[1912-1913]
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Edizione di riferimento
Giovanni Pascoli, primo, con due saggi critici di Gianfranco Contini e una nota bio-bibliografica, Oscar Classici, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1974, III edizione (I ed. 1939)
. . . in alto, a un ramo della quercia, la cetra
. . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . .
brillando al sole, o tintinnando al vento
Edizione di riferimento
Giovanni Pascoli, Poesie, vol. primo, con due saggi critici di Gianfranco Contini e una nota biobibliografica, Oscar Classici, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1974 III edizione (I ed. 1939)
NON creda il lettore e la gentile lettrice, che io pretenda di fare ciò a cui non sono mai stata né abile né destinata. Fino a poche settimane fa, io aveva, nella vita, la mia missione, e come dolce! e perché dolce, come facile !
Oggi, col presentare questa raccolta di poesie del mio adorato fratello, intendo solo di rendere a lui un mesto tributo di affetto e un doveroso segno di riconoscenza.
Altri, lo so, avrebbe potuto con più intelligenza scegliere e ordinare gli scritti; ma chi poteva farlo con più amore? E dall'amore mi sono lasciata guidare.
Sono sicura che gli occhi di lui, che miravano sempre avanti, non sarebbero più ritornati su tante vecchie carte col fine di rivelarci case da offrire al pubblico; da poiché ora aveva tanto mutato nell'arte sua, e non usava assolutamente più certe forme antiche. Io, però, ci sono andata, sebbene col cuore affranto, pensando che (a meno che io non bruciassi tutto, cosa a cui si ribella il mio sentimento), se non oggi, forse domani, quelle carte sarebbero state esaminate da altri. E così, tremando, presento alcuni versi giovanili di lui tratti in gran parte da suoi manoscritti e in parte da vecchi giornali del tempo. Offro pure un gruppo di poesie famigliari, più o meno remote, col fine solo di fare apprezzare la gentilezza e la bontà del gran cuore che le dettò. Seguono poi le cose degli ultimi tempi ch'egli non aveva ancora messe a posto; e la parte che c'é del Piccolo vangelo che voleva compiere tra breve.
Col suo ultimo lavoro poetico, scritto con tanto amore per la nostra patria, apro il volume. Con ciò ho creduto di far cosa grata a lui e ai nostri soldati e marinai che combattono ancora in Libia. Essi ne ebbero conforto nel Natale! Lessero la dolce ode nelle trincee e passarono la sacra notte (essi stessi glielo scrissero) proprio come vi è descritta. A me risuona sempre quel verso ch'egli ogni tanto ripeteva sfiorandolo appena can la voce, e dandogli una velocità come di ale: «L'Italia! L'Italia che vola!»
Oh! il trionfale inno ch'egli già meditava e che gli eroici combattenti attendevano sicuri da lui! Non verrà: l'ha portato via con sé insieme a tante altre cose destinate alla sua Italia diletta!...
O voi che leggete, abbiate un pensiero di compianto per il dolce assente, e un benevolo compatimento per la sua infelice sorella.
Bologna, maggio del 1912.
MARIA PASCOLI
Mancano, in questa seconda edizione le odi A Gaspare Finali, A riposo, Alla cometa di Halley, Ad una rocca, Chavez, Abba e l'Inno degli emigrati italiani a Dante che hanno trovata il loro posto in Odi e Inni. Così aveva stabilito l'autore stesso.Restano tuttavia molte altre case che non erano scartate o dimenticate dall'autore, ma che si riservava di includere nel volume unico che non gli riuscì di fare. Inoltre aggiungo molte cose antiche e molte cose più recenti, piccole cose, se si vuole, ma piene di grazia. Nell'indice sono segnate con asterisco.
Castelvecchio, luglio del 1913. M. P.
Nella nuova edizione (1948) le due poesie A Roma nella sventura e A Roma sono state trasportate fra le Traduzioni; Piccolo Vangelo poi manca dei due poemetti In Oriente e In Occidente: essi figurano nei Poemi conviviali, di cui già facevano parte, sotto il titolo generale La Buona Novella. Si sono invece aggiunte, dopo La Befana, tre favolette: Il marrello e la vanga, L'incenso, Il cane e la scodella, già comprese non giustamente nelle Traduzioni e che invece, come indica una nota in Sul limitare, sono originali (vedi a pag. 525). E si sono ora ristampate (1958) le poesie La povera piccina e La famiglia del pescatore che erano selle edizioni originarie. [Nola del Curatore]
Ai marinai e soldati in Tripolitania
nel Natale del MCMXI
Sopra la terra le squille suonano
il mattutino. Passa una nuvola
candida e sola.
L'Italia! L'Italia che vola!
che passa in alto con tutte l'anime
nostre com'una sola grande anima!
Dice: – Là, io
trascorra la notte di Dio!
Là non le squille suonano a gloria;
non le zampogne querule cantano
la pastorale
che suscita un battere d'ale,
non lumi a festa per tutto brillano
come se a cena tutti ii lor angiolo
ci abbiano, biondo,
dei tanti discesi sul mondo,
non arde il ceppo che s'apre e crepita
quando col bimbo viene la Vergine,
ch'entra e soave,
ciò che le fu detto, dice: Ave!
La balenare d'armi, là subite
luci, là rotte grida, là murmuri
come da tombe,
là squilli improvvisi di trombe.
Sì. Ma più sacra m'è quella tenebra
tra palme e ulivi, sotto le nomadi
tende. Là, sento,
si veglia aspettando l'avvento!
Là, tutto è santo! Vegliano, credono,
attenti al cielo, pronti a rispondere
alla sua voce!
Là, sono anche i martiri in croce...
Al chiaror de le tede nuzïali
danzar con piè superbo
qui non veggo la gloria
che ghirlanda si fa degli altrui mali:
né quella pur che nella strage esulta,
e dal vulgo bel nome ha di vittoria,
scorgo agitare il brando,
dell'averno evocando
ombre oscure di principi e d'eroi
che allettino a mal far chi vien dappoi.
O Prence, mercé tua, che non provvedi
tali esempi al tuo sangue;
sì che placida sempre
s'agiterà la culla ai nuovi credi;
né sederà l'Erinne all'origliero
formando ai figli inesorate tempre.
Essi l'orecchio e il core
schiuderanno al dolore,
né pungeranno con patrizie scede
il poverello che per Dio lor chiede.
Godete, o sposi. Là dove di campi
florida striscia s'apre
purissimo cielo,
già, son anni, correan lividi lampi,
ed il raggio del Sole ottenebrava
della mefitic'aura il crasso velo;
il viator che ratto
toccò la riva, a un tratto
impallidia per macerante febre,
ed era addotto in breve al dì funebre.
Ma la cara consorte e il fanciulletto,
cui grave il dubbio preme
l'alma fedele, ognora
esploravan da tacito poggetto
giù per l'aspra discesa ogni sentiero:
spesso un lieto canto in sull'aurora
fingea pietoso inganno
al sollecito affanno:
nel putre flutto egli ingorgava intanto
senza rito benigno e senza pianto.
Indarno all'acque irresolute aperto
faticoso meandro
fu già d'idonee strade
per cenno imperial. – Ben facil merto
a chi le altrui sudate opere abbraccia
del proprio nome e il non suo dritto invade.
Ma contro i freni insorta
si stendea l'onda morta
silenzïosa pel conteso piano,
nuovi danni apportando al gregge umano.
Alessandro or le pigre acque disgombra
dal difficile lago,
ed inerme e privato
dopo tant'anni il gran concetto adombra.
Mentre gli uomini insieme urtansi in guerra
siccome li balestra oscuro fato,
e di seggi e corone
per fredda ambizione
si succia ognora al povero le vene
sotto l'onesto vel di comun bene.
Anima è rara, che del giovin core
i fremiti inquïeti
sappia a gentil fiammella
scaldar di gloria e di fraterno amore.
Se virtù nuda di fastosi fregi
apprenda al cor l'insolita favella,
mille svela diletti
di sospirosi affetti;
tal che in due grate lacrime risiede
qual più ne giova desïar mercede.
Coppia gentil, cui di suo dolce spirto
amor soave informa,
io so ben che non falla
messe in gran copia d'afrodisio mirto,
né suoni o feste o luce a' tuoi sponsali.
Come intanto nebbiosa ombra s'avvalla
e fa spiraglio il sole
in tra l'ardue carole
delle raminghe nubi, io tale un riso
veggio passarvi sul commosso viso.
Forse l'amor che ambo vi tragge in mezzo
alla polve del mondo
medita vostra mente?
Forse quel vol che vol franca dal lezzo
di quest'età corrotta? I fiori forse
che sparge ai vostri piè tutta la gente?
O l'insueta calma
che inspirate nell'alma
di chi non prova al mondo altro che noia,
ed or vostra mercé s'apre alla gioia?
24 ottobre 1872.
hi sa dov'or si trovi il pellegrino
che s'è partito e non ritorna più?
Sta scritto nel volume del destino
una parola solitaria: ei fu.
Ei la morta fiumana dell'oblio
cinta intorno di salici ha guadata;
ma l'altra riva è là tutta ingombrata
di fitta nebbia che si chiama: Dio!
E l'uomo intanto, cavalier fatato,
in groppa del suo giovane pensier,
del castel di fantasime incantato
cerca indarno il perduto passegger!
E galoppa, da secoli galoppa
l'umana fantasia verso quel nulla!...
La morte che ghignò sulla sua culla
or sorridendo se gli asside in groppa.
Stridon, fratelli miei, le foglie a terra;
il sole è avvolto da funereo vel!
Ditemi, i morti infradician sotterra,
o qualche cosa n'evapora al ciel?
O tu, che or mo' fra queste piante erravi,
che polve or sei fra quattro assi d'abete,
sei tu pur giunto a le contrade liete
a cui penosamente sospiravi?
Ovver, mio forte amico, ora è destino
che putre fango e cenere sii tu?...
Chi sa dov'or si trovi il pellegrino
che s'e partito e non ritorna più!
Eppur ti vidi pensator poggiare
su l'ippogrifo tuo stellante al cielo,
e a rote larghe tra di nubi un velo,
vanir come vascello in alto mare.
La nebbia gemica, tira una buffa
ch'empie di foglie stridule il fosso;
lieve nell'arida siepe si tuffa
il pettirosso;
sotto la nebbia vibra il vocale
canneto un brivido quasi febbrile;
sopra la nebbia lontano sale
il campanile;
passo, e precedemi sul limo un gaio
stormo di passeri quasi irridendo,
mentr'io nel plumbeo ciel di gennaio
l'orecchio tendo.
Tendo l'orecchio nel faticato
di pensier torbido cielo d'inverno,
in cui forse Eschilo meditò il fato,
Dante, l'inferno,
in cui la pallida strega – e i ghiacciai
con rombe assidue rompeansi a tratti –
dubitò il termine venuto omai
scritto ne' patti.
Come la pallida strega, l'orecchio
tendo, anch'io, pallido, d'antichi
eventi a voci e strepiti, che il mondo vecchio
canta tra i venti.
Non è la nebbia che per la piana
via le pozzanghere trepida batte,
ma là tra l'aere dubbio una strana
voce combatte:
pari d'Eolie lire al concento
nell'Apollinee splendide gare,
nuova Olimpiade sui monti sento
rumoreggiare.
Un grido fervido, lungo, echeggiante
Pan manda il postumo, Pan che non muore,
Pan per le cedue boscaglie errante
Dio vincitore.
Nella sua bara, povera piccina,
posan due fiori, e marciran pur lì,
una stelletta alpina
il fior de' suoi be' dì.
E il padre fece scoperchiar la bara
ed abbracciò quel suo perduto amor.
E: «chi t'uccise, o cara, l'hai maledetto ancor?»
Egli le disse. Ella un gentil sorriso
avea sul labbro e parve sospirar;
con lo sguardo fiso parve quasi negar.
Ed io dissi: «Egli è un tempo, o triste vecchio,
che par buono morire a quindici anni».
Ei mi porse l'orecchio
disse: « A quindici anni? ».
Ed io dissi: «Egli è un tempo in cui l'amore
sembra quasi un delitto a un cor gentile! »
Ei ripeté: «L'amore?
a un core? a un cor gentile?»
Come rondini, allor che le sue brine
gemmee, tramuta in pigre nebbie l'anno,
le povere piccine
aprono l'ali e vanno.
Come sussulta, freme, arde, il bel maggio!
Crepuscoli di rose ed albe d'oro!
Ma nel greppo selvaggio
i fior parlan tra loro:
Ci si pompeggia con le vesti nuove:
fama per l'odorose aure ne va:
ci predan per l'alcòve
nati alla libertà.
Dice il fior sull'aurora, e, mentre il vento
tra i cespi soffia un trillo di leuto,
abbassa al suoi d'argento
il capo di velluto.
Sussurrano le mille aure del bosco:
son mille arcani mormorii nell'onde:
la luna bacia il cipresseto fosco
che con un molle fremito risponde.
Chi mi ricorda il mio dolce villaggio
ove piansi per più d'un abbandono;
ove la luna ha così mesto il raggio
e le campane così mesto il suono?
Tra il verde cupo biancheggiar gli avelli,
le pietre milïar della mia vita,
scorgo: una nenia cantano gli augelli
sacra, ed una velata ombra m'invita.
Fruscia la veste candida, e la mano
sottil m'accenna. I pioppi dànno al vento
il capo tristi, e al passegger profano
strane novelle, e lungo ammonimento.
Dunque il tuo freddo tumulo hai lasciato,
ombra dagli occhi pieni di memoria?
Sei dunque evasa al pallido passato
tu che rileggi la mia tetra istoria?
O sconosciuta, perché qui ritorni
il chiaror della luna a visitare?
Perché il mio cuor riede a' perduti giorni
e desia quello che non può sperare?
Sei tu che passi, o Iole mia, nel bosco,
nel sacro bosco de' ricordi miei?
O cipresseto, o cipresseto fosco,
seco ben tra quell'ombre esser vorrei...
Tra quell'ombre che giacciono ozïose
sottessa la tranquilla onda lunare,
sognare, o Iole, le passate cose,
i dolci sogni d'un tempo sognare!
Ma già tre volte cantò il gallo; e scialba,
la luce antelucana il cielo invade:
il ciel sacro alla luna: le contrade
piene di sogni fuggitivi. È l'alba.
Il sol trionfa e i mesti sogni sgombra;
i miei poveri sogni e la mia Iole.
Ell'è fuggita pallida con l'ombra
tra un odor di giacinti e di viole.
Sbocciano umidi i fiori... a me che importa?
a me che importa se il gran Pane un grido
allegro invia de' monti? In altro lido,
lungi, non vede i fiori ella! ella è morta!
A me che importa se il gran sole appare
su' monti e chiama gli uomini al lavoro?
Iole è morta, e il sol non torna a fare
de' suoi capelli una cascata d'oro.
Al crepuscolo canta un cardellino
mentre ch'io penso, amici, all'avvenire:
sembrano i pioppi, mentre ch'io cammino,
nell'infinita opacità fuggire.
