Nadia Ebani

 

 

LA VITA DI GIOVANNI PASCOLI

 

 

 

 

Edizione di riferimento

Giovanni Pascoli, primo, con due saggi critici di Gianfranco Contini e una nota bio-bibliografica, Oscar Classici, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1974, III edizione (I ed. 1939)

 

 

 

 

Il 31 dicembre 1855 nasceva a San Mauro di Romagna Giovanni Pascoli, quarto dei dieci figli di Ruggero e di Caterina Allocatelli Vincenzi. Margherita, Giacomo, Luigi, Raffaele, Giuseppe, Carolina - morta a soli cinque anni -, Ida - anch'essa morta a pochi mesi -, Ida, Maria erano gli altri, in ordine d'età. Non mancava tuttavia alla famiglia nonostante il numero, un certo benessere economico, essendo Ruggero sia amministratore stimato del latifondo dei Torlonia fin dal '54, sia consigliere o assessore o impegnato con altre cariche nella politica sammaurese; Caterina d'altra parte proveniva da una famiglia piuttosto agiata. E non mancava neppure quella felicità di affetti e gaiezza di giochi e d'ambiente (« una casetta, dove mia madre sfaccenda, dove i miei fratellini ruzzano ») che il Pascoli rimpianse poi sempre quasi come tempo favoloso della sua vita e che di certo accentuò quella sua malinconia, come lui stesso la definì « retrospettiva ».

Nell'ottobre del '62, mentre Margherita era mandata a studiare a Sogliano presso le Maestre Pie, i tre figli maggiori vennero portati a Urbino, presso gli Scolopi, dove Giovanni venne ammesso alla seconda elementare, scuola che frequentò anche negli anni successivi con risultati ottimi, pari del resto a quelli riportati da Giacomo e da Gigino. Risale già a quel tempo, secondo il ricordo del poeta riferito dalla biografia scritta da Maiiù, la formulazione di primi versi detti ai compagni e, insieme, l'esprimersi di una certa capacità di recitazione, « specie in parti commoventi di ragazzi poveri », capacità che probabilmente svolse un qualche ruolo nella passione con cui il Pascoli adulto tentò la composizione di opere drammatiche infantili, come la tanto sognata Befana, (« ...il mio più caro sogno... » dice in una lettera ad A. Orvieto del 22 dicembre '97). Nel '66 raggiunse i fratelli a Urbino anche Raffaele.

Tra questa infanzia e tutta la vita successiva del poeta si interpone come diaframma tragico l'assassinio del padre, compiuto il 10 agosto 1867 da uomini che, per incuria - voluta o no – della giustizia, rimasero « impuniti e ignoti ». Scriveva al proposito il Pascoli in una lettera al Martini del '91: « Nessuna ragione fu potuta trovare all'orribile delitto. Restò e resta, unica e indistruttibile nel nostro cuore e nella coscienza di tutti in Romagna, l'ipotesi che lo facesse levare di mezzo chi voleva succedergli nel posto (...) Ma quest'uomo è divenuto ricco e potente, ebbe subito la fiducia e la stima del vecchio principe, sebbene in religione e in politica fossero agli antipodi (ma si sa: fingeva) e, non è moltissimo, anche una cordiale stretta di mano del Re. Nessuno quindi osa dire o deporre contro lui ». Pochi giorni dopo l'assassinio, la vedova e i suoi figli furono costretti a lasciare la "Torre", dove avevano preso dimora da quando Ruggero svolgeva la mansione di amministratore, per « un tanto mesto ritorno » alla casa di San Mauro. Le catastrofi tuttavia continuarono. Durante una breve assenza della madre, Margherita si ammala di tifo e muore il 13 novembre del '68; quanto alla madre, « Non posso dimenticare », leggiamo nella prefazione ai Canti di Castelvecchio, « certe sue meditazioni in qualche serata, dopo un lungo giorno di faccende, avanti i prati della Torre. Ella stava seduta sul greppo. Io appoggiavo la testa sulle sue ginocchia e così stavamo a sentir cantare i grilli e a veder soffiare i lampi di caldo all'orizzonte. Io non so più a che cosa pensasse allora: essa piangeva. Pianse poco più di un anno e poi morì ». Era il 18 dicembre del 1868.

