. Quanto?

Io credo che nelle vacanze autunnali dell’anno che entra sarò molto felice con voi, perché avrò qualcosa in serbo. Vogliamo andare a Rimini con la zia, ma non importa poi della zia. Se andassimo alla Cattolica? o a Pesaro? o a Fano? Ma dove che sia i bagni li farete, care piccine, sebbene all’Ida non so che bene possano fare, almeno rispetto all’appetito.

Tanti baci, Idina e Mariuccina mie, angioletti nostri. Baci alla zia, saluti ad Emilio, alla Peppina, alla Rosa, a Lami, a Giuseppina, a tutti da parte del vostro esule fratello, mesto solo per la vostra lontananza, tirante del resto allegramente la sua faticosa carretta.                GIOVANNI

P. S. 1° Resta fermo il patto che voglio in ogni lettera vedere due caratteri e due firme. Eh! Ida!

P. S. 2° Credevo e credo che lettere racc. e pacchi postali non possano essere mandati a indirizzo collettivo perché si richiede la firma. Forse m’ingannavo e m’inganno; ma ho voluto essere certo del fatto mio. Ora che dirà quel birichino del covanidio? Vorrei scommettere qualche cosa di molto prezioso (per esempio un piatto di patate fritte dalla signorina Ida) che lo spazzanido si lamenta che io non abbia indirizzato la lettera a lei! Oh! non è ella la Mariuccina? la pensosa e amorosa Maria? L’Ida, invece, è la Marta di casa: fa tutto lei la povera Martina!!!!

Ida e Maria intanto coi soccorsi del fratello poterono farsi le scarpe, i vestitelli ed altre cose a loro necessarie per l’inverno. Ed erano felici non potendo davvero immaginare i sacrifici che egli faceva per loro. C’incoraggiava tanto a chiedere, che noi, misere misere, chiedevamo. Era l’unico che avesse pensiero delle sue sorelle, e noi ci eravamo attaccate come due naufraghe a quel gran cuore, scoglio incrollabile in mezzo a tante tempeste.

Ai primi di gennaio ci mandò una bella cassetta di dolci squisitissimi, i più buoni dolci che io abbia mai sentito, accompagnandoli con una letterina del 4 gennaio 1884.

Nel carnevale gli scrivemmo noi, dicendogli che la zia Rita ci conduceva per alcuni giorni a Rimini dalla sua sorella, nostra zia Gigia, e che ci saremmo fatte il ritratto che lui desiderava, ma che non avevamo soldi. Ed egli, subito pronto ci mandava il danaro e ci scriveva:

Care sorelline. Ho ricevuto oggi soltanto, 15, la vostra cartolina datata dal 9, ma che è partita da Sogliano solo il 12. Esco di casa, dopo la scuola, con questo foglio per spedirvi un vaglia telegrafico. Ma non ho trovato nessuno dell’ufficio postale. Siamo in Barberia. Perciò, ve lo spedisco in questa maniera ...

Care bambine, quanto piacere! Voi vedrete il mare, vedrete delle belle cose, vi divertirete, e sopra tutto vedrete le care cuginette e la zia Gigia! Date loro tanti baci da parte mia, dite loro che ho ricevuto il loro biglietto in risposta al mio, e se non fosse che lavoro come un ciuco, e non ho un momento libero, e, sopra tutto, un momento giocondo, avrei scritto lungamente anche a loro, come a voi, mie povere sorelline. Ma io non vi dimentico, come non dimentico nessuno. Dite al caro Peppino (al quale darete infiniti baci) che gli scriverò, quando avrò un poco d’agio. Non è cosí per dire. Non ho proprio tempo: sono stizzito, accanato, furioso. Ma queste vacanze!... spero bene... Vi scriverò a comodo i miei sogni, poesie e novelle che vi divertiranno, spero. Ora scrivo in un caffè, sulla carta che vedete, quella che ho portato meco di casa. Qua non ve n’era. Scrivo in fretta perché ho paura che la posta parta e che voi tardiate ancora a ricevere questa mia. Scusatemi e amatemi. Baci baci baci a voi, alle due zie carissime, alle cugine cosí buone e cosí belle, a Peppino, alla Teresa, alla Rosa a tutti a tutti. Potessi davvero avere i vostri ritratti. Io non ho qua di ricordi di famiglia che il ritratto del povero babbo.

Un bacio per una. Addio. Vostro        GIOVANNI

15 febbraio 84

Cosí Giovanni passava quella sua vita pensosa e affannata.

LE BOZZE DEL « MAGO » DI SEVERINO - AFFETTI E ANSIE
FRATERNE ANCHE PER L’ANTICO DELITTO (PRIMA METÀ 1884)

Severino aveva ormai in bozze di stampa tutto il suo Mago e desiderava che Giovannino glielo rivedesse, e gli facesse, come gli avevano fatto il Carducci e il Marradi, qualche verso laudativo da porre, con quelli, al principio del volumetto. Gli scriveva perciò sollecitando il favore.

Spezia, 16 gennaio 1884

Il Mago è stampato: se te ne mando i carticini, li correggerai con sollecitudine? Sollecito con la preghiera di dieci anni di amicizia, con l’improntitudine di un fratello, un tuo verso sul Mago; lo darai? e subito (se no, è inutile)?

Come si vive in cotesto porco paese? Oh che desiderio di risolcare Bologna; dovevo dire di bordeggiare Bologna; non tanto per il bordò che noi non beviamo mai, quanto perché ai nostri giorni noi la veleggiamo in barca, quel grande otre di Bologna: tuttavia bisogna buttar zavorra, i chiodi ci tirano a fondo: all’erta Schicchi!

Ma Schicchi, che fai? E la fanciulla di Faone? puttaneggia?

Mio caro, perché non scrivi? Ho riso un mese su quello spudorato di Brilli che si fa bastonare alla Lobbia (con tutto il rispetto dovuto al Lobbia; ma seguo la tradizione).

E i tuoi pistolini? (nota spirito brillesco!) [20]

Amami, amami, amami. Tuo     SEVERINO

Il 22 gennaio, ancora:

Spero correggerai, ricorreggerai, lavorerai, manderai, farai quello che devi, canterai i miei elogi in versi, il più presto possibile. Tuo SEVERINO

E il 28:

Caro Giovanni, ho letto tutte le storie della tua lettera. Mi pare che con un lapis segnare un – qui non va –, un – correggi –, un – oscuro — non sarebbe poi stata la gran fatica! Tanto è lo stesso.

Saluta Botti. Tuo        SEVERINO

La lettera di Giovannino a cui allude Severino manca nel carteggio da lui conservato, e ne mancano anche altre, specialmente di quel periodo del Mago. Forse gli andavano smarrite tra le bozze con esse poi distrutte.

E ancora Severino (23 febbraio 1884):

Ti rimandai le bozze

saranno cinque giorni

perché tu me le torni

         in grande fretta.

L’ingegno tuo si metta

riscaldato dal cuore

a toglierne ogni errore

         ogni bruttura.

Va per la notte oscura

dei suoi vizietti il Mago:

vedi, egli entra nel brago

         della gloria.

Saluta Botti; affrettati di rispondermi. Se crederai di fare il famoso sonetto, te ne sarò grato; se no, sia per non detto. Mi rallegro con te con Botti della buona riuscita.

Tuo    SEVERINO FERRARI

 

Il Botti (detto beoticamente Bombotti), collega di Giovannino a Matera ed amico di Severino, era un tipo divertente per un certo che di esotico che aveva contratto in Alessandria d’Egitto per le molte bombe che raccontava. In quel tempo gli nacque un figlio, credo il primo, e per festeggiare l’avvenimento invitò tutti i colleghi a una specie di rinfresco nel suo alloggio. E poiché questo era meschinissimo, introdusse tutti nella stanza dove, di là di un telone, era a letto la puerpera. Diceva Giovannino che ebbero a scoppiare per trattenere le risate fin che furono lí, ma che dopo ci risero per un pezzo.

Ecco ora una cartolina di Giovannino. Dall’insieme si capisce ch’egli era in momenti di scoramento e di pessimismo. Erano frequenti in lui, ma duravano poco.

Caro Severino, avrai già ricevuto lettera e bozze. Buona riuscita... he, di chi riuscita? La nostra? Dio t’ha aiutato che non t’ha cacciato a fare strame in certi luoghi. Noi s’è disperati per molti motivi: il mito vitale è che non possiamo far nulla in ciò che ci siamo avviati a fare.

E il Carducci? Poveretto, è tutto occupato a far fare Biadene prof. d’Università, e a far crescere lo stipendio a quel grande ingegno di Gerunzi, che è a Cagliari, capisci? prof. di greco e latino, hai capito?

