Giovanni Pascoli

 

 

POESIE VARIE

[1912-1913]

 

 

 

 

 

Edizione di riferimento

Giovanni Pascoli, primo, con due saggi critici di Gianfranco Contini e una nota bio-bibliografica, Oscar Classici, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1974, III edizione (I ed. 1939)

 

.    .    . in alto, a un ramo della quercia, la cetra

.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .   

.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .   

brillando al sole, o tintinnando al vento

 

 

Edizione di riferimento

Giovanni Pascoli, Poesie, vol. primo, con due saggi critici di Gianfranco Contini e una nota biobibliografica, Oscar Classici, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1974 III edizione (I ed. 1939)

 

 

 

 

PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE

 

 

NON creda il lettore e la gentile lettrice, che io pretenda di fare ciò a cui non sono mai stata né abile né destinata. Fino a poche settimane fa, io aveva, nella vita, la mia missione, e come dolce! e perché dolce, come facile !

Oggi, col presentare questa raccolta di poesie del mio adorato fratello, intendo solo di rendere a lui un mesto tributo di affetto e un doveroso segno di riconoscenza.

Altri, lo so, avrebbe potuto con più intelligenza scegliere e ordinare gli scritti; ma chi poteva farlo con più amore? E dall'amore mi sono lasciata guidare.

Sono sicura che gli occhi di lui, che miravano sempre avanti, non sarebbero più ritornati su tante vecchie carte col fine di rivelarci case da offrire al pubblico; da poiché ora aveva tanto mutato nell'arte sua, e non usava assolutamente più certe forme antiche. Io, però, ci sono andata, sebbene col cuore affranto, pensando che (a meno che io non bruciassi tutto, cosa a cui si ribella il mio sentimento), se non oggi, forse domani, quelle carte sarebbero state esaminate da altri. E così, tremando, presento alcuni versi giovanili di lui tratti in gran parte da suoi manoscritti e in parte da vecchi giornali del tempo. Offro pure un gruppo di poesie famigliari, più o meno remote, col fine solo di fare apprezzare la gentilezza e la bontà del gran cuore che le dettò. Seguono poi le cose degli ultimi tempi ch'egli non aveva ancora messe a posto; e la parte che c'é del Piccolo vangelo che voleva compiere tra breve.

Col suo ultimo lavoro poetico, scritto con tanto amore per la nostra patria, apro il volume. Con ciò ho creduto di far cosa grata a lui e ai nostri soldati e marinai che combattono ancora in Libia. Essi ne ebbero conforto nel Natale! Lessero la dolce ode nelle trincee e passarono la sacra notte (essi stessi glielo scrissero) proprio come vi è descritta. A me risuona sempre quel verso ch'egli ogni tanto ripeteva sfiorandolo appena can la voce, e dandogli una velocità come di ale: «L'Italia! L'Italia che vola!»

Oh! il trionfale inno ch'egli già meditava e che gli eroici combattenti attendevano sicuri da lui! Non verrà: l'ha portato via con sé insieme a tante altre cose destinate alla sua Italia diletta!...

O voi che leggete, abbiate un pensiero di compianto per il dolce assente, e un benevolo compatimento per la sua infelice sorella.

Bologna, maggio del 1912.

MARIA PASCOLI

 

 

PER LA SECONDA EDIZIONE

 

Mancano, in questa seconda edizione le odi A Gaspare Finali, A riposo, Alla cometa di Halley, Ad una rocca, Chavez, Abba e l'Inno degli emigrati italiani a Dante che hanno trovata il loro posto in Odi e Inni. Così aveva stabilito l'autore stesso.Restano tuttavia molte altre case che non erano scartate o dimenticate dall'autore, ma che si riservava di includere nel volume unico che non gli riuscì di fare. Inoltre aggiungo molte cose antiche e molte cose più recenti, piccole cose, se si vuole, ma piene di grazia. Nell'indice sono segnate con asterisco.

Castelvecchio, luglio del 1913.                                                                          M. P.

 

Nella nuova edizione (1948) le due poesie A Roma nella sventura e A Roma sono state trasportate fra le Traduzioni; Piccolo Vangelo poi manca dei due poemetti In Oriente e In Occidente: essi figurano nei Poemi conviviali, di cui già facevano parte, sotto il titolo generale La Buona Novella. Si sono invece aggiunte, dopo La Befana, tre favolette: Il marrello e la vanga, L'incenso, Il cane e la scodella, già comprese non giustamente nelle Traduzioni e che invece, come indica una nota in Sul limitare, sono originali (vedi a pag. 525). E si sono ora ristampate (1958) le poesie La povera piccina e La famiglia del pescatore che erano selle edizioni originarie.                                                                                                                                            [Nola del Curatore]

 

 

 

LA NOTTE DI NATALE

 

Ai marinai e soldati in Tripolitania

nel Natale del MCMXI

 

Sopra la terra le squille suonano

il mattutino. Passa una nuvola

candida e sola.

L'Italia! L'Italia che vola!

 

che passa in alto con tutte l'anime

nostre com'una sola grande anima!

Dice: – Là, io

trascorra la notte di Dio!

 

Là non le squille suonano a gloria;

non le zampogne querule cantano

la pastorale

che suscita un battere d'ale,

 

non lumi a festa per tutto brillano

come se a cena tutti ii lor angiolo

ci abbiano, biondo,

dei tanti discesi sul mondo,

 

non arde il ceppo che s'apre e crepita

quando col bimbo viene la Vergine,

ch'entra e soave,

ciò che le fu detto, dice: Ave!

 

La balenare d'armi, là subite

luci, là rotte grida, là murmuri

come da tombe,

là squilli improvvisi di trombe.

 

Sì. Ma più sacra m'è quella tenebra

tra palme e ulivi, sotto le nomadi

tende. Là, sento,

si veglia aspettando l'avvento!

 

Là, tutto è santo! Vegliano, credono,

attenti al cielo, pronti a rispondere

alla sua voce!

Là, sono anche i martiri in croce...

 

 

 

 

POESIE DAL 1872 AL 1880

 

 

NELLE NOZZE DELLA

PRINCIPESSA ANNA MARIA TORLONIA

COL PRINCIPE GIULIO BORGHESE

 

CANZONE

 

Al chiaror de le tede nuzïali

danzar con piè superbo

qui non veggo la gloria

che ghirlanda si fa degli altrui mali:

né quella pur che nella strage esulta,

e dal vulgo bel nome ha di vittoria,

scorgo agitare il brando,

dell'averno evocando

ombre oscure di principi e d'eroi

che allettino a mal far chi vien dappoi.

 

O Prence, mercé tua, che non provvedi

tali esempi al tuo sangue;

sì che placida sempre

s'agiterà la culla ai nuovi credi;

né sederà l'Erinne all'origliero

formando ai figli inesorate tempre.

Essi l'orecchio e il core

schiuderanno al dolore,

né pungeranno con patrizie scede

il poverello che per Dio lor chiede.

 

Godete, o sposi. Là dove di campi

florida striscia s'apre

purissimo cielo,

già, son anni, correan lividi lampi,

ed il raggio del Sole ottenebrava

della mefitic'aura il crasso velo;

il viator che ratto

toccò la riva, a un tratto

impallidia per macerante febre,

ed era addotto in breve al dì funebre.

 

Ma la cara consorte e il fanciulletto,

cui grave il dubbio preme

l'alma fedele, ognora

esploravan da tacito poggetto

giù per l'aspra discesa ogni sentiero:

spesso un lieto canto in sull'aurora

fingea pietoso inganno

al sollecito affanno:

nel putre flutto egli ingorgava intanto

senza rito benigno e senza pianto.

 

Indarno all'acque irresolute aperto

faticoso meandro

fu già d'idonee strade

per cenno imperial. – Ben facil merto

a chi le altrui sudate opere abbraccia

del proprio nome e il non suo dritto invade.

Ma contro i freni insorta

si stendea l'onda morta

silenzïosa pel conteso piano,

nuovi danni apportando al gregge umano.

 

Alessandro or le pigre acque disgombra

dal difficile lago,

ed inerme e privato

dopo tant'anni il gran concetto adombra.

Mentre gli uomini insieme urtansi in guerra

siccome li balestra oscuro fato,

e di seggi e corone

per fredda ambizione

si succia ognora al povero le vene

sotto l'onesto vel di comun bene.

 

Anima è rara, che del giovin core

i fremiti inquïeti

sappia a gentil fiammella

scaldar di gloria e di fraterno amore.

Se virtù nuda di fastosi fregi

apprenda al cor l'insolita favella,

mille svela diletti

di sospirosi affetti;

tal che in due grate lacrime risiede

qual più ne giova desïar mercede.

 

Coppia gentil, cui di suo dolce spirto

amor soave informa,

io so ben che non falla

messe in gran copia d'afrodisio mirto,

né suoni o feste o luce a' tuoi sponsali.

Come intanto nebbiosa ombra s'avvalla

e fa spiraglio il sole

in tra l'ardue carole

delle raminghe nubi, io tale un riso

veggio passarvi sul commosso viso.

 

Forse l'amor che ambo vi tragge in mezzo

alla polve del mondo

medita vostra mente?

Forse quel vol che vol franca dal lezzo

di quest'età corrotta? I fiori forse

che sparge ai vostri piè tutta la gente?

O l'insueta calma

che inspirate nell'alma

di chi non prova al mondo altro che noia,

ed or vostra mercé s'apre alla gioia?

24 ottobre 1872.

 

 

IN MORTE DI ALESSANDRO MORRI

 

hi sa dov'or si trovi il pellegrino

che s'è partito e non ritorna più?

Sta scritto nel volume del destino

una parola solitaria: ei fu.

Ei la morta fiumana dell'oblio

cinta intorno di salici ha guadata;

ma l'altra riva è là tutta ingombrata

di fitta nebbia che si chiama: Dio!

 

E l'uomo intanto, cavalier fatato,

in groppa del suo giovane pensier,

del castel di fantasime incantato

cerca indarno il perduto passegger!

E galoppa, da secoli galoppa

l'umana fantasia verso quel nulla!...

La morte che ghignò sulla sua culla

or sorridendo se gli asside in groppa.

 

Stridon, fratelli miei, le foglie a terra;

il sole è avvolto da funereo vel!

Ditemi, i morti infradician sotterra,

o qualche cosa n'evapora al ciel?

O tu, che or mo' fra queste piante erravi,

che polve or sei fra quattro assi d'abete,

sei tu pur giunto a le contrade liete

a cui penosamente sospiravi?

 

Ovver, mio forte amico, ora è destino

che putre fango e cenere sii tu?...

Chi sa dov'or si trovi il pellegrino

che s'e partito e non ritorna più!

Eppur ti vidi pensator poggiare

su l'ippogrifo tuo stellante al cielo,

e a rote larghe tra di nubi un velo,

vanir come vascello in alto mare.

 

 

VOCI MISTERIOSE

 

La nebbia gemica, tira una buffa

ch'empie di foglie stridule il fosso;

lieve nell'arida siepe si tuffa

il pettirosso;

 

sotto la nebbia vibra il vocale

canneto un brivido quasi febbrile;

sopra la nebbia lontano sale

il campanile;

 

passo, e precedemi sul limo un gaio

stormo di passeri quasi irridendo,

mentr'io nel plumbeo ciel di gennaio

l'orecchio tendo.

 

Tendo l'orecchio nel faticato

di pensier torbido cielo d'inverno,

in cui forse Eschilo meditò il fato,

Dante, l'inferno,

 

in cui la pallida strega – e i ghiacciai

con rombe assidue rompeansi a tratti –

dubitò il termine venuto omai

scritto ne' patti.

 

Come la pallida strega, l'orecchio

tendo, anch'io, pallido, d'antichi

eventi a voci e strepiti, che il mondo vecchio

canta tra i venti.

 

Non è la nebbia che per la piana

via le pozzanghere trepida batte,

ma là tra l'aere dubbio una strana

voce combatte:

 

pari d'Eolie lire al concento

nell'Apollinee splendide gare,

nuova Olimpiade sui monti sento

rumoreggiare.

 

Un grido fervido, lungo, echeggiante

Pan manda il postumo, Pan che non muore,

Pan per le cedue boscaglie errante

Dio vincitore.

 

 

LA POVERA PICCINA

 

I

 

Nella sua bara, povera piccina,

posan due fiori, e marciran pur lì,

una stelletta alpina

il fior de' suoi be' dì.

E il padre fece scoperchiar la bara

ed abbracciò quel suo perduto amor.

E: «chi t'uccise, o cara, l'hai maledetto ancor?»

Egli le disse. Ella un gentil sorriso

avea sul labbro e parve sospirar;

con lo sguardo fiso parve quasi negar.

 

II

 

Ed io dissi: «Egli è un tempo, o triste vecchio,

che par buono morire a quindici anni».

Ei mi porse l'orecchio

disse: « A quindici anni? ».

Ed io dissi: «Egli è un tempo in cui l'amore

sembra quasi un delitto a un cor gentile! »

Ei ripeté: «L'amore?

a un core? a un cor gentile?»

Come rondini, allor che le sue brine

gemmee, tramuta in pigre nebbie l'anno,

le povere piccine

aprono l'ali e vanno.

 

III

 

Come sussulta, freme, arde, il bel maggio!

Crepuscoli di rose ed albe d'oro!

Ma nel greppo selvaggio

i fior parlan tra loro:

Ci si pompeggia con le vesti nuove:

fama per l'odorose aure ne va:

ci predan per l'alcòve

nati alla libertà.

Dice il fior sull'aurora, e, mentre il vento

tra i cespi soffia un trillo di leuto,

abbassa al suoi d'argento

il capo di velluto.

 

 

NEL BOSCO

 

Sussurrano le mille aure del bosco:

son mille arcani mormorii nell'onde:

la luna bacia il cipresseto fosco

che con un molle fremito risponde.

 

Chi mi ricorda il mio dolce villaggio

ove piansi per più d'un abbandono;

ove la luna ha così mesto il raggio

e le campane così mesto il suono?

 

Tra il verde cupo biancheggiar gli avelli,

le pietre milïar della mia vita,

scorgo: una nenia cantano gli augelli

sacra, ed una velata ombra m'invita.

 

Fruscia la veste candida, e la mano

sottil m'accenna. I pioppi dànno al vento

il capo tristi, e al passegger profano

strane novelle, e lungo ammonimento.

 

*

 

Dunque il tuo freddo tumulo hai lasciato,

ombra dagli occhi pieni di memoria?

Sei dunque evasa al pallido passato

tu che rileggi la mia tetra istoria?

 

O sconosciuta, perché qui ritorni

il chiaror della luna a visitare?

Perché il mio cuor riede a' perduti giorni

e desia quello che non può sperare?

 

Sei tu che passi, o Iole mia, nel bosco,

nel sacro bosco de' ricordi miei?

O cipresseto, o cipresseto fosco,

seco ben tra quell'ombre esser vorrei...

 

Tra quell'ombre che giacciono ozïose

sottessa la tranquilla onda lunare,

sognare, o Iole, le passate cose,

i dolci sogni d'un tempo sognare!

 

Ma già tre volte cantò il gallo; e scialba,

la luce antelucana il cielo invade:

il ciel sacro alla luna: le contrade

piene di sogni fuggitivi. È l'alba.

 

Il sol trionfa e i mesti sogni sgombra;

i miei poveri sogni e la mia Iole.

Ell'è fuggita pallida con l'ombra

tra un odor di giacinti e di viole.

 

Sbocciano umidi i fiori... a me che importa?

a me che importa se il gran Pane un grido

allegro invia de' monti? In altro lido,

lungi, non vede i fiori ella! ella è morta!

 

A me che importa se il gran sole appare

su' monti e chiama gli uomini al lavoro?

Iole è morta, e il sol non torna a fare

de' suoi capelli una cascata d'oro.

 

 

MELANCONIA

 

Al crepuscolo canta un cardellino

mentre ch'io penso, amici, all'avvenire:

sembrano i pioppi, mentre ch'io cammino,

nell'infinita opacità fuggire.

 

Amici! un avvenir penso giocondo

mentre fuggono e vanno i giorni miei,

mentre, nel buio più e più profondo,

amici, esser beato io sognerei!

