Maria Pascoli

Lungo la vita di Giovanni Pascoli

Memorie curate e integrate

da  AUGUSTO VICINELLI

con 48 tavole fuori testo

Edizione di riferimento

Maria Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, Memorie curate e integrate da Augusto Vicinelli, con 48 tavole fuori testo, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1961

PARTE PRIMA

DALLA NASCITA ALLA LAUREA

1855-1882

CAPITOLO I

FINO ALL’INGRESSO IN COLLEGIO

(1855—1862)

ALCUNI CENNI INTORNO AI NOSTRI GENITORI

NOSTRO padre, Ruggero, nacque a Ravenna il 24 marzo 1815 dai coniugi Margherita e Giacomo Pascoli di Venanzio. I suoi genitori non ebbero altri figli e non ebbero lunga vita, sì che egli all’età di nove anni era già orfano di ambedue. Chi dei due morisse prima, non mi è noto. I fratelli di suo padre ne ebbero cura e lo misero in collegio, donde, quando fu fornito di buona e sana cultura, lo ritolsero. Poiché essi erano amministratori dei beni rurali della patrizia famiglia dei marchesi Guiccioli di Ravenna, pensarono di tenerlo presso di loro e fargli seguire la loro strada.

Ma senza ch’io vada cercando altre notizie, riporterò una lettera di Giovannino che dettò a me, dal letto, nell’ultimo mese della sua vita, per il marchese Ferdinando Guiccioli, gentiluomo di Corte della Regina madre Margherita, il quale era stato in rapporti con un antenato dei Pascoli.

 

Eccellenza, Le scrivo dal mio letto di sofferenze, ma per mano della mia Mariù. Se io so poco intorno ai maggiori, ella sa ancor meno, essendo nata molto tempo dopo me e travolta ancor balbettante dal turbine che percosse, disperse, distrusse la nostra famiglia.

Ecco quello che so. Amministrava in quei tempi ormai lontani i beni rustici della nobilissima casa Guiccioli la famiglia Pascoli. Di quanti era allora costituita? Non  so se da Luigi, padre dei seguenti, e Giovanni zio dei medesimi: certo da Clemente e Giuseppe figli di Luigi. Di Giuseppe sopravvive, bello e vegeto, partendo la sua vita tra Ravenna, onde siamo tutti oriundi, e Sant’Alberto, donde egli è nativo, Antonio Pascoli.

Noi figli di Ruggero nascemmo a San Mauro e a Torre di San Mauro provincia di Forli. Là era stato chiamato, ad amministrare suoi beni dal principe Alessandro Torlonia, Giovanni Pascoli, del quale il principe diceva tutto il bene che V. E. dice di quel suo Pascoli che non so se sia il medesimo Giovanni, o Luigi padre di Clemente e Giuseppe. Con Giovanni (che aveva un unico figlio morto giovane) andò non so quando ma prima del ’49, Ruggero, figlio di un fratello di Luigi e di Giovanni.

Ruggero si accasò a San Mauro, vi ebbe molti figli, tra i quali noi due, e morì tragicamente, assassinato sulla strada maestra, non si sa da chi, non si sa perché. La voce pubblica trova il perché nella bramosia di succedergli e diventar ricco, dove a lui bastava rimaner galantuomo; il perché preso a pretesto, fu forse l’aver egli aderito a Cavour e al partito nazionale. Il fatto è che il 10 agosto del 1867 rimasero abbandonati nel mondo otto orfani, dei quali la maggiore (Margherita!) non aveva 17 anni, e morì l’anno dopo precedendo di un mese la madre affranta dal dolore. Così di morte in morte, io che ero il quarto sono diventato il primo, e Maria è restata quella che era, l’ultima, creata forse a consolare nelle tante traversie e sventure, a confortare e animare nei tanti scoraggiamenti, il suo fratello che ella ama e che egli ama unicamente. Così ci facciamo compagnia, primo ed ultima, finché non venga il giorno della pace. Il quale però non vorrei venisse prima che avessimo compiuto le due migliori opere della mia vita. [1]

Riassumendo, con legittimo e modesto orgoglio possiamo dirle che le lodi che l’E. V. sentiva fare di un vecchio Pascoli, fosse egli Luigi o Giovanni, erano ben meritate. Si ricorda che il principe Alessandro esclamava, parlando di nostro padre Ruggero e rimproverando i successori di lui: Pascoli segnava persino i limoni! Piccola rendita in verità di tre o quattro piante tenute per belluria più che per altro.

Ringraziandola della sua piè che gentile premura per noi, sono dell’ E.V. dev.mo

GIOVANNI PASCOLI

Bologna, 10 marzo 1912

Il giorno dopo, ripensando alla probabilità che fosse proprio Giovanni il Pascoli che il Marchese ricordava, mi dettò quest’altra letterina.

Eccellenza! Ieri mi dimenticai di osservare che Giovanni Pascoli, zio di nostro padre, ebbe un figlio maschio unico, morto giovane, il quale si chiamava Ferdinando. Mi pare probabile che questo nome fosse messo per ossequio e affetto alla grande famiglia di Ravenna. Della qual Ravenna tutti i Pascoli sono figli e vi ebbero casa e sepolcreto e un’arma che porta un liocorno. Dell’E. V. dev.mo

GIOVANNI PASCOLI

Bologna, 11 marzo 1912

Si può supporre che Ruggero fosse chiamato da suo zio Giovanni, per aiutarlo nella grande azienda, non molto dopo del ’42, perché in quell’anno Giovanni rimase vedovo e suo figlio Ferdinando non aveva ancora 10 anni per potere essergli utile. Ma è certo che nostro padre nel ’48, se non prima, era fidanzato di quella dolce creatura che poi doveva essere nostra madre, e nel ’49, se non prima, era Comandante civico del Comune di San Mauro, come fa fede una lettera conservata in autografo nell’Archivio di Cesena. Ha l’intestazione del «Comando civico del Comune di San Mauro - Repubblica Romana», è indirizzata al «Cittadino Governatore» con la data 3 maggio 1849 ed ha per firma: « Il Capitano Comandante Ruggero Pascoli». [2]

Nostra madre, Caterina Alloccatelli Vincenzi, nacque a San Mauro di Romagna il 12 dicembre 1828 dai coniugi Paolo Vincenzi di San Mauro e Olimpia Alloccatelli di Sogliano al Rubicone. Paolo era di famiglia benestante – una delle migliori del paese – ma quasi campagnuolo; mentre Olimpia era l’unico rampollo del ramo primogenito della nobile Casa Alloccatelli di Sogliano ed erede di una buona sostanza.

Olimpia ebbe tre figlie e due figli, i quali morirono piccolissimi. La prima figlia fu Rita, che nacque nel settembre 1827; la seconda Caterina (la nostra dolce madre) che nacque il 12 dicembre 1828; la terza, Luigia che nacque cinque o sei anni dopo Caterina. Olimpia non visse lungamente: morì quando la sua maggiore non aveva 14 o 15 anni; ma aveva già assimilate a sé le figliuole, le quali fecero tutte e tre bonissima riuscita. Rita andò a nozze a 16 anni; sposò un ricco possidente di Sogliano al Rubicone, Placido David, ed ebbe una figlia a cui pose nome Olimpia, che morì giovinetta, e un figlio, Emilio, che nacque nel ’48. Luigia si accasò dopo qualche anno; sposò Alessandro Morri segretario del Comune di Sogliano e poi di quello di Rimini.

LA FAMIGLIA DI RUGGERO PASCOLI

Riporto interamente dall’album, scritto di mano del nostro padre, questi dati:

 

ALBUM DELLA FAMIGLIA DI RUGGERO PASCOLI

 

Matrimonio fra Ruggero Pascoli di Ravenna e Caterina Vincenzi Alloccatelli di San Mauro di Romagna avvenuto il giorno 23 settembre ddell’anno 1819.

Figli dei Coniugi Ruggero e Caterina Pascoli nati nelle seguenti epoche.

1° - l9 Ottobre 1850 ore 6 ½ pomeridiane, Margherita Olimpia Vittoria battezzata nel giorno successivo a San Mauro dal M. R.do Don Pasquale Fabbroni. Padrini Pascoli Ferdinando e Vincenzi Rita.

2° - 24 Febbraio 1852 ore 4 ¾ pomeridiane, Giacomo Ugo linea battezzato nel giorno successivo in San Mauro dal M. R.do Don Pasquale Fabbroni. Padrini Montini Eugenio di Bologna e Vincenzi Luigia.

3° - 14 Febbraio 1854 ore 2 ½ antimeridiane, Luigi Filippo Venanzio battezzato nel giorno successivo in San Mauro dal M. R.do D. Antonio Tognacci. Padrini Monti Adelaide di Cesena in Pascoli e Pascoli Giovanni non intervenuto perché indisposto.

4° - 31 Dicembre 1855 ore 6 ½ pomeridiane, Giovanni Placido Agostino battezzato in San Mauro nel giorno successivo dal M. R.do D. Antonio Tognacci. Padrini Morri Alessandro di Rimini e David Vincenzi Rita. [3]

5° - 28 Novembre 1857 ore 4 pomeridiane, Raffaele Sigismondo Cesare battezzato in San Mauro nel giorno successivo dal M. Rev.do D. Luigi Braschi. Padrini Vincenzi Paolo e Rosa Vespigniani di Rimini.

6° - 21 Luglio 1859 ore 10 ½ antimeridiane, Alessandro Giuseppe Paolo battezzato nel giorno successivo in San Mauro dal M. Rev.do Parroco sottoscritto. Padrini M. Rev.do D. Federico Balsimelli Parroco di San Mauro e Vincenzi David Rita.

7° - 18 Luglio 1860 ore 4 ½ antimeridiane, Carolina Vittoria Maria battezzata nel giorno successivo in San Mauro dal M. Rev.do Parroco sottoscritto. Padrini M. Rev.do D. Federico Balsimelli Parroco di San Mauro e Vincenzi David Rita.

Carolina Vittoria Maria volò al Cielo (dopo penosa malattia sofferta a Sogliano) il 2 dicembre 1865 alle ore 11 1 /2 antimeridiane.

8° - 2 Gennaio 1862 ore 6 1 /2 antimeridiane, Ida Elda Maria Vittoria battezzata nel giorno successivo in San Mauro dal M. Rev.do D. Luigi Braschi. Padrini Giorgi Luigi di Cesena e Parioli in Squadrani Eugenia. N.B. Il Battesimo accadde nello stesso giorno della nascita.

Ida Elda Maria Vittoria volò al Cielo dopo penosa malattia nel giorno 27 Agosto 1862 alle ore 10 pomer.e.

9° - 22 8bre 1863, Ida Angela Olimpia nata alle ore 7 1 /4 ant. e battezzata nel giorno successivo in San Mauro dal M. R. D. Aless.o Tognacci. Padrini Vincenzi in Morri Luigia e Emilio David.

10° - I° Novembre 1865, Maria Santa Adele Annetta nata alle ore 4 1 /4 pom. battezzata nel giorno successivo dal M.Rev.do D. Alessandro Tognacci. Padrini Morri Alessandro e Luigia Vincenzi Coniugi.

 

Di questi dieci figli, otto furono allevati dalla madre e due – ossia Alessandro (chiamato sempre, col secondo nome, Giuseppe anzi Peppino) e Carolina che volò al Cielo di cinque anni – furono dati a balia, perché la mamma, dopo quei parti, era rimasta sofferente e non poteva allevare.

NASCITA E INFANZIA DI GIOVANNINO (1855-1862)

Giovanni Agostino Placido fu dunque il quarto figlio di Caterina Vincenti Alloccatelli e di Ruggero Pascoli e nacque il 31 dicembre del 1855 in San Mauro. [4] La sua nascita rimase ricordevole per un gran piangere che fece su lui la sua mamma appena lo ebbe tra le braccia, perché gli scorse una piccola imperfezione nel dito mignolo del piede destro consistente in un’eccessiva larghezza dell’ultima falange, e dell’unghia. All’infuori dei primi anni in cui Giovannino ebbe le cure amorose della sua mamma, quel dito lo fece sempre soffrire. le trafitture dolorosissime che continuamente gli dava, gli resero abituale un’andatura ineguale e incerta come se camminasse sugli spini. Ma egli sopportò sempre il male e il disagio che gli dava quel dito con grande pazienza e rassegnazione. Lo considerava come un ricordo dell’amore di lei, un ricordo che lo stringeva sempre più a lei.

L’infanzia di Giovannino, come anche quella degli altri fratelli, fu veramente felice nella gran pace familiare e nell’immenso amore dei genitori. I quali non avevano altro pensiero che di allevare le loro creature nel santo timore di Dio e di preparare loro un buon avvenire. Sebbene essi avessero per tutti lo stesso affetto e le stesse innumerevoli cure, tuttavia pareva che i loro occhi, specialmente quelli della madre, si posassero con maggior tenerezza su Giovannino che era più delicato degli altri e, forse più degli altri, attaccato alla mamma. Però cresceva sano, svelto, vivace, intelligente e lieto, senza ritrosie e scontrosità con nessuno.

La zia Rita l’ebbe con sé a Sogliano di circa tre anni e mezzo, e lo tenne alcune settimane dalla vigilia della festa di San Giovanni (su per giù di quell’età, la zia li ebbe quasi tutti per un po’ di tempo, in casa sua, i bimbi della sua sorella). Egli non faceva il prezioso, non si schermiva, ma, col suo visino lieto e sereno, pigliava baci, carezze c complimenti da tutti. Non apparteneva alla categoria dei «bimbi prodigio» né dei bimbi furbi: era semplicemente un bimbo buono, amoroso e intelligente; si può dire che fosse «l’angelo che è l’uomo – avanti d’esser uomo».

I primi quattro figli dei nostri genitori si potevano dividere in due coppie. La prima formata dalla Margherita e da Giacomo, tutti e due di un senno superiore all’età e molto posati. L’altra, formata da Luigi (chiamato Gigino) che era un vero folletto, e da Giovannino che era anche lui molto vivo, sebbene non quanto Gigino. Andavano sempre d’accordo e si volevano un gran bene. Il babbo aveva fatto fare delle piccole bocce per i suoi ragazzi più grandicelli, perché potessero, giocando, esercitare i loro muscoli e acquistare forza e robustezza. Una sera dopo il ritorno dalla scuola (cominciavano a frequentare la scuola a sei anni e bisognava che andassero a Savignano [5] non essendovi a quei tempi scuole a San Mauro; il babbo li accompagnava e li andava a riprendere con la carrozza. Da principio era soltanto Giacomo che andava, poi, quando ebbe sei anni, cominciò ad andare anche Gigino) una sera, dunque, Giacomo e Gigino con alcuni loro compagni stavano giocando nel cortile della casa, e Giovannino stava a vedere. A un tratto una boccia tirata da Gigino, urtando in un sasso, rimbalzò e andò a colpire Giovannino sopra l’orbita dell’occhio sinistro producendogli una ferita dalla quale immediatamente scaturì il sangue (e gliene rimase il segno per sempre). I ragazzi si misero a urlare spaventati. Gigino terrorizzato scappò via piangendo. La mamma, sentendo quell’urlio disperato, accorse tutta impaurita e tremante chiedendo che cosa era mai successo. Ma vide subito da sé che cosa era successo! vide il suo povero bimbo col visino tutto sangue che non diceva nulla, che sembrava stordito. Piena di sgomento se lo prese in collo e lesta lesta lo portò a casa seguita dai ragazzi che trepidavano. Mentre essa gli tergeva il sangue e gli osservava la ferita, gli chiedeva chi era mai stato quello sbadato che gli aveva procurato tanto male; egli rispondeva: «È stata una disgrazia». Giovannino sopportò tutto con uno sforzo di volontà straordinario in una creatura di quattro o quattro anni e mezzo, perché temeva e non voleva che il suo Gigino fosse sgridato.

Uno dei divertimenti piú grandi di Gigino e Giovannino era quello di corrersi dietro e di nascondersi tra gli alberi del giardino per non farsi prendere. Chi era preso, perdeva. Giocavano anche alla guerra e Giovannino ricordò poi questo gioco in un suo scritto intitolato Casa mia (Limpido rivo): «E io ruzzavo e scavallavo nel giardino avanti casa, tra i pini i cedri del Libano gl’ippocastani e le thuie i cipressi che erano tanti sebbene fossero uno o due per sorta, ed erano così grandi benché così giovani, ed erano così folti che, giocando alla guerra con un mio fratello, potevo imboscarmi, assalir di sorpresa, riuscire alle spalle del nemico, e vincere la battaglia. La quale era combattuta da vicino e da lontano; e le spade erano foglie, lunghe e taglienti, di giaggiolo, e i proiettili erano bacche di cipresso. Come grandinavano su quel mio fratello, che morì a diciassette anni, le bacche di cipresso! »

Nei giorni festivi e nelle vacanze, spesso il babbo li conduceva tutti e tre, Giacomo, Gigino e Giovannino, alla Torre dove, nei grandi prati che c’erano allora avanti la villa, essi potevano divertirsi a correre e a rincorrersi a lor piacere fortificandosi al sole. [6]

La dolce madre gettò in tutti i suoi bimbi i primi germi della santa Religione. Fin dal momento che cominciavano a balbettare qualche parola, mettendoli a letto e alzandoli, accompagnava le loro manine a farsi il segno della croce, e poneva sulle loro labbra brevi e soavi preghierine a Gesù e a Maria. Poi là là aggiungeva altre preghiere e insegnava le cose fondamentali della dottrina cristiana. Li conduceva la domenica a messa e, o prima o dopo cena, essa, coi più grandi e col babbo, recitava il rosario.

Non potevano nel cuore amoroso di Giovannino restare dimenticati i primi insegnamenti religiosi della sua amatissima madre: se ne ha testimonianza in più luoghi della sua opera poetica (Commiato, La voce...).

Così pure doveva rimanergli per sempre la passione infantile per il presepio; anche da grande, qui a Castelvecchio, quando poteva, lo costruiva in un angolo e poi chiamava i bimbi del vicinato a vederlo.

CAPITOLO II

DALL’INGRESSO ALL’USCTITA DAL COLLEGIO

(1862-1871)

PRIMI ANNI DI COLLEGIO (1862-1867)

Nell’OTTOBRE del 1862 il padre con Giacomo, Luigi e Giovanni (la primogenita Margherita l’aveva già messa in educazione presso le Maestre Pie a Sogliano sul Rubicone) partiva di casa per condurli tutti e tre nel collegio dei Padri Scolopi a Urbino. Giovannino non aveva ancora compiuto i sette anni; forse la decisione dei genitori di mettere anche lui così presto in collegio deve essere stata presa per due motivi: non credendo cioè di poterlo far frequentare la scuola a Savignano da solo; mentre, andando in collegio con gli altri due, gli sarebbe stato meno amaro il distacco da loro.

La prima notte di collegio fu per lui di grande sconforto. Piangeva, singhiozzava forte, solo, nel suo lettino. Non poteva addormentarsi senza la sua mamma, che sempre la sera al suo letto pregava con lui, e sempre gli suggellava gli occhi con i suoi baci. Non si poteva dar pace. A un tratto nella camerata s’udí una voce che disse: «Sta’ zittino, Zvanì, di’ le orazioni e fa’ la nanna ». Era di Giacomo, che già cominciava la sua missione di «piccolo padre». Quella voce familiare e dolce ebbe virtù di quietarlo. Nei giorni successivi, essendo coi fratelli e affiatandosi coi compagni, riprese la sua bella giocondità e si abituò senza sforzo alla nuova vita. Rettore del Collegio era il padre Alessandro Serpieri, insigne scienziato ed ottimo educatore della gioventù.

Giacomo poté essere messo in 2a classe ginnasiale, Luigi in 4a elementare e Giovannino in 2a (la 1a doveva averla fatta a Savignano). Per molti anni il collegio udì i loro tre nomi nelle premiazioni. Ognuno nella sua classe era primo. Studiavano con volontà e riuscivano bene. Nelle ore di ricreazione però, specialmente i due minori, non pensavano che a divertirsi ed erano i più vivaci e i più animati nei giochi di tutti i loro compagni.

Spesso nelle nostre sere solitarie, io intrattenevo Giovannino sui suoi ricordi di collegio. Ne aveva tanti, e anche qualcuno molto curioso e ameno. Alla mia domanda se da piccolo faceva versi, mi rispose con giovialità: «Di stupendi!» E mi raccontò che la prima poesia che fece la disse alla camerata dei piccoli, dove era lui, e che la camerata ne fu entusiasta, e in refettorio, mentre facevano la prima colazione, i compagni vollero chiamare, nonostante che lui si opponesse, il p. Ministro (era il p. Chiesa, alquanto ruvido) e gli dissero: «Gvanin ha fatto dei versi, se li faccia dire». Intanto Giovannino si era tratto in disparte contrariato. Il p. Ministro disse rivolgendosi a lui, un po’ duramente: «Dilli, dunque». Allora, quasi impaurito e tutto confuso, in fretta in fretta sciorinò tutta la sua ode. Quand’ebbe finito, il p. Ministro, alzando le spalle senza dire una parola, se ne andò. Tutti rimasero mortificati, ma più i compagni che lui. Questo fu il primo successo poetico che ebbe. L’ode cominciava: « Dio di bontade che m’hai creato», il resto non lo ricordava più. Doveva essere per certo una poesia molto fanciullesca, ma io penso con soddisfazione che la prima parola della sua prima poesia era Dio.

Ricordava le allegre gite fatte «coi leggiadri equali a schiera» pei colli e pei monti lanciando al cielo le loro comete; le fermate che facevano ora a mangiare le cresce dalla Baciocca, ora i formaggini di Schieti, ora le pere di Ca’ Fligiott; le passeggiate dei giorni festivi dopo le sacre funzioni con nelle loro anime gli echi soavi e mistici di esse; la raccolta dei fiori campestri che facevano sulla sera della solennità del Corpus Domini formandone un grande tappeto in mezzo alla strada maestra (vi accenna anche in Campane a sera).

Ricordava gli esercizi spirituali che facevano insieme coi Padri, il raccoglimento di quei giorni, la penombra mistica della chiesa, il canto del Veni Creator Spiritus... Tutto rimase sempre scolpito nella sua mente.

A nove anni Giovannino fece la sua prima Comunione, alla quale si preparò con molto fervore e con l’anima tutta cielo. Insieme a lui c’erano altri convittori comunicandi. Egli, che pur non difettava di intelligenza e di memoria e che sentiva molta attrattiva per le sacre funzioni, non era capace di servire a modo la messa; s’imbrogliava; rispondeva «amen» quando avrebbe dovuto dire «Deo gratias», «Et cum spiritu tuo» invece di «Gloria tibi Domine ». E sbagliava anche nel versare l’acqua e il vino. Il celebrante suggeriva, brontolava; ma era inutile: non si orientava. Chi sa do-ve vagava con la mente!

Aveva certe sue abilità per le quali era sempre cercato dai compagni. Quando nelle sere invernali volevano una bella fiammata per riscaldarsi, si rivolgevano a lui perché accendesse il fuoco; ed egli faceva alla svelta un mucchietto di sottili stecchi che metteva sotto la fascina dandogli fuoco. Ecco subito alzarsi la bella fiamma che riscaldava e rallegrava tutti. L’abilità di saper accendere il fuoco con piccoli mezzi la conservò sempre.

Quando dopo cena si sentivano stanchi e dovevano dire il rosario in ginocchio in cappella, dicevano a lui: «Gvanin, di’ te il rosario»; egli capiva il perché e si prestava al loro desiderio. Cominciava il rosario bene, le prime Ave Maria le diceva interamente, poi seguitava mutilandole «Ave Maria tui Jesus, Ave Maria tui Jesus...». Il padre Ministro ogni tanto lo riprendeva: «Giovannino, dica bene l’Ave Maria». Allora ne diceva una o due a modo, indi seguitava «Ave Maria tui Jesus ». Così il rosario finiva presto. Dopo, non era terminata la loro giornata, dovevano ancora studiare nelle loro cellette e fare i compiti.

Ricordava le villeggiature delle vacanze nella villa del collegio, la Tortorina, e quanto godevano tutti giocando e correndo dopo il lungo anno di studio e la faticosa preparazione agli esami. Un po’ di studio c’era anche allora, ma lieve, per stare in esercizio e non dimenticare le cose imparate.

Nelle commedie che facevano in carnevale, a lui erano quasi sempre assegnate parti commoventi di ragazzi poveri e sventurati, che egli sosteneva bene, con molta naturalezza. In una si trattava di un fanciullo che, avendo un posto gratuito in un collegio, quando era a desinare dopo la minestra non voleva mangiar altro. Pressato perché mangiasse, disse piangendo che non poteva, perché pensava ai suoi genitori che non avevano di che saziarsi. S’investiva della parte, e riusciva a commuovere l’uditorio.

I giorni più lieti per i tre fratelli erano quelli delle desiderate visite dei genitori. Qualche volta però col babbo non c’era la mamma: essa non si trovava sempre in condizioni di poter andare, essendo il viaggio un po’ troppo scomodo per lei; ma inviava loro, per mano del babbo, oltre ciò che solevano portare, i suoi cari regalini particolari: tre cartocci che contenevano i risparmi che essa faceva unicamente per loro, per le loro piccole voglie nelle gite di campagna. Ma il giorno in cui la loro felicità toccava il culmine, era il giorno delle premiazioni. C’erano tutti e due, quel giorno, i loro cari! ed assistevano, come tanti altri genitori degli alunni, alla bella cerimonia dell’assegnazione dei premi.

I genitori erano contentissimi del collegio e lo dimostravano coi doni abbondanti (specialmente mangerecci) che portavano nelle loro visite e con quelli che spesso mandavano.

Ai tre fratelli si aggiunse nel 1866 anche il quarto, Raffaele (chiamato familiarmente Falino). Era di carattere assai diverso dai primi, ma aveva anche lui una bella intelligenza e buona disposizione allo studio, così che cominciò subito a farsi onore e a distinguersi nella sua classe.

Giovannino aveva fatto in quell’anno la 1a ginnasiale riportando all’esame una bellissima votazione e fu promosso in 2a. Anche all’esame di 2a in 3a ebbe una votazione che più bella non poteva essere. I due maggiori pure furono promossi con molto onore tanto negli esami del 1866 quanto in quelli del 1867. In quell’anno, dunque, 1867, Giovannino passava in 3a ginnasiale, Gigino in 5a e Giacomo in 2a liceale. Andavano tutti e tre avanti di pari passo, bene, senza intoppi e senza essere sgobboni. Il p. Geronte Cei, che insegnava latino e greco nel Ginnasio, era ammirato di quel terzetto e pronosticava per loro il più bell’avvenire. Già gli sembrava di scorgere in Giovannino gl’indizi d’un futuro poeta.

LA TRAGEDIA DEL PADRE (10 agosto 1867)

La mattina del 10 agosto del 1867, giorno di san Lorenzo, nostro padre era pronto per recarsi a Cesena per ivi aspettare un certo signor Petri, che doveva arrivare da Roma, e per condurlo poi alla Torre. Il Petri pareva che fosse incaricato dal principe don Alessandro Torlonia di nominare l’amministratore della tenuta, che dopo la morte di Giovanni Pascoli, zio di nostro padre, non era ancor stato nominato. In casa nostra non c’era nessun dubbio che quel posto non fosse riservato a nostro padre essendo già 13 anni che l’occupava con scrupolosa onestà e con piena soddisfazione del Principe. Egli fece attaccare la sua cavallina al carrettino, ma prima di salire si fermò a dire qualcosa alla mamma riguardante un sacco di grano venduto a un tale che forse sarebbe andato a prenderlo quel giorno, e poi... La scena della partenza è descritta da Giovannino in Un ricordo che si trova nei Canti di Castelvecchio. Verso sera la mamma e la Margherita erano ad attenderlo a San Mauro presso la nostra casina, come gli avevano promesso, per poi andare insieme alla Torre. Ma si faceva tardi, e non vedendolo arrivare cominciavano a pensare che gli fosse successa qualche disgrazia. Quand’ecco a un tratto udirono poco distante da loro una voce di donna che urlava: « Hanno ammazzato il signor Ruggero!» Dio mio! chi può immaginare lo schianto che fecero nei loro cuori quelle parole? Si radunò gente intorno a loro cercando di persuaderle che non era vero, che il signor Ruggero si era fatto soltanto un po’ di male per una caduta, che quella donna era matta, etc. etc.; tutte cose vane. La mamma voleva andar subito a vederlo, piangeva, si disperava, diceva di voler morire anche lei. La povera Margherita, affranta dallo strazio, corse a chiudere il pozzo di casa, e poi si buttò in ginocchio avanti la mamma dicendole con gran pianto: «Mamma, mamma, non ci abbandoni! siamo in otto nelle sue braccia!» Non so davvero chi potrebbe trovare parole per esprimere, in qualche modo, quell’atroce dolore! La tragica notizia era giunta con la velocità del fulmine a Sogliano dalla zia Rita, sorella di nostra madre, mentre era in chiesa al vespro solenne, essendo la festa di san Lorenzo patrono del paese. Essa partì immediatamente, col figlio Emilio, angosciata per tanta disgrazia. Poté riuscire, coi mezzi che suggerisce l’affetto e la partecipazione sincera al dolore, a indurla a ritornare alla Torre. Ma la mamma, poverina, era impossibile che potesse dare un po’ di tregua al suo cordoglio. Quando poi ricondussero la cavallina e il carrettino, e vide i regalini che il babbo aveva comprato per le bimbe e anche per lei, come soleva sempre quando si allontanava, oh! allora che scoppi di pianto! che desolazione! Raccontava la zia Rita che non ci fu verso in tutta la notte di farla andare a letto. Se ne stette sempre a piangere con lei e a invocare il suo Ruggero seduta in terra sotto un loggiato che non ricordo bene se fosse presso la rimessa o la scuderia.

