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Edizione di riferimento
Scritti di F.-D. Guerrazzi. Veronica Cybo, La Serpicina, — I nuovi tartufi, racconti, pensieri. — discorsi. Illustrazioni. — traduzioni, I bianchi e i neri, dramma. Felice Le Monnier. Firenze 1801.
È l'ora nella quale si ascolta dai ramuscelli la nota melodiosa dell'usignolo; — è l'ora nella quale i voti degli i amanti appaiono più soavi in ogni mormorata parola, — e i venticelli gentili, e le acque vicine, rendono armonia! all'orecchio solitario. — La rugiada lieve lieve bagna ogni fiore, le stelle si sono incontrate nel firmamento, su l'onda si addensa,un azzurro più profondo, su le foglie un colore più fosco, — e per l'orizzonte quella luce dubbia, così soavemente opaca, così oscuramente pura, la quale tiene dietro al declinare del giorno quando il crepuscolo illanguidisce all'apparire della luce.
Ma non per ascoltare lo strepito della cascata abbandona Parisina la sua stanza; — non per contemplare la luce celeste passeggia la donna per le ombre della notte: — s'ella si aggira nei giardini degli Este, non ve la chiama vaghezza dei fiori aperti: — ascolta... — ma non per l'usignolo, quantunque il suo orecchio attenda una così dolce favella. Se muove un passo traverso il folto cespuglio, e le sue guance si fanno pallide, — e il suo cuore palpita celerissimo; — una voce mormora tra le fronde frementi: le ritorna il colore sul volto, — le si solleva il seno: anche un istante... e saranno insieme. — È trapassato,—e l'amatore è prosteso davanti alla donna innamorata.
Ora cosa è mai per loro il mondo con tutte le sue vicende di stagioni e di tempo? — Ogni creatura, il cielo, la terra, sono nulla alla mente e agli occhi loro: —come se fossero morti, come se tutto fosse scomparso, non curano cosa che abbiano sopra, sotto, o dintorno. Uno respira l'alito dell'altro: — pieni di gioia tanto profonda sono que' gemiti, che dove non diminuissero, il felice delirio distruggerebbe i cuori che sentono il suo fiero dominio. Immaginerebbero essi mai colpa o pericolo in questo tumultuoso e tenero sogno? Colui che sentì la potenza della passione ristette, e lo prese paura in questa ora? o pensò come celeri scorrono via questi momenti?— Pure già sono passati! — Noi dobbiamo svegliarci avanti di conoscere che tale visione non tornerà mai più.
Con lentissimo sguardo abbandonano il luogo della colpevole gioia passata, e quantunque sperino e facciano voti, essi si affliggono come se questo fosse l'estremo commiato. Lo spesso sospirare, il lungo abbracciamento, i labbri che vorrebbero unirsi per sempre... Intanto il cielo splende sul volto a Parisina, ed ella dispera del perdono del cielo, come se le stelle lontane vegliassero sul suo delitto.— Pure con frequenti sospiri ella si stringe alla fidata posta; ma adesso è forza andare: è mestieri separarsi nella spaventosa gravezza del cuore, con tutto il profondo, gelato brivido, che tiene dietro alla azione del male.
Ugo si giace nel letto solitario, forte desiderandovi la donna altrui. Ella è costretta a posare il capo consapevole presso il cuore fidente del marito; — ma febbrile apparisce nei sogni, e la sua guancia arrossisce per travagliose visioni, — e nel turbamento che l'agita mormora un nome — che non oserebbe susurrare nel giorno, e stringe il suo signore a quel petto che anela per altrui. — Svegliato il signore dall'abbracciamento, avventuroso in suo pensiere, s'inganna sul sospiro della dormente, e su le focose carezze di lei che era solito di benedire.—Piange per tenerezza sopra la donna che lo ama anche nei sogni.
