Giovanni Pascoli

 

 

POEMI DEL RISORGIMENTO

[edizione del 1913

a cura di Maria Pascoli]

 

 

 

 

Edizione di riferimento

Poemi del Risorgimento - inno a Roma - inno a Torino di Giovanni Pascoli, con una nota preliminare di Maria Pascoli, quattro immagini, Nicola Zanichelli, Bologna , finito di stampare dalla tipografia Cacciari il XXVI maggio MCMXIII

 

 

 

EGREGIAS ANIMAS, QUAE SANGUINE NOBIS

HANC PATRIAM PEPERERE SUO, DECORATE SUPREMIS

 MUNERIBUS.

 

 

 

NOTA PRELIMINARE

 

Avrei voluto tenere esclusivamente per me questo inizio di lavoro, e seguitare da sola su esso il mio segreto pianto. Ma ci sono dei buoni amici che aspettano, e aspettano perchè avevano avuto qualche promessa. Ho risoluto perciò di pubblicare quello che c’è, come è, con la coscienza di compiere un dovere, di pagare, direi quasi, un debito d’onore contratto da Lui.

Dopo aver molto cercato e studiato sui manoscritti non ho potuto mettere insieme se non questi pochi poemi, alcuni incompiuti e alcuni compiuti sì, ma non limati. Le carte sono piene di appunti e di orditure. Per Lui era questione di un po’ di tempo, libero e tranquillo. Ma, quando sperava arrivato il momento, quella mano, pronta e sicura, s’è fermata. Tutti quei foglietti, ignari di ciò che è accaduto, sembrano in attesa! Qui c’è il programma per il tal mese, più là per la settimana, spesso spesso per il giorno. Programmi che quasi mai gli era dato di eseguire. Perchè... ma è inutile che ora io mi metta a enumerare i perchè. Solo chi avesse tenuto un po’ dietro a ciò che produceva e che appariva agli occhi di tutti, e agli innumerevoli fuor d’opera a cui lo costringeva la sua grande condiscendenza, potrebbe farsi un concetto di quanto vorrei dire e non dico. Il tempo non era suo: il no non sapeva dirlo.

Mi proverò a dare in poche parole un’idea de’ suoi intendimenti intorno a questo lavoro, a cui attendeva con amore e fede, e che doveva essere, come Egli diceva, il suo supremo tributo alla Patria, e agli Eroi e ai Martiri del nostro Risorgimento. Proverò.

In tre volumi Egli avrebbe costretta l’opera sua. Nel primo si doveva arrivare fino al ’: dall’ultimo imperatore latino ai Bandiera. Mancano, quindi, secondo le sue note, Il tricolore, I templari, altri pPoemi Mazziniani, i poemi su Carlo Alberto, quasi tutto il ciclo di Garibaldi in America, che doveva conchiudersi col ritorno di lui in Italia con Anita e il piccolo Menotti; infine i più vibranti di passione: nello Spielberg e I fratelli Bandiera. Via via, in mezzo ai poemi epici di vari metri, dovevano attraversare i volumi, con volo lucido e rapido, dei brevi poemetti lirici sul genere di Garibaldi vecchio a Caprera. Credo, anzi, che questo, già pronto, mentre il suo posto non l’avrebbe trovato se non alla fine dell’opera, sia stato eseguito quasi per prova o per modello.

Terminato l’Inno a Torino, Egli intendeva subito proseguire ordinatamente. Aveva già avuti in bozze e corretti una prima volta i primi due poemi: Napoleone e Il Re dei carbonari. Stava eseguendo il terzo. Un giorno, uno degli ultimi che si levò di letto, si recò mestamente nello studio e, dopo aver guardato i suoi libri e rilette alcune sue carte, su di un foglio bianco scrisse con mano ancora sicura il titolo del poema che l’attendeva:

 

 marzo  – Il tricolore!

 

e nient’altro! Lì presso in una cartellina si leggevano i quattro primi versi e gli appunti. Il giorno dopo non si levò! Non credo che possa dispiacere di conoscere qualcuno di quei palpiti che gli vibravano in cuore anche in mezzo alle sue crudeli sofferenze.

 

IL TRICOLORE

 

Nella città che è in mezzo a quattro strade

s’odono molti plaustri cigolare.

Mugliano bovi, squillano campane,

brillano spade, luccicano lancie.

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

 

Ma non sono le campane e i bovi dei carrocci... Un nuovo giuramento è stretto. Non a Pontida, non nei boschi... Nessun connubio con l’imperatore. Nessun esercito rimarrà o verrà in Italia... La lega, che sta nella sua città di paglia tra la Bormida e il Tanaro, ha inalzata la sua croce... Dove sei imperatore dalla Barba Rossa? Ecco la nuova bandiera... Salutatela, o trombe, o lancie, o bovi, o plaustri! Ella ha i colori nuovi... O tricolore d’Italia! sorto tra il nembo, tra i primi tuoni di primavera, in attesa del re, del primo re d’Italia!... Non ha più i colori del fuoco spento, del fuoco vivo, del fuoco operante...[1] È un’altra. O pianura del Po! o neve dell’Alpi! o rosso dei vulcani! o veste di Beatrice! Per te quanto si morrà! quanti saranno avvolti nelle tue pieghe! Quanti ti avranno sul loro feretro!... In quante battaglie... in quante tempeste!... Non lasciatevela prendere... stracciatela piuttosto... ponetevela sul petto, inabissatevi con lei nei gorghi del mare! – O sacro vessillo! ora deve venire il tuo re. Avanti contro gli stranieri! contro i crocifissori di Prometeo. – O città, nata nell’Aprile, come Roma! asilo di esuli, come Roma! o nata di profughi, come Roma! o subito in guerra, come Roma! Non è dei boschi di carbone la bandiera che tu inalzi, essa viene da più profonde lontananze...„

 

E così preparato quanto ce n’è del lavoro!

“ Possibile, soleva dire, che non debba aver mai un po’ d’agio per dedicarmi alla poesia? Ne sono così pieno! ho ancora tutto da fare! „ Non tutto, ma tanto sì. E questo tanto doveva dar vita a’ suoi sogni d’artista, confortare le grandi ombre, incitare i giovani, e mostrare all’Italia la sua devozione.

Per il primo volume era già pronta l’opera mirabile del pittore Plinio Nomellini che s’era prestato con tutto lo zelo e l’amore a illustrare sulla traccia ch’Egli via via gli mandava, i suoi concetti poetici. Ma ora non possiamo riprodurre se non le quattro splendide tricromie, e le riproduciamo perchè erano tanto amate da lui, non perchè trovino qui posto conveniente. Egli le mostrava con gioia a’ suoi visitatori, ed era ansioso di vederle accanto ai suoi poemi. L’illustre amico perdonerà se siamo costretti a rinunziare al resto, pur così degno del suo superbo pennello.

I fregi della copertina e del finale li ha tracciati con insuperabile maestria la penna delicata di Adolfo De Carolis. Nel fregio del finale c’è l’ispirazione di alcune parole dell’Inno a Torino che insieme all’inno a Roma, nella versione italiana, ho voluto accogliere in questo libro perchè composti anch’essi in questi ultimi tempi in onore della grandezza d’Italia. Nella loro prima veste latina troveranno posto nella raccolta a cui attende già con mente pari al cuore  l’amico suo E. Pistelli.

Gli altri due volumi non è difficile imaginare che cosa dovevano contenere. Dal ’ in poi ce n’è della poesia da estrarre dagli avvenimenti della nostra patria! Egli l’aveva vista tutta e si riprometteva di farla vedere anche a noi.

Ed ora? Ora a me non resta che concludere con le parole ch’Egli prepose al principio del primo poema, e associare al suo nome quello del padre suo, ch’Egli voleva tener vivo nei cuori perchè vittima invendicata.

 

X agosto  – Poemi del Risorgimento.

Si comincia il poema a onore e gloria feconda d’Italia, di quell’Italia ch’Egli amò così ardentemente nei tempi solenni e che non diede pure uno sguardo di pietà a lui insanguinato e morto, nè ai figli di lui, soli e mendichi.

Ebbene? „.

Perchè siano chiare queste parole occorre leggere la seguente lettera:

 

                                   comando civico                                                                      Repubblica Romana

       del

    Comune di S. Mauro

       nr.                                                                                             Cittadino Governatore

 

A pronto riscontro del vostro dispaccio d’oggi N. , col quale mi date comunicazione di altro dispaccio del Cittadino Preside risguardante l’arruolamento di quel maggior numero di militi di questa Compagnia Nazionale che volonterosi volessero disporsi a marciare all’occorrenza; vi significo che io porrò in opera ogni premura e fatica per giungere allo scopo; ma è duopo ch’io faccia alcune riflessioni che desidero siano a cognizione del lodato Preside.

E primamente vi faccio conoscere, che essendo questa compagnia composta nella maggior parte di campagnuoli, sarà difficile poterli persuadere ad intraprendere una marcia; d’altronde essendo questo paese in mezzo alla campagna, la quale, come è ben noto, è assai avversa all’attuale governo per le perfide insinuazioni di malevoli; è necessario sopratutto l’attività della Guardia Nazionale, massime in questi tempi solenni, onde impedire reazioni e disordini, che purtroppo potrebbero suscitarsi.

Il numero dei militi, su cui possa contarsi per impedire e reprimere una reazione, si riduce a poco, e quindi di questi non sarebbe prudenza a privarsene; poichè lasciando il paese a difesa degli altri, non sarebbe difficile si mescolassero coi reazionari, ed ai medesimi cedessero le armi come amici.

Io, ripeto, farò dal canto mio quanto mi sarà possibile, ed assicurate il Preside di tutta la mia energia.

Salute e fratellanza.

S. Mauro,  maggio

Il Capitano Comandante

                   Ruggero Pascoli

 

Perdonino i buoni amici e tutti i buoni, che leggeranno, l’insufficienza mia. E sopra tutti mi perdoni il dolce spirito, che mi è sempre accanto, se non so corrispondere degnamente alla sua fiducia. Ci metto tutta la mia buona volontà.

 

Maria Pascoli

Castelvecchio,  aprile .

 

 

INDICE

 

 

Napoleone

Il Re dei Carbonari

Garibaldi fanciullo a Roma

Pepin

Garibaldi coi Sansimoniani

i dodici esuli

A Taganrok

Il credente

Garibaldi in cerca di Mazzini

Ora e sempre

Mazzini

La tempesta del dubbio

Garibaldi in America

Viaggio a Escotèro

A Piratinim – Il capo

Garibaldi vecchio a Caprera

Al focolare

I nno a Roma

Il nome misterioso

Il primo eroe

Lupi e aquile

L’aratore

Le voci del fiume e del mare

La rissa

L’ascia

Le strade

La legione

I messaggeri

Ai due gemelli

La vergine massima

Il passo a Roma

I due imperatori

Gli dei

Le favisse

L’esecrazione

A FloraIl primo colle e i primi pastori

Il sepolcro del primo eroe

La lampada inestinguibile  

A Roma eterna

Inno a Torino

 

 

egregias animas, quae sanguine nobis

hanc patroa peperere suo, decorate supremis

muneribus

 

 

 

immagine n. 1

Napoleone e i due Titani

 

 

 

 

 

NAPOLEONE

 

 

 

I.

 

Ora egli è solo, tra le lontane acque,

sul borro solo. A che vegliate in armi

guardando lui dal Bosco della morte?

Veglia a’ suoi piè l’Oceano, lo guarda

l’Oceano insonne che notturno canta

per non dormire, ed asseconda l’onde,

alterne, eterne. E l’uomo solo ascolta

il canto e quindi il respirare uguale

del suo custode steso sulla soglia

rotta, e ne sente l’umido alito acre,

dalla invisibile isola, fumosa

d’accavallate nubi oscure.

 

Era per lui quell’isola da quando.

spuntò sull’ampio ondeggiamento azzurro,

unica. E il grande Spirito che ancora

irrequieto errava là, sulle acque,

vi s’avventò, stette anelando in guato

cinto di nubi, tra le bronzee rupi.

Esso attendeva l’Unico: chi fosse

per dire, nate non trovando ancora

le sue parole, – Io, come Dio, sono io –,

l’uomo promesso da che, dopo un grande

scheggiar di selci, uscì dall’antro il bruto

brandendo la sua prima scure.

 

Italia a lui fu madre. Essa lo fece

del suo granito dentro i suoi vulcani.

Per tre millenni lo portò nel grembo.

L’anime in una ella fondea dei grandi

Cesari, in una Parte le sue Parti

crudeli, il ferro degli Sforza e il ferro

dei Buonarroti, tutte l’arti e l’armi.

Poi, pieni i tempi, ben temprata al gelo

l’anima, in sella lo levò, gli pose

le dee Fortuna e Guerra alle due staffe,

gli pose il sogno, in mezzo al cuor, di Dante,

e grave gli mormorò: Va!

 

II.

 

La nera Terra lo attendea, tremando

già del portento. Ora credè vederlo

uscir col capo di sparvier da templi

invasi d’ombra e di pensose sfingi,

ora passar con mille carri d’oro

con suvvi gli archi di barbari arcieri,

ora con infiniti dromedari

rigar le solitudini sabbiose

fulve di sole, ora venir tra un muglio

di bovi immenso, qual se al mondo un solo

gran mandrïano ormai parasse tutti

gli armenti e tutti gli armentari.

 

Non era ancora. O forse era il divino

efebo cinto d’ellera che apparve

novello eroe con la peliade lancia,

or con la cetra or con la face in mano.

E no. Forse il Quirite era incedente

al misurato passo dei triari,

e poi sedente sull’eburnea sella

imperïoso pacificatore.

Ma no. Non era il re chiomato assiso

appiè dell’olmo, l’orifiamma al vento,

e giganteschi attorno con le spade

ignude i dodici suoi pari.

 

Ma quando uscì dall’isola selvaggia

piccolo, e parve scialbo e glabro in sella;

con gli occhi vuoti, vitrei, coi lunghi

capelli lisci, simile a nessuno;

ed ella udì che ad ogni sosta ansante

del suo cavallo rimbombava il tuono:

– Sei tu – gridò la nera Terra – alfine!