Un illustre uomo di Savignano di Romagna, Gino Vendemini, ricordando quel funesto giorno in un suo libriccino, così descrive il ritorno della cavalla col padrone esanime fino a Savignano.

Nel tardo pomeriggio di quel giorno (10 agosto 1867) mentre io e il signor Giuliano Cacciaguerra, mio compaesano ed amico, passeggiando fuori del paese eravamo di fronte alla Villa Rasponi, scorgemmo una vettura che dalla parte del Còmpito veniva verso di noi tutta a sghimbescio e descrivendo una biscia, quasi che il cavallo fosse stato abbandonato o non obbedisse piú al conduttore. Tiratici in disparte, io notai che nel carrettino, avente il mantice alzato, vi era un uomo come in atteggiamento di dormire e a cui fossero sfuggite di mano le redini; di più non vidi e non lo conobbi; non so se il mio compagno lo riconoscesse; ma tutti e due dèmmo forte la voce ad un gruppo di persone ferme all’imboccatura del borgo perché arrestassero quello strano veicolo. Retrocedemmo che il cavallo era stato fermato, e quando già per la pietà di alcuni, parmi della famiglia Bersani, un lenzuolo aveva coperto il cadavere, che a me era sembrato un dormiente, del povero signor Ruggero Pascoli amministratore del latifondo «La Torre» ... Si seppe poi che l’assassino, rimasto ignoto, almeno alle autorità, appiattato nel fosso in prossimità di Gualdo, lo aveva atteso in caccia nel ritorno dal mercato di Cesena, e còlto al volo con una fucilata. Perché ammazzarono quell’uomo che non aveva mai fatto male ad alcuno, e che lasciò una nidiata di figliuoli senza guida e senza fortuna? ... Ma dunque, perché l’ammazzarono? Mistero! Bisogna che sia proprio vero quanto disse quel tale della Romagna: «terra ferax populusque ferox, et caede frequenti terribilis, semperque furens civilibus armis ». [7]

In un primo tempo si disse che quando avvenne il delitto c’era una donna nei campi e che, appena sentito lo sparo, vide fuggire di corsa due uomini, uno dei quali con la barba, armati di fucile. Di questa testimone non pare che ne tenessero conto. Tuttavia furono arrestati alcuni uomini, tra cui il garzone di casa nostra, Jen. Per la mamma questo fu un forte dispiacere perché sapeva che Jen era innocente. Dovette essa stessa dichiarare nel suo interrogatorio che il garzone in quel giorno 10 era sempre stato in casa con lei per sbrigare delle faccende sotto la sua direzione. Fu perciò rilasciato. Le ricerche per scoprire l’autore o gli autori dell’assassinio erano condotte con tanta rilassatezza e lentezza, seguendo vie tortuose e false, da far proprio credere che non si volesse scoprire niente. La via diritta, che dovevano prendere subito, non fu mai presa. La mamma s’accorgeva di quelle manovre e soffriva indicibilmente. Essa aveva un suo intimo sospetto (per non dire certezza) ma non poteva palesarlo. Sapeva che a San Mauro si discorreva a voce bassa e si faceva anche il nome del vile autore del delitto; ma nessuno parlava forte, sia per paura, sia per essere interessato a tacere: sicché non era possibile poter avere alcun appoggio, alcuna prova. Nel tempo che la desolata mamma rimase alla Torre dopo la disgrazia, andava spesso di sera tardi a carezzare e a interrogare la cavalla che era stata presente al fatto per poter avere da lei qualche cenno significativo. Il ricordo di uno di questi suoi colloqui, se così si possono chiamare, è ne La cavalla storna dei Canti di Castelvecchio.

Le causali del delitto, chi voleva vederle nella politica, chi nel cercare di reclutare contadini per l’esercito, chi in altre cause tutte false, per nascondere la vera, l’unica, ossia la smania di succedere nel posto che occupava, e che avrebbe definitivamente occupato, la povera santa vittima. Oh! quella si guardavano bene di accennarla!

Di quel signor Petri, che doveva arrivare da Roma e che non arrivò, non se ne sentì dire più niente. Forse era un trucco combinato dagli interessati per trovare nel ritorno da Cesena il babbo solo, senza il garzone che soleva portare con sé. Se le autorità e la Polizia avessero voluto, potevano scoprire subito; ma non vollero.

E i ragazzi in collegio? erano già vari giorni che aspettavano ansiosi il loro papà. Nell’attesa Giacomo «faceva in grande un piccolo ritratto», il ritratto del babbo; voleva averlo pronto al suo arrivo. Vi lavorò per più sere senza riuscire a contentarsi, e intanto i fratellini assistevano alla sua opera impazienti di vederla compita, e si affacciavano alla finestra per esplorare nella via se finalmente arrivava la carrozza col babbo, il quale non poteva tardar più tanto, perché aveva da condurre Giacomo a casa per le vacanze, avendone diritto per essere stato promosso alla 2a liceale. Anche loro avrebbero voluto quella sorte !

Chi può dire che in quell’ora del trapasso dalla vita alla morte, lo spirito del padre non fosse volato presso i figli che l’aspettavano? Giovannino lo immagina in Il ritratto.

La triste notizia fu comunicata sollecitamente al p. Rettore affidandogli il doloroso incarico di preparare un poco i poveri figliuoli. Il che egli fece amorevolmente avvertendoli che il babbo non poteva recarsi da loro perché si era fatto male in una caduta, ma che tra qualche giorno qualcuno della famiglia sarebbe andato a trovarli e a prendere Giacomo. Essi rimasero impressionati, ma non così da sospettare qualche cosa di grave. Per dare loro il funesto annunzio della irreparabile sventura, fu mandata Margherita col canonico Federico Balsimelli, intimo di casa. Essi appena videro la sorellina vestita a lutto, pallida e mesta, le si strinsero intorno scoppiando in pianto disperato. Avevano intuito subito che il loro buon papà non c’era più. Giacomo fu condotto a casa (improvvisamente, a 15 anni, si trovò a essere il capo della famiglia) e gli altri tre, Luigi, Giovannino e Falino rimasero in collegio col cuore spezzato. Ad essi non fu detto ancora in che modo il babbo era morto: lo seppero poi.

Poco tempo dopo si recò alla Torre il principe don Alessandro Torlonia forse per fare un po’ di villeggiatura o forse per provvedere alla successione di nostro padre. La mamma, povera mamma!, pensò di andargli a far visita con tutti i suoi figli sperando che, secondo quello che si diceva della sua generosità e della sua religiosità, si potesse commuovere alla vista di quei poveri orfanelli. Sicché mandò espressamente e alla svelta a prendere i tre ragazzi che erano in collegio. La visita si effettuò subito. Il Principe accolse tutta la famiglia cortesemente, ma non diede che un borsellino con alcune monete d’oro.

Rimasero ancora alcuni giorni nella villa Torlonia tra i mesti preparativi della partenza. C’è il ricordo di quei giorni nella prefazione ai Canti di Castelvecchio. Era da cinque anni che il babbo aveva trasferita la famiglia alla Torre, dove erano nate le due ultime sue figlie Ida e Maria, quando poco piú d’un mese dopo la crudele morte di lui, la mamma con tutti i figliuoli fu costretta a sloggiare e riprendere la via di San Mauro. Fu una partenza molte dolorosa per la causa che l’aveva determinata e un

 

ritorno tanto mesto, sebbene

fosse alla bianca nostra casina...

E disse un uomo; disse: e l’udiva

ella e ne pianse le lunghe notti

e ne fu trista fin che fu viva,

un anno: – Un nido, ve’, di farlotti! [8]

 

Giovannino, in quelle settimane che fu a casa, non si staccò mai dalla sua mamma. Essa stessa lo diceva alla sorella. L’accompagnava sempre di stanza in stanza e dove che andasse. Nemmeno la notte voleva lasciarla, sì che essa fu costretta a mettere un lettino per lui nella sua camera, dove aveva pure le due bimbe, per contentarlo. Egli ricordò sempre di avere molte volte cullato me prendendomi a volere fin d’allora tanto bene.

Fu necessario, essendo prossima l’apertura del nuovo anno scolastico, prendere in quei giorni delle decisioni. Si riunì perciò un consiglio di famiglia con a capo lo zio Alessandro Morri, marito di Luigia sorella di nostra madre, uomo molto serio e molto ascoltato. Discussero, prima, se fosse stato bene che la mamma lasciasse il paese e si trasferisse con tutti i figli o a Urbino o a Bologna, potendoli così far seguitare gli studi e averli sempre con sé. Poteva sembrare una soluzione buona e i ragazzi ne erano entusiasti. Come la pensasse la mamma, non saprei dire: essa si lasciava guidare. Immagino però che allontanarla da casa sua e dalle sue memorie sarebbe stato un nuovo dolore per lei. Lo zio Morri però fece osservare che, se la famiglia avesse del tutto lasciato San Mauro, voleva dire perdere la possibilità d’impiegare Giacomo alla Torre, come era anche nel desiderio della mamma. E fu perciò deciso a questo modo: far troncare gli studi liceali a Giacomo e fargli seguire gli studi d’Istituto Tecnico a Urbino, levandolo però dal collegio e mettendolo a dozzina presso una famiglia nostra conoscente. Così egli poteva, quando ci fosse bisogno, recarsi a casa, e dopo due anni avere il diploma di perito agrimensore e l’impiego alla Torre. Gli altri ragazzi, rimandarli in collegio, compreso anche Giuseppe; e la mamma, la Margherita e le due ultime figlie, restare a San Mauro. Questa decisione, abbastanza conveniente, aveva però un lato penoso, quello di far troncare gli studi liceali a Giacomo, nei quali riusciva tanto bene. Era un sacrificarlo! Ma egli si adattava al sacrificio con la speranza di potere poi avere l’impiego alla Torre e sollevare la famiglia. In quanto a Giuseppe, che aveva allora otto anni, la mamma sapeva che il babbo non aveva intenzione di metterlo in collegio perché non riscontrava in lui né le qualità né le attitudini degli altri fratelli; e contava di tenerlo presso di sé e, sotto la sua guida, incamminarlo sulle sue orme. Ma ciò non essendo piú possibile, non c’era altra via da prendere che il collegio anche per lui. Così nell’ottobre tutti i ragazzi furono mandati a Urbino: Giacomo a pensione presso la di-stinta famiglia Amadori, e Luigi, Giovannino, Raffaele e Giuseppe in collegio.

Iniziato il nuovo anno scolastico, che per lui era di terza ginnasiale, Giovannino poté, nello studio che amava, riaversi dal suo grande turbamento e riprendere con serenità la vita del collegio. Continuò a essere il primo della sua classe, nonostante che avesse un bravo compagno, Cesare Mavarelli, che se la batteva con lui.

Un bel giorno Giovannino non si trovò più solo nella sua celletta. Una gradita ospite vi era entrata a volo dalla finestra e rimase con lui. Una tortorina! Come ne fu contento! Come le si affezionò! E quanto piangere quando non la trovò più.

MUOIONO LA MARGHERITA E LA MAMMA -
GLI ULTIMI ANNI DI COLLEGIO (1867-1871)

La mamma non poteva trovare nessun conforto al suo dolore; era sempre più inconsolabile per l’immensa sventura che si era così tragicamente abbattuta su lei e sopra i suoi figli. Un qualche sollievo ci sarebbe potuto essere per lei se la giustizia avesse scoperto l’autore di tanto male; ma invece essa capiva e vedeva che la giustizia non agiva per scoprire, come avrebbe dovuto, ma per occultare l’infame, o gli infami assassini con la complicità evidente dell’inqualificabile mutismo del paese.

In quel primo anno della sua sconsolata vedovanza, la mamma non si era mai voluta muovere per andare in nessun posto, nemmeno dai cugini di nostro padre a Sant’Alberto, che l’avrebbero voluta un po’ con loro per sollevarla e distrarla. Ma un giorno della fine di ottobre essa non poté più sottrarsi alle premurose insistenze d’uno di quei cugini venuto espressamente a prenderla con la carrozza. Prima di partire impartì le sue raccomandazioni e le sue istruzioni alla Margherita, a Giacomo (che non era ancora ritornato a Urbino) e alla nostra domestica Bibbiana; a tutti loro affidava me che non poteva portare con sé perché troppo piccola, e partì conducendo seco l’Ida, che era abbastanza grandicella per non dare tanto disturbo agli ospiti. Non andò via però volentieri. In casa per qualche giorno tutto andò bene, tutti erano contenti che la mamma potesse svagarsi e migliorare le condizioni della sua salute che era molto scossa. Ma ecco che a un tratto la Margherita fu colta da forte febbre. Il medico da principio non poté rendersi conto di ciò che poteva essere; perdurando però la febbre altissima capì trattarsi di tifo. Disperazione, imbarazzo di Giacomo e della Bibbiana! [9] Fecero subito venire la zia Rita per consigliarsi con lei se era bene avvertire la mamma, o se era meglio aspettare ancora per vedere se il male si fosse risolto benignamente. Mentre essi stavano in quella penosa incertezza, all’improvviso ritornò la mamma. Io, che ero sola sola nel giardino, quando vidi la carrozza, cominciai a urlare: «La mamma! La mamma!» e passando attraverso la siepe corsi tra le sue braccia. Essa aveva già notato, appena si era trovata in vista della casa, che la finestra della camera di Margherita era chiusa, e si era sentita una stretta al cuore. Vedendo poi che non le veniva incontro mi chiese: «La Margherita?» Ed io: «La Margherita la è a lett; la sta mel». Volò difilato nella stanza della sua creatura, la baciò, l’abbracciò con tutta la sua tenerezza materna e le disse di averle portato tante cose, tra cui le nespole da essa desiderate. La figlia fece gran festa alla sua dolce madre, fu felice del suo ritorno, e sentendo che le aveva portato le nespole si raccomandò che gliele serbasse per quando fosse guarita. C’era sempre la speranza che la malattia potesse avere una svolta buona; era certo una speranza che il progressivo aggravarsi del male non pareva confermare. La mamma, dal momento del suo arrivo, fu sempre notte e giorno al capezzale della sua Margherita. Né Giacomo né la zia Rita poterono mai riuscire a persuaderla a prendersi un po’ di riposo. Povera madre! Purtroppo le sue amorose cure, la sua assidua assistenza, il suo immenso affetto non valsero a strappare alla morte la sua diletta primogenita, la quale il 13 novembre del 1868 passò angelicamente da questa vita e andò a raggiungere nell’altra il suo amatissimo papà.

Non si può nemmeno immaginare la desolazione e la costernazione della mamma! Perdeva con quella figlia il suo sostegno di tutti i giorni, di tutte le ore, la sua animatrice; quella che l’aveva sorretta nella tremenda disgrazia, quella che fin da piccoletta l’aveva sempre aiutata nei lavori, nelle faccende, nell’assistere i più piccoli, presso i quali accorreva quando si risvegliavano piangendo e li persuadeva al sonno. Così la ricordò anche Giovanni ne La figlia maggiore e ne Il giorno dei morti: « Io veniva leggiera al vostro letto – Voi dormivate con le braccia al petto . . . ». Giovannino conservò sempre quell’abitudine presa da bambino di dormire con le braccia incrociate.

Questo secondo colpo, per la mamma che era ancora sotto la grave percossa del primo, fu così violento e penetrante da mettere a dura prova la sua, oh! non più forte resistenza. Giacomo, anche lui afflittissimo per la perdita della sorellina, si adoperava quanto poteva per rialzare dal suo abbattimento l’inconsolabile mamma. Povero figliuolo! fece tutto ciò che richiedeva la luttuosa circostanza, tutto lui, tutto bene, e dettò anche, come poté così afflitto com’era le parole per il «pregadío» che s’usava allora nei funerali.

Egli e la zia si fermarono ancora un po’ di giorni in compagnia della mamma; poi Giacomo, anche per aderire al desiderio di lei che andasse a vedere gli altri figliuoli in collegio, ritornò a Urbino a proseguire i suoi studi. Poco dopo partì pure la zia per Sogliano. Nessuno avrebbe mai creduto che la mamma non potesse superare anche quella prova, che non potesse, piano piano, rimettersi in forze e in salute! Per qualche tempo essa continuò a reggersi in piedi e a occuparsi delle sue bimbe piccole: si faceva coraggio, poverina! ma poi non le fu più possibile stare in piedi e fu costretta a mettersi a letto. Aveva molto male, le mancava il respiro ed era molestata da una insistente tosse. I medici dicevano che aveva le orecchiette del cuore disseccate, impotenti perciò a funzionare. Il primo pensiero della nostra donna Bibbiana fu di richiamare la zia Rita, che accorse subito al letto della sorella col tremendo sospetto che si trattasse di un male molto serio. Fu pure richiamato Giacomo, che rimase come annientato nel trovare la mamma a letto e in così gravi condizioni. Le due piccole, Ida e Maria, in quella dolorosa contingenza, erano spesso lasciate sole con mille esortazioni di star quiete e di non far chiasso; ma la zia, volendo togliere alla sorella il continuo pensiero delle bambine, le propose di lasciarle andare per qualche tempo, sino a che essa non stesse meglio, a Sogliano in casa sua, dove la Rosa, sua domestica e affezionata alla nostra famiglia, avrebbe avuto tutte le cure per loro. Accettò volentieri la proposta e di lì a un giorno la Rosa era pronta con la vettura. La povera mamma volle che ci preparassimo sul suo letto e vedere ciò che ci mettevamo. Nel frattempo si spassionava con la sua Rita per non avere ancora potuto farci le cose necessarie per l’inverno e gli abitini nuovi e grevi. «Tutto sarà fatto» le diceva la sorella, «tu non devi pensare che a guarire e a stare tranquilla». Quando fummo pronte, essa ci attirò a sé, ci strinse a sé, ci baciò con la sua immensa tenerezza materna e ci disse di essere buone, di ubbidire e di non dar noia al nonno (era il nonno di Emilio, Luigi David, che anche tutti noi chiamavamo nonno). Non dovevamo rivederla più la nostra dolce madre! Ci condussero alla carrozza, ci avvolsero ben bene negli scialli e nelle coperte, e partimmo. Giungemmo a Sogliano a notte.

La mamma intanto si aggravava ogni giorno, ogni ora più; ed essa capiva di essere prossima alla fine e pregava che Dio volesse tenerla ancora quaggiù. Non avrebbe voluto morire allora, no, perché pensava ai figli ancora piccoli che lasciava quaggiù, soli, senza assistenza, senza guida. Come si raccomandava al suo Giacomo (che aveva 16 anni, che era sempre al suo letto con la zia) perché tenesse uniti e d’accordo i fratelli, li guidasse, li consigliasse e facesse loro le veci di padre! E si raccomandava che tanto lui che gli altri figliuoli amassero, proteggessero e aiutassero le sorelline. Per queste si rivolgeva particolarmente alla zia Rita, perché le tutelasse, le assistesse, non le perdesse di vista... e così fino a che il suo mesto cuore non cessò di battere e la sua dolce anima non s’involò da «questo atomo opaco del male». Questo avveniva il 18 dicembre 1868. Ella aveva precisamente 40 anni un mese e sei giorni, essendo nata il 12 novembre 1828. Il povero Giacomo, raccontava la zia, sembrava impazzito dal dolore: si sbatteva, si svoltava per terra presso il letto ove era la mamma esanime, chiamandola disperatamente. A fatica riuscirono a calmarlo un po’.

La tremenda notizia ai figliuoli in collegio fu data dal rettore p. Serpieri. Essi non avevano saputo niente della malattia della mamma; forse era stata nascosta a loro perché non si allarmassero, e seguitassero calmi a studiare; sicché quando il p. Serpieri li fece chiamare, essendo il periodo delle feste natalizie, pensarono che fossero arrivati i cari ed attesi doni della mamma. Ma i doni non c’erano !

Furono ben diversi gli ultimi anni di collegio da quelli che vi avevano trascorso prima. I mezzi finanziari della famiglia si erano molto assottigliati, e ciò si ripercuoteva anche su loro. La retta era pagata sempre puntualmente, ma a tante cose desiderate dai ragazzi, e anche necessarie, non c’era chi ci pensasse. Vennero poi a trovarsi con le uniformi logore e scadenti, che facevano meschina figura tra quelle dei compagni, e si vergognavano molto. Avevano voglia, poverini, di spazzolarle sempre accuratamente e di lustrarne la bottoniera! non riacquistavano il bel nero e la freschezza! Certi compagni avevano la crudeltà di far loro delle osservazioni offensive per quelle uniformi, ferendoli nel cuore e nell’amor proprio; ma una volta Falino, che era piuttosto intollerante, essendo stato da un di loro deriso per l’abito «ragnato», reagì vivacemente usando le mani.

Nonostante tutte le mutate loro condizioni, i due più grandi, Luigi e Giovannino, che facevano gli studi classici, seguitarono sempre a distinguersi nelle loro classi, ottenendo sempre il premio. I voti riportati da Giovannino negli esami dall’ammissione al Ginnasio (1865-66) fino alla licenza ginnasiale (1869-70) sono conservati nel registro del Collegio di Urbino: prevalgono grandemente i 10; e anno per anno assommano a 49/60; 66/70; 70/70; 69/70; 109/110; 138/140. [10]

Il primo anno di Liceo gli fu contristato da un incidente che non gli permise per parecchio tempo di poter frequentare la scuola. Un giorno imprecisato, probabilmente nell’inverno, dovendo andare coi compagni alla passeggiata, si recò, come gli altri, in cella per mutarsi d’abito e di scarpe; ma ecco che lo stivaletto del piede destro, il piede del dito mignolo doloroso, non gli riusciva d’infilarlo. Prova e riprova, tira tira, invano. Il superiore sembrava che non volesse credervi e gli mandò in cella un inserviente perché glielo mettesse. Allora Giovannino s’indispettí, e con tutta la sua forza dette uno strattone allo stivaletto e lo infilò! Poi andò a passeggio soffrendo, ma con aria indifferente. Al ritorno non fu possibile levargli la scarpa. Piangeva, gridava dal gran male che gli facevano. Dovettero tagliarla. Il piede era tutto enfiato, tutto un dolore; non poteva posarlo per niente in terra. Fu messo a letto e per vari giorni non poté trovar requie nemmeno la notte. (A quel tempo si richiama L’aurora boreale di Odi e inni: «Ai miei primi anni... infermo ero e lontano... » Il dottore non sapeva dire se si trattasse di una forte sforzatura o di qualcosa di più grave da rendere necessaria l’amputazione del piede. Intanto non gli potevano fare che delle unzioni. Quando sparì il gonfiore e Giovannino cominciò a levarsi, l’atroce dolore persisteva sempre, sì che egli non poteva che starsene seduto col piede sollevato sopra una seggiola o su uno sgabello. Deperiva continuamente in modo impressionante; non aveva appetito di sorta, non c’era nulla che potesse stuzzicarglielo. Gigino, ch’era il suo infermiere e che all’infuori delle ore di lezione stava sempre con lui, faceva di tutto per indurlo a mangiare, ma non sempre ci riusciva. Giacomo aveva mandato per lui del generoso Sangiovese perché ne bevesse via via qualche dito e v’intingesse qualche maritozzo, ma bisognava che l’infermiere, per vincere la sua riluttanza al vino e fargli coraggio, condividesse tutto con lui. Come si volevano bene quei due fratelli! Giovannino pur cosí sofferente non si perdeva d’animo: leggeva molto, e non trascurava gli studi. I suoi compagni lo tenevano al corrente delle lezioni e dei temi da svolgere, ed egli faceva i compiti e studiava tutti i quesiti delle singole materie, di modo che, quando il dolore gli si rese più sopportabile e poté, mettendo il povero piede in una scarpetta di panno, ritornare zoppicando in classe, non si trovò indietro agli altri alunni.

Quasi tutti 9 e 10 anche nei voti per il passaggio alla 2a liceale (92/100, anno 1870-71).

Degli insegnanti (tutti invero ricordati sempre con affetto e venerazione) l’indimenticabile fu il p. Geronte Cei che ebbe per Giovannino, per Gigino e per Giacomo, che erano stati suoi alunni al Ginnasio, un affetto, una stima e un interessamento che non si arrestarono alla loro dimora in collegio, ma continuarono anche dopo con preziosi consigli e con fuggevoli, ma tanto liete e gradite, sue visite a casa nostra. Allorché partirono tutti definitivamente dal collegio, il che fu alla fine dell’anno scolastico 1870-71 (gli interessi degli orfani andavano male, sia per incapacità sia per incuria e poca conoscenza dei tutori, tanto che per l’ultima retta del collegio Giacomo fu costretto a sacrificare, vendendole, le piante dei limoni che erano state tanto care al babbo e alla mamma; bisognava quindi cercare di fare molta economia per dar modo a Gigino, che aveva conseguito la licenza liceale, di poter fare gli studi superiori per giungere a una professione) il buon p. Cei si raccomandò con viva premura a Giacomo (il «piccolo padre») perché facesse il possibile per far proseguire gli studi classici a Giovannino, che sarebbe stato un vero peccato farglieli interrompere, riuscendovi tanto bene ed avendo di più una facile e ricca vena poetica. Volle trattenere per sé, insieme al ritratto di Giovannino e a quello di Gigino, che gli dettero per ricordo, un quaderno di lavoretti scolastici fatti in 5a ginnasiale dal suo preconizzato poeta.

Quel quaderno ritornò più volte in mente a Giovannino, nel volgere del tempo, non per altro se non perché conteneva la copia del suo lavoro di licenza ginnasiale che gli aveva fatto con amorosa premura il suo Gigino per risparmiargli quell’occupazione delle vacanze, che per quell’anno ancora doveva passare in collegio, mentre Gigino, essendo di Liceo, andava a passarle a casa. Ma il quaderno non azzardò mai di richiederlo potendo sembrare al p. Cei che egli tenesse a quei suoi esercizi fanciulleschi, dei quali nemmeno si ricordava; da tempo però l’ho ricuperato. [11]

CAPITOLO III

A RIMINI E A FIRENZE, VERSO LA LICENZA LICEALE

(1871-1873)

IL RITORNO A CASA CONTRISTATO
DA UNA NUOVA SVENTURA (1871)

NELL’ESTATE del 1871 ritornarono quindi tutti gli orfani alla loro casina, che però era deserta e muta. Nessuno dei loro cari, che vi avevano lasciato, c’era più; non c’erano nemmeno le due sorelle piccole, essendo esse ancora a Sogliano presso la zia Rita. Vi si aggirava soltanto la custode Bibbiana col fido cane Jolí. Si ricomponeva cosí, dopo le tremende sventure, la famiglia: una famiglia di ragazzi di cui il maggiore, Giacomo, che aveva la responsabilità dei fratelli, contava allora 19 anni! I pensieri di questo «piccolo padre» erano davvero poco allegri: i mezzi finanziari scarsissimi, gli studi da far proseguire a tutti, la salute di Giovannino malandata con quel male al piede che sembrava non volesse andarsene, tenendo sempre in trepidazione per il pericolo dell’amputazione. Ci sarebbe stato da preoccuparsi assai anche per un padre vero! Intanto Giovannino era amorosamente curato dal suo solito infermiere Gigino, il quale (essendo state ordinate dal medico delle docciature) stava delle ore intere con un annaffiatoio in mano, tenendolo in alto per lasciar cadere l’acqua a goccia a goccia sul piede dolorante, poi gli faceva le unzioni prescritte dal medico con una pomata. Così dopo qualche settimana di cure locali, e di olio di merluzzo per la cura generale dell’organismo deperito, migliorò sensibilmente, camminava abbastanza spedito e si vedeva rifiorire in salute. Poteva andare coi fratelli a Bellaria a fare i bagni di mare, molto opportuni per lui e di grande giova-mento. Alla fine delle vacanze, essendosi recato in casa nostra il p. Cei col desiderio di andare a visitare la Repubblica di San Marino, il 1° di ottobre in compagnia di Gigino e di Giovannino vi andò. I ragazzi si divertirono un mondo col loro maestro, che aveva delle originalità curiose, e ritornarono a casa tutti e tre allegri e soddisfatti. Era la prima volta per tutti che vedevano la piccola, ma storica repubblica, e il p. Cei rimase contentissimo e grato ai due compagni di ascensione.