Amici! un avvenir penso giocondo
mentre fuggono e vanno i giorni miei,
mentre, nel buio più e più profondo,
amici, esser beato io sognerei!
Canta, o buon cardellino, e m'accompagna
un poco in questa buia eterna via:
addolcisci la pallida campagna
e consola la mesta anima mia:
cantami i canti miei dimenticati
e ritornali al cuor riconoscente:
ridimmi i piacer miei belli e sfumati,
fammi morire consolatamente.
È notte: la capanna è ben meschina,
ma chiusa; e dentro è piena d'ombra, eppure
si sente quasi un tremolio di luce
tra quel buio crepuscolo, che guizza.
Lenze di pescatori sono appese
alle pareti, e in fondo ove sull'asse
scintilla qualche povera stoviglia,
si vede un letto con lunghe cortine
abbassate. C'è poi, proprio d'accarnto,
sopra di vecchie panche un pagliericcio,
dove sonnecchian cinque bimbi. È un nido.
Nido d'anime. Sopra il focolare
veglia qualche favilla, e pel soffitto
un subito baglior spesso ne corre.
Con la fronte sul letto, inginocchiata,
prega una donna, e pensa e impallidisce.
È la madre. Ed è sola. Di fuor, bianco
di schiuma, al cielo ai venti ed agli scogli
l'Oceano getta il suo cupo singhiozzo.
L'uomo è in mare. Durissima battaglia
sin da fanciullo, ei marinar, combatte
con la fortuna. Ei deve uscire, andare,
piova pur, tuoni pur, ché i suoi piccini
hanno fame. Di sera egli s'imbarca
quando l'acqua sormonta un po' lo scalo,
e solo è della sua barca al governo.
La donna resta, e vecchie tele cuce,
e rassetta le reti, e appresta gli ami,
pur sorvegliando al focolar la zuppa
di pesce e, appena i bimbi han preso sonno,
pregando Dio. Lui, solo, erra frattanto,
sbalzato e urtato dal continuo fiotto:
sol, l'abisso e le tenebre viaggia.
Dura fatica! Tutto è nero; tutto
freddo, gelato, nulla c'é che splenda;
il posto buono per la pesca, il luogo
mobile oscuro ove s'accoglie il pesce,
nei frangenti, tra pazze onde che s'urtano,
nell'infinito dell'oceano, è un punto
grande due volte quella stanza appena.
Or la notte, in decembre, tra la bruma
e i marosi, ne va, di maestria
e di pazienza, a calcolare il vento
e la marea, timoneggiar sicuri
per rincontrar quel punto in quel deserto.
Strisciano lungo i fianchi orride l'onde
come verdi serpenti, e il cupo vortice
nelle sue spire smisurate aggirasi,
spaventati fa cigolar gli argani
fischiar le carrucole e le gomene.
Egli pensa a Lucia di tra la notte
dal freddo mar. Lucia lo chiama e piange.
Ed ecco nella oscurità s'incontrano
i lor pensieri, come uccelli in via.
Nell'aulente pineta le cicale
frinivano. Correa per il terreno
un non so qual baleno
d'orme guizzanti al suon del maestrale.
Ma quando ella v'apparve, ecco il rumore
e il tornear ristette:
molleggiò sulle vette
sospeso degli arguti pini il vento.
Né ronzar api alle purpuree more,
né zillar cavallette,
né, simili a saette,
schizzar ramarri nel silenzio intento;
s'udì sol l'affannato empito lento
delle ondate alla spiaggia cianciuglianti,
e su da' palpitanti
vepri un lieve pel cielo frullar d'ale.
Tra il verde apparve più che cosa umana
a riguardarsi bella;
che poi che mosse isnella
sfavillando da' neri occhi desio,
i pini dondolaronosi piana–
mente gemendo, e in quella
nelle tremule ombrella
tutto fu zirlo, frascheggio, ronzio.
Riscossi i venti del fugace oblio
respiraron con fremito sonoro,
ed alta il mar su loro
sollevò la sua voce trionfale.
Vorrei morire, esser morto vorrei,
ma lontano lontano di qui:
nel breve campo ove dormono i miei,
ove canta, tra i pioppi, il Luì.
So che un soave dormir sarà il mio,
so che il mio sarà un dolce sognar:
udrò la guazza con vasto brusio
sulle acacie odorose crosciar.
E sognerò nella notte serena
che mi vengono amici a veder;
che fruscia e stride il trifoglio
e l'avena per migliaia di passi legger.
Sotto le stelle non son margherite
che fan tutto lo spiazzo albeggiar:
sono fanciulle di bianco vestite
e le sento parlare e cantar...:
parlano, cantano, danzano in volta
e hanno tutte una face alle mani;
non sono lucciole ch'ardon la folta
siepe, e vento che scuote gli ontani:
parlano e cantano cose d'amore,
fiori colgono, aspettano il dì:
i canti sono che pensa il mio cuore,
sono i fior che il mio sangue nutrì.
Si specchiano stelle serene
sul piano inquieto dell'onda;
ne vengono al sommo nereidi e sirene
e in fila s'avventano verso la sponda.
Non hanno le gracili ondine,
le rosee sirene non hanno
sui corpi di neve le vesti azzurrine,
e stridono e gemono, e vengono e vanno.
Le stelle contemplano. Nera
da un lato del curvo orizzonte
di nugoli torbidi viene una schiera
con carri, che splendono e tonano in fronte.
Dell'orrida torma dei venti
la pesta pel cielo rimbomba:
si spargono a mare tritoni fuggenti
con ululi lunghi con suoni di tromba.
Color del tempo! il mondo sta sotto il ciel pesante
qual sotto il manto eterno gli ipocriti di Dante;
vengono per incerte vie coi cappucci bassi,
quasi ladri notturni, gli uomini a lenti passi.
là sui monti come su lugubri manieri
si disegnano in fosco cavalli e cavalieri.
E noi ferisce in fronte la brezza dell'ignoto;
e noi fascia di tedio l'afa del terremoto.
Tedio e non pace! Il bufalo ritto sul colle aprico
fiuta, mugghiando, il soffio del turbine inimico;
tali accasciati all'ombra d'antiche are e di troni
i lunghi ozi tentiamo con memori canzoni.
Son ventott'anni, e Italia dormia nel cimitero;
e facea (ricordate, lettori?) un tempo nero:
nero inquieto: a un tratto squillaron le campane
come se interrogassero le nuvole lontane:
allor, novello Cristo, scossa la greve mora,
bella d'armi e di luce l'Italia saltò fuora.
E pei campi fioriti della terra de' morti
mille scheletri, come d'incanto, erano sorti;
passavano, passavano colle bandiere in testa
cantando: All'armi, all'armi ché l'Italia s'é desta!
Il sol ridea dall'alto: da' balconi addobbati
piovean sorrisi e fiori sui funebri soldati.
Or via, patria immortale, sorgi una... quarta volta,
e togliti le bende in cui t'aveano involta.
Vedi: dal vasto grigio del ciel spunta affocato
nell'estremo orizzonte gemmeo castel fatato
qual tra le fredde tenebre l'aurora boreale!
Salve, avvenir di luce !... Noi scriviamo un giornale.
Bologna, 6 maggio del 1876
Programma di un giornale intitolato:
«Color del tempo».
Ha il prete a lato, e il nembo urla di fuori:
un sinedrio d'ombre incappucciate
gli siede intorno: egli ode... – Accusatori,
accusate! accusate! –
Sorge una donna: Egli mentì l'amore!
Sorge un bimbo: Il mio nome ei mi negò!
Sorge un villano: Io vuo' strappargli il core,
che mi fece sudare e mi rubò!
Un minator dice: Morii sotterra,
pria che morto, sepolto.
Un soldato: Ed io caddi ucciso in guerra,
prima uccisor che ucciso; egli m'ha tolto
vita e innocenza. – E tu, spettro, che hai? –
Fame. E tu? Freddo. – E tu? – Voglio odiar–
lo! che per anni lunghi io lavorai
e non ebbi un minuto per amar.
Voi chi siete? – Signore, un assassino. –
Voi? – Mio signore, un ladro! ah! ma il delitto
non s'ama, egli è un destino
che nella fronte, esso che muor, ci ha scritto! –
E tu perché l'abbranchi? – Ero fanciulla
pura e bella; e son morta all'ospedal !... –
Tu perché fremi? – Ah! ch'io morii nel nulla,
io ch'ero nato a vivere immortal!... –
Venga l'esecutor! Dubbio, t'avanza!
fissalo col tuo grande occhio sbarrato.
Costui d'un'altra vita ha la speranza:
che muoia disperato!
Tutto: le stelle e il sole,
il piano e i neri monti,
de' venti le parole,
il sussurrar de' fonti,
l'azzurro mar, le aiuole,
gli alberi all'aura pronti,
le bige lande sole,
le aurore ed i tramonti,
tutto il mio cuore intende,
tutto il cuor vede e ascolta
or per la prima volta;
e meraviglia prende
a questo cuor, io sento,
del suo commovimento.
Tra l'albaspina e il bosso
odo un tinnir leggero
come d'un riso. – È vero,
ridente pettirosso. –
Mi chiede poi, se spero,
un trillo alto e commosso:
– Dirti, sì, no, non posso,
piangente capinero.
No – se le secche biade
agita al sole il vento,
dire al cuculo io sento.
Ma se la notte cade,
il rosignuol tra i rami
canta che speri ed ami.
Fin che parlasti, il vento
ti stette ad ascoltare;
tacea senz'alitare
il campo di frumento;
ma quando udì posare
il tuo soave accento,
il campo ondeggiò lento
come un tranquillo mare.
Gli asfòdeli le rosse
teste movean tra l'onde
di quelle spighe bionde.
Dal pioppo anche si scosse
un plauso senza fine
di non so che manine.
Stridono le divine
fate nell'oliveto;
dal biancheggiante greto
rispondono le ondine.
È un canto senza fine
non so se triste o lieto:
varcano il ciel quieto
nuvole pellegrine.
Confondermi nell'onde,
confondermi nel suolo,
scorrere l'aura a volo
vorrei con le gioconde
fate e le ondine; andare,
passare; amare, amare!
Nell'aria grigia e morta
c'è un'onda di lamento.
Qualcuno urta la porta:
– Avanti! passi! – È il vento.
Vento del Nord che porta
e neve e fame e stento:
la macchia irta e contorta
ulula di spavento.
Passano neri stormi
in frettoloso oblio,
passano nubi informi.
Tutto nell'aria oscura
fugge e s'invola – addio
da non so qual sventura.
L'avrò dunque una gaia giovinetta
che meco dorma sotto d'un lenzuolo,
che quando trilli in ciel la lodoletta
mi bisbigli ch'è stato il rosignolo?
Par ch'io la senta come già levata
desti la casa, e un canzoncino spicchi
tra l'assiduo fruscio della granata
e l'argentino acciottolìo dei bricchi.
Cara! io qui gusto il sonnellin dell'oro
mentre ella assesta tutte le ciabatte;
scende, schiude, va, viene. – Uomo, al lavoro! –
L'angelus suona e il sole ai vetri batte.
Così mi levo ed ho la fantasia
a' campi. Vanno a sciami contadine
al mercato cinguettando per via,
e chiocciano dalle aie le galline.
Il molin romba; e strisciano zirlando
le rondinelle sulle bianche ghiaie.
Sul greto, più lontano, a quando a quando
sciabordano in cadenza lavandaie.
E tu pur anche, o mia Nausicaa bella,
tessi, ed anche tu fili, anche tu lavi,
pel che, quando ti vidi reginella
della tua casa, tu m'innamoravi.
L'alba viene: sul poggio alta rameggia
la selva e tra le stelle dorme ancora:
croscia la guazza e il bruno suol ne odora;
del timo odora e della santoreggia.
Piangono l'acque per le opache valli,
errano in cielo le serene stelle,
pur non lontano è il sol, pini dormenti:
il carro è là, gli aerei cavalli
pascono presso le sue ruote snelle,
dritti, a terra le code ampie e fluenti.
Sbuffano appena, scalpitano lenti;
quando alla brezza eccoli dar le molli
narici e volgere i chiomanti colli:
un nitrito lontanamente echeggia.
Se il fiero cacciator esce dall'ombra
affacciandosi a' varchi orientali
con l'occhio ardente e in man gli acuti strali;
il ciel sereno avanti a lui si sgombra
e dileguasi rapida ogni stella
fuor del gittare delle sue quadrella:
sol una resta, oltra le belle bella,
che, come un tratto lui proterva affisa,
fugge tra un lieve crepitio di risa.
Le nuvole, con dorsi enormi e vari,
nel tramonto randage, a quando a quando
sbuffano il vento dalle calde nari:
s'addossano, s'ammusano; poi lente
cercano ad una, a due, a tre, mugliando
per l'aria fosca disperatamente;
ché il ciclope che in cuor nutre l'eterna
cura, e nell'occhio ha la maligna luce,
già ripara doglioso alla caverna:
e il nembo scoppia per la notte truce.
Due volte appari candida e vermiglia
nel cielo che di te si rinnovella:
(e dal tuo roseo pullula una stella
come una perla dalla sua conchiglia).
Alba, tu sorgi e attendi il tuo signore
al varco oriental, fin ch'ei si levi;
e bianca tremi al mattutino gelo:
ma poi ch'e' surse, un subito timore
di sua beltà ti caccia sì, che in lievi
passi di luce tutto corri il cielo.
Non le gemme cader lascia il tuo velo,
che par ch'a terra il tintinnio se n'oda?
La bella dalle braccia mie si snoda,
e con man vela le ridenti ciglia.
Sera, dell'ombra al termine egli sale
il navicello d'oro, e infine ha posa
veleggiando a sue piagge erme e lontane:
tu lesta accorsa al balzo occidentale,
tese invano le tue braccia di rosa,
ti getti nelle pallide fiumane.'
E tutto dorme; il mar sonnecchia: piane
gemono l'acque, tremano le foglie.
La bella nelle braccia sue m'accoglie,
e il dolce nido, come suol, pispiglia.
Trema al vento la cortina:
bianca e rosea traspare
di lì dietro la bambina
che sta dolce a contemplare.
Testa bionda al petto inchina,
bianche forme a me sì care,
come l'aura mattutina
vi fa molli ondoleggiare!
Una pioggia acre e sottile
fruscia al dubbio aere intanto...
suona l'ora al campanile.
Ed un forte odor selvaggio
si diffonde in ogni canto.
Amor mio, ben venga maggio!
Primavera, entro le botti
già canticchia il vin fremente;
tornan già gli augelli dotti
da le scuole d'oriente.
A le Naiadi il torrente
or sussurra odi e strambotti
che imparò là su l'algente
Alpe in grembo a l'alte notti.
Là su gli alberi pensosa
chiedi forse, o Luna, ai venti
una strofe faticosa?
Anch'io penso uno stornello!
rime son gli abbracciamenti,
sono i baci il ritornello.
Dicea Jago: «Oh! tu non sai
qual rea mente ella nasconda,
il suo cuor chi vedrà mai? »
Io risposi: «È così bionda! »
« Se de' neri occhi t'innonda,
de' suoi magici occhi, guai.
