Maria Pascoli

Lungo la vita di Giovanni Pascoli

Memorie curate e integrate

da  AUGUSTO VICINELLI

con 48 tavole fuori testo

Edizione di riferimento

Maria Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, Memorie curate e integrate da Augusto Vicinelli, con 48 tavole fuori testo, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1961

PARTE PRIMA

DALLA NASCITA ALLA LAUREA

1855-1882

[continua]

CAPITOLO V

IL RITORNO AGLI STUDI E LA LAUREA (1880-1882)
DOPO L’ASSOLUZIONE - IL NUOVO CONCORSO (1880)

Dopo tre mesi e mezzo di carcere, di aria chiusa, di scarsa e debole luce, al trovarsi finalmente libero all’aria aperta e pura e alla luce del sole, nonostante l’amaro che gli restava nel cuore per l’ingiustizia che gli era stata fatta, egli si sentiva tutto rinnovellato e leggero, e non toccava piú coi piedi la terra. Oh! la libertà! quale altro bene può uguagliarsi ad essa? E felici erano pure gli amici per averlo riavuto fra loro, e anche il Carducci ne fu immensamente lieto.

Il suo pensiero si rivolgeva piú che mai a poter riprendere gli studi universitari, interrotti da più di quattro anni, e a poter riottenere il sussidio per gli ultimi due anni e arrivare a conseguire la laurea. A Bologna più non intendeva di rimanere: troppi motivi lo spingevano a lasciarla, tra cui la poca possibilità di trovare un’occupazione che gli desse i mezzi per vivere durante quell’anno. La sua idea che già da tempo accarezzava, e che aveva meditata e rafforzata nelle lunghissime e insonni notti del carcere, era di andare a Firenze, concorrere per avere il sussidio in quell’Istituto Superiore e di conseguenza compiere gli ultimi due anni di studentato, e in fine laurearsi. Parlò piú volte di questo suo bel progetto a Severino (che era spesso allora a Bologna) per averne consiglio e sopra tutto per sapere se avesse potuto contare di avere a Firenze un incarico qualsiasi per provvedere alle necessità del vivere per quell’anno. Ma l’amico non lo consigliava, anzi lo sconsigliava a muoversi ritenendo difficilissimo trovare l’incarico. Dovette rassegnarsi a rimanere ancora per quei mesi a tribolare e a stentare a Bologna; non però rinunciava alla sua idea di andare a Firenze per l’esame di concorso al sussidio e terminare là gli studi universitari. Gli sembrava che dovesse essere un ambiente più calmo, più raccolto quello dell’Istituto Superiore e perciò piú adatto a lui che, dopo tante e varie peripezie, aveva bisogno di riordinare la sua vita per prepararla e avviarla verso un avvenire di lavoro buono e sereno.

Intanto ben pochi erano i mezzi di sussistenza che poteva avere; si riducevano, come in passato, a qualche temporanea supplenza, a qualche ripetizione privata e a qualche risorsa di giornali di cui era redattore e di taluni anche direttore. Rimediava cosí quel tanto che gli era strettamente necessario per il vitto, per fumare e per pagare, a mezzo con Falino, la tenue pigione della camera. Non altro.

Falino, sebbene avesse avuto aumentato lo stipendio a lire 150 mensili, non andava avanti bene nemmeno lui per il fatto che doveva spesso recarsi in trasferta e a volte restare assente parecchi giorni; e alloggiando in albergo e facendo conoscenza con famiglie del luogo, per non fare brutta figura non gli avveniva di realizzare nessuna economia. Non era perciò cosa rara che Giovannino, con le sue scarse risorse, contribuisse alla società fraterna piú di quanto avrebbe potuto. Ma non era possibile che potessero durare a lungo così. Furono costretti a fare insieme dei debitucci; e poi per pagare quelli ne facevano altri più grossi, e via via sempre un po’ maggiori. Del resto non si scoraggiavano. L’essenziale per Giovannino era di poter arrivare alla laurea e debellare l’avversa sorte.

Le sue idee socialiste non si erano per niente raffreddate, anzi si erano anche piú riscaldate, ma bisognava che le tenesse a freno. Si asteneva dal presiedere comizi e riunioni e non sempre vi partecipava. Gli era rimasta l’impressione che il Tribunale l’avesse assolto per forza, e quindi si potesse dalla Questura spiare le sue mosse. Aveva imparato a essere un po’ prudente. Coi compagni di fede si comportava come in passato, sempre pronto a rendere loro servizi: manifesti, necrologi etc. Stava nel campo senza però combattere. Passava quasi sempre le serate con gli amici e col Carducci, il quale si divertiva a fare qualche partita a carte con alcuni di loro e pretendeva di vincere sempre. Giovannino e tanti altri non giocavano, ma si divertivano molto nel vedere il Maestro eccitarsi e riscaldarsi, quando perdeva, come un bimbo quando fa le bizze. C’erano poi le conversazioni animate su vari argomenti, e i motti arguti e spiritosi, specialmente di Giovannino, seguiti dalle risate fragorose della compagnia.

Allorché il Carducci apprese che Giovannino voleva andare a Firenze per terminare gli studi in quell’Istituto Superiore si rattristò molto e cercò di persuaderlo a non lasciare l’Università di Bologna che l’aveva accolto con tanta simpatia, e tutti, insegnanti ed alunni, gli volevano bene e lo stimavano, e cercò pure di assicurarlo che il sussidio l’avrebbe certamente ottenuto; che non pensasse più ad andar via che sarebbe stato un gran dispiacere anche per lui. E altre cose, tendenti a vincere la sua riluttanza, gli disse con così buona e fraterna maniera che egli non ebbe più cuore di resistere: si sentì vinto e si rassegnò a rimanere a Bologna. Gli restò però sempre un certo rammarico di aver dovuto rinunciare al suo progetto che da tanto tempo accarezzava e che credeva potesse essere per lui di maggior tranquillità e profitto negli studi. Mi diceva che a Matera, prima tappa delle sue peregrinazioni d’insegnante, ebbe tra i suoi alunni di liceo un giovane di squisito ingegno, appassionato per gli studi letterari, segnatamente per il greco. Era Niccolò Festa, che dietro suo consiglio si iscrisse a Firenze, dove erano ottimi ed illustri professori tra cui il professor Girolamo Vitelli, insegnante di greco, già in meritata fama.

Nel « Corriere della Sera », in un numero dell’ultima decade del febbraio 1907, si leggeva un articolo di Salveraglio (uno degli amici di Giovannino e frequentatore del ritrovo carducciano) in cui, parlando del Carducci allora allora scomparso e di alcuni suoi alunni, asseriva che il Maestro aveva una volta fatto un « rabbuffo » a Giovannino. Ciò è ben lontano dal vero. Il Carducci non ebbe mai a rimproverarlo, né nella circostanza da me accennata più su, né prima né dopo. Egli sapeva e comprendeva le grandi sventure del suo alunno e le tante difficoltà in cui si dibatteva, conosceva la generosità del suo carattere, le sue doti intellettuali, la sua modestia, e lo amava e lo stimava. Altre cose non vere asseriva il Salveraglio in quel suo scritto; una è questa, che Falino pagava con cinquanta centesimi e anche con due lire le poesie al fratello. Mi ricordo che Giovannino leggendo quell’articolo s’indispettí a quelle notizie non vere. Anche Falino notò quelle falsità e protestava scrivendogli da Pisa (dove era impiegato al Genio Civile) il 27-2-1907. Forse qualche po’ di gelosia in qualcuno della compagnia carducciana poteva benissimo esserci. Mi raccontò Giovannino che una volta uno di loro gli disse che il Carducci aveva detto che lui era un « mattaccino ». Egli non fece mostra d’aver sentito, ma rimuginava tra sé e sé, pensando che cosa avesse voluto dire il Carducci. Pensò di sincerarsi; e una mattina, uscendo il Carducci dopo la consueta lezione all’Università, si unì a lui per accompagnarlo a casa. Strada facendo, a un certo momento di silenzio, gli chiese che cosa potesse significare la parola « mattaccino » e se lo aveva qualificato con quella parola. Ma il Carducci protestò a lungo con fierezza e sdegno contro la falsa asserzione. Giovannino rimase pienamente soddisfatto e non cercò altro.

In quel tempo egli fu adibito per alcuni giorni nel pomeriggio, dal Carducci, a copiare o a tradurre (non ricordo bene) dei passi francesi che gli bisognavano per certi suoi lavori; così risparmiava il tempo che non gli abbondava. Lo teneva nel suo studio, a un tavolo vicino al suo, e lavoravano tutti e due quietamente. Era per l’alunno un piacere e un onore poter rendere quel piccolo servizio al suo Maestro. Un giorno ebbe la ventura di trovarsi presente al primo incontro di Giuseppe Giacosa col Carducci. Non si conoscevano ancora di persona, e il Poeta non aveva nelle sue grazie il drammaturgo e commediografo; sì che quando una figlia si recò nello studio ad annunziargli quella visita, egli si mostrò seccato e poco disposto a riceverlo. Tuttavia si contenne e, sebbene un po’ burbero, disse di farlo passare. Giovannino si levò per uscire, ma a un cenno del Maestro si fermò e continuò a scrivere. Entrò il Giacosa col suo aperto sorriso piemontese, mentre il Carducci in piedi gli ricambiava la stretta di mano e i primi saluti di convenienza, e poi si misero a sedere l’uno accanto all’altro parlando e discutendo di cose letterarie e d’arte sempre sereni e cordiali. La visita fu breve, come voleva la convenienza. Il Carducci accompagnò l’ospite sino fuori dell’uscio dello studio tra saluti e strette di mano da vecchi amici. Rientrato (subito Giovannino lo interrogò con gli occhi sull’impressione che aveva riportato) disse: « È una gran brava e buona persona! »

Quell’anno fu per Giovannino assai migliore dei tre precedenti; non per i mezzi finanziari che erano sempre quelli, ma perché egli non vedeva piú tanto nero nell’avvenire ed era sorretto e animato dalla ritrovata fiducia in se stesso. Sentiva che la sua testa non era vuota, che aveva un cervello che funzionava bene e in cui erano tante cose belle e buone già germinate che aspettavano di essere estratte per poter fiorire.

Intanto si preparava a un esame che non aveva dato alla fine del secondo anno di Università e che era necessario per potervisi nuovamente iscrivere. Presentò la sua domanda e poi il 23 maggio ne scrisse al Carducci che in quei giorni era assente da Bologna; era a Roma, essendo membro del Consiglio Superiore dell’Istruzione: « Ho presentato la domanda d’essere ammesso all’esame di licenza nella prossima sessione... Confido ch’ella, se potrà di costì essermi utile..., non mi mancherà. È tanto buono... ». [1]

Il suo scoraggiamento doveva provenire dall’incertezza di poter dare quell’esame di proscioglimento e dal conseguente dubbio di poter riavere il sussidio, nonostante che il Carducci l’avesse assicurato che l’avrebbe ricevuto. Dico così perché in un suo fascicoletto di quel tempo, tra altre cose si legge questo titolo:

 

LAVORI FILOLOGICI

pronti per l’esame se c’è, e pel sussidio se si potrà avere.

 

Dalla « Poesia eolica »: Il mito di Faone e di Saffo

 

Segue un elenco di libri forse consultati e molti appunti che tralascio essendone impossibile la trascrizione, tanto è affrettata e trasandata la scrittura. « L’esame, se c’è » e il « sussidio se si potrà avere » sono frasi che dimostrano chiaramente che dubitava di tutto. Ma tutto andò bene. Potè dare l’esame di proscioglimento (non so se nella prima sessione o nell’altra) e l’esame di concorso per il sussidio che ebbe luogo l’8 novembre 1880. Sono presso di me le tre prove scritte: lo svolgimento del tema di italiano, la versione dal greco in italiano e quella dall’italiano in latino; me le favorì il prof. L. Pesci, rettore dell’Università, nel 1913. Il tema d’italiano fu: « Il candidato esponga ciò che egli senta e pensi della prosa italiana nel secolo XIX ». [2] L’esame fu superato bene: vinse il concorso riportando punti 49 su 50. [3] Un buon passo l’aveva fatto verso la meta, ma c’era ancora del cammino per poterla rag-giungere e c’erano ancora delle difficoltà economiche da superare, perché il sussidio (60 o 70 lire mensili) non poteva essere sufficiente per tutte le sue necessità di studio ed altro.

I due fratelli, in perfetta armonia tra loro, lasciarono l’alloggio di via Pelacani e si trasferirono all’ultimo piano di una casa di via Mazzini n. 58, avendo bisogno di una camera più ampia per sistemarsi meglio e avere più agio per studiare. [4]

Un condiscepolo di Giovannino degli ultimi due anni di Università (1880-81 e 1881-82), Riccardo Calanchi, richiesto da me di qualche notizia intorno a certe satire scherzose e ad aneddoti, che io già avevo sentito raccontare da Giovannino stesso, mi rispose molto gentilmente (29 gennaio 1913), poco però avendo da aggiungere alle cose a me note, ma narrandomene una, un aneddoto, che qualificava « bellissimo », a me ignoto, e che io riporto dalla sua lettera tale e quale.

Succedeva, temporaneamente, a Pietro Ellero nella Cattedra di Diritto Penale in Bologna (anno 1880?) Enrico Ferri, giovine allora e già in molta fama. Con grande foga e facendo lirismo di eloquio fece la sua prelezione sui «Nuovi orizzonti del Diritto Penale » e vi intervenimmo tutti. Fu un delirio di applausi; Giovannino era piú acceso di tutti; poi, usciti che fummo dall’aula, lo vidi a un tratto rannuvolarsi. Lo richiesi di quel suo mutamento di umore ed egli mi rispose battendosi la fronte e le tempie: « Eppure devo diventare anch’io qualche cosa, me lo sento, me lo sento qui dentro e voglio che sia; lo voglio, non fosse altro per amore del mio sangue ». Queste presso a poco le sue parole, e lei, signorina, mi perdoni se la ho turbata rammemorando questo grido sublime.

« Voglio che sia! » Lo volle tanto che, in mezzo a difficoltà, a sconforti, ad amarezze e a dolori d’ogni genere e d’ogni specie, che sempre l’accompagnarono nella vita, riuscì al suo fine di onorare e rivendicare nobilmente il suo povero amatissimo padre vilmente assassinato.