Dimmi il tuo nome! – Ed ella intese il nome

dove la fiera si mesceva al dio,

donde sonava l’inno dell’eterna

cetra del cielo puro ed il ruggito

della deserta immensità.

 

III.

 

Ora egli è avvinto all’isola lontana

che sola spunta di tra le grandi acque;

che, sola tra la serenità calma,

è di perpetue nuvole involuta;

come se imperversasse una tempesta

là, vorticosa, interminabilmente;

una tempesta pallida e segreta,

incominciata all’albeggiar del mondo.

Tutte le nubi erranti per quel cielo

dagli alisei sono parate, a branchi,

là, con assidui sibili, e son chiuse

tra mura d’invarcabile aria.

 

Sbalzano su, rotolano le nubi,

s’urtano, vanno per fuggir dal chiuso,

calano per vanire entro i burroni,

s’alzano per oltrepassar li scogli,

strisciano a terra: invano, perchè il vento

pur le riprende; e, reduci, le vane

lagrime loro versano sul caldo

suolo che fuma. Tornano alle nubi

le loro vane lagrime, che ancora

piovono in terra. E sempre in volta il vento

con lunghi assidui sibili minaccia

nella penombra solitaria.

 

È l’invisibile isola dei morti,

tutta fiorita d’aridi elicrisi.

Nè luce v’è nè buio. Una muffita

nebbia nasconde il popolo dei sogni.

Vi sono sterili alberi, curvati

come a fuggire; ma li tiene il suolo

disvincolanti. Fuggono le navi

a vele aperte, tutte per un rombo.

L’hanno veduto. Tra lo stridìo lieve,

come d’uccelli, delle pallide ombre,

volgendo gli occhi in giro, il suo fantasma,

nel mezzo, nudo l’arco, sta.

 

IV.

 

Ma dall’ignoto Spirito sferzate

corrono a lui le riluttanti nubi,

strisciano appiè di lui, sorgono a un tratto,

lo velano, lo celano. È sparito

sotto la pioggia fumida, sparito

nel grembo grigio. Nè baleno guizza

mai da due nubi frante che divida

l’oscurità. Niuno lo veda! Niuno

veda la fronte cupa, niuno veda

quegli occhi tristi, i tristi occhi veglianti,

come due tristi uccelli della notte,

sul suo terribile sorriso.

 

Non lampo mai; nè mai rimbomba il tuono

seguace; ch’altri non lo creda il tuono

della sua secca chioccia bronzea voce,

usa a guattire sola tra il silenzio

di cupi pallidi uomini e il sommesso

loro anelare; ch’altri mai non pensi

che dalla tacita isola dei morti,

d’oltre l’Oceano e il popolo dei sogni,

sia quella voce che di tra l’eterna

penombra, sopra il sonno delle genti,

sul mondo forse immemore, passando,

scoppi e si franga all’improvviso,

 

e chiami e scuota, e susciti nel mondo

squilli di trombe, rulli di tamburi,

scroscio di marcie, suon di ferro, strido

di ruote, èmpito e ringhio di cavalli,

polvere e fumo, e grandinar di palle,

scintillar d’armi, e rombo di cannoni,

assalti, fughe, mura umane, stagni

di sangue umano: ululi d’odio, strazi

di pianto, un pianto immenso, un campo immenso

che piange, tutto un piangere di madri;

e fuoco, sangue, orrore, morte; e un grido

solo: L’Imperatore è là!

 

V.

 

Or tra gli smerghi e l’aquile marine

è là, celato; e raro e breve il sole

s’affaccia e getta, per vederlo, un raggio:

chè brama il sole di veder quel pari

a sè terrestre; chè anche il sole è solo.

Guarda, e si cela. E non appena il giorno

egli ha compiuto, subito nel buio

precipita, nè roseo s’indugia

nella soave ora crepuscolare

a consolare il cielo d’una blanda

chiarità ampia che si muta in ombra,

così, più dolce che la luce.

 

No: ch’egli, come il simile terrestre,

precipita. Se non è dì, sia notte.

E rare a notte vengono le stelle

vergini, vengono all’Ignoto ignote,

la Croce insieme e la Corona australi,

per veder l’uomo che nella sua mano

tenne il timone dell’opaca Terra

e volle unico reggerla sul mare

del rezzo eterno. Cercano le stelle

quell’Orïone cacciator di fiere,

armato d’oro, cercano quel nuovo

divino pùgile Polluce.

 

Avea lottato, il Pùgile, con Dio!

Avea ghermito una sua stella a Dio!

Volea rapire una sua stella errante!

la nera Terra! E l’altre stelle erranti

già ne’ lor pii crepuscoli il pianeta

vedean, tremando, prigionier d’un uomo;

vedeano rosso al placido orizzonte

spuntare il globo, vario di grandi ombre,

soffuso forse, ogni dì più, di sangue;

nel cielo ancora ma non più del cielo.

Empia e sicura al non tuo cielo, o Terra,

montavi lentamente su.

 

VI.

 

L’anima egli era, e tutto il mondo, il bruto.

Soltanto braccia egli chiedeva, e l’ebbe.

Fu come il Brahma, a cui sporgean dai lati

mille migliaia di guizzanti braccia,

mille, di mani, ognuna d’esse un ferro.

Nè città v’era nè deserto al mondo,

nè tempio augusto, nè sublime reggia,

nè foro nè castello nè ruina;

o dove nasce o dove cade il sole,

a sud, a nord; sopra la cui parete

non apparisse; alfine un giorno, l’ombra

adunca d’una sua gran mano.

 

Egli era dio d’un proprio suo diviso

regno di dio. Per tutto egli era, e tutto.

Ne ripeteva, paventando, il nome

l’eco dei monti e la marea dei mari.

Empiano i suoi migranti padiglioni

le nivee steppe e le assolate arene.

Gittava al Tutto egli le braccia armate,

calmo, dal perno, e tra lo scatto enorme,

tra l’infinito riscintillamento

delle sue braccia, si vedea quel mezzo

Sorriso breve cui covava eterna

la sua tristezza di Titano.

 

Ed egli volle un vicedio ch’eterno,

per il dio triste, sorridesse al mondo.

Volle, e compose un idolo fasciato

di bianca seta, rilucente d’oro,

aspro di gemme, gli occhi pii, le labbra

sottili, aperte sempre al dolce assenso.

E lo vegliava, chè dovea placare

gli uomini a Dio, con la gemmata mano

benedicente, e gli uomini pregare

per l’immortale. Ond’egli cupo in vista

mostrava il placido idolo alle torve

inginocchiate sue tribù.

 

VII.

 

Altri al timone siedono del mondo.

Son mozze alfine le sue mille e mille

e mille braccia, e guizzano per tutto,

cadute a terra, le convulse mani

cercando il ferro. Egli nell’aria fosca

leva, stillanti sangue, i moncherini.

È chiuso là nell’isola deserta

tra le grandi acque, che l’attendamento

de’ re terrestri il suo dolor non turbi

con l’alte grida. Sullo scoglio assiso

forse nel mar tuffa le braccia, e lava

le innumerabili ferite.

 

Credono i re di udire la selvaggia

querela atroce, l’aspro grido acuto

ch’egli dal lido getti alle fuggiasche

vele atterrite. No; ch’ei tace, o parla

soltanto a smerghi ed aquile marine.

Ei siede e tace, mentre sull’Oceano

purpureggiante le sue braccia affonda.

Tace ed assiduo, tra la nebbia, lava

il sangue inesauribile che sgorga

dai milïoni delle braccia, il sangue

che sgorga dalla pallida sua vita,

di milïoni d’altre vite.

 

Non è fragore ondoso di risacca

alla scogliera, non è vento urlante

nei boschi morti, non tempesta in mare

che l’isola urti, e sciacqui nell’abisso.

È lui che sparge sopra sè l’immenso

Oceano rosso, per lavare il sangue.

A grandi ondate abbraccia il mare, e tutto

l’attira a sè. Cupo silenzio è intorno.

Là, nell’oscurità caliginosa,

vedono l’ombra del ferito immane

i brevi re, tremando ancor dell’uomo

ch’è tutto ancora, e non è più.

 

VIII.

 

Anch’egli vede nella lontananza

perduta, un altro, indissolubilmente,

tra l’acqua e l’aria, a’ suoi travagli avvinto.

Lo vede: egli solleva alte le braccia.

Egli sostiene il polo sulle spalle,

del cielo, ed allontana con le braccia

dal capo suo le costellazioni,

e la marea mugge a’ suoi piedi infranta.

Passano lente sopra lui le ruote

del Carro, e geme sotto lui l’Abisso,

e lungo lui scrosciano andando i fiumi

alle voragini profonde.

 

Ed anche un altro ei vede: una vedetta,

stante, ed insonne, e immobile, sospesa

al duro scoglio, attraversato il petto

dal cuneo lungo di mordace acciaio,

serrato da infrangibili catene

l’un piede e l’altro a due lontane rupi.

E tra i due piedi passano le navi,

ch’egli insegnò; chè diede all’uomo il fuoco

delle cento arti e delle cento morti.

Ora egli sta, nè più goder del bene

può nè vietare il male, avanti il riso

innumerevole dell’onde.

 

E solo, come i due Titani, è il nuovo

venuto, solo tra sè stesso e il mondo.

L’onde che s’accavallano spumando

sulle ginocchia al reggitor del cielo,

intorno ai ceppi al rapitor del fuoco,

son quelle dove tuffa le sue braccia

inutile l’uomo. E il suo pensier soggiace

all’universo, ch’egli può, l’invitto.

Ma il triste cuore e il fegato, rombando

nella penombra con le sue grandi ali,

a lacerarli senza fine scende

l’imperïale aquila giù.

 

 

 

IL RE DEI CARBONARI

 

Immagine 2

Cavalcata notturna verso Novara

 

 

 

IL RE DEI CARBONARI

 

I.

 

Nella foresta murmuri notturni:

breve nel buio balenìo di luci.

Forse non son che lucciole e che gufi:

gufi con gli occhi tondi ne’ lor buchi.

O non son essi. Vanno attorno i lupi

con passi sordi sulle felci e i muschi.

O forse vanno per la solitudine

anacoreti con lor pii sussurri.

Bussano andando i cavi tronchi duri,

che ognun si scosti e qua o là s’occulti.

No: sono boscaioli con le scuri,

così lontani che gli ansiti lunghi

e i grandi colpi sembrano minuti

picchi di picchi e singultìo di chiù.

 

II.

 

Il fuoco dorme in mezzo alla foresta

nella sua piazza. Dai cagnoli il fuoco

occhieggia e guizza. Ma di foglie mista

la terra chiude la fumante bocca.

Il fuoco è dentro: inconsumabile arde.

Nelle baracche, cui di frondi è il tetto,

i carbonari dalle lunghe barbe

su tronchi assisi, vegliano, tenendo

la scure in mano. Una lucerna brilla

sul maggior tronco con le sue tre fiamme.

Il gran maestro alza le mani al Santo

e intuona il canto nel silenzio sacro:

 

III.

 

– Oh! questa è gioia, questo al mondo è bene,

in un sol luogo dimorar fratelli.

 

È come unguento sparso sui capelli,

che piove giù dal capo sulla barba.

 

È come unguento scorso sulla barba,

che scorre, e bagna l’orlo della veste.

 

Come sereno piovere celeste,

come rugiada che vien giù dal cielo;

 

rugiada che discende dal Carmelo,

discende ai colli, e poi da’ colli al piano.

 

Chè Dio segnò quei luoghi di sua mano,

e vita avranno fin che secol duri.

 

E voi le mani alzate con le scuri

stando nell’atrio, in cuor pensosi e pronti.

 

La notte cade. Luce è già sui monti.

Le scuri alzate contro il dì che viene. –

 

IV.

 

Il gran maestro con la scure il tronco

batte tre volte. Grave parla, e dice:

“ Udite, o nati da fratelli. All’uscio

d’una baracca uno picchiò notturno.

Era smarrito tra la notte e il nembo,

nella foresta. Vide il fuoco in una

radura, acceso. Vide le tre luci

nella capanna. Entrò. Giovane e bello

era, coi segni del dolore in fronte.

Era un’errante zingara sua madre.

Per lunghe strade lo traea fanciullo

meditabondo. Sempre gli occhi al cielo

teneva, fissi, per vedere un astro,

che non sorgeva. E nel suo cuore il sangue

del Conte Verde era e del Conte Rosso.

Re, per destino, egli sarà dei monti;

ma noi l’ungemmo re della foresta.

Contro lui geme ed ulula il lupatto

dell’Apennino, e l’aquila a due rostri

lo spia dall’alto senza muover l’ale,

tacita, intenta. Ma il re nostro un giorno

trarrà la spada, leverà lo scudo,

chè Dio lo vuole, con la bianca croce,

mettendo in fuga tutti i lupi e i gufi,

allor che la grande aquila ferita.

trasvolerà, rauca strillando, l’Alpi „.

 

V.

 

– O Carbonari, uscite dalle porte

dell’acque, con le accette sulle spalle.

 

Uscite al monte, andate nella valle,

tagliate rami verdi d’oleastro.

 

Recate ognuno frondi d’oleastro,

rami di mirto, calami di canna.

 

Fatevi, come è scritto, una capanna,

un vostro asilo tacito e selvaggio.

 

Una capanna, usciti di servaggio,

fate di rami d’acero e di pino;

 

ove beviate in pace il dolce vino

e vi cibiate della pingue carne.

 

Ma la sua parte niuno oblii mandarne,

a chi non n’ha, chè questo è il giorno santo.

 

E lieti siate, ed obliate il pianto.

Gioia è di Dio che il cuore ci fa forte. –

 

VI.

 

Così celati aspetteranno il giorno

d’andare incontro al gentil re crociato.

Libereranno dalle piote arsite

allor la bocca, e il carbon nero al vento

prenderà fuoco e brillerà sul filo

di mille scuri, e da quel fuoco il fumo

a grandi spire salirà nel cielo.