Ell'è perfida come onda ».
« Così bianca! » io sussurrai.
« Quella sua mite favella
è sottile, è forte trama ».
Io gemetti: « È così bella! »
« Sciogli a tempo il triste incanto
ch'ella, stolto, ella non t'ama ».
«Ma io l'amo, io l'amo tanto! »
Tra le marruche in cui frascheggia il vento
corre un'acqua che ha nome il Rubicone,
un fil d'acqua che scivola al pilone
d'un ponte eccelso come un monumento.
In alto in alto sta sull'ali, e lento
scende pe' cieli taciti un falcone;
tacito alla mia costa un centurione
marso fa sibilare il suo sarmento.
Qualche turma di numidi cavalli
dalla lunga galoppa alla campagna;
e il suol romano tuona delle pesta.
Chi le coorti de' chiomati
Galli, alzando la pupilla sua grifagna,
muove d'un cenno della calva testa?
Sul mio seno non getta aurei bagliori
lira vibrante di cadmei concenti;
né me cercan col grande occhio pallenti
teste di vati sotto foschi allori.
Triste son io: degli uomini i dolori
e i gridi del mio cuore escono lenti
senz'eco, e come vaste onde di venti
dileguan lungi tra inaccessi orrori.
Oh! i bei sogni affoltati a la memoria
come al nido le rondini! oh! fra' monti
scintillante qual pura alba, la gloria!
Triste or viaggio e solo, tra segrete
piaghe nel mezzo a pallidi tramonti
su via per le tranquille acque di Lete.
La luna cala: gli umidi arboscelli
scossano lunghi grappoli di fiori,
e l'usignolo di tra' pioppi snelli
– tiò tiò – trilla agli estremi albori.
Egli trilla e gorgheggia. Io piango incerto
non fossi abbandonato in un deserto.
Io piango, e cala giovinezza intanto
tra uno scoppio di luce ampio e di canto.
Dalla selva, cui vento non muove
pensosa del cielo al confine;
dal gran mare verdognolo, dove
si tuffano l'oceanine;
di là dove la sposa del sole
co' figli diletti soggiorna;
se a te giungono umane parole,
ritorna, ritorna, ritorna
Ghino di Tacco uscì di Radicofani;
l'asta gittava un'ombra lunga al suolo.
Guarda un villan di tra le stoppie e mormora:
quella è l'asta di Tacco e il suo figliuolo.
Dall'antica badia tra i lecci rosea
l'abate il vide per la via passare;
gridò d'un tratto: « Salvum fac me, Domine »;
poi disse: « Ghin di Tacco egli mi pare ».
Per il gran piano tra la rada nebbia
riguardando lo scorse anche un torriere.
«Guidi il tuo bruno palafren San Giorgio!»
urlò dall'alto « o franco cavaliere! »
« Buon cavalier che passi, in groppa arrecati
la vecchia che meschina andar non sa ».
« Dio t'abbia nella sua santa custodia;
son Ghino, ho fretta ». « Buon barone, or va ».
Gli nitrì sotto il palafren; latrarono
nella corte i molossi ed i limieri;
e il castellano interrogava, pallido,
con un cenno del capo, i ministrieri.
Soffiò allor nel gran corno. Ardeva al vespro
la punta della lancia e la celata.
Cento barbute ha intorno; ed una veste
ha nelle fiere mani, insanguinata.
Giù pei cieli diafani e tranquilli
discende il mago radïante in volto:
un vecchio rospo a un larice suffolto
gli gorgheggia: ben venga il signor Brilli.
Ed e' muggire alla campagna i grilli
ode e nitrir le rane dentro il folto
canneto: un bacherozzo, uom savio e colto,
accorre al braccio di donna Amarilli:
e i rosignoli vanno per le strade
con certi borzacchini di pantano
grattando il violin nelle contrade...
Era tutto, da presso e da lontano,
uno zillare sotto le rugiade
nell'infinita chiarità del piano.
Il mago, della mano
fatto un soave cenno a' rosignoli,
fe' un passo e: Grazie, disse, a quei figliuoli.
Se' tu dunque arrivato in Broceglianda
nel caffè de li Servi, o nel divino
pian della Lena, al garrulo Alberino
dove regna, conversa in rana, Urganda?
Tra gli alberi ogni macero tramanda
un odore d'assai dolce bottino,
quasi che, per incanto o per destino,
il gracchiare in profumo si rispanda.
Nel caffè 'l mago lento al ritmo cede
de' tuoi versi: egli ha i baffi agili in arco,
cupo geme, ed il pio sigaro aspira.
A quando a quando batte arguto il piede
e fa strano del capo a' diti incarco:
poi trae di tasca una lunata lira:
chiama il servo e sospira;
ma se i tre soldi metti fuori tu
tesse una danza di caldea virtù.
Voglio cercar la terra consolata
dove sbocciano il loto e gli amaranti;
dove dorme per opera d'incanti
il gnomo biondo e l'azzurrina fata.
Intorno ad un'antica urna obliata
in pace s'attorcigliano gli acanti;
dormono l'arme dei poeti erranti
a' rami d'una quercia inviolata.
V'appeser elmi e ben forbiti arnesi
i cavalieri; e trovator vivuole
palpitanti di coble e sirventesi.
Or quando i caschi raggiano alla luna
or quando al vento treman le mandole,
io l'amor vi perseguo e la fortuna.
Per qua per qua, gracchian le torbide acque
del pantano velato di ninfea,
per qua passò la faretrata dea
e nuda al nudo Endimion soggiacque.
E sì, le siepi zirlano, le piacque
questo silenzio in mezzo alla vallea
che ancor vi resta, e molto le sa rea
la dipartita. Né la selva tacque;
ché dal sen delle vaste ombre segrete
che vibrano d'un sibilo di riso,
il cuculo il lungo ululo ripete.
Eppur lassù nel cielo, ove indiviso
e' par con le montagne azzurre e chete,
la dea riguarda con un pio sorriso.
Non fu, ch'io creda, un far vedersi in piazza
quella mia corsa piena di spavento,
col cuor natante sotto la corazza,
cori negli orecchi il sufulo del vento,
tra un impeto di nuvole, una pazza
fuga d'alberi, un fiero aggiramento
di tutto. Un colpo, infin, come di mazza
ferrata; e giacqui senza sentimento.
Chi potrebbe ridir quanti anni giacque
quella inquieta fantasia d'Astolfo,
che sprona all'alto e sempre a valle resta?
Stormiva un'infinita alta foresta
dentro il mio sogno, e vi frusciavan l'acque
illuminate d'un immenso golfo.
Come la luna questa notte sia
sopra noi giunta, ci porremo in via.
Orl .fur., xxxiv, 67
Lo rivedo il marmoreo palazzo
delle gronde vocali
al lume della luna; ed un rombazzo
v'odo ancor oggi d'ali,
v'odo un festoso strascichio di gonne,
v'odo un clangore arguto
di spade, gaie risa odo di donne,
il canto del leuto;
or come allora. Allor dalle aie i cani
abbaiavano al vento:
vedevi di pioppi, olmi ed ontani
tutto un torneamento.
Ma poscia, un tratto che pendeva all'Orsa
cheta la luna appresso,
gli alberi affannati dalla corsa
palpitavan sommesso,
in quella ch'io piangea l'amor mio bello
che m'ha beato e ucciso,
scoppiava nel silenzio uno stornello
dolce come un sorriso...
Tu sul caval del paladino errante,
che per aria galoppa,
nano gentile dal cappel sonante
allor saltasti in groppa.
Il rosaio fremeva a l'albaspina
d'uno stupor tranquillo,
quando si scosse dalla tua testina
un saluto e uno squillo.
Pispigliavan le rose: Oh! la regina
del Catai si fa sposa.
Angelica, gemeano i fiordispina,
là, nel Catai, riposa;
riposa in pace; e non cred'io che un gaio
sogno d'amore e' sia:
cadon le stille, sibila il rovaio;
un sogno di follia!
Quando, di marzo, il plenilunio piove
sogni ed influssi d'oro,
s'avvian gli erranti per le cerche nuove
coi grandi antiqui loro:
ad atrii ignoti sostano; i bordoni
posano accanto all'arpe.
C'è un viavai di dame e di baroni,
lampo di veli e sciarpe;
piantato d'aste e di pennoni è il campo
con lunghe ombre di cocchi,
e, sparse intorno, le corazze un lampo
sprizzan d'acciaio agli occhi.
Empiono intanto dame e cavalieri
la notte di sussurro,
e là bianche chinee, bianchi destrieri
bevono al lago azzurro.
Ma noi mendichi intorno a un'abetaia
intera ci s'assetta,
e si ride e si ciancia a quella gaia
fiammata che scoppietta;
noi si ride e si ciancia, e ci trabocca
di fiera gioia il cuore,
se una favola industre esce di bocca
al buon novellatore.
O dedalei poemi onde il sonoro
ritmo che il cor ritenne
somigliava un trottar di Brigliadoro
per le fatate Ardenne!
come sentivo di passar per alti
silenzi di verzura,
su cui d'un tratto campeggiavan spalti
grigie muscose mura!
O bianca nube, stormi d'alcïoni
fluttuanti lontano;
bianchi veli, o rosee visioni
che ho perseguite invano!
Oh! poi che all'una delle fonti io bebbi
il caldo dell'amore,
e, all'improvviso rifluire, io m'ebbi
posta la mano al cuore,
cuor palpitante d'ombre cupe e raggi,
qual nuvolaglia a sera;
spronai, fanciulla, per sentier selvaggi
la mia speranza altera;
l'altero amor, tra l'ombre e le morgane
nel silenzio e il sussurro
pel monte e il pian guadando le fiumane
guadando il cielo azzurro,
io spronai: verso te lanciai Rondello
ch'al piè del nembo ha Pale,
e Brigliadoro che va qual vascello
gonfio di maestrale,
scossi le briglie a Rabican che i laghi
col piede asciutto sfiora,
il fianco strinsi ad ippogrifi e draghi...
ma non t'ho giunta ancora.
Qual mai tempesta portati? qual dio
volo ti dà leggero
più di Rondello e Rabican, del mio
cuore, del mio pensiero?
perché m'accenni della man fuggente,
perché rivolgi il viso,
ridi e dilegui luminosamente
nel lampo del sorriso?
Dilegui, e l'ombre calano, ed io sento
un brusio d'acque ignote,
e ascolto appena il crepito onde il vento
le foglie morte scuote;
mentre il cavallo piega le ginocchia
lente nel reo cammino,
di qualche pira il suono odo che crocchia
su nel silvestre pino.
Crescono l'ombre ed il silenzio sulla
terra, nel ciel, nel cuore
mio, per tutto. Che grigia landa brulla
questa dove il sol muore!
In faccia a me scintillano le pozze
d'un ghigno ultimo, orrendo,
poi verdi e gravi sotto l'alghe rozze
s'adagiano dormendo.
Mi si arresta il corsier, mentre rimango
irresoluto e solo:
le salde zampe guazzano nel fango,
fintan le nari il suolo.
Cessò sui vepri e sui ginepri l'izza
della cicala adusta,
né più da' cardi crepitanti schizza
la fragile locusta.
Or s'è levato in mezzo del tranquillo
piano il lamento eterno
della rana che rantola e del grillo
che trilla in suon di scherno.
All'orizzonte la vermiglia frangia
che cingea la campagna
bigia, in un vallo basso ora si cangia
di livida montagna.
E il vallo basso e plumbeo mi serra
il cielo intorno via
più, quanto più la desolata terra
s'apre alla vista mia.
O patria! o casa piena di bisbigli
e d'ombre rosee! In faccia
lieti le stanno i sicomori e i tigli
e il gelsomin l'abbraccia;
oh! le aurate fantasime di gloria
cadono, nebbie vane;
s'io ne vedo apparir nella memoria
le verdi persïane,
se tra que' bossi accorra a me, la fiamma
della sorpresa in viso
e della gioia... Quai lagrime, o mamma,
t'innondano il sorriso!
Come somiglia la tua gioia al pianto
di noi; come alla morte
il tuo pallore! Della casa intanto
non stridono le porte;
non s'apre ogni finestra con giocondo
émpito di battenti,
non vedo a ognuna comparire un biondo
capo che a me s'avventi
augurando. Addio patria! Sulla muta
landa, improvviso romba
uno stormo che migra e che saluta
con un clangor di tromba.
Suona un lieto clangor nelle profonde
solitudini. È il lento
stuol delle gru che verso ignote sponde
va tra la notte e il vento.
Le fiaccole sul lido
scossan gli aurei capelli
vanne attorno un grido
lieto di garzoncelli:
« Arrossa il pomo in cima
in cima al melograno,
ché non v'aggiunse prima
il coglitor villano,
il vider sì, ma invano,
gli audaci ladroncelli. »
Sopra il deserto lido
scintillano le stelle,
vanne attorno un grido
fievole di donzelle:
« Quello che al melograno
sboccia purpureo fiore,
salvo è da piè villano
di scorrente pastore.
Ma perde il suo colore
quand'uom se lo disvelle »
Pura è la notte e il canto
squilla per lunga traccia,
danzan delfini intanto
su per l'ampia bonaccia.
Degli occhi esso la bacia,
a meraviglia è bello;
essa di molle acacia
rassemhra un ramoscello:
Entra il felice ostello,
vola tra le sue braccia... »
[1882-1895]
Narran le pie leggende
che ogni uomo è un pellegrin;
un angelo il difende
nei dubbi del cammin.
Io stanco e tribolato
ho due consolator;
me li trovavo a lato
dove che andassi, ognor.
Tra i fantasmi interrotti
che in pianto il cuor finì,
nelle vegliate notti
e nei sudati dì!
Dentro le cupe scuole
per l'orrida città,
alla tempesta, al sole,
rinchiuso e in libertà.
Ma sol vederli in sogno
il mio destin senil
e aveva il cuor bisogno
di contemplarli un po'.
Volevo alzato il velo
quei volti contemplar;
essi spariano in cielo
siccome pioggia in mar.
E disperai; ma intanto
degno mi fea di lor;
mi preparava il pianto
a quel celeste amor.
Dopo affannosa via
gli angioli io giunsi alfin;
o dolci Ida e Maria,
ridete al pellegrin!
Al pellegrin vogliate,
angioli, un po' di ben,
il bacio a lui donate,
stringetevelo al sen!
Egli ha sofferto tanto
e tanto e vi cercò,
che presso a voi soltanto
or vivere egli può.
Sogliano, 1882.
Carissime sorelle, io parto io vado;
ma sento che il mio cuor vuol rimanere.
Rimanere egli vuol, né mio malgrado;
non vuol venir, né contro mio piacere.
Rimanga presso il vostro dolce amore,
rimanga presso voi, povero cuore!
io senza lui, povero cuore ardente,
andrò lontano disperatamente.
Adorate fanciulle, andrò ben lunge
e non sarò felice, oh no! di certo:
dove la vostra voce a me non giunge,
ivi è la solitudine e il deserto.