GIOV. SCHICCHI

Matera, 17 febbraio 1884

Anche la lettera che accompagnava le bozze non c’è. C’è questa di Severino senza data che sembra però scritta in seguito al ricevimento di quella e forse anche di un’altra.

Mio caro, tu non hai ricevuto le mie lettere? Può darsi, che non te le ho scritte. Come sta Botti e Bottino? Ho visto le tue correzioni al mio e tuo poema: benissimo. La lima è sempre d’oro; unica cosa d’oro che ti rimanga dopo i pomidoro e le briglie d’oro e le chiome d’oro e la voglia di lavoro che non hai.

Godo, bisgodo di sapere che studi: noi plaudiamo al neonato botacchiolo. Brilli mi scrive:

«Diffuso avea per gli occhi e per le gene; che vuol dire gene? ginocchia o genitali? » Io non ho risposto: rispondigli tu; forse si potrebbe mettere innanzi una variante: rene o schiene: diffuso un rovescio di bastonate per le schiene.

Io ti saluto caramente. Mandami un sacco di amore in una lettera.

Tuo            SEVERINO

 

Prendo moglie

(non è un motto)

grandi doglie

m’apparecchio.

Sí, son vecchio.

Severino era nella ridente Spezia e motteggiava; ma l’amico suo era a Matera e tribolava.

Intanto arrivavano a lui inconsapevoli e fidenti i volti di Ida e Maria.

Carissime sorelline, benvenute, benvenute a Matera! Come sono stato contento di vedervi qua cosí belle cosí sane cosí care! Quell’Idina che sta fissa fissa con gli occhi modesti modesti, co’ suoi bei capelli biondi un po’ alla libera sulla pura fronte, e la Mariuccina... Ma con chi l’hai, Mariuccina bella? Chi guardi cosí fieramente? Oh! come è seria la mia Mariuccina, maestosa anzi. Eppure in quella fiera maestà io vedo nascosti e velati i tuoi gentili vezzi, quando stringevi. Non stringere piú, veh! però. Non vogliamo. Quanti baci v’ho dati! L’Ida è tutta rossa – io vedo anche quello che la fotografia non sa rendere, il colore. Io vi amo molto e magari non foste venute solo in imagine! Non a Matera, ma altrove, in qualche bella città. Dunque tante grazie per ora. Voi tenete compagnia al povero vostro fratello che qualche volta è molto triste; voi gli fate coraggio, quando sta per abbandonarsi allo sconforto; voi lo aiutate ne’ suoi studi, voi lo indirizzate nei campi della fantasia, ideali e santi; voi lo fate divenire qualche cosa, alla fine. Grazie, grazie, grazie. Io vi amo, vi adoro.

Vi siete divertite molto a Rimini? Qualche cosa m’avete detto, ma non tutto; e io voglio saper tutto. Sono stato questi giorni molto turbato. Scrivetemi subito; ricordatevi di me sempre, sia quando vi accade qualcosa di bello, sia quando... ma via non può essere che ai miei angioletti succeda altro che bene. Scrivetemi dunque. Io sono impaziente di sapere tutto.

Che cosa dicono l’Annetta e l’Imelde? Ho molto piacere che vi vogliate bene. E la zia? Cara zia, è un pezzo che non l’ho vista; ma quest’anno andrò cioè andremo a Rimini. Che gioia. La zia Rita verrà; se no guai. Ditele pure: guai, zia Rita, se non viene con Giovanni che le vuol bene e con noi sue figliuole a Rimini un’altra volta. Non è vero? Ma già la zia è tanto buona mamma!

Godo anche degli elogi che m’avete fatto voi, e m’avete fatto fare, cari angioli, dalla zia a Rimini. Io non sono, no, un gran che di buono ora, come, nel passato, non sono stato un gran che di cattivo: sono stato allora molto disgraziato, e ora lo sono un po’ meno, ma tuttavia molto, perché intanto non posso fare per chi amo quanto il mio cuore vorrebbe. Ma siate sicure: ora sono sull’avanzare, e credete che se la mossa fu difficile ora la corsa va d’incanto e presto toccherò la meta. La meta siete voi: voglio dire la vostra felicità.

Alla fine di questo mese vi scriverò piú a lungo e piú allegramente. Intanto vi bacio e vi abbraccio...

Falino m’ha scritto non è molto. Va meglio anche lui. Vi vuole un bene dell’anima e presto ve lo mostrerà. Mandategli il ritratto se non glielo avete già mandato. Se sapeste come lo desidera, come ci tiene, penero Falino; lui sí che è buono! altro che io. Questo ve lo dico sinceramente, senza affettazione alcuna di modestia. Egli è vostro degno fratello.

Tati baci. Vostro fratello        GIOVANNI

Matera, 15 marzo 1884

Sí, anche Falino era buono e via via ci scriveva con molta tenerezza, e quando veniva ci teneva allegre coi suoi canti e con le sue buffonate; ma non aveva per noi le attenzioni che aveva Giovannino, né la sua pietà. Soccorsi poi non ce ne dava.

L’Annetta e l’Imelde (figlie di Alessandro Morri e di Luigia Vincenzi sorella di nostra madre e della zia Rita) erano due buone e care ragazze su per giù della nostra età, ma assai diverse da noi per fortuna, perché esse erano ricche e vestivano con molto lusso, e noi eravamo povere e vestivamo molto dimessamente. Ricordo che il nostro amor proprio si contorceva dalla mortificazione quando dovevamo uscire insieme a loro, e che a darci coraggio e disinvoltura era sempre il pensiero dell’affetto che aveva per noi Giovannino.

Una sua nuova lettera tardava, e noi piene d’impazienza lo sollecitavamo. Ed egli:

No, carine mie, che non sono morto, e nemmeno malato. Sono anzi molto, troppo grasso, panciuto, deforme. Questo quanto al corpo: quanto allo spirito, invece, sono molto ammalato per molti dispiaceri che si possono ridurre a uno che è di dovere stare in un paese, dove non si guadagna nulla e si spende tutto lo stipendio che si tira, e non si può studiare per avanzare e uscire di qui. Tanto che queste vacanze io dovrei andare a Roma a faticare e studiare per avere quest’altro anno a sufficienza. Sono cose che io ho sempre molta ripugnanza a esporre a voi, perché, poverine, non conoscete il mondo e la nostra vitaccia e questi paesi. Ma del resto mi chiamo in colpa di non avervi scritto prima e di non curarvi quanto meritate, sebbene non dovete credere che io mi dimentichi mai di voi, specialmente ora che v’ho messo in un bel quadretto di velluto ricamato, e tutte le mattine e tutte le sere, prima di dormire e prima di lavorare, vi faccio la mia visitina e vi prego di darmi ispirazione e quiete. Cosí voi, angioletti miei, datemi quel che vi domando, come io con fiducia ve lo domando.

Come sono afflitto della malattia del caro Placidino! Spero che la crisi, che tu Ida m’hai accennato, sia riuscita bene, e che presto il povero bimbo sia guarito, e torni paffuto e roseo come prima. Dite alla Peppina e a Emilio che io prendo molta parte al loro dolore e che spero di prenderne molta anche alla loro gioia, presto, quando essi avranno tanta piú consolazione del rifiorire di Placidino, quanto piú timore hanno avuto di vederlo appassire, quel fiore gentile. Salutateli intanto e consolateli, e date tanti baci per me al piccolo malato. E fate coraggio alla nostra zia, anzi alla vostra madre, e baciatela per me. Salutate anche la Rosa e Giuseppina e Lami. Che fa l’ingegnere? [21]

Dei dispiaceri ce n’è sempre per aria. Sapete nulla della cognata? V’ha scritto, è venuta lei con Ruggero? Avete saputo nulla da altra parte? Che ne pensate? Quanto piacere avrei di tenermi Ruggero con me, quest’altro anno se andassi in un paese discreto, non tanto lontano, senza malaria, e senza altri guai. Ma pur sempre in lui, poverino, mi dispiacerebbe quel tono e quella tinta cicognana che ha ricevuto dalla sua mamma. Oh, ma gliela leverei, non dubitate, specialmente aiutandomi voi, che sareste le sue mamme, le sue mammine, tanto piú buone voi posticce della sua vera.

