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Edizione di riferimento:
Edizione di riferimento
Poemi di George Lord Byron, recati in italiano da Giuseppe Nicolini, nuova edizione riveduta ed aumentata dal traduttore, vol. II, presso la ditta Angelo Bonfanti, Milano 1837.
Il seguente poema è fondato in una circostanza ricordata nelle Antichità della Casa di Brunswick di Gibbon. Io non ignoro che nei moderni tempi la delicatezza o schifiltà del lettore, che vogliam dirla, potrebbe stimare siffatti soggetti disadatti ad essere trattati in poesia. I poeti drammatici greci e alcuni fra i migliori scrittori antichi della nostra Inghilterra furono di differente opinione: e così Alfieri e Schiller, più di fresco, sul continente. L'estratto seguente illustrerà i fatti che servono di fondamento alla novella. Il nome di Azzone è sostituito a quello di Nicolò, come più metrico.
« Durante il regno di Nicolò III Ferrara fu contaminata da una tragedia domestica. Per testimonianza di un servo e per sue proprie osservazioni, il marchese d'Este venne in cognitione degli amori incestuosi di Parisina sua sposa e di Ugo suo figlio bastardo, giovane d'insigne bellezza. Furono essi decapitati nel castello per sentenza di un padre e marito che pubblicò la propria vcrgogna e sopravvisse al loro supplizio. Infelice s'ei furono colpevoli, più infelice se innocenti; imperocchè io non veggio caso in cui potessi approvare sinceramente l'atto di estrema giustizia di un padre d'un padre. »
Volge quell'ora che dal bosco, ascolti
Alto sonar de l'usignolo il pianto;
Volge quell'ora che più dolci accenti
Si pispiglian gli amanti, e lievi aurette
E vicini ruscelli in dolce accordo
Beano i silenzj di solinghe chiostre.
E già fulgono gli astri e già velati
Hanno i fior le rugiade; e più profondo
Il ceruleo dell'acque, e più infoscato
È il color de le fronde e l'aere opaco
Di quel chiaror sì dolcemente fosco,
Sì fescamente puro, in che si solve
Il crepuscolo allor che, superato
Da la luna che sorge, il dì s'asconde.
Ma non era l'auretta a udir nè il rio
Che traea Parisina; i fulgid'astri,
Non era ad ammirar ch'ella fra l'ombre
Da sue stanze innoltrava; e s'ella posa
Ne l'estense giardin, non è i ridenti
Suoi fiori a vagheggiar ch'ella vi posa.
Tende l'orecchio; ma nol tende a canto
Di querulo usignol, bench'ella attenda
Non men tenere note. Ecco tra leggiero
Scalpiccio in fra i cespugli; il cor, la guancia
La s'imbianca, le trema; ecco una voce
Fra i rami susurrar; la guancia, il core
Le s'accende, le balza. Anco un istante,
E i suoi voti...; non più: l'istante è vôlto:
Il suo amante è a' suoi piè. Che cosa è il mondo,
Che cosa è per costor con sue felici,
Con sue triste vicende? I suoi viventi,
La sua terra, il suo cielo al lor pensiero,
Ai lor guardo che son? Quanto li intornia,
Sovrasta, sottostà tanto è per essi
Quanto fora a sepolti; è qual se spento
Fosse il creato; unico oggetto in terra
È l'un de l'altro; i lor sospiri istessi
Son di tale un gioir sovrabbondanti
Che il beato furor, se più durasse,
I cori affogheria che ne la piena
Di sue fiere delizie avvolge e affonda,
Come a colpa pensata come a periglio
Nel tumulto di quel tenero sogno?
Chi d'amore in balia temè l'evento,
Pensò la brevità di tali istanti ?
Nou appena... e son vôlti Ahi perchè è fato
Che svegliarsi l'uom debba anzi ch'ei sappia
Che siffatta vision passa e non torna!
Lascian con sguardi irresoluti il loco
De' colpevoli lor côlti diletti;
Con speranza e desioò non incommisti
Di segreto timor, qual se dovesse
Questa lor dipartenza esser l'estrema.