Giacomo aveva già deciso, fatti i suoi calcoli e dopo matura riflessione e il consiglio dello zio Morri, di trasferire tutta la famiglia a Rimini per poter far seguitare il Liceo a Giovannino, le Scuole Tecniche a Raffaele e a Giuseppe, e per poter egli stesso avviarsi facendo pratica di perito agrimensore presso un ingegnere. In quanto a Gigino si attendeva la risposta alla domanda che aveva fatto per essere ammesso al Collegio militare di Modena. La sua inclinazione era per la vita militare. Ma ecco che, verso la seconda decade di ottobre, Gigino fu sopraffatto da un gran dolore di testa. Si credeva che non fosse niente. Il medico ordinò una purga: non fece effetto e il male alla testa aumentava e l’obbligava a letto. Un’altra purga più forte: anche quella senza effetto. Cosí trascorsero vari giorni senza che nessuno dubitasse che il male potesse essere serio. Ma un pomeriggio, mentre Giacomo e Giovannino erano a fargli compagnia seduti presso il suo letto, parlando e scherzando con lui, a un tratto s’accorsero che non era più in sé, che delirava. Aveva una gran febbre. Allarmati mandarono subito a Savignano a prendere un altro dottore che godeva stima di grande bravura. Appena visitato l’infermo disse a Giacomo: «Troppo tardi! è una meningite cerebrale!» Ordinò che gli mettessero il ghiaccio sulla testa (cosa che occorreva aver fatto fin dall’inizio della malattia) e consigliò prudenza per evitare che il male potesse attaccarsi agli altri fratelli. La desolazione di Giacomo non si descrive! Dovette immediatamente, citandogli il grave stato del fratello, allontanare da casa Giovannino, altrimenti non era possibile staccarlo dal capezzale del suo inseparabile. Si può immaginare con che cuore sopportasse quella lontananza sebbene fosse presso una famiglia amica di parenti. Per Gigino non ci poté essere più alcun rimedio. Le febbri sempre più alte, il delirio quasi continuo. Troppo tardi il ghiaccio, troppo tardi ogni altra cura! La violenta malattia abbatté in breve tempo quel giovinetto cosí pie-no di salute, di vivacità, di intelligenza e di bontà. Spirò il 19 ottobre 1871 nell’età di 17 anni 8 mesi e giorni 5.

Non erano ancora bastate le tremende sventure che in pochi anni avevano desolato la nostra casa, che ci voleva anche quella cosí crudele per colmare la misura. Giacomo era disperato: non si poteva dar pace che quella vita cosí rigogliosa e piena di belle promesse fosse stata con tanta spietatezza troncata. Egli aveva concentrato ogni sua speranza in Gigino e in Giovannino e perché erano già a buon punto con gli studi e perché ne conosceva bene l’indole e le non comuni doti della mente e del cuore: sicché al suo sgomento per la perdita irreparabile del primo, si aggiungeva la paura, proprio paura, che l’altro, ancora poco valido di salute, con quel male al piede, migliorato, si, ma non guarito, potesse riserbare delle funeste sorprese.

Povero «piccolo padre», cosí duramente provato! Era scesa da Sogliano, appena seppero del grave stato di Gigino, la nostra buona Rosa (mandata dalla zia Rita, la quale non era piú tornata, e non ebbe il coraggio di ritornare mai più a San Mauro, dopo la morte di nostra madre) per prestare assistenza al malato e aiutare in tutte le cose di casa.

Lo strazio, la costernazione, lo sconforto di Giovannino nel sapere che il suo dolce fratello amico e compagno era morto, non si possono immaginare. Non averlo potuto assistere mentre egli l’aveva tanto curato e assistito! Non averlo nemmeno potuto rivedere e ricoprire di baci! Era inconsolabile. Diceva di non poter vivere separato da lui, che voleva andare con lui. Spesso spesso, a una certa ora della sericcia se ne andava solo solo verso il camposanto, si sedeva sopra un mucchio di ghiaia, e li stava lungamente a piangere e a sospirare. Là dentro c’era il suo compagnino e, con lui, i suoi più cari: oh! poter andare con loro! Questa sua aspirazione d’allora risulta anche dalla poesia intitolata Giovannino (Canti di Castclvecchio), quando, in età matura, con l’anima annebbiata dall’incertezza delle prime credenze, egli rivede nel suo pensiero se stesso fanciullo presso il camposanto; e ricompare anche ne Il giorno dei morti.

Quando Giovannino parlava con me di quel suo indimenticabile fratello (il che era spessissimo nelle nostre conversazioni serali) raccontandomi tanti tratti della bontà del suo cuore e della rettitudine del suo carattere, terminava sempre dicendo, con uno scoppio di pianto: « E dire che è morto con la voglia di un cappello!». Infatti usciti tutti nell’agosto dal collegio per sempre, Gigino aveva manifestato il desiderio di sostituire al berretto collegiale il cappello borghese, tanto più che, avendo egli un’abbondante massa di capelli, il berretto gli era piccolo; ma Giacomo che aveva da pensare a rivestirli tutti e a fare il trasferimento a Rimini, trovandosi con mezzi molto limitati, non credé necessaria quella spesa per il breve tempo che Gigino sarebbe rimasto a casa prima d’andare a Modena nel collegio militare. Così fu che quel piccolo desiderio non venne appagato. Ma chi poteva immaginare ciò che sarebbe successo? e chi può immaginare il rammarico di Giacomo? Tutto nella nostra casa diventava tragico.

UN PO’ DI BILANCIO

Non vorrei farlo, e non lo farei se non avessi veduto che altri, credendosi bene informati e lavorando di fantasia, lo hanno fatto, entrando così con aria di sicurezza negli interessi di casa nostra per dimostrare che non ci furono mai condizioni finanziarie nella nostra famiglia da « impensierire».

Le cose stanno così.

Fin che visse nostro padre, tutto lo stipendio che percepiva nell’azienda del principe Torlonia, con buona parte della rendita del nostro podere, andava per mantenere i figli in collegio. In casa non mancava niente, si viveva agiatamente con la restante parte della rendita del podere e con le regalie dei numerosi coloni della Torre.

Morto il babbo mancò, naturalmente, il suo stipendio, e non ci furono più le regalie dei contadini. Tuttavia restava la rendita del podere e c’era la pensione assegnata alla famiglia dal Principe. Si poteva avere ancora la possibilità di continuare a tenere i ragazzi in collegio senza troppo disagio, e in casa si poteva vivere discretamente, col vitto necessario regolato con saggia economia dalla mamma. Non c’era abbondanza, ma nemmeno penuria. La pensione era di lire 1500 annue alla mamma, ossia lire 125 mensili; di lire 50 annue ai figli maschi fino ai 18 anni, e di lire 50 annue alle figlie fino ai 14 anni. Per la Margherita non c’era piú diritto alla pensione perché aveva superato l’età, quindi erano sette figli che la percepivano, e veniva a essere di L. 350 annue. Tutto sommato erano, tra la pensione della mamma e quelle dei figli, lire 1850 all’anno. Ma quanto tempo la mamma visse dopo la morte del babbo percependo la pensione che finanziariamente teneva in piedi la famiglia? Un anno e quattro mesi!

Dopo cominciò proprio a regnare la povertà. Il fruttato del podere e la pensione di 50 lire annue per ciascuno dei sette figli non potevano bastare alle tante necessità della vita. Si dica pure che «erano altri tempi»! Ma provvedere a una famiglia di ragazzi sul crescere, nutrirli, vestirli e farli studiare con la rendita di un podere e con 350 lire di pensione all’anno, senza altre risorse, era una cosa seria che imponeva dolorose privazioni e una spietata economia in tutto. Altro che «condizioni finanziarie da non impensierire»! Nonostante la grande scarsità di mezzi, i quattro fratelli minori furono lasciati in collegio ancora per due anni, così Gigino poté conseguire la licenza liceale, che era un buon passo verso l’avvenire, e Giacomo, facendo la spola tra San Mauro e Urbino, poté terminare gli studi all’Istituto Tecnico e conseguire l’abilitazione di perito agrimensore. In quei due anni però ebbero a soffrire molto in collegio; e come ho già detto, per l’ultima retta del collegio, che doveva pagare uno dei tutori, Giacomo fu costretto a vendere le piante dei limoni. Pur essendo il maggiore dei fratelli, era anche lui minorenne, non poteva disporre se non di quello che gli passavano o l’amministratore del piccolo capitale o i tutori da quello incaricati. Povera famiglia! che sfacelo per tutti i riguardi! Intanto venne a mancare la pensione delle 50 lire annue di Giacomo avendo compiuti i 18 anni, e poco dopo anche quella di Gigino, che, per colmo di sventura, morì. Non più dunque, 350 lire fra tutti di pensione all’anno, ma 250.

Ecco in breve le condizioni finanziarie della famiglia di prima e di dopo la perdita dei genitori.

GLI ORFANI A RIMINI - IL LICEO –
RITORNO A SAN MAURO (1871-1873)

Qualche settimana dopo la dolorosa perdita di Gigino, tutti i fratelli, con la domestica Bibbiana e il fido cane Job, si trasferirono a Rimini, e quasi subito anche noi sorelle andammo con loro. Dalla morte della mamma eravamo sempre state presso la zia Rita, ed essa avrebbe preferito che Giacomo ci mettesse nel convento di Sogliano, ma egli non fu allora di quell’idea, forse pensando alla spesa, che in quei momenti, dopo averne avute tante, certamente non poteva sostenere.

L’appartamento, già scelto da Giacomo ed arredato con lettini di ferro e di legno, e con mobili di casa nostra, era in uno stabile interno di via San Simone, e si componeva del pianterreno e del primo piano. A pianterreno avevamo la cucina, la stanza da pranzo e un’altra stanzetta che serviva da ripostiglio. Al primo piano c’erano cinque camere e lo studio. C’era un altro appartamento al secondo piano abitato da una signora con una bimba. Il nostro appartamento era comodo e libero, non di lusso, ma pulito e arieggiato. Quanto costasse l’affitto, non so; ma credo che tale spesa fosse, in gran parte, coperta dal provento di alcuni locali della nostra casina di San Mauro, affittati alla maestra del paese.

La vita che si conduceva a Rimini, perdurando le condizioni finanziarie già dette, era di una economia che appena consentiva il puro necessario. Giacomo era sempre melanconico e pensieroso. Andava a far pratica di perito presso l’ing. Fiorani e faticava molto; partiva di casa la mattina presto e tornava a mezzogiorno; ripartiva dopo desinare e ritornava la sera a buio, stanco e affranto. Il pane non abbondava, ma era sufficiente. La farina per il pane, la legna da ardere e la bevanda, ossia vinello, si facevano venire da casa, fornendoli il podere nella misura assegnata dai tutori; ma il danaro, che essi ci passavano, era quanto mai scarso. Non c’era mica da pensare solo al mangiare! C’erano le spese scolastiche, di scarpe, di vestiario, di petrolio, di candele, di bucato ecc. Giacomo si struggeva per le aspre difficoltà che incontrava,

I tre fratelli minori andavano a scuola frequentando ognuno la classe cui erano stati promossi in collegio. Falino mi pare che facesse la 3a tecnica, e Giuseppe l’ultima elementare. Giovannino faceva la 2a liceale. Ida e Maria andavano a scuola dalle Celibate.

Non sempre Giovannino poteva andare a tutte le lezioni, perché doveva tenere un poco in riguardo il piede non essendo ancora ben guarito, ma studiava ugualmente a casa e faceva sempre i lavori che erano assegnati in classe. Egli possedeva già una bella erudizione acquistata dagli studi in collegio e dalle letture dei classici latini e dei libri di storia, e sembrava che destasse meraviglia nei suoi insegnanti, dei quali i principali erano i professori Luigi e Carlo Tonini. Fra tanti racconti che mi faceva della sua vita, ora tristi ora lieti, c’era anche questo assai grazioso. Una volta fece, per compito latino in versi, una serie di esametri, e poi li mandò, non potendo recarsi a scuola, al prof. Tonini (fosse Luigi o Carlo). Di questo insegnante, come pure del fratello di lui, egli conservò, sempre buono e gradito ricordo; e quando, dopo tanti e tanti anni, apprese che a Rimini era stata promossa una sottoscrizione per erigere un ricordo marmoreo alla memoria dei due illustri concittadini Luigi e Carlo Tonini mandò anche lui il suo contributo, accompagnandolo con una letterina del 15 maggio 1910.

Di quel secondo anno di Liceo rimangono tre fascicoletti scolastici, sgualciti e consunti, fabbricati da lui con carta ordinaria. Al principio d’uno ci sono Esercizi di poesia italiana, e di un altro un componimento in prosa, piuttosto satirico, sopra Nebulone. C’è anche un lavoro latino, e ci sono sbozzature di versi quasi indecifrabili, e il principio e la fine della «Canzone» che fece per le nozze della principessa Anna Maria Torlonia, nozze che avvennero in quei mesi di scuola del 1872. [12]

In uno di quei fascicoletti c’è appunto questo principio:

 

CANZONE PER NOZZE PRINCIPESCHE

 

Al chiaror de le tede nuziali

io qui non veggo a danza...

 

e non andò oltre. Si vede che per il momento gli bastava d’aver trovato il principio. In un altro dei tre fascicoletti c’è sbozzata la finale della canzone, che subí poi delle varianti nel preparare il lavoro di stampa. Altro non c’è, della canzone, in questi tre poveri fascicoletti; ma io potei avere una copia della pubblicazione nuziale da una mia maestra di convento, la quale in quel tempo si trovava a Rimini a studiare. Così è rimasta, ed ora si legge in Poesie varie da me raccolte; c’era anche la dedica dei sei fratelli Pascoli.

Ma per la Canzone, non ostante molte speranze, non giunse nulla, nemmeno un ringraziamento. Eravamo proprio sfortunati! [13]

Mi mancano i voti che Giovannino riportò negli esami di passaggio dal 2° corso liceale al 3°, subiti nel Liceo di Rimini, ma so che fu approvato in tutte le materie nella prima sessione e che si fece molto onore.

Eccoci alle vacanze del 1872.

Le condizioni economiche della famigliola cominciavano un poco a migliorare perché Giacomo guadagnava qualcosa dall’ingegnere presso cui faceva pratica di perito e, in misura più sensibile, nel tempo della trebbiatura del grano, essendo adibito alla macchina trebbiatrice per sorvegliare e tenere segnati i quantitativi di grano macchinato.

Giovannino andava verso sera a passeggiare con gli altri due fratelli, ma la maggior parte delle sue giornate la passava in casa. Trovava il suo pascolo nella lettura dei libri della biblioteca paterna, trasportati da casa e ricollocati negli scaffali dello scrittoio, pure del babbo, dove erano sempre stati. Non era una biblioteca di molti volumi, ma questi erano tutti di seria cultura. Trovava il suo svago nello stare con noi sorelle, a cui voleva già molto bene, e con Jolí. A questo buon animalino faceva fare tutto ciò che voleva. Se gli diceva: « Fa’ la calza, Jolí », esso si alzava sulle zampe posteriori, e lesto lesto manovrava le zampette davanti come se proprio facesse la calza. Se lo voleva far sbadigliare, bastava che facesse prova di sbadigliare lui, che subito Jolí apriva la bocca a un grande sbadiglio. Che belle risate facevamo tutti e tre! e anche la Bibbiana, che andava sempre avanti e indietro per le sue faccende, si fermava a ridere con noi. Si divertiva poi molto con me che non avevo ancora, come si suol dire, gli occhi bene aperti. A volte mi faceva degli stornelletti di cui io mi compiacevo perché fatti proprio a me.

Una sera, dopo cena, egli ebbe l’idea, subito accolta con gioia da me e dall’Ida, di farmi andare a dirne due presso la porta di quelle donne (con le quali avevamo fatto amichevole relazione) che abitavano nella casetta in fondo al cortile. Si dette da fare per mascherarmi: mi accomodò indosso, coprendomi tutta, il tappeto della tavola e sulla testa mi mise un cappello da uomo. Indi mi accompagnò con l’Ida, restando però tutti e due un po’ discosti da me. Gli stornelletti (se così si possono chiamare) che dovevo dire erano questi due:

 

Io son la Mariuccina sorda e cieca

che suono la chitarra e la ribeca;

 

Io sono Bastiano

che suono con l’ano.

 

Li dissi franca e indifferente come li dicevo in casa; e le buone donne che erano venute sull’uscio, e Giovannino che era rimasto nei pressi ad ascoltare plaudirono al mio dire con una allegra risata. Io non sapevo allora che volesse dire l’ultima parola che certamente fu quella a produrre l’ilarità.

Scherzava Giovannino, si godeva col «covanidio» della famiglia che era ancora cosí puerilmente ingenuo! Quante volte mi fece andare col sale in mano a inseguire gli uccellini che venivano nel cortile, facendomi credere di poterli prendere se riuscivo a metter loro il sale sulla coda! Oh! mio caro Giovannino! si divertiva lui, e più faceva divertire le sue sorelline per le quali aveva tanta tenerezza, e anche tanta pietà. Ci vedeva, e sembrava che ne soffrisse, la maggior parte del giorno, sole sole sedute sullo scalino della porta di cucina intente a fare solette e calze.

Avevamo tralasciato, alcuni mesi prima che finisse l’anno scolastico, di andare a scuola dalle Celibate, perché a un certo punto si venne a sapere che c’erano d’obbligo delle regalie costose che Giacomo non era in grado allora di poter fare. Non voleva però che stessimo in ozio; e la mattina, prima di andare al suo ufficio, ci dava il compito per il giorno, che consisteva in una quantità, misurata nel cortile, di cotone da impiegare lavorando coi ferri. Mentre lavoravamo così sole sole, ripercorrevamo la Dottrina Cristiana, che già sapevamo tutta a memoria senza bisogno di libro: l’Ida faceva le domande e io rispondevo. A Sogliano, la zia Rita ci aveva mandate a scuola dalle Maestre Pie, e l’Ida aveva frequentato non so che classe elementare e aveva imparato a leggere e a scrivere; io no: ero tenuta in preparatoria, che è come dire l’Asilo. La Dottrina però la sapevo bene anch’io.

Un giorno, nel tardo pomeriggio, arrivò improvvisamente il p. Cei. In casa non c’era nessuno all’infuori di noi bambine. I fratelli, compreso Giovannino, erano a fare la passeggiata. Giacomo era al suo lavoro e la Bibbiana era andata a comprare qualche cosa che occorreva. Il p. Cei non si sgomentò e disse: «Torneranno. Intanto andiamo anche noi a fare una passeggiata». Non ci parve vero! Ci rassettammo un po’ alla svelta, lasciammo detto a due donnette di fondo al cortile che avvertissero la Bibbiana, e via allegramente col nostro buon Padre. Ci condusse al mare e ci fece fare una gita in barchetta. Essendo rincasato Giacomo prima di noi, la Bibbiana, pure rientrata, fu costretta a dirgli quanto era successo, ed egli s’inquietò molto, sopra tutto per l’atto inconsulto del padre Cei. Noi arrivammo che già tutti erano rientrati e ci aspettavano impazienti per cenare. Giacomo era ancora un po’ scuro, ma appena vide il suo maestro venirgli incontro tutto arzillo e affettuoso gli fece la più cordiale accoglienza.

Il p. Cei aveva un progetto (forse fu quello che lo spinse a recarsi allora da noi) che gli piaceva molto e che voleva sottoporre a Giacomo per vedere se lo riteneva effettuabile: mandare, cioè Giovannino a compiere il Liceo a Firenze presso gli Scolopi al San Giovannino, potendo, se voleva, alloggiare e prendere i pasti nella sua casa dove erano soltanto i suoi genitori. Il progetto del maestro, che era sempre stato buono con loro e che si era sempre interessato per gli studi di Giovannino, equivaleva per Giacomo a un ponderato e saggio consiglio che non poteva essere ricusato; quindi, o quella stessa sera o poco dopo, la cosa fu tra loro due decisa.

In quell’estate avemmo per alcuni giorni ospiti in casa nostra due giovani figlie dei signori Amadori dai quali era stato a dozzina Giacomo nei due anni che frequentò l’Istituto Tecnico a Urbino. Con loro potemmo fare i bagni anche noi tutti, eccetto Giacomo che non aveva tempo disponibile. Ma venne presto il giorno del ritorno delle signorine a Urbino. Esse, quasi in ricambio della nostra ospitalità, vollero condurre con loro noi bambine. Restammo qualche settimana nella loro famiglia, fatte segno a ogni attenzione. Con tutto ciò, io avevo una gran nostalgia, non vedevo l’ora che Giacomo venisse a prenderci come aveva promesso. Finalmente venne.

Ormai le vacanze erano finite ed era ora di rimetterci agli studi, e per Giovannino di andare a Firenze, come era già stato combinato col p. Cei. Ma egli non ne voleva sapere; e una sera in prossimità della partenza si accese una discussione vivacissima tra lui e Giacomo. No: non voleva assolutamente andare; quello zelo del p. Cei gli era sospetto, chi sa che mire aveva; al Liceo di Rimini non si era trovato male, voleva continuare lì e restare a casa. E piangeva e si disperava. Io, nel vederlo e nel sentirlo cosí disperato, avevo una gran paura: non l’avevo mai visto in quello stato. Giacomo cercava di persuaderlo che era per il suo bene e che non c’erano secondi fini, che andasse tranquillamente, che se poi non gli fosse piaciuto di stare colà, l’avrebbe fatto ritornare. Finì con arrendersi al volere del suo «piccolo padre». La mattina della partenza, Giacomo l’accompagnò alla stazione molto commosso, lo mise in treno e gli raccomandò di seguitare le unzioni al piede dandogli il barattolino dell’unguento. Il treno partì. Appena che il treno fu in corsa, egli sentendo che l’unguento puzzava, lo gettò dal finestrino. Il piede guarì del tutto lo stesso. Arrivò a Firenze la sera. I genitori del p. Cei gli furono subito intorno premurosamente, ma egli non aveva voglia di nulla: era addolorato, e di piú aveva soggezione dei due buoni vecchietti. Il giorno dopo scrisse a Giacomo che era impossibile che potesse rimanere, che gli mandasse il danaro per ritornare. Giacomo, non sapendo come con-tenersi, scrisse al p. Cei domandandogli consiglio.

Il p. Cei, che aveva molta esperienza in fatto di ragazzi, gli rispose che tardasse qualche giorno a rispondergli e non lo contrariasse e gli dicesse che gli avrebbe mandato l’occorrente per ritornare. Ecco che prima ancora che Giacomo gli scrivesse, Giovannino gli scrisse di nuovo dicendogli che ormai si era adattato e che rimaneva. Rimase infatti, facendo il 3° corso di Liceo al San Giovannino, dove aveva tra i suoi insegnanti l’insigne p. Manni che era un eccellente ed elegante poeta. Contemporaneamente, a casa Raffaele faceva l’ultima classe della Scuola Tecnica inferiore, e Giuseppe, credo la prima, ma a un certo punto, non so per quale sua azione, fu preso contro di lui un provvedimento disciplinare così che fu allontanato dalla scuola. Tale fatto fu per Giacomo di molto e doloroso pensiero. Qual via gli si poteva aprire per incamminarlo verso un’arte o a un impiego che gli assicurasse l’avvenire? la via degli studi gli era chiusa. Poiché sembrava che il ragazzo (aveva allora 14 anni) avesse qualche attitudine alla meccanica, provò di metterlo come apprendista presso un orefice di Rimini.

 

Intanto si andava maturando un lieto evento familiare. Giacomo, nelle sue fugaci gite a San Mauro, che si erano rese piú frequenti negli ultimi mesi, si era innamorato della maestra del paese, Maria Cicognani di Savignano, che alloggiava, in tempo di scuola, nella nostra casina avendone preso qualche locale in affitto. Egli non ebbe l’ardire di dichiarare il suo amore a voce, ma glielo scrisse, come testimoniano due sonetti acrostici di lui, che ho potuto avere in copia.

Il fidanzamento, dirò così, ufficiale avvenne dopo la fine dell’anno scolastico, quando anche Giovannino ritornò a casa da Firenze. Negli esami di licenza liceale, ch’egli sostenne come privatista al Liceo Dante, non fu fortunato. Gli esami allora erano divisi in due gruppi: quello delle lettere e quello delle scienze. Nel gruppo delle scienze fallì inesorabilmente: diceva che ciò era avvenuto perché egli credeva che prima di quel gruppo dovesse esserci quello delle lettere in cui era ben preparato; invece fu prima quello delle scienze in cui aspettava di prepararsi poi. [14]

Ricordo con che ansia noi bambine attendevamo il suo ritorno. Arrivò una sera tardi mentre noi, Ida e Maria, eravamo già a letto; non si dormiva però ancora, quando sentimmo un vociare insolito giù nel salotto che ci fece capire che era giunto. La mattina ci levammo prestissimo con una grande impazienza di vederlo, e attendemmo nel cortile che egli aprisse la finestra. L’aperse e si affacciò che non era ancora completamente vestito, e vide noi con gli occhi rivolti a lui. Tutto lieto e sorridente ci domandò se stavamo bene e se avevamo piacere che fosse ritornato e altre cose. Noi, in quel primo momento, restammo confuse e piene di soggezione di lui, essendo tanto tempo (per i bimbi i mesi sono lunghi anni) che era assente e avendo un modo di parlare nuovo per noi, sicché gli rispondemmo trattandolo col lei. Come rideva! come rideva! e diceva: «Ma non sono piú il vostro Giovannino?» allontanandosi, con la mossa abituale della testa, i lunghi capelli dalla fronte e dagli occhi. Oh! sì! era lui, proprio lui il nostro Giovannino, così buono e affettuoso con noi! Quando scese ci coprì di baci e di carezze.

L’annunzio del fidanzamento di Giacomo fu accolto con la piú grande soddisfazione da tutti i parenti, perché pensavano che il matrimonio potesse essere un efficace rimedio alla sua malinconia, che era eccessiva in un giovane di 21 anni, e un inizio felice per il risorgimento della famiglia. La Bibbiana però, che da molti anni era in casa nostra, piú come custode che come donna di servizio, e non c’è dubbio che non ci fosse affezionata, non parve rallegrarsi, e non tardò a prendere la decisione di accasarsi anche lei, sposando un vedovo. Ciò mise Giacomo in un certo imbarazzo, non per sé ma per le sorelle; imbarazzo che gli fece ricordare il suggerimento, di quasi due anni prima, della zia Rita di metterci, cioè, educande nel Convento di Sogliano. La zia si prestò con piacere per far le pratiche che ci volevano e per informarsi dell’entità della dozzina e di tutto ciò che era necessario provvedere. Sarebbe poi venuta per riferire e intendersi su ogni cosa con lui.

Rammento un giorno, sul declinare dell’estate, d’insolito movimento in casa: dovevano venire a pranzo da noi la fidanzata di Giacomo e la madre di lei, invitate da lui anche per far loro conoscere la sua famiglia. Essendo la prima volta che esse venivano, egli si dette molto da fare per provvedere le cose che, a parer suo, ci volevano e perché tutto riuscisse nel migliore dei modi. E fu davvero preparato un pranzo, un bel pranzo, da signori. Prima di mezzogiorno, la mensa apparecchiata elegantemente, col suo bel mazzo di fiori freschi e profumati in mezzo... Il cielo da sereno che era al mattino, si era improvvisamente oscurato: lampi, tuoni e pioggia dirotta. «Sarebbe curiosa» si diceva «se non venissero!» Passa il mezzogiorno, passa l’una, passano le due... non si vedevano: «Ormai non verranno più, avranno avuto paura del cattivo tempo e non si saranno mosse da Savignano». Aspettammo ancora fin verso le tre, e poi Giacomo, mal celando la sua nervosità, disse: «Abbiamo aspettato abbastanza! mangiamo noi che è ora!» E ci mettemmo a tavola. Quand’ecco, mentre ancora non ci eravamo levati da mensa, giungere le tanto attese invitate. Si restò tutti immobilizzati! Giacomo con sorriso amaro: «Come, a quest’ora?» e freddo freddo porse loro la mano. Esse si scusarono di non aver potuto corrispondere al gentile invito per causa d’un gran temporale che infuriava proprio nell’ora che avrebbero dovuto partire, sì che erano state costrette a rimanere a Savignano e a desinare a casa. Essendosi poi rasserenato il cielo, pensarono di venire lo stesso per farsi perdonare l’involontaria mancanza. Anche Giacomo si rasserenò completamente come il cielo, e durante la breve visita conversò e scherzò con inusitato brio.

Sui primi di ottobre Giovannino avrebbe dovuto recarsi a Firenze per gli esami di riparazione del gruppo delle scienze; ma essendo troppo sensibile la spesa che ci sarebbe voluta tra il viaggio e la permanenza di piú giorni in quella città, per evitarla egli si assoggettò a ridare l’esame intero, ossia anche il gruppo delle lettere in cui era stato approvato, al Liceo di Cesena, alloggiando nel frattempo in un casello ferroviario ospite del casellante Romeo Cicognani, fratello della fidanzata di Giacomo. [15] Gli esami andarono tutti bene e ritornò a casa soddisfatto con la sua brava licenza liceale. I voti da lui riportati in quegli esami non li so.

Alla fine dei due anni di permanenza a Rimini, non essendoci pini alcun motivo per rimanerci, la famiglia si trasferì a San Mauro. Noi sorelle però non seguimmo i fratelli, essendoci venute a prendere, come si era intesa con Giacomo, la zia Rita per condurci in casa sua a Sogliano in attesa che tutto fosse pronto per metterci in Convento. Anche Giuseppe non si trovava allora con gli altri tre fratelli essendo stato, per non so quale azione, mandato via dal suo principale, e inviato da Giacomo, per vedere di fargli mettere giudizio, in Ancona da persone a lui note e cosí continuare a imparare l’arte dell’orefice presso un altro gioielliere. Era un pensiero grave per Giacomo la sistemazione dei fratelli.

