Giovanni Pascoli

 

 

Odi e Inni

[1906-1913

 

 

 

 

 

 

 

Edizione di riferimento

Giovanni Pascoli, primo, con due saggi critici di Gianfranco Contini e una nota bio-bibliografica, Oscar Classici, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1974, III edizione (I ed. 1939)

 

 

Odi

 

canamus

 

 

Alla giovine Italia

 

 

PREFAZIONE

 

Per voi io canto, o giovinetti e fanciulle: solo per voi. Quali altri seguirebbero, con l’agevole docilità che la poesia richiede, il poeta, sì quando narra la comunione che passa per il viotterello, sì quando descrive Achille e il suo cavallo che si parlano negli occhi? Gli uni si sentono offesi dalle preterie cristiane, gli altri si mostrano uggiti dalle favole pagane. «Altri tempi!» dicono gli uni e gli altri. E mi par di vedere i sogghigni sopra la Porta santa, e ho ancora nell’orecchio gli anatemi a proposito del Pope. E quelli che, leggendo l’inno al puro di sangue figlio dell’eroe, avessero approvato il sognatore della pace, trovandosi poi avanti l’inno alle batterie siciliane ruggirebbero contro il cantore della guerra. E chi si commuove per il re che muore in piedi, non vuole poi sentir parlare di carcere che si schiuda e di catene che si sciolgano: e chi accoglie nel cuore il giuramento dei redivivi nelle parole di Mazzini, respinge e aborre il pane di farro guadagnato dal duca degli Abruzzi. E a cui dispiacque una poesia, una strofa, una parola del libro, tornerà con animo mutato sul tanto che forse gli era piaciuto e che non gli piacerà più. E così dunque dovranno far tutti, e tutti così faranno.

Voi, no. A voi può piacere nel tempo stesso la slitta dei cani che va piccola e nera sulla neve, e il pope trasfigurato che passa il fiume vermiglio; voi potete ugualmente amare le brevichiomate vergini che dànno i tre baci della resurrezione ai loro uccisori, e il vecchierello schiavo di Dio che mura le pietre secolari.

Nessuno è, spero, intorno a voi e in voi che v’imponga una scelta, di suo gusto, tra le tante cose che voi sentite belle e buone. E così, per ora e, come vi auguro, per sempre, voi potete godere la poesia della vita, perché avete la libertà.

Non io godo ora, o giovinetti e fanciulle, nel dar fuori questo libro, sebbene nel farlo a parte a parte anch’io godessi!

Ora, no. Quei tali che ho detto, e che non pretendo mi leggano, sogliono chiedere, non, Chi sei? ma, Che cosa sei? cioè, di qual parte? – Di nessuna: homo sum –. Eppure ci sono certe fatali divisioni per le quali un uomo non può trovarsi di qua e di là, senza essere uomo o doppio o mezzo… per esempio, sei per la fede o per la scienza? Sei, nel gran conflitto economico, col lavoro o col capitale? – Non tengo da quelli che siffatta divisione ammettono come fatale e naturale: tanto posso rispondere.

La fede? Ve la chiedono come una cosetta da nulla che a negarla si sia degni del fuoco, che si usava un tempo, o della riprovazione, del ribrezzo, dello schifo universale, come si usa anche adesso. Si appagano che milioni e milioni e milioni di sordomuti intellettuali dicano «Noi crediamo tutto» senza nemmeno udire un articolo di questo tutto; simili al bonomo che si fida, e non vuol vedere la distinta, e paga senz’altro. Godono di tener sotto chiave, come la collana della Tecla, il credo dei loro parrocchiani, che lo ritireranno il giorno del giudizio, e ora non lo vedono più: i loro parrocchiani, che essi dicono semplici di cuore e poveri in spirito. Eh! via! no. L’intelletto deve intervenire in questa virtù che di tutte è la più difficile, sì che i teologi non la concepiscono se non come grazia; deve essere presente di continuo, l’intelletto, se ha da sottomettersi ed assentire. Ora si può fare della fede un segnacolo in vessillo, e si può dire alle genti, che seguano quella bandiera ciecamente, senza chiedere che cosa ella rappresenti? Non si può. L’intelletto, non si deve riporre, quando si tratta di fede, come si fa riporre, quando si tratta di milizia e di battaglia.

A dire il vero il più di quelli che seguono quella bandiera, sono più lontani dalla fede che quella bandiera vuol significare, che il più di quelli che si dinegano a seguirla; perché questi hanno vivo nello spirito l’elemento essenziale della fede, cioè l’atto della ragione. Non è impossibile, non è improbabile, non è insolito, che questi, dubitando e indagando, provando e riprovando, arrivino al punto estremo, in cui l’anima offra all’infinito mistero le sue vane ansie, e creda. Ora qual divisione è codesta che si crea nel genere umano, di uomini da una parte, che rispondendo Sì, mostrano di esser per il No, e di uomini dall’altra, la cui negazione può, anzi deve, essere il primo articolo del credo?

La lotta? C’è sempre stata la lotta tra chi lavora e chi gode il frutto del lavoro altrui. La storia sembra anzi essere mossa dalla aspirazione di star bene in chi sta male, e di star meglio in chi sta bene. Sembra, non è; o meglio, non è mossa da quella sola energia. Oltre gli uomini occupati continuamente nella rissa della esistenza, vi sono quelli che vi si mettono in mezzo per sedarla. Oltre gli uomini ossessi dal dèmone della cupidigia e della rivalità, vi sono quelli che vogliono gettare dal cuore ogni acre fermento di contesa. Oltre gli uomini che non aspirano se non a star bene o meglio, vi sono quelli che non anealano se non a far bene, a fare, ogni giorno, ogni secolo, ogni millennio, meglio. Sono questi i veri uomini; di questi si compone la vera umanità, sempre, vogliam credere, progrediente nel dissomigliare alle bestie. Or bene, questi con le parole e più coi fatti e, sopra tutto, con l’esempio, hanno sempre cercato di disarmare i rapaci e di aiutare gli oppressi; e sono dunque nella lotta, ma non della lotta. Sono pacieri, non guerrieri. Essi non hanno altro fine, o almeno, quando anche sembri il fine sia diverso o non ne sia alcuno, non ottengono altro effetto, che di promuovere l’umanità del genere umano. Di questi bisogna essere: contro, cioè, la divisione, non o di qua o di là.

Ma tristo a chi professa, non dico che adempisca, i principii che io dico! Credereste voi che sia bella la sorte di chi è terzo in una rissa, o sia mezzo tra due eserciti schierati in battaglia? Vedete il caso mio: quelli di cui ho cantata la comunione, mi scomunicano; quelli per cui ho gridato Pace! Mi chiamano chierico. Ebbene? Dicevo a principio, Homo sum, con le parole d’un pagano: dirò in fine, con le parole del vangelo, Ecce Homo! Lo so, lo so, questo è il modo, non di piacere a tutti, ma di non piacere a nessuno!

A nessuno? A voi, sì: a voi, giovinetti e fanciulle, a voi, che, di qualunque età siate, o serbate o ricuperate la santa giovinezza, la cara libertà dell’anima!

E come vorrei che le mie poesie, oltre che fatte per voi, fossero anche degne di voi! E quante più di numero vorrei che fossero! Io sento di non avervi ancor detto nulla di ciò che avevo per i vostri cuori. E temo di andarmene, volgendomi disperatamente addietro per dirvi ciò che non dissi, e che è, sempre e ancora, il tutto. Bisogna affrettarsi, ora. Gli anni non vengono, ora: vanno.

Pochi giorni sono, io, ritornato in questa mia buona madre Bologna, mi trovai d’un subito così ingrossate e moltiplicate nel pensiero le difficoltà d’un assunto, il quale tuttavia io non avevo accettato se non a molto mal in cuore, così d’un tratto impoverite e annichilite le mie attitudini, che invilii tutto e quasi disperai. Mezzo secolo di mia vita era da pochi giorni trascorso; e che cosa avevo fatto sino allora di veramente buono e durevole? E in quelli anni, ormai così pochi, che forse mi avanzavano, necessariamente meno vivi e vitali, che cosa di meglio e di più avrei potuto fare? Tristo e nero, or preceduto e or seguito da un mio fido compagno, un mattino io presi per un’erta solitaria, poco lontano da casa mia. Guardavo i ciottoli. Di lì a poco alzai gli occhi: una grande croce di sasso era avanti a me.

E io mi fermai a quella croce che è il grande segnacolo dell’umanità; dell’umanità che tale è in quanto rinunzia in parte o in tutto, a ciò che par la legge di tutte le esistenze; alla lotta, vale a dire, per sé. Mi fermai, e mi volsi. La grande città si stendeva ai piedi di quella croce, e cominciava a due passi di lì; eppure pareva tutta quanta lontana: come se io la vedessi in sogno. Non la vedeva tutta, ma quanto vedeva, era essa, sì che pareva infinita. Una leggiera nebbia ondeggiava su lei, e s’indorava un poco al pallido sole invernale. Si distinguevano le grandi masse dei templi e le alte torri: proprio in faccia a me il sottile stelo dell’Asinella feriva di tra la nebbietta l’aria turchina. Qua e là un fioco e dolce suon di campane pareva la voce della poesia sull’immobilità della storia.

E la mia vecchia Bologna mi parlò al cuore e mi parve che dicesse: «non vedi? Sono Bologna. Non ricordi? La tua giovinezza è qui. La tua povera giovinezza che tu non vivesti, io te l’ho serbata. È qui. Ce n’è un po’ da per tutto, nelle vie e nelle piazze, nelle case e nelle chiese, nella vecchia Università, persino a San Giovanni in monte. È qui. Ha fatto bene a venire a riprendere ciò che lasciasti. Coraggio!».

Oh! fosse vero, o giovinetti e fanciulle, che io potessi ritrovare le cose perdute! A voi io le renderei; e sarei felice io, del dono più a voi conveniente, che potessi farvi ancora!

Bologna,  febbaio del .

 

 

AVVERTENZA

 

Questa terza edizione si accresce di ciò che l’autore stesso aveva destinato a questo volume; ossia delle odi: I crisantemi, A Gaspare Finali, A riposo, Alla cometa di Halley, Ad una ròcca, Chavez e Abba, e dell’Inno a Dante degli emigrati italiani. Ora questi otto lavori sono definitivamente a posto qui, e l’edizione non subirà in seguito altri mutamenti.

Bologna, maggio del .

m. p.

 

 

ODI

 

 

LA PICCOZZA

 

Da me!… Non quando m’avviai trepido

c’era una madre che nel mio zaino

ponesse due pani

per il solitario domani.

 

Per me non c’era bacio né lagrima,

né caro capo chino su l’omero

a lungo, né voce

pregnante, né segno di croce.

 

Non c’eri! E niuno vide che lacero

fuggivo gli occhi prossimi, subito,

o madre, accorato

che niuno m’avesse guardato.

 

Da me, da solo, solo e famelico,

per l’erta mossi rompendo ai triboli

i piedi e la mano,

piangendo, sì forse, ma piano:

 

piangendo quando copriva il turbine

con il suo pianto grande il mio piccolo,

e quando il mio lutto

spariva nell’ombra del Tutto.

 

Ascesi senza mano che valida

mi sorreggesse, né orme ch’abili

io nuovo seguissi

su l’orlo d’esanimi abissi.

 

Ascesi il monte senza lo strepito

delle compagne grida. Silenzio.

Ne’ cupi sconforti

non voce, che voci di morti.

 

Da me, da solo, solo con l’anima,

con la piccozza d’acciar ceruleo,

su lento, su anelo,

su sempre; spezzandoti, o gelo!

 

E salgo ancora, da me, facendomi

da me la scala, tacito, assiduo;

nel gelo che spezzo,

scavandomi il fine ed il mezzo.

 

Salgo; e non salgo, no, per discendere,

per udir crosci di mani, simili

a ghiaia che frangano,

io, io, che sentii la valanga;

 

ma per restare là dov’è ottimo

restar, sul puro limpido culmine,

o uomini; in alto,

pur umile: è il monte ch’è alto;

 

ma per restare solo con l’aquile,

ma per morire dove me placido

immerso nell’alga

vermiglia ritrovi chi salga:

 

e a me lo guidi, con baglior subito,

la mia piccozza d’acciar ceruleo,

che, al suolo a me scorsa,

riflette le stelle dell’Orsa.

 

 

LA LODOLA

 

Vidi sovente in mio cammin le rote

nere del falco meditante il salto

a piombo; e un’eco pure udii di note

lievi, più in alto.

 

Nell’alto, dove sia libero e solo,

getti non vista dalla via ch’io calco,

lodola, il canto; ben più su d’un volo

nero di falco.

 

In mio cammino nubi pesar grevi

sentii come su corpo morto velo

funebre; e un’eco pur udii di lievi

note, più in cielo.

 

Nel cielo, dove sia solo e sincero,

il canto inalzi, ove non è chi rubi,

lodola, il sole; ben più su d’un nero

volo di nubi.

 

Un inno sempre, un inno, nel cammino

della mia vita, puro agile e forte,

sopra il dolore, più su del destino,

oltre la morte!

 

 

A UNA MORTA

 

O tu che sei tra i vivi

solo perché ti penso;

come se odor d’incenso

fosse il pino che fu;

 

ma con me vivi, vivi

tu pure un po’: tremando

l’attimo io vedo, quando

non ti penserò più!

 

Resta di me, pensiero!

Ch’io creda, o Dio! Tuoi servi,

Morte, sian vene e nervi;

pensiero, anima, no!

 

Ch’io resti col pensiero,

che non si estingua mai!

E sempre in me sarai,

in te sempre sarò.

 

Ma… Oh! l’eterna doglia

del mio pensiero sperso,

quando nell’Universo

cerchi ciò che non v’è!

 

quando le braccia voglia

per ricondurti al seno!

la bocca! gli occhi! almeno

perch’io pianga su te!

 

 

L’ULTIMO FRUTTO

 

Io t’amo, o tarda bacca selvatica,

che non maturi se non nell’intima

cucina, pendendo in corimbi

più su delle dita dei bimbi.

 

Te il più ritroso porta tra gli alberi

familïari, ed ultima, e piccola

ma cara, il villano ti coglie

pensoso al cader delle foglie;

 

e tu, mentre urlano aspre le raffiche,

ricordi ai bimbi chiusi che ronzano

per casa come api nel bugno,

le rosse ciliegie di giugno.

 

Rosea ma lazza come la vergine

che sul materno palpito s’educa,

tu ami la casa tranquilla,

tu ami il camino che brilla.

 

Maturi lenta come la vergine,

che un dì qualcuno stacca dai rosei

fratelli; e poi liba con lieto

stupore un suo miele segreto.

 

 

IL SEPOLCRO

 

Lasciate il sepolcro alla carie

che roda anche il nome a chi giace;

velato da parïetarie

non resti che… pace…

 

S’attorcano insieme i vilucchi,

si strascichi il rovo e la vite

salvatica; e il vento v’ammucchi

le foglie marcite.

 

Un giorno verrà… Ma quel giorno

che strazi di fiori! che strappi

di ricci! che sperpero intorno

di candidi pappi!

 

Lasciate quell’edera! Ha i capi

fioriti. Fiorisce, fedele,

d’ottobre, e vi vengono l’api

per l’ultimo miele.

 

Che resti sospesa ai due bracci

di sasso muffito! Oh! non nuoce!

Lasciate che ancora l’abbracci

la vecchia mia croce!

 

 

IL VECCHIO

 

Che fa quel vecchio in cima al colle

tra i raggi dell’aurora?

che s’inginocchia su le zolle,

come uomo pio che adora?

 

Vanno per l’aria celestina

due nuvolette sole,

sul bianco vecchio che si china

venerabondo al sole.

 

La brezza in mano a lui tremare

fa un lungo esile stelo.

La terra è come un grande altare

donde egli l’offre al cielo.

 

E tutto già da monte a valle,

come se un tempio fosse,

risplende… Ma son foglie gialle,

ma son pampane rosse.

 

E quei due cirri in un sorriso

vanno lassù coi lembi

di rosa e d’oro… Ma l’avviso

sono di piogge e nembi.

 

E il vecchio porge al sole eterno

l’esile vetta mossa

dal vento… Ma già presso è il verno,

è avanti lui la fossa.

 

La fossa è avanti lui… Ma esso

vi pianta un arbuscello;

e il lungo verno ch’è già presso,

lo inaffierà bel bello;

 

e il vento ch’ora lieve lieve

lo fa tremare, un giorno

gli sputerà contro la neve,

gli ruggirà d’intorno,

 

in vano! e il vecchio, tra qualche anno,

niuno dirà, Lo vidi:

il suo grande albero vedranno

che sarà tutto nidi.

 

 

L’AURORA BOREALE

 

Ai miei primi anni… infermo ero e lontano

da tombe amate… udivo dei compagni

il suon del sonno, uguale e piano,

sommosso da improvvisi lagni;

 

e, solo, e come chi non sa se giunga

mai, troversava con il mio martirio

io tutta l’oscurità, lunga,

con, sopra, il fisso occhio di Sirio.

 

E nella notte giovinetto insonne

vidi la luce postuma, lo spettro

dell’alba: tremole colonne

d’opale, ondanti archi d’elettro.

 

E sotto i flessili archi e tra le frante

colonne vidi rampollare il flutto

d’un’ampia chiarità, cangiante

al palpitare del gran Tutto.

 

Ti vidi, o giorno che dalla grande Orsa

inopinato esci nel cielo, e trovi

le costellazïoni in corsa

dirette a firmamenti nuovi!

 

Ti vidi, o giorno che su l’infinita

via delle nebulose ultime e sole

appari. M’apparisti, o vita

che splendi quando è morto il sole.

 

Un alito era, solo, per il miro

gurge, di luce; un alito disperso

da un solo tacito respiro

e che velava l’universo:

 

come se fosse, là, per un istante,

immobile sul sonno e su l’oblio

di tutti, nella sua raggiante

incomprensibilità, Dio!

 

 

IL CANE NOTTURNO

 

Nell’alta notte sento tra i queruli

trilli di grilli, sento tra il murmure

piovoso del Serchio che in piena

trascorre nell’ombra serena,

 

là nell’oscura valle dov’errano

sole, da niuno viste, le lucciole,

sonare da fratte lontane

velato il latrato d’un cane.

 

Chi là, passando tardo per tacite

strade, fra nere siepi di bussolo,

con l’eco dei passi, in un’aia

destava quel cane, che abbaia?

 

Parte? ritorna? Lagrima? dubita?

ha in cuor parole chiuse che batton

col suono d’alterno oriuolo?

ha un’ombra, ch’è sola con solo?

 

Va! Va! gli dice la voce vigile

sonando irosa di tra le tenebre.

Traspare dagli alberi folti

la casa, che sembra che ascolti…

 

come tra il sonno, chiuse le palpebre

sue grandi… L’uomo dorme, ed un memore

suo braccio, sul letto di foglie,

sta presso la florida moglie.

 

E dorme nella zana di vetrici

la bimba, e gli altri piccoli dormono.

S’inseguono al buio con ali

di mosche i loro aliti uguali.

 

Uguali uguali, passano tornano

con ronzìo lieve, dentro le tenebre

cercandosi: e l’anime ancora,

si cercano, sino all’aurora,

 

per le ignorate lunghe viottole

del sonno; e al fine si ricongiungono;

e scoppia sul fare del giorno

l’allegro vocìo del ritorno.

 

 

LA CUTRETTOLA

 

Sii maledetto, lugubre bombito,

sparo che i colli franto iterarono,

urtata via via

la loro autunnale agonia;

 

scoppio donde ora resta una nuvola

grigia che pigra fuma nel vitreo

serale silenzio,

tra i salci colore d’assenzio!

 

C’era, de’ doppi per la Vigilia

de’ Morti, un vago pendulo palpito

appena: sol oggi

vedevo i castagni già roggi:

 

quando quel tuono per sempre il gracile

bisbiglio ruppe d’una cutrettola

oh! scesa nel piano

per questa sementa del grano.

