Maria Pascoli

Lungo la vita di Giovanni Pascoli

Memorie curate e integrate

da  AUGUSTO VICINELLI

con 48 tavole fuori testo

Edizione di riferimento

Maria Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, Memorie curate e integrate da Augusto Vicinelli, con 48 tavole fuori testo, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1961

 

N.B.

con questo colore le parti scritte da Maria Pascoli

con questo colore le parti scritte da Augusto Vicinelli

PREMESSA

«La mia biografia la farà Mariù»: cosí scriveva Giovanni ad Angelo Ottolini nel 1902. Geloso dei suoi segreti e della sua chiusa intimità, timoroso se non sospettoso dei giudizi altrui, come delle loro azioni a suo riguardo, egli trovava in Maria uno spirito non solo devoto, ma si può dire fanatico, quasi un'altra incarnazione di se stesso, ma per volontà, oltre che per natura, fatta anche più intensa ed aspra. E Maria, con tale spirito, con quella sincerità passionale che arriva fino a creare una propria verità, si accinse – quasi per un compito di coscienza – a comporre queste Memorie, vivo ancora il fratello.

Questo «meschino tributo di affetto della sua Maria», come la sorella lo definì in una specie di sottotitolo, fu cominciato proprio almeno verso il 1902 (si noti la coincidenza della data con la ricordata lettera di Giovanni) a Messina o forse a Castelvecchio, nelle pagine di un quaderno dalla nera copertina: ma si trattò di cosa sommaria e direi fredda. C'è un titolo: Alcuni ricordi della vita di Giovannino, e poi tre pagine che portano il ragazzo fino al Liceo. Questo, forse, è tutto quanto fu scritto (e fraternamente letto) mentre viveva Giovanni. Fu soltanto la morte – in quel fervore missionario onde Maria fu spinta a lavorare su tutte le carte del fratello – che, insieme all'edizione postuma di vari scritti, la indusse a ripensare anche alle Memorie. Chi sa se ricordava le parole scritte più di sei anni prima da Giovanni: «Le biografie s'hanno a fare morto l'uomo. La vita dopo la morte: così è bello e buono!». Ma certo con tali sentimenti, il 12 ottobre del 1912, subito di seguito alle scarne vecchie pagine, Maria compose un rapido proemio annunziante la nuova fatica. Il piano però era ancora simile a quello del 1902, con l'intenzione di scrivere «in breve»: tanto che in pochi periodi, che stanno in mezza pagina, condusse Giovanni dal Liceo (dove l'aveva prima lasciato) all'Università, anzi forse alla laurea. «E cominciò la sua vita universitaria misera ed ardente che doveva condurlo alla Laurea in»: qui e così la stesura si interrompe (p. 2). E l'interruzione avvenne certo anche per un totale mutamento di piano.

Non molto dopo, presa più diretta conoscenza delle carte del fratello (e il momento è senza data precisa), Maria mette mano a ben altra stesura. Scrive in ordinate cartelle un nuovo proemio Al lettore (pag. 1) e con abbondanza anche troppo diffusa, quanto la precedente era troppo sbrigativa, comincia quel suo scritto cui dà il titolo Lungo la vita di Giovanni Pascoli. A segnare subito la differenza, dico che il contenuto delle pochissime pagine iniziali ora si svolge ben in 300 cartelle di fitta scrittura: è tutta cioè la Prima Parte, dal 1855 al 1882.

La prima notizia di queste Memorie venne come per caso: e ne seguì una dolorosa conseguenza. Recatomi per incarico di Arnoldo Mondadori, durante il governo Badoglio, a Castelvecchio per la ripresa dell'edizioni Pascoliane, Maria accennò - senza darvi importanza a delle Memorie che aveva scritto su Giovanni. Le strappai il permesso di parlarne all'Editore, che immediatamente impegnò Maria alla stampa. Passato poco tempo, giunsero a Milano le cartelle della Prima Parte; e dopo una sommaria scorsa data da me al manoscritto e dopo averne trascritto solo i titoli dei capitoli, l'autografo, nella fretta e nelle difficoltà del tempo, fu inviato a una tipo-grafia di Torino per la composizione. Ma poco dopo, una incursione aerea distrusse la tipografia, e il manoscritto fu ridotto in cenere. Allorché io dovetti risalire a Castelvecchio, ambasciatore della triste notizia, vidi Maria irrigidirsi un momento, poi la sentii mormorare queste queste un poco misteriose parole: «Dio mi ha punita» (ma non molto dopo scriveva al Pietrobono: «ne ho avuto un gran dolore!... Non so se mi riuscirà ricostruirle essendo tanti anni che erano scritte »).