LE ULTIME DIVISIONI (1880)

Le ultime divisioni di famiglia furono fatte nel 1880 dopo la vendita del podere di nostra madre e della sua casina. Il ricavato della vendita si aggirò intorno alle 24.000 lire; ma da questa somma c’erano da prelevare le spese dello strumento e del contratto di vendita, e le spese fatte da Giacomo per modificare la casa quando prese moglie. Egli aveva fatto una cambiale a nome suo, intendendo di pagarla da sé, con la sua parte o col suo lavoro, non volendo che quella sua spesa gravasse sul patrimonio di tutti; ma, come ho già detto, la cambiale sparì col suo portafoglio mentre egli agonizzava e non se ne seppe piú niente. Sicché le 24.000 lire subirono una forte diminuzione. Eravamo in sei a dividere: la vedova di Giacomo, i tre fratelli e le due sorelle. A ciascuno toccarono circa 3000 lire. Giovannino non aveva da avere più niente, anzi rimaneva in debito di una ventina di lire; Falino invece aveva ancora un piccolo avanzo di 32 o 33 lire; Giuseppe, credo che avesse già finito tutto assai prima degli altri; la cognata ebbe intera la sua parte e cosí pure Ida e Maria: fra tutte e due un po’ meno di 6000 lire. Noi sorelle, che eravamo in convento, fino allora avevamo potuto pagare la retta coi frutti del capitale e con l’aggiunta delle 50 lire annue di pensione che il principe Torlonia ci passava fino ai 14 anni. Per l’Ida erano già due anni che era cessata, per me cessava allora. Non era piú possibile restare in convento senza intaccare la vera sorte. Alla zia Rita e alla Madre Badessa dispiaceva molto che non potessimo terminare la nostra educazione, ed escogitammo come poter fare per ottenere dal Principe che seguitasse per un altro po’ di tempo a darci la pensione. Si pensò di scrivergli una lettera che un Monsignore promise di consegnare al Principe. Cosí facemmo, ma si ebbe voglia di aspettare la risposta; non venne mai! Ciò non ostante rimanemmo in convento fino al 2 luglio 1882, avendo da fare e da compiere dei lavoretti. Diminuí così sensibilmente la nostra piccola vera sorte. Ci prese allora con sé la zia Rita che abitava da poco in una casina, non sua, nelle vicinanze del convento; ma non poteva mantenerci essa del tutto essendo molto decaduta; sicché fu stabilito che noi contribuissimo lasciando a lei, finché stessimo con lei, i frutti del restante nostro capitaletto, che era passato all’amministratore avv. Francesco Vendemini, fratello dell’on. Gino, di Savignano. Mi ricordo che un giorno fecero il conto di quanto era fra tutte e due il nostro contributo. Risultava di lire 0,75 al giorno, ossia di lire 22,50 al mese, ossia di lire 270 all’anno, il cui capitale risulta di L. 5400 tra tutte e due, ossia per ciascuna di L. 2700. Ecco tutte le notizie riguardanti la parte del capitale che toccò a ciascuno. Le ho rese note soltanto per rettificare e smentire cose errate o a dirittura false che a questo proposito sono apparse via via in giornali e anche in certi volumi di non piccola mole.

Povero Giovannino! in tutti i tempi egli fu bersaglio di leggende, di prevenzioni, d’invenzioni assurde e cattive, di falsità e di pettegolezzi d’ogni specie. Io credo che non ci sia mai stato un uomo così incompreso e così bistrattato come lui.

GLI ULTIMI DUE ANNI D’UNIVERSITÀ (1880-1882)

I professori che ebbe Giovannino negli ultimi due anni d’Università furono quelli stessi che aveva avuto nel primo biennio, perciò gli erano tutti, si può dire, familiari, ed egli riprese il suo posto come l’avrebbe ripreso dopo un’assenza in famiglia. I condiscepoli, naturalmente, non erano piú quelli, ma li conosceva bene tutti per essersi trovato spesso con loro nei pressi e nei corridoi dell’Università, per avere sovente aiutato questo e quello in qualche lavoro, e anche per essere più volte intervenuto con essi alle lezioni del Carducci e del Brizio, dottissimo archeologo. Di quei nuovi compagni i piú ricordati da lui nei suoi discorsi con me erano Riccardo Calanchi, suo vicino di banco, Guido Mazzoni, Leandro Biadene, Innocenzo Dall’Osso, Egisto Gerunzi, Carlo e Ludovico Frati, e le studentesse Emma Tettoni e Giulia Cavallari, che furono le prime signorine che avesse la Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna.

Egli frequentava le lezioni di tutti i professori, ma non a tutte era così assiduo come a quelle del Carducci, del Gandino, del Pelliccioni e del Brizio. Ciò poteva far pensare e credere a qualche insegnante che fosse svagato e trascurasse lo studio; il che non era affatto vero. Studiava e lavorava proprio sul serio; e se toglieva, a quando a quando, una o due ore alla scuola, era per impiegarle, nel raccoglimento della sua stanza, a prepararsi agli esami speciali e a fare la tesi di laurea, che gli costava tempo e fatica. Non trascurava poi di tenersi al corrente delle lezioni che erano state fatte nella sua assenza, sì che non ne perdeva nulla. Mi raccontò Giovannino che una volta l’insigne professore di filosofia Francesco Acri gli fece esporre un difficilissimo quesito filosofico, ed avendolo egli esposto molto bene, con chiarezza e precisione, gli disse tra compiacente e meravigliato: «Pare che lei qualche volta studi! » Ed egli: « Pare ».

Era invece molto attivo; basterebbero a provarlo i non pochi fascicoli, che ancora rimangono di quel biennio, in cui egli appuntava, o riassumeva, o alla svelta trascriveva le lezioni dei professori, non che i fascicoli che contengono studi suoi particolari intorno a Saffo, alla metrica e al ritmo della poesia greca, e alla comparazione tra la lingua latina e quella greca. In un fascicolo (mi sembra che debba essere il primo di quell’anno di scuola) è, più che riassunta, trascritta la Prolusione del Carducci al suo corso di Letteratura Italiana (15 novembre 80) e la sua prima lezione e qualche altra. Negli altri fascicoli ce ne sono molte altre delle lezioni riassunte di letteratura italiana e di lingue neolatine del Carducci, e molte pure, se non tutte, quelle di archeologia del Brizio. Queste sono in tre fascicoli: uno non è di carattere suo, perché (me lo disse lui stesso) avendo egli prestato i suoi sunti a un compagno che non glieli rese, se li era fatti dare da un altro che non glieli richiese più. Aveva molta passione per lo studio di quella materia, che gli portava la mente in un mondo di sogno, di tante arcane bellezze. Ci sono anche in diversi fascicoli delle lezioni appuntate di latino del Gandino e di greco del Pelliccioni. C’è poi un fascicolo intero di appunti di « metrica classica » da lezioni del prof. Vitelli dell’Istituto Superiore di Firenze, copiati con carattere minutissimo da lui, da fascicoli che si faceva procurare da Severino. Per i suoi studi particolari della lingua e della poesia greca, e per la tesi di laurea di argomento greco che stava elaborando, non riteneva inutile la conoscenza dell’insegnamento metrico del dotto professore di greco.

In un altro fascicolo, nell’ultima facciata, si trovano alcuni versi umoristici, o meglio buffoneschi, scritti (forse tra una lezione e l’altra) dal Calanchi i primi otto, e da Giovannino gli altri dieci.

Il Calanchi era un giovane buono, allegro burlone, che diceva le sue facezie e i suoi motti stando così serio da destare solo per questo l’ilarità. Avvenne che un giorno del maggio 1882, durante una lezione del prof. Brizio, gli saltò in mente di sussurrare a Giovannino delle barzellette che lo distrassero e lo fecero ridere, mentre il Calanchi rimase impassibile. Il Brizio nel vederlo ridere senza che ci fosse una ragione (chi sa che cosa dovette pensare) lo richiamò all’ordine. Egli, che era sempre stato attentissimo alle lezioni di quel professore, ci rimase molto male, ma non si difese, non fiatò. Uscendo però di scuola si sfogò con l’amico rimproverandolo di non aver agito lealmente, perché doveva dire d’essere stato lui che l’aveva fatto ridere; ma presto fecero la pace, e in quell’occasione scrisse al Calanchi questo sonetto:

Sento amara la bile entro il mio petto,

che le dighe del cuore urtarmi suole:

ho nemici ed amici anche in dispetto;

ma infine ho il cuore... il cuore, che mi duole.

Mi fa bisogno un indomato affetto,

ch’ombra non abbia delle mie parole,

perch’io son rude, eppur sincero e schietto,

non sono un vile, eh no! troppo ci vuole...

Dunque l’olivo de la pace accetto

e ricevo i giacinti e le vïole

e te ritorno ad appellar diletto.

Ma c’è qualcun che, finite le scuole,

vederlo fare un brutto ghigno aspetto

quando ci abbracceremo in faccia al sole.

Anche Giovannino, dopo molti anni, nella breve e commossa commemorazione – ora pur in Limpido rivo – ch’egli fece agli studenti dell’Ateneo bolognese (essendovi professore d’italiano) in morte dell’insigne prof. Edoardo Brizio, parla di quell’incidente scolastico e racconta come esso fosse ancora presente nella memoria del suo Maestro, che gliene riparlò nel maggio del 1907.

Il suo socialismo non subiva mutamenti; era tenuto a freno per i preparativi degli esami e anche per la necessità di guadagnare qualcosa, sia coi giornali, sia con qualche ripetizione; ma realizzava ben poco. I guadagni più buoni, che potevano esserci allora a Bologna, erano assorbiti da altri, specialmente da Corrado Ricci e da Olindo Guerrini. Nonostante tutto, per la morte di un compagno di fede, Alceste Faggioli, nel marzo 1881, fece il manifesto per i funerali e si recò insieme con gli altri all’accompagnamento. [5]

Un lavoro egli fece per la scuola di Magistero. È in un fascicoletto a sé di quattro pagine che presentò al Carducci come « 3° lavoro..., anno scolastico 80-81 ». Si tratta del Volgarizzamento dal principio della Batracomiomachia, con un Proemio sulla metrica da lui usata nella traduzione in esametri. Il Carducci lodò quella traduzione, e scrisse nell’opuscoletto col lapis turchino: « Molto bene ».

Questo fu il terzo lavoro per la Scuola di Magistero. Ma gli altri due? Uno credo che possa essere (è solo però nella sbozzatura) un lungo lavoro italiano: Dell’invenzione nell’Orlando Furioso, Dubbi di Giovanni Pascoli, in cui egli difende l’Ariosto da certe idee del Rajna e del D’Ovidio che, secondo lui, toglierebbero l’originalità al poema del grande poeta. Questa sbozzatura si trova nello stesso fascicolo dove è pure sbozzato tutto il su riportato terzo lavoro, quindi è molto probabile che sia proprio anche questo per la Scuola di Magistero.

L’altro lavoro per la Scuola di Magistero potrebbe essere, a parer mio, un lavoro sulla poesia e sulla prosa, e sui poeti e prosatori italiani dal ’200 in su. Ma essendo la sbozzatura in foglietti staccati, mancano quasi tutti: saranno andati dispersi. Il primo foglietto di quelli che restano presuppone un proemio o una introduzione, che non c’è. Peccato! Quante cose disperse in quegli anni in cui non aveva chi gli tenesse raccolte le cose sue !

Nonostante le sue occupazioni dentro e fuori della scuola, non si rifiutava mai di compiacere gli amici quando gli chiedevano poesie per qualche avvenimento lieto o anche luttuoso. Una gli fu chiesta dal suo carissimo Raffaello Marcovigi che ne conservò l’autografo dandolo poi a me. E in un minuscolo fascicolino preparato da Giovannino e porta il titolo: ΕΠΙΚΗΔΕΙΑ. Anche un’ode per nozze («Al conte Ildebrando Nardini – 23 aprile 1881») gli fu chiesta dal Marcovigi. Comincia: «L’orsa nel cielo impallidia...». Altri due sonetti, i cui autografi sono stati conservati dal Marcovigi («Quando a l’ara funebre Ifigenia» e «Là nelle nebbie grigie a l’orizzonte») non so a che fine gli fossero stati chiesti. Suppongo per qualche miscellanea nuziale. Quante ne fece delle poesie per nozze! Cosí ogni tanto con qualche verso egli intramezzava il lavoro serio e lo studio che, a lungo protratto, richiedeva un diversivo.

Il suo Biondino (cosí egli chiamava Marcovigi), e la famiglia gentile e ospitale di lui, avevano progettato di offrire in casa loro, come altre volte avevano fatto, un banchetto al Carducci e ai soliti amici, piú Enrico Ferri, che sostituiva allora nella cattedra di Diritto Penale l’illustre professore Pietro Ellero. Ma di invitare nuovamente il Carducci, Marcovigi non si azzardava senza avere prima l’assicurazione che avrebbe accettato. Perciò incaricò Giovannino di tastare terreno presso il Maestro; il che egli fece con sollecitudine e con piacere, riferendone poi l’esito con questa letterina.

Carissimo Biondino, ho parlato col prof. Carducci. Egli accetta con piacere, sebbene obbietti che altre volte non avendo potuto rispondere con le visite d’uso alle gentilezze della sig.ra tua mamma, cosí etc. Resta che tu assegni il giorno. E a questo proposito, sei un bel tipo. Non ti si trova in nessun posto, fai fare delle figure, fai spendere del denaro — L. 1,50. Non faccio per rimproverartene, ma tu abusi troppo della nostra bolletta. Risponderai che noi abusiamo della tua opulenza e... Basta: trovati in qualche luogo, perché io domani sera possa andare teco dal nostro caro e adorato professore. Ti conterò certe cose. Egli ci vuol molto bene. Scrivi un bigliettino, indirizzalo a casa n.ro 58 Via Mazzini; mi saprai dire dove ti posso trovare e che debbo fare.

Maledetto il carnevale! Ah!... tu sei a carnaval gentleman.

Addio. Tanti saluti. Sono tuo aff.mo                                       Giov. PASCOLI

Haec scripsi pridie Kal. Mart. anno MDCCCLXXXI

Il banchetto ebbe luogo una sera di carnevale e fu veramente bello: non vi mancò nulla, né dovizia di cibi e di vini, né animazione, né allegria. La serata trascorse per incanto, e si concluse con un piccolo e grazioso episodio del Carducci, che Giovannino non dimenticò mai. Mentre gli ospiti erano già sulle mosse per andar via, si soffermarono ancora qualche minuto per osservare una pittura fatta dalla gentile signorina Clementina Marcovigi, distinta pittrice. Il lavoro rappresentava un paesaggio campestre con diversi alberi sparsi, e una fila di alti e snelli pioppi. Anche il Carducci si compiacque di dare la sua lode, e disse, accennando con la piccola bianca mano la fila degli alti pioppi: «Belli, belli quei cipressi ! »... Gli erano sembrati cipressi! Forse al grande poeta erano tornali in mente i cipressetti di Bolgheri!... Potrebbe anche darsi che egli non avesse l’occhio adatto per la pittura, come non aveva l’orecchio adatto per la musica. Questa non la gustava affatto. Si diceva (ed era vero) che quando, sollecitato da qualche amico, si recava a teatro, s’annoiava e si addormentava.

Non cosí Giovannino, che aveva un orecchio molto buono, ed era appassionatissimo per la musica e per il canto. In quei due ultimi anni ebbe parecchie volte la soddisfazione di andare a teatro; vi andava con Falino e con un gruppo di studenti, che, come lui, non avevano soldi, e avevano bisogno di passare senza biglietto. Sapevano fare! conoscevano il momento buono! Allorché più folta era la gente presso il distributore dei biglietti (era detto «la maschera») e questi era tutto indaffarato a consegnare i biglietti d’ingresso e a riscuoterne il prezzo, essi lesti lesti, l’un dietro l’altro, passavano inosservati, e via! in alto, nel «lobbione». Lí non c’erano tante comodità, ma in compenso udivano benissimo e, negli intervalli, tra atto e atto, si divertivano un mondo a lanciare motti a quelli che conoscevano, che erano in platea o nei palchi.

Il suo amico Marcovigi era anche un prezioso suo fornitore di libri e di notizie che occorrevano a lui o ad altri per certi studi di cose francesi. Quando non poteva vederlo per chiedergli ciò che voleva, gli scriveva.