 

Canta, o buon cardellino, e m'accompagna

un poco in questa buia eterna via:

addolcisci la pallida campagna

e consola la mesta anima mia:

 

cantami i canti miei dimenticati

e ritornali al cuor riconoscente:

ridimmi i piacer miei belli e sfumati,

fammi morire consolatamente.

 

 

LA FAMIGLIA DEL PESCATORE

 

È notte: la capanna è ben meschina,

ma chiusa; e dentro è piena d'ombra, eppure

si sente quasi un tremolio di luce

tra quel buio crepuscolo, che guizza.

Lenze di pescatori sono appese

alle pareti, e in fondo ove sull'asse

scintilla qualche povera stoviglia,

si vede un letto con lunghe cortine

abbassate. C'è poi, proprio d'accarnto,

sopra di vecchie panche un pagliericcio,

dove sonnecchian cinque bimbi. È un nido.

Nido d'anime. Sopra il focolare

veglia qualche favilla, e pel soffitto

un subito baglior spesso ne corre.

Con la fronte sul letto, inginocchiata,

prega una donna, e pensa e impallidisce.

È la madre. Ed è sola. Di fuor, bianco

di schiuma, al cielo ai venti ed agli scogli

l'Oceano getta il suo cupo singhiozzo.

 

L'uomo è in mare. Durissima battaglia

sin da fanciullo, ei marinar, combatte

con la fortuna. Ei deve uscire, andare,

piova pur, tuoni pur, ché i suoi piccini

hanno fame. Di sera egli s'imbarca

quando l'acqua sormonta un po' lo scalo,

e solo è della sua barca al governo.

La donna resta, e vecchie tele cuce,

e rassetta le reti, e appresta gli ami,

pur sorvegliando al focolar la zuppa

di pesce e, appena i bimbi han preso sonno,

pregando Dio. Lui, solo, erra frattanto,

sbalzato e urtato dal continuo fiotto:

sol, l'abisso e le tenebre viaggia.

Dura fatica! Tutto è nero; tutto

freddo, gelato, nulla c'é che splenda;

il posto buono per la pesca, il luogo

mobile oscuro ove s'accoglie il pesce,

nei frangenti, tra pazze onde che s'urtano,

nell'infinito dell'oceano, è un punto

grande due volte quella stanza appena.

 

Or la notte, in decembre, tra la bruma

e i marosi, ne va, di maestria

e di pazienza, a calcolare il vento

e la marea, timoneggiar sicuri

per rincontrar quel punto in quel deserto.

Strisciano lungo i fianchi orride l'onde

come verdi serpenti, e il cupo vortice

nelle sue spire smisurate aggirasi,

spaventati fa cigolar gli argani

fischiar le carrucole e le gomene.

Egli pensa a Lucia di tra la notte

dal freddo mar. Lucia lo chiama e piange.

Ed ecco nella oscurità s'incontrano

i lor pensieri, come uccelli in via.

 

 

PATUIT DEA

 

Nell'aulente pineta le cicale

frinivano. Correa per il terreno

un non so qual baleno

d'orme guizzanti al suon del maestrale.

 

Ma quando ella v'apparve, ecco il rumore

e il tornear ristette:

molleggiò sulle vette

sospeso degli arguti pini il vento.

Né ronzar api alle purpuree more,

né zillar cavallette,

né, simili a saette,

schizzar ramarri nel silenzio intento;

s'udì sol l'affannato empito lento

delle ondate alla spiaggia cianciuglianti,

e su da' palpitanti

vepri un lieve pel cielo frullar d'ale.

 

Tra il verde apparve più che cosa umana

a riguardarsi bella;

che poi che mosse isnella

sfavillando da' neri occhi desio,

i pini dondolaronosi piana–

mente gemendo, e in quella

nelle tremule ombrella

tutto fu zirlo, frascheggio, ronzio.

Riscossi i venti del fugace oblio

respiraron con fremito sonoro,

ed alta il mar su loro

sollevò la sua voce trionfale.

 

 

ELEGIE

 

I

 

Vorrei morire, esser morto vorrei,

ma lontano lontano di qui:

nel breve campo ove dormono i miei,

ove canta, tra i pioppi, il Luì.

 

So che un soave dormir sarà il mio,

so che il mio sarà un dolce sognar:

udrò la guazza con vasto brusio

sulle acacie odorose crosciar.

 

E sognerò nella notte serena

che mi vengono amici a veder;

che fruscia e stride il trifoglio

e l'avena per migliaia di passi legger.

 

Sotto le stelle non son margherite

che fan tutto lo spiazzo albeggiar:

sono fanciulle di bianco vestite

e le sento parlare e cantar...:

 

parlano, cantano, danzano in volta

e hanno tutte una face alle mani;

non sono lucciole ch'ardon la folta

siepe, e vento che scuote gli ontani:

 

parlano e cantano cose d'amore,

fiori colgono, aspettano il dì:

i canti sono che pensa il mio cuore,

sono i fior che il mio sangue nutrì.

 

II

 

Si specchiano stelle serene

sul piano inquieto dell'onda;

ne vengono al sommo nereidi e sirene

e in fila s'avventano verso la sponda.

 

Non hanno le gracili ondine,

le rosee sirene non hanno

sui corpi di neve le vesti azzurrine,

e stridono e gemono, e vengono e vanno.

 

Le stelle contemplano. Nera

da un lato del curvo orizzonte

di nugoli torbidi viene una schiera

con carri, che splendono e tonano in fronte.

 

Dell'orrida torma dei venti

la pesta pel cielo rimbomba:

si spargono a mare tritoni fuggenti

con ululi lunghi con suoni di tromba.

 

 

FANTASMAGORIA

 

Color del tempo! il mondo sta sotto il ciel pesante

qual sotto il manto eterno gli ipocriti di Dante;

vengono per incerte vie coi cappucci bassi,

quasi ladri notturni, gli uomini a lenti passi.

là sui monti come su lugubri manieri

si disegnano in fosco cavalli e cavalieri.

 

E noi ferisce in fronte la brezza dell'ignoto;

e noi fascia di tedio l'afa del terremoto.

Tedio e non pace! Il bufalo ritto sul colle aprico

fiuta, mugghiando, il soffio del turbine inimico;

tali accasciati all'ombra d'antiche are e di troni

i lunghi ozi tentiamo con memori canzoni.

 

Son ventott'anni, e Italia dormia nel cimitero;

e facea (ricordate, lettori?) un tempo nero:

nero inquieto: a un tratto squillaron le campane

come se interrogassero le nuvole lontane:

allor, novello Cristo, scossa la greve mora,

bella d'armi e di luce l'Italia saltò fuora.

 

E pei campi fioriti della terra de' morti

mille scheletri, come d'incanto, erano sorti;

passavano, passavano colle bandiere in testa

cantando: All'armi, all'armi ché l'Italia s'é desta!

Il sol ridea dall'alto: da' balconi addobbati

piovean sorrisi e fiori sui funebri soldati.

 

Or via, patria immortale, sorgi una... quarta volta,

e togliti le bende in cui t'aveano involta.

Vedi: dal vasto grigio del ciel spunta affocato

nell'estremo orizzonte gemmeo castel fatato

qual tra le fredde tenebre l'aurora boreale!

Salve, avvenir di luce !... Noi scriviamo un giornale.

Bologna, 6 maggio del 1876

Programma di un giornale intitolato:

«Color del tempo».

 

 

LA MORTE DEL RICCO

 

Ha il prete a lato, e il nembo urla di fuori:

un sinedrio d'ombre incappucciate

gli siede intorno: egli ode... – Accusatori,

accusate! accusate! –

 

Sorge una donna: Egli mentì l'amore!

Sorge un bimbo: Il mio nome ei mi negò!

Sorge un villano: Io vuo' strappargli il core,

che mi fece sudare e mi rubò!

 

Un minator dice: Morii sotterra,

pria che morto, sepolto.

Un soldato: Ed io caddi ucciso in guerra,

prima uccisor che ucciso; egli m'ha tolto

 

vita e innocenza. – E tu, spettro, che hai? –

Fame. E tu? Freddo. – E tu? – Voglio odiar–

lo! che per anni lunghi io lavorai

e non ebbi un minuto per amar.

 

Voi chi siete? – Signore, un assassino. –

Voi? – Mio signore, un ladro! ah! ma il delitto

non s'ama, egli è un destino

che nella fronte, esso che muor, ci ha scritto! –

 

E tu perché l'abbranchi? – Ero fanciulla

pura e bella; e son morta all'ospedal !... –

Tu perché fremi? – Ah! ch'io morii nel nulla,

io ch'ero nato a vivere immortal!... –

 

Venga l'esecutor! Dubbio, t'avanza!

fissalo col tuo grande occhio sbarrato.

Costui d'un'altra vita ha la speranza:

che muoia disperato!

 

 

PRIMO CICLO

 

I

 

Tutto: le stelle e il sole,

il piano e i neri monti,

de' venti le parole,

il sussurrar de' fonti,

 

l'azzurro mar, le aiuole,

gli alberi all'aura pronti,

le bige lande sole,

le aurore ed i tramonti,

 

tutto il mio cuore intende,

tutto il cuor vede e ascolta

or per la prima volta;

 

e meraviglia prende

a questo cuor, io sento,

del suo commovimento.

 

II

 

Tra l'albaspina e il bosso

odo un tinnir leggero

come d'un riso. – È vero,

ridente pettirosso. –

 

Mi chiede poi, se spero,

un trillo alto e commosso:

– Dirti, sì, no, non posso,

piangente capinero.

 

 No – se le secche biade

agita al sole il vento,

dire al cuculo io sento.

 

Ma se la notte cade,

il rosignuol tra i rami

canta che speri ed ami.

 

III

 

Fin che parlasti, il vento

ti stette ad ascoltare;

tacea senz'alitare

il campo di frumento;

 

ma quando udì posare

il tuo soave accento,

il campo ondeggiò lento

come un tranquillo mare.

 

Gli asfòdeli le rosse

teste movean tra l'onde

di quelle spighe bionde.

 

Dal pioppo anche si scosse

un plauso senza fine

di non so che manine.

 

IV

 

Stridono le divine

fate nell'oliveto;

dal biancheggiante greto

rispondono le ondine.

 

È un canto senza fine

non so se triste o lieto:

varcano il ciel quieto

nuvole pellegrine.

 

Confondermi nell'onde,

confondermi nel suolo,

scorrere l'aura a volo

 

vorrei con le gioconde

fate e le ondine; andare,

passare; amare, amare!

 

IL VENTO

 

Nell'aria grigia e morta

c'è un'onda di lamento.

Qualcuno urta la porta:

– Avanti! passi! – È il vento.

 

Vento del Nord che porta

e neve e fame e stento:

la macchia irta e contorta

ulula di spavento.

 

Passano neri stormi

in frettoloso oblio,

passano nubi informi.

 

Tutto nell'aria oscura

fugge e s'invola – addio

da non so qual sventura.

 

 

 

EPISTOLA

 

 

A RIDIVERDE

 

L'avrò dunque una gaia giovinetta

che meco dorma sotto d'un lenzuolo,

che quando trilli in ciel la lodoletta

mi bisbigli ch'è stato il rosignolo?

 

Par ch'io la senta come già levata

desti la casa, e un canzoncino spicchi

tra l'assiduo fruscio della granata

e l'argentino acciottolìo dei bricchi.

 

Cara! io qui gusto il sonnellin dell'oro

mentre ella assesta tutte le ciabatte;

scende, schiude, va, viene. – Uomo, al lavoro! –

L'angelus suona e il sole ai vetri batte.

 

Così mi levo ed ho la fantasia

a' campi. Vanno a sciami contadine

al mercato cinguettando per via,

e chiocciano dalle aie le galline.

 

Il molin romba; e strisciano zirlando

le rondinelle sulle bianche ghiaie.

Sul greto, più lontano, a quando a quando

sciabordano in cadenza lavandaie.

 

E tu pur anche, o mia Nausicaa bella,

tessi, ed anche tu fili, anche tu lavi,

pel che, quando ti vidi reginella

della tua casa, tu m'innamoravi.

 

 

MITI

 

ALBA

 

L'alba viene: sul poggio alta rameggia

la selva e tra le stelle dorme ancora:

croscia la guazza e il bruno suol ne odora;

del timo odora e della santoreggia.

 

Piangono l'acque per le opache valli,

errano in cielo le serene stelle,

pur non lontano è il sol, pini dormenti:

il carro è là, gli aerei cavalli

pascono presso le sue ruote snelle,

dritti, a terra le code ampie e fluenti.

Sbuffano appena, scalpitano lenti;

quando alla brezza eccoli dar le molli

narici e volgere i chiomanti colli:

un nitrito lontanamente echeggia.

 

II

STELLA DIANA

 

Se il fiero cacciator esce dall'ombra

affacciandosi a' varchi orientali

con l'occhio ardente e in man gli acuti strali;

 

il ciel sereno avanti a lui si sgombra

e dileguasi rapida ogni stella

fuor del gittare delle sue quadrella:

 

sol una resta, oltra le belle bella,

che, come un tratto lui proterva affisa,

fugge tra un lieve crepitio di risa.

 

III

IL CICLOPE

 

Le nuvole, con dorsi enormi e vari,

nel tramonto randage, a quando a quando

sbuffano il vento dalle calde nari:

 

s'addossano, s'ammusano; poi lente

cercano ad una, a due, a tre, mugliando

per l'aria fosca disperatamente;

 

ché il ciclope che in cuor nutre l'eterna

cura, e nell'occhio ha la maligna luce,

già ripara doglioso alla caverna:

e il nembo scoppia per la notte truce.

 

IV

CREPUSCOLO

 

Due volte appari candida e vermiglia

nel cielo che di te si rinnovella:

(e dal tuo roseo pullula una stella

come una perla dalla sua conchiglia).

 

Alba, tu sorgi e attendi il tuo signore

al varco oriental, fin ch'ei si levi;

e bianca tremi al mattutino gelo:

ma poi ch'e' surse, un subito timore

di sua beltà ti caccia sì, che in lievi

passi di luce tutto corri il cielo.

Non le gemme cader lascia il tuo velo,

che par ch'a terra il tintinnio se n'oda?

La bella dalle braccia mie si snoda,

e con man vela le ridenti ciglia.

 

Sera, dell'ombra al termine egli sale

il navicello d'oro, e infine ha posa

veleggiando a sue piagge erme e lontane:

tu lesta accorsa al balzo occidentale,

tese invano le tue braccia di rosa,

ti getti nelle pallide fiumane.'

E tutto dorme; il mar sonnecchia: piane

gemono l'acque, tremano le foglie.

La bella nelle braccia sue m'accoglie,

e il dolce nido, come suol, pispiglia.

 

 

MATTINO

 

Trema al vento la cortina:

bianca e rosea traspare

di lì dietro la bambina

che sta dolce a contemplare.

 

Testa bionda al petto inchina,

bianche forme a me sì care,

come l'aura mattutina

vi fa molli ondoleggiare!

 

Una pioggia acre e sottile

fruscia al dubbio aere intanto...

suona l'ora al campanile.

 

Ed un forte odor selvaggio

si diffonde in ogni canto.

Amor mio, ben venga maggio!

 

 

PRIMAVERA

 

Primavera, entro le botti

già canticchia il vin fremente;

tornan già gli augelli dotti

da le scuole d'oriente.

 

A le Naiadi il torrente

or sussurra odi e strambotti

che imparò là su l'algente

Alpe in grembo a l'alte notti.

 

Là su gli alberi pensosa

chiedi forse, o Luna, ai venti

una strofe faticosa?

 

Anch'io penso uno stornello!

rime son gli abbracciamenti,

sono i baci il ritornello.

 

 

JAGO

 

Dicea Jago: «Oh! tu non sai

qual rea mente ella nasconda,

il suo cuor chi vedrà mai? »

Io risposi: «È così bionda! »

 

« Se de' neri occhi t'innonda,

de' suoi magici occhi, guai.

Ell'è perfida come onda ».

« Così bianca! » io sussurrai.

 

« Quella sua mite favella

è sottile, è forte trama ».

Io gemetti: « È così bella! »

 

« Sciogli a tempo il triste incanto

ch'ella, stolto, ella non t'ama ».