Gl'incessanti sospiri, i lunghi amplessi,
Le labbia che non san come spiccarsi,
Mentre il volto celar di Parisina
A quel ciel si vorria da cui perdono
Non ispera impetrar, di cui le sembra
Che sovra il suo delitto ogni astro splenda,
Gl'incessanti sospiri, i lunghi amplessi
Facean lor tuttavia dolce ritegno.
Ma risolver convien: diconsi addio
Col cor grave d'angoscia e con quel senso
D'orror non superabile, profondo
Che indiviso seguace è del misfatto.
Ugon s'è corco e il solitario letto
Preme, agognando la non sua consorte;
Ma l'infida posar debbe sul core
De l'ignaro marito il reo suo capo.
Ma febbrile è il suo sonno, e per lascivi
Sogni acceso il suo volto, e mormorando
Fra sue fervide smanie ella va un nome
Che profferir desta non osa, e al seno,
Che d'altri avvampa, il suo signor si stringe.
Svegliasi Azzone a que' focosi amplessi
E, beato in idea, quelle carezze,
Que' vogliosi sospir per suoi prendendo,
Mosso per poco a lagrimar si sente
Sovra lei che gli par che anco nel sonno
Di struggersi d'amor per lui non resti.
Si serrò la dormente il prence al seno,
E a le rotte parole orecchio porse. Udì...
Perchè d'orror balzando arretra
Come a la voce de l'arcangel scosso?
Ei n'ha ben d'onde; più solenne intíma
Non udrà da sua tomba allor che, desto
Per non dormir più mai, fia tratto innanzi
Al suo giudice eterno. Ei n'ha ben d'onde.
Un nome udì che di sua pace in terra
Segnato ha il fine, e del di lei misfatto
E dell'onta d'Azzon parla abbastanza.
E che nome fu mai che più tremendo
D'onda in tempesta allor che al lido incalza
Del naufragio gli avanzi, e il navigante
Schiaccia agli scogli e ne' suoi fondi ingoja,
Sul tradito origlier sonò del prence,
Che il rimbombo ne udì tornar su l'alma?
E che nome fu mai? D'Ugo fu il nome,
D'Ugo (ah ciò non credea! ), d'Ugo, del figlio
D'una che un tempo amò, del reo suo figlio
Che d'un trasporto giovanil gli nacque
Quand'ei Bianca ingannò, che, sotto fede
D'essergli in nodo marital congiunta,
Stolta fanciulla, a' suoi voler recossi.
Il pugnale ei snudò fino a la punta,
Poi tornollo a calar ne la guaina.
Benchè merti morir, cosa sì bella
Ei non osa immolar. Mentre sorride!...
Mentre dorme!... Che più? Neppur destolla;
Ma fiso sovra lei tale uno sguardo
Che in eterno sopor l'avria sommersa,
Se destata si fosse e visto avesse
De la lampa che ardea batter la luce
Sul pallor, sul sudor di quella fronte.
Ella non parla più; ma dorme ancora,
Mentre de' giorni suoi la meta ei segna.
Indagò col mattino, e dai riscontri
Ch'ei cavò da più labbra ebbe la prova
Ch'ei tremava d'aver, del lor delitto,
Del suo fiero avvenir: le da gran tempo
Complici ancelle, onde coprir se stesse,
Tutta cercano in lei volger l'accusa.
Più segreto non han; quanto a' lor detti
Può più fede mercar svelano a gara;
E a l'orecchio più strazio, al cor più strale,
Strazïato e trafitto, Azzon non cerca.
Alma d'indugio ei non avea capace.
Ne la sala di stato in trono assiso
Stassene il prence a dar sentenza accinto
Colle sue guardie e i suoi baroni intorno.
In suo cospetto è la colpevol coppia,
Giovani entrambi, e l'una ahi quanto bella!
La man fra' ceppi e senza spada al fianco
(Numi, ah numi, che un figlio al padre in faccia
Venir debba così!) le man fra'ceppi
E senza spada al fianco Ugon l'aspetto
Affrontava del padre e dal suo sdegno
La sua sorte attendea, da sue parole
Attendea di sua fama il crollo estremo.