 

Parea dicesse: – L’uomo, che semina,

io l’amo. Buono, con un suo vomere,

egli apre le zolle

scoprendo l’anelide molle.

 

Non sementina forse è quest’umida

giornata? Or ora goccie di nebbia

piovevano mute

su l’aride foglie cadute.

 

Ma non un muglio s’ode a cui correre

possa io sui toffi con tremiti agili

e balli, nel solco

che segue alle spalle il bifolco.

 

O dove è il curvo bifolco? Trepida

schiere ho vedute muovere squallide

in umile cappa

al luogo ov’è un solo che zappa.

 

Zappa, non ara; zappa e non semina;

talor con uno, pallido pallido

e tacito, appresso;

nell’ombra d’un lungo cipresso…

 

L’uomo è men lieto della cutrettola:

pensano e vanno, pensano e piangono;

ed oggi più. Certo

n’è causa quel campo deserto.

 

Oh! là tra i tanti fiori che odorano,

c’è il serpe. Io voglio domani al lugubre

umano aratore,

seguendone il solco «Fa cuore!»

 

vuo’ dirgli: «è tanto dolce il tuo vivere,

che con la stessa marra a te semini

il grano, ed amico

tu scopri ad un altro il lombrico!…» –

 

 

L’ISOLA DEI POETI

 

Il treno andava. Gli occhi a me la brezza

pungea tra quella ignota ombra lontana;

e m’invadea le vene la dolcezza

antelucana:

 

e il capo mi si abbandonò. Tra i crolli

del treno allora non udii che un frùscio

uguale: il sonno avea spinto sui molli

cardini l’uscio,

 

e, di là d’esso, il fragor ferreo parve

piano e lontano. Ed ecco udii, ricordo,

il metro uguale, tra un vocìo di larve,

del tetracordo:

 

di là dal sonno, alcuno udii narrare

le due Sirene e il loro incantamento,

e la lor voce aerea, di mare

fatta e di vento:

 

gli udii narrare l’isola del Sole,

là dove mandre e greggie solitarie

pascono, e vanno dietro lor due sole

grandi armentarie,

 

con grandi pepli… Ed il tinnir cedeva

ad un’arguta melodia di canne:

udii cantare il fumo che si leva

dalle capanne,

 

le siepi in fiore, i mezzodì d’estate

pieni d’un verso inerte di cicale,

e rombi delle cupe arnie, e ventate

fresche di sale:

 

e chi cantava forse era un pastore

tutto nascosto tra le verdi fronde:

chiaro latrava un cane tra il fragore

vasto dell’onde.

 

Ecco e le cetre levano il tintinno

dorico, misto allo squillar del loto

chiarosonante. Ed improvviso un inno

sbalza nel vuoto:

 

l’aquila è in alto: fulgida nel lume

del sole: preda ha negli artigli: lente

ondoleggiando cadono giù piume

sanguinolente:

 

in alto in alto, sopra i gioghi bianchi

d’Etna, più su de’ piccoli occhi torvi:

nelle bassure crocitano branchi

neri di corvi.

 

Quel crocitare mi destò. Di fronte

m’eri, o Sicilia, o nuvola di rosa

sorta dal mare! E nell’azzurro un monte:

l’Etna nevosa.

 

Salve, o Sicilia! Ogni aura che qui muove,

pulsa una cetra od empie una zampogna,

e canta e passa… Io era giunto dove

giunge chi sogna;

 

chi sogna, ed apre bianche vele ai venti

nel tempo oscuro, in dubbio se all’aurora

l’ospite lui ravvisi, dopo venti

secoli, ancora.

 

 

LA QUERCIA D’HAWARDEN

 

Quercia d’Hawarden, dove sei? Te pure,

come le quercie antiche dalle rame

secche, del parco, abbatté giù la scure.

 

O nidi che celava il tuo fogliame!

O nell’alto pietà stridula e varia

di voli fermi, come d’api a sciame!

 

O stormi usati che al dorar dell’aria

scendeano in te per celebrar la festa

della lor giovinezza, o centenaria!

 

O stormi erranti che per l’aria mesta

di nubi ner in te scendean fidenti

a sfidare il fragor della tempesta!

 

Giace la quercia che in balìa de’ venti

per tanta età su roccia di granito

videro alzarsi immobile le genti.

 

Le genti, o vecchio grande uomo sparito,

vennero a te, che in terra profondavi

l’opera ed il pensier nell’infinito.

 

Popoli a te d’eroi vennero, schiavi;

e tu fremesti su le lor catene,

tu così grande come i lor grandi avi.

 

Ospite ad ogni vero, ad ogni bene,

tu, come ad ogni stormo, ad ogni nido,

quercia vestita d’edera e lichene;

 

tu, ad ogni sventura ospite fido,  

albero antico, dove sei?… Dov’era

sol esso un bosco, non è più che lido.

 

lido a cui scaglia i flutti la bufera

che già s’appressa: già nel ciel di brage

dai quattro punti l’avvenir s’annera.

 

Vento di guerra, vortice di strage

corre la terra, e le speranze sante

nel cielo oscuro svolano randage.

 

E un gran deserto, tutto cose infrante,

sotto la nube che sibila e va,

la terra dove tu stavi gigante,

 

albero morto della libertà!

 

 

BISMARCK

 

Oh! no: quieto non lo so pensare

tra le quattro assi, l’uomo della guerra.

Egli era il vento; il mondo era il suo mare.

 

Egli era il vento: e qual sepolcro serra

il vento che vanì con un lamento,

poi che volò su l’onde e su la terra?

 

Ecco: egli leva dalla bara il lento

suo fasciame dell’ossa; e su le porte

esplora l’aria, corazziere attento,

 

dalla lunga ombra. A mano a man più forte,

viene un nitrito simile a procella.

Giunge il cavallo, scende giù la morte.

 

Con suono arido, quasi se ne svella,

scende, e per te tiene il cavallo al morso,

regge la staffa. Corazziere, in sella!

 

Il senz’indugio, il senza mai rimorso

tu sei. È neve il tuo pensier, sul monte;

e n’ha, qual fiume, il tuo volere il corso.

 

Tu sei la Forza. Avanti dunque, o conte,

principe, duca, esci dal tuo maniero,

galoppa su la cupa eco del ponte,

 

corri pel mondo, ancora tuo!… Guerriero

dalla lunga ombra, ferma il tuo cavallo

nel campo, sotto quello stormo nero!

 

Era una batteria quella od un vallo?

la mischia avvenne tra le arboree felci

o i miti solchi esperti del metallo?

 

Qual n’era il segno? il vischio reo dell’elci,

l’aquila adunca, il Cristo che perdona?

E furono le spade arma o le selci?

 

E questa romba è di cannon che tuona,

o d’una mandra che barrisce ancora,

di buoi Lucani? E per una corona

 

o per un cervo ucciso oggi vapora

quel sangue? E i corvi dalla rauca voce

scavano gli occhi a miei fratelli d’ora

 

o a vinti, là, gladïatori in croce?

 

 

LA FAVOLA DEL DISARMO

 

Il mandriano dell’Aràm riposa.

È questa l’ora che ciò ch’era in cielo

di nubi fosche, trascolora in rosa:

 

l’ora, che appressa ciò ch’è lungi: un velo

vela il presente, un raggio è sul passato;

ombra al deserto, luce sul Carmelo:

 

l’ora, o pastore del deserto ombrato,

che al tuo ricordo appressa ciò ch’è morto,

ed al tuo sonno ciò che non è nato.

 

Tu dormi: è pace. Ma qual urlo è sorto

rauco dall’ombra? Oh! tu dormi. Le fiere

bevono insieme a non so qual Marmorto;

 

scesero a bere acqua di pace, a bere

acqua d’oblìo. Perciò non temi: un’onda

sola è comune a tigri ed a pantere.

 

Bevono: veglia la pupilla tonda,

mentre le lingue rosse come brace

leccano l’acqua che dal muso gronda.

 

Pastore errante, e tu non vegli: è pace:

ogni belva disarma ora gli unghioni,

disarma l’odio del suo cuor pugnace…

 

No! veglia veglia! Accendi i fuochi, i buoni

fuochi, in cui grande è l’umile virgulto!

Non senti come un brontolìo di tuoni?

 

Un bramito, un grugnito ed un singulto  

di sangue: voci d’ira irrequïete:

ed ecco arde la rissa, arde il tumulto,

 

la guerra! Nelle cupe ombre segrete

arde la guerra: l’acqua della gora

non è bastata a tutta quella sete.

 

Ora, silenzio. Ma tu veglia ancora;

nutrisci il fuoco buono ed infinito;

veglia ed aspetta il raggio dell’aurora!

 

Qualcuno viene; solo uno: fuggito

o vincitore? Tacquero le iene.

Un urlo tuona; solo, ma ruggito;

 

ed è sol uno, ma leon, che viene.

 

 

AL CORBEZZOLO

 

O tu che, quando a un alito del cielo

i pruni e i bronchi aprono il boccio tutti,

tu no, già porti, dalla neve e il gelo

salvi, i tuoi frutti;

 

e ti dà gioia e ti dà forza al volo

verso la vita ciò che altrui le toglie,

ché metti i fiori quando ogni altro al suolo

getta le foglie;

 

i bianchi fiori metti quando rosse

hai già le bacche, e ricominci eterno,

quasi per gli altri ma per te non fosse

l’ozio del verno;

 

o verde albero italico, il tuo maggio

è nella bruma: s’anche tutto muora,

tu il giovanile gonfalon selvaggio

spieghi alla bora:

 

il gonfalone che dal lido estrusco

inalberavi e per i monti enotri,

sui sacri fonti, onde gemea tra il musco

l’acqua negli otri,

 

mentre sul poggio i vecchi deiformi

stavano, immersi nel silenzio e torvi

guardando in cielo roteare stormi

neri di corvi.

 

Pendeva un grave gracidar su capi

d’auguri assòrti, e presso l’acque intenta

era al sussurro musico dell’api

qualche Carmenta;

 

ché allor chiamavi come ancor richiami,

alle tue rosse fragole ed ai bianchi

tuoi fiori, i corvi, a un tempo, e l’api: sciami,

àlbatro, e branchi.

 

Gente raminga sorveniva, e guerra

era con loro; si sentian mugliare

corni di truce bufalo da terra,

conche dal mare

 

concave, piene d’iride e del vento

della fortuna. Al lido navi nere

volgean gli aplustri con d’opaco argento

grandi Chimere;

 

che avean portato al sacro fiume ignoto

un errabondo popolo nettunio

dalla città vanita su nel vuoto

d’un plenilunio.

 

Le donne, nuove a quei silvestri luoghi,

ora sciogliean le lunghe chiome e il pianto

spesso intonato intorno ad alti roghi

lungo lo Xanto;

 

ed i lor maschi voi mietean di spada,

àlbatri verdi, e rami e ceree polle

tesseano a farne un fresco di rugiada

feretro molle,

 

su cui deporre un eroe morto, un fiore,

tra i fiori; e mille, eletti nelle squadre,

lo radduceano ad un buon re pastore,

vecchio, suo padre.

 

Ed ecco, ai colli giunsero sul grande

Tevere, e il loro calpestìo vicino

fugò cignali che frangean le ghiande

su l’Aventino;

 

ed ululò dal Pallantèo la coppia

dei fidi cani, a piè della capanna

regia, coperta il culmine di stoppia

bruna e di canna;

 

e il regio armento sparso tra i cespugli

d’erbe palustri col suo fulvo toro

subitamente risalia con mugli

lunghi dal Foro;

 

e là, sul monte cui temean le genti

per lampi e voci e per auguste larve,

alta una nera, ad esplorar gli eventi,

aquila apparve.

 

Volgean la testa al feretro le vacche,

verde, che al morto su la fronte i fiocchi

ponea dei fiori candidi, e le bacche

rosse su gli occhi.

 

Il tricolore!… E il vecchio Fauno irsuto

del Palatino lo chiamava a nome,

alto piangendo, il primo eroe caduto

delle tre Rome.

 

 

GLI EROI DEL SEMPIONE

 

Sottoterra due vaporïere immote,

divise da una grande porta,

aspettano. Un’ardente ansia le scuote.

Un urlo va per l’aria morta.

 

Porta di ferro, oggi è il trionfo! Muovi

su gli aspri cardini sonanti!

Apriti, o porta dei millenni nuovi!

O nuovi vincitori, avanti!

 

Voi per lunghi anni, a un’invisibil guerra

sacrando le rubeste vite,

avanzavate ignudi eroi sotterra

al rombo della dinamite.

 

Da voi fuggiva a passo a passo il monte

tremando per le cupe mine:

voi tergevate dal sudor la fronte

seduti su le sue rovine.

 

Erano, là, le tenebre primeve,

il peso bruto, il muto oblio;

qua, il lampo, il soffio, la parola breve:

là era il Caos, qua era Dio.

 

Riposa, o Dio! Loda le tue giornate

col lieto rimbombar del tuono!

Uomini, è il giorno settimo: guardate

che ciò che voi faceste, è buono!

 

E riposate! E pace all’arma, o forti,

che al buio sfavillò sul quarzo!

Poi, per rifarla lucida, i vostri orti

coltare voi potrete in marzo.

 

Ognuno, il vostro: l’orto che vi renda,

su l’ampia tavola di faggio,

l’erbe non compre per la pia merenda

nel giorno di Calendimaggio.

 

Porta di ferro, apriti!… Ma lontani,

lavoratori, per la valle

voi siete, la mercede nelle mani

ed il piccone su le spalle.

 

Le spalle voi volgete oggi al traforo

della montagna di granito…

Oh! non divina sorte del lavoro,

che attrista quando sia compito!

 

Voi riprendete la perpetua via

da dove, a dove si lavora.

«Quale Ararat, qual Monte Sant’Elia,

compagni, il nostro acciaio vuol ora?

 

Qual mare, dighe contro cui si franga,

com’uomo contro l’ira sua?

qual lago chiede il rostro della vanga?

qual terra il solco della prua?

 

Quali altre vie, per ghiacci o per sabbioni,

cerca il vapore, che, nei cupi

silenzi, mostri i rossi occhi ai leoni,

che sperda col suo fischio i lupi?»

 

Latin sangue, gentil sangue errabondo,

tu sei qual eri nel tuo giorno:

ancora sai tutte le vie del mondo…

non sai più quella del ritorno.

 

Voi siete ancor le ferree coorti,

voi siete i veliti e triari…

ma i morti d’ora non son più che morti,

intorno per le terre e i mari.

 

Porta di ferro!… Oh! chiama tu, grande Urbe,

le tue legioni veterane

dalla vittoria! A quelle eroiche turbe

dà gl’inni del trionfo, e il pane.

 

 

AL SERCHIO

 

O Serchio nostro, fiume del popolo!

tu vai sereno come un gran popolo,

lasciate le placide cune,

muove all’officina comune;

 

le molte cune, tremule e garrule

come sorgenti sotto i lor alberi,

lasciate alle floride donne,

cammina al lavoro in colonne;

 

cammina, ed empie d’un lungo murmure

le vie, per mano tenendo i piccoli

che vanno garrendo alle scuole,

com’anche le lodole, al sole:

 

al sole! Al sole! Come le lodole

che, avanti ancora l’alba, lo cercano,

che dalla purezza sublime

dei cieli lo vedono prime.

 

Tu vai; man mano giungi, e con ilare

frastuono inondi l’arduo vestibolo;

poi, ecco, tu frangi le messi,

tu fili, qua torci, là tessi;

 

là picchi il maglio sopra l’incudine

fornendo il bruno ferro dei vomeri,

sante armi alla sola pia guerra

dei ruvidi eroi della terra;

 

là crei l’ardente soffio che illumina

qualche castello lungi sul vertice

del monte, per l’acqua che adduce

dalla’alto, rendendogli luce.

 

Lavoratore lieto, coi giovani

figli, Ania, Lima, Fraga, le Turriti,

gigante con figli giganti,

tra il lungo lavoro tu canti.

 

Sei l’avvenire. Tra le casipole

bianche, con vive siepi, col proprio

suo caldo ciascuno e suo rezzo,

tu sei la gran vita di mezzo.

 

Va! Invano, o eterno fiume dei secoli,

l’Oggi, il pigro Oggi, ti dice: – I muscoli

che zappino il nostro, il tuo bene,

per te!ma per me le tue vene! –

 

Va, va, Domani certo e ceruleo!

Te vidi, quando sceso, negli umili

tuoi giorni di magra, dal monte,

parevi arrossire del ponte:

 

del ponte grande, tu sottil rivolo,

roseo per una nuvola rosea,

cui chiesero, il giorno, le polle,

che le ravvenasse, e non volle:

 

tonò su Tiglio, tonò su Perpoli,

velò il meriggio tinnulo all’aride

cicale che tacquero, nera

passò: sorrideva, la sera:

 

la sera, o Serchio, mentre sul candido

tuo greto fitte squittian le rondini,

dicevi: «Oh! in quest’afa d’estate

le mie spumeggianti cascate!

 

Né bacio il piede bianco dei gattici,

ma su le ghiaie lucide scivolo,

scansando mulini e gualchiere;

chè ad opra m’ha preso il podere.

 

Vo mogio mogio: povero a povere

genti discendo, piccolo a piccoli

poderi che sembrano aiuole,

ma che ora inaspriscono al sole.

 

Son donne e vecchi soli, e mi chiamano

ne’ solchi nuovi, perché v’abbeveri

quel lor sessantino che muore

prim’anche di mettere il fiore.

 

Ora, un po’ d’acqua chiesi alla Pania,

alle mie buone polle di Gangheri,

per que’ poveretti, che, uguanno

non mesco, non desineranno…»

 

Chi mai può dirti, fiume che palpiti

come il buon cuore per la buon’opera:

– Perché tu non operi il bene,

mi prendo per me le tue vene –?

 

O Serchio nostro, fiume del popolo,

io t’udii, forte come un gran popolo

che sopra il conteso avvenire

va, l’ora che volle, ruggire.

 

Torbido, rapido, irresistibile,

correvi all’ombra di nere nuvole,

portandoti in cima del flutto

le livide folgori e tutto:

 

tutto! anche quello ch’è tuo, ch’è opera

tua! Ma di tutto, fiume, eri immemore

tu! fuor che di precipitare

laggiù nell’abisso del mare.

 

 

A GIUSEPPE GIACOSA

 

Così! Così! la tua Parella,

la casa tua, la tua Maria...

Così la morte è bella:

non è partire, è non andar più via.

 

Cantò tutta la notte un coro

di trilli arguti e note gravi;

e il plenilunio d’oro

splendé sul letto dove riposavi.

 

All’alba si diffuse un grande

odor nel portico: il tuo chiostro

fu pieno di ghirlande:

una diceva: al caro pin ch’è nostro.

 

Un dono era gentil, di villa.

Ognuno volle dar qualcosa.

Cambiarono una stilla

del lor sudore in un bocciol di rosa.

 

Al Capo le massaie, leste

scendendo al suo passar le scale,

porsero il soldo agreste,

il candido ovo che si dà pel sale.

 

E tu con tutti loro a schiera

scendesti tra le verdi siepi

alla tua chiesa; e c’era

un odor di sepolcri o di presepi,

 

e il suono del dolore in pace,

che vuole diventar più tanto,

che s’ama, che si piace,

c’era il singhiozzo che ritrova il pianto.

 

E tutti in pianto e tutti al pianto

soave delle tue campane,

mossero: andava accanto

ai contadini il loro vecchio cane.

 

E tu giungesti alle tue genti

già presso al dolce mezzogiorno.

Sotto rosai pendenti

entrasti. I verdi faggi erano intorno.

 

La falce aperto avea di primo

mattin tra l’alte erbe guazzate

la via. La menta e il timo

rendean per tutto buon odor d’estate.