Nero il vessillo come carbon nero,

e rosso e azzurro come fuoco e fumo,

sia nelle vostre mani, o boscaiuoli,

o taglialegne nati da fratelli,

o carbonari, avanti al re che viene!

 

VII.

 

Passano intanto i carbonati occulti

la notte, alzando le due mani ai puri

astri del cielo, tra gli scabri fusti

d’annose quercie, nei romani luchi.

Gittano sangue al lor passaggio i pruni,

scrosciano foglie, fischiano virgulti.

Sotterra il fuoco hanno sepolto muti,

siccome seme gli aratori ignudi.

Germinerà. Nei taciti interlunii,

chiusi nei tabernacoli fronzuti,

pensano al re fanciullo, che tra i lupi

ignaro passa, che di tra le nubi

l’aquila veglia, e piomba già su lui

stringendo sempre il nero volo più.

 

 

GARIBALDI FANCIULLO A ROMA

 

PEPIN

 

I.

 

L’isola sacra, l’isola dei morti

aveano a poggia, piena d’asfodeli.

Là bianchi i morti, volti alla marina,

sui tumoleti, tendono le mani

al sole occiduo. Ora al chiaror dell’alba

v’erano voci di piombini e chiurli.

E la tartana lontanò. Ma il vento

battè la vela e sibilò nei fiocchi;

e sorse allora un mozzo biondo, il figlio

del padron vecchio, col grondante remo;

e stette a prua guardando muto il fiume,

l’Albula chiara, del color d’argilla;

a cui d’estate non mescean le pioggie,

non i ghiacciai, ma grandi opachi laghi,

sotterra, ignoti. E contro lui correva,

fremendo al sommo, il Tevere immortale.

Ma il vento salso avea seguito a volo

dal mar tirreno il marinar fanciullo,

e fischiò tra gli stragli e arruffò fresco

la lunga sua capellatura fulva.

 

II.

 

La prua solcava l’ombre ora di glauchi

canneti in fiore, ora di rade quercie.

Dove accosciata era la scrofa bianca

coi trenta bianchi suoi porcelli intorno?

Dove la reggia alta tra i boschi sacri,

nell’atrio i sacri vecchi re di cedro?

Là, da pantani pieni d’erbe e giunchi,

sporgean la testa i bufali selvaggi.

Dov’era il bosco della Dea Larenzia

co’ grandi suoi dodici figli arvali,

danzanti al sole ed invocanti il sole

con bionde spighe sulle lanee bende?

Brulla, ondulata, solitaria, mesta

vedeva il mozzo tutta la campagna,

sparsa di cippi, ruderi, muri, archi

intorno a cui pascevano le greggi,

piccole. Qualche buttero a cavallo

tra i suoi cavalli riguardava il fiume,

la bianca vela e il mozzo biondo al sole,

ch’era in lui fiso e s’appoggiava al remo.

 

 

immagine 3

Garibaldi fanciullo a Roma

 

 

 

 

III.

 

A Ripa Grande a terra balzò. Roma!

Roma era sempre. E la cercò sognando

col passo ondante come su la tolda,

con gli occhi aperti come dalla coffa;

e bevve l’acqua delle sue fontane,

e mangiò il pane sulle sue rovine.

Ristette al piede, e sogguardò la cima

brillante al sole d’obelischi rossi.

Vide scogliere di muraglie e d’archi

sparire nella oscurità d’un nembo.

Errava assòrto, e la sonante pioggia

riparò sotto un arco quadrifronte.

Meriggiò stanco al parlottìo d’un fonte

nella spelonca della ninfa Egeria.

Sorseggiò, arso, l’acqua dolce a bocca

a bocca da un leone di basalto.

Salì sul clivo, e vide i due cavalli

condotti al morso dagli dei giganti.

Placido, con la mano alta protesa,

cavalcò verso lui l’imperatore.

 

IV.

 

E si trovò tra ruderi di templi,

mozze colonne, e grigi archi di marmo.

Crescea per tutto il caprifico e il rovo,

e s’udiva una lunga eco di mugli.

E fanciulle ciociare erano assise

presso l’ignota fonte di Iuturna;

per la Via Sacra andava lento un frate;

giaceano bovi in una piazza erbosa;

giaceano lì nel tempio della Pace

butteri all’ombra delle rosse arcate.

E si trovò presso un’immensa mole

semisepolta, rotta, ispida, sola.

E un eremita come in un deserto,

v’era, e condusse il biondo mozzo in alto.

Errò pei muti portici; ma quando

il capo sporse e riguardò da un arco,

ruggì un leone, e sorse di sotterra

il sordo urlo di mille altri leoni,

e un plauso enorme; poi tutto improvviso

lo scroscio e il crollo della città morta.

 

V.

 

Ed ei fuggì con nell’orecchio il rombo

del tempo antico, verso il fiume eterno;

e passò il fiume, e s’avviò soletto

per luoghi ignoti. Egli saliva il colle

del Dio che il grande cielo apre e lo chiude.

Udì strepito d’acque e salmodie

chè già cadea la sera. Ed una porta

gli era davanti, e domandò qual era.

– Di San Pancrazio. – Uscì. Vide una villa,

il marinaio, simile a un vascello,

grande, impietrito. Agli alberi suoi neri

venian da Roma strepitando i corvi.

Ed altre ville ai quattro venti, e neri

pini e cipressi cui sfiorava il sole.

Stette: un’immensa cupola in disparte

vegliava in alto. E Roma era ai suoi piedi.

Il giovinetto udì squillare intorno

tutte le squille e ne tremava il cielo:

ed un rintocco era tra lor più cupo.

Poi fu silenzio. – E apparvero le stelle. –

 

 

 

 

GARIBALDI COI SANSIMONIANI

  

I DODICI ESULI

 

Filava la goletta ad ali aperte. Quasi

striscia di luna ardea la scia fosforescente.

Soffiava ancora il caldo odore delle oàsi.

Era la notte luminosa d’Orïente.

 

*

 

Sovra coverta un gruppo era adagiato a tondo,

di dodici stranieri in lunghe vesti bianche.

Avean bordone al lato ed una corda all’anche.

Avanti loro, dritto e grave, era il Secondo.

 

Lungo, il cammino loro! Avean patito fame,

avean falciato il fieno, avean mietuto il grano,

parlato a turbe, tesa a qualche pio la mano,

e maledetto al sangue a piè del palco infame.

 

Rincorsi dalla plebe e dalla legge oppressi,

s’erano posti in via, pellegrinando assòrti.

Dormian nei cimiteri, in compagnia dei morti,

sul marmo dei sepolcri, al tronco dei cipressi.

 

Ma ora discendea la pace. Era l’avvento.

Parlavano soave al lume delle stelle.

E dalla Terra Nera ov’è la Sfinge, il vento

moriva in un ronzio di sartie e di griselle.

 

*

 

– Dio! Tutto ciò che è. Noi siamo in lui, da lui.

Nessuno è Dio, nessuno è fuor di Dio, ch’è tutto.

Che è ciascun vivente? Un seme. Il seme, il frutto.

Io sono: sarò sempre. Io sono: sempre fui.

 

È l’Universo un tempio: il tempio di Dodona.

Pendono bronzei vasi ad una selva immensa.

Uno ne tocchi, vibra ogni altro. Il Cielo pensa,

e la Terra lontana a quel pensier risuona.

 

Amore. sei tu, Dio! Ma solo ti riveli

pensiero e forza: l’occhio e la possente mano.

O nuovo Adamo ed Eva, o riprincipio umano,

ti sia, qual è, la Terra: una stella dei cieli!

 

Lavora, adora. Sappi e crea. Sempre più! Chiedi

alla messe il tuo pane, e non al mietitore.

Abbiano la tua vita, e non l’altrui, gli eredi.

E in terra sarà Dio, chè vi sarà l’amore. –

 

*

 

E David intonò l’inno di pace; e calme

sorsero su le calme onde le voci in coro.

Cantarono la Madre, Eva del tempo d’oro,

Eva aspettante al pozzo, all’ombra delle palme:

 

del tempo avanti noi, non dietro noi: miraggio

che sembra un sogno in cielo ed è un’oàsi in terra;

dove riposerà l’uomo che soffre ed erra,

e pace avrà dal forte, e bere avrà dal saggio.

 

E poi, sotto le stelle, essi giaceano vinti

dal sonno. Ed il Secondo anche restò sul ponte

e guardava, tra l’acqua e l’aria, all’orizzonte,

là, tra i presagi informi ed i ricordi estinti.

 

Parea di là guardarlo, allora apparso, Arturo.

E Garibaldi assòrto era nel ricordare

di qual Argo il timone esso reggea, securo,

in una sacra notte, in un ignoto mare...

 

 

 

 

A TAGANROK

  

 

IL CREDENTE

 

 

A Taganrok, nella taverna a mare,

sedean nocchieri. Uno parlava a tutti.

 

I.

 

“ O della sera giunti qui sui flutti,

la patria vive in un silenzio all’erta.

 

Pare la patria un’isola deserta,

con soltanto il gridìo dei cormorani.

 

Si parlano nel cavo delle mani

scrivendo il nome con le caute dita.

 

Presso un antico tempio è la lor vita:

ne son gli eredi ed i maestri e l’opre.

 

Ma il muschio al tempio non si sa se copre

i primi muri o l’ultima rovina.

 

Stanno in capanne d’erica e savina:

un lume brilla nella notte oscura.

 

Marre, squadre, il grembiule alla cintura:

vegliano muti fin che il gallo canti.

 

Noi tra il cielo e l’abisso, o naviganti,

possiam gettare al vento al mare un nome;

 

ed il vento urla e il mare sbalza, come

per afferrarlo, questo nome: Italia! „

 

Gridaron tutti: Italia! Italia! Italia!

Parve, in un canto, che un leon ruggisse...

 

II.

 

Quegli guardò verso il ruggito; e disse:

“ L’Italia è vinta, ora non v’è più guerra.

 

Ma non v’è pace. Cova ancor sotterra

nato dal fuoco il genitor del fuoco.

 

Annerisce sotterra a poco a poco:

ora si fredda perchè poi più bruci.

 

Brilla la macchia qua e là di luci:

sono baracche in mezzo alle radure.

 

Vegliano i boscaioli: hanno la scure

tra i piedi, hanno la zappa, hanno la pala.

 

S’appoggia alla parete alta una scala.

Siedon su tronchi, verdi ancor, di querce.

 

La venderanno, la lor fosca merce,

allor che il sole tocchi la foresta.

 

Ma cantò il gallo, l’aquila s’è desta,

il toro muglia, è sorta già l’aurora.

 

È nato il sole, il sole è alto, è l’ora:

è sempre l’ora. Ora, fratelli, e sempre.„

 

Ora – gridaron tutti a un tratto – e sempre!

Sobbalzò il fulvo, le pupille fisse...

 

III.

 

Quegli guardò la fulva giuba, e disse:

“ È sorto un uomo, un messo da Dio venne.

 

O tu dal bosco, prendi la bipenne!

Lascia annerire il tuo carbon sotterra.

 

Lascia la zappa, e il grande albero atterra,

lascia la pala, e taglia doga e trave.

 

Esci dalla foresta e fa la nave

per questa Italia e per la sua fortuna:

 

giovine Italia, grande, libera, una.

Tu lascia squadre e marre: ecco la spada.

 

Il caval nero pasce erba e rugiada

nel cimitero, il lenzuol morto indosso.

 

Móntavi ancora su, monaco rosso!

Galoppa ancora, cavalier templare!

 

In questa Terra Santa fa volare

sul saio rosso il gran bianco mantello!

 

Popolo, avanti! teco è Dio! „ – Fratello! –

Il giovin fulvo si lanciò, s’apprese

 

alla sua mano, l’abbracciò, gli chiese:

– Chi è? – Tu? – Garibaldi. – Egli, Mazzini.

 

 

 

GARIBALDI IN CERCA DI MAZZINI

 

 

ORA E SEMPRE

 

I.

 

Mazzini e i suoi dispersi nello stesso

luogo sedeano attorno alla parete.

Giovanni al seno gli piangea sommesso.

 

Ei disse: – Il pianto è l’acqua per la sete

del cuore. Anela per il suo deserto

a quella fonte l’anima. Piangete.

 

Iacopo! Era il mio primo, era il più certo,

era il più mite. Amava l’ombra. Volle

essere, ma dall’odor suo, scoperto.

 

Parea quei gigli fatti di corolle

nè d’altro; d’una purità di cima,

ma nati a valle, nati a piè del colle:

 

chino anche lui non come fior che opprima

la pioggia, ma che il solo essere fiore

pieghi sul tenue gambo, da sè, prima.

 

Oh! egli aveva la mestizia al cuore

di quei ch’è solo, perchè primo, in via,

e vede appena Chanaàn, che muore.

 

Ma ei sapeva, avea già detto: “ Sia!

anche s’è morto l’albero onde nacque,

il seme è buono; ed uno gittò via

 

il pane, ed altri lo trovò su l’acque „. –

 

II.

 

Gli esuli intorno singultian pian piano.

“ Male ei gittò, ciò ch’è di Dio, la vita?

Fu, come il bimbo ch’ha il suo pane in mano:

 

il pane e il pomo che sua madre, uscita,

diede al fanciullo che mangiasse intanto:

ed altri l’urta e fa ch’apra le dita.

 

O no, ma disse: “ Eccomi afflitto, affranto!

Per non peccare contro i miei fratelli,

contro te pecco, che perdoni, o Santo! „

 

Ora il suo sangue grida ne’ lavelli

là della Torre. Un grido che si vede.

O re, più brilla, quanto più cancelli!

 

Vendetta! Ogni uomo è diventato erede,

Iacopo, tuo. L’Italia oggi t’adora,

martire primo d’una nuova fede.

 

Furon le dita rosee d’un’aurora,

con che scrivesti nella cella nera!

La nuova Italia cominciò d’allora.

