Angelo Solerti

UGO E PARISINA

Storia e leggenda secondo nuovi documenti

PARTE PRIMA.

Edizione di riferimento:

Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti - Terza Serie — Volume XLV, della raccolta volume CXXIX Roma, 1893. Fascicolo XII-15 Giugno. — Tip. della Camera dei Deputati. Direzione della Nuova Antologia Via del Corso, N. 466

I.

I casi di Ugo e Parisina appartengono a quella categoria di drammi che il popolo ama; tutti li sanno, ma dove li abbiano letti imparati ignorano. Questa tragedia della casa Estense è delle più note; tuttavia ha pochissima letteratura, a differenza di altre più volte abbellite dalla penna di storici e di poeti; più la storia procede, più pare in questo caso che faccia il cammino a ritroso cedendo il campo alla tradizione orale. Infatti, se togliamo la menzione che di passaggio ne fanno gli storici ferraresi più accreditati, e le chiacchiere piene di rettorica di tre o quattro opuscoletti, frutto dell’ultimo romanticismo [1], non rimangono per fermare la tradizione che la novella del Bandello e, a tre secoli di distanza, il poemetto del Byron: falsi l’una e l’altro, come vedremo, negli elementi storici.

Ma v’è di più: all’infuori della catastrofe, variamente narrata, nessuno aveva mai prodotto la più piccola notizia che riguardasse la vita e i costumi di questi due infelici, che non appaiono nelle memorie se non per morire. Soltanto di recente il conte Luigi Alberto Gandini di Modena, il chiaro illustratore di una fra le più ricche e preziose raccolte di stoffe antiche, in un suo Saggio degli usi e delle costumanze della Corte di Ferrara al tempo di Nicolò III, ha pubblicati, come egli solo sa fare per la larga conoscenza che ha della materia, parecchi documenti di questo tempo alcuni dei quali riguardano i due amanti. Questo lavoro, apparso nel volume nono (1891) degli Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria per la Romagna è venuto opportuno ad agevolarmi il cammino, e delle dotte osservazioni di cui è corredato, si gioverà un pubblico più largo che non sia quello dei soli eruditi e studiosi che hanno di solito gli atti delle nostre Deputazioni di Storia Patria.

I documenti, che si conservano nel Regio Archivio di Stato in Modena, benchè non comprendano che un breve periodo della vita di Parisina, meritano considerazione in quanto ci rappresentano quali furono, mentre durava la fortuna e la potenza, le idee, le consuetudini, le inclinazioni dell’animo di colei, di cui la terribilità del castigo fe’ parere ai posteri meno grave la colpa.

Sono più centinaia di lettere o mandati per gli anni 1422-24 quelli di cui mi valgo [2]; e sono in gran parte dello stesso genere di quello che, anni addietro, nella mostra del centenario del Muratori attirava, assieme ad un altro scritto di Leonora d’Este, l’attenzione del Carducci [3]. La critica ha mostrato come quasi miracoloso fosse allora l’intuito che il Carducci ebbe del secondo; egli analizzava il primo così: « La scrittura di Parisina, di tutta eleganza secondo il secolo XV, ma raccolta, stretta, minuta, mostrerebbe una donna di cólta educazione, ma posata e fina e avvisata, tale insomma da non abbandonarsi, e, massimamente, da non lasciarsi cogliere dal marito. » Ma colta, da ultimo, fu: vediamo per quali vicende.

II.

La dominazione estense in Ferrara, quantunque stabilita fino dal principio del secolo decimoterzo, non era ancora perfettamente assodata sulla fine del decimoquarto, quando venne alla luce Nicolò d’Este, figlio di Alberto e di Isotta Albaresani. Succeduto al padre nel dominio in età fanciullesca, nel 1393, e sottoposto alla tutela di un Consiglio di nobili, ebbe fino d’allora conteso il potere da Azzo di Francesco d’Este, aiutato dagli Ordelaffi, dai Polentani e dal conte di Barbiano: il quale per due volte tentò la prova d’impadronirsi di Ferrara, ma indarno sempre, rimanendo egli alla fine prigioniero di Astorre Manfredi, capitano dell’esercito di Nicolò.

Al quale, in età poco più di tredici anni, fu fatto concludere, per sollecitazione della Signoria di Venezia, matrimonio con Giliola, figlia di Francesco da Carrara. Le nozze si celebrarono nel 1397 con pompa straordinaria, e le feste che si fecero in Ferrara per tale avvenimento sono narrate diffusamente dal Delaito che fu cancelliere estense [4], e ripetute compendiosamente dal Frizzi [5].

A questi lieti preludi seguì poi una lunga serie di disastri e di guerre. Venne primo Giovan Galeazzo Visconti, duca di Milano, che aveva formato il proposito di cacciare dal suo dominio il Marchese di Mantova, in favore del quale si dichiarò Nicolò, incitato forse dal suocero che aveva preso a guidarne i consigli per la via di un suo cancelliere postogli ai fianchi. Ma se le forze estensi collegate alle mantovane riportarono la vittoria per acqua e per terra nel primo scontro con le viscontee, ebbero a patirne di poi una fiera dirotta, e peggio sarebbe loro incolto, se la gelosia de’ Veneziani e il timore ch’essi seppero inspirare al Visconti, non avessero consigliato questo a stipulare coi suoi avversari una tregua di dieci anni.

Mentre Nicolò si assicurava da una parte, altri nemici lo obbligarono a non posare le armi. Alla guerra coi Visconti seguirono gli scontri con Bartolomeo da Gonzaga e col conte Girolamo da Barbiano, venuti con le loro squadre a scorazzare sul territorio ferrarese; di più gli toccò tenersi in guardia dalle pratiche del suocero che, sotto colore di dargli buoni consigli, mirava ad ingerirsi nel governo dello Stato e a più alto segno ancora.

La morte di Giovan Galeazzo Visconti, accaduta nel 1402, fece sorgere nell’animo dei principi ai quali egli aveva strappato alcune terre, il desiderio di ricuperarle. Primo fra questi il pontefice Bonifacio IX, il quale promosse a tale effetto una lega, inducendo il giovine Nicolò ad entrarvi come vassallo della Chiesa ch’egli era, e adescandolo col conferirgli il grado di capitano generale dell’impresa. Si venne alle ostilità e dopo vari combattimenti stabilita la pace, riebbe il pontefice le perdute città, ma non tenne la promessa data all’Estense di fargli restituire le sue terre di Nonantola e di Bazzane. Anche questa seconda pacificazione dell’Estense coi Visconti non ebbe maggior durata della prima, perchè avendo nuovamente mosso il Carrarese le armi contro la duchessa reggente di Milano, Nicolò si credette in dovere di correre in aiuto del suocero, e in quella guerra operò atti di molto valore: senonchè avendo egli con questo provocato gli sdegni e le ostilità dei Veneziani contro il suo Stato, dovette pensare a difender sè stesso. Combattuti vari scontri, prima con prospera poi con avversa fortuna, stimò opportuno per il proprio interesse trattar la pace con essi, la quale egli ottenne a condizioni non troppo vantaggiose, abbandonando alla sua sorte il suocero: che, vinto ef fatto prigione, finì miseramente la vita con due suoi figliuoli in carcere, e così si spense la famiglia e la dominazione Carrarese.

Ma al Marchese conveniva stare tuttavia in armi e sull’avviso per difendersi dai nemici che pullulavano uno dopo l’altro. Ottobono Terzi, prima commissario pel Visconti in Reggio ed in Parma, resosi poscia signore di quelle città, aveva fatto dimostrazione di aperta inimicizia con Nicolò, scorrendo e taglieggiando il suo territorio. Determinato l’Estense a togliersi d’attorno quel fastidioso vicino, fece lega col giovine duca di Milano, con Giberto Fondulo e Pandolfo Malatesta. Dopo alcuni scontri, mentre stavasi per venire a fatto decisivo, il Terzi fece istanza di abboccarsi con Nicolò per trattare un accordo. Fu convenuto a questo fine di trovarsi sotto il castello di Rubiera, in quel di Modena, e datesi reciprocamente le consuete fedi di non offendersi e fissato il numero degli uomini di scorta che ciascuno poteva prender seco, furono entrambi al luogo deputato il 27 maggio del 1409. Ma venuto il Terzi a ragionamento con Nicolò, Sforza da Cotignola, capitano supremo delle milizie estensi, scagliatosi improvvisamente contro di quello, gli passò il corpo con uno stocco. Atto iniquo e sleale, anche in quei tempi, che di tali fatti non si maravigliavano troppo, di cui gli storici estensi credettero dover mitigare l’enormità affermando, senza recarne le prove, che il Terzi avesse meditato un tradimento e che appunto ad impedirne la risoluzione lo Sforza sì deliberasse di prevenire il traditore [6]. Niuno si levò alla vendetta dell’ucciso, uomo pur esso di pessima natura: e l’esito diede ragione al Marchese che fra le acclamazioni dei popoli aggiunse al suo dominio le città e i territori di Reggio e di Parma, premiando l’uccisore del Terzi col dono del castello di Montecchio.

Potè in appresso Nicolò riposare alcun tempo, sebbene la sua condizione di feudatario della Chiesa gli imponesse il debito di adoperarsi di continuo a tenere fedeli le città romagnole sempre riluttanti a quella soggezione. Ottenne buoni effetti invero perchè le riportate vittorie, l’accresciuto dominio, le ragguardevoli forze che teneva al suo comando gli davano grande autorità e lo facevano temuto ai vicini.

Poi che vide assicurato lo Stato deliberò, per soddisfare ad un voto, di pellegrinare in Palestina, ciò che eseguì nel 1413 con un seguito numeroso. Nè contentandosene, dopo il ritorno andò a visitare la Madonna di Loreto e finalmente intraprese un terzo pellegrinaggio al santuario più in voga a quei tempi, quello di S. Giacomo di Gallizia. Ma in quest’ultimo corse un gravissimo pericolo; imperocchè mentre tornava da Parigi, ove s’era spinto per visitare il re di Francia, nel passaggio delle Alpi, fu fermato a Monte S. Michele dal marchese di Ceva, il quale sperando di ricavarne un grosso riscatto, lo trattenne colà prigioniero nel fondo di una torre. Diffusasi però ben presto la voce di tale tradimento, il conte Amedeo di Savoia si mosse tosto per liberare Nicolò; questi fu allora lasciato in libertà, e a quel castellano fu poi recisa la testa e spianato il castello.

Tale era Nicolò, che deve essere considerato come il vero fondatore della potenza estense; storici e poeti vanno a gara nel lodarne il valore, la magnificenza e la pietà [7]. Ora, il 13 febbraio 1416 moriva Giliola da Carrara senza lasciare figli al Marchese, il quale, dopo due anni « sposò madonna Parigina Malatesta adi 27 de febraro et fu b... » ; così, con cruda ma efficace comprensività, la cronaca di don Girolamo Merenda [8].

III.

Parisina era figliuola di Andrea (non di Carlo o di Malatesta, come altri scrisse) de’ Malatesti, signore di Cesena, e di Lucrezia degli Ordelaffi da Forlì [9]. Puro sangue romagnolo, dovette avere nelle vene tutte le qualità buone e cattive della sua gente. Nata nel 1404, aveva quindici anni all’ incirca quando venne sposa a Ferrara; ed essendo appena cessata la peste che per due anni aveva desolato il paese, mentre ardeva tutt’ora all’ ntorno la guerra, le nozze, dice il Pigna, « furono assai private » [10]; portava in dote la Torre di Gualdo. La giovinetta entrando nella nuova casa, trovava il marito, uomo d’arme, occupato da tutti gl’intrighi della politica del momento, vedovo della moglie legittima, ma non d’altre, e almeno otto figliuoli tra casa e fuori. Gli ammiratori nuovi e le lingue cattive non avranno tardato ad illustrarle, per spiegarle la presenza di quelli, il proverbio riferito dal Bandello: « Dietro al fiume del Po trecento figliuoli del marchese Nicolò hanno tirato l’altana delle navi » [11]. Poichè, e sian queste le attenuanti alla colpa che narreremo, se tutti gli storici sono concordi nell’elogiare incondizionatamente il Marchese, nessuno nasconde il suo peccato, che doveva esser grande se vinceva i riguardi cortigianeschi. Direi inoltre che egli quasi costrinse a notarlo per la contraddizione tra le sue leggi e i propri diportamenti. Così Giovambattista Giraldi, dopo averci detto che ebbe ventun figli naturali, aggiunge: « Hic enim fortissime bellator natura ad amores proclivior fuit, cum tamen in alias mulieres adulteras severissime animadverteret. [12]» E Gasparo Sardi: «Fe’ legge che a ciascuna donna trovata in adulterio fosse tagliato il capo, ancor che egli fosse uomo molto dato a gli amorosi piaceri, onde solamente di Ricciarda, terza sua moglie, figlia di Luigi marchese di Saluzzo, ebbe due figliuoli legittimi. Ercole e Gismondo, e ventidue d’altre donne» [13].

Fossero ventuno o ventidue gli illegittimi non monta; prudentemente fa dire il Bandello a Bianca d’Este, che pure era nipote di Nicolò: «Ma che vo io ad uno ad uno annoverando i figliuoli che dalle sue innamorate il marchese Nicolò ebbe, essendo stati tanti, che buona pezza mi bisognerebbe a raccontarli, non dico tutti, che non si sanno, ma parlo di quelli che suoi figliuoli furono tenuti... ». Converrà invece correggere il Sardi dove parla dei legittimi, poichè egli dimentica i tre che ebbe appunto da Parisina. La quale, essendo rimasta presto incinta, diede alla luce due gemelle, Ginevra e Lucia, e ne annunziò la nascita alle genti del dominio con questa letterina:

Parisina Marchionissa Estensis Comuni et Hominibus nostris Mutinae. — Carissimi nostri. Vobis significamus ad gaudium quod hac die XXV martii hora xa inefabili divina gratia concedente gemelas proles ad lucem editas peperimus incolumes. — Ferrariae, xxv Martii 1419 » [14].

E dopo due anni, il 24 maggio 1421, Parisina aveva anche un figlio, Alberto Carlo, che moriva il 1° luglio seguente; laonde non potremo menar buona al Bandello la scusa che la Marchesana fallisse vedendo il consorte « logorar quello di fuori e risparmiare il suo ».

