Giovanni Pascoli

 

 

Poemi italici

[1911]

 

 

 

 

 

 

 

Edizione di riferimento

Giovanni Pascoli, primo, con due saggi critici di Gianfranco Contini e una nota bio-bibliografica, Oscar Classici, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1974, III edizione (I ed. 1939)

 

 

Poemi italici

 [1911]

 

AD ALFREDO STRACCALI

A FEDELE ROMANI

A GIOVANNI SETTI

SANTI CUORI CHE NON BATTONO PIU’

NOBILI MENTI CHE PENSANO ANCORA

DOLCI MEMORIE CHE RESTERANNO

SEMPRE

 

 

 

PAULO UCELLO

 

 

 

CAP. I

In prima come Paulo dipintore fiorentino

s’invogliò d’un monachino o ciuffolotto

e non poté comprarlo e allora lo dipinse.

 

 

Di buona ora tornato all’abituro

Paulo di Dono non finì un mazzocchio

ch’egli scortava. Dipingea sul muro

 

un monachino che tenea nell’occhio

dalla mattina, che con Donatello

e ser Filippo era ristato a crocchio.

 

Quelli compravan uova. Esso un fringuello

in gabbia vide, dietro il banco, rosso

cinabro il petto, e nero un suo mantello;

 

nero un cappuccio ed un mantello indosso.

Paulo di Dono era assai trito e parco;

ma lo comprava, se ci aveva un grosso.

 

Ma non l’aveva. Andò a dipinger l’arco

di porta a San Tomaso. E gli avveniva

di dire: E` un fraticino di San Marco.

 

Ne tornò presto. Era una sera estiva

piena di voli. Il vecchio quella sera

dimenticò la dolce prospettiva.

 

Dipingea con la sua bella maniera

nella parete, al fiammeggiar del cielo.

E il monachino rosso, ecco, lì era,

 

posato sopra un ramuscel di melo.

 

 

 

CAP.II

Della parete che Paulo dipingeva nella stanzuola,

per sua gioia, con alberi e campi in prospettiva.

 

 

Ché la parete verzicava tutta

d’alberi: pini dalle ombrelle nere

e fichi e meli; ed erbe e fiori e frutta.

 

E sì, meraviglioso era a vedere

che biancheggiava il mandorlo di fiori,

e gialle al pero già pendean le pere.

 

Lustravano nel sole alti gli allori:

sur una bruna bruna acqua di polle

l’edera andava con le foglie a cuori.

 

Sorgeva in fondo a grado a grado un colle,

o gremito di rosse uve sui tralci

o nereggiante d’ancor fresche zolle.

 

Lenti lungo il ruscello erano i salci,

lunghi per la sassosa erta i cipressi.

Qua zappe in terra si vedean, là falci.

 

E qua tra siepi quadre erano impressi

diritti solchi nel terren già rotto,

e là fiottava un biondo mar di messi.

 

E là, stupore, due bovi che sotto

il giogo aprivan grandi grandi un solco,

non eran grandi come era un leprotto

 

qua, che fuggiva a un urlo del bifolco.

 

 

 

CAP. III

Come in essa parete avea dipinti d’ogni sorta uccelli,

per dilettarsi in vederli, poi che averli non poteva.

 

 

E uccelli, uccelli, uccelli, che il buon uomo

via via vedeva, e non potea comprare:

per terra, in acqua, presso un fiore o un pomo:

 

col ciuffo, con la cresta, col collare:

uccelli usi alla macchia, usi alla valle:

scesi dal monte, reduci dal mare:

 

con l’ali azzurre, rosse, verdi, gialle:

di neve, fuoco, terra, aria, le piume:

con entro il becco pippoli o farfalle.

 

Stormi di gru fuggivano le brume,

schiere di cigni come bianche navi

fendeano l’acqua d’un ceruleo fiume.

 

Veniano sparse alle lor note travi

le rondini. E tu, bruna aquila, a piombo

dal cielo in vano sopra lor calavi.

 

Ella era lì, pur così lungi! E il rombo

del suo gran volo, non l’udian le quaglie,

non l’udiva la tortore e il colombo.

 

Sicuri sulle stipe di sodaglie,

tranquilli su’ falaschi di paduli,

stavano rosignoli, forapaglie,

 

cincie, verle, luì, fife, cuculi.

 

 

 

CAP. IV

Come mirando le creature del suo pennello

non disse l’Angelus e fu tentato.

 

 

Poi che senza né vischio ebbe né rete

anche, nella stanzuola, il ciuffolotto,

Paulo mirò la bella sua parete.

 

E non udì che gli avea fatto motto

la vecchia moglie; e non udì sonare

l’Avemaria dal campanil di Giotto.

 

Le creature sue piccole e care

mirava il terziario canuto

nella serenità crepuscolare.

 

E non disse, com’era uso, il saluto

dell’angelo. Saliva alla finestra

un suono di vivuola e di leuto.

 

Chiara la sera, l’aria era silvestra:

regamo e persa uliva sui balconi,

e giuncava le vie fior di ginestra.

 

Passeri arguti empìan gli archi e gli sproni

incominciati di ser Brunellesco.

Cantavano laggiù donne e garzoni.

 

C’era tanto sussurro e tanto fresco

intorno a te, Santa Maria del fiore!

E Paulo si scordò Santo Francesco,

 

e fu tentato, e mormorò nel cuore.

 

 

 

CAP. V

Della mormorazione che fece Paulo, il quale

avrebbe pur voluto alcun uccellino vivo.