 

E cominciò d’allora la nuova Èra

che rivedrà nell’avvenir profondo,

con terra e cielo nella sua bandiera,

 

Roma al timone, placida, del mondo. –

 

III.

 

Gli esuli lontanare vedean quella

gran nave. Egli, il profeta, stupì come

sbocciasse a lui dall’anima una stella.

 

La stella illuminava le tre Rome;

auree cupole, archi trionfali

e una città che non avea che il nome.

 

Erano un atrio, i ruderi immortali,

di questa. Antica su l’antica croce

quetava l’aquila il rombar dell’ali...

 

Egli guardava... Ed esclamò con voce

alta e profonda: – O gioventù latina,

se non è il fonte, non sarà la foce.

 

Dio t’urla in cuore, o gioventù: Cammina!

Ascendi il monte! Sosta sulla vetta!

Snuda la spada e butta la guaina!

 

O gioia mattinale! uno in vedetta

sul picco, mentre dormono i trecento

sopra le foglie morte, nella stretta

 

dei monti, e in mezzo la bandiera al vento

sibila e schiocca, ed egli ode lontane

della città grida e rintocchi, attento...

 

“ All’armi! all’armi! „ Tra il tumulto immane

passi la rossa schiera con la romba

della sua corsa, e sopra le campane

 

squilli secura lieta alta, la tromba. –

 

IV.

 

Tre colpi all’uscio. Era un fratello. Avanti!

Un uom di mare entrò, larga la fronte,

bronzato, con fulvi capelli ondanti.

 

Stette sereno come ancor sul ponte

della sua nave, fisso alla Polare.

Ora! – sembrò parlasse il mare al monte

 

con un’ondata. – E sempre – il monte al mare

immobilmente. – Giunsi or ora in porto...

da Taganrok... Voi siete a comandare

 

qui sul ponte, io... vengo a supplire un morto „

.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .   

.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .   

 

 

 

 

MAZZINI

 

 

 

LA TEMPESTA DEL DUBBIO

 

 

I.

 

Mazzini, già, come Gesù trentenne,

era già solo. Un’ombra si diffuse

su la solinga anima, e il dubbio venne.

 

Tutto crollato: le speranze, morte,

e morti i cuori. S’erano richiuse

per sempre – con un lento addio – le porte.

 

II.

 

Con ferro suo la palma volta in mano

cadea l’Italia! Ora non più risveglio.

Tutto era stato, ed ora e sempre, in vano!

 

Solo – e dal volgo si credea ch’esangue,

cupo, mandasse i fidi, come il veglio

della montagna, ebbri d’haschisch, al sangue.

 

III.

 

Spenta la fede anche ne’ suoi più cari;

chi lontanò crollando il capo stanco,

chi lo seguiva con sorrisi amari.

 

Fuggiano, al verno, come morte foglie:

scendea dal ciel, non loro, il lenzuol bianco

ch’eternamente a gli occhi altrui ci toglie.

 

IV.

 

Sol gli restava la sua madre, in pianto,

pianto lontano sul deserto mare,

cui esso, o madre! era dolor soltanto.

 

O madre! o madre! o alte mute grida

vedendo in sogno il figlio suo passare

scalzo, col velo nero – un parricida! –

 

V.

 

O le altre madri ai piedi della croce

pregare udiva ed accusare a Dio

lui, col materno pianto nella voce.

 

E le vedeva in fila uscir dal chiostro

per dire a lei: – Che piangi? Il pianto è mio:

non voglio. Il pianto è nostro! Il pianto è nostro!

 

VI.

 

È di noi madri, che i figliuoli appena

presti alla vita li sappiamo in grotte,

sotterra, come bestie, alla catena.

 

È di noi madri, umili ignare oscure,

cui tolse i nati, al fine della notte,

su la dolce alba, piombo corda scure. –

 

VII.

 

Ed ei pensava: – E perchè mai v’ho tolti:

figli, alle madri? Era di voi più morta,

o per lei morti, o dentro lei sepolti,

 

l’Italia. Dunque... Oh! per un mio delirio!

Fra terra e cielo io la vedea risorta

con su la chioma il tremolìo di Sirio! –

 

VIII.

 

E nella notte insonne, lunga, vuota,

che aveva del giorno anche obbliato il nome,

sbalzava al suono d’una voce nota,

 

la voce, d’uno che passava, d’uno

che si fermava, lo chiamava – Come?...

Iacopo! – S’affacciava, ansio... Nessuno!

 

IX.

 

Su tre lunghi anni avea soffiato un breve

attimo – Vive! Ha franto i ceppi! È meco! –

Nessuno là nel grande albor di neve.

 

Oh! dal sepolcro... egli credea che fosse

bianco vanito nel biancor, senz’eco.

C’erano sulla neve goccie rosse...

 

X

 

Era vanito nella forra brulla

dicendo, Vieni, in suo passaggio, e il vento

vaniva anch’esso per la via del nulla;

 

vaniva là con lunghe voci, e gemiti

e fremiti, urla d’ira e di spavento

e di minaccia e di rampogna – Eh? Tremi! –

 

XI.

 

Oh! avesse accanto un’anima serena,

un cuore amico, per placar con esso

quei morti in ira, quelle madri in pena...

 

per non vedere l’altro figlio d’Eva,

il reo, l’uguale, l’altro sè, sè stesso,

cui malediva, sopra cui piangeva...

 

XII.

 

E sì, qualcuno era pur giunto... Forse

quei che move all’intorno un nembo d’aria

salsa di mare, il giovane dell’Orse,

 

quel timoniere d’anime tranquillo

avvezzo ai gridi della procellaria,

Borel! ch’ha nella voce alta lo squillo.

 

XIII.

 

Nè lui, nè altri. Era Borel lontano

tutto l’Oceano e le sue cento aurore.

A Cabo Frio portava ferro e grano.

 

La sua sumaca era agghindata a festa.

Ma il cabottiere si mangiava il cuore,

ed anelava al largo e alla tempesta.

 

XIV.

 

Egli era stanco d’udir sempre il rombo

della risacca contro la scogliera,

 

e dove giungea l’ombra di Colombo,

di bordeggiar con una garapera.

 

Borel, un giorno, in mare mutò rombo;

virò di bordo, issò nuova bandiera.

 

XV.

 

Dodici cacciatori di jaguari,

re delle Pampe, mulattier dell’Ande,

 

eran con lui, sbuffanti dalle nari

il tedio di quel navigare a rande.

 

Ei disse: “ Siate, d’ora in poi, corsari.

La nostra Italia, ora sarà Rio Grande.

 

XVI.

 

Noi più non siamo mercatanti ignavi

che in ogni rada gettino i grippini;

 

noi combattiamo per pezzenti e schiavi,

siamo l’Italia, o miei lupi marini.

 

Avanti! un guscio contro cento navi!

contro un impero, il nome tuo, Mazzini! „

 

XVII.

 

Mazzini un giorno si destò tranquillo,

sereno. Ognuno, non il suo destino,

ma porta dentro il cuore il suo vessillo.

 

Avanti! L’uomo, alta la fronte o bassa,

non è, lieto o piangente, un pellegrino:

ma è un celeste messagger che passa.

 

XVIII

 

Avanti! Tutti hanno il lor fine al mondo.

Tutti hanno un posto loro nel gran mare

dell’essere, e sia pur l’alga del fondo!

 

Avanti! Dice Dio: Quando son io

che mando, andate, senza mai sostare

senza mai riposare. – E dove, o Dio? –

 

Tu che devi morire, uomo, a morire!

Tu che devi soffrire, uomo, a soffrire!

 

 

 

 

GARIBALDI IN AMERICA

 

I

 

VIAGGIO A ESCOTÈRO

 

Torna al Rio Grande col suo pro’ compagno,

torna il Filibustiere, ora a cavallo.

Prese il cavallo nella mandra al laccio,

frenò, sellò: lo domerà stradando.

Galoppa dietro il cavalier selvaggio

tutto con un cupo tumulto il branco:

falbe giumente col pulledro accanto,

stalloni in corsa inalberati al salto.

Ed egli, quando il suo cavallo è stanco,

getta le frombe sibilanti a un altro;

lo frena e sella e monta su fischiando.

Il vento in mare gl’insegnò il suo canto.

 

I mustang, le giumente e le pulledre,

liberi seguono il Filibustiere.

Sul feltro suo beccheggiano due penne,

lunga la chioma al vento si distende.

Ma queta il passo ove la steppa è verde,

perchè i cavalli pascano le alte erbe,

perchè bevano chiaro le giumente

a qualche stagno ombrato di ninfee.

Sembra un pastore. E indugia perchè vede

i polledrini ancora alle mammelle.

 

L’armento nell’oscurità s’aduna,

fa un grande cerchio in mezzo alla pianura.

Le teste l’una all’altra hanno congiunte:

sognano insieme orecchio a orecchio, il puma,

l’uomo, il jaguar: l’un dopo l’altro, sotto

l’ombra stellata, rigna e scalcia al sogno.

E l’uomo giace sulla terra nuda

e guarda in cielo e naviga lassù.

 

Passa tra grigie nebulose ed erra

tra gruppi ignoti. Avvista Altair e Vega

che riconosce. E sempre più s’inciela.

Da stelle a stelle, è sopra la sua terra.

Dal cielo azzurro grida Italia! Italia!

E sbalza in piedi ad un nitrito. È l’alba.

 

 

immagine 4

IL TROMBETTA DEL SALTO

 

 

 

 

Per boschi e campi passa il cavaliere

tra uno svolar di code e di criniere,

e groppe mosse su e giù come onde,

e ringhi acuti ed ansie fremebonde,

ed urli e calci al vento e salti a sghembo,

e il subito ampio rotolar d’un nembo.

 

 

II.

 

A PIRATINIM – IL CAPO

 

E in nove giorni giungono al silvestre

Piratinim. Il popolo ribelle

avea sui muli e in carri la sua legge

portata là coi fasci delle verghe.

Là, Bento, un vecchio alto e salcigno siede

in terra, in mezzo alle araucarie nere.

 

“ Ospite, siedi. Hai molto pel Rio Grande

fatto e patito, in terra e in mare. Grazie.

Or verrai meco, ch’io mi vuo’ condurre

in armi al passo delle due Lagune. „

 

Cavalli a un tronco avvinti per la briglia,

pascono intanto melega e gramigna.

Ed arde un fuoco lì da parte e brilla;

un uomo, un Combo, lento su vi gira

l’arrosto pingue: cola, sfrigge il sangue

e un grasso odore nell’aria si spande.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

 

 

 

 

GARIBALDI VECCHIO A CAPRERA

  

AL FOCOLARE

 

Garibaldi siede al focolare,

siede avanti fuoco di lentischio.

A Caprera cupo batte il mare,

il libeccio l’empie del suo fischio.

 

Egli vecchio dalla barba bianca

cova il fuoco, cova il suo pensiero;

e si trova sur una barranca,

la gran chioma scossa dal pampero.

 

Vede un mare verde là che sogna

d’esser terra nè fiottare più.

L’aria porta beli di vigogna

alti e bassi fischi di gnandù...

 

Oh! le pampe dell’immenso Plata

verdi sotto il cielo senza nubi,

una solitudine ondulata

sparsa d’isolette di carrubi,

 

sola terra degna che vi scenda

il marino che patì fortuna;

egli d’una vela fa la tenda,

e vi sogna sotto l’alta luna.

 

Ecco un tuono, un calpestìo di zampe

che s’appressa sempre sempre più...

Va sul mare verde delle pampe

lo stallone e la sua gioventù.

 

Come è bello il libero stallone

con la coda e la criniera ai venti!

Mai ne’ fianchi non ebbe lo sprone

nè il ribrezzo del ferro tra i denti.

 

Pura è l’unghia di fimo di stalle,

brilla al sole la lucida groppa.

E’ raccoglie le sparse cavalle,

annitrisce al pampero, e galoppa.

 

Va, galoppa! Va libero e fiero

della tua solitudine tu!

più veloce sei tu del pampero,

più del tempo... del tempo che fu...

 

 

 

 

ROMA

 

Gl'Itali non mutato dal tempo di Romolo il nome,

Roma, ti serbano: Roma era ne' secoli, ed è.

 

 

INNO A ROMA

 

 

IL NOME MISTERIOSO

 

O – ma qual nome ora, de’ tuoi tre nomi,

dirà l’Italia? Il nome arcano è tempo

che si riveli, poi ch’è il tempo sacro.

Risuoni il nome che nessun profano

sapea qual fosse, e solo nei misteri

segretamente s’inalzò tra gl’inni:

mentre sull’ombra attonita una strana

alba appariva, un miro sole, e i cavi

cembali intorno si scotean bombendo –

Amor! oh! l’invincibile in battaglia!

oh! tu che alberghi nei tuguri agresti!

oh! tu che corri l’infinito mare!

Vennero in prima schiere a te, per l’onde,

d’esuli armati, ed una stella d’oro

reggea le navi incerte del cammino;

a te noi genti italiche la stella

d’allora, tra le fiamme e tra le morti,

col raggio addusse che giammai non muta.

 

IL PRIMO EROE

 

Chi per te primo, immensamente amata,

cercò la morte? Fu nella penombra

dei tempi, grande, lungo il Tebro, un pianto.

L’eroe Pallante era caduto. Offerse

l’àlbatro il bianco de’ suoi fiori, il rosso

delle sue bacche e le immortali fronde.

Gli fu tessuto il letto di quei rami

de’ tre colori, e furono compagni

mille al fanciullo nel ritorno a casa.

E fisi in quella bara tricolore

i mille eroi con le possenti mani

premean le spade; ed era in esse il fato.

Oh! ma che pianto fu così tornando

al vecchio padre! Era suo padre un vecchio

povero re, dalla silvestra reggia.

Fauno, il suo nome; ed abitava i sassi

del Palatino, tra le antiche selve

misteriose. E tu non eri, o Roma.