Là dove non vi vedo e non vi sento
non ha prezzo per me l'oro e l'argento:
dove non odo le vostre parole
io non lo vedo, non lo vedo, il sole!
Mie soavi bambine, oh! ricordate
questo fuggiasco, questo pellegrino!
Pensate a lui felici e sventurate,
pensate a lui la sera ed il mattino:
quando il sol nasce, e quando se ne muore,
nei momenti del gaudio e del dolore.
Credete che nel nostro immenso affanno
i pensier nostri si rincontreranno.
S'incontreranno sempre e si diranno
soavi cose per l'aerea via.
Quanta felicità v'augureranno
da parte della triste anima mia!
E voi? Ma i vostri voti io li so bene,
so le vostre preghiere alte e serene!
Voti e preghiere? Invano, invano, invano!!!
fin che, o fanciulle, io vi sarò lontano!
Sogliano, 1882.
Se alcun mi promettesse il paradiso
quando fossi per dar l'ultimo fiato,
me n'andrei colassù senza un sorriso,
morirei sconsolato e disperato:
ma se avessi vicine Ida e Maria
in pace esalerei l'anima mia;
ma se avessi le man vostre sul cuore
vorrei farvi veder come si muore!
Sogliano, 1882.
Quando eri così buona e piccolina
bastavano due paia d'angioletti
a portarti nel cielo, o Mariuccina,
tra suon di violini e d'organetti:
ora ce ne vorrebbe una dozzina,
or che se' così grande e birichina;
or che se' così birba e così grassa
ce ne vorrebbe una dozzina e passa.
Dunque rimani ancora per molt'anni
ritenuta dal peso dei peccati;
non dar tante fatiche e tanti affanni
a quei celesti bambinelli alati:
mangia amaretti libretti confetti,
e più non basteranno gli angioletti;
non basterà tutta la schiera bella,
a portarti nel cielo, o ghiotterella!
Sogliano, 1883 [15 agosto 1884].
Vengo a te da lontano ermo paese,
ti vengo nel tuo giorno a salutare;
ti vengo a dir che non ci son difese
di monti e piani, di fiumi e di mare,
per il mio cuor, pel cuore
di tuo fratello, o mio soave amore!
Nel mio lungo ed aereo cammino
io vidi campi azzurri e stelle d'oro.
Quando passavo come un pellegrino
io sentiva cantare angioli in coro.
Dammi, dissi a una stella,
un po' d'or per la mia dolce sorella!
E gli angioletti dissero: infelice,
le stelle vanno e non posson baciare!
Se stessero a sentir ciò che si dice
non mai le stelle arriveriano al mare.
O pover'uom, se vuoi
qualcosa, parla. Ci pensiamo noi.
Angioli, io dissi, andate allora
al monte dov'ella aspetta buona e rassegnata:
piovete gigli sopra la sua fronte
e rose sulla sua chioma dorata:
fate ch'ella si senta
sotto codeste vostre ali contenta.
Matera, 19 ottobre, a mezzanotte, 1882.
Come nei libri delle tue preghiere,
libri che tutto il tuo segreto sanno,
i fior che tu ponesti, or è qualch'anno,
colti a Sogliano nelle rosee sere,
appena che t'imbatti a rivedere
bigi e secchi, ti prende un muto affanno;
ma quelli toste rinverzicheranno
olezzanti nel sol del tuo pensiere.
O verdi colli, o florida campagna!
Va la carrozza e tentenna; l'aurora
sorge, ed hai freddo, ed il tuo vel si bagna... –
Così, morto ch'io sia, tornino vivi
della tua vita, ed a me pensa allora,
questi poveri fiori fuggitivi.
Massa, 1885.
Siede Massa tra lucida verzura
d'aranci, a specchio del tirreno mare;
vedi tagliente dietro lei spiccare
come un zaffiro immenso la Tambura:
verdeggiante e declive in una pura
chiarità d'alba il Belveder t'appare;
sola, in disparte sembra minacciare
nubi passanti la Brugiana oscura.
Mi sveglia il canto delle capinere
tra le magnolie, e m'assopisce un lento
ronzio di ruote e romba di gualchiere.
Come bimbo cullato io m'addormento;
e allor fugge, allor vola il mio pensiere,
ed in Romagna accanto a voi mi sento.
Massa, 1885.
Son passate le nuvole, e la piova
sprigionato ha dal suolo un acre odore;
lieta ogni rama si dibatte a prova,
a capo chino sgocciola ogni fiore.
Tra le fuggenti nuvole si prova
d'uscire il sole; all'umido splendore
sembra la terra ora più verde e nuova;
più turchino del ciel sembra il colore.
Così, dolce Maria, sovente stroscia
la tempesta dai miti occhi dolenti
e t'empie il cuor che languido s'abbioscia;
ma poi che, un tratto, dileguò la nera
nuvola, i tuoi pensieri alti e fiorenti
sorridono alla nuova primavera.
Massa, 1885.
Alla tavola siede la sorella
più grande e meno triste, Ida la bionda;
tutta in sé scrive, medita, cancella,
come se al cuor la penna non risponda.
Non s'ode intorno che lo scricchio della
penna veloce. La lucerna innonda
di calda luce quella chioma e quella
fronte quasi d'un nimbo aureo circonda.
Ma la dolce Maria sta solitaria
e pensosa in disparte... Io, la speranza,
mentre fumo, volar vedo nell'aria;
ed ambedue, per opera d'incanto,
conduco nella riposata stanza
d'un bel castello che disegno intanto.
Massa, 1885.
Ardono i ceri al piede dell'altare
nelle tenebre gravi, umide, intente,
dove pur s'ode continuamente
frusciare, sgonnellare, stacchettare.
Il sol muore. Oh! non qui venni a pregare
quel nuovo Dio tra i ceri sanguinente;
io, salutando il Dio di nostra gente,
tendo le braccia all'infinito mare:
dove la vampa del suo rogo annera
fumando e il vento piange, e lo seconda
l'ululo d'accorrenti onde marine.
Stelle tu versi ad una ad una, o Sera.
Largo il pianto rampolla a la profonda
Sera, disfavillando senza fine.
Massa, 1885.
S'ode in tanto sonar l'Avemaria,
e per L'aria è un lamento di campane,
un lamento che arriva di lontane
chiesuole immerse nella mite ombrìa.
Tacito a casa il giornalier s'avvia
la zappa in dosso e nelle mani un pane,
e pensa. Gravi gracchiano le rane
nel pantano d'un rospo in compagnia.
I ranocchi salmeggiano il corale
de' morti: il rospo è in domino; a distesa
canta con maestà pontificale.
Le lucciolette in fin del salmo accesa
hanno la torcia, e allora le cicale
strascicando e cianciando escon di chiesa.
Massa, 1885.
Era una gatta, assai trita, e non era
d'alcuno, e, vecchia, aveva un suo gattino.
Ora, una notte, (su per il camino
s'ingolfava e rombava la bufera)
trassemi all'uscio il suon d'una preghiera,
e lei vidi e il suo figlio a lei vicino.
Mi spinse ella, in un dolce atto, il meschino
tra' piedi; e sparve nella notte nera.
Che nera notte, piena di dolore!
Pianti e singulti e risa pazze e tetri
urli portava dai deserti il vento.
E la pioggia cadea, vasto fragore,
sferzando i muri e scoppiettando ai vetri.
Facea le fusa il piccolo, contento.
Massa, 1885.
Quando trovai ne' miei pensier presente
il tuo viso e le lunghe fila bionde,
scoteva il vento l'ombre gemebonde:
or già tace la notte; e l'ombre intente
ansano appena, e l'ampia terra desta
di luce strana sembra che si vesta.
Roca la squilla odo sonare a festa;
e l'alba trema, mentre incerta sale
sul candido silenzio universale.
Tra i fior nascenti indugi il passo, quale
fata dopo l'incanto al sol s'appresta
spargere il raggio della bionda testa.
Un ronzio d'api, lievi frulli d'ale
odo, e sussurro di ruscel corrente
nel meriggio tranquillo e rilucente.
Volge il mio cuore a te, fata piacente;
e so che un bel sorriso gli risponde
di là, tra il verde delle nuove fronde.
E le rondini zillano alle gronde
di qua, di là, vertiginosamente:
anche noi si cinguetta al sol cadente.
Al sol, che ne' tuoi puri occhi s'infonde,
luce sottentra, che nel ciel d'opale
sparge un immenso biancheggiar nivale.
Chi nel cielo, cui corre il maestrale,
il lento oblio, l'opaca notte arresta?
Canta l'inconsapevole foresta.
Or che notturna infuria la tempesta,
felice ascolto l'equinozïale
pioggia strosciare, assidua, lenta, eguale:
ché a fuggevoli baci il tuon ridesta
sovente le tue labbra fremebonde;
gli occhi no, che il guancial timidi asconde.
Muove il tuo cuore quasi in rapid'onde;
poi si appisola e dorme dolcemente,
sì che il mio che lo culla appena il sente.
Massa, 1885.
Guarda: le une col lor candido viso,
gli altri, con nell'azzurro occhio il sorriso,
dicon: non ti scordare e pensa, a me.
Son fanciulli de' campi: umile e schietto
è il lor linguaggio come il loro affetto;
amano e non san dirti essi il perché:
molto varia non è la lor favella,
né dotta: eppur gradiscili, o sorella;
è una favella che mentir non sa.
Son fanciulli de' campi: in lor ti fida,
ché, se vestono male, amabil Ida,
non la menzogna appreso hanno in città.
Massa, maggio dell'85.
Mentre siedo, o sorella, a te da canto
Anni tristi, ben tristi anni! rammento;
Ricordo un lutto, una famiglia in pianto,
In mezzo alla miseria, al tradimento.
Un sorriso splendeva in quel dolore,
Caro sorriso che t'uscia dal cuore!
Caro il tuo balbettio, sempre lo stesso,
In mezzo al cupo ragionar sommesso!
Nostra, di tutti noi, consolatrice,
Angelo della tua madre infelice!
Massa, 1885.
Ida, usciti già sono i capineri
Di cova, e triste è 'l lor canto novello
Al ciel d'agosto tra i natii verzieri;
A te dicono: oh sol felice, bello,
Morbido il nidio, dove ad un richiamo
Aprite il becco e tu e il tuo fratello!:
Come s'esce a volar dal ramo al ramo,
Ida, capino biondo, ecco piangiamo.
Massa, 21 agosto 1886.
Sotto il salice piangente
della molle capelliera
gli occhi suoi soavemente
stanno in atto di preghiera.
Sta tra i morbidi capelli
la sua fronte umile e stanca,
così bianca, cosi bianca!
come il marmo degli avelli.
Massa, 1886.
Ridon siringhe del color di lilla
sopra la mensa e odorano viole:
la capinera è tra gli aranci: brilla
tremulo il sole.
Tu pur, poeta, hai rifiorito il cuore
trilli e frulli hai nella fantasia.
Le ignave brume e l'umile dolore
sorgi ed oblia
Massa, 1886.
Pallida il volto e i teneri occhi mesta,
mia sorella, passi il lungo giorno:
venne pure il tuo giorno; oggi è la festa,
nulla ride a te, mia cara, intorno:
ritornata è la festa, e tutto è muto;
invan sembri aspettare anche un saluto:
né un picciol dono, breve gioia, io porto
a te, nostro dolcissimo conforto!
Massa, 1886.
Al suo passare le scarabattole
fremono e i bricchi lustranti squillano;
la grave padella
col buon paiòl favella:
qual è codesta polledra, dicono,
che ancor non doma nitrisce all'aure,
e tremar tutta sembra
nelle virginee membra?
Non sanno: e invano di lei dal povero
foco la vecchia pentola brontola:
sol la silenziosa
lampada sa qualcosa:
sa come a notte le vola trepida
sul foglio e arguta la penna scricchiola
– si volge al suo chiarore
l'occhio interrogatore –;
la reginella pensa discendere,
ché i tenui lari più non le arridono;
e già, con atto stanco,
si scioglie il grembiul bianco;
depone il breve serto dagli aurei
capelli, al giogo declina docile
la sua rosea cervice,
lieta ad altrui s'addice.
Massa, 1886.
Mi piange in cuore un trillo che si leva
A un tratto nelle miti aure serene:
Rosignol? capinero? Io non so bene;
Io so ch'egli di te già mi chiedeva,
Uccellino cortese: – or dov'è quella
Colomba dolce, così bianca e bella? –
Candidamente, o bianca mia sorella,
Io gli ho risposto che tu più non m'ami.
Ascolta, or piange, e sembra che ti chiami!
Massa, 1886.
O capo biondo, cara occhi d'uccello,
d'uccellino che vive alla foresta,
d'uccellino che canta sull'ornello,
d'uccellino che bionda abbia la testa:
dov'è, mia cara, il nostro paesello,
dov'è la casa solitaria e mesta,
dov'è il mio nido, dov'è la mia vita...
oh! dove sei, felicità svanita?
Livorno, 24 agosto 1890.
Dormí, e non celi il capo irrequieto
sott'essa l'ala, il garrulo capino;
dormi, e non sogni. Era il tuo sonno un lieto
lungo festino,
come la veglia: e molte avea soavi
cose la vita pel tuo cuore alato
d'ali leggere, poiché tu ci amavi,
misero! amato.
La bianca morte allor di te s'accorse;
ed in quegli occhi, memori del nidio,
questo gran sonno t'infondea, ch'io forse
forse t'invidio.
Livorno, 1889.
Con queste navi in quest'alta bonaccia
io so che tu farai molto cammino;
andrai, quando tu voglia, ove ti piaccia
pel queto mar ch'io credo un ciel turchino.
Rivedrai luoghi ove, sorella, hai pianto,
ed un sorriso or ti parrà quel pianto!
Rivedrai volti a cui dolce hai sorriso,
oh come lagrimoso, quel sorriso!
Livorno, 1889.
Caro Orazio, i panforti, come scudi
omerici, d'argento cesellato,
brillano nella cantera, e dallato
hanno amaretti e cavallucci, studi
incliti di Sanesi pasticcieri.
Siena! dolce paese! Oh mi si dia
di veder la città de' miei pensieri!
So che vorrei fermarmi a mezza via,
tra Fiorenza gaietta e Siena austera,
o caro Orazio mio, nel tuo Castello.
Forse vi troverei la primavera,
ora che brullo dondola l'ornello.
Così soavi ha gli occhi la tua mamma,
che governa sue tre vite leggiadre,
così pura del tuo lare è la fiamma,
così paterno è il piglio di tuo padre,
ch'io mi crederei giunto ove ho il cammino:
alfine, Orazio mio, mi crederei
giunto, tra sì gran pene, al mio destino:
là dov'è babbo e mamma e tutti i miei.
Tutti, all'infuori delle due soavi
sorelle mie di sangue e cor, che adoro;
ed amo tanto te, perché pensavi
unicamente, col tuo dono, a loro.