Bologna, N. 58 Via Mazzini, I° piano sotto gli embrici.

Molto leggiadro amico mio. Sei pregato di rispondere ai seguenti quesiti:

1° – A che epoca precisa può riportarsi l’azione del petit-duc? Forse all’epoca della reggenza? Poco dopo? 2° — Conosci tu memorie autentiche intorno all’epoca a cui può riportarsi etc., etc.? 3° — Potresti darmi informazioni intorno al minuetto e in generale intorno ai costumi di guerra e di galanteria che fiorirono nell’epoca a cui può riportarsi etc. etc.? 4° — Nel caso 1°, hai tu o potresti avere gli ultimi volumi delle Memoires du duc  de Saint-Simon o anche altra opera privata e pubblica del reggente d’Orléans? 5° — Conosci storia della famiglia d’Orléans? Si desiderano pronte e categoriche risposte. Si confida molto nella tua dottrina e nella tua gentilezza. Tuo ammiratore ed amico

Giov. PASCOLI

In questo tempo scrisse anche una novella o « bozzetto sociale » intitolato Un grillo di gioventú, pubblicata con firma DIONEO.

Ormai egli si sentiva sicuro di sé, e nonostante che anche allora conducesse una vita molto grama, non era più preso dallo sconforto e dalla melanconia; tirava avanti alla meglio vedendo il porto non lontano, sempre lieto e sempre disposto a scherzare e a motteggiare. Mi raccontò egli stesso, che una volta si era preso il gusto di fare una satira contro il suo condiscepolo Egisto Gerunzi, pigliandolo in giro per la sua sgobboneria nello studio e per la sua velleità di credersi elegante. La satira destò molta ilarità tra i compagni, i quali per un pezzo vi fecero su delle grandi risate insieme a lui. Ma con l’andar del tempo egli, pur ricordando il fatto, non aveva più in mente della satira che i primi quattro versi. Or io, quando mi proposi di raccogliere le cose sue giovanili, pensai anche a questa satira che credo sia l’unica ch’egli abbia fatto, e mi rivolsi al suo ex-condiscepolo e amico Riccardo Calanchi, ma della poesia non mi mandò se non il principio che già sapevo (« Come si guarda, come si rispetta — come si stima, oh bello !... »), e i due ultimi versi (« Pien dell’orgoglio, che nell’alta mente — tu, Dio pastran, gl’infondi »).

Ecco ora un piccolo aneddoto assai saporito. Gli studenti si erano accorti che la loro compagna Giulia Cavallari era innamorata del suo e loro condiscepolo Ludovico Frati, il quale non mostrava affatto di accorgersene, nonostante che essa non gli levasse mai gli occhi di dosso. La cosa naturalmente faceva ridere tutti. Un giorno Giovannino, a cui quella scena a ripetizione continua stuzzicava la vena umoristica, fece trovare scritto sul banco, al posto che soleva occupare la signorina, questo piccante epigramma: «In penitenza de li miei peccati — t’amo Giulietta, Ludovico Frati». Come risero e quanto si divertirono i compagni!

Tra le cosette che via via mi raccontava intorno ai compagni e agli insegnanti, c’era anche questa del prof. Giuseppe Regaldi, caratteristica figura di vecchio, ben chiomato, originale nel vestire, di straordinaria cortesia e fecondo improvvisatore di versi. Sulla fine dell’anno scolastico, dopo l’ultima lezione di lui, la studentessa Cavallari gli presentò un suo albo invitandolo a scrivervi qualcosa. Egli accettò volentieri, e subito scrisse e poi lesse forte, ascoltato attentamente da tutti:

Feconda d’ogni ben sia la parola

a te, fiore gentil della mia scuola.

Grandi applausi e grida di evviva, evviva dei giovani studenti, mentre la signorina era tutta commossa e piena di soddisfazione.

Le vacanze di quell’anno 1881 furono molto laboriose per Giovannino. La tesi di laurea era a buon punto, ma richiedeva ancora del lavoro e del tempo: poi aveva da prepararsi a tutti gli esami (compreso quello della discussione della tesi) che dovevano aver luogo in due sessioni, nel primo semestre dell’anno venturo. Voleva poter ottenere una bella laurea, a pieni voti. Un po’ della sua attività però era sempre costretto a impiegarla in qualche lezione privata e in altri modi, coi giornali e coi giornaletti, per guadagnar qualcosa non avendo in quei mesi il sussidio. Ma avendo la luminosa speranza di poter presto uscire da tanta penuria, faceva anche qualche debituccio insieme con Falino.

Le sue giornate erano davvero piene di studio e di occupazioni; ma le sere, no: non lavorava. Si spassava allegramente cogli amici, coi compagni e con Falino (quando questi non era in trasferta). Due erano i luoghi che più frequentava: il ritrovo carducciano in cui, come già dissi, intervenivano allora molti amici del Carducci e anche suoi, tra i quali Severino Ferrari, Ugo Brilli, Ruggero Leoncavallo, già in fama di eccellente compositore di musica, Attilio Pratella, delicato pittore, Tullo Golfarelli, apprezzato scultore, gli avvocati Sveno Battistini, Raffaello Marcovigi, Giulio Vita ed altri amici. Era una compagnia di diversi elementi; ma tutti unanimi nell’ammirazione e nell’affetto per il grande poeta. L’altro luogo che frequentava era il teatro. Si può affermare che non mancasse mai alle Opere dei grandi Maestri in voga a quei tempi, interpretate dalle più rinomate compagnie di artiste e artisti italiani. Era un vero appassionato per la musica e per il canto; e sappiamo come riusciva a passare a teatro senza biglietto.

Ogni tanto lui e Falino andavano anche a passare qualche ora della sera in casa di una famiglia, abitante in Via Saragozza, che credeva di avere una certa parentela con la nostra. Essa era composta di quattro persone: la madre Giustina Pascoli vedova Poggi, un figlio, impiegato a Bologna, e due figlie la cui maggiore, di nome Maria, aveva il diploma di maestra, e l’altra, Giulietta, studiava per prenderlo. La conoscenza dei due fratelli con la famiglia Poggi era recente, ed era stata da essa cercata, essendo la madre venuta a sapere che due figli di Ruggero Pascoli (del quale non ignorava la tragica morte) si trovavano a Bologna, uno studente all’Università e l’altro delegato stradale al Genio Civile; li fece rintracciare dal figlio e condurre a casa sua volendo vederli, e sentire da loro se realmente, come essa credeva, ci fosse qualche legame di parentela tra la sua e la nostra famiglia. Essi però non ne sapevano nulla: ma la signora continuò a credere di essere parente della nostra famiglia e fu molto lieta di aver potuto conoscere i due fratelli. Cosí, di quando in quando, Giovannino e Falino sulla sericcia, prima di andare a passare la serata con gli amici, si recavano da quella famiglia, che sempre faceva a loro una festosa accoglienza. Si fermavano un po’ di tempo in conversazione, e talvolta un po’ di più, perché Giovannino era pregato di aiutare nei compiti di scuola la Giulietta. Erano buone figliole quelle due sorelle, ma bruttine assai; in nulla corrispondevano agli ideali femminili dei due fratelli. Esse invece dimostravano molta simpatia per loro e li circondavano di affettuose attenzioni.

Qualcosa di ameno Giovannino aveva via via da raccontarmi delle serate trascorse in quelle vacanze col Carducci, con Severino Ferrari e con gli altri amici e ammiratori del Poeta. Una cosa, che ancora lo faceva ridere, era questa. Una sera il Maestro, quasi volesse vedere che effetto faceva, lesse tra il silenzio generale dei con-venuti una sua recente Ode barbara; la lesse con anima, molto bene. Tutti applaudirono fragorosamente. Severino, commosso ed entusiasta, esclamò: «Io la ringrazio a nome dell’Italia di essere cosí grande!»; Ugo Brilli, battendo i piedi in terra come un bimbo quando fa le bizze, gridò: «Me a degh ch’a s’aven da impicchèr tott!»; Giovannino invece non disse nulla: e mentre egli pensava stupefacendo tra sé e sé alla stranezza della frase, che certo voleva essere elogiativa, del Brilli, il Carducci gli rivolse la parola: «E tu, Pascolino, che ne dici?». «Bene! molto bene! L’ode è tutta bella sì nella forma e sì nel contenuto». Poi, lui e il Maestro si misero a ragionare dei metri, dei ritmi, degli accenti della poesia barbara e delle difficoltà che essa presentava non tanto facili a superare ecc. ecc. Uscendo dal ritrovo, Giovannino, incontrandosi a faccia a faccia col Brilli, non si poté tenere dal dirgli: «Tu, dunque, vorresti che, se il Carducci fa una bella poesia, noi ci dovessimo impiccar tutti? Perché? Impiccati tu! Io non m’impicco davvero! » Al che l’altro, grave e solenne: «È un uomo superiore! è un uomo superiore!» Giovannino proruppe in una gran risata che richiamò gli sguardi di tutta la compagnia.

Un’altra sera vi furono dizioni di versi da coloro che si credevano, o erano, amati dalle Muse, alla presenza del Carducci che ascoltava benevolmente e dava anche i suoi pareri e consigli. Ognuno aveva la sua poesia da dire. Tra quei verseggiatori ve n’erano però alcuni che valevano, e che col tempo giunsero a segnalarsi e ad aver fama di poeti, come Severino Ferrari e Guido Mazzoni. Non so che cosa essi e gli altri dicessero, ma suppongo che avranno detto il meglio del loro repertorio. Poi volevano che Giovannino pure pigliasse parte a quel trattenimento poetico dicendo qualche sua poesia, ma egli non ne voleva sapere, e scrollava le spalle sdegnosamente. Non si sapeva adattare, e non si adattò mai, a dire e a leggere versi suoi avanti il pubblico, fosse pure un pubblico ristretto di amici e conoscenti come era quello. Si vergognava. Intervenne allora il Carducci dicendogli: «Via, Pascolino, di’ qualche cosa anche tu». Negarsi ancora era impossibile senza mostrarsi scortese col suo buon Maestro e fu costretto a cedere. Cercò nella sua mente e trovò un sonetto, Il maniero (noto già a parecchi amici essendo già stato pubblicato in un giornale, o in un periodico, fiorentino a cui l’aveva mandato Severino), e disse quello, ma alla peggio, lesto lesto, tutto d’un fiato, non curandosi che di togliersi da quella tortura, tanto che il Carducci espresse la propria impressione con queste parole: «Mi era sembrato più bello quando lo lessi». Giovannino, che ormai era uscito di pena, e aveva ripreso subito il suo buon umore, rise di cuore; e quelle parole non produssero in lui altro effetto che di intima compiacenza e di gratitudine al Carducci.

C’erano le serate in cui si parlava, si ragionava, si discuteva di cose letterarie, d’arte, di questioni sociali, tutto sempre intramezzato da arguzie spiritose di questo e di quello, specialmente di Giovannino e di Severino, che provocavano unanimi risate; e c’erano le serate in cui il Carducci faceva volentieri le sue partite a carte coi soliti compagni di giuoco, mentre gli altri si divertivano a vederlo giocare. Ma le serate più allegre erano quelle di qualche banchetto che andavano a fare nella trattoria del Foro Boario. Di uno di quei banchetti, offerto dai fratelli Dall’Osso, Giovannino aveva un particolare grato ricordo per un forte brindisi alla Romagna fatto dal Carducci. [6]

I fratelli Dall’Osso avevano, oltre a un negozio ben fornito di generi alimentari, una fabbrica a vapore di tortellini alla bolognese; cosí erano commercianti e, al tempo stesso, industriali, e uno di loro, Innocenzo, era anche dottore in archeologia, ma non ancora esercitava la professione e attendeva con gli altri all’azienda. Essendo egli molto amico di Giovannino e di Severino Ferrari, voleva che essi facessero un po’ di réclame su qualche giornale alla fabbrica, che da poco era in azione, e ai tortellini; ma i due amici che scherzavano sempre con lui (era un bonaccione, pacifico, inalterabile) gli fecero intendere che prima di scrivere delle lodi bisognava sentirli, quei tortellini. Cosí nacque la bella idea del banchetto, la quale fu ben presto tradotta in realtà. Il banchetto ebbe un grande successo; i tortellini e le numerose pietanze che seguirono furono eccellenti, cosí pure i vini, tra cui all’ultimo parecchie bottiglie di champagne. Dal principio alla fine fu un continuo applaudire e un festoso gridare di evviva ai bravi e generosi fratelli.[7]

E la réclame che dovevano fare i due amici ai tortellini? Invero essi la fecero, ma a modo loro, per divertirsi ancora un po’ col buon Innocenzo. Composero un sonetto cosí burlesco che anche nello scriverlo tutti e due scoppiavano in grandi risate. Poi lo mandarono al « Resto del Carlino » che lo inserí nella rubrica degli annunzi vari. Del buffo sonetto, Giovannino, che pure ne era stato quasi interamente l’autore, non ricordava che questi primi quattro versi:

Dall’Osso è un uomo che non solo ha il naso

ma una fabbrica ancor di tortellini

a vapore – la fabbrica. I vicini

n’odono il fischio fin da Castenaso...

Dall’intonazione motteggiante di questa prima quartina non è, credo, difficile intuire anche il resto. Per la réclame ai suoi tortellini continuò a insistere anche quando Giovannino era già a Matera, dove gli scrisse 1’8 ottobre 1882: ma l’articolo di réclame non fu mai fatto.

Sul finire delle vacanze, Severino ritornò a Firenze dove aveva i suoi impegni giornalistici, come li aveva anche Giovannino a Bologna, con la differenza che l’uno a Firenze poteva con essi guadagnare assai, mentre l’altro a Bologna non riusciva a fare nessun guadagno sensibile perché c’erano alcuni che assorbivano i cespiti migliori. Dopo un po’ di giorni che il suo fraterno amico era partito, Giovannino gli scrisse una lettera esuberante di motti e di f cezie, in cui però si riaffacciava la sua antica idea di potere ancora andare a Firenze. La lettera è senza data, ma è o degli ultimi di settembre o dei primi di ottobre del 1881.