 

E tu restasti. Non si muore

così. Così, mio buon fratello,

si resta. Al tuo gran cuore,

Fermati! forse tu dicesti: È bello!...

 

 

L’ANIMA

 

Nascosta, a noi, l’anima pura,

dal vivere stesso, vive ella?

La luce è che l’oscura?

Ma cadi, o sole, e brilli, o stella?

 

E simile al sole tu, vita,

più che non riveli, nascondi?

E il raggio tuo ci addita

la terra, ma c’invidia i mondi?

 

E dopo il fuggevole giorno

dell’unico piccolo sole,

in cui moviamo attorno

con nostre pallide ombre sole,

 

la notte ci accenderà l’anima

in tanto che il giorno dirupa?

la notte agli occhi umani

innumerevolmente cupa?

 

Di qua, come radi i viventi

nell’abbarbagliante raggio

passano all’afa, ai venti,

seguendo qualche lor miraggio...

 

Oh! morte che le anime accendi,

di là, con un tacito anelito,

oh! sempre più risplendi

tu negl’invïolati cieli!

 

Là stelle si uniscono a stelle:

son grappoli, nuvole, ammassi

di stelle e stelle e stelle,

crescenti ad un sospir che passi.

 

Là splendono le anime, intatte,

serene, con l’essere immerso

nella goccia di latte

che fluisce per l’universo.

 

 

LA SFOGLIATURA

 

Chi, sfogliatrici, così mesto canto

su lo scurire ad intonar v’invita,

tutte alla tonda accanto

sedute su la verde gita?

 

Grande è la gita. A tempo, o sfogliatrici,

temprò la pioggia lo stridor di luglio:

spuntarono radici

dal calcio e fecero cespuglio.

 

A tempo, quando il gambo avea tre foglie,

voi lo roncaste con la corta zappa;

sì che, dalle sue spoglie

di seta, salda esce la rappa.

 

Bella granita, lunga dritta intera,

v’esce la rappa dalle spoglie nette,

come un bel bimbo a sera

svestito delle sue cioppette.

 

Cantate dunque, se l’annata è piena,

o sfogliatrici, uno stornello allegro!

Via quella cantilena

e la battaglia del Re negro!

 

Nell’Agamè, sui morti che piangete,

sono molti anni che si vanga e si ara,

e il rosso tief si miete

pei fitaurari e i barambara.

 

Le donne, là, dai denti come latte,

cantano anch’esse, in cerchio, su lo strame.

Una nel mezzo batte

sul cupo negarìt di rame.

 

Cantano il giorno che per borri e valli

seimila vite giovini sul posto

fermò come cavalli

che fiutano il leon nascosto.

 

Cantano poi la notte lunga, e i fuochi

accesi dal Gundapta a Gunaguna,

e spari e grida, e fiochi

sospiri al lume della luna;

 

e i Ras che avanti l’uggiolìo crudele

di iene erranti che fuggian la fiamma,

beveano l’idromele

ravvolti nel purpureo sciamma.

 

O sfogliatrici! Odo un bussare; sento

tra il vostro canto un tonfo lento e strano,

tonfo che porta il vento,

d’un cupo negarìt lontano!

 

Vi segna il tempo il negarìt tigrigno,

o sfogliatrici! E sul cader del ballo

sento l’hellelta: un rigno

equino, un canto agro di gallo:

 

di gallo desto sui dormenti, in cima

del tetto; che, quando una stella smuore,

grida la vita; prima

che il sogno sia finito in cuore.

 

 

A CIAPIN

 

Quella vendemmia ch’hai deposta, senza

libarne, pura, nel cellier di sotto,

tre anni fa, per l’ora che in licenza

venga Pinotto;

 

quella vendemmia che sgorgò dal cerro

del masso, credo; ch’odïò la fonte;

ch’altra non ebbe tanto del tuo ferro,

ferreo Piemonte;

 

quella vendemmia che ribollì scossa

tutta da un cupo palpito alla prima

luna di marzo, come l’onda rossa

d’Abba Garima;

 

e ch’ora tiene nel suo forte vetro,

come in un muto e forte cuor, costretta

l’ira d’allora e il lungo pensier tetro

della vendetta:

 

Ciapin fedele, frema negli oscuri

vetri segnati dalla cauta cera,

quella vendemmia! resti ancor, maturi

quella barbèra!

 

Non beva il vino dell’eroe chi chiede

al vin l’oblìo del cuore e delle gambe

tremule! Ei vive: là vagar si vede,

solo, tra l’ambe.

 

Serbalo il vino dell’eroe che tace

ma vive. Ignote costellazïoni

lui fissano e, con occhi tra le acace

tondi, i leoni.

 

Serbalo il vino dell’eroe che vuole

quello che vuole, e là resta al comando

suo, donde, certo e allegro come il sole,

tornerà, quando...

 

Serba per quando, ciò che ha fermo in cuore,

coi nostri pezzi che al ghebì selvaggio

son come cani, e con il nostro onore

ch’è come paggio...

 

Serba la tua purpurea barbèra

per quando, un giorno che non è lontano,

tutto ravvolto nella sua bandiera

torni Galliano.

 

 

CONVITO D’OMBRE

 

Quale è quel ronzìo di parole? solo

nella notte, fievole, che rimbomba

come il palpitare d’un oriuolo

dentro una tomba?

 

Nel deserto splende un convito. Vedi

un gran bianco in mezzo alla notte d’oro?

È il maggiore con i suoi capi, a’ piedi

del sicomoro.

 

Calmi e gravi parlano, o con le argute

coppe levano un tintinnìo di festa.

Un leone vigila, su le irsute

zampe la testa.

 

Di memorie parlano, e d’un paese

morto, e d’una terra che fu: che aveva

nome (... il grosso capo di tra le stese

zampe si leva...)

 

nome Italia! Italia! Fu grande. Or una

gran palude stàgnavi su, tranquilla.

Là, tra sette colli, alla nuova luna

latra una Scilla.

 

Oh! le bianche fronti una nube adombra:

ma i bicchieri toccano, via! La loro

patria l’hanno dessi! Lo tomba all’ombra

del sicomoro.

 

 

IL DOVERE

 

Udii nel cuore un grido, alto... Nel lume

del sole era silenzio, era soltanto

sempre più forte il murmure d’un fiume:

dell’immortale fiume Xanto.

 

Vivi di quella sola ansia del luogo

gli eroi pareano, stando già sui cocchi,

e i lor cavalli, torvi sotto il giogo

nell’immobilità degli occhi.

 

Gli occhi eran volti là nel mezzo al ringhio

del Sauro figlio dell’Arpia Podarghe,

a cui fremeano sopra il bianco cinghio

dei denti le narici larghe.

 

Parlava, il Sauro. Erano lancie in alto,

in alto sferze tremolando appena:

e il Baio frenando nei garretti il salto

scavava accanto a lui la rena.

 

Curvo dal cocchio sino al giogo Achille

udia da presso la vocal sua fiera.

Si riflettean tra loro le pupille

di tra la chioma e la criniera.

 

E la sua fiera gli dicea che infranto

gli era il ritorno. E tutti i cuori invase

l’amor lontano e il subito rimpianto

dei figli e delle eccelse case.

 

E in cuore alcuno lontanò sul mare,

né più le briglie, ma reggea le scotte,

col vento in poppa, e già vedea brillare

dei fuochi nell’azzurra notte.

 

Parlava ancora, ma l’Erinni al Sauro

ruppe la voce, che finì in nitrito

quale il nitrito umano d’un centauro

che in guato fu da un dio ferito.

 

Rispose Achille: e il Sauro a lui la testa

volse e l’orecchio acuto come strale,

come se gli narrasse una tempesta

suo padre, il Vento occidentale.

 

Lo so, rispose. E un raggio di tramonto

tacitamente per le bronzee file

passò, mentre sonò dall’Ellesponto

un ululato femminile.

 

Allora il grido sopra l’ululato

levò, che scosse al grande Ilio le porte

e d’uno sbalzo avventò contro il fato

i due cavalli della morte.

 

 

NEL CARCERE DI GINEVRA

 

I

 

... Dormi, – parlò – figlio dell’uomo ignoto?

dal tuo delitto erri lontanto? hai morso,

per non tornarvi, al dolce fior del loto?

 

Dormi? Oh! lontano tu sei già trascorso.

Nel sonno oscuro il tuo pensier calpesta

suolo senz’eco e vie senza rimorso.

 

Non m’odi? Io pendo sopra la tua testa;

busso al tuo cuore taciturno e vuoto.

Sai chi ti chiama? sai chi ti ridesta?

 

Odimi: sono il padre tuo, l’Ignoto.

 

II

 

Son io che uccisi, forse; io non veduto;

sì; io che piango a capo del tuo letto

e che parlo nel tuo carcere muto.

 

Piangiamo insieme. M’odi? Eri un reietto,

un solitario nella dura via;

andavi senza pane e senza tetto

 

e senza nome; e della legge pia

non t’accorgesti che per le catene;

e la tua patria t’intimò: Va via!

 

anche tua madre, Va! ti disse... Ebbene?

 

III

 

Eri – suprema gioia – eri innocente!

potevi dir tendendo le tue braccia:

«Voi tristi, io buono; e voi tutto ed io niente!

 

Perché lo soffro, non perché lo faccia,

conosco il male; e voglio che non resti

del vostro male nel mio cor la traccia:

 

io v’amo!» Eri innocente, eri dei mesti

di cui far bene è non dover, sì gioia:

eri la dolce vittima; volesti

 

essere... sciagurato, essere il boia!

 

IV

 

Qual tesoro di pianto non deterso

e non veduto, di superbo pianto,

hai con un’ebbra voluttà disperso!

 

hai rinnegato quel dolor tuo santo,

che venne teco a tanta via, che pure

ti si sarebbe addormentato accanto!

 

hai disertato dalle tue sventure!

hai voluto tiranno essere e reo!

perché l’hai tolto a qualche regia scure

 

il ferro per il tuo pugnal plebeo.

 

V

 

Tuo focolare era il dolor del mondo,

o senza tetto! Uscisti: il tuo pugnale

cercò, cercò, con odio vagabondo.

 

Ma tu dicevi, nell’andar fatale,

vedendo il pianto in ignorate ciglia:

«Tu mi sei sacro per il pane e il sale:

 

ave, infelice della mia famiglia!

conosco il segno che non si cancella:

va!» ?... No: con l’arma che gocciò vermiglia

 

passasti il cuore d’una tua sorella!

 

VI

 

D’un’infelice!... Oh! la sua reggia? Niuna

la invidïò, che presso il fuoco spento

pure ci avesse un tremolìo di cuna.

 

Niuna il suo trono invidiò, che il lento

figlio aspettasse, tuttavia, lunghe ore,

nell’abituro battuto dal vento.

 

Niuna mutato il suo pur mesto cuore

col cuore avrebbe, che tu hai trafitto;

niuna, nel mondo in cui si piange e muore;

 

fuor che tua madre, dopo il tuo delitto!

 

VII

 

Or ella ha pace, e tu non l’hai: ti sento

gemere, o figlio. E sorge una lunga eco

nel cavo sonno al tacito lamento.

 

Tu non lo sai, quel sangue, più, nel cieco

errare: incontri i sogni che lo sanno;

ed un eterno calpestìo vien teco.

 

O nell’immoto sonno ombre che vanno!

Io piango, o figlio, sopra il tuo destino;

piango per ciò, che non t’uccideranno,

 

ti lasceranno vivere Caino!

 

VIII

 

Son io che uccisi forse; io che da’ lidi

lontani, senza disserrar le porte,

venni, e ti parlo; e piango, perché vidi.

 

Vidi dall’alto, vidi dalla morte:

da quel supremo culmine del vero

tra voi non vidi il grande, il ricco, il forte,

 

re, plebe. Vidi un formicolìo nero

di piccole ombre erranti per le dune,

e ne saliva dentro il cielo austero

 

un grido d’infelicità comune.

 

IX

 

Tutti mortali – oh! tu lo sai! lo vuoi!

c’è, mancando la gran falce, il pugnale

piccolo! oh! sempre si morrà tra voi! –

 

tutti infelici! Che se c’è chi sale

e chi discende in questo fiottar lieve,

l’acqua ritorna, con la morte, uguale.

 

E l’odio è stolto, ombre dal volo breve,

tanto se insorga, quanto se incateni:

è la piet. che l’uomo all’uom più deve;

 

persino ai re; persino a te, Lucheni.

 

 

IL NEGRO DI SAINT-PIERRE

 

I

 

Io stavo qui nella mia tomba, vivo.

Era gran tempo che ogni giorno, ogni ora,

tra me e me la mia morte morivo.

 

Oh! il negro avrebbe uccisa anche l’aurora!

perché sapea che l’uomo rosso appunto

al rosseggiar del cielo esce, e lavora.

 

Tutte le notti sopra lo strapunto...

oh! freddo come il ferro, come il mio

coltello nudo, un uomo nudo e smunto

 

sentivo accanto a me: l’altro, quel ch’io

avea freddato. E io sbalzavo anelo

dal sonno, ed ecco che quell’altro ero io!

 

M’aveva, sì, tutto attaccato il gelo

della sua morte. Ed ero vivo, e fissi

tenevo gli occhi al rosseggiar del cielo;

 

se un fiato, un passo, un moto, un crollo udissi

su la mia testa, uno stridio leggiero

di chiavi, uguale ad un fragor d’abissi...

 

Oh! tutti i giorni! E tutti i giorni invero

sentivo qualche scossa, qualche rombo,

e tremar volte, e brandir porte... E il nero

 

della mia pelle si facea di piombo.

 

II

 

Un mattino, io credei morto il domani!

Io non sapevo, avvinto alla catena,

che sfregar lento, su e giù, le mani;

 

dove parea fosforeggiar la vena...

od una macchia. Dalle quattro oscure

pareti io vidi la gran piazza, piena.

 

Col viso giallo al sole eran figure

nere attorno ad un palco: erano attente

a un uomo assorto nel provar la scure.

 

Tra il ceppo e il filo, sì sottil, no, niente

c’era per anche. E già quel colpo ghiaccio

succhiava il sangue a tutta quella gente.

 

Ecco... risonar passi, un catenaccio

stridere, aprire un poco l’uscio, a un poco

di luce entrar la lunga ombra d’un braccio...

 

quando uno scroscio, un lampo udii di fuoco,

un crollare, un girar tutto in un’onda,

gli urli di tutti in un sol urlo fioco

 

come d’un solo... E, come fosse fionda,

la mia catena mi rotò con sé,

e scagliò. Nella oscurità profonda

 

intesi: – Negro, lascia fare a me!

 

III

 

Io sono, negro, la Montagna Calva,

io sono il caso, io sono il dio più forte,

che gli altri uccide, ma che te, ti salva.

 

L’ebbero, negro, l’ebbero la morte!

O negro, uccisi il giustizier sul palco,

uccisi il carcerier dietro le porte.

 

Il cuor t’alia nel petto come un falco

inchiodato. Sta su! Guarda, se vuoi

le genti armate col mio piede io calco.

 

La tua sentenza... la bruciai co’ tuoi

giudici. Il tuo delitto... io lo soppressi.

Non lo sappiamo ch’io e tu: tra noi.

 

Non temer più. Perché più non temessi

de’ tuoi nemici, negro, uccisi tutti:

se avevi amici, negro, uccisi anch’essi.

 

Coi sassi intorno li inseguii: con flutti

di fango, fiati di veleno, fiumi

di fuoco: altri sepolti, altri distrutti.

 

Non c’è più sangue, se non arso, in grumi.

Di tanti cuori, batte ancor sol uno.

Non c’è, di bocche, che la tua che fumi.

 

E la mia. Negro, non c’è più nessuno –.

 

IV

 

Parlò con nella gran voce i tripudi

del fuoco interno. E tacque. Io gli occhi affissi,

su, nella taciturna solitudine:

 

all’alta notte appesi il cuor, se udissi

più voce d’uomo, urlo di fiera, volo

di mosca. Tutto, se tacean gli abissi,

 

taceva. E il monte riprendea: – Figliuolo,

è morto il mondo, l’uomo, il topo, il ragno,

il tempo, tutto. Siamo in due. Sei solo.

 

Non c’è più palco, più città, più bagno;

la scure io fusi, io fransi le catene –.

Io risposi: «Oh! se avessi uno a compagno!»

 

E il monte: – Non hai me? – «Quel dalle vene

vuote, il mio uomo, accetterei pur quello».

E il monte: – Quello, non fui io, sai bene! –

 

«Oh! basterebbe al negro ora sol quello».

– Ma... stava in te! Se aprivi un po’ le dita... –

«Oh! che il negro non vuole altri che quello!»

 

– Io do la morte, non ridò la vita –.

«E dà la morte ancora a me!» Ben sai

che pur fo questo, se non mi s’invita;

 

ma non, per questo, egli vivrà più mai –.

 

V

 

Io, sì, vivevo; ma sol io, confuso

del mio strisciare, io solo, ancora; io ero

l’unico verme d’un sepolcro chiuso.

 

E il sonno della morte era leggiero

agli altri, più che a me la vita. O peso

di due morti, non una, entro il pensiero!

 

Quello a cui prima il sangue avevo io preso,

era il più queto. Egli tra l’erba folta

fu, prima dell’atroce ora, disteso.

 

Avrei voluto sussurrargli: «Ascolta:

io t’ho rubato qualche giorno appena!»

Ma sì! per fin la tomba era sepolta!

 

E la Montagna Calva, con la lena

continua del suo polso indifferente,

sperdeva in aria un alito di rena;

 

pioveva giù le sue ceneri lente:

male che segue lento la sua sorte,

quand’anche il cuore donde uscì, si pente:

 

pioveva giù le sue ceneri morte:

male che avanza al triste odio che fu:

male che mena strazio oltre la morte,

 

quando quel cuore non palpita più.

 

VI

 

Diceva: – Avete tra la notte e il vento

un lumicino d’anima che brilla

per gli altri e voi, ma ch’ad un soffio è spento.

 

Avete, dentro, qualche calda stilla

di sangue, che, per nulla, ecco, agghiacciato

vi serra il cuore e ferma la pupilla.

 

E prevenite il turbine del fato!?

La vita che spengesti, si freddava,

tu lo vedi, da sé, senza il tuo fiato...

 

O negro, soffia sopra la mia lava! –

 

 

L’AGRIFOGLIO

 

Sul limitare, tra la casa e l’orto

dove son brulli gli alberi, te voglio,

che vi verdeggi dopo ch’io sia morto,

sempre, agrifoglio.

 

Lauro spinoso t’ha chiamato il volgo,

che sempre verde t’ammirò sul monte:

oh! cola il sangue se un tuo ramo avvolgo

alla mia fronte!

 

Tu devi, o lauro, cingere l’esangue

fronte dei morti! E nella nebbia pigra

alle tue bacche del color di sangue,

venga chi migra,

 

tordo, frosone, zigolo muciatto,

presso la casa ove né suona il tardo

passo del vecchio. E vengavi d’appiatto

l’uomo lombardo,

 

e del tuo duro legno, alla sua guisa

foggi cucchiari e mestole; il cucchiare

con cui la mamma imbocca il bimbo, assisa

sul limitare.

 

 

L’EDERELLA

 

Prima che pur la primula, che i crochi,

che le viole mammole, fiorisci

tu, qua e là, veronica, coi pochi

petali lisci.

 

Su le covette, sotto l’olmo e il pioppo,

vai serpeggiando, e sfoggi la tua veste

povera sì, sbiadita sì, ma, troppo,

vedi, celeste.

 

Per ogni luogo prodighi, per ogni

tempo, te stessa, e chiami a te leggiera

ogni passante per la via, che sogni

la primavera.

 

Ti guarda e passa. Tu non sei viola!

Di sempre sei! Non hai virtù che piaccia!

La gente passa, e tutti una parola

gettano: Erbaccia!

 

Tu non odori, o misera, e non frutti;

né buona mai ti si credé, né bella

mai ti si disse, pur tra i piedi a tutti,

sempre, ederella!