«Ma io l'amo, io l'amo tanto! »

 

 

IL RUBICONE

 

Tra le marruche in cui frascheggia il vento

corre un'acqua che ha nome il Rubicone,

un fil d'acqua che scivola al pilone

d'un ponte eccelso come un monumento.

 

In alto in alto sta sull'ali, e lento

scende pe' cieli taciti un falcone;

tacito alla mia costa un centurione

marso fa sibilare il suo sarmento.

 

Qualche turma di numidi cavalli

dalla lunga galoppa alla campagna;

e il suol romano tuona delle pesta.

 

Chi le coorti de' chiomati

Galli, alzando la pupilla sua grifagna,

muove d'un cenno della calva testa?

 

 

SCORAMENTO

 

Sul mio seno non getta aurei bagliori

lira vibrante di cadmei concenti;

né me cercan col grande occhio pallenti

teste di vati sotto foschi allori.

 

Triste son io: degli uomini i dolori

e i gridi del mio cuore escono lenti

senz'eco, e come vaste onde di venti

dileguan lungi tra inaccessi orrori.

 

Oh! i bei sogni affoltati a la memoria

come al nido le rondini! oh! fra' monti

scintillante qual pura alba, la gloria!

 

Triste or viaggio e solo, tra segrete

piaghe nel mezzo a pallidi tramonti

su via per le tranquille acque di Lete.

 

 

ALBA DOLOROSA

 

La luna cala: gli umidi arboscelli

scossano lunghi grappoli di fiori,

e l'usignolo di tra' pioppi snelli

– tiò tiò – trilla agli estremi albori.

 

Egli trilla e gorgheggia. Io piango incerto

non fossi abbandonato in un deserto.

 

Io piango, e cala giovinezza intanto

tra uno scoppio di luce ampio e di canto.

 

 

RITORNA !

 

Dalla selva, cui vento non muove

pensosa del cielo al confine;

dal gran mare verdognolo, dove

si tuffano l'oceanine;

 

di là dove la sposa del sole

co' figli diletti soggiorna;

se a te giungono umane parole,

ritorna, ritorna, ritorna

 

 

GHINO DI TACCO

 

Ghino di Tacco uscì di Radicofani;

l'asta gittava un'ombra lunga al suolo.

Guarda un villan di tra le stoppie e mormora:

quella è l'asta di Tacco e il suo figliuolo.

 

Dall'antica badia tra i lecci rosea

l'abate il vide per la via passare;

gridò d'un tratto: « Salvum fac me, Domine »;

poi disse: « Ghin di Tacco egli mi pare ».

 

Per il gran piano tra la rada nebbia

riguardando lo scorse anche un torriere.

«Guidi il tuo bruno palafren San Giorgio!»

urlò dall'alto « o franco cavaliere! »

 

« Buon cavalier che passi, in groppa arrecati

la vecchia che meschina andar non sa ».

« Dio t'abbia nella sua santa custodia;

son Ghino, ho fretta ». « Buon barone, or va ».

 

Gli nitrì sotto il palafren; latrarono

nella corte i molossi ed i limieri;

e il castellano interrogava, pallido,

con un cenno del capo, i ministrieri.

 

Soffiò allor nel gran corno. Ardeva al vespro

la punta della lancia e la celata.

Cento barbute ha intorno; ed una veste

ha nelle fiere mani, insanguinata.

 

SONETTI ETEROCLITI

 

I

LEGGENDO «IL MAGO» DI SEVERINO FERRARI

 

Giù pei cieli diafani e tranquilli

discende il mago radïante in volto:

un vecchio rospo a un larice suffolto

gli gorgheggia: ben venga il signor Brilli.

 

Ed e' muggire alla campagna i grilli

ode e nitrir le rane dentro il folto

canneto: un bacherozzo, uom savio e colto,

accorre al braccio di donna Amarilli:

 

e i rosignoli vanno per le strade

con certi borzacchini di pantano

grattando il violin nelle contrade...

 

Era tutto, da presso e da lontano,

uno zillare sotto le rugiade

nell'infinita chiarità del piano.

Il mago, della mano

 

fatto un soave cenno a' rosignoli,

fe' un passo e: Grazie, disse, a quei figliuoli.

 

 

II

A SEVERINO FERRARI

 

Se' tu dunque arrivato in Broceglianda

nel caffè de li Servi, o nel divino

pian della Lena, al garrulo Alberino

dove regna, conversa in rana, Urganda?

 

Tra gli alberi ogni macero tramanda

un odore d'assai dolce bottino,

quasi che, per incanto o per destino,

il gracchiare in profumo si rispanda.

 

Nel caffè 'l mago lento al ritmo cede

de' tuoi versi: egli ha i baffi agili in arco,

cupo geme, ed il pio sigaro aspira.

 

A quando a quando batte arguto il piede

e fa strano del capo a' diti incarco:

poi trae di tasca una lunata lira:

chiama il servo e sospira;

 

ma se i tre soldi metti fuori tu

tesse una danza di caldea virtù.

 

 

ECHI DI CAVALLERIA

 

I

Voglio cercar la terra consolata

dove sbocciano il loto e gli amaranti;

dove dorme per opera d'incanti

il gnomo biondo e l'azzurrina fata.

 

Intorno ad un'antica urna obliata

in pace s'attorcigliano gli acanti;

dormono l'arme dei poeti erranti

a' rami d'una quercia inviolata.

 

V'appeser elmi e ben forbiti arnesi

i cavalieri; e trovator vivuole

palpitanti di coble e sirventesi.

 

Or quando i caschi raggiano alla luna

or quando al vento treman le mandole,

io l'amor vi perseguo e la fortuna.

 

II

 

Per qua per qua, gracchian le torbide acque

del pantano velato di ninfea,

per qua passò la faretrata dea

e nuda al nudo Endimion soggiacque.

 

E sì, le siepi zirlano, le piacque

questo silenzio in mezzo alla vallea

che ancor vi resta, e molto le sa rea

la dipartita. Né la selva tacque;

 

ché dal sen delle vaste ombre segrete

che vibrano d'un sibilo di riso,

il cuculo il lungo ululo ripete.

 

Eppur lassù nel cielo, ove indiviso

e' par con le montagne azzurre e chete,

la dea riguarda con un pio sorriso.

 

III

 

Non fu, ch'io creda, un far vedersi in piazza

quella mia corsa piena di spavento,

col cuor natante sotto la corazza,

cori negli orecchi il sufulo del vento,

 

tra un impeto di nuvole, una pazza

fuga d'alberi, un fiero aggiramento

di tutto. Un colpo, infin, come di mazza

ferrata; e giacqui senza sentimento.

 

Chi potrebbe ridir quanti anni giacque

quella inquieta fantasia d'Astolfo,

che sprona all'alto e sempre a valle resta?

 

Stormiva un'infinita alta foresta

dentro il mio sogno, e vi frusciavan l'acque

illuminate d'un immenso golfo.

 

 

ASTOLFO

 

CONGEDO

Come la luna questa notte sia

sopra noi giunta, ci porremo in via.

Orl .fur., xxxiv, 67

 

Lo rivedo il marmoreo palazzo

delle gronde vocali

al lume della luna; ed un rombazzo

v'odo ancor oggi d'ali,

 

v'odo un festoso strascichio di gonne,

v'odo un clangore arguto

di spade, gaie risa odo di donne,

il canto del leuto;

 

or come allora. Allor dalle aie i cani

abbaiavano al vento:

vedevi di pioppi, olmi ed ontani

tutto un torneamento.

 

Ma poscia, un tratto che pendeva all'Orsa

cheta la luna appresso,

gli alberi affannati dalla corsa

palpitavan sommesso,

 

in quella ch'io piangea l'amor mio bello

che m'ha beato e ucciso,

scoppiava nel silenzio uno stornello

dolce come un sorriso...

 

Tu sul caval del paladino errante,

che per aria galoppa,

nano gentile dal cappel sonante

allor saltasti in groppa.

 

Il rosaio fremeva a l'albaspina

d'uno stupor tranquillo,

quando si scosse dalla tua testina

un saluto e uno squillo.

 

Pispigliavan le rose: Oh! la regina

del Catai si fa sposa.

Angelica, gemeano i fiordispina,

là, nel Catai, riposa;

 

riposa in pace; e non cred'io che un gaio

sogno d'amore e' sia:

cadon le stille, sibila il rovaio;

un sogno di follia!

 

*

 

Quando, di marzo, il plenilunio piove

sogni ed influssi d'oro,

s'avvian gli erranti per le cerche nuove

coi grandi antiqui loro:

 

ad atrii ignoti sostano; i bordoni

posano accanto all'arpe.

C'è un viavai di dame e di baroni,

lampo di veli e sciarpe;

 

piantato d'aste e di pennoni è il campo

con lunghe ombre di cocchi,

e, sparse intorno, le corazze un lampo

sprizzan d'acciaio agli occhi.

 

Empiono intanto dame e cavalieri

la notte di sussurro,

e là bianche chinee, bianchi destrieri

bevono al lago azzurro.

 

Ma noi mendichi intorno a un'abetaia

intera ci s'assetta,

e si ride e si ciancia a quella gaia

fiammata che scoppietta;

 

noi si ride e si ciancia, e ci trabocca

di fiera gioia il cuore,

se una favola industre esce di bocca

al buon novellatore.

 

O dedalei poemi onde il sonoro

ritmo che il cor ritenne

somigliava un trottar di Brigliadoro

per le fatate Ardenne!

 

come sentivo di passar per alti

silenzi di verzura,

su cui d'un tratto campeggiavan spalti

grigie muscose mura!

 

O bianca nube, stormi d'alcïoni

fluttuanti lontano;

bianchi veli, o rosee visioni

che ho perseguite invano!

 

*

 

Oh! poi che all'una delle fonti io bebbi

il caldo dell'amore,

e, all'improvviso rifluire, io m'ebbi

posta la mano al cuore,

 

cuor palpitante d'ombre cupe e raggi,

qual nuvolaglia a sera;

spronai, fanciulla, per sentier selvaggi

la mia speranza altera;

 

l'altero amor, tra l'ombre e le morgane

nel silenzio e il sussurro

pel monte e il pian guadando le fiumane

guadando il cielo azzurro,

 

io spronai: verso te lanciai Rondello

ch'al piè del nembo ha Pale,

e Brigliadoro che va qual vascello

gonfio di maestrale,

 

scossi le briglie a Rabican che i laghi

col piede asciutto sfiora,

il fianco strinsi ad ippogrifi e draghi...

ma non t'ho giunta ancora.

 

Qual mai tempesta portati? qual dio

volo ti dà leggero

più di Rondello e Rabican, del mio

cuore, del mio pensiero?

 

perché m'accenni della man fuggente,

perché rivolgi il viso,

ridi e dilegui luminosamente

nel lampo del sorriso?

 

Dilegui, e l'ombre calano, ed io sento

un brusio d'acque ignote,

e ascolto appena il crepito onde il vento

le foglie morte scuote;

 

mentre il cavallo piega le ginocchia

lente nel reo cammino,

di qualche pira il suono odo che crocchia

su nel silvestre pino.

 

Crescono l'ombre ed il silenzio sulla

terra, nel ciel, nel cuore

mio, per tutto. Che grigia landa brulla

questa dove il sol muore!

 

In faccia a me scintillano le pozze

d'un ghigno ultimo, orrendo,

poi verdi e gravi sotto l'alghe rozze

s'adagiano dormendo.

 

Mi si arresta il corsier, mentre rimango

irresoluto e solo:

le salde zampe guazzano nel fango,

fintan le nari il suolo.

 

Cessò sui vepri e sui ginepri l'izza

della cicala adusta,

né più da' cardi crepitanti schizza

la fragile locusta.

 

Or s'è levato in mezzo del tranquillo

piano il lamento eterno

della rana che rantola e del grillo

che trilla in suon di scherno.

 

All'orizzonte la vermiglia frangia

che cingea la campagna

bigia, in un vallo basso ora si cangia

di livida montagna.

 

E il vallo basso e plumbeo mi serra

il cielo intorno via

più, quanto più la desolata terra

s'apre alla vista mia.

 

O patria! o casa piena di bisbigli

e d'ombre rosee! In faccia

lieti le stanno i sicomori e i tigli

e il gelsomin l'abbraccia;

 

oh! le aurate fantasime di gloria

cadono, nebbie vane;

s'io ne vedo apparir nella memoria

le verdi persïane,

 

se tra que' bossi accorra a me, la fiamma

della sorpresa in viso

e della gioia... Quai lagrime, o mamma,

t'innondano il sorriso!

 

Come somiglia la tua gioia al pianto

di noi; come alla morte

il tuo pallore! Della casa intanto

non stridono le porte;

 

non s'apre ogni finestra con giocondo

émpito di battenti,

non vedo a ognuna comparire un biondo

capo che a me s'avventi

 

augurando. Addio patria! Sulla muta

landa, improvviso romba

uno stormo che migra e che saluta

con un clangor di tromba.

 

Suona un lieto clangor nelle profonde

solitudini. È il lento

stuol delle gru che verso ignote sponde

va tra la notte e il vento.

 

 

EPITALAMIO LESBIO

 

PER NOZZE

 

Le fiaccole sul lido

scossan gli aurei capelli

vanne attorno un grido

lieto di garzoncelli:

 

« Arrossa il pomo in cima

in cima al melograno,

ché non v'aggiunse prima

il coglitor villano,

il vider sì, ma invano,

gli audaci ladroncelli. »

 

Sopra il deserto lido

scintillano le stelle,

vanne attorno un grido

fievole di donzelle:

 

« Quello che al melograno

sboccia purpureo fiore,

salvo è da piè villano

di scorrente pastore.

Ma perde il suo colore

quand'uom se lo disvelle »

 

Pura è la notte e il canto

squilla per lunga traccia,

danzan delfini intanto

su per l'ampia bonaccia.

 

Degli occhi esso la bacia,

a meraviglia è bello;

essa di molle acacia

rassemhra un ramoscello:

Entra il felice ostello,

vola tra le sue braccia... »

 

 

 

POESIE FAMIGLIARI

E D'ALTRO GENERE

[1882-1895]

 

IL PELLEGRINO

 

Narran le pie leggende

che ogni uomo è un pellegrin;

un angelo il difende

nei dubbi del cammin.

 

Io stanco e tribolato

ho due consolator;

me li trovavo a lato

dove che andassi, ognor.

 

Tra i fantasmi interrotti

che in pianto il cuor finì,

nelle vegliate notti

e nei sudati dì!

 

Dentro le cupe scuole

per l'orrida città,

alla tempesta, al sole,

rinchiuso e in libertà.

 

Ma sol vederli in sogno

il mio destin senil

e aveva il cuor bisogno

di contemplarli un po'.

 

Volevo alzato il velo

quei volti contemplar;

essi spariano in cielo

siccome pioggia in mar.

 

E disperai; ma intanto

degno mi fea di lor;

mi preparava il pianto

a quel celeste amor.

 

Dopo affannosa via

gli angioli io giunsi alfin;

o dolci Ida e Maria,

ridete al pellegrin!

 

Al pellegrin vogliate,

angioli, un po' di ben,

il bacio a lui donate,

stringetevelo al sen!

 

Egli ha sofferto tanto

e tanto e vi cercò,

che presso a voi soltanto

or vivere egli può.

Sogliano, 1882.

 

 

ADDIO!

 

Carissime sorelle, io parto io vado;

ma sento che il mio cuor vuol rimanere.

Rimanere egli vuol, né mio malgrado;

non vuol venir, né contro mio piacere.

Rimanga presso il vostro dolce amore,

rimanga presso voi, povero cuore!

io senza lui, povero cuore ardente,

andrò lontano disperatamente.

 

Adorate fanciulle, andrò ben lunge

e non sarò felice, oh no! di certo:

dove la vostra voce a me non giunge,

ivi è la solitudine e il deserto.

Là dove non vi vedo e non vi sento

non ha prezzo per me l'oro e l'argento:

dove non odo le vostre parole

io non lo vedo, non lo vedo, il sole!

 

Mie soavi bambine, oh! ricordate

questo fuggiasco, questo pellegrino!