Caro Severino, da che sei partito, non è passato giorno che io non abbia fatto risoluzione di scriverti e che per una ragione e un’altra non me ne sia restato. Ora avrei voluto metterti a parte di certe argute scoperte fatte da me in Beozia, ora solamente dirti quanto bene io ti voglia, ora anche domandarti qualche consiglio, se, per esempio, do-vessi venire a Firenze, o non venire, ora richiederti di novelle tue e della tua Biblioteca. Della Biblioteca ora ho novelle, ed è venuto da Livorno Gerunzi – che studia il Valacco (io studio il Rumeno) – e m’è venuta una voglia irresistibile di scriverti. Ma non so di che. Degli abbonati te ne troverò, oh! sì, te ne troverò. Ho già cominciato a spargere voce tra i commercianti che la tua pubblicazione è per loro indispensabile. Gerunzi conosce molti signori, e credo che abbia intenzione di mostrar loro che il tuo giornale insegnerà il modo più acconcio di annodarsi la cravatta, o corvatta, come vogliono i moderni. Marchino Vigi è un abbonato sicuro. [8] A Bologna c’è il congresso geologico – Belvederi è tra gli scienziati – ha le vertigini – e credo studi su un trattato di sintassi comparata in collaborazione con Paf. Il Mago va a piantar uomini tutte le sere. Oh! la sua cipollata! Quali brividi di riso non vibravano per tutti i miei nervi, quando egli me la leggeva! E tu non c’eri! Io mi diverto molto qualche sera col Bottarino; che ti vuole molto bene e che fa la cura del Chianti, e si rimpasta delle sbornie salubri. Ma per lo piú io sono verde di bolletta e... di speranza. Ti prego, scrivimi ed innaffiamele, le speranze, perché ora sono alquanto avvizzite. Devo venire a Firenze? o, a meglio dire, avrei certo il sussidio? Prevedo, che dovrò anche quest’anno rimanere a Bologna a vedere trionfare la ditta Stecchi-Stecchetti, [9] a vederli l’uno col capo bramosamente proteso a fiutare la profenda, l’altro a pancia spiegata digerire con maestà la sua lupinella. Ed io? Non aver mai un bajocco, non aver mai l’occasione di ghiribizzare con la penna, non aver mai un pippione da imbeccare. Addio. Salutami l’incomparabile Verzone e il soavissimo Pilade, e tutti. Abbiti un bacio. Tuo amico e fratello

Giov. PASCOLI

 P.S. Il mio caro fratello sta poco bene, ed è anche un pochino avvilito. Tutt’insieme, se qualche diavolo non si mette dalla nostra, io credo che la passeremo male quest’anno. E ci vorrebbe tanto poco! Per esempio, se qualcuno impegnasse seriamente Panzacchi a raccomandarmi, come traduttore, al Treves. Allo Zanichelli non c’è da pensare! O Stecchi! o Stecchi! odiosa, schifosa, vergognosa bestiolinaccia. Sto scrivendo una elegia latina al Gandino dove in distici martellati (stile Brilli) espongo il mio bisogno di lezioni e di traduzioni. G. P.

Cartolina di Severino (bollo postale: Firenze, 12-10-81):

Caro Giovannino, non ti ho scritto prima, perché... chi lo sa il perché? Di giorno in giorno mi ripromettevo di farlo; poi sai come si fa. Che tu venga a Firenze io certo, parlando freddamente, non consiglio. Qui si sta bene per molte cose, male per δαναρι. La tua lettera mi ha esilarato, infiammato e molestato: esilarato, perché sbarravi certi lascivissimi motti; infiammato dalla voglia di vederti; molestato per la malattia di tuo fratello, che spero passata. Ti prego di farmi un violino nella πατρια; ti prego di ritrovarmi abbonati che paghino subito; li prego di scrivermi e di volermi bene; ti prego di salutare tuo fratello e Fiorini. [10]

Tuo SEVERINO

Scrivi come vanno i tuoi studi.

 

Ma l’idea di andare allora a Firenze e di poter avere colà il sussidio non doveva certo crederla realizzabile nemmeno lui, soprattutto perché era prossima la prima seduta degli esami di laurea. Infatti essa avvenne il 31 ottobre 1881.

La commissione di quella seduta non so di quali e quanti professori fosse composta; con certezza posso dire soltanto che ne facevano parte il prof. F. Acri e il prof. F. Bertolini. Giovannino si era ben preparato in tutte le materie, perché voleva poter avere il massimo voto, e fece un felicissimo esame, e aspettò con ansia la votazione. [11] Quale non fu il suo disappunto alla proclamazione del voto? 14 su 15. Gli avevano levato un punto. E chi poteva essere stato? chi poteva aver commesso quell’ingiustizia? Volle sincerarsi. Attese l’Acri all’uscita e senz’altro gli disse: « È stato lei eh!, che mi ha negato un punto? ». Sorpreso e meravigliato il professore rispose: « Io? no, no davvero! È stato il Bertolini ». Giovannino si era sempre accorto che il prof. Bertolini non lo guardava bene, ma non avrebbe mai immaginato che gli avesse tanta avversione da spingerlo a essere cosí ingiusto. Del resto la mancanza di quel punto non era cosa che potesse in nessun modo danneggiarlo.

I corsi universitari del 1881-82 ebbero inizio, come di consueto, nel novembre, e Giovannino cominciò a seguire regolarmente quelli del Carducci, del Gandino e del Pelliccioni. Ai corsi degli altri professori non credo che fosse troppo assiduo; a quello però del prof. Brizio andava sempre, essendo un insegnamento ricco di poesia per lui. Era molto indaffarato quell’anno: compiere la tesi, copiarla, prepararsi a discuterla, e prepararsi anche per gli esami di Italiano e di Latino. Le brevi giornate invernali erano piene di studio e di lavoro.

Due belle giornate ci furono per Giovannino in quei due ultimi anni di Università: una nella primavera del 1881, l’altra nella primavera dell’82, tutte due passate parte a Firenze e parte a Fiesole, con gli studenti di Lettere accompagnati dal prof. Brizio, il dotto archeologo che appunto era con loro per guidarli nelle visite delle cose d’arte antiche esistenti nelle due città e alle rovine delle costruzioni etrusche a Fiesole. Giovannino per poter prendere parte a quella gita, di tanto godimento intellettuale per lui, non avrebbe avuto il denaro che occorreva, ma essendo pure nelle sue condizioni il condiscepolo Egisto Gerunzi (sussidiato come lui dal Comune di Bologna) si accordarono fra loro, e insieme si rivolsero con domande scritte al Sindaco (che era una gran brava e buona persona) per poter ottenere in anticipo un mese di sussidio. La domanda dell’81 non si è trovata al Comune, quella invece dell’82 sí. [12]

Questa seconda gita aveva lasciato in Giovannino un piú vivo ricordo della precedente, forse per essere stata l’ultima per lui. Ricordava l’accoglienza entusiastica al loro arrivo a Firenze degli studenti fiorentini tra cui era anche qualche professore e il suo Severino, e la sosta in quella città per poter vedere le pitture antiche di artisti del ’300 e ’400; poi insieme, studenti bolognesi e fiorentini, si recarono a Fiesole ove visitarono il teatro antico e, di nuovo, le rovine di costruzioni etrusche, sempre tutto essendo spiegato e illustrato dalla parola avvincente del prof. Brizio. Infine ci fu il banchetto, che riunì in cara fraternità i giovani dei due gloriosi atenei. Gioia e schietta allegria di tutti; brindisi degli uni e degli altri, coro clamoroso di applausi. La giornata si chiuse con piena soddisfazione di tutti.

Un giorno (pare sugli ultimi di aprile 1882), mentre Giovannino e Falino stavano parlando delle loro faccende seduti a un tavolino fuori di un caffè di Via Mazzini poco distante dalla loro abitazione, videro tra la gente che passava un soldato molto male in arnese. I due fratelli lo seguirono con gli occhi un momento, poi si guardarono tra loro e si dissero nello stesso istante: «Ma è Peppino!» Era proprio lui, il fratello Giuseppe! Essi si mossero subito per raggiungerlo e, raggiuntolo, gli fecero affettuosa, fraterna accoglienza. Egli tornava dal servizio militare, congedato, e non avendo dove andare ed essendo privo di mezzi per vivere, era sceso a Bologna per andare da loro. Fecero buon viso a cattiva sorte, e alla meglio gli fecero posto nella loro stanza per dormire, e subito pensarono a farlo rivestire dal capo ai piedi. Sempre lo facevano mangiare con loro nella trattoria del Foro Boario; e quelle volte che essi andavano a svagarsi nel ritrovo serale del Carducci, portavano anche lui. Egli però era piuttosto cupo e stava quasi sempre zitto, tanto che gli amici gli avevano messo nome Lascaro. Intanto, col passar di giorni, Giovannino e Falino erano costretti a fare nuovi debiti: bisognava che anche Giuseppe potesse trovare qualcosa da fare per alleggerire almeno le spese del vitto. C’era proprio allora aperto un concorso per impieghi nelle Ferrovie dello Stato. Falino cercò di preparare il fratello all’esame: ma l’esito fu negativo. Trascorso però un poco di tempo, Giuseppe sparì. Non aveva detto nulla, non aveva lasciato nessun biglietto; solo dopo qualche giorno si poté sapere che era a Rimini, che stava bene e che aveva ottenuto un sussidio di 100 lire mensili per un anno per aver modo e tempo di procurarsi lavoro restando nel frattempo a Rimini. Bella cosa per lui e anche per loro: ma non poterono mai sapere chi era che così lo beneficiava.

ULTIMI ESAMI E LAUREA (1882)

Ormai Giovannino era vicino alla meta, a quella meta che da tan-to tempo, tra gli stenti le tribolazioni e le difficoltà, si sforzava di raggiungere. Pochi giorni ancora di febbrile lavoro, e poi il dolce riposo, e poi la strada aperta verso l’avvenire. Intanto oltre il da fare che aveva per sé, per essere ben preparato per la seconda e definitiva seduta degli esami di laurea, fissata per il 17 giugno, aveva anche da fare per compiacere alcuni compagni che ricorrevano a lui per aver aiuti e consigli per le loro tesi o per altri lavori specialmente di latino. Uno di questi compagni era Riccardo Calanchi, un altro Leandro Biadene.

Il 17 giugno, dunque, ultimi esami di laurea. La commissione esaminatrice era composta del preside della Facoltà di Lettere, del Carducci, del Gandino e del Pelliccioni: non so se vi fossero altri professori. Giovannino si presentò ai suoi giudici in ottime condizioni di spirito, ben preparato e armato di coraggio e di sapere. Non temeva, ma trepidava. Si fece grande onore in tutto: nei singoli esami e nella trattazione della tesi, la quale era di argomento greco e aveva per titolo AAKAIOE; era piuttosto lunga e tutta sera., ta accuratamente di sua mano con la sua chiara e minuta calligrafia. Era un lavoro che gli era costato molto studio e tempo e pazienza, e certamente aveva del merito. [13] All’ultimo, quando il Preside proclamò la votazione complessiva: « 30 su 30 » e la « lode » aggiungendo sentite parole di elogio e di augurio al nuovo dottore in Lettere, nell’aula scoppiò un vibrante e prolungato applauso degli studenti e degli amici appositamente intervenuti per assistere a quella prova suprema del loro compagno, prova che già prevedevano d’immancabile successo. Furono momenti per Giovannino di profonda commozione, le lagrime gli salivano agli occhi e a stento poté trattenerle. Erano nove anni che assediava quella laurea! « nove anni » diceva lui « come per l’assedio di Troia! ». Uscì poi dall’Università sempre circondato e festeggiato dagli amici, tra cui si trovava pure Falino, anche lui commosso e festante. Ma Giovannino senti subito nel suo cuore vicino alla gioia il dolore. Oh! non c’era più nessuno di quelli che avrebbero gioito con lui, che di lui si sarebbero compiaciuti!

Gli amici, volendo attestargli pubblicamente la loro stima e il loro affetto, il giorno dopo affissero ai muri in vari punti della città dei grandi fogli bianchi su cui era stampata a caratteri ben visibili una poesia inneggiante al suo bel trionfo.

Un beneamato cugino di nostro padre, Antonio Pascoli, che partiva la sua vita (cosí si espresse Giovannino nella lettera ai marchese Guiccioli, già nota) tra Ravenna onde siamo tutti oriundi, e Sant’Alberto donde egli è nativo, si era recato a Bologna poco prima degli ultimi esami di Giovannino cercando di poterlo vedere, e lo trovò. Era nella sua stanza intento a lavorare intorno alla tesi. La visita inaspettata gli aveva fatto un gran bene: il buon Tonino aveva avuto per lui parole così paterne e piene d’interesse che l’avevano confortato e incoraggiato, e aveva anche voluto dargli un po’ d’aiuto pecuniario, che l’aveva commosso come se gli fosse venuto da suo padre. Ho potuto avere la lettera chegli gli scrisse dopo la laurea.

Car.mo parente, vi do la notizia che sono stato laureato con voti ossluti e la lode in Lettere. Vi aggiungo ancora, perché in gran parte ve ne sono debitore, che la lode è una distinzione cosìrara in Filologia come volgarissima nelle altre facoltà. Era qualche anno che non se ne dava. Il Preside, quando m’annunziava la distinzione, ebbe parole nobili e affettuose che mi compensarono di molti anni di dolore. In quel momento mi tornarono a mente tutti quelli a cui dovevo qualche cosa: piansi nel pensare che tanti io non potevo ringraziarli; non potevo dir loro: vedete? son degno di te, mio padre, mia madre, miei fratelli, mia Margherita! Ma a voi, che mi avete sorretto cosí cordialmente e così opportunamente, che avete fatto sì che il mio lavoro di laurea è riuscito non indegno, a voi posso e debbo mostrare la mia gratitudine! Siate dunque ringraziato. Vorrei, se potessi, venire in persona a vedervi e farmivi vedere: comprendereste allora che io sono sincero.

Il prossimo ottobre andrò professore, ma non so ancora dove, forse lontano; ma che importa? Tutto il mondo è paese, ed io ho risoluto di trovar bella la vita, e piacevole il mio destino. Per queste vacanze tribolerò ancora un poco, ma poi prenderò il volo. Avrei piacere di aver notizia della vostra famiglia e di voi. A dir il vero, io aspettavo di vedervi a Bologna. Io sto nella solita casa, Via Mazzini n. 58. Uno di questi giorni voglio peraltro andare a trovare il mio e vostro buon parente Pio Squadrani, che è direttore delle scuole d’Argenta. Invero, ho un poco bisogno di riposo.

Rinnovandovi i sensi della mia gratitudine ed affezione mi dichiaro vostro amatissimo

GIOVANNI PASCOLI

Ma a questo punto, mette conto di accennare a una questione particolare.

CONTRO UN’INSINUAZIONE MALVAGIA:
PASCOLI E LA MASSONERIA

Quando Giovannino chiuse per sempre i suoi buoni occhi e l’anima sua s’involò da « questa bassa valle di dolori e di lagrime », alcuni giornalisti, nei loro articoli riguardanti la vita di lui, non si peritarono di asserire che egli era massone. Chi diceva che si era messo nella Massoneria nel 1878, chi nel ’79 e chi nell’82. Poteva bastare la diversità di quelle date per mettere almeno in dubbio la veridicità di quelle asserzioni. Ma no! tutt’altro! Anche oggidí in giornali e persino in libri si ripete, senza esitare, che egli era massone. È una vera insinuazione malvagia, perché vorrebbe far credere che Giovannino fosse stato portato in alto dalla Massoneria, da quella setta da cui si tenne sempre lontano, sopra tutto perché sapeva che essa proteggeva i suoi affiliati, che li aiutava, e cosí li teneva stretti a sé, senza più volontà propria e senza libertà. È evidente che con quelle asserzioni del tutto false si voleva e si vuole insinuare che egli fosse giunto a occupare un posto universitario dei più in vista, non per merito suo ma per essere massone. Ma coloro che avessero potuto cadere nell’equivoco si ricredano pure: Giovannino non fu mai massone, non ebbe mai in nessun tempo la minima tentazione di mettersi nella setta massonica, né in altre sette. Non volle legami alla sua volontà, e meno ancora alla sua libertà, che gli era piú cara e preziosa della vita stessa. Povero, sí, sempre; ma sempre libero, come gli uccelli spazianti nel cielo.