 

 

LA ROSA DELLE SIEPI

 

Rosa di macchia, t’amo, e tuo fratello

il biancospino. Per le vie maestre

quando tra i biancospini un arboscello

vedo, silvestre,

 

tuo, che fiorisce, io penso che tu saggia

sorella allora giunta sia tra il branco

con la merenda, e resti un po’, selvaggia,

nuova, al lor fianco;

 

resti, ancor molle della tua rugiada,

al polverone, e così faccia tardi

mentre con loro a quella lunga strada

bianca tu guardi;

 

guardi chi passa nella grande estate:

la bicicletta tinnula, il gran carro

tondo di fieno, bimbi, uccelli, il frate

curvo, il ramarro...

 

E guardando apri tutti i fiori, e sogni

di quei passanti con lor ombre nere e

lasci distratta qualche foglia ad ogni

fiore cadere.

 

 

CRISANTEMI

 

Dove sono quelle viole? dove

la pendice tutta odorata al sole?

dove, o bianche nuvole erranti, dove

quelle viole?

 

Quel rosaio dov’era dunque? dove

l’orto chiuso tutto ronzii la sera?

dove, o nero stormo fuggente, dove

dove dov’era?

 

Nubi vanno, fuggono stormi, foglie

passano in un èmpito, via, di pianto:

tutti i fiori sono ora là: li accoglie

quel camposanto.

 

Hanno tinte come d’occasi; e hanno

un sentore d’opacità notturna,

lieve; e hanno petali che vedranno,

urna per urna,

 

tutto il chiuso; bello così da quando

vennevi una, dopo aver colte al sole

tutte, quelle rose, cantarellando,

quelle viole.

 

 

A GASPARE FINALI

 

E teco io sono in questo dì che augusto,

co’ tuoi nepoti, all’ombra del lavoro

tuo, siedi e narri che piantavi arbusto

l’elce, per loro:

 

l’elce che spande a molto ciel le rame

forti, e nel tronco, ove sarebbe il cuore,

chiude un segreto murmure, uno sciame

d’api canore.

 

Anch’io son teco. Son partito all’alba

dal mio San Mauro. Sotto la rugiada

era, tra siepi ingombre di vitalba,

bruna la strada.

 

E nei cantieri ondavano le messi

con, sopra, un volo taciturno e nero

di rondinelle. E c’erano i cipressi

d’un cimitero.

 

E un primo raggio balenò dal mare

sopra i cipressi: e se n’udìa lontano

un pispillìo d’uccelli, un conversare

d’anime, piano

 

piano. Io seguiva. Ed era fermo e solo,

che ancor dal cielo non pioveva il caldo,

nella mia strada, udendo l’usignolo

piangere a Gualdo.

 

A Gualdo, solo e fermo ero, press’una

siepe fiorita, assai grande, assai folta:

c’era al suo piede il resto d’una bruna

croce travolta.

 

 E nella siepe si pasceva un mondo

di coccinelle; e dalla sua fiorita

sorgeva un gaio strepito, un giocondo

rombo di vita.

 

E io seguiva. O forse non conosco

la mia Romagna, i suoi villaggi, i doppi

delle sue chiese? Non è quello il Bosco

grigio tra i pioppi?

 

Il Bosco chiaro per l’agreste fiera

di San Lorenzo? di quel dì... Ma sono

con te, Finali, o nostra mente austera,

cuore mio buono!

 

Beviam la gioia dell’albana bionda

per ciò che più nel forte cuor ti piaccia!

Ma prima, il viso lascia che nasconda

tra le tue braccia.

Messina,  15 maggio 1899.

 

 

A RIPOSO

 

Vada e riposi, dunque: dimentichi

l’erte fatali che fulminavano

la terza Italia, ai dì migliori

montante co’ suoi tre colori.

 

Addio, sull’alba, trotto di cauti

cavalleggeri; piume, tra gli alberi,

di bersaglieri; addio brigate,

immobili, allineate;

 

che sui fucili curve, gli zaini

al dosso, avanti guardano, attendono...

oh! il primo, in un fugace alone,

baleno e fragor di cannone!

 

Al suo Bernezzo, verde di pascoli,

verde di gelsi, torni, ed al tacito

castello, ov’ora, sole e gravi,

bisbigliano l’ombre degli avi.

 

Tra l’armi avite, scabre di ruggine,

anch’essa antica stia la sua sciabola;

e il suo cavallo pasca lento,

e più non interroghi il vento.

 

Non lui col noto squillo solleciti

la tromba, o chiami col tonfo quadruplo

e il ringhio, giù di sulla porta,

la silenzïosa sua scorta.

 

La notte e il giorno lunghi partitegli

tra lievi sonni, tra piccole opere

voi ora, querule campane,

voi galli dall’aie lontane.

 

E le semente curi, e le floride

viti rassegni, pampane e grappoli

mirando attento, e poi ritrovi

le fila dei nitidi bovi;

 

o poti i rari rosai che recano

pii chi le prime rose chi l’ultime,

o leghi i crisantemi e i cespi

de’ glauchi garofani crespi:

 

e al focolare vecchio dove ardono,

adagio, i ciocchi di vecchie roveri,

attuti, immobile al suo canto,

la doglia dell’omero franto;

 

o dorma al lene fruscìo del garrulo

rivo, che pure, dopo una torbida

acquata, va col tuon, tra i sassi,

di truppa infinita che passi...

 

Poi dorma il sonno più forte, l’ultimo:

serenamente; poi ch’egli l’ultimo

dei sonni, forte, non più forte,

lo sa; la conosce la morte:

 

poi ch’egli cadde già per l’Italia,

poi ch’egli visse tra noi già martire!

Fosse ora morto di ferite,

oh! dava alla Patria due vite!

 

Due vite hai dato. Due per il giovane

suo tricolore, tu coi cadaveri

già bilanciato sulla fossa

di calce a non farti più ch’ossa!

 

Ma, quando il giorno verrà che vindice

quel tricolore s’alzi e si svincoli,

o esperto di risurrezione,

risorgi! Ed accorri al cannone.

 

Sonò l’attenti già per la carica...

sprizzan fuor aspre tutte le sciabole.

Cavalli e cavalieri ansando

già fremono in cuore il comando.

 

Devi, il comando, ruggirlo, o reduce

dalla Campagna Rossa, tu al turbine!

sei tu, sei tu, che atteso hai troppo,

che devi tonare: galoppo –

 

march’... Ed avanti tutti coll’èmpito

tanti anni dòmo, tutti con l’ululo

tanti anni chiuso in faccia al mondo...

a fondo, ricòrdati, a fondo!

Novembre del 1909.

 

 

ALLA COMETA DI HALLEY

 

I

 

O tu, stella randagia, astro disperso,

che forse cerchi, nel tuo folle andare,

la porta onde fuggir dall’universo!

 

Le stelle, quando la tua face appare,

impallidiscono; ansa nei pianeti

l’intimo fuoco, alto s’impenna il mare.

 

Escono le sibille dai segreti

antri d’Uràno. In riva dei canali

di Marte, in pianto, passano i profeti.

 

Pieno di pianto è il cielo de’ mortali

figli del Sole; e sangue rosso piove

nella penombra, a man a man che sali,

 

degli astri attorno al semispento Giove.

 

II

 

O tu, ricordi questa terra nera?

Volgono appena otto anni tuoi, da quando

tu lo vedesti, in una cupa sera,

 

un della Terra. Andava solo, errando,

senza speranza, col bordone in mano,

ma senza meta, dalla patria in bando

 

e da sé stesso: e nel cammin suo vano

ei s’arrestava, mentre l’ombra queta

calava, udendo un mesto suon lontano.

 

E dagli abissi uscita allor, Cometa,

tu fiammeggiavi lunga all’orizzonte.

Udiva il suon lontano di compieta,

 

che par che pianga. E lo toccasti in fronte.

 

III

 

Le stelle impallidirono. Non v’era

altro che te nel cupo cielo esangue

che tu sferzavi con la tua criniera.

 

Tu tra i pianeti e i Soli, eri com’angue

che uccide e passa. A questa nera Terra

dicevi il tristo ribollir del sangue,

 

l’ombre vaganti, i gridi da sotterra,

tutti gli affanni, tutte le sventure,

tutti i delitti: incendi, stragi, guerra.

 

All’uomo, dietro le montagne oscure

e gl’irti rocchi, tu mostravi un luogo:

la sua città. Razzavi come scure

 

e fumigavi lenta come un rogo.

 

IV

 

Egli guardò. Non vide che una selva

oscura, e sopra il sonno delle genti

del mondo reo sentì latrar la belva.

 

Vide l’abisso con racchiusi i venti,

le fiamme e il gelo, e la perpetua romba

delle grandi acque, e lo stridor dei denti.

 

Udì l’alto silenzio che rimbomba

eternamente; e il lume del sentiero

scòrse, ch’è tra le stelle e la gran tomba.

 

Egli era il peregrino del Mistero.

E tu la morte gli accennasti, ed esso

la vide, e l’abbracciò col suo pensiero,

 

e sì l’uccise nel potente amplesso.

 

V

 

Ma tu sdegnosa ti spargevi avanti,

torva Cometa, in un diluvio rosso

le miche accese d’altri mondi infranti.

 

Dante era l’uomo. E tu dicevi: – Io posso

spezzarti, o Terra. E niuno saprà mai

che v’era un globo, ora da me percosso,

 

nei freddi cieli. Ti disperderai

come una grigia nuvola d’incenso,

o nera Terra! E tu, Ombra, che stai? –

 

Stava. Egli solo nello spazio immenso

stava a te contro, a guardia degli umani,

astro di morte. – Io mi son un che penso –

 

egli diceva – e sempre è il mio domani –.

 

VI

 

Tu gli solcasti della tua minaccia

la dura fronte; e il pensator terreno

le mani aperse ed allargò le braccia.

 

E immobilmente ascese tra il baleno

delle tue scheggie, ascese senza fine,

come in un plenilunïo sereno.

 

Gli si frangean, col croscio di ruine,

bolidi intorno; in polvere lucente

ridotto il cosmo gli piovea sul crine.

 

Negli occhi aperti, accese appena e spente,

morian le stelle. E Dante fu nessuno.

Terra non più, Cielo non più, ma il Niente.

 

Il Niente o il Tutto: un raggio, un punto, l’Uno.

Gennaio 1910.

 

 

AD UNA RÒCCA

 

Chi te, non grave scettro, bello, aureo,

diritto, col tuo boccio colmo,

tessé di bionda paglia e di porpora,

nell’aia, all’ombra del grande olmo;

 

nei mesti giorni, che arrugginiscono

le foglie, e il sole già si vela;

che insegna e fregio fóssi sul candido

corredo e l’odorosa tela?

 

Nei giorni dolci, che i bovi e gli uomini

e il sole, alfine un po’, riposa;

per esulante vergine, o vergine

giungente nuova all’uscio sposa,

 

chi te, già prima, solingo e tacito,

traendo la sorrisa bocca,

formò di curve lucide gretole

sul gambo d’avellano, o ròcca?

 

Te fece in una rupe d’un’isola,

solingo oh! sì, tacito oh! come,

uno chiamato sempre per numero,

un prigioniero senza nome,

 

ne’ suoi brevi ozi, quando gli attoniti

occhi velava la sua pena,

e come un lungo serpe all’immemore

dormiva ai piedi la catena.

 

Oh! aie bianche nel plenilunio,

spiranti vecchio odor di grano!

Oh! rare e grandi fiere del prossimo

villaggio, allor così lontano!

 

Oh! pioppi ed olmi, donde al crepuscolo

si sfoglia e guarda, e si stornella,

mentre apparisce la prima ed ultima

del cielo, l’aurea stella bella!

 

Dal raggio rotto tra i ferri il misero

dannato declinava gli occhi,

e te, lavoro solo suo libero,

si rivedeva sui ginocchi;

 

e riprendeva le paglie e i tenui

tuoi fili ripensando i grilli

del focolare striduli e il fremere

de’ turbinosi verticilli...

 

Filano. Ancora filano. Filano

ancora, al fuoco, quelle donne,

o ròcca, ad altre ròcche. Le vergini

son ora madri e bianche nonne.

 

Nessuna l’uomo sa più che ad essere

né esser più l’uomo condanna;

né quella, ch’eri per lei, che inconscia

là fila ad una vecchia canna.

30 luglio 1910.

 

 

CHAVEZ

 

Cercano ancora... Cercano tra i venti

randagi, in mezzo alle selvaggie strette,

su scrosciar di valanghe e di torrenti;

 

cercano ancora, l’ultime vedette,

rapide trasvolando per le gole,

placide roteando sulle vette,

 

lungo il confine, immenso azzurro, sole

tra l’aria e il vuoto, tra la terra e il sole.

 

Hanno sognato forse nella notte!

Battono l’ala contro la parete

dei borri, presso l’orlo delle grotte.

 

Ad ogni tonfo che l’eco ripete,

sbalzano su, guardando fise in fondo

dei cupi abissi, guardando inquiete

 

subito in cielo; con orror profondo

solcano a sghembo, spaurite, il Gondo:

 

hanno esplorato i monti, hanno gridato

alle montagne; con insonne cuore

mirano il cielo immobile e stellato:

 

palpitano alle raffiche sonore,

tremano d’una nuvola, d’un tuono

ch’a un tratto scoppia e lungamente muore;

 

posate ognuna sur un irto cono

mirano gli astri, se ne venga un suono...

 

se ancora appaia, cresca agli occhi, e passi

forte rombando, un essere terreno...

colui che ascende ma strisciando ai sassi,

 

colui che sogna e non è mai sereno,

colui che pensa, ma non vola, bruto

dannato al suolo dove rode il freno;

 

che in cielo, un dì, mirabilmente muto

passar fu visto, come Dio, seduto!

 

un uomo! l’uomo alato! che discese

e che sparì. Dietro le roccie nere,

ei discendea con le grandi ali tese

 

simile al sole delle fiammee sere,

simile al sole che si trascolora,

quanto al salire, tanto nel cadere.

 

Ebbe l’occaso; quando avrà l’aurora?...

Cercano, le vedette ultime, ancora.

 

Aquile, no! Non lo vedrete. Ancora

egli discende e nell’orecchio il gelo

ha di quel soffio e il rombo di quell’ora.

 

Aquile, no! Non più raffrena anelo

il suo remeggio, più non chiude l’ale

poi ch’una volta le distese in cielo.

 

Discende ancora con un volo eguale,

discende sempre, calmo ed immortale.

 

Che forre e gole e vortici e spavento

di precipizi e giganteggiar d’erte

roccie e improvvisi sibili di vento!

 

O voi delle altitudini deserte,

aquile dei ghiacciai, delle morene,

ei va con l’ale eternamente aperte,

 

va per le solitudini serene,

fuor della terra, o aquile terrene!

 

fuor della terra che notturne a prova

serrate, come preda da voi morsa,

tra i fieri artigli, a che più non si muova;

 

eppur si muove, e corre, e nella corsa

v’aggira e porta e al sole riconduce;

mentre lontana splende la Grande Orsa,

 

splende Orione, Aldebaran, Polluce...

Ma ci discende nella pura luce.

 

Discende? Ascende! Aquile, gli occhi aprite

avvezzi al sole che gli spazi invade,

alle stelle remote ed infinite!

 

Là, sulle incerte nebulose rade,

là, sull’immensità che gli s’invola

di sotto, là, su l’alto cielo ei cade.

 

Cade, con la sua grande anima sola

sempre salendo. Ed ora sì, che vola!

Bologna, novembre 1910.

 

 

ABBA

 

T’erano attorno lievi le vergini

sorelle, navicelle che sfiorano

volando questo mar crudele:

ne udivi frusciare le vele;

 

schioccar le vele bianche, le sartie

ronzar ne udivi lucide, ed esili

lor voci. – O tardamente accorto,

sei giunto – dicevano: – è il porto! –

 

Udivi queti bisbigli e queruli

lagni interrotti, come di passeri

désti d’un subito nel colmo

dell’umida notte su l’olmo.

 

– Chiedi. Ove sono? Ma sei nell’isola –

dalle ondulanti cimbe le vergini

ti sussurravano soavi:

– che in mezzo del mare sognavi;

 

dove la veste vieta si spogliano

e il fuggitivo sembiante, e lavano

nell’onda azzurra che ti culla

già, l’anima loro fanciulla,

 

ch’emerge nuda semplice libera,

monda di mali, tersa di lacrime,

sì che nell’isola, per dono

del cielo, risóno chi sono:

 

fanciulli; eterni fanciulli, ch’amano

quello che andando gli uomini lasciano

cadere, e il mezzo più che il tutto,

e il fiore più tanto che il frutto:

 

vanno cantando, cantano, ed amano

la dolce vita, ch’ilari donano

al lor amor così novella,

sì pronti, per ciò che sì bella.

 

Quivi poi l’arme trovano, d’ellera

fiorite, e l’arpe ch’orna il Sol aureo,

tessuto lì tra corda e corda

dal ragno che l’inno ricorda –.

 

Sciacquava il mare cerulo, assiduo,

sommesso, come cuore; e sul margine,

velato da un oblìo canoro,

splendeano gli asfodeli d’oro.

 

– O gran fanciullo – ti ripetevano

con dolci intorno voci le vergini,

– è il porto! il porto! il porto! vedi

nei prati gli eroi con gli aedi:

 

fanciulli eterni! vedi ch’è l’isola

degl’immortali! Va dove dicono

ch’erra la grande ombra d’Achille,

e, rossi, in un nuvolo, i Mille! –

Novembre 1910.

 

 

 

 

INNI

 

 

A GIORGIO NAVARCO ELLENICO

 

I

 

Stridé la catena

dell’ancore gravi,

cantò la sirena

su l’agili navi,

fremeva di plauso il Pireo.

Pareva dal colle Eretteo

nell’etere un’ombra sfumare

(di dea?):

su l’asta le ardea

la stella polare.

 

Già lungi dal lido

muggivano l’onde;

sonava quel grido

qual urto di fronde

nel bosco, ad un ampio alitare.

Tra il cupo tumulto del mare

pareva d’un popolo d’anime,

vano,

quel plauso lontano

da’ mondi lontani.

 

Allora si volse il navarco,

si volse a quel morto sussurro:

e vide diritta nell’arco

del fulgido azzurro,

coi piedi su l’arce fatata,

col capo nell’ombra serena,

l’imagine astata

di Pallade Athena.

 

II

 

E il Mare gli disse: – Chi sei,

navarco? germoglio di dèi?

o, se uomo caduco t’è padre,

qual nome gli dà la tua madre?

Non forse egli è Neocle? Ché, senti:

dormivo cullato dai venti;

né so dove guidi le ignote triere

che sotto le stelle sobbalzano nere.

 

Stolarco! qual satrapa insidii,

che all’ancora sta co’ suoi Lydii?

qual Ione, sul fil della lama,

le prore nottivaghe chiama?

qual inno v’udranno cantare

nell’alba le rupi sul mare?

qual inno embaterio, cui l’eco risponda,

squillando le tibie tra il rullo dell’onda?

 

Dovunque tu vada, chiunque tu sia,

va dentro la notte, tu sai la tua via,

all’alba, alla morte, alla gloria: sei re!

Caduta? Servaggio? Fu voce non vera,

fu sogno d’infermi. L’acropoli è intera!

Le navi di Mycale io porto su me! –

 

 

AD ANTONIO FRATTI

 

I

 

Era sui culmini, o forte,

era l’aurora sul monte,

quando, quel giorno, la fronte

volgesti alla luce lontana?

era, tra i cantici della dïana,

l’aurora... o la morte?

 

Chi discendeva a quell’ora

per le boscaglie di querci

col calpestìo d’un esercito

grande sopra aride frondi?

chi salutarono i rombi profondi?

la morte... o l’aurora?

 

Ché tu sapevi dal vate Acarnane,

la sorte qual era.