Pensate a lui felici e sventurate,

pensate a lui la sera ed il mattino:

quando il sol nasce, e quando se ne muore,

nei momenti del gaudio e del dolore.

Credete che nel nostro immenso affanno

i pensier nostri si rincontreranno.

 

S'incontreranno sempre e si diranno

soavi cose per l'aerea via.

Quanta felicità v'augureranno

da parte della triste anima mia!

E voi? Ma i vostri voti io li so bene,

so le vostre preghiere alte e serene!

Voti e preghiere? Invano, invano, invano!!!

fin che, o fanciulle, io vi sarò lontano!

Sogliano, 1882.

 

 

A IDA E MARIA

 

Se alcun mi promettesse il paradiso

quando fossi per dar l'ultimo fiato,

me n'andrei colassù senza un sorriso,

morirei sconsolato e disperato:

ma se avessi vicine Ida e Maria

in pace esalerei l'anima mia;

ma se avessi le man vostre sul cuore

vorrei farvi veder come si muore!

Sogliano, 1882.

 

 

A MARIA

NEL GIORNO DELL'ASSUNZIONE

 

Quando eri così buona e piccolina

bastavano due paia d'angioletti

a portarti nel cielo, o Mariuccina,

tra suon di violini e d'organetti:

ora ce ne vorrebbe una dozzina,

or che se' così grande e birichina;

or che se' così birba e così grassa

ce ne vorrebbe una dozzina e passa.

 

Dunque rimani ancora per molt'anni

ritenuta dal peso dei peccati;

non dar tante fatiche e tanti affanni

a quei celesti bambinelli alati:

mangia amaretti libretti confetti,

e più non basteranno gli angioletti;

non basterà tutta la schiera bella,

a portarti nel cielo, o ghiotterella!

Sogliano, 1883 [15 agosto 1884].

 

 

 IDA

 

Vengo a te da lontano ermo paese,

ti vengo nel tuo giorno a salutare;

ti vengo a dir che non ci son difese

di monti e piani, di fiumi e di mare,

per il mio cuor, pel cuore

di tuo fratello, o mio soave amore!

 

Nel mio lungo ed aereo cammino

io vidi campi azzurri e stelle d'oro.

Quando passavo come un pellegrino

io sentiva cantare angioli in coro.

Dammi, dissi a una stella,

un po' d'or per la mia dolce sorella!

 

E gli angioletti dissero: infelice,

le stelle vanno e non posson baciare!

Se stessero a sentir ciò che si dice

non mai le stelle arriveriano al mare.

O pover'uom, se vuoi

qualcosa, parla. Ci pensiamo noi.

 

Angioli, io dissi, andate allora

al monte dov'ella aspetta buona e rassegnata:

piovete gigli sopra la sua fronte

e rose sulla sua chioma dorata:

fate ch'ella si senta

sotto codeste vostre ali contenta.

Matera, 19 ottobre, a mezzanotte, 1882.

 

 

I

A MARIA

 

Come nei libri delle tue preghiere,

libri che tutto il tuo segreto sanno,

i fior che tu ponesti, or è qualch'anno,

colti a Sogliano nelle rosee sere,

 

appena che t'imbatti a rivedere

bigi e secchi, ti prende un muto affanno;

ma quelli toste rinverzicheranno

olezzanti nel sol del tuo pensiere.

 

 O verdi colli, o florida campagna!

Va la carrozza e tentenna; l'aurora

sorge, ed hai freddo, ed il tuo vel si bagna... –

 

Così, morto ch'io sia, tornino vivi

della tua vita, ed a me pensa allora,

questi poveri fiori fuggitivi.

Massa, 1885.

 

 

II

MASSA

 

Siede Massa tra lucida verzura

d'aranci, a specchio del tirreno mare;

vedi tagliente dietro lei spiccare

come un zaffiro immenso la Tambura:

 

verdeggiante e declive in una pura

chiarità d'alba il Belveder t'appare;

sola, in disparte sembra minacciare

nubi passanti la Brugiana oscura.

 

Mi sveglia il canto delle capinere

tra le magnolie, e m'assopisce un lento

ronzio di ruote e romba di gualchiere.

 

Come bimbo cullato io m'addormento;

e allor fugge, allor vola il mio pensiere,

ed in Romagna accanto a voi mi sento.

Massa, 1885.

 

 

III

SERENITÀ

 

Son passate le nuvole, e la piova

sprigionato ha dal suolo un acre odore;

lieta ogni rama si dibatte a prova,

a capo chino sgocciola ogni fiore.

 

Tra le fuggenti nuvole si prova

d'uscire il sole; all'umido splendore

sembra la terra ora più verde e nuova;

più turchino del ciel sembra il colore.

 

Così, dolce Maria, sovente stroscia

la tempesta dai miti occhi dolenti

e t'empie il cuor che languido s'abbioscia;

 

ma poi che, un tratto, dileguò la nera

nuvola, i tuoi pensieri alti e fiorenti

sorridono alla nuova primavera.

Massa, 1885.

 

 

IV

SERA

 

Alla tavola siede la sorella

più grande e meno triste, Ida la bionda;

tutta in sé scrive, medita, cancella,

come se al cuor la penna non risponda.

 

Non s'ode intorno che lo scricchio della

penna veloce. La lucerna innonda

di calda luce quella chioma e quella

fronte quasi d'un nimbo aureo circonda.

 

Ma la dolce Maria sta solitaria

e pensosa in disparte... Io, la speranza,

mentre fumo, volar vedo nell'aria;

 

ed ambedue, per opera d'incanto,

conduco nella riposata stanza

d'un bel castello che disegno intanto.

Massa, 1885.

 

 

VI

SEPOLCRI

 

Ardono i ceri al piede dell'altare

nelle tenebre gravi, umide, intente,

dove pur s'ode continuamente

frusciare, sgonnellare, stacchettare.

 

Il sol muore. Oh! non qui venni a pregare

quel nuovo Dio tra i ceri sanguinente;

io, salutando il Dio di nostra gente,

tendo le braccia all'infinito mare:

 

dove la vampa del suo rogo annera

fumando e il vento piange, e lo seconda

l'ululo d'accorrenti onde marine.

 

Stelle tu versi ad una ad una, o Sera.

Largo il pianto rampolla a la profonda

Sera, disfavillando senza fine.

Massa, 1885.

 

 

VI

SCHERZO

 

S'ode in tanto sonar l'Avemaria,

e per L'aria è un lamento di campane,

un lamento che arriva di lontane

chiesuole immerse nella mite ombrìa.

 

Tacito a casa il giornalier s'avvia

la zappa in dosso e nelle mani un pane,

e pensa. Gravi gracchiano le rane

nel pantano d'un rospo in compagnia.

 

I ranocchi salmeggiano il corale

de' morti: il rospo è in domino; a distesa

canta con maestà pontificale.

 

Le lucciolette in fin del salmo accesa

hanno la torcia, e allora le cicale

strascicando e cianciando escon di chiesa.

Massa, 1885.

 

 

VII

LA GATTA

 

Era una gatta, assai trita, e non era

d'alcuno, e, vecchia, aveva un suo gattino.

Ora, una notte, (su per il camino

s'ingolfava e rombava la bufera)

 

trassemi all'uscio il suon d'una preghiera,

e lei vidi e il suo figlio a lei vicino.

Mi spinse ella, in un dolce atto, il meschino

tra' piedi; e sparve nella notte nera.

 

Che nera notte, piena di dolore!

Pianti e singulti e risa pazze e tetri

urli portava dai deserti il vento.

 

E la pioggia cadea, vasto fragore,

sferzando i muri e scoppiettando ai vetri.

Facea le fusa il piccolo, contento.

Massa, 1885.

 

 

L'AMOROSA GIORNATA

 

Quando trovai ne' miei pensier presente

il tuo viso e le lunghe fila bionde,

scoteva il vento l'ombre gemebonde:

 

or già tace la notte; e l'ombre intente

ansano appena, e l'ampia terra desta

di luce strana sembra che si vesta.

 

Roca la squilla odo sonare a festa;

e l'alba trema, mentre incerta sale

sul candido silenzio universale.

 

*

 

Tra i fior nascenti indugi il passo, quale

fata dopo l'incanto al sol s'appresta

spargere il raggio della bionda testa.

 

Un ronzio d'api, lievi frulli d'ale

odo, e sussurro di ruscel corrente

nel meriggio tranquillo e rilucente.

 

Volge il mio cuore a te, fata piacente;

e so che un bel sorriso gli risponde

di là, tra il verde delle nuove fronde.

 

*

 

E le rondini zillano alle gronde

di qua, di là, vertiginosamente:

anche noi si cinguetta al sol cadente.

 

Al sol, che ne' tuoi puri occhi s'infonde,

luce sottentra, che nel ciel d'opale

sparge un immenso biancheggiar nivale.

 

Chi nel cielo, cui corre il maestrale,

il lento oblio, l'opaca notte arresta?

Canta l'inconsapevole foresta.

 

Or che notturna infuria la tempesta,

felice ascolto l'equinozïale

pioggia strosciare, assidua, lenta, eguale:

 

ché a fuggevoli baci il tuon ridesta

sovente le tue labbra fremebonde;

gli occhi no, che il guancial timidi asconde.

 

Muove il tuo cuore quasi in rapid'onde;

poi si appisola e dorme dolcemente,

sì che il mio che lo culla appena il sente.

Massa, 1885.

 

 

ALL'IDA

DONANDOLE VIOLE E MIOSOTIDI CAMPESTRI

 

Guarda: le une col lor candido viso,

gli altri, con nell'azzurro occhio il sorriso,

dicon: non ti scordare e pensa, a me.

 

Son fanciulli de' campi: umile e schietto

è il lor linguaggio come il loro affetto;

amano e non san dirti essi il perché:

 

molto varia non è la lor favella,

né dotta: eppur gradiscili, o sorella;

è una favella che mentir non sa.

 

Son fanciulli de' campi: in lor ti fida,

ché, se vestono male, amabil Ida,

non la menzogna appreso hanno in città.

Massa, maggio dell'85.

 

 

MARIUCCINA

ACROSTICO

 

Mentre siedo, o sorella, a te da canto

Anni tristi, ben tristi anni! rammento;

Ricordo un lutto, una famiglia in pianto,

In mezzo alla miseria, al tradimento.

Un sorriso splendeva in quel dolore,

Caro sorriso che t'uscia dal cuore!

Caro il tuo balbettio, sempre lo stesso,

In mezzo al cupo ragionar sommesso!

Nostra, di tutti noi, consolatrice,

Angelo della tua madre infelice!

Massa, 1885.

 

 

IDA, AMACI!

ACROSTICO

 

Ida, usciti già sono i capineri

Di cova, e triste è 'l lor canto novello

Al ciel d'agosto tra i natii verzieri;

A te dicono: oh sol felice, bello,

Morbido il nidio, dove ad un richiamo

Aprite il becco e tu e il tuo fratello!:

Come s'esce a volar dal ramo al ramo,

Ida, capino biondo, ecco piangiamo.

Massa, 21 agosto 1886.

 

 

MARIA

 

Sotto il salice piangente

della molle capelliera

gli occhi suoi soavemente

stanno in atto di preghiera.

 

Sta tra i morbidi capelli

la sua fronte umile e stanca,

così bianca, cosi bianca!

come il marmo degli avelli.

Massa, 1886.

 

 

MAGGIO

 

Ridon siringhe del color di lilla

sopra la mensa e odorano viole:

la capinera è tra gli aranci: brilla

tremulo il sole.

 

Tu pur, poeta, hai rifiorito il cuore

trilli e frulli hai nella fantasia.

Le ignave brume e l'umile dolore

sorgi ed oblia

Massa, 1886.

 

 

A MARIA

 

Pallida il volto e i teneri occhi mesta,

mia sorella, passi il lungo giorno:

venne pure il tuo giorno; oggi è la festa,

nulla ride a te, mia cara, intorno:

 

ritornata è la festa, e tutto è muto;

invan sembri aspettare anche un saluto:

 

né un picciol dono, breve gioia, io porto

a te, nostro dolcissimo conforto!

Massa, 1886.

 

 

IDA

 

Al suo passare le scarabattole

fremono e i bricchi lustranti squillano;

la grave padella

col buon paiòl favella:

 

qual è codesta polledra, dicono,

che ancor non doma nitrisce all'aure,

e tremar tutta sembra

nelle virginee membra?

 

Non sanno: e invano di lei dal povero

foco la vecchia pentola brontola:

sol la silenziosa

lampada sa qualcosa:

 

sa come a notte le vola trepida

sul foglio e arguta la penna scricchiola

– si volge al suo chiarore

l'occhio interrogatore –;

 

la reginella pensa discendere,

ché i tenui lari più non le arridono;

e già, con atto stanco,

si scioglie il grembiul bianco;

 

depone il breve serto dagli aurei

capelli, al giogo declina docile

la sua rosea cervice,

lieta ad altrui s'addice.

Massa, 1886.

 

 

A MARIA

ACROSTICO

 

Mi piange in cuore un trillo che si leva

A un tratto nelle miti aure serene:

Rosignol? capinero? Io non so bene;

 

Io so ch'egli di te già mi chiedeva,

Uccellino cortese: – or dov'è quella

Colomba dolce, così bianca e bella? –

 

Candidamente, o bianca mia sorella,

Io gli ho risposto che tu più non m'ami.

Ascolta, or piange, e sembra che ti chiami!

Massa, 1886.

 

 

A IDA

 

O capo biondo, cara occhi d'uccello,

d'uccellino che vive alla foresta,

d'uccellino che canta sull'ornello,

d'uccellino che bionda abbia la testa:

dov'è, mia cara, il nostro paesello,

dov'è la casa solitaria e mesta,

dov'è il mio nido, dov'è la mia vita...

oh! dove sei, felicità svanita?

Livorno, 24 agosto 1890.

 

 

PASSER MORTUUS EST!

 

Dormí, e non celi il capo irrequieto

sott'essa l'ala, il garrulo capino;

dormi, e non sogni. Era il tuo sonno un lieto

lungo festino,

 

come la veglia: e molte avea soavi

cose la vita pel tuo cuore alato

d'ali leggere, poiché tu ci amavi,

misero! amato.

 

La bianca morte allor di te s'accorse;

ed in quegli occhi, memori del nidio,

questo gran sonno t'infondea, ch'io forse

forse t'invidio.

Livorno, 1889.

 

 

DONANDO A MARIA

DELLA CARTA CON IMPRESSE DELLE NAVI

 

Con queste navi in quest'alta bonaccia

io so che tu farai molto cammino;

andrai, quando tu voglia, ove ti piaccia

pel queto mar ch'io credo un ciel turchino.

 

Rivedrai luoghi ove, sorella, hai pianto,

ed un sorriso or ti parrà quel pianto!

 

Rivedrai volti a cui dolce hai sorriso,

oh come lagrimoso, quel sorriso!

Livorno, 1889.

 

 

A ORAZIO BACCI

CARTOLINA

 

Caro Orazio, i panforti, come scudi

omerici, d'argento cesellato,

brillano nella cantera, e dallato

hanno amaretti e cavallucci, studi

 

incliti di Sanesi pasticcieri.

Siena! dolce paese! Oh mi si dia

di veder la città de' miei pensieri!

So che vorrei fermarmi a mezza via,

 

tra Fiorenza gaietta e Siena austera,

o caro Orazio mio, nel tuo Castello.

Forse vi troverei la primavera,

ora che brullo dondola l'ornello.

 

Così soavi ha gli occhi la tua mamma,

che governa sue tre vite leggiadre,

così pura del tuo lare è la fiamma,

così paterno è il piglio di tuo padre,

 

ch'io mi crederei giunto ove ho il cammino:

alfine, Orazio mio, mi crederei

giunto, tra sì gran pene, al mio destino:

là dov'è babbo e mamma e tutti i miei.

 

Tutti, all'infuori delle due soavi

sorelle mie di sangue e cor, che adoro;

ed amo tanto te, perché pensavi

unicamente, col tuo dono, a loro.