Un altro affanno ma non senza una specie di gioia, benché tetra e ansiosa, c’è toccato a me e a Falino, e toccherà presto a Peppino. Pare che si venga a scoprire qualche cosa dell’infame delitto che ci ha fatto orfani. Uno sciagurato assassino, condannato alla galera in vita, ha fatto in prigione certe rivelazioni, e noi siamo stati invitati a confermarle e a dire ciò che sapevamo. Potete immaginare che ciò che sapevamo l’abbiamo detto tutto, senza paura e senza rispetti; ma è poco e incerto, sebbene noi ci siamo sempre dati cura di saperne tutta e certa la verità. Care bambine, ho voluto che sapeste anche di ciò qualche cosa; ma non vi disturbate e non ne parlate con nessuno. Voglia Dio che si scopra la verità. Sarebbe ora! Che spina che ci leverebbe dal cuore, perché io ho avuto sempre timore, morendo, d’avere un brutto momento di cordoglio, nel pensare d’aver lasciato impunito l’assassino, e invendicato il nostro babbo, il piú onesto uomo di questo mondo! Come Giacomo, sapete. Quando io arrivai da Bologna e restai solo con lui, non poteva parlare ma mi parve che dicesse qualche cosa del babbo. Ma ecco che v’ho rattristate. Voi dovevate avere una lettera allegra da me, ma per ora non ho argomenti allegri, e quando non ne ho, preferisco di non scrivervi; ma voi desiderate che vi scriva lo stesso, ed ecco che vi ho scritto cose da piangere. Le mie care bambine, che dovrei aiutare e consolare, e invece... Ma è la fortuna, ricordate, e non il cuore. Credetelo, credetelo sempre, mia cara Ida, mia cara Mariuccina, mie sorelle adorate.

Vostro    GIOVANNI

Scusate il poco che vi accludo. Matera, 20 aprile 1884

Anche se non ne faceva cenno nelle sue lettere, c’era sempre il suo caro dono. E soldi non ne aveva!

Dunque s’era riaperto il processo per l’assassinio di nostro padre, e anche Falino era stato chiamato dal Giudice Istruttore a deporre quello che sapeva. Uscito dal tribunale cosí scriveva da Bologna a Giovannino:

Caro Giovannino. Si rifà il processo per il nostro povero papà. Io sono stato chiamato oggi. È stato per me una consolazione ma come un fulmine. Non mi sono potuto raccapezzare e mi sono riservato di portare una relazione in iscritto di tutte le induzioni, deduzioni, etc. Ma ricordati che tu eri la mente e io il braccio. Certe cose che tu abbracciavi, per me rimangono quasi un mistero. Scrivimi. Rinfrancami la memoria. Subito. Sabato debbo portare lo scritto al Giudice Istruttore.

Non so se io abbia colto nel vero. Però mi pare che la pensassimo assieme cosí. Voglio dire che ho dovuto rispondere a due domande. Il tribunale di Forlí dice che i sospetti cadono su Pagliarani Luigi e che possiamo informare io e tu. Io l’ho scagionato. Non lo credo fermamente per molti motivi discussi assieme con te. Nella lettera si dice di minacce ricevute dal Pagliarani. Io non le ho mai ricevute, e tu pure. Invece ho detto che ho motivo di credere sia stato Giovanni Manzi il mandante. Ho fatto bene, ho fatto male? Scrivimi subito. Magari un telegramma di 100 parole.

Credi del resto che la relazione la farò ugualmente, terribile; ma vorrei trovarmi d’accordo con te, benché sia sicuro già di esserlo. Se si potesse scoprire alfine!

Posdomani vo a Savignano per comporre il consiglio di famiglia per Ruggerino. La sig. Maria è passata a seconde nozze con quel zuccone del figlio di Zucchi. Tu rispondi, anzi ti giustificherò io, che per la distanza (art.lo X del codice civile) non ti ci puoi recare. Farò io il meglio che ci sarà da fare. Questo però non è l’importante. Esco ora dal Giudice Istruttore. Ho la testa in fiamme come fossi ubbriaco. Ricordo benissimo di Giacomo, della lettera anonima. Pagliarani era alle isole. Il Nino in intimità. Ricordo della lite con Formicone. Ricordo quando tu andasti a pescarlo col revolver scarico di Nino, lí da Biana. Mi pare di ricordarmi che tu uscisti da quel colloquio con ferma convinzione che fosse stato lui. È vero? È importante che tu mi telegrafi per dirmi se non altro: Va bene. Ho molte altre cose da aggiungere del mio: l’ultima gita. Quei porci di San Mauro che lo sanno tutti chi è stato, li voglio mettere in ballo, specialmente Spadazza. Pagliarani però non è stato. È vero? Scrivi, telegrafa.

La cambiale la pago io, posdomani. Va bene? Se avrò bisogno di una ventina di lire per tirare innanzi quest’altro mese, ti scriverò. Siamo intesi. Faccio conto che tu mi abbia scritto. A Savignano ti giustifico io. Povero papà! Ti vendicheremo finalmente. Credimi tuo aff.mo fratello

RAFFAELE

 

Come ho già detto in altra parte di questo lavoretto, le rivelazioni dell’ergastolano si limitarono a quella che «i figli sapevano tutto». E questi poveri figli non avevano potuto saper nulla, non ostante le loro audaci ricerche. Falino poi che, come dice da sé, era il braccio e non la mente, confondeva molto i risultati delle investigazioni di Giovannino. Su quel tal Giovanni Manzi, detto Nino, che Falino dice di aver detto di credere che fosse stato il mandante», sbaglia. Del «mandante» non pare che si cercasse niente. Oh! quello dormiva i suoi sonni tranquilli tra le sue ricchezze! Il fatto sta che il processo non fece un passo avanti. Dopo quella chiamata e quell’interrogatorio crebbe, se fosse stato possibile, in Giovannino il desiderio della vendetta, ma diminuí la speranza di poterci arrivare.

Intanto egli seguitava la sua vita di lavoro pieno di scoramento a Matera. Come poterne uscire per fare un po’ di strada? per avere il modo di studiare e crearsi un pochino di benessere?

Scriveva al suo Severino:

Caro Ferrarino, il mio corpo infrollisce agli scirocchi continui, la mia amima s’impappina nella poltiglia e non può levare le aluzze sue. O Ferrarino, che brutti momenti ho, che sfacelo di speranze, che intorpidimento di desideri, che desolazione, che deserto, che morte! Volevo concorrere a Milano, ma proprio nei giorni che meglio speravo per una lettera di Guido, che m’incoraggiava, mi son trovato addosso un’infinità di dispiaceri da parte de’ miei, e non ci ho pensato piú, accasciandomi come al solito. E poi, nella strettezza del tempo, ché scadeva il termine di lí a pochi giorni per presentare la domanda e i documenti, ero imbarazzato a procurarmi la fede di nascita e a ridomandare al Ministero il mio attestato di Magistero. A Guido non risposi perché mi accennava che andrebbe comandato al Ministero, e volevo saper l’esito di questa cosa. Ora che l’ho saputo da’ giornali, non gli scrivo perché non creda ch’io voglia abusare dell’autorità nuova che gliene viene. Intendo presto mandargli qualche lavoretto in greco perché veda come affannosamente si studi e ci si martelli tramezzo a tanti dispiaceri e tedi. Ferrarino, quando gli scrivi, digli qualcosa di me, domandagli se debbo far la domanda del trasloco, pregalo a ritrovarmi e a mandarmi il mio attestato di Magistero che unii alla domanda d’essere impiegato, ché me ne voglio servire per avere un posto comunale, se il governo non mi trasloca e non mi migliora.

E tu come stai? E il Mago? Scrivimi. Parlami di te come io t’ho parlato solo di me.

Giov. PASCOLI

Matera, 4 giugno 1884

E Severino:

Chi s’aiuta, Dio l’aiuta. Scriverò al Mazzoni, ma aiutati. Col tuo ingegno e co’ tuoi studi (gli uni e l’altro unici) potresti bene ancor per le intemperie levar l’ali; se no, ove approda il coraggio? Del resto serviti di me come meglio credi.

Io fra breve sarò nel numero dei piú (intendi per altro, dei vivi): io che sconsigliai te, m’impegolo io. Non batterò sopra la pace l’ali, ma mi ci invischierò. Tu amami e credimi e adorami, come io amo e credo e adoro te. Quel credo ha valore di affidamento in = credi un po’.

Che debbo scrivere a Guido?    SEVERINO

7 giugno 1884, Spezia

Tutto fra tristezze e speranze, questo tempo di Matera.

COMMISSARIO D’ESAMI: LE STERLINE DI VIGGIANO
LE VACANZE DEL 1884: SI PREPARA
IL TRASFERIMENTO E LA RIUNIONE DEI FRATELLI

Nel luglio andò commissario insieme col suo preside ed altri professori in un paese della Basilicata, Viggiano, mettendo a prova tutto il suo equilibrio vertiginoso nella gran parte di strada che non si poteva percorrere che a cavallo dei muli. Ma ne fu tanto contento, e il paese gli restò nella mente per sempre, pieno di poesia per i suoi eccellenti sonatori d’arpa che vanno per tutto il mondo con la loro gentile arte, ritraendone notevoli ricchezze d’oro. Di là scriveva:

Viggiano, 21 luglio 84

Care sorelle. Il paese dal quale vi scrivo è in fondo alla Basilicata perduto tra i monti. Per venirci da Matera bisogna rompersi le ossa per due giorni continui, sui muli, nelle carrozze, nel vapore, passar fiumi, arrampicarsi sulle montagne, costeggiare precipizi. Ci sono venuto come regio commissario a certi esami. State tranquille, ch’io sono lietissimo di spirito e floridissimo di persona.