Aggiunse che non aveva altra copia del manoscritto: e solo a fatica si ottenne che sulla guida dei titoli dei capitoli, copiati — promettesse di tentare una nuova stesura (aveva quasi 80 anni). A discrete domande dell'Editore, venivano via via assicurazioni che il lavoro procedeva: ma in concreto non se ne seppe più nulla; finché il 5 dicembre 1953 Maria moriva. Solo allora, per l'affettuoso interessamento dell'esecutore testamentario, amico e ammiratore di Giovanni e Maria, potemmo conoscere lo stato di queste Memorie: realmente la Prima Parte era stata presso che tutta rifatta, mancando solo alcuni paragrafi che preparavano la partenza di Giovanni per Matera, come suo primo insegnamento (pag. 138-144); e si vide finalmente a che punto era il rimanente, di cui Maria non aveva mai parlato. C'era tutta una Seconda Parte (dall'ottobre del 1882 a quello del 1895, in quasi 440 pagine) e, cominciata, una Terza Parte (che però restava interrotta al giugno 1897, in quasi 200 cartelle: si veda a pag. 560). Inoltre erano state anticipate le pagine sulla morte di Giovanni, scritte — come sembra — verso il 1936 (pag. 996).

Che fare? L'Editore, d'accordo con l'Esecutore testamentario, decise di confermare quello che aveva concordato con Maria, cioè la pubblicazione dello scritto. Quanto alla parte mancante, in una rapida visita all'Archivio di Castelvecchio constatai che Maria aveva già affastellato nel suo studiolo, separandoli dalla massa comune delle carte, non pochi dei documenti che le avrebbero servito nella continuazione dell'opera: onde era quasi tracciata e resa possibile la via per continuare quanto essa aveva fatto. Anzi in foglietti sparsi aveva già stesa qualche breve narrazione di alcuni fatti particolari, e quella dei giorni ultimi, scritta nel venticinquennio dalla morte. Cosí fu deciso che io integrassi le pagine di Maria, possibilmente seguendo i criteri da lei tenuti nella sua redazione: in tal modo la biografia del Pascoli fu condotta a termine.

Ma di un'altra questione debbo rendere conto, a proposito del testo qui pubblicato. Ho accennato che il manoscritto di Maria, incompleto di ben 15 anni, raggiungeva quasi le 950 cartelle; presso che altrettante ne avrebbero meritate gli anni mancanti. Una mole ponderosa e tutta necessaria? Anche su consiglio di amici del poeta — primo fra tutti Marino Moretti — fu deciso di studiare un ridimensionamento dell'opera per la stampa.

Maria stessa aveva non solo permesso ma suggerito questo lavoro: essa il 18 gennaio 1916 scriveva al Pietrobono: «Sto scrivendo dei ricordi in cui raccolgo tante lettere di Giovannino... Non so se riuscirò a niente: ma se riducessi qualcosa avrei bisogno d'un cuore d'oro e d'una pazienza di santo che mi guardasse tutto il manoscritto voluminoso e rattoppato per correggerlo, dargli un po' di stile, togliere il di più, sì nel mio scritto, sì nelle lettere riportate, modificare, ecc, ecc. Lo troverò...? ». Tale, non so se con «cuore d'oro», ma certo con «pazienza», è il lavoro da me compiuto sulle cartelle di Maria.

Alcuni fatti hanno in parte reso facile e direi razionale tale compito. Maria aveva abbinato i lavori cui allora assiduamente attendeva: la trascrizione per la stampa degli scritti inediti (e naturalmente di quelli meno noti, i giovanili) di Giovanni, e la compilazione delle Memorie. Così avvenne che inserisse in queste cartelle tutto ciò che di inedito veniva via via trovando: specialmente nella Prima Parte, dove a questo furono date presso che 150 pagine. Avendo la Casa Mondadori intrapreso la pubblicazione di tutte le Opere pascoliane, e già fino dagli anni di Maria e con la sua cooperazione iniziata la elaborazione di un ultimo volume di Scritti inediti e sparsi, fu subito deciso che tutti quegli scritti avrebbero trovato il loro posto in tale volume, che – ormai completo nel lavoro di raccolta – spazia dal 1869 al 1912. Si sono invece attentamente conservate le notizie che su tali scritti Maria ci dava.