Egli gittò nelle sacre fontane

la pietra sua nera.

Disse: – Adornatevi, eroi;

cingete ai capelli le bende!

ché con l’aurora tra voi

la morte dimane discende –.

 

II

 

Ma non venivi, io ricordo,

da Lacedemone cava

tu; né tuoi figli ora lava

l’Eurota sonante di canne,

e non li bea nelle nove capanne

l’arguto eptacordo.

 

Né tu da Tespie o da Cirra,

né dalla ricca Corinto;

dove l’etère dal cinto

leggiadro hanno i mille lavacri:

mille fanciulle vi bruciano lacrime

bionde di mirra.

 

Te questo lido mandava, ch’Esperio

fu detto; e la gente

ch’ospite accolse i penati e l’imperio

di Roma morente.

Ché se uno squillo si senta

passar su Romagna la forte,

tutti d’un cuore s’avventano

tumultuando alla morte.

 

III

 

Oh! non da Sparta la possa,

né tu la voglia pugnace,

né l’ubbidire che tace

tra sé venerando il destino,

né tu da Sparta l’avesti, o latino,

la clamide rossa.

 

So che al fuggevole Alfeo,

Sparta, e nei borri d’Itome

rossi passavano, come

ruscelli di sangue, i guerrieri

tuoi, su le tibie intonando embateri

del vecchio Tirteo.

 

Ma più vivaci, strie lunghe di fuoco,

gittò le sue turbe

fulvo un eroe, perseguendo nel fioco  

crepuscolo l’Urbe...

Ciò fu nei tempi che ai monti

stridevano ancor le Chimere,

quando nei foschi tramonti

Centauri calavano a bere...

 

IV

 

Altri, altri tempi, che prischi

chiama lo stanco sorriso

nostro! Egli dorme in un’isola,

immemore di cavalcate:

dorme, ed intorno la stridula estate

riempie i lentischi.

 

Dorme. Ma come, o guerrieri,

come l’udiste la voce

sua, così dolce e feroce,

gridare: «Qui, figli, si muore»?

Fratti, qual vita viveva il tuo cuore

cui oggi fu l’ieri?

 

Fratti, se morti non erano i morti

per l’alto tuo cuore,

anche tu vivi. Non muoiono i forti

già, come si muore.

Altri si piega e distende,

ma in piedi altri resta e dimora,

come una statua che accende

nel bronzo perenne l’aurora.

 

 

PACE!

 

I

 

Fratelli, venite, v’imploro,

venite nel funebre chiuso.

L’udite d’un rauco lavoro

l’anelito vasto e confuso?...

Becchini che scavano... È rossa

la luce di fiaccole ch’erra

nell’ombra; e ben grande è la fossa

che s’apre annerando sotterra;

ben molti son là su le bare,

là muti tra il rauco anelare,

che aspettano in fila... Ribelli?

Guardate, o fratelli!

 

Così pazïenti là, sopra

le bare! che aspettano muti

di scendere, al fin di quell’opra,

là dove non sieno veduti

mai più! Come forti le braccia

pur ieri, e gagliardi i ginocchi!

Ma ieri era in lor la minaccia

tra i denti, la guerra negli occhi,

più nulla nei cuori, più nulla!

nemmeno la povera culla

gemente lontano... Ribelli?

Guardate, o fratelli!

 

Dietro le palpebre, all’ombra,

dormono gli occhi, che ingombra

l’oblìo, che stupisce il mistero;

ma sul pallore del viso

vigila un fioco sorriso

qual lampada in un cimitero;

ma dalla fila pugnace,

ma dai ribelli (oh! ribelli!)

s’alza un bisbiglio, ch’è grido!

Fratelli!

una parola sorridono:

pace!

 

II

 

Chi spira nei giovani fieri

quel soffio di voce sì pia?

nel tremulo vecchio che ieri...

cessò di tremare per via?

nell’umile donna che ancora...

l’aspettano i figli col pane?

nei bimbi... destàti all’aurora

da suon di mortai, di campane,

da grida di festa?... Chi spira,

fratelli, a quel pianto, a quell’ira

quel grido sì fievole e forte?

Fratelli, la Morte.

 

È fremito pallido e grave

sì come il sussurro soletto

di suora che mormori l’Avemaria

presso un tacito letto;

è romba d’ignote campane

che cullano il mondo che dorme,

lontane nell’aria e sì piane

che appena vi lasciano l’orme;

un impazïente nitrito

che trema nel cielo infinito;

un urlo improvviso alle porte,

la voce tua, Morte!

 

Ella, o da presso ci parli

col rodìo lieve de’ tarli

notturni, o col bronzo dal cielo,

dice: «O mortali! mortali!

ch’al ventilare dell’ali

mie, rabbrividite di gelo:

ciò che un istante in me tace,

tace per sempre. In cammino

per la caligine sola,

Caino,

tu non l’udrai la parola

di pace

 

III

 

mai più!» Così dice sommessa,

ma udita: da lei chi lontano?

non vista... Oh! vedetela! è dessa

che brilla su l’ermo vulcano,

che il cielo coi fulmini accende,

che rode all’abisso i pilastri,

che mugge nei mari, che pende

lassù taciturna dagli astri...

Lasciate alla Morte la guerra!

Voi, dite su l’umile terra:

«S’io pur fui cattivo, sii buono

tu dunque! perdono!»

 

Lasciate alla Morte la messe

degli uomini! O popolo umano,

nei campi che il fato ti elesse,

tu mieti pensoso il tuo grano!

Non sangue, non lagrime! Il sangue

lasciatelo nelle sue vene!

Schiudete la carcere esangue,

sciogliete le ignave catene!

Lasciate la morte alla Morte!

Voi stando su l’orride porte

gridate: «Tu sei ció ch’io sono!

fratello, io perdono!»

 

Astro del fato, cometa

ch’erri nell’ombra inquieta

cercando la fragile terra,

astro, l’arrivi, e pur, muto,

senti che n’esce l’acuto

bramire degli uomini in guerra:

passi in un attimo, o face

dell’infinito; sei lunge;

quando nei ceruli spazi

ti giunge

l’ululo d’odi non sazi:

poi... pace!

 

 

MANLIO

 

I

 

S’è udito un singulto a Caprera.

Tra i turbini è sola la tomba.

Ma nella notturna bufera

si levano squilli di tromba.

 

S’è udito a Caprera un singulto

dal cuor della tomba. E dai mari

s’avanza con ampio tumulto

la Tavola rossa dei Pari.

 

Là, candidi sopra i frangenti, i

cavalli s’impennano ai venti

davanti Caprera.

 

II

 

I Mille! I suoi Mille a Caprera!

La tomba circondano gravi.

– Oh!... dove? Nell’Africa nera,

frangendo catene di schiavi?...

 

O sotto gli olivi di Creta,

cercando le mandre disperse?...

Tra il mare e gli sproni dell’Eta,

nell’ombra dei dardi di Serse?...

 

Che mai ne rimane sul lido

deserto? qual vindice grido?

qual grande bandiera? –

 

III

 

S’è udito un singulto a Caprera.

– In mezzo alla tenebra sola?

sopr’una torpedinïera

pugnace, nell’acque di Pola?...

 

Su l’Alpi? fanciullo gigante

coi Mille più grandi dei primi?

ponendoti ai piedi di Dante,

vessillo di Calatafimi?...

 

O alfine con lui rivedeste

la tumultuante Trieste,

fratelli Bandiera? –

 

IV

 

Portatelo, o mari, a Caprera.

Se intatto è dal ferro de’ prodi,

oh! creda l’eroe, che non v’era

più ferro nel mondo e più odi!

 

Oh! creda che sopra la terra

cadesse, com’egli sognava,

di mano alle genti la guerra,

siccome a Caino la clava!

 

e senta, or che il marmo si schiude,

soffiar su le ceneri nude

la nuova grand’Era!

 

V

 

Lasciate il suo sogno a Caprera!

lasciate il suo sogno alla tomba!

Dileguino nella bufera

quei funebri squilli di tromba!

 

Ch’Ei sogni che l’uomo, più prono,

più forte, per l’umile via,

sì, dice alla Morte, Tuo sono!

non dice alla Morte, Sei mia!

 

e semina avanti il suo verno,

cadendo sul vomero eterno,

la sua primavera.

 

VI

 

O Manlio, che torni a Caprera

da sola una guerra – la vita –

o Manlio, ti prema leggiera

la terra d’Anita e Rosita!

 

La fossa vicino alle fosse

ti scavino a’ piedi del colle

col rastro col quale Egli mosse

guerriero le placide zolle!

 

Fioriscano teco i gerani

piantati da quelle sue mani,

venendo la sera!

 

 

IL RITORNO DI COLOMBO

 

I

 

Terra!... notturna, d’un tratto,

bandì dalle coffe una voce.

Vesti il mantello scarlatto,

solleva il vessillo e la croce,

tu che mettesti la prora

nel pallido occaso, e l’aurora

seguì la tua scìa!

 

Guarda: fu ieri: una canna

nuotava sul mare profondo:

oggi si cullano in panna

le navi su l’orlo d’un mondo.

Sorgi, Colombo: l’aurora

nel grande vestibolo indora

la Santa Maria.

 

Scendi, o venuto col sole,

recando le sacre parole;

lascia la tolda cui lungo la via

brillarono incognite stelle;

vieni... – Oh! non è la tua Santa Maria!

non sono le tre caravelle!...

 

II

 

Terra!... Fu lunga la notte,

la notte fu scura e divina;

quando, tirate le scotte,

cantarono salve regina

gli esuli figli dell’Eva,

cui tutto all’intorno diceva:

Domani! Domani!

 

Sotto le stelle, già rare,

fissavi la tenebra, o Loco!

Su l’anelare del mare

vedevi tu il guizzo d’un fuoco...

Era il tuo mondo che pace

chiedeva agitando una face

con l’onde, sue mani.

 

Ora, non anche s’è stinta

la tenebra, e di su la Pinta

s’alza la voce... I due generi umani

s’incontrano sotto le stelle...

terra... – Oh! non è, non è più Guanahani!

non sono le tre caravelle!

 

III

 

Terra!... – Sì, terra, sì. Tristo

risveglio! Dormivi: da secoli,

o portatore del Cristo,

dormivi; e giungeva a te l’eco

d’armi e di sferze; a te, presso

la tomba, il lor pianto sommesso

piangeano gli schiavi.

 

Esule cenere muta,

non questo è l’arrivo: è il ritorno!

Dietro la poppa battuta

dall’onde, è la sera d’un giorno...

esule cenere mesta,

del giorno latino! Ed è questa

la terra degli avi,

 

vecchia! È la notte del giorno

latino; è il fatale ritorno.

 Quelle che stanche affaticano i cavi

là, sotto le solite stelle,

sono... d’acciaio?... le solite navi;

non sono le tre caravelle!

 

 

ANDRÉE

 

I

 

No, no. La voce che giungea per l’aria

fosca, da terra, come gridi umani,

era lo strillo della procellaria,

 

ch’ama li scogli soli, gli uragani

inascoltati. O forse (era di bimbi

quasi un guaire?), o forse di gabbiani.

 

Un suono s’alza qua e là di limbi

queruli nell’estrema ombra incaccessa:

sono i gabbiani; dicono. O colimbi

 

forse? o la skua? Forse la skua. Quand’essa

svola sui ghiacci, esce da mille nidi

un pianto acuto; ché, con lei, s’appressa

 

la morte. O vani, muti, intimi gridi

tuoi, del tuo cuore...? Udiva anche il gabbiere,

e nell’orecchio del gabbier tu fidi.

 

Sì: ma fu certo rombo di scogliere,

crollo di rupi, urlo di vento, affanno

d’ancor lontane, pure in via, bufere,

 

il mare, il cielo, o navichier normanno:

 

II

 

non era Andrée. Centauro alla cui corsa

la nube è fango e il vano vento è suolo,

volava Andrée, di là della Grande Orsa.

 

E l’alche prima videro il suo volo;

poi più nessuno; sì che al fin non c’era

che il suo gran cuore che battea sul polo.

 

Però ch’ei giunse al lembo della sera,

e su l’immoto culmine polare

stette, come su rupe aquila nera.

 

Ardea la stella pendula del mare,

lampada eterna, sopra la sua testa,

e pareva nell’alta ombra oscillare.

 

Vide in suo cuore fissi egli, da questa

onda e da quella d’ogni mar selvaggio,

di tra la calma, di tra la tempesta,

 

oh! mille e mille e mille occhi, nel raggio

che ardeva a lui sul capo; ed in un punto,

a quelli occhi che vide in un miraggio

 

subito, immenso, annunzïò: Son giunto!

 

III

 

Allor, sott’esso, grave sonò l’inno

degl’iperborei sacri cigni: un lento

interrotto, d’ignote arpe tintinno;

 

un rintocco lontano, ermo tra il vento,

di campane, un serrarsi arduo di porte

grandi, con chiaro clangere d’argento.

 

Né mai quel canto risonò più forte

e più soave. Dissero che intorno

sola, pura, infinita era la morte.

 

E venne, all’uomo alato, odio del giorno

che sorge e cade, venne odio del vano

andare ch’ama il garrulo ritorno.

 

Egli era in alto, al colmo: era l’umano

fato a’ suoi piedi. Andrée si sentì solo,

si sentì grande, si sentì sovrano,

 

Dio! Già moriva l’inno dello stuolo

sacro in un canto tremulo di tromba.

Poi fu silenzio. L’astro ardea sul polo,

 

come solinga lampada di tomba.

 

 

AL RE UMBERTO

 

I

 

In piedi, sei morto, tra i suoni

dell’inno a cui bene si muore:

in piedi: con palpiti buoni

nel cuore, colpito nel cuore:

 

tra grida più fiere che squilli,

di Viva! sei morto: ed al vento

tra gli altri cognati vessilli

batteva il vessillo di Trento:

 

sul campo; nell’ultima sera

guardando, tra i fremiti lieti,

che cosa, o Re morto? Una schiera

di giovani atleti.

 

II

 

Sul campo, sei morto, una mano

levando alla fronte severa,

vedendo da presso e lontano,

vedendo, nell’ultima sera,

 

nell’ultimo istante, con gli occhi

guizzanti una luce corusca

di lancie d’ulani, con gli occhi

velati dall’ombra di Busca,

 

vedendo – là tra la minaccia

del nembo luceva una stella –

sei morto vedendoti in faccia

l’Italia novella...

 

III

 

Viveva l’Italia novella,

viveva! E tu, Sire canuto,

vedendo ch’ell’era assai bella,

levavi la mano al saluto:

 

levavi al saluto la mano,

scoprendoti il cuore... Nel cuore

te un uomo – non era un ulano –

trafisse... oh! il Quadrato che muore

 

per te!... Il gran mare ha il suo fondo:

Re morto, tu eri mortale:

chi grande nel mondo?... Nel mondo,

di grande, c’è il Male!

 

IV

 

C’è il Male che piange, che prega,

c’ha freddo, ch’ha fame; e quel Male

che accusa il fratello e rinnega

la madre, quel Male ch’è male.

 

Il Male è sol quello che ride

d’un lugubre riso di folle;

il Male è sol quello che uccide,

che tempra di sangue le zolle,

 

le zolle che poi gli empiranno

la bocca, al Caino... ed esangue

poi sente in eterno che sanno

l’amaro del sangue.

 

V

 

Il Male è più grande di Dio!

Dio scende; ma l’uomo l’infrange;

Dio passa, Dio dice: «Son io

che piango in ogni uomo che piange!»;

 

ma presso il banchetto di vita

c’è un pianto che ancora non varia,

ma sordo trapassa il levita

vicino al Gesù di Samaria;

 

ma niuno, nel mondo delle ire,

di fronte al comune destino,

niuno ama piuttosto morire

Gesù, che Longino.

 

VI

 

Oh! il Male! bramito di belva

che in fondo al suo essere cupo

ravvisa l’antica sua selva,

ravvisa il nativo dirupo;

 

e fiuta, la belva; e già crede

che sia l’avvenire che odora

nell’ombra; e d’un lancio si vede

postato all’agguato d’allora;

 

e l’ali vuol mettere e tenta

l’abisso dei cieli, la fiera;

e mostro, con l’ali, diventa,

Vampiro e Chimera...

 

VII

 

Tu Re, non vedesti. Con gli occhi

guizzanti una luce corusca

di lancie d’ulani, con gli occhi

velati dall’ombra di Busca,

 

con gli occhi sì fieri e sì mesti,

davanti una giovane schiera

d’atleti, tu non la vedesti

la ingorda di sangue Chimera

 

notturna, che sibila ed alia

venendo e tornando dai morti...

Tu, Re, salutavi l’Italia

de’ liberi e forti:

 

VIII

 

l’Italia che vive nel sole,

che vuole i suoi rischi e i suoi vanti,

le marre e le trombe, le scuole

pensose e i cantieri sonanti:

 

l’Italia che spera, e s’adopra

concorde al suo lucido fine,

che foggia il suo fato, là, sopra

le incudini delle officine:

 

l’Italia che già si disserra

nel grande avvenire il suo varco,

e avanti, sia pace sia guerra,

San Giorgio o San Marco!

 

IX

 

Lui, non lo vedesti: vedevi

le vite d’Italia al lavoro:

un grido, fa quello che devi!

correva sereno tra loro.

 

Vedevi le inerti paludi

domate da squallidi eroi,

che, come gli eroi su gli scudi,

sul fieno riportano i suoi...

 

e lungi in un ultimo mare,

sott’aspre costellazïoni,

vedevi tre navi lottare

coi gravi monsoni.

 

X

 

Va, giovane Italia: t’aspetta,

ti chiama il tuo fato con voce

d’angoscia. O salute o vendetta,

s’hai l’aquila antica e la croce,

 

va, portala! L’aquila vede

dall’alto la vasta pianura.

La croce... e tu fanne, alla fede

degli avi, la spada più pura!

 

Va, memore Italia, tra i primi

tu giunta per ultima. Doma,

costringi, e rialza e redimi!

va, giovane Roma!

 

XI

 

Lui... non lo vedesti. O Re forte,

nell’anima calma e serena

nel cuore cui pure la morte

lasciava due palpiti appena,

 

lui, non lo vedesti; vedevi

lontano lontano, in un mare

di ghiacci, tra pallide nevi,

tra il cenere crepuscolare,

 

tra sibili sordi di vento,

tra l’ombra e il silenzio, là, solo,

vedevi un piroscafo lento

dirigersi al Polo.

 

XII

 

Va!... all’Ideale la barra!

Va!... all’Ideale ch’è un punto,

ch’è un nulla; e la morte lo sbarra;

ma quando sei giunto... sei giunto!

 

Va, principe giovane e giovane

Italia! Nel pelago eterno,

va, cerca il tuo Polo; va, trova

nel mondo infinito il tuo perno!

 

Va, in mezzo alla grigia bufera,

va, dove s’incontra e s’indora

con questa che sembra una sera,

la subita aurora!

 

 

AL DUCA DEGLI ABRUZZI

E AI SUOI COMPAGNI

 

I

 

Questo è dall’ombre un ritorno!

Dante Alighieri ha sorriso.

Noi sedevamo; ed un giorno

vi pensammo all’improvviso.

L’anime nostre oscillare

sentivamo come l’ago del magnete,

tutte cercando inquiete

la Stella Polare.

 

– Là... I tre alberi al cielo,

come cipressi da tomba,

puntano. Un mare di gelo

la carena serra, e romba.

Come un addio di lontani,

tra le sartie nella notte ulula il vento.

Mandano un lungo lamento

le mute dei cani.

 

Palpita in alto un’aurora

verde che sfuma e si dora:

sale e fiammeggia; discende,

si rifugia nel mistero...

Come all’accenno d’un dito,

torna, divampa, risplende,

fatüo fuoco infinito

d’infinito cimitero... –

 

II

 

Salvi! L’antica bandiera

eccola, o reduci, al vento!

