Duecento Trecento poemetto Letteratura italiana Biblioteca dei Classici Italiani Giuseppe Bonghi"> Domenico Tumiati Parisina

Domenico Tumiati

PARISINA

(1874 – 1943)

La figura di Parisina, rimasta leggendaria e amata nel popolo di Ferrara, viene rievocata dal Tumiati in questo poema lirico, che sarà eseguito come melologo (recitazione con accompagnamento orchestrale) a simiglianza dei precedenti Badia di Pomposa e Emigranti che vennero recitati in varie città italiane, da Gualtiero Tumiati, con la musica del maestro Veneziani.

Parisina Malatesta, giovine sposa del marchese Niccolò III, signore di Ferrara, e Ugo, figlio naturale del marchese, accesi fra loro di impetuoso amore, vennero imprigionati e decapitati, per ordine dell’Estense, entro il Castello. Del fatto restano scarse notizie.

Domenico Tumiati, nato nel 1874, autore drammatico emiliano, è attore ed interprete dei suoi stessi lavori, compone una ventina di opere teatrali in poesia e prosa di svariata ispirazione: fantastica, spiritualista storica: Re Carlo Alberto, Giovane Italia, Garibaldi, Il Tessitore.

Suo fratello è il più famoso Gualtiero: attore, direttore e regista, che partecipa alla  vita artistica del secolo, in amicizia con artisti e critici come Vittorio Pica, Domenico Tumiati,  Segantini e Giuseppe Pellizza da Volpedo.

Edizione di riferimento:

Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti, quarta serie, volume novantacinquesimo della raccolta volume clxxix ( settembre-ottobre 1901 ) Roma - direzione della Nuova Antologia via San Natale, 7 - Forzani e c. tipografi del Senato - Roma 1901 proprietà letteraria - Vol. XCV, Serie IV- 1° Settembre 1901.

I

— Guardie del ponte!

Dormono tutti questa notte? Olà...

Fiato nei corni! —

Nitrivano i cavalli, ricoperti

di polvere e sudore, scalpitando,

reduci dalla caccia sovra il Po:

i cavalieri impazienti, ed erti

sull’ arcione, scrutavano; allorquando

giù la saracinesca strepitò.

Balzarono sul ponte, ansando, i cani

e i cavalli; ed un rombo ebbe la notte;

cavalli neri e cavalli roani

trasvolavano il ponte, alate frotte.

La cavalcata s’arrestò, ed attese

ch’entrasse la lettiga marchesana:

al lume della luna, ella discese

raggiante di bellezza sovrumana.

Piegarono i cavalli a terra il morso

spumeggiante e i ginocchi

al premere dei duri cavalieri

che inchinavano tutti il suo passaggio,

e agitavano i tòcchi,

nelle piume leggieri,

della luna nel raggio.

Passava, avvolta dall’albor d’argento,

ella, con un sorriso tra le ciglia,

assorto il volto e l’incedere lento,

degli uomini sospiro e meraviglia.

Le ardeva in seno il fuoco delle morte

regine, e di lor cenno la virtù,

onde volava all’armi la coorte

fatata di re Carlo e di re Artù.

&

Alle spoglie di caccia erano intorno,

con le torce fumanti, gli scudieri;

nitrivano alla luna, del ritorno

giubilanti, i destrieri;

e i cignali, nel sangue resupini,

s’aggravavano irsuti

di una cerva sui velli alabastrini.

Volatili selvaggi, al fumigare

delle torce, un baleno

sprigionavano dalle fulve piume:

tutti attorno affollati a contemplare

i cavalieri e i paggi

svariavano nel rossastro lume;

e liberati dalle bende, i falchi

stridevano al sereno.

Correva il sangue della preda i marmi.

— Le zagaglie strappate voi, signore,

dai fianchi della cerva!... —

gridarono al marchese i falconieri.

Piegò il signore la cupida faccia

tra i bracchi e i levrïeri:

la torcia crepitava,

e il Conte di Rovigo zufolava

un rondello di caccia.

Non visto, alla sua spalla,

come un negro sparviere,

s’aggrappò il nano, e gli fischiò all’orecchio:

— A che pensate voi, bel cavaliere?

io nel sangue mi specchio... —

E soffiò nella torcia allo scudiere:

balzò come una palla;

e nella buia arcata

tintinnì la sua stridula risata.

&

A poco a poco, ripiombò il castello

in grembo al sonno. Tacita veniva

una barca sull’acque

dello Scorsuro [1] tremulo di stelle,

ove un liuto sì e no s’udiva...