Terminato l'anno scolastico '70-'71 tutti e quattro i fratelli lasciavano il collegio di Urbino, mentre padre Geronte Cei, « amatissimo e veneratissimo maestro », raccomandava caldamente a Giacomo di fare il possibile perché Giovanni proseguisse gli studi classici e Gigino acquisisse una professione. Ma il 19 ottobre del '71 anche Gigino morì, per un attacco di meningite cerebrale. In una simile situazione, in preoccupazioni finanziarie tanto gravi, che certo non risolvevano né la magra pensione passata agli orfani dai Torlonia, né le modeste rendite materne, si rendeva necessario il trasferimento di tutti i fratelli e le sorelle, insieme alla fedele Bibbiana, in un centro dove i ragazzi potessero frequentare le scuole senza spese di collegio. Fu deciso per Rimini, dove Giovannino andò a frequentare la seconda liceale; Ida e Maria andarono a scuola dalle Celibate. Di quell'anno rimangono alcuni fascicoletti, fatti dal Pascoli stesso con carta di qualità scadente, sui quali sono annotati: Esercizi di poesia italiana, un componimento satirico su Nebulone, un lavoro latino, sbozzature di versi tra cui l'inizio e la fine della Canzone per nozze scritte per Anna Maria Torlonia, sposatasi appunto nel 1872 col principe Cesare Borghese (la poesia fu pubblicata per la tipografia Malvolti di Rimini il 21 ottobre 1872 ed è compresa ora nelle Varie). Nelle successive vacanze dell'estate raggiungeva i Pascoli a Rimini padre Cei: non era la prima visita del resto, ma questa volta c'era la motivazione precisa di consigliare Giovanni con tutto l'affetto e la fermezza del caso a terminare il liceo presso gli Scolopi a Firenze, dove avrebbe trovato alloggio senza spese in casa dei suoi genitori. Contro voglia e piangendo i primi giorni ci andò, e finì poi per trovarsi benissimo, sia presso la famiglia affettuosa dei Cei, sia a scuola. Gli esami tuttavia non furono fortunati, sicché - dovendo riparare tutto il gruppo delle materie scientifiche - per evitare la spesa di un ritorno a Firenze, gli fecero ridare gli esami a Cesena, dove Giovanni fu ospite del fratello di Maria Cicognani, cui Giacomo s'era di recente fidanzato.

Dopo due anni la famiglia da Rimini ritornò a San Mauro, Ida e Maria, le « pie sorelline » venivano mandate a Sogliano a studiare « in convento », Giuseppe partiva per Ancona dove avrebbe dovuto perfezionarsi nell'oreficeria. Per Giovanni il problema era quello di affrontare, senza mezzi com'era, le spese dell'università. Dietro le insistenze di Giacomo, il « piccolo padre », partecipò al concorso a un sussidio bandito per la facoltà di lettere dall'università di Bologna. Fu il primo e rammentato incontro con il Carducci (lo narrano infatti i Ricordi di un vecchio scolaro, conferenza tenuta nel febbraio del '96), fu l'amicizia istantanea con Ugo Brilli e poi, di conseguenza giacché dal Brilli gli fu presentato, quella tanto più intensa profonda affettuosa con Severino Ferrari. Vinto il concorso, la vita bolognese significava la presa di coscienza nuova, de visu, di un ambiente letterario e di problemi di poetica meditati e discussi soprattutto la sera con Severino e altri condiscepoli del Carducci; significava inoltre l'apertura al movimento socialista, per il quale lavorava proprio in quegli anni a Bologna Andrea Costa che il Pascoli conobbe di persona alla trattoria del Foro Boario e a cui si legò presto in amicizia. Soprattutto dopo l'ennesima disgrazia, cioè, nel '76, la morte di Giacomo - divenuto padre da circa un anno - quell'avvicinamento al socialismo che già era stato naturale nelle sue condizioni di povertà e di prova personale di ingiustizia, si trasforma in partecipazione militante al movimento, accompagnata inoltre dal proposito sempre più ossessivo di rivendicare il misfatto di cui lui stesso e la sua famiglia erano stati le vittime, arrivare allo smascheramento dell'assassino del padre. Così, mentre insieme a Falino (Raffaele) gira per San Mauro tra un'osteria e l'altra alla ricerca di indizi e tenta invano di vincere l'omertà del paese, d'altra parte, a cominciare dal '77 tiene comizi a Forlì, a Cesena, fin tanto che nel settembre del '79, anno di rafforzata reazione, viene egli stesso arrestato e trattenuto in carcere fino al 22 del dicembre successivo. Peraltro in questo primo biennio universitario la ricerca di poesia di cui s'è detto prima, era stata fruttuosa anche sul piano della produzione personale: nell'aprile del '77 veniva pubblicato Il maniero (su « Nuovi goliardi » e su « Pagine Sparse »), Sul mio seno non getta aurei bagliori, A Suor...: « Ancor penso, o fanciulla, a le fluenti », Or penso a te, cui viva in sepoltura (su «Pagine Sparse»); nel giugno-luglio Lo so... e Rimembranze (sui «Nuovi goliardi»); nell'ottobre-novembre Sandor Petöfi, Primavera e Poesia (su «Pagine Sparse»), nel febbraio del '78 La morte del ricco (su «Nettuno»), nel marzo Ghino di Tacco (su «Pagine Sparse»).