Mi piange ora il cuore d’avervi lasciato tanto senza mie nuove, povere sorelline. Ora, a tanta distanza, mi geme dentro il desiderio di voi; ora vi torno a rivedere tutte afflitte e pensose, ché vi credete sole e abbandonate. No, care fanciulle, non vi si dimentica nemmeno un istante. Nella mia valigia, tra le poche camicie che mi sono portato meco, c’è il quadretto che contiene le vostre due dolci figure, e quella del babbo. La mia compagnia siete sempre voi, soltanto voi.

Ci rivedremo presto! Questa è un’idea che mi fa sorridere subito e battere il cuore. Vi rivedrò tra dieci, quindici giorni, certamente. Vi abbraccio con la stessa commozione ineffabile che provai quella mattina che vi abbracciavo dopo tanti e tanti anni. Io ritorno a voi piú forte e piú animato, dopo un brutt’anno di dolore. Quest’altro anno starò meglio, e voi ancora starete meglio. Quanto parleremo!

Baciate la zia, Placido, Emilio. Salutate la signora Peppina, la Rosa e tutti. Amatemi ed aspettatemi nei primi giorni d’agosto; verrò da voi subito, prima d’andare altrove, non dubitate. A rivederci, cara Iduccia, a rivederci, Mariuccina. Tanti baci.

      Vostro      GIOVANNI

Come piange il mio cuore nel ripensare a quel tempo, nel trascrivere queste sue lettere cosí piene di affetto e di dolci speranze.[22]

Da qualche giorno Ida e Maria attendevano Giovannino. Erano già scorsi piú di dieci giorni da che egli ci aveva scritto; non poteva esser più tanto lontano. Era venuto intanto Falino che, essendo stato trasferito da Bologna a Lanciano, prima di allontanarsi passava a salutare le sorelle con la certezza di trovare a Sogliano anche Giovannino. Ma questi avendo avuto l’appuntamento da Falino per vedersi a Pescara, non aveva poi saputo che Falino aveva mutato tutto il programma. Era un imbroglietto che a noi sorelle dava pensiero; ci pareva che avesse avuto da ritardare l’arrivo di Giovannino. Ma mentre in uno di quegli interminabili pomeriggi d’agosto ce ne stavamo meste meste lavorando e dicendoci la nostra pena, eccolo all’improvviso entrare nel salottino roseo festoso felice, tutto baci tutto carezze. Aveva sí perso un po’ di tempo in viaggio per cercare coi telegrammi Raffaele, ma non ritrovandolo era volato senz’altro da noi, e da noi abbracciava anche il fratello. Quel ritorno fu il piú lieto; c’era già nell’animo di Giovannino qualche nuova speranza, c’era per aria già qualche cosa per un trasferimento suo a miglior sede. E poi aveva con sé dell’oro. A quando a quando con la semplicità di un fanciullo lo faceva tinnire nel suo taschino. Erano le sterline avute dal Comune di Viggiano. Ne dette subito una per ciascuna a noi, che era la prima volta che le vedevamo e ce le riponemmo con gelosa cura. Le altre, che non so quante fossero, le dette a Falino, il quale appunto aveva contato su lui per avere il denaro per raggiungere la sua nuova residenza. Cosí il suo oro se ne andò tutto. Gli rimase qualche po’ d’altra moneta, appena quel tanto che prevedeva gli potesse occorrere per noi durante la sua permanenza a Sogliano e per raggiungere Bologna. Giovannino era fatto a quel modo: il suo non era mai suo. E come godeva quando poteva far godere!

Raffaele si trattenne ancora per poco essendo già tempo che fosse al posto, e Giovannino rimase ancora per parecchi giorni con noi, in una dolce e continua comunione di pensiero e di affetti. Si cominciò allora a progettare di riunirci. Egli ci disse che a Matera alcuni colleghi, vedendolo spesso agitato come un pesce fuori d’acqua, gli avevano detto: «Perché non prendi con te le tue sorelle?» Al che egli rispondeva: «Magari le potessi prendere!» Era il sogno che faceva, ma che non credeva si potesse avverare. E noi quant’era mai che facevamo quel sogno! specialmente io! Intanto però tutti e tre tenevamo segreti i progetti che venivamo facendo. Non si doveva saper nulla da nessuno fino a che non fossimo stati sicuri di poterli eseguire. Stabilimmo perciò anche un modo d’intenderci per lettera a fine di evitare urti e dispiaceri prematuri alla zia, alla quale, sebbene conoscesse l’andare di male in peggio de’ suoi interessi, non era ancora passato per la mente che le due ragazze potessero andare altrove. Ella ci aveva sempre custodite, tu-telate, amate; ci considerava quasi sue, poverina; ma stentava a darci da mangiare!

Nel frattempo Giovannino ebbe notizia di un possibile trasferimento a Massa-Carrara. Che gioia! Quale migliore sede per il nostro sogno? e anche Massa ci appariva una città di sogno: fiori, aranci, limoni, clima dolce, mare, un paradiso! Ma quante, quante difficoltà c’erano da superare!

Il 23 agosto partí da noi pieno d’entusiasmo e di fede. E anche noi, con quella dolce speranza nel cuore, non rimanemmo tanto male nel vederlo partire. La sera stessa del suo arrivo a Bologna si trovò con gli amici tra cui portò un’ondata fresca di vivacità e di allegria. La sua apparizione gioiosa è segnalata anche dal Carducci nelle poche righe ch’egli scrisse subito a Severino che si trovava, come di solito in quei giorni, a casa sua. [23]

Al Sig. Prof. Severino Ferrari — Molinella (Alberino)

Bologna, 23 agosto 84

Caro S. Ceux-là s’organisent. È venuto Giovannino P. e subito ha domandato: sono cominciati i banchetti? Il buono e innocente Templarius ab ansere è pronto. Giovannino organizza. Il maghetto organizza. Tutti aspettano lei per disorganizzare. Venga presto. Da lei pende. Altrimenti Innocenzio è pronto in vano. Giovannino si affatica in vano. Il maghetto non fa nulla in vano. E io ho scritto in vano.

            G. CARDUCCI

Visto Giov. PASCOLI

E nella stessa sera Giovannino scriveva una lettera alle sorelle: malinconica però.

Bologna, 23 agosto 1884

Care sorelline, ho fatto buon viaggio, sto bene, sono tra amici: ma ho una pena dolorosa al cuore. Vorrei essere tra voi, con voi, sentire le vostre dolci parole, vedere i vostri buoni sorrisi, assistere alle vostre gioie, alle vostre bizzettine. Care fanciulle, io vi voglio molto bene, e sento che lontano da voi sono molto infelice. Non c’è nulla che mi piaccia. Ho un continuo trepidare al cuore come ci avessi qualcosa dentro che mi solleticasse.

Scrivo in fretta e lascio subito perché, se no, la lettera non vi arriva. Appena arrivato ho ricevuto lettera da Guido Mazzoni, dove mi si dà la notizia certa che andrò a Massa; poi che al Segr. Generale è molto piaciuta la mia domanda (quella che leggeste) e che la vuol leggere lui al Ministro. Io vado bene, spero bene; ma intanto sono molto triste.

Carine, siate buone. (Voi siete buone, non c’è bisogno che ve lo dica io). Baciate e abbracciate la cara zia e ringraziatela per me. Baciate Placidino e ditegli che si dimentichi le sgraziate maschere. Mi saprebbe male che avesse cattiva memoria di me un angioletto par suo. Tanti baci ad Emilio (etc etc.). Vostro con tutta l’anima      GIOVANNI

Placido allora non aveva ancora compiti i quattro anni ed era condotto ogni giorno dalla sua nonna (nostra zia Rita) affinché io gl’insegnassi un po’ di dottrina cristiana, qualche preghiera e anche un po’ di leggere. Sebbene cosí piccolo, stava attento e imparava. Ma nel tempo che ci fu Giovannino, addio scuola! Il piccino era sempre intorno a lui per giocare con lui. Si rincorrevano, si nascondevano, si mascheravano. Era un divertimento per tutti di casa. Non si capiva qual fosse il piú fanciullo. «Dlelt, dlelt, Zvanî» (Dell’altro, ancora, Giovannino) diceva Placido quando il compagno si fermava; e Giovannino subito a rimettersi a fare tutto ciò che il cuginetto voleva. Oh! bei tempi! bei tempi! Ora il grande e il piccino li rievocheranno insieme in Paradiso !