V’è la gramaglia... oh! non v’era

là nel vostro attendamento:

essa non copre e scolora

quel vessillo che piantaste e che là solo,

alla deriva, forse ora

già trema sul Polo...

 

Giovane duca, tu pensi.

Pensa alle tue visioni!

Pensa ai tuoi pelaghi immensi,

dove alzasti i padiglioni.

Morte e silenzio. Soltanto

si levava da un’incudine, sonoro,

ritmico ed ilare, il canto

del sacro Lavoro.

 

C’era il Lavoro con voi:

c’era, o pilota d’eroi,

anche la fame, l’insonne

fame, il freddo e la tempesta.

Vieni! C’è fuoco romano

qui tra le rotte colonne.

Scalda l’offesa tua mano

all’eterna ara di Vesta!

 

III

 

Voci di là della vita

turbano il sonno latino.

L’anima sorge stupita

dalla pietra del cammino!

Sembra che il campo contuso

sia da magli smisurati e regolari...

È il calpestìo de’ triari

tuoi, Mario, tuoi, Druso.

 

Strepito d’oltre la morte

rompe la notte latina,

come un precipite e forte

martellare d’officina.

Forse è colui che non dorme

mai, l’eterno Michelangelo che scava

qualche Crepuscolo enorme

da un blocco di lava.

 

Voi, pionieri, nell’atrio

bianco degli uomini, il patrio

Genio voi certo l’udiste,

tra il silenzio universale,

lungi dai giorni e dall’ore,

solo, né lieto né triste,

affaticarsi al chiarore

d’un’aurora boreale.

 

IV

 

O pionieri... Noi siamo

l’opre di tutta la terra,

popolo indomito e gramo,

come schiavi presi in guerra:

muta un’angoscia ci doma,

ché ci raspa sopra il cuore tratto tratto

l’ugna d’un fiero lupatto

tuo, lupa di Roma...

 

Siamo una cupa masnada

che si rifiuta e si scaccia,

e che riprende la strada

col piccone e la bisaccia;

mentre nel cuore profondo

che riflette nuove nubi e nuove stelle,

passano tre caravelle

che cercano un mondo...

 

Lo troveremo due volte.

Tu dalle tenebre folte

dove si muove il Gran Carro,

tu ci porti una vittoria.

Eccolo, o duca latino,

eccolo il pane di farro,

pane pel nostro cammino,

gloria! gloria! gloria! gloria!

 

 

A UMBERTO CAGNI

 

I

 

La nostra bandiera

sta sopra indicibili lande.

Chi l’ha nell’eterno confitta?

chi? Stuolo non molto, sì grande.

 

E ferro non era

nelle inaccessibili mani:

aurighi d’alivola slitta,

tra un rauco anelare di cani,

 

parevano un arido volo

di foglie, che piccolo e solo

va con la bufera.

 

II

 

Per solidi mari,

gli aurighi, e tra mobili rupi,

l’icòre di numi dal gelo

salvando con pelli di lupi;

 

le pietre miliari,

da lega in un turbine a lega,

contando nel pallido cielo,

passando da un Alfa a un Omèga,

 

là giunsero; e il duce lor biondo

scagliò contro l’erma del mondo

la lancia d’Autàri.

 

III

 

E su l’acrocòro

dell’orbe, dov’egli avea vinto,

eresse una stela; ed il flutto

del mare fu il sasso del plinto.

 

Non inno di coro.

Non c’era coi taciti Ausòni,

che, in alto, a deriva col Tutto,

le mute Costellazïoni.

 

Intorno alla stela Boote

guidò lentamente le ruote

de’ plaustri suoi d’oro.

 

IV

 

O fulgidi eroi,

ci deste un impero; un impero

che armenti non pasce, che biade

non germina; sterile, è vero;

 

che, semplici eroi,

quell’oro non ha nelle glebe,

che giova con ferro di spade

cambiare e con sangue di plebe,

 

e sì, con l’onore. È un deserto!

Ma, popoli, a farlo, il deserto,

non fummo, là, noi!

 

V

 

Né oro e né terra;

non altro che gelo e che gloria.

Né d’altri che dei vincitori

bevesti le vene, o vittoria!

 

Il forte s’afferra

col forte. Sceglieste il più forte

di tutti, voi, giovani cuori:

perché voi sceglieste la Morte!

 

Sì, guerra, a chi tutti ci assale,

che fa più mortale il mortale!

Sì, guerra... alla guerra!

 

VI

 

Fratelli d’Italia!

là, sola, sui ghiacci, vedete?

nel giorno sì lungo, che l’alba

sementa ed il vespero miete,

 

fratelli d’Italia,

va; in mezzo alla notte infinita

che nella sua tenebra scialba

non ode un singhiozzo di vita,

 

va; lenta tra sibili e schianti,

tra vortici e raffiche, avanti,

l’Italia, l’Italia!,

 

VII

 

va: tra la raggiera

d’un fuoco che in cielo trascorre,

fratelli del mondo, su l’ultima

pinna dell’ultima torre,

 

tra l’alba e la sera,

sta il segno che nelle sue tende

gremite di pianti e singulti

l’antico uccisore s’arrende;

 

ha issato la Terra pugnace,

segnacolo, o gloria!, di pace

la nostra bandiera!

 

 

ALLE BATTERIE SICILIANE

 

I

 

Oh! fuoco di folgori! schianto

di turbini! morte

di cento e di cento e di cento!

Singulti di sangue! ruggiti di pianto!

spavento

d’abisso!... Tu solo qui, forte?

 

Nell’alto, nell’alto, nell’alto,

sul sangue che pesti,

tra un morto ed un rantolo, in mezzo

le grida e le salve, la fuga e l’assalto,

sul pezzo,

tu, solo, tu ultimo, resti!

 

Col cuore che t’esce dal petto,

col cuore che sbalza e ti fugge

in avanti e ti freme

là in mezzo, tu stringi il moschetto

contro un uragano... che rugge

insieme! insieme! insieme! insieme!

 

II

 

Poc’anzi... Silenzio! si marcia

su Enda-Chidane.

Nell’ombra dei monti va bruna

la schiera. L’azzurro del cielo si squarcia.

La luna

risplende su l’ambe lontane.

 

Su su, tra gli abissi e le grotte,

le quattro brigate!

D’un pallido scroscio di piedi,

d’un palpito immenso risuona la notte.

Tu credi,

pastore, a fragore d’acquate.

 

Serpeggia sui tetri burroni

la fila dei muli tra i massi

del fosco Belàh:

scintillano a tratti i cannoni,

tentennano i cofani ai passi:

si va! si va! si va! si va!

 

III

 

I monti son irti di guglie,

piramidi, coni:

son chiuse da roccie le valli.

Avanti! Quei punti là, neri... Pattuglie?

sciacalli?

Quei gridi... Nemici? leoni?

 

Dal cielo che fulgido guarda

quel muto brusìo,

la Croce del Sud a te brilla...

Oh! non a tua madre che forse con tarda

pupilla

tra gli astri va in cerca di Dio!

 

Avanti sui neri burroni!

Quaggiù, tutto ignoto; ed ignote

le stelle lassù!

Scintillano a tratti i cannoni,

tentennan gli affusti e le ruote:

mai più! mai più! mai più! mai più!

 

IV

 

Su l’alba... In batteria!... Lunge,

negli echi d’Entsàs,

la salva dei Vètterli tuona.

È il Primo, è Turitto, Turitto che giunge,

che suona

la sveglia nel campo dei Ras.

 

Ma... Per sezione!... Confuso

s’arresta, s’oppressa,

discende Turitto dal balzo.

Dall’irta zeriba, dal vigile chiuso,

di sbalzo,

ritorna ruggendo l’ambessa.

 

Ritorna l’ambessa ferito,

ruggendo, e sul grosso ripara

con ululo roco...

Sui monti un sussulto infinito

nereggia di Galla e d’Amhara...

da destra, foco!... foco!... foco!...

 

V

 

Cannoni, cannoni del monte,

cannoni che il piombo

scagliate da sopra le nubi,

da picchi dond’aquile s’alzano pronte

con subito

strillo e con subito rombo;

 

se i lampi la luce, se i tuoni

la voce, se il mai

le roccie, se il sempre i torrenti

vi diedero, e l’impeto avete, o cannoni,

dei venti,

la rigidità de’ ghiacciai;

 

mitraglia!... Oh!... Che grida la tromba?

alt! Ascari, alt! Fascia gialla,

alt!... Nembo che spazza

via tutto, un galoppo rimbomba,

s’approssima il grido dei Galla:

ammazza!... ammazza!... ammazza! ... ammazza!

 

VI

 

Oh! fuoco di folgori! schianto

di turbini! morte

di cento e di cento e di cento!

Singulti di sangue! ruggiti di pianto!

spavento

d’abisso!... Tu solo qui, forte?

 

Qui, solo, artigliere. Qui, donde

già fosti divelta

tu, giovine vita. Qui. Salve!

Non odi qui, vinto, tra suono di ronde e

di salve

le donne trillare l’hellelta.

 

Non odi qui l’urlo di guerra;

qui l’orda dei Galla non vedi

che viene e t’infrange.

No, reduce! questa è la terra

tua, questo è il tuo mare, ch’ai piedi

tuoi batte e plaude e canta e piange.

 

VII

 

Nell’alto! nell’alto! nell’alto!

rimani qui, forte,

tra un morto ed un rantolo, in mezzo

le grida e le salve, la fuga e l’assalto,

sul pezzo

ch’hai tratto con te nella morte,

 

ch’è salvo, ch’è nostro!... Non quelle

son ambe, di fronte;

ma è la montagna tua bruna:

le pendono sopra le note tue stelle;

la luna

risplende sul grande Aspromonte.

 

Italia fu primo quel lido.

Dal lido che in faccia ti appare,

l’Italia si noma.

È sacro quel monte, ed un grido

ne suona tra l’ansia del mare...

a Roma! a Roma! a Roma! a Roma!

 

 

ALLE «KURSISTKI»

 

I

 

Brevichiomate sorelle,

api operaie, già sparve

l’ombra del verno, e già fanno

l’api il lor miele per quelle

ch’oggi son torpide larve,

oggi, ma che voleranno

domani.

 

L’ultima neve si scioglie,

cadono l’ultime pioggie,

l’ultimo tuono si perde

lungi; e la quercia le foglie

vecchie abbandona, le roggie

foglie, sul tenero verde

dei grani.

 

E dalla terra fiorita

batte nel cielo un tumulto,

come un grand’urlo di vita

dopo un supremo singulto.

Vive ciò ch’era già morto.

Voci di su la sua tomba

squillano cantano rombano...

Egli è risorto.

 

II

 

Noi per la terra cui resta

quella, di tante frontiere,

ch’è tra la terra ed il cielo;

noi vi cerchiamo: è la festa

 che noi volemmo vedere:

festa di popoli, sgelo

di cuori.

 

E vi troviamo, o sorelle,

gravi, di là delle porte

ferree del carcere insonne;

senza più sole né stelle,

senza né vita né morte,

donne d’amore con donne

d’amori.

 

Ma la gran voce di gloria

giunge là dove perdute,

dopo la vostra vittoria,

siete con donne perdute.

Vive ciò ch’era rimorto!

Voi alle donne tradite

date tre baci, e voi dite:

«Cristo è risorto!»

 

III

 

Sacri ad un solo lavoro,

tutti rivolti ad un polo,

noi ci vediamo, o sorelle;

come si vedon tra loro,

sparse in un etere solo,

le lontanissime stelle

del cielo.

 

Noi vi vediamo serene

muovere al vostro destino,

lungi, tra lancie di sgherri.

Ladri e omicidi in catene

fanno lo stesso cammino

sempre sonante di ferri...

Lo sgelo...

 

è cominciato. V’attende

l’Obi ed il Lena selvaggio.

Ma, nel passare, a voi scende

l’inno del grande passaggio.

Vive ciò ch’era più morto!

E voi baciate quei ladri

miseri. «O figli di madri,

Cristo è risorto!»

 

IV

E noi veniamo con voi,

lungi, nell’ultima terra,

oltre inflessibili porte;

e noi veniamo da voi

anche, o sorelle, sotterra,

anche di là della morte e

del nulla.

 

Polvere e sangue v’ha intrisi

gli aridi riccioli intorno

l’esile fronte stupita.

Sangue e silenzio. Ed i visi

bianchi aspettare il ritorno

sembrano, della lor vita

fanciulla.

 

Ma nel sepolcro ch’è santo

senza pur croci e corone,

giunge a voi, vergini, il canto

della Risurrezïone.

Vive sol quello ch’è morto!

Nostre compagne sepolte,

noi vi baciamo tre volte:

Cristo è risorto!

 

V

 

Su dalle ceneri, o morte

vergini! Chiede il perdono

quei ch’ha percosso ed ucciso,

ebbro del sibilo forte

della sua sferza e del tuono

folgoreggiante d’unisone

squadre.

 

Eccoli: or sanno il lor cuore!

Eccoli: or sanno il lor nome!

Scendi, o cosacco, di sella.

Tu non sapevi, uccisore,

ch’erano fatte pur come

una tua pura sorella!

tua madre!

 

Tu non sapevi... ed or taci.

Oh! tu non fosti già tu!

Prendi, uccisore, i tre baci,

e non uccidere più!

Vergini, è il bruto ch’è morto!

E dalla fossa del bruto,

con un supremo saluto,

l’uomo è risorto!

 

 

L’ANTICA MADRE

inno degli studenti calabro-siculi di messina

 

I

 

Roma, o fratelli, non era.

Era un’ondosa vallea.

Solo una lupa errabonda

latrava dall’arce Tarpea:

l’ombra vagava su l’onda,

d’un’aquila nera.

 

Nelle future tre Rome

rauco tuffavasi il laro.

Qui su l’ondivaga prora,

tra il murmure cupo del Faro,

volto il pilota all’aurora,

diceva il tuo nome...

 

Italia, il tuo nome, ch’è grido

di nembo che scuote le cime!

che vola e s’immilla!

Italia, tu eri in quel lido,

guardata, com’atrio sublime,

dai cani di Scilla.

ii

Scesi da un ispido monte,

prima ch’, o Romolo, arassi,

sacri ad un fato novello

movevano immemori i passi,

dietro un lor fulvo vitello,

stellato la fronte:

 

messe mietuta dal vento,

vite lasciate alla vita,

giovani e vergini caste

movevano ad altra fiorita,

sollecitando con l’aste

l’attonito armento.

 

E giunsero al mare; e per loro

streperono l’onde interrotte

da un nero colosso.

Dormiva nell’ombra il Peloro;

ma l’Etna solcava la notte

d’un vortice rosso.

 

III

 

Gl’Itali stettero, e i bovi

sparsero ai piedi del monte.

Stettero i grandi armentari

con l’isola grande di fronte,

con i profondi due mari,

coi secoli novi.

 

Videro là, nelle arene

della costiera protesa,

l’orme d’ignoti giganti

che stavano, anch’essi, in attesa:

ed ascoltarono i canti

d’ignote Sirene...

 

Sicilia, dal mare di rosa

mandavi il giocondo frastuono

di tibie e di lire:

e in mezzo alla romba festosa

giungeva frenetico il suono

dei Vespri avvenire.

 

IV

 

– Siculi, dite: che appare,

là, sopra i vostri tuguri?

Una città che nel cielo

s’inalza su candidi muri...

Tremula un cerulo velo

sul placido mare.

 

Una città di portenti,

edificata di raggi,

tale che facile il nembo

vi passi coi suoi carrïaggi,

tale che basti il suo grembo

per tutte le genti. –

 

Ed una giovenca ed un toro,

lontano, alle falde d’un colle,

tracciavano un solco;

e tacito a mezzo il lavoro,

guardando le fumide zolle,

sognava il bifolco.

 

V

 

– Itali, dite: che appare

là su Cariddi e su Scilla?

Vivido un arco nel cielo

su pallide nuvole brilla...

Tremula un livido velo

sul torbido mare.

 

Atrio sublime, e profondo,

pieno di lampi e di gridi,

che con la curva dell’arco

congiunge nel cielo i due lidi:

portico immenso che il varco

dischiude ad un mondo! –

 

E quell’aratore lontano,

levava sul solco quadrato

la stiva ritorta:

per tre grandi passi in sua mano

portava l’aratro del fato,

lasciando una porta.

 

VI

 

E la giovenca ed il toro,

nella silvestre colonia,

mossero un mugghio augurale

lasciando la porta Mugonia:

mugghio, onde il colle di Pale

sussultò sonoro.

 

E su le plaghe latine

rimbombò un tuono. E l’anelo

mugghio dal vomere umano

sembrò seguitasse nel cielo,

sempre più cupo, e già vano,

ma senza più fine...

 

Pastori, adornate di fronde

gli ovili! Appendete alle volte

corone di croco!

Tre volte scendete nell’onde

dei fiumi! Passate tre volte

le fiamme del fuoco!

 

 

LA PORTA SANTA

 

I

 

Uomo, che quando fievole

mormori, il mondo t’ode,

pallido eroe, custode

dell’alto atrio di Dio;

 

leva la man dall’opera,

o immortalmente stanco!

scingi il grembiul tuo bianco,

mite schiavo di Dio:

 

la Porta ancor vaneggi!

Voglion ancor, le greggi

meste, passar di là.

 

II

 

O nostro primogenito,

puro tra i bissi puri,

le pietre che tu muri

con la gracile mano,

 

nel sepolcreto sembrano

chiudere i tuoi fratelli

tutti; con tre suggelli,

tutto il genere umano.

 

Solo la bianca Morte

chiude così le porte,

che non riaprirà!

 

III

 

Oh! le tue mani tremano!

Dove sarai tu, quando

un secol nuovo, orando,

toglierà le tre pietre?

 

Dove anche noi. Le candide

culle ch’or vanno e stanno

tra un canto pio, saranno

tombe immobili e tetre.

 

Avanti quella Porta

chiusa non c’è che morta

gente; un’ombrìa che va.

 

IV

 

O vecchio, è vecchio, al nascere,

del suo morir futuro

anche il bambino, puro

là tra i puri suoi bissi.

 

Tutti i fratelli tremano

seguendo te che tremi,

come su gli orli estremi

d’invisibili abissi.

 

Vecchio che in noi t’immilli,

lasciaci udir gli squilli

dell’immortalità!

 

V

 

Di là, di là, risuonano

chiare le argentee trombe

che spezzano le tombe

d’inconcusso granito!

 

Di là, di là, risuonano

canti or soavi or gravi;

ché c’è di là, con gli avi,

qualche bimbo smarrito!

 

Tutto il di noi che vive

è ciò che a noi sorvive:

tutto è per noi di là!

 

VI

 

Non ci lasciar nell’atrio

del viver nostro, avanti

la Porta chiusa, erranti

come vane parole;

 

ad aspettar che l’ultima

gelida e fosca aurora

chiuda alle genti ancora

la gran porta del Sole;

 

quando la Terra nera

girerà vuota, e ch’era

Terra, s’ignorerà.

 

 

A VERDI

Per il dì trigesimo dal suo transito

 

I

 

Voi che notturni moveste

per le strade ancora ombrate;

ch’or nel vestibolo, al vento

antelucano, aspettate

ch’uno v’apra il monumento

del gran Morto;

 

voi che da quando le stelle

pendean bianche su le lande,

state: qui, sotto una mole

grave, v’ascosero il Grande;

qui: vedetela nel sole

ch’è già sorto.

 

Voi che recaste gli aromi,

questa è la tomba, se voi

non cercate che una pietra:

esso, l’aedo d’eroi,

sceso qui con la sua cetra,

non è qui.

 

II

 

Come cercate il vivente

qui tra i morti? E pur n’udreste,

s’egli qui fosse, sotterra,

voci sì dolci e sì meste

di saluto a questa terra

della morte!

 

Ripeterebbe il suo pianto

ch’è il suo canto dell’amore!