 

Un problema di difficile soluzione era quello degli studi universitari di Giovannino. I mezzi di cui poteva disporre la famiglia erano ben lontani dall’essere sufficienti per mantenerlo fuori e per le spese di tasse e libri. Era fallita la speranza di Giacomo di un aiuto del principe Torlonia; non ci poteva ormai essere che il tentativo di poter concorrere a una borsa di studio. Ecco che Giacomo venne a sapere che proprio quell’anno la Facoltà di lettere dell’Università di Bologna aveva messo a concorso alcuni sussidi per quegli alunni che intendessero studiare Lettere in quella Università. Si rianimò. Aveva molta fiducia in Giovannino; non dubitava della sua riuscita. Cercò quindi di spingerlo a concorrere; egli invece diffidava di sé e non si sentiva di mettersi al rischio di una sconfitta. Ma il « piccolo padre » tanto disse che infine egli, per non contrariarlo e per mostrargli la sua buona volontà, si piegò e si adattò a prender parte al concorso, senza però avere lui, né dare al fratello nessuna speranza di vittoria. Il giorno avanti l’esame partì per Bologna, e il mattino seguente, domandando via via ai passanti la strada, si recò all’Università dove già tutti i concorrenti erano giunti. Egli era il più giovane di tutti non avendo ancora compiti i diciotto anni, e ciò accresceva la sfiducia nelle sue forze. Ma nonostante la sua giovinezza e la sua sfiducia, l’esito del concorso fu veramente brillante. Non occorre che io ne descriva i particolari, avendoli egli stesso descritti in quell’aurea prosa intitolata Ricordi di un vecchio scolaro che fu pubblicata la prima volta nel giornale bolognese «Il Resto del Carlino» la domenica 9 febbraio 1896, celebrandosi in quel giorno solennemente in Bologna il trentacinquesimo anniversario dell’insegnamento di Giosue Carducci in quell’Università. Il primo che si avvicinò a Giovannino, e fece subito amichevole relazione con lui, fu il bolognese Ugo Brilli, anch’egli vincitore di un sussidio. Era forse il più anziano dei concorrenti avendo già lunghi baffi, tanto che i compagni ci scherzavano su e dicevano che doveva essere nato così baffuto.

Giovannino si affrettò a comunicare la lieta novella a Giacomo, il quale pieno di gioia partì immediatamente alla volta di Bologna per cercargli una pensione adatta alle necessità di studio e non troppo cara. La cercarono insieme (credo anche con Brilli che era pratico della sua città) e in breve la trovarono in una casa di Borgo San Pietro, presso una buona famiglia di operai sbianchizei, ossia imbianchini. La padrona era una di quelle cordiali e pulite massaie bolognesi che danno affidamento al solo vederle, il marito e uno o due figli giovinotti stavano tutto il giorno al lavoro, all’infuori delle ore dei pasti. Non c’erano altri pensionanti, il che era quanto di meglio potessero desiderare. La camera a lui destinata era linda, convenientemente ammobigliata e di libertà; il vitto poteva essere quello della famiglia, se a lui fosse piaciuto stare a dozzina. Stabilirono la pensione e il pagamento mensile posticipato. Poi i due fratelli, contenti oltre ogni dire, andarono a festeggiare il successo davvero lusinghiero del concorso con un bel piatto di pasta asciutta in una modesta trattoria. Tutto lì. Ma avevano in cuore tanta soddisfazione che allontanava dal loro pensiero le ristrettezze finanziarie del presente e faceva loro intravedere un non lontano avvenire di sollievo e di tranquillità.

Raffaele (Falino) avendo compito il Corso Inferiore della Scuola Tecnica a Rimini, per poter proseguire per il diploma di perito concorse a una borsa di studio a Forli, e riuscí a ottenerla.

Così Giacomo dopo aver messo i fratelli nella condizione di poter giungere a una posizione buona e onorata, poté occuparsi un poco anche di sé e fare i restauri e cambiamenti, che riteneva necessari, nella casa materna per accogliervi la sposa. Uno dei mutamenti che fece fu l’apertura dell’ingresso sulla strada mentre prima non c’era e si passava dal cancello del cortile su cui si aprivano varie porte che davano adito alla casa. In conseguenza fu spostata la scala che conduceva al primo piano e credo che avvenisse qual-che altro spostamento nella prima stanza. Per questi lavori egli fece una cambiale per conto suo, non intendendo di gravare sul piccolo capitale indiviso. Quando era cercato per la sua professione di perito, guadagnava piú o meno sempre qualcosa. Alla Torre però non ebbe mai impiego.

Le nozze avvennero nel 1874, forse nelle vacanze estive, essendo a casa anche i fratelli. Noi sorelle no; eravamo allora in convento dal 3 marzo.

CAPITOLO IV

DALL’INIZIO ALL’INTERRUZIONE DEGLI STUDI UNIVERSITARI

(1873-1879)

IL PRIMO BIENNIO UNIVERSITARIO (1873-1875)

QUANDO nel 1873 Giovannino s’iscrisse nella Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna, [16] erano insegnanti i professori Giosue Carducci, Giovan Battista Gandino, Gaetano Pelliccioni, Francesco Acri, Edoardo Brizio, Celestino Peroglio, Giuseppe Regaldi e, mi sembra, Francesco Bertolini. Su quella nobile accolta di menti elette, emergeva, per giusta e già conquistata fama, il Carducci. Il «povero ragazzo smilzo e scialbo» si mise subito a frequentare con assiduità e interesse tutte le lezioni di tutti, e col suo fare semplice e socievole che rivelava il suo carattere modesto e sincero, alieno da ogni ambizione o presunzione, si attirò presto la simpatia e la stima dei Maestrie dei condiscepoli. E ben presto si sparse la voce tra i compagni che egli avesse, oltre una solida cultura generale, un’eccezionale familiarità con la lingua latina: prerogativa che egli non riconosceva affatto di possedere. Quella voce si diffuse pure fuori dell’ambiente universitario, arrivando all’orecchio anche di un bravo studente di 3a classe liceale, il quale si sentì subito invogliato di avvicinare quel giovane, che sapeva tanto bene il latino, per poter avere da lui qualche lezione. Ma per riuscire nel suo intento, gli occorreva un amico che lo accompagnasse e lo presentasse essendo egli piuttosto aristocratico e ligio all’etichetta. Trovò l’amico di cui aveva bisogno nella persona di Ugo Brilli, e un bel giorno, in abito da visita e in guanti di pelle nera, si fece accompagnare da lui alla casa di Borgo San Pietro; mentre Giovannino, da poco rientrato, faceva una fumatina alla pipa. Questo giovane così distinto ed elegante era Severino Ferrari. Brilli lo presentò a Giovannino dicendo anche ciò che esso desiderava. I due si strinsero la mano, si guardarono sorridendo negli occhi, e come per incanto furono presi da reciproca simpatia. Cominciarono a parlare dei loro studi, delle loro aspirazioni, delle loro idealità; s’intesero sulle lezioni latine che voleva Severino e stabilirono i giorni e le ore in cui potersi trovare insieme. Si separarono da quella prima visita come amici di vecchia data. Erano si può dire coetanei non essendoci che due mesi e venticinque giorni di distanza che aveva di più Giovannino. C’era invece molta differenza nelle loro condizioni familiari ed economiche, essendo Severino assai ricco allora, ed avendo i genitori vivi, prosperi e in tutto premurosi per il suo avvenire, mentre Giovannino era povero e non aveva più i suoi genitori, ed era sempre col cuore spezzato per la loro morte immatura e crudele. Ma questa diversità di sorte non poteva contrastare per niente la loro dolce amicizia, che aveva base nell’anima. Le lezioni di latino, che aveva mostrato di volere Severino, si tramutavano spesso in piacevoli conversazioni d’arte; in letture di versi del Carducci, del Panzacchi e dello Stecchetti; in ragionamenti seri intorno alla politica, alle questioni sociali e ai partiti. Essi non appartenevano allora a nessun partito, ma se ne interessavano, e le idee di Giovannino avevano già un colorito assai rosso, e quelle di Severino lo stavano pigliando. Insomma erano due amici che avevano lo stesso modo di pensare e si volevano bene.

Alla fine di ogni mese Giovannino riscuoteva il sussidio (lire 60 o 70, non ricordo bene) e subito portava alla sua padrona la mensilità pattuita, e col resto, pochissime lire, comperava una buetta di tabacco da pipa che metteva, aperta, in un cassetto d’un tavolino della stanza da pranzo a disposizione anche degli ospiti. Stava contento, era a suo agio presso quella gente umile e buona; la padrona lo trattava con ogni riguardo; il vitto era ottimo, tanto che egli ebbe poi a dire di non essersi mai trovato a mangiare cosí bene come in quella casa di operai. Oltre la pensione di casa, a cui provvedeva il sussidio, c’erano le spese per ciò che occorreva a lui per abiti, scarpe, oggetti di cancelleria etc. alle quali, naturalmente, doveva provvedere la famiglia, come pure alle tasse scolastiche. Per queste, se ben ricordo, il primo anno, quantunque richiesto, non fu concesso l’esonero, [17] ma nel successivo anno, dietro dichiarazione del Sindaco di San Mauro delle misere condizioni in cui versava la sventurata famiglia, fu concesso.

Quel primo anno d’Università fu, sotto ogni punto di vista, molto buono per Giovannino: tranquillo, raccolto; di volenteroso studio e di massima diligenza. Non mancò mai a nessuna lezione non solo di quelle materie a cui era iscritto – italiano, latino, greco e storia antica e moderna – ma anche delle altre, con particolare passione per quelle di filosofia del prof. Acri, e di archeologia del prof. Brizio. Non dette mai occasione agli insegnanti di doverlo riprendere o richiamare. Era rispettosissimo con loro, e sempre gioviale e condiscendente coi condiscepoli. Ritornò a casa per le vacanze estive soddisfatto del suo primo anno e con acquistata fiducia in se stesso. Portava lietamente al suo Giacomo un bel mazzo di sigari di lusso che a lui era stato donato dal suo caro amico Severino Ferrari in compenso delle lezioni di latino cosí dilettevoli! Giacomo ne fece un gran caso e ripose il mazzo nel suo comò, per usarne soltanto nelle circostanze di feste straordinarie. E appunto una di quelle feste straordinarie fu il suo matrimonio con la distinta giovane Maria Cicognani di Savignano, maestra elementare a San Mauro, che avvenne in quelle vacanze.

Prima delle nozze Giacomo ebbe il pensiero di raccogliere alcuni ricordi di famiglia per noi sorelle, e al ritorno di Giovannino da Bologna glieli fece sistemare in una cassetta per mandarceli in convento scrivendoci per lui. Grande fu la nostra gioia nel ricevere quelle care reliquie e la lettera di Giovannino. La cassetta conteneva la Filotea e la corona col Crocifisso d’argento della mamma; il manuale e la medaglia delle Figlie di Maria della Margherita; il ritratto del babbo e della mamma insieme coi tre figli che erano allora i più piccoli, Raffaele, Giuseppe e Carolina. Si conosce bene dal ritratto che la mamma era incinta, forse portava nel suo grembo l’Ida oppure me. C’erano inoltre reliquie di santi, brevi e figurine del presepio: casine, pastori, re magi etc. La lettera, che ci rese felici per qualche anno, non esiste più. Ora l’una, ora l’altra l’avevamo sempre indosso, e la notte la tenevamo sotto il guanciale; finì consunta e si sfece a brandelli. Ricordo che cominciava dicendo che aveva avuto l’incarico da Giacomo, molto occupato, di scriverci e di mandarci quelle belle cosine; che gli sembrava di veder l’Ida abbassare gli occhi rossa rossa dalla contentezza, e la Mariuccina stringere stringere come essa sa. C’erano tante espressioni tenere e affettuose, e la lettera si chiudeva con questa frase: Da queste zampe di gallina capirete che chi scrive è il vostro Giovannino».

Egli passava le sue vacanze stando molto a casa, immerso nella lettura e nei suoi pensieri. Il pensare era e fu sempre nella sua vita una gradita compagnia che non lo fece mai annoiare. Andava però anche a fare delle gite con Falino (pur lui a casa in vacanza) parlando di volere scoprire gli infami assassini di nostro padre per poterlo vendicare. Trovava il suo svago nell’andare a vedere la caccia con la civetta, divertendosi alle mosse buffe che essa faceva accecata dal sole, e al radunarsi nelle sue vicinanze degli ingenui uccelletti curiosi di conoscere quello strano animale. Talvolta si recava a Rimini a ritrovare qualche amico e lo zio Alessandro Morri, il quale gradiva sempre di fare con lui una passeggiatina al mare parlando del mistero dell’al di là.

Ritornando a Bologna per l’apertura del nuovo anno scolastico, riandò alla sua solita pensione e cominciò col fervore e con la diligenza del primo anche il secondo anno. Non poteva avere, come nel primo, così di frequente la cara compagnia del suo Severino, perché era andato a Firenze a fare il corso universitario in Lettere e Filosofia in quell’Istituto di Studi Superiori; ma essendo nativo del vicino paesello dell’Alberino ed avendo colà i genitori, ogni tanto si recava a veder loro, passando naturalmente da Bologna, sicché andava pure a ritrovare l’amico col quale si tratteneva qualche ora godendosi tutti e due la loro dolce amicizia. Egli aveva una gran voglia di conoscere il Carducci e voleva essergli presentato da Giovannino, ma questi non si arrischiava sembrandogli di non potersi prendere una tale confidenza col Maestro. Allora Severino si fece fare da un amico del Carducci di Firenze un biglietto di presentazione. Poteva bastare: ma volle essere lo stesso accompagnato da Giovannino, il quale non poté esimersi dal contentarlo. E andarono insieme e furono ricevuti tutti e due con molla benevolenza e simpatia. Quella visita fu l’inizio dei rapporti amichevoli, che si svolsero poi sempre più affettuosi, tra il Carducci e Severino Ferrari.

Giovannino seguitò con diligenza e con amore, come l’aveva cominciato, anche il secondo corso universitario; ma verso la fine gli capitò un’avventura che, per quanto possa sembrare insignificante, ebbe per lui conseguenze disastrose. Un giorno, dopo aver riscosso il sussidio, gli si accompagnò per via un giovane di Ravenna e lo pregò di volergli prestare una cinquantina di lire avendo urgente necessità di recarsi a casa. Date le insistenze fu costretto a cedere, raccomandandosi però che appena giunto a casa gli mandasse il danaro, altrimenti non avrebbe potuto pagare la dozzina che era solito portare ai suoi ospiti nel giorno stesso che riscuoteva il sussidio. Ma non ricevette più nulla. Intanto non poteva pagare la pensione e si struggeva e si vergognava. Gli sembrava che tutte le volte che rientrava in casa, la padrona fosse nell’aspettazione di quei soldi. E un triste giorno, non potendo più sopportare quella sua critica situazione, che era una vera tortura, si eclissò e non fece più ritorno alla casa ospitale dove si era trovato tanto bene ed era stato tanto tranquillo. Dopo, prese alloggio in una casa dove erano anche altri studenti; e a mangiare andava al Foro Boario, la trattoria degli studenti, degli artisti e di tanti altri giovani di ogni sorta di partiti. In essa c’era un cameriere molto buono coi clienti (un reduce di Digione, che aveva combattuto coi Garibaldini ed era rimasto anche ferito), Teobaldo Buggini, che faceva credito, specialmente agli studenti se non erano pronti a pagare.

Tra tutti quei giovani chiassosi e spensierati, Giovannino perse il suo bel raccoglimento, si trovò con molti che si avvicinavano al suo modo di pensare, ai socialisti insomma, e fece alleanza con loro. Però questo secondo anno universitario (1874-75), nonostante che egli sull’ultimo si fosse venuto a trovare scasato e distratto, finì assai bene, lasciandolo soddisfatto e di buona volontà per l’anno successivo. E nelle vacanze ritornò contento a casa, dove era prossimo un avvenimento atteso con grande ansietà e trepidazione. Infatti nella nostra casa, colpita già da tanti dolorosi lutti, si udí il 26 luglio 1875 un tenero vagito. Era del primo figlio di Giacomo. La casa gioí all’apparire di quella nuova vita, di quel piccolo essere che con la sua venuta al mondo richiamava il sorriso in una povera famiglia devastata dalla sventura. Al bimbo fu posto nome Ruggero, il nome di nostro padre, della vittima innocente della malvagità umana.

Con quella nascita si acuí lo spasimo di scoprire i vili autori dell’infame assassinio. E Giovannino e Falino si misero coraggiosamente all’opera, investigando nelle osterie e in altri luoghi frequentati dal popolo per poter carpire qualche parola, qualche indizio che li mettesse sulla via della scoperta. Ma se ne accorsero i paesani di ciò che cercavano! Sembrava che su quel fatto delittuoso ci fosse la consegna del silenzio. A Giacomo intanto pervenne una lettera anonima che minacciava guai per la famiglia se non faceva smettere i fratelli d’immischiarsi in quella faccenda. Egli ne fu profondamente impressionato, e chiamati a sé i due fratelli, mostrò loro la lettera e li pregò di desistere da quell’impresa che poteva apportare altre disgrazie: non si preoccupava di se stesso, ma della famiglia di cui era responsabile. Essi si resero conto della grave responsabilità del fratello e dovettero smettere la loro appassionata ma pericolosa attività.

Giovannino si confortava con l’andare spesso, ora da solo ora con Giacomo, a vedere a balia il piccolo Ruggero che veniva su sano, sebbene molto delicato, e ogni giorno più nel suo visino bianco e roseo si scorgeva la somiglianza col suo giovane papà.

In quell’anno 1875 Giovannino era di leva. Egli desiderava molto di fare il soldato e si augurava di essere riconosciuto abile al servizio militare come gli sembrava di essere. Ma Giacomo non aveva affatto quel desiderio, e raccomandò al Sindaco di San Mauro che alla visita cercasse di farlo esentare. Alla visita, subito la Commissione militare lo giudicava abile. Allora il Sindaco fece osservare il difetto che aveva al dito mignolo del piede destro; ma il capitano medico disse: «In cavalleria, in cavalleria». A Giovannino si allargò il cuore! Intervenne di nuovo il Sindaco dicendo qualche cosa a bassa voce alla Commissione e dopo fu dichiarato esonerato. Che delusione per Giovannino! quanto dispiacere ebbe, e quanto pianse! Mi diceva che la vita militare sarebbe stata fonte di poesia per lui.

Intanto a Rimini Alessandro Morri nostro beneamato zio, che da tempo soffriva di una malattia di fegato senza che lo impedisse nelle sue occupazioni, in quei mesi si era tanto aggravato da far dubitare della sua vita. Giacomo e Giovannino andavano di quando in quando a trovarlo e si avvedevano con dolore della prossima fine di quell’uomo che era sempre stato, per la nostra famiglia di orfani, un serio ed avveduto consigliere. Infatti nel dicembre morìi lasciando nel pianto la moglie (sorella di nostra madre) e due figlie adolescenti. Giacomo volendo prendere parte a quel lutto, non solo col recare alla famiglia il conforto della presenza sua e dei fratelli, ma anche con una piccola pubblicazione, si raccomandò a Giovannino, come altra volta, perché scrivesse qualcosa; Giovanni cercò di contentarlo, scrivendo una poesia col titolo In morte di Alessandro Morri che si trova in Poesie varie, dove però manca l’iscrizione della prima pagina.

Il successo che ebbe la poesia fu davvero curioso. Giovannino rideva nel raccontarlo poi. Essendo la vedova Morri religiosissima, fu, da alcune persone che frequentavano la sua casa, messa in sospetto sulla cristianità di quella poesia, sicché essa per averne un parere sicuro pensò di farla conoscere a una vecchietta, tale Giovannina Grilli, ritenuta dai riminesi e anche dai sacerdoti in concetto di santità. Essa appena l’ebbe ascoltata esclamò: «Brusèla, brusèla! la è contra Crest!» (Bruciatela, bruciatela! è contro Cristo). Giudizio inappellabile! Le ragazze tornate a casa eseguirono la sentenza: tutte le copie furono date alle fiamme. Una copia però sfuggì alla distruzione perché era già in possesso della zia Rita (sorella della vedova Morri) che la conservò e la dette a me dopo che fui uscita di convento.

Ritornato Giovannino a Bologna per il terzo corso universitario si trovò a una inaspettata e funesta avventura. Era per giungere a visitare l’Università il ministro dell’Istruzione, Ruggero Bonghi, e gli studenti erano divisi in due gruppi contrari tra loro: l’uno era piú che favorevole a quella visita, l’altro invece protestava. Questo non ammetteva che nelle Università di liberi studi dovesse immischiarsi il Governo, l’altro lo trovava giusto e ragionevole. Ma vennero ad un accordo: i contrari alla visita, tra cui era Giovannino, promisero di tollerare e di non fare atti ostili, purché però gli altri non applaudissero, altrimenti essi avrebbero reagito.

Rimasero cosí intesi. Giunse il Ministro e guidato dal Rettore, prof. Cappellini, visitò gli uffici e le aule; e tutti gli studenti stettero quieti e rispettosi, fedeli alla consegna. Ma quando egli fu sugli scalini del portone d’ingresso per partire, da un gruppo si levarono delle grida di «Evviva il ministro Bonghi! » Allora gli avversari si misero a gridare: «Abbasso il Ministro!» Il giorno dopo Giovannino fu chiamato in Direzione o in Segreteria (non ricordo bene) e gli fu chiesto se era anche lui tra i dimostranti che avevano gridato abbasso il Ministro e avevano fischiato. Egli rispose che, ì era tra i dimostranti, ma che non aveva fischiato, non sapendo nemmeno fare a fischiare. (Infatti non seppe mai fare il più piccolo sibilo). Gli dissero: «Ma lei perde il sussidio». Ed egli: «Se lo tengano!» e uscì.

E dopo?

MORTE DI GIACOMO E PRIME DIVISIONI
IN FAMIGLIA (fine 1875-1876)

Dopo si trovò nella disperata condizione di non potersi iscrivere all’Università e di dover stentare per vivere. Cominciava per lui un lungo periodo di avversità e di miseria. Ronzava continuamente nei pressi e nei corridoi dell’Università non potendo distaccarsi da essa; assisteva spesso alle lezioni del Carducci, che gli voleva bene, e anche di altri insegnanti; aiutava i compagni che ricorrevano a lui nei loro lavori, e aiutava anche i laureandi nelle loro tesi. Si prodigava per tutti, ma per sé non poteva far nulla. Si dimostrava indifferente e allegro tenendo celata la sua pena nel cuore. Con gli amici, quali Severino Ferrari che vedeva spesso a Bologna, Raffaello Marcovigi, studente in Legge, Sveno Battistini, laureato in Legge, e Ugo Brilli era sempre pieno di motti e di arguzie. La sera andava con questi amici nel ritrovo carducciano, che era un caffè, ove c’erano altri amici loro e del Carducci, coi quali il Maestro giocava volentieri a carte. Giovannino però non giocava, non aveva, come non ebbe mai, passione per quel divertimento. Continuava ad andare a mangiare al Foro Boario facendo sempre piú comunella coi socialisti e a scrivere in qualche loro giornaletto raggranellando ben poco; ma insieme con quello che gli mandava Giacomo, come aveva fatto nei due anni precedenti, riusciva a tenersi in vita. Quando fosse andato a casa per le vacanze, avrebbe detto a voce al fratello il brutto caso che gli era successo, e confidava che egli potesse trovare modo di dargli i mezzi per giungere alla laurea. Uno di quei giornaletti intestato «Color del tempo!» uscì in Bologna col numero il 6 maggio 1876, e portava un suo proemio in versi martelliani intitolato Fantasmagoria che cominciava:

Color del tempo! il mondo sta sotto il ciel pesante

qual sotto il manto eterno gli ipocriti di Dante...

(tutto intero si trova in Poesie varie). Si prestava volentieri agli amici quando gli chiedevano versi per le nozze di qualche loro conoscente od amico; versi di cui non conservava nessun mano-scritto, ed era raro il caso che gliene dessero una copia stampata o ne venisse a sapere alcunché. Una volta però che aveva scritto qualcosa (richiestone, al solito, da amici) per le nozze di umili operai, fu invitato con essi al banchetto nuziale: ma ne doveva restare in lui un ricordo tutt’altro che lieto, perché in mezzo all’allegria e ai festosi brindisi, gli fu recapitato un telegramma che lo chiamava subito a casa trovandosi Giacomo ammalato gravemente. Lasciò tutto e tutti, e partì sull’istante.

Giunse a casa verso sera (11 maggio 1876) e trovò l’amato fratello in condizioni disperate. Comprendeva però bene, e vedendo Giovannino si capiva che voleva dirgli tante cose, ma non poteva, perché gli si era ingrossata la lingua. Solo qualche parola riusciva ad afferrare Giovannino e gli pareva che alludessero all’assassinio del babbo, alla lettera anonima e a certi suoi affari. Povero Giacomo! Non so da quanti giorni fosse malato di tifo (a noi sorelle in convento avevano detto che gli si era arrossato un occhio per un colpo d’aria o di sole), ma all’improvviso gli si manifestò una violenta emorragia intestinale che lo ridusse in fin di vita. Anche Falino era giunto allora da Forlì; l’altro, Giuseppe, era a casa da parecchio tempo senza aver concluso niente in Ancona. La moglie era stata allontanata e condotta a casa sua a Savignano, essendo in istato interessante. Restava in casa nostra la donna di servizio e c’erano altre persone, prevedendosi la catastrofe. Ma Giovannino mi disse poi che egli vegliò presso che da solo tutta la notte al letto del fratello morente assistendolo con tutto il suo amore e col cuore che gli si spezzava dall’angoscia, sino a che sull’alba del 12 maggio alle ore 5 e mezzo il «piccolo padre» non emise l’ultimo respiro. Povero Giacomo! aveva 24 anni, 2 mesi e 16 giorni! La sua breve vita fu un continuo intreccio di dolori, di sacrifici e di tribolazioni. Giovannino, non potendo fare altro in quel primo momento per il suo caro estinto, scese in giardino ove erano innumerevoli peonie rosse fiorite, che piacevano tanto al fratello, e le colse tutte e con esse ne ricoprì la benedetta salma. Poi ad ora conveniente, non essendosi trovato in casa nemmeno un soldo, pur in quel suo stato d’immenso sconforto si recò a Savignano per farsi dare dai tutori il danaro che occorreva per la cassa, i funerali e per la sepoltura. Gli fu dato: e tutto egli fece e dispose come meglio seppe. Essendo Giacomo consigliere del Comune, anzi credo assessore, il trasporto funebre fu assai imponente; v’intervenne il Sindaco con tutto il Consiglio, e ci fu pure il concerto cittadino. Il «pregadío», che dettò Giovannino, ad alcuni parve contrario al sentimento religioso e perciò fu condannato alla distruzione, come la poesia in morte dello zio Morri. Ci doveva essere però della prevenzione contro l’autore, il quale parlando con me di quel fatto mi diceva che con la frase finale, che era quella che aveva dato nel naso, non aveva inteso affatto offendere la religione. Non la ricordava bene, ma a un di presso era così: « Ha meritato le vostre lagrime, ma non ha bisogno delle vostre preghiere»; e mi spiegava che doveva essere intesa a questo modo: «Se ha meritato le vostre lagrime, è segno che era buono; e se era buono non ha bisogno di suffragi perché e già in cielo». Certo la frase era troppo ardita e involuta.

Un testimonio oculare raccontò ai due fratelli che, qualche ora prima che arrivassero loro, era stata, mentre egli era presente, a vedere Giacomo una parente della moglie, la quale facendo l’atto di accomodargli il guanciale e dicendogli: «Povero Giacometto» ne sottraeva abilmente il portafoglio che egli soleva sempre tenere presso di sé. Ecco perché in casa non si trovò punto denaro! E così avvenne che la cambiale fatta da Giacomo per il matrimonio, e le spese che occorsero in quella dolorosa circostanza furono poi tutte fatte gravare sulla parte di Giovannino. Egli però non se ne dolse mai, anzi si compiaceva di aver reso quel tenue tributo di affetto al suo indimenticabile fratello.

In casa nostra furono subito messi i sigilli ed inventariato tutto ciò che rimaneva fuori dei mobili. I fratelli non si sentivano piú in casa loro. La cognata non sarebbe tornata al domicilio del marito fino a che non fosse giunto il tempo di partorire. Falino ritornò ai suoi studi a Forlì, e Giovannino, dopo qualche giorno, se ne andò pieno di tristezza a Bologna.

La prima volta che si presentò nel solito ritrovo carducciano, uno dei convenuti che si trovava vicino al Maestro, gli disse sotto voce, ma non sì che non udisse Giovannino: «È tornato il Pascoli, gli è morto il fratello». E il Carducci: «Poverino! poverino!»