Anzi per il rupestre Campidoglio

eran macerie già muscose, e bianchi

ruderi sparsi si vedean tra i folti

cespugli del Gianicolo: rovine

di due città vinte dal tempo; ed ora

quelle rovine trite e sonnolente

empiva a volte del suo rauco augurio

lo stuol de’ corvi. E Fauno avea per reggia

una capanna piccola, coperta

di felci e stoppia. E guardie sulla soglia

avea due cani, che correndo innanzi

bandìan, lieti abbaiando, il suo ritorno.

Al re non tromba dividea la notte

buia in vigilie: gli diceva – È l’alba –

di sul colmigno il passero, e la rondine,

anche più presso, gliel garrìa dal trave.

E quindi il tempo portò via quel Fauno

e il suo dolore, e la caduca reggia;

e sul Palazio ignare le giovenche

pascevano, e la valle posta al piede

si mescolava d’un belar d’agnelli.

E se il pastore aveva udito un qualche

urlo di lupi, egli, racchiuso il gregge

in uno speco, s’addormìa tranquillo.

Veniva allora, per le tenebre, una

lupa, e fiutava il chiuso lupercale.

E Fauno, il buono, nelle selve ombrose

cantava il canto delle foglie ai venti,

invisibile. E sulle antiche quercie

picchierellando senza fine il picchio

sacro contava gli anni tanti, gli anni

tardi a venire.

 

LUPI E AQUILE

 

Aprile, che s’apriva

il fiore, venne, e il Tevere più gonfio

portava l’onde con un grande rombo:

e d’ogni parte sulle piane e i colli

arsero fuochi nella notte sacra.

Tutto splendè. Fiamme correva il fiume.

Però che, intorno, alle selvaggie stanze

fuoco i pastori davano, mutando

già le capanne, d’erbe e frasche, in case.

E poi saltando sulle fiamme, un canto

diceano, sacro: “ Fuoco puro, Fuoco

grande, buon Fuoco, che ammollisci e domi,

portati via queste capanne, portati

via questi nidi! Noi non siamo uccelli,

lupi noi siamo. Addio, cose d’un’ora!

Siamo per fare una città ch’eterna

duri, ed un proprio focolare, in mezzo,

sarà per te, che mai non dormi, o Fuoco! „

Ed una torma giovanil più fiera

diceva: “ Oh! bello andare al vento! È bella

l’ora che fugge, e sempre un altro il sole!

La terra sempre nuova sotto quelle

antiche stelle! Voi da voi ponete

tra il mondo e voi pur quella fossa ignava:

sia senza fine a noi la via, la terra

senza confine! Lupi, sì; ma ora...

dateci l’ale, o aquile! „

 

L’ARATORE

 

Uno arava.

Egli segnava, sull’aurora, un solco

quadrato intorno al colle Palatino.

Sentian le zolle il primo aratro allora.

E sotto il giogo era una vacca bianca

e un rosso toro, che di quando in quando

il rauco fiato si gemean sul collo,

molto anelando. E la città futura

stava e mirava, coi vincastri in mano

e con indosso pelli irte di capre.

Ma gli altri fieri, a chi piacea l’andare

col gregge errante, e l’erba che più bella

rinasce sempre sotto il dente al gregge,

ridean dei semi che dovean sotterra

marcire al buio. E gli uni e gli altri torvi

aveano gli occhi, e l’ansito ondeggiante.

Stava il fratello, qua, del Capo, anch’esso,

con lui, lattonzo della lupa; ed ora

schifiva, lui villano, egli pastore.

Taciti i buoi tiravano nel cupo

tacer di tutti; chè fuggiano il grande

bifolco orrendo ch’era loro a tergo.

E qui, con l’ale largamente aperte

al sole, apparve un’aquila, che ferma

mirava a lungo qual lavoro in terra.

Poi, fisa sempre, s’affondò nel cielo.

 

LE VOCI DEL FIUME E DEL MARE

 

Il pazïente aratro col suo coltro,

allora, più splendente della spada,

prendeva a forza, con ferite a fondo,

la terra; e il Tebro che lambiva il colle

con l’acque torbe, vie più alto un suono

mettea chiamando l’anima dei forti:

“ Oh! voi, che aprite con un rostro adunco

la terra, omai la prora che toglieste

alla mia nave, a lei rendete, o figli;

ed ora in me, con quella ch’è il mio coltro,

segnate un lungo solco sino al mare,

sino al gran mare, azzurro e piano; e oltre!

Bene avverrà! „ Così diceva il Tebro

con l’incessante murmure; ma il vento

di primavera dal lontano lido,

sempre più forte, le narici aperte

a lor bagnando de’ suoi salsi spruzzi,

“ Oh! voi che fate una città pastori, „

diceva “ eccovi l’atrio, ecco le porte

color di cielo, e il limitar che tuona

sparso di schiuma dalle larghe ondate.

O cittadini, ecco la via già fatta,

labile, piana, e ne son pietre i flutti.

Dall’urbe uscite: avanti voi c’è l’orbe! „

Allor li prese un vago amor dell’onde

che sempre vanno a modo de’ pastori;

di sempre andare e pascolare il mondo.

 

LA RISSA

 

Pales, o grande e buona Iddia, di latte,

munto d’allora, ti facean l’offerta.

Nella città non nata la giovenca

cimava steli e fiori; a lunghi sorsi

beveva il toro; ed il tuo colle a un tratto

suona di grida. Rissano i pastori

proprio nel solco, un passo dall’aratro,

che riposava. Gli uni avean lo spiedo

da caccia, gli altri aveano l’ascia in mano.

Questi già pietre, qua e là, da terra

traean tagliando e scalpellando; e quelli

piangean la terra duramente offesa.

“Non era assai picchiarla con la zappa,

fenderla poi col vomere! Ecco, rossa

vogliono ancora frangere alla madre!„

Vennero all’armi, e l’ascia del lavoro

sentì la morte, e tu nell’aria rosa

tremavi, o stella d’oro della sera,

vedendo in cielo nuvole suffuse

del sangue ch’era sparso in terra.

 

L’ASCIA

 

Roma

purificata balzò su dal solco

rosso di sangue, chè alla Terra Madre

consacrò l’ascia onde l’avea ferita,

onde l’avrebbe per le genti tutte

ferita ancora. O ascia, in ogni plaga

ti dedicò, per questa grande Italia,

ti seminò, ti sotterrò nel mondo.

Tu sotto i templi e sotto l’are e sotto

gli anfiteatri semiruinati

ti trovi e sotto l’ardue terme, infrante

presso le nubi. Te nel cor le sponde

sentirono del Reno e del Danubio,

t’ebbero le foreste invïolate

e le sabbie arse che il leon sue rugge.

Tu sei presso le moli, ove sepolti

sono i giganti; sotto gli occhi fissi

eternamente della muta Sfinge;

tu sotto accampamenti che nessuno

più moverà. Tu scalpellasti i massi

per le infinite pompe del trionfo.

E per te l’Arco trionfal si prese

l’arco del cielo, e sulle vie la Gloria

aprì tra due colonne le sue porte

senza battenti.

 

LE STRADE

 

Era vicino al tempio

del dio Saturno, dio seminatore

e falciatore, un grande cippo, d’oro.

Di lì per l’orbe tutto lanciò Roma

le strade sue di duro sasso e duro

suono. Di lì, dal cippo d’oro, sette

vie quattro volte si lanciarono oltre,

ai quattro venti, e prima tra sepolcri

moveano, a piè di tumuli e cipressi,

sotto la tacita ombra funerale;

poi via per verdi campi e per deserti,

diritte come solchi, e via tra rupi

tagliate da scalpelli, e via per selve

profonde, mute, solo allor ferite

dal ferro ignoto, e via sopra veloci

fiumi aggiogati con eterni ponti,

e via per l’Alpi, che vincean con giri

blandi, le irate. Da quel sasso, a forza

ruppero un tempo tante vie sul mondo.

Parea che un luminoso Sagittario

via via volgesse a tutti i venti il grande

arco fatale, e saettasse intorno

intorno, stante nel bel mezzo, il cielo.

 

LA LEGIONE

 

Le dure suole e i cerchi delle ruote

fecero i solchi in queste vie, battute

dalle coorti che movean le insegne

contro i terrestri. Andavano, e la schiera

villesca alzava per insegna un fascio

d’erba. Prima la falce e poi la spada.

Mai non mancava fra le spighe il rosso

di qualche fiore. Fissa, poi, sull’asta

era una mano, ch’è una pianta sola

con più rampolli. Della via fu guida

poscia la lupa; e si vedean passare

cignali e smisurati liofanti.

E fausta, infine, di tra un baglior d’oro

l’aquila uscì: le ignare terre e l’onde

remote corse un brivido ed un fremito

al ventilare delle sue grandi ale.

E le legioni col lor pilo grave

per quelle vie senza la meta e il fine,

mossero intorno. Ed assembrava allora

tutte le genti e i popoli l’antica

bùccina, che al pastore fuor di mano

sul far di notte avea mandato un segno.

E dominava sotto giusto impero,

tutti, il sottile tralcio d’una vite.

 

I MESSAGGERI

 

Alle battaglie, in mezzo ad una nube,

eran presenti i due gemelli Dei.

E niuno mai li vide; ma soltanto

tra squilli gravi delle trombe, acuti

de’ litui, e grida ed ansimar feroce,

s’udiano al vento alti selvaggi ringhi.

L’uno era chiaro come l’aureo sole;

l’altro parea la notte opaca, ed era

avviluppato in ombra di dolore.

Ivano a paro avanti le coorti

di bronzo, i forti giovinetti in fiore,

erti su gl’immortali lor cavalli.

Ma in mezzo al mare, quando sulle lievi

liburne erano le aquile, ondeggianti

per la fortuna, e l’armi contro l’armi

cozzanti, allora divenian due stelle,

che rifulgeano fisse tra il brandire

degli alberi e l’oscillar delle antenne.

Erano questi i tuoi corrieri, al cenno

pronti, o Vittoria. All’apparir del vespro,

volgean del pari il corso de’ cavalli,

e per le strade andava il colpo e il tonfo

dei risonanti zoccoli; e i cavalli,

ecco, anelanti, essi adduceano all’acqua:

o dea Iuturna, all’acqua tua perenne:

nè già cadean le stelle, nè le nubi

dalla prima alba erano ancora orlate.

Vegliava un solo focolare in Roma,

v’era una sola casa, che mandasse

baglior di luce dalle sue transenne.

Vesta attendeva i reduci seduta

al fuoco inestinguibile.

 

AI DUE GEMELLI

 

Fratelli!

O in pace alfine (come voi chiamasse

il tempo antico) ora; non già, fratelli,

allora, anche pugnaci sotto il ventre

della nutrice vostra lupa fosca:

tante pendean le poppe, e tra voi d’una

sorgea contesa, per averla entrambi:

voi che la lupa con la scabra lingua

non ammansava, ed ammansò la morte:

che stretti poi con infrangibil patto,

come la notte è giunta al dì, celesti

cavalcatori, componete il tempo,

non interrotto, con la luce e l’ombra;

su! le criniere v’attorcete in mano,

saltate su, lanciateli: da tanto

hanno i cavalli l’èmpito nel cuore!

Al lor ritorno avvinti per le briglie

alle colonne vostre, dagli augusti

ruderi il loglio antico pasceranno.

Ma ora andate a rivedere i campi

delle legioni, a riveder le terre

onde v’avvenne riportare il nunzio

della vittoria. Si combatte ancora

con ferro e fuoco. Sono le coorti

d’allora; al cielo va la polvere, alto

suona il fragore. Colmano bassure,

piantano i valli, sfanno i colli, occulte

forano vie per entro le montagne.

Sono picconi l’armi nostre. Andate

propiziando! il Popolo pilumno

pensi i trionfi che menò, le leggi

che fece, il dritto che impartì, la pace

che diede, e allievi il suo lungo lavoro

d’oggi con la sua gloria veterana.

 

LA VERGINE MASSIMA

 

Ora, ascoltando le sorsate al fonte

sacro, e il bussar dell’unghie alterne in terra,

nel tempio augusto pallida taceva,

fisa con gli occhi, la sacerdotessa;

poi, nell’alto silenzio risonando

una voce mirabile: Vittoria!

ella premea nel cuore quella voce

e quel portento e s’avviava all’arce

del Campidoglio. E il popolo mirava

tacitamente ascendere il pontefice

e la vergine massima.

 

IL PASSO DI ROMA

 

Divina,

così, con passo, sempre ugual, di gloria

andava Roma verso il grande imperio.

E monti e valli e fiumi e selve al passo

fremean sonanti sotto il piè di Roma,

della Immortale sempre più lontana.

E mille passi delle sue legioni

fulgureggianti di metallo al sole,

ella chiudeva in uno dei suoi passi.

Ed una pietra ne segnava l’orma

tutte le volte, e i popoli, a quell’orme

così distanti, abbrividian nel cuore.

 

I DUE IMPERATORI

 

Oh! ben temeano i popoli le scuri.

Chè per il mondo si vedea passare

un uomo grande più che l’uomo, un grande

che dava a tutto, il freno o l’urto, ei solo,

della sua mano. Egli partìa la terra

con la sua spada e il cielo col suo lituo,

augure circondato dalle rote

degli avvoltoi. Lanciava egli all’assalto

con un suo cenno l’aquile, e le lievi

turme al galoppo, e l’ululo di morte

ravvolto nella polvere veloce.

Eppur mostrava placido alle genti

placate il volto, e calmo i cavalloni,

ancora irati dopo la tempesta,

con quella mano che impugnò la spada,

calmava, e dal belligero cavallo

dicea le leggi e l’arti della pace.

 

Salve, o possente Roma! Tu le terre

hai dissodate col tuo duro coltro;

la macchia hai franta perchè desse il grano

placido. Il grande imperio era il tuo fato.

Quando a te fu dagli ampi omeri tolta

la porpora, ecco il re de’ sacrifizi

uscì da templi novi e da miti are.

E poi levò di terra la corona

e ne cinse la lunga chioma bionda

d’un re che aveva la fràmea per lancia;

e poi, volgendo i secoli, battaglia

mosse, egli re dei riti, al re dell’armi.