Altro gruppo qui ridotto a sommaria indicazione è quello dei passi di poesie o prose pascoliane già stampate nei volumi definitivi e che Maria riportava quasi documento, limitandoci anche per questi ai necessari accenni; ugualmente si sono tolte – ma ricordando i capoversi – le varie poesie di Maria qua e là inserite nel testo: potranno anche queste essere stampate a parte.

Quasi intatta è rimasta invece la parte che costituisce la rivelazione e l'interesse principale di queste Memorie nell'intenzione stessa di Maria, cioè la raccolta delle lettere, che sono la viva e talvolta drammatica documentazione di quelle vicende che, se possono apparire piccole, hanno dominato, esaltato, tormentato lo spirito del poeta. Ciò che talvolta, per ragioni di spazio, è stato ad esse tolto è di nessun interesse; niente di essenziale fu eliminato, anche se, a vantaggio di quello strano uomo che fu il Pascoli, potremmo averne avuta la tentazione. Solo – ed è doveroso ammetterlo – seguendo anche qui quanto da altri editori e da me stesso fu fatto in qualche pubblicazione, sono state velate o ridotte ad accenni certe affermazioni Ed accuse più crude che toccano la persona e la famiglia stessa del fratello Giuseppe, o altre non meno vergognose che questi faceva a carico di Giovanni e perfino dei genitori: ma le allusioni lasciano comprendere qualcosa di più che altrove non sia stato fatto.

Anche la narrazione di Maria, assecondando quel suo invito cui abbiamo accennato, è stata in vari punti resa più rapida ed essenziale: ad esempio, notizie riferentisi a lontani parenti, una lunga e tutta personale chiacchierata sulla massoneria e Giovanni, o quella iperacuita diatriba coi parenti di Sogliano per lo smarrimento di un vaglia di 50 lire, che nel 1896 tiene in orgasmo per quasi un anno i due fratelli e che Maria stende per una cinquantina di pagine. Anche qualche precisa accusa – con nome e cognome – ai mandanti del delitto paterno è stata smorzata e resa anonima (d'altra parte, a chi vorrà saper tutto sulle ipotesi dei fratelli, presto sarà possibile la lettura dell'integro manocritto nella riaperta Casa di Castelvecchio).

Per il resto, si è dovuto ammettere qualche ritocco a frasi poco chiare, o alla punteggiatura: ma non si è toccato, come Maria pur chiedeva, lo stile, che è troppo personale e, nella sua immediata semplicità, così fuso con tutto il tono del racconto.

Naturalmente è stato seguito il testo dell'autografo, anche nella trascrizione – per solito diligentissima – che Maria vi ha fatto delle lettere e dei documenti. Era impossibile (anche perché durante l'elaborazione del nostro testo per la stampa l'archivio di Castelvecchio non era accessibile) controllare tutti gli originali: solo nei casi apertamente mal sicuri ho fatto i necessari confronti, e ciò mi ha permesso di integrare qualche passo o di correggere alcuni errori nella redazione di Maria (per es. le omesse correzioni proposte a Arano e O vano sogno, pag. 254; e il recruteur o l'Ad Ginnes di pag. 74, 256; e il testo della letterina in francese riportato esatto anche se... poco esatto riguardo alla lingua – qui a pag. 223).

Quanto al periodo di vita che è stato integrato da me, cioè due paragrafi dell'ultimo Capitolo nella Prima Parte e gli anni della vita dal giugno 1897 fino a poco prima della morte (pag. 138-144; 561-995), già accennai di aver seguito al possibile il modo di Maria, soprattutto col valermi di quei documenti, in gran parte sconosciuti, che la sorella poteva trovare a Castelvecchio, e sui quali essenzialmente conduceva il suo scritto. È evidente che non potevo giovarmi di quell'altra fonte, almeno altrettanto importante, che erano i ricordi tenacemente fermi nella devota mente di Maria: per ciò ho dovuto o tener presenti o proprio valermi di tutti gli altri documenti editi o inediti (specialmente le altre lettere) che illuminano la vita del Pascoli.

