George Byron

PARISINA

Traduzione di Giuseppe Nicolini

Edizione di riferimento:

Edizione di riferimento

Poemi di George Lord Byron, recati in italiano da Giuseppe Nicolini, nuova edizione riveduta ed aumentata dal traduttore, vol. II, presso la ditta Angelo Bonfanti, Milano 1837.

NOVELLA   STORICA

AVVERTIMENTO

Il seguente poema è fondato in una circostanza ricordata nelle Antichità della Casa di Brunswick di Gibbon. Io non ignoro che nei moderni tempi la delicatezza o schifiltà del lettore, che vogliam dirla, potrebbe stimare siffatti soggetti disadatti ad essere trattati in poesia. I poeti drammatici greci e alcuni fra i migliori scrittori antichi della nostra Inghilterra furono di differente opinione: e così Alfieri e Schiller, più di fresco, sul continente. L'estratto seguente illustrerà i fatti che servono di fondamento alla novella. Il nome di Azzone è sostituito a quello di Nicolò, come più metrico.

« Durante il regno di Nicolò III Ferrara fu contaminata da una tragedia domestica. Per testimonianza di un servo e per sue proprie osservazioni, il marchese d'Este venne in cognitione degli amori incestuosi di Parisina sua sposa e di Ugo suo figlio bastardo, giovane d'insigne bellezza. Furono essi decapitati nel castello per sentenza di un padre e marito che pubblicò la propria vcrgogna e sopravvisse al loro supplizio. Infelice s'ei furono colpevoli, più infelice se innocenti; imperocchè io non veggio caso in cui potessi approvare sinceramente l'atto di estrema giustizia di un padre d'un padre. »

I.

Volge quell'ora che dal bosco, ascolti

Alto sonar de l'usignolo il pianto;

Volge quell'ora che più dolci accenti

Si pispiglian gli amanti, e lievi aurette

E vicini ruscelli in dolce accordo

Beano i silenzj di solinghe chiostre.

E già fulgono gli astri e già velati

Hanno i fior le rugiade; e più profondo

Il ceruleo dell'acque, e più infoscato

È il color de le fronde e l'aere opaco

Di quel chiaror sì dolcemente fosco,

Sì fescamente puro, in che si solve

Il crepuscolo allor che, superato

Da la luna che sorge, il dì s'asconde.

II.

Ma non era l'auretta a udir nè il rio

Che traea Parisina; i fulgid'astri,

Non era ad ammirar ch'ella fra l'ombre

Da sue stanze innoltrava; e s'ella posa

Ne l'estense giardin, non è i ridenti

Suoi fiori a vagheggiar ch'ella vi posa.

Tende l'orecchio; ma nol tende a canto

Di querulo usignol, bench'ella attenda

Non men tenere note. Ecco tra leggiero

Scalpiccio in fra i cespugli; il cor, la guancia

La s'imbianca, le trema; ecco una voce

Fra i rami susurrar; la guancia, il core

Le s'accende, le balza. Anco un istante,

E i suoi voti...; non più: l'istante è vôlto:

Il suo amante è a' suoi piè. Che cosa è il mondo,

Che cosa è per costor con sue felici,

Con sue triste vicende? I suoi viventi,

La sua terra, il suo cielo al lor pensiero,

Ai lor guardo che son? Quanto li intornia,

Sovrasta, sottostà tanto è per essi

Quanto fora a sepolti; è qual se spento

Fosse il creato; unico oggetto in terra

È l'un de l'altro; i lor sospiri istessi

Son di tale un gioir sovrabbondanti

Che il beato furor, se più durasse,

I cori affogheria che ne la piena

Di sue fiere delizie avvolge e affonda,

Come a colpa pensata come a periglio

Nel tumulto di quel tenero sogno?

Chi d'amore in balia temè l'evento,

Pensò la brevità di tali istanti ?

Nou appena... e son vôlti Ahi perchè è fato

Che svegliarsi l'uom debba anzi ch'ei sappia

Che siffatta vision passa e non torna!

III.

Lascian con sguardi irresoluti il loco

De' colpevoli lor côlti diletti;

Con speranza e desioò non incommisti

Di segreto timor, qual se dovesse

Questa lor dipartenza esser l'estrema.