Egli abbraccia la dormente al suo seno, e intende l'orecchio ad ogni interrotta parola: —egli ode... — Perchè il principe Azo si scuote come se avesse ascoltata la voce dell' Arcangiolo? — Appena più terribile gli tuonerà su la tomba la sentenza, quando suscitato, per non dormire mai più, starà dinanzi al trono eterno. La pace del cuore per quel suono è condannata a perire; quel bisbiglio sonnolento di un nome svelò il suo delitto, e la vergogna di Azo. — E di cui è quel nome? Egli suona su l'origliere, spaventoso come l'onda mugghiante che spinge la tavola contro la riva e rompe su lo scoglio appuntato il misero che sommerge per non rilevarsi più. — Di cui è quel nome? — Egli è d'Ugo, del suo...— In verità non si aspettava a questo! — Egli è d'Ugo, — il figlio di una donna ch'egli amò, — il suo proprio pericoloso figliuolo, — il frutto della sfrenata giovanezza quando tradì la fede di Bianca; la vergine che pose stoltamente fiducia in colui che non la fece sua sposa.
Trasse dalla guaina il pugnale, poi lo ripose prima che fosse nuda la punta; perocchè, quantunque immeritevole di vita, egli non può uccidere creatura sì bella, almeno quando sorride, e quando dorme. — Non la sveglia, ma l'affisa con tale uno sguardo che, dov'ella si fosse svegliata dalla sua estasi, l'avrebbe costretta a nuovamente dormire. — Ora la lampada ardente riflette la luce nelle sue lagrime : — ella non parla più, — e dorme tranquilla, mentre nel di lui pensiero sono noverati i suoi giorni.
E col mattino egli cerca, e trova nei molti racconti dei circostanti, la prova di quello che temeva conoscere: il delitto presente, l'angoscia futura. Le fantesche, consapevoli, pensano a salvare sè stesse, e si affannano a rovesciare su lei l'onta, la colpa e la condanna; — quindi, posto da parte ogni velo, raccontano ogni circostanza valevole a dare piena credenza alla storia che fecero, e il cuore e l'orecchio dello sfortunato Azo ormai non hanno cosa da più sentire, od intendere.
Egli poi non era uomo d'indugi. — Nella sala del Consiglio il capo dell'antico dominio d'Este si pone sul trono del suo giudizio; — gli fanno corona i nobili, e le guardie: — dinanzi gli sta la coppia scellerata, — la donna così altamente bella! — col pendaglio, senza spada, con le mani incatenate..., (O Dio! in questo modo un figlio dee comparire al cospetto del padre! ) — ma pur troppo così Ugo è costretto ad incontrare la faccia del padre, ed ascoltare la sentenza della sua ira, e la novella della sua sventura: nè per ciò sembra vinto, quantunque la sua voce sia muta.
Ma pallida, tranquilla, silenziosa, Parisina aspetta la sua sentenza. — Come diverso nell'ultimo convegno in quella sala lucente spaziava il suo occhio, mentre i nobili uomini andavano alteri di accompagnarla, mentre la bellezza attendeva a imitare la gentile sua voce, il suo amabile portamento, e in quelle forme, in quello incesso raffigurava le grazie della donna dei suoi pensieri! — Allora se il suo occhio avesse pianto nel dolore, mille guerrieri sarieno accorsi, mille spade nude avrieno brillato, per farsi propria la contesa di lei. — Adesso, quale ella è? — Quali essi sono? — Potrebbe ella comandare, e cotesti obbedire? — Taciturni, impassibili, con gli sguardi dimessi, con fronte accigliata, le braccia conserte, gelidi nel sembiante, con labbra che perdonano appena la parola del vituperio, e cavalieri e donne, tutta la corte le sta dintorno. —E l'uomo scelto dal cuore, di cui la lancia avrebbe ferito all'accennare del suo sguardo, — e l'uomo, che, dove per un momento avesse avuto libere le braccia, o la salverebbe, o morrebbe, — il drudo della sposa di suo padre, — egli pure è incatenato al suo fianco, egli non può vedere quegli che piangevano, più che per la propria, per la disperazione di lui. — Queste palpebre, su le quali errando una vena violetta vi lasciava una traccia leggiera, lucide per politissima bianchezza che invitò sempre a soavissimi baci, ora ardenti e livide di rossore par che premano, non adombrino, le sottoposte pupille, le quali muovono lentamente, e lagrima su lagrima vi si accoglie dentro.