 

 

Pensava: «Io sono delle pecorelle,

Madonna Povertà, di tua pastura.

E qui non ha né fanti né fancelle.

 

E vivo di pan d’orzo e d’acqua pura.

E vo come la chiocciola ch’ha solo

quello ch’ha seco, a schiccherar le mura.

 

Oh! non voglio un podere in Cafaggiolo,

come Donato: ma un cantuccio d’orto

sì, con un pero, un melo, un azzeruolo.

 

Ch’egli è pur, credo, il singolar conforto

un capodaglio per chi l’ha piantato!

Basta. Di bene, io ho questo in iscorto,

 

dipinto a secco. E s’io non son Donato,

son primo in far paesi, alberi, e sono

pur da quanto chi vende uova in mercato.

 

Ora, al nome di Dio, Paulo di Dono

sta contento, poderi, orti, a vederli:

ma un rosignolo io lo vorrei di buono.

 

Uno di questi picchi o questi merli,

in casa, che ci sia, non che ci paia!

un uccellino vero, uno che sverli,

 

e mi consoli nella mia vecchiaia».

 

 

 

CAP. VI

Come santo Francesco discese per la bella prospettiva

che Paulo aveva dipinta, e lo rimbrottò.

 

 

Cotale fu la mormorazione,

sommessa, in cuore. Ma dagli alti cieli

l’intese il fi di Pietro Bernardone.

 

Ecco e dal colle tra le viti e i meli

Santo Francesco discendea bel bello

sull’erba senza ripiegar gli steli.

 

Era scalzo, e vestito di bigello.

E di lunge, venendo a fronte a fronte,

diceva: «O frate Paulo cattivello!

 

Dunque tu non vuoi più che, presso un fonte,

del tuo pezzuol di pane ora ti pasca

la Povertà che sta con Dio sul monte!

 

Non vuoi più, frate Paulo, ciò che casca

dalla mensa degli angeli, e vorresti

danaro e verga e calzamenti e tasca!

 

O Paulo uccello, sii come i foresti

fratelli tuoi! Ché chi non ha, non pecca.

Non disfare argento, oro, due vesti.

 

Buona è codesta, color foglia secca,

tale qual ha la tua sirocchia santa,

la lodoletta, che ben sai che becca

 

due grani in terra, e vola in cielo, e canta».

 

 

 

CAP. VII

Come il santo intese che il desìo di Paulo era

di poco ed ei gli mostrò che era di tanto.

 

 

Così dicendo egli aggrandìa pian piano,

e gli fu presso, e con un gesto pio

gli pose al petto sopra il cuor la mano.

 

Non vi sentì se non un tremolìo,

d’ale d’uccello. Onde riprese il Santo:

«O frate Paulo, poverel di Dio!

 

E` poco a te quel che desii, ma tanto

per l’uccellino che tu vuoi prigione

perché gioia a te faccia del suo pianto!

 

E’ bramerebbe sempre il suo Mugnone

o il suo Galluzzo, in cui vivea mendico

dando per ogni bruco una canzone.

 

O frate Paulo, in verità ti dico

che meglio al bosco un vermicciòl gli aggrada

che in gabbia un alberello di panico.

 

Lasciali andare per la loro strada

cantando laudi, il bel mese di maggio,

odorati di sole e di rugiada!

 

A’ miei frati minori il mio retaggio

lascia! la dolce vita solitaria,

i monti, la celluzza sur un faggio,

 

il chiostro con la gran cupola d’aria!»

 

 

 

CAP. VIII

Come il santo partendosi da Paulo, che pur bramava

sì piccola cosa, disse a lui una grande parola.

 

 

Partiva, rialzando ora il cappuccio:

ché con l’ignuda Povertà tranquilla

Paulo avea pace dopo il breve cruccio.

 

Lasciava Paulo, al suono d’una squilla

lontana, quando quel tremolìo d’ale

d’uccello vide nella sua pupilla.

 

Ne lagrimò, ché ben sapea che male

non era in quel desìo povero e vano,

ch’unico aveva il fratel suo mortale.

 

Venìa quel suono fievole e lontano

di squilla, lì dai monti, da un convento

che Paulo vi avea messo di sua mano.

 

Veniva il suono or sì or no col vento,

dai monti azzurri, per le valli cave;

e cullava il paese sonnolento.

 

Santo Francesco sussurrò: «Di’ Ave

Maria»; poi senza ripiegar gli steli

movea sull’erba, e pur dicea soave:

 

«Sei come uccello ch’uomini crudeli

hanno accecato, o dolce frate uccello!

E cerchi il sole, e ne son pieni i cieli,

 

e cerchi un chicco, e pieno è l’alberello».

 

 

 

CAP. IX

Come il santo gli mostrò che gli uccelli che Paulo

aveva dipinti, erano veri e vivi anch’essi, e suoi sol essi.

 

 

E lontanando si gettava avanti,

a mo’ di pio seminator, le brice

cadute al vostro desco, angeli santi.

 

Paulo guardava, timido, in tralice.

Le miche egli attingeva dallo scollo

del cappuccio, e spargea per la pendice.

 

Ecco avveniva un murmure, uno sgrollo

di foglie, come a un soffio di libeccio.

Scattò il colombo mollemente il collo.

 

Si levava un sommesso cicaleccio,

fin che sonò la dolce voce mesta

delle fedeli tortole del Greccio.

 

Dal campo, dal verzier, dalla foresta

scesero a lui gli uccelli, ai piedi, ai fianchi,

in grembo, sulle braccia, sulla testa.