Dei figli che Parisina trovava in casa, tre erano fratelli: Ugo (1405) [15], Leonello (1407) e Borso (1413), nati da Stella de’ Tolomei detta dall’Assassino, della famiglia senese, che poi ebbe titolo nobiliare anche in Ferrara. Non si sa se fosse già nata una Isotta (1403?) loro sorella [16].

Da Caterina di Taddeo, medico, aveva avuto Nicolò un figlio a nome Meliaduse (1406) e da Filippa dalla Tavola un Alberto (1415); da chi fossero nate due bambine, entrambe di nome Margherita [17] e che vivevano in corte, non è noto; ma certo erano affidate anch’esse alle cure di Parisina, come vedremo.

Tra tutti costoro, prediletto naturalmente dal padre era Ugo, che i cronisti lodano per bellezza, per bontà e per valore; ma concordemente, cronisti e storiografi, parlano dell’odio nutrito primieramente da lui verso Parisina. Veramente a noi non parrebbe strano che Ugo vedesse con dispiacere una nuova donna legittima in casa, la quale poteva privarlo della successione, presunta almeno nei desideri della madre. L’accoglienza ostile di Ugo alla nuova sposa, considerata come manifestazione dei sentimenti che in quei giorni doveva nutrire la Stella, è naturale; ma mancano documenti dal 1418 al 1421 nei quali possiamo scoprire qualche traccia di questo risentimento, che del resto, in due giovanetti, l’una dai quindici ai diciassette anni, l’altro dai quattordici ai sedici, non potè essere cosa grave. La nascita delle gemelle e la successiva morte dell’altro figlio di Parisina allontanarono il pericolo, mentre Stella sapeva indurre Nicolò ad assicurare il dominio ai propri figli. Ciò dovette essere stabilito prima della morte di lei avvenuta sul finire del 1423, poi che nel gennaio 1424 il marchese Nicolò ordinava che i beni della Stella, posti fra Rovigo e Lendinara, lasciati da lei in testamento ai figliuoli, fossero amministrati per conto della camera ducale.

Nicolò mantenne la promessa anche dopo la morte colpevole di Ugo, e destinava con atto ufficiale Leonello alla successione, quando questi, nel 1429, fu fidanzato a Margherita di Francesco Gonzaga, signore di Mantova, anche a scapito di altri figli legittimi che potesse avere, e che ebbe, da una terza moglie.

IV.

Sul principiare del secolo decimoquinto Parisina occupa degnamente il suo posto in quella corte di Ferrara, dalla quale sul finire dello stesso secolo usciva Isabella Gonzaga, quella dama che, come appare da studi recenti, personifica meglio d’ogni altra lo spirito e le inclinazioni della splendida età sua. Le prime gemme della rinascenza sul grande albero della vita italiana non trovano Parisina insensibile al loro verde e al nuovo tenue profumo; troppo presto ella è morta per potersi adornare del fiore.

Quale educazione ella avesse ricevuto non ci è noto, ma al movimento intellettuale che allora vigorosamente si svolgeva, non rimase estranea, poichè le sue figliuole, benchè lasciate da lei fanciulle, crebbero assai lodate dai contemporanei e cólte in lettere greche e latine [18]. Non potè non essere tocca dall’umanesimo in una corte che fondava lo Studio ferrarese e chiamava ad insegnarvi i più valenti maestri, quali l’Aurispa e Guarino. È probabile che alla scuola del primo si allevasse Ugo, come quella del secondo ebbe a scolaro Leonello. Non manca però, caratteristica dei tempi, accanto a cotesti luminari accarezzati e ben pagati, il povero pedante, la cui miseria muove a pietà la Marchesana, che scriveva una volta ai Fattori generali, o amministratori della corte:

Carissimi nostri. — Messer Prosdocimo Conte si dete a Meliaduse como compagno, el quale come ce scripto è uno valente huomo et sì gli repete la lectione et quello fa bisogno. Et è stato sego uno bon tempo sanza salario. Et per quello che nuj sentimo lo si pò dire nudo, che non torna ad honore del Signore che cossi nudo staga a la compagnia del figliuolo; unde, compensando ogni cossa, volemo che vuj provediati che luj habia tanto panno che se faza uno vestito, uno paro de calce et uno capuzo.... Fossadalbari, XX Januarij 1424. — Parisina.

Ciascuno de’ figliuoli aveva, oltre ai maestri, altre persone addette, e cogli studi non erano certo trascurate le arti cavalleresche: a questo proposito troviamo nominati Bartolino e Bruto maestri di scrimia.

Parisina aveva corte e rendite proprie; si valeva tuttavia, per l’amministrazione, dei fattori generali, che tra il 1422 e il 1424, erano Gabriele Pendaglia e Alberto de’ Bonacossi. Se ella conducesse seco qualche donna dalla casa paterna, come quella Donela qui appresso nominata, non s’intende precisamente; così non so quale relazione avesse con la Marchesana una Chiara da Mantova cui sono donate vesti il 12 maggio e il 17 giugno 1422, e che in un conto per una pelliccia del 16 gennaio 1423 è detta madona Chiara comare de Madona. Da un documento del 1419 apprendiamo come fosse costituita fin da principio la corte di Parisina; è un mandato per il sarto di palazzo in data del 2 maggio:

Maestro Anechino sarto del nostro Signore dee havere a dì XVI de avrile per i lavoreri infrascripti :

Prima per madona Donela compagna de nostra Madona per factura de uno paro de scusini soldi ii.

Item per factura de uno paro de scufini per zascaduna per le infrascripte donne e donzele de Madona:

massare

donzelle

Madona  Zohanna    - Madona Piera

Madona Francescha - Madona Antonia

Madona Iacoma

Isabella   Costanza    Zentile    Mirabilia    Chiara

Anna       Ziliola       Zohanna    Antonia    Catellina

Pelegrina       Malgarita de madona Costanza.

Sono in tute le sovrascripte, pare xvij, che montano a soldi duj el paro, lire marchesine 1, s. xiiij.

Tutte queste erano vestite a spese della corte, onde i loro nomi s’incontrano nei mandati scritti da Ugo de’ Mazzolati cancelliere di Parisina, e da questa firmati. Delle massare, Piera, Antonia e Jacoma ricevevano un gabano l’8 luglio 1422 e la Zohanna, detta da Rimini, una pelanda il 14 agosto del medesimo anno; ma non appare che qualità avesse una madama Rengarda nostra nominata il 12 maggio dell’anno stesso, se pure non era, con la Francesca, la sesta delle massare. Questi nomi non ricompaiono che di rado, perchè un vestito durava allora degli anni; ma qualcuna dovette mancare, poichè in due mandati, del 12 e del 19 settembre 1424, appare anche una donna Bona, coll’aggiunto di massara.

Il doppio delle massare, cioè dodici, erano le donzelle di Parisina; delle quali non è senza interesse, per quel che narra la leggenda, seguire alquanto le sorti. Essendo più di frequente usato nei documenti il nome complessivo di donzelle, quelli di Isabella, di Antonia, di Mirabilia, di Anna, di Giovanna e di Margherita non appaiono più; la Gentile v’era certo ancora nell’agosto 1423, e la Giliola per mandato del 27 aprile 1423 riceveva braza ii de panno verde per fare una cotta da mezo insuso, nonchè la tela per foderarla. La Costanza, ai 14 agosto 1422, aveva, insieme con la Pellegrina, dodici braccia di tela bianca da soldi due e denari otto al braccio per frodare doe camere che son facte de dui vestiti vecchi e due braccia de panno verde a trilici per fare le maniche di dette vesti, non che il filo e la cordella necessaria. Non deve maravigliare la riduzione delle vesti vecchie che già, come altrove si trova indicato, erano state allungate chi sa quante volte, in un tempo in cui accanto allo sfarzo più strepitoso in alcune cose, in altre usava la massima grettezza e meschinità. Le donzelle si vestivano, dice il Gandini, di robe di seta e di velluto, ma più comunemente portavano guarnello e cotta di pignolato verde o rosso, colle maniche di stoffa nera o morella.

Quando andavano a marito, Parisina usava dar loro il corredo e la dote. La Chiara da Baesio, com’è chiamata, aveva, sotto la stessa data del 14 agosto 1422, un dono di nove braccia di panno verde (pare fosse il colore di Parisina) per farsi essa pure una camera la quale volemo gè sia frodata de martexini, e inoltre le era data tela da fodera e uno paro de franze. Erano per Chiara infatti vicine le nozze, e Parisina il 7 settembre successivo scriveva:

Nuj volemo che vuj nostri factori dagadi et pagadi ad Alberigo de Fanti et a Francesco so fiolo et nostri citadini Lire seicento de marchesini per dota et per nome de dota de la Chiara da Baexe ch’è stada nostra donzela, la quale havemo data per muyera al dito Francescho. — Parisina m. e.

È noto come a quel tempo uno degli oggetti più importanti e indispensabile d’ogni corredo d’una sposa fossero i cofani, dove si riponeva tutto quello ch’essa portava a casa del marito; cofani che posti poi nella camera nuziale, servivano per sedersi come i nostri sofà. Così si spiega come Parisina donasse alla sposa i due cofani dipinti e intagliati d’oro, dei quali è parola in questo mandato del 6 luglio 1422:

Nuy volemo che vuy nostri factori dagadi e pagadi a m° Zohane da la Gabella depinctore ducati vinticinque o le monede per caxon de sua spexa e fadiga e magisterio de duj coffini metudi de oro fino, i quali sono per la Chiara da Baexe nostra donzella. — Parixina.

Ma più da vicino ci tocca quello che la Marchesana fece per il matrimonio della Pellegrina, figlia del suo futuro delatore, cioè di Giacomo Rubino detto Zoese, che già nel 1419 era cancelliere di Nicolò. Il primo di novembre 1422 Parisina ordinava:

Nuj volemo che vuy nostri factori dadi ordene e compradi tutte le cosse necessarie che dee havere a portare sego a marido la Pelegrina nostra donzella fiola de Jacomo Zoexe nostro famio.

La Pellegrina aveva il medesimo regalo dato alla Chiara; in un conto del fabbro del 12 dicembre incontriamo in fatto la spesa di una lira marchesina per due chiavadure cum la chiave per i coffini per la fiola de Zoexe. E anche questi cofani erano decorati artisticamente dal medesimo pittore Giovanni dalla Gabella, come si ha da un mandato affatto simile all’altro già riferito [19]. Susseguentemente, il 5 gennaio, approvava un conto del 26 decembre precedente, di sessantotto ducati circa per trecento e otto braccia di damaschino verde, el quale pano hebe Zoexe de Madona la Marchesana et disse per fare fare una pellanda a la Pelegrina donzela de la dieta Madona et fiola del dicto Zoexe, la quale Madona la marida in Bonsignore, fiolo che fu de Giovanni de Bonsignore. Quindi il 1° febbraio ordinava pure di pagare l’importo di diciassette ducati e spiccioli per pance trexento novanta de varo per ducati quatro e mezo el centenaro... le qualle pance hebe mastro Marcho, varotaro, più di saper frudare le manege de una pellanda de damaschino verde per la Pelegrina.

Costei almeno, se suo padre non fu trattenuto da alcun vincolo di gratitudine, avrà rimpianto la morte della sua benefattrice!

Dapprima, non lo nascondo, credetti di essere sulle tracce di una nuova prova della malvagità umana; la donzella che, secondo le cronache, avrebbe rivelato la tresca a Zoese poteva facilmente essere stata sua figlia. Ma questi altri documenti escludono, parmi, che ella rimanesse al servizio della Marchesana dopo il matrimonio; poichè al posto della Chiara e della Pellegrina furono assunte due altre donzelle, i cui nomi appaiono nel mandato del 20 gennaio 1423, già citato in parte, col quale il sarto Anechino era pagato di due pellande per due donzelle nove de Madona zoè per la Verde, fiola che fo di messer Nicolò di Oppizi e per la Domenega, fiola del Brancha. Tanto più pare che rimanesse sempre fermo il numero di dodici, perchè in un documento del 27 aprile 1423 appare nominata una Maddalena, donzella, che evidentemente fu chiamata a sostituire la Caterina che erasi partita dal servizio. Costei è detta degli Armacoli in un documento del 18 giugno dello stesso anno, dal quale apprendiamo altresì che, oltre al mantenimento e al vestito, le donzelle percepivano anche uno stipendio fisso:

Vos generales factores solvi facite domine Caterine Armaculis l. m. triginta septem et s. tredecim quas ipsa domina Caterina habere debet a prefata D. Marchionissa pro resto omnium suorum salariorum usque in presentem...

Conosciuti in tal modo i nomi, quale delle dodici sarà stata la traditrice?

V.

Gli Estensi abitavano a questo tempo la casa vecchia, prospiciente la piazza grande, che terminava all’Arco del Cavallo, a sinistra di chi guardi l’attuale residenza municipale, nella quale passarono ad abitare nel 1436, mentre solo nel 1476 si stabilirono nel castello che ancora erge le mura turrite [20]. Se le stanze erano tappezzate di arazzi e i letti coperti di seta e di velluto, la biancheria all’incontro era stracciata se non rosegada dalle pontiche, ossia dai topi, e sporca poi in modo superiore a qualsiasi immaginazione, come basta a provarlo questo conto della lavandaia, che è veramente del 1475 e dovrebbe segnare un progresso:

Andriola lavandara de havere a dì XVIII de dexembre lire diexe de marchesini per sua mercede de havere facto bianche più panni di lino zoè lenzoli et altre cose de la Ex. a del N. S. in tutto questo anno.

Il Gandini che reca questo interessante documento, ne aggiunge molti altri dai quali si vede che le rattoppature e rammendature erano continue, e osserva che se nelle stanze riservate a’ forastieri vi erano cuscini cogli endemi, ossia colle fodere, ricamate d’oro, nel letto del duca Borse l’endema era tutto brodgà (imbrattato), rotte e strazzade le scarane nella camera del prefato N. S. Ai tempi di Borse le scranne erano venute di uso più comune, pare, perchè al Gandini stesso per i tempi di Nicolò non ne sono risultate dagli inventari che sei nei duecento e venti ambienti circa che componevano i vari palazzi estensi. Nelle camere non v’era che qualche cassa che serviva anche da panca; nulla di tutto ciò che oggi è per noi indispensabile; nella retrostanza o gabinetto di Nicolò non v’erano che tre banche, una secchia, una cocoma de rame, un oroloio de ferino, una campanella et uno schano da camaroto de legno, chiuso attorno, fitto nel muro. Inutile, dice il Gandini, indicare a quale uso dovesse servire quest’ultimo, ed era l’unico negli appartamenti maschili. Scarsa l’illuminazione; i muri delle stanze comuni sporchi e affumicati; ma per maggiori particolari, a noi meno interessanti, rimando al Gandini stesso.