 

Basta: la notte di Natale, quando

sono pel cielo tanti gli angioletti;

se qualche groppo ne verrà, cianciando,

come uno stormo, sopra i nostri tetti,

 

(candidi stanno, e poi qual va, qual viene,

e nuova schiera ad ora ad or s'aduna:

li crede il volgo nuvole serene

erranti in cielo al lume della luna)

 

se alcuno ne verrà, sì che nel viso

possa vederlo, io gli dirò che porti,

prima ancor che nel santo paradiso,

questa novella a casa de' miei morti:

 

che c'è una casa in questa dolce terra

che ci vuol bene per la sua bontà.

Quelli ne goderanno di sotterra

e Dio dal Cielo vi benedirà.

Livorno, 28 decembre 1889.

 

 

CANTO DELL' USIGNUOLO

 

Non l'usignuolo (il vago tempo andato!)

più chiama Iti Iti, e solo a sé risponde,

tacendo fiori fronde erbe ombre aure onde;

ma così dice in suo parlare ornato,

di tra l'ispide scope e le dimesse

marruche: se la vite non mettesse;

se il vilucchio non s'avvolgesse;

se la formica non avesse il c...,

dormirei più sicuro, più sicuro.

Livorno, 1890 [1887].

 

 

DONANDO UN ANELLINO

A MARIA

 

Son quattro diamanti: quattro lente

lagrime uscite da pupille spente.

 

Due dagli occhi d'un martire: tuo padre;

due dagli occhi d'un angelo: tua madre!

 

L'uno colpito al mezzo della via,

sospirò tra la morte: – Ida! Maria!

 

L'altra, dopo la sua lunga agonia,

sospirò tra la morte: – Ida! Maria!

 

Quelle lagrime mute e disperate,

su quegli occhi, o Maria, cristallizzate,

 

le chiude l'oro dalle pure tempre

in quest'anello che dice per sempre!

Livorno, 1 novembre 1890.

 

 

A UN AMICO DI MIO PADRE

 

Amici suoi che foste, avete udita

mai la sua voce? – O tomba oscura e forte,

in cui m'affanna i sonni della morte,

ineluttabil incubo, la vita!

 

Oh! vivo io, vivo. O prole mia sfuggita

a questa forse invidiata sorte,

come risuona sempre a queste porte

la tua querela timida, infinital...

 

L'uno va nudo e solo ramingando;

qui sosta e piange. Un altro derelitto

odo in segreto disperar lontano.

 

E le mie bimbe gemono pensando

al muto grido che per loro io gitto,

alle mie braccia per lor tese, invano. –

1893

Il figlio che ha udito quella voce.

 

 

A MARIA

che l'accompagnò alla stazione

 

Non sono io forse il piccolo Giovanni

che sua mamma accompagna alla stazione?

Essa gli ha messo in ordine i suoi panni,

i suoi colletti, le camicie buone.

 

Esso va solo; solo va lontano

per aiutare la sua dolce madre,

vedova: ei deve a lei dare una mano

per gli altri; agli altri deve far da padre.

 

E molte cose con sospir gli ha detto

nella soave e piana sua favella,

e già gli pose, con sospiro, al petto

l'argentea croce di suo padre... quella...

 

Ed ora eccola al piè del nero treno,

piccola, con un pallido sorriso,

scarna, muta, pensosa; l'occhio, pieno

di lagrime invisibili, in lui fiso.

 

Le labbra bianche con la triste piega

dicono ancora ciò che il cuor ben ode:

oltre lui guarda a quando a quando, e prega:

oh! parla e guarda all'angelo custode.

In treno per Siena. Agosto 1802.

 

 

ALL'IDA ASSENTE

 

O mia raminga, o rondinella mia,

ma dove l'hai murato il tuo nidino,

che al dolce suono dell'Avemaria

non ti sento zillar nel mio giardino?

Son fiorite le rose, o rondinella,

nevica a terra il fior dell'ulivella:

tanto amore sbocciò nei miei pensieri!

tanti baci sfiorirono! non c'eri.

Livorno, 1893.

 

 

ALL'IDA ASSENTE

frammento

 

Nella mia casa placida e canora

si fa nel giorno un gran parlar di te.

La Solitaria piange ad ora ad ora,

i Caserecci gridano: c'è, c'è...

La Bella fa squillar la campanella

irosamente. « Taci dunque, o Bella!»

Gracchia lo Storno. E allora le Cincine

strillano tutte insieme senza fine.

Sbuffano, come due lavandarine...

Livorno, 1895.

 

 

IL PRINCIPINO

 

Principe Rosso, giovinetto Sire,

che mostri d'un pensoso arabo gli occhi,

cui dorïese vergine i ginocchi

abbracciò, toccò il mento e domò l'ire:

 

te vedess'io sopra il ginnetto uscire

alla campagna in mezzo a lance e stocchi,

e i paggi in gaio vortice, coi tòcchi

piumati, sulla tua traccia garrire,

 

coi falchi al pugno! Né vorrei, quest'io

essere intanto pedagogo austero,

su lenta mula, in lunga imbelle veste;

 

non barbuta tra l'ampio scalpitìo

dello stuol; non aereo torriero:

sì, tuo rubello nelle tue foreste.

Livorno, 1890.

 

 

A UN PROFESSORE

nel giorno anniversario della sua nascita

in nome di alcuni alunni aspiranti all'accademia navale

 

Noi vagheremo per il mar sonoro

un dì, se indarno l'anima non spera;

e nell'incanto d'una rosea sera

o nel folgoreggiar d'un'alba d'oro,

 

udendo i canti de' marini in coro,

guardando il fumo della ciminiera,

ripenseremo quella tua severa

parola che dicea: Patria e lavoro!

 

E tu, se nunzio mai col tempo giunga

d'una battaglia d'ardimento antico,

presso Caprera, o sotto il Promontore,

 

leggendo un nome in una serie lunga

dirai, ma giubilando, o nostro amico!

« uno v'è morto co' miei detti in cuore. »

Livorno, forse nel 1890.

 

 

LA BEN RIMATA

FRAMMENTO

 

Non c'è sempre, né spesso anco, cred'io,

da sfogliar rose ed ardere verbene

quaggiù; ma in questo mondo ciel buon Dio,

amico, ci si piange molto bene;

 

come diceva non so più che saggio.

Io, per me, son beato, e non lo celo:

pieno d'alti diletti è il mio passaggio

in vista de' natali astri del cielo.

 

Con dolci lai mi parlano i tramonti,

cantano l'albe con soavi risa:

passano bianche dame sopra i monti,

e maghe d'India e vergini di Frisa.

.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    

 

 

LA MIRABILE VISIONE

frammento

 

Allor che Amore, ne' deliri errante,

portando al cuore il sovvenir di lei,

coronò di martir li occhi di Dante,

 

ed ei parlava ai pallidi romei

e lo traeva intelligenza nuova

là, dove pura luce, da te sei.

 

Era il suo canto come di chi trova

nel solo esilio, ed era il suo pensiero

come cielo che in mare immenso piova.

.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .   

 

 

LA VEDETTA DELLE ALPI

inno gemello della «wacht am rhein»

 

Sopra l'Alpe d'Oulx, ai venti,

sta l'Alpino in sentinella:

come scroscio di torrenti,

come rombo di procella,

giunge un grido « Al Reno, al Reno! »

Fratel mio, tu veglia al Reno;

io sull'Alpe itala sto.

 

Per ghiacciai, rupi, burroni,

ogni picco ha i suoi moschetti,

ogni monte i suoi cannoni,

ogni varco i nostri petti.

Puoi dormire, Italia, al piano:

dormi, Tevere lontano,

dormi, fragoroso Po.

 

Ma da valle chi s'avanza,

chi mai sale i monti azzurri?

Nell'oscura lontananza

tutto è palpiti e sussurri.

Chi da valle grida: o All'Alpi »?

Tutti, all'Alpi, all'Alpi, all'Alpi.

Tutti all'armi: tutti a me!

 

Su di corsa, o bersaglieri,

su, gagliarda fanteria:

ai cannoni, o cannonieri;

Nizza, Monferrato, via!

Tutte al vento le bandiere:

tutte al mar, torpediniere.

Salpa, Italia. In sella, o Re!

 

 

A VITTORIO EMANUELE

 

Re Vittorio: immobilmente

ti vediamo grandeggiare,

non nel Pantheon silente

ma in cospetto al nostro mare.

Tu sei desso, il buono, il forte...

chi parlò della tua morte?

Sei tornato: ave, gran Re.

 

Te così vedemmo in testa

di spossati battaglioni

tra il fragor della tempesta

e la romba dei cannoni.

Il gentil sangue latino

salì teco a San Martino,

e l'Italia ebbe il suo Re.

 

Tornerai, sempre. La scolta

chiami all'Alpi i figli tuoi:

ti vedremo un'altra volta

grande e fosco avanti a noi.

Sopra i suoni e le fanfare

la tua voce udrem squillare:

– Figli andiamo – Eccoci, o Re. –

Livorno, 1892. Per musica.

 

 

IL POETA OZIOSO

 

L'arpa d'oro

pende ai salici:

il canoro

vento l'agita:

il poeta vede e ode,

ode e gode.

 

Non le dita

mie la tocchino!

L'infinita

anima l'animi!

Arpa, al vento, al sole, oscilla,

brilla, squilla'

 

 

 

LA BEFANA ED ALTRO

DAL 1896

 

 

LA BEFANA

 

Viene viene la Befana,

vien dai monti a notte fonda.

Come è stanca! la circonda

neve, gelo e tramontana.

Viene viene la Befana.

 

Ha le mani al petto in croce,

e la neve è il suo mantello

ed il gelo il suo pannello

ed è il vento la sua voce.

Ha le mani al petto in croce.

 

E s'accosta piano piano

alla villa, al casolare,

a guardare, ad ascoltare

or più presso or più lontano.

Piano piano, piano piano.

 

Che c'è dentro questa villa?

uno stropiccìo leggiero.

Tutto è cheto, tutto è nero.

Un lumino passa e brilla.

Che c'è dentro questa villa?

 

Guarda e guarda... tre lettini

con tre bimbi a nanna, buoni.

Guarda e guarda... ai capitoni

c'è tre calze lunghe e fini.

Oh! tre calze e tre lettini...

 

Il lumino brilla e scende,

e ne scricchiolare le scale:

il lumino brilla e sale,

e ne palpitan le tende.

Chi mai sale? chi mai scende?

 

Co' suoi doni mamma è scesa,

sale con il suo sorriso.

Il lumino le arde in viso

come lampana di chiesa.

Co' suoi doni mamma è scesa.

 

La Befana alla finestra

sente e vede, e s'allontana.

Passa con la tramontana,

passa per la via maestra,

trema ogni uscio, ogni finestra.

 

E che c'è nel casolare?

un sospiro lungo e fioco.

Qualche lucciola di fuoco

brilla ancor nel focolare.

Ma che c'è nel casolare?

 

Guarda e guarda... tre strapunti

con tre bimbi a nanna, buoni.

Tra le ceneri e i carboni

c'è tre zoccoli consunti.

Oh! tre scarpe e tre strapunti...

 

E la mamma veglia e fila

sospirando e singhiozzando,

e rimira a quando a quando

oh! quei tre zoccoli in fila...

Veglia e piange, piange e fila.

 

La Befana vede e sente;

fugge al monte, ch'è l'aurora.

Quella mamma piange ancora

su quei bimbi senza niente.

La Befana vede e sente.

 

La Befana sta sul monte.

Ciò che vede è ciò che vide:

c'è chi piange, c'è chi ride:

essa ha nuvoli alla fronte,

mentre sta sul bianco monte.

Castelvecchio, 1897.

 

 

IL MARRELLO E LA VANGA

 

– Codesta punta – un dì chiese il marrello

– d'oro, dov'è? Noi siamo, tanto io, quanto

te, ferro... – Sono gli uomini, fratello, –

 

disse la vanga – a dirmi d'oro:

intanto nol credon essi, e neppur io né tu.

Io sono tutta ferro e me ne vanto:

 

se fossi d'oro... non ci sarei più. –

 

 

L'INCENSO

 

Se fanno ch'io mi strugga, ecco, non penso

che in me vedano alcuna alta virtù!

Io muoio; e sanno che vivevo incenso;

mi lodan essi, ed io non sono più.

 

 

IL CANE E LA SCODELLA

 

Buono tu sei – diceva la scodella

al cane, – che me, sola, in abbandono,

così carezzi e rifai nuova e bella! –

 

Rispose il cane, ancor leccando: – Oh! buono

son io per certo, e posso dirlo senza

falsa modestia: ognuno sa ch'io sono

 

del comitato di beneficenza. –

 

 

MAMMA E BIMBA

 

– Cammina, cammina

ritorna da me! –

– La strada, mammina,

la strada che c'è! –

 

– Ma, dopo, il riposo

più dolce sarà. –

– Non posso... non oso,

dal buio che fa! –

 

– Ma qui mi vedrai,

ma qui ti vedrò! –

– Sul petto, oh! non sai

che peso che ci ho!

 

E i piedi, ancor essi...

io non ce li ho più.

I vermi, sapessi,

che sono quaggiù!

1897.

 

 

DI LÀ...

 

L'entrata era aperta, nel sole,

sopra anditi pallidi e lunghi.

Di fuori era odor di viole:

ma dentro, di muffa e di funghi.

 

Qua prati, là via senza capi,

qua zolle, là squallidi tufi.

Di fuori ronzavano l'api,

ma dentro soffiavano i gufi.

 

Veniva di qua, mattiniero,

lo strido di rondini folte;

di là, di laggiù, da quel nero,

un suon di campane sepolte.

 

Entrasti... fra cespi d'assenzio,

cogliendoti un non-ti-scordare-di-me...

La porta col blando silenzio

dell'olio t'udisti serrare su te!

1897.

 

 

MAI PIÙ... MAI PIÙ...

 

La pendola batte

nel cuor della casa.

Ho l'anima invasa

dal tempo che fu.

La pendola batte

ribatte:

mai più... mai più...

mai più... mai più...

 

La pendola oscilla

nel cuor della notte.

Tra l'ombre interrotte

chi viene? sei tu?

La pendola oscilla

tranquilla:

mai più... mai più...

mai più... mai più...

 

Sei forse qualcuno

che amai? che perdei?

che torni? chi sei

che torni quassù?

Un bacio! sol uno!

sol uno!

mai più... mai più...

mai più... mai più...

 

Un bacio! oh! nemmeno!

Vederti soltanto!

sentire al tuo pianto

che m'ami anche tu!

Ridirtelo almeno!

Nemmeno!

mai più... mai più...

mai più... mai più...

           1898

 

 

SERA ED ALBA

 

L'uomo sentiva piangere la sera

rosea, lassù: nel pianto suo lontano

pensava alla lontana alba: com'era?

 

Chè un mare le divide e le nasconde,

qua d'ombra, là di luce: elleno in vano

guardano rosee di su le due sponde.

 

L'uomo sentiva piangere la sera

ch'avea nel cuore: ella piangea romita

pensando alla lontana alba: com'era?

Le divideva il mare della vita.

 

E l'uomo venne al margine polare.

E là, dove la sera si sfioriva

nel mare, l'alba rifiorì dal mare,

 

subito, e l'una carezzò coi gigli

delle sue dita l'altra fuggitiva,

e ciascuna alitò: Tu mi somigli!

 

l'uomo venne al fine di sua vita,

ed ecco l'ombra ch'egli avea nel cuore

vide un'altra ombra, e sussurrò stupita:

Ombra che nasce è come ombra che muore!

 

Ed in un lento tremolio di culla l'

uomo sentì che rinascea nel nulla.

Messina, I febbraio 1899.

 

 

ANTÌCLO

 

L'alta città divampava in un vortice rosso di fiamme,

 sotto la pendula nebbia d'un gran plenilunïo d'oro.

Erano morti gli eroi: da le torri gli Achei ne le fiamme

or ne gettavano i figli e portavano al mare le donne:

e ne la notte serena, passando con ululi lunghi,

d'Ilio con quelle al Sigèo rotolavano i carri da guerra.

Ma non il Dolope Antìclo giungeva a le Porte Sinistre

dalla città: nel cavallo d'Epèo v'era entrato nel giorno:

ora l'auriga attendeva il suo pròmaco, il carro la preda

sotto del faggio; ma il carro era vuoto, l'auriga era solo,

ed i cavalli legati con le abili redini al tronco,

sangue odorando più là, sobbalzando al guizzar de le fiamme

spesso nitrivano al vento, e scavavano il campo con l'unghia.