Dopo l'assoluzione, pur senza allontanarsi dall'idea socialista, si dedica quasi interamente allo studio, riguadagna il sussidio universitario con un nuovo concorso tenuto l'8 novembre 1880, rientra nella cerchia carducciana, ritrova i suoi maestri anche se i compagni di corso ovviamente non sono più i medesimi. Il biennio '80-'82 è appunto segnato da una particolare intensità di ricerca, volta peculiarmente alla metrica greca e latina. Redige inoltre qualche lavoro per la scuola di Magistero: un Volgarizzamento del principio della Batracomiomachia, con un proemio sulla metrica usata nella traduzione degli esametri, Dell'invenzione dell'Orlando Furioso, dubbi di Giovanni Pascoli, e scrive poesie per occasioni per lo più nuziali, come quelle richiestegli dal Marcovigi. Il 17 giugno 1882 infine si laurea con una tesi di greco - trenta e lode ne è il voto - esigua quanto a numero di pagine e divisa in due parti : 1. Miti e tradizioni, 2. ’Αλχαῖος. Quindi, si reca a Sogliano a trovare Ida e Maria, ma alla fine di luglio ritorna a Bologna con la seria preoccupazione di trovarsi un posto di lavoro. Per ciò, si mette in contatto col Brilli e soprattutto col Carducci, fin tanto che, quasi all'improvviso, giunge per interessamento del Gandino una nomina al liceo classico di Matera. Vi arrivò il 7 ottobre e prese alloggio, insieme a un « collega, già suo compagno », Antonio Restori, in una camera con sottoscala, dove lui dormiva: per il pranzo, furono entrambi accettati dal preside a dozzina presso il convitto annesso al liceo. L'inizio dell'insegnamento tuttavia, non significò affatto la soluzione almeno parziale dei problemi economici dal momento che, come scrisse alle sorelle, rimase quattro mesi e mezzo senza stipendio.

Quanto alla poesia, tra altre cose, nell'estate dell'82 aveva pubblicato su « Cronaca Bizantina » Primavera (16 giugno) e Dagli stagni gialli, dove (1 agosto), e l'1 dicembre inviava tramite Severino alla medesima rivista la Colascionata I a Severino Ferrari Ridiverde (Romagna), ricevendone le lodi di G. Salvadori (« che ti proclamava uno dei pochi poeti originali che rimangono all'Italia », così Severino in una lettera del 19 dicembre). E aveva ripreso oltre a ciò gli studi di argomento classico, sia quelli rimasti a mezzo di Saffo, sia quelli sulla Favola in Grecia e in Roma, sia le traduzioni dal latino e dal greco eseguite con l'idea di trarne un libro per le scuole, ma senza peraltro trovare un editore che gli desse credito.

Nell'estate dell'84, ritornò in Emilia, prima a Sogliano a salutare Ida e Maria, poi a Bologna a trovare Carducci e gli amici, mentre si profilava la possibilità di un trasferimento a Massa-Carrara. Così fu, infatti, e dall'ottobre di quello stesso anno il Pascoli vi prese alloggio, intensificando da lì la corrispondenza fatta più ilare e sempre affettuosissima con Severino. Nel maggio successivo lo raggiunsero nella nuova casa le sorelle. Lavorava nel contempo a poesie, il 6 maggio spediva a Severino due sonetti e componeva poi versi per circostanze domestiche, che il poeta stesso definiva « mariuccevoli », scritti cioè più che altro per far piacere a Maria (ora nella Poesie varie). Il 25 ottobre dell'85 Severino gli comunicava dalla Spezia una notizia importante; gli chiedeva cioè se intendesse scrivere sulla « Cronaca Bizantina », diretta da D'Annunzio che lo incaricava di interpellare Pascoli ufficialmente: « pagherà bene », aggiungeva Severino. Data di qui l'amicizia con D'Annunzio, accompagnata sempre da espressioni cordiali e addirittura affettuose, anche se rimase per molto tempo indiretta, amicizia che soltanto nel 1900, e di qui fino al 1903, attraversò un periodo burrascoso, di beghe e dissensi espressi anche in modo offensivo.