Un vincitore ch’è vinto:

altro è la vita? L’amore,

sì, ma dentro un laberinto

senza porte!

 

Voi che recaste gli aromi,

egli vivrebbe, se fosse

qui pur sotto questa pietra;

ma si levò, si riscosse,

volò via con la sua cetra

non è qui.

 

III

 

Morto? Ma udite! Ma udite!

Come impreca! Come implora!

Rugge: qual serpe lo morse?

Geme: qual bacio l’accora?

Ama e soffre; ed altro è forse

mai la vita?

 

Morto? Ma udite! Ma udite!

Egli prega ora il suo Dio.

Lungi la vita gli scorse,

vuole il suo tetto natìo!

Brama e soffre: ed altro è forse

mai la vita?

 

Vive, ed è lungi, e ci manda

l’inno dell’anima umana

ch’è in esilio ed in martoro.

Presso un’ignota fiumana

ha sospesa l’arpa d’oro:

non è qui.

 

IV

 

Morto? Ma forse l’Italia

dai due mari fu sommersa?

Dove fu l’Etna nevosa,

l’onda ribolle e riversa?

dove stette il Monte Rosa,

c’è una duna?

 

O nell’Italia non vive

più che un resto di canuti?

Siedono a qualche cipresso,

pensano e pregano muti...

Non un letto con appresso

la sua cuna?

 

Morto chi suscita i morti,

con un clangor di metallo,

dai silenzi della tomba?...

Egli sul bianco cavallo

corse via con la sua tromba:

non è qui.

 

V

 

Morto? Si muore una volta!

So che il Fauno primigenio,

fiero cantava nell’ima

valle, indulgendo al suo genio,

quando rossa era ogni cima,

su, di lava.

 

Quando l’Italia diserta

fu dal Vandalo e dall’Unno,

ei ripeteva il suo canto,

l’imperituro Vertunno,

mentre Roma a lui daccanto

fumigava...

 

Su innumerevoli roghi,

sotto infinite rovine,

arso, oppresso, al flutto, al vento...

Oh! chi morì senza fine,

non ha fine, non è spento,

non è qui.

 

VI

 

Quanto morì!... La zagaglia

ebbe un giorno alla gorgiera.

Egli, egli stesso, il Ferruccio,

in quella cerula sera,

disse, senza odio né cruccio:

Dài a un morto...

 

Morto? Né prima né dopo,

mai, Fabrizi Maramaldi!

Cadde il Ferruccio nel sangue,

ma si chiamò Garibaldi,

quando rosso, da quel sangue,

fu in piè sorto.

 

Voi che notturni moveste,

quando le pallide stelle

rilucean su la rugiada,

egli, l’eterno ribelle,

balzò su con la sua spada,

non è qui.

 

VII

 

Dove?... Sull’Alpi d’Italia!

Forse il Vecchio è un giovinetto.

Sale un ghiacciaio; s’arresta

poi ch’una voce gli ha detto,

con un grido di tempesta:

Qui c’è nostro!

 

Dove?... Sui mari d’Italia!

Forse è un mozzo, ebbro d’aurora.

Punta una nave tra cento:

drizza tra quelle la prora.

Tra le sartie gli urla il vento:

Mare nostro!

 

Dove?... Nel cielo d’Italia!

Dove?... Chiedetene al Sole!

Qui non c’è che questa pietra.

Stare e posare, non vuole:

balzò su con la sua cetra,

non è qui.

 

VIII

 

Forse prepara il cammino

tra la terra e le sue stelle.

Forse, tra il muto lavoro,

guarda le ignote fiammelle,

e già dice: Un dìtra loro

parleranno!

 

Forse, più grande, già pensa

una grande sua parola,

quella che placa gli ardenti,

quella che i mesti consola,

la parola in cui le genti

s’ameranno!

 

Voi che sotterra cercate

l’ultimo Grande d’Italia,

– era l’ombra, e il giorno è sorto –

l’ultimo Grande d’Italia,

io vi grido, non è morto,

non è qui!

 

 

IL POPE

 

... da oggi non abbiamo più imperatore...: il sangue

degl’innocenti lo separa dal suo popolo...

Dio vi benedica...

Gapony

 

I

 

Piccolo padre, il tuo popolo

piange! prega che tu vada,

tu, sino a lui; ché a lui sbarrano

i cosacchi tuoi la strada.

Piange, e ti supplica: grazia!

dà, per i suoi figli, il pane!

no: per i tuoi... che famelici

hai nelle sue tane.

 

Piccolo padre, al tuo popolo

reca tu ciò che consola!

Passa quel fiume! Il tuo popolo

nel fango è sino alla gola.

Esso verrebbe; ma, piccolo

padre, sai che lo impedisce,

Zar, la tua legge, nagáika,

Zar, a sette strisce.

 

Protettore! Salvatore!

passa il fiume che rimbomba!

Scendi, o padre e imperatore!

va su l’acque alla sua tomba!

Non sei tu come chi nacque

dallo Spirito, e che può

camminar su le grandi acque?...

Non puoi?... No!

 

II

 

L’acque son rapide e torbide,

cupo è il fiume, il fiume è grosso.

Fu per un ferreo diluvio,

per un uragano rosso.

Furono lampi di sciabole,

sibili di sferze, furia

secca di grandine e folgori,

come là in Manciuria...

 

Ma non si trovano laceri

sotto l’unghia dei cavalli,

i tuoi nemici quei piccoli

tuoi nemici di là, gialli...

Erano figli del piccolo

padre; sono, o Zar, tua cosa!

C’è qualche cosa di vergine...

che fa tutto rosa.

 

Sangue! Sangue! Sangue! Sangue!

Tu non puoi passare; è troppo!

Quale uragano di sangue,

i tuoi Cosacchi al galoppo!

E poi fuma, bolle... Sciopera

anche tu! nasconditi!

Non puoi, no! Ma là... quel Pope...

Egli, sì!

 

III

 

Chi?... Ma lo chiamano piccolo

padre. E parla; altro non vuole.

Corrono le moltitudini

alle sue dolci parole.

Parla; ed al santo tuo Sinodo

dice il tuo Metropolita:

«Egli bandì la bestemmia!

Voi l’avete udita».

 

E chi è dunque?... Lo seguono

zappatori e duri fabbri.

Tutti l’odono: appendono

il lor ànsito ai suoi labbri

Coi peccatori, coi miseri

che la lebbra hanno del male,

egli nei trivii e quadrivii

mangia il pane e il sale...

 

Sì, ma passa! Egli sì, passa,

passa a piedi asciutti il fiume.

Il suo piede non abbassa

l’orma su le rosse schiume.

Non a lui volesti andare,

Zar di poca fede: ora è

lui che su l’eterno mare

viene a te!

 

IV

 

Dunque chi è, che in un vortice

rosso ti conduce i morti?

Vengono gli uomini pallidi,

tutti nel suo sguardo assòrti:

vengono trasfigurandosi

nella chiarità dell’aria,

vengono donne di Magdala,

donne di Samaria;

 

vengono i bimbi: sui riccioli

pésti la sua mano posa.

Quale sfiorita di petali,

che la neve tinge in rosa!

Passano il gorgo inguadabile,

sangue dal fonte alla foce...

E chi è dunque? Chi? Guardalo!

Regge la sua croce.

 

Egli è il Cristo! il Cristo! il Cristo!

Caifa il pallio anco s’è scisso.

Egli è il Cristo! o Zar, il Cristo!

Tu, tu l’hai ricrocifisso.

Lava, lava le tue mani!

Egli a te ritorna; e tu,

o sovrano dei sovrani,

non sei più!

 

 

AL DIO TERMINE

 

Termine buono, ch’ora a due bifolchi

partisci il campo, sì che l’un da mane,

l’altro da sera, affidi il grano ai solchi;

 

poi l’uno e l’altro viene a te col pane

di sua sementa, e con la pia famiglia

recante i doni, e col tacente cane;

 

e questi posa sopra te la figlia

ultima, e quegli il dolce figlio primo,

l’un che balbetta, l’altra che bisbiglia;

 

mentre due galli cantano dal fimo,

dal suo, ciascuno, e ronzano gli sciami

di due regine su lo stesso timo:

 

Termine forte, e ch’ora due reami

dividi, e segni ai popoli, dove ari

ciascuno e mieta, dove crei, dove ami;

 

e le lor vite tacito separi,

tumultuanti, come, occulto in fondo,

scoglio da sé fa rifluir due mari;

 

poi l’uno e l’altro viene a te giocondo,

con gl’inni in cuore, ed offre ogni sua pura

primizia a te, di ciò che dona al mondo:

 

Termine santo, che noi, stirpe dura

d’agricoltori, col vetusto rito

piantammo a vista dell’età futura;

 

presso una siepe viva; o tu, che il dito

intendi, il dito che non sa l’oblìo,

verso la nostra siepe di granito;

 

grida, verso la grande Alpe di Dio,

con la tua voce onde tonò l’inferno:

di là c'è vostro, ma di qua c'è mio!

 

se, giusta il rito, nascondemmo, al verno

nostro di lunghi secoli, sotterra,

semi onde spunta qualche fiore eterno!

 

se gli odii antichi, se il livor di guerra

spengemmo in cuore, salutando l’Era

nuova di pace e buon volere in terra!

 

se qui mandammo anche una primavera

sacra, di giovinette anime, rossa,

sotto una sacra giovine bandiera!

 

se, giusta il rito, empimmo allor la fossa

del sangue loro! s’Egli, Egli, ondeggiante,

Egli ubbidì, lasciandone qui l’ossa...

 

per base a te, Termine nostro, Dante!

 

 

INNO SECOLARE A MAZZINI

 

I

 

I

 

Cento anni?!... Tu nell’evo eri, degli evi!

come lontano! Chi poté vederti?

Tu, quando niuno ancor vivea, vivevi.

 

L’Italia era vulcani, era deserti.

Non c’erano i pensosi uomini aneli.

C’erano, sì, le oscure selve inerti.

 

A quando a quando si movean gli steli,

le foglie, i rami, gli alberi... al passaggio

d’un improvviso spirito dei cieli.

 

C’erano i fiumi sonnolenti al raggio

del sole, incerti, nell’errare al piano,

dove mai fosse il loro mar selvaggio.

 

Ed ecco un cupo rimbombar lontano:

la piena! i massi! i morti neri pini!

Sereno al piano, ai monti l’uragano.

 

Sui monti, in alto, c’eri tu, Mazzini.

 

II

In alto eri, per tutto eri, ma eri

invisibile. Un ramo di cipresso

avevi in mano, tolto ai cimiteri.

 

E tu scotevi quella fronda, o Messo

di Dio, chiamando un Popolo non sorto

ancor di terra, all’avvenir promesso.

 

Erravi al lume del pianeta morto,

tu, pallida ombra. Risplendea silente

ciò ch’era morto a ciò ch’era rimorto.

 

E tu cercavi il mondo senza gente,

fantasio, lungo gl’inquïeti mari,

sotto lo scheletrito astro del niente.

 

E l’uno all’altro sorridean gli ossari!

l’astro e l’Italia. – Per chi mai splendiamo? –

E pareano i millenni solitari,

 

ch’era la luce, e che non era Adamo.

 

III

 

E quando fu che venne a te su l’onda

dei mari, l’Altro? Il rosso dell’aurora

apparì sopra la sua testa bionda.

 

Voi dai due poli vi guardaste. Egli, ora!

disse; tu, sempre! Ed ecco udiste, assòrti,

un infinito murmure. In quell’ora,

 

s’aprian le tombe e rinasceano i morti.

 

II

 

I

 

E i redivivi congiungean le dita

delle due mani sul lor cuore nuovo,

cui percoteva l’onda della vita:

 

– Davanti a Dio! Davanti a me, che trovo

qui nel mio cuore, eterne voci vere!

ti trovo in me, fiamma di Dio nel rovo!

 

per il mio dritto! per il mio dovere!

e per il sangue ch’è nelle mie vene

come la pioggia è nelle nubi nere!

 

per il vano finora impeto al bene!

per l’ala, o Messo, ch’ora tu gli davi!

per la mia Patria e per le sue catene!

 

per la grande memoria de’ nostri avi

e per il grande popolo futuro!

vivo tra morti, libero tra schiavi,

 

per la già nata terza Italia, io giuro... –

 

II

 

E nelle tue parole i redivivi

giuravano; e con ferme le pupille

si disperdean per le tre vie dei trivi.

 

Si disperdeano come le faville

d’un rogo occulto: il rogo in mezzo ai venti,

in mezzo ai flutti, d’un lontano Achille.

 

Come scheggie d’un grande astro cadenti,

cadean brillando. Al lor vano cadere

vedean notturne la lor via le genti.

 

– Per il mio dritto! Per il mio dovere! –

E si spengeva il subito baleno

su palchi infami, dentro ree galere.

 

Cadeano. O sorte degli eroi, dal seno

scesi brillando, del Leone! O sorte

dei fuggenti lo spazio alto e sereno

 

atomi d’astri! Quella luce è morte.

 

III

 

È morte. Ma Chi per la patria muore?...

Quando fu mai che risonò quel canto?

quel canto, là... Chi per la patria muore...

 

Nel vallon di Rovìto, orrido e santo,

avean cento fucili incontro al cuore.

Quando la morte ne scrosciò di schianto,

 

ancor s’udì: Non muore mai! Non muore!

 

III

 

I

 

Tu, quando un giorno uscisti dalla nube,

presso l’eterno fuoco eri di Vesta.

Strepeano i litui, alto clangean le tube.

 

Su la Via Sacra si sentia la pesta

di càlighe. Coorti, legïoni

passavano, le antiche aquile in testa.

 

E disse alcuno dei centurïoni:

– Pianta l’insegna: ottimo è qui restare –.

Nuovo era solo il rombo dei cannoni.

 

Ché combatteva la città per l’are

e i fuochi; mentre nella casa pura

offrian suoi doni i cittadini al Lare.

 

Al senato le leggi erano a cura.

Dicea la plebe nei comizi, Io voglio.

Tutto era antico: ai piedi delle mura

 

Garibaldi, e Mazzini in Campidoglio.

 

II

 

E fu travolta l’ultima coorte

nelle macerie. Ed ecco un soffio d’ale

a gl’invasori spalancò le porte.

 

– Entrate! – E si mostrò Roma immortale.

Allor allor giungeano, dal Tirreno

gli avvoltoi neri del suo dì lustrale.

 

Ed era un dì pieno di luce e pieno

di silenzio. Alle schiere taciturne

pareva un plenilunïo sereno.

 

C’erano, presso le colonne e le urne,

sotto i grandi archi, a quel passar non nuove

ombre sedute su le selle eburne.

 

Termine, il nume cui nessun rimuove,

era lassù. Roma era vinta; eppure

si figgeano nell’alta arce di Giove

 

le sue dodici tavole future.

 

III

 

O irremovibile anche tu, Dea lieta!

Dea Gioventù! Là eri con Mameli,

là rimanesti con l’eroe poeta.

 

Tu sollevato l’hai con te nei cieli

molle di sangue quasi di rugiada;

e nella luce dentro cui lo celi,

 

brilla ancor la sua lira e la sua spada.

 

 

IV

 

I

 

O tempo degli eroi, quando la cetra

sfuggìa di mano al suo cantor caduto

e gli fulgeva stelle auree dall’etra!

 

Muta la constellazïone al muto

cantor fulgeva. Gli occhi avidi verso

il suo tintinno ancor tendeva il bruto.

 

Più lungi il balteo rifulgea, disperso

nel cadere: tra Sirio e Aldebarano.

L’eroe cadeva in mezzo all’universo.

 

O sacro tempo degli eroi, lontano

come le stelle! Tu volgevi il viso

al cielo sparso del martirio umano:

 

lassù cercavi ciò che t’era ucciso,

o Mazzini! la patria, esule errante,

nella Galassia! Come te, lei fiso

 

guardava un altro, esule anch’esso: Dante...

 

II

 

Vedesti Dante uscito dall’abisso,

ch’era già su, che dal superno monte

guardava ciò che dai nostri occhi è scisso.

 

Anche per Dante, in patria, presso il fonte

del suo battesmo, era la scure e il rogo.

Egli guardava, alta la pura fronte.

 

Ecco: soave i cuor premeva il giogo

di libertà che più che vita, piace.

L’uomo era giusto e nel natìo suo luogo.

 

In pro’ del mondo Italia ergea la face,

la non più serva! la non più partita!

Ciò ch’era in cielo, era anche in terra: pace.

 

Dante nel cielo cui la terra imita,

vedea ghirlande, croci, aquile, scale

d’ascensïone facile infinita...

 

In alto alto, il gran seggio imperïale,

 

III

 

vuoto. – O tu coronato e mitriato

da te su te, vuoto è rimasto il trono,

e rimarrà. La tua parola è il fato.

 

E io che al fine sol di dire, Io sono,

seguii per l’erte e l’arte vie te duce,

mi prendo il serto di che me corono,

 

di su l’altare ch’entro me riluce! –

 

 

V

 

I

 

Così dicevi. Ei ti guatò profondo.

Come salito? amico alle tre dee

scese col Cristo tricolori al mondo?

 

No. Ma tu, stando tra le donne ebree,

tu lo vedesti il buon Messia passare

sotto gli olivi, in mezzo alle azalèe:

 

tu lo vedesti errare lungo il mare

di Genesareth: distendea le reti

Simon Bar Iona su le liscie ghiare:

 

lo udisti, tu, su la montagna: – Lieti

voi siate, quando vi si spregia, opprime,

calunnia; ché così fanno ai profeti.

 

Con me venite su le pure cime!

Sia la lampada sopra il lampadario!

Edificate la città sublime

 

sopra la rupe, ancor che sia Calvario! –

 

II

 

– Sì – tu dicevi. E ne adoravi le orme,

da lungi. – Non piangete: la fanciulla

– egli diceva – non è morta: dorme –.

 

E tu: – La tomba è altro che la culla

del cielo? – Ed egli: – O voi di poca fede... –

E tu: – La vita senza fede è il nulla –.

 

– Opre, voi non avrete la mercede,

qui! Grami, non è il breve oggi che nuoce!

Uomini, solo avrà pace chi crede! –

 

Ognun prendeva in collo la sua croce

e lo seguiva nel passaggio lento.

Precedeano i fanciulli la sua voce.

 

Era il passaggio d’un soave vento

sul grano: un infinito tremolìo.

È uomo? È Dio?... Tu mormoravi, attento:

 

– L’opera umana! ecco il tuo Verbo, o Dio! –

 

III

 

E poi lo udisti, cinto di corona

di spine, tra i flagelli e i vilipendi,

e su la croce – Padre! – dir – perdona! –

 

offrir sé stesso; dire al cielo – Prendi! –

Il suo grido echeggiò nell’Infinito.

Diceva il volgo: – Se sei Dio, discendi! –

 

È Dio – dicesti – perchè v’è salito! –

 

 

VI

 

I

 

O pellegrino delle età trascorse

e non perite, e ti fermasti affranto;

e cadde il dì, l’immortal notte sorse.

 

Con l’eco, in cuore, del passato, e il canto

dell’avvenire, a mezza via restavi,

tra ciò ch’è sacro e ciò che sarà santo.

 

A mezza via tra i lontanissimi avi,

e i non creati. A mezza via! Tu eri

Dio senza sette e Roma senza schiavi.

 

Eri l’impero, che disfà gl’imperi;

eri, o pensoso figlio di Maria,

l’unità santa, senza più misteri.

 

Su te, profeta morto a mezza via,

lucevano le idee, pure alte sole:

la croce, sì, ma del dolor che indìa;

 

l’aquila, sì, ma che contempla il sole.

 

II

 

Eri il sogno, e non fosti!... Uomini, udite!

Di là del mondo Enea vide futuri

sciamar gli sciami delle nostre vite:

 

chi con la verga degli augusti augùri,

chi con l’olivo delle placide are,

quali con l’aste, quali con le scuri.