Ma non Antìclo tornò; ché ferito dal frassino grave

presso la casa giacea di Deifobo. Dentro la casa

orrido fremere d'uomini e strepere chiaro di ferro;

ché ne la casa gli eroi già venuti coi mille vascelli,

Locri, Aspledonii, Focei, Cefalleni, Mirmidoni, Abanti,

i domatori Troiani e gli Achei corazzati di bronzo,

si percotevano ancora con l'aste, per Elena Argiva.

Ma non Antìclo: ei giacea nel suo sangue, vicino a la soglia,

cupido ancor de la voce che l'anima già gli sommosse

dentro il cavallo d'Epèo, dove stavano i principi d'Argo,

l'uno de l'altro sentendo l'anelito breve ne l'ombra.

Ecco, allorquando il brusio de la turba vani, che nel giorno

era durato a l'intorno con pallidi cori di donne,

simili a canti che loro giungessero ombrati dal sonno;

quando gli Achei palpitavano già d'ogni piccola pesta,

ecco che a tutti una voce, la voce più dolce che niuna,

come a ciascuno sol una, arrivò de la donna lontana.

Era la donna lontana, che dolce chiamava per nome,

l'un dopo l'altro, gli eroi, sommovendone l'anima stanca.

Ed in un palpito ognuno, in un émpito ognuno si mosse

o per uscir da l'agguato o rispondere alate parole;

quando Odisèo li frenò; ma Antìclo la bocca ad un grido

subito aprì, che morì sotto il grave calcar de la mano

del glorioso Odisèo che gli disse, anelando, a l'orecchio:

« Pargolo! è Elena questa, è Elena Argiva, la Morte! »

Elena tacque e partì; ma Antìclo restò con la voce

della sua donna lontana nel mezzo a la rete del cuore.

Quando coi principi uscì, nereggiante di collera il cuore,

arse, distrusse, scannò; giù, nelle fumanti rovine

egli avventò, con gl'infanti, i lebeti ed i tripodi intatti,

spinse tra candidi seni di vergini, immemore, il ferro,

ché tra le grida e i singulti ed i rantoli e il fragor d'armi,

desiderava una voce, la voce più dolce che niuna.

Ora sentendo la vita fuggir con lo squallido sangue,

nell'angiporto di Troia, pensava a la ricca sua casa,

dove la donna filava una soffice spuma di lana,

oltre molt'onda di mare, di là da molt'ombra di monti.

Ecco, e la casa avvampò, di Deifobo. Vide il guerriero

al balenar de le fiamme un eroe da la testa chiomata;

e lo chiamava per nome, e gli disse le alate parole:

«Odi, Elefénore! va dal potente ne l'urlo di guerra

figlio d'Atrèo: va, digli che fugge ad Antìclo la vita

rapida, simile a vino che fugga da rotto cratere.

Digli che muoio per lui; che nel cuore mi sta la mia donna,

ch'oltre molt'onda di mare, di là da molt'ombra di monti,

fila ne l'alta mia casa una soffice spuma di lana.

Che la sua voce n'intenda, una voce, per t'ultima volta!

Mandi, se muoio per lui, la divina Tindaride, e faccia

ch'anco mi suoni a l'orecchio la voce più dolce che niuna! »

Disse, ed il Calcodontiade Elefénore entrò ne la casa

che come fiaccola ardeva, e trovò l'incolpabile Atride,

e lo chiamava per nome e gli disse le alate parole:

« Figlio d'Atrèo, mi ti manda un guerriero cui fugge la vita

rapida, simile a vino che fugga da rotto cratere.

Sappi che muore per te; che nel cuore gli sta la sua donna

ch'oltre molt'onda di mare, di là da molt'ombra di monti,

fila ne l'alta sua casa una soffice spuma di lana;

che la sua voce ne intenda, una voce, per l'ultima volta!

Manda, se muore per te, la divina Tindaride, e faccia

ch'anco gli suoni a l'orecchio la voce più dolce che niuna! »

Disse: assentiva l'Atride, il potente ne l'urlo di guerra.

Ecco ed Antìclo moria ne l'oscuro angiporto di Troia,

ecco e veniva ver lui con un tacito passo di sogno

Elena. Intorno le ardeva in un vortice rosso di fiamme

Pergamo, sotto la nebbia d'un gran plenilunio d'oro.

Al suo passaggio sereno scrosciavano gli ultimi muri,

s'irrigidivano i vinti con l'ultimo loro singulto.

Stette sul capo a l'eroe: già le labbra ell'apriva a parlare,

dolce, la voce di lei ch'egli amava; quand'egli, morendo:

«No, non parlare; che immemore io muoia, ch'io muoia felice

or che ti vidi: ch'io muoia con Elena sola nel cuore! »

1899.

 

 

LA BANDIERA

del collegio alighieri di messina

 

Se dall'alpestro monte

troncato fu Peloro;

se ondeggia il mar sonoro,

ove volgiam la fronte;

 

sulla tua nave eterna,

che il nembo omai non doma,

il nostro cuor governa

verso l'eterna Roma:

 

dove pensasti, o Dante,

bianche nell'aurea sera,

presso una pia riviera,

l'anime ancor non sante;

 

dove dall'Apennino

pace nel mare ha l'onda,

empiamo noi la sponda

del gran fiume latino.

 

E sulla sponda, grave

Roma ci parla: – O figli,

da quali ignoti esigli

venite a me per nave?

 

qual tanto amor v'adduce

sopra quel lieve legno

qui dov'ha seggio il Duce,

qui dove il Veltro ha regno?

 

Se fu dall'Alpe scisso,

Roma, il natio Peloro,

questo vasel canoro

varca ver te l'abisso!

 

Ne adduce a te chi fioco,

Roma, non è per morte.

Veniamo alle tue porte

dall'Isola del fuoco.

Messina, 14 marzo 1900.

 

 

IL MURATORE DI RITORNO

 

Veniva da terra straniera,

tornava alla terra natale.

Dov'era? Chi era?

Al capo aveva tanto male,

e non si ritrovava più.

 

Voleva per oggi sua mamma:

per oggi! Era tardi, domani.

Il capo era in fiamma.

Glielo stringesse tra le mani,

sicché non gli dolesse più.

 

Fremeva una macchina. Pronti!

Si andava con quella al paese.

Lasciate che monti

egli gridava a braccia tese 

se no, non arriverò più.

 

Gridava:  Ho mia madre che...  quando

si mossero i lunghi stantuffi.

Il treno fischiando

partì dicendo coi suoi sbuffi:

mai più! mai più! mai più! mai più!

 

Aveva sul cuore il coltello

col quale mangiava il suo pane.

Sentiva un rovello,

sentiva dentro il suo cuore un cane

che lo mordeva sempre più.

 

Nel cuore era il morto suo padre

con ringhi di rabbia e vendetta.

 c'era sua madre!

lontana! povera! soletta!

che piano gli gemea: Mai più?

 

Suo padre il coltello gli mise

nel pugno... – Ma prendilo: uccidi!

– E uccise! ah! che uccise!

Sua madre gli gettò due gridi :

Mai più! non ti vedrò mai più! –

Bologna, 1906.

 

 

CHI SA?

a una madre

 

Al suon dell'alba che tintinna,

nella culla il bimbo si desta,

saluta il sole e gli fa festa,

poi chiama: a Papà!... »

 

E sua madre piange, e lo ninna,

chè il babbo è morto, e non verrà.

 

Chi sa?

Non piangere! Ei vede lontano!

 

Al cielo infinito

ier sera tendeva la mano,

e puntava il piccolo dito

in Aldebaran!

1907.

 

 

SAN MICHELE

 

E non è il giorno, che si muta casa?

l'otto di maggio? E non è questa l'ora

di mezzodì, quando si lascia il carro,

pieno di sedie e trespoli e strapunti,

avanti l'uscio della nuova casa?

C'è uno a guardia che seduto all'ombra

sul limitare, mangia curvo il pane.

Ed oggi, o bimbo, hai fatto San Michele,

hai messi insieme i piccoli fardelli,

le tue cosette, a una a una, tutte?

il tuo carretto è fermo lì, su l'ora

di mezzodì, con sopra la tua vita.

E c'è tua madre lì d'accanto e piange.

Perché mutare? Non assai ridente

d'amore e luce era la tua dimora?

Non c'era il sole? E dove andrai? C'è freddo

nella Certosa, o creatura, e buio!

E non più giochi e non più madre e nulla!

E tu vi andrai? Là tu vorrai deporre

tutta la cara fanciulletta vita?

Come sei stanco, esanime, sbiancato,

per questa poca già di via ch'hai fatta!

E in questa, anche più poca, che t'avanza,

non ora dunque scontrerai chi senta

pietà di te, chi te del peso alleggi,

chi t'alzi su, chi porti tutto in cielo?

Bologna, maggio del 1908.

 

 

LA PIETÀ

 

I

 

La terra aprì la bocca sua: beveva

sangue. Era il primo, era d'un figlio d'Heva.

 

Non era entrata anche da noi la morte.

Ora s'udiva un rantolo di porte.

 

E venne vento dalle porte vane:

ghiacciò il sudore in cui si mangia il pane.

 

Presso ad Abel strisciava sopra il petto

il serpe. E terra e sangue ora, in sospetto,

 

mangiava. E come carne era quel limo.

Solo moriva quei che morì primo.

 

Moveva Adam le zolle donde egli era.

La terra rossa percotea la nera.

 

Heva apprestava tuniche di pelle

per i due figli, tra le lor sorelle.

 

Abel vide la morte: egli guardava...

La morte era un fratello e la sua clava.

 

Ma sentì caldo un bacio sulla fronte...

era il suo cane, il cane ch'ora al monte

 

seguiva Abele ed ora al pian Caino.

Egli ululò, gli si adagiò vicino,

 

lambiva gli orli della sua ferita,

abbaiò verso la fuggente vita...

 

Abel morì. La voce del suo sangue

gridò. Gridava intorno al morto esangue,

 

al morto primo, aperto gli occhi spenti.

Gridare il serpe se la udì tra i denti.

 

II

 

E l'altro andava là dond'esce il giorno,

solo, e più nulla si vedeva intorno.

 

Egli vedeva le sue mani sole;

e il maledetto andava incontro al sole.

 

La notte disse: Non assai tu vedi?

La nera terra gli fuggiva i piedi.

 

Non si volgeva, perché là tra nubi

splendeano in fiamma spade di cherubi.

 

Non si volgeva, perché il sangue... Oh! esso

prima gridava, ora piangea sommesso.

 

Giunto era il grido fin a Dio soltanto:

alla sua madre giungerebbe il pianto.

 

E mentre andava, udì, presso, un vagito

come d'infanti, piccolo e infinito.

 

Eran gli agnelli che sul vespro era uso

Abel dal prato ricondurre al chiuso.

 

Sostò Caino, e le sue mani folli

s'abbandonarono... E le sentì molli,

 

le sentì calde... Le lambiva il cane

corso alle voci tremule e lontane;

 

il cane ch'ora precedea fedele

Caino al piano ed ora al monte Abele.

 

E il primo pianto udì Caino: il primo:

pianto di tutto il cielo ch'è nel limo:

 

Caino udì la madre piangere... Heva

su tutti due, su tutti due, piangeva!

Bologna, maggio del 1906.

 

 

CALENDIMAGGIO

 

Ben venga Maggio

e il gonfalon selvaggio!

Ma è una selva che si svelle,

la selva che da sé si schianta!

E viene, e seco ha le procelle

che l'hanno nell'inverno affranta,

e viene e canta

il gonfalon selvaggio!

 

Ben venga con la sua grande ombra

col grande urlo dei torrenti!

Èvivo il gonfalon che ingombra

la terra e si svincola ai venti;

ed ai dormenti

annunzia: È Maggio! È Maggio!

 

Ben venga Maggio

il gonfalon selvaggio!

S'avanza sotto il cielo azzurro

il verde bosco che s'è mosso;

ha dentro un cupo suo sussurro,

ha dentro un rauco fiato grosso.

È rosso rosso

il gonfalon selvaggio.

 

Ben venga! È gente che sui capi

solleva il ramuscel d'ulivo;

quel sussurro è ronzio d'api

seguenti il ramo fuggitivo;

e il rosso vivo

è dei rosai di Maggio!

 

Ben venga Maggio

e il gonfalon selvaggio!

21 aprile del 1906.

 

 

AD ALFREDO CASELLI

 

Se tu sei nulla, noi siamo nulli;

ché in tutto, Alfredo, simile io t'amo.

Per le fanciulle, per i fanciulli

noi lavoriamo.

 

Abbiam per loro sempre qualcosa,

mentre la vita già li tormenta:

sempre qualcosa che sa di rosa,

d'uva, di menta.

 

Per i ragazzi, per le ragazze

facciam nel verno sorgere il giugno

con le ciliege dolci e le lazze

bacche del prugno.

 

Ecco entra, in tanto che sulle nere

panche di scuola leggono i nomi,

come se a un tratto s'apra il celliere,

l'odor di pomi.

 

Si sparge, mentre passano l'ore

lunghe col refe, con la ciniglia,

nella stanzetta chiusa, l'odore

della vaniglia.

 

Né ci si lodi, se per incanto

vestiam di frutti gl'ispidi rami!

Il nostro savio cuore soltanto

vuol che ci s'ami;

 

che si ritorni, che si ripeta,

che il nostro miele prenda chi giunge!

Alfredo, è un'ape, certo, il poeta,

ma che non punge.

 

Prenda chi vuole, prenda chi viene,

prenda chi gramo voglia e non possa...

anche chi scende, vivo, in catene,

nella sua fossa.

 

Mentre la Pena l'urge, crudele

più di lui stesso che fu pur tanto

tanto crudele; senta il tuo miele,

senta il mio canto.

 

 

AQUILA E FALCO

nell'albo per le nozze dei sovrani

 

Aquila di Savoia,

che guardi tu lontano,

e già con rauca gioia

rotei sopra il Po?

– Sento gridare al piano:

io vi discenderò.

 

Falco del Montenegro!

l'ultima rupe stride

del tuo squittire allegro

come la gioventù...

Falco, laggiù si uccide!

Scendi una volta: giù.

Castelvecchio, 3 ottobre 1896.

 

 

A VICTOR HUGO

in un albo

 

Se vedo in alto il fiume

latteo di nebulose

in due partire il cielo;

se un rio, quaggiù, con piume

d'ala e foglie di rose

piano urtare uno stelo;

penso, Victor, a te.

 

Odo un ruggito: io penso

a te. Un vagito, un pianto:

io penso a te. Sul lido

fuma il mare, l'incenso

sull'are, un fiore è infranto,

Scheepers è ucciso... Io grido:

Victor Hugo dov'è?

Messina, 24 gennaio 1902.

 

 

A SEVERINO FERRARI

sotto il proprio ritratto in cui guarda la pipa

 

Compagno, io sono venuto: guardami:

son io. Tu chiedi forse che, tacito,

che, stretto tra queste mie dita,

io stesso riguardi? La vita.

 

La vita, ov'arde breve ora un piccolo

fuoco che presto mutasi in cenere;

che vana, che nulla vapora,

ma un fumo esalando, che odora.

Messina, 4 aprile 1900.

 

 

A ENRICO FERRI

un vecchio compagno di università

 

Con voce acuta di bufera

tu gridi al gran popolo: – Avanti!

Io tra la mischia a me straniera

sollevo i miei placidi canti.

 

Tu fai, per le battaglie al sole,

di cuori infiniti un sol cuore.

Io cerco nelle notti sole

chi cadde, chi piange, chi muore.

 

Domani? Tu cadrai, domani !

domani? Domani, io cadrò!

Nel campo dove tu rimani,

io più non combatto, ma sto.

 

Udresti, udresti, tu caduto

sonar nel tuo cuore il mio canto!

L'udrei, l'udrei per sempre io muto

sonar sul mio capo il tuo pianto!

 

O forse accanto, gli occhi fissi

e i cuori già quasi distrutti,

diremo: – Per chi soffre io vissi...