Non ci furono mai né amici né conoscenti (fossero, o no, massoni) e nemmeno il Carducci (ritenuto tale) che aveva tanto ascendente su lui, che si provassero ad attirarlo o a spingerlo verso la Massoneria. Anzi: ne era tanto avverso che stette persino lungo tempo prima di associarsi alla « Società Dante Alighieri » per timore che potesse essere capeggiata dalla Massoneria; soltanto quando poté essersi assicurato che la « Dante » era indipendente da essa e che era un’istituzione benefica, ardente di patriottismo italiano, si sentí felice e onorato di associarvi il suo nome.

Giovannino non parlava mai della Massoneria con nessuno, nemmeno coi suoi piú intimi amici, Severino Ferrari e Raffaello Marcovigi, che erano anch’essi avversi a quella setta. Ricordo che una volta concludendo alcune osservazioni fatte tra noi due, intorno alla fortuna di certi individui nella loro rapida carriera e nella loro entrata giovanissimi nei Ministeri, egli con molta serenità disse: « Vedi, Mariú, anch’io potrei essere su per giú come loro, solo che mi fossi un pochino accostato alla Massoneria, dalla quale invece mi sono sempre tenuto lontano. Ma... come mi troverei di fronte a me stesso, alla mia coscienza? È questo che conta per me! Sarei un venduto, uno schiavo, un essere disprezzabile, un grande infelice! Oh! meglio meglio aver sempre sofferto e soffrire ancora, essere sempre stato povero ed esserlo ancora, e avere la coscienza pura e non dovere niente a nessuno. E quello che sono, e che possa poi divenire, doverlo tutto e solo a me stesso ». [14]

Nel ricordare ciò, mi vien fatto di pensare che qualche individuo, o maligno o invidioso, escogitasse proprio allora l’infame calunnia, che Giovannino fosse massone, calunnia che poi si diffuse sui giornali, come verità, quando egli non c’era più. E potrebbe esserci un’occasione. Quel 1911, essendo il cinquantenario dell’Italia unita (« Anno sacro » come gli piaceva definirlo) fu di gran lavoro per lui che voleva onorare non sé, ma la sua cara Patria: e di ciò qualcuno potrebbe aver avuto invidia. Nei primi tre mesi egli fece il discorso intitolato Nel cinquantenario della Patria; il discorso ai giovani dell’Accademia Navale di Livorno, intitolato Italia; e in latino compose l’Inno a Roma per il concorso internazionale indetto dal Municipio romano. Naturalmente nella stampa in quei tre mesi il nome di Giovannino ebbe molta e buona risonanza; e perciò io pensai che ci potesse essere allora qualcuno, o nemico o falso amico, che si sentisse pungere dall’invidia e cercasse di gettare un’ombra malefica su quel nome, mettendo in giro la calunniosa invenzione che fosse la Massoneria ad aiutarlo. Ma contro ciò, oltre a tanti passi delle sue lettere, sta la fiera affermazione de La Piccoza: «Da me!».

LETTERA E VISITA ALLE SORELLE (1882)
RICORDI FAMILIARI E POESIA

La notizia della bella laurea di Giovannino non tardò a spargersi in Romagna, fino a Sogliano dove in quel convento eravamo noi sorelle, per pochi giorni, dopo i quali saremmo andate con la nostra zia materna Rita Vincenzi David, che ci avrebbe tenute con sé. La gioia che provammo nel sapere che Giovannino si era fatto tanto onore fu immensa. Subito ci appartammo dalle compagne e andammo in una parte solitaria del claustro per aver agio di scrivergli tutte e due insieme i nostri sentimenti proprio come ce li dettava il cuore; gli dicevamo anche di venirci a trovare, di scriverci e tante tante cose. La risposta che attendevamo con ansia tardò qualche giorno, e nel frattempo, il 2 luglio, noi uscimmo di convento e andammo con la zia.

Carissime mie sorelline, vi scrivo da Argenta, di casa del nostro ottimo cugino Pio Squadrani, che è direttore delle scuole. Qua, dove mi riposo, in compagnia di lui, buono e culto, delle mie fatiche, la vostra soavissima lettera m’è giunta tardi, di modo che la mia risposta non vi troverà piú nel vostro collegio dove siete cresciute fanciulline di senno e di cuore, ma vi giungerà presso l’amatissima zia che vi libera dalla terribile sciagura di essere orfanelle. Povere bambine! Sotto ogni parola di quella vostra lettera cosí tenera, io leggevo un rimprovero per me, io intravedevo una lagrima! Povere bambine! come mitemente rassegnate! come affettuose! come ricordevoli! Noi, quando s’era in collegio, s’aveva ogni tanto la visita di care persone che appena voi avete conosciute, e quella visita era per noi il momento della gioia piú pura e piú calda, ed è ora la piú dolce memoria che ci resti. E voi invece crescevate lassà solitarie, quasi obbliate da chi meno doveva obbliarvi, da quelli a cui la vostra mamma morendo vi raccomandava!

Orbene, pensate, care sorelline, che secondo il vostro buon cuore pigliate le cose dal loro lato piú buono, pensate quanto dovevano soffrire, o meglio quanto dovevo soffrire io, a non potere adempire quel dovere, a cui era mescolata la gioia pura e santa dell’abbracciarvi, del conversare con voi innocenti, del trovarmi dopo il deserto della mia vita angosciosa nell’oasi del vostro affetto! Pensate che forse io ci pativa a non venirvi a trovare, a non scrivervi, piú che voi a non ricevere mie lettere e mie visite. Io vi dico in verità che, nella vita mia incerta e trambasciata, nemmeno un momento fu senza il vostro dolce aspetto. Voi eravate un par d’angioletti che incoraggiava i miei studi, empiva le mie veglie, alleggiava i miei affanni. A voi pensavo come a scopo; da voi cominciavo, in voi finivo. Senza voi non avrei mai creduto che il vivere meritasse le fatiche che vi spendevo; e con voi nei casi piú difficili restava sempre meco la speranza. Ma perché avrei io fatte partecipi de’ miei dolori le mie buone sorelle? Perché le avrei fatte testimoni delle mie lotte? Perché avrei annebbiato l’anima a quelle che inconsapevoli rasserenavano il mio cuore?

Ora io penso che il tempo brutto sia finito. E questo finire è segnato dal vostro entrare nella vita del mondo; e ciò è di buon augurio per me e, vi prego, sia tale anche per voi. Tra non molti giorni io verrò a trovarvi, con qual palpito voi ve l’immaginate, e parleremo allora, oh! se parleremo! Io vi dirò, voi mi direte tutto. Io so, vedete, che siete diventate brave, molto brave. Ognuno che m’ha parlato di voi, me n’ha parlato con lode. Voi avete sempre fatto onore al nome che portate. Siatene pure orgogliose.

Non so se Raffaello v’abbia scritto; se non v’ha scritto, io sono interprete del suo sviscerato affetto per voi. Egli vi manda mille baci, saluti, auguri e la promessa di far di tutto per venire anche lui. (Perché, sapete, egli è impiegato e non può disporre liberamente del suo tempo). Vi saluta pure Peppino, che fu con noi qualche giorno fa in Bologna.

Ricevete ancora i piú cordiali voti e auguri dal cugino Pio Squadrani, che avrete occasione di conoscere presto di persona, ma che sin d’ora potete conoscere di cuore – perché io vi dico ch’egli ci ha sempre aiutato ne’ momenti piú difficili coll’opera e col consiglio — ricevete i baci della sua moglie – eccellente signora che v’ama senza avervi mai vedute – e delle sue bambine – piccine piccine – e tanto buone.

Da me, cara Ida, cara Mariuccina, abbiatevi un bacio misto di lagrime. Se potete, presentate alle buone Madri, che v’hanno educato, i miei ringraziamenti e le mie congratulazioni. Date infine alla zia Rita quanti piú baci potete, baci da figli a madre, ché ella ha veramente per voi e per noi un vero affetto materno. Tanti saluti anche all’ottimo Emilio e i miei rispetti alla sua signora.

A rivederci presto mie affettuose sorelline! A rivederci nel giorno piú felice della mia vita! Sono, amandovi, vostro fratello            GIOVANNI

Argenta (Ferrara) 3 luglio 1882

P. S. Io mi fermerò ancora un poco in Argenta, [15] poi passerò per un poco a Sant’Alberto da altri nostri parenti. Se voi mi scriveste anche una volta, l’avrei molto caro. In questo caso, indirizzate la lettera a Giov. Pascoli — presso il Direttore delle Scuole in Argenta (Ferrara).

Perdonate se ho scritto in fretta e col mio orribile carattere. Addio, Ida e Maria!

Oh! la gioia e la felicità di noi sorelle nel leggere e rileggere quella lettera cosí espansiva, cosí affettuosa per noi! Il nostro Giovannino, che era sempre stato in cima ai nostri pensieri, non ci aveva, no, dimenticate, ci voleva bene, il suo tenero bene di quando eravamo piccole, e sarebbe tra poco venuto a trovarci. Non eravamo più abbandonate, potevamo rialzare la testa umiliata e abbassata da tante sventure. Cominciò subito l’ansiosa aspettazione della sua venuta; come erano lunghi i giorni che passavano nell’attesa; come ci palpitava il cuore nell’ora dell’arrivo della diligenza che faceva servizio da Sogliano a Savignano, e viceversa! Finalmente una domenica, qualche giorno dopo la metà di luglio, mentre con la zia eravamo alla Messa in Parrocchia (come di solito la domenica) il postiglione della diligenza, accostandosi alla nostra panca e allungandosi verso la zia, le disse piano piano al-l’orecchio che aveva condotto su Giovannino e fatto scendere alla casa del signor Emilio. Le parole quasi sussurrate di Settimio le udimmo bene anche noi e fummo prese da una grande impazienza. «Zia, andiamo, andiamo subito». Ed essa: «Aspittè un moment che finisca la messa». Essendo la messa alla fine, pazientammo, ma appena il sacerdote si volse, e disse: «Ite missa est», con la buona nostra zia uscimmo di chiesa, e per la strada bassa del paese a volo giungemmo in vista della casa scorgendo alla finestra del salottino, al secondo piano, tra vasi di gerani fioriti, il viso di Giovannino in atto di spiare il nostro arrivo. La porta d’ingresso era aperta, e noi su, di corsa per la scala, e lui giù di corsa; di modo che c’incontrammo a mezza scala. Impossibile dire l’emozione di quel primo nostro incontro dopo più di nove anni che non ci eravamo riveduti. Egli ci avvolse tutte due in un largo abbraccio, e baci baci baci infiniti suoi e nostri, senza che nessuno dei tre potesse dire una parola: la lingua era inceppata. Solo le lagrime erano libere e parlavano in quel momento della nostra immensa felicità. Quante quante ne versammo! Io mi tenevo stretta a lui assorta nella gioia di averlo finalmente potuto abbracciare non più in sogno ma in realtà. A un certo punto la zia mi toccò una spalla e mi disse: «Non vedi la tua cognata e Ruggerino?» La cognata, Maria Cicognani? Ruggerino? oh! io non avevo visto nessuno! ed erano anch’essi per la scala! Feci allora i miei saluti alla vedova del nostro povero e amato fratello Giacomo e ne baciai tanto e con molta tenerezza il caro bambino. Terminammo poi di salire la scala ed entrammo in casa fermandoci un po’ di tempo con Emilio e la sua moglie che ci offrirono il caffè. Il loro bimbetto, Placido, di non ancora due anni, intanto si divertiva con Ruggerino. Dopo quella sosta presso la famiglia David, andammo a casa nostra, ossia alla casina dove abitava la zia con noi due e con la sua fedele Rosa (la quale faceva anche servizio nella foresteria del nostro convento, a pochi passi di distanza). Fu un gran godimento per me quella breve passeggiata: era la prima volta che camminavo al fianco di Giovannino col mio braccio infilato nel suo !

La nostra fraterna felicità di quel giorno, tanto desiderato, fu solo un poco turbata dalla presenza della cognata. Ella non si era curata di cattivarsi l’affetto dei fratelli quando era in casa con loro, né quello delle sorelle non essendo mai venuta a trovarci in convento. L’avevamo veduta una sola volta a Rimini quando noi eravamo piccolette ed essa era fidanzata; io non l’avrei nemmeno riconosciuta se non fosse stata la zia a indicarmela. La Rosa intanto, fatta avvertire dalla zia dell’arrivo di Giovannino con la cognata e il bimbo, si era data attorno per allestire il desinare, e a mezzogiorno fu pronta a portare la minestra in tavola. Giovannino parlava quasi sempre con la zia e con noi sorelle, raccontandoci la sua visita al nostro buon cugino Antonio Pascoli a Sant’Alberto, della accoglienza che gli aveva fatto la famiglia, d’essere andato con lui a Ravenna a vedere i principali monumenti della città, il sepolcro di Dante (che l’aveva tanto commosso e impressionato per essere cosí umile rispetto alla grandezza sublime del poeta) e l’immensa pineta, e lo storico Capanno di Garibaldi, e altri interessanti luoghi densi di memorie di quegli eroici e patriottici tempi. [16]

Finito il desinare, mentre eravamo ancora seduti a tavola, vennero alcuni amici per vedere Giovannino e rallegrarsi con lui dell’onore che si era fatto a Bologna; e si trattennero in lieta conversazione sino all’ora della partenza della nostra cognata col bimbo. Naturalmente Giovannino e noi sorelle andammo ad accompagnarli fino alla vettura già pronta per partire. Li salutammo e baciammo entrambi e facemmo tante carezze piene di tenera commozione al nostro nepotino.

Al ritorno a casa, era la prima volta in tutto il giorno che ci trovavamo soli, facemmo una lunga passeggiata per la strada nuova, che si estende a piedi del colle su cui si adagia comodamente tutto il simpatico paese di Sogliano, e cominciammo subito a parlarci in piena confidenza. Egli ci disse delle sue buone speranze nell’avvenire, della nomina che attendeva di giorno in giorno a un posto di insegnante al Ginnasio di Teramo per il quale aveva fatto domanda, consigliato dal Carducci, del desiderio che aveva di mettersi al lavoro e di iniziare la sua carriera che prevedeva facile e piana. Noi gli raccontammo della nostra vita in convento, delle nostre buone suore e maestre che ci volevano bene, dei saluti suoi che ci portava spesso il maestro di musica Furiosi, che veniva a insegnare la musica e il suono del pianoforte a quelle educande i cui parenti richiedevano quell’insegnamento, e della grande ansietà che ci lasciavano quei saluti di rivederlo di persona e di stare un po’ con lui. Io gli raccontavo anche delle segrete voglie che mi venivano nel vedere i dolci che talune delle compagne ricevevano dalle loro famiglie: dolci belli, di tutte le forme, di tutti i colori. Che gola mi facevano! Tanto che me li sognavo! Quei miei puerili desideri, su cui ormai ridevo nel raccontarli, a Giovannino rimasero sempre impressi nella mente e nel cuore. Nei giorni che si trattenne allora a Sogliano spogliò negozi e caffè di cioccolato, di confetti, di pasticche, di amaretti, di liquerizia, di tutto insomma quello che vedeva di quei generi. Voleva cosíi levarci le voglie che avevamo avuto nella fanciullezza senza poterle soddisfare. E continuò poi sempre anche quando si trovava lontano da noi a non farci mai mancare nulla di ciò che sapeva, o immaginava, esserci gradito.