Si trattenne poco tempo allora a Bologna barcamenandosi alla meglio, nella speranza di poter avere, sulla sua parte di capitale, i mezzi necessari per iscriversi nell’anno venturo all’Università. E alla fine di giugno del 1876 fu di nuovo a casa dove tra non molto sarebbe ritornata la vedova di Giacomo per dare alla luce la seconda creatura. Intanto però, essendo ancora tutto sigillato e inventariato, il povero Giovannino stentava persino ad avere l’asciugamano! Nella prima decade di luglio giunse la cognata, e appena essa fu in casa, andarono gli addetti a ciò a togliere i sigilli, e tutto fu a disposizione per lei. I fratelli non contavano più niente! Il 14 del mese nacque un altro bel maschietto. Giovannino si aspettava di essere scelto a padrino del figliuolino postumo del suo Giacomo, ma la madre non pensò a lui, non gli disse nulla: mandò invece a invitare Emilio David, nostro cugino di Sogliano. Se l’ebbe tanto a male! Non fece però conoscere a nessuno il suo rammarico. Al neonato fu messo il nome del suo povero padre; e anche lui fu dato a balia come Ruggerino, il quale, compiendo in quei giorni il suo primo anno di vita, fu tolto da balia e ripreso a casa.

Giovanni si rimise di nuovo a investigare intorno all’assassinio di suo padre. Anche Falino, essendo a casa per le vacanze, si riunì a lui, ma bisognava che usassero prudenza, pensando alla lettera anonima, per non provocare guai alla famigliuola di Giacomo che era lì e ci sarebbe rimasta ancora del tempo. Giovannino avrebbe sacrificato con gioia la propria vita per poter vendicare quella della nobile e pura vittima, non però avrebbe voluto cagionare altre disgrazie.

 

Si arrivò pertanto alle divisioni della roba e dei mobili di casa, divisioni che s’imponevano perché la vedova voleva la parte che le spettava. Furono fatte il 31 ottobre del 1876, presenti i fratelli, la cognata e il tutore Luigi Scardovi. A rappresentare noi sorelle, che eravamo in convento, c’era Emilio David, figlio della zia Rita nostra tutrice, non avendo essa avuto il coraggio di recarsi in quella casa per assistere a un atto così doloroso, sebbene necessario, che per lei significava la disunione della famiglia e la dispersione di tante cose amate. Si raccomandò al figlio, che era pur esso uno dei tutori (poco adatto però) perché tutelasse i nostri affari. I gioielli della mamma e della Margherita furono assegnati a noi sorelle per suggerimento di Giovannino che disse: « I gioielli tutti alle sorelle ».

Resta l’«Inventario e stima degli oggetti preziosi degli Eredi Pascoli» fatta dai gioiellieri Roccasi e Morosini di Rimini, che conteggiò un totale di L. 1.097; e l’Elenco della roba e dei mobili pervenuti a Ida e Maria Pascoli, per un totale di L. 872,40.

La zia restò molto sorpresa e niente affatto contenta della parte che era toccata a noi sorelle, perché essa sapeva bene ciò che si trovava in casa nostra avanti il matrimonio di Giacomo. Dove tutte quelle cose erano andate a finire? La parte assegnata a noi, per tutte e due insieme, compresi i gioielli, secondo il valore ad essa attribuito, fu di L. 1969,40, che per ciascuna risultò di L. 984,70. E di tanti mobili belli, intarsiati, che il babbo, appassionato per la mobilia come la mamma era per la biancheria, aveva fatto venire dalla pregiata fabbrica di Faenza, quanti ne erano toccati a noi? due armadi, un comò, un piccolo tavolino da lavoro della Margherita con sedia e telaietto da ricamo. La zia, calcolando che eguali parti alle nostre fossero toccate ai fratelli e alla cognata, non poteva spiegarsi come si fosse ridotta a così poca quella gran roba che esisteva in casa. Giovannino, in possesso della sua parte (degli altri due fratelli non so nulla a questo proposito), pensò subito a disfarsi di alcune cose per procurarsi un po’ di danaro essendone del tutto privo; ma si lasciava portar via a prezzi irrisori roba ed oggetti molto costosi. Per i Sammauresi era una cuccagna: abusavano allegramente dell’inesperienza di lui e del suo bisogno, e poi avevano il coraggio di dire: «E giudizi u jè passè par dlà!» (Gli ha dato di volta il cervello). Fu riferito alla zia che egli aveva ceduto per cinque lire un grande scaleo doppio, di noce, fatto fare dal babbo per salire comodamente alla cima degli alberi di alto fusto del giardino, mentre non poteva valere un prezzo minore di un centinaio di lire. Facendo così, otteneva ben poco con le sue vendite, e quel poco gli scivolava presto dalle mani, le quali erano, e rimasero sempre, bucate.

La speranza che aveva concepito vivente Giacomo, di riuscire ad avere i mezzi per iscriversi regolarmente e pagare le tasse all’Università, non poté essere raggiunta. Dall’amministratore del nostro tenue capitale, Ercole Ruffi di Rimini, non gli fu possibile ottenere la somma che a tal fine gli occorreva. Dovette perciò alla fine delle vacanze ritornare a Bologna con poche lire in tasca e con la previsione di un avvenire molto nero.

FAMI BOLOGNESI E TENTATIVI
PER SCOPRIRE GLI ASSASSINI (1877)

Si potrebbe dire che nell’anno 1877 e nei due anni successivi, Bologna avesse proprio per Giovannino il «titol della fame». Le piccole somme che a quando a quando poteva ottenere dall’amministratore sulla parte che gli sarebbe spettata del tenue patrimonio ancora indiviso, non erano davvero sufficienti per camparci su. Una somma un po’ più discreta non gli riuscí mai di poterla avere, almeno per non dover rimanere giorni e giorni senza cibo. Nonostante tante sue angustie e privazioni, spesso si recava all’Università per assistere, come uditore, alle lezioni del Carducci e di altri insegnanti, mostrandosi sempre disinvolto e sereno. Frequentava anche il ritrovo serale carducciano portandovi le note argute de’ suoi motti. Continuava ad andar a mangiare alla trattoria del Foro Boario, dove pure andava, quando si trovava a Bologna, Andrea Costa. Allorché però non aveva più soldi per pagare, si eclissava, e non ritornava tra la compagnia chiassosa e spensierata fino a che non avesse potuto avere qualche po’ di danaro. Allora si ripresentava tutto pieno di brio e di buon umore, come se nel frattempo gli fosse avvenuta chi sa quale inaspettata fortuna. Invece era stato senza mangiare! Quante cose mi narrava di quei tristissimi anni della sua vita! Più volte la sera, dopo due o più giorni di digiuno, trovandosi a passare con degli amici per una via (mi pare che dicesse via San Vitale) e sentendo l’appetitoso odore del pane sprigionantesi da un forno, nel suo stomaco vuoto si destavano acuti gli stimoli della fame tanto che non potendo più resistere, senza dir parola, lasciava andare un po’ avanti la comitiva e lesto lesto entrava nel negozio a comprare un « ragno », che costava un soldo, e se lo mangiava subito avidamente non facendosi scorgere da nessuno.

Una volta, essendo rimasto parecchio tempo senza danaro, si era ridotto così male in arnese (persino con le scarpe che perdevano i tacchi, tanto che egli s’ingegnava a tenerli attaccati con lo spago) che si vergognava a uscire di giorno e se ne stava quasi sempre a letto, non mangiando e non potendo far accomodare le scarpe. Usciva soltanto la sera sull’imbrunire e andava a passare qualche ora nel cenacolo carducciano, oppure si recava in un caffè che stava aperto tutta la notte (il Caffè dei Cacciatori, se ben ricordo) dove capitavano altri suoi amici a prendere il caffè. Si sedeva anche lui con loro a un tavolino, parlando e discutendo e bevendo un bicchier d’acqua per il quale spendeva un soldo di mancia. Quando poi tutti andavano a casa, egli si ritirava a un tavolino lontano dall’ingresso e restava lì a scrivere per qualche giornaletto fino alle prime luci del mattino. Sembra che nessuno si avvedesse di quel suo misero stato: certo egli faceva di tutto perché non se ne accorgessero, ma nello stesso tempo soffriva. Disse ne La Piccozza:

...E niuno vide che lacero

fuggivo gli occhi prossimi, subito,

o madre, accorato

niuno m’avesse guardato.

Qualche germoglio metteva anche allora la pianta della sua poesia, ma fra le tante sue traversie e tanta fame, o intristivano sul ramo, o sviluppandosi non s’aprivano sempre in fiori candidi e non producevano quei frutti puri e sani che in seguito la pianta, resistendo alle bufere, produsse. [18] Nel fascicolo dell’aprile 1877 di «Pagine sparse» furono pubblicati, forse sottratti a lui da qualche amico, quattro sonetti, dei quali Il maniero, molto variato, egli stesso incluse in Myricae, e un altro Scoramento fu da me riportato in Poesie varie; gli altri due invece (credo che fossero spariti del tutto dalla sua memoria perché non ne parlò mai) io li esclusi sembrandomi che non avessero quella castigatezza e sincerità che si riscontrano in tutta la sua opera poetica. Sono intitolati: A Suor... e cominciano: «Ancor penso, fanciulla, a le fluenti... », e: « Or penso a te, cui viva in sepoltura... ». [19]

Suppongo che questi due sonetti egli potesse averli scritti come sfogo di reazione contro certi compagni che lo consideravano troppo casto, non vedendolo mai con loro a frequentare i luoghi di piacere. In fatti egli non vi andava allora e non vi andò mai nella sua vita per due semplici ragioni: la prima, che aveva un grande rispetto per la donna pensando alla sua santa madre; la seconda, che sentiva una gran pietà per quelle creature che si riducevano, forse inconsapevolmente, a rotolare così in basso. Al contrario, c’erano altri che lo credevano un bohémien, non sapendo il motivo delle sue assenze... Egli se la spassava in compagnia della fame.

Avrebbe voluto trovare qualche modo di guadagnare un po’, se non per altro, per le più essenziali necessità della vita; avrebbe accettato, come una manna, anche di fare lo scrivano, il copista, il traduttore, ma non trovava niente; sembrava che per lui non ci potesse essere proprio nulla da fare.

Ugo Brilli, in un suo opuscolo dedicato alla memoria di Severino Ferrari, narra un aneddoto, inventato del tutto da lui, su Giovannino. Dice che una volta si recò da lui facendogli la lusinghiera proposta di riunire i suoi versi per formarne un volumetto, che l’editore Zanichelli avrebbe pubblicato, dandogli un largo compenso, e che il Carducci vi avrebbe fatto la prefazione; al che Giovannino, che era a letto, si sarebbe voltato dall’altra parte dicendogli irritato: «Vat a morì d’azident!» Ricordo che leggemmo insieme l’opuscolo e che a quel punto egli esclamò veramente adirato: «Non è affatto vero! io non cercavo che di poter fare qualche cosa. Figurati se avessi avuto un po’ di incoraggiamento!... Ma nulla, né quella proposta, né altre mi furono mai fatte!» No, non ebbe mai nessuna specie di incoraggiamento, mentre aveva tanta volontà di lavorare e la coscienza di poter riuscire. [20] Non è vero nemmeno ciò che lessi in un giornale, che quando egli non si faceva vedere al Foro Boario, il cameriere Buggini gli mandasse il pranzo a casa immaginando che fosse malato.

Un valido aiuto per sopportare le molestie della fame e per tenere sollevato il suo spirito, era per lui il fumare; con esso ingannava la fame, e vedeva la vita meno tetra spaziando con la fantasia nel regno delle illusioni. Non sempre però aveva quei due o tre soldi per comprare il tabacco nelle sue giornate senza cibo: era peggio allora la mancanza di un po’ di trinciato per la pipa che del pane per il suo stomaco vuoto. Con l’andare del tempo, trovandosi in condizioni economiche discretamente bastevoli, non mancò mai di mettere a disposizione degli umili ospiti che venivano la sera in casa nostra in campagna per fare qualche partita a briscola con me (egli non giocava, non aveva passione al giuoco delle carte, ma godeva nel vedere che mi divertivo io e pensava intanto a’ suoi lavori) la sua borsetta di tabacco e i suoi sigari perché ne profittassero a loro piacere.

 

Le idee socialiste di Giovannino, che già avevano profonde radici nell’anima sua, trovarono nell’ambiente socialista bolognese, della cui associazione era a capo Andrea Costa, il terreno propizio per svilupparsi ed espandersi. Allora il socialismo italiano era ancora nei suoi primordi; non aveva mire egoistiche di ambizione e d’interessi; era puro e mirava soltanto al bene comune, alla giustizia e a eliminare il male ovunque fosse. Ma non era visto di buon occhio, né tollerato, dai governanti, i quali, forse perché lo temevano, lo perseguitavano in tutti i modi, specialmente nei suoi esponenti e propagandisti. Tra questi era appunto il Costa, che via via era ricercato, arrestato, processato e condannato. Giovannino però non era internazionalista come il Costa e gli altri dell’associazione, e nemmeno comunista; era semplicemente socialista. Il suo socialismo era allora, come si mantenne sempre, di esclusiva marca «nazionale» o, come ebbe a definirlo molti anni dopo in un discorso che fece a Messina provocando il furore della locale stampa socialista, «socialismo patriottico». Avrebbe potuto dire anche «socialismo cristiano», perché egli non trovava che ci fosse una distanza insuperabile tra il vero socialismo e il cristianesimo, e che sarebbe bastato un piccolo ponte ideale per congiungerli, essendo ben chiaro nel Vangelo che il primo e piú grande socialista era stato Gesù. Egli era dunque un socialista a modo suo; un ardente italiano che amava di amor filiale la sua patria ec avrebbe voluto poterla scuotere dal torpore in cui sonnecchiava e vederla volenterosa e forte lanciarsi a debellare i suoi nemici esterni e interni. Naturalmente il primo compito della Nazione sarebbe stato di migliorare molto le condizioni del popolo sì moralmente e sì materialmente, dandogli un’educazione e un’istruzione conveniente per renderlo consapevole dei suoi diritti e dei suoi doveri. Non avrebbero dovuto esserci più ragazzi del popolo di spiccato ingegno messi a lavorare nelle officine o a vangare la terra; e nemmeno ragazzi di pochissima intelligenza, figli di ricchi o di borghesi, avviati agli studi per forza creando cosí degli spostati o, peggio ancora, dei privilegiati. Ognuno per la sua strada. Avrebbe voluto che fosse incoraggiata e tutelata la piccola proprietà; che fosse invece impedito e vietato l’accentramento di grandi ricchezze nelle mani di qualsiasi individuo, e che fosse istituita e applicata la tassa progressiva. Insomma che non ci dovessero essere piú né Epuloni né Lazzari. Però l’uguaglianza assoluta non credeva che potesse essere mai possibile e nemmeno desiderabile. Le teorie di Carlo Marx e di Bakúnin non lo persuadevano affatto, sebbene non le avversasse, anzi le rispettasse, essendo, in fin dei conti, di due idealisti che cercavano di fare del bene all’umanità. Ma Giovannino diceva che se avessero potuto trionfare quelle idee, il morale degli uomini anziché elevarsi si sarebbe abbassato fino all’ultimo livello.

Egli cominciò subito a dare il suo contributo alla propaganda del socialismo scrivendo nei vari giornaletti di quel colore, dei quali si occupava specialmente la notte a stomaco vuoto in quel caffè che restava sempre aperto, spesso riempiendoli quasi del tutto di scritti suoi; andava alle riunioni, ai comizi, ne presiedeva anche, e anche ne teneva a Bologna e altrove. Di ciò dirò più avanti. Una volta ebbe l’incarico di facilitare una fuga del Costa. Questi da alcuni giorni era ricercato dalla Polizia e stava perciò nascosto in una casa di persone di fiducia, vigilata all’esterno dai compagni. Per farlo partire di lì, e scortarlo fino al luogo dove doveva arrivare il barroccino per trafugarlo a Imola, ci voleva un giovane non ancora sospetto e coraggioso. Pensarono a Giovannino, che aveva l’apparenza di studentello, di ragazzo, coi capelli a zazzera e del tutto imberbe. Sicché una sera tardi egli, come era stato convenuto, andò a rilevare il Costa dal nascondiglio, e insieme si misero in cammino tranquillamente parlando di letteratura e poesia. Si vedevano passare accanto delle pattuglie che gettavano su loro delle occhiate investigative, ma non li fermarono mai; certo non immaginavano che uno di quei due potesse essere il temuto ricercato.

Così tra la fame, la propaganda, le riunioni e i comizi giunse ai mesi estivi del 1877.

 

Nell’estate del 1877 a San Mauro si dette anima e corpo alle ricerche per scoprire gli assassini del suo povero padre. Tentava tutte le vie con un ardimento e un’imprudenza da mettere a rischio la vita. Frequentava, a volte anche con Falino, le botteghe dei falegnami e dei calzolai, le officine dei fabbri, le tessitorie, i caffè, le osterie, ogni luogo insomma in cui poteva trovar gente, per senti-e se si faceva mai allusione al delitto e se venivano fuori i nomi dei delinquenti; così si sarebbe procurato qualche testimonianza; ma i Sammauresi si guardavano bene dal parlarne in presenza dei due fratelli, mentre invece avrebbero dovuto aiutarli nella loro santa impresa e illuminarli, giacché si diceva che tutti sapevano tutto. Una volta fu ordito un complotto contro Giovannino, che doveva avere il suo epilogo in un’osteria dove di solito si recava. Egli ebbe sentore di quella trama, ma non se ne dette per inteso, sebbene non ignorasse che tanti paesani l’avrebbero voluto morto. La sera che i vili avevano fissata per la loro perfida azione, Giovannino si recò come le altre volte all’osteria, e poco dopo vi comparvero i biechi congiurati mettendosi subito a bere e a fare chiasso. Egli era in fondo alla taverna presso il camino; vicino a lui aveva preso posto un uomo alto e tarchiato detto Furmigon. Questi, senza perché, prese ad ingiuriarlo, al che egli, mingherlino e agile com’era, reagì lanciandoglisi addosso e rovesciandolo sul focolare. Tutti allora insorsero minacciosi contro Giovannino, facendo un baccano infernale. Passava in quell’istante in prossimità dell’osteria Falino e, sentendo quell’urlio diabolico, entrò e capìi tutto. Si fece largo a spintoni tra il gruppo degli avversari e raggiunse il fratello per prestargli man forte. Si difesero coi loro pugni ben saldi; e mentre tutti continuavano a inveire e minacciare, i due fratelli si presero a braccetto passando tra quei forsennati, infilarono la porta e se ne andarono.

Spesso la sera partiva solo da San Mauro e si recava a Savignano perseguendo sempre il fine di poter avere qualche preziosa rivelazione, essendo Savignano il paese del supposto mandante del delitto. Prima però di partire aveva consegnato a un suo buono e fido amico, detto Pugnégna, un memoriale scritto da lui, nel quale faceva i nomi di coloro che sapeva accaniti contro di lui, perché se fosse successo che l’avessero trovato ucciso, la giustizia (vana parola per noi, allora) potesse subito capire su chi mettere le mani e risalire facilmente all’autore principale della rovina della nostra famiglia (si ricordi Il bolide). Anche a Savignano i luoghi che più bazzicava erano i caffè e le osterie, trattenendosi colà fino a mezzanotte e oltre; poi riprendeva la via del ritorno sostando sempre al Camposanto.

Talvolta si fermava a passare il resto della notte in casa di Pugnégna, il quale, se lo vedeva agitato e irrequieto, per indurlo alla calma, lo metteva a dormire in una stanza dove riposava tranquillo e beato un suo bimbettino. Il respiro tenue uguale di quell’innocente era per lui un vero calmante, e quieto quieto si addormentava anche lui. Questa delicata attenzione del buon Pugnégna non la dimenticò mai.

Non ebbe alcuna esitazione, ma soltanto un senso di ripugnanza ad accettare e a secondare la proposta dell’insegnante elementare Pio Squadrani (figlio di una cugina di nostro padre), [21] di avere un appuntamento con colui che era sospettato il mandante del delitto. Egli pensò che forse un tale incontro poteva giovargli per farsi un esatto concetto dell’individuo. L’appuntamento, o incontro, avvenne una sera tardi in una strada solitaria e oscura di Savignano, presente anche l’ideatore del convegno, Squadrani. Giovannino, franco e impavido, investì subito il supposto delinquente chiedendogli quali discolpe poteva portare per giustificarsi contro l’accusa che gli faceva la voce pubblica. L’altro, facendosi piccino piccino, rispose che non sapeva proprio come fosse sorto quel sospetto su lui, che era sempre stato amico del povero Ruggero; che gli aveva sempre voluto tanto bene; e protestava la sua innocenza. In questo modo a parlare e a protestare continuò fino a che non si sciolse il convegno. L’impressione di Giovannino, riportata da quell’abboccamento, fu di essersi trovato di faccia il più vile e maggior colpevole.

Nel settembre si recò (credo per propaganda) per alcuni giorni a Rimini dove aveva molti amici, tra cui Domenico Francolini, [22] persona di gran cuore, e dove abitava Ercole Ruffi, nostro amministratore, dal quale sperava finalmente di ottenere una somma sufficiente per potersi mettere in regola, nel prossimo anno, coi suoi studi universitari. Nella visita che gli fece appena arrivato, oltre chiedergli la somma che gli bisognava, lo mise al corrente di tutto ciò che aveva fatto e tentato per vedere di poter riuscire a scoprire gli assassini del padre; gli parlò delle sue gite notturne tra San Mauro e Savignano; del tranello che gli avevano teso all’osteria per ucciderlo; del notturno abboccamento col sospettato mandante, nonché della convinzione che ne aveva riportata che fosse stato proprio lui l’autore dell’infame delitto. Il Ruffi ascoltò tutto con visibile interesse, e poi gli disse: « A javi ciapè in te mezz!... ma vliv un cunsei? Andè veja sobit da e paes, si no iv la farà enca a vò, tent an riuscirà mai a nient. Turnè a Bologna, mittiv a duzzena da una vecia recca e fasiv mantnè ». (Ci avete preso nel mezzo! ma volete un consiglio? Andate via subito dal paese, se no la faranno anche a voi, tanto non riuscirete a niente. Tornate a Bologna, mettetevi a dozzina da una vecchia ricca e fatevi mantenere). Queste ultime parole, dette certo bonariamente, per farci forse una risata su, scandalizzarono molto Giovannino e l’offesero nella sua sensibilità e onestà, ma non le raccolse e lesto lesto cambiò discorso. Infine con apparente indifferenza prese la somma che il Ruffi gli porgeva (ben lontana da quella che gli bisognava) e ringraziando se ne andò risoluto di non ritornare più di persona da lui. E non vi ritornò più! Quando fu per partire da Rimini, avendo necessità di altro danaro, incaricò l’amico suo Francolini di recarsi a nome suo dal Ruffi per farselo dare, e così poter tornare a casa donde poi rendersi a Bologna a continuare una vita impossibile.

Durante quella sua breve permanenza a Rimini, non volendo essere ospite dei parenti amando troppo la sua libertà, alloggiava in un modesto albergo con trattoria in via, o piazza, della Pescheria. Non so quanto egli spendesse, ma certamente poco, data la dualità dell’albergo e la leggerezza del suo portafoglio. La sua presenza in quel luogo richiamava molti suoi amici, e di ciò si compiaceva e ne godeva il personale dell’albergo. Ricordo che parechi anni dopo (Giovannino era già insegnante a Matera) arrivò ui giorno d’estate a Sogliano un cameriere di quell’albergo, detto Papalino, per aver la soddisfazione di poter conoscere noi sorelle che eravamo ancora lassù presso la zia Rita. Che festa ci fece! ci tenne per due o tre ore in allegria sempre parlando e raccontando di Giovannino, pieno di entusiasmo per averlo avuto suo ospite. A proposito: mi sembra che a questo entusiasmo si accordi poco ciò che scrisse, anni fa, un noto giornalista in un articolo di giornale intorno a quel tempo, cioè che Giovannino partendo da quell’albergo non pagasse il conto, e lasciasse invece, quasi per saldare il debito, qualche camicia e qualche altro indumento personale. No, non mi sembra proprio che tutto questo si accordi con l’entusiasmo di Papalino! Del resto tutto l’articolo è zeppo di inesattezze e di notizie interamente false che io lascio correre perché capisco che cadranno da sé alla fine.

Rimangono di quei giorni due cartoline dalle quali traspare il suo buon umore e la voglia che aveva di scherzare. Egli possedeva nel suo spirito tali risorse che, pur tra le delusioni e le amarezze di cui era intessuta la sua vita, lo riportavano spesso, e anche rapidamente, alla sua naturale giocondità. Dico naturale, perché proprio aveva sortito dalla natura un carattere così lieto, che le dolorose e dure contingenze potevano, sì, mortificarlo, ma non mai mutare.

La prima di quelle cartoline è indirizzata «All’Egr. Sig. Sig. Prof. Severino Ferrari - Molinella per S. Pietro Capofiume (Bologna) ».

La corrispondenza consiste in schizzi di persone tracciati a penna da lui. In una persona raffigura se stesso - Pascoli - (i nomi e i cognomi sono scritti da lui sulle figure) mentre si lancia furioso, coi capelli che gli escono arruffati da ogni parte del cappello, contro uno sportello, forse una cassa forte, con un oggetto in mano somigliante a tenaglie, e dietro lui l’amico suo avv. Sveno «Battistini» che gli mette pacatamente una mano sulla schiena come per calmarlo. In basso, in un canto c’è un piccolo tavolino con sopra un martello e altre tenaglie, e sopra una gamba del tavolo è scritto «Brini», anche questi suo amico. Di parole non c’è che la data e la firma: « 6-7bre-1877 - Giovanni Pascoli schizzò in Rimini ».

L’altra cartolina (con bollo del 13 settembre 1877) è diretta «All’Egregio Professor Ugo Brilli - Bologna - Caffè delle Belle Arti».

Anche in questa la corrispondenza è di figure tracciate a penna da lui. Rappresentano «Brilli» in mezza tuba, che affonda una sciabola, o un fioretto, nello stomaco di un signore «Sior Momolo» (non so chi sia, ma capisco che è un signore perché è vestito col « tait ») e, dietro questo, un uomo, forse il suo servo, su cui è scritto « Pani ulla » che lo para con un ombrello forse dal sole, perché in alto in un canto c’è il volto di « Enotrio » circondato da una raggiera. Le parole di questa sono: e G. Pascoli schizzò in Rimini ».

Chissà come si godeva facendo quegli schizzi! E come dovevano ridere i suoi amici nel riceverli !

Partendo da Rimini non si fermò che pochi giorni a casa e poi fece ritorno a Bologna dove rimase circa due mesi, occupandosi un po’ di tutto, ma specialmente dei casi suoi, dei quali il primo e più urgente era di poter riprendere e seguitare regolarmente gli studi universitari; ciò non era impossibile, solo bisognava che pa-gasse la tassa. Ma questa era una difficoltà grave, che non sapeva come superare. Tuttavia prima delle vacanze di Natale (che a Bologna gli studenti solevano pigliare prestissimo) si recò di nuovo a San Mauro per fare un ultimo tentativo presso il Ruffi per poter avere la somma che gli occorreva. Non andò da lui di persona (non ci voleva andare più), ma circa nella prima metà di dicembre 1877 scrisse una Memoria al tutore Scardovi incaricandolo di trasmettergliela. In essa, fra l’altro, si dice: « Il sig. Ruffi potrebbe senz’altro pagarmi la dozzina di Xbre e gennaio e lo spillatico di gennaio (L. 160) in una sola volta; ed io potrei, con questa somma e con altre piccole aggiunte, pagare le tasse e mantenermi per un mese »; tanto più che sperava un buon esito « pensando alla benevolenza che mi dimostra l’on. professor Carducci ».

La dozzina per il vitto compreso lo spillatico, che gli passava, sulla sua parte di capitale, l’amministratore, era di 80 lire mensili. Ma anche quella volta il tentativo riescì vano. Per me, tanto l’amministratore che il tutore mancavano di coscienza e di cuore. Poco diversa era il sistema che essi tenevano con Falino. Egli però non aveva avuto, fino allora, tanto bisogno di ricorrere a loro, non avendo avuto le peripezie di Giovannino ed essendo stato fino alle vacanze di quell’anno 1877 a Forlì studente all’Istituto Tecnico sussidiato dalla borsa di studio. Ma ormai, avendo conseguito la Licenza di Fisico-matematica e di Perito agrimensore, nella attesa di potersi impiegare, doveva anche lui affidarsi interamente alla tenue eredità materna. Intanto fu malato gravemente di vaiolo, e Giovannino, in quel suo improvviso ritorno a casa, lo trovò in convalescenza, ma debole, sfinito. Questi però non si perdé d’animo, e pensò subito di adoperarsi per fare avere un impiego al fratello nel Genio Civile di Bologna. Forse tra i suoi numerosi amici ce ne potevano essere alcuni abili per trattare la cosa. Con quella prospettiva decisero che anche Falino sarebbe andato l’anno venturo a Bologna.

A Giovannino non restò che ritornarsene donde era venuto con una, anzi due, delusioni in più; la sua e quella del fratello; ma ritrovandosi con gli amici bolognesi riprese per incanto la sua solita lietezza. Con essi mandò una cartolina a Severino, che ancora s’indugiava a Firenze, per sollecitarne la venuta.