Non avendo noi abbastanza soldi per farci alcune cose che ci abbisognavano, dovemmo con dispiacere pensare a cambiare le due monete d’oro; ma a Sogliano non ci fu possibile cambiarle. Si vede che allora anche il paese non conosceva le sterline. Le rimandammo perciò, per mano di Emilio che si recava a Bologna, a Giovannino perché ce le cambiasse lui. Nella nostra lettera che le accompagnava, gli esprimevamo la gran paura che avevamo del colera, specialmente per lui che doveva proprio andare in Lunigiana dove infieriva. Egli, rimandandoci l’oro spicciolato in argento per lo stesso nostro messaggero, cosí ci rispondeva:

Caffè Servi, 27 agosto 1884.

Carissime bambine mie, Ida e Mariuccina. Piove a dirotto da un cielo grigio di piombo. L’autunno è cominciato e quel po’ di colera che si trascinava qua e là, è morto; è morto lui, capite, e la Mariuccina è cosí libera della sua gran paura; paura sciocchina senza ragione alcuna, perché il colera uccide quelli che ordinariamente sarebbero uccisi da altre malattie piú lente e piú penose. Sicché se volete aver paura, abbiatela, ma di quella ordinaria e discreta che s’ha in tutti i tempi, e che vi consiglia a non mangiare tante pere, tante pesche, tanti cocomeri etc, etc. Hai capito Idolina?

In questi giorni ho avuto imbarazzi di varie specie aggravati dal dispiacere di avervi lasciate. Le vostre due lettere, cari angioli miei, sono state due sorrisi, due raggi, due entusiasmi per me. Mi occupo intanto di domandare informazioni e colorire i miei disegni intorno a Massa dove spero di essere molto felice. Il Ministero mi ha assegnato già lire duecento che riscoterò a giorni. [24] Appena le avrò forse lascerò Bologna per andare a... Non voglio dir dove. Falino mi scrisse di star stupendamente a Lanciano, di ricordarsi con infinita commozione di voi, di voler venire questo Natale a Sogliano. Gli risposi che vi scrivesse direttamente.

O mia Ida, o mia Mariuccina, come sono ringiovanito in voi. La mia vita ora ha uno scopo, e i miei lavori ora si rasserenano in un ideale che mi mancava anni sono, e che tornò a risplendermi dal giorno che vi rividi. Qualcosa di buono son certo ora di lasciarlo, e per voi, miei belli e buoni angioli custodi del mio cuore.

La poesia per la Mazzoli ve la manderò stasera per la posta. Mariuccina, non è per dimenticanza e trascuratezza; ma non sono fermo, non ho una cameretta ancora, sono un poco turbato; non mi manca l’ispirazione e la volontà, mi manca l’agio.

Care fanciulline, Idolina e Mariuccina, prendetevi tanti baci dal vostro fratello che in voi vive e per voi soltanto. Abbracciate la zia e la Peppina. Tanti baci a Placido. Saluti alla Rosa. Carezze ai piccoli scolari Giannino, Chiarina e Peppino. Ossequi al padre di Chiarina e Peppino. All’egregio rappresentante del potere politico e giudiziario in cotesto mandamento, avv. Pasqualini amante dei bicchierini (?), i miei rispettosi omaggi.         GIOVANNI PASCOLI

Le sterline si cambiano alla pari in ogni paese del mondo.

C’era unita alla nostra anche una letterina per il piccolo Placido.

Caro piccolo serafino di Placido, tu hai dimenticate le maschere; dimenticherai cosí facilmente anche il mio viso vero. E non sarà gran male. Ma io non dimenticherò il tuo, bell’angioletto, con quella sua aria di paradiso. Fa di conservartela bene, se non sempre nel viso, almeno nel cuore, nel tuo cuore buono e affettuoso. Tuo cugino

GIOVANNI PASCOLI

 

Col tempo tra le tante cose che ci raccontò della sua stentata vita, ci disse anche che, quando gli ritornarono in mano quelle due sterline, egli non aveva in tasca nemmeno un soldo e che da un paio di giorni non sdigiunava; sicché gli era venuto il pensiero di trattenere due o tre lire di quelle per poter almeno mangiare una volta e renderle poi a noi appena gli giungesse lo stipendio da Matera o l’assegno promessogli dal Ministro per il prossimo trasferimento. Ma diceva che il pensiero non durò che un attimo. Infatti rimandò pari pari tutto e subito. È una piccola cosa? A me non pare; mi pare invece grandissima. Tuttavia non di sole queste piccole cose fu intessuta la sua vita!

Quanto alla «poesia per la Mazzoli», si tratta di questo. Una nostra cara compagna, Angelina Mazzoli di Cesena, era prossima a prendere il velo delle Agostiniane nello stesso istituto dove fummo insieme educate. Noi volevamo perciò partecipare in qualche modo al grande avvenimento e ci raccomandammo a Giovannino perché ci facesse una poesia adatta per tale circostanza. Egli, partendo, ci promise di farla e di mandarla quanto prima. Non vedendola arrivare noi gliela ricordavamo continuamente. Non sapevamo mica ch’egli era già dietro a iniziare le pratiche col suo buono e fedele Teobaldo Buggini, per mettere su casa per noi! Cosa piena di difficoltà perché egli non aveva niente, e noi, il nostro poco (a cui del resto egli non pensava affatto), l’avevamo inceppato.

Intanto partí per l’Alberino, a trovare il Ferrari; lo annunciava alle sorelle con un biglietto del 30 agosto. Quella fu l’ultima volta che Giovannino poté recarsi al paese dell’amico; in seguito non ebbe piú agio d’andarvi. Severino tesseva allora i suoi primi «bordatini» e, come per il Mago, voleva per essi il parere e la «lima d’oro» di Giovannino. I vincoli della loro fraterna amicizia si strinsero anche di più in quei pochi giorni. Fecero tra loro un’ideale alleanza che chiamarono «Biancofiore», significante la loro poesia, e di quel nome se ne presero metà per uno, quasi a dimostrare la loro inseparabilità. Cosí Giovannino divenne «Bianco» e Severino «Fiore». E intanto ognuno sognava un dolce nido. Severino per la fanciulla del suo cuore, e Giovannino per le sue povere sorelle. La vicinanza che ormai ci sarebbe stata tra loro con l’andata di Giovannino a Massa, essendo Severino alla Spezia, era una sicura promessa di gioia e di felicità.

Ida e Maria però ombreggiarono nel saperlo andato altrove; e gli scrissero rammaricandosi che non si fosse recato piuttosto da loro, sebbene certo non si potesse trovare a Sogliano cosí bene come all’Alberino. Ed egli, per fugare le nostre ombre, cosí ci rispondeva:

Care sorelline. Sono tornato, ho avuto la vostra letterina e ne sono contentissimo. (Non vi si dice nulla delle sterline). All’Alberino sono stato bene col mio amico e i suoi babbo e mamma e fratello; ma nemmeno un milionesimo del bene che godo quando sono con voi a Sogliano. Avete capito? Nemmeno un bilionesimo. Già è stata la Mariuccina a scrivere o dettare (non so ancora distinguere le vostre calligrafie, come non sono ancora riuscito a capire chi di voi due io ami piú) a dettare o scrivere quell’osservazione. Mi pare che abbia un grand’odorino di Mariuccia. Um! può darsi... Ecco la Mariuccina (la vedo) che prepara i suoi cari occhietti a fare un poco d’olio... Eccola a piangere e singhiozzare. Ma no, Mariuccina bella, non piangere che ho fatto apposta, cioè no, non ho fatto apposta. Insomma, via. Mi spezzi il cuore afar cosí. Guarda in qua, su dammi un bacio, un altro, e tutto sia dimenticato. Meno male!

Vorrei ai 14 essere a Sogliano, ma non so ancora se potrò. Aspetto serie notizie che riguardano Massa e il suo soggiorno... Spero di starvi bene, d’essere felicissimo coi miei adorati... studi senza i quali non posso vivere e molto meno vivere felice. Come godrò in loro compagnia, come lavorerò tutto il giorno e tutta la sera!

Non dimentico nulla di quanto v’ho promesso; ma intanto non mi faccio fretta; a ogni modo vi porterò tutto in persona. Vi porterò anche (io sono un egoista) del mussolo, dei fazzoletti etc. Le vostre cifre hanno fatto strabiliare quel mio amico. E dice che per necessità devo adoperare uno di quei fazzoletti. Ah! ma gli ho di gran riguardi, non dubitare, Idolina. Perché è stato il tuo il primo a servire, l’infelice! al mio naso! perché v’era scritto col lapis, veh! non perché piú brutto.