 

Vennero a lui le quaglie coi lor branchi

di piccolini, a lui vennero a schiera

sull’acque azzurre i grandi cigni bianchi.

 

E sminuiva, e già di lui non c’era,

sui monti, che cinque stelline d’oro.

E, come bruscinar di primavera,

 

rimase un trito becchettìo sonoro.

 

 

 

CAP. X

All’ultimo come cantò il rosignolo, e Paulo era addormito.

 

 

E poi sparì. Poi, come fu sparito,

l’usignolo cantò da un arbuscello,

e chiese dov’era ito... ito... ito...

 

Ne stormì con le foglie dell’ornello,

ne sibilò coi gambi del frumento,

ne gorgogliò con l’acqua del ruscello.

 

E tacque un poco, e poi sommesso e lento

ne interrogò le nubi a una a una;

poi con un trillo alto ne chiese al vento.

 

E poi ne pianse al lume della luna,

bianca sul greto, tremula sul prato;

che alluminava nella stanza bruna

 

il vecchio dipintore addormentato.

 

 

 

 

ROSSINI

 

PRELUDIO

 

Di sghembo entrò, cantarellando roco,

nella sua stanza, e s’avviò pian piano

alla finestra. Aveva, dentro, il fuoco.

 

Nella via scura, ormai deserta, un coro

ebbro e discorde si perdea lontano.

Ma il cielo pieno era di note d’oro.

 

 

Era la Lira, appesa al cielo, in riva

della Galassia, sovra il monte santo.

Al soffio eterno ella da sé tinniva.

 

Al suo tinnir cantava il Cigno immerso

nell’onde bianche, e col suo grande canto

placido navigava l’Universo.

 

 

Ma no: Rossini non udia che quelle

voci ebbre e scabre. L’uggiolìo terreno

velava tutto il canto delle stelle.

 

Prese una carta e la lasciò cadere.

S’alzò, sedé, non la guardò nemmeno.

La carta piena era di note nere.

 

 

Imprecò muto. Minacciò per aria

Otello e Iago. Prese un foglio, e disse:

«Che altro occorre? una romanza? un’aria?

 

Assisa a piè...» Rise, e piantò nel cielo

della sua stanza due pupille fisse.

Pensava a un roseo fiore senza stelo...

 

 

Poi sbadigliò, poi chiuse pari pari

gli occhi, e nella dolcezza di quell’ora

dormì, sbuffando il sonno dalle nari.

 

Quegli stridori come d’aspra sega

stupì la Lira risonante ancora

del cilestrino tremolìo di Vega;

 

 

e sobbalzò dall’angolo solingo

il clavicembalo, e ronzava a lungo...

 

 

 

CANTO PRIMO

 

I.

 

E si levò la Parvoletta in pianto.

Piangea, la povera anima, e mirava

il suo fratello rauco gramo franto...

 

«Se tu crescesti, se, qual ero, io resto,

piccola, perché farne la tua schiava,

di me che nacqui, tu lo sai, più presto?»

 

 

Piangea la semplice anima fanciulla:

«Sono più grande! Quando tu, smarrito

del mondo immenso, pigolavi in culla,

 

io era là, tra l’ombre mute e sole,

fui io che il tenero umido tuo dito

guidai ver’ gli occhi di tua madre e il sole!

 

 

Fui io che prima, per un tuo gran male,

ti dissi, St! ascolta!... Una soave

nenia sonava presso il tuo guanciale.

 

E tu la udisti, e ti chetavi, attento

attento, di sulla tua lieve nave

che uguale uguale dondolava al vento...

 

 

Io, che così, con una piuma, il viso

ti vellicai, che tu torcesti alquanto

le labbra, e nacque il primo tuo sorriso!

 

Io, che picchiando sulla sponda un giglio,

battevo il tempo, e tu movesti al canto

la bocca, e nacque il tuo primo bisbiglio!

 

 

Io, che girai, per darti gioia, il talco

d’una stellina, che agitai gli squilli

d’un sistro, onde stridivi come un falco

 

di nido; e quando, solo, in mano a Dio,

restavi, a sera, in casa, coi gingilli

tuoi, bono bono, era che c’ero anch’io!»

 

II

 

Lagrime salse le piovean dagli occhi.

Piangea la povera anima, una mano

sul tenue seno e l’altra sui ginocchi.

 

«Oh! la tua buona Parvola, che chiudi

sola, laggiù, nel carcere lontano,

pieno di spettri e di fantasmi nudi!

 

 

E mi spaura, chiusa in fondo anch’ella

come son chiusa io così pura e saggia,

fragrante ancora dell’odor di stella,

 

la Bestia, ahimè! che mangia e ringhia e freme

sopra il presepe, e scalpita selvaggia

tutta la notte! Noi vegliamo insieme,

 

 

la Bestia e io! così che i dolci modi

che ti cantai, che andavi zingarello

di fiera in fiera, ora non più tu li odi.

 

Allor, sul carro, io ti mutava in note

d’una viola e d’un violoncello

lo strido assiduo delle trite rote.

 

 

A cui, crescendo, s’aggiungean fanfare

di trombe e corni, ed, ecco, un infinito

coro di voci alte nel cielo e chiare.

 

Giungeva sempre più canoro il nembo

sopra il tuo capo pendulo, sopito,

ch’allor tua madre s’accostava al grembo.