Assorti nel silenzio e nei fulgori,

lungo la bruna riva

veniano i trovatori...

— Chi è colei che guarda dalla torre

dei Leoni?

Come una bianca nuvola, trascorre

i balconi.

— Ecco, tutta nel cielo si protende...

Ascolta un cuore

battere, o di un lontano astro l’accende

pungente amore?

— Occhio di luce che ferisce e attira

sembra ogni stella:

— Da quella luce giù discende e vola

una parola:

— Non ha Tolosa di lïuto o lira

voce più bella.

— Io toccherò il lïuto... Ecco ella inclina

le sue pupille a me

— Come alle mie ballate, la divina

contessa di Poitiers!

— Chi più bella di te, lassù nel cielo

alle stelle vicina?

— Forse per noi togli dal bianco velo

il fiore d’eglantina?

Sognano presso il ponte i trovatori

provenzali, dei carmi la regina...

Volano sulla torre alati i cuori...

Naviga nell’azzurro Parisina.

II.

Cinto di ferrea maglia, sonoro nei fulvi schinieri,

per gli orti di Belfiore,

il Contrarj passava, rivolto alla fulgida loggia:

e nel vespro di maggio, fremevano attorno i sentieri

al gran tornëadore.

— Io ti saluto! vieni, tra i mirti e le rose, a gettare

lungi i guanti di ferro,

a bagnar le tue mani, e sulle rugiade a posare

la tua cervice accesa,

capitan generale, gonfaloniere della Chiesa?

Rise il Contrarj ai detti del giovine Ugo: sospinto

d’ebbrezza egli veniva, d’azzurro velluto succinto.

— Siete ben molle, o conte di Rovigo! Più non vi vedo

al nostro aspro lavoro!...

Inanellato il crine, guanti profumati di cedro,

e lini a punti d’oro...

Scruto la mischia, e guardo di tra le picche e le alabarde

per vedervi apparire sovra Spinadoro alla pugna;

e sento nelle stalle annitrire il vostro leardo

impaziente l’ugna! —

— Oh! Spinadoro torna da ben lungo viaggio;

troppo è stanco per fendere delle giostre il furore!

Torniamo da Loreto: era Calendimaggio

quando con Parisina mi partii da Belfiore.

Volava il nostro cocchio via per il piano immenso,

ove un mar di smeraldo la luce risvegliava:

come due bianche nuvole, come fiotti d’ incenso,

i palafreni andavano, mentre l’alba raggiava.

Lionello che un tratto ci scortò cavalcando,

estatico ammirava del maggio lo splendore;

e, deposte le briglie, andava mormorando

tra le labbra le strofe di qualche trovatore.

Ella tutta fioriva di letizia inusata:

spiava su nel sole delle allodole il volo;

e la notte, seguiva con me la via stellata

dell’Orsa, quando lenta valica il nostro polo.

Tessevano le nubi danze silenziose

trasvolando del piano sulle distese braccia;

e sognava la terra: falangi vaporose,

erravano i suoi sogni dei venti sulla traccia.

Sogni e sogni parevano giorni e notti: non era

che un respiro di labili imagini la vita.

Parisina pareva ebbra di primavera,

ebbra di aromi era la pianura infinita.

Trepidava una musica nel ciel di fiordaliso...:

un fremito d’amore la sua gola costrinse:

e abbattè sul mio cuore il volto d’improvviso,

con impeto ribelle, e a me tutta s’avvinse.

Videro allora solo gli occhi miei

sparire il cielo e brillar la sua bocca.

Era una luce quella che baciai,

una luce che inonda e che non tocca,

e che veniva dal cielo e da lei,

sì che di gioia divina tremai;...

più che se in pugno stringessi i trofei

rapiti all’urto di cento tornei!

Triste il ritorno! Irruppero qua e là le campane

che salutano il placido sorgere dell’aurora;

piccole chiese perse sulle rive padane

ove i salici velano la preghiera sonora.

Pregavano le squille sul taciturno fiume

con le voci argentine, aereo tumulto:

io vidi Parisina, in quel rosato lume,

oscurarsi nel viso, rompere in un singulto.

spirito di gioia, varca i monti, le onde

della terra, ch’io vidi silenziose con lei!

Portale la mia gioia nelle fibre profonde;

spirito vincitore d’ogni spazio tu sei.

Invano opposti venti, cavalcando pel cielo,

tagliano la tua strada che ritrose non ha:

più rapida del sole, luce del mio pensiero,

più ratta della folgore la tua corsa sarà.