Ma ciò che non avrò potuto o saputo trasfondere nella mia stesura è quel modo caratteristico – tenero oppure energico, devoto ed un poco delicatamente ingenuo – che fa semplice, fervida e, come dicemmo, tutta «sua» la narrazione di Maria; e pur troppo nemmeno la conoscenza minuta e personale dei fatti, rivissuti non solo nel loro accadimento ma in quel modo «pascoliano» e «mariuccevole» (l'aggettivo è di Giovanni) onde essi si illuminano della presenza e dei sentimenti stessi del fratello poeta. («Oh, le nostre due povere vite così unite da formare una sola, con gli stessi pensieri e perfino con gli stessi sogni la notte », scriveva poco dopo essere rimasta sola: e certo ricordava quel sogno comune del marzo 1904, che addirittura «verbalizzarono» e controfirmarono!). Ma almeno ci accosterà in qualche modo, oltre al comune affetto per il Pascoli, la voce dei documenti personali e specialmente delle lettere che sostanzieranno, anche le mie pagine, come quelle di Maria. E talvolta mi aiuterà il ricordo di qualche diretto colloquio avuto con Maria quando per vari giorni – forse unico, oltre i fratelli e le nipoti – fui suo ospite a Castelvecchio: e qui mi sovviene l'ingenuo e puro racconto del modo come Maria e Giovanni vollero disposte le due camere per dormire, e contrapposte ma vicine le testiere dei letti.

Voglio poi e debbo subito fare una affermazione che intendo si risolva nel maggior elogio a Maria e nella più ferma tranquillità per gli studiosi del poeta: contro certi sospetti, e sicuro che Maria non ha distrutto nulla delle carte lasciate dal fratello, anche se a lei potevano dispiacere: né alcune di quelle cupe e tormentate lettere fa-miliari, che alle volte Maria stessa ha lo scrupolo di rendere pubbliche (pag. 425), né altre che, per il loro tono, diciamo, sentimentale, potevano suscitare in lei, sensibilissima, qualche gelosia. Al più, qualche scritto che andava contro certe sue precise volontà avrà tralasciato di pubblicarlo: come la lettera di Giovanni ai Sammauresi col nostalgico pensiero al cimitero «tra San Mauro e Savignano» (pag. 546). Per questo, nelle note da me aggiunte alle pagine di Maria, ho qualche volta integrato, su altri documenti, anche le sue notizie. Ciò che di carte mancasse, o è andato smarrito ai tempi del Pascoli (ma quante carte Maria ha salvato contro il disinteresse e la volontà stessa del poeta, a cominciare dagli insostituibili esercizi e tentativi giovanili: pagg. 38, 264) o l'ha distrutto Giovanni stesso (purtroppo le lettere amorose con la Imelde; o quelle che avrebbero fatto perdurare il ricordo di una prima crisi con Severino: pag. 378). Ad altri, se mai, si dovrà attribuire la perdita: come lettere al Fogazzaro, o quelle importanti e quasi confidenziali al Finali, bruciate fra le carte del Senatore, a cui fa in qualche modo da compenso gli scritti del Finali al Pascoli, conservati – con tutte le lettere ricevute fino al 1953 – nella massa del carteggio di Castelvecchio.

Ma così come sono e con le rivelazioni, talvolta sconcertanti, che ci danno sul carattere e la vita del fratello, è stato bene e utile pubblicare queste Memorie? Poiché qualcuno cui, durante la revisione, fu concesso di scorrerle dubitò perfino dell'opportunità della stampa, quasi temendone un danno morale, un pericolo di minor stima e ammirazione per il poeta. Ma io penso decisamente l'opposto: e proprio per motivi attinenti alla poesia di Giovanni.

Certo qui, nelle non grandi vicende e negli ondeggianti sentimenti, nella lunga povertà e nei mal celati confronti o rancori, nelle reazioni esagitate anche per fatti minori e soprattutto normali (le nozze di Ida), nella continua e mutevole perplessità, si rivelano le pur già note debolezze dell'uomo Pascoli. Ma insieme si manifesta quella sua ipersensibilità, quella passionalità ondeggiante, quella timidezza che poi scatta all'offesa, quel pudore quasi morboso (in tutto, anche per Gulì) pur tra impeti di desiderio sognante, quelle ansie e quasi paure insieme a velleità di apostolo e quasi di eroe, diciamo quella «fanciullesca» irrazionalità e quel soggettivismo che squilibra le proporzioni delle cose: insomma tutti quelli che sono i segni prevalenti del suo temperamento, onde dirà di sé «io ritroso e sensitivo» e si confiderà con un amico, in un momento di solitudine a Castelvecchio, parlando di «neurastenia» o di «autosuggestione», con i dolori e, peggio, i presentimenti (oh, quella triste fantasia!) della sua vita forzatamente casta e orribilmente mesta » (pag. 573).