 

 

Passava il nembo, lontanava l’inno

con le grandi ali tremole e sonore,

lasciando alfine un sol, di sé, tintinno,

 

piano, più piano... era dell’arpa mia...

e tu la udivi con l’orecchio al cuore

della tua madre, per la lunga via...»

 

 

III

 

Poi disse: «Pensa al giorno, così lento,

quand’eri messo a lavorare il ferro.

Movevi tu da striduli otri il vento.

 

E quattro fabbri mezzo neri e nudi

traeano il masso dal carbon di cerro

e lo battean sull’echeggiante incudine.

 

 

Ero con te. Battevo lieve l’ale

assecondando quell’ansar concorde

e quello squillo de’ martelli uguale.

 

Toccavo un poco l’arpa tra il lavoro

sonante, e il suono tu delle mie corde

udivi sotto il muto gesto loro.

 

 

Io nel gran bosco ch’urla al nembo ignoto,

fo che tu senta il canto d’un uccello

che gonfia il collo ed apre il becco a vuoto.

 

Io fo che in mezzo ad un crosciar di frane

e di valanghe, là, d’un paesello

soavi e piane oda le tre campane.

 

 

Io per te colgo il suono d’ogni cosa.

Su tutte io picchio le mie tenui dita,

stelle del cielo o petali di rosa.

 

Di tutte io sento il dolce flutto occulto,

il cadenzato palpito di vita,

la gioia e il pianto, il riso ed il singulto.

 

 

E tu mi scacci! E chiudi me che volo!

che senza me, per te sarebbe il mondo

tutto silenzio! un grande fragor solo!

 

Ma, non so come, tutto quel fragore

interminabile, io te lo nascondo

dietro il ronzio d’un’ape attorno un fiore».

 

 

Parlava; e l’altro udiva in sogno; anch’esso,

il clavicembalo; e fremea sommesso.

 

 

 

CANTO SECONDO

 

I

 

La Parvoletta volse gli occhi muta

alle sue stelle. Erano nuove ancora,

ancora ansanti della lor venuta:

 

come quand’ella dirigea la prora

tra queste e quelle, stando presso al bianco

timonier cauto che attendea l’aurora;

 

o quando sola era a vegliar tra il branco

ed i pastori: ella sentìa crosciare

le foglie secche ad un mutar di fianco.

 

Sola vegliava la crepuscolare

pia fanciulletta sulla terra oscura,

soletta sull’irrequieto mare.

 

Mirava in alto, alta gentile e pura.

Ed era pieno anche lassù d’erranti,

navi sull’onde, greggi alla pastura;

 

di lenti carri, d’uomini giganti,

pieno di draghi, pieno di chimere;

e risonava anche lassù di pianti.

 

Vedeva dietro sartie nere o nere

quercie passare il cielo a poco a poco.

Nascean le stelle al puro suo vedere.

 

Poi si spegneano come in terra il fuoco.

Raggiava allora qualche striscia viva

come gli stami dentro fior di croco.

 

Era l’eternamente fuggitiva...

- Son come te: la prima: avanti giorno:

rorida e fresca anche nell’afa estiva -

 

dicea fuggendo. - Fuggo sì, ma torno

sempre! - Ed il sole ecco appariva truce

e solo; e tutti, con un guardo intorno,

 

traeva dietro il gran carro di luce.

 

II

 

E si scopriva, il mondo, a lei! Ma quanto

ella vedeva, ella voleva, piena

di meraviglia, e lo chiedea col canto.

 

Tutto chiedeva l’esile Sirena

con dolci lodi: anche, prendeva andando

una conchiglia od uno stel d’avena;

 

e vi soffiava l’alito suo blando,

che ciò che amava e trascorrea veloce,

sostasse un poco, udisse il suo dimando.

 

Tutto fluiva verso la sua foce.

Ella ascoltava, ella cantava a prova

gittando lor di terra la lor voce.

 

In mezzo a tanta meraviglia nuova

era quaggiù come l’uccello, attento

da un ramo o di sulle sue tepide ova:

 

studia e rifà le querule acque, e il vento

cupo, e la pioggia stridula, e, nel fine,

lo sgocciolare cristallino e lento,

 

il crepito di scorze aspre e di pine,

i sussulti dell’eco ultimi, il frale

fruscìo di frondi e sgrigiolìo di brine;

 

che impara a volo il sibilo dell’ale

sue stesse aperte... Anch’ella, sì, la romba

dell’ale sue, la vergine immortale!

 

Fermava il volo sopra la sua tomba,

tremulo; appiè, gli accordi avea del mare

che sciacqua, stride, squilla, urla, rimbomba.

 

Cantava ella, chiamando al lor passare

lo sciame, a sé, degli attimi disperso,

e nel ronzante piccolo alveare,

 

libero, e suo, chiudeva l’Universo!

 

III

 

Ed ora è ancora, l’esile fanciulla,

quella che fu. Tutto le par novello.

Ancor non parla: canta; e non sa nulla.

 

Tutto è fanciullo, tutto è suo gemello,

nato con lei; perciò le piace, e l’ama;

e perché l’ama, è così buono e bello!

 

Ell’è terrena verginetta grama,

ma il sole è pure della sua famiglia;

e quando va, lo piange e lo richiama.

 

Sbocciano, dopo, sotto oscure ciglia

occhi ridenti. Sono le sue suore;

tutta la notte ella con lor bisbiglia.

 

Qualcuna scende fino a lei: ne muore.

Ma le ritrova in mezzo alle corolle,

essa, dei fiori, ancor tremanti il cuore.