 

Al Signor Severino Ferrari, Via Colonna n. 14 Firenze — Dal Caffè delle Belle Arti, 17-12-1877.

Caro Severino, Pascoli è a Bologna. Il tuo                                  Gius.e Brini

Imposti, imposti che venga.                                                        G. Carducci

       (per copia conforme)

visto — Gianni Schicchi

                       Chicot

 

Da questa cartolina di cosí poche parole si deduce che gli amici, compreso il Carducci, per invogliare Severino a recarsi presto a Bologna gli annunziavano che c’era già il suo Pascoli (Gianni Schicchi è un nominativo scherzoso messo da Severino a Giovannino, il quale se ne serviva anche come pseudonimo per firmare talvolta articoli e versi. Chicot è certo uno della compagnia carducciana, ma non ho notizie sul conto suo).

L’ASPRA LOTTA (1878)

I primi due mesi del 1878 furono durissimi per lui e, sebbene in grado minore, anche per Falino che l’aveva raggiunto a Bologna nella speranza di poter essere impiegato al Genio Civile. Giovannino si era subito rivolto per lui ai suoi buoni amici avvocati Raffaello Marcovigi e Sveno Battistini, che avevano Studio legale e perciò molte relazioni in ogni strato sociale. Essi si erano presa a cuore la cosa e avevano iniziato le trattative; ma era necessario un po’ di tempo per giungere al fine desiderato. Pertanto dovevano vivere con le piccole somme che potevano ottenere dai tutori e con qualche misero guadagno giornalistico di Giovannino. Alloggiavano presso un noleggiatore di camere, certo Tarcisio, dormivano tutti e due in una stanza e andavano a mangiare una volta al giorno al Foro Boario spendendo ognuno quando una lira e quando una e mezza, e cosí si tenevano in vita. Giovannino cerca-va disperatamente qualche incarico, qualche supplenza o qualche altro ufficio per poter uscire da quella difficile situazione. Il Carducci, che lo apprezzava e gli voleva bene, dietro richiesta di un supplente per il Ginnasio di Rimini, aveva proposto e raccomandato lui, ma non fu accettato. Aveva nemica la sorte! Tuttavia non voleva darsi per vinto, e scriveva al suo Severino (col quale era stato insieme nelle vacanze di Natale e gli aveva molto parlato dei casi suoi) motteggiando allegramente. Ecco la cartolina con bollo postale: Bologna, 8-1-78.

 

Al signor Severino Ferrari — studente all’Istituto Superiore di Firenze.

Caffè delle Belle Arti – dopo colazione.

 

Nella tua barba percotea fischiando

de’ miei lepidi motti arguto il vento;

a te negli occhiolini uscia tremando

un desio mesto d’aver peli al mento.

E c’era nel tuo cuor l’ondeggiamento

che avea ne’ giorni di sventura Orlando;

e ti frenavi (io lo vedeva) a stento

di correr presso un Figaro pel brando,

pel brando che rasojo è ancora detto.

Ma vedendo che forte io sghignazzava

ingollavi del Chianti e del Brachetto.

Ingollavi del Chianti, ed una varia

tinta nel tuo visetto palpitava,

e ogni istante correvi a prender aria.

Ed avei, penso, l’aria

con quel tuo ferrajuol grigio (non nero)

di crederti barbuto daddovero.

Gianni Schicchi

Mandami il giornale — la rivista — e scrivimi se c’è dunque modo di lavorare e guadagnare — e il come.

Via Pelacani 3039-40.

C’è poi una lettera senza data, ma certo scritta la notte nello stesso giorno della precedente cartolina, con calligrafia straordinariamente nervosa.

Mio unico amico. Torno a casa (è mezza notte o meno, non so) avvilito, ottenebrato, accecato. Non so dove batter più la mia povera testa. Ho discorso col Brilli qualche momento fa; egli m’ha detto che, dopo aver date in una buona occasione che gli si presentò le sue dimissioni in iscritto, e avermi raccomandato come suo successore, o supplente, egli era stato chiamato a conferenza: che l’Ungarelli l’aveva indotto (egli dice costretto) a rimanere nel suo posto e gli aveva diminuito le ore di lezione. Tu vedi che l’ultima delle speranze è sfumata. Che cosa devo fare? lo ho un altro mese di vita alimentare, ossia altri 80 franchi; e poi?... più nulla... Ora ho molto freddo alle mani, e non posso scrivere, e manifestarti degnamente la mia disperazione tetra e agghiacciata. Non vedo, non vedo in altra parte uno scampo. Il tuo giornale non basta, e tu non mi hai date speranze e assicurazioni sufficienti, ed io non ho quiete per poter lavorare sul serio. Di qui non solo non posso, ma neanche voglio muovermi, perché non voglio negarmi alcuna circostanza favorevole per impiegarmi o dar l’esame, o a meglio dire (ho freddo alle mani, e anche altrove, e non so quel che mi dico) non voglio che si possa poi una volta dire, ch’io non ho fatto di tutto, non voglio essere rimproverato da me stesso o da altri d’aver trascurato qualcosa: non voglio che la fortuna, o l’umanità possa trovare scuse.

Io non mi sono mai trovato in condizioni intellettuali, e volitive migliori di ora. Io ora vorrei e potrei fare se non avessi quest’orribile incertezza nell’avvenire, quest’orribile contemplazione del presente, quest’orribile paura del passato freddo prosaico che minaccia di rivivere. Come debbo fare? Quando t’avrò detto che io ho bisogno di consigli e conforti, posso pur dire che i medesimi mi gioveranno, o basteranno; posso dire che tu me li potrai dare, e convinto della loro efficacia? Non credo! non credo! Il mio povero fratello è anche più avvilito di me! noi siamo una famiglia disgraziata, e anche ingiustamente disgraziata: non abbiamo mai avuto quegli ajuti che a nessuno di mia conoscenza per quanto nato in basso e povero, che nemmeno a Brilli, il contrabbandiero, lo scritturale ferroviario, sono mancati. Ah! ch’io sarei contento d’avere quell’impieguccio di scritturale, ch’era tanto doloroso per lui! ah! ch’io sarei contento di raccogliere colla lingua le briciole della sua mensa! Eppure nulla!

Io non posso pensare, e lavorare. Sono paralizzato, e infreddolito.

Siamo vicini alla catastrofe. Non te ne meraviglierai, se tra non molto l’apprenderai questa catastrofe comica, d’un dramma che poteva essere ed è stato sovente applaudito.

Non ti affliggere e non ti scomodare. Mandami soltanto qualche consiglio, qualche conforto, qualche speranza, meglio qualche illusione. Addio.

Giovanni

 

Da questa lettera al suo Severino, unico depositario delle sue pene, dei suoi dolori e disinganni e sdegni, si può comprendere meglio che dalle mie parole, il suo profondo sconforto nel vedersi preclusa anche quella via di salvezza. La risposta di Severino non c’è nell’incartamento, come non ci sono altre lettere sue di quel tempo, ma certamente dovette scrivergli, e ciò si capisce da due righe aggiunte da Giovannino a una cartolina di Andrea Costa scritta a Severino da Bologna, e che ha il timbro del 14-2-78. Dicono: « Sono mezzo malato e compiutamente avvilito. Scriverò domani e posdomani. Intanto baci e abbracci. Addio. GIOVANNI. – Tu sei un angelo! ma l’inferno è chiuso agli angioli! »

Nel suo sconforto egli metteva sempre più la sua attività nella propaganda socialista. Ma essendo lui povero e avendo necessità di guadagnare per vivere e, sopra tutto, per poter riprendere gli studi per giungere alla sospirata laurea, tale sua attività non poteva essergli di raccomandazione presso persone contrarie o capi d’Istituti come il collegio Ungarelli e il Ginnasio di Rimini. Egli però non avrebbe mai e poi mai, per nessun motivo, rese schiave le sue belle idee di giustizia e di umanità.

Una sua poesia ardita e feroce contro gli sfruttatori e tiranni del popolo La morte del ricco vide la luce il 17 febbraio 1878 nel periodico riminese «Il Nettuno», di cui era direttore l’amico suo Francolini, preceduta da queste righe di presentazione: «Deroghiamo per questa volta alla nostra risoluzione di non dar ricetto nelle colonne del "Nettuno" a poesie, ben lieti di pubblicare oggi la seguente che forse può concorrere alla nostra propaganda rivoluzionaria, e del cui originale fummo favoriti dall’autore nostro amico. Ci perdoni egli l’arbitrio che ci prendiamo». La poesia io l’ho già inclusa in Poesie varie.

Altra cartolina scherzosa (20-1-78).

A Severino Ferrari detto Fefelin de’ codici. (Ti scrivo a rime obbligate.)

 

Questo donde ti scrivo alido — albergo —

(volgarmente caffè del – comunale) –

vedrà tra poco, oppur tra molto, il – tergo –,

Severin, del tuo piccol – Giovenale –.

Mentre la bocca di Lambrusco – aspergo –

col mio gentil cinedo (a) in – baccanale –,

io mi ricordo il tuo soave – gergo –:

(di fuor pugna a la nebbïa un – fanale –

uggioso), e, a me d’appresso, un – Cherubino

da le ciglia segnate col – carbone –

l’avvenir mi rammenta e il mio – Gigione – (b)

e te! non ch’egli sia un — Giovacchino —, (c)

ma per lui pure mi sobbalza il — cuore —

come quando sì leste andavan l’ — ore —

e aleggiava l’ — amore —

sopra le nostre fronti ardite e belle

e parlavam di gloria e di donzelle

siccome due sorelle:

terminando alla fin bene, e non male;

sono in bolletta: mandami il giornale.

Giov. Pascoli

(a) G. Lolli (b) T. Buggini (c) Pepoli. (La soprascritta la fa Chicot).

 

Il giorno dopo, 21-1-78, altra cartolina ancora al suo Severino, ma seria.

 

Caro Severino. Mandami il giornale famoso: dimmi se c’è modo di far nulla e di guadagnare. Brilli non mi può dare il suo posto Ungarellesco perché Ungarelli non s’accontenta. Dunque... bujo pesto. Soccorrimi co’ tuoi consigli, o per lo meno inoculami le tue illusioni. T’ho già scritto due volte: due sonetti: due delitti. T’amo. Dammi tue notizie. Saluti da tutti.                   GIOVANNI PASCOLI

Mio indirizzo: Via Pelacani N. 3039-40, 2° piano.

Dopo le sconsolate parole che Giovannino aggiunse alla cartolina del Costa il 14 febbraio, ecco ora una cartolina di tutt’altro tono al fratello (bollo postale, Bol. 24-2-78). [23]

Mio caro Fefelino. Forse non riceverai questa mia perché già in viaggio, o forse la riceverai nel momento in cui ti disponi a partire; ma se ciò non fosse, fa le valigie subito, lascia il bue Jacopone tra le sue laudi, lascia la tua vacca a mezzo il solco (vedi Annibal Caro), pianta la barba del Genga presso Barile, e corri, corri, corri...

Corri, minaccia i pascoli, e i penati

chi sa che cosa?

Dunque t’aspetto... Il Carducci non fa che domandar di te. Brilli è un disertore della nostra banda di zingari, e Belvederi è un récruteur officiale. Marcovigetto è un angioletto, e Battistini è un paffuto angiolotto. Frizzati mi soccorre efficacemente. Tutti ti salutano. Grandi cose si preparano. Vieni. Vieni subito. Addio.

Giov. PASCOLI

Io non posso con certezza dire il motivo di tanta allegrezza; ma suppongo che potesse essere, stante il bisogno ch’egli aveva di guadagnare qualche cosa, l’avere finalmente avuto una supplenza in quarta ginnasiale nel Ginnasio privato Guinizzelli invece del titolare prof. Gino Rocchi. Nel corso dello stesso anno scolastico 1877-78, egli sostituì in diverse classi temporaneamente altri professori del Ginnasio. Pare che quella supplenza avesse breve durata. Falino, per il vivo interessamento degli amici Battistini e Marcovigi, aveva già potuto avere l’impiego presso il Genio Civile in qualità di «aiutante», con lo stipendio mensile di un centinaio di lire. Non era un grande stipendio, ma l’importante era che fosse a posto e cominciasse la sua carriera.

Per più precise informazioni circa le altre supplenze, ecco ciò che dice il Masetti, che credo fosse il Segretario del Comune: « 25 gennaio 1915. Mi risulta che Giovanni Pascoli, con deliberazione di Giunta 8 marzo 1878, fu incaricato di sostituire nel Ginnasio Guinizzelli il prof. Spinelli rinunciatario, e nell’aprile la supplenza fu divisa fra il prof. Silvio Pieri ed il Pascoli, che vi rimasero fino al chiudersi dell’anno scolastico. Il Direttore Atti riferiva che il Carducci stesso gli aveva proposto per detto incarico il Pascoli, da lui tanto commendato per ingegno e coltura. Per il servizio prestato, il Pascoli fu compensato con L. 75,28 per il marzo e con 102,66 per ciascuno dei mesi di aprile, maggio, giugno, luglio e agosto, cosicché il Comune gli assegnò una retribuzione complessiva di L. 588,58. È da avvertire peraltro che per i mesi dall’aprile all’agosto il Pascoli, come divise la supplenza col Pieri, divise anche il compenso, e però egli avrà percepito solamente L. 331,93 ». [24]

In una cartolina scritta da Giovannino e dal Costa a Severino il 28-3-78, si dice: «Mandami subito, o indicami qualche lavoro importante sulla guerra Messeno-Spartana. Io ho ricominciato le mie lezioni regolarmente, e nessuno si lamenta. Tu... cave a pharisaeis. Gianni . . . Non seccarmi piú co’ tuoi burberi consigli . . . Quest’altro anno a Firenze!? » Come si vede, egli aveva l’idea di andare a Firenze. Era un po’ di tempo che aveva quell’aspirazione, e se avesse potuto realizzarla sarebbe stata un gran bene per lui. Non gli sembrava difficile il trovare da occuparsi o presso qualche editore, o presso la redazione di qualche giornale per poter guadagnare di che vivere, e intanto prepararsi per un esame (che credo non avesse dato alla fine del secondo anno universitario) e per l’esame di concorso al sussidio per compiere gli studi e laurearsi all’Istituto Superiore di quella città. Infatti, finito il primo mese di supplenza, egli non ne ebbe, e non ne accettò altre così subito; solo nel corso dell’anno, piú avanti, sostituì in diverse classi temporaneamente altri professori del Ginnasio. Le lire 75,28 della supplenza già fatta, sparirono presto e ben poco giovarono alle sue necessità. Ormai, da qualche mese, l’amministratore Ruffi non mandava piú né a lui né a Falino la solita mensilità (si vede che erano già avanti con la parte del capitaletto che poteva toccare a loro); aveva soltanto aperto per loro un piccolo credito, per una volta, presso un negoziante di Bologna, affinché potessero essere forniti degli abiti, delle scarpe e della biancheria di cui allora avevano bisogno. Questa cosa essi non l’avrebbero voluta, non la gradirono affatto, perché infine non riuscirono ad avere nulla di buono.

Il fatto è che Giovannino nella seconda metà di aprile era di nuovo in assoluta mancanza di soldi. Ne fa testimonianza la seguente cartolina di lui a Severino che ha nel bollo: Bologna, 24-1.-78.

 

Al signor Severino Ferrari – Via Santa Apollonia N. 7 – Firenze.

Carissimo.

Sono un mendico: eppure a me favella

la pietra miliare e il monumento,

eppur fra siepi polverose io sento

i gai versetti di miglior novella;

sono un mendico errante; eppur la bella

dama bianca m’adora, eppure io tento

strane ebbrezze di mare e firmamento

con lei fra guizzi di tramonti nella

terrazza dedalèa d’un tempio ignoto;

se conto i mercenari oboli e il pane

buscato io ceno e il dolce fior del loto.

E si pensa e si sogna e si rivede

il passato dei morti... Intanto il cane

sembra una sfinge che ci vegli al piede.

 

Ecco la nota della mia situazione morale e materiale. L’intellettuale non è classificata nel listino, perché l’intelletto è fallito! Io domani o posdomani ritorno in Romagna per prepararmi all’esame senza disturbi di creditori. Avevo fatto un appello ultimo di naufrago agli amici della mia giovinezza defunta perché mi ajutassero nel mio viaggio con un soccorso pecuniario... quantum mutatus ab illo... ebbene ho raccapezzato sette lire. Godo nel dirti che fra i contribuenti c’è stato Brilletto. Povero Brilli!... e lui, là! non l’avrei nemmeno cercato. Basta. Comincia l’autunno del cielo plumbeo nella mia vita, e la lima d’oro l’ho impegnata nel Monte per la necessità dell’esistenza. Sei avvisato. Se vuoi scrivermi (ed io avrei molto piacere di tenere un po’ di conferenza con te) scrivimi in Savignano per San Mauro di Romagna. E se tu avessi teco dei buoni libri che non ti bisognassero nel momento, e potessi prestarmeli... Oh! prestameli ché è l’ora decisiva questa per me. E tu sei ancora soldato. Oh se non lo fossi! Tuo SCHICCHI

 

Sicché il suo desiderio di andare a Firenze rimase inappagato. Forse Severino stesso, che stava facendo l’anno di volontariato, nel vederlo e parlargli nelle vacanze di Pasqua, lo persuase a non farsi illusioni sulla facilità, che non c’era, di poter trovare un lavoro secondo il suo gradimento. Andò invece a San Mauro e non so quanto vi si trattenne allora, certo non molti giorni non avendo che pochi libri di quelli che gli bisognavano (quelli del padre li aveva venduti quasi tutti il fratello Giuseppe). Il podere e la casa erano ancora nostri; per poco però, perché lo strumento di vendita era in corso. Allora la casa era abitata da Giuseppe e non so se, nei mesi di scuola, ci stesse anche la cognata, o se ne fosse affittata una parte. Giovannino era l’ultima volta che ritornava in casa sua, in quella tanto amata casina della mamma, e vi si fermava qualche ora di giorno, chiuso solo solo in quello studio, presso che vuoto, di suo padre, studiando e leggendo qualche libro che portava con sé, e meditando sulle fatali conseguenze dell’infame delitto. Per sfogare le sue pene e distrarsi un poco dai lugubri pensieri ogni tanto si faceva prestare da un amico un carrettino e un asinello, e guidando da sé andava a Bellaria a contemplare l’immensa distesa azzurra del mare. Nacque in quei giorni la poesia Romagna che si legge in Myricae. Allora era intitolata Epistola a Ridiverde (nome che egli dava a Severino) e aveva un principio diverso e molte variazioni c’erano anche lungo la poesia. Fu pubblicata la prima volta da Severino avanti l’80 nella «Cronaca Bizantina», ma Giovannino non riuscì mai a vederla. La notte andava a dormire in casa del buon Pugnégna. [25]

Aveva continuamente sul cuore, sia che fosse solo o in lieta compagnia di amici, l’incubo di non aver potuto e di non potere riuscire nella vendetta contro il vile, o i vili che gli avevano ucciso il padre e cagionata la rovina e la distruzione della famiglia. Col tempo però quell’acre desiderio di vendetta si trasformò in un sentimento molto nobile ed elevato, cioè nel proposito di rivendicare la santa memoria dell’infelice suo padre con l’opera e con la bontà. E a questo fine dedicò poi tutta la sua vita.

Leggo in uno dei suoi tanti Repertori (in cui annotava le sue ispirazioni, i suoi pensieri sociali, morali, politici, e sbozzava poemi e poesie, drammi e tragedie) questo pensiero rivolto al padre, che forse doveva essere un tema da sviluppare:

Nel camposanto. — Se mi fosse ora concessa la vendetta, non la vorrei, vorrei non volerla. Allora sì: ora dico: Prenditi in espiazione del tuo soffrire e del tuo morire, la mia vita, in tutto simile a una morte. Ma ora sii contento così. Non hai fatto male a nessuno, nemmeno a chi lo meritava, oh! quanto.

Questo però non vuol dire che egli avesse perdonato agli uccisori di suo padre. Era un perdono che non toccava a lui di concedere. Lo dice da sé in un altro Repertorio:

Dicono che io abbia perdonato. No: ho im[aginato] che egli abbia perdonato, l’ho im[aginato] perché era tanto buono e tanto mite nella sua fierezza. Ma se ciò sia vero o no, gli assassini bisognerà che vadano a chiederlo a lui, il quale non potrà rispondere in eterno. Rileggano... E che posso perdonare io quello che hanno fatto a lui? Lo cerchino, Io trovino, facciano ch’egli parli, che dica: perdono. Quanto a me, non posso perdonare se non il male che m’hanno fatto, che è tanto quello!

In un altro ancora dei suoi Repertori, c’è questo pensiero che sembra un ammaestramento:

Non perdonate mai a voi stessi il male che avete fatto. Così non lo farete più. Perdonate sì agli altri il male che è fatto a voi; ma badate: non quello fatto ad altri!

Partendo quella volta da San Mauro, portò via anche la cassetta che io conservo sempre) con le sue poche cose, e salutò definitivamente la sua casina, dove aveva trascorso l’infanzia tanto felice e dove poi aveva sofferto i più atroci dolori. «Io, la mia patria or è dove si vive; – gli altri son poco lungi: in cimitero... » disse appunto in Romagna.

ANDREA COSTA E ALCUNI EPISODI DI GIOVANNINO MILITANTE NEL SOCIALISMO - SCRITTI DI QUESTO TEMPO (1876-1878)

Il Costa e Giovannino si conobbero personalmente sul finire del 1876 nella trattoria del Foro Boario. I loro ideali di umana e sociale giustizia, il loro amore per tutto ciò che è bello e buono e la loro povertà li legarono subito in amicizia. Il primo aveva allora 25 anni, essendo nato nel 1851, ed era da parecchio tempo un sostenitore, un capo, un esponente del partito socialista; si era già veduto molte volte perseguitato dalla polizia e aveva già sofferto il carcere. L’altro, più giovane, non era ancora nella lotta, ma aveva già esperimentata crudelmente l’ingiustizia umana e sociale, sì da essere pronto ad affrontare qualunque prova per il trionfo del grande ideale socialista.

Ho già detto dell’aiuto che Giovannino prestò all’amico in una sua fuga da Bologna per sottrarsi alle ricerche della polizia; ci voleva sopra tutto del coraggio per quella bisogna, e a lui il coraggio non mancava davvero!

Quando tutti e due si trovavano a Bologna, andavano molto spesso a passeggiare insieme conversando, più che di questioni sociali e politiche, di letteratura, di poesia e di poeti. Erano discorsi in cui il Costa si dilettava molto. Egli non aveva potuto fare gli studi regolarmente, ma ne era appassionato e si era procurata una assai buona e vasta cultura. Aveva anche assistito a lezioni del Carducci, come uditore, avanti che Giovannino entrasse all’Università. Il Maestro lo amava... Ricordo qui qualcosa delle brevi parole che Giovannino pronunziò all’Università davanti agli alunni il giorno dopo la morte del Costa, avvenuta il 19 gennaio 1910: «Salutiamo il nostro compagno di scuola. Fu qui nella sua prima gioventù, biondo e roseo. Non aveva avuto danaro assai per fare i suoi studi: non poteva essere iscritto. Era soltanto uditore; ma udiva Giosue Carducci... » [26]

Non so di che pensiero fosse il Costa in quanto a religione, e nemmeno so se nella sua infanzia e adolescenza avesse avuto l’educazione religiosa cattolica come aveva avuto Giovannino, che non si cancellò mai dal suo cuore (e si veda La messa d’oro) sebbene in quegli anni gli si fosse ottenebrata e turbata. Mio fratello però diceva del Costa che era un mistico, che si commoveva alle sacre funzioni; e raccontava che quando insieme passavano presso qualche chiesa da cui usciva velato il suono dell’organo, tutti e due entravano per udire bene, e si inebriavano l’anima di quel divino suono e del coro solenne dei cantori.

Dal 1878 in poi i due amici non si rividero più. Avrebbero potuto rivedersi, dopo molti e molti anni, una volta a Roma, dove il Costa credo che fosse per ragioni elettorali, e Giovannino forse per una conferenza; ma avendo qualcuno chiesto al Costa se desiderava andare a salutare il Pascoli che si trovava in quel giorno a Roma, egli rispose: «No, non lo disturbiamo, lasciamolo stare». Certamente dovette rifiutarsi per il delicato timore di potergli recar del danno. Così almeno interpretò Giovannino quando lo seppe.

 

La vita militante di Giovannino nel socialismo cominciò nel 1877. Teneva e presiedeva riunioni e comizi non solo a Bologna, ma anche in talune città di Romagna, dove era accolto e ospitato dai compagni di fede ai quali era raccomandato da quelli di Bologna, che, naturalmente, gli pagavano il viaggio. Un comizio lo tenne a Forlì. La polizia, avendo saputo che nella tal sera alla tale ora doveva esserci un comizio, si era messa in movimento prima ancora del tempo fissato: perlustrava in qua e in là la città specialmente nella parte in cui era la sede dei socialisti. Ma questi, accortisi di quell’insolito viavai di pattuglie, si accordarono di riunirsi in una casa nella parte della città opposta a quella sede. A tarda sera, all’ora stabilita, Giovannino e l’amico suo avv. Rito Balducci si avviarono per quella parte. Ogni tanto passavano delle pattuglie che li osservavano; ma essi facevano vista di non vederle e seguitavano la loro strada indifferenti parlando del più e del meno. A mi tratto però furono circondati e fu loro intimato l’alt. Essi si fermarono. Fu loro chiesto dove andavano a quell’ora cosí tarda. Risposero: «A passeggio», senza per nulla scomporsi. Le guardie li guardarono, fecero l’atto di ridere e, forse immaginando che andassero in giro per qualche avventura amorosa, li lasciarono andare dicendo: «Vadano, vadano». Per fortuna! diceva mio fratello, che se li avessero perquisiti, egli aveva in tasca gli appunti di ciò che doveva dire, e sarebbero stati tutti e due portati in Questura e arrestati. Non ci furono altri incidenti e il comizio poté svolgersi tranquillamente.

Un altro lo tenne a Cesena dove aveva molti conoscenti e amici, sopra tutti carissimo Pio Battistini, che gli fu largo di ospitalità e di cortesie. Il comizio fu tenuto in un’atmosfera serena, e non ci fu nessuno, né fuori né dentro il locale, che lo disturbasse.

Ma era a Bologna che più egli aveva da fare, sia per la composizione dei giornali sia per tenere comizi e per presiedere riunioni. Io però mi limito a ricordare soltanto due di queste riunioni: la prima delle due presieduta da lui fu nell’imminenza della visita a Bologna dei nuovi sovrani Umberto e Margherita, avvenuta sui primi di novembre del 1878. Gli animi di molti socialisti erano fortemente agitati e mal disposti, sì che egli cercò subito di calmarli e di persuaderli che non c’era nessun motivo di agitarsi per una visita che non aveva nulla a che vedere con loro. Li consigliò a star quieti, a non fare dimostrazioni ostili e a non provocare in nessun modo disordini e rappresaglie tra la popolazione. Queste in sostanza le cose ch’egli mi disse d’aver detto in quelle adunanze, e forse non furono vane. Perché la visita fu accolta da tutta Bologna con entusiasmo e nessun brutto incidente la turbò all’infuori del freddo e della pessima stagione. I sovrani si trattennero qualche giorno, ricevendo nel frattempo i capi e le personalità della città, tra cui il Carducci.

Nello stesso mese di novembre 1878, quando, pochissimi giorni dopo la partenza dei sovrani, giunse a Bologna la notizia dell’attentato del cuoco Passanante contro il re Umberto a Napoli, fu tenuta l’altra riunione dei socialisti presieduta da Giovannino. Mentre egli stava per cominciare a parlare, da un folto gruppo che si era messo dietro le spalle gli fu passato un foglio scritto, dicendogli di leggere forte. Lesse; e appena letto stracciò il foglio e lo gettò a pezzi in terra con disprezzo e disgusto. Si trattava di una poesiaccia che esaltava l’azione del Passanante, e terminava con la... sublime idea di fare « col berretto del cuoco una bandiera ». Molti applaudirono, alcuni gli chiesero perché l’aveva stracciata; ed egli: «Perché? perché non si deve uccidere; la vita è sacra, a chiunque appartenga, e deve essere sempre rispettata da tutti». Biasimò l’atto insano del Passanante che non poteva considerarsi che un pazzoide o un pazzo a dirittura. Indi lasciò che parlassero gli altri.