Un mio sogno notturno che gli raccontai (di avere in mano tanti dolci e di tenerli ben stretti nei pugni chiusi, non trovandoli piú al mattino), dopo più d’una decina d’anni, avendolo ancora presente nella mente, lo fuse col fatto di un bimbo di tre anni che morí a Livorno per essere caduto da un balcone e che io andai a vedere con la nostra donna, e poi ne feci a lui la descrizione. Bello era il bimbo, biondo riccioluto sereno come se dormisse, con le sue piccole mani chiuse come se ci avesse qualche oggettino a lui caro. Dalla fusione risultò quella mesta e soave poesia che egli inserí in Myricae intitolandola Morto.

Si parlò anche di tant’altre cose in quella solitaria e dolce passeggiata mentre il bel sole di luglio si andava lentamente accostando al tramonto e l’aria man mano mitigava la forte calura del pieno giorno. Affluivano, e s’intrecciavano sulle labbra di tutti e tre, ricordi soavi d’infanzia e dei nostri genitori; ricordi dolorosissimi dell’atroce delitto che ci rese orfani e che fu la rovina e la distruzione della famiglia. Si parlò anche delle condizioni economiche della nostra buona zia Rita, che non erano più floride come qualche anno prima quando viveva il suo suocero Luigi David, perché Emilio avendo una invincibile passione per i cavalli (e cavalli di razza, belli focosi che spesso domava da sé a rischio di rompersi la testa) aveva contratto molti debiti a nonno morto e bisognava pagarli. Noi sorelle, perché la zia non poteva pensare del tutto a ciò che ci occorreva, per le nostre spese personali, vestiti, scarpe ed altro, era necessario che lavorassimo un po’ per gli altri, e che ci adattassimo a fare anche un po’ di scoletta ai bimbi di alcune famiglie amiche che ci avevano già interpellate. Non era nessun sacrificio per noi, anzi era una grazia di Dio il poter aver modo di guadagnare qualcosa per rivestirci. Si parlò, sí, di tante cose del passato e del presente, e si fecero anche dei bellissimi castelli in aria, molto in aria, è vero, ma tanto deliziosi.

Giunti a casa, cenammo con la nostra buona zia Rita, conversando con lei sino a tarda sera. Essa sapeva tutto di casa nostra, era sempre stata la confidente di nostra madre e la sua assistente nei suoi grandi dolori. L’aveva anche assistita giorno e notte nella malattia che la condusse a morte, col povero Giacomo, fino all’ultimo respiro. Sapemmo cosí da lei molti particolari commoventi, che la zia nei ricordarli aveva gli occhi pieni di lagrime. Disse che dopo quella tremenda sventura, essa non aveva piú avuto cuore di mettere piede a San Mauro. Delle molte cose che sentimmo narrare dalla zia, non soltanto quella sera ma sempre, sulla nostra famiglia, alcune sono ricordate nelle commosse poesie di Giovanvino, specialmente ne Il nido di farlotti, nell’Un ricordo, ne La cavalla storna e in altre ancora. [17] Venne poi Emilio per rilevare Giovannino e condurlo a dormire in casa sua, che era ampia e ben arredata, mentre nella casetta dove stavamo noi con la zia e la Rosa non c’era modo di poterlo sistemare.

La prima visita che volemmo fare tutti e tre insieme fu al nostro convento. Ci facemmo precedere in parlatorio dalla Rosa che sonò il campanello e ci annunziò a suor Giacinta addetta alla portineria, la quale si affrettò ad avvertire la Madre Badessa, che subito venne, col suo passo lesto e leggero e col suo aspetto maestoso e con le sue maniere semplici e affabili, ad aprirci la porta di un salottino. Noi sorelle nel passare oltre, come facevamo da educande, le baciammo la mano, e cosí fece pure Giovannino, mentre essa cercava di ritirare la mano dicendo: «Non s’incomodi». La Madre comprendeva la gioia di noi tre nel trovarci insieme dopo tanti anni che non ci eravamo riveduti; e gioiva anche lei; e godeva nel fare le lodi di noi sorelle dicendo che eravamo state brave in tutto: negli studi, in cui ci eravamo sempre distinte, e nei lavori per i quali avevamo le «mani d’oro». Sentendo parlare di noi, a Giovannino salivano le lagrime agli occhi dalla commozione. E ringraziò, riconoscente, la cara Madre e con lei tutte le maestre che si erano adoperate per noi per istruirci ed educarci con tanto amore. Poiché egli non aveva mai veduto nulla del convento, essa, immaginando che potesse avere desiderio di vedere almeno la scuola ove noi avevamo studiato e lavorato, e il dormitorio, ove per più di otto anni avevamo dormito serene e innocenti, ci fece passare la clausura e per il lungo e bellissimo claustro che andava da un punto all’altro del convento, ci condusse prima alla scuola, che egli trovò ampia e bene arieggiata, e poi, saliti al piano superiore e percorso un lungo corridoio, ci fece entrare nel nostro dormitorio, il quale comprendeva due stanze comunicanti tra loro per mezzo di una apertura nel centro di una parete che le divideva. Dalle finestre si godeva la vista del sottostante ampio spazio di terreno difeso da altissime mura, che da principio, essendo pianeggiante, aveva un bel giardino attorniato da una folta siepe di bussolo, e qua e là altri giardinetti senza siepi che lasciavano libero il passo per andare oltre. Non mancavano mai i fiori e le erbe odorose. Dopo i giardini, c’era uno spiazzo senza nulla, come può essere una grande aia, dove si divertivano le ragazze in tanti giuochi e a saltare la corda. Alcune però più grandi e più serie preferivano stare un po’ in disparte a leggere o fare qualche lavoretto presso la Madre Maestra. Poi quando il terreno cominciava a discendere (Sogliano è in montagna) c’era in mezzo uno stradone che andava fino in fondo alla mura. Quante belle corse giù per quello stradone facevamo gareggiando a chi arrivava prima laggiù! Ai lati di esso c’erano campicelli di ortaggi, filari di viti, alberi e alberi di tante specie di frutti, e quadrati di fragole. Quando era il momento di coglierle, erano chiamate le ragazze a quel dilettevole lavoro. Bei tempi indimenticabili! Giovannino riportò una gradevole impressione e un gradito ricordo di quella prima e breve visita al nostro convento, e della gentilezza e affabilità della Madre Badessa, suor M. Raffaella Gaiani, e della Madre Maestra delle educande, suor Teresa Mazza.

 

Qui mi soffermo un momento per accennare alle fonti di due poemetti di Giovannino: Suor Virginia e Digitale purpurea. Le fonti sono due miei racconti che gli feci in mezzo a tanti altri. Eccone il primo. La finestra che era nel nostro dormitorio diventava un incubo per me nelle sere d’estate, perché la Madre Maestra, nell’accompagnarci a letto, la lasciava aperta per fare entrare il fresco; l’avrebbe poi chiusa la suora conversa quando avesse sbrigato le sue faccende in cucina e venisse a dormire anch’essa. Ma a volte tardava piú del solito, e appunto una di quelle sere in cui essa era in ritardo, io fui presa in modo invincibile dalla paura. Mi sembrava di sentire dei passi giù a basso sotto la finestra, del calpestio di foglie, degli svolazzi d’uccelli. Qualche ladro doveva esserci di certo, pensavo terrorizzata, che si preparava a venir su. Tremavo, sudavo e tenevo gli occhi sbarrati verso la finestra. Poi non potendo più resistere (l’Ida e le tre compagne dormivano e io non volevo che si svegliassero per non comunicare anche a loro la mia paura) allungai un braccio alla parete che avevo dietro il letto, e picchiai con le dita due o tre colpetti, sperando che qualcuna delle suore che avevano le stanze lungo il nostro corridoio potesse sentire e venisse. Infatti una venne; ma era suor Virginia, che si diceva fosse piuttosto severa, e io, temendo una sgridata, non mi azzardai di dirle nulla e feci finta di dormire come le altre. Essa col lume in mano ci passò tutte in rivista, nessuna si mosse. Dovette certamente pensare che i picchi non venissero di li, e se ne ritornò via. Dopo qualche minuto la mia paura si fece anche più insopportabile e di nuovo ripetei i colpetti; e di nuovo venne suor Virginia e trovò tutte le ragazze ancora tranquille immerse nel sonno. Nemmeno quella volta io ebbi il coraggio di dirle che chiudesse la finestra e rimasi con la mia paura che aumentò sempre più, sí che dopo un breve tempo ribussai di nuovo e più forte; ma suor Virginia non venne più. Quasi subito arrivò la nostra suora sorvegliante e io le dissi che chiudesse la finestra perché mi faceva paura cosí aperta e non potevo dormire. Essa la chiuse, come del resto la chiudeva le altre sere, e finí cosí il mio orgasmo e presi sonno.

Il mattino seguente, dopo la Messa, mentre le suore e le educande erano in refettorio a prendere il caffè, suor Virginia raccontò ciò che le era accaduto la sera avanti: d’aver sentito a breve distanza di tempo picchiare al muro tre volte e d’essere andata, le prime due volte, alzandosi dal letto, a vedere se fossero state le educande, ma evidentemente non erano state loro a bussare perché dormivano tutte; e perciò alla terza picchiata non andò più pensando che fosse stato san Pasquale che le annunziasse la sua prossima morte, perché, il santo, i suoi devoti li avverte tre giorni prima affinché si preparino. «Che dice?» disse la nostra sorvegliante «non dormi-vano davvero tutte le ragazze! Una, la Mariuccia, quando arrivai io, era sveglia e mi disse quasi piangendo che chiudessi la finestra perché aveva paura e non poteva dormire». «Ah si?» fece suor Virginia; «brava! lo faccia un’altra volta, e io verrò là con un bastone».

Ed ecco la fonte del poemetto Digitale purpurea. Un giorno, dopo la merenda e la ricreazione fatte all’aperto, noi educande con la nostra Madre Maestra c’incamminammo per un sentiero che aveva ai lati due giardini, uno cinto dal bussolo e l’altro senza veruna siepe. In questo scorgemmo una pianta nuova che non avevamo mai veduta, non essendo mai solite a passare da quel luogo. Era una pianta dal lungo stelo rivestito di foglie, con in cima una bella spiga di fiori rosei a campanelle, punteggiati di macchioline color rosso cupo: la digitale purpurea. La curiosità di poterla guardare bene da vicino e di sentire se odorava ci spinse a entrare nel giardino; ma appena ci fummo fermate presso la pianta, la Madre Maestra ci intimò di allontanarci subito di lí, di non appressarci a quel fiore che emanava un profumo venefico e cosí penetrante che faceva morire. Indietreggiammo impaurite e ci riportammo leste leste sul nostro cammino. Io rimasi per un pezzo con la paura di quel fiore velenoso, e quando si doveva passare nelle sue vicinanze me ne stavo piú lontana che fosse possibile senza nemmeno guardarlo. Questo puerile e insignificante mio racconto ispirò a Giovannino il poemetto. Il dialogo tra le due ex compagne di convento, Maria e Rachele (in cui è la sostanza del lavoro), è di sua immaginazione. In Maria ha voluto raffigurare me, ma Rachele l’ha creata lui.

 

I giorni che quella volta trascorse Giovannino a Sogliano furono per lui, e per noi sorelle, d’immensa felicità; immensa, ma per me non completa, perché sin dal suo arrivo mi si presentò nella mente il pensiero che egli doveva poi ritornar via e lasciarci di nuovo chi sa per quanto tempo. Egli stava volentieri in casa con noi e con la zia, aveva un gran bisogno di trovarsi in famiglia; non usciva se non quando gli amici lo sforzavano ad andare un po’ con loro, ma stava fuori ben poco. Tutti i giorni, allor che il sole voltava verso occidente, conduceva me e l’Ida a fare delle belle e lunghe passeggiate. Ricordo che una volta nel punto in cui si diramavano due strade, l’una per Vignola l’altra per la Madonnina delle Vigne, ci si fermò qualche minuto perché noi due non eravamo d’accordo sulla strada da prendere. L’Ida voleva andare per un verso, io per l’altro. Nessuna delle due era disposta a cedere. Giovannino entrò infine nel nostro diverbio e disse: «Su via dunque! mettetevi d’accordo, altrimenti non vi conduco più a passeggio». L’accordo allora fu subito raggiunto, cedendo naturalmente io, e c’incamminammo per la strada preferita dall’Ida. Come era sempre buono e paziente Giovannino con noi! Come era sempre uguale a quando ci divertiva da piccole! Io insistevo molto per avere qualche sua poesia, e perché mi facesse dei giuochi – sciarade, rebus ecc. – per imparare a indovinare. E là, sia di giorno che di sera dopo cena, se non venivano amici, mi contentava. La prima poesia che ci fece, in Sogliano, e che mi riempí di gioia il cuore e gli occhi di lagrime è quella che comincia: «Narran le pie leggende» e che fu pubblicata in Poesie varie col titolo Il pellegrino.

La quarta strofetta della suesposta poesia («Dentro le cupe scuole – per l’orrida città, – alla tempesta, al sole, – rinchiusa e in libertà...») è accuratamente cancellata nel manoscritto, ma noi sorelle la deciframmo bene lo stesso. Imaginammo che egli l’avesse cancellata per un improvviso dubbio che noi ignorassimo la sua prigionia non avendone mai parlato a lui e nemmeno lui a noi; ma noi conoscevamo benissimo quella sua dolorosa avventura! era anzi per noi un motivo di maggior simpatia e di amarlo anche di più se fosse stato possibile! Il fatto è che per molti e molti anni non fu toccato quel tasto della prigionia né da lui né da noi; ma nel 1894 (eravamo allora a Livorno ove egli era insegnante in quel Liceo Niccolini) in un bel giorno primaverile (come vedremo) si fece coraggio e non senza una certa trepidazione si decise a parlarne. Quanto si rise tutti e tre!

Altra poesia di quei giorni, molto scherzosa e scritta mentre noi due chiacchieravamo con lui e con la Zia, è di quattro strambotti: «S’io fossi re, se fossi imperatore...» [18]. In questo scherzo si può vedere un riflesso del grande e vano desiderio che egli aveva di poter sollevare noi sorelle dall’umile condizione di dover lavorare per gli altri per aver modo di procurarci i mezzi per rivestirci e per le cose più necessarie. Spesso egli ci domandava di che cosa avevamo più bisogno sul momento, e c’incoraggiava a chiedere a chiedere a chiedere, che al suo ritorno a Bologna ci avrebbe mandato tutto. Cosí incoraggiate, dopo esserci consultate un po’ tra noi due, gli dicemmo che ciò di cui avremmo avuto bisogno allora, era una bionda per ornarne due veli di seta da portare in testa, che ci erano stati regalati dalla moglie di Emilio. Fu felice di questa nostra domanda, e volle un pezzettino di velo per non sbagliare nel colore e segnò il numero dei metri che occorrevano. Avendogli io raccontato, come egli raccontava sempre tante cose e di me e di altri, il dispiacere che avevo avuto di dover rinunziare, uscendo di convento, a continuare a sonare il piano, mentre ero già arrivata a seguire impeccabilmente pezzi di musica anche molto difficili, egli subito disse che l’avrei avuto il pianoforte, che tra lui e Falino l’avrebbero acquistato. E se ne occupò proprio e a lungo e con molta premura. Ciò risulta anche dalle sue lettere che via via seguirono. Ci voleva un gran bene, e noi ne eravamo comprese e felici. Era sempre lui, il nostro Giovannino, che ci divertiva e allietava a Rimini nella nostra solitaria e mesta fanciullezza; per lui eravamo ancora quelle due bambine (nonostante che una fosse per raggiungere i 19 e l’altra i 17 anni) bisognose di svago, di carezze e di dolci.