Non però di viltà segno, ei mostrava,
Benchè tacito ancor fosse il suo labbro.
Pallida, immota ed in silenzio anch'essa.
La sua sentenza Parisina attende.
Quant'altra da colei di cui gli sguardi
Dardeggiar solean dianzi il gaudio intorno
Ne le splendide sale ove i suoi cenni
La Nobiltade ambia, dove i suoi modi
La Bellezza spiava, onde imitarli,
Onde farne tesoro, onde a la scola
Educarsi di lei, già sua reina!
Allora una sua lagrima bastata
Mille prodi ad armar saria per lei,
Mille a stringerle intorno ignudi brandi,
Mille vite a far sacre a sua querela.
Or che è dessa? Ei che son? Dar può ella cenno?
Ponno ei compirla? Indifferenti e muti,
Cogli occhi a terra, colle braccia al seno,
Con fronti arcigne, con gelati aspetti,
Con labbra che frenar mal san lo scherno
Tanti suoi cavalier, tante sue dame,
Tutta la corte sua, le stanno intorno.
Ed esso ancor, quel suo campion, quel solo
Che abbassata a un suo cenno avria la lancia,
Che, libero un istante, avriale a prezzo
De' proprj giorni libertà comprata,
Quell'amor de l'amor del proprio padre,
Le stava ei pur fra le ritorte a fianco,
Nè quegli occhi vedea che per pietate
Più di lei che di sè nuotan nel pianto:
Nè le care palpebre, ove una vena
Del color de la mammola ondeggiava
Fra il più molle candor che a dolci baci
Invitasse, ei vedea livide, accese
Premer più che velar quelle sopposte
Gravi luci dimesse in cui parea
Pianto a pianto più sempre accumularsi.
Lagrimato egli ancor per essa avria,
Se non fosse che ogn'occhio era in lui vôlto:
Ma il suo dolor, s'ei pur dolor sentiva,
Dormia sepolto; e intrepida e sdegnosa
La sua fronte s'ergea; qual che lo stato
Si fosse del suo cor, farne a la turba
Spettacol non volea: ma gli occhi in lei
Non osava levar; la rimembranza
Degli istanti che furo, il suo presente
Stato, il suo amor, il suo delitto, l'ira
Del genitor, lo scandalo de' buoni,
La sua sorte quaggiù, la sua futura,
Quella... ahi! quella di lei. No, non osava
Quel sembiante mirar di morte impresso;
Chè scoppiato dal cor tutto gli fora
Del guasto ch'ei menò l'alto rimorso.
Azzone incominciò: Fino a stamane
D'una sposa e d'un figlio io mi gloriai.
Questo sogno passò: più del tramonto
Sarò privo d'entrambi; i giorni miei
Solinghi volgerau: vada, non monta
Mortal non vive che quant'io potei
Non valesse poter: cotesti modi
Son già già fin d'or, ma non da me, spezzati
Ciò pur non monta, Ugon, tua sorte è fissa:
T'attende il confessor, poscia il ricambio
Del tuo fallir: ti raccomanda al cielo
Anzi che imbruni; in ciel trovar perdono
Puoi forse ancor, ma non è loco in terra
Dove un istante sol possiam tu ed io
Vivere insieme. Addio: non fia ch'io vegga
La morte tua; ma tu, fragil creatura
Vedrai sua testa... Addio: finir non posso.
Vattene, o donna d'impudiche voglie;
E se a tal vista sopravviver puoi
Godi la vita ch'io ti lascio in in dono.
E qui velò l'acerbo prence il volto;
Perocchè palpitar tumide in fronte
Le vene si sentia, qual se in tempesta
Le venesi sentia, qual se in tempesta
Ribollisse nel cerebro il suo sangue.
Però chinossi e fe coverchio agli occhi
Con la tremula man per breve istante,
Mentre Ugon sollevò le avvinte palme,
Chiedendo al genitor per poco ascolto,
Che non rispose, e diè, tacendo, assenso.