Basta: la notte di Natale, quando
sono pel cielo tanti gli angioletti;
se qualche groppo ne verrà, cianciando,
come uno stormo, sopra i nostri tetti,
(candidi stanno, e poi qual va, qual viene,
e nuova schiera ad ora ad or s'aduna:
li crede il volgo nuvole serene
erranti in cielo al lume della luna)
se alcuno ne verrà, sì che nel viso
possa vederlo, io gli dirò che porti,
prima ancor che nel santo paradiso,
questa novella a casa de' miei morti:
che c'è una casa in questa dolce terra
che ci vuol bene per la sua bontà.
Quelli ne goderanno di sotterra
e Dio dal Cielo vi benedirà.
Livorno, 28 decembre 1889.
Non l'usignuolo (il vago tempo andato!)
più chiama Iti Iti, e solo a sé risponde,
tacendo fiori fronde erbe ombre aure onde;
ma così dice in suo parlare ornato,
di tra l'ispide scope e le dimesse
marruche: se la vite non mettesse;
se il vilucchio non s'avvolgesse;
se la formica non avesse il c...,
dormirei più sicuro, più sicuro.
Livorno, 1890 [1887].
Son quattro diamanti: quattro lente
lagrime uscite da pupille spente.
Due dagli occhi d'un martire: tuo padre;
due dagli occhi d'un angelo: tua madre!
L'uno colpito al mezzo della via,
sospirò tra la morte: – Ida! Maria!
L'altra, dopo la sua lunga agonia,
sospirò tra la morte: – Ida! Maria!
Quelle lagrime mute e disperate,
su quegli occhi, o Maria, cristallizzate,
le chiude l'oro dalle pure tempre
in quest'anello che dice per sempre!
Livorno, 1 novembre 1890.
Amici suoi che foste, avete udita
mai la sua voce? – O tomba oscura e forte,
in cui m'affanna i sonni della morte,
ineluttabil incubo, la vita!
Oh! vivo io, vivo. O prole mia sfuggita
a questa forse invidiata sorte,
come risuona sempre a queste porte
la tua querela timida, infinital...
L'uno va nudo e solo ramingando;
qui sosta e piange. Un altro derelitto
odo in segreto disperar lontano.
E le mie bimbe gemono pensando
al muto grido che per loro io gitto,
alle mie braccia per lor tese, invano. –
1893
Il figlio che ha udito quella voce.
Non sono io forse il piccolo Giovanni
che sua mamma accompagna alla stazione?
Essa gli ha messo in ordine i suoi panni,
i suoi colletti, le camicie buone.
Esso va solo; solo va lontano
per aiutare la sua dolce madre,
vedova: ei deve a lei dare una mano
per gli altri; agli altri deve far da padre.
E molte cose con sospir gli ha detto
nella soave e piana sua favella,
e già gli pose, con sospiro, al petto
l'argentea croce di suo padre... quella...
Ed ora eccola al piè del nero treno,
piccola, con un pallido sorriso,
scarna, muta, pensosa; l'occhio, pieno
di lagrime invisibili, in lui fiso.
Le labbra bianche con la triste piega
dicono ancora ciò che il cuor ben ode:
oltre lui guarda a quando a quando, e prega:
oh! parla e guarda all'angelo custode.
In treno per Siena. Agosto 1802.
O mia raminga, o rondinella mia,
ma dove l'hai murato il tuo nidino,
che al dolce suono dell'Avemaria
non ti sento zillar nel mio giardino?
Son fiorite le rose, o rondinella,
nevica a terra il fior dell'ulivella:
tanto amore sbocciò nei miei pensieri!
tanti baci sfiorirono! non c'eri.
Livorno, 1893.
Nella mia casa placida e canora
si fa nel giorno un gran parlar di te.
La Solitaria piange ad ora ad ora,
i Caserecci gridano: c'è, c'è...
La Bella fa squillar la campanella
irosamente. « Taci dunque, o Bella!»
Gracchia lo Storno. E allora le Cincine
strillano tutte insieme senza fine.
Sbuffano, come due lavandarine...
Livorno, 1895.
Principe Rosso, giovinetto Sire,
che mostri d'un pensoso arabo gli occhi,
cui dorïese vergine i ginocchi
abbracciò, toccò il mento e domò l'ire:
te vedess'io sopra il ginnetto uscire
alla campagna in mezzo a lance e stocchi,
e i paggi in gaio vortice, coi tòcchi
piumati, sulla tua traccia garrire,
coi falchi al pugno! Né vorrei, quest'io
essere intanto pedagogo austero,
su lenta mula, in lunga imbelle veste;
non barbuta tra l'ampio scalpitìo
dello stuol; non aereo torriero:
sì, tuo rubello nelle tue foreste.
Livorno, 1890.
Noi vagheremo per il mar sonoro
un dì, se indarno l'anima non spera;
e nell'incanto d'una rosea sera
o nel folgoreggiar d'un'alba d'oro,
udendo i canti de' marini in coro,
guardando il fumo della ciminiera,
ripenseremo quella tua severa
parola che dicea: Patria e lavoro!
E tu, se nunzio mai col tempo giunga
d'una battaglia d'ardimento antico,
presso Caprera, o sotto il Promontore,
leggendo un nome in una serie lunga
dirai, ma giubilando, o nostro amico!
« uno v'è morto co' miei detti in cuore. »
Livorno, forse nel 1890.
Non c'è sempre, né spesso anco, cred'io,
da sfogliar rose ed ardere verbene
quaggiù; ma in questo mondo ciel buon Dio,
amico, ci si piange molto bene;
come diceva non so più che saggio.
Io, per me, son beato, e non lo celo:
pieno d'alti diletti è il mio passaggio
in vista de' natali astri del cielo.
Con dolci lai mi parlano i tramonti,
cantano l'albe con soavi risa:
passano bianche dame sopra i monti,
e maghe d'India e vergini di Frisa.
. . . . . . . . . . . .
Allor che Amore, ne' deliri errante,
portando al cuore il sovvenir di lei,
coronò di martir li occhi di Dante,
ed ei parlava ai pallidi romei
e lo traeva intelligenza nuova
là, dove pura luce, da te sei.
Era il suo canto come di chi trova
nel solo esilio, ed era il suo pensiero
come cielo che in mare immenso piova.
. . . . . . . . . . . . .
Sopra l'Alpe d'Oulx, ai venti,
sta l'Alpino in sentinella:
come scroscio di torrenti,
come rombo di procella,
giunge un grido « Al Reno, al Reno! »
Fratel mio, tu veglia al Reno;
io sull'Alpe itala sto.
Per ghiacciai, rupi, burroni,
ogni picco ha i suoi moschetti,
ogni monte i suoi cannoni,
ogni varco i nostri petti.
Puoi dormire, Italia, al piano:
dormi, Tevere lontano,
dormi, fragoroso Po.
Ma da valle chi s'avanza,
chi mai sale i monti azzurri?
Nell'oscura lontananza
tutto è palpiti e sussurri.
Chi da valle grida: o All'Alpi »?
Tutti, all'Alpi, all'Alpi, all'Alpi.
Tutti all'armi: tutti a me!
Su di corsa, o bersaglieri,
su, gagliarda fanteria:
ai cannoni, o cannonieri;
Nizza, Monferrato, via!
Tutte al vento le bandiere:
tutte al mar, torpediniere.
Salpa, Italia. In sella, o Re!
Re Vittorio: immobilmente
ti vediamo grandeggiare,
non nel Pantheon silente
ma in cospetto al nostro mare.
Tu sei desso, il buono, il forte...
chi parlò della tua morte?
Sei tornato: ave, gran Re.
Te così vedemmo in testa
di spossati battaglioni
tra il fragor della tempesta
e la romba dei cannoni.
Il gentil sangue latino
salì teco a San Martino,
e l'Italia ebbe il suo Re.
Tornerai, sempre. La scolta
chiami all'Alpi i figli tuoi:
ti vedremo un'altra volta
grande e fosco avanti a noi.
Sopra i suoni e le fanfare
la tua voce udrem squillare:
– Figli andiamo – Eccoci, o Re. –
Livorno, 1892. Per musica.
L'arpa d'oro
pende ai salici:
il canoro
vento l'agita:
il poeta vede e ode,
ode e gode.
Non le dita
mie la tocchino!
L'infinita
anima l'animi!
Arpa, al vento, al sole, oscilla,
brilla, squilla'
DAL 1896
Viene viene la Befana,
vien dai monti a notte fonda.
Come è stanca! la circonda
neve, gelo e tramontana.
Viene viene la Befana.
Ha le mani al petto in croce,
e la neve è il suo mantello
ed il gelo il suo pannello
ed è il vento la sua voce.
Ha le mani al petto in croce.
E s'accosta piano piano
alla villa, al casolare,
a guardare, ad ascoltare
or più presso or più lontano.
Piano piano, piano piano.
Che c'è dentro questa villa?
uno stropiccìo leggiero.
Tutto è cheto, tutto è nero.
Un lumino passa e brilla.
Che c'è dentro questa villa?
Guarda e guarda... tre lettini
con tre bimbi a nanna, buoni.
Guarda e guarda... ai capitoni
c'è tre calze lunghe e fini.
Oh! tre calze e tre lettini...
Il lumino brilla e scende,
e ne scricchiolare le scale:
il lumino brilla e sale,
e ne palpitan le tende.
Chi mai sale? chi mai scende?
Co' suoi doni mamma è scesa,
sale con il suo sorriso.
Il lumino le arde in viso
come lampana di chiesa.
Co' suoi doni mamma è scesa.
La Befana alla finestra
sente e vede, e s'allontana.
Passa con la tramontana,
passa per la via maestra,
trema ogni uscio, ogni finestra.
E che c'è nel casolare?
un sospiro lungo e fioco.
Qualche lucciola di fuoco
brilla ancor nel focolare.
Ma che c'è nel casolare?
Guarda e guarda... tre strapunti
con tre bimbi a nanna, buoni.
Tra le ceneri e i carboni
c'è tre zoccoli consunti.
Oh! tre scarpe e tre strapunti...
E la mamma veglia e fila
sospirando e singhiozzando,
e rimira a quando a quando
oh! quei tre zoccoli in fila...
Veglia e piange, piange e fila.
La Befana vede e sente;
fugge al monte, ch'è l'aurora.
Quella mamma piange ancora
su quei bimbi senza niente.
La Befana vede e sente.
La Befana sta sul monte.
Ciò che vede è ciò che vide:
c'è chi piange, c'è chi ride:
essa ha nuvoli alla fronte,
mentre sta sul bianco monte.
Castelvecchio, 1897.
– Codesta punta – un dì chiese il marrello
– d'oro, dov'è? Noi siamo, tanto io, quanto
te, ferro... – Sono gli uomini, fratello, –
disse la vanga – a dirmi d'oro:
intanto nol credon essi, e neppur io né tu.
Io sono tutta ferro e me ne vanto:
se fossi d'oro... non ci sarei più. –
Se fanno ch'io mi strugga, ecco, non penso
che in me vedano alcuna alta virtù!
Io muoio; e sanno che vivevo incenso;
mi lodan essi, ed io non sono più.
Buono tu sei – diceva la scodella
al cane, – che me, sola, in abbandono,
così carezzi e rifai nuova e bella! –
Rispose il cane, ancor leccando: – Oh! buono
son io per certo, e posso dirlo senza
falsa modestia: ognuno sa ch'io sono
del comitato di beneficenza. –
– Cammina, cammina
ritorna da me! –
– La strada, mammina,
la strada che c'è! –
– Ma, dopo, il riposo
più dolce sarà. –
– Non posso... non oso,
dal buio che fa! –
– Ma qui mi vedrai,
ma qui ti vedrò! –
– Sul petto, oh! non sai
che peso che ci ho!
E i piedi, ancor essi...
io non ce li ho più.
I vermi, sapessi,
che sono quaggiù!
1897.
L'entrata era aperta, nel sole,
sopra anditi pallidi e lunghi.
Di fuori era odor di viole:
ma dentro, di muffa e di funghi.
Qua prati, là via senza capi,
qua zolle, là squallidi tufi.
Di fuori ronzavano l'api,
ma dentro soffiavano i gufi.
Veniva di qua, mattiniero,
lo strido di rondini folte;
di là, di laggiù, da quel nero,
un suon di campane sepolte.
Entrasti... fra cespi d'assenzio,
cogliendoti un non-ti-scordare-di-me...
La porta col blando silenzio
dell'olio t'udisti serrare su te!
1897.
La pendola batte
nel cuor della casa.
Ho l'anima invasa
dal tempo che fu.
La pendola batte
ribatte:
mai più... mai più...
mai più... mai più...
La pendola oscilla
nel cuor della notte.
Tra l'ombre interrotte
chi viene? sei tu?
La pendola oscilla
tranquilla:
mai più... mai più...
mai più... mai più...
Sei forse qualcuno
che amai? che perdei?
che torni? chi sei
che torni quassù?
Un bacio! sol uno!
sol uno!
mai più... mai più...
mai più... mai più...
Un bacio! oh! nemmeno!
Vederti soltanto!
sentire al tuo pianto
che m'ami anche tu!
Ridirtelo almeno!
Nemmeno!
mai più... mai più...
mai più... mai più...
1898
L'uomo sentiva piangere la sera
rosea, lassù: nel pianto suo lontano
pensava alla lontana alba: com'era?
Chè un mare le divide e le nasconde,
qua d'ombra, là di luce: elleno in vano
guardano rosee di su le due sponde.
L'uomo sentiva piangere la sera
ch'avea nel cuore: ella piangea romita
pensando alla lontana alba: com'era?
Le divideva il mare della vita.
E l'uomo venne al margine polare.
E là, dove la sera si sfioriva
nel mare, l'alba rifiorì dal mare,
subito, e l'una carezzò coi gigli
delle sue dita l'altra fuggitiva,
e ciascuna alitò: Tu mi somigli!
l'uomo venne al fine di sua vita,
ed ecco l'ombra ch'egli avea nel cuore
vide un'altra ombra, e sussurrò stupita:
Ombra che nasce è come ombra che muore!
Ed in un lento tremolio di culla l'
uomo sentì che rinascea nel nulla.
Messina, I febbraio 1899.
L'alta città divampava in un vortice rosso di fiamme,
sotto la pendula nebbia d'un gran plenilunïo d'oro.
Erano morti gli eroi: da le torri gli Achei ne le fiamme
or ne gettavano i figli e portavano al mare le donne:
e ne la notte serena, passando con ululi lunghi,
d'Ilio con quelle al Sigèo rotolavano i carri da guerra.
Ma non il Dolope Antìclo giungeva a le Porte Sinistre
dalla città: nel cavallo d'Epèo v'era entrato nel giorno:
ora l'auriga attendeva il suo pròmaco, il carro la preda
sotto del faggio; ma il carro era vuoto, l'auriga era solo,
ed i cavalli legati con le abili redini al tronco,
sangue odorando più là, sobbalzando al guizzar de le fiamme
spesso nitrivano al vento, e scavavano il campo con l'unghia.