 

Tra fiori e fiori, in cielo e in terra, molle

di guazza anch’ella, muove tra il frastuono,

de’ quattro fiumi, all’ombra del bel colle.

 

E` il tempo primo, il primo tempo buono,

ch’è buona anche la Morte che deforme

segue la vita come l’eco il suono.

 

Buona anche lei, la nera ombra senz’orme,

la vecchierella che sa dir le fole,

trista bensì, ma che con quelle addorme!

 

Ognun la schifa. E la fanciulla suole,

benché la tema, esserle pia: s’attarda

spesso a sentire lunghe sue parole:

 

- C’è buio, sì. Non c’è che un lume, ch’arda.

Son io la guida del meandro vano;

io cieca. E brutta... Non guardarmi! Guarda

 

solo il lumino. Io vo con quello in mano. -

 

 

CANTO TERZO

 

I.

 

Fioriva il cielo azzurro già di stami

di fior di croco. «Io era innamorata

di te, ma tu, che amai, non mi riami!

 

T’amai più che nessuno, più che tutti.

Doni ti feci meglio che una fata:

ma non li prendi: a’ piedi te li butti!

 

 

Fui la tua schiava e t’ebbi come sire;

eppur ti feci, povera fanciulla,

doni immortali: e tu li fai morire!

 

Io t’ho donato i canti dell’aurora,

quando sbocciava il tutto su, dal nulla:

eppure al mondo niuno li ode ancora!»

 

 

Piangea la pura vergine: «Io so molti,

molti altri canti, ma perché li canto,

se tu sei come un morto, e non m’ascolti?

 

Io ne so uno così tristo e pio,

dolce come l’amore dopo il pianto...

Ma tu non odi, tu non mi ami, addio!

 

 

Io voglio andare, e più con te non resto.

Che è? Gli occhi mi pungono. Non voglio...

Salice! Salice! oh! il mio canto mesto!

 

Un vecchio canto. E non l’udrai, mio bene!

E sembra fatto per il mio cordoglio.

E questa notte sempre al cor mi viene.

 

 

Cantate il verde salice! Non t’amo,

ché t’amo sola. E sola io parto. Avanti,

pur mi farò ghirlanda d’un suo ramo.

 

E non so fare ch’io non pieghi, o caro,

da un lato il capo, e che tra me non canti

il vecchio canto dell’amore amaro...»

 

II

 

Ecco... le stelle chine sullo stelo

si richiudean nei bocci rosa ed oro:

trascolorava in oro e rosa il cielo...

 

l’uomo la vide! Ella sedeva in riva

d’un ruscel fresco, presso un sicomoro.

L’acqua gemeva, l’albero stormiva.

 

 

E delle stelle aperte era la bella

sola. Il suo florido alito lontano

giungeva all’aspra terra, alla sorella.

 

Alla fanciulla, le cadea dagli occhi

dentro il ruscello il pianto. Ed una mano

tenea sul petto e il capo sui ginocchi.

 

 

Erano i suoi sospiri che le fronde

facean brusire, e le lagrime amare

facean or sì or no risonar l’onde.

 

Come era grande, il suo dolore, e grave!

Ma ella lo sentiva tramutare

in un accordo tinnulo e soave.

 

 

Ella piangea l’aurora senza giorno,

ella piangea l’amore senz’amore,

e la felicità senza ritorno.

 

Piangeva sotto il sicomoro, in riva

del bel ruscello. Al grande suo dolore

l’acqua cantava, l’albero brusiva.

 

 

Soltanto luce ed ombra era a mirarla,

e la sua voce era esile, di morta,

di morta quando torna in sogno, e parla.

 

Apriva un po’ le palpebre come ali

d’una farfalla, un po’ la bocca smorta:

salice... salice... salice...

 

III

 

E balzò su, come di sé stupita,

e levò alto e vie più alto un canto,

toccando l’arpa con le lievi dita.

 

Filò, guizzò nel cielo azzurro ed oro

il puro canto e rimbalzò rinfranto

in un immenso singultìo sonoro.

 

 

Sfavillò. Si spegneva... era già spento

No: riviveva e distendea le bianche

ali nel cielo e palpitava al vento.

 

Risaliva con palpiti e sussulti

alto, più alto, per rinfrangersi anche

in un’onda, in un’ansia di singulti.

 

 

Gridò. Morì. Sola le cristalline

lagrime l’arpa ora stillava; quando

risorse la dolcezza senza fine,

 

riprese il canto, alto tra cielo e mare,

a plorar forte, ad implorare blando,

spezzarsi, unirsi, sospirare, ansare;

 

 

un grido, e pace. Ecco le goccie d’oro

tinnir sull’arpa, dalle corde mosse

di quell’acuta gioia di martòro;

 

e il canto alzarsi e i palpiti argentini

piovere giù, poi risalire a scosse,

a spiri, a strida...

E balzò su, Rossini.

 

 

Tacita l’alba, tacita la strada.

Sul mare alcune lievi nubi rosse.

Sopra la terra fresco di rugiada.

 

Ronzava quella voce di preghiera

e di dolore, quasi ancora fosse

con lui la povera anima; e sì, c’era!

 

 

Molle di pianto, egli percosse i tasti

tuoi, clavicembalo, e tu palpitasti...

 

assisa a piè d’un salice...

 

 

 

TOLSTOI

 

I

 

Cercava sempre, ed era ormai vegliardo.

Cercava ancora, al raggio della vaga

lampada, in terra, la caduta dramma.