Gl'incessanti sospiri, i lunghi amplessi,

Le labbia che non san come spiccarsi,

Mentre il volto celar di Parisina

A quel ciel si vorria da cui perdono

Non ispera impetrar, di cui le sembra

Che sovra il suo delitto ogni astro splenda,

Gl'incessanti sospiri, i lunghi amplessi

Facean lor tuttavia dolce ritegno.

Ma risolver convien: diconsi addio

Col cor grave d'angoscia e con quel senso

D'orror non superabile, profondo

Che indiviso seguace è del misfatto.

IV.

Ugon s'è corco e il solitario letto

Preme, agognando la non sua consorte;

Ma l'infida posar debbe sul core

De l'ignaro marito il reo suo capo.

Ma febbrile è il suo sonno, e per lascivi

Sogni acceso il suo volto, e mormorando

Fra sue fervide smanie ella va un nome

Che profferir desta non osa, e al seno,

Che d'altri avvampa, il suo signor si stringe.

Svegliasi Azzone a que' focosi amplessi

E, beato in idea, quelle carezze,

Que' vogliosi sospir per suoi prendendo,

Mosso per poco a lagrimar si sente

Sovra lei che gli par che anco nel sonno

Di struggersi d'amor per lui non resti.

Si serrò la dormente il prence al seno,

E a le rotte parole orecchio porse. Udì...

Perchè d'orror balzando arretra

Come a la voce de l'arcangel scosso?

Ei n'ha ben d'onde; più solenne intíma

Non udrà da sua tomba allor che, desto

Per non dormir più mai, fia tratto innanzi

Al suo giudice eterno. Ei n'ha ben d'onde.

Un nome udì che di sua pace in terra

Segnato ha il fine, e del di lei misfatto

E dell'onta d'Azzon parla abbastanza.

E che nome fu mai che più tremendo

D'onda in tempesta allor che al lido incalza

Del naufragio gli avanzi, e il navigante

Schiaccia agli scogli e ne' suoi fondi ingoja,

Sul tradito origlier sonò del prence,

Che il rimbombo ne udì tornar su l'alma?

E che nome fu mai? D'Ugo fu il nome,

D'Ugo (ah ciò non credea! ), d'Ugo, del figlio

D'una che un tempo amò, del reo suo figlio

Che d'un trasporto giovanil gli nacque

Quand'ei Bianca ingannò, che, sotto fede

D'essergli in nodo marital congiunta,

Stolta fanciulla, a' suoi voler recossi.

V.

Il pugnale ei snudò fino a la punta,

Poi tornollo a calar ne la guaina.

Benchè merti morir, cosa sì bella

Ei non osa immolar. Mentre sorride!...

Mentre dorme!... Che più? Neppur destolla;

Ma fiso sovra lei tale uno sguardo

Che in eterno sopor l'avria sommersa,

Se destata si fosse  e visto avesse

De la lampa che ardea batter la luce

Sul pallor, sul sudor di quella fronte.

Ella non parla più; ma dorme ancora,

Mentre de' giorni suoi la meta ei segna.

Indagò col mattino, e dai riscontri

Ch'ei cavò da più labbra ebbe la prova

Ch'ei tremava d'aver, del lor delitto,

Del suo fiero avvenir: le da gran tempo

Complici ancelle, onde coprir se stesse,

Tutta cercano in lei volger l'accusa.

Più segreto non han; quanto a' lor detti

Può più fede mercar svelano a gara;

E a l'orecchio più strazio, al cor più strale,

Strazïato e trafitto, Azzon non cerca.

Alma d'indugio ei non avea capace.

Ne la sala di stato in trono assiso

Stassene il prence a dar sentenza accinto

Colle sue guardie e i suoi baroni intorno.

In suo cospetto è la colpevol coppia,

Giovani entrambi, e l'una ahi quanto bella!

La man fra' ceppi e senza spada al fianco

(Numi, ah numi, che un figlio al padre in faccia

Venir debba così!) le man fra'ceppi

E senza spada al fianco Ugon l'aspetto

Affrontava del padre e dal suo sdegno

La sua sorte attendea, da sue parole

Attendea di sua fama il crollo estremo.