Questione del publico. L’uomo che ha detto che noi siamo italiani non latini, ha ragione in parte. Non tutti gli italiani sono latini, ma molti sí. Tutti parlano una lingua che, sebbene arricchita e guastata da parole germaniche greche arabe etc., è pur sempre la lingua latina, non come la scrivevano e anche parlavano i dotti i poeti etc., ma come la parlava il volgo. Differenze ve ne ha naturalmente, perché la gente ha sempre tendenza a parlar piú comodamente e quindi tronca àltera traspone etc. etc. Ma però non tutti questi troncamenti e queste alterazioni sono comuni a tutti i volghi d’Italia, e non tutti sono accettati nella lingua che si scrive. Non si scrive, per esempio, «baffore» come dicono i contadini toscani per vapore, né «pubrico» per pubblico etc. etc. Nella lingua che si scrive si opera sempre un certo lavorio di acconciamento e di pulitezza. Come? Ricorrendo alle origini. Cosí la parola « pubblico » è pronunziata in certi paesi con due b, in certi altri con uno solo. Chi ha ragione? Quelli che la scrivono con un b o quelli che la scrivono con due? L’uomo dice questi ultimi, io dico quei primi, perché la detta parola era scritta e pronunciata con un b nel latino antico. Del resto considerando che i toscani tendono a pronunciarla con due, l’uomo non ha tutti i torti; ma si ricordi l’uomo: egli scrive allora una parola dialettale toscana, ed è obbligato a essere coerente e scrivere sempre in dialetto toscano con quei cari riboboli, che forse non conosce mica tanto!

Salutatemi tanto la prima autorità politica e giudiziaria del paese, la quale ha il titolo di pretore; è uomo e risponde al nome di Crescentino Pasqualini! Abbracciatemi la cara nostra zia, Emilio, la Peppina. Tanti baci a Placidino l’angiolo e ai vostri scolaretti. Salutatemi la Rosa e voi ricevete mille baci di cuore dal vostro fratello che v’adora

GIOVANNI

P. S. Falino v’ha scritto. Egli me l’ha scritto. Bologna, 5 settembre 1884

Nella lettera nostra a cui egli cosí rispondeva, gli domandavamo se «publico» si scrive con un «b» o con due perché un «uomo» sosteneva che si scrive con due essendo noi italiani e non latini. Giovannino intuí che quell’«uomo» altri non era che il pretore inquilino della zia, il quale spesso anche quando c’era lui si dilettava in simili questioncelle. Per noi il parere di Giovannino era legge e molto godemmo che combinasse col nostro.

Con la lettera giunse anche questa cartolina:

Nella lettera che riceverete contemporaneamente, che è bell’e chiusa, mi son dimenticato di dirvi del sonetto. Non m’è venuto fatto per Sant’Agostino, e siccome credevo che fosse per quell’occasione non ci ho pensato piú. Ma se voi lo richiedete ancora, ve lo farò non bello ma bellissimo (!). Vostro   Giov.

Figuriamoci se noi non gli scrivemmo di farcelo subito! Ed egli dopo un po’ di giorni, all’11 settembre:

Care sorelle. Domani sera contate pure sulla lettera e sul benedetto (?) sonetto che non mi viene non mi viene e che è stato cagione ch’abbia tardato a scrivervi. Dunque domani sera. Intanto, carine mie, devo dirvi che sarà molto difficile che io sia da voi pel 14. Non posso proprio per mille e una ragioni. Ma verrò a ogni modo prima di andare a Massa.

Io sto benissimo. Voi pure non è vero? L’avvenire mi si presenta bello e tranquillo pieno zeppo di felicità, tra gli aranci e i loro soavi diluvi, tra i colli tutti verdi col mare davanti tutto azurro, e sopra tutto coi miei cari adorati... studi. Finalmente!

Tanti baci alle mie care Idolina e Mariuccina. Possano star sempre bene e sempre d’accordo. Tanti saluti alla zia, al pretore, alla Peppina, ad Emilio, ai bimbi, alla Rosa.   Giov.

I suoi «cari adorati... studi» eravamo noi. Usava quelle parole perché noi soli intendessimo.

Care sorelline mie. Povera Mariuccina! Io ho pensato molto che santo o santa fosse il 14. Qualcosa sospettavo davvero!; ma sono tra persone, quando non sono solo che è il piú del tempo, che non s’intendono di santi! T’è mancato il mio augurio? No, carina, perché ogni sera io lo faccio un mio augurio a te e per l’Idolina, baciando la vostra medaglina, le vostre trecce e i vostri ritratti. Ogni giorno ogni ora io penso, a voi; ogni cosa ch’io penso ci siete voi presenti a distogliermene, se cattiva, a incoraggiarmici, se buona. Avermene a male? Di che, mie care sorelline? Non è, non è possibile che io sia mai adirato con voi altre, anche se foste tanto cattive quanto siete buone, ottimi angioli.

Ma ecco: la poesia non l’ho potuta fare; non m’è riuscita, non mi riesce in questa città dove vivo male, arrabbiato, cosí come sono di passaggio, smanioso d’andarmene ai miei affari. Tuttavia eccovi qualche cosaccia.

NEL GIORNO...

QUANDO ANGIOLINA MAZZOLI

PROFESSAVA I VOTI SOLENNI...

Quando la rondine lascia i veroni

fuggendo il torpido gelo imminente...

(Invito Phoebo)

Angiolina, a che luogo ermo e lontano

fuggi dove tu accetta ospite sia... [25]

Non ho saputo far nulla di meglio. Perdonatemi e vogliatemi bene lo stesso.

Non so se prima di venire da voi non mi recherò a Massa per accomodarmi vedere provvedere prevedere. Forse è meglio. Perché venendo prima non potrei portarvi nessuna notizia etc. etc. Consigliatemi. (Non m’avete mai scritto d’aver ricevuto le sterline spicciolate. È curiosa: ma io vorrei saperne novella. A volte sospetto che si sia rotta la busta e ne sia scivolato qualche franco d’argento e che voialtre non abbiate voluto dirmene niente per delicatezza. Diavolo!). Vi do un milione di baci a tutte e due, sebbene alla Mariuccina che scrive di piú se ne deva qualcuno di piú. L’Idolina è sdegnosa e non mi vuole mica tanto bene! Lei!!! Chi sa a che cosa pensa quel frugolino. Salutatemi la zia, la Peppina, Emilio, il signor pretore, la Rosa etc. Baciatemi Placidino bello e i vostri bimbetti.

Anche una volta perdonatemi. Vostro      GIOVANNI

Bologna, 17 settembre 1884

Una frase del sonetto (« fuggi... – sola per il paese orrido e strano ») non persuase il confessore delle monache a cui sottoponemmo tanto l’ode che il sonetto per avere da lui il permesso di stampa. Riferimmo la cosa a Giovannino dichiarandogli però che noi eravamo molto contente e ammirate di tutto. Ed egli con lettera da Bologna del 21 settembre promise di mutarla, pur spiegandola (« io non intendo il convento come egli è, ma quella vita solitaria che ai piú degli uomini si presenta come paurosa... »); e poi aggiungeva:

Ora, carine, vi voglio persuadere che non farei bene a tornar da voi prima di andare a Massa. Prima ragione: il tempo che già comincia a stringere. (Bisognava che ci pensassi prima, direte voi; ma prima non ci potevo pensare perché non avevo troppi denari). Seconda ragione: sarebbe un disturbo grande grandissimo staccarmi da voi specialmente avendo bisogno di grande tranquillità. Poi ho ancora da fare varie cosette a Bologna, e poi sarebbe una spesa che ora faccio bene a non fare, tanto piú senza pratica utilità. Siate buone, abbiate pazienza sino a metà ottobre, che allora spero di venire nell’intervallo tra gli esami e le scuole. Avete capito? Farete il broncio? Crederete che in tutto questo non ci sia che il piú vivo il piú caldo il più persistente affetto per voi? Quanto vi ringrazio della vostra lettera! Quanto mi ha consolato! Dubitate di tutto fuorché del mio amore. Io vi voglio bene in maniera da non veder lume che per voi. Voi siete la mia speranza, la mia fede, il mio avvenire.