L’avrebbe forse ora così sorpreso

con quella fioca lampada pendente,

e gliel’avrebbe con un freddo soffio

spenta, la Morte. E presso a morte egli era!

e Dio gli disse: «Io già non venni a pace

mettere in terra; pace no, ma spada.

Venni a separar l’uomo da suo padre,

figli da madre, suocera da nuora.

I suoi di casa l’uomo avrà nemici».

E Dio soggiunse: «Non cercare adunque

ciò che le genti cercano; ma il regno

cerca di Dio, cerca la sua giustizia!

Né pensare al dimani: esso, ci pensi.

Ad ogni giorno basta la sua pena».

E Dio gridò: «Chi ama padre o madre

su me, non è degno di me. Chi ama,

più di me, figlio o figlia, non è degno

di me. E chi non prende la sua croce

e segue me, non è degno di me».

Ed e’ vestì la veste rossa e i crudi

calzari mise, e la natal sua casa

lasciò, lasciò la saggia moglie e i figli,

e per la steppa il vecchio ossuto e grande

sparì. Tra i peli delle ciglia gli occhi

ardeano cupi nelle cave occhiaie,

e gli sferzava intorno al viso il vento

la bianca barba. Tra le betulle irte

andava, curvo sul bordone, ed aspra

scrosciava sotto il grave piè la neve.

E mentre andava, a lui più forte il cuore

un dì batté; spicciava dalla fronte

ghiaccia il sudore ed anelava il petto.

Ond’ei sostò nella nevata steppa

in un crocicchio, in mezzo a grandi selve.

E chiuse gli occhi sotto i fili d’erba

delle sue ciglia. Ma li aprì stupito...

 

II

 

E si trovò sotto un pallor d’ulivi.

Ed una voce udì soave accanto:

«Frate Leone, Dio ti benedica».

Ed era un poverello, ch’avea rotta

la tonica e il cappuccio ripezzato,

e scalzo andava, con la tasca al collo

sospesa, cinto d’un capestro i fianchi.

Erano intorno strida di cicale,

canti d’uccelli in chiarità di sole.

E il poverello disse al pellegrino

così: «Frate Leone pecorella,

ben tu scrivesti, ove è perfetta gioia.

Quando giungiamo al nostro loghicciolo

Santa Maria degli Angeli, e la porta

picchiamo, ed esce il portinaio, e dice:

- Chi siete voi? - Siam due dei vostri frati -

e colui dice: - Voi non dite vero;

andate via, che siete due ribaldi -

se noi gli obbrobri sosteniamo in pace;

frate Leone, ivi è perfetta gioia.

E se picchiamo ancora, ed egli ancora

esce e ci caccia con gotate e dice:

– Partitevi indi, o vili ladroncelli! –

se questo ancora noi portiamo in pace;

frate Leone, ivi è perfetta gioia.

E se, da fame stretti pur, picchiamo

e in pianto e per l’amor di Dio preghiamo

ed egli esce e ci batte a nodo a nodo

con un bastone, e noi soffriamo in pace;

frate Leone, ivi è perfetta gioia.

E però scrivi, che se il male al mondo

resta, soffrirlo è meglio assai che farlo;

meglio che dare, è che ti diano; meglio

giacer Abel, che stare in piè Caino.

E però scrivi, che non è nel mondo

pregio maggiore, ch’essere dispetti,

e somigliare, in anco noi volere

beffe, gotate, verghe, fiele e croce,

all’uomo in terra ch’era Dio nei cieli».

 

III

 

E per la via moveano i due più oltre.

E li seguiva, a bocca aperta, un lupo,

grande, peloso. E ne vedeva l’ombra

il pellegrino, e lo credè venuto

dietro i suoi passi dalla bianca steppa.

Ma il poverello: «È frate Lupo, un lupo

ch’era omicida pessimo, e la terra

gli era nemica; ma gli accattai grazia

e feci dar le spese, ch’io sapeva

che tutto il male lo facea per fame».

Così dicendo il poverello, il lupo

chiuse la bocca che teneva aperta

per anelare, e mosse un po’ la coda.

E per la via moveano i due più oltre.

E la campagna piena era d’uccelli

lieti del sole; e il poverello disse:

«Frate Leone, nella via m’aspetta

tanto che un poco io predichi a gli uccelli».

Entrò nel campo, e cominciò da quelli

ch’erano in terra; e subito a lui tutta

venne la moltitudine infinita

che v’era, di su gli alberi; ed insieme

coglieano il frutto delle sue parole,

aprendo i becchi, distendendo i colli,

movendo l’alie; e quando fine e’ pose,

in schiera su frullarono cantando.

E per la via moveano i due più oltre.

Ed un mendico venne loro incontro

e chiese loro carità d’un pane

per Dio; ma il poverello nella tasca

non avea pane, e n’era assai dolente.

Ma un libro avea, ch’era il sol che avesse,

ed e’ lo prese dalla tasca, e diello

all’uom digiuno, e: «To’» gli disse «e vendi

questo a chi voglia, poi ch’a me non giova:

e compra pane, e Dio ringrazia e loda».

E questi prese il libricciolo e corse

verso una terra, per mutarlo in pane.

E ’l libro era il Vangelo di Gesù.

 

IV

 

Nella città rissavano i maggiori

ed i minori; e gli uni avean le spade,

gli altri i pugnali, ed erano di cenci

questi coperti, e que’ vestian di ferro;

gli uni più forza, gli altri avean più odio.

Ed ai minori si mescean le donne

forte strillanti e i figlioletti ignudi.