Ed egli pure avrebbe pianto per lei, dove non fossero stati gli occhi degli spettatori, che guardavano sopra di lui il suo dolore;—ond'ei, se pur lo sentiva, si frenava. Torva e superba solleva la fronte, quantunque la sua anima fosse compunta di dolore: — non vuole avvilirsi al cospetto dei circostanti, e non la guarda. Rimembranze del'ore che furono, — il suo misfatto, — il suo amore,— il suo stato presente, — la paterna ira, — l'abbominio di ogni onesto, — il suo terreno, e celeste destino: — ed ella! — ohi «Ha.... E non osa mandare uno sguardo su quella fronte di morte; — altrimenti il suo cuore pieno avrebbe manifestato tutto il rimorso della rovina fatta.
Ed Azo parlò: — « Io mi gloriai di una moglie, e di un figlio; — il sogno si dileguava stamane! — Prima che declini il giorno, io non avrò figlio, nè moglie: —la mia vita è condannata a languire sola: — bene, — sia. — Nessuno dei viventi vorrebbe fare diversamente da quello che io mi faccio. — Ogni vincolo è rotto... ma non per me ! — si tronchi ogni vincolo. Ugo, un sacerdote ti aspetta, — poi la ricompensa del tuo delitto. Prima che le stelle stasera s'incontrino, fa di avere supplicato il cielo: — tenta di trovare perdono lassù: la sua misericordia può scioglierti; — ma qui su la terra non v'è luogo ove tu ed io possiamo respirare un'ora sola. » — Addio ! Io non vo' vederti morire; — ma tu lo vedrai, vilissima creatura. — Or via, io non posso parlare più oltre: — va, donna dal cuore impudico; non io, tu spargi il suo sangue: — va! — e se puoi sopravvivere a quella vista, godi della vita ch'io ti dono. »
E qui l'austero si celò la faccia, imperciocchè nella fronte gli si gonfiasse la vena, come se il tepido sangue, condensato nel cervello, tornasse a sgorgare di nuovo. — La tiene china per alcun tempo, e poi con mano tremante si scopre gli occhi. — Intanto Ugo sollevando le mani incatenate impetrava brevissimo indugio per essere ascoltato da suo padre. Il silenzioso genitore nol vieta quanto le sue parole domandano. « In me non alberga paura di morte, però che tu mi abbia veduto correre tutto sanguinoso per la battaglia, e perchè i tuoi vassalli non hanno strappato a forza un ferro inutile a questo mio braccio, il quale versò più sangue per te, che non potrà la scure versare del mio. Tu il desti, — tu puoi ripigliare il mio fiato; dono di cui non ti ringrazio. Non sono peranche obbliate le ingiurie della madre mia: il suo amore vilipeso, il nome contaminato, il retaggio dell'onta pei suoi discendenti; — ma ella giace nel sepolcro dove il suo figlio, il tuo rivale, dee tosto raggiungerla;... il suo cuore rotto, la mia testa mozza, faranno testimonianza della morte, come fedele, come tenera fosse il tuo amore giovanile, e la tua cura paterna. — Bene è vero ch'io v'abbia fatto ingiuria, — ma oltraggio per oltraggio. Tu conoscesti, e da gran tempo, che questa reputata tua sposa (nuova vittima del tuo orgoglio) per me si destinava: tu la vedesti, la sua vaghezza desiderasti, e il tuo proprio delitto, la mia vituperosa nascita mi rinfacciasti, — e mi dicevi di basso stato, ignobile marito alle sue braccia, poichè in vero io non abbia diritto alla legittima condizione del tuo nome, e non possa sedermi sul trono della casa d'Este. Pure se pochi anni mi fossero stati concessi, il mio nome più del tuo splenderebbe, e di onore tutto proprio. — Io aveva una spada.... io ho sempre un petto che potrebbero avere vinto qualunque dei più superbi cimieri abbia mai ondeggiato tra la schiera dei tuoi coronati maggiori. Nè sempre cinsero sproni più splendidi i meglio nati; ma i miei spinsero il fianco del destriero contro prodi campioni di principesco lignaggio quando davano la carica ai lieti gridi d'Este e della Vittoria! — Io non voglio difendere la causa del delitto, e meno poi pregarti di riscattare dal tempo alcune poche ore, o giorni, che devono finalmente trascorrere su la ignorata mia polvere. — I miei istanti trascorsi di delirio non possono, nè devono durare. Quantunque la notizia e rinomanza mie sieno vili, e la nobiltà della tua stirpe sdegni alcun fregio concedere a tale oggetto quale io mi sono, pure stanno impresse sul mio volto alcune traccie del volto paterno, e nel mio spirito... egli è tutto di te. — Da te questa fierezza di cuore, — da te...