Dai documenti che più da vicino riguardano il nostro tema si può ricavare qualche lume anche intorno all’arredamento della camera da letto di Parisina. Nel novembre 1422 l’Anechino sarto aveva ottantaquattro braccia di tela rossa per foderare due copertoi da letto, uno di velluto cremisino, l’altro di zetanino vellutato cremisino, per uso della Marchesana, e centoquarantaquattro braccia di zendado rosso per far sei tendine da letto per la medesima. Nel gennaio 1423 lo stesso sarto poneva in opera ottocento ottanta once di taffettà de verzì cotto per fare sey cortine per duj apparamenti da lecto del Nostro Signore et so Madona, e dodici braccia de zetanino velutato de grana, et quale zetanino ebbe Zoexe per portare a Madona et disse che era per compire el celo de uno apparamento da lecto, il quale è de zetanino velutato, del dicto Nostro Signore et de Madona. Nel marzo poi questo cielo era ornato con diciannove braccia di frangia pendente verde e bianca; un altro simile era fatto nel marzo 1423. Le due camere di Parisina e di Nicolò pare adunque fossero adobbate allo stesso modo e con colori molto vivi, se non sempre intonati. Un’altra camera da letto nella villa di Belfiore era stata ornata con cura particolare, e riceveva il nome dal ricamo che appariva dovunque.

Nel gennaio 1422, messer Anechino presentava un conto per cuxire e frodare una camera da lecto de sarza raxada, a ursi e fudrà de Iella per uso de Madona. Della stanza però non sappiamo se non che intorno de sovra alla dieta camareta correva della franza, larga pendente de folexello rosso, verde e turchini. Le tre cortine per apparamento da lecto erano de russa de verzì el quale è recharmado a ursi, e messer Anechino si faceva pagare anche di certa tela rossa e di certa seta adoperata per frudare et cuxire el cielo, quello che va da cho de uno apparamento da ledo, el quale è de ceianino vellutato cremexi de Madona. Nel luglio poi Parisina comperava trenta braccia de borazo per fare uno tramarazo al ledo de la nostra camara de li ursi in Belfiore. Nella qual villa, sia detto per incidenza, vi era anche un bell’orologio, cosa allora assai rara, per il quale il 14 luglio 1423 troviamo notate nientemeno che settanta libbre di piombo da fare contrapesso a horologio de Madona ch’è a Belfiore.

Due volte trovo ricordato uno studiolo de Madona (mandati 20 ott. e 10 dic. 1422), ed una di queste perchè il fabbro le faceva una chiavexina di otoni. Forse là ella si ritirava per dare libero corso ai suoi pensieri, a ricamare, a giuocare con qualche intima, con quelle cartexelle meiude d’oro e de brasile dentro et de fora e cum azuro fino oltramarino, cioè di cuoio miniato e dorato: oppure con le bambine, per le quali scriveva ai fattori di mandarle: doe pare de cartexelle de quelle da dozena da zugare, de iiij soldi el paro o cinque, et mandatecele che le volemo per le nostre fiole et mandatecele presto [21].

Nello studiolo ella si tratteneva a leggere, e che di ciò si dilettasse, abbiamo varie tracce; la libreria di Nicolò era ben fornita, oltre che di opere classiche ed ascetiche, anche di poeti e di romanzi francesi e italiani [22]; troviamo un conto per uno fornimento de libro per Madona (mand. 1 ott. 1422) e un altro di Bartholomeo cartolar o per factura de uno libro in francese, che si chiama Tristano. I poemi del ciclo d’Artù erano pur sempre la lettura favorita nelle nostre corti, e particolarmente in quella che, di lì a pochi anni, doveva udire le medesime imprese d’amore e cortesia ravvivate dalla gioconda fantasia del conte di Scandiano.

Ma come già il Lancillotto era stato causa innocente della tragedia di Rimini, furono allora forse le pene di Tristano espresse dalla bella bocca d’Ugo quelle che infiammarono la Marchesana? Non era nello studiolo che Madonna cercava colle agili dita l’espressione dell’animo sulle corde dell’arpa che ella amava? Quante cure in fatto: un maestro Zanino le faceva una coverta de core (cuoio) scorzado cum la nostra arma suxo; un maestro Daniele da Milano le faceva una chiavadura e una cadenella de ottone dorata per asserare la dicta arpa; un maestro Domenico Calceta uno cordon con uno fiocho de seda a la dimxa per portare al collo la dicta arpa e uno cavezo de tesudo strecto a la divixa per metere a la froda de la arpa per portarla al collo perchè el cordon non è forte (mand. 20 agosto 1422). Ella inoltre comperava, 18 gennaio 1422, un’arpa piccola per le nostre fiole, e il 24 marzo successivo, due arpe per le fiole, che non toccavano il lustro. Non ci trasporterebbe la fantasia a immaginare Parisina che in dolce atto di madre insegna alle sue figliuolette i primi accordi? Eppure bisogna esser maligni per causa dei documenti; anche Ugo fatalmente suonava l’arpa: e come le corde si rompevano di frequente! Lo attestano i mandati per acquistarne di nuove che si susseguono da vicino, specialmente nell’inverno 1424!

Il vestire importava allora assai meno di quel che importò in sèguito e un abito durava lungo tempo; egli è perciò che sono scarsi i documenti a tale riguardo. Parisina, riassume il Gandini dagli inventari, indossava sovente vesti di pigolato, ossia di fustagno, e nell’inverno di panno, foderato di vaio; ma aveva in guardaroba abiti di broccato d’oro, di zetano vellutato cremisino, secondo il costume di allora, a ricami. Il primo abbigliamento di lei che possiamo conoscere, è del giugno 1419, quando ella faceva dare ad Anechino sarto, una certa quantità valesi et pani et serici prò frapis que fuerit necessaria pro faciendo unum anchum per sè. Non troviamo altro di notevole fino al 25 febbraio 1423, quando ordinava di dare ad Anechino: Imprima due franze d’oro et de seda de’ più culuri per uno paro de manege de dalmaschino cremisi brochà d’oro de una nostra zuppa (giuppone); inoltre due franze de seda biancha morelle et d’oro per una zuppa morella brochà d’oro zoè per le manege per nuj; e infine sey braza de cordella morella per asarare denanzi e per le cavezze per le soprascritte zuppe. Il 18 maggio seguente comperava per venticinque ducati una fodera d’ermellino.

Preferibilmente Parisina si serviva a Venezia come appare da molti conti di un mercante di quella città a nome Aliprando Guidizzoni. Notevoli certi mantilli, che s’era fatta portare di là il 26 giugno 1422; ma maggiormente interessante questo conto che credo utile riferire per intero:

Parisina firmava il mandato il 21 maggio 1424, aggiungendovi però questa lettera, abbastanza curiosa, ai fattori generali:

Carissimi nostri. — Nuj ve mandemo, qui incluso, una scripta de quello deba avere Aliprando Guidizonus dal Signore et da nuy cum el mandato signato de nostra mane. Et volemo che vuy facciati dicto Aliprando creditore de questa quantità, che in la dicta scripta se contene, in libri de la camera; ma perchè gh’è quella segonda partita de quaranta quattro braza de veludo verde piano, come vuv vedereti, volemo che della ditta partita vuy acunzati si la scriptura, perchè nuy intendemo pagare nuy, quelli 342 ducati, de nostri, che la camera non havera graveza. Che qui nuy li pagaremo, se apare che nuy li avimo pagati di nostri, sì che sei ve paresse cunzarla fora della scriptura da per sè, fasitelo, et questo medesimo intenditi del paramento del quale se fa mencione in la scripta predicta el quale volemo nuy.

Fossadalbari, xviii Ianuarii 1424. »

Da ciò s’ intende che Parisina avendo forse fatta una spesa straordinaria, non intendeva farne carico alla Camera o amministrazione ducale, ma, stralciata la partita dal conto, voleva fosse pagata con le sue rendite proprie.

Delle scarpe non trovo particolar menzione: ma rilevò il Gandini che ai principi e ai cavalieri ne occorrevano non meno di ottanta paia all’anno, a’ paggi si davano tre paia di scarpe al mese, e alle donzelle due e un paio di pianelle; ciò che fa credere che dovessero essere fatte della sola pelle, senza rinforzi, e assai leggiere.

Molti mandati riguardano la biancheria, ma per la massima parte si tratta di tela più o meno fina per lenzuoli e per tovaglie che la Marchesana comperava alla spicciolata dalle donnicciuole di Ferrara che l’avevano tessuta. Qui si vede chiaramente quanto i tempi e i costumi fossero diversi, che un mandato del 10 luglio 1422 è per dua pare de linzoli usadi e uno del 9 gennaio 1423 per otto tovaie vechie bone, che la marchesa aveva comperate su l’arte de la strazaria, cioè dove teneva i propri banchi la corporazione degli straccivendoli! Nè basta: salvo alcune volte i lenzuoli e le tovaglie, Parisina acquistava sempre, come ho detto, tela tessuta in casa e perciò abbastanza grossolana, e la biancheria era cucita dalle donne di corte. Così il 20 settembre 1422 troviamo un acquisto di tela per fare lenzoli da fioliti, cioè per le bambine; e ve n’era bisogno se la sua figlioletta Lucia aveva soltanto una coltre de cendale vechia e tutta rotta. Per la persona di Nicolò appare indicato un genere di roba più fina; nel mandato 20 agosto 1422, sono specificati lenzoli sutili, linzoleti inoxelati cum verghe bianche e venti drapi sutili; e un altro del 12 dicembre: reve sutile sbianchezado per cuxire camixe e mutande per il Marchese. Caratteristico mi pare questo documento: Parisina aveva fatto acquisto, come di consueto, di lino e di canapa, oltre alla produzione delle tenute di casa, e l’aveva dato a filare; il 4 luglio 1424 scriveva ai fattori generali:

Carissimi nostri. — Come vuy savidi la Corte è male fornita de adrapamenta. Et si ce forcemo per la grande spesa che era de ridurla, et liavemo facto dare a filare. Et come ve dirà Domenego Cancro nostro officiale e la drapamenta el monta la filadura certa quantità de ducati, lì quali volerne che vuy faciati pagare per ogni modo, aciò che nuy habiamo per lo avenire chi fili volentera, per lo bon pagamento, zoè presto, che li facemo. Et che nuj possamo uno poco refrescarse da quella. — Porti, IIII Julj 1424.

Riguardo alla toilette poche altre cose occorrono nei documenti. Quando si ricordi l’abuso di profumi, di belletti e di unguenti che si fece poco più tardi in pieno rinascimento, come dimostrano i ricettari pubblicati, Parisina parrà appartenere ancora alla vecchia generazione. Non troviamo che un mandato del 5 febbraio 1422 per ducati septe quarti tri d’oro per dui alberelli damaschini cum le ceste de zenzevero verde e per uno quarto de unza de muschio fino, tutta roba fatta venire da Venezia, il grande emporio commerciale con l’Oriente. Pure in Venezia si acquistavano aliquas bocias pro acquas faciendas pro uso dominae, e quatro petini d’avolio bianchi schieti zoè dui grandi et dui picoli. Il fabbro Bonasolo da Bergamo le vendeva il 20 ottobre 1422, per dodici soldi vinti netezaduri da denti; una sola volta troviamo ricordato dui spechi de Madona che erano stati racconciati.

Orefice di Parisina era un maestro Gabriele da Cantù, per il quale occorrono quattro mandati, ma senza specificazione del lavorero ch’egli doveva eseguire; Parisina comperava una volta tri baiassi da un mercadante e un’altra dui iacinti in oro. Il primo febbraio 1424, dalla villa di Fossadalbero ella scriveva al fattore Alberto de Bonacossi:

Spectabilis et egregie tanquam pater carissime. — De conscientia del nostro comune signore ve mando in questo buxolo una preda, la quale vole dicto signore che subitto gè faciati ligare in una gamba d’oro fino, al vostro modo. Preterea de sua conscientia mandatine tre ducati per pagare la dita preda al magistro che l’a facta.

VI.

Questa analisi degli scarsi documenti rimastici era la sola via per la quale noi si potesse gettare uno sguardo sulla vita intima di Parisina, e dobbiamo dire che mentre da un lato una certa civetteria non manca, dall’altro appare vera donna di una di quelle famiglie italiane, le quali, acquistata la signoria, rimasero borghesi per lunga pezza. Quando si pensi che tutti i cavalieri, i paggi, le donzelle, i famigli e chi altro fosse, erano vestiti a spese della camera marchionale, sarà chiaro che Parisina non avrà avuto poco da fare per avere in ordine quei tri libri per tenire el conto de’ panni, de le bugade et per altra maniera de panni che se dà et tuole in casa et fuori de casa. Via: per una donnina dai sedici ai vent’anni non c’è male! Esaminiamo ora le poche tracce della sua vita esteriore e qui massimamente avremo di che conoscerne meglio il carattere.

I pochi anni ne’ quali Parisina visse a Ferrara furono funestati da guerre e la peste v’infierì durante il 1424, non poterono quindi aver luogo grandi feste pubbliche o private, nè veramente era ancora cominciata la consuetudine di esse, che nei due secoli seguenti offrì tante occasioni alle lettere e alle arti di manifestarsi. Allo stesso modo non v’era ancora teatro di alcun genere; solo istrioni e giocolieri vagavano di corte in corte. Cosi l’11 gennaio 1423 Parisina faceva donare due ducati ad un istrione che aveva recitato in quel giorno alla sua presenza; ma più curiosa è la supplica di un Michele da Costantinopoli, giocoliere, il quale spergiurando di essersi partito dai paesi più lontani per visitare appunto la eccelsa Marchesa di Ferrara, chiedeva con frasi reboanti soccorso, ricevendone uno scudo.