E tempo venne che dall’alto soglio,

con la corona sulla fronte eretta,

con nella mano la stellante spada

(stettero i messi attoniti nell’aula,

e reprimeano i secoli la corsa

infrenabile, come visto un cenno

rapido di far sosta e di dar volta),

“ Che domandate? „ addimandò. “ Ciò ch’egli,

il vostro re, domanda, è mio. Son io

il Cesare, son io l’Imperatore!

Andate! „ E il re sacrìfico si prese

i fasci albani; e l’ara vide al lume

dei sacri ceri scintillar le scuri.

 

GLI DEI

 

Fu la tua parte. Era il tuo fato, o Roma.

Tu sulla poppa assisa, non volesti

per nessun vento abbandonar la barra.

Profughe genti vennero dal mare

a darti inizio; e i profughi tu sempre

prendesti a bordo della tua gran nave.

Tu sei, d’antico, un santo limitare

d’asilo ai popoli esuli, tu sacra

fossa cavata, in cui le genti i semi

posero, e zolle della patria, e cose

sacre, e le lor memorie ed i lor Mani.

Fosti l’altare per gl’iddii fuggiaschi;

pur solo ad uno implacida, ad un solo,

povero, un dio sì umilmente dio!

Altri alla luce aperta gli stranieri

numi adorando, i lor pingui altari

facean vermigli di taurino sangue;

altri in cortei, per la città, solenni,

batteano i cupi timpani e le strade

tutte accendean di queruli ululati.

Ma quelli per le volte e per le ambagi

d’un nero sotterraneo laberinto

seguivano una fiaccola, e con voce

segreta, là, benedicean cantando,

ignoti a tutti, il loro ignoto Dio.

Per tempio avean, per i lucenti altari

di Roma, alcun muffito sepolcreto,

e la lor vita era coi lor sepolti.

Avanti l’arche, fiale rugginose

di sangue, e lumi dall’esigua fiamma.

Dicea quel lume che la vita scorsa

era col sangue, sì, ma invano. Il morto

dormiva. E il sonno era leggero e breve.

Una colomba col suo roseo becco

svellea da un canto un ramicel d’ulivo,

e si levava, con la frasca, a volo.

Ed un pastore s’era messo in collo

l’agnello stanco, e andava con la verga

sua pastorale e col secchiello in mano.

C’era la croce, e dubbio era, se croce

fosse od àncora. Sbalzata dal vento,

percossa dalla folgore, la nave

era al sicuro, alfine in pace: aveva

gettata l’àncora nel cielo.

 

LE FAVISSE

 

Intanto, quali in una torba sera

fuggon le nubi d’ogni parte e vanno,

gemendo, spinte qua e là dai venti,

tali gli dei cacciati dai lor templi

empìan notturni il cielo di querele.

E di quei templi l’umide cisterne,

sin le favisse sotto il Campidoglio,

fervean d’un cupo murmure. Chè i molti

idoli sacri, l’uno dopo l’altro,

vi discendeano. E Venere, la vita,

vedea la prima volta ora i vetusti

lupi e cignali, e là pur mo’ gettata

schifìa Minerva i rozzi cippi e il vano

dio, ch’era un legno putrido, ed ansante

non ravvisava, nel Mamurio irsuto,

Marte sè stesso. E scese alfin dal sommo

dell’arce, dietro gli altri dei consenti,

Giove pieno di nubi il sopracciglio.

“ O già potenti in cielo, sulla terra,

nel mondo oscuro: fummo. Noi cacciammo

altri dal soglio, ed altri noi discaccia.

Ma non è vano l’aspettar vicenda.

Quel dio rifatto, a cui cedemmo contro

cuore, fuggiasco, povero, deforme,

il cui soglio è la croce, ed il cui serto

sono le spine dei roveti... „ Ed altro

egli diceva, ma seguì con voce

piena d’orrore la Carmenta antica

vaticinante, a nessun dio più nota,

ch’ella da molti secoli nell’ombra

era discesa, tutta rughe e muffa:

“ ... non cadrà più, poi ch’è il dolore umano!

Gli uomini eretto i templi hanno al dolore!

È il dio sol esso, il solo dio fra tutti,

che non può mai morire! „

 

L’ESECRAZIONE

 

Cadean gli dei; restava il Campidoglio,

invïolato; e immobile la rupe

pendea sull’urbe. E il Barbaro selvaggio

invase l’urbe, e la guastò col ferro

e con la fiamma, e l’unghia de’ cavalli,

grave, pestò le sue ceneri: invano.

Fin ch’un di loro decretò che lento

mortal languore la struggesse. Vinta,

egli poteva anche spianarla al suolo.

“ Ma no „ diss’egli: “ la sommuova il verno,

la inondino le pioggie, e disdegnando

da sè la scuota e gitti via la terra:

la frangano le folgori tonanti:

sia sacra a Dio, precipitino i cieli

sulla lor cosa „. Tanto ei volle, e tutti

al suo comando, partono, e le madri

sono strappate all’are, ed i fanciulli

vanno e le indarno verginette in fiore.

Poi, per le vie del duro suono, i plaustri

Goti e i cavalli e le Àmale coorti,

piene di preda, andarono sull’orme

degli antichi manipoli, e lontano

il vincitore in sua lorica d’oro

svanì lasciando gli edifici soli,

già balenanti, già meditabondi

tra sè e sè, del crollo ultimo, e Roma,

Roma, sotto il suo sole almo, deserta.

 

IL GRANDE SEPOLCRO

 

E fu silenzio dentro le muraglie

sacre, e il pomerio grande ora cingeva

grande un sepolcro. E il sole che la vide

tacita, a poco a poco calò, lento

sfiorando con un alito di luce

le cupole e i lunghissimi obelischi;

e poi nel trarre fuori il dì, tentando

invano di svegliarla dal gran sonno,

stupiva di vederla altra e la stessa.

Suono non v’era se non d’improvviso

crollo di muro o il tonfo di finestre,

cui si provava di serrare il vento.

Talvolta andando e riandando i corvi,

gracchianti, a stormo, quel letargo strano

scotean, nell’ira, d’uomini e di cose.

E molti discendean dall’Aventino

foschi avvoltoi, che ripetean l’augurio

natale, in alto, sulla città morta.

E poi notturna i cuccioli la volpe

guidava, e le basiliche del Foro

cauta girava e le colonne antiche.

E dopo i lunghi secoli le lupe

del tempo primo vennero, cercando

gli antri per l’alte sedi imperïali.

Parean, destati dal lor sonno i templi,

aperti stare, stare ed aspettare

i sacerdoti immemori. Giaceva,

abbandonata per i sette monti,

Roma. E le acquate assidue la battono

e le raffiche rapide del vento,

e la fiammante folgore del cielo

ormai fa divampare il rogo.

 

IL NOME CELESTE

 

Aprile

era vicino, era, con lui, vicino

il dì natale della città morta.

E di narcissi dalla chioma d’oro,

di crochi dagli stami d’oro rise

la solitudine, e dalle rovine

dei templi il rosso smìlace comparve;

e le vïole al fonte di Iuturna,

caste, s’abbeveravano, e gli sparsi

ruderi si gremìano di giacinti;

e tutti i bronchi e pruni aspri, nel Foro

Romano, in cima avevano una rosa,

e sopra i marmi antichi era l’antica

porpora. Per nessuno, dal sepolcro,

dal suo sepolcro, ch’era anch’esso infranto,

spargea, versava senza fine al cielo,

nel tempo dolce ch’è il suo tempo, i fiori

che sono suoi, quella che in cielo è Flora.

 

A FLORA

 

Flora! madre dei fiori, o tu cui sempre

è primavera, o tu che per le genti

immense hai sparso il nuvolo dei semi,

la Terra aiuta! Questa pia saturnia

terra produca in maggior copia i frutti

che già versava dal fecondo grembo.

Nutra di sè quelli che già nutriva,

armenti e greggi, e tornino gli uccelli,

ormai spariti, a liberare i campi,

e per i campi floridi echeggiare

facciano la dolcezza del lor canto.

Alle mammelle opime della Terra

sugga una prole più gagliarda il latte

e insiem col latte la virtù romana;

ed ogni mare solchi ed ogni terra

calchi, anche il cielo navighi, sembrando

candidi stormi di canori cigni.

La tua città non lasciar più che cinta

sia di deserti e verdi acque muggenti

del torvo bue selvaggio che vi guazza.

Riguarda quei villaggi di capanne,

quelle capanne squallide di stoppia,

o Flora! Dunque non distrusse il fuoco

de’ primi dì tutti i tuguri? Dunque

non toccò tutti gli uomini il Diritto

con la sua verga? Guarda: sono schiavi,

sotto le bestie! Rendi a quei meschini,

o Flora, il suo; liberatrice abbraccia

quelli spogliati; e per sè solo, o Flora,

raccolga chi le seminò, le messi,

come allorquando si lasciava a mezzo

solco l’aratro e s’assumeano i fasci.

Rinnova l’arte antica, cingi al capo

l’antico serto e fa che mai non cada

l’inno di gloria che beò l’Italia.

Sian, per i colli, glauchi olivi e verdi

viti, e di spighe rigogliose ondeggi

la valle immensa. E fiacchino la forza

del vento e il nembo struggitor le selve

veglianti a guardia sul cigliar dei monti.

Il Rubicone, ecco, già bianchi ammira

enormi tori. Egli che vede andare

per la campagna tante paia e vede

da dieci bovi tratto un solo aratro,

egli che già non obliò nel sonno

le bronzee file della forte Alauda,

pensa all’imperio, a Cesare, ai trionfi.

Noi non l’imperio, non i cortei lunghi

di quei trionfi a te chiediamo. Un’Ara

abbiamo, e noi, di Pace, eretta, o Flora.

I fiori dà color di sangue ogni anno

(solo nei fiori tu il color di sangue

lodi e nel casto viso di fanciulle:

miele, olio, vino, o Flora, ami; non sangue),

dà le memori foglie dell’acanto

per adornar quest’ara. Alto nel mezzo

noi collocammo in una vampa d’oro

chi la portò; questa concordia augusta.

E quanti ancora col lor sangue, eccelsi

spiriti, questa pace e questa patria

fecero a noi, là stanno. E sono, o Flora,

la messe tua che cade sì, ma sempre

nuova nei lunghi secoli germoglia.

 

IL PRIMO COLLE E I PRIMI PASTORI

 

Certo è che vive in questa terra occulto

qualche portento, e sì, nel monte, dove

Roma quadrata germinò dal solco.

Pastori un tempo (luce ed ombra incerte

vi si spargean sotto la falce d’oro)

erano là coi rastri. Era la gloria

vanita già di Roma, era d’Apollo

sparito il tempio. Tutto il sacro colle

tenean le infrante vecchie pietre ingombro.

Cespi d’acanto, nuove polle uscenti

da qualche ceppa d’albero che appena

sapea sè stesso, s’opponeano al piede.

Giacean rottami candidi di marmo

tra i rovi e i pruni, e sorrideano al suolo

i capitelli ai cardi ispidi e duri.

Muri con archi, cui copriva il musco,

pendean crollanti, si scoteano al vento

ad ogni crepa le parïetarie

come ciarpame pendulo a finestre

d’un abituro. Qua le acquate al tutto

finìan gli dei dipinti nella calce,

qua le ventate stridule uno straccio

sempre rapìan da tende non più fisse.

Scabbia di pietre, lue di sassi verdi

per tutto, ed archi che teneano ancora

sol per l’abbraccio d’edere contorte.

Credean gl’ignari di veder spelonche

di giganti che dopo un’ardua rissa

con massi enormi, ora, cocendo l’ira,

lontani e soli errassero sui monti.

 

IL SEPOLCRO DEL PRIMO EROE

 

Ed i pastori, come un tempo, in cerca

di preda, una spelonca aprono, un sasso

movendo, immenso, e vedono nel fondo

della spelonca balenare un lume.

E quindi – era un sepolcro – gigantesche

membra d’un uomo vedono, che il petto

aveva aperto da una lunga piaga.

Stupor li prese di quel corpo cinto

d’armi cangianti, di quel capo ignoto

dentro l’irsuta gàlea. Chè tutte

l’arme egli avea, fuor della spada, e il petto

non gli cingeva il balteo d’oro, vario

di spesse borchie. Sull’ignoto capo,

alto, vegliava un fuoco e gli sfiorava

l’antica piaga con l’assidua fiamma.

Un dei pastori, simile ad un Fauno,

vide fra tanto impallidire il cielo,

languire insiem le tenebre e le stelle.

 

LA LAMPADA INESTINGUIBILE

 

Ogni maceria gorgheggiava. I nidi

s’erano desti, delle rondinelle,

in fila sotto i capitelli neri.

E si vedean le macchie, e tremolando

splendean le cime delle selve, e i pini

alti sopra la vetta Pallantea.

Ed il pastore trasse fuori all’alba

la lampada e l’oppose al mattutino

vento. E il suo lume si sbattè, ma visse.

E vi soffiò con le selvaggie labbra,

e la tuffò nell’acqua d’una pozza;

ma il lume visse. Ed e’ la rese ardente

al suo sepolcro e l’appendè dov’era,

e col suo masso chiuse la spelonca.

Dove ancor pende e raggia ancor la luce

su te, giovine eroe primo, che fosti

di tanta gloria e tanta lotta e tanto

dolore e amore la primizia santa.

Son tre millenni ch’ella dal sepolcro

veglia su Roma con l’eterna luce.

 

A ROMA ETERNA

 

Spirito eterno, eterna forza, o Roma!

Dopo il gran sangue, dopo l’oblìo lungo,

e il fragor fiero e il pallido silenzio,

e tanti crolli e tante fiamme accese

da tutti i venti, tu col piè calcando

le tue ceneri, tu le tue macerie,

sempre più alta, celebri il più grande

dei tuoi trionfi; chè la morte hai vinta.