Ma è appunto questa sensibilità trepida ed egocentrica, che a suo modo sente e trasfigura il reale, ciò che pone il fondamento psicologico e naturale onde si leva nella sua originalità la poesia del Pascoli. Ed è questo che a me, nelle Memorie, particolarmente interessa. Solo così, in quegli anni del Carducci, del D'Annunzio e del dominante positivismo, può vibrare un canto di anima in cui il pur vivo contatto con la realtà e la natura si affina in levità di suggestioni e immagini immateriali, per non dire spirituali, il realismo si profuma di ansioso e pietoso mistero, e la nitida voce delle cose si attenua in una intima e quasi silente musicalità.

In sì fatta psicologia, c'è pure il fondamento del pensiero pascoliano, che si svolge in se stesso ed insieme in modo poetico, muovendo per quel cammino che sulla scia dei Discorsi dalle prime Myricae va fino ai Nuovi Poemetti e ai Poemi italici. In quel suo pensiero sentimentale, di pietà e di amore, in quella paventante solitudine ben rivelati anche nelle Memorie – egli ha bisogno di conforto, di amore: di un amore tutto per lui, senza riserve o esigenze, come può essere un perfetto amore sororale; ma insieme di un amore vasto come l'universalità del dolore, per il quale, sul cruccio della realtà, cerca la pace in una assaporata mestizia, in un caldo senso di fraternità, in una perplessa ansia di immortalità che riaccosti, lui orfano, ai suoi morti, lui infelice a tutti gli spiriti fratelli nel dolore... È un grande segreto di lotta intima che, dalle ribellioni giovanili lo porta alla rinuncia e alla pietà degli anni maturi: una lotta che sembra non avere storia palese, ma che nel sussulto di certe lettere o di qualche episodio, nella lenta conquista dell'armonia con la stessa Mariù, lascia i segni della faticata pena e delle lacrime, ed è forse allusiva di quel passare dalle più intime Myricae ai drammi umani e universali dei Poemi conviviali o di Odi e Inni. Baleni di un Pascoli « maggiore » anche come uomo.

Pur se così egli diventerà sospettoso degli uomini comuni e tenderà a chiudersi sempre più in una delusa misantropia, operosa solo nell'abbandono poetico: malinconica conclusione di chi, poeta del dolore, pensa e grida che il troppo dolore e la esigente povertà sono nemiche della poesia: diceva che così gli erano stati «rubati almeno venti anni» al canto (pagg. 616, 680, 832).

Valide a far intuire tutto questo, nella intensa ed alle volte sconcertante varietà dei suoi episodi, le pagine delle Memorie vivono non a umiliazione ma a comprensione del poeta, e di quella sua umbratile profondità che ne determina i toni intimi e ne rinnova il linguaggio e i ritmi.

Quanto a questo ampliarsi e insieme inaridirsi dello spirito pascoliano abbia contribuito Maria, col suo amore e con i suoi rancori, col suo pudore malinconico e con il dolce incubo dei morti comuni, con la limitata opera dei suoi interessi vivi e con la sua religiosità, è insieme facile e difficile intuire: e sappiamo che qui non è taciuto il rassegnato dramma di quella comunione (pag. 696). Certo, però, anche per questo personalissimo influsso, le Memorie di colei che volle e seppe esercitarlo sono un modo di penetrare un poco di più nel segreto di tale intimità personale e domestica, da cui sono esclusi quasi tutti: «Giovanni e Maria costituiscono una famiglia chiusa ai così detto parenti...» anche se è aperta a «tutta l'umanità»!

Ma, più concretamente e in particolare, altri motivi ci sono che confermano l'utilità di questo scritto. Esso ci dà – pure nei suoi limiti – la più minuta, precisa, documentata e in tante cose segreta vita di Giovanni: benché tale lettura mostri come sia vero ciò che affermò il Pancrazi, che non è facile scrivere una vita del Pascoli, la quale – nella povertà degli eventi esterni – dovrebbe piuttosto essere interna: ben più facile scrivere quella del D'Annunzio.