Pigliatevi mille baci. Vi darò avviso con una cartolina o con una lettera del giorno che partirò. Il giorno che arriverò a Massa vi scriverò, cose liete di certo. Con mille baci, di voi, Idolina e Mariuccina dilettissime, aff.mo fratello      GIOVANNI

In un altro foglio :

Riservata — Riservata. Voi sarete con me ben presto. Voi fate bene o dirmelo che non vedete l’ora e il momento! Anch’io sono impaziente. Avrò tra breve una somma abbastanza forte per le prime spese, biancheria, mobili. Non ho pensato che a questo, sinora. Ora mi tarda d’essere a Massa per trovare un appartamentino, una casetta, coi mobili piú rozzi e necessari, che non torna conto comperarli. Quanto al combinare è presto fatto. Dirò e scriverò alla zia che ella ha già fatto anche troppo per voi, che può continuare ancora a fare restando la nostra tutrice, la vostra amministratrice. Quando vi voglia vedere, voi ivi recherete a lei nelle vacanze, a passare qualche giorno, sarete sempre per lei tenerissime figliuole. Ma solo a me sta provvedere alle mie sorelline. Io ho il dovere di essere il vostro babbo; a dir meglio, ho il diritto d’essere felice in voi con voi per voi. E voglio eseguire il mio dovere ed esigere i miei diritti. Questa è chiara. Suppongo che la zia non farà nessuna difficoltà. Per essere sicuro provvedo prima la casa, faccio le spese. Capite che dopo non ne potrà fare piú. Del resto non crederei che ne facesse nemmeno adesso, perché e, da una parte, ella non vorrà sempre soggiacere a spese sempre crescenti, e, dall’altra, penserà che il vostro avvenire è in Sogliano impedito assolutamente.

Quindi vedete che faccio bene a andare prima a Massa. Avrei paura, venendo prima, di compromettere tutto. Tra pochi giorni avrete le prime descrizioni. Dentro ottobre io avrò fatto le pratiche presso la zia e accomodato la casa ridente che v’accoglierà, e vi verrò a prendere. Falino è contentissimo. Che bel viaggio sarà il nostro! Come avrà paura da principio la Mariuccina! A Bologna vi provvederò di cosine di cui avete voglia e bisogno, per esempio, i cappellini etc. etc. Siete contente?

Ricordo di nuovo che la zia deve restare tutrice vostra, tenere i vostri piccoli capitali, che volesse Dio, potessero crescere intanto un poco! Baci in quantità alla mia Idolina e alla mia Mariuccina. Vostro   GIOVANNI

 

Care bambine. Ho ricevuto la vostra cartolina a Massa dove mi sono recato senza dirvi nulla, contro la mia promessa, perché vi ho voluto risparmiare un’agitazione senza sugo. Credete che qua non c’è il piú piccolo caso e che io sto benissimo.

Di quello che domandate nella cartolina sarete contentate presto, perché scrivo a Bologna a un amico che faccia la commissione. Il sonetto... O disgraziato sonetto, tu sarai la mia rovina; io non ho avuto tempo e modo di rifarlo, ossia di farne un altro, tante sono state le brighe. Povere bimbe, mi odierete voi perciò? per quattordici versacci che non v’ho saputo fare? Se ci foste voi altre ve ne farei, oh, se ve ne farei... Ma voi non ci siete ancora.

Massa è un paese piuttosto piccolino, con aria tiepida e profumata, guardato alle spalle da monti neri neri, pieno d’aranci. Non è però bellissimo e tale da desiderare di fermarvisi. Gli alloggi vi sono a prezzi cosí e cosí, con mobiglia poco bella, e piuttosto piccoli. Ora mandaterni una risposta categorica, sí o no, scritta da tutte e due, che io vi discerna anche il carattere di quell’Idolina, sapete a che. Ricordatevi che non vi posso promettere una vita molto grassa, almeno quest’anno; ma, per me, sono sicuro che sarebbe felicissima. Io provvederei nel caso, soltanto alcuni mobili, come lettini di ferro, biancheria da letto e da tavola, coperte etc.; il resto lo troverei qui. Ciò anche perché a Massa non sono destinato a rimanere. Se voi rispondete sí, scrivo subito alla zia e comincio a provvedere. Voi sarete buone massaie, e io accanto a voi solleciterò l’avvenire che sarà, credete, brillante.

Perdonatemi del sonetto, e vogliatemi tanto bene quanto ve ne voglio io, sebbene non ve lo sappia cosí dimostrare. Addio, mie beatrici, mie consolatrici, miei cari angioletti; a rivederci anzi e presto. Pensateci e rispondete subito. Vostro fratello GIOVANNI

Saluti e baci alla zia, ad Emilio, alla Peppina, a Placidino, al sig. Pretore (saluti soli), alla Rosa (come volete) etc. etc.

Massa di Toscana, 5 ottobre 84. Mille baci, care sorelline.

Noi già, non avendo ricevuto il sonetto modificato, avevamo provveduto a far stampare la sola ode con la dedica alla quale togliemmo alcune parole, per suggerimento del confessore delle monache, e aggiungemmo il nome di una compagna che desiderava unirsi a noi nell’omaggio. [26]

Note

____________________________

 

[1] [Come il Carducci avesse qualificato Matera, si è letto nella lettera poco prima riportata, scritta il 28 sett, 82 al Ferrari.]

[2] [Negli anni giovanili, in prosa e in versi, tale è la grafia di Giovanni; anche in parole affini a questa per il suono: « susurro »...]

[3] [È inutile, credo, richiamare ancora (v. pag. 419..., 425..., 442...) l’attenzione del lettore su questa e su altre lettere familiari appassionate o disperate — che Maria ha salvato e fatto conoscere: aggiungerò soltanto che sono un essenziale contributo alla comprensione della psicologia, della sovrasensibilità del Pascoli, principalissimo fondamento anche alla originalità della sua poesia.]

[4] [ veda la lettera citata nella nota a pag. 180: che però sarebbe del 1883.]

[5] [Guido è il Mazzoni. Sulla Colascionata prima. A Ridiverde, v. la nota a pag. 78 e poi a pag. 162: la poesia (poi rifatta è divenuta Romagna) uscí il 1° dic. 1882 nella « Cronaca bizantina »: le varie redazioni anteriori si leggono nel solito vol. degli Scritti inediti; sulle parole del Salvadori, v. il cit. Omaggio a G. P., p. 28. — Alleonare è una parola quasi di gergo nel gruppo dei discepoli carducciani, e press’a poco vale: «potenziare, fare degno ». I quali discepoli si vantavano « beoti » e scherzavano fra di loro con « motti » appunto « beotici ». Anche Giovanni era lodato nel gruppo come « di motti — alacri arguti trovador maestro »; ma ne abbondava specialmente Severino. L’uso non rimase senza echi pure nei versi; e questo, invece di altri non veri, è l’influsso specifico che Severino ebbe sul giovane Pascoli: si veda pag. 263..., e ivi le indicazioni bibliografiche; e il citato Omaggio a G. Pascoli, pag. 28. Per l’Alleonare si può vedere CARDUCCI Lett. XII, 234.]

[6] [Come eco di questi momenti beotici riporto qui uno scritto... collettivo indirizzato « All’ill. sig. prof. Severino Ferrari, Molinella ... », di data incerta, ma di questo tempo.

«Σεϕερίνος ἔσται πρῶτος καί ίκλέος πάντον τῶν ποιητῶν ἐν πάσαις τῆς Ἰταλίας πόλεσιν. Ἰωανὴς δε καί Νιχάνωρ (e qui manca la scienza: volevo dire che resteranno sempre, come in questo momento, brilli).

Trad. in latino brillo (cfr. critici brilli) Severinus erit primus pantalonum piatonton Pasi Italiae politi (parum) c... Iohannes et Victor hominum (et hic deficit scientia: volebam dicere quod supererunt semper sicut in hoc momento ebrii = brilli).

Trad. in francese ebrio=brilli=Cavalaza=cebbb! Severindo cest le promiè chiè la gloare des toutes les panetons des Italiani (Molinella per Badia Polesine) Iuhueohu et Victoar Emanuel (cest luì) Fiorinì et ici faillit la parola cest a dire la parolò, comant on dì sont en sesi momentò, ubriacò come Brillò.

Βριλλὸς ἐςτι μέγας χρετινὸς».

Lo scritto si conserva a Castelvecchio; per la grafia, è da attribuire a Gioioni la prima parte in greco, e le due ultime, in francese e ancora in greco. Al Brilli pare vada attribuita quella in latino. Per la «Cavalaza» v. nota pag. 172. Sulla « ragazza » bruttina, si legga a pag. 164.]

[7] [La lettera è in Omaggio a G. P., cit. pag. 352.]

[8] [Vittorio Fiorini gli aveva scritto una lettera con motti « beotici », in data 28 dicembre 1882.]

[9] Lascaro era un soprannome che gli amici di Giovannino avevano messo al fratello Giuseppe per il suo carattere chiuso e la sua taciturnità.