I dieci o dodici giorni che Giovannino passò con noi trascorsero velocissimi tra le belle passeggiate giornaliere e le tranquille conversazioni serali talora con amici, ma più spesso con la nostra zia che aveva sempre dei raccontini nuovi di casa nostra, della mamma nostra, dei bimbi di lei che ebbe quasi tutti nella loro infanzia per qualche tempo con sé a Sogliano, e di tante tante cose ora dolorose ed ora liete che egli ascoltava e tesaurizzava nella sua memoria. Via via la conversazione era intramezzata dai giuochi di sciarade o simili, ch’egli faceva per contentare me, e da sue gustose risatine su certi miei tentativi poetici veramente ridicoli: versacci senza senso, zoppi, sgangherati, che l’Ida si lasciava da lui persuadere a mostrargli. E io mi vergognavo, ma ridevo anch’io e godevo della sua ilarità.

La domenica che precedé di due o tre giorni la sua partenza, egli venne molto volentieri con noi e con la zia alla messa in Parrocchia celebrata dall’arciprete don Domenico Baldazzi (bravissimo predicatore, che poi lasciò la Parrocchia per dedicarsi esclusivamente alla predicazione, nella quale emerse sí da essere annoverato tra i piú valenti predicatori dei suoi tempi). Noi sorelle e la zia ci mettemmo, come sempre, nella panca, e Giovannino si mise in piedi, poco distante, presso l’arco della cappella di S. Sebastiano. Il Vangelo di quella domenica era contro i falsi profeti, e fu spiegato con molta animazione dal zelante predicatore che più volte durante il suo dire ebbe a ripetere con sempre maggior vigore: «Attendite a falsis prophetis». Io credo che Giovannino non perdesse una parola del forte predicatore. Finita la messa partimmo insieme tutti e quattro. Egli era rimasto soddisfatto di essere venuto con noi, e ci faceva ridere dicendo che don Baldazzi nel dire: «Attendite a falsis prophetis » volgeva gli occhi e puntava il gesto verso di lui. Non era però vero: era una sua allegra trovata appunto per farci ridere, avendo già noi, molto visibilmente, il pianto nel cuore, e spesso, specialmente io, negli occhi, pensando e parlando della sua prossima partenza.

Nel pomeriggio lo vennero a prendere gli amici per averlo un poco anche con loro, in loro compagnia. Ci raccontò poi alcune cose di quella conversazione con gli amici, come soleva sempre fare essendo noi piuttosto curiose. Una sola cosa ci colpí e impressionò noi e la zia, e fu che qualcuno d’essi, quasi rimproverandolo, gli fece un’osservazione per essere stato alla messa con noi. «Perché?» disse Giovannino. «Vedi» gli spiegarono «noi non impediamo alle nostre donne di recarsi alla chiesa quando vogliono, ma noi uomini, no, non vi andiamo». E Giovannino: «Ma perché? chi ve lo vieta? A me nessuno lo può». E seguitò dicendo che non aveva mai avuto legami di qualsiasi specie con nessuno, che non apparteneva ad alcuna setta; che soltanto lui era padrone di se stesso e della sua volontà, sí che poteva andare dove voleva e gli piaceva. Gli amici non aggiunsero parola su quell’argomento e passarono ad altri discorsi.

Ormai Giovannino non poteva piú a lungo trattenersi a Sogliano: «Carissime sorelle, io parto, io vado...» diceva in versi in quegli ultimi giorni di dimora lassù. [19] Aveva qualche cosa da fare  da sistemare a Bologna prima di partire per la sua destinazione, che credeva fosse Teramo, ma ancora non sapeva nulla della sua domanda e stava un poco in pensiero. Bisognava che andasse. Il dolore di noi sorelle era immenso: e anche il suo, nonostante che avesse buone speranze nell’avvenire, che cercava d’infondere anche a noi. Ma io non mi potevo rassegnare alla nuova separazione, a non vederlo più chi sa per quanto tempo. Ero desolata, e piangevo tutte le mie lagrime.

CAPITOLO VI

LA NOMINA A MATERA

ASPETTANDO LA NOMINA (ESTATE 1882)

Verso la fine del luglio 1882 Giovannino partí da Sogliano, tornando a Bologna. [20] Il suo pensiero era ormai quello di trovare il posto per iniziare la sua vita d’insegnante: e a Bologna gli avrebbero giovato i contatti con i suoi maestri, che si interessavano di lui. Già per questo si era interessato il Carducci: fino dal giugno 1882, subito dopo la laurea, egli scrisse a Ferdinando Cristiani, preside del Ginnasio-Liceo di Teramo, una lettera con molte lodi. [21]

 

Caro Cristiani, se tu hai bisogno di un ottimo insegnante, d’un giovane molto per bene, ma che per essere di molto ingegno e di animo generoso e buono, ha bisogno di trovarsi in mezzo a galantuomini, domanda al Ministero per il tuo Liceo-Ginnasio il Pascoli Giovanni, che si dottorerà ora alla fine di giugno. ottimo e valentissimo per l’italiano, per il latino e per il greco. Starebbe bene in liceo, ma può far ottimamente in quarta e quinta. È stato mio scolaro, e il Gandino ne ha moltissima stima. Addio ...Tuo          GIOSUE CARDUCCI

E l’11 luglio il Maestro avvertiva da Desenzano il comune amico Giulio Vita: «Io non so dove sia quel birbante alcaico di Giovanni Pascoli. Gli scriva un po’ lei che faccia, subito, la domanda, al Ministero, chiedendo distintamente di essere destinato alle classi superiori del Ginnasio di Teramo. Il preside di quel Liceo lo ha già domandato al Ministero». [22]

Certo per quel consiglio il Pascoli avrà fatto domanda al Ministero: e a Teramo il Carducci avrà pensato, perché aveva là un preside su cui fidare, cioè Ferdinando Cristiani, uno dei tre amici delle Risorse di San Miniato. E che le cose si mettessero bene appare da un altro scritto del Maestro a Ugo Brilli: «Saluti al gran Pascoli, il quale, per una lettera che ho dal Cristiani, spero abbia avuto il posto a Teramo». [23]

Ma il 16 agosto le cose erano ancora incerte, e appunto Brilli e Pascoli d’accordo scrissero al Maestro – forse avanti di ricevere la lettera precedente – il primo rincuorando il secondo.

Bologna, 16 agosto 1882

Illustre professore, il Pascoli è qua in casa mia: ha bisogno di scriverle, ma, col solito suo pudore di vergine, piú buono di me, non osa. [24] Io perciò ardisco insegnargli la via e le mando mille saluti rispettosi ...

Al Pascoli è piaciuta oltre ogni dire la sua saffica ad Alessandria, la proclama addirittura una delle sue odi piú belle: [25] ieri sera l’ha letta stupendamente da Sabatino; [26] e me ne ha fatto gustar tante cose che io non avevo capito ... Mi creda obb.mo          UGO BRILLI

 

Ill.mo Sig. Prof., dopo il poco d’esordio del Maghetto, [27] entro senz’altro a domandarle, se si sa, o se si può sapere, nulla della cattedra teramese; se io debbo intanto adoperarmi a scovar qualc’altro posto, nel caso mi mancasse quello; se di questo altro posto ella può darmi qualche lume. Null’altro: salvo che son tornato da pochi giorni di Romagna e che non v’ho parlato di politica,[28] eccetto che ho detto alle volte che non se ne deve parlare cosí da tutti.

In generale i buoni romagnoli mi sembrano un poco indolenziti per quello che ella ha detto de’ partiti nel discorso su Garibaldi; [29] e fregano apertamente la parte offesa. In ogni paese poi saltano fuori di quelli a’ quali (secondo una frase in voga) scappa... d’essere deputati; e si fanno scorgere.

Io mi sono rinvigorito presso le mie dolci sorelle ed ora ho molto piacere di vivere. Le presento, a nome anche di Raffaello,[30] omaggi e ringraziamenti senza fine. Suo dev.mo e aff.mo GIOVANNI PASCOLI

Anche il Carducci cercava di rassicurare, per conto suo, l’ansioso Giovannino, e il 17 agosto scrivendo al Brilli ridiceva: «Al Pascoli dica: che notizie non gliene posso dare altre da queste, che il Cristiani, preside di Teramo, lo ha richiesto al Costantini. Io credo certissimo che, se non a Teramo (credo che a Teramo) un posto l’avrà. Dunque al Ministero non piú domande. Se vuole per precauzione domandare anche in qualche Comune faccia. Ma io tengo per fermo che un posto l’avrà ».[31]

A quanto pare, non sono rimaste lettere di Giovanni alle sorelle circa il suo stato d’animo in questo tempo di ansia; e non è quindi possibile conoscerlo, altro che per ipotesi: ma è facile immaginarlo.

UN CONSIGLIO DEL CARDUCCI
PARTENZA PER MATERA (SETTEMBRE-OTTOBRE 1882)

Inaspettatamente la attesa Teramo sfuma, e giunge notizia di una nomina a Matera: di Teramo restava solo «quasi l’anagramma»!

Come fu? A quanto ritenne la memoria, che fu sempre vigile, della sorella Ida, sarebbe avvenuto per un intervento del prof. Gandino verso il Pascoli. A Teramo si sarebbe trattato del Ginnasio: ma il Gandino – se non per l’entusiasmo, [32] certo almeno per la stima che aveva verso il suo discepolo, e per la preferenza che il Pascoli mostrava nei suoi studi, confermata anche dall’argomento della tesi di laurea – il Gandino giudicava che egli meritasse subito un insegnamento liceale di lettere classiche. In tal senso forse egli agí presso il Ministero, e ne venne la nomina al Liceo Emanuele Duni di Matera.

Il decreto del Ministro è del 21 settembre; ma la notizia era già ufficiale dal 15, e subito arrivò a Bologna. Di fatto il 20 settembre il Pascoli ne dava comunicazione al Maestro.

Bologna, 20 settembre 1882

Preg.mo Sig. Prof. Con decreto del 15 sono stato nominato reggente di lett. greche e latine al Liceo di Matera che è quasi l’anagramma di Teramo, è che è molto piú lontana. Per una parte sono contento: mi dispiace per un’altra, per non potermi cioè trovare sotto il preside Cristiani con l’amico Ricagni. [33] Lo stipendio è uguale.

Dicono ch’ella non verrà a Bologna prima che io ne parta: faccio perciò in iscritto quello che avrei voluto fare a voce. La ringrazio del moltissimo che ha fatto per me, che le devo tutto; e la prego di credere nella mia gratitudine ora e sempre. Sono di lei aff.mo e obbl.mo      GIOVANNI PASCOLI

Il 26 settembre il Ferrari, in procinto di andare al Liceo della Spezia, confermava la decisione del Pascoli, scrivendo al Carducci : « Il Pascoli andrà al Liceo di Matera, Brilli è qua ..., ma il giorno 29 ottobre saremo tutti a Bologna a votare per Costa Cipriani Narduzzi ». [34]

Il Maestro certo consigliò al Pascoli di accettare e partire, nonostante che per Matera il Carducci non avesse... entusiasmo (come appare da ciò che, riguardo al Pascoli, scrive in una lettera a Severino il 28 settembre: «Pascoli – Tutt’insieme va bene Matera, benché città merdosa e patria dello Stigliani. Si porti bene, e avanti». [35] (Non senza qualche intenzione il Carducci avrà aggiunto quest’altro consiglio, [36] conscio di certe tendenze più di poeta che di professore che erano nel Pascoli, e memore di qualche trascuratezza durante le supplenze). Né il Pascoli doveva essere molto lieto della sede, come appare anche dalla lettera già vista del 26 settembre.

Certo è che lo «Stato di servizio» ufficiale del prof. Giovanni Pascoli presso il Ministero dell’Istruzione Pubblica comincia cosí:

1. Professore di lettere latine e greche nel R. Liceo di Matera, reggente – (Decreto) Ministeriale 21 settembre 1882 – (Stipendio) lire 1728.00 2. Aumento di stipendio dal 1° ottobre 1882 – (Decreto) Ministeriale 20 febb. 1883 – Lire 1800.00

La cosa era ormai decisa: e con animo di « pellegrino » (certo ritornava ora nel suo cuore l’eco dei versi scritti a Sogliano poco prima: «Narran le pie leggende – che ogni uomo è un pellegrino ... – Al pellegrin vogliate, – angioli, un po’ di ben . . . ») egli si preparava a «sradicarsi» dalla sua terra, dalla sua famiglia – poca e dispersa – e dagli amici bolognesi, che lo seguiranno, là nel «lontano ermo paese», con lettere di saluto e di rimpianto: Vittorio Fiorini, Severino Ferrari... L’accompagnavano anche due treccioline che, con i capelli delle sorelle, aveva intrecciato Maria con «tanta pazienza».

Giorni questi, in cui stava preparando le sue poche cose per il viaggio, che avranno avuto l’ansia e la curiosità del nuovo, ma specialmente giorni di malinconia per dover andare «tanto lontano», lui che finora era stato tutto della propria terra fra Ravenna e Bologna. E nel senso e quasi nell’angoscia della futura solitudine, gli veniva talvolta perfino il dubbio che le sorelle, ancora lassú a Sogliano, non lo amassero come voleva e non credessero alla sincerità del suo amore (e il pensiero, come vedremo, tornerà a Matera).

C’era poi anche un’altra grave preoccupazione: la spesa del viaggio, nelle sue ben poco floride condizioni economiche. Per questo, egli fece subito una domanda di sussidio particolare al Ministero: ma nella sua inesperienza, la preparò in carta bollata con tassa inferiore al prescritto, di modo che la risposta tardava a venire; e nuovamente consigliato, fece un’altra richiesta a un personaggio del Ministero, a un commendatore. Essa è della vigilia della partenza, il 2 ottobre.

Illustre Signore, nominato reggente di lettere greche e latine a Matera, mi troverò nella mia destinazione fra due o tre giorni soltanto, perché non ho ancora ricevuto risposta a una mia domanda di sussidio indirizzata a S. E. Il viaggio è lungo ed io sono povero e non ho padre e madre da gran tempo. Dicono che la risposta non è venuta e non verrà perché la domanda era in carta da bollo insufficiente. Ma questo io non lo sapevo fino ad oggi, come non sapevo che rivolgendomi alla S. V. c’era da essere contentato. Il cav. Bignami mi ha assicurato che avrei potuto ottenere dalla S. V. il sussidio che altri ha ottenuto, e che, sebbene io parta domani, non mi occorre meno. Del mio ritardo a recarmi colaggiú ho già domandato e ricevuto il permesso dal ff. di preside di Matera, ed ora ne chiedo nuovamente alla S. V. scusa e compatimento.

Voglia, sig. commendatore, considerarmi suo obbl.mo e dev.mo

GIOVANNI PASCOLI

Bologna, 2 ottobre 1882

 

Per mezzo dell’interposto personaggio, il sussidio a suo tempo giunse.