Per tutti! il dolore è di tutti...

 

Diremo; e strettaci la mano

c'incammineremo di là,

cercando, avanti noi, lontano,

la morte o l'immortalità.

Bologna, 10 febbraio 1906.

 

 

LA VOCE DEI POVERI

cartolina per beneficenza

 

Non dateci il pane, ma i pani,

sì d'oggi, e sì pur di domani,

di sempre, o pie genti!

 

Non dateci il vostro buon cuore

cambiandolo in nostro rossore;

voi uno, noi venti.

 

Non pane soltanto ch'è nulla,

ma vesti e la casa e la culla:

non rame, ma oro:

 

non ciò che a più chiedere invita,

ma tutto: non vitto, ma vita:

lavoro! lavoro!

Messina, 1902.

 

 

PEI SENZA TETTO

cartolina per beneficenza

 

La tua madre non ha tetto,

la tua madre non ha pane:

a te rimane il suo petto;

prendi quel che ti rimane.

 

La tua madre non ha nulla:

su le ginocchia ti culla.

Non ha che il cuore che batte;

ma getta sangue, non latte...

Bologna, 20 maggio 1906.

 

 

ROMAGNA

cartolina

 

Sono qual ero; e tendo le pendane

ancor pei solchi che indicò la groma;

le quattro quadre mangio ancor del pane

rude di Roma.

 

Ho l'arte antica: al ponte antico sale

gemendo il plaustro coi raccolti nuovi;

candidi sotto l'arco trionfale

passano i bovi.

L'antica selva ho là, sul mar, che trema

per grida atroci o per melodie sante:

in quella selva s'agita il poema

sacro di Dante.

 

L'eroe là tenni che al chiaror di luna

vedesse Dante errare per le lande

e gli parlasse, e preparasser una

Roma più grande.

1907.

 

 

AL PITTORE LISANDRO CAPPELLI

per il dono di un'«annunziazione»

 

Un angelo è venuto a casa mia,

a dir soave e piano: – Ave Maria!

venuto a una casa umile e mesta

tutta bagnata ancor dalla tempesta,

così come il tuo puro angelo anelo

è molle ancora del suo roseo cielo.

Castelvecchio, 1902.

 

 

IL SABATO DELLE FANCIULLE

 

Questo è il sabato di Maria.

 

Le fanciulle fanno i fioretti:

questa non guarda sulla via,

quella si priva dei confetti.

Bionde vergini, santo sia

questo sabato di Maria.

 

Non guardate dalla finestra;

non toccate la bonboniera;

ma spargete fior di ginestra,

mormorate qualche preghiera.

Questo è il sabato di Maria.

 

 

A MISS MARY MILDMAY

cartolina

 

O dolce Maggio, il sole

scaldi le vostre aiuole;

ma poi sovr'esse cada

molle la pia rugiada;

ma un raggio poi sui fiori

beva le goccie sparse,

ma l'ombra poi ristori

quelli che il dì riarse...

 

 

ECCO MARIÙ

sotto un ritratto

 

Ecco Mariù, a piedi d'un pero

tra il sessantino in fiore:

tra le mani ha un filo d'erba,

ha un po' di gioia nel cuore.

Ella ride... passano l'ore...

Ella guarda: la state muore;

e che importa? – Sopra la rama

c'è un uccellino che la chiama

e c'è un cuore, cuore che l'ama!

 

 

A UNA GIOVINETTA

cartolina

 

Non dire: «Io lodo quel cantore»;

di' piuttosto: «Amo quel canto».

Sì. Ama del rosaio il fiore:

non ti chiede il pruno tanto.

Ti dice: – Io son la trista cosa!

schiva il pruno, ama la rosa! –

Castelvecchio, 1904.

 

 

A EMMINA CORCOS

nel giorno della prima comunione

 

Emmina, Emmina, oggi vai sposa;

hai bianca veste e bianco velo;

col dolce viso color rosa

e con l'anima color cielo.

 

Lagrime sì, ma non amare.

Color rosa, non color fiamma.

Tu vai fanciulla oggi all'altare...

ma dopo tu ritorni a mamma.

Pisa, 18 maggio 1905.

 

 

PER INES C.

nel giorno della prima comunione

 

Ines, oggi è la Candelora;

il giorno ch'è tutto un'aurora,

più bel giorno della tua vita,

le colombe scesero a te,

nel tuo cuore c'è una fiorita

di non-ti-scordare-di-me!

Ines! Ines! non ti scordare

che oggi pura andasti all'altare!...

Pisa, 2 febbraio 1905.

 

 

NELL'ALBO D'UNA FANCIULLA

 

Rose gialle e rose rosa;

rose color amaranto;

una, fanciulla; una, sposa;

una, col suo boccio accanto;

una, senza foglie più;

una, che appassisce al sole;

una, cui rinfresca il pianto;

rose di siepi e d'aiuole,

siete ciò che quando è, fu...

voi siete la .    .    .     .     .

Barga, 1906

 

 

A FIDES G.

su una cartolina con santa cecilia

 

Caecilia bella, santa pura,

benché, perché cieca, sicura,

con l'occhio che sol dentro vede,

Caecilia, chi sei tu? – La fede. –

Bologna, 1908.

 

 

A UNA GIOVINETTA

su una cartolina con maria e il divin figlio dormente

Dormi, dormi, bambino caro!

Angeli, abbassate la voce!

Che non pensi al calice amaro!

Che non pensi a quella croce!

 

 

A UNA GIOVINETTA

cartolina

 

Sogni, sogni dalle ali bianche!

Sogni, sogni dalle ali nere!

Voi, come le palpebre stanche

ci covano gli occhi, così

coprite nelle meste sere

coprite il cuore che soffrì.

Bologna, 7906.

 

 

ALLA BAMBINA ELISA ROSSI

in un albo

 

T'ho veduta al dóndolo, Elisa,

andare, andare su, di volo;

in un lieve impeto di risa

volare, e poi scendere al suolo;

volare, e poi scendere giù:

sì, ma per riprendere il volo,

ma per risalire più su!

È questa la sorte di noi,

di noi poveri uomini!

Noi ci leviamo come fai tu...

ma per scendere anche più giù.

Bologna, luglio 1908.

 

 

A DUE SORELLE

donando un suo libro

 

O dolci cuori, in cui entra, piange e muore

il segreto dolor d'un altro cuore:

e poi sospese e tremule due stille

lascia alla foglia delle due pupille.

Bologna, 1908.

 

 

OGNISSANTI DEL 1906

a maria

 

Son tutti i Santi, e in cielo è la tempesta.

È la tua festa, ma il tuo viso è smorto.

 

Dolce sorella, non piegar la testa

come gli smorti fiori del nostro orto!

 

Sorella pia, non esser così mesta

come son mesti i fiori che ti porto!

 

Suonano, senti, le campane a festa!

Suonano un poco, e poi... suonano a morto!

Castelvecchio.

 

 

OGNISSANTI DEL 1908

a maria

 

Sono tanti anni che in amore e in pace

noi camminiamo questa oscura vita,

 

vedendo, all'alba, un pio baglior fugace,

vedendo, a sera, tenebra infinita.

 

Sostiamo ogni anno ad una nuova croce,

per riposare dalla lunga via:

 

udiamo il suono d'una stessa voce

che di lontano dice: – Ave, Maria!

Bologna.

 

 

OGNISSANTI DEL 1909

a maria

 

Oh! questi Santi a cui sì triste suono

manca la terra, oh! tu li sai, Maria!

 

Oh! questi Santi ben lo sai, chi sono;

e questo pianto ben lo sai, che sia.

 

Oh! sono un padre, dolce padre buono,

ed una madre, dolce madre pia;

 

morti lasciando i figli in abbandono...

Prega i tuoi Santi, e piangi un po', Maria!

Bologna.

 

 

OGNISSANTI DEL 1910

a maria

 

Per la tua dolce festa, oggi, a San Mauro

io t'ho condotta, nella tua casina.

 

C'è l'albatrello, il gelsomino, il lauro,

e la Madonna in mezzo alla cedrina.

 

Maria! Maria! perché tu guardi e gemi?

Ma c'erano anche allora i crisantemi!

 

Perché ristai, con tutto il cuore assòrto?

Ma si sonava, e quanto, allora!, a morto!

Castelvecchio.

 

 

I DUE VICINI

 

I

 

Vissero un tempo due vicini in pace,

che avean comuni il campo il fonte il servo!

A tutti due dava stupito il campo

gli stessi cibi nelle stesse teglie;

mesceva il fonte acqua ad entrambi, ignaro

a qual mescesse, negli uguali orciuoli;

il servo quando era la greppia vuota,

attendea l'uno, con la paglia, o l'altro.

Sì; ma del campo era il terriccio a Trigo

utile, a Brigo l'untuosa argilla;

scendeva l'acqua ad inaffiar le piante

a Trigo, a Brigo a sciabordar la creta;

e robe e cose, della stessa terra

ma nate e fatte, someggiava insieme

l'asino: erbaggi e vasi.

 

II

 

Fredda, la terra: e pur ne fece un orto

Trigo ortolano. E primamente sparse

nera calena sopra le biancane.

E questo primo era un inganno al Sole,

ch'ha per le terre bianche odio; ma in quella,

che avea velato il suo pallor, s'infuse.

Né pago, mucchi egli elevò di piote,

lasciando buche, che inzeppò di frondi

di gambi e sterpi, e v'accendeva un fuoco

ceco, fumoso, ed il terren compatto

di scabro tufo e di porosa calce

poi mescolava; e ne allargò le vene:

sì ch'ei la terra fece come spugna,

spugna che tutto prende e tutto rende,

donde suggesse ogni radice il latte.

Né finì mai di spargervi sottile

cenere e rusco e graveolente fimo;

sì che la pioggia che già lì stagnante

specchiava il volo delle esauste nubi,

dopo sparì, parve sorbir le zolle,

vi brulicò, vi gorgogliò, rendendo

grato un odore al cielo.

 

III

 

Ma pur amava la cerulea creta

Brigo vasaio; e ben ve n'era in copia,

duttile e molle al pollice qual olio.

Ora egli fece un breve bozzo in terra,

ben levigato, e i quattro lati cinse

d'un muricciuolo, ove impastar l'argilla.

Eresse accanto la fornace, quadra,

con la sua bocca, ove introdurre i pruni

secchi e la stipa, ed appiccarvi il fuoco.

Alla dimora della chiara fiamma

contiguo fece il penetrale angusto

pei vasi, asciutti ma non sodi ancora;

che prima in alto, umidi sempre e molli,

vogliono a lungo, vogliono da lungi

udire il nuovo scricchiolio del fuoco.

E poi la ruota collocò, robusta,

che mossa muove il lucido tagliere,

fece l'asse a cui s'appoggia il tergo,

la pedana a cui l'un piede ponta,

ma l'altro preme e fa girar la ruota

la sua testa. Così ebbe il bozzo

e la fornace e il banco.

 

IV

 

Ma prima prima avean pensato all'acqua.

Ce n'era un filo, sùbito bevuto

lassù dal vello soffice del mustio.

Ma poi, tra lisci ciottoli, giulivo

d'esserci ancora, gorgogliava a gara

coi merli d'acqua e con le capinere.

Quindi alla rana che chiamava l'acqua,

che dicea: Qua!, scendea l'incauto,

e sotto le larghe foglie s'addormia del loto.

Ma Trigo aperse al prigionier ruscello

un canaletto, in cui sgorgò, poi vispo

fuggì con tutto un tremolìo di risa.

E Trigo in tanto, memore dell'orto

futuro, in fila pioppi neri e bianchi

piantava, lungo il fossatello, e salti,

per aver vinchi da legare ortaggi,

per aver rami da ramar legumi.

E il rio del pari ai due vicini amico

correva, ed ora scivolava al bozzo

ad impastare e sciabordar l'argilla

mazzangherata, ora, più lieto, all'orto

ad aprir serri, a ravvivar germogli.

C'erano, su pei salti, le ranelle,

che deridean, con brevi grida, quelle

lontane ignave rane.

 

V

 

Imprese allora l'asino comune

a someggiare l'una e l'altra merce

sul molto sopportante unico dorso.

Al passo andava, tinnulo e fiorito,

e Trigo e Brigo gli veniano ai fianchi,

lieti dell'alba e della via maestra.

Metteva or l'uno tra un boccal sonante

ed una brocca una ricciuta indivia,

poneva or l'apro un labile verzotto

dentro un orciuolo: ché per via s'aggiusta

(or l'uno or l'altro ripetea) la soma.

Negava il terzo, ed allungava il passo.

Ma si arrestava ai trivi ai ponti ai borghi,

volgendo le due lunghe ombre del capo,

se mai sentisse zoccolar di donne;

per ch'ei giungeva così bello e vario!

così squillante! ed opportuno a tutti.

Avea per questa il cavolo, il laveggio

avea per quella. Avea per gli uni erbuccie

e l'aglio a spicchi e la cipolla a doppi;

per gli altri avea la teglia che alle nocche

sonava come una campana a festa.

Rado era chi non gli prendesse almeno

un vaso per garofani od un mazzo

di ravanelli rossi.

 

VI

 

Viveano dunque i due vicini in pace,

contenti, ognuno nella sua capanna.

E qualche volta s'indugiò sull'alba

la stella bella, due laggiù vedendo

da buoni amici zappettare un orto.

Ed altre volte quella stessa a sera

sbocciò più presto ad ammirar là basso,

in quel cantuccio, due vasai d'accordo.

Poiché nel tempo delle più faccende

correa ciascuno dalle sue minori:

sì che il vasaio si togliea dal banco

allor che l'altro al crescere del giorno

con una foglia proteggea dal sole

le sue piantine; e l'ortolano il solco

lasciava, e col pennato alla cintura

correva, quando l'altro alla fornace

metteva il fuoco. E con l'esperta vanga

Trigo tagliava la lustrante argilla;

e Brigo col manevole marrello

roncava al calcio i gracili fagiuoli;

e quello ch'era ad ambedue comune,

l'asino e il fonte, era comun pensiero.

E l'uno e l'altro, all'asinello, il dorso

duro strigliava, e l'uno e l'altro attento

porgea la secchia o rifornia la greppia.

E quando all'acqua o Trigo o Brigo il varco

schiudeva, Brigo l'accoglieva e Trigo,

nel bozzo entrambi o tutti due nell'orto:

due zappe a mota riducean la creta,

due zappe all'acqua aprian man mano il solco,

tra le assetate aiuole.

 

VII

 

E quando un poco Brigo avea di scianto,

andava all'orto, a Trigo, a fargli motto,

a sfigurirsi d'una pianta nuova;

in cuor godeva l'arte altrui, seduto.

Sedeva; e l'altro egli vedea bel bello

far col pennato a verdi canne l'ugna,

in terra, l'una contro l'altra, oblique

figgerle. Un quadro era così, di canne.

Poi, dove si toccavano, con lenti

sottili vinchi, che teneva in bocca

pronti al lor uopo, le avvinceva insieme

tre volte o quattro, col miglior dei nodi;

ché le due canne ricingea d'un torchio

tenendo i capi tra due dita, e al capo

sottil volgeva e ravvolgeva il grosso;

poi, torto questo, ne impedia lo scatto

dandogli volta. Così, bella in vista,

sorgea la siepe, che la terra e l'aria,

con l'uggia delle foglie e col viluppo

delle radici, non prendeva all'orto;

eppur vietava alle galline il passo,

moleste avanti e più moleste addietro,

al rosso gallo: ai piccioletti alunni,

no; ma il pulcino, becchi pur, non raspa.

A uno a uno la covata intera

dentro si versa; e su e giù la chioccia

invano corre, invano salta e svola,

e chiama singhiozzando.

 

VIII

 

E quando l'ozio era di Trigo, allora

andava al banco, a ragionar un poco,

a veder fare un'anfora od un coppo;

e in cuor godeva l'arte altrui, seduto.

Sedeva; e l'altro egli vedea di forza

picchiar mestare il duttile piallaccio,

come massaia, intriso ch'ha, rimena

e tra le palme fa schioccar la pasta.