« Non è già che il morir, - disse, - io paventi;
Chè fra l'armi spronar di sangue asperso
Più volte a' fianchi tuoi tu mi vedesti,
E quel non sempre inoperoso brando
Che strappato di man m'hanno i tuoi sgherri
Tanto sparso ha in tuo pro di sangue altrui
Quanto sparger del mio non puon tue scuri.
Tu che mi desti, tu ritor la vita
Mi puoi; dono di cui non ti ringrazio,
Però che l'onta di mia madre ancora
Non obliai nè il suo tradito affetto
Nè il rapito onor suo nè la trasmessa
In me, sua prole, eredità d'infamia.
Ma l'infelice è ne la tomba, ov'io,
Suo figlio e tuo rival, sarò tantosto.
Il suo cor che spezzossi, il capo mio
Che tu recidi attesteran fra l'ombre
Qual tu fosti amator ne' tuoi verd'anni,
Qual padre ne' maturi. Onta io ti feci,
È ver; ma l'onta mia vada per quella
Che tu festi a me già: questa tua donna,
Qual nomata è da te, questa seconda
Vittima del tuo orgoglio, era, tu il sai,
Destinata a me pria; tu la vedesti
E i suoi vezzi agognasti; e mio facendo
Ciò che fa tuo delitto, il nascer mio,
Troppo ignobil per lei tu mi chiaristi,
Troppo da men, perch'io chiamato il nome
Veramente a redar d'Este non sono
Nè sul trono a seder de'padri tuoi.
Benchè se ancor qualche campal giornata
Compir dato mi fosse, il nome mio
Forse a quel d'Este sovrastar potrebbe
Di gloria tutta propria. Io ebbi un brando,
E un cor mi resta, che potean valermi
Tale un cimier qual non vantar giammai
Godesti onde tu scendi avi sovrani
Non sempre a' meglio nati i miglior sproni
Di cavalier caddero in sorte; e i miei
Spesso lanciar del mio corsiero i fianchi
Dove niuno il lanciò de' tuoi baroni
Allor che d'Este e di vittoria al grido
Spronavamo al nemico. Io non difendo
La causa del delitto e non imploro
Che d'ore o dì l'eternità tu accorci
Che dee scorrere alfin su la mia polve.
Istanti d'ebrietà quali io passai
Non potean nè dovean durar gran tempo.
Benchè vile io mi sia, benchè il mio nome
Sia fango in cui cader raggio non pote
Di tua luce ducal, pur nel mio volto
Alcuna traccia del paterno è sculta,
E negli spirti miei tutto te stesso.
Da te questa indomata indole altera,
Da te, non ti sdegnar, questa prodezza,
Da te questa bollente alma mi venne.
Tu non mi desti unicamente i giorni,
Ma tutto ancor che fammi esser più tuo.
Ravvisa in me di tua colpevol fiamma,
Ravvisa il frutto; lodati d'un figlio.
Troppo simile a te: bastardo io sono,
Ma nell'anima no; l'anima mia
Giogo, più che la tua, mai non sofferse.
Quanto a la vita, di che labil dono
A me tu festi e che sì tosto annulli,
Averla io non mostrai più che tu cara
Quando alzarsi io vedea su la tua fronte
La tua visiera, e l'un de l'altro a fianco
Spronavamo i corsier sopra gli estinti.
Nulla è il passato, e nulla anch'esso alfine
Esser dee l'avvenir; benchè pur meglio
Stato saria ch'io spento fossi allora;
Perocchè, sebben tu sii del tracollo
Di mia madre cagion, sebben tua sposa
Festi la donna mia, sento che padre
Mi sei pur sempre e che la tua sentenza,
Benchè di sangue e tua, non è men giusta.
Nato di colpa, che nell'onta io muoja,
È morir com'io nacqui; il mio delitto
Conseguenza è del tuo; me sol punendo,
Tu punisci amendue; fallo più grave
Ne la stima degli uomini è il mio fallo,
Ma giudice fra noi fia Dio pur anco. »
Tacque; e le braccia si raccolse al petto,
Su cui fece sonar gli scossi ceppi;
Nè v'ebbe intorno spettator che il sordo
Su l'anima piombar non si sentisse
Fragor che mosse dai cozzanti ferri,
Finchè di nuovo a sè di Parisina
La bellezza fatal volse ogni sguardo.