Non però di viltà segno, ei mostrava,

Benchè tacito ancor fosse il suo labbro.

VI.

Pallida, immota ed in silenzio anch'essa.

La sua sentenza Parisina attende.

Quant'altra da colei di cui gli sguardi

Dardeggiar solean dianzi il gaudio intorno

Ne le splendide sale ove i suoi cenni

La Nobiltade ambia, dove i suoi modi

La Bellezza spiava, onde imitarli,

Onde farne tesoro, onde a la scola

Educarsi di lei, già sua reina!

Allora una sua lagrima bastata

Mille prodi ad armar saria per lei,

Mille a stringerle intorno ignudi brandi,

Mille vite a far sacre a sua querela.

Or che è dessa? Ei che son? Dar può ella cenno?

Ponno ei compirla? Indifferenti e muti,

Cogli occhi a terra, colle braccia al seno,

Con fronti arcigne, con gelati aspetti,

Con labbra che frenar mal san lo scherno

Tanti suoi cavalier, tante sue dame,

Tutta la corte sua, le stanno intorno.

Ed esso ancor, quel suo campion, quel solo

Che abbassata a un suo cenno avria la lancia,

Che, libero un istante, avriale a prezzo

De' proprj giorni libertà comprata,

Quell'amor de l'amor del proprio padre,

Le stava ei pur fra le ritorte a fianco,

Nè quegli occhi vedea che per pietate

Più di lei che di sè nuotan nel pianto:

Nè le care palpebre, ove una vena

Del color de la mammola ondeggiava

Fra il più molle candor che a dolci baci

Invitasse, ei vedea livide, accese

Premer più che velar quelle sopposte

Gravi luci dimesse in cui parea

Pianto a pianto più sempre accumularsi.

VII.

Lagrimato egli ancor per essa avria,

Se non fosse che ogn'occhio era in lui vôlto:

Ma il suo dolor, s'ei pur dolor sentiva,

Dormia sepolto; e intrepida e sdegnosa

La sua fronte s'ergea; qual che lo stato

Si fosse del suo cor, farne a la turba

Spettacol non volea: ma gli occhi in lei

Non osava levar; la rimembranza

Degli istanti che furo, il suo presente

Stato, il suo amor, il suo delitto, l'ira

Del genitor, lo scandalo de' buoni,

La sua sorte quaggiù, la sua futura,

Quella... ahi! quella di lei. No, non osava

Quel sembiante mirar di morte impresso;

Chè scoppiato dal cor tutto gli fora

Del guasto ch'ei menò l'alto rimorso.

VIII.

Azzone incominciò: Fino a stamane

D'una sposa e d'un figlio io mi gloriai.

Questo sogno passò: più del tramonto

Sarò privo d'entrambi; i giorni miei

Solinghi volgerau: vada, non monta

Mortal non vive che quant'io potei

Non valesse poter: cotesti modi

Son già già fin d'or, ma non da me, spezzati

Ciò pur non monta, Ugon, tua sorte è fissa:

T'attende il confessor, poscia il ricambio

Del tuo fallir: ti raccomanda al cielo

Anzi che imbruni; in ciel trovar perdono

Puoi forse ancor, ma non è loco in terra

Dove un istante sol possiam tu ed io

Vivere insieme. Addio: non fia ch'io vegga

La morte tua; ma tu, fragil creatura

Vedrai sua testa... Addio: finir non posso.

Vattene, o donna d'impudiche voglie;

E se a tal vista sopravviver puoi

Godi la vita ch'io ti lascio in in dono.

IX.

E qui velò l'acerbo prence il volto;

Perocchè palpitar tumide in fronte

Le vene si sentia, qual se in tempesta

Le venesi sentia, qual se in tempesta

Ribollisse nel cerebro il suo sangue.

Però chinossi e fe coverchio agli occhi

Con la tremula man per breve istante,

Mentre Ugon sollevò le avvinte palme,

Chiedendo al genitor per poco ascolto,

Che non rispose, e diè, tacendo, assenso.

X.