Ma non Antìclo tornò; ché ferito dal frassino grave
presso la casa giacea di Deifobo. Dentro la casa
orrido fremere d'uomini e strepere chiaro di ferro;
ché ne la casa gli eroi già venuti coi mille vascelli,
Locri, Aspledonii, Focei, Cefalleni, Mirmidoni, Abanti,
i domatori Troiani e gli Achei corazzati di bronzo,
si percotevano ancora con l'aste, per Elena Argiva.
Ma non Antìclo: ei giacea nel suo sangue, vicino a la soglia,
cupido ancor de la voce che l'anima già gli sommosse
dentro il cavallo d'Epèo, dove stavano i principi d'Argo,
l'uno de l'altro sentendo l'anelito breve ne l'ombra.
Ecco, allorquando il brusio de la turba vani, che nel giorno
era durato a l'intorno con pallidi cori di donne,
simili a canti che loro giungessero ombrati dal sonno;
quando gli Achei palpitavano già d'ogni piccola pesta,
ecco che a tutti una voce, la voce più dolce che niuna,
come a ciascuno sol una, arrivò de la donna lontana.
Era la donna lontana, che dolce chiamava per nome,
l'un dopo l'altro, gli eroi, sommovendone l'anima stanca.
Ed in un palpito ognuno, in un émpito ognuno si mosse
o per uscir da l'agguato o rispondere alate parole;
quando Odisèo li frenò; ma Antìclo la bocca ad un grido
subito aprì, che morì sotto il grave calcar de la mano
del glorioso Odisèo che gli disse, anelando, a l'orecchio:
« Pargolo! è Elena questa, è Elena Argiva, la Morte! »
Elena tacque e partì; ma Antìclo restò con la voce
della sua donna lontana nel mezzo a la rete del cuore.
Quando coi principi uscì, nereggiante di collera il cuore,
arse, distrusse, scannò; giù, nelle fumanti rovine
egli avventò, con gl'infanti, i lebeti ed i tripodi intatti,
spinse tra candidi seni di vergini, immemore, il ferro,
ché tra le grida e i singulti ed i rantoli e il fragor d'armi,
desiderava una voce, la voce più dolce che niuna.
Ora sentendo la vita fuggir con lo squallido sangue,
nell'angiporto di Troia, pensava a la ricca sua casa,
dove la donna filava una soffice spuma di lana,
oltre molt'onda di mare, di là da molt'ombra di monti.
Ecco, e la casa avvampò, di Deifobo. Vide il guerriero
al balenar de le fiamme un eroe da la testa chiomata;
e lo chiamava per nome, e gli disse le alate parole:
«Odi, Elefénore! va dal potente ne l'urlo di guerra
figlio d'Atrèo: va, digli che fugge ad Antìclo la vita
rapida, simile a vino che fugga da rotto cratere.
Digli che muoio per lui; che nel cuore mi sta la mia donna,
ch'oltre molt'onda di mare, di là da molt'ombra di monti,
fila ne l'alta mia casa una soffice spuma di lana.
Che la sua voce n'intenda, una voce, per t'ultima volta!
Mandi, se muoio per lui, la divina Tindaride, e faccia
ch'anco mi suoni a l'orecchio la voce più dolce che niuna! »
Disse, ed il Calcodontiade Elefénore entrò ne la casa
che come fiaccola ardeva, e trovò l'incolpabile Atride,
e lo chiamava per nome e gli disse le alate parole:
« Figlio d'Atrèo, mi ti manda un guerriero cui fugge la vita
rapida, simile a vino che fugga da rotto cratere.
Sappi che muore per te; che nel cuore gli sta la sua donna
ch'oltre molt'onda di mare, di là da molt'ombra di monti,
fila ne l'alta sua casa una soffice spuma di lana;
che la sua voce ne intenda, una voce, per l'ultima volta!
Manda, se muore per te, la divina Tindaride, e faccia
ch'anco gli suoni a l'orecchio la voce più dolce che niuna! »
Disse: assentiva l'Atride, il potente ne l'urlo di guerra.
Ecco ed Antìclo moria ne l'oscuro angiporto di Troia,
ecco e veniva ver lui con un tacito passo di sogno
Elena. Intorno le ardeva in un vortice rosso di fiamme
Pergamo, sotto la nebbia d'un gran plenilunio d'oro.
Al suo passaggio sereno scrosciavano gli ultimi muri,
s'irrigidivano i vinti con l'ultimo loro singulto.
Stette sul capo a l'eroe: già le labbra ell'apriva a parlare,
dolce, la voce di lei ch'egli amava; quand'egli, morendo:
«No, non parlare; che immemore io muoia, ch'io muoia felice
or che ti vidi: ch'io muoia con Elena sola nel cuore! »
1899.
Se dall'alpestro monte
troncato fu Peloro;
se ondeggia il mar sonoro,
ove volgiam la fronte;
sulla tua nave eterna,
che il nembo omai non doma,
il nostro cuor governa
verso l'eterna Roma:
dove pensasti, o Dante,
bianche nell'aurea sera,
presso una pia riviera,
l'anime ancor non sante;
dove dall'Apennino
pace nel mare ha l'onda,
empiamo noi la sponda
del gran fiume latino.
E sulla sponda, grave
Roma ci parla: – O figli,
da quali ignoti esigli
venite a me per nave?
qual tanto amor v'adduce
sopra quel lieve legno
qui dov'ha seggio il Duce,
qui dove il Veltro ha regno?
Se fu dall'Alpe scisso,
Roma, il natio Peloro,
questo vasel canoro
varca ver te l'abisso!
Ne adduce a te chi fioco,
Roma, non è per morte.
Veniamo alle tue porte
dall'Isola del fuoco.
Messina, 14 marzo 1900.
Veniva da terra straniera,
tornava alla terra natale.
Dov'era? Chi era?
Al capo aveva tanto male,
e non si ritrovava più.
Voleva per oggi sua mamma:
per oggi! Era tardi, domani.
Il capo era in fiamma.
Glielo stringesse tra le mani,
sicché non gli dolesse più.
Fremeva una macchina. Pronti!
Si andava con quella al paese.
Lasciate che monti
egli gridava a braccia tese
se no, non arriverò più.
Gridava: Ho mia madre che... quando
si mossero i lunghi stantuffi.
Il treno fischiando
partì dicendo coi suoi sbuffi:
mai più! mai più! mai più! mai più!
Aveva sul cuore il coltello
col quale mangiava il suo pane.
Sentiva un rovello,
sentiva dentro il suo cuore un cane
che lo mordeva sempre più.
Nel cuore era il morto suo padre
con ringhi di rabbia e vendetta.
c'era sua madre!
lontana! povera! soletta!
che piano gli gemea: Mai più?
Suo padre il coltello gli mise
nel pugno... – Ma prendilo: uccidi!
– E uccise! ah! che uccise!
Sua madre gli gettò due gridi :
Mai più! non ti vedrò mai più! –
Bologna, 1906.
Al suon dell'alba che tintinna,
nella culla il bimbo si desta,
saluta il sole e gli fa festa,
poi chiama: a Papà!... »
E sua madre piange, e lo ninna,
chè il babbo è morto, e non verrà.
Chi sa?
Non piangere! Ei vede lontano!
Al cielo infinito
ier sera tendeva la mano,
e puntava il piccolo dito
in Aldebaran!
1907.
E non è il giorno, che si muta casa?
l'otto di maggio? E non è questa l'ora
di mezzodì, quando si lascia il carro,
pieno di sedie e trespoli e strapunti,
avanti l'uscio della nuova casa?
C'è uno a guardia che seduto all'ombra
sul limitare, mangia curvo il pane.
Ed oggi, o bimbo, hai fatto San Michele,
hai messi insieme i piccoli fardelli,
le tue cosette, a una a una, tutte?
il tuo carretto è fermo lì, su l'ora
di mezzodì, con sopra la tua vita.
E c'è tua madre lì d'accanto e piange.
Perché mutare? Non assai ridente
d'amore e luce era la tua dimora?
Non c'era il sole? E dove andrai? C'è freddo
nella Certosa, o creatura, e buio!
E non più giochi e non più madre e nulla!
E tu vi andrai? Là tu vorrai deporre
tutta la cara fanciulletta vita?
Come sei stanco, esanime, sbiancato,
per questa poca già di via ch'hai fatta!
E in questa, anche più poca, che t'avanza,
non ora dunque scontrerai chi senta
pietà di te, chi te del peso alleggi,
chi t'alzi su, chi porti tutto in cielo?
Bologna, maggio del 1908.
La terra aprì la bocca sua: beveva
sangue. Era il primo, era d'un figlio d'Heva.
Non era entrata anche da noi la morte.
Ora s'udiva un rantolo di porte.
E venne vento dalle porte vane:
ghiacciò il sudore in cui si mangia il pane.
Presso ad Abel strisciava sopra il petto
il serpe. E terra e sangue ora, in sospetto,
mangiava. E come carne era quel limo.
Solo moriva quei che morì primo.
Moveva Adam le zolle donde egli era.
La terra rossa percotea la nera.
Heva apprestava tuniche di pelle
per i due figli, tra le lor sorelle.
Abel vide la morte: egli guardava...
La morte era un fratello e la sua clava.
Ma sentì caldo un bacio sulla fronte...
era il suo cane, il cane ch'ora al monte
seguiva Abele ed ora al pian Caino.
Egli ululò, gli si adagiò vicino,
lambiva gli orli della sua ferita,
abbaiò verso la fuggente vita...
Abel morì. La voce del suo sangue
gridò. Gridava intorno al morto esangue,
al morto primo, aperto gli occhi spenti.
Gridare il serpe se la udì tra i denti.
E l'altro andava là dond'esce il giorno,
solo, e più nulla si vedeva intorno.
Egli vedeva le sue mani sole;
e il maledetto andava incontro al sole.
La notte disse: Non assai tu vedi?
La nera terra gli fuggiva i piedi.
Non si volgeva, perché là tra nubi
splendeano in fiamma spade di cherubi.
Non si volgeva, perché il sangue... Oh! esso
prima gridava, ora piangea sommesso.
Giunto era il grido fin a Dio soltanto:
alla sua madre giungerebbe il pianto.
E mentre andava, udì, presso, un vagito
come d'infanti, piccolo e infinito.
Eran gli agnelli che sul vespro era uso
Abel dal prato ricondurre al chiuso.
Sostò Caino, e le sue mani folli
s'abbandonarono... E le sentì molli,
le sentì calde... Le lambiva il cane
corso alle voci tremule e lontane;
il cane ch'ora precedea fedele
Caino al piano ed ora al monte Abele.
E il primo pianto udì Caino: il primo:
pianto di tutto il cielo ch'è nel limo:
Caino udì la madre piangere... Heva
su tutti due, su tutti due, piangeva!
Bologna, maggio del 1906.
Ben venga Maggio
e il gonfalon selvaggio!
Ma è una selva che si svelle,
la selva che da sé si schianta!
E viene, e seco ha le procelle
che l'hanno nell'inverno affranta,
e viene e canta
il gonfalon selvaggio!
Ben venga con la sua grande ombra
col grande urlo dei torrenti!
Èvivo il gonfalon che ingombra
la terra e si svincola ai venti;
ed ai dormenti
annunzia: È Maggio! È Maggio!
Ben venga Maggio
il gonfalon selvaggio!
S'avanza sotto il cielo azzurro
il verde bosco che s'è mosso;
ha dentro un cupo suo sussurro,
ha dentro un rauco fiato grosso.
È rosso rosso
il gonfalon selvaggio.
Ben venga! È gente che sui capi
solleva il ramuscel d'ulivo;
quel sussurro è ronzio d'api
seguenti il ramo fuggitivo;
e il rosso vivo
è dei rosai di Maggio!
Ben venga Maggio
e il gonfalon selvaggio!
21 aprile del 1906.
Se tu sei nulla, noi siamo nulli;
ché in tutto, Alfredo, simile io t'amo.
Per le fanciulle, per i fanciulli
noi lavoriamo.
Abbiam per loro sempre qualcosa,
mentre la vita già li tormenta:
sempre qualcosa che sa di rosa,
d'uva, di menta.
Per i ragazzi, per le ragazze
facciam nel verno sorgere il giugno
con le ciliege dolci e le lazze
bacche del prugno.
Ecco entra, in tanto che sulle nere
panche di scuola leggono i nomi,
come se a un tratto s'apra il celliere,
l'odor di pomi.
Si sparge, mentre passano l'ore
lunghe col refe, con la ciniglia,
nella stanzetta chiusa, l'odore
della vaniglia.
Né ci si lodi, se per incanto
vestiam di frutti gl'ispidi rami!
Il nostro savio cuore soltanto
vuol che ci s'ami;
che si ritorni, che si ripeta,
che il nostro miele prenda chi giunge!
Alfredo, è un'ape, certo, il poeta,
ma che non punge.
Prenda chi vuole, prenda chi viene,
prenda chi gramo voglia e non possa...
anche chi scende, vivo, in catene,
nella sua fossa.
Mentre la Pena l'urge, crudele
più di lui stesso che fu pur tanto
tanto crudele; senta il tuo miele,
senta il mio canto.
Aquila di Savoia,
che guardi tu lontano,
e già con rauca gioia
rotei sopra il Po?
– Sento gridare al piano:
io vi discenderò.
Falco del Montenegro!
l'ultima rupe stride
del tuo squittire allegro
come la gioventù...
Falco, laggiù si uccide!
Scendi una volta: giù.
Castelvecchio, 3 ottobre 1896.
Se vedo in alto il fiume
latteo di nebulose
in due partire il cielo;
se un rio, quaggiù, con piume
d'ala e foglie di rose
piano urtare uno stelo;
penso, Victor, a te.
Odo un ruggito: io penso
a te. Un vagito, un pianto:
io penso a te. Sul lido
fuma il mare, l'incenso
sull'are, un fiore è infranto,
Scheepers è ucciso... Io grido:
Victor Hugo dov'è?
Messina, 24 gennaio 1902.
Compagno, io sono venuto: guardami:
son io. Tu chiedi forse che, tacito,
che, stretto tra queste mie dita,
io stesso riguardi? La vita.
La vita, ov'arde breve ora un piccolo
fuoco che presto mutasi in cenere;
che vana, che nulla vapora,
ma un fumo esalando, che odora.
Messina, 4 aprile 1900.
Con voce acuta di bufera
tu gridi al gran popolo: – Avanti!
Io tra la mischia a me straniera
sollevo i miei placidi canti.
Tu fai, per le battaglie al sole,
di cuori infiniti un sol cuore.
Io cerco nelle notti sole
chi cadde, chi piange, chi muore.
Domani? Tu cadrai, domani !
domani? Domani, io cadrò!
Nel campo dove tu rimani,
io più non combatto, ma sto.
Udresti, udresti, tu caduto
sonar nel tuo cuore il mio canto!
L'udrei, l'udrei per sempre io muto
sonar sul mio capo il tuo pianto!
O forse accanto, gli occhi fissi
e i cuori già quasi distrutti,
diremo: – Per chi soffre io vissi...
Per tutti! il dolore è di tutti...