Avrà inteso costei d'Ugon la sorte?
Pallida, io dissi, se ne stava e immota
La vivente cagion del suo morire:
Nè le luci sbarrate, intente e sporte
Avea pur una volta in giro mosse,
Nè a coprirle o ad ombrarle eran calate
Pur una volta l'irte sue palpebre;
Ma in fera guisa a le pupille intorno
Dilatato de l'occhio erasi il bianco
Stava colà con impietrito sguardo,
Qual se aggelato le si fosse il sangue:
Se non che d'or in or da le sue brune
Lunghe ciglia sì subita, sì morta
E sì larga una lagrima gocciava
Ch'era cosa a veder, ma non a dirsi;
E il guardante stupia come tai stille
Potesser da mortale occhio versarsi.
Provossi a favellar; ma i rotti accenti
Le si strozzâr ne la convulsa gola,
E un mugolo ne uscì qual di chi spira.
Si provò novamente, e un lungo strido
Questa volta dal sen trar le fu dato,
E riversa cascò qual sasso a terra,
Qual da sua base un simulacro scosso,
Più somigliante a inanimata cosa,
De la sposa d'Azzon più somigliante
Al monumento che a sè stessa, a quella
Vispa e fragil beltà di cui gli affetti
Eran tanti al fallir sproni fatali,
Ma che bastante a sostener non era
L'onta, il dolor del pubblicato fallo.
Però morta non era, e tosto i sensi
(Troppo ahi tosto!) la misera riebbe:
Ma non già la ragion; che in quegli spasmi
Ogni sua facoltà disaccordossi,
E del molle suo cerebro le fibre,
Quai corde che allentate abbia la pioggia,
Che obliquo lancian da la mira il dardo,
Non mettean che pensier scuciti e falsi.
Del passato per lei rasa è ogn' impronta;
Il futuro è caligine profonda
Con qualche guizzo di feral barlume,
Pari a balen quando ne l'alta notte
Per l'orror del deserto il turbo addensa.
Ella temeva, ella sentiasi un pondo
Sì molesto, sì gelido, sì morto
Su l'anima gravar che conoscea
Ch'era il peso de l'onta e de la colpa.
Conoscea che talun dovea morire,
Ma chi? Non ricordava. Era ella viva?
Era terra, era cielo, eran mortali,
Che premea, che splendea, ch'eranle intorno?
O demoni costoro eran piuttosto
Che stavano sì torvo in lei guatando,
In lei di cui finor solo a uno sguardo
Mille sguardi ridenti avean risposto?
Tutto è confusion, tutto vacilla
In quella delirante alma in tempesta,
Caos di strani terror, di strane spemi.
Quando in riso rompendo e quando in pianto,
Ma sempre fuor di modo e fuor di senno,
L'infelice parea si combattesse
Fra i lacci di quel sogno ond'era, ahi! fato
Che più mai non avesse a ridestarsi.
Suonan, ma in lungo lamentevol metro,
Le campane del chiostro in sulla bruna
Torre quadrangolar lento-ondeggianti
Con lugubre rintocco a destra e a manca;
Come grave sul cor quel suon ti piomba!
Odi: l'inno si canta, il flebil inno
Per chi dorme sotterra, o per chi, vivo,
Sotterra dormirà fra pochi istanti.
Per un'anima prossima al trapasso
Suona l'inno feral, suona la squilla!
Del mortal suo cammino appo a la meta,
Inginocchiato (ahi duro caso; ahi vista
Degna di pianto!) ei sta d'un frate appiedi.
Inginocchiato in sulla terra ignuda,
Col ceppo innanzi e colle guardie intorno,
Collo sbracciato manigoldo a fianco,
Che, vicino a ferir, qual se dubbioso
Fosse del colpo, de la scure il filo
Che di fresco arrotò tenta col dito;
Mentre l'avido vulgo in giro addensa
Onde un figlio veder dal padre spento.