« Non è già che il morir, - disse, - io paventi;

Chè fra l'armi spronar di sangue asperso

Più volte a' fianchi tuoi tu mi vedesti,

E quel non sempre inoperoso brando

Che strappato di man m'hanno i tuoi sgherri

Tanto sparso ha in tuo pro di sangue altrui

Quanto sparger del mio non puon tue scuri.

Tu che mi desti, tu ritor la vita

Mi puoi; dono di cui non ti ringrazio,

Però che l'onta di mia madre ancora

Non obliai nè il suo tradito affetto

Nè il rapito onor suo nè la trasmessa

In me, sua prole, eredità d'infamia.

Ma l'infelice è ne la tomba, ov'io,

Suo figlio e tuo rival, sarò tantosto.

Il suo cor che spezzossi, il capo mio

Che tu recidi attesteran fra l'ombre

Qual tu fosti amator ne' tuoi verd'anni,

Qual padre ne' maturi. Onta io ti feci,

È ver; ma l'onta mia vada per quella

Che tu festi a me già: questa tua donna,

Qual nomata è da te, questa seconda

Vittima del tuo orgoglio, era, tu il sai,

Destinata a me pria; tu la vedesti

E i suoi vezzi agognasti; e mio facendo

Ciò che fa tuo delitto, il nascer mio,

Troppo ignobil per lei tu mi chiaristi,

Troppo da men, perch'io chiamato il nome

Veramente a redar d'Este non sono

Nè sul trono a seder de'padri tuoi.

Benchè se ancor qualche campal giornata

Compir dato mi fosse, il nome mio

Forse a quel d'Este sovrastar potrebbe

Di gloria tutta propria. Io ebbi un brando,

E un cor mi resta, che potean valermi

Tale un cimier qual non vantar giammai

Godesti onde tu scendi avi sovrani

Non sempre a' meglio nati i miglior sproni

Di cavalier caddero in sorte; e i miei

Spesso lanciar del mio corsiero i fianchi

Dove niuno il lanciò de' tuoi baroni

Allor che d'Este e di vittoria al grido

Spronavamo al nemico. Io non difendo

La causa del delitto e non imploro

Che d'ore o dì l'eternità tu accorci

Che dee scorrere alfin su la mia polve.

Istanti d'ebrietà quali io passai

Non potean nè dovean durar gran tempo.

Benchè vile io mi sia, benchè il mio nome

Sia fango in cui cader raggio non pote

Di tua luce ducal, pur nel mio volto

Alcuna traccia del paterno è sculta,

E negli spirti miei tutto te stesso.

Da te questa indomata indole altera,

Da te, non ti sdegnar, questa prodezza,

Da te questa bollente alma mi venne.

Tu non mi desti unicamente i giorni,

Ma tutto ancor che fammi esser più tuo.

Ravvisa in me di tua colpevol fiamma,

Ravvisa il frutto; lodati d'un figlio.

Troppo simile a te: bastardo io sono,

Ma nell'anima no; l'anima mia

Giogo, più che la tua, mai non sofferse.

Quanto a la vita, di che labil dono

A me tu festi e che sì tosto annulli,

Averla io non mostrai più che tu cara

Quando alzarsi io vedea su la tua fronte

La tua visiera, e l'un de l'altro a fianco

Spronavamo i corsier sopra gli estinti.

Nulla è il passato, e nulla anch'esso alfine

Esser dee l'avvenir; benchè pur meglio

Stato saria ch'io spento fossi allora;

Perocchè, sebben tu sii del tracollo

Di mia madre cagion, sebben tua sposa

Festi la donna mia, sento che padre

Mi sei pur sempre e che la tua sentenza,

Benchè di sangue e tua, non è men giusta.

Nato di colpa, che nell'onta io muoja,

È morir com'io nacqui; il mio delitto

Conseguenza è del tuo; me sol punendo,

Tu punisci amendue; fallo più grave

Ne la stima degli uomini è il mio fallo,

Ma giudice fra noi fia Dio pur anco. »

XI.