— Perchè ti agiti adesso? — Da te nella loro potenza derivano le mie braccia di forza, — la mia anima di fiamma. Tu mi desti non solo la vita, ma tutto quello ancora che mi fece simile a te. Or vedi a che ci ha condotto il tuo colpevole amore! — Egli ti ha compensato con un figlio troppo simile a te! — Io però non sono bastardo nell'anima: e perchè essa è troppo simile alla tua, aborre ogni freno, io non pregiai meglio di te lo spirito (lieve dono che mi facesti, e che ora vuoi ripigliarti sì tosto), quando a fianco a fianco correvamo a gara, guidando i nostri corsieri sopra i cadaveri... Il passato è nulla, e il futuro sarà forse come il passato; — ma io vorrei essere morto in quel tempo, imperciocchè, sebbene tu abbi male operato contro la madre mia, e fatta tua la sposa a me destinata, sento che mi sei padre pur sempre; e il tuo decreto suona aspro, ma non ingiusto quantunque venuto da te. Generato nel peccato, per morire nell'onta, la mia vita termina siccome cominciava: — tale errò il padre, tale errò il figlio, e tu dovevi punire ambedue in uno. —Tristissimo appare alla vista umana il mio misfatto, ma Dio deve giudicare tra noi. »
Cessò, — e si stette con le braccia incrociate su le quali suonarono le catene; — nè vi fu orecchio dei baroni quivi adunati, che non rimanesse come trafitto al rumore che levarono le catene cozzandosi. Finalmente la fatale bellezza di Parisina attrasse di nuovo ogni sguardo — Oh come può ella sentirlo così condannato a morire! — La creatura vivente del danno di Ugo non una volta ardì volgere gli occhi dall'altro lato, ma li tenne fissi, lagrimosi, ed aperti. Non una volta quelle dolci palpebre si chiusero, ed ombrarono le pupille su le quali sorgevano; ma intorno l'orbita loro di profondissimo azzurro crebbe dilatato il bianco circostante, e quivi rimasero con invetriato sguardo come gelate nel sangue rappreso: — se non che, di quando in quando una grossa lagrima raccolta tacitamente scorreva dal lungo e bruno ornamento del bel ciglio, ed era questa cosa da vedersi, non già da udirsi a raccontare! E quei che le vedevano, si maravigliavano come tali goccie potessero uscire da occhio umano. — Ella si avvisa parlare, — la nota imperfetta stava soppressa dentro la gola gonfiata; eppure parea che in quel cupo mormorio gemesse tutto il suo cuore traboccante. — Cessò, — di nuovo fece prova a parlare: allora la sua voce proruppe in un lunghissimo strillo, e cadde a terra piuttosto come pietra o statua rovesciata dalla base, similissima a cosa che non ebbe mai vita, — a un monumento della moglie di Azo, — che come quella vivente e colpevole creatura, di cui ogni passione era spinta al delitto, e che pure non valse a sopportare la vergogna del delitto e la disperazione. Non pertanto ella vive; — subitamente si riebbe dallo svenimento di morte, ma appena alla ragione; — ogni sentimento era stato sforzato dall'intenso affanno, ed ogni fragile fibra del suo cervello, a guisa di corda di arco allorchè allentata dalla pioggia scaglia da parte l'errante quadrello, mandava fuori il pensiero solitario e salvatico. Il passato è un bianco, il futuro un nero con baleni di orribile traccia, simili ai lampi sul deserto sentiero quando le procelle di mezza notte imperversano nell'ira. — Ella, fremeva... ella sentiva che una qualche gelida, profonda sventura le posava su l'anima; rammenta che v'era una vergogna, — un peccato, — che qualcheduno doveva morire: — ma chi? L'è sfuggito; — ed ella respira? — Può questa essere sempre la terra sotto, il firmamento sopra, e gli uomini attorno? O sono demoni costoro che guardano accigliati tale, agli occhi di cui avea fino ad allora ogni occhio sorriso di amore? Alla sua mente vaga e discorde tutto si avvolge indefinito e confuso: è un turbine di speranze diverse e di timori, ed ora è tratta in altissimo riso, ora in pianto, ma sempre stoltamente in ogni estremo, — e si agita in cotesto sogno convulso, perchè così appunto l'assale. Oh! invano tenterà di svegliarsi.