Sembra che Parisina si dilettasse talvolta di caccia perchè faceva comperare sparvieri o civette e ordinava fosse fornito miglio e altre cose necessarie ad un servo che doveva adestrare le nostre pantere; così chiamavasi una specie di uccellanda, ma questa volta si debbono intendere gli uccelli di richiamo che vi erano mantenuti ed educati. Aveva ella altresì un papagallo, rarissimi a quei tempi, per la gabbia del quale il sarto Anechino faceva una coperta di panno rosso; ma dove possiamo sorprendere una vera passione è per i cavalli.

Le carrozze o, meglio, i cocchi, come allora usava, non erano certamente la cosa più comune anche presso le grandi famiglie; Parisina aveva le sue carrozze con cavalli particolarmente adatti, come si rileva dal mandato 12 aprile 1424 per lo Scaramuzza, maestro di stalla, il quale riceveva dieci ducati per aggiungere ad un cavallo che barattava con un altro proprio per le carette. La vediamo altresì ordinare pagamenti per cuoi, per chiodi e per altre cose riguardanti la scuderia. Mandava i suoi cavalli, che dovevano essere di buona razza, a correre i pallii in tutte le città: e ciò scopertamente, poichè v’è un conto per coperte da cavalli di panno rosso e bianco cum le arme recamade a la divisa del Signore et de Madona. Interessante è la serie di questi documenti, de’ quali il primo, del 6 febbraio 1422, è un ordine di pagamento a Giovanni da Rimini, che era il suo fantino prediletto, per andare e tornare da Ferrara a Verona cum quattro cavalli di li qualli luy ne mena dui nostri corsieri a correre uno pallio che se core la prima domenega de quaresima proxima. Quello del 3 maggio successivo comincia a mostrarci come i cavalli della Marchesana di Ferrara riportassero frequenti premi e ci fanno conoscere un patto speciale col fantino; scriveva Parisina:

Nuy volemo, che vuy nostri facturi dagadi a Zohanne da Rimene, nostro famio, lire seye de marchesini per raxon che luy ne ha presentado palii tri, li quali à vinto a correre li nostri barbarischi, come è el pacto e la uxanza da nuy a luy; el nome di palii sieno prima quello de Modena, e quello de Bologna de San Petronio, e questo de San Zorzo proximo passato.

Il medesimo Giovanni riceveva giorni appresso, il 26 maggio, cinquanta fiorini per andare a corere in Toscana e a Bologna cum duy barbarischi e duobus equis et duobus pagis e uno famio. Dei paggi uno è nominato in un conto del 22 antecedente per fare una zornea al Moscha nostro pazo da corere li nostri barbarischi; l’altro è il famiglio nella lettera seguente del 28 settembre:

Nuy volemo che vuy nostri facturi dagadi al Zenzala nostro pazo da palio, ducati diexe d’oro, li quali luy porti al Tamburino famiglio de Zohanne da Rimino nostro famio sopra li nostri barbarischi, lo quale ha mandato lo Illustro nostro Signore da Milano a Bologna per corere uno palio el dì de San Petronio in Bologna; li quali dinari volemo che luy habia da spexa e da quello che gè bisognare, e de li deti dinari ve ne fariti assignare bona rasone a Zohanne da Rimeno et al dicto Tamburino.

Ma tra il maggio e il settembre Giovanni aveva corso nell’agosto anche a Milano e a Mantova, e in entrambe coteste città era rimasto vincitore, come poi fu a Bologna, con grande contento di Parisina, che il 22 ottobre ordinava:

Nuy volemo che vuy nostri facturi dagadi e pagadi a Zohanne de Arimino, nostro famio ay barbarischi, ducati tri d’oro per tri pallii che luy ne ha aducti che à vincti li nostri barbarischi, zoè, uno pallio da Mantoa, uno da Milano, uno da Bologna.

Pare che ogni anno Giovanni ripetesse il giro nelle medesime occasioni, perchè le medesime notizie si trovano per il 1423, e quanto fosse a cuore di Parisina che a nessuna corsa mancasse mi par di capire dall’ordine del 12 ottobre 1423 di pagargli trenta ducati d’oro perchè volemo che ’l vada ad Milano a corere el palio, et dateli presto spazo, cioè raccomandava ai fattori che lo facessero partire senza ritardo, perchè prossimo il giorno della prova. Andò infatti Giovanni e vinse; ma non so se egli non facesse suo utile della passione della illustrissima padrona, la quale largheggiava sì, ma pare volesse pure i conti chiari:

Carissimi nostri.  — Zohane da Rimino ha vinto el palio a Milano cum el nostro cavallo et ne scrive che l’è suso l’albergo et domandane denari. Per tanto volemo che subito tu scrivi che gè ne le ne sia mandado quelli che te pare che gli basti, veduto quelli che havè quando l’andò in lae, nè gè le dare induxia. Et quando elo sera vegnudo volemo che l’assigni la raxone de quelli che prima l’havè, che credemo fusse più de 25 ducati, e de questi che tu gli mandarai; ma fa presto che ’l non staga suxo l’ostaria. — Porti, de XV Novembre 1424. — Dilectissimo factori nostro Alberto de Bonacosse.

Parisina doveva essere amata dal popolo, se non altro perchè molto caritatevole; in grandissimo numero sono gli ordini di pagare piccole elemosine a questa o a quella povera donna, a novizie, a frati: e la franchezza con la quale ognuno a lei si rivolgeva dimostra che sapevasi di non chiedere invano. Anche quando non doveva troppo piacerle la condotta di qualcuno si mostra liberale, come col suo medico, maestro Giovanni da Genova, il quale, scoppiata la peste, pensò bene di andarsene a Padova, e Parisina tuttavia scriveva:

Carissimi nostri. — L’àe deliberato m.° Zoane da Zenova de andare in Padova cum la soa famiglia per cazone de la peste. Et nuy siamo contenta: per tanto volerne che vuy li fasciati fare la bolletta libera de condure la dicta famiglia cum tute soe massarie, lecti, pani, et ogni altra cossa del suo, et faciate dare quello che ’l resta ad havere da la camara nostra de la soa provisione, et dadege presto spazamento. — Quartesana, de XIII Junii 1424.

Tra tutti i documenti che rivelano lo spirito caritatevole di Parisina, due ne trascelgo più curiosi ; il primo è una istanza dell’ 8 giugno 1422, della balia di Nicolò col rescritto della marchesa :

Illustra et excelsa Madona mia. — Fazove manifesto mi Lucia di Fuschi, bajla del nostro excelso Signore, che nel dosso mio non n’ò altro che quello gabano et pelliza la qualle per vostra bontà vuj me fessi fare. Besognarave uno guarnello per stade. In per tanto recoro a vuj mia benefadrisse e supplicove che per amore del mio Signore e per vostra buntade e benignitade me ne facciati fare uno de pignola bruno. Arecomandome a la vostra Signoria.

Nuy volerne che vuy nostri facturi fazadi fare uno guarnello ala sovrascripta bayla del Illust.° nostro Signore. — Parisina m.

L’altra è una supplica di un fraticello che Parisina manteneva nel monastero di S. Francesco:

Illustre et Magnifica Madama. — Supplica a la vostra Signoria el vostro fraticino fra Francischino che ’l ve piaza de volerge far pro vedere de le infrascripte cosse che le ghe fano per vestire perchè le altre sono tutte straxade, zoè

In prima braza vii de beretino per una cappa.

Item per una tonega braza v de beretino.

Item uno pelizone per questo inverno.

Parisina, il 24 ottobre 1424, mandava questa istanza ai fattori generali con l’ordine, non solo di dare quanto il frate chiedeva, ma con l’avvertenza di bagnare et cimare il panno che domanda a le spexe de la camara nostra. Nè bastò: i fattori fecero comprare il pelliccione per il frate, ma Parisina non ne fu contenta, e riscriveva il 16 novembre:

Carissimi nostri. — Nuv ve scrivessimo a questi dì passati che vuy fesse comprare uno pilizone al nostro Fraticello, el quale per amor de Dio et de Sancto Francisco tenemo in lo Monastero. Et vuj gli fessi comprare questo el quale ve mandemo per questo cavallaro. Et perchè la cessa non è quanto nuy vorressemo nè convegnevole ala elemosina, volerne che vuj lo rendati a colui che ve lo dete, tulendone altro apto et condecente, et del quale el frate habia assay al manco questo anno.

Et mandatecelo per modo che non se ve guasti, et che ’l proposito nostro a Dio et ad Sancto Francisco satisfaciamo. — Porti, XVI Novembre 1424.

Non so se questi atti pietosi si possano ritenere indizi di religiosità, ma non sarebbero i soli. Fra Maginardo, suo cappellano, le comperava un salmista e Bartolomeo, cartolaro, le vendeva un ufficiolo della Madonna coperto di velluto nero. Ella altresì faceva eseguire un apparamento per l’altare di corte; regalava un calice d’argento dorato; un messer Andrea da Vicenza, pittore, le faceva alcuno lavorero per sua devozione e per suo voto, e a compiere un voto mandava un messo speciale a S. Giacomo, forse di Compostella.

Da quanto abbiamo veduto, Parisina appare tutt’altro che di animo vile e cattivo; meglio la si comprende paurosa come donna e come donna altera da due altre sue lettere. Durante la peste del 1424 Parisina e il Marchese si erano ritirati nella villa di Porto; di là ella scriveva, il 12 agosto, ai fattori: Fati fare una crida per parte de Vicario ch’a la pena che pare a lui, el non vegna alcuno da Ferara a la festa de Porto, nè ce nominate nuy.

Evidentemente ella lottava fra la paura e la vergogna; se voleva evitare il contagio che dalla città poteva essere diffuso a Porto con l’occasione dell’annuale affluenza di gente per la festa di quel paese, aveva insieme vergogna di apparire timorosa agli occhi del popolo. L’altra lettera invece è scritta dalla donna offesa nelle sue prerogative: un suo messo è fermato abusivamente da un ufficiale di confine, ed ella lo vuol punito della sua audacia:

Carissimi nostri. — El passò per da la Stellada, via per andare verso Mantova, Guido de Messer Jacomo da Remino a questi die passati cum uno nostro mandato de certe cosse che el portava ad Mantova. Et quando el fue a la Stellada quello officiale ly li tolse duy bolognini over marchesini, nè altramente el volea lassare passare, nè volse obedire al nostro mandato. Ora nuj havemo questo assai molesto, et non savemo chi sia costuy; ma, sia chi vole, volemo, che sia pagado unde el vele, la gabella grossa o per la camera, vuy ce mandati una de le soe page, che prestamente l’abiamo. Non volemo che luj nè gli altri siano temerary et temptori de nostri mandati senza punicione. — Fossadalbari, XXIIII Januarij 1424. — Parisina Marchionissa Estensis.

PARTE seconda ed ultima.

Edizione di riferimento

Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti - Terza Serie — Volume XLVI, della raccolta volume CXXX Roma, 1893. Fascicolo XII-15 Giugno. — Tip. della Camera dei Deputati. Direzione della Nuova Antologia Via del Corso, N. 466

I.

Una costante tradizione afferma, come ho già accennato, che Parisina ed Ugo, la moglie ed il primogenito del Marchese Niccolò d’Este, da principio si odiassero. Ma quest’odio, e l’amore in cui si mutò in appresso, non hanno per spazio della loro manifestazione se non un breve periodo di cinque anni, dai quali ben due potremo sottrarre, se è vero che il sentimento della maternità in una sposa ammorzi ogni altro e tutte ne assorbisca le forze e le virtù. Quale traccia hanno lasciato l’odio e l’amore nelle tre centinaia di documenti che possediamo? Nessuno esplicito, uno indiretto, ma non trascurabile, che risulta dall’ insieme di essi.

Infatti degli otto figliuoli di Nicolò, viventi alla corte, due, Isotta ed Alberto, non vi appaiono mai nominati, gli altri pochissime volte, e allora son nominati perchè si trovano assai male in arnese. Così, ad esempio, Borso non aveva abito per tornare da Bologna, ove si trovava, a casa; Meliaduse, essendo a Padova, non aveva calze e chiedeva ai fattori cinque braccia di panno per farsene; qualche interessamento per questi due figli si trova al tempo della peste, quando Nicolò li fece accompagnare, l’uno a Modena, l’altro ad Argenta. Le due Margherite appaiono talvolta per ragioni di vesti, e non erano grandi cose quelle che per loro si facevano; altrettanto si può dire di Lucia e Ginevra, le due figliuolette legittime. Leonello riceveva in dono da Parisina una scatola grande da portare sego con uno frixo dentro, el quale nuy donassemo al dicto Lionello, zoè quando el se partì per andare a Peroxa dal signor Brazo: che vale a dire ai primi di dicembre 1422, quando Lionello andò a Perugia per addestrarsi nelle armi sotto il celebre condottiero Braccio da Montone. E Ugo? Quanto egli fosse trattato diversamente dimostrano i mandati che lo riguardano e che occorre esaminare, sia pure sollecitamente.

Continue sono le cure di Nicolò e di Parisina per questo figliuolo, sì a riguardo del vestire come di ciò che potesse soddisfare i gusti ed i capricci di lui. Il quale pare inoltre di per sè stesso sollecito di comparire, come da questa nota, ad esempio, del 1422:

Zipone uno per inverno, et I per la stade de pignola; quando luy ne vorà de seda, o più, luy lo domandarà.

Calçe                             para xij l’anno

Calciti                           para xij l’anno

Camise                         xv l’anno

Mudando                     xxv l’anno

Berette da camera       ii l’anno

Drapi                            xij l’anno

Endemelle da orieri     iij l’anno

Calciti de lino,              para xx l’anno

Ovete [Veche?]            xj l’anno

Mantello uno con la capuza se luy lo ha bene quidem, et se non, li sia facto uno.

Pro his supplicat Ugo Estensis Factores

generales domini faciant fieri

praedictis. Item prò guantis speronis

et similiter rebus sint videlicet eis.

Per nessuno certamente degli altri figliuoli si trova una ordinazione così accurata come questa, dell’8 agosto 1422, di Parisina; merita di essere riferita:

Nuy volemio che vuj nostri facturi fazadi dare lo infrascripto panno, pignolado, tela, bambaxo, valesio e seda a m. Anichino nostro sarto per fare li infrascripti lavorerj a Ugo da Este fiolo del Illustre nostro Signore:

Prima braza x de panno turchino ala piana per farge i vestido cum le maneghe strete de revolta in suso da s. 35 el brazo, el quale de’ andare froda di dossi de varo.