E quelle labbra quasi rosse ancora

del bere al petto, impallidian già d’ira.

E dagli obbrobri si veniva al sangue.

E il poverello si gettò nel mezzo

a gl’infelici, ferro fosse o cenci

lor vestimento, avessero più forza

ovver più odio, e per il santo amore,

e questi e quelli scongiurò, ch’è Dio.

E pregò tutti, poveri e banditi,

servi e padroni, artieri ed aratori,

vergini e spose, giovani e vegliardi,

malati e sani, gente d’ogni lingua,

uomini d’ogni parte della terra,

quelli che sono, quelli che saranno,

li pregò tutti, esso minor di tutti,

di star uniti, di formar un solo,

un solo in terra, come un solo è in cielo.

Così pregava e caddero le spade

ed i pugnali, e ruppero in singulti

uomini e donne, e gli uomini di ferro

prendean in collo i cattivelli ignudi,

che ognun vedesse tra la turba il Santo.

E tutti insieme, tese al ciel le mani,

davano lode a Dio ch’aveano in cuore,

che mai non muta, cui non vede alcuno,

né alcun comprende, dolce, alto... e la terra

tutta echeggiava Amore! Amore! Amore!

Ma il Santo volto al suo compagno: «Frate

Leone,» disse, «or va per altra via,

ché a me conviene ora fuggir celato...»

E sparve. E l’altro uscito dalla terra

andò ramingo per ignote strade.

 

V

 

E si trovò nel mezzo a una pineta.

Misto d’incenso v’era odor di mare.

Udì lontano un suono di compieta.

 

Pianger parea la squilla il dileguare

ad occidente d’assai più che un giorno!

E là tra il nero era un lucor d’altare.

 

Parea, la selva, un tempio. E quando intorno

tacque la squilla sola, ecco dei pini

s’udì l’aereo murmure piovorno.

 

Stridiano sulle stipe e sugli spini

tremuli i grilli, e rispondean le rane

a quando a quando di su gli acquastrini.

 

E notte venne, e fu tutt’ombre vane

l’antica selva, e risonò di rotte

grida di fiere e forse voci umane.

 

Uno sfrascare, un galoppare a frotte,

un grido acuto, e poi silenzio ancora,

e l’ansimare solo della notte.

 

E sorse il lume d’una strana aurora

notturna, che le strigi vagabonde

fece fuggir con muti voli anzi ora.

 

Trascolorò sotto le pallide onde

il tempio immenso con veloci fiumi

ed alte guglie e cupole rotonde.

 

E il pellegrino, in mezzo al lento fumi-

gare di luce vivida e spettrale,

un uomo vide lento errar tra i dumi.

 

Veniva dal gran Carro boreale.

Solcato d’ombre era il suo volto macro,

e fisso l’occhio, e sempre, il passo, uguale.

 

Egli avanzava per il luogo sacro,

tra un’infinita fuga di colonne.

Lo accompagnava il suono del lavacro

 

del mare eterno... di quell’altro insonne!

 

VI

 

E vide il vecchio, e gli mormorò: «Pace».

E il vecchio scosse il capo: «Andai, lontano,

per aver lei, da tutto ciò che piace!»

 

«Io fui cacciato»: mormorò il silvano.

E poi soggiunse: «e mi sbalzò sul flutto

d’ogni procella il folle vento vano.

 

Così mostrai le piaghe mie per tutto.

Altro non fui che pianta di mal orto,

pianta silvestra senza fior né frutto.

 

A me fu questo che tu vedi, il porto.

Per questa selva m’aggirai cattivo

e lasso e tristo e cieco e nudo e morto.

 

Morto non pur, ma come non mai vivo.

Era il mio nome per fuggir disperso,

qual foglia secca su corrente rivo.

 

Dante, il mio nome. Ero nel nulla immerso,

quando, guardato in viso la ventura,

sorsi e descrissi tutto l’universo.

 

Descrissi l’uomo, e il sonno nell’oscura

selva e il risveglio, e l’apparir di fiere,

l’una che attrae, la coppia che spaura.

 

Mi seppellii sotterra per vedere.

Vidi né vivi i più né morti, vidi

gli uomini bestie e l’anime più nere.

 

Ebbro di lai, d’urli, di guai, di gridi,

mi lasciai sotto capovolto il male,

e giunsi a santi solitari lidi.

 

A un santo monte su per aspre scale

salii, dove la pena era gioconda.

Gli angeli ventilavano con l’ale.

 

Nel fuoco entrai. N’ebbi la vista monda.

Entrai là dove bene è ciò che piace,

e l’uomo oblìa, poi si rinnova, all’onda

 

di sacre fonti. E ritrovai la pace».

 

VII

 

Poi disse: «Ritrovai la beatrice».

E il vecchio parve domandar qual era

quel monte, lungi, dov’è l’uom, felice.

 

Spirava un’aura placida e leggiera

che scivolava sopra i larghi pini,

recando odor di mare e primavera.

 

E con sommessi sibili tra i crini

irti soffiava, e giù garrian gli uccelli,

nell’ombra nera, gl’inni mattutini.

 

Già si vedean fioriti gli arboscelli

appiè dei pini, e l’acqua bruna bruna

moveva là, di limpidi ruscelli.

 

E il vincitore della sua fortuna

disse: «Non mossi il piè di qui. Del pianto

o della gioia, questa selva è una».