La campane del Convento, ondulate nel quadro e grigio campanile, rimbombano; ma lente lente, e con suono interrotto di profonda mestizia scendono al cuore! — Odi ! — ei canta l'inno, — la prece dei trapassati, o dei viventi che lo saranno tra poco! — Per l'anima di un uomo che sta per morire sorge l'inno dei defunti, e suonano le cave campane: — gli sovrasta l'ora mortale. — Genuflesso ai piedi di un Frate, — tristo a udirsi, pietoso a vedersi, — inginocchiato su la nuda terra col ceppo davanti, le guardie dintorno; e il carnefice sbracciato tenta se sia in filo la scure onde più spedito riesca il colpo; — quindi si pone ad affilarla di nuovo, mentre i circostanti attendono silenziosi di vedere morire un figlio per la condanna di un padre.
È l'ora amabilissima in che sta per tramontare il sole di estate, il quale sorse su quel giorno di dolore, e lo schiarì co' suoi più lucidi raggi. Adesso la sua luce vespertina è pienamente diffusa sul capo destinato di Ugo, mentre svela l'ultima confessione al Frate che deplora la sua condanna in penitenziale santità, ed intende ad ascoltare le benedette parole che con l'assoluzione possono tôrre via ogni nostra macchia mortale. Quel sole sublime gli riluce sul capo mentr'egli sta curvo a udire, e intanto gli cadono scomposte sul collo ignudo le anella dei suoi capelli castagni; ma sempre più lucido era il suo raggio sopra la scure che presso lui scintillava di chiara e terribile luce. — Oh! come l'ora della partenza si appressava amara! Anche il feroce stava freddo di paura: — era nefando il delitto, giusta la legge; — pure, quando si guardavano, fremevano.
Le ultime preghiere del figlio fallace, dell'amante ardimentoso, terminarono! I suoi peccati furono tutti confessati; la sua ora pervenne allo estremo minuto.— E primamente gli tolgono il mantello, poi gli recidono i lucidi e bruni capelli: — già sono recisi. La veste che lo adornava, il balteo che gli donò Parisina, non devono accompagnarlo nella fossa. — Si ponga tutto in disparte, gli copra gli occhi una benda. — No, quest'ultimo oltraggio non si accosterà mai a quegli occhi superbi. I sentimenti, in apparenza sommessi, tornarono quasi a prorompere nell'ira rabbiosa, quando il carnefice si apprestò a bendargli gli occhi, come se non osassero contemplare la morte. — "No, — tuo è il mio alito, — il mio condannato sangue tuo, — queste mani sono incatenate; ma lasciami morire almeno con liberi sguardi: — ferisci". E mentre diceva la parola, declinò la testa sul ceppo. — Ugo favellava questo ultimo accento — ferisci, — il colpo scintillante discese,—rotolò la testa, — e sgorgante cadde nella polvere tristo troncone, di cui ogni vena erasi allentata in pioggia sanguinosa. — I suoi occhi, i suoi labbri tremarono convulsi;—poi si quietarono per sempre. — Egli morì come l'uomo pellegrino dovrebbe morire, senza orgoglio; si inchinò umilmente e pregò, — e non respinse il soccorso sacerdotale, nè disperò di tutta speranza nel cielo, mentre inginocchiato davanti il Priore il suo spirito era sciolto da ogni affetto terreno. — Il suo rabbioso padre, la donna innamorata, che furono essi per lui mai in ora siffatta? — Non più rimprovero, non più disperazione: nessun pensiero fuorchè del cielo, nessuna parola fuorchè di preghiera; — e le poche ch'ei disse, quando incontrò il colpo dei carnefice, furono di morire con occhi aperti, e il solo addio ai circostanti.