Diremo; e strettaci la mano
c'incammineremo di là,
cercando, avanti noi, lontano,
la morte o l'immortalità.
Bologna, 10 febbraio 1906.
Non dateci il pane, ma i pani,
sì d'oggi, e sì pur di domani,
di sempre, o pie genti!
Non dateci il vostro buon cuore
cambiandolo in nostro rossore;
voi uno, noi venti.
Non pane soltanto ch'è nulla,
ma vesti e la casa e la culla:
non rame, ma oro:
non ciò che a più chiedere invita,
ma tutto: non vitto, ma vita:
lavoro! lavoro!
Messina, 1902.
La tua madre non ha tetto,
la tua madre non ha pane:
a te rimane il suo petto;
prendi quel che ti rimane.
La tua madre non ha nulla:
su le ginocchia ti culla.
Non ha che il cuore che batte;
ma getta sangue, non latte...
Bologna, 20 maggio 1906.
Sono qual ero; e tendo le pendane
ancor pei solchi che indicò la groma;
le quattro quadre mangio ancor del pane
rude di Roma.
Ho l'arte antica: al ponte antico sale
gemendo il plaustro coi raccolti nuovi;
candidi sotto l'arco trionfale
passano i bovi.
L'antica selva ho là, sul mar, che trema
per grida atroci o per melodie sante:
in quella selva s'agita il poema
sacro di Dante.
L'eroe là tenni che al chiaror di luna
vedesse Dante errare per le lande
e gli parlasse, e preparasser una
Roma più grande.
1907.
Un angelo è venuto a casa mia,
a dir soave e piano: – Ave Maria!
venuto a una casa umile e mesta
tutta bagnata ancor dalla tempesta,
così come il tuo puro angelo anelo
è molle ancora del suo roseo cielo.
Castelvecchio, 1902.
Questo è il sabato di Maria.
Le fanciulle fanno i fioretti:
questa non guarda sulla via,
quella si priva dei confetti.
Bionde vergini, santo sia
questo sabato di Maria.
Non guardate dalla finestra;
non toccate la bonboniera;
ma spargete fior di ginestra,
mormorate qualche preghiera.
Questo è il sabato di Maria.
O dolce Maggio, il sole
scaldi le vostre aiuole;
ma poi sovr'esse cada
molle la pia rugiada;
ma un raggio poi sui fiori
beva le goccie sparse,
ma l'ombra poi ristori
quelli che il dì riarse...
Ecco Mariù, a piedi d'un pero
tra il sessantino in fiore:
tra le mani ha un filo d'erba,
ha un po' di gioia nel cuore.
Ella ride... passano l'ore...
Ella guarda: la state muore;
e che importa? – Sopra la rama
c'è un uccellino che la chiama
e c'è un cuore, cuore che l'ama!
Non dire: «Io lodo quel cantore»;
di' piuttosto: «Amo quel canto».
Sì. Ama del rosaio il fiore:
non ti chiede il pruno tanto.
Ti dice: – Io son la trista cosa!
schiva il pruno, ama la rosa! –
Castelvecchio, 1904.
nel giorno della prima comunione
Emmina, Emmina, oggi vai sposa;
hai bianca veste e bianco velo;
col dolce viso color rosa
e con l'anima color cielo.
Lagrime sì, ma non amare.
Color rosa, non color fiamma.
Tu vai fanciulla oggi all'altare...
ma dopo tu ritorni a mamma.
Pisa, 18 maggio 1905.
Ines, oggi è la Candelora;
il giorno ch'è tutto un'aurora,
più bel giorno della tua vita,
le colombe scesero a te,
nel tuo cuore c'è una fiorita
di non-ti-scordare-di-me!
Ines! Ines! non ti scordare
che oggi pura andasti all'altare!...
Pisa, 2 febbraio 1905.
Rose gialle e rose rosa;
rose color amaranto;
una, fanciulla; una, sposa;
una, col suo boccio accanto;
una, senza foglie più;
una, che appassisce al sole;
una, cui rinfresca il pianto;
rose di siepi e d'aiuole,
siete ciò che quando è, fu...
voi siete la . . . . .
Barga, 1906
Caecilia bella, santa pura,
benché, perché cieca, sicura,
con l'occhio che sol dentro vede,
Caecilia, chi sei tu? – La fede. –
Bologna, 1908.
Dormi, dormi, bambino caro!
Angeli, abbassate la voce!
Che non pensi al calice amaro!
Che non pensi a quella croce!
Sogni, sogni dalle ali bianche!
Sogni, sogni dalle ali nere!
Voi, come le palpebre stanche
ci covano gli occhi, così
coprite nelle meste sere
coprite il cuore che soffrì.
Bologna, 7906.
T'ho veduta al dóndolo, Elisa,
andare, andare su, di volo;
in un lieve impeto di risa
volare, e poi scendere al suolo;
volare, e poi scendere giù:
sì, ma per riprendere il volo,
ma per risalire più su!
È questa la sorte di noi,
di noi poveri uomini!
Noi ci leviamo come fai tu...
ma per scendere anche più giù.
Bologna, luglio 1908.
O dolci cuori, in cui entra, piange e muore
il segreto dolor d'un altro cuore:
e poi sospese e tremule due stille
lascia alla foglia delle due pupille.
Bologna, 1908.
Son tutti i Santi, e in cielo è la tempesta.
È la tua festa, ma il tuo viso è smorto.
Dolce sorella, non piegar la testa
come gli smorti fiori del nostro orto!
Sorella pia, non esser così mesta
come son mesti i fiori che ti porto!
Suonano, senti, le campane a festa!
Suonano un poco, e poi... suonano a morto!
Castelvecchio.
Sono tanti anni che in amore e in pace
noi camminiamo questa oscura vita,
vedendo, all'alba, un pio baglior fugace,
vedendo, a sera, tenebra infinita.
Sostiamo ogni anno ad una nuova croce,
per riposare dalla lunga via:
udiamo il suono d'una stessa voce
che di lontano dice: – Ave, Maria!
Bologna.
Oh! questi Santi a cui sì triste suono
manca la terra, oh! tu li sai, Maria!
Oh! questi Santi ben lo sai, chi sono;
e questo pianto ben lo sai, che sia.
Oh! sono un padre, dolce padre buono,
ed una madre, dolce madre pia;
morti lasciando i figli in abbandono...
Prega i tuoi Santi, e piangi un po', Maria!
Bologna.
Per la tua dolce festa, oggi, a San Mauro
io t'ho condotta, nella tua casina.
C'è l'albatrello, il gelsomino, il lauro,
e la Madonna in mezzo alla cedrina.
Maria! Maria! perché tu guardi e gemi?
Ma c'erano anche allora i crisantemi!
Perché ristai, con tutto il cuore assòrto?
Ma si sonava, e quanto, allora!, a morto!
Castelvecchio.
Vissero un tempo due vicini in pace,
che avean comuni il campo il fonte il servo!
A tutti due dava stupito il campo
gli stessi cibi nelle stesse teglie;
mesceva il fonte acqua ad entrambi, ignaro
a qual mescesse, negli uguali orciuoli;
il servo quando era la greppia vuota,
attendea l'uno, con la paglia, o l'altro.
Sì; ma del campo era il terriccio a Trigo
utile, a Brigo l'untuosa argilla;
scendeva l'acqua ad inaffiar le piante
a Trigo, a Brigo a sciabordar la creta;
e robe e cose, della stessa terra
ma nate e fatte, someggiava insieme
l'asino: erbaggi e vasi.
Fredda, la terra: e pur ne fece un orto
Trigo ortolano. E primamente sparse
nera calena sopra le biancane.
E questo primo era un inganno al Sole,
ch'ha per le terre bianche odio; ma in quella,
che avea velato il suo pallor, s'infuse.
Né pago, mucchi egli elevò di piote,
lasciando buche, che inzeppò di frondi
di gambi e sterpi, e v'accendeva un fuoco
ceco, fumoso, ed il terren compatto
di scabro tufo e di porosa calce
poi mescolava; e ne allargò le vene:
sì ch'ei la terra fece come spugna,
spugna che tutto prende e tutto rende,
donde suggesse ogni radice il latte.
Né finì mai di spargervi sottile
cenere e rusco e graveolente fimo;
sì che la pioggia che già lì stagnante
specchiava il volo delle esauste nubi,
dopo sparì, parve sorbir le zolle,
vi brulicò, vi gorgogliò, rendendo
grato un odore al cielo.
Ma pur amava la cerulea creta
Brigo vasaio; e ben ve n'era in copia,
duttile e molle al pollice qual olio.
Ora egli fece un breve bozzo in terra,
ben levigato, e i quattro lati cinse
d'un muricciuolo, ove impastar l'argilla.
Eresse accanto la fornace, quadra,
con la sua bocca, ove introdurre i pruni
secchi e la stipa, ed appiccarvi il fuoco.
Alla dimora della chiara fiamma
contiguo fece il penetrale angusto
pei vasi, asciutti ma non sodi ancora;
che prima in alto, umidi sempre e molli,
vogliono a lungo, vogliono da lungi
udire il nuovo scricchiolio del fuoco.
E poi la ruota collocò, robusta,
che mossa muove il lucido tagliere,
fece l'asse a cui s'appoggia il tergo,
la pedana a cui l'un piede ponta,
ma l'altro preme e fa girar la ruota
la sua testa. Così ebbe il bozzo
e la fornace e il banco.
Ma prima prima avean pensato all'acqua.
Ce n'era un filo, sùbito bevuto
lassù dal vello soffice del mustio.
Ma poi, tra lisci ciottoli, giulivo
d'esserci ancora, gorgogliava a gara
coi merli d'acqua e con le capinere.
Quindi alla rana che chiamava l'acqua,
che dicea: Qua!, scendea l'incauto,
e sotto le larghe foglie s'addormia del loto.
Ma Trigo aperse al prigionier ruscello
un canaletto, in cui sgorgò, poi vispo
fuggì con tutto un tremolìo di risa.
E Trigo in tanto, memore dell'orto
futuro, in fila pioppi neri e bianchi
piantava, lungo il fossatello, e salti,
per aver vinchi da legare ortaggi,
per aver rami da ramar legumi.
E il rio del pari ai due vicini amico
correva, ed ora scivolava al bozzo
ad impastare e sciabordar l'argilla
mazzangherata, ora, più lieto, all'orto
ad aprir serri, a ravvivar germogli.
C'erano, su pei salti, le ranelle,
che deridean, con brevi grida, quelle
lontane ignave rane.
Imprese allora l'asino comune
a someggiare l'una e l'altra merce
sul molto sopportante unico dorso.
Al passo andava, tinnulo e fiorito,
e Trigo e Brigo gli veniano ai fianchi,
lieti dell'alba e della via maestra.
Metteva or l'uno tra un boccal sonante
ed una brocca una ricciuta indivia,
poneva or l'apro un labile verzotto
dentro un orciuolo: ché per via s'aggiusta
(or l'uno or l'altro ripetea) la soma.
Negava il terzo, ed allungava il passo.
Ma si arrestava ai trivi ai ponti ai borghi,
volgendo le due lunghe ombre del capo,
se mai sentisse zoccolar di donne;
per ch'ei giungeva così bello e vario!
così squillante! ed opportuno a tutti.
Avea per questa il cavolo, il laveggio
avea per quella. Avea per gli uni erbuccie
e l'aglio a spicchi e la cipolla a doppi;
per gli altri avea la teglia che alle nocche
sonava come una campana a festa.
Rado era chi non gli prendesse almeno
un vaso per garofani od un mazzo
di ravanelli rossi.
Viveano dunque i due vicini in pace,
contenti, ognuno nella sua capanna.
E qualche volta s'indugiò sull'alba
la stella bella, due laggiù vedendo
da buoni amici zappettare un orto.
Ed altre volte quella stessa a sera
sbocciò più presto ad ammirar là basso,
in quel cantuccio, due vasai d'accordo.
Poiché nel tempo delle più faccende
correa ciascuno dalle sue minori:
sì che il vasaio si togliea dal banco
allor che l'altro al crescere del giorno
con una foglia proteggea dal sole
le sue piantine; e l'ortolano il solco
lasciava, e col pennato alla cintura
correva, quando l'altro alla fornace
metteva il fuoco. E con l'esperta vanga
Trigo tagliava la lustrante argilla;
e Brigo col manevole marrello
roncava al calcio i gracili fagiuoli;
e quello ch'era ad ambedue comune,
l'asino e il fonte, era comun pensiero.
E l'uno e l'altro, all'asinello, il dorso
duro strigliava, e l'uno e l'altro attento
porgea la secchia o rifornia la greppia.
E quando all'acqua o Trigo o Brigo il varco
schiudeva, Brigo l'accoglieva e Trigo,
nel bozzo entrambi o tutti due nell'orto:
due zappe a mota riducean la creta,
due zappe all'acqua aprian man mano il solco,
tra le assetate aiuole.
E quando un poco Brigo avea di scianto,
andava all'orto, a Trigo, a fargli motto,
a sfigurirsi d'una pianta nuova;
in cuor godeva l'arte altrui, seduto.
Sedeva; e l'altro egli vedea bel bello
far col pennato a verdi canne l'ugna,
in terra, l'una contro l'altra, oblique
figgerle. Un quadro era così, di canne.
Poi, dove si toccavano, con lenti
sottili vinchi, che teneva in bocca
pronti al lor uopo, le avvinceva insieme
tre volte o quattro, col miglior dei nodi;
ché le due canne ricingea d'un torchio
tenendo i capi tra due dita, e al capo
sottil volgeva e ravvolgeva il grosso;
poi, torto questo, ne impedia lo scatto
dandogli volta. Così, bella in vista,
sorgea la siepe, che la terra e l'aria,
con l'uggia delle foglie e col viluppo
delle radici, non prendeva all'orto;
eppur vietava alle galline il passo,
moleste avanti e più moleste addietro,
al rosso gallo: ai piccioletti alunni,
no; ma il pulcino, becchi pur, non raspa.
A uno a uno la covata intera
dentro si versa; e su e giù la chioccia
invano corre, invano salta e svola,
e chiama singhiozzando.
E quando l'ozio era di Trigo, allora
andava al banco, a ragionar un poco,
a veder fare un'anfora od un coppo;
e in cuor godeva l'arte altrui, seduto.
Sedeva; e l'altro egli vedea di forza
picchiar mestare il duttile piallaccio,
come massaia, intriso ch'ha, rimena
e tra le palme fa schioccar la pasta.
Poi dal piallaccio egli strappava un pezzo,
a occhio, giusto, e brancicato alquanto,
passato alquanto tra le cave mani,
lo ponea tondo sul taglier pulito;
quindi moveva con un piè la ruota:
girava il disco, e sopra lui la palla
prendeva forma dalle industri dita,
ch'egli tuffava ad or ad or nell'acqua.
Ed ecco il vaso che facea sé stesso
mirabilmente, e s'incavava in prima,
profondo, in cerchio, e poi rapido e molle
cresceva intorno al vortice suo vuoto.
Crescea boccale pel razzente vino,
crescea per l'acqua pura anfora pura,
pentola cupa cara alla massaia,
testo di fiori alla sua figlia caro.