Tacque; e le braccia si raccolse al petto,

Su cui fece sonar gli scossi ceppi;

Nè v'ebbe intorno spettator che il sordo

Su l'anima piombar non si sentisse

Fragor che mosse dai cozzanti ferri,

Finchè di nuovo a sè di Parisina

La bellezza fatal volse ogni sguardo.

Avrà inteso costei d'Ugon la sorte?

Pallida, io dissi, se ne stava e immota

La vivente cagion del suo morire:

Nè le luci sbarrate, intente e sporte

Avea pur una volta in giro mosse,

a coprirle o ad ombrarle eran calate

Pur una volta l'irte sue palpebre;

Ma in fera guisa a le pupille intorno

Dilatato de l'occhio erasi il bianco

Stava colà con impietrito sguardo,

Qual se aggelato le si fosse il sangue:

Se non che d'or in or da le sue brune

Lunghe ciglia sì subita, sì morta

E sì larga una lagrima gocciava

Ch'era cosa a veder, ma non a dirsi;

E il guardante stupia come tai stille

Potesser da mortale occhio versarsi.

Provossi a favellar; ma i rotti accenti

Le si strozzâr ne la convulsa gola,

E un mugolo ne uscì qual di chi spira.

Si provò novamente, e un lungo strido

Questa volta dal sen trar le fu dato,

E riversa cascò qual sasso a terra,

Qual da sua base un simulacro scosso,

Più somigliante a inanimata cosa,

De la sposa d'Azzon più somigliante

Al monumento che a sè stessa, a quella

Vispa e fragil beltà di cui gli affetti

Eran tanti al fallir sproni fatali,

Ma che bastante a sostener non era

L'onta, il dolor del pubblicato fallo.

Però morta non era, e tosto i sensi

(Troppo ahi tosto!) la misera riebbe:

Ma non già la ragion; che in quegli spasmi

Ogni sua facoltà disaccordossi,

E del molle suo cerebro le fibre,

Quai corde che allentate abbia la pioggia,

Che obliquo lancian da la mira il dardo,

Non mettean che pensier scuciti e falsi.

Del passato per lei rasa è ogn' impronta;

Il futuro è caligine profonda

Con qualche guizzo di feral barlume,

Pari a balen quando ne l'alta notte

Per l'orror del deserto il turbo addensa.

Ella temeva, ella sentiasi un pondo

Sì molesto, sì gelido, sì morto

Su l'anima gravar che conoscea

Ch'era il peso de l'onta e de la colpa.

Conoscea che talun dovea morire,

Ma chi? Non ricordava. Era ella viva?

Era terra, era cielo, eran mortali,

Che premea, che splendea, ch'eranle intorno?

O demoni costoro eran piuttosto

Che stavano sì torvo in lei guatando,

In lei di cui finor solo a uno sguardo

Mille sguardi ridenti avean risposto?

Tutto è confusion, tutto vacilla

In quella delirante alma in tempesta,

Caos di strani terror, di strane spemi.

Quando in riso rompendo e quando in pianto,

Ma sempre fuor di modo e fuor di senno,

L'infelice parea si combattesse

Fra i lacci di quel sogno ond'era, ahi! fato

Che più mai non avesse a ridestarsi.

XII.

Suonan, ma in lungo lamentevol metro,

Le campane del chiostro in sulla bruna

Torre quadrangolar lento-ondeggianti

Con lugubre rintocco a destra e a manca;

Come grave sul cor quel suon ti piomba!

Odi: l'inno si canta, il flebil inno

Per chi dorme sotterra, o per chi, vivo,

Sotterra dormirà fra pochi istanti.

Per un'anima prossima al trapasso

Suona l'inno feral, suona la squilla!

Del mortal suo cammino appo a la meta,

Inginocchiato (ahi duro caso; ahi vista

Degna di pianto!) ei sta d'un frate appiedi.

Inginocchiato in sulla terra ignuda,

Col ceppo innanzi e colle guardie intorno,

Collo sbracciato manigoldo a fianco,

Che, vicino a ferir, qual se dubbioso

Fosse del colpo, de la scure il filo

Che di fresco arrotò tenta col dito;

Mentre l'avido vulgo in giro addensa

Onde un figlio veder dal padre spento.

XIII.