Item br. vi di panno verde e bianco e rosato ala piana da s. 35 el br. per frappe per lo dicto vestito.

Item br, xii di pignolado alto biancho per i zorneda cum frappe per lo dicto Ugo da s. viii ½ el br.

Item br. v di pignolado bianco basso da s. quatro el br.

Item br. v di tela biancha da s. quatro e mezo el br.

Item meza libra di bambaxo in falde da s. quatro la libra.

Item onze doe de bambaxo filado per fare uno ziparello per lo dicto Ugo.

Item br. v de panno rosado a tri lizi da s. 35 el br. per quatro para de calce per lo dicto Ugo.

Item br. v di tela biancha da s. quatro e mezo el br.

Item onze 1½ de seda verde da s. xvi l’onza.

Item onze vi de bambaso in falda da s. iiii la libra.

Item onze ii de bambaso filado per fornire i ziparello di damaschino verde per lo dicto Ugo el quale damaschino ha el dicto Ugo.

Item br. i Va di valessio rosso da s. iii½ el br.

Item br. i de tela todescha da s. iii½ el br.

Item onza meza di seda de grana da s. xxiiii l’onza.

Item libre doe di pelo de cavriolo da s. iiii½ la libra per fornire i beretta de veludo cremisino piano el quale ha il dicto Ugo.

Parisina marchionissa.

Col sopravvenire dell’inverno, al 1° novembre dello stesso anno, Parisina ordina un nuovo vestito e un nuovo beretto per Ugo, e aggiunge: fatige frodare el dicto vestido de volpe. Nè basta: doveva anche essere ricamato, e perchè il ricamo tardava, ecco Parisina sollecitarlo.

Carissimi nostri. — Volemo che vuy mandiati per Thomaxino da la Rama nostro rechamadore et che da luy vuy pigliati informacione de quello che mancha a uno rechamo chel fa per una veste de Ugo fiolo delo ill.mo nostro Signore, et quello che gè li manca, o ariento o altra cossa che sia per fornire dato rechamo, fatigelo dare prestissime, che el possa liurare. — Fossadalberi, VII novembre 1422.

Nè Ugo stava contento a quel che gli si dava così largamente; il 18 marzo 1443, i fattori scrivevano: Madona, Ugo fiolo del Signore domanda alla Signoria Vostra uno ziparello pignolà perchè luy ne ha di bisogno; e Parisina passava tosto l’ordinazione non solo, ma di più gli faceva fare un altro abito di panno verde, il suo colore prediletto, con un ricamo d’argento che da solo costava venticinque ducati (mand. 4 maggio 1423):

Io Thomasino rechamadore debre havere per uno rechamo facto suxo uno vestido de panno verde de Ugo da Este, facto a tute mie spese, zoè de argento fillato, folieta, sede e xendalli et factura, ducati xxv.

Oltre a ciò, già nell’inverno di quell’anno stesso Nicolò, dal canto suo, gli aveva fatto fare un vestito di panno ornato di pelliccia:

Alberto de’ Bonacossi de’ havere a di xiiii de aprile da la Camara dello Illustro nostro Sig.re per dossi xvii de varo fini dadi per lei a maestro Marchino da Milano, varotaro, per fare doe veste a doe manege et uno colareto per uno vestì de panno turchino de Ugo da Este fiolo del prefato nostro Signore.

Nel maggio ancora il Marchese ordinava per lui quattro paia di scarpe, una giornea ed un giuppone, e subito dopo, nel giugno, di nuovo un’anca de pignolado e un berretto.

Eppure agli altri figliuoli, quando si era dato un vestito, doveva durare gran tempo, nè si mutava, l’abbiamo veduto, finchè non fosse sporco e sdrucito! Una parzialità per Ugo è evidente, e nell’accontentarlo Nicolò e Parisina andavano a gara. Nè soltanto si curavano della sua persona, ma ancora de’ servi e dei paggi suoi, e da ciò sembra che egli avesse la sua piccola corte costituita. Ad esempio, il 4 maggio 1422, il Marchese ordinava una giornea e uno ziparello per un Nicolò famigliare di Ugo, che deve essere quel Nicolò Romei il quale il 20 dello stesso mese riceveva due paia di scarpe; vestito e scarpe aveva pure sotto la medesima data un Jacopo, paggio di Ugo. Il 7 ottobre successivo è nominato un Cisono paggio; e nel marzo 1423 è Ugo stesso che domanda a Madonna: per el so regazo dui para de calze e uno ziparello. Mentre Nicolò acquistava cavalli per Ugo e per i famigli di lui (mand. 31 luglio 1423 e 19 ottobre 1424), Parisina dal canto suo gli procurava l’arpa e gli sparvieri da caccia (mand. 20 novembre 1422); e perfino gli dava denari. Una volta, il 4 agosto 1422: vinti ducati d’oro per portare cum luy el quale va cum el magnifico nostro fradelo Sig. Opizo a Ravenna; l’altra... l’altra vedremo in quale occasione.

Ma intanto, dopo esaminati questi documenti, mi par lecito concludere essere chiara la propensione per Ugo, oltre che da parte del padre, anche da parte di Parisina; o almeno che l’odio, di cui narrano le cronache, non esisteva certamente già più nel 1422, e che prima, se fu, fu antipatia quasi infantile senza gravità alcuna.

II.

Le cronache ferraresi, del secolo decimosesto, raccontano concordi come il marchese Nicolò, dispiacente dell’odio che vedeva esistere tra Parisina ed Ugo, nell’occasione in cui quella fece un certo viaggio, le desse il figliuolo per compagno, affinchè si amicassero. Ma il risultato fu certamente maggiore di quello che Nicolò si proponeva, poichè, come dice il buon don Merenda: « la detta signora, sì per la comodità, sì per la servitù del giovine, sì anchora per la bellezza, et anchora perchè el diavolo si intrigò in questo negozio, Ugo s’innamorò in Parisina et lei in lui [23]».

Il Bandello invece pone che la tresca cominciasse in Ferrara stessa nel tempo che il Marchese andò a Milano chiamato dal duca Filippo Visconti, cioè, come è noto, nel dicembre 1420 [24]; ma aggiunge poi che la pratica amorosa durò « più di due anni senza che alcuno sospetto ne prendesse », mentre invece ben quattro anni sarebbero corsi se fosse vera la coincidenza. Per tale contraddizione e perchè l’episodio d’un viaggio è tale circostanza non necessaria che non sembra possa essere pura invenzione, stimerei doversi rigettare la narrazione del novelliere. Non pare probabile la data del principio e della durata della relazione da lui posta, anche perchè, nel 1420, Parisina ed Ugo avevano, l’una diciassette e l’altro sedici anni, ed erano quindi troppo giovinetti così per la colpa come per la prudenza necessaria a tenerla lungo tempo nascosta. Rimanendo dunque ferma l’occasione del viaggio, in un altro particolare discordano le cronache dal Bandello: quelle dicono che l’innamoramento fu scambievole, questi ammette in Parisina la colpa della corruzione di Ugo: che, ingenuo, non avrebbe capito che cosa la matrigna da lui desiderasse fino a che le proposizioni di quella non furono molto, anzi troppo, chiare. Ciò è tanto più notevole in quanto che la narratrice della novella è, come ho detto, Bianca d’Este, la quale, in certo modo, ci deve rappresentare la tradizione viva in casa propria; ed è vero che questa versione, mentre mostra maggior colpevole Parisina, straniera, attenua la colpa di Ugo, estense.

Ma quando avvenne il viaggio fatale? I documenti che novellamente vengono alla luce ci danno notizia di parecchi viaggi; così che, anche per questa tendenza, Parisina sembra precorrere la passione per essi che si manifesterà poi in piena rinascenza [25]. Il 9 febbraio 1422 la Marchesa domandava ai fattori quaranta ducati d’oro li qualli volemo per portare noscho a Venexia; e nel marzo successivo Nicolò ordinava agli stessi: El bisognare per la andata che farà la Parisina suxo el Polesine che Maynente mandi a la Fratta alcuni apparamenti et fornimenti da lecti et simili cosse, et anche bisognarci alcune cosse le quale manderà ad tore il Camarlengo... » Ma questa andata in Polesine, più che come un viaggio, va considerata come una piccola gita in campagna; infatti Parisina, di ritorno da Venezia, stette nella villa di Fossadalbero, di dove datava il 24 marzo e il 6 aprile; quindi sarà passata in Polesine: ma nel giugno la troviamo a Belfiore, e dal settembre a tutto novembre di nuovo a Fossadalbero [26].

Un altro viaggio fece Parisina alla metà di giugno del 1423, recandosi questa volta a Padova, pare per devozione a S. Antonio; ma se fu veramente la divozione che la mosse, il dono che recò fu molto economico come si vede da questo documento:

Giuliano dali Cari, strazarolo, de’ havere da la Illustre Madona Marchesana per uno gabano de çetanino veludato cremesi con le manege da revoltare frudate de martori comprado da lui, el quale gabano è per farne fare una pianeda et uno pallio da altare, che volle portare la prefata Madona ad offerire a Padoa...

Ella regalò in quella medesima occasione dui vestidi compidi a due frati del Santo (mand. 15 giugno 1423). Un mandato del 7 luglio, dopo il ritorno, ci dà notizia di alcun particolare del viaggio e della spesa:

Carissimi nostri, — In questa nostra andada ad Padoa, nuy expendessemo in la andata et in colacione che nuy facessemo cum la nostra comitiva ala Cà Salvadega, Anguillara, et in la tornata lire marchesine VI, soldi iiii, li quelli dinari pagò Ugo Mazolato, nostro cancellero, deli soi propri; per tanto volemo che vuj gè li faciati rendere. Preterea volemo che vuy acceptadi de Amorotto, nostro camarlengo da Ruygo soldi xx marchesini li qualli li pagò per bevanda data ali nuchieri del passo de la Cà Salvadega in la nostra tornata

L’intento religioso del viaggio, lasciando la breve durata, escluderebbe di per sè il sospetto che sia stata questa l’occasione della colpa; inoltre, questa volta di Ugo non v’è traccia, mentre altrettanto non si può dire dell’ultimo viaggio di cui trovo memoria. Fu l’anno seguente, nel maggio, quando fioriscono i prati e i cuori, che Parisina si trattenne quasi intero il mese a Ravenna (mand. 8 e 20 maggio 1424), e il 4 giugno, di ritorno, ordinava certo pagamento di otto ducati d’oro per rendere a uno nostro amico che lì pagò per nuy in questa andata che fessemo in Romagna. Chi fosse l’amico cortese certamente non potremo oggi sapere; ma non nego di non aver saputo liberarmi dall’impressione di un certo legame che questo documento, ove manca contro il consueto il nome, mi parve avere con quest’altro scritto prima della partenza il 2 maggio: «Mandatice per lo portadore presente vinti ducati d’oro li quali volemo per dare a Ugo da Este per alcuna sua bisogna ». Certo non vi è nulla che di fronte ad un esame freddo possa far supporre quella correlazione, cui accenno, ma l’ impressione mi sembra non possa mancare: e tanto più, quando si consideri il dono, veramente straordinario, e la stagione, e il tempo. Ma già prima di ora dobbiamo osservare qualche cosa di anormale: durante il gennaio e il febbraio, Parisina si trattenne ora alla villa di Fossadalbero, ora a quella di Porto, nè ciò deve essere avvenuto senza una ragione, poichè non sembra che quelle dimore potessero essere dilettevoli nel rigore dell’inverno. Ritornata a Ferrara, subito nel marzo eccola a Porto per qualche giorno. Dopo il viaggio di Romagna, la troviamo il 4 e il 5 giugno a Ferrara, e dal 7 al 24 a Quartesana. Non è superfluo notare, perchè è circostanza agli amanti favorevole, che in questi giorni Nicolò fu assente; il 17 giugno Parisina pagava un corriere che era andato a Padova cum lettere le quali mandassemo a lo Nostro Signore. Quella estate fu funestata dalla peste, come già ho avuto occasione di dire; gli è perciò che i due Estensi rimasero a Porto dai primi di luglio al 25 novembre, quando Nicolò per ragioni politiche andò a Venezia [27] e Parisina fece ritorno a Ferrara. Al contrario del giugno, questi altri mesi dovettero essere sfavorevoli agli amanti per la ristrettezza della villa e la sorveglianza immancabile del marito.

Che cosa avvenisse di poi e come i nostri personaggi passassero quell’inverno e la primavera del 1425 è ignoto; non un registro, non una carta ci ha conservato l’Archivio Estense, del 1425, che possa recare qualche lume su questo fatto intimo; è troppo evidente che una mano gelosa dell’onore della casa ha distrutto quanto potesse, anche di lontano, ricordarlo [28].

III.

Ai documenti pertanto subentrano ora per rischiararci la via le cronache; ma le poche del secolo decimoquinto non segnano se non brevemente e, anche, crudamente la sola catastrofe. Il Diario Ferrarese pubblicato dal Muratori [29], equivocando, come altre cronache, per evidente errore di scrittura, sul mese, dice: MCCCCXXV del Mese di Marcio. Uno Lunì a hore XVIII, fu taiata la testa a Ugo Figliolo de lo Illustre Marchexe Nicolò da Este, et a Madonna Parexina, che era Madregna di dicto Ugo; et questo perchè lui havea uxado carnalmente con lei; et insieme fu decapitado uno Aldovrandino di Rangoni da Modena, famio del dicto Signore, per essere stato casone di questo male; et furno morti in Castel Vecchio in la Torre Marchexana, e la nocie furno portati suso una Carretta a Sancto Francesco, et ivi furno sepolti.

In un antico Catasto, contenente anche un calendario, che era nell’archivio de’ Frati conventuali, passato poi, ai tempi del Cittadella, in quello Comunale, si legge questa nota [30]: MCCCCXXV, XXIII Mady hora XII domina Marchionissa Parisina, filia quondam Maleteste de Cesena peperit puerum [31].

Et in anno MCCCCXXV, die XXI Mensis Mady, die lune, decapitata fuit una cum Ugone da Hest et Aldroandino de Rangonibus de Mulina, et omnes sepulti fuere in cemeterio prope campanile, hora 2 noctis intrante die martis [32]; et morti fuere supradicti in Castro Leonis in turre Marchesana, in fundo turris, ubi decapitati fuere.