Poi dal piallaccio egli strappava un pezzo,

a occhio, giusto, e brancicato alquanto,

passato alquanto tra le cave mani,

lo ponea tondo sul taglier pulito;

quindi moveva con un piè la ruota:

girava il disco, e sopra lui la palla

prendeva forma dalle industri dita,

ch'egli tuffava ad or ad or nell'acqua.

Ed ecco il vaso che facea sé stesso

mirabilmente, e s'incavava in prima,

profondo, in cerchio, e poi rapido e molle

cresceva intorno al vortice suo vuoto.

Crescea boccale pel razzente vino,

crescea per l'acqua pura anfora pura,

pentola cupa cara alla massaia,

testo di fiori alla sua figlia caro.

Tumido o sdutto, flessuoso o dritto,

con larga bocca o sottil collo, il vaso

da sé sbocciava, rorido, ad un tratto,

dalla sua tonda boccia.

 

IX

 

E Brigo vide, né però con astio,

Trigo pôr mano, emulo agreste, all'arte

del suo vicino, e finger vasi anch'esso.

Ché l'ortolano non premea gli arbusti

nella lor buona puerizia ignuda,

posta a lor guida un'alta canna isnella:

diritti, sì, ma che la terra e il cielo

godesse ognuno senza alcun pensiero.

Ma poi lasciava, con l'età, sol, quanto

di barbe in terra, tanto in ciel di rami;

lor tondea l'adolescente chioma.

Molto egli oprava intorno al calcio, in mezzo

alla corona, le sue forbici aspre,

radendo via le avide femminelle,

per dar aria. I rami poi, svettati,

legava a un cerchio, che inseria, di salcio.

Così dopo le dolci acque d'aprile

Brigo stupiva tremolar nell'orto

anfore e vasi tutti foglie e fiori;

questo aveva l'orlo verde e il piede

di bianchi fiori, e tutto bianco un altro,

di fior di pero, un altro tutto rosa,

di fior di pesco; che ferveano al sole

con un sussurro d'api.

 

X

 

E Trigo vide l'arte sua passare

in man dell'altro; a lui sbocciare i fiori,

spuntar le foglie; né però gli ebbe odio.

Ché Brigo il vaso, tuttavia bistugio,

tingea di lieve patina, che, soda,

poi lineava col sottil pennello;

e l'ortolano l'orto suo vedeva

pallidamente verzicar sul vaso.

Vedeva i rami de' suoi peschi, i mazzi

de' suoi ciliegi, i bianchi, i gialli, i rossi

suoi fiori, a spighe, a grappoli, a corimbi.

Vedeva i nastri delle sue gramigne,

le felci sue, le sue lingue di cervo,

che gli lambiano l'acqua della vasca.

Ma tutto stinto e languido; e il vasaio

pur lo velava d'una vitrea scorza.

Poi, come vivi uscian dal fuoco i bocci

dei rossi fiori, i gemmei rami lunghi,

le lingue curve e le pinnate felci!

E sul boccale si stendeva un tralcio

con le gommose pampane e il fior d'uva;

e il verde capelvenere sull'orcio

spandea le chiare piccole sue foglie

e i fini neri crini.

 

XI

 

Ma, fuor che i giorni di mercato o fiera,

ozio avea sempre l'asino, e l'erbetta

sciolto pascea tra la fornace e l'orto:

né lieto in cuore; ché anelava ei sempre

di rivedere i borghi, i trivi, i ponti,

verde e squillante, e ben venuto a tutti.

Ond'ei strappava le gramigne in terra

irosamente, a destra a manca alterno

scotendo il capo con le due grandi ombre;

e d'uno all'altro de' tuguri ignavi

andando cupo, consumava il cuore,

ché troppo lungo gli parea l'indugio;

ché ciò ch'è prima, è primo.

 

XII

 

E il grosso capo si vedea talora

sporgere, attento, con le acute orecchie,

sopra la siepe, e guardar l'orto. E l'orto

sotto il suo sguardo, nelle culte aiuole,

non crescea, no, ma verzicava in pace.

Qua molle e crespa di recente indivia

era una porca; là sorgeano i porri

già bianchi, e verdi de' nuovi agli i fili;

e il cavolfiore di sul torto gambo

mirava in terra il cavolo cappuccio.

La zucca in terra coi viticci il ramo

alto cercava per salire al cielo;

ed il carciofo le cuoiose pine

mettea, che invano egli educava a fiori;

ridea, di fiori, avvolto alle intrecciate

canne, il fagiuolo. E nati dal suo fimo

lodava accorto l'asino gli ortaggi,

e: Chi li fece se non io? diceva.

Ma poi guardava, con severi occhioni,

curvi narcissi, penduli mughetti,

rappe di ferruginei giacinti,

cesti odorosi di viole a ciocche,

dicendo: Un altro ammiri voi, non io!

Ma le api, donde non sapea, venute,

dicean la lode, col ronzio perenne,

là, di quei fiori, e col villoso corpo

aprian le labbra, senza danno, ai fiori

più virginali, ed anche aprian, sicure,

le bocche di leone.

 

XIII

 

Ed anche spesso al muricciòl del bozzo,

sui vasi in fila, belli e pronti, il capo

grosso appariva e le inquiete orecchie.

Pendeano tutti, dai minori ai grandi,

immobilmente da quelli occhi austeri.

C'erano, immani, senza braccia, dogli

fatti per l'ombra del celliere, e grandi

anfore ansate da portare in capo,

e buone al fuoco pentole, e laveggi

buoni alla fiamma, ed ampi orli di conche.

C'erano liscie pàtere, ed orciuoli

dal curvo becco, e snelli bricchi, e coppe

tonde, e sottili calici slanciati,

teglie, alberelli per le gabbie, larghe

ciotole, a cui beva il fanciullo e il vecchio,

tremuli entrambi. A lui piacean quei vasi

perché sinceri, e glorioso in cuore

dicea: Chi porta, se non io, la creta?

Ma torvo in altri egli vedea fioretti

fogline erbucce, che la pura argilla

gli avean macchiata, e nulla aggiunto al suono

del vaso, al suono che del vaso è il tutto.

Così sdegnava quel fiorir minuto

l'asino; e grato invece alle fanciulle

era; e qual d'esse avea sulla finestra

un testo di viole o di gerani,

allor che i bocci erano belli aperti,

diceva in lode de' natii suoi fiori,

che? che parean dipinti.

 

XIV

 

Allor, cadendo un dì d'april, che il cielo

sembrava nuovo, molle ancor di pioggia;

avea mandato un ultimo fringuello

l'ultimo verso, e qualche cirro in cielo

si fece rosso, e rosso in terra il fumo

della fornace, e: Qua! diceva all'acqua

che correa giù, la rana, e le ranelle

la deridean, la deridean dai salci;

la luna in alto s'indorò; più basso,

più presso terra, vennero le stelle;

ché si sentì, la prima volta, il canto

dell'usignolo. E prima gracchiò rauco,

facendo il verso all'importuna rana,

perché tacesse, e poi gittò tre note

e altre tre, per farlo a voi ranelle.

Taceste un poco. Egli alto chiese al cielo,

grave alla terra, se potea cantare.

Poi cominciò, ricominciò più volte

cantando piano tutto ciò ch'è buono.

Poi spicciolò, polverizzò nel cielo

un'infinita melodia d'amore.

Poi singultì, s'illanguidì, sì fioco,

come per pianto. Era il dolore. E poi...

E poi si spense. Era la morte. Allora

ricominciò di tutto ciò ch'è buono...

Sgrollò l'orecchie l'asino, pensando:

Oh! il tempo perso! Canto io forse? Io penso!

Pensava; e in cielo non lucea la falce

più della luna; un fitto era di stelle

lassù; nell'ombre vampeggiava il fuoco

della fornace: ed il cantor non visto

versava tra le stelle e l'ombre il canto

interminabilmente.

 

XV

 

E presso L'alba l'asino randagio

entrò nell'orto dal cancello aperto;

ché L'ortolano col vasaio a prova

dalla fornace liberava i vasi.

Correa la fiera il giorno dopo: a quella

volea ciascuno i fiori suoi portare.

I fiori? Ed esso li volea guardare,

da presso, i fiori: non potea, le stelle.

Andò, guardò. Saggiar li volle; volle

sapere: attento dividea ciascuno

nelle sue parti, il lungo stelo e il capo.

Non buono il capo, non miglior lo stelo.

Sgradì giacinti, disprezzò mughetti,

schifì narcissi, nauseò viole.

E pestò tutto. Un bottoncin di rosa

gli parve meglio, e si forò le froge.

Ed ecco Trigo, ahimè! tornava e vide

quella rovina, urlò, minacciò, corse

per un bastone. Ma la siepe franse

l'asino e fece sotto sé le canne

scrosciare, e l'uno dietro l'altro in fuga

corsero, e, corri, corri ecco il tugurio

di Brigo, e i vasi ben composti in fila.

Dentro vi diede l'asino, e ne venne

vasto un fragor di cocci.

 

XVI

 

Dolenti in cuore Trigo e Brigo il giorno

per la campagna errarono piangendo

le lor fatiche. E videro ad un ramo

pendere un lungo grappolo, che spesso

dava in ronzii sùbiti e lampi d'oro;

d'api, dal buco forse d'un castagno

sciamate allora. E Brigo e Trigo accorti

stesero un panno e scossero a modino

l'albero e il ramo; e piovvero giù le api.

Così lo sciame avvolsero, e in un'arnia

diedero ospizio a quelle dolci amiche,

come eran essi, anch'essi ahimè!, dei fiori.

E i due vicini che viveano in pace,

ebbero i fiori e le api, ebbero sempre

ne' lor tuguri il miele.

Marzo del 1908.

 

 

 

PICCOLO VANGELO

 

PAROLE D'ORO

 

– Anima, i desideri entrino come

fiumi nel mare, in te: serbi sua calma

il mare, i fiumi perdano lor nome. –

 

Disse il profeta, a l'ombra della palma :

– più del leone vale assai, vedete,

ciuco che fa sua via con la sua salma.

 

Amate pace, o anime inquiete:

se grande il fiume, il topo sitibondo

non beve al fiume che per la sua sete.

 

Bontà che viene d'animo profondo,

se bene è grande, piccola riluce,

come la stella, ch'è nel cielo un mondo

 

e sulla terra un atomo di luce. –

 

 

SCONFORTO

 

Gesù: per le città, per le castella

andava lungo il limpido Giordano,

predicando la sua buona novella.

 

E cui sul capo Egli imponea la mano,

e cui dicea la sua parola vera,

cieco, ossesso, lebbroso, ecco era sano.

 

Ed il dolore al suo passar non era

più. Ma gran pianto era al suo lento arrivo!

Moveva a l'alba e si fermava a sera.

 

A sera stanco il figlio del Dio vivo,

come lavoratore, era, ma pago;

e s'assideva al tronco d'un olivo,

 

guardando al cielo. E subito il suo vago

occhio abbassava, ch'e' s'udiva intorno

come l'immenso mormorio d'un lago.

 

Ecco, e vedeva, al fine del suo giorno,

turbe infinite sotto il ciel vermiglio,

ch'attendean sua venuta o suo ritorno.

 

E giacevan nei solchi, sopra il ciglio

dei fossi, per le vie, pecore sparse

senza pastore. E tu gemevi, o figlio

 

di Dio: troppa é la messe e l'opre scarse!

 

 

L'ALLODOLA

 

Gesù: « Guardate » disse ancor « li uccelli

del cielo: che non hanno essi le falci

per mietere, non hanno essi i marrelli

 

per seminare... » E disse Giuda: « Ai tralci

miei piluccano l'uva essi, ed il grano

ne le mie porche prima ch'io le falci ».

 

E il Rabbi: « O tu che il murmure lontano

del fiume credi chiocchiolio di gora

vicina; o tu per cui discesi in vano:

 

chiedi a la dolce allodola, che ad ora

ad ora per desio di miglior esca

non voglia alzarsi ad incontrar l'aurora;

 

chiedile che non s'alzi da la fresca

piaga del suolo che l'aratro ha franto!

Il poco ell'ebbe, e non desia ch'e' cresca.

 

Poco sopra la terra ebbe, ma tanto

ebbe nel cielo; che lassù romita

contempla, e canta: e che è dunque il canto?

 

Il miele ch'è nel fiore de la vita ».

 

 

IL FIORE

 

E seguitò: « Nel fiore de la vita.

Ché non è pianta, ché non è vermena

che non si trovi al tempo suo fiorita;

 

presso mormorante acqua di vena

ne lo stagno tacito; per lande

in solchi; sopra il fimo o ne la rena:

 

la quercia che immensa l'ombra spande,

piccolo; e il fioraliso ch'ha lo stelo

sottile, porta il fiore suo più grande:

 

piccolo il pino, grande il grogo: e il melo

l'ha bianco e pure è la fuggevol cosa!

il cardo, eterno e del color di cielo.

 

In verità! non è così ritrosa

vita, che il fiore al tempo suo non metta:

da l'irsuto bronco esce la rosa:

 

tale è nuda e squallida e soletta

a gli occhi nostri, sopra ignave zolle,

che a l'ombra de le stelle d'oro aspetta

 

d'aprir l'olezzo de le sue corolle ».

 

 

L'APE

 

E disse ancora: « De le sue corolle;

ch'ape non vide, ch'ape non desia:

l'ombre lei gode, ed essa: altro non volle:

 

essere volle sopra un'ara pia

come l'incenso de l'incensiere,

di cui l'opra s'adempie in vanir via.

 

Ma non mancano calici a cui bere,

ciò di cui, paziente anima umana,

a te non piace che l'altrui piacere:

 

c'è la quercia che in aria s'allontana

e la viola che le resta al calcio,

e il fior d'assenzio e il fior di maggiorana.

 

E quale odore è mai del fior del tralcio!

odor che pare l'ombra del novello

vino che viene. E c'è l'amaro salcio.

 

In verità ti dico, anima: ornello

o calcio o cardo, ognuno ha sua fiorita;

amara o dolce; ma sol dolce è quello

 

che tu ne libi miele de la vita ».

 

 

IL LOGLIO

 

Era in patria Gesù; lungo le sponde

del suo lago; e ne' campi opere a schiere

mietean le spighe, ch'erano già bionde.

 

Egli vedeva; ma credea vedere

angioli bianchi, con mannelle in mano,

sparsi in un suo ceruleo podere.

 

Diceva: « È il regno mio, come se al piano

buon seme alcuno seminò; ma loglio

il suo nemico sparse poi tra il grano.

 

E, quando l'erbe vennero in rigoglio,

il servo, accorto dell'inganno muto,

disse al Signore: – Io roncherò. – Non voglio: –

 

disse il Signore – Non col loglio irsuto

tu svella il grano: crescan ora insieme;

ma quando ii mondo tutto avrò mietuto,

 

io dirò: "Ne' granai solo il buon seme,

angioli, riponctc; e il loglio sia

gittato al fuoco, ove si piange e freme!" – »

 

Uno, che un fascio avea di loglio: «Via,

al fuoco! » disse. Ed egli tra un pio suono

d'acque e di frondi: « Ché nol porti a mia

 

madre? ché per le sue tortori è buono ».

 

 

GESÙ

 

E Gesù rivedeva, oltre il Giordano,

campagne sotto il mietitor rimorte:

il suo giorno non molto era lontano.

 

E stettero le donne in sulle porte

delle case, dicendo: « Ave, Profeta! »

Egli pensava al giorno di sua morte.

 

Egli si assise all'ombra d'una meta

di grano, e disse: « Se non è chi celi

sotterra il seme, non sarà chi mieta ».

 

Egli parlava di granai ne' Cieli:

voi fanciulli, intorno lui correste

con nelle teste brune aridi steli.

 

Egli stringeva al seno quelle teste

brune; e Cefa parlò: « Se costì siedi,

temo per l'inconsutile tua veste ».

 

Egli abbracciava i suoi piccoli eredi:

« Il figlio » Giuda bisbigliò veloce

d'un ladro, o Rabbi, t'è costì tra' piedi:

 

Barabba ha nome il padre suo, che in croce

morirà ». Ma il Profeta, alzando gli occhi,

« No », mormorò con l'ombra nella voce;

 

e prese il bimbo sopra i suoi ginocchi.

 

SINITE PARVVLOS

 

PAX

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 15 luglio 2005