Immoto, come i labbri che chiuse la morte, il petto di ogni spettatore riteneva l'alito; ma pure un freddo ed elettrico raccapriccio trascorse di uomo in uomo mentre il colpo mortale cadde su quello di cui così terminavano la vita e l'amore, e sorse appena inteso un sospiro che tornò tosto a gravitare sul cuore. — Quivi, dacchè il colpo percosse sul mezzo del ceppo, non s'intese rumore di sorta, se togli uno solo.... Qual cosa rompe l'aere silenzioso così forsennatamente squillante, così terribilmente selvaggio? Quale di madre sul figlio colto da morte improvvisa, vanno quegli stridi al firmamento che si partono da un'anima travagliata in interminabile angoscia. L'orrida voce spinta fuori dalle gelosie del palagio di Azo ascende al cielo, ed ogni occhio si rivolge costà; — ma il suono e la vista sono scomparsi! Egli fu un grido di donna, nè mai la disperazione proruppe in urlo più forsennato; e coloro che lo intesero, pregarono per pietà che fosse l'ultimo.
Ugo è caduto; — e da cotesta ora in poi Parisina non fu più veduta nel palazzo, nella sala, o nel viale. Il suo nome (quasi non fosse mai stata) fu bandito da ogni labbro e da ogni orecchio, come parola d'impudicizia o di paura; — e dalla bocca del principe Azo nessuno udì più mai fare menzione di moglie o di figlio. — Essi non ebbero tomba, non memoria: — giacquero polvere sconsagrata, — almeno quella del cavaliere che morì in quel giorno; — però che il fato di Parisina rimanesse nascosto, come le ceneri sotto la lapida dei trapassati. — S'ella riparasse entro un convento, e acquistasse l'ardua via del Paradiso con tristi ed angosciosi anni di penitenza, di digiuni, d'insonni lagrime; o s'ella cadesse per veleno o per ferro, a cagione dell'oscuro amore che osò di sentire; o se morisse in quel punto percossa, e salva da più lungo tormento (dividendo col cuore il colpo del carnefice che gli distruggesse quasi in pegno di pietà la sua forma disordinata): nessuno il seppe, nessuno può saperlo; — ma qualunque fosse il suo fine, ella cominciò la vita e la finì nel dolore. [3].