Certo queste Memorie, nella larghezza con cui per la prima volta vi si sono potute usare le carte di Castelvecchio, costituiscono anche un primo, essenziale momento del futurissimo Epistolario pascoliano, che diventa sempre più difficile raccogliere e pubblicare, ma che è e sarà, con le poesie, l'elemento più rivelatore dello sfuggente spirito pascoliano: le lettere domestiche; quelle a Severino, che accompagnano e scoprono tanta parte della giovinezza turbata ma operosa e formatrice; quelle ad altri amici, pur essi specialmente giovanili, il Marcovigi e il Mercatelli; le altre al De Bosis e al Nomellini formano un complemento ed una integrazione delle lettere al Caselli, al Bianchi, ai due Scolopi, al Carducci e al D'Annunzio... raccolte fuori di Castelvecchio (e sulle quali tuttavia ho dato particolari indicazioni, specialmente in alcune note rintracciabili nell'Indice). Tali lettere, come qualche episodio della vita, coglieranno alcune sfuma ture incerte e timide di quella sua, per così dire, paziente intolleranza: anche nel rappaciarsi col D'Annunzio o nell'ospitare il buon Finali (pagg. 637, 716).

E poi, già vi si è accennato, ci sono i ricordi insostituibili di Maria, in quella vita anche troppo vicina (prima, con quelle due sorelle che vanno anche a frugare tra le carte di Giovannino, o poi con Maria che ne ispeziona qualche volta le tasche). E c'è la notizia di tanti fatti nuovi (la tragedia per il matrimonio dell'Ida, il tentato matrimonio segreto con la Imelde o quello vociferato con la vedova di Severino, le malinconiche sconfitte per i premi letterari (non solo ai Lincei ma nel torinese concorso Gautieri), la rottura e la pace con il D'Annunzio, qualche non inane momento di vita politica...: tutto sullo sfondo di un quadro di vita ottocentesca, ancora semplice e provinciale, cui partecipa perfino Enotrio con i suoi («Maccenas adduxerat umbram... a: pag. 303).

Sarà bene però, vicino a un Pascoli pieno di incertezze o sperduto in una nebulosità di pensiero acritico, intuirne qui anche un altro talvolta energico, imperioso, tenace, quasi violento; o minuzioso e forse esperto amministratore; e specialmente un Pascoli che, dietro ai suoi sogni, ha tutto un instancabile lavoro di studio, di preparazione, e proprio di fatica: dagli anni di studente, se volete, quasi sgobbone, che frequentava regolarmente le lezioni facendo appunti e riassunti in quei suoi poveri quadernetti cuciti a mano che ancora ci restano, e abbozzava vasti «lavori filologici», fino alla si può dire miracolosa conoscenza delle lingue e degli scrittori classici (il dizionario latino lo comprò solo da professore!), alle presso che pedantesche discussioni di metrica, all'erudizione patristica e dantesca, alla stessa minuziosa preparazione storica di certi suoi canti.

E possiamo trarre anche alcune notizie di fatto sugli scritti, le poesie del Pascoli: occasioni da cui nacquero (valga per tutte la rivelatrice Romagna, pag. 77), date di composizione nella sempre incerta cronologia dell'attività pascoliana, intime fonti di ispirazioni, come quei non brevi colloqui con la zia Rita, anche a Livorno, che fanno rivivere le antiche tragiche memorie familiari (e vi si connetterà il gruppo delle poesie di ricordo nei Canti di Castelvecchio (pagg. 131, 132, 345...), e il persistere del culto di quei morti onde poi, per un gesto affettuosamente sacrilego della sorella Ida che trafugò frammenti di ossa, la tomba di Castelvecchio parve uguagliare quella di San Mauro.

Ogni lettore insomma – benevolo e, se si vuole anche malevolo – troverà nelle Memorie ciò che piú l'interessa.