Finalmente, la partenza: il 3 ottobre egli cominciava la vita di «cavalier errante dell’insegnamento». Il viaggio fu lungo, scomodo, triste...; e non trovò tempo e agio, per scrivere alle sorelle, altro che a Bari; ma via via che da luoghi noti s’accostava alle terre meridionali, cominciava anche a lavorare la fantasia... Intravede o immagina il Gargano, che – come scrisse all’avvocato Ernesto Mandes, suo discepolo (da Livorno, il 23 aprile 1894) – gli ricordò la valle di Mattinata dominata dal monte Matino o Saraceno, donde si precipitò Ettore Fieramosca; e sul Gargano aveva anche pensato di scrivere una poesia. [37]

Ed ecco Bari; cosí scriveva il 31 marzo del 1907: « Bari ... quanti anni sono! ... Ero biondo allora e magro, e andavo a Matera, cosí a me cara, sebbene aspra e povera. E Bari mi sorrideva col suo mare azzurro prima che salissi e mi perdessi nei monti brulli. E mi faceva coraggio e mi diceva: Va ascendi, su, su, su ... ». [38]

Dopo Bari aveva la rivelazione della povera terra pugliese col paese di Grumo «villaggio fangoso ... »; e poi continuava ad andare anche su, fra un «molto traballar di vettura», attraverso luoghi «sinistramente belli», intravisti di notte, «per vie selvagge». E anche anni e anni dopo, ricordava quel viaggio: «Io ascesi una notte tra foreste paurose al lume della luna, cullato dalla carrozza, dalle dolci e monotone canzoni del postiglione. È una visione poetica che m’è sempre nell’anima, negli orecchi. Vorrei poterla fissare in versi!» [39]

Queste visioni talvolta si addolcivano nel fantasioso pensiero delle sorelle lontane: e del lungo viaggio c’è un’eco nella poesia che a Matera, il «19 ottobre a mezzanotte», scrisse per il compleanno di Ida:

 

Nel mio lungo ed aereo cammino

io vidi campi azzurri e stelle d’oro.

Quando passavo come un pellegrino

io sentiva cantare angioli in coro.

Dammi, dissi a una stella,

un po’ d’or per la mia dolce sorella... [40]

Cosí nelle ore antimeridiane del 7 di ottobre del 1882, un sabato, giungeva a Matera.

 

Note

____________________________

 

[1] [Le lettere Carducci-Pascoli sono raccolte e commentate a cura di A. VICINELLI nel volume Omaggio a Giovanni Pascoli, Milano, Mondadori 1955. Qualche lacuna si integra qui.]

[2] [Il non breve lavoro è, con i due altri, nel ricordato volume di Scritti sparsi. Alla versione in latino mise la data « pridie Nonas nov. ».]

[3] [Notevole che in una lettera del 20 marzo 1881 Giovanni, dichiarando che F. Cantoni fu suo scolaro, si firmava già: «G. Pascoli licenziato in filologia » (G. Pascoli a Fulvio Cantoni... di G. MASOLI, Faenza, 1957).]

[4] [Di questo 1880 restano a Castelvecchio alcune altre cartoline a Severino, qualche volta in versi: per es. I-XI-80, 10-XII-80.]

[5] [Anche per questo manifesto vedi il volume di Scritti inediti. La traduzione della Batracomiomachia si trova nel volume Poesie, edizione Mondadori 1948, con il Proemio nella nota a pag. 1550; e a pag. 1779 nell’edizione in due volumi, 1958; in riproduzione dall’autografo è nell’edizione di Traduzioni e Riduzioni, Zanichelli. Nel suddetto volume delle Opere si leggono pure gli altri lavori per il Magistero; e i versi piú avanti ricordati; e la novella.]

[6] [Il brindisi alla Romagna, gettato giù a matita in un pezzetto di carta, fu nell’autografo conservato religiosamente da Giovannino entro una busta. È un mezzo foglio tagliato per il lungo e mal piegato come a dare 4 paginette numerate, cui si aggiunge un altro frammento che contiene la paginetta 5. Il passo, inedito, è diverso da quella Lettera pubblica Allunione democratica romagnola scritta il 24 agosto 1882 a Livorno e che, stampata poco dopo nel « Don Chisciotte », è ora nel vol. XXV, pag. 177 dell’ed. naz. delle Opere del Carducci.]

[7] [In uno di questi raduni il Pascoli improvvisò dei «giambi» catulliani maccheronici in elogio del collega Dall’Osso (detto anche Dall’Oca) e del suo socio Tampieri: Tortellos istos, quos videtis hospites - fecit Templarius optimus ab ansere...]

[8] [Le allusioni sono al Marcovigi; a Gualtiero Belvederi (che già incontrammo e vedremo segretario di redazione del «Giornale d’Italia »); al Brilli (il Mago); all’avv. Giulio Vita (Bottarino). Paf non saprei chi possa essere.]

[9] [Con questo Stecchi si allude a Corrado Ricci, poi notissimo scrittore d’arte (si veda a pag. 163). A me ignoti Verzone e Pilade.]

[10] [Vittorio Fiorini, compagno ed amico, lo troveremo altre volte; divenne importante funzionario al Ministero della Pubblica Istruzione.]

[11] [Un’altra nota, dell’Università, conservata a Castelvecchio, dice: «G. Pascoli. Esame di laurea. I seduta: 31 ottobre 1881 - Voti : 14/15. Il seduta : 17 giugno 1882 - Voti: 12/12 e Lode. Tesi di laurea: ΑΛΚΑΙΟΣ, in due parti ».]

[12] [Alcuni altri scritti a Severino e al Vita, del 1882, sono a Castelvecchio: p. es. 1-II-82, 11-XII-82.]

[13] [Anche la tesi di laurea si legge nel volume degli Scritti inediti. Veramente non si può dire che fosse « piuttosto lunga ». Consta di circa 20 pagine manoscritte, e ha due parti: 1. Miti e tradizioni; 2. Ἀλκαῖος. È quasi piú storica che di analisi estetica: ma di storia poetica, sia nella determinazione dell’ambiente da cui nasce la poesia, sia per una specie di trasfigurazione lirica della storia. Vi si presenta il tono della Introduzione alla Lyra. Naturalmente si trovano osservazioni metriche (uno degli interessi pascoliani fino dalla giovinezza): si segue l’esametro che sta passando alla lirica e genera il verso alcaico e saffico. Non vi si leggono notizie o scoperte peregrine: ma c’è già il « tono » pascoliano. Sulla votazione si veda la nota a pag. 118.] {v. nota 47, ndr}

[14] [Che il Pascoli sia stato sempre avverso alla Massoneria risulta da molti documenti e lettere, anche riportati in queste Memorie. Anzi il poeta attribuiva non piccola parte della sua scarsa fortuna letteraria all’ostilità della Massoneria (che a suo parere favoriva contro di lui Carducci e perfino D’Annunzio: si veda per es. a pag. 717. Anche il 18 dic. 1901 scriveva al Caselli: «Noi siamo messi in disparte dalle sette!»). Né fu la Massoneria, come si scrisse, ad avere colpa nei mancati conforti religiosi nella morte. Tuttavia non si può escludere del tutto una momentanea, e sia pur formale, iscrizione alla Società avvenuta negli anni di studente. Un documento datomi in fotografia e che perverrebbe dalle carte dell’archivio che fu dell’avv. Ugo Lenzi di Bologna, uno dei capi massonici, sembra sia una specie di promessa rituale, scritta di pugno del Pascoli (e la calligrafia appare autentica). Entro un triangolo coi tre lati a grosse linee nere, i vertici hanno tre domande e risposte; in alto: «Che cosa deve l’uomo alla Patria? la vita»; sull’angolo a destra: «Quali sono i doveri dell’uomo verso la Umanità? di amarla»; a sinistra: «Quali sono i doveri dell’uomo verso se stesso? di rispettarsi». Al centro del triangolo: «Giovanni Pascoli - Bologna 22-9-82 ». Cosí egli, dopo il «nulla osta del Gr. Maestro N. 2145 del 16-1-82» sarebbe stato ammesso alla Loggia Rizzoli. Ma parlando con Maria egli era sincero nell’affermare la sua costante avversione alla Massoneria e nel negarne ogni aiuto.]

[15] [Ad Argenta era andato presso il parente Pio Squadrani, direttore didattico di quelle scuole. Pare che, poco dopo, il Pascoli avesse l’incarico dal Comune di riordinare quell’Archivio.

Subito, già in questa prima lettera familiare, ancor prima che maturi il momento sentimentale e poetico della tragedia domestica, si noti quell’inquieto contrasto di amore e dolore, quel complesso come di colpa che prorompe poi in un affetto esaltato; e anche quel caratteristico stato d’animo quasi di un perplesso tormentatore di se medesimo. E piú ancora, questo ci sarà confermato dalle prime lettere che scrisse, lontano, da Matera (pagg. 147, 150...) : si legga specialmente quella del 19 ottobre.]

[16] [La visita a Ravenna fu veramente fatta con Antonio Pascoli e con lo Squadrani, forse quando Giovanni verso la metà di luglio stette alcuni giorni con Tunèn, essendo passato da Argenta a Sant’Alberto. Questa visita, che tanto influsso ebbe, anche per il futuro, sulla fantasia, il sentimento e il pensiero di Pascoli, la racconta Giovanni stesso nella bellissima Prefazione che nel 1904 premise al libro di Iscrizioni e versi dello Squadrani (v. qui a pag. 750). Essa si legge nel piú volte cit. vol. di Scritti sparsi; ma si veda anche A. VICINELLI La prosa del Pascoli nel vol. Studi pascoliani a c. della Società di Studi romagnoli, Faenza 1958.]

[17] [Altro punto che conferma l’utilità delle presenti Memorie. Quanto qui si dice, lascia intravedere l’origine di tante notizie e di tanti sentimenti familiari del poeta: tali ricordi, quante volte saranno stati rievocati da Maria e con Maria, lungo la sempre piú chiusa vita domestica di Giovanni! Si veda anche a pag.345.]

[18] [Gli altri tre strambotti cominciano: «E poi mi viene un’altra fantasia...»; «Io sarei fiero, anzi sarei feroce...»; «Vorrei sentire intorno a me le strida»: tutti in scherzosa lode delle sorelle. Sono nel cit. vol. degli Scritti inediti.]

[19] [In Addio di Poesie varie: ivi sono altri versi di quei giorni, qualcuno citato poco piú avanti; altri ancora si leggono negli Scritti inediti e sparsi.]

[20] Come ho detto nella Premessa, questi due paragrafi dell’ultimo capitolo della I parte (pag. 138-144), che però hanno i titoli voluti da Maria, mancano nella redazione riscritta dalla sorella e furono compilati da me. Ma già le ultime pagine del capitolo precedente hanno una stesura imperfetta. Qui, riscrivendo questa prima Parte dopo la sua distruzione bellica, forse cadde la stanca mano della sorella. Anche le Note sono mie: inutili quindi le parentesi quadre. A. V.

[21] Riporto questa lettera, di cui l’originale si conserva a Castelvecchio, non solo per far conoscere il benevolo interessamento del Carducci, ma anche perché essa non esiste nell’epistolario zanichelliano e non la compresi nemmeno io nel carteggio Carducci-Pascoli pubblicato nel cit. Omaggio a G. Pascoli, edizione Mondadori.

[22] La lettera al Vita è in Lettere di G. CARDUCCI, ed. Zanichelli, vol. XIV, pag. 9. - Alcaico con riferimento alla tesi su Alceo.

[23] Id. vol. XIII, pag. 160. La lettera senza data è nell’epistolario attribuita a «Lucca, 14 agosto 1881 », ma è un errore. Nel 1881 il Pascoli non era laureato e non pensava affatto a cominciare l’insegnamento, e sopra tutto cosí lontano; come si vede dal confronto con la lettera al Brilli del 17 agosto 1882 (vol. XIV, pag. 24), e dalla risposta del Brilli inedita in Casa Carducci (pure dell’82), questa lettera è certo di qualche giorno posteriore al 17 agosto 1882 e proviene o da Livorno o piú probabilmente da Lucca. La lettera 2767 dell’epistolario carducciano va quindi trasportata al vol. XIV, e certo posteriormente alla lettera 2944.

Si dice che una volta nello scrivere di «Pascolino» al Cristiani il Carducci non celasse una certa inquietudine per le idee del raccomandato...; ma quella lettera forse non partí, se il Pascoli la trovò in una cartella piena di carte di Severino Ferrari (su ciò G. LIPPARINI, Pascoli a Bologna, in G. P. a c. di I. DE BLASI, Firenze 1937). Del resto si veda a pag. 142, e la nota.

[24] Il tratto ci dà un rapido giudizio morale sul Pascoli, visto ora dai compagni goliardi.

[25] L’ode Alessandria (in Odi Barbare) fu pubblicata nell’agosto ’82 nella « Domenica Letteraria ».

[26] Era Sabatino Pesciatini, che aveva una fiaschetteria toscana in via del-l’Indipendenza: uno dei luoghi di ritrovo serale del Carducci e dei suoi amici.

[27] Cioè del Brilli, che era il Mago nel poemetto omonimo di S. Ferrari.

[28] Questo sarà stato uno dei suggerimenti del Carducci, memore degli incidenti di pochi anni prima; e v. nota 1 pag. 139.

[29] Nella chiusa del famoso discorso (4 giugno 1882), il Carducci aveva invitato tutti i partiti a una specie di concordia attorno a Garibaldi, invitandoli tutti a gettare «intorno alla pira» del Generale «tutto quello che avevano di piú tristo».

[30] Il fratello, detto Falino.

[31] Lettere cit., ed. Zanichelli, vol. XIV pag. 24.

[32] L’unico scritto del Gandino che mi risulta inviato al Pascoli (ed è conservato nell’Archivio di Castelvecchio) è una alquanto ufficiosa cd arida lettera mandata a Matera il 19 novembre, certo in risposta ad una del Pascoli. Non essendo stata riportata da Maria, come aveva intenzione di fare, la travcrivo qui.

Bologna 19 nov. 1882 - Caro Pascoli. Scrivo oggi all’editore che mandi una copia gratuita del libro a lei e un’altra, pure gratuita, al Restori. Tanti saluti a tutti e due. Aff.mo G. B. GANDINO ».

[33] Il Ricagni, piemontese, era stato uno dei sei che vinsero le Borse di studio nel 1873, insieme col Pascoli.

[34] Lettere di S. Ferrari a C. Carducci, a c. di D. MANETTI, Bologna 1933. Il (proposito di votare il 29 ottobre per i candidati dei partiti di estrema non potrà poi essere attuato dal Pascoli, già lontano.

[35] Anche questa lettera a Severino manca nell’epistolario carducciano edito dallo Zanichelli; e ci resta fra le carte di Castelvecchio.

[36] Forse a questo consiglio si riferisce il titolo che Maria diede all’ultimo paragrafo della Prima Parte; ma, come dico nel testo, sottovoce il Maestro ne dava anche qualcun altro.

[37] Si veda il «Giornale d’Italia», 30 dicembre 1936; e il «Corriere del Tirreno», 18 marzo 1937; versi latini sul Gargano, scritti in occasione del viaggio, dice di avere l’avv. Mandes.

[38] Cosí scriveva alla redazione del « Corriere delle Puglie », 31 marzo 1907.

[39] Lettera a Michele Fiore, 27 luglio 1902, in « Popolo Lucano » di Potenza, 10 maggio 1912. In un’altra lettera che parla di questi luoghi al Fiore, 24 marzo ’85, c’è un germe delle Ciaramelle : v. « N. Antologia », 16 dicembre 1923.

[40] In Poesie varie: Ida.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011