Ed Azo condusse un'altra moglie, e bei figli crebbero al suo fianco; ma nessuno amabile e prode siccome colui che aveva spinto nel sepolcro: — o pur lo furono, e crebbero sotto l'impassibile suo occhio non curati, ovvero curati con soppresso sospiro; nè mai lagrima gli bagnò le guancie, nè mai sorriso gli spianò la fronte: ma su cotesta ampia fronte rimasero incise le linee intersecate della cura, que' solchi che il ferro infuocato del dolore innanzi tempo v'imprime, cicatrici di una mente lacerata che si lascia indietro la guerra dell'anima. Ogni gioia, ogni dolore era passato: nè rimaneva più nulla, tranne notti vegliate, e giorni gravi; un'anima morta alla vergogna e alla lode, un cuore che fuggiva se stesso, e, benchè suo malgrado, gemeva; — nè poteva obliare ciò che quanto meno dimostrava tanto più profondamente lo travagliava, e più intensamente sentiva. Il ghiaccio, per quanto denso egli sia, non può riunirsi che sopra la superficie; il ruscello vivace scorre sotto pur sempre, nè può cessare di scorrere. L'anima sua era agitata da neri pensieri, profondamente radicati. — Invano tentiamo reprimere le nostre lagrime: queste acque del cuore si muovono sussultando, nè possono inaridirsi. Le lagrime non piante tornano alla sorgente, e vi si posano più pure;— non piante, ma non gelate: —più amare quanto meno manifeste. — Azo con interni moti di affetto tornava talora a palpitare su gli uccisi, disperato di riempire il vuoto affannoso, disperato d'incontrarli là dove le anime unite parteciperanno la gioia! Convinto di avere profferito un giusto decreto, ch'essi avevano meritata la condanna, — pure la vita di Azo fu sempre misera. Se i rami dell'albero sieno con soave, cura stralciati, possono ricuperare tal forza che diverrà poi una vita verdemente florida, e di libera salvatichezza; ma se il fulmine percuote furiosamente i rami ondeggianti, il tronco ne sente la ruina, nè mai più torna a mettere foglia.
[1] Il seguente poema si fonda sopra un'avventura mentovata nelle Antichità della casa di Brunswick scritte per Gibbon. — Io già prevedo che in questi tempi la delicatezza, o il fastidio del lettore, stimeranno siffatti soggetti siccome poco convenevoli alla poesia: i drammatici greci, molti dei migliori nostri antichi scrittori Inglesi, pensarono diversamente; e in tempi più prossimi, di là dai mare, Alfieri e Schiller; Il caso seguente chiarirà i fatti su i quali la storia si avvolge. Soltanto al nome di Niccola sostituimmo quello di Azo, perchè più poetico. «Sotto Il reggimento di Niccola III, Ferrara fu contaminata da domestica strage. Pel testimonio di una fante, e per le proprie osservazioni, il marchese d'Este scoperse gli amori incestuosi di sua moglie Parisina e di Ugo suo figliuolo naturale, leggiadro e valoroso giovane. Ambedue ebbero la testa mozza in castello per sentenza di un padre e di un marito che pubblicò la sua vergogna, e sopravvisse alla costoro morte. Lui misero se furono colpevoli, lui miserissimo se innocenti! Non v'è caso al mondo nel quale io possa approvare l'ultimo atto di giustizia di- un padre. » Gibbon's Miscellaneous Works.
[2] I versi contenuti nella Sezione II furono poco dopo stampati come se fossero per musica: ma appartengono al poema nel quale compariscono, per la più parte composto avanti Lara, e gli altri poemi pubblicati dopo.
[3] « E questo anno fu assai sfortunato al popolo di Ferrara, perchè accadde un caso micidiale nella corte del Principe. I nostri annali manoscritti e stampati, se toglila mal'opera del Sardi e di tale altro, ne danno la seguente relazione, per la quale vengono smentiti certi particolari, in ispecie la novella di Bandello, che ne scrisse una centuria, di rado o mal consentanea agli storici del tempo. — Secondo il mentovato Stella dell'Assassino, il marchese nell'anno 1405 aveva un figlio chiamato Ugo, bello e valoroso giovane. Parisina Matatesta, seconda moglie di Niccolò, siccome quasi tutte le matrigne fanno, assai scortesemente seco lui si comportava, con infinito dolore del marchese Niccolò che troppo lo amava. — Ora avvenne ch'ella domandasse al marito licenza d'imprendere un viaggio, la quale il marchese non le volle negare a condizione