[10] [L’abbozzo del proclama si legge nel vol. degli Scritti sparsi.]

[11] [Sulle varie redazioni di questa poesia cose nuove si leggono nel volume de-gli Scritti inediti.]

[12] [Nell’anno 1882 uscí il Giobbe di Marco Balossardi, satira dei carducciani al Rapisardi, che appunto preparava un Giobbe. Autore ne fu il Guerrini in collaborazione col Ricci. Ma qualcuno pensava c’entrasse Severino: e il Pascoli gli diceva: «S’è sparsa la voce che tu sei l’autore... del Giobbe. Noi si protesta»; Giovanni non crede ciò per lo stile: non possono certo essere del Ferrari «delle canzonacce cosí piene di stecchi e di ragli... ». Sappiamo che col soprannome di « Stecchi » egli chiamava appunto il Ricci.]

[13] [Sarà invece l’Epodo XVI (« Altera iam teritur... »), che al v. 37 legge: Aut pars indocili melior grege... ».]

[14] [Per « Ugo » si veda la lettera del 27 luglio a pag. 172. Però Ugo (o meglio Somar Ugo ») suole indicare l’editore Sommaruga.]

[15] [Nell’occasione di quella cena il Carducci regalò al Pascoli una copia del Ça ira con dedica: si veda in Omaggio a G. Pascoli, ed. Mondadori, 1955, p. 353. La « cavalaza » qui è un soprannome che indica il Brilli, come si vede anche dalla lettera nella nota a p. 161. A volte però (per es. in una lettera a Severino del luglio 1886) un soprannome affine era affibbiato alla ricordata condiscepola Cavallari. (Al Brilli, per « motto », poco dopo è dato anche il nome di « Ugo »). Anche Giulio Vita, Vittorio Fiorini ci sono noti. Giulio Gnaccarini è il genero del Carducci. Il Ferrari « barbuto » naturalmente non è Severino: v. pag. 173.]

[16] Stoiano era il soprannome che gli amici avevano messo a Falino, facendolo derivare da stuoia = bolletta.

[17] [« Rassegnato se non contento », scrive il 5 ottobre, appena arrivato, al Carducci in una lunga lettera in cui dà varie notizie di sé e di amici, del bisogno di un sussidio per libri e studi, e della probabile adozione nel suo Ginnasio delle Letture italiane del Maestro. La lettera è nel cit. Omaggio a G. P., p. 353.]

[18] [Corrado Ricci. È il già altre volte soprannominato « Stecchi », che va distinto da Stecchetti.]

[19] [Interessa ricordare ciò che il 23 nov. 83 scriveva all’amico Cantoni: « Or mi ci vuol altro. Trova il programma di concorso di premi hoeufftiani di poesia latina ad Amsterdam, mi pare. Trovali subito e subito scrivimene il tenore... » (opusc. cit. del Maioli con lettere del Cantoni). Si è già detto che, pur avendo spedito qualche cosa al concorso, ma non avendo osservato le regole, l’invio rimase senza esito: v. pag. 157. Il proposito sarà ripreso nel 1891. Le ispirazioni o le suggestioni dei poemetti latini premiati risalgono ben addietro nelle reminiscenze del Pascoli. Ancora ragazzo di 7 anni, a Urbino, un « vecchio frate..., il padre Giacoletti..., per il quale noi avevamo una ammirazione quasi paurosa » e che « con un poema sul vapore » aveva ottenuto il gran premio di Amsterdam (« sul suo feretro vidi rifulgere quella medaglia ») gli aveva parlato « d’un latinista appetto al quale egli era un nulla », Diego Vitrioli (v. Un poeta di lingua morta, Prose I, 157; e la «Rivista d’Italia », marzo 1912, su cui qui a pag. 1007. Si veda però anche piú avanti a pag. 610).]

[20] [Allusione alle Epistole poetiche che Giovanni aveva intenzione di scrivere: è nota la bella Epistola a Ridiverde nelle Poesie varie; e anche Romagna era come un’epistola allo stesso Severino.]

[21] Il Lami era un giovane ingegnere di Sogliano che aveva studiato a Bologn contemporaneamente a Giovannino, ed erano amici. [Quanto a Placido, che poi il Pascoli terrà presso di sé, è noto che avrà, dopo la sua precoce morte, una poesia e altri scritti da Giovanni che molto l’amava. Si veda più avanti.]

[22] [Da Viggiano il 26 luglio scrisse al Carducci, chiedendo se poteva trovare due professori per quel Ginnasio, uno per le classi inferiori, l’altro per le superiori. Si veda il cit. Omaggio a G. P., p. 356. Il 18 aprile 1883, insieme al Ristori, Pascoli aveva mandato un ritratto al Maestro; la lettera comune è di calligrafia di Giovanni. Mancando essa al suddetto carteggio, qui si trascrive.

«Matera, 18 aprile 1883. Ill.mo Sig. Professore. Voglia accettare questo poco di ricordo nostro. Ci guardi un momento: siamo ingrassati, ma come rabbuiati, oh! come la preghiamo di averci in mente non tanto come vogliosi di nuovi benefizi, quanto come sinceramente grati del gran bene che ci ha fatto. Di Lei dev.mi discepoli Dott. GIOVANNI PASCOLI, Dr. ANTONIO RESTORI ».

Fu pubblicata da T. Barbieri nel «Convivium» 1955, fasc. VI; ma con data errala, 1885, quando il Pascoli era già a Massa.]

[23] [Della stima che del Pascoli (non ancora... poeta) aveva il Maestro, sono segno alcuni passi di lettere. Al Brilli il 17 sett. 84: « Se trovo Pascoli, mi farò aiutare da lui al confronto del Galateo»; e, scherzando, il 12 genn. 85: «Ascenda le Alpi...; purgato scenda e predichi all’Italia il gran trilemma. Siete o disonesti o cretini o ignoranti. Il Pascoli e il Ferrari sorrideranno, ma sono corrotti e l’allusione è un poco letteraria e forse anche un poco politica verso i due... estremisti; tutto è ripetuto lo stesso giorno a Severino, riferendogli della lettera precedente, e aggiungendo: «Gli proponemmo anche i sorrisi scettici del Pascoli e del Ferrari su la sua dottrina grammaticale...» (v. Lettere, ed. Zanichelli vol. XV p. 33, 95, 96). Anche a F. Martini diceva il 15 apr. 85: «Ti presento l’avv. Vita, che è di quella bella fioritura che diè il Pascoli, Severino, l Brilli e altri...» (id. p. 150). Si veda tuttavia piú avanti.]

[24] [Questo sussidio che non arrivava mai diede occasione a una breve ma affettuosa lettera del Pascoli al Carducci, il 10 sett. 82: «Perché racconto ciò a lei? Mah! perché Severino, non è molto, mi riferí di lei una affettuosa parola la quale non avrei mai voluto che affettuosamente ricordare fra me e me». Sempre fra il timido, il sentimentale ed il restío: v. Omaggio a G. P., cit., a pag. 357.]

[25] [La dedica e le poesie - una saffica e un sonetto che nella lettera sono intere - si leggono nel già cit. volume degli Scritti sparsi.]

[26] [Questo di Matera fu un periodo piú di preparazione e meditazione che di lavori concreti. Contento dapprima per aver finalmente un’attività fissa e compensata, fu presto colto dalla malinconia ma non senza il balenare delle speranze «verso la meta»: compresa la possibilità di ricostituire la smembrata famiglia (anche se pur in questo affetto egli è già il tormentatore di se stesso; o se ha un fugace pensiero di matrimonio). E poi ora si incomincia a stampare i suoi versi in periodici importanti e a parlare di lui... La sua poesia è ora piú di scherzi familiari («rebus, sciarade...») o, al massimo, d’occasione (per le sorelle o a loro richiesta): non senza però qualche cenno della futura originalità («tanti quadretti, naturali, voci de’ boschi e della strada...; stile mezzano...»). Egli vive ancora con i suoi classici, greci (specialmente Saffo) e latini (in particolare Orazio e i favolisti): e, pur invano, pensa già a un poemetto latino per il concorso di Amsterdam. Di questo classicismo (ancora carducciano negli spiriti) risente anche la poesia italiana, con il piano di quel poema La nuova Roma, per cui si richiama ad Orazio epodico (non già ai «poeti cromolitografici alla D’Annunzio»). C’è anche qualche velleità di ispirazione storica (si noti già questa contemporanea complessità di interessi) con quella specie di «commentario» della rivoluzione risorgimentale, di cui i documenti dovevano essere tradotti in latino!... Criticamente si può notare l’avversione allo Stecchetti; e la richiesta che voglia correggergli i versi, fattagli da Severino Ferrari, che pur lo trascina ai suoi motti »]

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011