Vôlta l'ora gentil, non è per anco
Che precede il cader d'un sole estivo;
D'un sol qual surse promettente e lieto
Più a schernir che a schiarar giorno sì mesto
E che gli ultimi suoi raggi or diffonde,
Sovra il capo d'Ugon devoto a morte,
Mentr'ei versa del monaco a l'orecchio,
Che il suo fato compiange, ogni sua colpa,
E contrito ed umil chinasi in atto
D'ascoltar la parola di perdono
Che ogni macchia mortal lava e scancella.
Questo lucido sol splendeagli in capo
Mentre curvo in ascolto egli si stava,
E le anella del crin dal collo ignuda
Spartite gli pendean tra nere e bionde;
Ma più lucido ancor su la vicina
Scure splendea, che rifletteane il raggio
Con orribile e vivido barbaglio.
Ahi momento! ahi partenza! Orror, pietate
Anco l'alme più dure avean compreso.
Nera è la colpa, è ver, giusta la pena;
Ma quel truce spettacolo, quel fero
Apparecchio di morte ogni alma agghiaccia.
L'ultime preci di quel falso figlio,
Di quel baldo amator son recitate;
I suoi peccati, il suo rosario è detto;
Il supremo minuto è per lui vôlto:
Il suo mantel gli fu già dianzi tratto,
Le sue nitide ciocche or gli sien tronche;
Ecco, il ferro le assale, eccole a terra:
Il farsetto onde ancor non fu spogliato.,
La ciarpa onde a lui don fe' Parisina
Non orneran la sua gelata salma;
Questi deporre gli è mestier pur anco
E gli occhi sostener che gli si bendi.
Ma no; non fia che 'l suo superbo ciglio
Questo ancor si comporti ultimo oltraggio.
Gli spirti suoi, ch'esser parean già domi,
In alla indignarion si sollevaro
Quando sporse il carnefice la benda
In atto di velar quelle sue luci
Che mirar non temean la morte in faccia.
« No: queste braccia son fra' vostri ceppi,
Questa mia testa è in tua balia; ma lascia,
Lascia che almen cogli occhi sciolti io muoja.
Vibra. » E posando sovra il ceppo il capo,
« Vibra, » gli disse Ugon. Calò la scure,
Rotolò la sua testa, e ne la polve
Cadde riverso e palpitante il busto,
Sangue sgorgando da le gonfie vene.
Convulse boccheggiarono un istante
Le labbra, e gli occhi trepidaro aperti,
Poi gli uni e l'altre si serrar per sempre.
Morì come a colpevole s'addice,
Senza ostentazion, senza trionfo:
Era in ginocchio in umiltà caduto,
Avea pregato, non avea respinto
De la Chiesa i soccorsi, avea sperato
Nel perdono del cielo: e allor che curvo
Appiè del confessor togliendo ei stava
Da la terra congedo, oh! allor cbe mai
Eran per lui la sua diletta donna,
L'acerbo genitor? Non più querela,
Non più disperazion, non più pensiero
Che non fosse del ciel, non più parola
Che di prece non fosse, i pochi accenti
Tranne che, vôlto al manigoldo, ei disse
Quando volle morir cogli occhi sciolti,
Unico addio che da la turba ei tolse.
Mute non men che quelle labbra intanto
Che ammutir dovea morte eternamente,
Chiudean anco il respir le turbe in petto.
Ma da' primi agli estremi in ogni core
Un elettrico brivido allor corse
Che la scure calò di lui sul capo
Onde i giorni e l'amor così finiro;
E un timido sospir respinto al varco
D'ogn'alma al fondo rimbombò compresso;
Ma nulla, oltre quel suon forzato e morto
Che fè' sul ceppo de la scure il colpo,
Turbò l'universal cupo silenzio,
Tranne... Qual mai sì disperato e strano,
Sì forsennatamente acuto strido,
Pari a quel d'una madre in sull'estinto
Da morte inopinata unico figlio,
Coll'accento d'un'anima perduta
In eterne torture, al ciel s'innalza?
Da le fenestre del ducal palagio
Era il grido partito, e non appena,
Vêr quella parte si fu vôlto ogn'occhio
Che s'arrestò, ne chi 'l mettea fu visto.