Tumido o sdutto, flessuoso o dritto,
con larga bocca o sottil collo, il vaso
da sé sbocciava, rorido, ad un tratto,
dalla sua tonda boccia.
E Brigo vide, né però con astio,
Trigo pôr mano, emulo agreste, all'arte
del suo vicino, e finger vasi anch'esso.
Ché l'ortolano non premea gli arbusti
nella lor buona puerizia ignuda,
posta a lor guida un'alta canna isnella:
diritti, sì, ma che la terra e il cielo
godesse ognuno senza alcun pensiero.
Ma poi lasciava, con l'età, sol, quanto
di barbe in terra, tanto in ciel di rami;
lor tondea l'adolescente chioma.
Molto egli oprava intorno al calcio, in mezzo
alla corona, le sue forbici aspre,
radendo via le avide femminelle,
per dar aria. I rami poi, svettati,
legava a un cerchio, che inseria, di salcio.
Così dopo le dolci acque d'aprile
Brigo stupiva tremolar nell'orto
anfore e vasi tutti foglie e fiori;
questo aveva l'orlo verde e il piede
di bianchi fiori, e tutto bianco un altro,
di fior di pero, un altro tutto rosa,
di fior di pesco; che ferveano al sole
con un sussurro d'api.
E Trigo vide l'arte sua passare
in man dell'altro; a lui sbocciare i fiori,
spuntar le foglie; né però gli ebbe odio.
Ché Brigo il vaso, tuttavia bistugio,
tingea di lieve patina, che, soda,
poi lineava col sottil pennello;
e l'ortolano l'orto suo vedeva
pallidamente verzicar sul vaso.
Vedeva i rami de' suoi peschi, i mazzi
de' suoi ciliegi, i bianchi, i gialli, i rossi
suoi fiori, a spighe, a grappoli, a corimbi.
Vedeva i nastri delle sue gramigne,
le felci sue, le sue lingue di cervo,
che gli lambiano l'acqua della vasca.
Ma tutto stinto e languido; e il vasaio
pur lo velava d'una vitrea scorza.
Poi, come vivi uscian dal fuoco i bocci
dei rossi fiori, i gemmei rami lunghi,
le lingue curve e le pinnate felci!
E sul boccale si stendeva un tralcio
con le gommose pampane e il fior d'uva;
e il verde capelvenere sull'orcio
spandea le chiare piccole sue foglie
e i fini neri crini.
Ma, fuor che i giorni di mercato o fiera,
ozio avea sempre l'asino, e l'erbetta
sciolto pascea tra la fornace e l'orto:
né lieto in cuore; ché anelava ei sempre
di rivedere i borghi, i trivi, i ponti,
verde e squillante, e ben venuto a tutti.
Ond'ei strappava le gramigne in terra
irosamente, a destra a manca alterno
scotendo il capo con le due grandi ombre;
e d'uno all'altro de' tuguri ignavi
andando cupo, consumava il cuore,
ché troppo lungo gli parea l'indugio;
ché ciò ch'è prima, è primo.
E il grosso capo si vedea talora
sporgere, attento, con le acute orecchie,
sopra la siepe, e guardar l'orto. E l'orto
sotto il suo sguardo, nelle culte aiuole,
non crescea, no, ma verzicava in pace.
Qua molle e crespa di recente indivia
era una porca; là sorgeano i porri
già bianchi, e verdi de' nuovi agli i fili;
e il cavolfiore di sul torto gambo
mirava in terra il cavolo cappuccio.
La zucca in terra coi viticci il ramo
alto cercava per salire al cielo;
ed il carciofo le cuoiose pine
mettea, che invano egli educava a fiori;
ridea, di fiori, avvolto alle intrecciate
canne, il fagiuolo. E nati dal suo fimo
lodava accorto l'asino gli ortaggi,
e: Chi li fece se non io? diceva.
Ma poi guardava, con severi occhioni,
curvi narcissi, penduli mughetti,
rappe di ferruginei giacinti,
cesti odorosi di viole a ciocche,
dicendo: Un altro ammiri voi, non io!
Ma le api, donde non sapea, venute,
dicean la lode, col ronzio perenne,
là, di quei fiori, e col villoso corpo
aprian le labbra, senza danno, ai fiori
più virginali, ed anche aprian, sicure,
le bocche di leone.
Ed anche spesso al muricciòl del bozzo,
sui vasi in fila, belli e pronti, il capo
grosso appariva e le inquiete orecchie.
Pendeano tutti, dai minori ai grandi,
immobilmente da quelli occhi austeri.
C'erano, immani, senza braccia, dogli
fatti per l'ombra del celliere, e grandi
anfore ansate da portare in capo,
e buone al fuoco pentole, e laveggi
buoni alla fiamma, ed ampi orli di conche.
C'erano liscie pàtere, ed orciuoli
dal curvo becco, e snelli bricchi, e coppe
tonde, e sottili calici slanciati,
teglie, alberelli per le gabbie, larghe
ciotole, a cui beva il fanciullo e il vecchio,
tremuli entrambi. A lui piacean quei vasi
perché sinceri, e glorioso in cuore
dicea: Chi porta, se non io, la creta?
Ma torvo in altri egli vedea fioretti
fogline erbucce, che la pura argilla
gli avean macchiata, e nulla aggiunto al suono
del vaso, al suono che del vaso è il tutto.
Così sdegnava quel fiorir minuto
l'asino; e grato invece alle fanciulle
era; e qual d'esse avea sulla finestra
un testo di viole o di gerani,
allor che i bocci erano belli aperti,
diceva in lode de' natii suoi fiori,
che? che parean dipinti.
Allor, cadendo un dì d'april, che il cielo
sembrava nuovo, molle ancor di pioggia;
avea mandato un ultimo fringuello
l'ultimo verso, e qualche cirro in cielo
si fece rosso, e rosso in terra il fumo
della fornace, e: Qua! diceva all'acqua
che correa giù, la rana, e le ranelle
la deridean, la deridean dai salci;
la luna in alto s'indorò; più basso,
più presso terra, vennero le stelle;
ché si sentì, la prima volta, il canto
dell'usignolo. E prima gracchiò rauco,
facendo il verso all'importuna rana,
perché tacesse, e poi gittò tre note
e altre tre, per farlo a voi ranelle.
Taceste un poco. Egli alto chiese al cielo,
grave alla terra, se potea cantare.
Poi cominciò, ricominciò più volte
cantando piano tutto ciò ch'è buono.
Poi spicciolò, polverizzò nel cielo
un'infinita melodia d'amore.
Poi singultì, s'illanguidì, sì fioco,
come per pianto. Era il dolore. E poi...
E poi si spense. Era la morte. Allora
ricominciò di tutto ciò ch'è buono...
Sgrollò l'orecchie l'asino, pensando:
Oh! il tempo perso! Canto io forse? Io penso!
Pensava; e in cielo non lucea la falce
più della luna; un fitto era di stelle
lassù; nell'ombre vampeggiava il fuoco
della fornace: ed il cantor non visto
versava tra le stelle e l'ombre il canto
interminabilmente.
E presso L'alba l'asino randagio
entrò nell'orto dal cancello aperto;
ché L'ortolano col vasaio a prova
dalla fornace liberava i vasi.
Correa la fiera il giorno dopo: a quella
volea ciascuno i fiori suoi portare.
I fiori? Ed esso li volea guardare,
da presso, i fiori: non potea, le stelle.
Andò, guardò. Saggiar li volle; volle
sapere: attento dividea ciascuno
nelle sue parti, il lungo stelo e il capo.
Non buono il capo, non miglior lo stelo.
Sgradì giacinti, disprezzò mughetti,
schifì narcissi, nauseò viole.
E pestò tutto. Un bottoncin di rosa
gli parve meglio, e si forò le froge.
Ed ecco Trigo, ahimè! tornava e vide
quella rovina, urlò, minacciò, corse
per un bastone. Ma la siepe franse
l'asino e fece sotto sé le canne
scrosciare, e l'uno dietro l'altro in fuga
corsero, e, corri, corri ecco il tugurio
di Brigo, e i vasi ben composti in fila.
Dentro vi diede l'asino, e ne venne
vasto un fragor di cocci.
Dolenti in cuore Trigo e Brigo il giorno
per la campagna errarono piangendo
le lor fatiche. E videro ad un ramo
pendere un lungo grappolo, che spesso
dava in ronzii sùbiti e lampi d'oro;
d'api, dal buco forse d'un castagno
sciamate allora. E Brigo e Trigo accorti
stesero un panno e scossero a modino
l'albero e il ramo; e piovvero giù le api.
Così lo sciame avvolsero, e in un'arnia
diedero ospizio a quelle dolci amiche,
come eran essi, anch'essi ahimè!, dei fiori.
E i due vicini che viveano in pace,
ebbero i fiori e le api, ebbero sempre
ne' lor tuguri il miele.
Marzo del 1908.
– Anima, i desideri entrino come
fiumi nel mare, in te: serbi sua calma
il mare, i fiumi perdano lor nome. –
Disse il profeta, a l'ombra della palma :
– più del leone vale assai, vedete,
ciuco che fa sua via con la sua salma.
Amate pace, o anime inquiete:
se grande il fiume, il topo sitibondo
non beve al fiume che per la sua sete.
Bontà che viene d'animo profondo,
se bene è grande, piccola riluce,
come la stella, ch'è nel cielo un mondo
e sulla terra un atomo di luce. –
Gesù: per le città, per le castella
andava lungo il limpido Giordano,
predicando la sua buona novella.
E cui sul capo Egli imponea la mano,
e cui dicea la sua parola vera,
cieco, ossesso, lebbroso, ecco era sano.
Ed il dolore al suo passar non era
più. Ma gran pianto era al suo lento arrivo!
Moveva a l'alba e si fermava a sera.
A sera stanco il figlio del Dio vivo,
come lavoratore, era, ma pago;
e s'assideva al tronco d'un olivo,
guardando al cielo. E subito il suo vago
occhio abbassava, ch'e' s'udiva intorno
come l'immenso mormorio d'un lago.
Ecco, e vedeva, al fine del suo giorno,
turbe infinite sotto il ciel vermiglio,
ch'attendean sua venuta o suo ritorno.
E giacevan nei solchi, sopra il ciglio
dei fossi, per le vie, pecore sparse
senza pastore. E tu gemevi, o figlio
di Dio: troppa é la messe e l'opre scarse!
Gesù: « Guardate » disse ancor « li uccelli
del cielo: che non hanno essi le falci
per mietere, non hanno essi i marrelli
per seminare... » E disse Giuda: « Ai tralci
miei piluccano l'uva essi, ed il grano
ne le mie porche prima ch'io le falci ».
E il Rabbi: « O tu che il murmure lontano
del fiume credi chiocchiolio di gora
vicina; o tu per cui discesi in vano:
chiedi a la dolce allodola, che ad ora
ad ora per desio di miglior esca
non voglia alzarsi ad incontrar l'aurora;
chiedile che non s'alzi da la fresca
piaga del suolo che l'aratro ha franto!
Il poco ell'ebbe, e non desia ch'e' cresca.
Poco sopra la terra ebbe, ma tanto
ebbe nel cielo; che lassù romita
contempla, e canta: e che è dunque il canto?
Il miele ch'è nel fiore de la vita ».
E seguitò: « Nel fiore de la vita.
Ché non è pianta, ché non è vermena
che non si trovi al tempo suo fiorita;
presso mormorante acqua di vena
ne lo stagno tacito; per lande
in solchi; sopra il fimo o ne la rena:
la quercia che immensa l'ombra spande,
piccolo; e il fioraliso ch'ha lo stelo
sottile, porta il fiore suo più grande:
piccolo il pino, grande il grogo: e il melo
l'ha bianco e pure è la fuggevol cosa!
il cardo, eterno e del color di cielo.
In verità! non è così ritrosa
vita, che il fiore al tempo suo non metta:
da l'irsuto bronco esce la rosa:
tale è nuda e squallida e soletta
a gli occhi nostri, sopra ignave zolle,
che a l'ombra de le stelle d'oro aspetta
d'aprir l'olezzo de le sue corolle ».
E disse ancora: « De le sue corolle;
ch'ape non vide, ch'ape non desia:
l'ombre lei gode, ed essa: altro non volle:
essere volle sopra un'ara pia
come l'incenso de l'incensiere,
di cui l'opra s'adempie in vanir via.
Ma non mancano calici a cui bere,
ciò di cui, paziente anima umana,
a te non piace che l'altrui piacere:
c'è la quercia che in aria s'allontana
e la viola che le resta al calcio,
e il fior d'assenzio e il fior di maggiorana.
E quale odore è mai del fior del tralcio!
odor che pare l'ombra del novello
vino che viene. E c'è l'amaro salcio.
In verità ti dico, anima: ornello
o calcio o cardo, ognuno ha sua fiorita;
amara o dolce; ma sol dolce è quello
che tu ne libi miele de la vita ».
Era in patria Gesù; lungo le sponde
del suo lago; e ne' campi opere a schiere
mietean le spighe, ch'erano già bionde.
Egli vedeva; ma credea vedere
angioli bianchi, con mannelle in mano,
sparsi in un suo ceruleo podere.
Diceva: « È il regno mio, come se al piano
buon seme alcuno seminò; ma loglio
il suo nemico sparse poi tra il grano.
E, quando l'erbe vennero in rigoglio,
il servo, accorto dell'inganno muto,
disse al Signore: – Io roncherò. – Non voglio: –
disse il Signore – Non col loglio irsuto
tu svella il grano: crescan ora insieme;
ma quando ii mondo tutto avrò mietuto,
io dirò: "Ne' granai solo il buon seme,
angioli, riponctc; e il loglio sia
gittato al fuoco, ove si piange e freme!" – »
Uno, che un fascio avea di loglio: «Via,
al fuoco! » disse. Ed egli tra un pio suono
d'acque e di frondi: « Ché nol porti a mia
madre? ché per le sue tortori è buono ».
E Gesù rivedeva, oltre il Giordano,
campagne sotto il mietitor rimorte:
il suo giorno non molto era lontano.
E stettero le donne in sulle porte
delle case, dicendo: « Ave, Profeta! »
Egli pensava al giorno di sua morte.
Egli si assise all'ombra d'una meta
di grano, e disse: « Se non è chi celi
sotterra il seme, non sarà chi mieta ».
Egli parlava di granai ne' Cieli:
voi fanciulli, intorno lui correste
con nelle teste brune aridi steli.
Egli stringeva al seno quelle teste
brune; e Cefa parlò: « Se costì siedi,
temo per l'inconsutile tua veste ».
Egli abbracciava i suoi piccoli eredi:
« Il figlio » Giuda bisbigliò veloce
d'un ladro, o Rabbi, t'è costì tra' piedi:
Barabba ha nome il padre suo, che in croce
morirà ». Ma il Profeta, alzando gli occhi,
« No », mormorò con l'ombra nella voce;
e prese il bimbo sopra i suoi ginocchi.
SINITE PARVVLOS
PAX
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