che l'accompagnasse Ugo, desiderando per questa via d'indurla a deporre l'odio concetto contro di lui. — E di vero il suo desiderio fu troppo bene adempiuto, dacchè durante la giornata ella non solo depose l'odio contro di lui, ma nel suo amore ferventemente si accese, nè dopo il ritorno il marchese ebbe occasione di tornare sopra gli antichi rimproveri. — Così procedendo la bisogna, un giorno accadde che certo fante del marchese chiamato Zoese, o, come tal altro scrive, Giorgio, passando dinanzi alle stanze di Parisina vedesse uscirne una donzella sbigottita e piangente. Domandata di perchè, rispondeva averla battuta la padrona per una cosa da nulla; e dando sfogo allo sdegno, aggiunse che poteva di leggieri vendicarsene se avesse fatto conoscere la criminosa domestichezza di Parisina col figliastro. Il fante, notato il detto, lo rapportava al padrone. — Egli rimase stupefatto al racconto, nè prestando fede ai suoi orecchi, volle accertarsene di veduta, ahimè! troppo chiaramente, traverso un buco praticato nel soffitto della camera di sua moglie, e nel 18 maggio. — Cadde in un subito furore, e fece arrestare ambedue loro, con Aldobrandino Rangoni di Modena suo gentiluomo, e due damigelle, come complici del delitto. — Ordinò si spedisse prontamente l'affare, e volle che i giudici colle solennità consuete pronunziassero dei colpevoli. La sentenza fu morte, quantunque alcuni in pro dei rei favellassero, e tra gli altri Uguccione Contrario ch'era potentissimo con Niccolò, e l'antico e devotissimo suo ministro Alberto Sale. Questi, con le lacrime agli occhi, genuflessi dicevano volesse perdonare ai colpevoli, non fosse altro per nascondere al pubblico il fatto vituperoso. Ma egli inflessibile nel suo sdegno comandò che la sentenza fosse immediatamente eseguita. — Ebbero pertanto la testa mozza nelle prigioni del Castello, in quel maschio spaventoso che in oggi si vede sotto la camera chiamata dell' Aurora al piè della torre di Lione verso il capo della strada Giovecca. Ugo fu il primo, Parisina seconda, e Zoese il suo accusatore la condusse a braccio sul patibolo. — Camminando temeva di cadere ad ogni istante in qualche trabocchetto, così che spesso domandava s'era, ancor giunta al luogo, e le rispondevano aspettarla la mannaia. Interrogò di nuovo che fosse avvenuto di Ugo, e le fu detto esser già morto; allora gravemente sospirando esclamò: Ora dunque desidero morire anch'io; — e accostandosi al ceppo, di sua mano si tolse ogni ornamento, e avvoltosi un panno intorno al capo lo sottopose al colpo fatale che terminò la scena sanguinosa. Lo stesso fu fatto al Rangoni, che insieme agli altri, secondo i ricordi della Biblioteca di San Francesco, fu sepolto nel camposanto di quel convento. — Intorno alle donne fin qui non c'è venuto di rintracciare cosa nessuna. — Il marchese vegliò tutta la notte, e mentre andava di su e di giù per la stanza chiese al capitano del Castello se Ugo fosse morto.— Gli risposero: sì. Allora proruppe in ismaniose doglianze, lamentando: — Oh! fossi morto io prima di aver condannato il mio diletto Ugo! — E il giorno dipoi, conoscendo necessaria una pubblica giustificazione, ordinò si scrivesse una narrativa del fatto, e la spedì alle principali corti d'Italia. Il doge di Venezia, Francesco Foscari, ricevutone avviso, senza pubblicarne i motivi sospese gli apparecchi di un torneo che sotto gli auspici del marchese coi danari di quei di Padova dovea tenersi su la piazza di San Marco in occasione dell'essere stato investito dell'ufficio di doge. »
Il marchese, per aggiunta al fatto, e per non so quale rimasuglio di vendetta, comandò che ogni maritata colta in fallo come Parisina dovesse come lei aver la testa recisa. Barbarica, o come altri la chiamano, Laodomia Romei, moglie del giudice di corte, fu sottoposta alla nuova sentenza nella solita piazza dei supplizi nel quartiere di San Giacomo di faccia alla fortezza oltre San Paolo. Non è da dirsi come apparisse strana la condotta del principe, che, considerata la sua presente condizione, doveva piuttosto dimostrarsi benigno. Pur non mancò chi ebbe cuore di lodarlo. —Frizzi, Storia di Ferrara.
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