Vôlta l'ora gentil, non è per anco

Che precede il cader d'un sole estivo;

D'un sol qual surse promettente e lieto

Più a schernir che a schiarar giorno sì mesto

E che gli ultimi suoi raggi or diffonde,

Sovra il capo d'Ugon devoto a morte,

Mentr'ei versa del monaco a l'orecchio,

Che il suo fato compiange, ogni sua colpa,

E contrito ed umil chinasi in atto

D'ascoltar la parola di perdono

Che ogni macchia mortal lava e scancella.

Questo lucido sol splendeagli in capo

Mentre curvo in ascolto egli si stava,

E le anella del crin dal collo ignuda

Spartite gli pendean tra nere e bionde;

Ma più lucido ancor su la vicina

Scure splendea, che rifletteane il raggio

Con orribile e vivido barbaglio.

Ahi momento! ahi partenza! Orror, pietate

Anco l'alme più dure avean compreso.

Nera è la colpa, è ver, giusta la pena;

Ma quel truce spettacolo, quel fero

Apparecchio di morte ogni alma agghiaccia.

XIVI.

L'ultime preci di quel falso figlio,

Di quel baldo amator son recitate;

I suoi peccati, il suo rosario è detto;

Il supremo minuto è per lui vôlto:

Il suo mantel gli fu già dianzi tratto,

Le sue nitide ciocche or gli sien tronche;

Ecco, il ferro le assale, eccole a terra:

Il farsetto onde ancor non fu spogliato.,

La ciarpa onde a lui don fe' Parisina

Non orneran la sua gelata salma;

Questi deporre gli è mestier pur anco

E gli occhi sostener che gli si bendi.

Ma no; non fia che 'l suo superbo ciglio

Questo ancor si comporti ultimo oltraggio.

Gli spirti suoi, ch'esser parean già domi,

In alla indignarion si sollevaro

Quando sporse il carnefice la benda

In atto di velar quelle sue luci

Che mirar non temean la morte in faccia.

« No: queste braccia son fra' vostri ceppi,

Questa mia testa è in tua balia; ma lascia,

Lascia che almen cogli occhi sciolti io muoja.

Vibra. »  E posando sovra il ceppo il capo,

« Vibra, » gli disse Ugon. Calò la scure,

Rotolò la sua testa, e ne la polve

Cadde riverso e palpitante il busto,

Sangue sgorgando da le gonfie vene.

Convulse boccheggiarono un istante

Le labbra, e gli occhi trepidaro aperti,

Poi gli uni e l'altre si serrar per sempre.

Morì come a colpevole s'addice,

Senza ostentazion, senza trionfo:

Era in ginocchio in umiltà caduto,

Avea pregato, non avea respinto

De la Chiesa i soccorsi, avea sperato

Nel perdono del cielo: e allor che curvo

Appiè del confessor togliendo ei stava

Da la terra congedo, oh! allor cbe mai

Eran per lui la sua diletta donna,

L'acerbo genitor? Non più querela,

Non più disperazion, non più pensiero

Che non fosse del ciel, non più parola

Che di prece non fosse, i pochi accenti

Tranne che, vôlto al manigoldo, ei disse

Quando volle morir cogli occhi sciolti,

Unico addio che da la turba ei tolse.

Mute non men che quelle labbra intanto

Che ammutir dovea morte eternamente,

Chiudean anco il respir le turbe in petto.

Ma da' primi agli estremi in ogni core

Un elettrico brivido allor corse

Che la scure calò di lui sul capo

Onde i giorni e l'amor così finiro;

E un timido sospir respinto al varco

D'ogn'alma al fondo rimbombò compresso;

Ma nulla, oltre quel suon forzato e morto

Che fè' sul ceppo de la scure il colpo,

Turbò l'universal cupo silenzio,

Tranne... Qual mai sì disperato e strano,

Sì forsennatamente acuto strido,

Pari a quel d'una madre in sull'estinto

Da morte inopinata unico figlio,

Coll'accento d'un'anima perduta

In eterne torture, al ciel s'innalza?

Da le fenestre del ducal palagio

Era il grido partito, e non appena,

Vêr quella parte si fu vôlto ogn'occhio

Che s'arrestò, ne chi 'l mettea fu visto.