 

Tanto egli vide. Ma poi v’era un mare

porporeggiante: i Cesari; poi file

lunghe di pastorali e di tïare.

 

E poi v’era... o latin sangue gentile!...

mentre incessante si sentìa, sul fonte

del fiume eterno, quel ronzio d’aprile,

 

v’era una nube, all’ultimo orizzonte

dell’oltremondo, d’altre vite umane:

e dagli eroi seduti dietro il monte

 

giunse più forte il canto del Peane.

 

III

 

Verranno! Ecco i fanciulli, ecco il lavoro

di tre millenni. O anime serene!

Liberi sono, ed il lor cuore è loro.

Vogliono, attratti verso tutto il bene,

fare e patire ove il dover destini.

Son la giovine italia, essi, che viene...

E solo allora tu sarai, mazzini!

 

 

INNO DEGLI EMIGRATI ITALIANI

A DANTE

 

Esule a cui ciascuno fu crudele;

tu cui da sé la dolce patria scisse

e spinse in mare legno senza vele...

 

Ma tu scendesti a interrogare Ulisse

il molto errante, il molto pazïente,

e ci dicesti ciò ch’egli ti disse:

 

– Uomini, non credete all’occidente:

ciò ch’è a voi sera è prima aurora altrui.

Seguite me nel mondo senza gente:

dire, anche morti, gioverà: Vi fui! –

 

Profeta, e tu, lungo l’Oceano insonne

dicevi ad uno insonne sulle porte

schiuse e vietate: – Non ci son colonne!

 

Le pose a segno Ercole eroe, che in sorte

ebbe l’eterna Gioventù ribelle.

Le pose il forte: passa oltre il più forte.

 

Va! Salpa! Issa le vele! Cerca stelle

più nuove, ignoti mari e vie sul rombo

di venti ignoti, e le tre caravelle

ad altre terre adduci ormai, Colombo –.

 

O timonier d’Italia eterno, Dante!

Sei tu che volgi dove vuoi la prora

sul nostro lungo solco spumeggiante!

 

Con lui tu fosti: governavi allora

Santa Maria, quando sul limitare

del nuovo Mondo, ella attendea l’aurora.

 

Prima dell’alba, sul purpureo mare

quasi una grigia nuvola apparì...

«Terra!» gridò la Pinta, ed echeggiare

parve una voce alta infinita: – Sì!

Castelvecchio, 1911.

 

 

APPENDICE

 

IL RITORNO

 

E prese, con un grande urto dei remi

terra la nave: e gl’incliti Feaci

ne levarono prima alto l’eroe,

e su la rena del sonante mare

lo posero. E dal sonno era domato.

Trassero quindi i tripodi squillanti

e i lebeti di bronzo ed i talenti

d’oro, ed al ceppo del frondoso olivo

li posero in un mucchio. Era nell’ombra

notturna la lor cauta opera e il loro

tacito andare; ma nel cielo apparso

già era il mattutino astro, il più bello

degli astri, e ardeva su l’eroe dormente.

L’eroe dormiva, e non sapea più nulla

dei molti affanni che patì nel cuore;

e dal suo mite sonno era lontano

il fragor di battaglie e di tempeste.

Ma non lontano il murmure d’un fonte,

dell’Aretusa, e non lontano l’antro

delle ninfe e dell’api, ove le ninfe

tessean notturne su’ telai di pietra,

mentre pendean tra l’anfore e i crateri,

grappoli, con ronzii sùbiti, d’api.

E i longi-remi marinai Feaci

salian la nave; indi a gli scalmi in fila

sedean, tornando all’isola felice:

nel tacito crepuscolo cantando

battean co’ remi il violaceo mare;

e dalla spiaggia lontanava il canto

tra l’alternare delle larghe ondate.

Cantavano...

 

coro                                       O gran mare, che là gemi

su la spiaggia che tu baci,

che qui piangi sotto i remi

de’ Feaci;

op oòp... op oòp...

dorme... venne di lontano;

dorme... è stanco; dorme... è vecchio;

piano cantagli all’orecchio,

piano piano

muovi la sua culla...

 

Tu che piangi là soave

su chi giunge alla sua terra,

che qui dondoli la nave

di chi erra;

op oòp... op oòp...

non gli dir col tuo frastuono

che già fuma un casolare:

buono è il sonno, o insonne mare!

buono! buono!

dolce come il nulla.

 

Non gli dire, eterno mare,

ch’egli è giunto...

op oòp...

... di lontano

... stanco... vecchio...

piano piano

muovi la sua culla!

 

Dolce... errare

op...

dolce... il nulla.

 

E il dolce canto s’annullò nell’aria;

né più cantò che il mare sulla spiaggia

con lo sciacquare dell’eterne ondate.

E presso il cuore d’Odisseo dormente,

gemeva il fonte d’Aretusa, noto

alla sua cara fanciullezza estinta.

E nell’antro sonava il sottil fischio

delle spole immortali, e il lento tonfo

degli immortali pettini: le ninfe

tessean tuttora su’ telai di pietra.

E nell’olivo grande, alto, fronzuto,

errava qualche squittinio d’uccello

che s’era desto; e qualche arguta stilla

gocciava su le nere alghe del lido:

ché la nebbietta, a ritardare il giorno,

dai cupi botri qua e là fumava,

simile a placido alito di sonno.

E l’eroe si svegliò. Sobbalzò tetro

ai primi raggi che di tra la nebbia

uscian, dell’alba; e tutto era mutato;

e tutto gli mostrava altri sembianti:

le lunghe strade ed i tranquilli approdi,

e le rupi scoscese e i casolari

da cui s’alzava, sfaccendando, il fumo.

E i peri e i meli gli fiorian diverso

da quel che, assenti, nella sua memoria,

gli avean per dieci e dieci anni fiorito

perennemente. E non udì nell’antro

stridere lievi i pettini e le spole

delle sue ninfe, ed a’ suoi piedi invano

gli narrava i suoi primi anni Aretusa.

Stette e guardò la patria terra, e disse:

 

Odisseo                                                          Ahimè!

Che terra è questa? di qual gente? Oh forse,

che ignora il bene e che gli dei non teme!

Ad altra terra i così pii Feaci

m’hanno condotto, e sì dicean, gl’ingiusti,

di riportarmi ad Itaca serena.

Zeus li punisca! Or dov’io vado? e dove

quelle molte ricchezze ora nascondo?

Ma ch’io le conti, che non forse alcuna

ne portin entro l’incavata nave.

 

Disse, e contava i tripodi squillanti

e i lebeti di bronzo, ed il molt’oro

e, meraviglie de’ telai, le vesti.

Nulla mancava. Ed ora egli cercava

la patria terra, e la piangeva, errando

lungo la spiaggia del sonante mare.

 

Odisseo                                  O mia culla sorgente dal mare,

mio nido sospeso alla rupe,

te dunque non debbo trovare

mai più?

Pergamo, Pergamo,

ardeva nel cielo corusco.

Là, rosso di sangue, nell’atrio

del re, tra le fiamme, tra gli ululi e i rantoli,

udivo il sussurro del patrio

mio fonte scorrente sul musco.

Sui vortici, gli ululi e i rantoli,

l’idolo d’Elena Argiva!

Ne volsi lo sguardo, ché udiva,

lontano

sì, meno pur d’Elena, un canto

di note parole

tra un murmure vano

di pettini e spole.

 

Io vidi la casa di Circe

guardata da mansi leoni,

sublime, marmorea, coi troni

d’argento.

Io dissi: O mia casa! O mia casa

che scricchioli al vento!

col logoro tuo limitare,

dov’Argo s’adagia, fiutando nel mare!

 

La dea della notte,

perché mi cadesse il ritorno

dal cuore,

mi diede un suo manto

tra cui non si muore.

Ma io lo bagnava, ogni giorno,

di pianto.

Mi disse: – Immortale

sarai, se rimani... – Morire!

ma nella mia terra! morire!

vedendone, lungi, le spire

del fumo che sale.

 

Egli piangeva, e stava ora a lui presso

un’altocinta vergine ricciuta,

che, rosea sorta al rosseggiar del giorno,

alla sempre corrente acqua veniva

della fontana. Ella portava in capo

un suo canestro di dedalei vinchi,

con le vesti de’ floridi fratelli,

belle, e le sue; ché le pendea nel cuore

il dì pensoso delle nozze, quando

e pure vesti ella indossar doveva

e pure a quelli del corteo fornirle.

Stette presso l’ignoto uomo, e gli disse:

vergine                   Ospite piangi? Gran pietà, chi piange

su l’alba il pianto ch’alla sera è sacro.

Dimmi? Qual suona il nome tuo?

odisseo                                                                                Nessuno.

Chiedi il mio chiaro nome? Ecco, Nessuno!

vergine                   Nessuno, e quando qui giungesti, e come?

Giungere a terra che dall’acque è cinta,

non si dà che per nave, a chi non abbia

un remeggio di bianche ali di cigno...

Odisseo                   Tu, anzi, dimmi, né mentirmi accorta,

qual terra è questa, che dall’acque è cinta?

buona non già, né grande: aspra e selvaggia;

deserta, senza voci, odo, di vita.

Diceva, e un improvviso ululo acuto

da boschi e botri si levò, di ninfe;

e dei torrenti risonò lo scroscio.

E il grande olivo, con un frullo lieve,

versò nell’aria un pigolìo d’uccelli.

E uscian dall’antro al nuovo sol ronzando

l’api, volando al murmure del fonte.

E i meli, al mattutino urto del vento,

piovvero i bianchi petali dei fiori.

 

Vergine                  Itaca...

Odisseo                               Dici? Dici?

Vergine                                                   Itaca...

Odisseo                                                                Hai detto...?

Vergine                  Itaca! L’isola mia poverella

ha l’aure limpide, fertili l’acque.

Non infinita... forse, ma bella

per chi vi nacque.

Odisseo                   Itaca?

Vergine                              Ripida, forse; ma s’apre

il croco e l’iride sotto i suoi rovi.

A monte, a valle, belano capre,

mugliano bovi.

Odisseo                   Itaca?

Vergine                              E il fragile grano vi mesce

l’oro alla porpora varia degli orti.

È aspra, dici? Forte: e ci cresce

giovani forti.

Odisseo                   Itaca? E tu volesti ora mentirmi!

 

Vergine                  Quello che tremola d’alberi,

Nérito è, pieno di timo.

Quando si torna nell’isola,

Nérito corre per primo,

roseo d’un raggio d’aurora,

verso la pallida prora.

 

Odisseo                   Quello? ov’erravo da cieco,

ove, seguendo il mio grido,

prendere il garrulo nido

volli dell’Eco?

 

Vergine                  Quello ov’è tutto quel bianco

d’alberi lunghi e fiorenti...

v’abita un vecchio re stanco,

 ch’erra sul lido, tra i venti:

dicono, voglia contare

l’onde del mare...

 

Odisseo                   Quelli? son gli alberi grandi,

quelli che, padre, mi desti?

 

Vergine                  Questo, se forse domandi,

fonte, a cui lavo le vesti

ora, per ciò che non sai...

è l’Aretusa...

Odisseo                                           Non mai!

 

Questo? quel fonte sì limpido,

dove scendevo per bere,

stanco di caccia? E nel cerulo

mare, qua bianche, là nere

vele vedevo seduto

presso il suo strepito arguto.

 

L’acqua del fonte loquace,

l’onda dei mari lontani,

meco parlavano: – È pace

qui! sono dolce! rimani!

– Vieni; qua freme la vita!

Sono infinita!

 

Vergine                  Ospite, prima ch’io l’intorbi, guarda

se non è dunque limpida quest’acqua!

 

Al fonte arguto s’appressò l’eroe,

e vide sé nel puro fior dell’acque.

Arida vide la sua cute, vide

grigi i capelli e pieni d’ombra gli occhi;

e la fronte solcata era di rughe,

curvo il dosso, né più molli le membra.

Vide; e rivide ciò che più non era:

sé biondo e snello, coi grandi occhi aperti.

Rivide nella stessa onda, e compianse,

la sua lontana fanciullezza estinta.

Ma la fanciulla già nell’acqua pura

ponea le vesti e le tergea; cantando,

ma d’ora in ora; poi ch’il dì pensoso

delle sue nozze le pendea nel cuore.

E presso la sonante opera accorta

della fanciulla, il reduce Odisseo

tutto conobbe, poi che sé conobbe;

ed alla patria protendea le braccia:

Odisseo                                           Io era, io era mutato!

Tu, patria, sei come a quei giorni!

Io sì, mio soave passato,

ritorno; ma tu non ritorni...

 

Vergine                                          Chi su la rama, fiore, ti coglie,

t’ama o non t’ama?

– Dimmelo tu!

 

Odisseo                                           Qualcosa, la nebbia, che muore,

tra gli occhi e le cose che amai

fa ch’ora riveda il mio cuore

ciò ch’ei non riviva più mai...

 

Vergine                                          Fiore, se perdi l’esili foglie,

le metti più?

– Mai più! Mai più!

 

E le ninfe divine, anime verdi

d’alberi, cristalline anime d’acque,

avean pietà del vecchio eroe, che pianse

quando non vide, e pianse quando vide.

 

Coro                                               Coi vecchi nostri canti che sai,

voci di cose piccole e care,

t’addormiremo, vecchio; e potrai

ricominciare.

E quando il mare, nella tua sera,

mesto nell’ombra manda il suo grido,

sciogliere ancora potrai la nera

nave dal lido.

Vedrai le terre de’ tuoi ricordi,

del tuo patire dolce e remoto:

là resta, e il molto dolce là mordi

fiore del loto.

Sarai qui presso. Rotto il tuo remo

sopra il tuo capo stanco sarà.

Sul tuo sepolcro noi canteremo

la tua lontana felicità.

 

 

IL SOGNO DI ROSETTA

 

Rosetta cuce ancora alla finestra,

cuce all’ultimo raggio

del sole, udendo conversar tra loro

con voci dolci e strane

le rondini straniere,

sue compagne dell’albe e delle sere,

sue sole casigliane

nella casetta in capo del villaggio.

E cuce, ché sull’alba di domani

convien ch’alla maestra

riporti il suo cucito,

perché domani è festa;

e tira via costure e soprammani

senza levar la testa dal lavoro.

E giù di fuori è il salutar contento

e il ristare e l’andare e venir lento

di gente che ha finito,

e il rombazzo e il garrito

da un capo all’altro della via maestra

di bimbi su e giù per il villaggio;

dove, all’ultimo raggio,

sol essa ormai lavora

e cuce e cuce ancora alla finestra.

 

Coro                                                Uno... due... tre:

spicca un salto, che tocca a te!

 

Lungo, o Sabato, voi siete!

Tutto il dì su quelle panche!

Vedevamo le comete,

le comete bianche bianche,

che s’alzavano da sé...

 

Compitavi sopra un ramo,

ce... ce... ce... canipaiola!

come noi che cantavamo

su le panche della scuola,

ci e ce, e ci e ce.

 

Tutto il giorno abbiamo detto

dentro noi, ma forte forte:

Deh! facciamo un po’ a filetto!

deh! apriteci le porte,

novì novì novè...

 

Ora a niente si può fare,

ch’è già tardi e il sole cade,

e la lucciola già pare

sopra i grani, per le strade...

lucciola, lucciola, vieni a me!

 

Rosetta nella dolce ombra che cresce

con quel ronzìo canoro,

di gente e di monelli,

che s’allontana, più non le riesce

di tener gli occhi aperti e di vedere.

E pensa ed abbandona le due mani

stanche sui due ginocchi,

l’una con l’ago e l’altra col lavoro;

e pensa ad uno che da molte sere

passa, e si ferma e canta suoi stornelli;

e non pensa al domani,

non pensa alla maestra;

e vuol godersi avanti alla finestra

aperta un sonno, un cader giù soave

dell’anima e degli occhi

pensando appena, fin che suoni l’Avemaria,

quando a quei tocchi

Rosetta per costume

serra, ed accende il lume.

 

Rosetta               Cuci e cuci, si fa sera.

Poverina chi non ha!

Ma il mio cuore vede e spera.

Spera e spera... si fa sera.

Gli vuo’ bene, ma son fiera;

gli vuo’ bene, e non lo sa.

Cuci e cuci, si fa sera.

Se son rose... è primavera;

se vuol bene, tornerà.

 

L’Avemaria                 Don... Don... Don...

 

Rosetta                        Ma convien che mi ricordi,

e che serri la finestra...

suona l’Ave... l’Or di

 

notte... Che me ne ricordi...

ch’egli passa e canta: Fior di...

di giunchiglia... no, ginestra...

 

Ch’io la serri e mi ricordi...

passa e canta: Cuor di... Cuor di...

apri apri la finestra...

 

E dorme già, tranquilla.

La falce della luna

in mezzo all’aria bruna ora sfavilla.

 

Ai gravi tocchi dell’Avemaria

ora è successo il doppio, un’allegria,

un tintinno, un sussurro,

un dondolar di tutto il cielo azzurro.

Rosetta dorme... ed esce dalla chiesa

tra quel festivo scampanìo che suona

per lei che s’abbandona

sul braccio del suo sposo e suo signore,

del gentil muratore

che sa tanti stornelli, e che l’ha presa.

Escono dalla chiesa

tra un odor di viole

gialle ed un grande abbarbagliar di sole.

 

lui                         Come sei bella così vestita!

il filugello fila per te!

lei                         Chi lo sapeva, cara mia vita,

che fossi il caro figlio del re?

 

lui                         Sempre era chiusa la tua finestra...

lei                         E tu passavi...

lui                         Dunque eri desta?

lei                         E tu cantavi, Fior di ginestra...

lui                         Sentivi?

lei                                        Il suono d’ogni tua pesta!

 

lui                         Forse temevi...

lei                                                     Chi ama, teme.

lui                          Amavi...

lei                                            Ed ora m’hai persuasa.

lui                          Non vedo l’ora d’essere insieme

nella mia... dico, tua, nostra casa!

Ci son colonne con le ghirlande

d’oro: in cucina tutti i suoi rami

lustri, puliti: sul letto grande

una coperta, rossa, a fiorami.

 

Specchi...

lei                                           Lontana par già la chiesa...

lui                          Portiere...

lei                         Il doppio par già lontano.

lui                         E per cucire, sappi, t’ho presa

una... una bella macchina a mano.

 

lei                           E tira il vento, muove le foglie,

e l’aria sente di primavera...

lui                          Vorrei che in casa fossimo, o moglie...

Vorrei che fosse molto più sera...

 

E nella notte in tanto

già queta e dolce si solleva un canto,

ed entra a lei dalla finestra aperta;

ma ella s’è tirato

dietro il grave e soave uscio del sonno;

sì che l’ode velato,

così tra il sonno, come un’eco incerta:

 

lei                          S’è fatto sera... s’è fatto tardi...

Non odi il canto dell’usignolo?

Oh! quella siepe...! Lascia che guardi:

chi è che piange là solo solo?...

 

Ferito... Quante formiche nere!

È lui... N’è tutto nero... Chi fu?

Chi l’ha ferito? Voglio sapere!

tu? tu? ma dunque tu non sei tu...

 

Rosetta ha tanta pena

che si risveglia e... ode lo stornello

ch’egli ripete, perché nuovo e bello,

nella notte serena.

 

lui                         

Io veglio e canto come l’usignolo

che su la siepe sta fino al mattino;

che canta e veglia solo solo solo,

ché teme esser ferito dallo spino:

veglia, che la formica non lo colga,

e teme che il vilucchio gli si avvolga:

veglia, che la formica non gli dia,

e canta, ahimè! per farsi compagnia.

E Rosetta si leva e con la mano

gli butta un bacio. Forse ella non crede

d’esser veduta, ed egli sì, la vede;

ché aperta è la finestra,

e si vede brillare

sui tetti e sui sentieri

e su la via maestra

la luna che fa lume volentieri,

fa lume a tanti marinai del mare...

 

desvper an svrsvm?

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 15 luglio 2005