Nella Raccolta Ferrarese del compianto canonico Antonelli, da lui lasciata alla biblioteca della sua città, sotto il n. 255 è una cronaca di mano di Giulio Mosti; l’amico devoto, il segretario paziente del Tasso, nel tempo in cui questi fu in S. Anna. Il Mosti scrisse in fronte al quaderno: « Copia d’un libro di Croniche molto mal andato, et anco scritto molto obtruso, che forsi non sera così inteso da ogn’uno. Lo qual inteso da me G.[iulio] M.[osti] l’ho spianato su questi fogli, acciò più facilmente si possi leggere; ma è ben vero che non varrebbe covelle, se non fosse scritto come sta su ’l proprio, che si conosce certo esser scritto in quei tempi... ». Ora in questa cronaca antica si legge: « Nota che a dì ventiuno de marzo, e fo di lune, a hore 21 e fo in milequatrozentovintizinque, chomo el marchese Nicolò, fiolo che fo del marchese Alberto, si fè taiare la testa a uno suo fiolo ch’aveva nome Ugo, e la moere sì aveva nome ma Paresina, che fo fiola del signor Malatesta de Zesena, e si fè taiare la testa a uno ch’a nome Ceveron, ch’era di Rangoni da Modena: e questo si fo de l’anno del 1425 ». Per tale laconicità che si trova nelle cronache più antiche, sembrano derivare da testi contemporanei anche questi altri, conservatici però da manoscritti della prima metà del secolo decimosesto. Dice l’uno: « Nota che a 21 Maggio 1425 el Marchese Nicolò fece tagliar la testa a un suo figliuolo chiamato Ugo et a sua Moglie ma Paresina perchè li faceva le corne [33]; ciò che ci ricorda la frase del Merenda che ho riferito più sopra. Di due altre cronachette, riunite in un solo volume, dice la prima: Nota che a dì 21 di Marzo 1425 como el Marchese Nicolò si fè taiar la testa di un suo fiolo chiamato per nome Ugo et a soa moiere ma Parexina figliola del S. Malatesta da Sezena et Rimini e fugli taiada in Castello vecchio: perchè le faceva le corne; e la seconda più velatamente: Anno 1425, adì 25 [34] de mazo fu tagliata la testa a Madona Parisina delli Malatesti, moglie del marchese Nicolò, et ad Ugo, suo figlio, in Castello Vecchio a hor 21 et ad Aldobrandino de’ Rangoni, per fallo che feceno al detto Marchese [35].

Da ultimo, ascoltiamo la Cronaca in rima di casa d’Este, scritta da Ugo Caleffini, notaio ferrarese del secolo decimoquinto [36], il quale neppure con questa tragedia ha saputo vivificare le sue ottave monotone per la fredda cronologia che le governa. Parlando delle mogli di Nicolò dice:

La seconda fu fiola del signor Malatesta [37]

Bella e savia state uno gran tempo;

Non visse drie perchè perse la testa;

Credo fosse per proprio falimento.

Per lei ne seguite bruta festa:

Dui altri si trovòn a mal contento;** [38]

Questa madonna (sagura meschina!)

El so nome fu madona Paresina.

È perciò chiaro e fermo che fino alla metà del cinquecento, cioè alla distanza di cento venticinque anni, nessun racconto particolareggiato pare sia stato scritto dell’avvenimento; ma non si può non osservare in pari tempo che, poichè alcune memorie contemporanee o più prossime ci sono pure pervenute, è strano che fra queste nessuna contenga, se non tutti, alcuno almeno dei particolari che copiosamente offrono le cronache della seconda metà del secolo stesso.

IV.

Per quale via adunque i particolari del dramma saranno giunti fino a noi? Evidentemente per una tradizione orale; una tradizione ben ferma e costituita ne’ suoi elementi, poichè, per quanto parecchie cronache siano copie le une delle altre, tuttavia non poche sono quelle che si può ritenere abbiano attinto alla fonte orale primitiva [39]. Sulla scorta di queste ritessiamo adunque il racconto, del quale verremo discutendo i particolari per conseguire la maggiore veridicità.

Tutte, già ho detto, le cronache muovono dall’occasione del viaggio, e di ciò abbastanza s’è veduto, concludendo che le maggiori probabilità sono per il viaggio in Romagna nel maggio del 1424.

In seguito, narrasi, gli amanti ebbero necessità di confidarsi con qualcuno per facilitare la tresca; scelse Parisina una donzella, Ugo un Aldobrandino de’ Rangoni, di Modena, suo famigliare. È evidente esagerazione quella del Rondoni, il quale aggiunge che ogni giorno gli amanti si trovavano assieme; abbiamo già osservato che la lunga dimora nella villa, durante l’estate e l’autunno di quell’anno, toglie anzi molte probabilità ad una pratica frequente.

Ora, secondo la redazione comune, avvenne che passasse un giorno per gli appartamenti di Parisina Giacomo Rubino, detto Zoese [40], alla figlia del quale la Marchesana aveva dato per le nozze quel corredo e quei doni che vedemmo. Tutti lo dicono intrinseco della Marchesa la quale lo chiamava per compare; e veramente era egli da molti anni nella corte, e dopo essere stato cancelliere di Nicolò, sembra ne divenisse l’uomo di fiducia, poichè lo vediamo impiegato negli uffici più svariati; era altresì in grazia di Parisina, la quale si serviva di lui assai spesso per mille cose diverse. Zoese adunque, dicesi, trovò nell’anticamera una donzella che piangeva, e richiestala della cagione, quella rispose che la Marchesana l’aveva battuta, e nell’ impeto dell’ira, svelò a lui la tresca [41].

Qui, però, incontriamo due discordanze: il Rodi pone che la donzella piangesse non per battiture avute ma, più ingenuamente, per il dispiacere di ciò che accadeva, e dice che, alla richiesta di Zoese, « quella non però cessando dal lacrimare, li disse che s’ affacciasse all’uscio della camera che vedaria la troppo giusta cagione del suo pianto ». Per spiegarsi questo scoppio improvviso d’onesta indignazione, bisognerebbe ammettere che costei non fosse la confidente consueta, ma un’altra che allora soltanto si avvedesse della colpa, e con ciò non sussisterebbe la delazione per vendetta del racconto più diffuso. Una apparenza di maggiore probabilità ha invece il particolare aggiunto dal Da Marano, che la donzella, cioè, era una amata da Zoese. Se questa fosse la verità, si capirebbe come così facilmente avvenisse la confidenza fatale; poichè, per quanto adirata, la donzella non poteva non essere conscia della gravità delle sue parole, ma la gravità diminuiva apparentemente se queste erano rivolte al proprio amante. E tale particolare spiegherebbe anche maggiormente la furia con la quale Zoese sarebbe corso a fare la tremenda rivelazione al marchese Nicolò, perchè egli sarebbe stato spinto dallo sdegno e dal risentimento di ciò che aveva sofferto la donna amata.

Che Nicolò « fosse da grandissimo affanno oppresso », alla tremenda notizia non fa d’uopo dirlo, che egli sapeva troppo bene che cosa essa significasse. Con molta filosofia scrive a questo proposito un cronista forlivese: «... come per experientia manifesta se vede che l’omo de’ essere mexurado per lo modo che raexura altrue (e perziò la regola non falla in uno che più volte vendè a staro raxo a lue glie fo mexurado a staro colmo) a di 24 del mexe più che gli altri diletoxo, zioè maggio.... per alcuno indizio dubitando el ditto Marchexe che questo suo figliolo uxava con la Marchexana sua madrigna carnalmente, per lo sospetto se poxe a cura e trovoglie lue proprio.... Fonne trovadi a dì 20 la notte venando il lune.... » [42]. La frase trovoglie lue proprio ha spiegazione nei cronisti ferraresi, i quali narrano che dopo la denunzia di Zoese, volendo Nicolò sincerarsi della cosa, fece un foro nel pavimento della camera del piano superiore corrispondente a quella ove si riducevano gli amanti [43]. Sembrerebbe dunque che fosse passato qualche giorno tra l’avviso e la sorpresa; solo il Rodi aggiunge che Nicolò « intanto procurò che il figliuolo fosse tenuto in spia»; venuta l’occasione, il Marchese dal nascondiglio ebbe purtroppo dagli occhi propri la conferma della sua sciagura.

Il Da Marano e il Bandello dicono che Nicolò, fatto chiamare il capitano del castello, Pietro da Verona, (il nome ci è dato dal Rondoni) gli ordinò di arrestare i colpevoli, e che il castellano prese Ugo sulla piazza mentre con altri cavalieri giuocava alla palla. La cosa pare poco verosimile, poichè Nicolò doveva aver disposto per l’arresto immediato, che pare avvenisse appunto nella notte dal 20 al 21 maggio. Ugo e Parisina dal palazzo furono condotti nel castello.

Ma in quale parte precisamente? La tradizione mostra ancora al visitatore le due prigioni nei sotterranei della torre detta dei Leoni, per il bassorilievo che vi è murato nell’alto e per cui si chiamò Borgo Leoni anche quella parte della città; la torre è quella prospiciente la grande via della Giovecca e l’odierno teatro [44].

È curioso: ma le cronache più tarde, che abbondano di tanti particolari, hanno trascurato questo, limitandosi ad indicare il castello in generale: e ciò contro la consuetudine delle tradizioni, che, divenendo antiche, tendono sempre più a fissarsi con ricordi materiali. Le due memorie più prossime al fatto però, il Diario ferrarese e il Calendario francescano, dicono chiaramente l’uno in Castel Vecchio in torre marchexana, e l’altro in castro Leonis in turre marchexana. Degli eruditi ferraresi, il Frizzi s’attenne senz’altro alla tradizione ancor viva; il Cittadella primieramente nella Guida di Ferrara affermò che le prigioni erano nella torre sopra cui è l’orologio, che sarebbe appunto la Marchesana; ma poi nelle Memorie del tempio di S. Francesco, allegando il Calendario ricordato, intese in castro leonis per Torre dei Leoni, senza badare a ciò che seguiva. Credette egli allora giustificarsi della prima affermazione, facendo osservare che in fatto l’orologio del castello fu da principio sulla Torre dei Leoni, e soltanto dopo il 1600 passò su quella Marchesana [45]. Quattr’anni dipoi, tornando sull’argomento in altra opera, equivocava di nuovo e mostrava non capire come il frate avesse scritto in castro leonis in turre marchexana, perchè le torri erano due distinte [46]; ma il Cittadella non ricordava che già il Bellini aveva notato che in castro leonis si deve intendere nel castello di Borgo Leoni, così chiamato per distinguerlo dall’altro sorgente allora in altra parte della città.

Ma ecco Bianca d’Este, presso il Bandello, conciliare ogni cosa, narrando che il Marchese ordinò al capitano che prendesse il conte Ugo e « lo mettesse nella torre del castello verso la porta del Leone [47] ove adesso stanno imprigionati don Ferrando e don Giulio fratelli del Duca. Poi comandò al castellano che, presa la Marchesa, la facesse porre nell’altra torre » [48]. Certamente il particolare di Ferrante e Giulio d’Este, parenti di Bianca, chiusi in seguito alla nota congiura, vera o presunta che fosse, proprio in fondo alla torre dove era stato Ugo, può fare impressione; ma non tale, mi sembra, da distruggere l’autorità di due memorie sincrone al fatto. Inoltre, non possono aver influito sulla fama triste della Torre dei Leoni i cinquantatrè anni che don Giulio vi rimase prigione e da cui, quando dalla generosità d’Alfonso II fu cavato, uscì ancora vestito alla vecchia foggia e « fece spaventare quelli che non avevano visti tali abiti » [49].

Se la notizia del luogo preciso non fu fermata da un contemporaneo, non è facile equivocare fra tante prigioni, tanto più che i colpevoli, alla fine, non vi rimasero che dodici ore all’incirca? Perciò mi pare di dover ritenere, seguendo le due memorie contemporanee ed esplicite, che gli amanti sieno stati posti nella Torre Marchesana, cioè in quella più prossima alla piazza, sopra la quale sta ora l’orologio.

Afferma il Pigna che il Marchese « ordinò che la legge avesse inviolabilmente il luogo suo » [50], e fu in questo seguito dal Frizzi, il quale pure ammette che vi fosse, per quanto precipitato, giudizio regolare. Ma le cronache narrano che gli ordini partirono direttamente dall’adirato Marchese, e che divulgatasi la notizia per la città, Uguccione de’ Contrari, suo amicissimo, e il vecchio e benemerito ministro Alberto dal Sale si recarono al palazzo e con ogni sorta d’argomenti cercarono d’ indurlo a misericordia. Ma non valse nè la paura dello scandalo, nè il pensiero del disonore che ricadeva sulla casa a piegare Nicolò: che assunte brevi informazioni, per le quali fece arrestare Aldobrandino Rangoni come partecipe della tresca, ordinò che la sera stessa fossero tutti decapitati [51].

Non vi è memoria che nè il figlio nè la moglie fossero condotti alla presenza dell’oltraggiato padre e marito, nè che alcuno dei due chiedesse o tentasse di parlargli; tale momento sarebbe stato superiore alle forze della natura umana e la tragedia si sarebbe svolta forse più violenta; l’episodio non può sussistere che nella poesia, ma il poeta deve essere il Byron.

Quel fatale giorno del 21 maggio volse rapidamente; tremanti i colpevoli, ben consci della loro sorte, in fondo alla torre; aggirandosi Nicolò furioso per le sue stanze: mentre in altre, tra le donzelle spaurite, si trastullavano forse le due figliuolette, inconscie della sciagura che era piombata sulla casa e su loro.

Caduta la notte ebbe luogo il supplizio; secondo il calendario francescano il ceppo fu portato nelle prigioni stesse: in fundo turris ubi decapitati fuere. Perciò non può sussistere il drammatico racconto de’ cronisti, che pur tuttavia riassumerò.