Parve grido di donna, e mai con voce
Sì forsennata fu cordoglio espresso;
Tal che ogni astante per pietà fea voto
Ch'ei fosse per chi 'l mise il grido estremo.
Ugo è sotterra; e da sua morte in poi
Parisina più mai de le sue stanze,
Del giardin, del palagio in parte alcuna
Non s'udì, non si vide: il nome suo,
Qual se nome non abbia avuto unquanco,
Ogni bocca, ogni orecchio il s'interdisse
Qual parola di scandalo e periglio;
Nè dal labbro d'Azzon ricordo mai
Nè di lui nè di lei fu chi sentisse.
Monumento ei non ebbero, non tomba;
Sconsecrata è lor polve, o quella almeno
Di lui che allor perì; che quanto è al lato
Di Parisina, in alto arcano è ascoso,
Come spoglia mortal sotto il sepolcro.
Se nell'oblio ritrattasi d'un chiostro,
Fra i digiuni, le lagrime, i flagelli,
I rimorsi e le veglie ella espugnasse
Il perdono del ciel; se di veleno
O di ferro perisse e la sua rea
Fiamma scontasse, o sull'istante istesso
Il fato di colui partecipasse
Di cui vide posar sul ceppo il capo
Con cor che forse da più lenti strazj
Con pronto la scampò provido scoppio,
Niun seppe mai, niun fia che sappia unquanco.
Ma, comunque perisse, i giorni suoi
Ebber principio e terminar nel pianto.
Tolse Azzone altra donna e a sè di figli
Vide intorno scherzar vaga corona:
Ma niun prode e gentil come colui.
Che dormia ne la tomba; o s'ei fur tali,
Nol furono per lui, che li vedea
Senza trasporto e non ne fea ricordo
Se non se con sospir: ma non mai pianto
La sua guancia rigò, nè mai sorriso
Serenò le sue ciglia: orme profonde
Su quell'ampia sua fronte eran scolpite
Di rodenti pensieri; orme che suole
La sventura solcarvi anzi che il tempo?
Cicatrici d'un'anima storiata,
Trofei patenti di segrete pugne:
Morto al duolo era omai come a la gioja;
Non restavagli in terra altro che insonni
Notti e giorni gravosi, un'alma a l'onta
E a la gloria straniera, un cor che abborre
Da sè medesmo e che nel tempo istesso
Nè sè obliar nè rassegnar si pote,
Una cura che tregua in volto ostenta,
Ma che senza mai tregua in cor lavora.
Indurir non può il gel, comuncpie fitto,
Fuorchè il sommo de l'onda; occulta vive:
L'ima corrente e irrefrenata ondeggia,
Nè può non ondeggiar: tale in quel petto,
Suggellato com'è, vivon pur sempre
Affetti che vi avea troppo altamente
Natura impressi, e che pur mai non valse
Da radice a sterpar premer di pianto.
Questo rivo del cor, perch'uom contenda
D'annestarlo a lo sbocco, inaridirl
Presume invan; queste non sparse stille
Non altro fan che rifluire al fonte,
Ne'cui pie puri e più riposti serbi
Stagnan per sempre, illacrimate, occulte,
Ma incongelate e quanto men palesi,
Tanto più custodite e più dilette.
Viva, assidua, cocente in cor serbando
La memoria de' due che più non sono,
Senza poter di ristorar più mai
L'ampio vôto, cagion del suo martiro,
Senza speranza di scontrarli almeno
Fra le mutue de' giusti eterne gioje,
Tuttochè pienamente in sè sicuro
Ch'ei non fu se non giusto in suo decreto,
Ch'ei far del lor destin fabbri a sè stessi,
Invecchiò non pertanto Azzn nel lutto.
Se perito cultor l'inferma pianta
Cauto dirama, all'altre membra intatte
Cagion di vita è il salutar suo ferro;
Ma se il turbine i rami agita e investe
Se in suo furor la folgore li spetta,
Sente il solido tronco anch'ei lo scempio
E non porta più mai frutto, nè fronda.
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