 

Sorgeva il sole; e più che dolce, intanto,

tra il sibilare de’ chiomati rami,

fra l’infinito rompere del canto

 

degli uccelletti e il rombo degli sciami

e il singulto dell’acque andanti e l’almo

odor delle viole e de’ ciclami,

 

accompagnato dal respiro calmo

del mare eterno, su per la pineta

veniva il suono d’un eterno salmo.

 

Venìa Matelda lieta oprando, lieta

cantando, con sue pause per un fiore,

sempre movendo verso il suo poeta.

 

Ora la selva antica dell’errore

e dell’esilio e d’ogni trista cosa,

splendea di gioia e sorridea d’amore.

 

Dall’oriente acceso in color rosa,

cinta d’ulivo sopra il bianco velo,

perennemente a lui scendea la sposa,

 

per trarlo in alto, al Libano del cielo.

 

VIII

 

E si trovò tra massi di granito,

il pellegrino, irsuti di lentisco

e di ginepro, e v’odorava il timo

e l’acre menta e il glauco rosmarino

dai fior cilestri. E vi s’udìa lo zirlo

dei tordi e il trillo delle quaglie e il fischio

dei merli. E sparso era un armento bigio

d’onagri. E stava, sopra un masso a picco,

bianca una vacca avanti il mar tranquillo.

 

Ed era quella un’isola selvaggia,

con grande odor di regamo e di salvia.

Pascea sui picchi la solinga capra,

pascean le vacche chiuse nella tanga.

Né rissa mai v’ardeva, se non l’aspra

voce talora alta mettea la mandra

degli orecchiuti. E il mare sussurrava

come un po’ stanco, con la placid’ansia

quasi di sonno, all’ineguale spiaggia.

 

Pur altre volte il vento udire il rullo

facea di cupi timpani e l’acuto

squillo di trombe, andando al ciel lo spruzzo

salso del mare; e un secco fragor lungo

dava, ai macigni ed allo scoglio, d’urto.

Fuggiano il vento pallide le nuvole,

accavallate all’orizzonte oscuro;

e palpitava scosso da un sussulto

il cielo, il cielo che v’è sempre azzurro.

Ma il sole allora limpido come oro,

scaldava i pingui cavoli nell’orto,

le prime fave, i fiori del fagiolo.

E del fior d’uva già per l’alto poggio

spremea l’odore. E i petali di fuoco

già dei gerani trasparian dal boccio.

E luccicava l’àlbatro e l’alloro...

 

IX

 

E il pellegrino vide un uomo rosso

che arava. E miti vacche erano al giogo.

 

Ed un altr’uomo, che vestìa di fiamma,

spargeva il seme con man lenta e savia.

Ed un altr’uomo, che vestìa di grana,

copriva il seme con la grave zappa.

E l’aratore dalla fronte larga

spargea sudore, e lietamente arava

con un sorriso tra la fulva barba.

La chioma bionda fluttuava all’aria.

Specchiava il sole la pupilla chiara.

 

E venner altri da vicini tetti

recando cibo, che vestìano anch’essi

tuniche rosse. Avevano nei cesti

fave fumanti e pan raffermo e pesci

seccati al vento. All’ombra di due lecci

sederon tutti, come dei, sereni.

Erano a loro sassi erbosi i seggi,

sassi le mense. E sparsi per i greppi

parlavan olio e grano, uve ed armenti.

E già pasciuti, bevvero sul pane

acqua di pozzo. Non aveva altre acque

l’isola dura, né, pur mo’ piantate,

davan le viti ciò che fa buon sangue.

Né altro dava l’isola, che piante

di pino e tasso buoni per le fiamme

d’un grande rogo. Un’isola di capre

era, silvestri. Qualche angusta valle

sola pativa il ferro delle vanghe.

 

E il pellegrino s’indugiava, e stette

molto ammirando l’eremita agreste,

che aveva in odio lotte, risse e guerre,

che sazio e lieto, tolte ormai le mense,

sorgea dicendo: «Nella pace è il bene!»

 

X

 

Ma improvvisa ecco nitrì Marsala,

passò nitrendo la giumenta baia

libera e nuda. Un vento di battaglia

precipitò sull’isola selvaggia.

 

Era il corsaro, era il filibustiere

sfidante il fuoco in mezzo alle tempeste,

era il cavalcatore, era il truppiere

volante via tra un flutto di criniere,

via per le Pampe, via per le foreste,

un contro cento, e ora e dopo e sempre!

 

Era il romano difensor dell’Urbe:

Mario gli diede i fasci con la scure:

egli passò tra quattro genti, immune,

dalla tua rupe, o Giove, alla tua rupe,

Titano, da San Pietro alla Palude,

come l’eroe nascosto in una nube!

 

Era il nocchiero che volgea la barra

del navil mosso a ricercar l’Italia,

dietro una stella; e nel chiaror dell’alba

s’udì gridare: Italia! Italia! Italia!

Ella apparia tra fuoco ardente e lava

fumante. Egli vi scese con la spada...

 

E la giumenta ripassò nitrendo,

squillò quel ringhio come tromba al vento,

stettero, grandi, alti, col mento eretto,

guardando lungi, in fila ed in silenzio,

gli uomini rossi. Ognun pareva intento

a un’ombra dubbia, ad un rumor sospetto...

 

Ma l’aratore il liscio collo e l’anche

palpò plaudendo con le mani cave

alla giumenta e dielle del suo pane...

E presso lui si fece il vecchio errante,

vestito al modo delle sue campagne.

«Mugik eroe» disse: «io vuo’ qui restare».

 

SVB ARBVTO

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 15 luglio 2005