Tu in faccia a tutti i popoli che a parte

chiamasti del tuo dritto, ora apparisci

nel primo fior di giovinezza ancora,

meravigliosa, simile a Pallante,

difesa intorno dal fulgor dell’armi,

e con la spada; e pende sopra il mondo

quella al cui lume accesero le genti

tutte il lor lume, quella che noi rompe

l’ombra: o Roma possente, la possente

tua più che il tempo lampada di vita.

 

 

 

TORINO

 

 

INNO A TORINO

 

I

 

Toro divino ch’oltra due fiumane

giaci e, fiso nel gran murmure, guardi

l’Eridano, che passa e che rimane:

 

macro pascesti sotto i baluardi

donde i Titani si sporgean, le spine

dei rovi, un tempo, ed il salistio e i cardi!

 

Ti distendevi immenso sul confine

delle montagne, nella notte, attento

tra il fioccar bianco e le tormente alpine;

 

facesti il nerbo di cento anni in cento,

solo e rubesto, caute le pupille,

sbalzando al piano, corneggiando al vento,

 

Amavi l’ombra; amavi le tranquille

acque e verzure; eppure avesti in sorte

la guerra eterna, dai mille anni ai mille.

 

Passavi i fiumi baldo allora e forte,

cedevi passo passo, e insanguinato

col dosso all’Alpi combattevi a morte.

 

Da due nemici preso a volte in guato,

di qua di là, volgevi tu d’un salto

a questo e quello il fiero capo armato.

 

Alfine come statua di basalto

tu ti piantasti quadro sulle sponde

Ticine, or pronto a rintuzzar l’assalto,

 

or volto verso il piano, oltre quell’onde,

verde, ove il tuo nemico, il tuo rivale,

erbe non sue pasceva e non sue fronde:

 

il collo in arco, a fronte bassa, male

pensando, e il sì nel fiero cuore e il no...

finchè mugliasti, rauco, trionfale,

lungo; e l’Italia tutta ne sonò.

 

II.

 

Quale eri tu? Non l’italo tu forse

che per la grande terra della sera

trasse un fatale popolo, e la corse

tutta col nome che tuttor non era?

 

Fuggìano, andando, le paludi oscure

tinte d’un lividore di tramonti;

fuggìan le macchie vergini di scure

e il fuoco acceso notte e dì sui monti.

 

Sospesi, se temere, se sperare,

tendean l’orecchio ad altri gridi umani;

ma non s’udiva che scrosciare il mare

e rintronare lava di vulcani.

 

Emergeano cavalli-d’-acqua a torme,

spruzzando pioggia dalle froge grosse.

Volgeano i piccoli occhi e il muso enorme,

chiedendo a sè, quella tribù, che fosse.

 

Fendeva i boschi un calpestìo selvaggio

ed un fragor di grandi alberi infranti.

Pareva un cieco nembo; era il passaggio,

là, di rinoceronti e d’elefanti.

 

E quando a notte era sparita, avvolta

d’aride foglie la raminga gente,

a prender sonno, tutta notte in volta

andava l’ombra del leon ruggente.

 

Ma sempre tu, senza guardarti attorno,

guidavi, o Toro, i tuoi Taurini erranti,

allor che i piè, sempre più lenti, un giorno

fermasti. T’era una palude avanti:

 

una palude gialla che tra l’ulva

lasciava sette cime già scoperte

di colli. La rapace aquila fulva

gridava all’acqua che stagnava inerte.

 

Ma nubi nere e sfavillìo di lava

uscian di notte dalle vette nude

dei monti, intorno, e sempre sussultava

la terra e balenava la palude.

 

Era lontana l’augurale aurora,

che s’aspettava. E tu, col tuo profondo

muglio, colei ch’era nascosta ancora

dall’acqua ed alga, la chiamavi al mondo.

 

Dopo gran tempo era per balzar fuori

Roma, nei dì che da te spunta il sole,

Toro che spargi sulla terra i fiori

e in ciel t’impenni tra le stelle sole.

 

Roma era allora cinta dalla dia

vigile Terra. Tardo, a poco a poco,

continuasti, o Toro, la tua via,

volgendo al tuono il capo, spesso, e al fuoco.

 

Tutta così la terra senza nome

varcasti lungo il risonante mare

passando fiumi e valli oscure; e come

fosti alla fine del fatale andare;

 

la Primavera Sacra che dai solchi

natii fu data ai venti e alle venture,

il tuo ramingo popolo, i bifolchi,

italo, tuoi, levando l’aste pure,

 

dissero: Italia! Vollero che il breve

lido del mare fosse Italia, fosse

di te. L’Etna alitava, tra la neve,

nuvole, ver’ la verde Italia, rosse.

 

Poi dove il Sole ha i pascoli, tu insieme

ai tuoi Taurisci a nuoto un dì passavi.

Ma sopravenne dalle prode estreme

l’Eroe più dio che gl’Immortali ignavi.

 

“Indietro!„ disse, e tese l’arco. Indietro

volgesti allor, parando le tue torme,

girando spesso attorno gli occhi tetro,

ponendo i piedi sulle tue grandi orme.

 

Passando, quella ch’era un dì palude,

vedesti arare e seminar già doma.

Era un pastore dalle membra nude

che seminava l’avvenir di Roma.

 

Aveva atteso te, la primavera

tua, la tua stella. Anche di lì cacciato,

spingevi innanzi la tribù tua fiera,

volgendo il capo, ed obbedendo al fato.

 

T’era alle spalle, simigliante a notte

oscura, te seguendo sempre al varco,

una grande ombra in mezzo a nubi rotte,

l’ombra di lui, con nudo e teso l’arco.

 

Ma tu posasti, dove due fiumane

angolo fanno, certo del destino.

Si sparse intorno per capanne e tane

il tuo tenace popolo Taurino.

 

Appiè dell’Alpi t’accostasti come

sopra una soglia. Il tuo viaggio vano

pensavi e il lido cui tu desti il nome,

e l’avvenire, grande, alto, lontano.

 

III.

 

Itale vergini, Alpi dal bel velo

bianco, tendenti all’alto, che la veste

lasciate lungi dagli sguardi impuri,

la veste, sì, di prati e di foreste

cader lasciate, ma soltanto in cielo:

 

di quali voci allora e qual concento

empian le Madri i neri boschi cupi!

quali lontani portentosi auguri

gemean negli antri, o dritte sulle rupi

gridavan alto tra la neve e il vento!

 

– Un re verrà (fermo è nel fato e fisso)

dalla sventura. Caccerà camosci

per l’Alpi sue. Sempre nel cuore il fischio

avrà dei venti, sempre avrà gli scrosci

delle valanghe e l’anelante abisso.

 

Il re vedrà, tra nubi grigie e meste,

un segno bianco e snuderà la spada.

Il re porrà tutto sè stesso al rischio

per liberare tutta la contrada,

alzando al cielo il suo segno celeste.

 

Il re trarrà dalle grandi Alpi al piano

di nuovo il Toro; dal suo doppio fiume,

lungo la terra della stella, al mare;

a riveder la prima Italia al lume

del pino acceso dal suo gran vulcano.

 

Questi, quel Donno, il Regolo fatale.

Gl’Itali udrà gridare di dolore.

Gl’Itali lo vedranno cavalcare

con l’asta lunga. O Roma, egli, vittore,

dell’elmo ferreo t’armerà, che ha l’ale. –

 

Così le madri predicean nel santo

orror dei boschi, ed ora al sacro fonte

sotterra dell’Eridano. E, pur bassa

fosse la voce, trascorrea dal monte

Vesulo sino al mare Adriaco il canto.

 

Via via le ripe faceano eco; e in doppi

lunghi filari le sorelle fise

a rimirar l’acqua ch’eterna passa,

tutte, in udir, crollavano improvvise

le loro chiome tremule di pioppi.

 

Abbrividiano come per un blando

soffio di venti. Un dolce suono usciva

dalle lor foglie ov’era un usignolo.

Così lunghesso la lunata riva

parcano andare in compagnia, cantando.

 

Faceano un solo inno d’amore i puri

virginei canti. E tu, come una nave

bianca dall’acqua fluttuando a volo,

cantavi ancor più forte e più soave

le morti, o cigno, degli eroi futuri.

 

Gli eroi nel bosco del perenne alloro

erano insieme assisi al sacro fonte

dell’Eridano, e tutti, redimita

già delle vitte candide la fronte,

diceano l’inno della gloria in coro.

 

Anime pure, anime senza sangue

erano ancora, ancor sul limitare;

che alfin trovato il lume della vita,

alla lor Patria dar la vita, dare

tutto voleano alla lor Patria il sangue.

 

IV.

 

Taurina gente, sacra sin dagli anni

primi all’Italia, o fuochi accesi in vetta

delle bianche Alpi, o saldi cuori e forti,

o guardie eterne poste a vigilare

l’estrema, immensa, ardua trincèa di Roma!

L’avea, la forza del maggior nemico,

varcata già la cerchia di granito,

le avea forzate l’ultime muraglie

sacre d’Italia e della sacra Roma.

Veniva già col vento e la tempesta,

invisibile in mezzo alla tormenta.

Sul capo suo cadeva franto il cielo

che nascondea nel polverìo le turbe.

Per cime e valli andava, e il suo cammino

dalle macerie era, del cielo, ingombro.

Ma egli andava, come in un gran sogno,

sempre, non mai volgendo gli occhi, avanti.

Intorno a lui sonava il faticoso

nitrito de’ cavalli, a cui le sabbie,

auree nel caldo anelito del sole,

rideano al cuore; avvezze a pascolare

sotto le palme, le turrite mandre

barcollanti incedean degli elefanti.

Alle sue spalle, un fragor grande, crolli,

fuga, tumulto, e scrosci di foreste

schiantate e grosso crepitar di fiamme.

Era un serpente enorme che con torve

spire seguiva, e i culti campi larga–

mente prostrava e sradicava i boschi

e con la coda distruggea le intere

città; che tutto con la bocca ardente

dava alle fiamme, insieme, ed alla morte.

Era la vïolenta idra straniera,

la sventura d’Italia, che d’allora

avrebbe osato rompere i confini

sacri, in eterno, e sulla devastata

terra l’immane corpo arrotolare

e covar sopra ceneri di messi

e sopra roghi di città distrutte.

Allora in prima il mal serpente infranse,

per farsi via, le rupi ond’è costrutto,

insino al cielo, il Termine d’Italia;

Termine immenso che da mare a mare,

col fondamento nel lor fondo, incurva

sè stesso e sembra, a Dio caduto, un arco.

Allora in prima con le spade in mano

guizzanti, voi sbalzaste su, Taurini,

e sulla soglia della patria terra

gettaste il sangue, sin d’allor col sangue

segnando il patto con il vostro fato.

Ma voi vedeste chi, le italiche Alpi,

da questa Italia le ascendea Romano;

ma voi vedeste poi le italiche armi

oltre i confini propagar la pace

del giusto Lazio. In mezzo a voi, Taurini,

come nel marmo in cui la vita scorra,

Cesare apparve. Nel paludamento

imperïale ei conducea l’Alauda

fulva le chiome: intorno a lui le scuri

nei fasci, e i pili della sua coorte.

Oppur liete parole egli intrecciava

coi fidi amici, o nella molle cera

solchi imprimea col vomere, gittando

in quella il seme del suo gran pensiero.

Ora i fasti romani, ora le guerre

per terra e mare, e il mondo vinto, e, in mezzo

ai suoi trionfi e alla sua pace, Roma;

or meditava arguti versi e dolci

esili carmi, e si beava il cuore.

Qui mentre un dì cadea la neve a fiocchi,

dicono, entrò nella capanna trista

d’un re selvaggio. Largo il re, di latte

giovò gl’ignoti, e loro appose i frusti

d’uno stambecco. E la coorte in tanto

motti avventava contro il re dei monti,

gran cacciatore, e l’un mostrava all’altro

quel re seduto sulla panca al fuoco,

rugoso in fronte ed accigliato. Ed uno

disse: “ E’ mi pare il dio Cernunno, il dio

della ricchezza, con le corna in capo „.

Cesare, grave, disse allora: “ Io primo

sia qui piuttosto che secondo in Roma! „

Regolo alpino, tu balzasti allora,

a un tratto, su, dalla massiccia panca.

Di nera luce ardevano al Romano

gli occhi mortali; dalle tue pupille,

splendeano ignude due cerulee spade.

Nel focolare arse più chiaro il fuoco,

vampeggiò, crepitò, fece faville.

E per le forre, con un’eco arcana

dell’infinito, a lungo mugliò una

raffica, come se parlasse il Tempo.

Allora avanti Cesare quel Gallo,

irto di peli il labbro, stette, e parve

grande del pari, ed esclamò: “ L’augurio

accetto. Viva io qui tranquillo e pago

di questo regno povero, cacciando

i cervi, errando pei selvaggi monti,

fin ch’io non possa essere il primo in Roma! „

Risero tutti, sì, ma la lontana

posterità ventò sulla coorte,

quasi alitando i secoli futuri.

Cesare quindi una città di guerra

fece ai Taurini, e la munì di vallo,

e di due torri ornò le porte, e, cauto

dell’avvenire, i veterani astati

pose in questo romano accampamento,

forti coi forti. E la quadrangolare

città nel suolo si piantò, sicura

per le sue pietre e più per i suoi cuori.

A destra poi, per una grande porta,

badava ad ogni voce, ad ogni suono,

se udisse mai venire le coorti,

se un clangor, lungi, si levasse al vento,

frangesse il vento uno squillar di trombe,

la via strepesse al duro cuoio e ai chiodi

della legione, e Roma ritornasse:

o se, di tra gli stipiti rimasti

l’eterna fuga a contemplar degli anni,

s’avesse alfine a ritornare a Roma.

Fuggiva il tempo, e l’acqua dei due fiumi

fuggiva anch’ella, in grande oblìo di tutto.

Dalle sue porte la città spiava

i quattro venti, rivolgendo a un tratto

l’attento orecchio ognor dall’Alpi a Roma.

Ecco luccicar d’armi ampio e di schiere.

Ferro era tutto, che copria cavalli

e cavalieri, e tutto il piano era aspro

come di fulva ruggine di ferro.