Non posso tenermi dal rilevare un errore grossolano, di fatto e di psicologia, in cui sono incorsi molti critici (che in articoli d giornali e anche in volumi si sono sbizzarriti intorno alla vita di Giovannino, racimolando qua e là, da questo e da quello, notizie episodi e aneddoti, senza menomamente curarsi se fossero veri o almeno ne avessero la parvenza) con accogliere sempre come vera una versione di G. B. Lolli, segretario dell’Associazione socialista di Bologna, che travisava in modo inverosimile la storia di que versi che plaudivano all’attentato di Passanante. Nientemeno egli li attribuiva a Giovannino stesso, e diceva che li aveva improvvisati e letti e poi li aveva stracciati, oscurandosi in viso essendogi venuto in mente il padre morto ucciso! Per ingannarsi così, bisgonava che il Lolli non conoscesse affatto l’anima, la mente e il cuore di Giovannino, che non si fosse accorto che il foglio contenente quella bruttura gli era stato passato da coloro che gli erano dietro le spalle, che infine fosse del tutto digiuno di poesia. Queste tre cose possono servire a scusare il Lolli; ma non i critici che, essendo a conoscenza dell’opera di Giovannino, avrebbero subito dovuto almeno intuire che quella versione non poteva reggersi: ammesso pure che ignorassero che egli non leggeva, o non di diceva, mai, neanche allora, poesie sue avanti il pubblico, non è però possibile ammettere che egli potesse scrivere dei versi in lode di un attentato contro una vita umana, dimenticandosi il crudele delitto che lo privò del padre! Egli mi diceva, raccontandomi di quella riunione, che l’autore di quei miserabili versi poteva essere un tal De Maria poetastro d’occasione (non si curò mai di accertarsene che a volte interveniva nel ritrovo serale carducciano facendo ridere coi suoi parti poetici. Ma basta di ciò.

Ecco un aneddotino quasi allegro. Un giorno gli fu recapitato un avviso, con l’indirizzo incompleto e sbagliato, col quale era invitato a presentarsi personalmente in Questura. Egli non avendo mai avuto a che fare né coi carabinieri né con la Questura, stette un poco a pensare che cosa potessero volere da lui; ma poi andò. Giunto all’ingresso, presentò la carta dell’avviso e fu introdotto. Il questore (o chi altro in sua vece) disse: «Ah bene! è lei il signor Pasquali?» «Io sono Giovanni Pascoli». «Come! non è forse impiegato del Comune?» «Sono studente all’Università». «Però è bolognese». «No: sono di San Mauro di Romagna». «È uno sbaglio di persona! Scusi tanto. Vada pure».

Mentre avveniva questo interrogatorio (era più lungo, ma io non lo ricordo tutto) egli vedeva a un altro tavolo un agente che scriveva; e quando uscì vide da una parte e dall’altra della porta altri agenti che al suo apparire si immobilizzarono, e lo squadrarono da cima a fondo. Ma egli, sebbene tutto gli sembrasse un po’ strano, non pensò nulla che potesse nuocere a lui, e se ne andò convinto che la Questura avesse preso un bel granchio. Ritrovandosi poi la sera con gli amici, allegramente raccontò l’avventura. «Come» gli dissero «non ti sei accorto ch’era un tranello della Questura? non hai capito che essa voleva proprio te, per poter prendere i tuoi connotati e segnarti nel suo libro nero? Sta’ attento di non farti acciuffare!» Ma egli continuò come prima la sua strada, nonostante che, dopo quel giorno, si vedesse spesso pedinato da due guardie travestite, che egli qualificava con gioconda ironia «due angeli custodi ».

 

Di ritorno a Bologna da San Mauro, dove si era recato nell’aprile (come s’è visto nella cartolina di lui a Severino del 24-4-1878) per potersi preparare con più tranquillità a un esame – il che non gli fu possibile – egli riprese la sua solita vita di stenti e di tribolazioni. Ebbe, sì, alcune supplenze momentanee, per brevi assenze di professori, al Ginnasio Guinizzelli, ma il sollievo del tenue compenso di esse durava poco, e tornavano le dure giornate della fame che gli suggerivano il tetro pensiero di farla finita con un’esistenza cosí dolorosa, grama, avvilente. A distorlo dal tetro pensiero, c’era «la voce» della sua mamma ch’egli sentiva sempre nei momenti piú gravi e più prossimi alla disperazione.

Col suo impiego al Genio civile, Falino percepiva ancora (essendo da poco tempo assunto) lo stipendio di 100 lire mensili, che non del tutto arrivavano a coprire le spese del suo vitto e dell’alloggio; ma se anche lo stipendio fosse stato piú alto, come in seguito fu, Giovannino, da quel vero socialista che era, non intendeva affatto che il fratello sacrificasse per lui la parte del frutto del suo lavoro. Era pago di essersi adoperato presso gli amici per fargli avere il posto che gli assicurava il pane quotidiano. Con lui andava a mangiare soltanto quando faceva qualche piccola riscossione, o per brevi supplenze o per articoli che scriveva per qualche giornale, potendo pagare da sé il suo conto; ma quando non aveva più mezzi, non si faceva trovare alla trattoria nell’ora solita.

Più però che per la fame, si sentiva struggere e si disperava per l’impossibilità. che ogni giorno più gli sembrava aumentare, di potere arrivare a raggiungere una meta qualsiasi che lo togliesse a quella vita nulla, e lo mettesse in grado di lavorare. Era pieno di buona volontà, aveva nella mente tante belle idee di lavori seri e tante ispirazioni poetiche; e non poteva far niente! Degli articoli che scriveva in quei tempi per i giornali, ne restano due di critica feroce, tra le sue vecchie carte, nella prima sbozzatura non del tutto bene decifrabile. Certo egli nel ricopiarli per la stampa (credo che fossero destinati alla «Gazzetta dell’Emilia») avrebbe molto adoperato la lima.

I due articoli abbozzati sono: Leopoldo Bersani pittore-scultore e A proposito di un articolo della Patria. [27] Restano anche, fra le sgualcite carte rimaste in quei tre anni 1877-79 (anni tribolati), varie poesie. La maggior parte di tali versi io scelsi già e inclusi in Poesie varie; queste che qui ricordo, le lasciai indietro perché più difficili a decifrarsi. Sembra che egli abbia avuto qualche volta il pensiero di correggerle e di riunirle, ma non ne fece mai niente. Ci sono in un foglio tre titoli che forse dovevano essere, a scelta, per la raccoltina: Voci del passato, oppure Voci crepuscolari, oppure Foglie gialle – Poesie di G. Pascoli; e, sotto, una specie di Prefazione, che può già dirsi preludere a scritti futuri.

 

Tutte le poesie hanno un legame fra loro. È l’enfant du siècle che è perduto nella notte dei secoli. Sente voci strane e terribili, e ad ora ad ora una melodia di lire eolie e di leuti. Tutto gli si vivifica attorno ...: egli è oppresso da tanta vitalità esteriore, e si lascia trascinare, e travolgere fuori del presente ... La poesia che ne esce è perciò soggettiva; ma l’oggettivo per lo piú prende il sopravvento. Il poeta non afferma, non scuopre, non prova nulla. Egli rende una sensazione che egli ha subìto come l’ha subìta: è la malattia dell’astrazione che è comune ai poeti primitivi... Quello ch’egli v’ha veduto, quello ch’egli v’ha pianto, quello ch’egli v’ha gioito lo ridice tristamente ai lettori della meschina poesia soggettiva odierna. Soggettiva? Stecchetti? ma quali impressioni veramente poetiche può aver provato un meschino borghesuccio perduto nella meschina società, frivola, sciocca, frolla, senza varietà, senza emozioni?

Quanto alle poesie, dieci sono quelle che hanno per titolo Ciclo lirico (tre furono pubblicate in Poesie varie): sono scritte con carattere minutissimo sulla facciata di un mezzo foglio di quella carta grande ordinaria. La serie si chiude col sonettino sconsolato: «Carezzami col tuo raggio malato...». Accanto a questo c’è schizzata una grande croce, e sotto, provato in parecchi modi, l’epitaffio che faceva a se stesso:

Heic jacet infelix qui mortem morte mutavit:

abstineas lacrymis, sit mihi terra levis.

Era proprio in un periodo di scoramento anche spirituale; la consolatrice luce della fede tentava di eclissarsi sotto l’abbandono in cui sentiva di essere. [28]

Seguono altre poesie sparse qua e là nelle sue carte: Ritornello; Un vecchio suona il flauto...; Due lacrime di Bacco; Va l’ombra...; Detriti; Tiberio poppante (si veda poi il Tiberio dei Conviviali) ; alcune Epistole anche a Ridiverde (il Ferrari) ; La canonica; Jole...

Le quattro fanciulle – Lenora, Maria, Jessy e Iole – nominate e piante da Giovannino in alcune delle su riferite poesie, sono creazioni della sua fantasia. [29] Con esse, forse, doveva riempire un poco il vuoto che circondava la sua esistenza e soddisfare in certo modo il suo bisogno di amare e di essere amato. Non si era ancora messo nella strada della vera poesia, che pur vedeva chiaramente, e di cui aveva, anche in quegli anni disastrosi, tante belle ispirazioni, per poesie e poemi basati sulla verità. Ne fanno fede gli innumerevoli elenchi che si leggono in quelle sue antiche carte. Ecco alcuni titoli: Il frutto proibito; A Gesú Cristo; Tigri ed Eufrate; Giobbe; A Troja; Ad Itaca; Lungo l’Egeo; Capri; Dei indigetes; Gli zingari; A Bologna; Ai morti del Medioevo; Morte di Pan; I capi gialli; Roma in fuoco; Invocazione; Mattino a Firenze; La morte di Adone e altri. Ma non poteva, non poteva lavorare seriamente e serenamente nello stato in cui si trovava.

Delle poesie di questo tempo, egli ricordava soltanto quella Nel bosco perché era stata musicata dal maestro Leoncavallo, il quale frequentava con gli altri amici suoi il ritrovo carducciano. La musica melodiosa e sentimentale gli era rimasta nell’orecchio e talvolta con la sua dolce voce la cantarellava sommessamente unita alle parole di qualche strofa. Un giorno, io curiosa gli domandai chi era quella Iole di cui era stato innamorato; egli mi rispose sorridendo che era un «nome», un nome che allora gli piaceva: aveva personificato un nome!

Ci sono pure, in quelle sue consunte e dimenticate carte, sbozzature di poesie per nozze, principi di commedie, e pensieri sparsi qua e là; ma ormai credo che bastino le cose già riferite per far conoscere ciò che usciva da quella povera penna nel tempo che egli si dibatteva in mezzo alla disperazione e alla fame. [30]

IN CARCERE (1879)

Nei primi mesi del 1879 furono arrestati molti capi del partito socialista internazionale dell’Emilia e della Romagna in conseguenza di dimostrazioni sovversive avvenute contro la condanna a vita del cuoco Passanante. Non so quanto tempo dopo ne seguisse il processo, ma so che fu un processo di non breve durata per il numero considerevole degli imputati. Giovannino fu sempre presente a tutte le sedute del Tribunale non perdendo una parola degli interrogatorii, dei testimoni e degli avvocati. Era indignato di veder nella gabbia come delinquenti dei galantuomini non d’altro rei che di avere delle idee proprie, delle aspirazioni al bene comune. Era un processo che interessava molto il pubblico, e l’aula del dibattimento era sempre gremita. Quando ci fu la sentenza, e Giovannino si era fatto il concetto che potesse essere di assoluzione, sentendo invece che era di condanna per tutti, egli non poté contenersi dal protestare gridando: «Se questi sono i malfattori, evviva i malfattori!» Ma la sua voce si perse tra il clamore assordante della folla e non fu udita. Poi in fretta uscì dal tribunale per vedere i condannati prima che partisse il carrozzone che doveva ricondurli al carcere e dir loro parole di conforto e d’incoraggiamento. Ma i condannati furono fatti uscire da un’altra parte, e quando arrivò lui il carrozzone era già partito. Allora, via a gambe con un giovane che ben conosceva, il conte Ugo Corradini di Ravenna, per giungere alle carceri prima che arrivassero loro. Anche là non fecero in tempo: il portone del carcere era stato già richiuso dietro il carrozzone col suo carico umano. Ebbe un gran dispiacere per non aver potuto nemmeno rivederli e salutarli. Fuori del portone c’era un gruppo di dimostranti che protestavano, urlando, contro la sentenza e i giudici. Egli si fermò qualche minuto lì, e poi triste e solo prese la via del ritorno. Mentre camminava immerso nei suoi pensieri, udì dei passi a breve distanza dietro di lui. Si volse e vide una pattuglia di carabinieri che avevano in mezzo Ugo Corradini. Ritornò sui suoi passi, e domandò al maresciallo perché arrestavano quel giovane che da pochi giorni era a Bologna, e che cosa aveva fatto di male. «Niente» gli rispose il maresciallo. «L’abbiamo fermato per prudenza. Se vuole accertarsene meglio, venga anche lei con noi». Andò con loro tranquillamente. Giunti alla Caserma, li fecero aspettare un poco, indi furono dichiarati in arresto e inviati alle carceri di San Giovanni in Monte, ove furono perquisiti, separati e rinchiusi in due cameroni distanti l’uno dall’altro. In quello del povero Giovannino c’erano parecchi altri detenuti in attesa di giudizio: imputati di delitti volgari, di omicidio, di tentato omicidio, estorsione, furto ecc.; gente rozza, facce tetre, occhi truci, un insieme da far paura. In che sinistra compagnia l’avevano messo!

Il 9 settembre 1879, due giorni dopo l’arresto, nelle carceri suddette egli fu interrogato dal giudice istruttore, avv. Giovanni Vitali, e dietro richiesta del giudice narrò i fatti che causarono il suo arresto, così: «Domenica ultima scorsa, io e Corradini Ugo stavamo attendendo davanti al Palazzo di Giustizia che sortissero i condannati per titolo d’internazionali, per vederli; ma quando si seppe che per altra via erano stati ricondotti alle carceri, vedendo un gruppo di venticinque o trenta persone che si dirigevano verso le carceri stesse di San Giovanni in Monte, ci avviammo dietro a loro e così si giunse nella strada ove è l’ingresso alle carceri; cam-min facendo io e il Corradini ci eravamo divisi. [31]

Quando fui in detto luogo, sentii che da talune di quelle persone, che secondo me erano convenute all’unico scopo di vedere i condannati, si proferivano delle grida, fra le quali: "Abbasso il Sommo", anzi il "Gran Sacerdote, abbasso i tiranni; non sono malfattori". Sebbene io non proferissi parola, pure fui invitato a seguire i RR. Carabinieri, ed ecco come. Vidi che il maresciallo stava parlando con Corradini Ugo che era a qualche distanza; mi accostai per salutare il Corradini, e allora il maresciallo mi disse gentilmente che lo accompagnassi anch’io, ed io, non immaginandomi che si trattasse d’arresto, lo seguii in caserma, ove poi lo stesso maresciallo, dopo avermi detto che attendeva delle informazioni della Questura, mi notificò l’arresto ».

Inoltre spiega la natura di quello strano grido di: «Abbasso il Gran Sacerdote» con queste parole: «A mio avviso, le grida di "Abbasso il Gran Sacerdote" si riferivano a quel delegato di Pubblica Sicurezza d’Imola, al quale il professor Ceneri nella sua difesa aveva attribuito un tale appellativo». E poiché il giudice mostrava di credere che fosse stata una dimostrazione preordinata, egli soggiunse: «Credo che a quanto avvenne non possa darsi un tal nome, perché non si sentirono che due o tre voci, al più accompagnate da semi-dimostrazioni di approvazione da parte di alcuni altri». Poi, certo interrogato a qual partito apparteneva, dichiarò: «Non appartengo ad alcun partito politico. Le mie idee individuali sono piuttosto socialiste», e aggiunse: «Le mie idee mi (inducono ad appartenere a quella parte di socialisti che desiderano il miglioramento della società senza pervertimento dell’ordine, e ad ammirare la generosità di chi si sacrifica per studiare il mezzo di raggiungere tale miglioramento». Disse la pura verità, come sempre, con tutti. L’accusa che gli si faceva era di grida sovversive e di oltraggio ai RR. Carabinieri. Cose assolutamente false. Furono le informazioni arbitrarie della Questura che lo fecero dichiarare in arresto. Essa l’aveva messo nel suo libro nero quel giorno che l’aveva chiamato in ufficio con un tranello, e ne aveva preso le generalità e i connotati.

Intanto egli si trovava in carcere, in un lurido stanzone privo della più elementare decenza, a soffrire atrocemente nello spirito e nel corpo. Non aveva modo di distrarsi un poco: non aveva carta per scrivere ciò che gli si affollava nella mente – una volta sola al mese poteva avere, come gli altri carcerati, un foglio da lettere – non poteva nemmeno fumare perché gli mancavano i soldi per acquistare qualche sigaro. I suoi giorni erano tristi; più tristi ancora erano le sere con lo stridere del catenaccio che gli agghiacciava il cuore; spasimanti, angosciose, insonni, eterne le notti... sul tavolaccio.

I detenuti avevano ognuno al proprio nome un libretto in cui veniva segnato il denaro che la famiglia o gli amici lasciavano per loro al custode, e al mattino, quando il carceriere entrava per la solita visita nel camerone, portava a tutti i libretti perché chiedessero quello che volevano in quel giorno in più del rancio, nei limiti consentiti. Chi chiedeva del pane, chi un pezzetto di formaggio, chi un quartuccio di vino, chi qualche frutto, chi un sigaro e chi altre piccolezze. All’ora del rancio il carceriere portava anche tutto ciò che avevano chiesto, e in quel momento essi si sentivano alquanto consolati. Ma per Giovannino non c’era che il rancio; nel suo libretto non c’era segnato nulla! Per alcuni giorni continuò a guardare il libretto, poi vedendo che si manteneva sempre bianco disse al carceriere di non portarglielo più.

Nel camerone erano vietati i fiammiferi, sicché, mi raccontò Giovannino, quelli che volevano fumare s’ingegnavano a supplire a quella mancanza, con provocare delle scintille sfregando qualcosa di solido sul tavolaccio. A quelle scintille accostavano lestamente o un ritaglio di carta o una quarta parte, per il lungo, di un fiammifero usato di legno, e così riuscivano ad accendere il sigaro. Per lui era un po’ di passatempo l’assistere all’ingegnosa fabbricazione di tali accendisigari! Un altro suo passatempo era di stare a vedere coloro che s’industriavano a fare dei lavoretti, come sogliono farsi nelle carceri.

Ricordava di aver riconosciuto, tra i detenuti, il vetturino che aveva trafugato Andrea Costa quella notte che egli ebbe ad accompagnarlo al barroccino. Era un certo Drudi di Imola, taciturno e cupo, imputato o di omicidio o di tentato omicidio. Seppe poi che il Drudi, al processo, era stato assolto. Ricordava anche un vecchio dal capo tutto bianco, che se ne stava quasi sempre seduto in terra col viso tra le mani, pensoso e silenzioso, accusato di omicidio; e un altro vecchio ancora, che non stava mai fermo e andava in su e in giù guardandosi attorno, quasi temesse di essere osservato, e lesto lesto si pigliava il fazzoletto da una tasca e lo metteva nell’altra: era accusato di furto. A Giovannino sembrava un cleptomane, che tanto per non stare nell’ozio rubava a se stesso. La maggior parte però di quei detenuti era molto loquace e irrequieta; si teneva in relazione con gli altri cameroni urlando così che col loro gran baccano attiravano i rimbrotti del guardiano. Avevano il loro gergo, ed egli non sempre lo capiva, mentre capiva bene ciò che volevano dire dagli altri cameroni, quando urlavano: «Pascoli, sta attento al boia!» Boia significava «spia». Ma egli non parlava mai di sé né dei casi suoi, sebbene non avesse nulla da nascondere.

I giorni in cui aveva qualche libro da leggere, di letteratura classica o di storia, gli passavano discretamente. I libri, a quando a quando, glieli portavano o mandavano il fratello o l’amico Severino. Egli s’immergeva nella lettura e la sua mente intanto si trovava fuori della triste realtà. Ma aveva tanto freddo, poverino! L’inverno fu precoce quell’anno e rigidissimo, tanto che il gelo danneggiò assai la pineta di Ravenna. Egli era stato arrestato per la strada, con gli abiti estivi, e così rimase quasi sempre senza potersi mai riscaldare, né giorno né notte. Persino quegli uomini rozzi, che erano con lui, ne avevano compassione e la notte, perché potesse riposare e sentire un po’ di caldo, gli mettevano sopra le loro giacche. Oh! ma non riposava; non era solo il freddo a tenerlo desto, ma anche e più il pensiero delle ingiustizie già sofferte e di quelle che potevano attenderlo ancora.

 

Una notte dalle lunghe ore

(nel carcere!), che all’improvviso

dissi — Avresti molto dolore,

tu se non t’avessero ucciso,

ora, o babbo! — che il mio pensiero,

dal carcere, con un lamento,

vide il babbo nel cimitero,

le pie sorelline in convento:

e che agli uomini, la mia vita

volevo lasciargliela lì...

risentii la voce smarrita

che disse in un soffio... Zvanî...

Fu anche quella volta la mamma che gli fece udire la sua dolce voce e lo salvò da quell’atto disperato: lo ricorda appunto La voce.

Noi, Ida e Maria, apprendemmo che egli era in carcere nel novembre o nel dicembre da una lettera del fratello Giuseppe, che diceva, in proposito, soltanto: «Giovannino è ancora in carcere». Fino allora non avevamo saputo niente da nessuno, e ne fummo dolorosamente impressionate, desolandoci e piangendo in segreto fra noi due. La lettera ci fu consegnata dalla Madre Badessa senza prima aprirla e pigliarne visione, di modo che era probabile che il convento ignorasse la cosa, e noi desideravamo che seguitasse a ignorarla. Però eravamo in gran pena e ci struggevamo non potendo nemmeno sapere che male avesse mai potuto fare, lui cosí buono, per essere in prigione. Perciò scrivemmo un bigliettino segretamente alla nostra zia Rita, pregandola di venire sollecitamente da noi, non facendo capire a nessuno che l’avevamo chiamata. Infatti venne subito. Appena la Madre Badessa ci lasciò sole con lei, come sempre soleva, demmo libero sfogo alle nostre lagrime e le dicemmo quello che ci aveva scritto Giuseppe, mettendo noi in tanto orgasmo e in tanta desolazione anche per non sapere il male che aveva fatto Giovannino per essere messo in carcere. E la zia amorosamente: « Andè là, andè là, burdeli, no pianzí! un ha fatt nient ad mal, e pouvrein: l’è par cal sciucchezzi dla puletica. No pianzè piò, prest a ven fòra, stasè tranqueli ». (Andate là, andate là, bambine, non piangete! non ha fatto niente di male il poverino: è per quelle sciocchezze della politica. Non piangete presto viene fuori, state tranquille.) Quelle parole ci confortarono molto, ma non poterono toglierci dalla mente il pensiero angoscioso che il nostro prediletto Giovannino si trovasse intanto, chi sa come, a soffrire.

Ecco una lettera di lui al caro Severino, l’unica, che io conosca, scritta dal carcere.

2-10bre-79, San Giovanni in Monte

Caro Severino, ti scrivo per ricordarmi a te e per ricordare a mio fratello, che tu vedrai, diverse commissioni che io gli diedi. Ho bisogno che mi porti il Curtius e i commenti. Brilli ha i commenti e Ugo Conti la grammatica. E poi voglio il Pezzi Storia e gramm. della lingua latina, libro che si trova nella mia cassa, e che è del prof. Rocchi, che saluterai tanto da parte mia. Inoltre vorrei una grammatica tedesca e il Faust di Göthe e un vocabolario tedesco manuale se si potesse. Se tu avessi, o qualcuno dei nostri amici comuni li avesse per te, faresti bene a mandarmi dei libri di Filologia. Ho intenzione col tempo di lavorare intorno a una grammatica di lingue classiche comparata e adatta ai ragazzi!!! E poi ho dato un’altra commissione a mio fratello — per te. Se vuoi una berretta rossa e grigio-perla, mandami la lana, 6 once per colore, anche meno. Io te la farò. Nell’aspettativa della grammatica, contentati d’una berretta. Ora nevica e il Natale è vicino.

Fiocca: è Dio che ci manda le tessere

pel Natale, e la memore strenna;

i tuoi doni son gelo, Dio! Mandaci

deh! piuttosto un’intera gehenna!

Noi venimmo tra’ cedri sonanti

ritessendo le gravi arpe d’or:

noi scuotemmo i turiboli innanti

alla maga corvina d’Endor...

a un’altra volta: mi sono dimenticato il resto. Finisce cosí:

Là nei monti biancheggia la tenue

stella alpina, sul casto ghiacciajo;

ancor là, tra’ castagni e le roveri,

arde il fuoco del pio carbonajo:

e là, presso una bianca casetta,

dal molino strosciante, lassú,

dorme in pace una pia giovinetta

ch’amai tanto, ch’or amo anche priù:

ed è morta. Ah! la neve ricordami

lassú il mite d’odor biancospino;

ah! il rovajo m’innova all’orecchio

quel lontano strosciar di molino.

Romba scroscia con lungo lamento!

L’alba spina è già secca, crudel!

Fiocca, gela, il cor trema, urla il vento.

Qua il cavallo, Ariel, Ariel!

Bujo pesto. Ti farò un po’ di chiaro: prima di queste strofe, c’è quanto segue:

Manda gli angioli, o Dio, che risparmino

queste nostre ribelli pianure,

che le ceste sui monti rovescino

sopra i boschi dall’ombre alte e pure.

Qua, non vedan tra l’ardue ferriate,

il mio viso cui l’odio imbiancò,

gli occhi miei, già sospiro di fate,

ch’ora accennano torvi — no — no. [32]

Addio. Tanti baci a Salveraglio e a Bagli e a Faggioli e agli amici tutti e a mio fratello. [33] Vieni presto a colloquio con lui. Mandami la lana.

Ho le mani intirizzite, che freddo! Brrrr.

I miei rispetti al prof. Carducci.

Sono nella certezza d’aver lasciato addietro metà delle cose che ti volevo scrivere.

Giov. PASCOLI

Saluti a Brilli.

 

Dalla calligrafia, oltre modo sbandata, e dal disordine della lettera, si capisce che egli scriveva nervosamente e in gran fretta e con un gran freddo. Quante lagrime ho sempre pianto e piango nel rileggere questa lettera, pensando alle tante ingiustizie che gli uomini gli avevano fatto subire. C’era però in lui, anche in quel triste luogo, una gentile amica, che Dio giusto e previdente gli aveva concesso fin dalla nascita per conforto e assistenza nelle dolorose vicissitudini della vita: la divina poesia. Essa, nelle ore più gravi e più nere, insieme alla voce tremebonda della dolce madre che lo consigliava, gli faceva udire la sua che lo rincorava e ne distraeva la mente suggerendogli imagini e ispirazioni poetiche. Purtroppo egli non poteva scrivere nulla, non avendo carta, e le ispirazioni che si venivano accumulando nella sua mente, in essa restavano sepolte e abbandonate. Mi diceva che a volte, per non dimenticare una poesia o qualche verso, provava di scrivere in un angolo di un rustico tavolo, o tavolino, del camerone, ma che cancellava poi tutto perché non voleva che altri potesse leggere. Così era inutile che scrivesse.

Dalla lettera a Severino si capisce chiaramente che egli aveva già composta la poesia nella mente e che nello scriverla a un certo punto non ne ricordava più il seguito e passava alle ultime strofe, rammentandosi poi la parte dimenticata.

La berretta che pensava di fare per Severino (forse se n’era invogliato nel vedere altri detenuti in tale lavoro) non posso affermare né se la facesse né se non la facesse. Propendo però a credere di no, non avendola egli mai ricordata nei tanti racconti che mi fece della sua aspra e dolorosa prigionia; e nemmeno credo che gli fosse pervenuta la lana, stante l’approssimarsi della data del processo.

Due suoi cari amici, Raffaello Marcovigi e Gaspare Bagli, andarono in un giorno di quel gelido dicembre a trovarlo per fargli il loro augurio di essere presto prosciolto da ogni imputazione e rimesso in libertà. Essi poterono soltanto vederlo e parlargli per pochi minuti attraverso una doppia ferriata, presente sempre un carceriere.

Egli (come ebbe a narrarmi col tempo Marcovigi) era nervoso; forse PERSONALE essere cosí sorvegliato, e molto infreddolito; aveva intorno al collo, e un poco anche sulle spalle, qualcosa che poteva essere uno scialle, che ben poco doveva ripararlo dal rigore eccezionale del freddo; il viso e le mani avevano un colore paonazzo e, tratto tratto, gli passavano dei brividi che gli scuotevano tutta la persona. Ma negli occhi aveva il fuoco! L’impressione di Marcovigi fu di un leone nella gabbia.

Il mattino seguente (questo me lo raccontò Giovannino) il solito carceriere del camerone portava anche a lui il libretto per l’ordinazione. Egli non voleva prenderlo e nemmeno guardarlo, respingendolo quasi sdegnosamente. Ma dietro le insistenze del carceriere – che almeno lo guardasse – lo prese e l’aperse, e vi trovò segnate «dieci lire» che i due amici del giorno avanti avevano depositato per lui. Rimase sorpreso e commosso per l’amichevole pensiero e non se ne dimenticò mai. Suppongo che altre visite di altri amici egli abbia avuto nei lunghi mesi di detenzione, ma io non gli ho sentito ricordare che questa, forse rimastagli impressa per l’inaspettato dono.