Parve grido di donna, e mai con voce

Sì forsennata fu cordoglio espresso;

Tal che ogni astante per pietà fea voto

Ch'ei fosse per chi 'l mise il grido estremo.

XV.

Ugo è sotterra; e da sua morte in poi

Parisina più mai de le sue stanze,

Del giardin, del palagio in parte alcuna

Non s'udì, non si vide: il nome suo,

Qual se nome non abbia avuto unquanco,

Ogni bocca, ogni orecchio il s'interdisse

Qual parola di scandalo e periglio;

Nè dal labbro d'Azzon ricordo mai

Nè di lui nè di lei fu chi sentisse.

Monumento ei non ebbero, non tomba;

Sconsecrata è lor polve, o quella almeno

Di lui che allor perì; che quanto è al lato

Di Parisina, in alto arcano è ascoso,

Come spoglia mortal sotto il sepolcro.

Se nell'oblio ritrattasi d'un chiostro,

Fra i digiuni, le lagrime, i flagelli,

I rimorsi e le veglie ella espugnasse

Il perdono del ciel; se di veleno

O di ferro perisse e la sua rea

Fiamma scontasse, o sull'istante istesso

Il fato di colui partecipasse

Di cui vide posar sul ceppo il capo

Con cor che forse da più lenti strazj

Con pronto la scampò provido scoppio,

Niun seppe mai, niun fia che sappia unquanco.

Ma, comunque perisse, i giorni suoi

Ebber principio e terminar nel pianto.

XVI.

Tolse Azzone altra donna e a sè di figli

Vide intorno scherzar vaga corona:

Ma niun prode e gentil come colui.

Che dormia ne la tomba; o s'ei fur tali,

Nol furono per lui, che li vedea

Senza trasporto e non ne fea ricordo

Se non se con sospir: ma non mai pianto

La sua guancia rigò, nè mai sorriso

Serenò le sue ciglia: orme profonde

Su quell'ampia sua fronte eran scolpite

Di rodenti pensieri; orme che suole

La sventura solcarvi anzi che il tempo?

Cicatrici d'un'anima storiata,

Trofei patenti di segrete pugne:

Morto al duolo era omai come a la gioja;

Non restavagli in terra altro che insonni

Notti e giorni gravosi, un'alma a l'onta

E a la gloria straniera, un cor che abborre

Da sè medesmo e che nel tempo istesso

Nè sè obliar nè rassegnar si pote,

Una cura che tregua in volto ostenta,

Ma che senza mai tregua in cor lavora.

Indurir non può il gel, comuncpie fitto,

Fuorchè il sommo de l'onda; occulta vive:

L'ima corrente e irrefrenata ondeggia,

Nè può non ondeggiar: tale in quel petto,

Suggellato com'è, vivon pur sempre

Affetti che vi avea troppo altamente

Natura impressi, e che pur mai non valse

Da radice a sterpar premer di pianto.

Questo rivo del cor, perch'uom contenda

D'annestarlo a lo sbocco, inaridirl

Presume invan; queste non sparse stille

Non altro fan che rifluire al fonte,

Ne'cui pie puri e più riposti serbi

Stagnan per sempre, illacrimate, occulte,

Ma incongelate e quanto men palesi,

Tanto più custodite e più dilette.

Viva, assidua, cocente in cor serbando

La memoria de' due che più non sono,

Senza poter di ristorar più mai

L'ampio vôto, cagion del suo martiro,

Senza speranza di scontrarli almeno

Fra le mutue de' giusti eterne gioje,

Tuttochè pienamente in sè sicuro

Ch'ei non fu se non giusto in suo decreto,

Ch'ei far del lor destin fabbri a sè stessi,

Invecchiò non pertanto Azzn nel lutto.

Se perito cultor l'inferma pianta

Cauto dirama, all'altre membra intatte

Cagion di vita è il salutar suo ferro;

Ma se il turbine i rami agita e investe

Se in suo furor la folgore li spetta,

Sente il solido tronco anch'ei lo scempio

E non porta più mai frutto, nè fronda.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 10 luglio 2009