Portale la mia gioia nel suo cuore dolente,

fa ch’ella rida e pianga oggi insieme con me.

Così voglio, e ti lancio da oriente a occidente,

volontà del mio cuore, parte viva di me. —

Al tronco d’una quercia poggiato, conserte le braccia,

il Contrarj ascoltava: — A morte ferito voi siete!... —

Ed ecco dalla loggia, sgorgare di suoni una fonte,

come vena di monte, come gorgheggiar d’usignoli.

Dalle corde di un’arpa fluiva quel gorgo canoro,

corrente cristallina, tremula di palpiti d’oro,

che sull’ali del vespro sorgeva, vaniva, ondeggiava...

Ugo, pallido e ardente, il fulvo guerriero fissava

— Taci, taci, ella suona: il vento rapisce gli accordi... —

Silenzio... Come un lembo di sogno, fiorì Parisina

tra le palme — Vi piace la musica mia? Perchè siete

così muti? — e raccolta una rosa: — Ugo, prendete! —

III.

Una folla, quella notte

di gran maggio, accolta s’era,

festeggiando primavera

fra il Tedaldo e Gusmaria.

Caldirari e battirame,

cimatori della lana,

tessitori della seta

e maestri di legname,

faticosa turba e lieta,

rimiravano la danza,

fuor dell’umide taverne

col boccale e con la brenta,

al raggiar delle lanterne.

Donne fulve, donne brune,

figlie della gran pianura,

allineate, inclinavano

l’imperiosa figura,

come i pioppi l’ombre inflettono

sulla messe che matura;

volteggiavano, frementi

come le canape ai venti.

Una musica ribelle

di pifferi e ribechini,

zoppicando accompagnava

le giravolte e gl’inchini;

e tra i musici saltava

coi sonagli nella mano

al rossor delle lanterne

livido demone, il nano.

Sibilava una canzone:

— Una notte camminava

di primavera, l’Amore,

e delle stelle mirava

l’ardore:

e cascò dentro una fossa

piena d’ossa

l’Amore!...—

Ed i pifferi intonarono

l’ultimo ballo, che ha nome

della torcia... Si levarono

cento braccia: trasvolando

di mano in mano, la fiaccola

illustrò floride chiome

e pupille avide...; quando

ecco un paggio venire

biondo, con piede alato,

agitando le braccia;

e chiamava a sentire,

pallido, nella faccia

contuso e insanguinato:

perso avea nel fuggire

il suo casco piumato.

Veniva dalle torri,

per il giardino oscuro,

verso le rosse torce,

seguendo lo Scorsuro.

Gettò un grido perduto

nella folla sonora:

— Morta è nostra signora

nella torre leonina,

morta è Parisina!...

Tosto la torcia fu spenta

e la danza scompigliata:

in un attimo, alle porte

la novella propagata.

Una turba, avida e intenta,

strinse il paggio... —Grida forte!...

Allibirono le donne

a quell’annunzio di morte.

— Io dormiva; ed ecco viene

su, Zoese a risvegliarmi.

Apro gli occhi: Che volete?

— Presto, giù nelle prigioni,

da Madonna discendete.

Scendo al buio... e sento il ringhio

della segreta di ferro:

guardo, e vedo, con Zoese

incurvarsi qualche sgherro.

Dalla segreta, a carponi,

esce Madonna più bianca

della neve; ed io m’avvinghio

singhiozzando ai suoi ginocchi;

e la guardo... Ella sorride

con le lacrime negli occhi.

E la seguo. Ella mi dice:

Dimmi tu quando al trabocco

sarò giunta — E camminava

brancolando: dubitava

che s’aprisse il suolo, sotto

i suoi piedi, ogni momento.

E frattanto, si levava

ogni gioia, con un lento

lento gesto di regina

che va a morte,... le sue gemme,

i suoi veli, e a me li dava

Io tremava e singhiozzava.

Ma di fronte a se innalzata

balenar vide la scure...

e comprese che non sola

alla morte era serhata.

Esclamò: Niente mi resta!

e si avvolse con le trine

bianche, rapida, la testa.

Io la vidi, con la bella

nuca bianca, trepidare

nell’attesa della scure...;

ma non più seppi guardare. —

Pianse il paggio. Uno stupore

cupo, gli animi costrinse...

Poi, dal fondo d’ogni cuore

un pensiero sorse, e spinse

al castello tutti a frotte,

come vento, che improvviso

si sollevi nella notte.

E correvano col viso

d’orror tinto, per gridare

vanamente, e gli occhi spenti

di Madonna contemplare.