 

Alcuni giorni prima dei processo Giovannino poté avere il cappotto (che aveva commissionato a Falino) per potersi presentare un po’ convenientemente alla seduta del Tribunale e per non dovere tremare dal freddo. Falino l’aveva acquistato in Piazzola (luogo dove si vendeva, a prezzo assai discreto, roba vecchia o usata, ripulita e rimessa in buono stato) e spese poco. Dal colore della stoffa fu poi dai due fratelli denominato «la volpe» e giovava all’uno e all’altro. Lo stesso Falino andò, insieme con Severino, dal Carducci a pregarlo di volersi recare a testimoniare in favore del suo scolaro; egli però non credé necessario intervenire di persona, ma mandò al Tribunale la sua testimonianza in iscritto dichiarando che «il Pascoli non aveva capacità a delinquere in relazione ai fatti denunciati». [34]

Il 22 dicembre Giovannino e Ugo Corradini furono condotti col carrozzone delle carceri, scortati dai carabinieri, al Palazzo di Giustizia per la discussione del processo. L’aula del Tribunale era affollata di popolo e di amici. Aperta la seduta, il Pubblico Ministero lesse l’atto di accusa che si faceva ai due giovani. Poi fu interrogato Giovannino, che ripeté ciò che aveva detto in istruttoria; così pure a sua volta il Corradini. I testimoni erano il maresciallo e i due carabinieri che li avevano arrestati. Interrogato il maresciallo che cosa facessero al momento dell’arresto, se emettevano grida di sedizione e di oltraggio contro i magistrati e i carabinieri, rispose che non facevano nulla, che non gridavano e non osteggiavano nessuno, che si avviavano a casa. Le stesse cose risposero i due carabinieri. Sicché il Pubblico Ministero fu costretto a ritirare le accuse, e il Tribunale non poté che assolverli con la formula più ampia, dichiarando non essersi fatto luogo a procedere contro di loro. Udita la sentenza di completa assoluzione, Giovannino scattò in piedi dicendo: «E allora perché... » ma il suo avvocato lo interruppe facendogli segno di sedersi e di tacere. Si sedé e tacque, a malincuore però, perché voleva sfogarsi un poco e dire: «E allora perché mi hanno arrestato e mi hanno tenuto tanto tempo in carcere?» Invero fu una grande ingiustizia, che l’assoluzione non servì a riparare.

Furono ricondotti a San Giovanni in Monte per certe formalità di scarcerazione che si dovevano compiere là, e nello stesso giorno furono rimessi in libertà. Prima di uscire dal carcere riebbero le cose che erano loro state sequestrate all’ingresso. A Giovannino furono anche restituite ben 20 lire e una poesia in dialetto bolognese che nel momento dell’arresto gli erano state sequestrate » [35]. Mi sembra che in quel «ben 20 lire» si mostri meraviglia che egli potesse possedere una tale somma; ma io dico che non c’è affatto da meravigliare, perché nei mesi estivi avanti l’arresto aveva fatto qualche guadagno dando lezioni private a ragazzi rimasti soccombenti in una o più materie al primo esame; una, tra l’altre, di greco a un giovinetto, Ugo Conti, molto intelligente, che fece poi bella carriera. Il suo libretto, che conteneva ancora alcune lire di quelle 10 depositate per lui dagli amici Marcovigi e Bagli, egli lo lasciò per gli altri detenuti.

Mi disse Giovannino d’essersi accorto durante il processo che c’era nei magistrati una buona voglia di poterlo condannare e che fu assolto per forza dietro la testimonianza dell’onesto e coscienzioso maresciallo, il quale però ci rimise la promozione per la quale era già maturo e a cui aveva diritto.

 

Note

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[1] [Come appare da altri passi, queste due «opere» ancora da compiere nel 1912 sono forse i Poemi del Risorgimento e la tranquilla sistemazione della sorella Maria.]

[2] [La lettera fu pubblicata da Maria nella «Nota preliminare» in Poemi del Risorgimento. Può interessare sapere che fra le carte di Castelvecchio restano due lettere di Ruggero Pascoli annunzianti alla cognata la nascita di due sue figlie: 4-I-62 e 22-X-63. Ci rimane anche una triste lettera della madre scritta, poco dopo la cacciata dalla Torre, a coloro che la mandavano via!]

[3] [Contro la voce corrente che Giovanni nascesse pochi minuti prima della mezzanotte fra i due anni, sta questa testimonianza paterna e l’atto di battesimo affermante che il cappellano don Tognacci « baptizavit infantem natum die transacto hora sexta cum dimidia... In quorum fidem Fridericus Ar. Balsimelli ».

La casa di San Mauro, che era di proprietà della madre, vide la nascita e i primi amni di Giovannino. A quella casa il Pascoli accennò piú volte, anche nelle poesie; e in parte essa è come allora. L’ingresso però non era dove è oggi, ma si entrava dal cancello (verde) e poi — dal giardino — in casa per quella che oggi è una delle entrate secondarie: la porta attuale fu aperta da Giacomo nel 1874, in occasione del suo matrimonio (v. pag. 47; e anche pag. 541). La facciata aveva al centro, nel piano superiore, invece dell’attuale finestra, una non grande apertura rotonda, come un oblò; non si sa se una terza finestra era anche fra le due del piano inferiore, dove ora è la porta. Anche dopo il 1874 furono fatte mutazioni: adesso, oltre ad avere tre finestre al piano superiore, la porta d’ingresso ha solo un gradino (forse per un rialzo stradale) men-tre prima ne aveva tre. Sul cancello «il verde ombrello -- della mimosa in fiore»; la casa si mostrava « tutta fiorita al muro — di rose rampicanti» e con « tanta cedrina»; fiori e alberi diversi erano in quel giardino (quanti ne ricorda nei versi di Casa mia!); in fondo, un pioppo «alto e slanciato» e spesso «chiassoso come un birichino» (veramente ce n’erano due; e un vecchio cedro). Ai ragazzi quello pareva un bosco; vi si imboscavano giocando alla guerra, con le spade fatte di lunghe foglie di giaggiolo e con le bacche di cipresso per proiettili (Mia madre; e Casa mia, prosa in Limpido rivo). Al lato estremo sinistro del giardino stava la piccola e allora piú rustica cappelletta della Madonna dell’Acqua (l’affresco della Madonna andò distrutto per la guerra). Nuove le costruzioni per l’Asilo e per i vecchi. Recente, pur se sul tipo antico, l’arredamento (compresa la culla). Anche il giardino fu sfigurato dalla guerra, ma in parte è stato ripristinato come era (v. anche pag. 671).

Dopo il 1862 la famiglia passò stabile alla Torre, nella tenuta Torlonia (Giovanni era a Urbino); e ritornò a San Mauro, dopo l’uccisione del padre, nel settembre del 1867 (v. pag. 22); ma per poco, perché dopo la morte della madre (dic. 1868) e del fratello Luigi (19 ottobre 1871) tutti si trasferirono a Rimini (autunno 1871). Giovanni era tornato da Urbino nell’estate di quell’anno, e frequentò la Il liceale a Rimini; e nel 1872-73 la III a Firenze. Nell’autunno del ’73 ancora una volta la famiglia torna alla casa di San Mauro, tranne le sorelline che la zia Rita porta con sé a Sogliano, in attesa di metterle nell’educandato presso il convento delle Agostiniane (ciò che avvenne nel marzo del 1874). Nell’ottobre del ’73 Giovannino partì per Bologna, studente universitario, vi dimorò quasi abitualmente, pur con ritorni saltuari — anche a Savignano — specialmente durante le vacanze (pag. 65).

Ma dopo la morte del fratello maggiore Giacomo (12 maggio ’76) cominciarono le divisioni dei beni tra i fratelli; nel 1880 si compì l’ultima divisione familiare e — distacco definitivo, onde Giovanni (e Maria) non vi rimise più piede (o solo una volta? pag. 541) — la casetta fu quell’anno venduta («per 4000 fu venduta temporibus illis la casetta dove nacqui» scrive al Caselli il 25 febbraio 1902, lamentandosi del prezzo richiesto per la casa di Castelvecchio; né il poeta ebbe vera risolutezza quando anni dopo pensò di ricomprarla: pag. 624..., 654..., 671...). Le sorelle in quel 1880 passarono dall’educandato nella casa della zia Rita, donde Giovanni verrà finalmente a riprenderle nel 1885, per portarle con sé a Massa.]

[4] [Come ho già accennato, resta una prima stesura delle Memorie sugli anni dalla nascita alla fine del Liceo: in tutto quattro pagine di un quaderno dalla copertina nera; stesura che pare di due tempi: 1902, 1912. Tre di quelle 4 pagine sono diventate nella stesura definitiva (che comprendeva anche gli scritti giovanili, ora invece trasferiti nel volume degli Scritti inediti e sparsi) quasi duecento. Non riporto quella redazione minore perché non dice nulla di nuovo.]

[5] [Forse a San Mauro frequentò una specie di asilo, tenuto da una cugina materna, Ancilla Scaldavi; a Savignano fece la 1a elementare col maestro Ireneo Pandolfi, lodato a lungo come calligrafo!]

[6] La Torre fu un altro luogo della fanciullezza di Giovanni, dove già prima del 1862 il padre lo conduceva coi fratelli nelle feste e nelle vacanze: poi divenne la dimora stabile dei Pascoli e lì nacquero gli ultimi figli di Ruggero: ma Giovanni allora era a Urbino. Accanto al grande palazzo principesco — a destra di chi guarda la facciata principale — era anche una chiesetta ottocentesca, rimasta intatta; e in continuazione di questa, sorgeva la casa di abitazione dei Pascoli (ma pare che dimorassero anche nel vero palazzo); davanti, un vasto parco, con grandi piante e aiuole di sempreverdi, e — fatto coi fiori — lo stemma dei Torlonia. Vicino, sul lato sinistro guardando il palazzo, e accanto alla strada, il magro Rio Salto, costeggiato da alti pioppi. La vasta imponente mole della Torre ha una facciata principale, ed una posteriore verso i campi, di fronte alla quale piú avanti piegavano i pioppi del Rio; entro il palazzo è una vastissima corte che ha, addossato alla parete principale, un porticato sporgente. Sulla destra di chi guarda il porticato stava la stalla dove era la cavalla storna. Due bei viali si protendevano dai due ingressi, verso i campi della tenuta: quello che parte dalla facciata principale sembra correre diritto verso l’azzurra visione di San Marino, che domina all’orizzonte. Alquanto piú lontano, e sul lato opposto del Rio Salto, scorre piò profondo, fra il verde e la sabbia, l’altro torrente, l’Uso (che il Pascoli scrive Luso) altro confine del mondo poetico giovanile del Pascoli (pag. 547). E qui, nei primissimi anni, vicino alla madre nelle meditanti serate estive, fermi insieme «a sentir cantare i grilli e a veder soffiare i lampi di caldo all’orizzonte», si schiudeva «la sua abitudine contemplativa, cioè, qual ch’ella sia, la sua attitudine poetica». Di lì, il 10 agosto 1867, partì il padre per non tornarvi piú (Un ricordo), lì nella stalla risuonò il nitrito accusatore della cavalla storna, e di lì la famiglia tutta (anche Giovannino) — povero nido di farlotti — se ne ritornò a San Mauro nel settembre dello stesso anno, Ora la Torre, scorporata, e venduta, è mutata di proprietà e va deperendo: si augurano provvedimenti che la rendano utile al Comune e alla popolazione.

[7] Gino Vendemini, Aegri Somnia, Forlì, Stab. Tip. Romagnolo, 1908.

[Il Vendemini fu garibaldino, uomo politico e deputato romagnolo; compose anche qualche lavoro storico.

Sul delitto dà qualche notizia poco nota Luigi R. Pedretti nel suo libro Vecchia Romagna, Bologna 1933: « Angiol ad (di) Zangal, morto parecchi anni or sono piú che ottantenne, ricordando a me ragazzetto certe vecchie cronache gatteesi, parlava della fiera di S. Lorenzo dell’anno 1867, e sosteneva di avere gli assassini di Ruggero Pascoli, dopo il compiuto delitto nelle vicinanze della Madonna del Pietrone sulla via Emilia, a mezza strada fra Savignano e San Giovanni in Compito, fatto ritorno a Gatteo per la via dei campi e nascoste le doppiette omicide nell’orto "ad Turtion" a sud delle mura castellane. Questo interessante particolare l’ho sempre tenuto presente nella memoria, dolente di non aver capito nel momento tutta l’importanza storica del fatto ».

Fra le carte di Castelvecchio Maria ha raccolto un grosso fascicolo di ritagli di giornali, di lettere dolorosamente e irosamente acri scambiate tra i familiari, in occasione della morte e dei solennissimi funerali tributati nel 1916 a colui che i Pascoli continuavano a ritenere mandante dell’uccisione paterna, e divenuto personaggio di grande autorità. Anche questi tardi ricordi di passione ci illuminano sul fermo e risentito clima di casa Pascoli (e forse anche sulla parte che Maria ebbe a conservarlo tale).]

[8] [L’uomo fu il buon « Pugnégna », un Ancidei, pag. 65, 66]

[9] [Bibbiana (la Bibiena) Raschi fu la affettuosa donna di casa presso i Pascoli. Se ne allontanò quando Giacomo prese moglie.]

[10] [In una rara Relazione sul Collegio di Urbino nell’anno scolastico 1870-71, Urbino Tipogr. del Metauro 11172, a pag. 49 si legge:

«Nota A. — I nomi dei bravi giovani delle Scuole Tecniche, dei Ginnasi e del Liceo che conseguirono i piú alti numeri, cioè da 9 a 10 nel voto complessivo del loro esame finale...

Scuola Tecnica - Corso di 1° anno... Pascoli Raffaele di S. Mauro di Romagna, convittore.

Liceo - 1° corso... Pascoli Giovanni di San Mauro di Romagna, convittore... »]

[11] [Col p. Cei il Pascoli si rivide a Roma nel luglio 1897, quando era Commissario al Nazareno. Ebbe da lui i ritratti che i fratelli gli avevano dato uscendo di collegio. E per il ritardo nella restituzione di questi ritratti ci fu uno scambio di lettere fra i due: quelle del Pascoli sono del 12 ottobre ’97 e 3 dic. ’99.

Il quaderno, importante per gli scritti giovanili del Pascoli, passò nelle mani del prof. Giuseppe Lesca; ciò dispiacque a Giovanni che, da Messina, dove era, insisté per la restituzione al Cei. Il Lesca ne trasse passi pubblicati poi nella Lettura del marzo 1913; e dovette restituirlo, ché il quaderno fu ritrovato fra le cose del p. Cei, e dato a Maria: si conserva oggi a Castelvecchio. Contiene i «Lavori scolastici del 5° anno di Ginnasio»: quattro scritti di italiano e storia di cui uno per la licenza ginnasiale; due componimenti poetici in italiano (Napoleone a Sant’Elena e l’Idillio: Ferruccio a Gavinana); due in latino (fra cui i versi Extrema Torquati dies); due traduzioni poetiche da Orazio; e la tragedia Bruto).

Prima, sempre a Urbino, aveva scritto (e stampato) Il pianto dei compagni (Urbino 1869) in morte del compagno dell’Aquilone Pirro Viviani, e Come studiò Raffaello (Fossombrone 1870).

Tutti questi scritti sono pubblicati nel volume ultimo delle Opere di G. PASCOLI, Scritti inediti e sparsi, a c. di A. VICINELLI, ediz. Mondadori, che qui per comodità si cita anche Scritti inediti o Scritti sparsi.]

[12] Questi fascicoletti erano rimasti, tra altre carte manoscritte posteriori a quel tempo, presso la signora Ottavia Ferrari Bruni, sorella dell’amico diletto di Giovannino, Severino Ferrari. Alla buona signora, egli, negli anni tribolati della sua vita studentesca a Bologna, non avendo dove lasciare, nelle sue assenze, le cose sue, consegnava tutto il suo piccolo bagaglio, e al ritorno ripigliava i libri e gl’indumenti, non curandosi affatto delle carte, sebbene contenessero tante sbozzature di poesie, e titoli e tentativi d’ogni sorta di lavori. Non gli premevano! non c’era per lui niente in quelle carte mezzo stracciate e scarabocchiate che potesse servirgli. Dalle mani della signora Ottavia passarono in quelle di Severino, il quale, dopo molto tempo, in una sua cara visita a noi a Livorno, le promise a me, e infatti alcune ne mandò con queste righe a Giovannino:

«Caro Giovannino, trovo qui tra le mie carte alcuni tuoi versi giovanili, e ricordo che li promisi alla tua gentilissima signorina Maria. Li mando. È vero che hai pubblicato le Miriche? Anche da parte di mia moglie, saluto le mani d’oro. Un abbraccio. Tuo SEVERINO F. - Modena, 22 - X - 91 ».

Giovannino non volle nemmeno vederle e mi disse che non le guardassi nemmeno io; che non c’era nulla che potesse interessarmi (pag. 264).

Altre carte però rimasero presso Severino, e queste e quelle, dopo la scomparsa di Giovannino, la signora Ida Ferrari, vedova di Severino, fece vedere al valente scrittore Pio Schinetti, dalle quali egli prese il materiale per un articolo bellissimo che pubblicò nel periodico Il secolo XX del maggio 1912. Appunto tra le carte osservate dallo Schinetti c’erano i tre fascicoletti del secondo anno di Liceo fatto a Rimini nel 1872. Egli non se ne accorse e credé che anche quelli, di cui riporta un pezzo di Nebulone, appartenessero agli anni universitari (le quali carte vedremo piú avanti, a pag. 85). Niente di male! Ma io cerco piú che posso l’esattezza delle date. Già da tempo, tutti questi scritti sono presso di me, avendomeli donati la cara amica Ida Ferrari.

[13] [Credo utile aggiungere qualche notizia piú precisa su questi tre fascicoletti, soli rimasti di quel secondo anno di Liceo e che si credettero perduti.

Questa specie di quadernetto, mal conservato, ha sulla prima pagina il titolo in bella calligrafia: Esercizii di Poesia Italiana - 2°; poi una pagina bianca; nella seguente: 1° Inno a la poesia «Tra le ciance sonore, e le confuse...», inno che segue per altre 7 pagine ben scritte (cosí 8 pagine fino alla decima). Poi una pagina di versi idillici abbozzati, cui tengono dietro due altre che tentano versi di un Sonetto per nozze: «Se di mercate parolette » (pag. 12 - 13). Nella seguente c’è su una riga un titolo: Metastasio ed Alfieri. Primo abbozzo; e subito sotto Lorenzo de’ Medici, atto 1°; abbozzato per 7 pagine (14-20). Segue il secondo fascicoletto, con gli Scartabelli di Nebulone Scrittoi di Romanzi, ben scritto, per 6 pagine (21-26). Altra pagina (27) con Canzone per nozze principesche, «Al chiaror de le tede nuziali - io qui non veggo a danza» e basta. Poi pagina bianca (la 28). Indi uno scritto in latino su l’inizio della nuova cultura (ellenica) a Roma (due pagine scarse 29-30) abbozzato e incompiuto. Le pagine 31-36 sono bianche. Il terzo fascicoletto comincia a pag. 37: «In tre parti dividiamo lo studio... (dell’arte dello scrivere) », ma sono una dozzina di righe. E sotto, un abbozzo in versi: «Forse le gioie che la prima volta. - Forse l’amor ch’ambo vi tragge in mezzo... » Una pagina bianca con qualche disegnino (38). Poi nell’altra: L’orfanello. 1. Le rimembranze (ma pochissime parole disperse). Nella pagina seguente continua torturato e incompiuto l’abbozzo; e nella seguente, ancora: L’orfanello; poche righe: «Alla montagna le cui spalle il sole - di color melanconico inaurava... » e altri versi ma quasi tutti cancellati. Poi sotto, alcuni piú conservati: «O rimembranze: ah! senza voi non lice... » (pag. 39-41, la quale ultima ha in alto il n. 21). Nelle due pagine seguenti (42-43) continuano prove della stessa poesia; e a metà della pag. 43 c’è: Parte 2a - L’orfanello, e basta; a pag. 44 (l’ultima) sempre dell’orfanello, c’è La valletta, con altri versi.

Quanto è utilizzabile di questi residui degli esercizi del poeta giovane entrerà nel già citato volume degli Scritti inediti e sparsi.]

[14] [I voti, correggendo Maria e le notizie de La Nazione del 27 giugno 1925, sono i seguenti, comunicatimi gentilmente dalla Presidenza del Liceo Dante: Esami scritti: Italiano 8, Latino 7, Greco 8, Matematica 6. Esami orali: Italiano 8, Latino 8, Greco 8, Storia e Geografia 6, Filosofia 3, Fisica 4, Storia Naturale 3, Matematica 2. - Esiste ancora la lettera del Pascoli, da «Rimini, 11 ottobre 1873» in cui chiede al Preside, «non potendo per ragioni di salute tornare a Firenze a riprendere al Liceo... i miei sventurati esami di licenza», l’autorizzazione per «ridarli tutti per intero in Cesena»; la lettera, in riproduzione autografa, è nel vol. Centenario del Liceo Dante di Firenze, Firenze 1953, pag. 81. In quei «miei sventurati esami» pare già di sentire un tono... pascoliano.]

[15] [Già si è ricordata, nella nota precedente, la lettera con la quale il Pascoli chiede l’autorizzazione a dare l’esame di riparazione in altra sede.]

[16] [Una notizia conservata a Castelvecchio, ma certo proveniente dall’Università di Bologna, dice: «Per esame di ammissione alla Facoltà Filologica gli fu ritenuto valido quello dato per l’esame di concorso al sussidio comunale il giorno 15 novembre 1873. Per prove scritte ebbe una versione dal greco in italiano ed una dall’italiano in latino. Votazione complessiva: 37/40 ».]

[17] [Resta la domanda di esonero scritta dal Pascoli il 23 ottobre 1873: « Voglia considerare che la mia povertà merita che mi si abbia qualche compassione, e che l’essere io riuscito primo nell’esame di concorso merita che mi si abbia qualche riguardo... » Ma sulla domanda fu posta la nota: « Non è stato accordato ».]

[18] [Anzi attorno a quel biennio disperso e distratto, fuori delle immediate necessità dello studio, sono da ricondurre il gruppo maggiore e più interessante dei suoi scritti e abbozzi giovanili. Formano la parte piú importante del primo gruppo nel citato volume delle Opere: Scritti inediti e sparsi; e si veda a pag. 85.]

[19] [Questi due sonetti sono pubblicati nel suddetto volume degli Scritti sparsi.]

[20] [Questa notizia, ancor prima che dal Brilli, che pur sarebbe stato l’ambascia-tore, fu resa nota dall’altro compagno Guido Mazzoni in Poeti giovani, Livorno 1888 (ma al dire di Maria, non poche delle notizie di Guido furono da Giovanni giudicate «fantastiche»; si veda a pag. 271; però v. un elogio a pag. 775). Certo le lettere giovanili di Giovanni, come si vedrà, lamentano spessissimo la mancanza di aiuti; e qua e là anche li domandano. Per corrispondenze al «Fanfulla» v. Lucca a G. P., pag. 53.]

[21] [Pugnégna (un Accidei) fu colui che disse «il nido di farlotti». Dello Squadrani, autore di un volume di Iscrizioni e versi - di cui il Pascoli scriverà la Prefazione - le Memorie riparlano in seguito.]

[22] [Col Francolini, l’amico socialista anche di anni seguenti, il Pascoli scambiò varie lettere: fra le altre, una perché impetrasse dai Torlonia la conservazione della pensione ancora per un mese (22 febbr. ’78); l’altra che si disse scritta da Rimini ai primi di aprile (L. FERRI, P. e la città di Rimini in Collana di monografie dell’Ist. Tecn. di Rimini, Faenza, 1959) è il frutto di un equivoco.]

[23] [La lettera è quasi in gergo, e non è facile intendere tutte le allusioni. Né Maria dà alcuna spiegazione, anzi nella trascrizione sbaglia il termine francese, che di sull’originale della lettera correggo in récruteur, arruolatore. Oltre ai nomi noti, compare il « Genga » che era Felice Pistolesi, come si vede a pag. 365.]

[24] [Sul non molto entusiasmo di questa supplenza tenuta dal Pascoli, anche per interessamento del Carducci, si vedano ora i documenti pubblicati da T. Barbieri sul Convivium, a. 1955, fasc. VI. Sono lettere appunto del preside Atti al Carducci riguardanti la supplenza nel Ginnasio Comunale, al posto del prof. Spinelli e di altri (le lettere vanno dal 24 febbraio al 15 aprile 1878) in varie classi (fino a 62 alunni per classe!). Per lo più si lamentano le assenze del supplente. Il solo segno, forse, che ci resta di questa attività... preprofessorale è un componimento dell’alunno Cantoni (v. nota 3 pag. 102) ampiamente corretto dal Pascoli: esso non è senza qualche interesse per vedere le mode letterarie del tempo e qualche idea del correttore. Tutto si legge nel solito volume degli Scritti inediti.]

[25] [È un momento... romagnolo, per varie coincidenze. Il Pascoli fu in diverse località della Romagna nell’estate, fino a tutto settembre 1877, e poi nel dicembre, e di nuovo nell’aprile 1878. Anche la poesia ne ebbe echi: i giovanili sonetti (Rio Salto, Il maniero, Cavallino, Il fonte, In chiesa, il Rubicone...); e quelli inediti o abbozzati (Rimini, Savignano...); vari idilli in parte anche lasciati inediti (La canonica, I canti del villaggio...); e quelle poesie piú o meno amorose, di cui alcune formano quasi un ciclo per una fanciulla morta (Jole..., onde potrà venire La tessitrice; e si sa che Erminia Tognacci di San Mauro morì inaspettatamente a Rimini il 9 aprile 1878...). E ci sono anche quelle di colore politico In morte di A. Morri, La morte del ricco stampate a Rimini; e perfino certi appunti su Meldola, abbozzo storico in prosa... Ma soprattutto proprio ora (1878) sboccia Romagna, come Epistola a Ridiverde (per tutto ciò e per altro varrà quel volume degli Scritti inediti e sparsi del Pascoli; e si veda a pag. 162 e le note, 1 a pag. 160 e 3 a pag. 162.

Ma le questioni coi tutori, forse anche la morte della «tessitrice», i mancati rapporti diretti con Andrea Costa, e finalmente la vendita della rimpianta casetta materna di San Mauro (1879) — onde si aggravano le tristi ire per il delitto familiare — iniziano quel distacco di sentimenti dalla Romagna, che fra non molto, dopo la laurea, diventerà anche fisico, e che vedremo, con lunghe alternanze, andar sempre crescendo. Così, mancheranno i Canti di San Mauro.]

[26] [Anche questa commemorazione, e l’epigrafe per l’urna con le sue ceneri, sono nel cit. volume degli Scritti sparsi.]

[27] [Pure questi due articoli troveremo integri nel volume degli Scritti inediti e sparsi. Il primo descrive fantasiosamente e anche arditamente un’opera pittorica rappresentante delle «etaire di Lesbo», con un accenno alla moralità dell’arte: «perché domandare all’arte piú di quello ch’ella possa dare?». Il secondo, anche piú ironico, è pure sul pittore Bersani che solo le gonfiature dei critici amici dicono pittore. Su queste carte v. pag. 38, 61, 264.]

[28] [L’epitaffio non è da Maria riportato nella sua integrità e ciò forse per difficoltà di lettura o per ragioni... psicologiche: mancano i due altri distici, quelli piú disperati e quasi blasfemi. La ricostruzione, di su vari abbozzi che si trovano interlineati nel manoscritto che porta uno dei gruppi giovanili piú interessanti — Ciclo lirico — proprio di questo tempo, si legge nel volume già citato degli Scritti inediti.]

[29] [Ma non è certo da escludere che avessero qualche fondamento nella realtà in qualche, sia pur non profonda, vibrazione di sentimento; e, come si è poco addietro accennato, in questi anni di lirismo sentimentale muore la probabile ispiratrice della Tessitrice.]

[30] [Di queste carte, di queste prose e poesie diede già qualche cenno lo Schinetti nell’articolo citato a pag. 38. Ma si leggono quasi integralmente nel già più volte ricordato volume di Scritti inediti e sparsi.]

[31] I documenti sono nell’opuscolo di GIUSEPPE LIPPARINI, Un episodio della vita di G. P., L’arresto e la prigionia, Bologna 1938 (estratto da « La Strenna delle Colonie scolastiche bolognesi »).

[32] [Per chiarezza indico, secondo la trascrizione di Mariú, i capoversi delle strofe in ordine : « Fiocca...; Noi venimmo...; Manda gli angioli...; Qua, non vedan...; Là nei monti...; e là, presso...; ed è morta... ; Romba stroscia... ».]

[33] [Per il Bagli vedi poco dopo; per il rivoluzionario Faggioli, pag. 107; Filippo Salveraglio è il futuro bibliotecario, amico anche del Carducci.]

[34] Traggo le parole del Carducci dal già citato opuscolo di Giuseppe Lipparini.

[35] Ancora parole del Lipparini.

[E il Carducci si interessò davvero: a Severino il 25-V-80 diceva: «Ho scritto al Gandino pel Pascoli » (Lett., XII pag. 234). Maria qui non è esatta: il Carducci non era a Roma ma a Treviso per ispezioni. Sempre nell’80 (e certo presso le vacanze estive) scriveva a Gino Vendemini a Savignano: «Le mando i miei saluti per il mio alunno Pascoli, il quale viene a Savignano per correggere in un bagno freddo di filologia le sue flogosi di vario genere. Così egli afferma, e così spero che sia. Glie lo raccomando» (Lett., vol. XIII, 70).]

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011