Dopo che Ugo ebbe subito il supplizio, e non è detto dove, a prendere la Marchesana nell’oscura prigione andò proprio quel Zoese che l’aveva denunziata. E se ciò fu realmente, perchè? Fu raffinatezza di vendetta dell’amante offeso? Si mosse Parisina, appoggiata al braccio di Zoese, e, credendo di essere destinata a sparire in un trabocchetto [52], avanzava con piede incerto chiedendo ogni qual tratto se vi fosse giunta; ciò fu pure un centuplicare il supplizio se non le fu detto che altra morte le era destinata. Domandò, dicono, di Ugo, e inteso ch’era morto, replicò: «nè io adesso vorrei più vivere». Giunta al ceppo, tremò vedendo il sangue già sparso; depose gli ornamenti, e avvoltasi un drappo al capo, s’inginocchiò porgendo il collo alla scure. Poco dopo, cadeva anche il Rangoni [53]. Aggiunge il Frizzi che corsero la stessa sorte anche una o due donzelle consapevoli degli amori; ma non so donde abbia tratto la notizia; il calendario che nota il seppellimento dei tre non nomina altri, che certamente la collera del Marchese non avrebbe risparmiato, non piuttosto sarà stata colei condonata a Zoese in premio della rivelazione?

Nella notte i tre feretri erano trasportati a S. Francesco e sepolti nel cimitero presso il campanile [54]. La sollecitudine dell’esecuzione e della sepoltura esclude di per sè che avesse luogo la esposizione dei cadaveri e la pompa funebre di cui fa cenno il Bandello.

L’affetto che Nicolò nutriva per Ugo doveva pure avere il suo sfogo; anche in questo particolare concordi, le cronache raccontano che a tarda ora il Marchese domandò al capitano del castello se Ugo fosse stato decapitato. Forse che avrebbe revocato l’ordine? Ma rispondendo quegli che la giustizia aveva avuto luogo, Nicolò dette in ismanie e cominciò a gridare: « Fa ancora a me tagliar la testa, da poi che così presto hai decapitato il mio Ugo! » e stette tutta la notte piangendo e chiamando il suo Ugo, mentre coi denti rodeva una bacchetta che teneva in mano. Ma quel cronista forlivese scrive: « E fo per lo paexo d’Italia ditto che la fortuna glie faxea quello per ligitima vendetta, e non glie fo avuda compassione ».

Per Parisina non una parola: anzi, suscitando il ricordo di colei nuova ira nel Marchese, egli ordinò che tutte le donne le quali si sapevano adultere in Ferrara subissero la sorte della propria. E tosto fu presa e decapitata al prato della giustizia una Laudomia de’ Romei, moglie di un giudice de’ Savi, « che era nota a lui ». Frase questa delle cronache, assai ambigua. Per fortuna il Da Merenda nota che dopo la Romei « l’editto non andò avanti », nè infatti altri ricordi troviamo di supplizi per tale colpa amorosa.

V.

Una simile tragedia non poteva, pur in quei tempi, rimanere senza giustificazione: se non altri, i Malatesta di Romagna dovevano pretenderla. Infatti le cronache tutte dicono che Nicolò fece porre il caso in iscritto e che tale processo, o relazione, fu spedito alle varie corti italiane. Ora, nessuno ne ha mai trovato traccia in alcun archivio, nè le mie replicate ricerche hanno prodotto migliori risultati. Tralasciando l’archivio Estense, dove pure la minuta del documento dovrebbe trovarsi, gli stati principali, coi quali Nicolò era in più stretta relazione, Venezia, Milano, Torino e Firenze, tutti ci offrono ricchissima raccolta di carte e tutti mancano egualmente di qualsiasi ricordo della tragedia estense. Ciò fa naturalmente sorgere il dubbio sulla verità della tarda notizia, o almeno inspira la supposizione che il processo fosse comunicato soltanto alla famiglia direttamente interessata. La quale non pare tenesse il broncio all’Estense, poichè tre anni appresso, nel 1428, Galeotto Malatesta sposava Margherita, figlia di Nicolò, la quale per dote rendeva ai Malatesta la medesima Torre di Gualdo, già recata da Parisina [55].

Ma sangue chiama sangue, dicesi: e i Malatesta rendevano agli Estensi il contraccambio, quando Ginevra, una delle figlie di Parisina, andata sposa nel 1433 a Sigismondo Malatesta, fu, dopo sei anni di matrimonio, avvelenata dal marito, perduto negli amori d’altra donna [56]. La figlia innocente espiava la colpa della madre.

Bisogna convenire che se Nicolò non fu compianto, come il cronista forlivese ci attesta, pure la sua fama non fu tocca dalla tragedia e passò intatta ai posteri per bocca di storici e di poeti. Poeti cortigiani e storici ufficiali o tacquero del fatto, ne trassero motivo per esaltare la grandezza d’animo, con la quale l’invitto principe aveva sopportata la sua sventura. Il Pigna, ad esempio, narra brevissimamente la colpa, ma per concludere che il Marchese « superò questo infortunio con tanta più intrepidezza quanto più teneramente amava il figliuolo ». E il Decembrio, in un suo dialogo De Politia letteraria [57], pone un simile elogio in bocca a Leonello, che pure era fratello dell’ucciso!

Egli è vero che Leonello nella sventura comune fu quello che tutto guadagnò: la predilezione paterna, il trono, la gloria.

E con lui visse a lungo onorato in corte, arricchito e nobilitato, Zoese. In un documento del 20 maggio 1437 [58] Nicolò scriveva: « El mostra che Jacomo Zoese, famiglio nostro dilecto, sia debitore de quella nostra camera delle cosse che se conteneno particolarmente in lo foglio incluse per ragione de la monitione del castello nostro de la porta di leoni de questa nostra cità, ubi ello fu capitaneo per certo tempo... », e gli concede tutto quello che chiedeva. Dovette morire nel 1438, perchè nel 1439 il nobile Giovanni Rubino, in una instanza per il traffico del sale, ch’egli fece a lungo in società con un Pandolfo Malatesta, si chiama « figliuolo che fu di quello vostro fidele servo Jacomo Zoese ». Ma Giacomo Zoese e Nicolò d’Este, durante quei lunghi anni che sopravvissero, con qual volto si saranno incontrati nel vecchio castello, dove s’aggiravano le ombre di Ugo e di Parisina?

Dei quali varie immagini rimasero: e anzitutto Parisina ci si mostra in quel frammento di codice in pergamena contenente la serie dei ritratti degli Estensi che è alla Biblioteca Vittorio Emanuele di Roma, e che fu riprodotto nel n. 2° del Bollettino delll’Istituto Storico Italiano [59].

Di Ugo esisteva il ritratto nel Duomo di Ferrara « sotto la prima colonna a mano manca nell’entrar dentro della porta maggiore, dove si vede la effigie di quello dipinto in piedi, con certe scarpe longhe et agozze alla foggia che si portava anticamente ». Così il Rodi, il quale per causa di questo ritratto credette, come gli altri contemporanei, che Ugo fosse appunto sepolto nel Duomo, accanto a Stella degli Assassini sua madre [60]. Per tale riferimento preciso, l’immagine di Ugo che il Rodi medesimo ha posto nella sua cronaca, dov’è pure quella di Parisina, acquista un certo carattere d’autorità [61]. Il ritratto del duomo, già guasto, perì nel 1628 per l’imbiancatura che si fece delle colonne [62]; nè so qual sorte abbia avuto quello che fra Paolo da Legnago, nella sua Cronaca, disse esistere in Santa Maria de’ Servi [63].

VI.

Ho già osservato quanto sia strano che un fatto sì tragico non abbia mossa la fantasia de’ letterati e de’ poeti: forse, per l’addietro, una causa potè essere il timore di dispiacere a Casa d’Este, sempre potente e con potenti imparentata. Non troviamo, ho detto, durante i secoli trascorsi che il Bandello: il quale però ebbe l’avvertenza di far narrare la storia da una Estense, colla evidente intenzione di far cadere la colpa e la vergogna sulla straniera. Mirabile è l’arte con cui il novelliere mostra lo svolgersi della passione in Parisina, passione che non ha attenuanti nel sentimento, ma che tutta muove brutalmente dal senso. È lei, la corrotta, che circonda, affascina, seduce il giovinetto Ugo, semplice, inesperto: il quale appare solo soccombente al divampar delle fiamme de’ suoi vent’anni, artatamente suscitate da Parisina. E dopo la colpa, dopo l’arresto, Ugo implora perdono, prega, si confessa, si pente e muore con religione; Parisina, divenuta all’incontro come ossessa, grida, si dispera, per tre giorni chiama, insensibile a tutto, il suo amato, e muore disperata e dannata. La narrazione partigiana non potrebbe  essere più chiara, dopo che abbiamo veduto non esser vero alcuno degli elementi storici ammessi dal novelliere.

Diversa è la causa come lo svolgimento nel poemetto del Byron; il quale accenna appena all’amore e alla colpa con la scena idillica in cui gli amanti si trovano nel giardino, presaghi che sarebbe stata l’ultima volta, e d’un tratto conduce Parisina nella stanza nuziale. Nel sonno irrequieto ella si tradisce pronunciando amorosamente il nome di Ugo. Al Marchese quel nome è un lampo di luce:

.    .    .    .    .    .    .  Neppur destolla

Ma fisò sovra lei tale uno sguardo

Che in eterno sopor l’avria sommersa,

Se destata si fosse e visto avesse

De la lampa che ardea batter la luce

Sul pallor, sul sudor di quella fronte [64].

La scena in cui i colpevoli sono tratti dinanzi al trono di Nicolò che, circondato dalla sua corte, pronunzia la sentenza tremenda, non può esser stata suggerita al poeta inglese dal Bandello, poichè questi troppo espressamente dice che, per quanto Parisina supplicasse di poter parlare al marito « ottener tal grazia non potè giammai ». Il Byron accolse un’altra tradizione, della quale vien fatto cenno in una nota che Camillo Laderchi aggiunse alle Memorie del Frizzi, di cui curò la seconda edizione. Il Laderchi riferisce di aver sentito che nell’antico calendario francescano, allora smarrito e di cui pare ignorasse le due pubblicazioni del Bellini e dell’Arventi già avvenute, si raccontava come Parisina fosse stata primieramente fidanzata ad Ugo, il quale, avendola veduta a Rimini, se ne era innamorato. Ma essendo di poi andato Nicolò a richiederla, invaghitosene a sua volta, avrebbe screditato per mala condotta il figlio, facendo intravvedere che in ogni caso sposerebbe egli in sua vece la fanciulla. Tornato poco appresso a Rimini, avrebbe annunciato ufficialmente che Ugo, preso in altro amore, rinunciava a Parisina, e quindi combinato il matrimonio per sè, cui quella avrebbe acconsentito credendosi dispregiata da Ugo. Una spiegazione avvenuta più tardi fra i due giovani, riaccendendo le antiche fiamme soltanto sopite, sarebbe stata occasione alla colpa. Tale antefatto offriva troppo ricco elemento drammatico perchè il Byron non ne approfittasse, e perciò appare naturale la fiera e sdegnosa apostrofe di Ugo al padre:

.    .    .    .    .    .    .  questa tua donna,

Qual nomata è da te, questa seconda

Vittima del tuo orgoglio, era, tu il sai.

Destinata a me pria; tu la vedesti

E i suoi vezzi agognasti; e mio facendo

Ciò che fu tuo delitto, il nascer mio

Troppo ignobil per lei tu mi chiaristi,

Troppo da men, perch’io chiamato il nome

Veramente a redar d’Este non sono,

Nè sul trono a seder de’ padri tuoi.

Quest’ultimo particolare è inesatto storicamente per quel che abbiamo veduto; ma l’amante bastardo, giovane sventurato, adorno di tutti i pregi della bellezza e del valore, che soccombe fieramente ribelle al tiranno, era tipo troppo caro alla poesia romantica.

Il Byron segue piuttosto il Bandello quando Ugo:

.    .    .    .   versa del monaco a l’orecchio.

Che il suo fato compiange, ogni sua colpa,

E contrito ed umil chinasi in atto

D’ascoltar la parola di perdono

Che ogni macchia mortal lava e scancella.

Così pure dal Bandello può avere attinto l’idea della pazzia di Parisina; ma dall’anima sua di poeta ha tratto quel

.    .    .    .   sì disperato e strano

Sì forsennatamente acuto strido

che Parisina lancia nello spazio sugli spettatori che ne rabbrividiscono, mentre è costretta ad assistere da una delle finestre del castello al supplizio dell’amato:

Parve grido di donna, e mai con voce

Sì forsennata fu cordoglio espresso;

Tal ch’ogni astante per pietà fa voto

Ch’ei fosse per chi il mise il grido estremo.

Il poeta inglese s’allontana poi poeticamente da ogni tradizione pur accennando la vera fine di Parisina; ella non fu più veduta, nessuno ardì più pronunciare il suo nome:

Se ne l’oblio ritrattasi d’un chiostro

Fra i digiuni, le lagrime, i flagelli,

I rimorsi e le veglie ella espugnasse

Il perdono del ciel; se di veleno

O di ferro perisse e la sua rea

Fiamma scontasse, o su l’istante istesso

Il fato di colui partecipasse

Di cui vide posar sul ceppo il capo

Con cor che forse da più lenti strazi

Con pronto la scampò pavido scoppio,

Niun seppe mai, niun fia che sappia unquanco.

Il dramma immaginato dal Byron, più ardente, più eccitante, più misterioso, è, come si vede, una cosa a sè, è una concezione romantica che vivrà per forza della poesia. Così non vivranno, anzi non vivono già più, altri versi che questa tragedia ha inspirato [65], nè vivranno queste pagine; ciò che conferma come poesia e storia siano due cose molto diverse.

Angelo Solerti.

Note

________________________

[1] Li cito per la bibliografia: Petrucci Giuseppe, Il Castello di Ferrara, Rominiscenze storiche, Bruxelles, 1838, e Ferrara, Taddei, 1869. — [Anonimo] Ugo e Parisina nel castello di Ferrara. Memorie storiche, Ferrara, Taddei, 1866. — Ugo e Parisina. Lettura di Storia Patria di Romualdo Ghirlanda, Milano, 1874. — V. anche Galavolti E., Sulla necessità di ricomporre la storia di Ferrara. Riflessioni, Ferrara, 1873.

[2] R. Archivio di Stato in Modena; Camera Marchionale; Registro dei mandati 1422-23, e id. 142

[3] Bozzzetti e Scherme, delle Opere vol. III, Bologna, Zanichelli, 1889, pp. 114-5.