Nel settembre dell'86 il Pascoli si lascia ancora persuadere da Severino alla pubblicazione di poesie: per le nozze Ferrari-Gini L'ultima passeggiata e Il crepuscolo, ri-stampate quindi sulla « Vita nuova » (ora nelle Varie). Intanto, dopo speranze vane di un trasferimento a Bologna, all'improvviso nell'ottobre 1887, arriva la notizia del decreto con cui il ministero lo destina, a parità di grado e di stipendio, a Livorno. Un nuovo e per l'economia familiare rovinoso cambiamento di residenza.

Nonostante tutto, disagio finanziario e altre disgrazie come la morte di un nipotino, il periodo livornese (1887-1894) fu di lavoro intensissimo, esplicato in opere di genere diverso. Quanto alla composizione poetica, il 25 novembre 1887, in occasione delle nozze di Falino pubblicava per l'editore Giusti, su opuscolo tirato in soli venticinque esemplari, un gruppo di poesie raccolte in seguito nelle Myricae. Tra il 1889 e il '90 scriveva numerosi componimenti per lo più sulla « Vita nuova », o su « Cronaca minima » o su opuscoli per nozze: tra questi mette conto ricordare quelli usciti il 10 agosto 1890 sulla « Vita nuova », Myricae, il cui titolo sarà mantenuto nel luglio del '91 sul frontespizio di una silloge pubblicata con due legature diverse: una per le nozze di Raffaello Marcovigi, l'altra appunto col titolo suddetto, da vendersi: cento copie di 56 pagine. Nel gennaio del '92 fu pubblicato un nuovo volume di Myricae, questa volta di 157 pagine. Le edizioni, tutte del Giusti, furono sei di cui la definitiva del 1903. Quanto agli altri lavori, al grosso impegno preso sempre col Giusti, di redigere una raccolta per le scuole di lirica latina (La Lyra Romana che avrebbe dovuto costituire il VI volume di tutta una collezione di Nostrae Litterae) si assommava sia l'attività della composizione di versi in latino, che frutterà ben 13 medaglie d'oro ai concorsi di Amsterdam, sia l'indagine critica sulla Divina Commedia. Nel settembre del '94 usciva La Lyra, sia pure incompleta, mentre il lavoro per le scuole continuava con l'inizio della redazione di Epos.

In una tale congestione di impegni si faceva sempre più pressante l'esigenza o di un periodo di congedo dall'insegnamento o di un mestiere che gli lasciasse più tempo per gli studi. E se, nel dicembre del '94 riusciva a ottenere un comando annuale dal ministero - ciò che gli diede l'opportunità di conoscere il Chiarini e soprattutto il De Bosis, per la cui rivista, il « Convito » cominciò a scrivere sciolti i poemi « conviviali » - d'altronde nell'agosto del '97 gli giunse da Roma la notizia di una sua nomina a straordinario di grammatica latina e greca all'università di Torino.

In attesa che le questioni si risolvessero, decise di prendersi in affitto per trascorrervi in pace i periodi di vacanza la casa di Castelvecchio di Barga, comprata poi, dopo tanti contrasti con i contadini del luogo e col parroco, nel 1903. Alla fine di ottobre venne dunque la nomina per l'università, che però non era Torino, ma Bologna.

Qui Pascoli insegnò per pochissimo tempo, fino ai primi del 1897, quando per dispiaceri sopravvenutigli una ennesima volta a causa del fratello Giuseppe, il poeta, sentendosi nell'impossibilità di continuare a rimanere a Bologna, diede le dimissioni dall'incarico. Frattanto, nell'attesa di un trasferimento, nel 1897 portava a termine la compilazione di Epos e veniva componendo e pubblicando su periodici e opuscoli (il più importante dei quali quello per le nozze Tosi-Briolini) poesie destinate poi ad essere raccolte per lo più - oltre che in Odi e Inni - nei Canti di Castelvecchio, di cui del resto il poeta già nel giugno del '97 dava notizia anticipata nella prefazione ai Poemetti, che uscivano appunto in quel mese a Firenze per l'editore Paggi : « Aspettando i Canti di Castelvecchio e i Canti di San Mauro, il presente e il passato, la consolazione e il rimpianto, aspettando questi canti che echeggiano già così soave nelle nostre due anime sole, leggi, o Maria, anzi rileggi questi poemetti ». Inoltre, pubblicava a puntate sul a Marzocco » pensieri di arte poetica, Il fanciullino.