IV.

— Indietro, indietro! il ponte non si cala!

Vegliano ovunque immobili le scolte;

strepito d’armi s’ode in ogni sala,

di ferrëi passi echeggiano le volte.

Grida il popolo contro il bieco sire,

piangendo la sua dolce visione:

— padre di bastardi, una battaglia

nobile hai guadagnata!

Tu del fuoco sostieni il paragone,

anima immacolata! —

Vagola il sire, e geme e si rinserra

piangendo il figlio ucciso.

Fluisce l’acqua sempre sulla terra,

le lacrime sul viso...

Alta è la notte: e la dolce signora

col capo mozzo, tutta quanta rossa

del sangue nella gora,

attende che l’abbracci la sua fossa.

E le donne e i fanciulli, nelle stelle

guardano, se mai passi... Anima lieve,

invisibile, come la rugiada

nell’ombra, melodia

che la brezza notturna via trascina,

riverbero nei cieli di una fiamma

che in terra morta sia;

chi ti porta nei cieli, o Parisina?

Vede il popolo intorno a te, le ardenti

leggende palpitare come ceri:

t’invia dei trovatori le sirventi,

per te invoca gli antichi cavalieri.

— O delfini d’Auvergne,

O di Sicilia re,

O conti di Foix,

O duchi di Poitiers,

scortate la sua bara, ombre guerriere,

e intonate nell’elmo il miserere!

Impugnate la lancia

e le fulminee spade,

alzando dalla polvere la testa,

che in tutte le contrade

disfidava dei colpi la tempesta,

paladini di Francia! —

E pei cieli silenti, un lungo squillo

risponde, eco funerea:

come stelle improvvise, fra le nordiche

brume, gli eroi lampeggiano;

ondeggia ogni vessillo.

Su dall’erme fontane dell’Armorica,

dalle foreste della Cornovaglia,

si ridesta la corte di re Artù;

e i cavalieri d’avventura velano

gli scudi e le corazze di gramaglia

intorno a lei che non si desta più.

La fiera corte che nei carmi suona

e a lei nei carmi piacque,

fra le nuvole spinge i suoi trofei:

e dall’isola verde d’Avalona

ove Artù disparì fra gli astri e l’acque,

anche il re favoloso viene a lei.

Re Artù, l’elsa in pugno, sulla bara

piega la fronte armata:

freme la salma sanguinosa e cara

all’urto della imperial celata.

—O  mio re, che nell’epiche leggende

così dolce sognai,

vedesti tu, cinto di rosse bende

colui che tanto amai? —

Fremono attorno i mille cavalieri

di Turingia, di Svevia e di Brettagna;

prega il re, curvo sovra i veli neri,

e la bara di lacrime si bagna.

Pregano tutti: — L’ombra della morte

da lei caccia, o Signore,

troppo amara per lei fu già la sorte

e crudele l’amore.

Le nostre braccia ruvide proteggono

l’anima sua bambina:

il suo peccato di sangue e di lacrime

espïò Parisina. —

E fra l’armi e le nubi si disserra

un interrotto gemere di lire:

ombre di vati armonïose e lievi

cantano l’arpa ch’ella amava in terra:

— Noi ritrovammo fra le corde mute

le tracce della sua candida mano,

l’eco dei suoi sospiri;

ritrovammo le sue gioie perdute

ed il suo pianto vano,

il rimorso, i martiri.

Noi vedemmo sull’arpa sua, reclina

piangere Parisina.

— Parisina che vaga nell’oceano

delle nuvole a te venga, o Signore:

Parisina sommersa nei torrenti

tenebrosi, chiamiamo a te, o Signore.

Parisina rapita via dai venti

procellosi, chiamiamo a te, o Signore.

L’anima sua dispersa nei tormenti

invisibili, a te venga o Signore. —

Si leva il re. Con le possenti braccia

spezza la spada in vista degli eroi,

che sollevano attoniti la faccia

come il sole spegnesse i raggi suoi.

Ed in croce compone la raggiante

spada, lampo di guerra,

sovra la nereggiante

bara che il fiore della morte serra:

— Voi che gittaste sulle spade l’anima

serenamente, senz’odio e senz’ire;

Voi che cantaste d’amore e di lacrime,

pregate, sulle spade e sulle lire! —

 

 

[1] a Ferrara nel Medioevo era un laghetto o “scorsuro” d’acqua, il Lacus Mariae”, nelle vicinanze della chiesa di Santa Maria Nuova (detta appunto del Lago)

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Ultimo aggiornamento: 07 marzo 2010