[4] Nel Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, t. XVIII.

[5] Memorie per la Storia di Ferrara, 2* ediz., Ferrara, 1848, vol. III, p. 409.

[6] Tale versione sembra accettare anche l’Ariosto, Orlando furioso, c. III, st. 43.

[7] Oltre alle cronache e alle storie ferraresi in genere, vedi nel Borsetti, Historia almi Ferrariensis Gimnasii, t. I, pp. 41-46, versi latini di molti poeti in suo onore.

[8] Memorie della città di Ferrara, c. 38 (cfr. Antonelli, Indice dei manoscritti della Civica Biblioteca di Ferrara, Ferrara, 1884, al n. 472). La redazione del Merenda che è nella Biblioteca Estense è molto più ampia.

[9] Tonini, Storia di Rimini, Rimini, 1880, vol. IV, pp. 347-8.

[10] Historia dei Principi d’Este, Venezia, 1572.

[11] Novelle, Torino, Pomba, 1853, vol. II, nov. XLIV: Ugo e Parisina.

[12] De Ferraria et Atestinis Principibus Commentariolum, Ferrariae 1556, c. 39 r.

[13] Historie Ferraresi di G. Sardi — Allo Illustriss. et Eccellentis. S. Il signor Don Hercole Secondo di Esti Duca Quarto di Ferrara. In Ferrara, appresso Francesco Rossi di Valenza, MDLVI.

[14] Atti Comunali di Modena, vol. I, 1412-1455. — Il Frizzi (Op. cit, vol., III, p. 21) le fa nate il 24 marzo.

[15] Errava il Bandello dicendolo legittimo di Giliola da Carrara.

[16] Crederei che sì, contrariamente a quanto dice sulle due Isotte, il Frizzi, Op. cit., vol. III, p. 23, perchè il Delaito, notando la nascita di Ugo al martedì 17 novembre 1405 ad ore 22, lo chiama primogenitus masculus, altrimenti non si comprenderebbe la necessità della specificazione del sesso. Inoltre vedremo che Stella era morta nel 1424, e perciò non può essere di lei l’Isotta nata nel 1425.

[17] Frizzi, Op. cit, vol. III, pp. 23-4. — Nei Mandati sono chiamate le Margherite.

[18] Filelfo, Epist., lib. 18. — Zeno, Giornale de’ Letterati, t. XXXI, art. 6.

[19] Del 9 gennaio 1422. — Questi due mandati furono già pubblicati dal Campori, I pittori degli Estensi nel secolo XV ecc., in Atti e Mem. della R. Deputaz. di Storia Patria per le procincie Modenesi e Parmensi, S. III, vol. III, p.te I, Modena 1876), il quale invero, mentre fra i documenti (pp. 64-5) stampava, come è nell’originale, coffini e non cossini, nel testo parlava invece di due cuscini. Le chiavi fatte dal fabbro tolgono ogni dubbio che si tratti proprio di cofani.

[20] Cittadella, Il Castello di Ferrara, Ferrara, 1875, e Gandini, Op. cit., p. 104.

[21] Mandati 2 gennaio 1423 e 18 settembre 1424. — Cfr. Campori, Le carte da giuoco dipinto por gli Estensi, seconda ediz., Mantova, 1885, e Renier, Tarocchi di Matteo Maria Boiardo nella Rassegna Emiliana, An. I (1889), pp, 655 segg.

[22] Ci resta un inventario della libreria di Nicolò III, pubblicato da A. Cappelli nel Giornale Stor. della Lett. Italiana, vol. XIV.

[23] Cronaca di Ferrara nella Biblioteca Estense, segn. VIII, G. 9.

[24] Frizzi, Op. cit, vol. III, p. 418.

[25] Luzio e Renier, Gara di viaggi fra due celebri dame del Rinascimento nell’Intermezzo, An. I (1890), n. 7-8.

[26] È curioso che per tutto l’anno 1423 non appare che Parisina andasse in villa, dove la vediamo stare così a lungo nel 1422 e poi nel 1424; anzi molti documenti dei mesi di giugno, luglio e agosto sono esplicitamente datati da Ferrara.

[27] Frizzi, Op. cit., vol. III, p. 458.

[28] Forse per la medesima ragione manca quella Chronica nona IIlustris et Mag.ci Domini Domini Nicolai Estensis et incepta in principio sui foelicis Dominij idest die penultimo Iulii anno MCCCLXXXXIII in membrana manuscripta, che appare nella prima pagina di un inventario (Bibl. Estense, VIII. A. 22) intitolato Notta delli libri d’Historie e altri che trattano della Ser. Casa Estense. Al nome di Dio, il dì 4 settembre dell anno 1618. Trattandosi di una cronaca speciale dei tempi di Nicolò, doveva contenere esatta e particolare narrazione del fatto, e sarebbe stata per noi interessantissima.

[29] Rerum Italicarum Scriptores, XXXIV, coll. 184-5. L’originale è nella Bibl. Estense, segn. V. F. 17.

[30] Fu pubblicata la prima volta dal Bellini, Dell’antica lira ferrarese ecc., Ferrara, MDCCLIV; quindi dall’Aventi, Il servitore di piazza, Guida per Ferrara, Ferrara, Pomatelli, 1838. Più esattamente la riprodusse il Cittadella in un Supplemento alla Gazzetta di Ferrara, n . 9, sabato, 6 febbraio, 1858.

[31] Non si può omettere di notare che nè il giorno nè l’ora corrispondono con quelli indicati da Parisina nella partecipazione che ho più sopra riferita.

[32] Il Bellini, (Op. cit.) annotava: « Intende hora secunda ecc., che fossero sepolti alle sei ore di notte, poichè terminando in tal mese e giorno la mezza notte del lunedì alle ore quattro, incomincia dopo la notte del martedì, e la seconda ora di questa viene ad essere la sesta di tutta la notte ».

[33] Antonelli, Op. cit, n. 602.

[34] Non il 25, ma il 21 maggio 1425 era un lunedì.

[35] Antonelli, Op. cit., n. 400.

[36] La pubblicò sul ms. della Biblioteca Estense, A. Cappelli negli Atti e Mem, delle RR. Deput. di St. Pat. per le Prov. Modenesi e Parmensi, S. I, t. II, Modena, 1864, p 284.

[37] M.a Paresina di Malatesta de Arimino fu la seconda moie et del 1425 li fu taya la testa in Castello cum Ugo suo fiastro.

[38] Ugo e Rangoni.

[39] Per maggiore intelligenza noterò che le cronache del secolo decimosesto qui appresso indicate offrono tutte, salvo mutazione di parole, la medesima redazione del fatto: Comunale di Ferrara: Diario delle cose di Ferrara (1320 1519) Catalogo Antonelli, n. 463. — Istoria manoscritta delle cose di Ferrara (320-1600) Catalogo Antonelli, n. 467. — Olivi, Cronache di Ferrara, Catal. Antonelli, n. 105. — Equicola de Alveto, Annali della città di Ferrara, segn. 335, N. B. 6. — Giornale della Casa d’Este e Memorie di Ferrara dall’anno 1412 al 1607, segn. 606 A. — Cronache di Ferrara, Racc. Antonelli n. 253, 254 e 256. — Biblioteca Estense: ISNARDi, Cronaca della Casa d’Este, segn. IX. G. 12. — Isnardi, Istorie di Ferrara, segn. IX. G. 13. — Cronaca di Ferrara, II. *. 16. — Merenda, Cronaca di Ferrara, VIII. C. 12. — Merenda, Cronaca di Ferrara (redazione più ampia), VIII. G. 9. — R. Arch. di Stato di Modena : Fra Paolo da Legnago, Cronaca Estense. — La cronaca indicata nel catalogo dell’Antonelli al n. 67 manca degli anni 1399-1449, cioè precisamente del periodo di Nicolò III. — Le cronache del Rondoni (Bibl. Estense, VIII. G. 17), del De Monte (ib.. VIII. H. 1-3); del Da Marano (ib., VII. D. 10), e del Rodi (ib. IX. E. 4-7), pur convenendo in generale con la redazione comune, contengono ciascuna di più qualche particolare nuovo.

[40] Discordano nel nome le cronache; il Rodi ha Nicolò Zoese; il Da Marano dice che il soprannome fosse Cortese; i documenti d’archivio tolgono ogni dubbio.

[41] Unico il Bandello pone come causa della scoperta dei colpevoli non la delazione, ma la morte della fida ancella.

[42] Cronaca de Giovanni di Pedrino, ms. nella Biblioteca comunale di Forlì, c. 41. Ringrazio l’amico prof. G. Mazzatinti della comunicazione. — Non so donde il Frizzi attingesse la data del 18 maggio per la scoperta del delitto.

[43] Anche su questo particolare il Bandello ha una lieve differenza poichè dice che dapprima fece il fòro e spiò il famiglio, avvertendo dopo il padrone. Con ciò va assolutamente rifiutata la storiella dello specchio che i ciceroni mostrano ai forestieri, per mezzo del quale Nicolò si sarebbe accorto d’un bacio scambiato tra gli amanti. La leggenda medesima è riferita altresì al Tasso ed a Leonora; cfr. Campori e Solerti, Luigi, Lucrezia e Leonora d’Este, Torino, Loescher, 1888, pp. 80-81.

[44] Cittadella, Il Castello di Ferrara, pp. 14-15.

[45] Memorie del tempio, ecc., Ferrara, Taddei, 1865, p. 46 n.; cfr. Il Castello cit., pp. 21-22. — Cfr. Campori, Gli orologieri degli Estensi, estratto dagli Atti e Mem. della Deputaz. di St. Pat. dell’Emilia, N. S., vol. II, Modena, 1877.

[46] Notizie relative a Ferrara, Ferrara, 1864, p. 311.

[47] Si tenga presente che allora non esisteva la parte nuova della città che, cominciata da Ercole II, prese nome di addizione Erculea; quindi il castello era ad un estremo.

[48] Anche più sotto, quando parla del supplizio, il Bandello mantiene la distinzione.

[49] Solerti A., La vita ferrarese nella prima metà del secolo decimosesto descritta da Agostino Mosti, Bologna, 1892, p. 28 est. dagli Atti e Mem. della R. Deput. di St. Pat. per le procincie di Romagna, S. III, vol. X.

[50] Op. cit.

[51] Il Bandello, che però non fissa alcuna data, dice che gli amanti stettero prigioni tre giorni prima del supplizio.

[52] Sebbene ora non se ne trovi traccia, è probabile che ne esistessero; cfr. Cittadella, Il Castello ecc., p. 25 n. Delle furie di Parisina di cui narra il Bandello, non è cenno nelle cronache.

[53] Alcuni dicono fosse decapitato a Modena l’istesso giorno; ma anche trascurando la difficoltà di far colà giungere l’ordine in sì breve tempo, il calendario francescano toglie ogni dubbio che non morisse e fosse sepolto a Ferrara.

[54] Nel 1858 procedendosi ad alcuni restauri nella chiesa di S. Francesco si sparse la voce in Ferrara che fossero stati ritrovati gli avanzi di Ugo e di Parisina. Intervenne il Cittadella che pubblicò in un Supplemento della Gazzetta di Ferrara, n. 9, sabato 6 febbraio, la spiegazione dei fatti e narrò di chi fossero i cadaveri trovati. Inoltre fa d’uopo ricordare che gli amanti furono seppelliti nella prima chiesa di S. Francesco presso il campanile, che era allora dalla parte di via Volta Paletto; ma chiesa e campanile furono rifatti dalle fondamenta nel 1494, in parte poi dal 1515 al 1530 e dal 1570 al 1594; il campanile attuale è del 1606. Quindi è quasi impossibile, mancando i piani esatti, rintracciare il luogo preciso dell’antichissimo campanile. Cfr. Cittadella Memorie del tempio di S. Francesco cit.

[55] Tonini, Op. cit., vol. IV, pp. 78-9.

[56] Tonini, Op. cit., vol. IV, pp. 466-7; cfr. 122. Vi sono però dei dubbi su questo fatto.

[57] Basilea, 1562

[58] Arch. Estense; Nicolai III et Leonelli Epistolarum Registrum 1436 ad 1438, c. 122.

[59] Giorgi, Frammento d’iconografia estense, Roma 1877. Com’è noto, l’altra parte del prezioso codice è all’Estense di Modena. Quando, in onta alla burocrazia, i due frammenti saranno ricongiunti nella loro sede naturale?

[60] Coi cronisti cadde nell’istesso errore M. A. Guarini, Compendio Historico delle Chiese di Ferrara, Ferrara, Baldini, 1621, lib. I, p. 28, che pure ricorda il ritratto.

[61] Quello di Ugo è a c. 218, e quella di Parisina a c. 173 del t. II della sua Cronaca, ms. cit.

[62] De Monte, Cronaca cit., t. I, ce. 211-12 e t. III, cc., 54-5.

[63] Non so donde sian tratti quelli che si trovano nell’Album Estense con disegni originali dei rinomati artisti G. Coen, C. Grand Didier e M. Doyen a corredo della storia di Ferrara di Antonio Frissi tradotta in francese da Antonio Lyrard, Ferrara, Abram Servadio, 1858 [testo ital. e franc.], p. 172.

[64] Versione di G. Niccolini, nelle Poesie, Firenze, Le Monnier, 1860, pag. 418.

[65] Oltre al Niccolini, la cui versione ho citato, v’è anche: Parisina, Poema di Lord Byron. Libera traduzione di Giuseppe Maria Bozoli, Ferrara, Bresciani, 1832. Mi sono poi note queste pubblicazioni: Parisina, Tragedia improvvisata (!) da Luigi Cicconi la sera del 30 novembre 1832 nel Teatro Carignano, Torino, Pomba, 1832. — Parisina, tragedia di A. Somma, Livorno, tip. Bertani, Antonelli e C., 1836. — Parisina, tragedia in cinque atti di Matteo Coppalba, Palermo, 1878. Anche il melodramma tentò questo soggetto; conosco Felice Romani, Parisina, Musica di G. Donizetti, Firenze, a spese di A. Lanari, 1834. — D’Ormeville Carlo, Ugo e Parisina, dramma lirico in tre atti con prologo. Musica di G. B. Bergamini, Milano, tip. Rechiedei, 1881.

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Ultimo aggiornamento: 08 luglio 2009