Nel gennaio del '98 fu nominato docente a Messina, e qui rimase con Mariù, alternando nei periodi di vacanza la dimora a Castelvecchio, fino al 1903, anno in cui fu comandato all'università di Pisa dove insegnò fino al giugno del 1905. Sono anni questi di Messina e di Pisa in cui il Pascoli, oltre a continuare nella composizione di poesie, i Canti di Castelvecchio (editi nel 1903), i Poemi conviviali (nell'agosto 1904), Odi e Inni raccolti qualche tempo più tardi (1906), prosegue nell'approfondimento di studi e leopardiani - già iniziati del resto nel '96 - con La ginestra (1898) e danteschi, da cui in mezzo a polemiche e recensioni negative usciranno per l'editore Muglia i due volumi pubblicati, rispettivamente, nel giugno del 1900 e nel dicembre del 1901, cioè Sotto il velame e La mirabile visione. Egli continua inoltre l'attività di poeta latino malgrado le medaglie vinte ad Amsterdam paressero destinate ad essere di volta in volta impegnate al monte di pietà.

Nel novembre del 1904 Carducci lasciava la cattedra di Letteratura italiana a Bologna e il 25 dicembre il rettore dell'università, Vittorio Puntoni, scriveva al Pascoli perché accettasse di succedere al suo maestro. Ma nonostante l'iterato e caldo invito del Puntoni e di altri colleghi, soltanto il 10 giugno 1905 il Pascoli decise di accettare. Il 2 gennaio 1906, lasciato Castelvecchio, giunse a Bologna. Si apriva così un nuovo e importante periodo della vita del poeta; all'insegnamento universitario svolto con cura scrupolosa, e pur non privo di amarezze, e agli impegni accademici si accompagnava il lavoro di poeta: sia di revisione e di riedizione di sillogi precedenti (del 1907 sono le rispettive quarte edizioni dei Primi Poemetti e dei Canti di Castelvecchio), sia di ordinamento e composizione di opere nuove: Odi e Inni (editi nel 1906), i Nuovi Poemetti (1909), le Canzoni di Re Enzio (finite: La Canzone dell'Olifante nel maggio 1908, La Canzone del Carroccio nell'ottobre dello stesso anno, La Canzone del Paradiso nel 1909), i Poemi del Risorgimento, che avrebbero dovuto essere in tre volumi ma che - rimasti incompiuti per la morte dell'autore - furono editi da Maria nel 1913. Dunque in questi ultimi anni, la poesia del « pensiero politico sociale e artistico» va acquisendo proporzioni sempre più rilevanti. « Perché far conto che le Myricae e i Canti siano l'unica opera mia? » aveva scritto a Mariù il 5 maggio 1903. D'altronde, se negli anni precedenti la composizione dei Canti era stata contemporanea a quella delle Odi degli Inni dei Conviviali, ora la poesia di ispirazione politica, sociale, artistica diviene sempre più preminente. Il Pascoli stesso infatti, nel dicembre del 1906, scriveva che erano ormai conclusi a tutti i lavori della prima parte » della sua vita e che per la seconda erano disegnate « cose stupende » e lavori « ben più alti e utili ». Nell'ambito di questa attività occorre ricordare il discorso La grande proletaria s'è mossa, tenuto a Barga il 26 novembre 1911. Tuttavia, alla fine di quello stesso anno, le condizioni di salute del poeta erano tali da non permettergli nemmeno di ricevere personalmente l'augurio di Capodanno inviatogli da Barga - dopo le tante e accese polemiche degli anni precedenti - attraverso uri gruppo di bambini. Nel febbraio successivo il male (irreparabile, e neoplasma maligno all'addome ») si acutizzò e si rese pertanto necessario lasciare la casa di Castelvecchio per proseguire le cure a Bologna. Qui giungevano al Pascoli auguri e testimonianze d'amicizia da ogni parte d'Italia, ma il poeta vi moriva il 12 aprile 1912.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 27 febbraio 2006