– Romani voi? Partiti sì da Roma,

ma non Romani. Dove i pili e i valli?

Che v’appiattate sotto il fosco ferro? –

Ed altre schiere ecco venir dall’Alpi

traboccando dall’alto arco dell’ampia

porta d’Italia. Per il ciel sereno

in faccia ad essi era una bianca croce.

Stupore ebbe le genti, e il condottiere

– Prendi l’insegna della tua vittoria! –

udì. Vinsero in vero, e le lor brevi

spade la via trovarono del sangue

sotto le squamme, in mezzo al vostro cielo

restò, Taurini, quella bianca croce,

ora lucente nell’azzurro, ed ora

scialba, e da un triste nimbo incoronata;

finchè quel segno fu dalla vittoria

ripreso in mano, quando, o Italia, forte

martire, Italia, delle genti, orlavi,

recando in alto la tua verde palma,

la veste bianca di purpureo sangue.

E Roma intanto dalle sette cime

era crollata, e dell’Esperia guasta

da ferro e fuoco, nulla più che l’ombra

era, del nome. E tempo corse, e il nome

anche svanì, come in un rogo immenso

ultima brilla e muore una favilla.

Duca era allora dei Taurini un uomo

di quei barbari, che nemici a Roma

avea la biondeggiante Elba mandati.

Il duca era partito per le liete

nozze del re, per le fiorenti mense.

Appena giunto era nell’aula: un tuono

rimbombò, subito, ed un lampo insieme

illuminò per l’aula le criniere

fulve e le barbe e le dense aste e l’azze

razzanti, e il re. Li scosse e impietrò tutti,

ed il palagio con un lungo rombo

scrollò. – Del re breve la vita e il regno!

Duca Agilulf, diremo noi tra breve

te re. – Queste parole e’ le nascose

nel cuore, il duca, e ne ronzava il cuore

profondo. Ma non volsero molti anni:

furono vere. Nè, concordi, a grida

sonore i duchi porsero a lui l’asta,

a lui dicendo di regnar su loro;

ma la regina fu che il regno e un colmo

calice, prima a fior di labbro attinto,

offerse a lui di rosso italo puro

vino, e gli disse: “ Generose genti

come codesto vino vendemmiato,

Re Agilulf, su colli che il sole ama,

tu reggerai; ma l’arte dell’impero

è presso loro, e tu da lor l’apprendi „.

Fecero quindi un tempio. Era, sull’alba

dei secoli, uno errante nel deserto.

“ Fate le vie „ gridava, “ e le spargete

di palme: l’Aspettato è per venire! „

Fecero a lui di marmo un tempio, e dono

posero, in esso una corona d’oro

fulgida, cui cingesse l’aspettato,

il re d’Italia ch’era omai per via.

Ma l’oro puro intorno inanellato

era di ferro, che già ferreo chiodo

fu della croce. – Oh! come tutto è vero!

Ma lo vedranno i secoli lontani.

Vero! Alla croce sarà reso il chiodo!

Vero! Al sovrano de’ Taurini resa

sarà l’aurea corona. Egli su tutta

l’Italia re dominerà. L’Italia

renderà questi agli Itali e al destino.

Ma dopo lunghi secoli con molto

purpureo sangue, ma con fuoco e ferro! –

Allor col ferro impresero i Taurini

a perigliar la cara vita, e sempre

alla futura patria addimostrarsi,

in disventura ed in povertà, forti.

E sì pareano immemori del fato

e pur del nome e dei costumi antichi

e del linguaggio che fu già di Roma.

Nè più le genti capo avean: l’augusta

città fatta straniera: e valli e monti

dell’armi ostili eran per tutto ingombri.

E tramontata era la sacra insegna,

nè v’era alcuno che levarla al cielo

potesse ancora: Donno era lontano;

esilïato Donno era dalle Alpi.

Presso i due fiumi, come corpo morto,

come travolto da una gran valanga,

Toro progenitore, eri prostrato:

quando, Testa di ferro, tutto ferro,

alto levando, come alfier, la spada,

puntando ai fianchi del destrier gli sproni,

egli tornò. Tornava dall’esilio:

dalla vittoria. E il popolo Taurino

gridò: “ Già viene! Ecco il signor con noi!

Vero il tuo nome dice Emanuele! „

Egli ristette e il suo cavallo immane

fermò, trasse le redini, e nascose

nella guaina la sua grande spada.

Non fosti tu, tu stesso, che, tre volte

volti cent’anni, la levasti al sole?

Grida di morte, grida di dolore,

in ogni tempo, d’ogni parte, al cuore

giungeano ardenti. Quel rapace drago

strisciava per la terra della sera,

tutto abbattendo, e il popolo le ingiuste

verghe provava e le superbe scuri

dei re tiranni. Sì, ma tu le udisti

quelle infinite grida di dolore,

la grande spada tu, d’un dì, snudasti,

la croce bianca tu, d’un dì, levasti.

Oltra Ticino, sommovesti all’armi

tutte le genti e le guidasti a guerra

ch’è santa e pia, se libera e redime.

Poi col tuo nome mille eroi due navi

salgono, e vanno all’isola che porta

chiare di dei, di semidei, le traccie.

Rossa la veste dei remigatori

divini; capo era il divino Ulisse.

E tu combatti ancora e sempre. Alfine

re dell’Italia tutta imponi al capo

il ferro e l’oro della sua corona.

La croce alfine segno di vittoria,

splendè dal cielo sulla terra verde

ch’ha neve al sommo e che nel fondo ha fuoco.

Ed a nessuno e in nulla mai secondo,

piccolo alpino re selvaggio, a Roma

stai grande, e resti eternamente a Roma.

 

V.

 

Accampamento fatto a piè del monte

già dal grifagno Cesare ai futuri

figli d’Italia, o tempio dei vessilli,

o ara donde il Console gli augùri

prendeva, augusti, col nemico a fronte!

 

Per guerre, qui di secoli lontani,

erano poste le aquile dell’oro;

qui ripetea la bùccina i suoi squilli

brevi, che un coro ricevea canoro

di trombe e il busso dei timpani vani.

 

Qui sempre il suolo trito di stridenti

plaustri, qui di concordi ferree pèste.

Erano le coorti e le legioni.

Qui si guardava la purpurea veste

da dar, sull’alba della pugna, ai venti.

 

Qui sempre avvenne di mirar le squadre

dei fluttuanti veliti e il tumulto

delle torme dai quadruplici tuoni;

qui sempre alcun triario, come sculto,

star tra’ novelli: – Narra dunque, o padre! –

 

Perchè accampato in questo accampamento

era un ultimo esercito romano.

La sua milizia era infinita e dura.

Esso tra il monte s’attendava e il piano,

fedele ad un antico giuramento.

 

Scórsero gli anni e i secoli. Ed armato

esso aspettava di ritornar, quando

fosse chiamato, sotto quelle mura.

Aspettò qui per secoli, il comando;

ma Roma ve l’avea dimenticato.

 

Bianchi frattanto, sotto il muschio e i pruni,

marmi e colonne e lapidi, grandi orme

della gran madre, archi e sepolcri infranti,

vedeano intorno, e dure austere forme,

stele di primipili e di tribuni.

 

Vedean già rotti ancor salire al monte

archi che l’acque conduceano al basso.

Parean lontane file di giganti,

d’ardui giganti, i quali passo passo

salìan con l’urne, un dopo l’altro, al fonte.

 

E custodìano, nel domar la rude

terra, l’antica arte e l’antico onore

dei forti aratri e delle industri falci.

Ondeggia il campo di frumento in fiore,

di verdi steli ondeggia la palude!

 

Verdi, i bei campi, verdi, le canore

acque, ma più sorridono i giocondi

clivi con l’ampio serpeggiar dei tralci,

donde i purpurei calici ed i biondi,

che dànno gioia o dànno forza al cuore.

 

L’un vino, austero per gli austeri, ed abbia

lode dai forti. L’altro poi s’effonde

aureo nell’ampio calice iridato

col tremolante mormorio dell’onde

cui, vasta, succhia, nel tornar, la sabbia.

 

Ma l’uno e l’altro, è bello, tra i nepoti

e i dolci amici, nella patria terra,

bere in convito parco, ove l’armato

deposte l’armi narri della guerra

e sciolga, salvo e di sè pago, i voti.

 

VI.

 

Salve, o città forte di vallo e fosso!

salve, o bivacco italico di scelte

anime! o campo che non fu mai mosso!

o insegne mai dal loro suolo svelte!

 

Te la dea Roma disegnò quadrata,

qual essa fu, premendo il solco a fondo,

col grande aratro dalla prua ferrata,

con cui fendè fecondatrice il mondo.

 

Come legione ferrea che si schiera,

con pari file, dritte e quadre, invade

il vasto campo; così tu, guerriera,

con le tue case e con le tue contrade.

 

In te milizia è tutto; anche l’austere

voci e parole e l’anime dei tuoi;

che, se squilli la tromba del dovere,

corrono a morte, umili ed alti eroi.

 

Nè, pur sempre crescendo in ogni parte,

oblìo ti prese del mensor di Roma,

o fida al primo cardine, ed all’arte,

ubbidïente, dell’antica groma.

 

Ma le diritte nuove strade intorno

son or tenute da coorti nuove,

e un fragor d’armi nuovo, e notte e giorno,

l’immenso accampamento empie e sommuove.

 

Sono telai dalle infinite spole,

dagli infiniti pettini sonanti;

sono gran magli che sulla gran mole

del rosso ferro piombano incessanti.

 

Esce il vapor con fischi di tempesta.

Ogni metallo intenerisce e strugge.

Morsa da mille denti ogni foresta

si fende e scinde, e intanto freme e fugge.

 

Fiumi lontani che, da un alto balzo,

a valle giù precipitano bianchi

di schiuma, un uom divino, nel rimbalzo

loro, li prese e li serrò nei fianchi.

 

Così cavalli come prima, a schiere

ubbidïenti, li guidò dall’erte

al piano, dando ai vento le criniere,

spruzzando l’acqua dalle froge aperte.

 

Mentre là stanno tra ghiacciai, tra foci

crine, lontani dal rumor del volgo;

li chiama un cenno, un lieve urto, e veloci

scendono più del solco della folgore...

 

ove con morsi e redini li frena

l’artiere, o caccia con la sferza al segno;

l’artier che intento a un canto di sirena

doma, con loro, il ferro, il marmo, il legno.

 

Non solo. I chicchi ai bimbi e’ foggia, e, come

pegni d’amor, già prima li accarezza;

ciò che ti fa non nota sol per nome,

ma dolce ancora d’intima dolcezza,

 

ad ogni madre, o città buona, o pia

madre su tutte, che con dolce affetto

la prole tua, per tanta ch’ella sia,

tutta la stringi e te la scaldi al petto.

 

A lei prepari i bei giardini in fiore,

le scuole ornate, l’agile palestra:

così ti muti, non mutando amore,

da dolce madre, in dolce e pia maestra.

 

O Iulia Augusta armipotente! In pace,

non sembri un campo cinto d’armi attorno;

un nido sembri, un gran nido loquace

di mille cuori salutanti il giorno;

 

schiere bensì, ma parvole, vestite

di bianco e rosa, altre e le stesse ogni anno:

nè paga tu di tante proprie vite,

altre ne cerchi che pur me saranno.

 

O Grande Madre, hai del tuo grande cuore

dato ai fanciulli, dato alle fanciulle,

o sotto volte splendide e sonore,

o sotto travi di capanne brulle.

 

A tutti, a tutte! Sia dolore o gioia

la vita loro, spremi a lor quel pianto

che fa non che l’un cresca e l’altra muoia:

fa pia la gioia ed il dolor fa santo.

 

Simili quindi, ormai stretti ad un patto,

ad una mensa siedono imbandita

del pane stesso. O festa del riscatto

sul limitar del tempio e della vita!

 

O sacrifizio onde ogni dì t’elevi,

Amor, Pietà, Pace albeggiante, a volo!

O fiori umani, tremoli di lievi

petali, o fiori che ne fate un solo!

 

Viene scorrendo sulle penne, appena

battute, viene, lievemente anelo,

lo stormo e un inno per la via serena

canta, che pare un astro nuovo in cielo...

 

VII.

 

E voi cantate – chè la madre Italia

non altre voci ode al cuor suo più care –

cantate dunque: Italia! Italia! Italia!

 

Gracili voci: ma da queste pare

balzar l’eco di quelle dei grandi avi:

marcie, comandi, cariche, fanfare.

 

Dite, o fanciulli e vergini soavi,

l’Italia ch’ora è su lontane sponde:

la Patria: itale tende, itale navi.

 

Forse il gabbier ch’esplora ciò che asconde

la notte e il flutto, in mezzo al ciel sospeso,

sopra l’oscuro murmure dell’onde;

 

forse il vegliante bersaglier, che, teso

l’Occhio nel buio, tra’ palmizi esplora

un guizzo spento prima ancor che acceso;

 

alzano il capo a quel trillar d’aurora,

levano gli occhi all’improvvisa romba,

all’improvvisa nuvola canora.

 

– Era sepolta; e il nome sulla tomba

era la lode simile ad oltraggio:

ma balzò su, come ad un suon di tromba.

 

Balzò, sbocciò, come un fiorir di maggio.

Ecco, sublime con la spada in mano,

al mondo chiede il suo grande retaggio.

 

Ogni straniero ella cacciò lontano,

ogni barbarie, gli altrui mali e i suoi,

e il suo destino strinse a sè, romano. –

 

Per onde e sabbie i giovinetti eroi

in sentinella, dànno il “ Chi va là? „.

– Quella ch’è dietro voi, ch’è innanzi voi,

 

ch’è sopra voi: l’Italia, eroi, che va! –

 

 

finito di stampare

il dì xxvi maggio mcmxiii

nella tipografia di a. cacciari

in bologna

 

Nota

_______________________________

 

[1] Vedi i versi:

                             Nero il vessillo come carbon nero

                             e rosso e azzurro come fuoco e fumo.

 

 

 

 

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 13 agosto 2005