Non è difficile però vedere anche i limiti di queste pagine, e per il carattere di chi le compose e per le intenzioni e le fonti dello scritto. Maria, pur vivendo anche materialmente sempre accanto al fratello, non vale certo a seguirlo nei suoi impeti e nei suoi tormenti poetici e ideali. Ciò che più manca e che più desidereremmo in queste Memorie è qualche rivelazione di quei «segreti» che il D'Annunzio stesso chiedeva all'artista: anche sulle poesie, sono notizie esteriori, pur se di grande interesse, specialmente per la operosità giovanile di formazione, e per i fin qui mal congetturati rapporti di priorità poetica con Severino. I «segreti», se mai, qui sono altri: come quelli dei drammatici rapporti fra quegli un poco esagitati fratelli... Ma nel complesso, questa è una vita «esteriore» e con sovrabbondanza dei piccoli fatti che, nel chiuso di quelle pareti, echeggiavano sproporzionatamente: anche perché le fonti di cui Maria si valse sappiamo essere appunto quelle che erano o che lei raccolse in Castelvecchio.

Un'altra determinazione delle Memorie viene dal temperamento di Maria: si può affermare che queste pagine sono sincerissime, ma della sincerità «giovanniniana» (pag. 676) di colei che previene il desiderio del fratello nei dirgli sempre sì, che vive nella certezza che Giovanni ha sempre ragione e che partecipa (inasprendole) a quelle malinconie e a quei sospetti anche irosi che vedono tutti nemici al già abbastanza infelice Giovanni, siano i colleghi come i critici (oh! i dantisti), il Barbi come... la massoneria, i preti e gli anticlericali, i contadini della sua Chiusa e il campanaro del suo San Niccolò. Ma è forse questo tono, oggettivamente meno giustificato, che ci colorisce il mondo e le reazioni soggettivamente « vere » di quella famiglia. Per questo, nelle sfumature del racconto, il lettore percepirà qualche differenza fra le due redazioni, quella di Maria e quella da me integrata.

Eppure, con tali limitazioni, questo è uno scritto insostituibile: per volere di Maria esso ha fermato per sempre qualche momento e qualche luce di quella vita che altrimenti per noi si sarebbero o mai accesi o troppo presto spenti. Nella conservazione di tutto ciò che il poeta possedé o scrisse, e nel rendere perenni tanti ricordi – con una operosità insaziata, fino alla morte – Maria ci apparirà pur sempre, come ella vide sé scrivendo le ultime parole, ferma nel suo Calvario accanto al sofferente, ma glorioso Giovanni.

AUGUSTO VICINELLI

 

Ringrazio l'Esecutore testamentario, Italo Stefani, delle agevolazioni concesse per la stampa di queste Memorie; e anche il Sopraintendente bibliografico della Toscana Giovanni Semerano.

I due momenti di questa scrittura, quello di Maria e quello del Curatore, sono distinti sempre da un corpo di stampa leggermente diversi (come si vede a pag. 138 e 561; e altrove). Anche le Note del Curatore sono chiuse tra parentesi quadre; tranne quelle integranti le pagine scritte dal Curatore stesso. I puntini intercalati nei documenti o nelle lettere riportate, se sono fra loro vicini (...) indicano sospensioni segnate dall'autore del documento; se sono distanziati (. . .) accennano a parole o passi non integralmente riprodotti. Si sono in genere conservati, nei paragrafi della parte composta da Maria, i titoletti che essa aveva dato ai capitoli.

Un cenno particolare meritano le illustrazioni. Sono nella maggior parte nuove e provengono dalla casa di Castelvecchio: o conservate da Giovanni stesso (e da Maria) o opera fotografica del poeta (che ci teneva molto, e aveva fatto preparare i cartoncini abbelliti da un suo motto latino: vedi pag. 666). Anch'esse, così, ci riportano quasi sempre ai giorni e ai luoghi pascoliani, con l'impronta di quel tempo stesso.

Né vorrei lasciar dimenticati, per i lettori, i vasti minuziosi — e faticati — Indici, che vogliono giovare a uno degli scopi di questo libro: dare precise e minute notizie del poeta — vita e carattere — nel suo ambiente e delle sue opere (almeno per la malcerta loro cronologia).

LUNGO LA VITA DI GIOVANNI PASCOLI

AL LETTORE

Questi ricordi furono cominciati da me, per desiderio di Giovannino, molti anni fa, e le prime paginette le aveva lette anche lui con quel suo caro sorriso di approvazione incoraggiandomi a proseguire. Ma poi non potei piú continuare. Ora mi sono decisa ad appagare il suo desiderio. Egli voleva ch'io dicessi di lui, voleva che smentissi tante leggende e storielle che anche i compagni e gli amici spargevano sul conto suo, voleva, insomma, che dietro i racconti da lui fatti a me e dietro la conoscenza che io avevo della sua vita, della sua anima e del suo carattere, facessi chiaramente vedere ai lettori delle sue opere la sua retta e forte figura d'uomo. Ci riuscirò? È un dovere per me; ma l'adempirò bene? «Guai» mi diceva «guai se dovessi restare in altre mani!»

Il lettore non badi allo stile; sono una povera ed umile donna; può stare però sicuro che ciò che legge ha il pregio della verità. [1]

MARIA PASCOLI

Nota

____________________________

 

[1] [Riproduco qui in nota uno dei « Proemi al lettore » e parte di un altro, anteriori a quello definitivo messo nel testo e non esattamente databile: e ciò non solo per alcune loro sfumature differenti, ma soprattutto perché si può così fissare l'inizio della composizione di queste Memorie (nel 1902, quindi a Messina o a Castelvecchio), la loro interruzione, e poi la prima ripresa nell'ottobre del 1912, l'anno stesso della morte di Giovanni, fino a un totale mutamento di piano e di esecuzione.

Primo proemio:

«Questi ricordi furono cominciati dieci e piú anni fa. Giovannino, dietro il cui suggerimento li scrivevo, li leggeva e se ne compiaceva. Ora devo seguitarli? ora ch'egli non può leggermeli e approvarli? Eppure egli desiderava ch'io scrivessi di lui perché, diceva, "guai Mariú se il nostro nome resta in balia degli altri, specialmente dei parenti che non sono vissuti con noi e non sanno le anime nostre!" Per questo desiderio procurerò di seguitare fin dove arriverò non so. Ma sia certo chi legge che qui si trova la verità.

         12 ottobre 1912 »

Del secondo proemio, piú simile a quello definitivo, riporto solo alcuni periodi verso la fine, gli unici qui utili:

... voleva, insomma, che dietro i racconti da lui fatti a me e dietro la conoscenza ch'io avevo della sua vita e della sua indole, facessi, sui lettori delle sue opere, balzare forte e fiera la sua figura d'uomo. Ci riuscirò? È un dovere per me, ma l'adempirò bene? "Guai" mi diceva "guai, se dovessi restare in altre mani!" Ed ecco, che provo. Sarò breve, perché devo attendere anche ad altro che appartiene a lui...»

Innanzi il primo di questi due Proemi, nello stesso quaderno, ci sono 4 pagine delle Memorie, col titolo Alcuni ricordi della vita di Giovannino. Debbono essere un abbozzo di prima stesura veramente più breve, di cui tre pagine - forse quelle scritte nel 1902 - giungono rapide dalla nascita al Liceo; segue senza distacco, con solo una linea di separazione, il proemio del 12 ottobre 1912 riprodotto poco sopra; e, subito dopo, queste righe, credo del 1912:

Ripiglio dal punto in cui mi fermai, ma in breve perché il tempo stringe e devo anche attendere alla pubblicazione delle sue opere edite e inedite.

Giovannino era allora studente di liceo, o meglio doveva andare all'Università... [Segue in poche righe un cenno ai tre anni del Liceo e al doppio esame di licenza liceale. E continua:] Poi nello stesso mese e anno [ottobre 1873] ci fu il concorso a una borsa di studio a Bologna ch'egli ben descrive da sé nei Ricordi di un vecchio scolaro. E cominciò la sua vita universitaria misera e ardente che doveva condurlo alla Laurea in »

Cosí finisce la pagina e la prima stesura almeno qui conservata. Poi, forse quando Maria aveva già mandato avanti la pubblicazione delle Opere postume o aveva preso miglior conoscenza delle carte del fratello, sarà stata fatta la redazione definitiva, ma con altro piano e con ben altra ampiezza, comprendendovi la pubblicazione delle lettere e delle opere non ancora edite di Giovannino. La redazione giunse fino al giugno 1897.

Verso il 1936 furono però da Maria anticipate le pagine che raccontano con commossa minuzia la morte del fratello (pag. 996). Si veda la Premessa a pagina vii-viii.

Questa Nota è del Curatore, come tutte quelle poste tra parentesi quadre; le altre invece e s'intende nella parte delle Memorie scritte dalla sorella, cioè fino a pag. 561), (nome quelle fra pag. 138 e 144; e poi le pagine da 996 a 1021 – sono di Maria.]

È questa redazione – integrata fino al 1912 dal Curatore – che qui si stampa.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011